SCRIVE LA MAESTRA ALESSANDRA

In relazione a I COMPITI SCOLASTICI IN TEMPO DI CORONAVIRUS

Caro dottor Vallone, non potevo non inoltrarle questo mio scritto, dopo aver letto l’articolo in oggetto.

Non voglio, tuttavia, commentare la sua puntuale analisi del caso effettuata da una prospettiva psicologica, ma voglio soffermarmi sulla frase ” SONO SEMPRE ANNOIATI E NON FANNO I COMPITI CHE TRAMITE WHATSAPP.”

Come Lei sa, sono un’ insegnante di Scuola Primaria cui stanno a cuore i bambini e, prima del loro apprendimento, il loro benessere psicofisico.

Sempre molto attenta, quindi, a creare ambienti di apprendimento motivanti in classe, cerco di essere altrettanto attenta a farlo anche a distanza. Con le mie colleghe e, senz’altro,anche grazie alla tecnologia cui non ho disdegnato di approcciarmi pur di rendere più bello ciò che andiamo a presentare, stiamo avendo un feedbak più che positivo: i bambini si dicono curiosi di vedere cosa presenteremo ancora, e i genitori, pur con le loro difficoltà, apprezzano il nostro lavoro.

In cosa consiste questo lavoro?

Certamente inviamo schede di rinforzo e approfondimento, ma confezioniamo anche dei video o degli audio per spiegare cose nuove e ripassare cose vecchie, video per cantare insieme, video per dare spunti creativi, padlet perché i bambini mettano in mostra i loro elaborati creativi in modo che li possano vedere i compagni e avere i loro commenti… allacciamo conversazioni via chat, tramite la piattaforma didattica o con whatsapp per chi è disagiato… Cerchiamo, in pratica, di mantenere, anche a distanza, una dimensione di gruppo.

Non un lamento… anzi grande partecipazione attiva dei bambini… e dei genitori che ci dicono grazie per il lavoro a distanza e per l’impegno produttivo e piacevole che diamo ai loro figli.

Tutto questo per dire che anche la scuola può essere il riempitivo giusto, senza far cader nella noia questi nostri preziosi bambini.

Un caloroso saluto da una sempre “motivata” maestra Alessandra anche in tempo di coronavirus.

I COMPITI SCOLASTICI NEL TEMPO DEL CORONAVIRUS

Gentile dottore,

la ringrazio per questa opportunità e le pongo subito il problema dei compiti da fare in casa. Ho due figli di dieci e di otto anni. Sono sempre annoiati e non fanno i compiti che tramite warzapp vengono comunicati. Come mi devo comportare e cosa devo pensare di questo loro comportamento? Mi risponda presto, perché per me è un grosso problema. Mio marito dice che poi passa. Viviamo in una casa di ottanta metri quadrati e stare insieme è diventato pesante.

Grazie ancora da Maria della provincia di Udine.

Cara Maria,

il problema principale è la salute psicofisica di tutti voi, genitori e figli, collaborativi e appartati, preoccupati e fatalisti. Siete chiamati a inventare di volta in volta come si può stare insieme in uno spazio ridotto e per un giorno intero e poi anche per quello che verrà, fino alla liberazione dalla costrizione fisica e dall’incubo dell’infezione. Bisogna stimolare la creatività e mettere in moto l’intelligenza operativa collettiva, la furbizia della famiglia, la somma delle vostre intuizioni valide per una buona convivenza.

Come si fa?

Tu hai visto che ognuno di voi ha trovato il suo posto e il suo ruolo, che insieme svolgete con piacere i riti quotidiani come la colazione, il pranzo e la cena, (lo scambio simbolico degli affetti tramite la condivisione del cibo), come la fruizione di un programma televisivo o la partitella a scopa o a tressette, a ramino o a burraco, o addirittura la lunga avventura del monopoli. Anche andare a dormire è un rito naturale e gradevole. L’andamento logistico della giornata sembra essere lo stesso di prima e di sempre, ma nel tempo del coronavirus acquista note diverse proprio perché la Vita è chiamata in causa in prima persona e il corpo rischia il contagio. Si vive con la spada invisibile di Damocle sulla testa. Tutti sappiamo che si è in pericolo e tutti reagiamo secondo la nostra formazione e organizzazione psichiche. In questo si è tutti originali e per questo motivo è necessario comprendersi e tollerarsi, amalgamarsi ed essere duttili. La tolleranza è la virtù sociale per eccellenza, è necessaria per la convivenza e per la civiltà ed è la condizione della libertà possibile. La duttilità è la virtù psichica necessaria in questi frangenti clinici di sofferenza. Il sentimento d’amore si veicola e si manifesta con queste virtù, la tolleranza e la duttilità. Sapere cosa succede a livello psichico in queste dinamiche individuali e sociali aiuta notevolmente a superare le difficoltà, le incomprensioni e le fatiche.

