CAREZZA DEL VENTO

09 / 11 / 2.000

Per abitudine e per convenienza non porto orologi di nessun genere; da bambina sono stata costretta a vivere senza misurare il tempo in maniera artificiale e ho imparato ad afferrare il presente per quello che è e per quello che ti dà.

Il passato e il futuro sono inaffidabili compagni nel viaggio della vita, perché con molto “savoir faire” ti servono come antipasto l’angoscia e come primo piatto la nostalgia.

E così ho costruito, di volta in volta, le mie riflessioni sul tempo, pensieri di poco conto e idee elaborate da una povera negra, ma pur sempre produzioni artigianali di cui sono orgogliosa, nonostante il disprezzo che mi capita ancora di nutrire verso me stessa e in particolare verso il mio corpo.

Chi è privo di contraddizioni scagli la prima pietra.

E fu così che la terra si ricoprì di macigni.

Io rifiuto il tempo perché non conosco la data della mia nascita e mi è mancato, quindi, questo rassicurante punto di riferimento in tutto quello che succedeva intorno a me, sopra di me e dentro di me.

Io rifiuto il tempo perché facilmente mi perdo nelle sue malefiche spire e mi sento venir meno al pensiero di essere trasportata da forze inarrestabili; quando i miei sensi evaporano verso una dimensione indefinita e viaggiano su territori sconosciuti, immediatamente cerco la benefica bussola della ragione e le chiare direttive della coscienza.

La marea delle sensazioni mi procura un naufragio emotivo e non mi fa sentire padrona in casa mia, all’incontrario dei poeti che si perdono volentieri e con dolcezza nelle sfumature di un infinito molto vicino al nulla eterno o nell’esaltazione di assurde verità sempre collegate all’esaltazione dei sensi.

Intorno a me ho fermato l’inaffidabile tempo nei cicli vitali della natura africana e il principale riferimento l’ho fissato nel fiorire del “macai” per le promesse di un buon clima o nelle grida delle scimmie che partorivano per la soddisfazione degli spiriti della foresta.

Sono stata costretta a sentire il tempo inciso nel mio corpo con il “kunnalindu”, il primo sangue e tutte le amare violenze che sono seguite immancabilmente nella mia vita come i granelli del rosario di una povera suora in preghiera.

Da qualche anno il maledetto tempo si presenta ogni mattina nel corpo che sfiorisce, nei seni che si appesantiscono, nei denti che tremano, nella cellulite che imperversa, nel sangue che è agli sgoccioli, nei piedi che si riempiono di calli, negli occhi che non mettono più a fuoco, nello stomaco che è tempestato dalla gastrite, nel respiro che non fa il giro, negli orologi biologici che non suonavano al tempo giusto.

Mi sono sentita in compagnia del tempo maligno ogni volta che mi sono fermata a riflettere su me stessa, sulla mia condizione umana, sui miei bisogni profondi, sui miei fantasmi, sulle mie emozioni; in questi casi non mi sono compiaciuta della mia capacità introspettiva per il semplice motivo che si trascinava dietro un mare di sofferenza.

Rifiuto il tempo, ma non posso negarlo, per cui mi compenso disprezzando gli orologi che riempiono in abbondanza la mia casa.

Proprio così, perché la mia casa è piena di pendoli e pendole, di orologi a cucù e a sonagli, di cianfrusaglie di tutti i tipi che servono a misurare il tempo: il generale Tirindelli, mio marito, è un appassionato collezionista di questi lugubri simboli di morte.

Tutta la mia casa risuona di ora in ora dalle fondamenta e i vicini sistemano i loro orologi in base ai rintocchi che provengono dalla dimora Tirindelli.

L’ora esatta è in tal modo assicurata a tutto il quartiere, se non addirittura a tutto il sestriere.

I gusti sono gusti e bisogna rispettarli” diceva giustamente maman Immè in quella lingua latina di cui era padrona sopraffina e i cui termini in questo momento non ricordo.

Riconosco che rifiuto il tempo; eppure, nonostante la paura e il dolore, quando desidero smarrirmi penso al tempo e non allo spazio.

Allora mi perdo facilmente nel tempo dei ricordi, piuttosto che nei luoghi dove ho portato e quotidianamente faccio muovere il mio corpo.

In quei momenti vorrei che qualcuno mi trovasse tra i tanti eventi della sua vita e mi tirasse fuori da queste ragnatele per prendersi finalmente cura di me e soltanto di me.

Il mio altruismo si ammala e subentra il bisogno dell’esclusiva: io sono la sola persona al mondo che tu hai amato, che tu ami e che tu amerai.

Ancora più drastica si fa la mia pretesa con l’incalzare dei ricordi: io sono la sola persona al mondo che tu devi amare.

