PRUDERIE

Tra il Tigri e l’Eufrate,

tra il Manzanarre e il Reno,

colui che sapeva e sapeva parlare,

il Verbo,

disse “Eden”

ed Eden fu.

Con nobile noncuranza,

degna di un dio,

vi pose Adamo e Lilith

a che spargessero il loro seme

nelle pianure di via col vento,

a che domani fosse un altro giorno

e sempre con una serva nera migrante al servizio.

E fu subito sera

e fu che ognuno si sentì solo nel cuore della terra

e fu subito guerra,

con e senza il Corso,

con e senza i matti dei Mattei,

con e senza i senatori a vita

che non muoiono mai.

Dammi la contezza della contentezza della vecchiezza,

gridava Orlando a Rinaldo,

mentre Gano di Magonza ammazzava Guerin,

detto il meschino,

un pezzo di carne intonsa con due occhi di bambolotto

sopra le ciglia finte

e messe su dalla Chiara in quel di Cessalto

sotto l’albero fiorito di giallo della mimosa

che Salvatore le ha regalato in una notte di piena estate

tra batuffoli morbidi e preghiere al vento.

Ma Gano di Magonza era tenuto in piedi dalla lega d’acciaio

e dal patto dei due imperatori,

lui e le rose,

per cui a Firenze e a Milano

di quel securo il fulmine tenea dietro al baleno.

E fu così che la guerra scoppiò da Scilla al Tanai,

nella camera da letto di coniugale virtù,

dall’uno all’altro mar

sulla rotta di Magellano e del virus a corona.

Fu vera gloria?

Ai Mattei va l’ardua sentenza.

Tutti li vogliono,

tutti li cercano,

come i barbieri di qualità,

di qualità,

di qualità.

Ma la miscellanea ancora non basta,

tanta fu l’offesa

che la minestra non fu servita a puntino

dai camerieri degli alberghi a cinque stelle

con il pagliaccio in prima fila e il buffone in curva.

La contaminazione continua

e persiste nelle zone rosse e verdi

di questa terra malfamata

e divorata dagli scandali edilizi

e massonici della borghesia mafiosa.

O Licio, o Licio,

lama sabactani!

Una donna matura a Firenze canta a una donna giovane.

“C’è la luna in mezzo al mare,

figlia mia chi ti devo dare?”

E la medesima incalza alla madama.

“Mamma mia pensaci tu.”

E la suddetta ribatte imperterrita e in vernacolo lombardo.

“Se ti do il barbiere,

lui va e lui viene

e il rasoio in mano tiene,

se c’iacchiappa a fantasia

mi fiddria a figghia mia.”

E il coro dei popolani entra

e battezza con la merda

la schiera degli eletti in Parlamento,

proprio sotto il Campidoglio.

“O mamma,

zumme zumme e baccalà,

o mamma,

zumme zumme e baccalà,

ohi mammà,

ohi mammà,

zumme zumme e baccalà.”

Eppure l’Eden esiste

ed esiste ancora

con le sue immagini imbalsamate dentro il sussidiario colorato

della benemerita scuola elementare.

Un bambino e una bambina hanno conservato nel giardino

il ricordo di un legame fatto per loro,

una figurina di Biancaneve fatta per lei,

una figurina del principe azzurro fatta per lui.

E se a Natale desideri un regalo

per un corpo che cerca ancora guai,

la perfida fatina manderà a iosa le figurine

della premiata ditta Panini,

i fotoromanzi del settimanale Grand Hotel.

In questo mondo imbelle la poesia abita dove vuole,

il tempo delle mele è lontano

e asciutto è il pantano della pruderie.

Se rinasco in altra patria,

ti vengo a cercare con la lanterna di Diogene,

ti riconoscerò dal profumo di rosmarino del tuo pollo arrosto,

ti bacerò con i pizzilli le labbra e i capelli,

ti sussurrerò bonjour avec le charme de Juliette,

ti porterò dove son tornato ad abitare dopo lunga agonia.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 31, 01, 2021

NEL GIORNO ONOMASTICO DEI MIEI GENITORI

Siracusa, 8 dicembre 1954

Tema

I miei genitori

Svolgimento

Mio padre si chiama Concetto.

