SADOMASOCHISMO E STUPORE

wc-1284608__180

“Annamaria sogna di trovarsi in bagno e di utilizzare il water.

Appena finito, si accorge di non aver sollevato il coperchio perché è sporco di feci.

Annamaria era sicura di averlo sollevato.

La sensazione è di stupore e di sporcizia.”

INTRODUZIONE

Il sogno di Annamaria esalta in termini chiari e perentori la classica psicodinamica della “fase anale”, una delicata e importantissima evoluzione psichica nell’investimento della “libido”, un momento chiave per la “organizzazione reattiva”, il cosiddetto carattere, e per la formazione della “posizione sadomasochistica”, posizione secondo la terminologia clinica della grande Melanie Klein. Quello di Annamaria è un sogno universale, un prodotto onirico che scatta in tutti gli umani nel momento in cui si ha a che fare con l’aggressività propria e altrui. Al di là delle differenze razziali, etniche e culturali, il rapporto con il corpo e con i bisogni intimi, come la funzione della defecazione e l’esercizio erotico della “libido anale”, riguarda tutta l’umanità. Trattasi di un “archetipo” vitale e funzionale. A tal proposito ricordo che da bambino mi aveva colpito il piccolo water o “cessetto” in ceramica bianca, venduto nelle bancarelle della mia città ai turisti improvvidi, dove campeggiava la seguente scritta: “saran potenti i papi, saran potenti i re, ma quando qui si siedono son tutti come me”. Ecco servito il trionfo della democrazia biologica e dell’uguaglianza funzionale: una profonda verità popolare degna di una saggezza antica.

RIFERIMENTI FILOSOFICI

Nella storia del pensiero filosofico in riguardo al corpo e ai suoi bisogni si sono presentati pensatori di spessore: un certo Epicuro con il suo “edonismo” ha posto la necessaria valutazione del corpo come campo di piacere in opposizione all’angoscia di morte, un certo Arthur Schopenhauer è partito dalla scoperta del corpo per concludere il suo “pessimismo cosmico” nella metafisica della “Volontà di vivere”, un certo Ludwig Feuerbach ha denunciato alla borghesia che “l’uomo è ciò che mangia” e che se si vuole un uomo migliore bisogna dargli un’alimentazione migliore grazie a un salario più congruo, un certo Karl Marx ha indicato l’importanza del corpo e delle funzioni vitali per arrivare alla denuncia della borghesia e del sistema capitalistico, tanti altri benefattori dell’umanità hanno speculato sulla materia umana e divina “corpo”. In Filosofia e in Cultura si chiama “edonismo o materialismo” la scuola o la corrente di pensiero che privilegia i diritti del corpo e soprattutto i bisogni del corpo, mentre in Psicologia e in Psicoanalisi il merito di avere aperto una finestra teorica e clinica sull’importanza del corpo va ascritto a Wilhelm Reich. Freud era partito dal “corpo isterico” e aveva elaborato la teoria sulle cause, “eziologia”, della nevrosi isterica e la teoria della “libido” con le varie fasi di evoluzione della stessa, (orale, anale, fallico-narcisista e genitale), ma aveva sempre mantenuto da pessimo ebreo un certo pudore verso la cosiddetta “materialità corporea”, al punto che nel tempo elaborò una “metapsicologia”, la metafisica della psicologia.
La “sublimazione” culturale religiosa è volata dal corpo all’anima e ha ostacolato il progresso scientifico e culturale per millenni. Il corpo è campo d’amore, oggetto sacro e mistico. Già nel Seicento il “diritto naturale” lo aveva eletto a oggetto giuridico proclamando il “diritto alla vita” e alla “conservazione della vita”, la “Specie”. In Oriente il Buddismo aveva investito di sacro amore il “Tutto Vivente”. Nonostante notevoli progressi, ancora oggi abbiamo difficoltà a ritenere che noi siamo il nostro “psicosoma”. Le sferzate dell’angoscia di morte ci portano alla consolazione di una speranza d’eternità e di una promessa di rinascita. La vita psicofisica è un “olon”, un “Tutto intero” chiamato “corpo vivente”. Pensare che tutto si attesti in questo “olon” sembra assurdo, ma porterebbe a vivere meglio l’intensità della “libido” senza sovrastrutture culturali e ideologiche. Il filosofo Carlo Michelstaedter prima di uccidersi aveva suggerito nella sua tesi di laurea di “vivere pensando che nulla in noi chiede di continuare a vivere”: vivere il presente senza ambizioni psichiche e prepotenze culturali.