Chi sarà mai questo “tu” ?

Questo “tu” è il solito “lui” e si chiama Marcos, l’unico grande amore della mia vita, un amore vero soltanto perché su di lui ho investito tutta me stessa, a lui mi sono dedicata come una schiava e a lui sono rimasta devota come a un santo.

E Marcos non ha mai fatto e non fa miracoli: tutt’altro !

Smarrita tra le mille e mille esperienze della mia vita, tutte in ogni modo e sempre intensamente vissute, vado alla ricerca della bussola in un “qualcuno” che si prenda cura di me, così come io ho sempre fatto con gli altri per denaro o per passione, per ignoranza o per amore, per povertà o per nobiltà.

Tra tanta gente conosciuta nel bene e nel male l’unico viso che si ricompone dentro i miei occhi chiusi è sempre quello di Marcos; la sua immagine mi perseguita in ogni luogo e in ogni tempo.

Quanti uomini d’alto bordo e di poco calibro sono passati ripetutamente sopra il mio corpo e mi hanno dichiarato il loro amore; i miei clienti si innamoravano immancabilmente di me e io li ripagavo con l’essere una buona amante per non deludere i loro sentimenti.

Questo gioco e questa illusione rendevano più nobile il mio mestiere e più significativa la mia giornata; decisamente non ero sola almeno in quei momenti.

Nei quotidiani contatti del mio tipo sono riuscita a infilarci quel calore umano che sbiadiva anche il colore dei soldi e rendeva intimo un rapporto di per se stesso squallido; tanto calore umano serviva per la magra consolazione di essere almeno dalla parte giusta, di capire gli altri e di essere capita dagli altri.

Nella mia dignitosa carriera non ho avuto soltanto clienti, ma anche compagni di avventura e a volte di sventura, almeno fino a quando Marcos non è scomparso dalla mia vita.

Proprio così.

Da un giorno all’altro e senza alcun motivo Marcos è scomparso dalla mia vita e da quella delle altre puttane del quartiere del Brenta che lavoravano per arricchirlo.

In quel triste o lieto evento le mie compagne di disgrazia hanno messo in moto la fantasia sulla scia di quella vena superstiziosa che non manca mai nella casa dei poveri, ma la versione più probabile vuole che Marcos sia stato liquidato dalla malavita locale per una questione di territorio e di tangenti non pagate.

Io non ho mai voluto credere a questa tragica versione e preferisco pensarlo vivo e vegeto con i suoi occhi azzurri in Argentina ad allevare mucche e magari a cavallo di un’altra donna nella pampas sconfinata, piuttosto che immaginare il suo bel corpo sciolto nell’acido solforico.

Io l’ho sempre aspettato e lo aspetto ancora.

La libertà conquistata all’improvviso, senza volontà e senza merito, non ha quel sapore e quel valore che le sai dare se soffri tanto nel desiderarla.

Sono sicura che un giorno o l’altro incontrerò Marcos lungo una stretta calle di Venezia e alla richiesta di essere ancora sua, io non saprò dire di no e dirò ancora una volta di sì.

In ogni caso, al di là dei festeggiamenti o dei funerali, Marcos è veramente sparito dalla circolazione e a nessuno conveniva riportarlo in vita; neanche chi di dovere ha voluto aprire una lunga avventura giudiziaria, nonostante esista una circostanziata denuncia anonima sulla sua scomparsa.

Sul sistema giudiziario e sui servizi sociali italiani calo volentieri un velo di silenzio, non voglio parlarne, perché dovrei rivolgermi ai tribunali internazionali e non a uno strizzacervelli.

In effetti Marcos era il nome di battaglia di uno sfruttatore, ma nella realtà Marcos era il signor Nessuno, come Ulisse per Polifemo.

In undici anni, vissuti insieme in Italia, Marcos non ha lasciato alcuna traccia, una contravvenzione per divieto di sosta, una bolletta della luce non pagata, una ricetta medica, una fattura del meccanico, un contratto di locazione, una ricevuta di conto corrente, niente di lui è rimasto, neanche il corpo.

Chissà qual’era il suo vero nome !

Con i soldi delle sue puttane Marcos arrivava dappertutto.

Con i soldi delle sue puttane Marcos poteva riempire i crateri della luna dopo aver colmato quelli della terra.

Io lo incontravo ogni tre giorni nel nostro appartamento per far l’amore e per consegnargli la quota stabilita, quindi, non avendolo di punto in bianco più visto, prima sono caduta nell’angoscia più nera, dopo sono entrata totalmente nel panico e ancora dopo mi sono ritrovata con tanti soldi nel cassetto e con la possibilità di liberarmi dalla schiavitù dello sfruttamento e dall’ignominia della prostituzione.