Mio padre è detto Nnittulu.

Mio padre è sentito Nzuliddru.

Mia madre si chiama Concetta.

Mia madre è detta Tita.

Mia madre è sentita Titina.

Oggi è l’Immacolata.

Oggi i miei genitori fanno l’onomastico.

Oggi a casa mia si mangia brodo di carne con i pizzulati e le polpettine.

Oggi a casa mia si mangia la carne bollita con le patate fritte una per una e tagliate a forma di cerchio da mia mamma che ha tanta pazienza e anche se è la sua festa si siede davanti al focolare e frigge le patate con amore per tutti noi.

Come frutta ci sono i mandarini e le bucce non si buttano perché servono la sera per giocare a tombola. Io spero di fare almeno un terno e una cinquina, così poi mi compro la palla di gomma bianca puzzolente e gioco per strada con i miei cugini.

Come dolce ci sono i cannoli di ricotta che ha mandato lo zio Pippo Giudice e la zia Lucia Giarratana come regalo. I miei zii sono molto buoni e con le loro ricchezze tolgono tanti pensieri a mia madre quando fa la spesa perché sono macellai come mio nonno e puzzano di sangue.

Noi siamo sei figli e riempiamo tutta la tavola assieme alla nonna Lucia e alla zia Assuntina che viene da Tripoli e porta le sigarette, il tè e la cioccolata quando i finanzieri la fanno passare senza guardare nelle sue valige. Ma ci guardano sempre e rubano le leccornie a causa della divisa e le portano a casa ai loro bambini. Almeno lo spero.

La zia Assuntina è magica perché ha tanti soldi e fa tanti regali che tira fuori dalla sua valigia piano piano e quando meno te lo aspetti.

Mia nonna dicono che è cattiva, ma a me regala sempre le caramelle di carrubba per la tosse perché io soffro di bronchite e non respiro bene la notte quando mi vengono i gattini nel petto mentre dormo. Per questo mia madre mi spalma il petto di Vicks Vaporub alla menta.

Mia madre mi regala sempre le sue polpettine perché sono il più piccolo, il cacaniro, il figlio che fa la cacca sul nido.

Questa non l’ho mai capita, come la festa dell’Immacolata.

Padre Raffaele Cannarella ha detto che Immacolata concezione significa che la Madonna è nata senza peccato originale e non che era sposa di Giuseppe come poteva essere mia madre per mio padre.

Questa non l’ho capita.

Perché dobbiamo nascere con il peccato, non l’ho capito.

Perché si chiama originale se ce lo abbiamo tutti, non l’ho capito.

Il maestro ha detto che siamo tutti originali perché siamo tutti diversi, ma io non penso di essere diverso dagli altri. Però il maestro ha sempre ragione e dice tante cose difficili da capire. Il mio maestro si chiama Salvatore Grillo e fa anche il poeta, il musicista e il pittore. Ha scritto una canzone sulla Sicilia e a Messina gli hanno dato un premio di mille lire. Il mio maestro ha i capelli lunghi e ricci e sembra un pazzo. Però è sempre pulito e i capelli se li lava con lo sciampo Palmolive, quello che non usa mia madre perché costa caro.

Mia madre si lava e mi lava con il sapone Palmolive all’olio d’oliva dentro la bagnarola e anche i capelli li lava con questo sapone che fa bruciare gli occhi.

Io chiamo mia madre mamma e basta.

Mio padre lo chiamo papà.

Dopo la festa dell’Immacolata tutto torna come prima a casa mia e devo dire che non è male. Se continua così fino alla fine della scuola elementare, mi sta bene anche se non capisco tante cose, ma sono sicuro che mi rifarò perché sono curioso come una scimmia dell’Africa dove abita la zia Assuntina.

