L’ULISSE

Ti porterei ovunque,

specchio delle mie brame,

ma devo tacitare le imperative spinte dell’ego

e nascondere i miei sentimenti complicati.

Sulla zattera del tempo ho adagiato il corpo

e vago alla deriva nel blu oltremare delle tue visioni.

Il fondale si apre dietro al proscenio,

vedo perle allineate su un filo di bava di baco da seta:

profondo oriente,

alba,

sorgente.

Tu,

amato essere senza trama,

sfuggente come ali di farfalla,

sempre dentro i miei sogni effimeri,

maschilista nell’anima,

maschio nelle sembianze.

Recita ancora,

ho attraversato gli oceani per ascoltarti.

 

Sabina

 

Trento, 09, 05, 2022

 

ICARO

Vaste steppe,

grandi spazi aridi,

niente e nessuno intorno.

Cammino fino alla taiga fitta di alberi gelati.

Quanta illusione si cela dietro la muraglia!

Quanta Cina di carta!

Quant’è lontana!

Invento cose che si sgretolano,

niente esiste se non ha una voce

e non è nulla quella che risuona dentro la testa,

è solo testa,

solo creazione.

Quanta tristezza mi fa la realtà?

Sempre la stessa,

tanta.

Ho una pazienza accanita,

una volontà prepotente,

una fantasia demente,

faccio autostop guidando.

Il silenzio è una lama di coltello a serramanico

infilato nel sangue di un abbraccio.

Si frantumano le intenzioni

e le mani cadono lungo i fianchi

a somma protezione di un sentimento.

La crudeltà non deve entrare,

non sono un forno crematorio.

Sono vicina alle femmine poete

che si suicidano in un giorno qualunque,

senza pensare alla fama

che la fine si porta appresso.

Sono vicina al pozzo,

ai pazzi.

Amerò anche da morta?

Io non lo so

e adesso non mi viene voglia di pensarti,

ma tu dimmi quando arrivi

ed io scenderò dalla mia polveriera

per darti il benvenuto.

Non portarmi mazzi di rose,

non pungere una fuorilegge.

Toccata da mani che conoscono i corpi

e non lasciano impronte su questo campo di battaglia che è il mio,

mi muovo ancora in cerca di te.

Voglio imparare dal tuo malessere

a vincere la nausea delle ore del giugno polveroso,

la luce violenta del solstizio che rovescia lo stomaco

come un guanto di velluto.

Rumino,

sono un bovino estinto,

una scimmia urlatrice,

la discarica della carta su cui scrivo.

Fogli vergati da un inchiostro azzurrino si alzano sopra carcasse di albatri,

il vento favorisce il volo.

Appoggio la mia schiena scarna sopra le loro grandi ali immobili,

è tempo di allettare il sole.

 

Sabina

Trento, 06, 06, 2021

LA NUOVA GERUSALEMME

Rubo i tuoi occhi

per guardare il tuo sogno.

Ritorno nei miei luoghi di diaspora

e mi appari.

Gerusalemme è distrutta

e io sono in fuga da sempre

per mantenere intatta l’acuta nostalgia di casa

il desiderio è un amplificatore che suona musiche ancestrali –

Tu dove sei?

Non riesco a immaginarti morto.

La mia mente è un ripostiglio fitto di conversazioni e gesti,

il tuo volto ripetuto in tutte le espressioni,

un album di foto che sfoglio

come il salterio tra l’ora delle lodi e la compieta

ma all’ora nona ti ho sentito gridare –

Ripercorro le nostre strade polverose

nelle ore lente del pomeriggio estivo,

ciuffi di erba sporca costeggiano i fossati,

rendendo disperato il paesaggio.

I miei passi risuonano solitari

e un’eco sorda rimbalza nella valle.

Tra le fronde argentate degli ulivi ti ravviso,

agiti la mano in segno di saluto,

la tua accoglienza è per me

e la mia felicità non sembra passeggera.

Abbiamo molto da dirci,

un confronto tra anime accese dalla furia della passione.

Tu ed io,

dall’infanzia all’incanutimento un’illusione composta in metrica.

Se fossi qui con me,

non avrei paura dei miei versi.