Il dolore per la sua scomparsa è arrivato soltanto alla fine di un lungo travaglio e si presenta ancora oggi nei momenti in cui ho tanto bisogno di amarlo.

Rischiavo di cadere nelle grinfie di un lurido magnaccia come le mie povere colleghe e questo trasloco non lo avrei mai sopportato, perché per Marcos nutrivo un sentimento d’amore ed era questo che dava forza e senso alla mia sottomissione.

Del resto Marcos mi aveva a suo modo amato e mi aveva tenuta fuori dall’elenco dei suoi beni produttivi e dalla lista della sua contabilità: io non ero una puttana di strada e d’occasione, ma una troia di lusso, con il suo giro fisso di clienti per bene e il suo lindo appartamento con idromassaggio e profilattici profumati.

Marcos voleva la sua quota e io saldavo puntualmente quel debito che non avevo mai contratto con lui, un debito che ancora oggi in altro modo continuo a pagare.

Scomparsi nel nulla il mio uomo e il mio tiranno, avevo in un primo tempo pensato di consegnarmi alla polizia per essere difesa da eventuali ritorsioni o da nuovi padroni.

Volevo uscire dal giro devastante della prostituzione e rifarmi una vita con una nuova identità dentro e fuori di me, ma una mia amica e collega, che si era denunciata da sola per essere aiutata, era stata secondo la legge del tempo immediatamente arrestata per altri reati e di poi rispedita al paese d’origine come un pacco postale.

E anche vero che in certe situazioni non si sa bene quello che si vuole, ma non c’è cosa peggiore per una donna africana che ritornare nella miseria della Sierra Leone dopo aver assaggiato il pane dell’Occidente, un pane che, sia pur amaro e salato, è sempre un pane sicuro e soprattutto bianco.

Se chiedi di essere difesa dall’autorità costituita, sei trattata con inumana indifferenza e con disprezzo: un pezzo di merda da raccattare sulla strada e da buttare con un senso di schifo nella fogna.

Nella ricerca spasmodica di una soluzione ottimale avevo pensato di rivolgermi ai servizi sociali del comune ed ero anche andata, ma quando è arrivato il mio turno fortunatamente ho sentito una voce dentro che mi diceva di fuggire: così ho fatto e non ho avuto assolutamente modo di pentirmene.

L’assistente sociale era una donna in tailleur amaranto e una perfetta burocrate, ma soprattutto era una donna anziana.

Ascingha non si fida delle donne, soprattutto delle donne vecchie, nonostante maman Immè, e la ragione di questa avversione si legge ancora nella mia carne.

Sono ancora convinta che un maschio di qualsiasi razza non sa essere crudele come una femmina, se poi la femmina è una negra sottomessa, la crudeltà degenera nella violenza pura e cruda.

Quando sei e ti senti giustamente sola, vai a cercare aiuto anche in un anonimo ufficio dello stato, ma la burocrazia si è rivelata inutile e inaffidabile.

L’assistente sociale e il carabiniere non sono figure professionali qualsiasi e asettiche; l’assistente sociale e il carabiniere devono avere in primo luogo uno spessore umano perché trattano con persone sfortunate e di qualsiasi colore.

Se il disprezzo razziale lo trovi anche nei piani alti dei palazzi pubblici e tra i funzionari di un certo potere, allora per i poveri diavoli si prospettano tempi veramente più duri dei tempi già andati.

Sembra che il razzismo circoli nelle vene della gente con la stessa frequenza dei globuli rossi, specialmente in quelle degli italiani; quando ti dicono che non sono razzisti, è la volta buona per fuggire perché ti stanno già azzannando.

A volte la gente ti odia per fare qualcosa di trasgressivo, per darsi un tono, per avere un cipiglio, per compensare le frustrazioni e con estrema facilità è il negro, che inevitabilmente viene dall’Africa, a farne le spese rispetto al bianco che, ad esempio, viene dall’Albania o dalla Iugoslavia.

L’Africa è sempre in debito verso tutti i continenti del mondo.

Se gli idioti non ti odiano, ti investono con una micidiale indifferenza, oltretutto camuffata da ambigua tolleranza; se tu hai potere, però, e io da puttana ne avevo tanto, questi individui meschini diventano piccoli piccoli e si cagano sotto, come dicono a Bologna, e sanno leccarti benissimo il culo, come dicono ancora a Bologna, e per finire anche ti pagano come avviene nelle migliori contrattazioni della Borsa, sempre a Bologna.

Almeno un negro è stato educato a subire e non reagisce, ma un bianco superbo che lecca il culo a una puttana nera come l’ebano è veramente il massimo della satira civile, una vignetta degna del migliore Forattini su “Repubblica”.