IL SOGNO DI ANNAMARIA

Torniamo al sogno di Annamaria dopo questa digressione attinente al tema centrale del “corpo” e soprattutto dell’aggressività, della sua gradazione e della sua modulazione. Un chiarimento semplice è il seguente: la carica-pulsione aggressiva se esternata in eccesso si definisce “sadismo” e colpisce l’oggetto su cui è investita, se contratta in eccesso si definisce “masochismo” e si ritorce contro il soggetto che la vive. Si tratta di un “fantasma” che si struttura nel secondo anno di vita nell’esercizio degli investimenti della “libido” ed è definito “fantasma anale”. Esso contiene il vissuto in riguardo all’espulsione o al contenimento delle feci, all’”introiezione” o alla “proiezione” dell’aggressività.
Decodifichiamo i simboli del sogno di Annamaria.

Il “bagno” condensa la parte psichica intima e privata, interna alla “casa” che rappresenta la struttura o meglio l’organizzazione caratteriale in atto. Il “bagno” condensa l’appagamento della “libido”, l’erotismo, la sessualità e l’aggressività, nonché la purificazione dei sensi di colpa a quest’ultima collegati quando il “bagno”, per l’appunto, è sporco. Fondamentalmente il “bagno” abbraccia la dimensione personale, quel piccolo o grande mondo dei nostri segreti e delle nostre manie che da piccoli ci siamo sempre ripromessi di non dire a nessuno per paura della punizione o per paura di non essere capiti, una sfera intima e privata che poi inevitabilmente abbiamo comunicato alla mamma per poi accorgerci di essere stati traditi anche da lei. Il “bagno” è sempre un piccolo dramma per le sue ambivalenze e per il nostro bigottismo, dal momento che viviamo in una cultura che, come si diceva in precedenza, non valuta adeguatamente i diritti del corpo e addirittura li svaluta a favore di chissà quale altra dimensione irreale.

Il “water” è il simbolo elettivo del “sadomasochismo”, in quanto condensa la pulsione dello scarico benefico dell’aggressività nell’espulsione delle feci, “sado”, e del dolore collegato, “maso”, con senso finale di liberazione, pulsione importante anche per l’autonomia psichica, oltre che per l’autogestione dei bisogni e delle pulsioni, in primo luogo il controllo della propria aggressività. Il “water” condensa la “libido anale” con annessi e connessi sadomasochistici: l’espulsione liberatoria e la ritenzione dolorosa delle feci. Bisogna sempre considerare che la “libido anale”, dopo la “libido orale”, è una “posizione” preparatoria alla “libido genitale” ossia alla futura e matura vita erotica e vitalità sessuale.

Il “coperchio” è chiaramente una difesa dallo scarico dell’aggressività “sado” per imbrattarsi a privilegio dell’aggressività “maso”. Il “coperchio” è una difesa psichica dall’espletamento della “libido anale”. E il sogno ci dice anche il perché di questa posizione difensiva: “sporco di feci” ossia l’aggressività nelle sue varie forme, nello specifico “sado” e “maso”, è ammantata da senso di colpa. Le “feci” rappresentano simbolicamente lo strumento dell’aggressività.

“Sollevare il coperchio” attesta la caduta delle difese inutili e inopportune, oltre che la naturale esternazione della propria aggressività in una salutare liberazione della rabbia. Annamaria pensava di non avere difese nella gestione della propria aggressività e, invece, ha dovuto prendere atto della colpevolizzazione della sua carica aggressiva e del suo esercizio. Annamaria pensava di aver superato adeguatamente i blocchi legati all’esternazione della rabbia, ma invece è costretta a prendere atto che questa ristagna a causa dei sensi di colpa che inevitabilmente sopraggiungono ogni volta che si afferma e impone se stessa nei giusti e naturali modi.

“La sensazione è di stupore e di sporcizia.” Simbolicamente lo “stupore” condensa una caduta della vigilanza e della funzione razionale dell’”Io” a favore di uno stato emotivo crepuscolare, a favore del disimpegno delle pulsioni e dei vissuti dell’”Es”, l’istanza psichica profonda. Questa benefica alterazione della coscienza è anche una difesa dal cumulo delle esigenze che spesso si hanno a carico dell’”Io”. Ben venga lo “stupore” come un ritorno alla meraviglia in onore del nostro bambino dentro! Una continua vigilanza è di per se stessa una psiconevrosi da fobia di lasciarsi andare e comporta disturbi psicosomatici sia di natura sessuale e sia del sonno. La “sporcizia” è il senso di colpa che avvolge l’aggressività di Annamaria e la blocca nell’espressione delle sue più genuine energie e negli investimenti di “libido”.

