LA CARTA DI CREDITO E L’UCCELLO DISPETTOSO

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Ho sognato di aver perso sul marciapiede la carta di credito.
Mi giro, la vedo, voglio recuperarla, ma non riesco a correre e a raggiungerla e un uccello, un merlo o un corvo, la prende e la appoggia sul cornicione della casa di un mio collega.
Prendo una scala per recuperarla, ma il volatile se la riprende e la porta via.
Lo seguo con lo sguardo correndo e vedo che si posa sul ramo di un albero.
A quel punto mi arrendo e la considero persa.”

Questo e così ha sognato Valerio.

DECODIFICAZIONE – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Il sogno di Valerio introduce la modernità elettronica della carta di credito in degna sostituzione di quello che nel recente passato era il denaro contante in carta e in metallo.
Nonostante l’innovazione il simbolo permane.
Trattasi della “traslazione” del potere in riguardo alla capacità d’investimento della “libido genitale”, la vita e la vitalità sessuale nel caso specifico.
La vita di un uomo è costellata dalle gioie e dai dolori procurati dalla dimensione psicofisica neurovegetativa, sessuale nel nostro caso. Proprio perché gestita dal “sistema nervoso involontario” e basata sulle pulsioni organiche definite sinteticamente “istinto” e rappresentate dall’istanza psichica “Es”, l’esercizio della sessualità è particolarmente delicato nelle sue manifestazioni più umane e intime, oltre che sensibile alle suggestioni personali e agli stimoli più originali. La sessualità risente naturalmente degli umori e degli ormoni, così come delle emozioni e delle relazioni. Tante sono le definizioni che sintetizzano questo segnale di attrazione e questo effetto spontaneo: “farfalline nello stomaco”, tuffo al cuore”, mi fai sangue”, “perdo la testa” e altro.
La vita sessuale risente anche dei disagi esistenziali e delle contingenze più imprevedibili, evidenzia e diagnostica la disarmonia psicofisica in atto in ogni persona che soffre di altro e di tanto.
Di poi, bisogna considerare che viviamo in una cultura a matrice sessuofobica, nonostante le apparenze effimere del progresso civile e giuridico. La peccaminosità, più o meno mortale, viene istillata dalle religioni imperanti e dalle politiche bacchettone al punto che ancora nel nostro Belpaese non si insegna un materia scolastica che evochi in qualche modo l’educazione al rispetto del corpo e nello specifico alla vita sessuale. Alla sessuofobia si aggiunge, in completamento del corredo dei disvalori, l’omofobia, lo stupro, la pedofilia, la strage delle donne e tutte le altre manifestazioni, più o meno sottili, di violenza psicofisica. Nel nostro tempo anche le associazioni umanitarie e non governative barattano il pacco dei viveri con la moneta sessuale e da qualche giorno si può anche sparare sulla “croce rossa”. Tralasciamo quei pochi medici senza frontiere che lavorano in maniera non ortodossa. Saranno pochi casi, ma confermano che la bestia sessuale esorcizzata prima o poi traligna nel male demoniaco in assenza di una buona consapevolezza.
Il titolo del sogno di Valerio evidenzia i due protagonisti, la carta di credito e l’uccello dispettoso, la vita sessuale maschile e i capricci dell’organo in questione, le suggestioni e i fantasmi sul tema. E’ opportuno precisare che la vita sessuale è ballerina di per se stessa e che le prestazioni sessuali non sono mai identiche: la stereotipia sessuale è impedita dagli umori e dalla creatività dell’istinto. Se poi aggiungiamo le paure della gravidanza e le ansie del compito, il quadro si complica malignamente verso l’insuccesso a tutti i livelli.
Del resto, se si era partiti male, si doveva concludere peggio. Ai fantasmi personali, necessari per la “formazione psichica reattiva”, si aggiungono gli ostacoli culturali.
Ancora bisogna aggiungere che la sessualità “genitale” maschile abbisogna per la penetrazione vaginale di un’erezione adeguata, un evento psicofisico che si ottiene anche grazie alla componente aggressiva naturale. Il desiderio maschile comporta il coraggio dell’uso di un organo che di per stesso ha prodotto e contiene “fantasmi” di varia natura e di rara qualità. La vita sessuale maschile è più semplice e meno variegata di quella femminile, ma può tralignare nei classici disturbi della “caduta della libido”, la caduta della potenza, l’eiaculazione precoce, l’eiaculazione ritardata, l’eiaculazione assente.
Meriterebbero ampia analisi queste difficoltà sessuali, diffuse al punto che rientrano nella normalità di ogni uomo, ma è opportuno convergere sul titolo del sogno di Valerio. La “carta di credito” traduce simbolicamente la potenza sessuale, mentre “l’uccello dispettoso” trasla i capricci del pene: la virilità in versione depressiva.
Capita anche questa evoluzione nel cammino dell’esistenza e come tutte le evoluzioni comporta la crisi.
Procedere nella decodificazione sarà interessante per il “corpo-mente” maschile e femminile.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Ho sognato di aver perso sul marciapiede la carta di credito.”

Valerio esordisce in sogno ponendo direttamente un “fantasma depressivo di perdita” ed esibisce la caduta del potere sessuale, nonché un momento della sua vita particolarmente problematico e contraddistinto da vissuti non facili e distorti.
I simboli confermano questa tesi.
“Aver perso” va da sé perché il simbolo depressivo della perdita coincide con il significato logico del concetto. Valerio sta spolverando il suo “fantasma depressivo”, elaborato e incamerato sin dalla prima infanzia in riguardo alla figura materna sotto forma di abbandono e, di poi, traslato in tutte le esperienze di perdita con le dovute variazioni sul tema. Ribadisco la precocità della formazione dei “fantasmi”: modalità di pensiero dell’infanzia e organizzazione delle esperienze vissute. L’istanza psichica pulsionale “Es” è deputata alla vita e alla vitalità dei “fantasmi” in età minore e in età adulta.
Il “marciapiede” è notoriamente il simbolo della caduta della qualità della vita in espresso riguardo alle esperienze vissute. Include una valutazione morale e l’azione censoria dell’istanza “Super-Io”: la miseria morale. Il “marciapiede” dà il senso del calpestio e dello sporco, del disprezzo e della colpa. Sul “marciapiede” si consumano tragedie e farse, trasgressioni ed emarginazioni.
“La carta di credito” condensa nella sua modernità tecnica e culturale le vecchie banconote e l’antiquato denaro metallico. La Psiche si adegua a quella modernità alla cui formazione contribuisce con le scoperte. Gli ingegneri elettronici sono stati dei bambini fantasiosi prima di essere degli indispensabili tecnici, nonché i nuovi benefattori dell’umanità. La “carta di credito” si traduce nel potere erotico e sessuale, nella capacità di esercitare la “libido fallico-narcisistica e genitale” richiamando le “posizioni psichiche” omonime e corrispondenti. “Perdere la carta di credito” attesta di una crisi della propria potenza erotica e sessuale.

“Mi giro, la vedo, voglio recuperarla, ma non riesco a correre e a raggiungerla…”

In un primo momento Valerio ha una certa consapevolezza di questa riduzione della sua vitalità psicofisica e ne conosce le ragioni, ma il blocco psicofisico incorre nell’ulteriore inceppamento delle energie richiamate dalla necessità di sopperire alla crisi manifesta. Valerio s’imbatte nelle sue “resistenze” a prendere coscienza del materiale psichico rimosso e istruisce le difese adatte ai bisogni esistenziali in atto.
La parola va ai simboli.
“Mi giro” equivale ad allargo la mia prospettiva mentale e conoscitiva, amplio lo spazio della coscienza ricorrendo alla visione del passato. Valerio sente di aver rimosso in passato esperienze formative di un certo spessore e cerca di recuperarle. Si spera che a tale sguardo retrospettivo non subentri la paura di sapere, di riesumare il materiale psichico subconscio e di prenderne coscienza. L’istanza deputata è l’Io vigilante e razionale. Il meccanismo psichico di difesa coinvolto è la “rimozione”, il naturale dimenticare per incapacità di gestire a suo tempo l’angoscia collegata al vissuto o all’esperienza.
“La vedo” dice chiaramente che Valerio è consapevole del trambusto psicofisico che sta vivendo, quello pregresso e quello attuale, il trauma rimosso in particolare. L’atto del “vedere” equivale all’attività razionale dell’istanza “Io” e alla consapevolezza derivata dal superamento delle “resistenze”, di quelle forze difensive finalizzate alla migliore sopravvivenza possibile, almeno fino a quando il serbatoio delle “rimozioni” ha spazio di riempimento e capacità di contenimento.
“Voglio recuperarla” conferma simbolicamente la disposizione e la decisione di Valerio a prendere coscienza del trauma o delle esperienze vissute in riguardo alla sessualità che non sono andate a buon fine nella sua formazione e non si sono composte nella sua “posizione fallico-narcisistica e genitale”. Magari un trauma intercorso nelle precedenti posizioni psichiche, la “orale” affettiva e “anale” o aggressiva, ha disturbato la successiva evoluzione della “libido”, energia vitale. Ribadisco che “recuperare” si traduce “di nuovo comincio e capto”.
“Ma non riesco a correre e a raggiungerla…” dice chiaramente della forza della “resistenza” e dell’intensità dell’angoscia che evoca un’eventuale riesumazione del trauma pregresso, attesta dell’incapacità di Valerio a prendere consapevolezza del rimosso. L’atto del “correre” è inibito, un vissuto drammatico che ricorre spessissimo in sogno.
Chi non ha mai sognato di non riuscire a correre e di essersi svegliato nell’atto di essere raggiunto e braccato?
Questa psicodinamica rispolvera l’angoscia collegata all’incapacità di reagire e alla punizione, alla riduzione della vitalità e alla colpa. L’inibizione si associa al ristagno psichico della colpa e alla necessaria espiazione. Viceversa, l’atto del “correre” è simbolicamente liberatorio dei pesi psico-gravitazionali e incentivante degli investimenti della “libido”: una vita vissuta alla grande tra godimento e appagamento.

“e un uccello, un merlo o un corvo, la prende e la appoggia sul cornicione della casa di un mio collega.”

Il quadro onirico si evidenzia e si precisa. Valerio sta vivendo una crisi della sua vita sessuale, qualora non si fosse capito prima. La “carta di credito”, il potere di affidamento alla donna da parte di Valerio non funziona adeguatamente. “Credito” deriva dal latino “credo” che si traduce “mi affido”. Nell’infanzia ci affidiamo necessariamente alla persona che ci nutre e che chiamiamo “mamma” alla francese. Nell’adolescenza iniziamo a imparare ad affidarci alla persona che ci attrae nel bene e nel male. Nella giovinezza ci disponiamo verso l’oggetto del nostro piacere in appagamento della “libido fallico-narcisistica e genitale”, le due componenti della nostra natura psicofisica erotica e procreativa. Valerio vive un conflitto psicofisico che si riverbera nella funzionalità del suo organo sessuale, ha un conto sospeso con se stesso e i suoi consimili, la maschilità e i maschi. Valerio è in competizione con gli altri maschi come strascico della “posizione edipica” e nello specifico della conflittualità con la figura paterna.
Avanti con la decodificazione discorsiva dei simboli.
“e un uccello, un merlo o un corvo,” sono chiaramente simboli fallici in versione generica, “l’uccello”, in versione ironica, il “merlo”, in versione aggressiva, il “corvo”. La funzione sessuale di Valerio è chiamata direttamente in causa. Degno di rilievo è la triplicazione dello stesso simbolo a testimonianza di una crisi d’organo, il pene.
“la prende e la appoggia sul cornicione”: una posizione di pericolo per la “carta di credito” nel becco di un uccello ironico e tosto, oltre che dispettoso. Valerio è in piena nevrosi d’organo con somatizzazione e disfunzione sessuale. Ripeto. Degna di nota è la triplicazione del simbolo: “carta di credito” o potere sessuale, “uccello” o fallo, “merlo” o “corvo” o versione ironica o aggressiva del pene. Il “cornicione” è in alto e ben visibile, così come l’uccello è molto dispettoso: processo psichico di difesa della “sublimazione”.
“della casa di un mio collega.” Valerio sublima la “libido fallico-narcisitica” e la attribuisce al suo “collega” e al suo patrimonio psicofisico. Esegue, inoltre, un’alienazione d’organo con invidia incorporata che attesta del suo “fantasma d’inadeguatezza”. Valerio è in crisi e sta vivendo un valido conflitto sessuale. L’altro, il “collega”, è più bravo di lui ed è oggetto del sentimento dell’invidia. Valerio ha ripescato la sua “posizione edipica” e, nello specifico, la conflittualità con il padre, è regredito all’infanzia e si è imbattuto nella competizione funesta con l’augusto genitore.