Le tappe del mio riscatto umano non sono state impossibili, ma tanto sofferte e non sono passate attraverso le ambigue cure di un prete o di un suo interessato istituto di carità legalmente finanziato dallo Stato con novantamila lire al giorno per ogni ospite da salvare.

Io sono ancora una volta fuggita e ho inforcato il primo treno diretto in Sicilia, il luogo della mia esaltazione e del mio tormento.

In quell’isola avevo, infatti, assaporato il potere di esser donna, in quell’isola mi ero legata ad Aggun, in quell’isola avevo vissuto la mia prima stagione d’amore con Marcos, quella più sincera e priva di risentimento.

In Sicilia avevo lasciato uomini tristi e generosi; in Sicilia avevo visto occhi neri diventare lucidi quando le mie valigie erano state caricate sulla “mercedes” puntata verso il continente e con Marcos al volante.

In Sicilia, forse, qualcuno mi amava con discrezione; questo non l’ho mai saputo perché i siciliani sono enigmatici nella loro semplicità.

Sono rimasta sotto quel sole particolare appena il tempo per capire se avevo bisogno del potere della puttana Jasmine o dell’orgoglio di Ascingha.

Ho scelto il secondo e la tenacia della mia natura africana.

Io mi sono riscattata da sola, senza prete e senza assistente sociale, senza carabiniere e senza poliziotto; io mi sono riscattata con l’orgoglio e con un po’ di fortuna, quella buona stella con cui avevo un conto da tempo e di gran lunga in sospeso.

Dovevo solo attendere.

Il mitico treno del sole mi ha riportato nella nebbia dell’entroterra veneziano, nel mio appartamento di lusso con tutte le paure di ripiombare nei ricatti della malavita, ma Marcos aveva sistemato le cose per bene; almeno questo aveva fatto per me.

Per cambiare vita senza correre rischi, ero cosciente che dovevo cambiare luogo e alla svelta, ma non riuscivo a focalizzare cosa fare e come farlo, dal momento che qualcosa e in qualche modo avrei dovuto fare.

Dicevo prima del mio credito nei confronti della fortuna e mentre bevevo un caffè all’osteria “da Pino” il conto è stato in gran parte saldato.

Mi è capitata sotto gli occhi e sotto la tazzina l’ultima pagina sgualcita della “Nuova Venezia” e in particolare un’inserzione che qualcuno aveva accuratamente segnato in rosso con un pennarello.

Questo è stato il vero evento magico della mia vita e questo era il testo: “Gentildonna veneziana cerca giovane donna per servizio e compagnia”; a tanto buon cuore seguiva un numero di telefono.

Gentildonna, in effetti, lo era; veneziana, in effetti, lo era; nessuna bugia e nessun inganno, ma era anche una donna tanto superba e tanto difficile.

Questa donna sconosciuta faceva perfettamente al mio caso e avevo la speranza di fare io al suo caso.

Sentivo che era una questione di sintonia umana e io dovevo necessariamente fare al suo caso.

Io avevo bisogno anche di una madre e volevo una madre.

Parola di Ascingha !

Adesso sentivo la necessità di affidarmi a una donna e possibilmente anziana, una madre o un suo surrogato, quasi per verificare il mio sentimento di odio e per riparare un vissuto così drasticamente negativo e una convinzione così netta verso questa importante e ignota figura.

Del resto avevo mille e una ragione a persistere nelle mie idee, ma non ne vedevo la convenienza specialmente in questo momento così delicato della mia vita.

E fu così che ho incontrato la mia “maman”, la signora Eleonora Immè, da sempre professoressa emerita di italiano, latino e greco presso il prestigioso liceo classico “Marco Polo” di Venezia, una donna matura negli anni e di espressione teutonica, più che italica, un eccesso di precisione e un monumento di sicurezza in versione femminile.

Eppure sotto quella scorza color bianco pallido e intessuta di tinte giallognole si nascondeva la mia “maman”, la mia tenera “maman”; quella donna io l’ho amata e la amo ancora come quella mamma che non avevo mai conosciuto e quella donna mi ha amata come quella figlia che non aveva mai avuto.

Mi spuntano le lacrime e mi viene la pelle d’oca soltanto a parlare di lei, un chiaro segno che non sono pronta a ricordare la sua sagoma e la sua figura, un altrettanto chiaro segno che non ho ancora smaltito tutte le emozioni che mi ha regalato e tutta l’angoscia che la sua morte mi ha lasciato dentro.

Quella notte del nove novembre, trascorsa in dormiveglia davanti alla finestra sulla laguna seguendo con lo sguardo la strada che portava dritta dritta in cielo dopo un meraviglioso tramonto dipinto in rosso, quella notte è ancora impressa nella mia memoria come la scoperta del proprio corpo dopo essere rinati.