Il sogno di Annamaria è una chiara prognosi a conferma di quanto il nostro sognare sia un’ancora di salvezza nei momenti più difficili della nostra vita perché ci dice la nostra verità psichica del momento. Annamaria, sognando, sta dicendo a se stessa di non colpevolizzare la sua aggressività, di esternarla liberamente senza ripensamenti e di non tirarsi indietro nelle prove della vita che le richiedono di essere “cazzuta” e incisiva, ma di cimentarsi con lena e sicurezza. Annamaria non deve trattenere le sue pulsioni organiche e psichiche per la maledetta colpa o per il benedetto pudore, ma deve vivere il suo corpo come il primo oggetto d’amore. Il sogno dice chiaramente che l’aggressività non sfogata si ritorce contro perché ristagna dentro e, dovendo uscire da qualche parte, si converte in disturbo psicosomatico e privilegia il sistema gastrointestinale. Questo è il rischio psicopatologico.

Riflessioni metodologiche: una disfunzione gravissima del “fantasma anale” è ben visibile, purtroppo, nei nostri giorni. Si tratta del fenomeno del “terrorismo” dove il “sadomasochismo” si esalta nel martirio e nell’omicidio, nella strage di se stessi e degli altri. Questo dramma individuale e sociale avviene, secondo la psicologia dinamica, quando un soggetto esalta il “fantasma anale” al punto di elaborare un delirio distruttivo. La “fase anale” degli investimenti della “libido”, cosi come i primi tre anni di vita, è determinante per lo sviluppo futuro delle “psicosi” e delle “sindromi deliranti”. Delicato è il progressivo passaggio dall’uso del “processo primario”, la “fantasia”, all’uso del “processo secondario”, la “logica”, un passaggio mai definitivo ed esaustivo. A seguito di quanto affermato, si evince che non può candidarsi all’esercito dei terroristi un soggetto che ha evoluto normalmente la sua “fase anale” e che ha maturato un’organizzazione psichica nella giusta modulazione. E’, purtroppo, vero che una predicazione e un monito suggestivo alla “guerra santa” possono trainare organizzazioni psichiche fortemente “anali” e con l’aggravante del “fantasma depressivo” a scatenare la strage di sé e degli altri. La “sublimazione” dell’angoscia depressiva di perdita si risolve nel martirio e nella strage. In sintesi, il fenomeno del “terrorismo” abbisogna di specifiche strutture psichiche che contengono la “posizione schizo-paranoide” e la “posizione depressiva” associate alla “posizione anale” con l’auge sadomasochistico. La “sublimazione” interviene sotto la spinta della suggestione religiosa a dare il via e la concretezza al mortifero delirio paranoico. Si è anche visto che le stragi possono essere indotte per istigazione visiva e verbale e possono attingere proseliti in tutto il mondo presso “organizzazioni psichiche borderline” del tipo in precedenza descritto.
La Psicologia della suggestione si dimostra molto pericolosa nell’indurre la ferocia e la morte, la guerra ferina di uno contro tanti. Sono dati di fatto, purtroppo, a cui bisogna dare maggiore importanza. A tal proposito è molto utile leggere o rileggere il testo di Freud “Psicologia delle masse e analisi dell’Io”, una ricerca profetica pubblicata nel 1921 prima dell’avvento dei sistemi politici di massa, il Fascismo, il Nazismo, il Comunismo.

MATERNITA’ E COLPA

away-1365891__180

“Martina si trova in una strada di sassi in piena notte: la strada che porta da casa sua a quella dei genitori.

E’ buio, ma Martina è colpita dalla luna bellissima che le fa chiaro lungo il percorso.

Le viene intorno un cane piccolo color crema, che poi sparisce in quel buio. Martina arriva a casa dei suoi e pensa a quel cane che è solo.

Allora torna lì dove lo aveva perso di vista. E’ buio e la luna non c’è a farle  chiaro.

Martina non ha paura e continua a chiamare quel cane.

Decide di chiudere gli occhi e di tornare a casa dei suoi, dal momento che la strada la conosce a memoria perché la faceva sempre da piccola.

Alla fine della strada di sassi Martina sente con le mani che davanti c’è una tenda e la sposta sempre con le mani.

Non ha paura e si dice “sei arrivata” e si chiede cosa fosse quella tenda in mezzo a quella strada di sassi.”

 

Il sogno di Martina è intenso e denso di sensi e di significati, di emozioni e di simboli, di ricordi e di traumi, di soluzioni e d’integrazioni.

Procederò con la decodificazione progressiva dei “segni” onirici portanti.