Questi sono i miei genitori e questo sono io che sono loro figlio.

scolaro Vallone Salvatore

classe terza C del primo Circolo

scuola Elementare di via dei Mergulensi n° 23

Siracusa

AUTORITRATTO 1

AHIME’

Ahimè,

ahi me,

me desperation da greco teatro antico,

me Ilaria Occhini,

me Ivo Garrani,

me attore di altri,

me derelitto,

me tapino,

me sgarrupato,

me adolescens,

me solo soletto,

me mangiatore di patate di Vincent,

me pietà di Michelangiolo.

EHIME’

Ehimè,

ehi me,

me anch’io,

me che non trasparo,

me che ci sono,

me mi vedi,

me verecondo,

me spudorato,

me insolente,

me m’incazzo,

me impertinente,

me narciso non gaudente,

me becchino del Merisi.

IHIME’

Ihimè,

ihi me,

me piagnisteo,

me brontolon,

me cacasotto,

me minchiemari,

me esistenzialista,

me sagrestano,

me comunista,

me Jean Paul Sartre,

me coion,

me urlo,

me Edvard.

OHIME’

Ohimè,

ohi me,

me maraveggia,

me portento,

me numinoso,

me poeta,

me contadino,

me bellino,

me cazzuto,

me sopraffino,

me impenitente,

me tosto,

me luce del Sanzio.

UHIME’

Uhimè,

uhi me,

me disdegno impetuoso,

me ribrezzo schifente,

me profondo ribrezzo,

me orgoglio e pregiudizio,

me leghista puareto,

me forzista sfascista,

me giornalista col ghigno,

me politico gnurant,

me grillino azzoppato,

me schifio ribrezzoso,

me duchessa di Quentin.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 24, 12, 2020

FIAT LUX

FIAT LUX

Così ritorni al punto di partenza per la nuova corsa,

sudato come un ragazzo e con le scarpe stracce,

che, tanto, a cosa servono ora?

Non più piedi,

né gambe,

né volto,

che regali al ricordo di chi resta.

Ora il pensiero diventa sguardo,

si sofferma su un paesaggio caro,

sui volti storditi dall’assenza,

sul tempo che sembrava sempre poco

e che adesso ti si spalanca dentro.

Un po’ ti invidio,

se non facesse male.

Sab

Trento, 17,11, 2020

ET LUX FACTA EST

E così sono tornato al punto di partenza,

pronto per la nuova corsa,

come disse Gautama Buddha,

sudato come un ragazzo e con le scarpe stracce,

come disse mia madre,

che tanto,

a cosa servono le scarpe?

Non ho più piedi per camminare,

né gambe possenti per pedalare la bici verde di Salvatore

sulla strada che porta a Floridia,

né volto da regalare al ricordo di chi resta

e invoca un mio segno,

un mio messaggio da spalmare nell’album di famiglia,

come la Nutella,

e per lenire le angosce della fine,

come un disperato che si vota al sacerdozio.

Il mio sguardo è diventato pensiero,

i miei occhi cerulei sono ancora vispi

come quelli di un bambino assetato di vita.

Sono energia,

Verbo,

e mi posso soffermare su un paesaggio caro,

sui volti storditi dall’assenza,

sul tempo che sembrava sempre poco

e che, adesso, mi si è spalancato dentro,

sullo spazio che si riduceva nei teoremi di Talete e di Pitagora

e che, adesso, mi si stende all’infinito.

Un po’ mi invidio,

se non facesse tanto male la dipartita.

Adesso penso

e penso che c’è qualcosa di nuovo oggi nel sole,

anzi d’antico,

io vivo altrove

e sento che da te,

nella valle dell’Anapo,

il fiume che non si vede,

sono nati i cardi mariani e le cicoriette selvatiche.

Penso che tu non sai,

che tu ignori,

che tu arranchi.

Cosa sai, tu, della notte che si affida alla luce?

Cosa sai, tu, del buio che si sposa con la bionda chioma di Aurora?