Mi ero appena appisolata dopo giorni di assistenza al suo capezzale e proprio in quel momento ho sentito il fruscio di un vento fresco e leggero sul mio viso; maman mi ha baciato ed è andata via con discrezione come le vecchie della mia foresta.

Non mi sono perdonata la debolezza di essermi addormentata proprio in quel momento, un senso di colpa in più, ma sento ancora sulle guance il suo dolce bacio.

C’est la vie, monsieur le docteur, c’est vraiment la vie.

Bonjour monsieur le docteur.

 

 

SIGNORINELLA

ATTO PRIMO

Signorinella pallida,

dolce dirimpettaia del quinto piano,

non v’è una notte ch’io non sogni Napoli

e son vent’anni che ne sto lontano.”

Perché sei sempre pallida,

o signorinella

che ti specchi nelle lastre di vetro della tua finestra

in via delle Maestranze al numero settantasette,

sognando di essere una gran dama del Settecento

con tanto di parrucca e altrettanto di cipria,

con il menestrello sotto il tuo balcone di pietra di Noto

segnata dal metodo barocco?

Forse il sangue mestruale è in eccesso

e ti lascia smunta e anemica?

Forse è la pena d’amore

che affatica il tuo viso bianco perla

e le tue membra bianche esauste?

La tubercolosi impera

in questa Sicilia onesta degli anni cinquanta.

Forse ti consuma la tisi

e i tuoi polmoni sono già sfibrati?

Napoli è lontana da vent’anni

e io non posso portarti dal dottore più bravo di Forcella.

per darti lustro ed energia,

per metterti a nuovo

come un gioiello antico nelle mani di un bravo orefice.

Salvatore Vallone pose in Karancino, il dì 12 del mese di Marzo e dell’anno 2023

VIVO IN SICILIA

Vivo l’inverno sotto Orione,

con la sua clessidra in testa a ricordarmi del Tempo,

che tutto passa,

che panta rei,

che omnia fiunt,

quasi secondo un memento mori,

senza essere trappista,

io sono un templare armato di vanga

e vomere in puro acciaio tedesco temperato,

con tanto di cipiglio contadino taccagno e di motosega della Stiga

nella buona e nella cattiva suerte,

nella salute piena e nella malattia esistenziale.

Io non soffro di noia.

Io non ho cadute dei progetti,

mi spingo sempre in avanti con il culo,

ma non troppo, per non cadere.

Vivo l’estate sotto il grande Carro,

all’ombra del piccolo Carro,

seduto sui quaranta cavalli del mio Goldoni,

anni cinquanta e tutto rifatto dalla ruggine e dalle rotture,

color arancione tempestato di macule a tinta varia,

un double face con la faccia di stagno

che non capisce la mia nobiltà mentale e morale.

Io sono un povero lestofante,

ho la parole lesta e mariuola,

ho il verbo sempre nella punta della lingua,

umido e umettato come il sogno di una notte di piena estate.

O contadino gaio e pio,

o consulente di Gaia la rossa,

o contastorie del secolo scorso,

quante novelle ti ha raccontato il pubblico pagante.

E tu il limitar di gioventù salivi

tra tonfi spessi e lunghe cantilene,

mentre la Gianna s’impapocchia di te e delle tue fregnacce,

disdegna i tuoi baci

e sboffonchia,

sbuffa e sbologna,

sbareghea e strimpella.

Gianna non ti vuole.

Io sono un pover’uomo innamorato di una cagnetta riottosa

e sorda a tanto amore,

io sono un uomo triste e doloroso,

io sono esistenzialista e alchimista,

porto il maglione nero alla dolcevita,

quella vita che se ne va

dopo averti ben allettato e ben fottuto.

Domani pianterò un fico sul declivio di Carancino,

un ficu niuru pi ffari passuluni,

dopodomani pianterò una vite,

una ciassalà pi ffari fichi sicchi.

Salvatore Vallone

Giardino degli aranci, 15, 09, 2023

IL CUORE FREDDO

Il Sole è andato in montagna

per essere più vicino all’amata Luna,

là dove le cime sono tempestose,

secondo Emily Brontè,

e si sente l’odore della polenta con il ragù,

secondo lo chef Bepy Osel di Tovena,

poenta e tocio per la lingua salmistrata dei nostrani,

Tovena,

il luogo dove si cambia una dovena per una vecia,

pardon,

una vecia per una dovena,

ripardon,

una donna giovane per una donna vecchia,

ancora pardon,

una donna vecchia per una donna giovane,

sempre secondo la lingua degli italici furori veneti legaioli,

dei veci e delle vecie,

dei bocia rubicondi e delle putee emaciate dal marchese.

Sarà che son diventato vecchio,

ma non ho sentito tanto freddo

neanche nell’amato Veneto di Treviso

così come in questa Sicilia di merda

dimenticata dallo sceriffo di latta e risolata al churry.