“Martina si trova in una strada di sassi in piena notte”.

L’esordio del sogno attesta di uno stato crepuscolare della coscienza e di una situazione psichica “d’interiorità intima”: si profilano vissuti personali di un certo spessore e di una certa delicatezza. La strada con i sassi indica una situazione esistenziale difficile in cui Martina è chiamata a deliberare e a decidere.

“La strada che porta da casa sua a quella dei genitori”, dall’attualità e dal presente al passato e a ciò che è stato vissuto, condensa una “regressione”.

Uso il termine “regressione” non in senso di “processo di difesa dall’angoscia”, ma in senso esclusivamente temporale. Martina torna indietro nel tempo, magari stimolata dal “resto diurno”, da un ricordo occasionale o da un incontro fortuito o da un fatto insignificante che sfugge alla sua coscienza e alla sua riflessione.

“E’ buio, ma Martina è colpita dalla luna bellissima che le fa chiaro lungo il percorso.” La strada è di sassi, ma la “luna bellissima” accompagna Martina in questo suo conflitto o meglio in questo suo “ritorno del rimosso”. La luna è un classico simbolo femminile, una femminilità nella sua globalità e interezza, dal versante buono al versante cattivo: la luna nuova e la luna nera. Oltretutto la luna è bellissima per attestare che nel sogno è coinvolta la femmina Martina e la femminilità di Martina: il buio della piena notte e il chiaro della luna, una sintesi simbolica globale e meravigliosa dell’universo psicofisico femminile. C’è tutto in questa sintesi: la maternità, la seduzione,  il ciclo mestruale, la sensualità, la sessualità, il sistema neurovegetativo non dissociato dal crepuscolo della ragione.

“Le viene intorno un cane piccolo color crema”: alla femminilità si associa l’esser femmina e la maternità. Il “cane piccolo” rappresenta l’oggetto vivente dell’amore materno, la “traslazione” o lo “spostamento” del figlio. Il “color crema” evoca la pelle e il calore affettivo, le carezze e le premure materne.

Ma la maternità e l’amore materno subiscono una pesante frustrazione: il cane piccolo “poi sparisce in quel buio”. Sparire è un brutto “fantasma di morte”, condensa l’impossibilità affettiva e la drasticità della fine, l’angoscia depressiva della perdita e dell’abbandono materno. Così leggo nel mio personale dizionario dei simboli onirici. Il “fantasma di morte” è aggravato dal “buio”: dimensione psichica profonda e meccanismo di difesa dall’angoscia della “rimozione”, colpa e male, assenza di coscienza e di razionalità.

“Martina arriva a casa dei suoi e pensa a quel cane che è solo”: “ritorno del rimosso” e “riedizione del trauma”. La “rimozione” è il meccanismo principe di difesa dall’angoscia e funziona relegando nel “dimenticatoio” il materiale psichico ingestibile dall’”Io”. Il “ritorno del rimosso” è dovuto al mancato funzionamento della “rimozione” e al conseguente riemergere alla coscienza  del materiale, per l’appunto rimosso, insieme alle emozioni collegate. Martina aveva rimosso il trauma del piccolo “cane che è solo”, ma quest’ultimo riemerge con tutto il suo carico emotivo e si presenta in forma adeguatamente camuffata in sogno. Si deve ulteriormente rilevare la benefica funzione catartica del sogno.

Martina “allora torna lì dove lo aveva perso di vista.” E’ chiarissimo il “contenuto manifesto” e il “contenuto latente”: il trauma è tornato alla memoria e alla coscienza.

“E’ buio e la luna non c’è a farle chiaro.” Martina si trova in piena crisi perché non riesce a razionalizzare il trauma che le è piombato addosso senza avere avuto la possibilità di prepararsi per rielaborarlo. Il “buio” simboleggia l’assenza di coscienza razionale e la dimensione psichica cosiddetta inconscia. Il “buio” è piombato nella sua dimensione femminile:”la luna non c’è a farle chiaro”. Martina ha litigato con la sua “luna”, la sua femminilità, la sua femmina, la sua maternità. Si profila questo trauma nel passato di Martina e precisamente quando era figlia in famiglia.

“Martina non ha paura e continua a chiamare quel cane.” Martina persiste nel tentativo di assolvere il senso di colpa di aver abbandonato al suo destino di solitudine il “cane piccolo color crema”: riparazione del trauma in grazie all’istinto materno. L’assenza di paura attesta della rassegnazione legata a un’esperienza  vissuta, per cui Martina sa che non troverà il “cane piccolo color crema”, ma esprime il bisogno legato al suo universo desiderante e sempre nel tentativo di assolvere quella che vive come una colpa.