Sabina

 

Trento, 10, 08, 2021

MASSIMA ALTEZZA NELL’EMISFERO NORD

Lasciami dire del nido dei merli in mezzo all’edera,

del malvone sgraziato ancora nudo,

senza memoria alcuna del suo fiore,

di quello che già c’è e di ciò che non c’è ancora,

del lauro selvatico che da solo sembra una foresta sconfinata,

del muro a secco pieno di bestiole,

del chiasso di cicale sfaccendate,

dei grilli sempre in frac dentro all’estate.

Lasciami dire delle albe illuminate

che spostano il mio senso del presente

quel tanto che io possa immaginare un tempo

senza coda nel passato e senza muso di cane sul futuro.

Lasciami dire che ho pensato tanto senza pensare a niente,

ma solo per tenerti nella mente

mentre spargevo semi alla carlona

dentro un pezzo di prato sgangherato,

così,

per fare qualcosa di importante.

E avevo torto.

E avevo ragione.

Sabina

Trento, 20, giugno, 2021

FIAT LUX

FIAT LUX

Così ritorni al punto di partenza per la nuova corsa,

sudato come un ragazzo e con le scarpe stracce,

che, tanto, a cosa servono ora?

Non più piedi,

né gambe,

né volto,

che regali al ricordo di chi resta.

Ora il pensiero diventa sguardo,

si sofferma su un paesaggio caro,

sui volti storditi dall’assenza,

sul tempo che sembrava sempre poco

e che adesso ti si spalanca dentro.

Un po’ ti invidio,

se non facesse male.

Sab

Trento, 17,11, 2020

ET LUX FACTA EST

E così sono tornato al punto di partenza,

pronto per la nuova corsa,

come disse Gautama Buddha,

sudato come un ragazzo e con le scarpe stracce,

come disse mia madre,

che tanto,

a cosa servono le scarpe?

Non ho più piedi per camminare,

né gambe possenti per pedalare la bici verde di Salvatore

sulla strada che porta a Floridia,

né volto da regalare al ricordo di chi resta

e invoca un mio segno,

un mio messaggio da spalmare nell’album di famiglia,

come la Nutella,

e per lenire le angosce della fine,

come un disperato che si vota al sacerdozio.

Il mio sguardo è diventato pensiero,

i miei occhi cerulei sono ancora vispi

come quelli di un bambino assetato di vita.

Sono energia,

Verbo,

e mi posso soffermare su un paesaggio caro,

sui volti storditi dall’assenza,

sul tempo che sembrava sempre poco

e che, adesso, mi si è spalancato dentro,

sullo spazio che si riduceva nei teoremi di Talete e di Pitagora

e che, adesso, mi si stende all’infinito.

Un po’ mi invidio,

se non facesse tanto male la dipartita.

Adesso penso

e penso che c’è qualcosa di nuovo oggi nel sole,

anzi d’antico,

io vivo altrove

e sento che da te,

nella valle dell’Anapo,

il fiume che non si vede,

sono nati i cardi mariani e le cicoriette selvatiche.

Penso che tu non sai,

che tu ignori,

che tu arranchi.

Cosa sai, tu, della notte che si affida alla luce?

Cosa sai, tu, del buio che si sposa con la bionda chioma di Aurora?

Cento paia di scarpe ho consumato per Lei ritrovare,

per ritrovarmi con Lei e con il sole in fronte

a cantare beatamente le dolci nenie di quella madre

che da bambino mi pettinò con i bei capelli a onda,

adagio,

adagio per non farmi male.

Sappi che io sono partito

e ho lasciato sul tavolo della cucina,

là dove la Morte non può entrare,

i resti di un pasto di lenticchie consumato nella luce della Sicilia

con i versi di pochi vati e di alcuni poeti,

con le foto dei miei cari vicino alla stufa economica

che bruciava la legna dell’ulivo e dell’arancio,

del limone e del mandorlo.

Ho lasciato sul vecchio canterano di legno antico,

tra il pianoforte restaurato da mio padre Paolo

e la credenza di faggio della nonna Agata,

quel poco che mi serviva a respirare

in quella stagione di fame e di inedia.

Tutto questo adesso non c’è e non serve.