Cento paia di scarpe ho consumato per Lei ritrovare,

per ritrovarmi con Lei e con il sole in fronte

a cantare beatamente le dolci nenie di quella madre

che da bambino mi pettinò con i bei capelli a onda,

adagio,

adagio per non farmi male.

Sappi che io sono partito

e ho lasciato sul tavolo della cucina,

là dove la Morte non può entrare,

i resti di un pasto di lenticchie consumato nella luce della Sicilia

con i versi di pochi vati e di alcuni poeti,

con le foto dei miei cari vicino alla stufa economica

che bruciava la legna dell’ulivo e dell’arancio,

del limone e del mandorlo.

Ho lasciato sul vecchio canterano di legno antico,

tra il pianoforte restaurato da mio padre Paolo

e la credenza di faggio della nonna Agata,

quel poco che mi serviva a respirare

in quella stagione di fame e di inedia.

Tutto questo adesso non c’è e non serve.

L’assenza è la sorellastra dell’eternità,

te l’assicuro

e te lo dico adesso che so

quanto languore si stende ogni notte sui cuscini di seta

per la mia breve presenza sotto il tetto della mia casa,

passando tra Omero e l’ira funesta di Achille,

soggiornando presso il benemerito Istituto nautico di piazza san Giuseppe,

costruendo con pazienza solerte e creativa i miei intramontabili amori.

Ho contato dodici giorni di agonia

per colmare una vita di pensiero e di azione.

Adesso non mi servono le gambe

per arrivare all’ora che volge al desio

e ai naviganti intenerisce il core,

quel cuore che non invidio

e che si è spento tra le pareti di una casa buona

per ritrovare finalmente colei che solo a me par donna,

per dire grazie a nostra sora morte corporale.

Sal

Carancino di Belvedere, 20, 11, 2020

DEDICATO AD AMALIA

NOSTALGIE

In un nero asfalto rovente di luglio,

nel blu terso ma ingannevole del cielo,

stava,

una tra tante,

la palazzina più improbabile per una vacanza estiva.

In uno dei suoi interni abitava nonna Amalia.

Ogni mio ormai lontano ricordo estivo si perde lì,

tra un miscuglio di odori e fragranze amorevoli

e piccole grandi storie di vita.

“Cossa ti vol par cena, ‘more?”

“ Pasta e fagioli, nonna!”

Colonnina di mercurio alle stelle,

non una bava che spirasse gentile …

ma nemmeno un’esitazione:

con il grembiule colorato accuratamente allacciato

in due asole dietro la schiena,

nonna Amalia dedicava volentieri il suo pomeriggio

alla lunga trafila del minestrone di fagioli …

la sua Vellutata.

L’odore carezzevole non impiegava molto

ad uscire dal cucinino

e a diffondersi disubbidiente ovunque.

Dalla poltrona nera,

in un angolo della sala da pranzo,

gambe rigorosamente accavallate e calzino al ginocchio,

spalle magre ed incavate

ed il baffetto nero in un viso emaciato ma sorridente,

il nonno guardava.

“Ainsandra!” chiamava, camuffando il mio nome.

“Assa star el pan, ché no’ te magni pì!”

E misurando le parole

per non affaticare il respiro già rapito dalla silicosi,

richiamava alla memoria la sua prigionia,

sul finir della seconda Guerra,

per aver rubato una patata …

“Quanta era la fame?”

E la nonna, sorridendo:

”Ghe gera toni e rombi tutto el dì …

aerei che voeava bassi!

Bruta a guera!

Ma to nono el gera al sicuro … in preson!”

Rubare una patata?

Felice per una prigionia?

Avere il coraggio di sorridere

seduto in una sedia nera

a contare i giorni di un vita che si sta spegnendo?

Cucinare con l’unico intento di far felice qualcuno che non sia te stesso!

Chi oggi?

E chi passerebbe mai una vacanza estiva

al caldo del secondo piano

di una palazzina odorosa di pasta e fagioli,

tramutando ora quel semplice passato in un nostalgico presente?