Cosa si scatena in questa convivenza forzata a livello di Psiche in tutti noi?

Soprattutto, cosa si scatena nei ragazzi, sempre in questo famigerato livello?

La clausura e la costrizione rientrano nella gestione del nostro “Super-Io”, l’istanza psichica che regola i divieti, le proibizioni, le imposizioni, le norme, tutto quel materiale psichico e sociale che sa di legge e di dovere, di limite alla potenza e all’onnipotenza. La dimensione psichica del “Super-Io” viene messa a dura prova in questa emergenza individuale e collettiva. Ognuno di noi, cara Maria, reagisce con la personale sensibilità al divieto, la propria tolleranza o intolleranza alle limitazioni e alle imposizioni. L’istanza “Super-Io” è coordinata dalla vigilanza razionale e realistica dell’Io e deve essere sempre tenuta sotto controllo dalle funzioni logiche, pena la soccombenza al peso del dovere o al bisogno del rifiuto della norma. In ogni caso non deve andare mai in crisi la funzione dell’Io che mette in equilibrio le spinte delle pulsioni e dei bisogni e le controspinte delle limitazioni e delle repressioni. Tutti indistintamente abbiamo a che fare con il nostro “Super-Io” e con la sua elasticità: quanto più duttile e diplomatico è, meglio si sopportano le congiunture limitanti e impositive. In questo drammatico presente storico e culturale la Psiche individuale e collettiva si deve attenere alle prescrizioni legislative semplicemente perché il fine della sopravvivenza supera qualitativamente qualsiasi ribellione alle imposizioni del “Super-Io” collettivo condensato nella Legge.

In questo drammatico contesto psicosociale la scuola può attendere dal momento che non è la priorità individuale e collettiva. Non bisogna sminuire il suo ruolo formativo, ma non bisogna amplificare la negligenza dei ragazzi nel fare i compiti assegnati per via telematica. Non si può fare buona scuola in questo modo anche perché manca il giusto rodaggio per questo cambiamento repentino della metodologia didattica. In questo assedio del coronavirus si può tappare un buco, ma quando la nave affonda servono i salvagenti e le scialuppe di salvataggio. L’essere chiusi in casa viene anche vissuto come una costrizione logorante per il blocco delle energie psicofisiche che comporta. Ognuno di noi si trascina dietro un peso e non sempre è confortato dalla necessità di reagire alla minaccia del nemico esterno. Non sempre le persone che trasgrediscono ai divieti delle leggi sono dei delinquenti o dei menefreghisti, spesso accusano i sintomi della claustrofobia, spesso reagiscono all’angoscia dell’inanimazione e dell’indeterminato psichico. Il Governo deve tener conto che il Popolo deve essere sempre motivato all’obbedienza per un fine superiore, ma deve calcolare che non lo si può trattenere per lungo tempo in angusti confini. L’iter psicosociale della tolleranza attraversa delle fasi ben precise e sul cui svolgimento ritornerò in un prossimo articolo.

Dopo i virologi saranno di turno gli psicologi, dopo che la paura di contagio e di morte sarà debellata nella realtà, toccherà alla Psicologia e alla Psicoterapia. A quel punto si spera che le angosce collegate a questa tragica esperienza siano di poco spessore, altrimenti la Psicoterapia sarà necessaria per il benessere della gente, per il ripristino degli equilibri psicofisici fortemente turbati. Dopo l’emergenza logistica si profilerà una emergenza più sottile e delicata, quella psichica. Finché la minaccia di contagio e di morte sarà forte e viva, la Psiche controllerà l’emersione dalla dimensione profonda dei nuclei delicati che tutti abbiamo elaborato e che ci hanno formato. Quando si allenteranno i cordoni della vigilanza, perché subentrerà la tanto auspicata normalità, la Psiche individuale e collettiva reagirà nel bene e nel male e allora sarà importante curare l’anima.