Sento freddo,

soffro il freddo della tormenta abbattuta sulla città di Maria.

Da Mariupol a Carancino arrivano spifferi tragici

di un vento micidiale e inumano

che abbisogna di energia atomica

per non soffrire,

per non soffrire mai più,

almeno per questa tragica tornata.

Avrei bisogno di un pallet di pellet

per scaldare il mio cuore intirizzito

in questa giornata dedicata al padre

e a chi mi chiama ancora papà.

Anch’io sono padre

come mio padre Concetto,

come mio nonno Giovanni.

Anch’io mi chiamo Salvatore

come mio nonno Salvatore,

ma avrei sempre bisogno di un pallet di pellet

per scaldare le atrofizzate e maldestre pallet di pellet

in questa triste Sicilia marzolina e marzaiola

trascurata anche da Cristo,

quel Cristo che si fermò a Eboli

senza passare dalla povera isola

abbandonata anche dalla Famiglia nostra,

intrisa dalle varie cose nostre

insediate negli uffici e nei meandri a reddito fisso,

bagnata dagli esattori del pizzo e del contro pizzo,

la vecchia IGE e la nuova IVA.

Investi valori aggiunti,

o amico russo della emerita petrolifera Lukoil!

Vieni mio bello vieni,

vieni a sporcarmi l’acqua e il cielo per un pugno di rubli.

Te li darei tutti in culo i tuoi maledetti denari,

anche se ne conti trenta

per il traditore Joseph da Regalbuto.

La Mafia non investe in casa sua,

non lavora in casa nostra,

non ha mai amato la sua terra,

è partita a suo tempo per le Americhe con il vapore

direttamente dal porto di Palermo,

una città senza infamia e senza lode,

una capitale piena di spazzatura e di buchi nel culo d’asfalto,

è esulata con il Titanic e con l’Andrea Doria,

quello di Leonardo delle Capre e quella dei biscotti,

i bucaneve per la precisione.

Anche i giovani son partiti da questa terra

e partono ancora in compagnia di Erasmus,

non quello da Rotterdam,

quello di tante altre Università goderecce

che comprano un vecchio per un giovane,

pardon,

un giovane per un vecchio.

Quanta strada nei miei sandali non di certo multinazionali francescani!

Quanto stress nelle orecchie attillate da capitan Spike!

E tu mi dici

che appartengo alla nuova generazione di rincoglioniti,

quella affetta dal morbo del grillo e del cavaliere.

No, grazie!

Voglio morire

per non soffrire,

ma il cuore si ribella ancor.

Improvviserò un esodo

per il popolo ebreo della Giudecca.

Andremo tutti

a chiedere la questua alla Caritas caritatum.

Dammi cinque euro per le Marlboro rosse,

mia cara sessantottina in odore di sessantanove.

E ben che sia finita!

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere 01, 04, 2022

CORAGGIOSETTI

Il gattino è arrabbiato

e non vuole il suo gelato,

vuole una gatta da pelare

ma qui siamo in riva al mare

e non ci son gatte da pelare,

(tanto meno che si fanno pelare).

Ci son chiappe da pescare

sempre qui in riva al mare,

(tanto meno che si fanno pescare).

Coraggioso è più arrabbiato

e mi mostra il suo palato,

vuole un topo per giocare,

ma qui siamo in campagna

e il topino ha il cervello fino,

(come il contadino e le sue scarpe grosse),

e non vuole giocare con Coraggiosetti,

tanto meno con i suoi simili e gli affini.

Coraggioso è oltremodo arrabbiato

perché Salvatore non l’ha cagato

e di coccole e coccolezze

non ha avuto le dolcezze

e allora con un balzo gli si appioppa sulla gamba

per la pasta quotidiana

e il ronfare manifesto.

O poeta,

o contadino,

prima fammi un buon grattino,

poi dammi un formaggino

che lo mangio senza panino,

io ti faccio poi la pasta

e tu la inforni per la pizza

nel tuo forno Clementoni.”

Se questa poesia è futurista,

io sono un qualunquista,

un desgrassià de Buenavista,

un veneto fugace

che in Sicilia fugge e non trova pace.

Salvatore Vallone

Karancino di Belvedere, 06, 07, 2023

MAGGIO IN SICILIA

Questo è il cardo mariano dai fiori porporini,

bellezza della natura,

e tutt’attorno i cardi gialli ardono come astri

nel giardino che non conosce la rotta dell’inverno.

Bocche di leone crescono sui muri,

il rosmarino sorge dall’asfalto,

la natura vince lo squallore delle sghembe passioni quotidiane.

Filari di sedano spuntano dalla grande madre terra,

capelli verdi di monelli scalzi.