Alessandra

L’estate dell’infanzia non è un tempo,

è un luogo,

un trasferimento di elementi dal dovere al piacere,

la felicità,

la corsa,

l’aria calda,

la grande noia sdraiati sull’asfalto.

Non scorre,

attraversa,

è la vita parallela possibile e certa.

Un ponticello di legno tra la fine di maggio

e l’ottobre piovoso del ritorno,

mica lo vedi crescere un papavero,

nemmeno se lo guardi fisso e a lungo.

Però trasmuta in un girasole alto e giallo,

in una pannocchia con le foglie secche,

le favole imparate a scuola

in fila davanti al grande orizzonte che si dipana.

“Bambiniii”,

urlava la mamma dalla finestra della cucina,

“È pronto, a tavola!”.

E di corsa, la gara a perdifiato,

sandali coi buchini tagliati sul davanti

e chi arriva prima domani è il capo della banda.

La cena con la mamma e la nonna, che bellezza!

Arrivava l’ora delle storie,

quelle della guerra,

quelle della fame,

quelle che come siete fortunati voi non lo sapete,

non mangiare prima di cena,

lavati le mani e siediti composta.

E la polenta cucinata nella fornesela,

con gli anelli tolti ad uno ad uno,

fino a far sprofondare il paiolo

nel buco magico di quel forno estuoso.

La nonna sempre vestita a modo,

la gonna sotto al ginocchio e la camicetta,

non si sa mai se ti succede qualcosa,

bisogna arrivare decorosi all’ospedale.

Non una goccia di sudore,

la grande abitudine al dovere.

E noi,

gambe sbucciate,

capelli arruffati e piedi sporchi,

noi, un futuro da insegnare, curiosi e attenti all’estasi dei grandi.

Vorresti andare al mare?

No, voglio dormire con te e la nonna, questa notte,

e, se un giorno muori,

promettimi che avrai una bara matrimoniale,

perché vengo con te.

È estate,

non è ancora tempo per morire.

E le cicale, fuori, e i grilli,

e dormire subito col capino sulle tue pappe,

mamma.

Sabina

Amalia abiit.

Amalia è partita con il respiro affannato dalla polmonite,

l’animo sereno di chi sa il cammino,

l’intelligenza raffinata di sempre

dentro quel corpo ineffabile di donna

di un popolo che non c’è più.

Amalia è un sogno inventato all’alba in quattro e quattrotto,

un desiderio impudico di mangiarsela tutta,

una certezza dell’amore quando l’amore è cresciuto.

Amalia è una donna che ha dentro tutti i suoni

di un’orchestra di periferia,

una marea di strumenti a due passi dalla laguna,

tra la campagna e il cielo.

Amalia solum abiit, non obiit.

“O nonna, o nonna, come sei bella!

La racconti ancora alla tua putea la novella

di lei che cerca il suo perduto amor?”

“Sette paia di scarpe ho consumate per ritrovarti.

Sette verghe di ferro ho logorate

per appoggiarmi nel fatale andare.

Sette fiasche di lacrime ho colmate,

tutte di lacrime amare.”

E tu?

Tu dormi alle mie grida disperate.

Il gallo canta

e non torni ancora al tuo paese.

Intanto ansimando fugge la vaporiera

e io resto sola come l’aratro in mezzo alla maggese.

Cura solum ut valeas, mea dulcissima avia!


Salvatore

Ero piccola.

Quand’ero piccola, una delle cose che mi piaceva di più

era scivolare sugli scalini di marmo nella casa della nonna.

Era una vecchia casa,

una casa vecchia come la mia nonna.

Gli scalini erano bassi, larghi e arrotondati.

Potevo tranquillamente andar giù senza farmi male.

Nella mia fantasia bambina ero tanti personaggi:

un bel cavaliere medioevale,

un coraggioso capitano di ventura,

un sordido lanzichenecco,

un povero soldato,

un fedele legionario,

un perfido mercenario.

In ogni caso ero sempre un maschio, mai una femmina.