Mai paura, perché i disagi psichici non sono ignoti, come le azioni nefaste del coronavirus, e sono risolvibili.

In tanta disgrazia almeno questo ci consola.

SCRIVE MAMMA LIMPIDA…

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“Caro Salvatore,

Geg ha sette anni e da settembre frequenta la prima elementare: compagni nuovi, tutti i giorni fino alle sedici e il sabato a casa. E’ sempre andato volentieri a scuola senza manifestare malesseri di alcun tipo. Si è integrato bene, le maestre sono contente di lui, è buono e bravo, è sempre gentile con gli altri bambini.”

Analizzo questa lettera di mamma Limpida passo dopo passo, vista l’universalità dei temi trattati e l’utilità per le quotidiane relazioni “padri-madri- figli”. Innanzitutto dico e affermo: averne di bambini, meglio ragazzini, come Geg!  E’ quasi perfetto nella sua normalità specifica e nell’esordio descrittivo della sua mamma. Soprattutto “è sempre andato volentieri a scuola senza manifestare malesseri di alcun tipo.” E’ un primogenito di buona razza e sa ben inserirsi nel gruppo; del resto, ha dovuto adattarsi sin dalla tenera età al fratellino e la famiglia non gli ha risparmiato giustamente le relazioni sociali. Bene, anzi benissimo! I bambini devono vivere in mezzo alla gente e non isolati in una gabbia d’oro o in una casa tecnologica: servono il popolo e la dimora. Geg non somatizza disagi psichici profondi, né tanto meno disturbi di poco spessore: questo è importantissimo! Ripeto: se un bambino regredisce e somatizza, è da considerare in maniera adeguata perché non sta bene e non sta crescendo bene, sta accusando una disarmonia evolutiva negli investimenti della sua energia vitale, tecnicamente detta “libido”, e sta formando il carattere in maniera fortemente conflittuale. In questo caso e soltanto in questo caso è doveroso preoccuparsi “clinicamente” della salute psichica dei figli. Per il resto bisogna sempre lasciarli liberi di vivere i loro giusti conflitti e di formare il loro necessario carattere. Quest’ultimo si forma e non si eredita. Di psicologico non ereditiamo alcunché! Quindi, affermazioni del tipo “mio figlio mi somiglia nel carattere o somiglia a …” sono del tutto generiche e soggettive, non hanno alcun riscontro scientifico perché la “psiche” non è inscritta nel DNA. Procediamo: “le maestre sono contente di lui”. Sulle nobili e mai adeguatamente valutate figure delle maestre bisogna dire che per i bambini rappresentano il prolungamento sociale della figura materna e della figura paterna, in quanto essi proiettano su di loro i tratti psichici che hanno già conosciuto e sperimentato nei genitori. E’ anche vero che, a volte, le maestre esagerano nelle valutazioni psicologiche dei bambini, ma non dimentichiamo che la scuola primaria italiana è altamente qualificata ed è sicuramente la migliore almeno in Europa. Concludendo questa prima parte, è giusto affermare che Geg “è buono e bravo, è sempre gentile con gli altri bambini.” La parola va ancora a mamma Limpida.

“Per me è stata duretta abituarmi ad aiutarlo a fare i compiti per casa durante il fine settimana, perché richiede tanta pazienza e tanto tempo e riconosco che a volte sono nervosa e poco carina con lui. Poi con calma recupero e sono più paziente e meno pressante. L’ho lasciato abbastanza libero di gestirsi nel limite del possibile e soprattutto non l’ho minacciato e tanto meno terrorizzato.