“Prendo una scala per recuperarla, ma il volatile se la riprende e la porta via.”

Valerio usa il processo di “sublimazione della libido” per affrontare questa crisi della sessualità, ma questa operazione difensiva non funziona perché il sistema neurovegetativo non si arrende e resiste al ritorno della normalità. L’uccello è dispettoso come la sessualità e non si comanda con un dito o con un gesto. La disfunzione sussiste e non recede perché la “sublimazione” non funziona.
Convergiamo sui simboli.
La traduzione dice che la “scala” è lo strumento del processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido”, un’operazione normale e non eccezionale. Valerio usa la “scala” per salire, per “sublimare” e non per scendere, per il ritorno alla materia. Finché funziona, va tutto bene.
“Recuperarla” equivale a un desiderio di ripristino delle normali funzioni sessuali. Valerio tenta di immettersi nella materia vivente e di puntare su se stesso e sul proprio benessere psicofisico, piuttosto che di accontentarsi di un servizio di solidarietà verso il suo prossimo o di dedicare allo sport preferito le sue energie migliori. “Recuperare” equivale a “prendere di nuovo”.
“il volatile se la riprende”: Valerio ha alienato la sua “libido genitale” a una non meglio precisata forma di vita sessuale. Attesta di una diversa modalità, solipsistica, come se la mente si fosse staccata dal corpo, il desiderio dal membro. Valerio ha scelto una forma meccanica di isolamento erotico e narcisistico. In ogni caso Valerio ha scisso la sessualità dal suo corpo e dall’investimento della sua “libido”.
“e la porta via.” Un distacco e un allontanamento depressivi comportano la disfunzione sessuale che Valerio accetta con pacata rassegnazione. La terminologia simbolica è cruda e aspira a un senso di definitivo.

“Lo seguo con lo sguardo correndo e vedo che si posa sul ramo di un albero.”

Valerio tenta di parare i colpi e di riprendere le sue abilità psicofisiche, fa di tutto per non incorrere in un processo di perdita, ma è costretto a prendere coscienza di ciò che gli viene a mancare e che si perde, del tempo che inesorabile passa e dell’invecchiamento che imperterrito incombe. Averne consapevolezza è importante per poter accettare e assorbire al meglio queste perdite. Tenerle in considerazione offe la possibilità di commutare l’angoscia in dolore.
I simboli dicono della nostalgia e, per l’appunto, del dolore e si individuano in “lo seguo” e “vedo” per la consapevolezza, mentre il “ramo di un albero” serve al dispettoso e crudele uccello per posarsi secondo i dettami della logica consequenziale.
“A quel punto mi arrendo e la considero persa.”
Come volevasi dimostrare e come si supponeva in precedenza. “Mi arrendo” è una forma di accettazione basata sulla comprensione e sull’impossibilità di una reazione costruttiva e di un ripristino di quell’equilibrio psicofisico che è stato turbato e che comporta fatica a essere ripristinato. La conclusione depressiva dispiace, ma non impressiona dal momento che è associata costantemente alla presa di coscienza. Valerio “sa di sé” nel bene e nel male e questa consapevolezza è una mezza vittoria da associare alla mezza sconfitta inferta dall’ineffabile trascorrere del tempo.

PSICODINAMICA

Il sogno di Valerio sviluppa la psicodinamica depressiva della “caduta della libido” in un quadro di piena consapevolezza. Il protagonista manifesta il travaglio ponderato che ha vissuto e l’itinerario che ha seguito nell’accettazione della disfunzione sessuale che ha contraddistinto una fase del cammino della sua vita.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Il sogno di Valerio esibisce l’azione diretta delle seguenti istanze psichiche:
la consapevolezza vigilante e razionale, “Io”, si evidenzia in “mi giro” e in “la vedo” e in “voglio recuperarla” e in “seguo” e in “vedo” e in “mi arrendo” e in “considero persa”,
la spinta delle pulsioni psicofisiche, “Es”, si manifesta in “aver perso” e in “non riesco a correre e a raggiungerla”,
la censura morale e il senso del limite, “Super-Io”, è presente in “marciapiede”.
Il sogno di Valerio presenta le seguenti “posizioni psichiche”: la “fallico- narcisistica” in “carta di credito” e in “un uccello, un merlo o un corvo” e in “volatile”, la “genitale” in “carta di credito” e in “un uccello, un merlo o un corvo” e in “volatile”, la “edipica” in “casa di un mio collega”.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

Il sogno di Valerio usa i seguenti meccanismi e processi psichici di difesa dall’angoscia: la “condensazione” in “marciapiede” e in “carta di credito” e in “uccello, un merlo o un corvo” e in “scala”, lo “spostamento” in “non riesco a correre” e in “cornicione” e in “casa del collega”, la “drammatizzazione” in “Mi giro, la vedo, voglio recuperarla, ma non riesco a correre e a raggiungerla…”, la “figurabilità” in “uccello, un merlo o un corvo”, la “rimozione” in “mi giro”, la “sublimazione” in “cornicione” e in “scala”, la “regressione” è supposta in “mi giro” oltre che nella funzione onirica tramite l’azione al posto del pensiero e l’allucinazione al posto dell’esercizio normale dei sensi.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Valerio evidenzia un tratto “fallico-narcisistico” all’interno di una “organizzazione psichico reattiva genitale”. Il protagonista è giustamente preoccupato del suo conflitto e delle corrispondenti somatizzazioni in riguardo alla sua funzione sessuale che è vocata e disposta alla condivisione.

FIGURE RETORICHE

Il sogno di Valerio forma le seguenti figure retoriche: la “metafora” o relazione di somiglianza in “uccello” e in “scala”, la “metonimia” o relazione di senso logico in “carta di credito” e in “cornicione” e in “casa del collega”. Il quadro dipinto da Valerio in sogno è permeato di realismo anche in assenza della gazza ladra.

DIAGNOSI

La diagnosi dice di una disfunzione sessuale in riferimento privilegiato alla caduta depressiva della “libido” sostenuta da una buona consapevolezza.

PROGNOSI

La prognosi impone a Valerio di verificare la presa di coscienza in maniera che l’accettazione consapevole sia sempre suffragata dalla realtà dei fatti e non da convinzioni depressive.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta in una recrudescenza nostalgica della perduta vitalità e in una caduta della “razionalizzazione” del quadro clinico.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “fantasmi” e dei simboli, il grado di “purezza onirica” del sogno di Valerio è “4” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.
Il simbolismo si coniuga con la narrazione e questa associazione ha consentito di desumere i tanti contenuti e la psicodinamica latente.

RESTO DIURNO

Il “resto diurno” del “resto notturno”, la causa scatenante del sogno di Valerio si attesta in una riflessione consapevole sulle difficoltà in atto.

QUALITA’ ONIRICA

La qualità del sogno di Valerio è “autoironica” senza alcun dubbio.

REM – NONREM

Il sogno di Valerio si è svolto nella terza fase del sonno REM alla luce del simbolismo e delle implicite emozioni.
Ricordo che nelle fasi REM il sonno è turbolento, mentre nelle fasi NONREM il sonno è profondo e catatonico ossia presenta una caduta del tono muscolare, senza movimenti e spasmi, senza agitazione psicomotoria. La memoria è presente nelle fasi agitate rispetto alle fasi di caduta muscolare e di sonno profondo dove è quasi assente.

FATTORE ALLUCINATORIO

Al di là delle normali allucinazioni oniriche Valerio esalta i seguenti sensi: la “vista” in “la vedo” e in “la prende” e in “l’appoggia” e in “lo seguo con lo sguardo” e in “vedo”, il “tatto” in “prendo una scala”. La coalizione dei sensi è presente in “non riesco a correre”.

GRADO DI ATTENDIBILITA’ E DI FALLACIA

Per sondare la soggettività di chi interpreta e l’oggettività di chi sogna, l’approssimazione o la verosimiglianza della decodificazione del sogno di Valerio, per valutare se l’interpretazione risente di forzature, stabilisco la prossimità all’oggettività scientifica o alla soggettività mistificatoria in una scala che va da “uno” a “cinque” e in cui 1 equivale all’oggettività auspicata e 5 denuncia una forzatura interpretativa verosimile. Tale valutazione è resa possibile dalla presenza di simboli chiari e forti e di psicodinamiche affermate ed esaurienti.
La decodificazione del sogno di Valerio, alla luce di quanto suddetto, ha un grado di attendibilità e di fallacia “2” a causa della chiara simbologia e della semplice psicodinamica.

DOMANDE & RISPOSTE

La lettrice anonima ha posto le seguenti domande dopo aver letto attentamente la decodificazione del sogno di Valerio.
Domanda
Nelle “Considerazioni” elencava i disturbi sessuali maschili. Per “par condicio” mi accenna quelli femminili?
Risposta
La “caduta della libido”, il “vaginismo”, la “dispareunia”, la “anorgasmia”, la “ninfomania” o “desiderio compulsivo”, la “fobia della sessualità”. Allargherò il quadro clinico e psicodinamico in un prossimo lavoro.
Domanda
Di cosa soffre effettivamente Valerio?
Risposta
Ha una “organizzazione psichica reattiva” depressiva, tendente alla perdita e alla gestione del lutto, per cui la sua sofferenza è indirizzata in questa direzione. La struttura è ben compensata da una chiara consapevolezza. Può vivere ancora cento anni di tranquillità e non di solitudine.
Domanda
E il problema sessuale?
Risposta
Quello è passeggero o è ben inserito e assorbito tra le offese del tempo. La cosa sorprendente è la consapevolezza di Valerio e anche l’accettazione alla maniera occidentale, “sapere di sé”, e non alla maniera araba, fatalismo.
Domanda
Della serie che lei sostiene.
Risposta
Quale?
Domanda
Basta la consapevolezza per stare bene.
Risposta
Sì! Vedo che hai capito molto bene.
Domanda
Ma non la seguo. Mi sembra troppo semplicistica la soluzione.
Risposta
Semplicistica? Tu non immagini quanta fatica si fa per un traguardo che non si raggiunge mai quale quello dell’auto-consapevolezza. Ricordati che si parte da Socrate, V° secolo “ante Cristum natum”, per tentare di realizzare il progetto antropologico del “conosci te stesso” con un metodo d’indagine scientifico: l’ironia e la maieutica.
Domanda
Se non si raggiunge mai, a cosa serve?
Risposta
E’ una continua tensione che viaggia secondo il “criterio del meglio”, “una corda tesa tra la scimmia e il superuomo”, avrebbe detto un filosofo quasi matto. E’ un progetto, tra i tanti, di vita, prima di essere una psicoterapia dell’angoscia esistenziale. E’ uno tra i tanti modi benefici di frastornarsi per continuare a vivere al meglio possibile nel momento dato e nell’economia psicofisica in atto.
Domanda
Cambio argomento. Mi spiega le “farfalline nello stomaco” o il “tuffo al cuore”?
Risposta
Sono un “mix” psicosomatico portentoso e migliore di qualsiasi composto alcolico e non. Si tratta della reazione isterica che viene prodotta in simultanea da una forte emozione d’attrazione. Tecnicamente è una “conversione isterica” che dispone al desiderio sessuale. E’ il classico segnale dell’interesse globale verso l’altro: innamoramento. E’ l’inizio di un progressivo “investimento di libido genitale” in superamento evolutivo della “libido narcisistica”.
Domanda
Quando vuole sa essere anche chiaro. Come mai l’educazione sessuale è “tabù” nella famiglia e nella scuola?
Risposta
Per la vergogna dei genitori e per le vergone dei padri e degli antenati si è costituito un “tabù” sul corpo birichino. Perché i genitori sono stati e sono sessualmente inibiti e hanno seguito la legge della “nutella”: la bisnonna la dava alla nonna, la nonna la dava alla mamma, la mamma la dà ai figli. Questa è la legge sociologica della trasmissione e della continuità del malessere. Speriamo che i figli non daranno la “nutella” ai loro figli e che la catena dei santi vergini e martiri si chiuda con questa generazione, ma la vedo dura alla luce di quel che succede in giro per il mondo a causa anche della repressione sessuale. Non vedi che quelli che soccorrono i poveri ne abusano con l’imposizione di una prestazione sessuale: preti, croce rossa, medici senza frontiere, organizzazioni non governative. Pazzesco! In cambio del pacco viveri chiedi la residua dignità di una persona in stato di grande dolore e disagio. Per quanto riguarda la scuola, è l’ultima ruota del carrozzone socio-politico e viene sempre alla fine. Abbiamo la migliore scuola elementare d’Europa, ma lo Stato investe molto poco nella formazione dei docenti e nell’aggiornamento dei programmi e delle materie. Per avere nel tempo un uomo migliore, metterei al giusto posto queste tre materie: l’educazione psicologica, l’educazione civica e l’educazione ecologica.
Domanda
E la religione?
Risposta
Ecco brava! E’ una lunga storia. Sorvoliamo, perché le alienazioni quando non sono creative, sono dannose.
Domanda
Ha detto che le donne sono sessualmente più complesse e delicate.
Domanda
A livello biologico la donna è più ricca del maschio, a livello psicologico altrettanto, a livello sessuale ha un vantaggio iniziale per la disposizione anatomica in quanto non necessita di erezione ma di lubrificazione. Di poi raggiunge apici psicosomatici, l’orgasmo, non comparabili all’effetto di una proficua eiaculazione. E cosa dire degli orologi biologici?
Domanda
Ha accennato al Subconscio e non ha parlato dell’Inconscio.
Risposta
L’Inconscio non esiste, è stato soltanto un’ipotesi di lavoro per i pionieri e per gli imbroglioni. Di tutto quello che non cade sotto l’azione della Coscienza non si può parlare semplicemente perché non esiste.
Domanda
E la fantasia e il sogno?
Risposta
Sono attività e prodotti psichici, così come il delirio, e rientrano nei normali ambiti d’indagine e di analisi, per cui se ne può scrivere e se ne deve parlare. L’Inconscio deve diventare cosciente. E allora che bisogno c’è dell’Inconscio? Basta un Subconscio da tradurre nei termini della consapevolezza.