In ogni caso ero sempre armata, mai indifesa.

Tutto questo succedeva quand’ero piccola,

quand’ero bambina,

quand’ancora non pensavo da grande,

quand’ancora non avevo la valigetta ventiquattrore e l’ombrello firmato,

quand’ancora non nascondevo i seni dentro un classico doppiopetto,

un doppiopetto decisamente maschile, oltretutto gessato.

Scivolavo e immaginavo.

Scivolavo e mi perdevo nelle mie fantasie.

Iniziavo dal secondo piano perché dal terzo non si poteva.

Al terzo piano c’era il soler,

il granaio lungo e buio,

l’emblema di spazi paurosamente ignoti,

la casa sonora dei topi,

il luogo del tempo passato,

la carta d’identità della mia stirpe.

Dal secondo andavo in giù fino al piano mezzano

dove c’era il mobiletto intarsiato con sopra il vaso decò.

Poi mi restava l’ultima rampa,

quella che mi sbatteva ai piedi della luminosissima porta d’entrata,

la porta del mio paradiso.

Il salone era regolare con il suo pavimento di marmo,

una distesa di giallo e di rosa.

Ai lati erano disegnate delle bande rosse

che sventravano la casa da nord a sud tra due signorili punti luce.

Proprio qui a Natale trionfava l’abete

dentro un vecchio tino ricolmo di terra nera,

l’albero più vero e più vivo del paese.

Tutto era secondo natura dalla mia nonna.

Tutto era secondo cultura dalla mia nonna.

Come si mangiava bene dalla mia nonna!

La mia nonna faceva gli gnocchi freschi con le patate del Piave

e le polpette di carne col pan gratà e il prezzemolo.

La mia nonna faceva il risotto con i porcini del suo bosco

e lo speo de costesine de porzel e il cunicio.

La mia nonna faceva le cotolette di manzo con l’aceto

e le patatine fritte con l’olio extravergine d’oliva.

Qualche volta mi faceva anche i bastoncini di merluzzo,

quelli del capitano con tanto di cappello dorato,

perché la mia nonna nel tempo si era fatta più moderna.

Quanti riti dalla mia nonna!

Il rosario si recitava tutti insieme il primo novembre,

il giorno di tutti i santi e il giorno prima del ricordo dei nostri morti,

dopo aver mangiato le castagne arrostite sulla stufa a legna,

quella con i cerchi concentrici di ferro che si tiravano su con la pinza

per muovere la legna e fare tanta fiamma.

E per san Nicolò al mattino trovavo la bambola di pezza

insieme ai melograni e alle noci nel piatto di coccio accanto al letto.

E poi, ogni cinque gennaio, di sera, si bruciava la vecia

nella granda buberata,

si mangiava la pinza con l’uvetta e le nocciole,

si beveva un goto de vin santo

e si traevano gli auspici per i prossimi raccolti

in base ai capricci del vento e del fumo.

Quant’era bello!

Sapevi chi eri, dove stavi e dove andavi.

Ma la nonna non era sola.

Viveva con lei la prozia,

secca come un baccalà e brutta come la fame di febbraio.

La prozia diceva sempre che niente le passava dal gargarozzo

e che riusciva a mandar giù soltanto yogurt e ricotta.

Epperò!

La strega ciabattava con le sue pattine

e si trascinava come un fantasma per fermarsi davanti alla tv

e così potevo dar l’addio ai cartoni animati.

La prozia era tanto cattiva

e non capivo come potesse vivere con la mia nonna.

Lei era tanto buona e mi chiedeva sempre del mio papà.

Con lui non sei felice vero?

No, con lui non sono felice,

è vero,

ma neanche con la mamma sono felice

ed è vero.

Io li volevo tutti e due e insieme.

Anca se i litighea,

dovevano stare insieme per me,

dovevano farlo per me,

per quella loro bambina che non aveva mai chiesto di nascere

e tanto meno nella loro casa.

Lassem perder!