Sia lode alla mamma! Limpida è consapevole di non essere nata madre e di non essere stata educata a tale arduo compito. Ha soltanto sperimentato in primo luogo la sua mamma e si è fatta un’idea della figura materna in base al “criterio del meglio” e abbandonando in parte il “criterio della Nutella”. Limpida ha vendemmiato dalla sua esperienza di figlia le “parti migliori” di sua madre, le ha assimilate e le mette in atto con i suoi figli. Le “parti negative”, quelle che non ha gradito e condiviso, le ha lasciate alla sua augusta genitrice e alla sua cultura. Il “criterio della Nutella” si attesta nell’ereditarietà della crema da spalmare senza alcun cambiamento degli ingredienti e soltanto nel cambiamento delle generazioni: “la nonna la dava alla mamma, la mamma la dava a me e io la darò ai miei figli”. La libera e proficua evoluzione del costume genitoriale si attesta nel conservare il “meglio educativo” e nel sostituire il “peggio educativo” con il proprio “meglio”. Limpida ha ripreso a fare i compiti dalla parte opposta del suo essere stata scolara e senza essere maestra, ma essendo tanto di più e di più complicato, l’essere “mater et magistra”. Notevole la consapevolezza dei suoi limiti e la disponibilità a imparare per amore dei figli. E poi vogliamo trascurare l’educazione all’autonomia “nei limiti del possibile”? Ma, il capolavoro educativo di Limpida è costituito dall’assenza di minacce e tanto meno di terrore, di ricatti e di manovre colpevolizzanti. E’ importantissimo per il futuro equilibrio del bambino non indurre sensi di colpa. Già di suo il bambino non si esime dal colpevolizzarsi per le scelte d’investimento della sua “libido” durante il periodo critico della formazione del suo carattere, se poi ci mettiamo anche la mamma che gli grida “tu sei cattivo e mi farai morire”, il pasticciaccio è benfatto e quasi completo. Fin qui mamma Limpida è ineccepibile e ammirevole per la consapevolezza del suo ruolo nel presente e soprattutto nel futuro prossimo. Non ci resta che procedere nella speranza d’incontrare qualche problema e qualche conflitto in Geg. Scrive ancora mamma Limpida.

“Tutto è andato bene fino a due settimane fa. Geg è venuto a casa con una nota della maestra perché aveva dato un pugno a un bambino, che tra l’altro è un suo amichetto. Gli ho parlato senza fargli pesare troppo la cosa. Lunedì aveva verifica d’inglese e si è messo a copiare e la maestra si è accorta. Aveva anche una poesia da imparare e non l’ha studiata. Io non lo sapevo, ma l’ho scoperto stamattina da un’altra mamma, altrimenti non avrei saputo niente. Per il resto Geg ha buoni voti, anche se per lui non è mai il momento giusto per fare i compiti. Fino a questo punto il capitolo scuola.”

Geg mi piace tanto, ma veramente tanto. A sette anni comincia a realizzare la sua aggressività con un pugno di bambino dato a un altro bambino, oltretutto amichetto a conferma che l’aggressività non guarda in faccia nessuno e tanto meno i familiari e gli affini. Geg avrebbe voluto dare questo pugno al fratellino impiccione che gli ha tolto il primato affettivo in famiglia o al padre che gli è di ostacolo nella relazione e gestione della madre. L’aggressività nel bambino non deve raggiungere i livelli di guardia, limiti che si possono fissare nella pulsione sadica fine a se stessa. Ossia, se ci si accorge che il bambino ha un gusto della violenza fisica, allora s’interviene e si corregge. Ad esempio, se un bambino scortica una lucertola, ebbene sì, preoccupiamoci! Ma chi non ha dato un pugno a un compagno di scuola, specialmente se provocato? Mamma Limpida parla con Geg e non induce sensi di colpa. Ottimo! Ancora. Copiare una verifica è un capolavoro. Geg si sta addestrando alla vita futura e alla giusta difesa di sé, come ha imparato a casa anche a causa del fratellino. Bisogna favorire nel bambino l’intelligenza operativa, la “truffa sociale”, perché questa è la vera intelligenza, quella che serve nell’esercizio del vivere, e non quella astratta e teorica. Propongo un premio a Geg  perché ha copiato e alla mamma e alla maestra perché non l‘hanno colpevolizzato. Il bambino è “di sinistra”, tendenzialmente in ebollizione e rivoluzionario, e spesso gli adulti si sono dimenticati il loro essere stati bambini e sono diventati moralisti e bacchettoni. Geg è assolutamente normale nel suo essere se stesso e sta crescendo bene. Arriviamo alle poesie da imparare a memoria, quelle che fanno odiare a vita la letteratura. Geg non l’ha imparata e non l’ha detto alla mamma. Limpida deve imparare a rispettare la “privacy” del figlio. Ogni bambino deve avere un mondo di cose per sé e può anche non condividerle. I genitori devono avere la giusta discrezione e il doveroso rispetto e non devono fomentare sensi di colpa per l’esclusione della mamma o del papà. Bisogna sempre favorire l‘emancipazione anche perché in questo momento della sua vita Geg è alle prese con altri conflitti ben più importanti, quelli legati alla formazione del carattere e nello specifico il complesso di Edipo e il “sentimento della rivalità fraterna”. Geg è promosso a pieni voti, fino a questo punto, dal sottoscritto, che è stato anche insegnante per quarant’anni, soprattutto perché non vive di scuola e sa districarsi da solo nelle vicissitudini personali e relazionali. Procediamo sempre nella ricerca di un conflitto evidente e consistente nella psiche di Geg e sempre secondo la versione di mamma Limpida.