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

La musica leggera offre sul tema psichico “carta di credito e uccello dispettoso” una poesia di scuola narrativa-realistica, una composizione degna di un Franco Battiato alunno dell’istituto magistrale di Riposto, il paesino della Sicilia che gli ha dato i natali. Ma non basta, perché è anche coinvolta la fonte d’ispirazione, “la canzone dell’amore perduto” di Fabrizio De Andrè datata 1966.
Corre l’anno 1983 quando esce per la delizia dell’umano dolore “La stagione dell’amore”. Il riscontro è modesto perché nell’universo musicale del tempo dominano tanti testi banali, a dispetto dei lavori di pochi cantautori impegnati. Questa canzone si colloca in una via di mezzo perché associa parole semplici ad ampie armonie musicali. Si rileva nel testo un conflitto psicologico ed esistenziale, nonché letterario e filosofico, nell’ambiguo elogio del tempo che nel suo scorrere porta via l’amore e lascia dispettosamente il desiderio con tutti gli annessi struggenti. La nostalgia degli investimenti fatti e l’impossibilità di riviverli porta a “nuove possibilità per conoscersi” anche se “gli orizzonti perduti non ritornano mai.” Il dolore delle esperienze vissute si coniuga con l’angoscia della perdita. Non esiste possibilità di recupero del passato e di compensazione del “non vissuto”. Un altro entusiasmo viene escluso dalla panoramica del tempo presente. Franco Battiato è giovane ed è fresco di studi letterari latini e italiani, per cui condensare la lezione stoica ed epicurea del “carpe diem” di Quinto Orazio Flacco con il pessimismo individuale e cosmico di Giacomo Leopardi è un’operazione assolutamente naturale. Il risultato dice di un testo realistico e narrativo che non sente il bisogno di un ermetico procedere alla ricerca di una condivisione creativa con chi ascolta e rielabora. “La stagione dell’amore” è un racconto modesto e degno di un liceale che introduce una vena filosofica eclettica in un mondo musicale veramente leggero. La stoffa c’è e il ragazzo si farà o si rifarà.
Come accennavo all’inizio, l’ispirazione poggia su un brano famoso di Fabrizio De Andrè, pubblicato nel 1966, che s’intitola “La canzone dell’amore perduto”. Questo testo ha una semplicità lineare a riprova di un sentimento vissuto e trasferito nelle parole con l’ingenuità di un bambino innamorato della maestra. E’ privo del pessimismo esistenzialista di matrice leopardiana e dichiara un “fantasma di perdita” con l’ausilio della legge naturale di compensazione. Il contrasto metaforico tra “l’appassire le rose” e “l’amore che strappa i capelli” media e induce a continuare a vivere e ad amare anche se quell’emozione “è perduta ormai”. E allora? Allora ci si dispone a un nuovo investimento affettivo nella casualità dell’incontro e nella “traslazione” in una fortunata creatura, sintesi del nuovo che arriva e della nostalgia del “non vissuto”.
Che brutta bestia è l’amore e di quali alchimie è capace!
Il testo oscilla tra il narrativo e il metaforico, è pieno di simboli e di allegorie: “viole”, “rose, ”fiori appassiti al sole di un aprile ormai lontano”, “coprirai d’oro”. La complessità di un impianto breve e succoso dispone per una vena poetica di scuola neorealistica e popolare. La musicalità ampia avvolge lo scorrere lento, soltanto in “mano” e “lontano” ritmato, dei versi gettati in piena libertà espressiva.
Bollettino per i naviganti: leggere e ascoltare in simultanea, di poi gustare i video.

La stagione dell’amore

La stagione dell’amore viene e va,
i desideri non invecchiano quasi mai con l’età.
Se penso a come ho speso male il mio tempo che non tornerà,
non ritornerà più.
La stagione dell’amore viene e va,
all’improvviso, senza accorgerti, la vivrai,
ti sorprenderà.
Ne abbiamo avute di occasioni perdendole;
non rimpiangerle,
non rimpiangerle mai.
Ancora un altro entusiasmo ti farà pulsare il cuore.
Nuove possibilità per conoscersi
e gli orizzonti perduti non ritornano mai.
La stagione dell’amore tornerà
con le paure e le scommesse.
Questa volta quanto durerà?
Se penso a come ho speso male il mio tempo
che non tornerà, non ritornerà più.

Canzone dell’amore perduto

Ricordi sbocciavan le viole
con le nostre parole
“Non ci lasceremo mai, mai e poi mai”.

Vorrei dirti ora le stesse cose,
ma come fan presto,
amore,
ad appassire le rose.

Così per noi
l’amore che strappa i capelli è perduto ormai,
non resta che qualche svogliata carezza
e un po’ di tenerezza.

E quando ti troverai in mano
quei fiori appassiti al sole
di un aprile ormai lontano,
li rimpiangerai,
ma sarà la prima che incontri per strada
che tu coprirai d’oro per un bacio mai dato,
per un amore nuovo.

E sarà la prima che incontri per strada
che tu coprirai d’oro per un bacio mai dato,
per un amore nuovo.

 

 

“LA SUBLIMAZIONE DELLA LIBIDO”

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Essendomi appena lasciata con il mio compagno decido di andare a prendere i miei effetti personali.
Mi reco quindi a casa sua, entro nel cortile dove c’è una grande pergola d’uva e sopra delle piante rampicanti.
Vi sono due fili di quelli dove si stendono la biancheria ad asciugare, uno molto in alto a circa quattro metri e un altro molto basso.
Sopra vi è stesa la mia biancheria intima, anzi no, costumi da bagno: sopra tutti i reggiseni e sotto tutti gli slip.
Decido allora di cominciare da sopra che è più difficoltoso.
Isso una scala a pioli in legno e salgo.
Quando sono sopra, ho molta paura perché la scala è traballante e poco stabile ed è appoggiata a dei rami di piante rampicanti.
Quando mi accingo a tirar giù i reggiseni, mi rendo conto che sono molto brutti e mi sembra quasi impossibile che sia roba mia.
Ce n’è uno rosso bordò, uno rosso e nero e sono tutti molto sbiaditi.
Poi controllo giù gli slip e vedo che sono altrettanto brutti, a parte uno con lo sfondo bianco e dei fiori azzurri e tutto il contorno nero che è molto carino, ed un altro simile con del pizzo nero.
I reggiseni sono attaccati per le bretelle al filo con due o tre mollette di legno.
Ma perché cavolo avrò messo tutte queste mollette se adesso faccio così fatica a staccarli?
Mi devo tenere con una mano alle piante rampicanti e con l’altra devo staccarli, mi sento sempre più in pericolo e voglio far presto perché il mio compagno non mi veda.
In quel momento entra nel cortile mio figlio.
Lo chiamo e gli dico di tenermi la scala così sto più veloce e mi sento più sicura, ma lui mi dice che non c’è nessun pericolo e non serve.
Allora arrabbiata io gli urlo di nuovo di tenermi la scala e proprio in quel momento la scala mi scappa dai piedi e io cado e mi afferro con le mani ad uno sporto di un terrazzo e chiamo in aiuto mio figlio perché mi riporti la scala.
Ma lui si mette a ridere e mi dice: “ma non vedi che sei quasi a terra?” Effettivamente mancavano solo due metri da terra e cosi salto giù e non mi faccio male.
Mi metto allora a prendere su tutti gli slip e poi realizzo che mi devo cambiare di abito.
Allora vado all’interno dei locali di un’attività che gestivo con il mio compagno e stranamente è tutto aperto, sia le porte davanti che quelle posteriori. Non c’è nessuno dentro a vigilare.
Comunque io sto veloce a cambiarmi e poi me ne vado senza che lui mi veda.”

Acrobata

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Quello di Acrobata è un sogno narrativo, lungo nella trama ma sintetico nei simboli, a conferma che l’autrice ha una fantasia discorsiva sostenuta dai necessari nessi logici. Questo sogno non presenta assurdità e qualche stranezza è dovuta alla simbologia connessa.
La causa scatenante è la rottura della relazione con il compagno, ma la separazione non si risolve con grandi angosce o fantasmi depressivi di perdita, ma addirittura con il recupero di “parti psichiche di sé” temporaneamente dismesse. Si può affermare che questa rottura è stata salutare perché le “parti” suddette erano quelle sessuali, attributi che Acrobata provvedeva a supportare con il processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido”.
Questo sogno è didattico perché indica come chiudere un rapporto che non funziona.
Estrapolerò le parti simboliche collegandole in un’interazione molto chiara e provvida. Tralascerò le parti narrative in quanto fanno soltanto da cerniera logica al discorso simbolico.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Essendomi appena lasciata con il mio compagno decido di andare a prendere i miei effetti personali.”

Acrobata introduce l’assunto di base del sogno: la separazione dal compagno, la rottura affettiva, la reazione al ritorno dello stato di singolarità.
Il simbolo si nasconde nei “miei effetti personali”.
Nella realtà si tratta delle varie cianfrusaglie che si condividono in una casa, lo spazzolino da denti, il poster in rosso e nero di Che Guevara, il corredo, il plaid preferito e altro, ma simbolicamente si tratta di un meraviglioso recupero della propria “identità psichica” alla luce dell’esperienza umana vissuta nel bene e nel male.
Acrobata procede a una rivisitazione del “chi ero prima, durante e dopo la storia”.
Acrobata non si deprime, ha razionalizzato il tutto e ha deciso di ricostituirsi al meglio senza nulla affermare e senza nulla negare.
Ricordo che il latino “persona” traduce la parola “maschera”, per cui “effetto personale” si traduce nel “modo” di manifestarsi agli altri.
Non ci resta che vedere quali “modi” recupera Acrobata.