L’assenza è la sorellastra dell’eternità,

te l’assicuro

e te lo dico adesso che so

quanto languore si stende ogni notte sui cuscini di seta

per la mia breve presenza sotto il tetto della mia casa,

passando tra Omero e l’ira funesta di Achille,

soggiornando presso il benemerito Istituto nautico di piazza san Giuseppe,

costruendo con pazienza solerte e creativa i miei intramontabili amori.

Ho contato dodici giorni di agonia

per colmare una vita di pensiero e di azione.

Adesso non mi servono le gambe

per arrivare all’ora che volge al desio

e ai naviganti intenerisce il core,

quel cuore che non invidio

e che si è spento tra le pareti di una casa buona

per ritrovare finalmente colei che solo a me par donna,

per dire grazie a nostra sora morte corporale.

Sal

Carancino di Belvedere, 20, 11, 2020

CLELIA

Clelia,

appari all’improvviso tra un mazzo di algoritmi

offerti all’ingordigia di occhi invisibili,

resa umana dall’incarnazione astratta di un vizio.

Nello spazio vuoto dell’azione

ti fai maschera magnifica in minuscoli fotogrammi

per conquistare la scelta di gentiluomini decenti

che pagheranno il tuo pane

col suono di un piacere solitario e vano.

Dove si posa lo sguardo,

termina l’immaginazione

e la poesia si sgretola ai piedi del feticcio.

Ma questo tu lo sai,

eserciti il dominio in un mondo di appetiti elementari

e incassi i proventi dell’illusione seduta su un divano,

dove poggi le tue lunghe gambe

che terminano in sandali di corda.

Ripensi alla tua fuga,

al fiume che accoglie le bracciate ampie della tua ribellione

e la tua promessa non illumina il tempo libero

degli eroi eccessivi di questo nuovo tempo,

illumina la tua libertà,

illumina il tuo tempo,

che oggi mi appare come mi appari tu:

con un’attitudine all’eterno.

Sabina

PREGHIERA PER GLI SCONOSCIUTI

Invoco invano la mia immaginazione

per rievocare la tua immagine.

Il mio cuore è un manto erboso

mosso dai caldi venti di caduta,

la mia testa una fitta foresta di pensieri,

alcuni fedeli,

altri mercenari e altri prigionieri.

Io sono un mistero per me stessa.

Si fa buio,

si ammassano i ricordi.

Mi abbandono alla malinconia,

che è nemica dei sogni.

Nelle infruttuose speculazioni notturne

frugo all’interno dell’anima

per capire se ti ho inventato

solo per stare dentro lo sguardo di qualcuno.

L’eco delle nostre conversazioni rimbalza

sui tronchi dei miei alberi secolari

e si perde nel fiato che espiro.

L’erba si muove, sei arrivato.

Respiro.

Polmoni, sangue, cuore.

Devo aver letto

che attendere significa aspettarsi qualcosa

che non succederà,

ma ho letto molte cose

e ho perso il filo.

Mi visitano i personaggi dei romanzi,

i loro discorsi riempiono le distanze,

sovrapponendosi in epoche disuguali.

Ho risentito Anna Karenina

che insegna la preghiera della sera al suo bambino:

“Proteggi tutti i conoscenti e gli sconosciuti”.

Non c’è altro da dire,

altro da fare.

Tutto questo tempo,

tanto e tutto uguale,

troppo per poter creare.

Ho bisogno di non avere tempo

per fare quello che voglio fare,

di ritagli di minuti tra la fine del pasto

e il letto per poterti scrivere.

Ho bisogno di rubarlo, questo tempo.

Invece adesso lo perdo soltanto

e non sono in grado di mettere sul banco

il fardello delle mie passioni.

Forse non c’è bisogno di quello che posso creare,

è tutto fermo,

permane l’assenza,

scompare l’illusione che sia reciproca.

Ma esiste sempre un elemento imprevisto

e torneremo nel continuo esordio.

Voglio lasciare andare i morti.

Voglio che tu stia in ascolto mentre piango.

Sara

Treviso, lunedì 20 del mese di Aprile dell’anno 2020

LE FASI DELLA VITA, LA VITA IN FASI

Dobbiamo rinunciare all’armonia del caos,

nessuna attrazione,

nessuna gravità,

pianeti allo sbando in deserte autostrade siderali.