Andiamo a cogliere i lapoi nell’orto e i fichi dall’albero,

ma non quelli spappolati sull’erba e mangiati dagli osei.

Prendiamo anche i fiori di zucca

che poi ti faccio le frittelle.

Che brava la nonna!

Che buona la mia nonna!

Ma la bambina è confusa,

tanto confusa al punto che confonde la B con la V e viceversa.

Ma che malattia è staquà?

E’ tutta colpa delle maestre che non sanno fare più il loro mestiere!

Intanto nel roseto della nonna c’è un gallo e una gallina con i pituset,

un nanetto di marmo senza più colori addosso,

una rana verde per il muschio e per la rabbia di non poter saltare,

la cuccia di cemento di Briciola con le pignatte dell’aqua e del pan,

qualche stroz di qua e qualche stroz di là.

Tutto è come dio comanda.

Sul davanti il giardino è più curato,

anche il fosso è pulito e pieno d’acqua

e sembra un ruscello.

Ci sono le violette dove prima c’erano i noccioli.

Quante noccioline tostava la nonna

e quante torte faceva con il lievito Bertolini!

E quando si andava a letto?

Sentivo il fruscio del copriletto di raso color porpora,

sentivo lo scricchiolio dell’armadio di noce

e della specchiera in legno massiccio scuro.

La nonna diceva sempre che il legno era vivo

e che di notte si muoveva per sbadigliare.

Quanta paura!

Nonna,

nonna,

vieni qua e stai con me.

Nonna,

se resto qui stanotte a dormire,

tu non muori, vero?

“Ma va là,

sta bona.

Cossa di tu mò?

Vien qua,

giochemo a indovina indovinello.

Cominicia per A e finisce per E.

Cossa eo poh?

Son qua ai pie del let.

Ociu che te ciape!

Le frittelle dovevi portargliele,

o Caterinella,

altrimenti non avresti dovuto chiederghe la farsora.

Le campane da Maron le sonava tanto forte da buttare giù le porte,

le porte le iera de fero,

volta la carta e ghesè un capeo.

Un capeo?”

E io immaginavo le carte

e mi addormentavo bona bona come voleva la mia nonna,

mentre il mio papà chissà dov’era.

Lui, però, è un poverino

perché non sa cosa si è perso.

Lui ancora oggi non sa cosa si perde.

Ma io sì,

io so cosa si è perso

e cosa si perde il mio papà.

Si è perso

e si perde una vita di cento e mille anni.

Poverino!

Lui è solo

ed è solo perché in vita sua non ha mai avuto una nonna come la mia

e una cucina come quella della mia nonna.

Eppure quella era la sua mamma.

Eppure quella era la sua casa.

Jessica

IN VINO VERITAS

Vino Rosso, Vino, Bottiglia, Rosso

VENERDI’ SANTO

È lento o veloce il tempo?

Che forma ha?

È rotondo?

Quadrato?

È il cilindro con all’interno un coniglio

o l’attesa del ladrone alla mia destra?

Non esiste,

ma intanto dilata l’orizzonte

di questa spianata priva di lancette.

Anelo a un orologio

come uno schiavo che invoca un ordine da eseguire,

credo di essere attratta dal bisogno di un calcio nel culo,

una colpa da trasferire,

un carnefice che dia un senso a questo pomeriggio.

Mi guardava come avrebbe guardato un quadro o un cane.

Questo quando mi amava.

Adesso mi guarda come fossi una certezza

e so che,

quando scomparirò,

non noterà la mia assenza.

Alla fine ci si abitua alla permanenza,

diventa evanescente come un santo.

Vivo o morto è a tua disposizione,

a disposizione delle tue necessità morali.

È sempre una questione di tempo,

anche quando non esiste.

Non si ferma,

si muove come vuole,

rughe,

questo bel culo che cade,

creme,

speranze da disilludere,

ridere,

ridere di questa banalità,

il pensiero viaggia più veloce

ma almeno rallenta a comando,

mentre questo corpo esige la sua immanenza.