“Mi reco, quindi, a casa sua, entro nel cortile dove c’è una grande pergola d’uva e sopra delle piante rampicanti.”

Si va verso l’alto.
Il sogno si compiace di prendere questa direzione simbolica: la “sublimazione della libido”, il processo di difesa principe per evitare l’angoscia della materia e delle pulsioni.
Acrobata rivisita i modi di apparire del suo “ex” soprattutto nell’ambito sociale, “casa sua” e il “cortile”, e trova in se stessa una gran confusione mentale e tanto stress misto a sovrastrutture ideologiche definibili come fissazioni, paturnie o idee ossessive: “piante rampicanti”.
Acrobata si accompagnava a un uomo che gli procurava vergogna e confusione.

“Vi sono due fili di quelli dove si stendono la biancheria ad asciugare, uno molto in alto a circa quattro metri e un altro molto basso.”

Persiste la direzione “alto”, il simbolo della “sublimazione”, della nobilitazione della materia e della dimensione corpo.
“La biancheria ad asciugare” attesta simbolicamente di coinvolgimenti personali generici e bisognosi di precisazione. Acrobata ha investito nella relazione affetti e intimità, idee e azioni, mente e corpo.
“Asciugare” consegue a un buon “aver lavato” e traduce la simbolica “catarsi” del senso di colpa. Vedremo in seguito quali panni sporchi sono stati lavati e messi ad asciugare da Acrobata, ma di sicuro sappiamo che questi “fili” sono in alto, uno “molto alto” e molto sublimato e uno “molto basso” e meno sublimato.

“Sopra vi è stesa la mia biancheria intima, anzi no, costumi da bagno: sopra tutti i reggiseni e sotto tutti gli slip.”

Ecco la sessualità sublimata!
Acrobata ha sublimato la sua “libido” e nello specifico quella sessuale, “la mia biancheria intima”, che poi corregge in “costumi da bagno”, abbigliamenti intimi leciti a essere esibiti socialmente. Trattasi sempre di intimità e di sessualità fatte oggetto di “sublimazione”, anzi, per la precisione, “tutti i reggiseni” sono più sublimati, “sopra”, rispetto a “tutti gli slip” che sono meno sublimati, “sotto”.
Due domande nascono spontanee: perché questa distinzione tra reggiseni e slip?
Perché il reggiseno e il suo contenuto erotico è più sublimato dello slip e del suo contenuto orgasmico?
La “sublimazione” del seno equivale ad affetto destituito di erotismo: Acrobata voleva bene al suo “ex” come un figlio da nutrire e da accudire.
La “sublimazione” della vagina equivale a libera gestione secondo le regole di un potere femminile da gestire. Acrobata desiderava sessualmente il suo “ex” per sviluppare il potere femminile sotto forma di manipolazione.
Si manifesta una distorsione della pura vita sessuale e della autentica “libido”.

“Decido allora di cominciare da sopra che è più difficoltoso.
Isso una scala a pioli in legno e salgo.”

Procedere nella decodificazione del sogno diventa intrigante.
Acrobata vuole disbrigare le ragioni di tanta “sublimazione” della “libido” e della distinzione tra funzioni erotiche-sessuali, il reggiseno e lo slip, simbolicamente l’affettività e il coito, l’oralità e la genitalità.
Questo è il senso di “isso una scala a pioli in legno e salgo”.

“Quando sono sopra, ho molta paura perché la scala è traballante e poco stabile ed è appoggiata a dei rami di piante rampicanti.”

Riepilogo: Acrobata si sta chiedendo in sogno il perché della “sublimazione della libido” operata nella relazione con il suo “ex”, un processo psichico di nobilitazione “traballante”, che fortunatamente non ha sempre funzionato, “poco stabile”, oltretutto una “sublimazione” più ideologica che reale, basata su pregiudizi e paturnie che su un’effettiva altruistica anestesia.
Acrobata, rivisitandosi in questa relazione archiviata, scopre con paura di essersi affidata a un “processo psichico” complicato e pericoloso se usato in eccesso.
Meno male che in lei non ha sempre funzionato.

“Quando mi accingo a tirar giù i reggiseni, mi rendo conto che sono molto brutti e mi sembra quasi impossibile che sia roba mia.
Ce n’è uno rosso bordò, uno rosso e nero e sono tutti molto sbiaditi.”

Acrobata si meraviglia di avere sacrificato l’erotismo del seno e di averlo convertito in una nobile affettività del tipo “ti voglio bene, ma non ti amo e non mi attizzi: “molto brutti e mi sembra quasi impossibile che sia roba mia.”
Acrobata prende coscienza tramite il sogno di avere distorto la vera direzione delle sue pulsioni erotiche e sessuali.
Una domanda è lecita: perché?
La risposta è perentoria: per difesa dal coinvolgimento.
Altra domanda lecita: non lo amava?
Non era presa perché era molto difesa di suo in primo luogo e usava questa difesa con lui, difese ormai molto “sbiadite” e non degne di essere istruite. Acrobata sta prendendo coscienza che deve coinvolgersi per godere delle mirabili proprietà erotiche del suo seno.

“Poi controllo giù gli slip e vedo che sono altrettanto brutti, a parte uno con lo sfondo bianco e dei fiori azzurri e tutto il contorno nero che è molto carino, ed un altro simile con del pizzo nero.”

Si conferma la distorsione che Acrobata ha operato anche sulla sessualità: “gli slip… altrettanto brutti”.
Facendo il bilancio psicofisico della relazione, Acrobata ha lucida la convinzione del suo sacrificio erotico e sessuale, ma soprattutto che non riusciva ad abbandonarsi con il suo “ex”. Aveva, inoltre, maturato una disistima sulle sue capacità seduttive e soltanto a volte riusciva ad apprezzare la sua “libido” più per astinenza che per effettivo coinvolgimento: “lo sfondo bianco e dei fiori azzurri …e un altro simile con del pizzo nero”.
“Controllo” e “vedo” sono funzioni valutative e razionali dell’Io, atte alla presa di coscienza di tanto malessere psicofisico.

“I reggiseni sono attaccati per le bretelle al filo con due o tre mollette di legno. Ma perché cavolo avrò messo tutte queste mollette se adesso faccio così fatica a staccarli?”

Acrobata si lamenta con se stessa: “ma perché cavolo” mi sono messa con quest’uomo con cui ho dovuto sacrificare la mia affettività e la mia sessualità?
Le “mollette di legno” rappresentano simbolicamente i nessi logici e associativi per giustificare gli accadimenti.

“Mi devo tenere con una mano alle piante rampicanti e con l’altra devo staccarli, mi sento sempre più in pericolo e voglio far presto perché il mio compagno non mi veda.”

Acrobata ha dovuto difendersi con le fantasie e le elucubrazioni mentali per giustificare il suo stato di donna sacrificale e sacrificata. Ha dovuto mentire a se stessa per andare avanti in questa problematica relazione, per cui proietta sul compagno la mancata presa di coscienza: “il mio compagno non mi veda”.
Il senso del “pericolo” si giustifica con il malessere accusato e crescente in questo contesto esistenziale. Acrobata si è compensata con le fantasie, ma questa evasione non funziona più sotto la spinta delle pulsioni dell’Es e dietro la consapevolezza di uno stato di malessere e di sacrificio della sua sessualità.

“In quel momento entra nel cortile mio figlio.
Lo chiamo e gli dico di tenermi la scala così sto più veloce e mi sento più sicura, ma lui mi dice che non c’è nessun pericolo e non serve.”

Acrobata ha una condizione pregressa di madre e capisce che il figlio fungeva da ostacolo e da alleato nella sua relazione, motivo per cui ha attivato il processo della “sublimazione della libido”: “tenermi la scala”.
Acrobata oscilla tra il permanere e il fuggire dalla relazione e proietta questa sua incertezza conflittuale sul figlio: “non c’è nessun pericolo e non serve”.

“Allora arrabbiata io gli urlo di nuovo di tenermi la scala e proprio in quel momento la scala mi scappa dai piedi e io cado e mi afferro con le mani ad uno sporto di un terrazzo e chiamo in aiuto mio figlio perché mi riporti la scala.”

Si conferma la “proiezione” che Acrobata opera nei riguardi del figlio sul processo di difesa della “sublimazione della libido” che non funziona più come in passato: “cado e mi afferro”. Acrobata si è sentita a disagio nel dovere di giustificare al figlio la presenza di un uomo che non è il padre. Spesso le madri accusano nei confronti dei figli la vergogna di avere un altro uomo e preferiscono sacrificare il loro equilibrio psicofisico. Non si rendono conto che, in effetti, si tratta di una loro precisa resistenza e difesa nei confronti di un coinvolgimento affettivo e sopratutto sessuale.
Il figlio, infatti, sostiene la madre e ridimensiona la sua psicodinamica. Meglio, Acrobata fa dire al figlio quello che desidera che il figlio pensi: “mamma non sublimare la tua libido e coinvolgiti nei tuoi investimenti e nelle tue storie”.

“Ma lui si mette a ridere e mi dice: “ma non vedi che sei quasi a terra?” Effettivamente mancavano solo due metri da terra e cosi salto giù e non mi faccio male.”

Acrobata proietta sul figlio la sua convinzione di essere tornata con i piedi per terra e di avere ridimensionato l’uso del processo di difesa della “sublimazione della libido”: “non vedi che sei quasi a terra?”
Il rientro alla normalità degli investimenti della “libido” e il ritorno al gusto del corpo si condensano in quel benefico “così salto giù e non mi faccio male”.
“Ridere” condensa l’ironia equivalente a un godimento erotico, uno sciogliersi e un abbandonarsi sensoriali.

“Mi metto allora a prendere su tutti gli slip e poi realizzo che mi devo cambiare di abito.”

Acrobata ricompatta il “sublimato” e lo riporta alla sua materialità funzionale. L’autonomia riconquistata induce Acrobata a riprendere i tratti reali della sua identità psichica senza ricorrere a sacrifici inutili della materia vivente e pulsionale.
In primo luogo Acrobata si riappropria della sua sessualità genitale, “tutti gli slip”, e poi realizza che si deve “cambiare di abito”, deve riassumere i tratti psichici riconquistati e riattivati in una degna e idonea “organizzazione” o struttura.

“Allora vado all’interno dei locali di un’attività che gestivo con il mio compagno e stranamente è tutto aperto, sia le porte davanti che quelle posteriori. Non c’è nessuno dentro a vigilare.”

Acrobata regredisce al tempo in cui ha operato la “sublimazione della libido” come difesa dal coinvolgimento sessuale, al tempo in cui ha iniziato la storia con il suo “ex”, e si ritrova disposta e consapevole a riprendere le antiche e giuste fattezze psicofisiche: “tutto è aperto”.
Acrobata in questo ritorno al passato non trova ostacoli consapevoli o inconsapevoli: le porte sono aperte davanti e dietro, il mio “Io” sa di sé al presente e ha anche coscienza del materiale psichico rimosso.

“Comunque io sto veloce a cambiarmi e poi me ne vado senza che lui mi veda.”

Il salmo si conclude in “gloria” perché la consapevolezza è dominante e vincente.
Acrobata “sa di sé” e può procedere usando meccanismi di difesa meno dannosi: “poi me ne vado”.
E’ pronta a godere del suo corpo e a coinvolgersi nelle future relazioni significative.