“Decide di chiudere gli occhi e di tornare a casa dei suoi, dal momento che la strada la conosce a memoria perché la faceva sempre da piccola.”

“Chiudere gli occhi” equivale a un disimpegno della coscienza, a un non voler vedere in faccia la realtà dei fatti, a una “rimozione” del trauma. “Tornare a casa dei suoi” equivale a rivisitare il luogo e il tempo del trauma, rafforzato dal fatto che la sua vita in famiglia la ricorda bene perché è stata vissuta intensamente nel bene e nel male.

Mi ripeto soltanto per confermare la funzione dei meccanismi psichici di difesa: il trauma è riemerso perché la “rimozione” non ha funzionato in riguardo a quel trauma. Quest’ultimo è stato scatenato da un evento fortuito o da un’associazione mentale e allora si è verificato il “ritorno del rimosso” con la rappresentazione o l’immagine del trauma e l’emozione collegata.

“Alla fine della strada di sassi Martina sente con le mani che davanti c’è una tenda e la sposta sempre con le mani.”

Alla fine del travaglio c’è il trauma nel simbolo della “tenda”: la madre e la maternità nella sua componente sacrale. Sentire e spostare con le mani la tenda attesta dell’istinto materno e della “rimozione”, entrambi esenti da riflessione razionale. Martina non ragiona, ma si emoziona sul tema della maternità e la rimanda, la dimentica pur sentendo la spinta pulsionale di natura organica e psichica.

“Non ha paura e si dice “sei arrivata” e si chiede cosa fosse quella tenda in mezzo a quella stradina di sassi.”

E’ tutto passato, l’esperienza è stata rivissuta in sogno e si può nuovamente comporre. Adesso Martina sa il significato profondo della” tenda”, la madre e la maternità, in rievocazione di quel travagliato momento della sua vita di adolescente.

 

Basta la frustrazione di una gravidanza o una mancata maternità per scatenare questo sogno. Basta che uomo e donna discutano sul tema della paternità e della maternità, perché si presenti il “fantasma” in riguardo all’essere stato figlio, il come uomo e donna si sono vissuti da bambini in seno alla famiglia. Esistono altri fattori più traumatici legati a esperienze drastiche che aspirano a essere considerati clinicamente. Il sogno di Martina attesta della delicatezza dell’argomento maternità nella psiche di una donna o meglio nella “borsa di una donna” come recita una canzone di musica leggera, non tanto leggera in questo caso.

 

La prognosi impone a Martina di considerare il “ritorno del rimosso” e di approfittare per un’adeguata e decisa presa di coscienza: razionalizzazione del trauma o della frustrazione. Il sogno è sempre un buon alleato perché non mente anche se racconta le storie in maniera camuffata per non angosciarci e farci dormire.

 

Il rischio psicopatologico si attesta nella variazione d’umore collegata al persistere del “ritorno del rimosso” e soprattutto nelle tensioni collegate e congelate a livello profondo, in quei settori della psiche che contengono tutti i vissuti che non si possono tenere nella dimensione cosciente. Queste tensioni in eccesso ritrovano il loro equilibrio turbato nella “conversione isterica” e nella “formazione di sintomi”. In ogni caso viene sensibilizzato anche il tratto depressivo della “formazione reattiva”, il carattere per la precisione. Martina non deve essere vittima della tirannia del “rimosso”.

 

Riflessioni metodologiche: un riepilogo sul meccanismo di difesa della “rimozione” è opportuno. Di poi, sintetizzerò il cosiddetto “istinto materno” e il significato psico-antropologico della “tenda”.

La “rimozione”è il meccanismo di difesa principe e nobile riscontrato da Freud nella sua pratica clinica come causa delle psiconevrosi isteriche e di poi elaborato per giustificare la cosiddetta scoperta dell’”Inconscio”. In realtà di “Inconscio” avevano parlato i filosofi sin dal tempo del greco Anassimandro a partire dal quinto secolo “ante Cristum natum”, del tedesco Leibniz e dell’ancora tedesco Shelling e di altri filosofi di varia nazionalità. Si distinguono tre livelli operativi.

La “rimozione primaria” è il residuo arcaico, individuale e collettivo, di rappresentazioni disturbanti non coscienti, come la “scena primitiva”, la “colpa” e la “seduzione”, che costituiscono di poi punti di fissazione per le rimozioni successive.