“Verso fine anno ha iniziato a essere insofferente in casa. Si annoia e non sa cosa fare, si stanca facilmente delle cose che fa. Il suo maggior desiderio è quello di andare dal nonno e stare a lavorare nei campi con lui. Il padre è un po’ geloso di questa cosa, perché la vive forse come se non volesse stare con lui.”

Finalmente si profila un problema, un problema serio: la “noia”. Cari genitori, quando vostro figlio vi dice che si annoia, cominciate a preoccuparvi e non sottovalutate quello che vi sta dicendo, perché è l’accusa di un disagio e la precisa richiesta di aiuto. La parola “noia” deriva dal greco “nous” che significa “mente”. Consegue che “noia” è la degenerazione di una delle funzioni della “mente” e nello specifico della dimensione del “desiderio”. Un bambino che accusa la “noia”, non solo non ha desideri, ma soprattutto non desidera. Geg sta vivendo il conflitto edipico con i genitori e il conflitto affettivo con il fratello. Ben venga la scelta di andare dal nonno, avendo capito l’importanza psichica del nonno e della nonna e il bisogno di Geg di spostare l’angoscia edipica dal padre, vissuto come un nemico cattivo che punisce, al nonno, il padre buono che rassicura e insegna soprattutto l’amore verso la natura. Bisogna favorire la terapia che Geg ha scelto per sé: viversi con il nonno amando, giocando e imparando. La formazione del carattere sta avvenendo e la figura del nonno consente possibilità d’identificazione in una figura maschile che coltiva passioni e ha tanto da dire e tanto da dare. Il padre non ha nessun motivo di essere geloso, anzi deve favorire e non proibire la terapia scelta dal figlio e deve intervenire proponendosi come padre allettante e non contro il nonno. Ecco cosa dice Geg alla nonna a  conferma del problema edipico e della rivalità fraterna.

“Geg ha raccontato alla nonna che il padre fa preferenze verso Gig. La cosa è un po’ vera. Gig ha un altro carattere e non si lamenta mai. Il padre ama i suoi bambini e loro vengono prima di tutto, però nei confronti di Geg è più severo, lo rimprovera e vorrebbe che fosse più docile. Ma Geg non lo è! Geg cerca tanto la complicità del padre, lo istiga, lo fa arrabbiare e poi va a farsi coccolare, però quando il padre gli propone di stare insieme lui, preferisce andare dal nonno.”

Gig ha un carattere diverso semplicemente perché i vissuti sullo stesso oggetto non possono essere identici: due caratteri identici non esistono neanche nei gemelli monozigotici. Anche Gig si sta formando e ha i suoi conflitti con il padre, con la madre, con il fratello e anche con il gatto di casa, ma al momento non si evidenziano in maniera teatrale perché Gig li elabora e li contiene usando meccanismi di difesa diversi rispetto al fratello Geg. Il padre è bravo, ma è severo con il figlio che in questo momento è in aperto conflitto con lui. All’incontrario deve essere suadente con Geg, il quale a sua volta non può essere docile con il padre perché la competizione è l’unica arma che in questo momento della sua vita la sua psiche concepisce. Il padre non deve punire e tanto meno colpevolizzare il figlio. La provocazione di Geg nei confronti del padre ha la finalità di constatare il legame affettivo di quest’ultimo nei suoi confronti. Meno male che c’è il sostituto del padre, il nonno venerando. Si vede chiaramente la psicodinamica edipica di Geg. Padre e figlio vivono la stessa psicodinamica in maniera diversa, uno come rifiuto da parte del figlio e l’altro come cattiveria del padre nei suoi confronti.