PSICODINAMICA

Il sogno di Acrobata sviluppa la psicodinamica della “sublimazione della libido” e del suo superamento evolutivo grazie a una riconciliazione con la materia gaudente del corpo.
Acrobata era legata a un uomo che non l’attraeva e si costringeva ad accontentarsi difendendosi dalle ansie di una nuova e diversa relazione d’amore e di attrazione.
Acrobata conclude con la presa di coscienza dell’uso abnorme e difensivo della “sublimazione” e si dispone al nuovo che verrà con calma e desiderio. Questa è la funzione del sogno di integrare a livello psichico traumi e difficoltà umane manifestandole in forma simbolica.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Il sogno di Acrobata manifesta la presenza dell’istanza pulsionale “Es” in “sopra delle piante rampicanti.” e in “Vi sono due fili di quelli dove si stendono la biancheria ad asciugare, uno molto in alto a circa quattro metri e un altro molto basso.” e in “Sopra vi è stesa la mia biancheria intima, anzi no, costumi da bagno: sopra tutti i reggiseni e sotto tutti gli slip.” e in “Isso una scala a pioli in legno e salgo.” e in “la scala mi scappa dai piedi e io cado e mi afferro con le mani” e in altro.
Il sogno di Acrobata manifesta la presenza dell’istanza vigilante e razionale “Io” in “decido” e in “mi reco” e in “controllo” e in “vedo” e altro.
Il sogno di Acrobata manifesta la presenza dell’istanza censoria e limitante “Super-Io” in “Ma perché cavolo avrò messo tutte queste mollette se adesso faccio così fatica a staccarli?”.
Le “posizioni” psichiche evidenziate sono la “orale”, la “anale”, la “genitale”.
La “posizione orale” appare nel seno traslato nel reggiseno e nella “libido” erogena del succhiare e appagarsi: “sopra tutti i reggiseni”.
La “posizione anale” è supposta e compresa nella “traslazione” della “libido sadomasochistica” in “sotto tutti gli slip”.
La “posizione genitale” è evidenziata nella “traslazione” della “libido sessuale” in “sotto tutti gli slip”.
Acrobata è alla ricerca di un migliore coinvolgimento e di una migliore espressione della “libido” generale senza fare ricorso a difese eccessive e dispendiose.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

Il sogno di Acrobata usa i seguenti “meccanismi” e “processi” di difesa dall’angoscia:
la “condensazione” in “casa” e in “biancheria intima” e in “cortile” e in “ cambiarsi d’abito”,
lo “spostamento” in “slip” e in “reggiseno” e in “costumi da bagno”,
la “traslazione” in slip” e in “reggiseno”,
il “simbolismo” in “molto in alto” e in “molto basso”,
la “figurabilità” in “Vi sono due fili di quelli dove si stendono la biancheria ad asciugare, uno molto in alto a circa quattro metri e un altro molto basso.”,
la “proiezione” in “non c’è nessun pericolo e non serve.” e in “la scala mi scappa dai piedi e io cado e mi afferro con le mani ad uno sporto di un terrazzo e chiamo in aiuto mio figlio perché mi riporti la scala.”
Il processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido” è dominante, “molto in alto”, e governa tutto il sogno.
Il processo psichico di difesa della “regressione” è presente in “Allora vado all’interno dei locali di un’attività che gestivo con il mio compagno”.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Acrobata evidenzia tratti “orali” e “genitali” all’interno di una organizzazione psichica “genitale” resa conflittuale da una rassicurante dipendenza e dalla ricerca di emancipazione.

FIGURE RETORICHE

Il sogno di Acrobata presenta le seguenti figure retoriche:
la “metafora” o relazione di somiglianza in “casa” e in “cortile” e in “piante rampicanti” e in “pergola d’uva”,
la “metonimia” o nesso logico in “ biancheria intima” e in “molto in alto” e in “molto basso” e in “cambiarsi d’abito”,
la “enfasi” o forza espressiva in “Allora arrabbiata io gli urlo di nuovo di tenermi la scala e proprio in quel momento la scala mi scappa dai piedi e io cado e mi afferro con le mani ad uno sporto di un terrazzo e chiamo in aiuto mio figlio perché mi riporti la scala.”

DIAGNOSI

La diagnosi dispone per la benefica risoluzione di un uso eccessivo del processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido” con le conseguenti cadute del gusto della vita sessuale per il vantaggio secondario della convivenza. Il sogno di Acrobata pone il conflitto psichico e lo risolve con la riconquista dell’autonomia.

PROGNOSI

La prognosi impone ad Acrobata di cimentarsi nella conquistata autonomia facendo perno esclusivamente su se stessa e sulle proprie capacità per accedere alla conquista del nuovo mondo, l’universo maschile epurato da paure e da fasulli riconoscimenti.
Una buona dose di “libido narcisistica” e una altrettanto buona dose di amor proprio sono indispensabili per adire nelle migliori relazioni possibili senza dipendenze e inferiorità.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta in una sindrome psiconevrotica d’angoscia legata alla mancata realizzazione della materia corpo e della “libido” collegata. La conversione isterica della “libido” frustrata è sempre possibile e in agguato: meccanismo di difesa della “formazione di sintomi”.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Acrobata è “3” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.
Realismo e simbolismo si combinano discorsivamente in maniera equa.

RESTO DIURNO

Il “resto diurno” del “resto notturno”, la causa scatenante del sogno di Acrobata si attesta in un incontro fortuito o in una riflessione consapevole.

QUALITA’ ONIRICA

La qualità del sogno di Acrobata è “dinamica discorsiva”. La trama si snoda in maniera acrobatica associativa e logica consequenziale giustificando in parte la componente surreale del sogno.

REM – NONREM

Nella sua variegata espressione il sogno di Acrobata è stato elaborato in uno stato di relativa agitazione e possibilmente nella fase mediana, seconda o terza, del sonno REM. Acrobata ha trovato nelle allucinazioni del sogno la naturale via di scarico al nuovo benessere psicofisico.

FATTORE ALLUCINATORIO

Il sogno di Acrobata coinvolge in maniera dominante la “vista”: “Mi reco quindi a casa sua, entro nel cortile dove c’è una grande pergola d’uva e sopra delle piante rampicanti.” e seguenti.
Il senso “udito” è allucinato in “ Lo chiamo e gli dico” e in “gli urlo” e in “Ma lui si mette a ridere e mi dice: “ma non vedi che sei quasi a terra?”.
Il senso del “tatto” è allucinato in “Isso una scala a pioli in legno e salgo.”
I sensi “olfatto” e “gusto” non sono attivati in maniera specifica.
La sintesi di alcuni sensi o “sesto senso” è attivato in “Quando sono sopra, ho molta paura perché la scala è traballante e poco stabile ed è appoggiata a dei rami di piante rampicanti.” e anche in “Ma lui si mette a ridere”.
Il processo allucinatorio è privilegiato nello svolgimento della psicodinamica e nell’alternarsi dei sensi.

DOMANDE & RISPOSTE

La lettrice anonima, dopo aver letto l’interpretazione del sogno di Acrobata, ha posto le seguenti domande.

Domanda
Un esempio comprensibile di “sublimazione” me lo può fare?

Risposta
Gli esempi classici, quelli che compaiono nei sommari di Psicoanalisi, sono questi: un sadico sublimato è un buon chirurgo piuttosto che un criminale, un prete è chiamato a sublimare la sessualità nell’amore verso il prossimo, uno sportivo sublima “libido” nella competizione.
Bastano?

Domanda
Acrobata si accompagnava a un uomo da cui non era attratta ed eccitata, per cui sublimava la sessualità in cambio di non restare sola. Possibile?
Esistono donne che si accontentano di stare con l’uomo sbagliato per paura di restare sole?

Risposta
Sì e specialmente nella fascia d’età che viaggia tra i trenta e i quaranta e tra i cinquanta e i sessanta.
La prima fascia è affollata da donne che vogliono maritarsi per realizzare la maternità.
La seconda fascia è occupata da donne che affrontano in maniera depressiva la menopausa e si legano ulteriormente al proprio partner nonostante le sue malefatte, strutturando una dipendenza psichica.
In ogni modo la solitudine è una brutta bestia per tutti, così come il senso d’inferiorità e d’inadeguatezza costringono a scelte improvvide e dannose.

Domanda
Acrobata si faceva tante paturnie: perché?

Risposta
Acrobata compensava con le fantasie le frustrazioni che si procurava con le “sublimazioni” della sua sessualità, ma questa operazione non bastava alla sua economia psichica.

Domanda
Quanto è importante in una coppia una buona vita sessuale?

Risposta
La coppia si contraddistingue per l’esercizio della “libido” e, di conseguenza, questa magia psicofisica è l’essenza di una relazione, sia pur con tutte le manipolazioni dei meccanismi di difesa dell’Io.
La “libido” si evolve insieme alle persone che formano la coppia, ma è sempre importante l’esercizio e la consapevolezza.

Domanda
Cosa intende per “libido”?
Mi sembra di capire che non coincide totalmente con la sessualità.

Risposta
Capito bene!
La “libido” non si riduce agli organi sessuali, ma è quell’energia del vivente che si articola in mille investimenti, dall’amore per il gatto all’emozione per il tramonto, dalla cura del tuo uomo o della tua donna all’accudimento dei figli, dal tifo per la squadra del cuore alla passione per il gioco degli scacchi e avanti ancora di questo passo per arrivare allo “amor fati”, l’amore del tuo destino di vivente.

Domanda
Perché da un po’ di tempo associa una canzone di musica leggera al sogno che interpreta?

Risposta
Le canzoni sono prodotti della Fantasia e della Ragione, dei “processi primari” e dei “processi secondari”. Sono veicoli immediati di schemi culturali, di valori sociali e di modi psichici. Trasmettono alla gente comune, il benamato popolo, un “sapere” democratico in cui ritrovarsi e identificarsi attraverso l’emozione della musica. Le canzoni hanno grande diffusione e specialmente in questi ultimi tempi non hanno testi banali: tutt’altro! Comunicano, ironizzano, contestano, dimostrano, raccontano, spiegano, denunciano, insegnano e altro: “sono sempre sul pezzo” del momento storico che considerano. Trattano archetipi come il padre e la madre, l’amore e il desiderio, l’odio e il dolore. Le scuole principali in atto sono la realistica,la surreale e l’ermetica, ma tutte le canzoni si capiscono sempre grazie al collante della musica e della musicalità e soprattutto grazie a chi le ascolta, le interpreta e le significa. Le canzoni hanno il dono di essere “significanti” democratici: tutti quelli che ascoltano, interpretano e rivivono il loro materiale psichico incamerato sul tema. In tanto positivo travaglio notevole è il contributo dei “rapper” con le loro intelligenti e impegnate “rappate”.
Le canzoni sono assimilabili ai “sogni a occhi aperti” e ai “sogni a occhi chiusi” sia per la fattura e sia per il contenuto.
Per il momento mi fermo, ma c’è tanto da aggiungere.

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

A proposito della “sublimazione” offro qualche notizia anche per suffragare la domanda dell’acuta lettrice anonima.
Freud aveva individuato questo meccanismo e il suo processo e l’aveva definito una “deflessione” di cariche istintuali dagli originari fini sessuali verso altri propositi più nobili e socialmente utili.
L’istinto sessuale cambiava oggetto e fine e trovava una soddisfazione sostitutiva.
Le cariche istintuali in genere, in particolare quelle sessuali, nelle vicissitudini del loro percorso possono essere desessualizzate attraverso una serie di compromessi in maniera tale che lo loro originaria connessione con i fini istintuali si attenua notevolmente al punto che non si individua.
La Cultura sottrae energie sessuali per destinarle a investimenti sociali, per cui la civilizzazione comporta un grosso sacrificio della sessualità.
La “sublimazione”, finché funziona, ha lo stesso esito di una “rimozione” ben riuscita.
Nella soluzione ottimale della “posizione edipica”, la conflittualità con i genitori, abbiamo la “sublimazione” dell’amore verso il genitore del sesso opposto e la “formazione reattiva” nei confronti dell’angoscia di punizione da parte del genitore dello stesso sesso proprio identificandosi per paura in lui: identificazione nell’aggressore.
Il “maschile” il “femminile” sono il precipitato o il risultato di “sublimazioni” di cariche sessuali e di “formazioni reattive”.
La “sublimazione” allarga i processi mentali e arricchisce l’Io.
Il processo normale e non patologico della “sublimazione” esige la condizione che non sopprima ogni attività sessuale o aggressiva.
Concludendo, la “sublimazione” serve a nuovi scopi pulsionali di tipo sociale e serve a integrare il “Super-Io” con i doveri e le leggi.