La vera “rimozione” consiste in un processo attivo dell’”Io” che mantiene fuori dalla coscienza le rappresentazioni inaccettabili per semplificare la vita corrente. La “rimozione” da parte dell’”Io” si attesta nel relegare a livello profondo rappresentazioni angoscianti. In quest’operazione di difesa  le istanze del “Super-Io” e dell’”Io” sono alleate nel disattivare la memoria da questi vissuti angoscianti inconciliabili e incompatibili con l’equilibrio psicofisico .

Il “ritorno del rimosso”, la fuga dalla “rimozione” delle rappresentazioni sottili e delicate, può essere utile e funzionale come nel sogno e nei fantasmi o imbarazzante come nei “lapsus” e nelle “paraprassie”, le false azioni, oppure può essere patologica come nei sintomi nevrotici che testimoniano del fallimento reale della “rimozione”. Al suo mancato funzionamento e al “ritorno del rimosso” si attribuiscono i fenomeni isterici, le inibizioni, le ossessioni e l’impoverimento psichico in generale. Il processo consiste nel disinvestimento delle rappresentazioni angoscianti e nel successivo controinvestimento dell’energia pulsionale disponibile in rappresentazioni autorizzate. Freud riteneva inizialmente che la “rimozione” fosse la causa dell’angoscia, di poi dimostrò che è l’angoscia a creare la “rimozione”.

Passiamo all’istinto materno. Può essere definito come la rappresentazione fantasmica della psicofisiologia genitale femminile, il modo di vivere la “libido genitale” e di sentire il corpo nel suo essere materno. Istinto materno è il complesso delle fantasie in riguardo al corpo, nello specifico l’apparato sessuale femminile, che di poi viene inquadrato e organizzato dalla mente. Tali vissuti si incamerano durante la “posizione edipica” e la “fase genitale” degli investimenti della “libido”, si fissano nell’identificazione nella madre e nell’acquisizione dell’identità femminile e si evolvono nell’adolescenza con la pubertà e la maturazione genitale.

Passiamo alla “tenda”. Il significato antropologico della “tenda” presso la cultura degli indiani americani, i cosiddetti “Pellerossa”, si attestava in una simbologia materna e in una forma di extraterritorialità. Chi, maschio ovviamente,  commetteva un reato e si rifugiava nella tenda della donna anziana della tribù non poteva essere catturato, perché il luogo godeva dell’impunità. Questa è memoria, perché la cultura dei Pellerossa è stata mirabilmente distrutta o relegata a coreografia turistica. In compenso ricordo che nella simbologia archetipale, universale e primaria, la “Madre” assolve le colpe dei figli in base al suo codice fusionale, al di là della “Legge del Padre” che invece condanna ed esige l’espiazione della colpa in base al suo codice dirimente.

Maestro nella decodificazione dei simboli universali e culturali è stato Karl Gustav Jung, collega di Freud e della prima psicoanalisi e di poi dissidente e fondatore della “Psicologia analitica”, semplicemente un grande per la sua vasta formazione e per la sua capacità di sintetizzare le varie conoscenze in una valida teoria. Senza il suo contributo oggi sapremmo poco sul fenomeno psicofisico del sogno. Invito a leggere il suo testo “L’uomo e i suoi simboli” per una prima introduzione alla “Psicologia analitica” e al tema del significato profondo dei sogni.

LA SESSUALITA’ FEMMINILE E IL SENSO DI COLPA

car-934056__180

“Nora sogna di trovarsi in auto con il suo uomo.

Sta guidando, ma non vede niente, né il volto, né la strada davanti.

Vede soltanto lo scorrere della strada lateralmente.

A un certo punto Nora vede il bagliore di due autovelox e pensa che pagherà una multa veramente salata.”

Il sogno di Nora tratta di una donna che vive bene la sua sessualità, ma non può fare a meno alla fine di colpevolizzarla. La sfera erotica rientra tra i sogni ricorrenti dell’universo femminile ed esiste una ragione ben precisa. Rispetto all’universo maschile la formazione psichica della donna in riguardo alla sessualità risente di fattori biologici, culturali e sociali più complessi. Esaminiamone alcuni. A livello biologico la donna è ricca di orologi finalizzati alla continuazione della Specie e con il rapporto sessuale è passibile di essere fecondata. La donna matura prima del maschio sempre a livello biologico e psicologico, ma anche a livello umano e culturale. La bambina è più giudiziosa e docile, si usa dire. A livello socioculturale in un recente passato la donna era ritenuta quasi un peso per la famiglia, dal momento che non aveva la forza di un maschio e quindi non era una valida forza lavoro. A livello culturale la donna sin da bambina è oggetto di pressioni educative e di vincoli sociali collegati a tradizionali pregiudizi. A livello psicologico, inoltre, la bambina è chiamata a evolversi con una buona duttilità anche a causa del fatto che il suo corpo si trasforma rapidamente in un corpo di donna. In quest’ultimo, pur tuttavia, abita ancora la psiche e la mente di un’adolescente e il rischio della deflorazione e della gravidanza. Inoltre la donna bambina è oggetto privilegiato delle insidie e delle violenze sessuali da parte degli adulti, dei pedofili, dei bruti. La complessità di questi fattori spiega come la donna  sia sottoposta con naturale superficialità a frustrazioni e a repressioni della “libido” da parte delle istituzioni rispetto al maschio. Ma convergiamo sul sogno alla ricerca di pezze giustificative di quanto affermato.