Le ombre non si incrociano,

un unico solitario riflesso di se stessi

stampato sulla strada nel raggio del proprio metro,

misura di solitudine,

vessillo di indifferenza.

Scompaio a voi,

priva di germi,

sterile.

L’intimità del tatto giace dentro guanti di plastica

e la paura di morire spia di sottecchi l’altro,

volti occultati da maschere funebri,

sospetto,

pericolo,

vittoria della ragione.

Non ci contempliamo più,

gli orizzonti sono chiusi,

il nostro corpo in sicurezza,

la nostra solitudine decretata.

Quando si fa la cosa giusta

il cuore è felice,

ma se sto facendo la cosa giusta

perché il mio cuore è così triste?

La sera arriva sempre in fretta,

ripetuta e senza promesse.

Sto cercando di trasformare il presente in un ricordo,

sto cercando di fidarmi.

Il cuore stretto nella sua gabbia d’ossa

batte al tocco di campane

che annunciano il passare delle ore

o il passaggio della morte,

il tempo che fugge e quello eterno insieme,

sottofondo di musica nei giorni dolorosi,

il tragico vuoto delle rose sopra assi di legno tutte uguali.

E tu che cerchi di dimenticare

l’attesa inutile della tua terra irraggiungibile.

Quanto è lontano il mare?

Quanto la nostra Africa ancestrale?

Oh, non si può raccontare,

non si può raccontare,

si deve stare in silenzio davanti ad un dolore.

L’esausta età dell’oro dorme lontana

e appoggiata al tronco di un ulivo

la faretra di Eros mostra le sue frecce arrugginite.

Nel viaggio senza peso l’aria trasporta carezze,

tutto è possibile,

l’onda ritorna,

nulla è perduto.

Trascorro settimane di sei giorni.

Il settimo è per me,

devo inventare l’incantevole maggio.

Sabina

Trento, domenica 26 del mese di Aprile dell’anno 2020

LE IDI DI MARZO

LE IDI DI MARZO

Il Vocabolario della lingua italiana,

che splendido consiglio!

Sì,

un libro pieno di libri,

le parole facili,

quelle sconosciute che aprono mondi nuovi,

perché niente esiste se non ha un nome.

(Te lo ricordi Borges?

Nel nome sta il concetto della cosa,

tutta la rosa dentro il nome rosa).

Fare il gioco del vocabolario seduti allo stesso tavolo,

dove qualcuno fuma,

altri spiluccano gli avanzi della cena,

qualcuno si arma per vincere,

qualcuno perde ridendo.

Stare assieme,

aprire le danze nel consesso famigliare,

stufarsi,

sbadigliare,

poi piangere da soli chiusi in una stanza,

addormentarsi,

sognare.

E l’amore!

Non poterlo fare,

sperare di ricordarselo,

alimentare il desiderio con la speranza del ritorno.

I ragazzi che si amano,

quelli di Prévert,

hanno le porte della notte che si spalancano

per colmare la nostalgia dei baci,

hanno corpi sudati senza aver corso

e l’anelito dell’amore sporco e puro che sopravvive alle circostanze.

Si ritroveranno

e si guarderanno ancora con gli occhi nuovi dell’attesa infame.

Non ci sarà tempo per le parole,

l’amore sarà l’unico virus in circolazione

ed aprirà le bocche di fuoco dei corpi

per significare se stesso,

un nuovo gioco del Vocabolario.

Forza Lucrezia,

bambina mia,

forza Fabio e Tommaso e Luca e Giulia

e Nina che si veste a festa

e si trucca

e si profuma per sedersi a tavola

a mangiare da sola,

forza ragazzi belli!

La vita è anche questa,

è scala a spirale,

è prova,

è paura,

vittoria e sconfitta,

timore e speranza,

fame e abbondanza.

Mio fratello filosofo e ipocondriaco dice

che vorrebbe essere in una stanza di ospedale

con le sue due sorelle per continuare a giocare.

È tornato bambino, che bello!

Ho sentito le spire grasse della comunità

stringersi attorno ai corpi esili della nostra infanzia.

E alla fine tutto sarà bene.

Sabina

Trento, 15 – Marzo – 2020

DEDICATO AD AMALIA

NOSTALGIE

In un nero asfalto rovente di luglio,

nel blu terso ma ingannevole del cielo,

stava,

una tra tante,

la palazzina più improbabile per una vacanza estiva.