Sono le tre del pomeriggio

ed è necessaria una morte

per decretare l’immortalità.

Io sono il mio tempio,

il mio corpo è il mio tempio,

il tempio è stato distrutto,

prima o poi sarò a Gerusalemme.

Mi metteranno in croce?

Penso di sì,

questo è il messaggio del Figlio dell’Uomo.

Messo in croce Lui,

messi in croce tutti noi.

Non lamentarsi,

difendere il bastione con onore.

Sarà bello il mio vestito?

Sarà bianco?

Avrò meritato la ribalta?

Io non credo che ci sarà gente,

non paga più nessuno

per assistere al supplizio di un fiore reciso.

Sabina, aprile, 2019

PASQUA

Fiorisci bel fiore,

fiorisci amore mio,

che a morir d’amore c’è tempo,

lo sai.

Chissà quanti anni hai.

Forse tredicimila e cinquanta tre,

forse trentamila e quattro.

Chissà quante vite hai.

Forse cinquecento e due,

forse settemila e sette.

Ti ho dato i numeri,

ma tu non sognare di rinascere,

non rinascere,

ancora ti servi viva.

E la tristezza di un padre voluto e cercato

riservala sempre a te stessa,

non darla al miglior offerente

nel mercato delle colombe e delle uova

il sabato mattina nella piazza del Duomo,

così a Trento,

così a Siracusa,

così là dove e in ogni dove ci sarà un Duomo.

Sfiorisci bel fiore.

sfiorisci amore mio,

che a morir d’amore c’è tempo,

lo sai.

Sul davanzale esposta è la tua sagoma

tra vasi oblunghi di fiori di fragola,

tra filari infiniti di mele melinde.

Le litanie ripetono i cori della primavera

e nell’asilo delle bambine e dei bambini,

abbandonati anche dalle suore,

nelle ore della canicola

si esorcizza l’angoscia della malora

in quel dopoguerra mai tramontato.

E i bambini e le bambine cantano e non piangono.

“Mela melina,

dolce e carina,

rossa e rotonda,

mela gioconda,

come ti mordo

nel mio ricordo.”

Intanto il tempo scorre tra le umide legnaie

e, se ti muovi,

scarica eros il tuo corpo aspro

di adolescente cresciuta in fretta

e non diventata donna.

Come farai a essere la prima della classe?

Va bene lo stesso,

ma non essere sola,

non sentirti sola,

ti prego

e parlami con gli occhi,

quelle fiaccole celesti

che brillano quando canti

“Mele meline,

dolci e carine,

rosse e rotonde,

mele gioconde,

come vi mordo

nel mio ricordo.”

Quando cammini,

sei tra maschio e femmina,

tra uno sculettare

e un incedere imperioso di vanagloria.

Regali ancora i tuoi seni al destino infame?

Non correre troppo,

altrimenti si vede quella malafemmina

che della seduzione ha fatto un’arma dolce e micidiale,

come la sirena Lighea,

la figlia di Calliope e di un delfino.

I tuoi occhi sono haschisc

o, se vuoi, due tazzulelle e cafè,

ch’i tant l’adda girà

e tant l’adda girà,

ch’o roce d’inta tazza

coppa a bbocca m’adda ‘rivà.

I poeti, mia cara, muoiono sempre il giorno dopo

e poi rinascono come i ramarri.

Tu,

per quello che ti compete,

leggimi un po’ ogni sera

per tenermi ancora in vita.

Il poeta non sarà oscurato dalla censura

o dalle sue stesse rimozioni.

Che l’ascolto sia fragile

e il dimenticare sempre lieve.

Hai vissuto soltanto pochi giorni di sole.

Assolvi la tua debolezza

e dolce ti sia ancora e sempre il ricordare,

così come volevi quando eri l’Orazio di allora,

così come volevi quando eri la Saffo di ieri.

Riposa bel fiore,

riposa amore mio,

che a morir d’amore c’è tempo,

lo sai.

Salvatore, aprile, 2019