Il sogno di Nora esordisce con una situazione di fusione erotica: “in auto con il suo uomo”. “L’auto” rappresenta il sistema neurovegetativo e in particolare la sessualità con i suoi meccanismi neurofisiologici autonomi. Nora è in intimità con il suo uomo. Si profila la decodificazione di un sogno erotico molto frequente, gratificante e altamente emotivo al punto che l’eccitazione sessuale nel maschio e nella femmina si può manifestare nelle sue espressioni più alte: l’erezione e la lubrificazione, l’eiaculazione e l’orgasmo. Potenza vitale del sogno!

Nora “sta guidando”. L’iniziativa e la partecipazione nell’appagamento della “libido genitale” non mancano alla protagonista del sogno. Si attesta un facile coinvolgimento e una spedita sicurezza, oltre alla pulsione erotica e sessuale.

“Ma non vede niente, né il volto, né la strada davanti”. Il “vedere” rappresenta simbolicamente il “principio di realtà” e la “funzione razionale dell’Io”; di conseguenza, il non vedere “niente” comporta l’abbandono completo alle emozioni e alle pulsioni, nonché la caduta della vigilanza e dello spirito critico. Nora è in piena “trance” erotica, com’è giusto che sia in una corretta collocazione psicofisica introduttiva all’amplesso sessuale. Non vedere il volto del partner in sogno è particolarmente inquietante sia per chi sogna e sia per chi interpreta. Infatti si tratta di una censura onirica: viene impedita la visione perché non è stato possibile lo “spostamento” in un altro soggetto similare e per continuare a dormire. E allora di chi si tratta? Teoria psicoanalitica impone che si tratti delle figure genitoriali e in questo caso del padre. Ma bisogna essere anche elastici con i sogni e non ricorrere sempre al famigerato complesso di Edipo. Pur tuttavia, bisogna riconoscere che l’imprinting dei genitori nella vita sessuale dei figli è notevole, se non determinante. Del resto sono le figure che abbiamo frequentato quando eravamo innocenti, solo sensazioni e senza conoscenze. Progressivamente abbiamo sperimentato fisicamente e psicologicamente noi stessi attraverso le loro persone e abbiamo imparato a conoscere, a discernere, a rielaborare  e ad archiviare. La teoria impone che la matrice della nostra vita sessuale si colleghi al desiderio di loro, ma in questo sogno è preferibile riconoscere a Nora gli “occhi chiusi” durante l’abbandono alla vita dei sensi. Non è finita, perché Nora non vede “la strada davanti”. La strada è simbolo del percorso della vita e del cammino esistenziale, una soluzione attraverso il fare e un progetto da realizzare, l’avventura e la creatività sempre finalizzate alla realizzazione di un programma. Il guidare la macchina senza vedere la strada è pericolosissimo nella realtà, ma tanto diffuso e significativo nel sogno. Quando siamo particolarmente stressati dalla quotidianità banale e dagli impegni inautentici, quando non ascoltiamo i nostri bisogni cosiddetti materiali, quando sacrifichiamo la nostra vita sessuale in nome del lavoro e della conseguente stanchezza, ebbene, allora siamo pronti a sognare di guidare la macchina senza vedere la strada. Questa è la funzione importantissima del sogno di diagnosticare lo stato psicofisico e di indicare il ripristino dell’equilibrio nervoso e dell’armonia corpo-mente: la prognosi.

Nora “vede soltanto lo scorrere della strada lateralmente”. Nora è dentro la macchina con il suo uomo, Nora è in intimità e la visione laterale si spiega con la postura dell’amplesso, così come il non vedere nulla si spiega con gli occhi chiusi durante il suddetto amplesso. Il sogno non mente e addirittura ci suggerisce le posizioni assunte dagli attori protagonisti nel teatro dei sensi. Lo “scorrere” condensa l’evoluzione vitale, lo slancio pulsionale dell’istinto.