A proposito ancora del tema della solitudine e del servizio della donna verso l’uomo che non si ama o che non ama, propongo l’ascolto della canzone di Anna Oxa e la giusta riflessione sul tema.
Vi auguro buon divertimento.

Un’emozione da poco di I. Fossati – Guglielminetti

C’è una ragione che cresce in me
e l’incoscienza svanisce e come un viaggio nella notte finisce.
Dimmi, dimmi, dimmi che senso ha dare amore a un uomo senza pietà,
uno che non si è mai sentito finito,
che non ha mai perduto, mai per me, per me una canzone,
mai una povera illusione un pensiero banale, qualcosa che rimane.
Invece per me, più che normale
che un’emozione da poco mi faccia stare male,
una parola detta piano basta già ed io non vedo più la realtà,
non vedo più a che punto sta
la netta differenza fra il più cieco amore
e la più stupida pazienza.
No, io non vedo più la realtà,
né quanta tenerezza ti da la mia incoerenza.
Pensare che vivresti benissimo anche senza.
C’è una ragione che cresce in me e una paura che nasce.
L’imponderabile confonde la mente
finché non si sente e poi, per me più che normale
che un’emozione da poco mi faccia stare male,
una parola detta piano basta già
ed io non vedo più la realtà, non vedo più a che punto sta
la netta differenza fra il più cieco amore
e la più stupida pazienza.
No, io non vedo più la realtà,
né quanta tenerezza ti da la mia incoerenza.
Pensare che vivresti benissimo anche senza.

 

 

LA CASA DELLA FANTASMESSA

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Ero in una casa in affitto con degli altri ragazzi.
Un giorno, dopo aver già notato qualcosa di strano in quell’appartamento, io e uno dei coinquilini scopriamo che in cucina si nascondeva uno spettro.
Si trattava di una donna, non la vediamo, ma possiamo udire la sua voce da dietro delle tende color oro che si sollevavano mentre lei ci parlava.
A quel punto cominciamo a stare il meno possibile in casa, per paura della fantasmessa. Non facciamo le pulizie, né compriamo cibo.
Decidiamo di avvertire le autorità perché la cacciassero: con delle lunghe scale da pompieri si arrampicano fino al nostro balcone ma è tutto inutile.
Infatti, la fantasmessa li bombarda lanciandogli piccoli chiodi contro e facendoli precipitare.
Racconto tutto l’accaduto ai miei parenti, che sembrano molto scettici.
Un giorno ero su un autobus urbano con mia madre e lei mi racconta che pure la mia bisnonna Tita vedeva i fantasmi.
Mi racconta una storia di fantasmi della bisnonna ed è come se potessi vederla: c’è una donna in una casa che ha preparato una cena per il suo uomo.
Tuttavia, in casa sua c’era un fantasma che rovinava tutte le pietanze che lei cucinava.
Quella sera, il fantasma era ammalato, così lei lo aveva messo a letto. La donna era decisa a fuggire da quella casa, così scrive in fretta e furia una lettera per il suo sgradito coinquilino e poi esce di casa correndo.
Il fantasma, che non si era ancora addormentato, esce immediatamente dopo lei per cercarla.”

Questo sogno è firmato Brubrù.

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Brubrù racconta il suo sogno con naturalezza discorsiva usando le pezze logiche giustificative e accomodando i suoi “fantasmi” psichici senza lesinare sulla simbologia. Racconta e intreccia simboli per manifestare se stessa, come gli antichi poeti facevano con i miti per comunicare al popolo i valori culturali e i tabù morali: questa era la “polis” greca con cittadini assimilati e dissidenti.
“Introiettare” gli schemi culturali è un processo psichico necessario per avere valori condivisi e convissuti e per avere una società migliore in uno Stato espressione degli uomini filosofi e creatori, “poietés”: Platone e la sua “Repubblica” dalle tre anime ed Hegel con il suo “ethos” come sintesi di Diritto e di Moralità in uno Stato ben introiettato nelle leggi e nei valori.
Il sogno di Brubrù sta bene in questa nobile e illustre compagnia, semplicemente perché comunica il suo mito in riguardo alla “posizione psichica edipica”, nello specifico il rapporto con la madre e con la sfera affettiva, seguendo un “pathos” che sa di vissuti radicati in “fantasmi”, precoci e di buon spessore, e portandosi a strascico la sua storia familiare. Il suo sogno racconta dall’esterno di “fantasmi” formati dentro di lei nella prima infanzia e coltivati come piante di gelsomino dall’odore dolciastro e acuto. All’uopo Brubrù ha coniato un neologismo, “fantasmessa”, un “fantasma” al femminile, una donna giovane, una donna matura, una donna vecchia.
Il mistero onirico sarà disvelato senza bisogno di alcuna fede.
Buon proseguimento!

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Ero in una casa in affitto con degli altri ragazzi.”

Avrei preferito che la “casa” fosse di sua proprietà e non “in affitto”, ma a Brubrù non si può chiedere arroganza e prevaricazione, ma soltanto gentilezza e delicatezza nella socializzazione, in specie se si tratta di “altri ragazzi.” La condivisione e la complicità sono giustamente dosate in linea con i tempi della giovinezza e con gli amici degni di lei. Il sogno inizia con gli affetti da dispensare ai coetanei: “adelante Brubrù, adelante cum iudicio”.

“Un giorno, dopo aver già notato qualcosa di strano in quell’appartamento, io e uno dei coinquilini scopriamo che in cucina si nascondeva uno spettro.”

Siamo in un ambito psichico quasi anonimo, “appartamento”, una “comune” di giovani universitari dove le sorprese non mancano mai sia per quanto riguarda gli affetti e gli innamoramenti e sia per quanto riguarda le schermaglie erotiche e sessuali.
“Strano” equivale a estraneo, un fattore psichico che stona e che non è compreso nel pacchetto del viaggio. Brubrù è sempre in compagnia di un giovane amico, di un maschio e di un complice, “uno dei coinquilini”.
La “cucina” è simbolicamente l’area degli affetti, degli investimenti e dei coinvolgimenti decisamente familiari, quelli che si coniugano tra l’odore del mattutino caffè e il gusto delle pietanze più gettonate.
Lo “spettro” condensa l’aura e l’energia affettive, quelle che non si vedono ma si sentono, non si esibiscono ma si vivono dentro senza essere necessariamente esternate, quelle che tratteniamo dentro e abbiamo paura che vengano fuori e che si manifestino alla luce del sole. Lo “spettro” è una versione anonima del “fantasma” o meglio della futura “fantasmessa”.Per adesso è anonimo, energia anonima in attesa di identificazione, un personaggio in cerca d’autore e di adozione. In ogni caso e a scanso di equivoci trattasi di materiale psichico sedimentato di Brubrù.

“Si trattava di una donna, non la vediamo, ma possiamo udire la sua voce da dietro delle tende color oro che si sollevavano mentre lei ci parlava.”

Ecco che immancabilmente si presenta: “una donna”, una latina “domina”, padrona. Il conflitto è al femminile, una donna invisibile tanto per rendere più inquieto l’onesto sognare.
“Non la vediamo” si traduce “non riesco a portarla alla luce della coscienza. Brubrù ha allucinato la voce, “possiamo udire la sua voce”, ma non il viso e l’immagine, altrimenti il sogno rischiava di interrompersi nel risveglio e nell’incubo. La “censura” onirica ha proficuamente funzionato.
“Da dietro le tende color oro” attesta simbolicamente l’importanza e la sacralità del misterioso ospite: la “tenda” è un simbolo femminile che introduce ad altra dimensione, una dimensione non spaziale e non temporale, “l’oro” è il colore del nobile, del prezioso e del sacro.
La prova della presenza misterica è l’energia della parola che solleva le tende: “mentre lei ci parlava”.
Il quadro è tanto fascinoso quanto ansiogeno.

“A quel punto cominciamo a stare il meno possibile in casa, per paura della fantasmessa. Non facciamo le pulizie, né compriamo cibo.”

Neologismo: “fantasmessa”!
Viva la creatività del linguaggio!
“Una donna fantasma” o il “fantasma” di una donna?
Brubrù ha paura, accusa qualche senso di colpa, “non facciamo le pulizie della casa”, non opera “catarsi” e assoluzione, non razionalizza.
Brubrù non investe “libido” sugli affetti, “né compriamo cibo”, trascura il sentimento d’amore, anzi lo scarta, un “non” e “né”. Ricordo che il “cibo” è il classico e primario simbolo della vita e della vitalità affettiva e riguarda “in primis atque in secundis” la madre.
Che Brubrù per caso ha qualche pendenza edipica con la figura materna?
Il sogno lo dirà, anche se la “fantasmessa” è il “fantasma della madre” nella sua versione misterica e occulta.
Brubrù sta “il meno possibile in casa”.
Non è una cosa da poco, se la “fantasmessa” le crea tanto disagio psichico.

“Decidiamo di avvertire le autorità perché la cacciassero: con delle lunghe scale da pompieri si arrampicano fino al nostro balcone ma è tutto inutile.”

Brubrù ha deciso di non vivere i sensi di colpa e di non investire affetti nei riguardi della figura materna, la “fantasmessa”, ma fa anche ricorso alla sua istanza psichica censoria e morale, il “Super-Io”, per rafforzare la sua scelta di disimpegno e per sentirsi dalla parte del giusto: “le autorità perché la cacciassero”.
Arrivano anche le “lunghe scale da pompieri”!
Mai esempio del processo di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido” è stato più azzeccato nella sua figurazione o immagine!
Vanitas vanitatum! “E’ tutto inutile”
Brubrù vive un bel conflitto con la madre e i suoi meccanismi di difesa più nobili e nobilitanti non sono efficaci, per cui il conflitto resta irrisolto. In precedenza ha provato sospendendo l’investimento degli affetti verso la madre, funzione dell’istanza pulsionale “Es”. Di poi, anche la censura della madre non è stata per niente proficua, per cui resta da vedere cosa Brubrù in sogno inventa e tira fuori dal suo cilindro magico per risolvere la complicata situazione.

“Infatti, la fantasmessa li bombarda lanciandogli piccoli chiodi contro e facendoli precipitare.”

Brubrù vive la madre come una donna fallica, una femmina alla Afrodite, di quelle donne che sanno “sedurre”, “secum ducere” letteralmente “portare via con sé”. Crollano le difese di Brubrù o meglio falliscono, “facendoli precipitare”, in grazie ai sensi di colpa prodotti dalle provocazioni della madre.
I “chiodi” sono simboli fallici, ma in questo caso rappresentano anche “piccoli” strumenti d’induzione di sensi di colpa da parte della madre e sempre secondo il vangelo psichico di Brubrù. Almeno così la protagonista vive la frustrazione delle sue difese operata dall’infida matrigna, visto che si tratta di un “bombardamento”, di una continua e continuata provocazione e frustrazione. Ricordo che ogni frustrazione produce naturalmente aggressività e che quest’ultima va sempre scaricata per non ristagnare e inevitabilmente somatizzarsi.
“Precipitare” è un simbolo depressivo in quanto racchiude un “fantasma di perdita”, un vissuto brutto e particolarmente pericoloso se incamerato nella primissima infanzia.

“Racconto tutto l’accaduto ai miei parenti, che sembrano molto scettici.”

Ma chi può capire lo psicodramma di Brubrù?
Soltanto se stessa perché soltanto lei ne possiede le coordinate, per cui non le resta che procedere nel suo dilemma da sola e neanche accompagnata da quell’amico che probabilmente era un parente prossimo e magari un fratello coinvolto nelle stesse dinamiche familiari.
I “parenti” non capiscono niente e sono “scettici”, affetti da dubbio metodico, la greca “scepsi”.
Brubrù è credibile soltanto a se stessa e, di certo, non agli altri che non possono sapere di lei e dei suoi vissuti anche se sono prossimi e disponibili, “parenti” per l’appunto. “Parente” deriva dal latino “parere” e si traduce “partorire”. Il riferimento alla madre è evidente nella sua origine, di poi si trasla ai componenti del gruppo familiare.