In uno dei suoi interni abitava nonna Amalia.

Ogni mio ormai lontano ricordo estivo si perde lì,

tra un miscuglio di odori e fragranze amorevoli

e piccole grandi storie di vita.

“Cossa ti vol par cena, ‘more?”

“ Pasta e fagioli, nonna!”

Colonnina di mercurio alle stelle,

non una bava che spirasse gentile …

ma nemmeno un’esitazione:

con il grembiule colorato accuratamente allacciato

in due asole dietro la schiena,

nonna Amalia dedicava volentieri il suo pomeriggio

alla lunga trafila del minestrone di fagioli …

la sua Vellutata.

L’odore carezzevole non impiegava molto

ad uscire dal cucinino

e a diffondersi disubbidiente ovunque.

Dalla poltrona nera,

in un angolo della sala da pranzo,

gambe rigorosamente accavallate e calzino al ginocchio,

spalle magre ed incavate

ed il baffetto nero in un viso emaciato ma sorridente,

il nonno guardava.

“Ainsandra!” chiamava, camuffando il mio nome.

“Assa star el pan, ché no’ te magni pì!”

E misurando le parole

per non affaticare il respiro già rapito dalla silicosi,

richiamava alla memoria la sua prigionia,

sul finir della seconda Guerra,

per aver rubato una patata …

“Quanta era la fame?”

E la nonna, sorridendo:

”Ghe gera toni e rombi tutto el dì …

aerei che voeava bassi!

Bruta a guera!

Ma to nono el gera al sicuro … in preson!”

Rubare una patata?

Felice per una prigionia?

Avere il coraggio di sorridere

seduto in una sedia nera

a contare i giorni di un vita che si sta spegnendo?

Cucinare con l’unico intento di far felice qualcuno che non sia te stesso!

Chi oggi?

E chi passerebbe mai una vacanza estiva

al caldo del secondo piano

di una palazzina odorosa di pasta e fagioli,

tramutando ora quel semplice passato in un nostalgico presente?

Alessandra

L’estate dell’infanzia non è un tempo,

è un luogo,

un trasferimento di elementi dal dovere al piacere,

la felicità,

la corsa,

l’aria calda,

la grande noia sdraiati sull’asfalto.

Non scorre,

attraversa,

è la vita parallela possibile e certa.

Un ponticello di legno tra la fine di maggio

e l’ottobre piovoso del ritorno,

mica lo vedi crescere un papavero,

nemmeno se lo guardi fisso e a lungo.

Però trasmuta in un girasole alto e giallo,

in una pannocchia con le foglie secche,

le favole imparate a scuola

in fila davanti al grande orizzonte che si dipana.

“Bambiniii”,

urlava la mamma dalla finestra della cucina,

“È pronto, a tavola!”.

E di corsa, la gara a perdifiato,

sandali coi buchini tagliati sul davanti

e chi arriva prima domani è il capo della banda.

La cena con la mamma e la nonna, che bellezza!

Arrivava l’ora delle storie,

quelle della guerra,

quelle della fame,

quelle che come siete fortunati voi non lo sapete,

non mangiare prima di cena,

lavati le mani e siediti composta.

E la polenta cucinata nella fornesela,

con gli anelli tolti ad uno ad uno,

fino a far sprofondare il paiolo

nel buco magico di quel forno estuoso.

La nonna sempre vestita a modo,

la gonna sotto al ginocchio e la camicetta,

non si sa mai se ti succede qualcosa,

bisogna arrivare decorosi all’ospedale.

Non una goccia di sudore,

la grande abitudine al dovere.

E noi,

gambe sbucciate,

capelli arruffati e piedi sporchi,

noi, un futuro da insegnare, curiosi e attenti all’estasi dei grandi.

Vorresti andare al mare?

No, voglio dormire con te e la nonna, questa notte,

e, se un giorno muori,

promettimi che avrai una bara matrimoniale,

perché vengo con te.

È estate,

non è ancora tempo per morire.

E le cicale, fuori, e i grilli,

e dormire subito col capino sulle tue pappe,

mamma.

Sabina

Amalia abiit.