Il mistero dell’anello perpetua la catena,

simbolo regale di fertilità.

Legnaia di un contadino siciliano,

spettinata come i pensieri del suo ordinato padrone,

ossimoro vivente.

Pesche pasta bianca,

biologiche al cento per mille,

perché le proporzioni non sono al centro dei pensieri del Poeta.

Un orto con zucchine e prezzemolo e basilico e altre piante,

che matureranno al frinire delle cicale.

Ci vuole pazienza e amore per godere dei frutti della terra.

Quinto Orazio Flacco aveva un orto a Venosa.

C’era un fico.

Sava

Hàrah Làgin, 02, 06, 2023

CONTAMINAZIONE N° 77

PRIMO TEMPO

Vorrei coprir la tua bocca di baci,

di baci,

di baci,”

(ma non si può

perché sarei irriguardoso,

così invasore,

così invasivo,

mi condanneresti all’oblio,

il tuo oblio

e io ne morirei),

per dirti quanto mi piaci,”

(ahi ahi ahi,

non esageriamo con le parole,

qui si rasenta il peccato originario,

il maschilismo atavico e antico,

la libido acritica e testicolare,

non siamo mica epicurei,

tanto meno edonisti,

di quelli che non tengono le mani e gli attrezzi a posto

e non riconoscono i figli che hanno seminato

in lungo e in largo per boria narcisistica

più che per la pietas di Enea),

e poi tenerti sul cuor,”

(con il ricorso al cuore

e alla cardiologia letteraria di tutti i tempi

posso finalmente riparare

il tentativo di un eventuale maltolto

e dell’offesa al corpo mistico e diplomatico

della serenissima repubblica di Malta,

là dove il buoncostume alberga e indomito regna,

presso la donna di provincia in mezzo al mare

e non di bordello).

FINE PRIMO TEMPO

SECONDO TEMPO

Ma non si può,

in ogni caso e con ogni eventualità,

non si può semplicemente perché

io non so parlar d’amore”,

(parole, parole, parole,

parole, soltanto parole,

parole d’amore di quel Verbo che in principio fu,

di quel for, faris, fatus sum, fari,

notoriamente inteso come Fato dagli stenterelli,

da coloro che si svendono in tivvù per un ricco lesso,

il Fato,

notoriamente da intendere come ciò che è stato detto,

checché ne dicano il puffo,

il buffo,

il pacioccone

e la vispa Teresa),

l’emozione non ha voce”

(semplicemente perché l’emozione grida,

ciò che si muove dentro sbraita,

sbareghea,

ietta vuci,

crie,

scassa le balle

e sconquassa il cardiocircolatorio apparato,

ha tutto un corpo a sua disposizione per la grancassa,

per fare bene le sue cose e a puntino il suo dovere),

e mi manca anche il respiro”,

(no covid,

no vicks vaporub,

no paracetamolo,

si tratta di una semplice somatizzazione d’angoscia

da sindrome abbandonica,

quanta solitudine sin da piccolo,

tanta solitudine,

tanta solitudine da sempre,

quasi cent’anni di solitudine,

italica e non sudamericana,

sicula per la precisione,

orfano di padre,

vedovo di madre,

certo che potevo parlare con me stesso,

ma il maestro non me l’aveva insegnato

e io speravo di cavarmela,

mi circuiva come un chierico

e io non sapevo che fare),

se ci sei, c’è troppa luce”,

( lux fiat et lux facta est

nella tua splendida persona,

una maschera oscena da opera dei pupi,

o Ganu di Maganza

tiriti la distanza,

l’ammazzasti a Guerrin

detto il meschino,

a metà tra un dio tra i tanti sul mercato

e una marionetta dipinta in acrilico,

abbagliami,

straziami,

non baciarmi al buio,

potrei morirne,

di cotanto oltraggio potrei morire

folgorato sulla strada di Floridia

mentre sono in cerca dell’Eldorado,

mentre creo il cielo e la terra

con il sudore della fronte,

come il Primo disse in quel tempo

quando creò il Tempo)

la mia anima si spande come musica nel vento”

( la musica nel vento seduce,

porta via le cambiali scadute e mai pagate,

attizza lo spread senza l’invasione del puffo

che paga la mia anima in via dell’Olgettina

e direttamente in Egitto,

presso le donne furbette del cortile

che mostrano il deretano al pellegrino

che ansante cerca ancora la strada

che porta alla Mecca,

a quella pietra nera che è caduta dal cielo

perché stanca di ballare con le stelle),

e la voglia sai mi prende”