“Un giorno ero su un autobus urbano con mia madre e lei mi racconta che pure la mia bisnonna Tita vedeva i fantasmi.”

Tutti i salmi finiscono in gloria.
Ecco svelata la magagna!
La madre in persona parla di sessualità in maniera generica e compatibile con il ruolo, “su un autobus urbano”. Ma non basta, perché viene fuori un’altra madre, la nonna della madre e la bisnonna di Brubrù.
Questo sogno è un concentrato di madri da cucinare in tutte le salse. Anche Tita vedeva i “fantasmi”, ma in questo sogno i “fantasmi” di Tita sono quelli di Brubrù.
“Mal comune, mezzo gaudio” recita un proverbio popolare in Toscana. Brubrù si è identificata nella bisnonna che, come lei, “vedeva i fantasmi”. Brubrù condivide con la bisnonna un tratto psichico che ha introiettato e che ha assimilato nella sua prima infanzia. In sogno Brubrù le attribuisce la stessa sensibilità di allucinazione.

“Mi racconta una storia di fantasmi della bisnonna ed è come se potessi vederla: c’è una donna in una casa che ha preparato una cena per il suo uomo.”

Il sogno di Brubrù diventa veramente intrigante perché condensa e proietta sulla figura della bisnonna la sua psicodinamica e sempre al fine di non coinvolgere la madre in prima persona e di continuare a dormire e a sognare. Vediamo la scena madre per comprovare la psicodinamica in comune tra bisnonna Tita e Brubrù: una donna innamorata del suo uomo, “c’è una donna in una casa che ha preparato una cena per il suo uomo”.
Che bellezza!
Che delicatezza!
Che semplicità creativa!
Poche parole per descrivere il sentimento d’amore.
L’anonimato è d’obbligo, “una donna”, per operare la censura e perché il “contenuto latente” non coincida con il “contenuto manifesto” del sogno: una storia d’amore coniugale vissuta dalla bisnonna.
La psicodinamica di Brubrù verte sull’amore coniugale e nello specifico riguarda la madre, meglio riguarda il suo desiderio edipico di sostituire la madre nell’amoroso accudimento del padre.

“Tuttavia, in casa sua c’era un fantasma che rovinava tutte le pietanze che lei cucinava.”

L’amore tralignato si coglie chiaramente nella simbologia delle “pietanze” rovinate. Tradotto in termini psicodinamici si tratta della “posizione psichica edipica” di Brubrù, dell’amore della figlia verso il padre che regolarmente viene impedito dalla madre nei vissuti profondi e più teneri della bambina. La mamma è una “rovinapietanze”. Già per il fatto che esiste, è un ostacolo insormontabile per le pulsioni affettive di Brubrù, ma il “Super-Io” dice che bisogna amare e rispettare la madre e soprattutto non diseredarla dagli affetti conquistati e costituiti, le condizioni oggettive per l’esistenza della figlia.

“Quella sera, il fantasma era ammalato, così lei lo aveva messo a letto.”

Le cose si complicano e il sogno si allarga ad ampio raggio. La scena onirica scatena la sensazione che la madre metta a letto la figlia “ammalata”, per cui il “fantasma” adesso è la figlia stessa e non più la madre. Chi mette a letto i figli è la madre e, in specie, quando sono ammalati.
Brubrù sta rievocando dal profondo psichico qualche episodio traumatico della sua vita di bambina nella scena di una madre premurosa che accudisce la figlia rivale e assolvendo con questo atto d’amore la sua competitività. La malattia della bambina si attesta nella relazione edipica con il padre.

“La donna era decisa a fuggire da quella casa, così scrive in fretta e furia una lettera per il suo sgradito coinquilino e poi esce di casa correndo.”

Ribadisco e chiarisco: questa è la storia di Tita, la bisnonna di Brubrù, in riferimento alla psicodinamica dell’amore coniugale e dei suoi infiniti ostacoli. In effetti, trattasi della tematica edipica di Brubrù, proiettata per difesa nella bisnonna e che lei in prima persona ha vissuto nei confronti della madre. Adesso Brubrù ci dice il suo trauma: l’abbandono da parte della madre sia del padre e soprattutto della figlia.
La “lettera” condensa una parte psichica di sé che vede la luce della consapevolezza. L’immagine della madre che “correndo” abbandona il padre, si fonde e confonde con l’immagine della figlia che risolve la “posizione edipica” e cerca per sé un altro uomo battendo un’altra strada. Piace pensare che sia Brubrù a cercare la sua ventura nell’avventura dell’autonomia psichica ormai prossima.
Il prosieguo del sogno ci dirà la verità.

“Il fantasma, che non si era ancora addormentato, esce immediatamente dopo lei per cercarla.”

La figlia segue e cerca la madre.
Il trauma è d’abbandono ed è ancora in circolazione perché “non si è ancora addormentato”, non è stato “rimosso” e tanto meno risolto.
Questo è quanto ha detto Brubrù in sogno ed è tanto.

PSICODINAMICA

Il sogno di Brubrù sviluppa la psicodinamica conflittuale con la figura materna classica della “posizione psichica edipica”. Per via associativa riesuma un trauma d’abbandono vissuto ed elaborato nella prima infanzia e lo svolge nei termini emotivi che lasciano ben sperare un superamento progressivo dell’angoscia collegata. La psicodinamica è sviluppata al femminile: Brubrù, madre e nonna-bisnonna Tita. L’unica figura maschile è un alleato familiare, probabilmente un fratello. Il “fantasma” parapsicologico coincide spesso con il “fantasma” psicologico, il materiale introiettato nel tempo.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Il sogno di Brubrù presenta le tre istanze psichiche in piena azione: “Io” vigilante nel suo essere razionale e cosciente, “Es” pulsionale nel suo rappresentare gli istinti, “Super-Io” morale e censurante nel suo porre limiti a tutela dell’equilibrio psicofisico.
L’Io si manifesta in “Racconto tutto l’accaduto ai miei parenti, che sembrano molto scettici.” e in “ero su un autobus” e in “mi racconta”.
L’Es si evidenzia in “stare il meno possibile in casa, per paura della fantasmessa.” e in “Non facciamo le pulizie, né compriamo cibo.” e in “c’è una donna in una casa che ha preparato una cena per il suo uomo.”
Il “Super-Io” è presente in “Decidiamo di avvertire le autorità perché la cacciassero: e in “con delle lunghe scale da pompieri si arrampicano fino al nostro balcone ma è tutto inutile.”
La “posizione psichica edipica” è dominante con la conflittualità materna.
La “posizione psichica orale” determina la sfera affettiva nel trauma d’abbandono vissuto nell’infanzia.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

I meccanismi psichici di difesa che hanno operato nel sogno di Brubrù sono la “condensazione” in “casa in affitto” e in “spettro” e in “cucina” e in altro, lo “spostamento” in “fare le pulizie” e in “comprare cibo” e in “autorità” e in scale” e in “pompieri”, la “traslazione” in “ammalata”, la “proiezione” in “c’è una donna in una casa che ha preparato una cena per il suo uomo.”, la “drammatizzazione” in “E’ tutto inutile”, la “figurabilità” in “lunghe scale da pompieri”.
Il processo psichico di difesa della “regressione” è presente in “Quella sera, il fantasma era ammalato, così lei lo aveva messo a letto.”
Il processo psichico di difesa della “sublimazione della libido” si evidenzia in “con delle lunghe scale da pompieri si arrampicano fino al nostro balcone”.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Brubrù evidenzia un tratto psichico nettamente “edipico” all’interno di una cornice “genitale” con riesumazione di un trauma d’abbandono esperito nella prima infanzia.

FIGURE RETORICHE

Il sogno di Brubrù usa le figure retoriche della “metafora” o relazione di somiglianza in “spettro” e in “fantasmessa” e in “scale” e in “tende color oro” e in altro, della “metonimia” o relazione di senso logico in “pompieri” e in “balcone” e in “autorità” e in altro, della “enfasi” o esagerazione espressiva in “lunghe scale da pompieri.

DIAGNOSI

La diagnosi dice di una relazione edipica conflittuale con la madre in associazione a un trauma d’abbandono vissuto nella prima infanzia.

PROGNOSI

La prognosi impone la risoluzione della “posizione edipica” e di non procrastinarla al fine d’incarnare l’autonomia psichica. La madre va riconosciuta secondo la formulazione psicoanalitica e Brubrù deve evitare la conflittualità inutile. Inoltre, Brubrù deve valutare la consistenza del trauma d’abbandono al fine di trovare la soluzione adeguata.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta in un tralignare della conflittualità con la madre e in una dipendenza psicofisica nevrotica nelle relazioni affettive significative: psiconevrosi edipiche sono l’isterica, la fobico ossessiva con crisi di panico e d’angoscia.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Brubrù è “3” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.

RESTO DIURNO

La causa scatenante del sogno di Brubrù si attesta in una discussione pomeridiana in riguardo alla sua situazione esistenziale e con figure maternali.

QUALITA’ ONIRICA

Il sogno di Brubrù è di qualità logico discorsiva con un picco enfatico. Qualche tratto surreale si assorbe nel racconto e nella psicodinamica trattata.

DOMANDE & RISPOSTE

Domanda:
Il sogno di Brubrù desta qualche preoccupazione?

Risposta:
I sogni edipici ritornano sempre e immancabilmente durante il corso della vita semplicemente perché i vissuti in riguardo ai genitori, reali o sostituti o immaginari, contribuiscono notevolmente alla nostra “formazione psichica reattiva”, alla formazione della nostra struttura psichica o del nostro carattere.
I vissuti edipici si svolgono in un tempo lungo e in una situazione di dipendenza e di malleabilità psichica, per cui bisogna calibrare bene il ruolo dei genitori da parte dei figli adulti. E’ sempre necessaria la presa di coscienza del tipo di legame, per non ingenerare un conflitto nevrotico e per non somatizzarlo.

Domanda:
Ma si risolve mai la “posizione edipica”?

Risposta:
Non si risolve mai e del tutto, come l’angoscia di morte. Per quanto si razionalizzi al massimo e magari con venti anni di analisi, la relazione con i genitori comporta sempre una dipendenza reale e ideale da parte dei figli a causa della sacralità dell’ “archetipo” delle origini. Come prognosi i genitori bisogna sempre goderli al massimo e adottarli nell’età matura a livello psichico e fisico. Anche sul letto di morte e in agonia si cerca la figura materna come protettiva nell’ultimo viatico. Anche il coma è un sogno, un ultimo saluto ai “processi primari” che tanto hanno sostenuto la vita e fatto bene all’uomo e alla donna generosi che con la loro fantasia si sono resi la vita più accettabile. Ricordo ancora che la vecchiaia comporta una regressione all’infanzia e tanti “morbi”, oltre all’invecchiamento delle cellule nervose, comportano una regressione alla figura materna con l’accorata invocazione “mamma, mamma!”.

Domanda:
Cosa comporta una mancata risoluzione della “posizione psichica edipica”?

Risposta:
Le solite e universali “psiconevrosi edipiche” come dicevo nel “rischio psicopatologico”, la nevrosi fobico ossessiva, isterica e d’angoscia. Tutto questo rientra nell’assoluta cosiddetta normalità “nevrotica” ed “esistenziale”. E’ importante che non degenerino in sintomi “borderline” con grande dolore e caduta della qualità della vita e delle relazioni affettive e sociali. Ricordo che somatizzazioni all’apparato respiratorio e digestivo sono a carico di “fantasmi edipici”.

Domanda:
Cosa vuol dire autonomia psichica allora?

Risposta:
Significa consapevolezza della minima, residua e ideale dipendenza psichica: non onorarli per non restare schiavi, non ucciderli e negarli per non restare soli, riconoscerli per restare liberi. Bisogna seguire e riproporre i loro buoni insegnamenti e non condividere i loro difetti e tutti quei comportamenti che tanto male vi possono aver fatto.