Amalia è partita con il respiro affannato dalla polmonite,

l’animo sereno di chi sa il cammino,

l’intelligenza raffinata di sempre

dentro quel corpo ineffabile di donna

di un popolo che non c’è più.

Amalia è un sogno inventato all’alba in quattro e quattrotto,

un desiderio impudico di mangiarsela tutta,

una certezza dell’amore quando l’amore è cresciuto.

Amalia è una donna che ha dentro tutti i suoni

di un’orchestra di periferia,

una marea di strumenti a due passi dalla laguna,

tra la campagna e il cielo.

Amalia solum abiit, non obiit.

“O nonna, o nonna, come sei bella!

La racconti ancora alla tua putea la novella

di lei che cerca il suo perduto amor?”

“Sette paia di scarpe ho consumate per ritrovarti.

Sette verghe di ferro ho logorate

per appoggiarmi nel fatale andare.

Sette fiasche di lacrime ho colmate,

tutte di lacrime amare.”

E tu?

Tu dormi alle mie grida disperate.

Il gallo canta

e non torni ancora al tuo paese.

Intanto ansimando fugge la vaporiera

e io resto sola come l’aratro in mezzo alla maggese.

Cura solum ut valeas, mea dulcissima avia!


Salvatore

Ero piccola.

Quand’ero piccola, una delle cose che mi piaceva di più

era scivolare sugli scalini di marmo nella casa della nonna.

Era una vecchia casa,

una casa vecchia come la mia nonna.

Gli scalini erano bassi, larghi e arrotondati.

Potevo tranquillamente andar giù senza farmi male.

Nella mia fantasia bambina ero tanti personaggi:

un bel cavaliere medioevale,

un coraggioso capitano di ventura,

un sordido lanzichenecco,

un povero soldato,

un fedele legionario,

un perfido mercenario.

In ogni caso ero sempre un maschio, mai una femmina.

In ogni caso ero sempre armata, mai indifesa.

Tutto questo succedeva quand’ero piccola,

quand’ero bambina,

quand’ancora non pensavo da grande,

quand’ancora non avevo la valigetta ventiquattrore e l’ombrello firmato,

quand’ancora non nascondevo i seni dentro un classico doppiopetto,

un doppiopetto decisamente maschile, oltretutto gessato.

Scivolavo e immaginavo.

Scivolavo e mi perdevo nelle mie fantasie.

Iniziavo dal secondo piano perché dal terzo non si poteva.

Al terzo piano c’era il soler,

il granaio lungo e buio,

l’emblema di spazi paurosamente ignoti,

la casa sonora dei topi,

il luogo del tempo passato,

la carta d’identità della mia stirpe.

Dal secondo andavo in giù fino al piano mezzano

dove c’era il mobiletto intarsiato con sopra il vaso decò.

Poi mi restava l’ultima rampa,

quella che mi sbatteva ai piedi della luminosissima porta d’entrata,

la porta del mio paradiso.

Il salone era regolare con il suo pavimento di marmo,

una distesa di giallo e di rosa.

Ai lati erano disegnate delle bande rosse

che sventravano la casa da nord a sud tra due signorili punti luce.

Proprio qui a Natale trionfava l’abete

dentro un vecchio tino ricolmo di terra nera,

l’albero più vero e più vivo del paese.

Tutto era secondo natura dalla mia nonna.

Tutto era secondo cultura dalla mia nonna.

Come si mangiava bene dalla mia nonna!

La mia nonna faceva gli gnocchi freschi con le patate del Piave

e le polpette di carne col pan gratà e il prezzemolo.

La mia nonna faceva il risotto con i porcini del suo bosco

e lo speo de costesine de porzel e il cunicio.

La mia nonna faceva le cotolette di manzo con l’aceto

e le patatine fritte con l’olio extravergine d’oliva.

Qualche volta mi faceva anche i bastoncini di merluzzo,

quelli del capitano con tanto di cappello dorato,

perché la mia nonna nel tempo si era fatta più moderna.

Quanti riti dalla mia nonna!

Il rosario si recitava tutti insieme il primo novembre,

il giorno di tutti i santi e il giorno prima del ricordo dei nostri morti,

dopo aver mangiato le castagne arrostite sulla stufa a legna,

quella con i cerchi concentrici di ferro che si tiravano su con la pinza

per muovere la legna e fare tanta fiamma.