“Il padre lo punisce a volte vietandogli di andare dal nonno. Gli ho detto che secondo me è sbagliato e non ottiene niente, anzi peggiora la situazione. Dovrà essere Geg a decidere la domenica di star con noi e non con il nonno.
Ho parlato con Geg e ha detto che io non faccio preferenze, ma il papà sì.
Non pensavo fosse così difficile il ruolo dei genitori. Mi devo impegnare a essere più paziente, ma a volte la sera mi snerva perché non vuole fare niente di quello che gli dico. Come faccio? Non posso lasciargli fare quello che vuole! Grazie di tutto, intanto e aspetto i tuoi buoni consigli. Cordialità da mamma Limpida”

Sbagliatissimo e dannosissimo impedire al figlio l’esercizio degli affetti per motivi di gelosia da parte del padre. All’incontrario bisogna favorire la vita affettiva per dare a Geg la sicurezza dei suoi investimenti di “libido”, se vogliamo evitare che da adulto sia bloccato nell’espressione dei suoi sentimenti e nell’offerta erotica del suo corpo. Le preferenze sono il tema della rivalità fraterna. Geg sta dicendo che suo fratello è più amato di lui da parte del padre e che deve identificarsi nel padre, ma viene respinto e Geg provoca e, invece di un alleato amico e complice, si trova un padre che lo punisce confermando il senso di colpa di Geg e istigando in lui la conseguente espiazione. Certo che non bisogna consentire ai figli di fare quello che vogliono e i figli stessi non chiedono questo e non sarebbero capaci di chiedere e di fare questo. Bisogna ascoltarli, individuare il problema e agire sul conflitto nella maniera migliore. In questo caso il padre deve fare alleanza con il figlio due volte, una per il complesso di Edipo e l’altra per la rivalità fraterna, dimostrando a Geg che ha esagerato, che tutti stiamo bene in famiglia al posto giusto e facendo vedere i vantaggi dell’esser tanti e solidali. L’ostinazione di Geg conferma che il padre, non ha assunto la strategia giusta, perché è entrato in conflitto con il figlio e non l’ha capito. Ma la lettera di mamma Limpida non è finita.

 

“P.S. Mi sono dimenticata di dirti del peso. Geg ha sempre fame, mangerebbe sempre, anche per noia secondo me. Gig mangia poco e devo stare attenta a stimolarlo perché altrimenti non ha appetito. Geg è la mia fotocopia caratterialmente, forse per questo riesco a capirlo meglio del padre.

Anche con il peso non vorrei stressarlo troppo. Il padre, a volte, l’offende e gli dice che a dieci anni peserà più di un quintale. Aiutooooo!”

 

Se Geg ha sempre fame, sta chiedendo qualcosa di altro attraverso il cibo, una dose psichica maggiore di mamma e papà, un’attenuazione della conflittualità familiare, una comprensione a modo di avvolgimento psichico e di abbraccio fisico. Per il momento non ha gli strumenti psichici per fare da sé, quindi, cari genitori muovetevi con l’ascolto, con l’accudimento, con il nonno e fate in modo che possa tanto desiderare. Come si fa per farlo tanto desiderare? Non assillatelo con problemi banali e perbenistici, lasciatelo libero di scegliere il suo divertimento, lasciatelo fantasticare, lasciate che sorgano i bisogni legati al suo progressivo conoscersi e non siate impiccioni; soprattutto! Cosa vi chiede vostro figlio per stare e per crescere bene? Vi chiede di comunicare attraverso i sensi e di esaltarli: guardami, ascoltami, baciami, toccami, abbracciami, accarezzami. Il mio testo “Ma cosa sognano i bambini” sarà un ausilio psicopedagogico ogni qualvolta dialogherete con vostro figlio sul tema “cosa hai sognato stanotte”?