REM – NONREM ?

-Il sogno è un “modulo” di funzionamento del Cervello durante il sonno R.E.M. Meglio: dalle onde rapide e a basso voltaggio e dai movimenti vorticosi dei bulbi oculari la “Mente autocosciente” o “Io” legge l’attività dei moduli e produce il sogno. Questa è la teoria di Eccles, neurofisiologo.
– Il sogno è l’attività psichica del sonno e si svolge nelle fasi R.E.M. quando la funzione della memoria è favorita dallo stato di eccitazione del corpo. Questa teoria si è affermata negli anni 80.
-Oggi è degna di considerazione anche la teoria della “Continual Activation” sostenuta dalle ricerche delle neuroscienze: l’attività onirica è presente nelle fasi R.E.M. e NON R.E.M. del sonno.

Il sogno di Brubrù è stato decisamente elaborato in uno stato di agitazione psicomotoria, in una fase R.E.M. o nel sonno paradosso e possibilmente nell’ultima fase R.E.M. verso il mattino e prima del risveglio dal momento che è stato ricordato anche nei minimi particolari.

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

E’ opportuno chiarire il meccanismo psichico di difesa della “introiezione”, di cui ho detto all’inizio nelle Considerazioni.
L’introiezione è un meccanismo arcaico di difesa dall’angoscia e si basa sulla indistinzione tra soggetto e oggetto, sulla fusione della diade “madre e figlio”.
E’ strettamente collegato al meccanismo psichico, sempre di difesa, della “identificazione”.
L’introiezione esordisce con l’incorporazione “orale” dell’oggetto: il bambino esercita la “libido, la sua energia vitale, attraverso l’organo erogeno della bocca e questa “posizione” produce l’identificazione primaria nella fusione con la madre.
Di poi, subentra la distinzione tra soggetto e oggetto e il bambino si stacca dalla madre e, in tal modo, avviene l’identificazione secondaria e l’identificazione collettiva a ridotta carica di “libido” e frutto di suggestione e di imitazione.
L’identificazione si lega alla “posizione edipica” con quella risolutiva nella figura genitoriale dello stesso sesso secondo Freud al suo tempo, in una figura genitoriale nei nostri giorni.
Ogni “identificazione” è di fatto l’esito di una “introiezione”.
Esaminiamo l’importanza dei meccanismi psichici di difesa in questione nella psicopatologia anche grave.
“Narcisismo secondario” è il vivere come fatto a sé ciò che viene fatto alla persona o all’oggetto introiettato e in cui ci si è identificati, alla madre per esempio.
Ancora: l’Identificazione con l’aggressore nella situazione di pericolo, ad esempio nel padre per risolvere il conflitto edipico.
L’onnipotenza magica comporta l’introiezione dell’oggetto investito in maniera abnorme e reso sacro: colui che mangia e assimila la virtù implicita nell’oggetto incorporato.
Il sadomasochismo è la conseguenza di una “introiezione” del padre nella versione autoritaria e punitiva, una identificazione favorita da un rafforzamento dell’istanza psichica “Super-Io”.
Ancora per attestare l’importanza di questi meccanismi primari di difesa dall’angoscia, “ introiezione e identificazione”, si spiega l’incomunicabilità dello schizofrenico con il mondo esterno con il perché vive del materiale psichico piacevole introiettato e di nessuno e di nulla, fuor di se stesso, abbisogna.
Ancora: l’introiezione dell’aggressività deriva nella depressione grave dal fallimento del tentativo di esternarla.
Nella malinconia è presente l’introiezione nella chiusura agli investimenti di “libido” con l’incapacità di aprirsi all’altro e al mondo.

 

TITA ERA MIA MADRE

Ore 7.10

Mia madre vive ancora in una desolata città della Sicilia, intenta a contemplare con indifferenza teatri greci e templi antichi ricolmi di spazzatura, sempre pronta a fottersi dell’archeologia per ignoranza e della morte in nome di una dignitosa vecchiaia.
Il suo narcisismo è infinito e supera i confini del povero universo.
Preferisce spalmare ogni giorno il suo corpo di profumata crema “nivea” e preparare la succosa salsa del carrettiere siciliano: pomodori a pezzi e distribuiti in abbondante cipolla dorata insieme a un benefico spicchio d’aglio, il tutto in olio extra-vergine d’oliva.
Niente è più indicato di questa leccornia per i filtri di un fegato consumato da una testarda cirrosi e da un’antica rabbia.
Eppure quegli spaghetti, conditi alla grezza, erano unici in ogni senso e soffritti sapevano ogni sera di quella buona necessità decorosamente sublimata in arida virtù da mani esperte e lungimiranti.
Io ti ricordo bene, o bella signora dai capelli ardenti, tutta profumi e niente balocchi, mentre indaghi i segni del destino con i gomiti poggiati sulla bianca ringhiera del balcone nella via dei nostri inetti re.
La sorte era sempre infame e non si smentiva mai.
Quante tazzine ricolme di aroma hai adagiato senza rumore sul comodino di tuo figlio in onore al rito mattutino degli umili e in offesa alla sua auspicabile autonomia.
Ci amavamo !
Io ti amavo: io, figlio, amavo mia madre.
Tu mi amavi: tu, madre, amavi tuo figlio.
I cordoni ombelicali, bella mia, non si possono recidere finché si é vivi; l’indipendenza e la libertà sono solo pie e tristi illusioni, banalità che riempiono d’orgoglio soltanto l’animo dei disperati e il ventre degli scialacquatori.
Tutto qua !
E’ una semplice ingrata verità, buona soltanto per chi vuol capirla e non riesce a farla sua in alcun modo.
Mia cara madre, quelle tazzine si annunciavano con il tintinnio di una modesta porcellana sin da quel corridoio che s’infilava nella mia stanza affollata di libri e mortalmente impregnata di fumo.
La tua mano tremava in quell’atto d’amore non adeguatamente ricambiato dalla riconoscenza e narcisisticamente frainteso come devozione verso quel figlio maschio che aveva coronato le tue tante gravidanze.
Io ti ricordo ancora vecchia signora dai capelli ardenti, che con la pietà di una vestale oggi custodisci le reliquie della nostra famiglia e riscaldi il tempio della nostra casa.
Il focolare è acceso, ma la fiamma tende già a imbrunire.
A chi offri adesso il tuo caffè e con chi consumi il gesto quotidiano di un vero atto d’amore tra le discrete pareti di una casa inesorabilmente svuotata dalla morte ?
La madre di Cecilia dirà al monatto di ripassare la sera per compiere il capolavoro della fine di tutti e di tutto.
Il papà é da tempo in cimitero, rigido come un baccalà norvegese e ormai stecchito dall’afa della tomba; io l’ho sentito di cartapecora quando mi sono tuffato con un ultimo bacio dentro la lucida cassa di legno nella desolata speranza di fissare sulle mie labbra un ultimo contatto da ricordare, un minimo senso del distacco e dell’addio.
Il suo pudore infinito aveva seminato durante la vita poche sensazioni per il tatto, mentre alla vista era stata concessa anche l’immagine nitida di un vecchio gagliardo che saltellando si avviava a comprare il gelato siciliano dai rustici gusti per i suoi figli ormai adulti e riuniti per onorarlo in un caldo pomeriggio d’agosto sotto il soffitto affrescato della superba casa di via Savoia.
La vitalità traboccava da quel corpo greco e l’ironia non sfigurava in quella mente sopraffina: un vero condensato di eccezionalità.
E poi, poi è arrivato il declino, la caduta di un piccolo dio; qualcosa si rompe nel cervello e inonda lentamente la materia grigia senza sporcare la lucidità della coscienza.
Il grande vecchio richiama all’appello tutto il suo orgoglio, esterna in maniera ingrata la sua stanchezza di vivere e il suo desiderio di morire, una violenza che ancora grida vendetta in chi è rimasto imperterrito al suo capezzale e quotidianamente sopravvive con la costrizione di ricordare tanta drammatica fierezza.
Cara la mia “maman” anche questo lutto si veste di nero e chiede la sua misera ragione.
Le offese del tempo erano tralignate in volgari insulti; le stampelle, il catetere, la noia si sposavano a un uomo qualunque, non certo a un galantuomo di razza costretto a piegarsi alle premure interessate di un avido infermiere o di un crumiro beccamorto.
La dignità non é l’acqua fresca del fiume Ciane anche se le ninfe sono per natura donne bellissime e infelici.
Aveva deciso di uscire dalla vita senza sbattere la porta e senza l’onnipotenza di chi vuole a tutti i costi sopravvivere; al grande vecchio bastava soltanto il coraggio di accettare decorosamente la sua fine.
Uomini d’altri tempi !
Cara madre, consoliamoci con questa sciocchezza e che ti sia sempre lieve il dolore, perché la tua dolcezza non ha mai conosciuto la prepotenza, “mea suavissima mater”.
Oggi, per favore, resta ancora a parlare con me.
Dimmi: anche nella tua città il pulviscolo atmosferico filtra dalle persiane chiuse e disegna sinuose volute per i nostri bisogni d’amore ?
Spira ancora di sera la brezza dal mare e lo scirocco porta sempre quell’umido vapore che attanaglia i nervi e bagna gli ultimi pensieri prima di prender sonno ?
C’è ancora l’oleandro giallo sotto il balcone e passa ogni sera il venditore di gelsomini, quell’uomo vestito di bianco come i suoi “bouquet” che canta il solito ritornello “fiori, fiori bianchi per gli innamorati” ?
Friggi ancora le patate una per una stendendole sulla padella come i grani di un lugubre rosario ?
E il polpettone è sempre ripieno di mezzo uovo sodo, mortadella e provolone filante ?
Padova é tanto lontana dal centro del tuo mondo e sant’Antonio non ha fatto il miracolo di restituirti un figlio smarrito a suo tempo tra i grigi fumi di un negligente e arrivista continente, “mea dulcissima mater”.
Ma tu sei viva e so che indaghi la sorte nelle parole degli altri adattando con semplicità i significati ai tuoi desideri più teneri.
Un ubriaco mastica alla Rita Pavone il “qui ritornerà” di una ritmata canzoncina e il tuo sguardo si illumina di quel sorriso materno che sa attendere e ricordare il figlio scappato a Milano per la sciocca rivoluzione del ‘68.
Solevi dirmi allora tra il serio e il faceto, ma certamente con tanta rabbia: “meglio t’avissi fatto zappatore, c’o zappatore nun sa scuorda a mamma !”
Dal vecchio grammofono Mario Merola chiedeva vendetta per te e per tutte le madri tradite dai figli ingrati e privi dei valori del sangue; tu ascoltavi “o zappatore” con la fede di una santa e in silenzio pensavi “mò torna, mò torna core e mamma soia”.
Ti sei sbagliata: io non sono più tornato.
Lo sento e lo ripeto: le madri tengono vivo il sacro fuoco della memoria familiare con la discrezione della legge di natura tra l’odore del lesso e il rimpianto degli assenti.
E io ?
Io ascolto di qua dal Piave e ogni sera, quando tutto fuori diventa uguale e i pensieri riescono finalmente a decollare, il mellifluo Elvis Presley nella dolce litania del “ti senti sola stasera“ e ti sussurro come un amante appassionato “se sei sola anche tu, anche tu come me, vuoi che torni, che torni da te ?”
I fantasmi inquieti e gli dei avversi hanno remato e remano contro il naturale corso degli eventi e il fiume non ha trovato la sua foce nel tragitto e ora ristagna in un letto di morte.
Di certo i fantasmi e gli dei non hanno gradito di essere continuamente strofinati tra i rosei testicoli di un arrogante mortale.
La morte, solo la morte può impartire la giusta lezione a chi non ha avuto pietà delle radici.
E così, tra nostalgia e rassegnazione, tra poesia e retorica, la mia stanza è sola e piena di solitudine.

 

Salvatore Vallone

brano estratto dal testo inedito “Sognando”,
elaborato in Pieve di Soligo (TV),
nel mese di giugno dell’anno 1987