E per san Nicolò al mattino trovavo la bambola di pezza

insieme ai melograni e alle noci nel piatto di coccio accanto al letto.

E poi, ogni cinque gennaio, di sera, si bruciava la vecia

nella granda buberata,

si mangiava la pinza con l’uvetta e le nocciole,

si beveva un goto de vin santo

e si traevano gli auspici per i prossimi raccolti

in base ai capricci del vento e del fumo.

Quant’era bello!

Sapevi chi eri, dove stavi e dove andavi.

Ma la nonna non era sola.

Viveva con lei la prozia,

secca come un baccalà e brutta come la fame di febbraio.

La prozia diceva sempre che niente le passava dal gargarozzo

e che riusciva a mandar giù soltanto yogurt e ricotta.

Epperò!

La strega ciabattava con le sue pattine

e si trascinava come un fantasma per fermarsi davanti alla tv

e così potevo dar l’addio ai cartoni animati.

La prozia era tanto cattiva

e non capivo come potesse vivere con la mia nonna.

Lei era tanto buona e mi chiedeva sempre del mio papà.

Con lui non sei felice vero?

No, con lui non sono felice,

è vero,

ma neanche con la mamma sono felice

ed è vero.

Io li volevo tutti e due e insieme.

Anca se i litighea,

dovevano stare insieme per me,

dovevano farlo per me,

per quella loro bambina che non aveva mai chiesto di nascere

e tanto meno nella loro casa.

Lassem perder!

Andiamo a cogliere i lapoi nell’orto e i fichi dall’albero,

ma non quelli spappolati sull’erba e mangiati dagli osei.

Prendiamo anche i fiori di zucca

che poi ti faccio le frittelle.

Che brava la nonna!

Che buona la mia nonna!

Ma la bambina è confusa,

tanto confusa al punto che confonde la B con la V e viceversa.

Ma che malattia è staquà?

E’ tutta colpa delle maestre che non sanno fare più il loro mestiere!

Intanto nel roseto della nonna c’è un gallo e una gallina con i pituset,

un nanetto di marmo senza più colori addosso,

una rana verde per il muschio e per la rabbia di non poter saltare,

la cuccia di cemento di Briciola con le pignatte dell’aqua e del pan,

qualche stroz di qua e qualche stroz di là.

Tutto è come dio comanda.

Sul davanti il giardino è più curato,

anche il fosso è pulito e pieno d’acqua

e sembra un ruscello.

Ci sono le violette dove prima c’erano i noccioli.

Quante noccioline tostava la nonna

e quante torte faceva con il lievito Bertolini!

E quando si andava a letto?

Sentivo il fruscio del copriletto di raso color porpora,

sentivo lo scricchiolio dell’armadio di noce

e della specchiera in legno massiccio scuro.

La nonna diceva sempre che il legno era vivo

e che di notte si muoveva per sbadigliare.

Quanta paura!

Nonna,

nonna,

vieni qua e stai con me.

Nonna,

se resto qui stanotte a dormire,

tu non muori, vero?

“Ma va là,

sta bona.

Cossa di tu mò?

Vien qua,

giochemo a indovina indovinello.

Cominicia per A e finisce per E.

Cossa eo poh?

Son qua ai pie del let.

Ociu che te ciape!

Le frittelle dovevi portargliele,

o Caterinella,

altrimenti non avresti dovuto chiederghe la farsora.

Le campane da Maron le sonava tanto forte da buttare giù le porte,

le porte le iera de fero,

volta la carta e ghesè un capeo.

Un capeo?”

E io immaginavo le carte

e mi addormentavo bona bona come voleva la mia nonna,

mentre il mio papà chissà dov’era.

Lui, però, è un poverino

perché non sa cosa si è perso.

Lui ancora oggi non sa cosa si perde.

Ma io sì,

io so cosa si è perso

e cosa si perde il mio papà.

Si è perso

e si perde una vita di cento e mille anni.

Poverino!

Lui è solo

ed è solo perché in vita sua non ha mai avuto una nonna come la mia

e una cucina come quella della mia nonna.

Eppure quella era la sua mamma.

Eppure quella era la sua casa.

Jessica