Fin qui tutto è ok! Gli amanti sono in pieno trasporto erotico ed esaltano misticamente il dio Eros, ma ecco che arriva l’inghippo. Nora “vede il bagliore di due autovelox  e pensa che pagherà una multa veramente salata” ai vigili che a suo tempo ha messo dentro di lei. Subentra l’istanza psichica del “Super-Io” a ridimensionare, se non a bloccare, il trasporto dei sensi e l’abbandono al piacere. Il senso di colpa é legato alla censura morale, al rispetto della norma, all’adempimento del dovere, all’infrazione dei dettami vigenti nella società, alla paura del peccato legato all’insegnamento religioso che esige castità e verginità, alla sessuofobia imperante nella società mediterranea in riguardo alla figura femminile e al ruolo della donna, figura e ruolo che oscillano tra la soccombenza al maschio e la perversa provocazione. Una bambina che diventa adolescente spesso riceve questi messaggi malevoli e infami dai genitori in primo luogo e guarda caso nel sogno di Nora gli autovelox sono due. Del resto, il “Super-Io” si sviluppa dai cinque anni in poi ed è collegato alla figura paterna, per cui Nora rievoca gli insegnamenti del padre e i divieti da lui imposti nell’economia psichica familiare e da lei naturalmente introiettati in maniera più o meno rigida. Nora pensa con la sua dimensione bambina che “pagherà una multa veramente salata” perché ha fatto gli atti impuri, quegli atti moralmente vietati perché permeati di fornicazione. La “multa” è simbolo dell’espiazione della colpa e sarà veramente pesante. Povera Nora! Era partita bene con la sua libera iniziativa e il suo abbandono all’istinto e al desiderio, ma ha rischiato di concludere male o quanto meno è stata disturbata dai retaggi moralistici familiari, dai pregiudizi sociali e dalle remore religiose. Questo è il prezzo che si paga all’evoluzione della “libido” nella cultura mediterranea aliena ai diritti del corpo, propensa ai diritti dello spirito, interessata ai privilegi culturali. Ma ci sono prezzi più tragici nella società contemporanea che la donna è costretta a pagare. In questi settori siamo ancora nella preistoria della civiltà e neanche agli albori. E’ opportuno ascoltare come consolazione “Imagine” di John Lennon.

La prognosi è fausta e suggerisce a Nora di ridurre le esigenze morali in contesti di per se stessi naturali e gratificanti, di liberarsi dagli insegnamenti familiari che riportano al passato e che non servono al presente, di prepararsi un futuro affermativo.

Il rischio psicopatologico si attesta nel fomentare il Super-Io con una serie di doveri morali e nel ridurre la libera espressione delle pulsioni sessuali con grave danno per l’equilibrio psicofisico e con la conseguente conversione della “libido” repressa in sintomi psicosomatici.

Riflessioni metodologiche: il sogno di Nora induce a rispolverare la mitica  colpevolizzazione culturale della donna e all’uopo riesumo Lilith. Nella cultura mesopotamica Lilith era il demone della tempesta, nella cultura ebraica era la prima donna e la prima compagna di Adamo. E’ presente nella prima formulazione del Genesi, di poi definito Antigenesi. Quindi, la prima donna di Adamo non è stata Eva, ma Lilith. Quest’ultima fu espulsa dal giardino di Eden e relegata a principio del male per il semplice motivo che aveva preteso durante il coito di stare sopra Adamo. Lilith non voleva stare sotto. La simbologia del “sopra” e del “sotto” impone la decodificazione del rifiuto di Lilith di soccombere al maschio e alla sua cultura. Lilith contesta il potere sessuale di Adamo e il primato culturale maschile che impone alla donna di stare sotto e non sopra: discuterne non è dato. Quant’è viva ancora oggi Lilith e quant’è moderno il suo insegnamento! Dio ascoltò Adamo e lo liberò dalla sofferenza preparando per lui e per le sue necessità psicofisiche Eva, una donna docile e fatta “ad hoc”:”questa è finalmente osso delle mie ossa, carne della mia carne, questa sarà chiamata donna perché dall’uomo questa è stata tratta.”  Lilith restò l’ambiguo malanno dell’uomo, un oggetto di amore e di odio, di desiderio e di ribrezzo, di attrazione e di repulsione. Lilith fu criminalizzata e destinata a rappresentare il leader delle divinità femminili maligne e infernali; di poi vennero le Erinni, le Furie, le sirene, le streghe, la “parte negativa della donna”, l’oggetto parziale persecutorio, la sessualità perversa che distrugge il maschio. Il resto va da sé.