( quella non manca mai nelle stalle popolari

e nei bassifondi della pianura padana

tra moscerini attizzati e mosche pudiche,

tra zanzare longobarde e zecche nostrane,

mamma Piero mi tocca,

toccami Piero

che la mamma non c’è,

come faccio a corteggiarti

se mi respingi in una con i baci di Perugia,

con i mon chery de Turin al dolce sapore di ciliegia,

con quel cesto di ricci di mare

che raccolsi spinandomi sulle coste di Brucoli ),

e si accende con i baci tuoi”

( la ragazza del mio cuore sei,

tu lo sai,

ma baciare non ti posso mai,

sempre con la mamma te ne stai

e sola non vuoi uscire mai con me,

allora che amore è il nostro,

un brodino di pescetti e di calamari,

un fritto di paranza che nuoce alla panza,

no,

io non ci sto

e non mi accendo come un accendino

a tuo piacimento e a tuo complemento,

io voglio l’armonia e la simmetria,

io ambisco a un’armonia simmetrica,

sarà troppo,

sarà impossibile,

ma io ti voglio baciare

dopo averti sposata,

così parlò Zaratustra

e più non dimandare

perché altrimenti rompi,

rompi quell’armonia costruita intorno a te

da qualche banca in vena di sollazzi.)

FINE

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere 24, 02, 2022

19 GENNAIO

Semi sparsi nelle pieghe della terra

per far nascere una vita degna,

semi di grano e di papavero,

nutrimento biondo in mezzo a macchie d’estasi.

Ehi, Maestro,

seduti dietro a un banco di una scuola di campagna,

pensavamo più alla promessa di una corsa

che alle poesie di Pascoli,

ma da allora ogni aquilone ha il filo legato ad un dolore.

Ho immaginato spesso di esserti accanto,

di osservarti mentre la vita scorre

e termina

e poi torna,

come in un romanzo di avventura da rileggere in eterno.

Oggi festeggio il tuo compleanno,

vengo da te.

Sulla tua isola senza inverno

ti stringo in un abbraccio pieno di sole,

metto un filo d’erba nelle pagine

per non perdere il segno del tuo racconto.

Auguri, caro Maestro.

Sasà

Trento, 19, gennaio, 2023

U TUPPU

U tuppu tuppa,

senza tuppu nun si tuppa

picchi u tuppu s’antuppa.

A vecchia co tuppu si tuppa,

s’intrippa e s’intruppa

com’a lupa c’allappa e c’allippa.

A picciotta senza tuppu nun si tuppa,

a picciotta co tuppu allippa,

ma nun allappa.

Il poeta è un rigattiere,

uno squallido merciaiolo,

un trovatore da art de trombar,

uno squallido trombatore,

un provenzale che ha letto tanto,

uno squallido lettiere,

un troviere cavalleresco a cui nulla osta,

cui nihil obstat,

neanche un ergastolo ostativo e non,

perché il poeta è un furtivo ladruncolo,

un sussurratore che usa le parole degli altri,

un ladrone che preleva da un vecchio bancomat verbale in disuso,

un accalappiatore che acchiappa il già detto per ridirlo,

un Ali Babà che dice quello che si può sempre ridire

perché è stato detto,

il già detto che non è il già visto,

è il già sentito,

il deja entendu nei vicoli sdirupati di Calascibbetta,

nelle trazzere sdurrubbate e polverose di Spacafunnu,

nei Superconvenienti di Mariastella la zozza,

nei Centri ecologici per la raccolta del cibo avariato.

A proposito, o poeta vate di Montpellier,

ricordami di comprare

un panino allo sgombro della ditta Drago da Giuseppe,

gli affastellati affumicati della Frishies per l’amata Gianna,

i biscotti integrali del Mulino bianco per Salvatore,

ricordami di fare il solito pellegrinaggio al Lidl,

di comparare gli orologi dalla cinesina senza culo e con le tette grosse,

prendere i noccioli da Marchetto di Belvedere,

di degustare lo gyogurth di Gianfranco da Lucia la santa.

E intanto,

mentre non te ne accorgi,

ohi, ohi, ohi,

vardè tosati,

prima spaccano l’atomo,

ahi ahi ahi, che dolor,

e poi lo sposano con la picciotta senza tuppu.

Viva, viva, viva gli sposi

e a matri che allatta e alletta co tuppu e senza tuppu.

Viva la mamma,

viva le figlie della lupa fascista,

le giovani donne di Cecco degli angeli,

quelle che tuppano senza tuppu,

les filles de Francoise la francese ardita,

pelle e ossa sotto il maglione nero alla dolce vita.

Viva, viva l’olio extravergine d’oliva,

tassato dal pizzo pazzo di Matteo il brigante

che tuti i vol e nisuni lo cioe,

che tutti lo cercano e nessuno lo trova.

Che vergogna questo tuppu intuppatu in mezzo alle cosce!

Destati Sicilia e giù botte da chiaroveggenti con l’Etna!

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 19, 01, 2023