L’INCENDIO NEL PRATO

Fuoco, Marca, Incendio Nella Foresta

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Ho sognato di trovarmi nel mio ufficio; le scrivanie avevano le ruote e una mia amica (che nella realtà non lavora con me) aveva spostato la sua scrivania nel posto solitamente occupato da me.

Protesto e la sposto in malo modo riprendendo così la mia postazione.

Arriva la mia Capo Ufficio che mi chiede se ho qualcosa per profumare l’ambiente; le do un sacchetto di origano che prendo da uno scaffale con molte spezie (in ufficio?!).

Ci troviamo improvvisamente all’aperto e questa mia amica, dovendo accendere dei bastoncini di incenso che tenevo io in mano, usa un accendino che però spruzza del materiale infiammabile ovunque, nei miei capelli, in un albero e nell’erba.

Questo liquido provoca un vasto incendio nel prato.

Guardo questa situazione da lontano con disapprovazione, ma intervengo con dei recipienti d’acqua per spegnere l’incendio.”

Liliana

DECODIFICAZIONE – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

La competizione al femminile si recita universalmente nella “posizione fallico-narcisistica” quando la bambina si ammira e recita: “specchio bello, specchio rotondo, chi è la più bella del mondo?” E l’infingardo e ruffiano oggetto di apparente vanità risponde immancabilmente che la più bella del mondo è un’altra bambina e, guarda caso, la rivale, l’amica che è stata investita di un sentimento d’invidia, la femminuccia che ha le caratteristiche fisiche che la bambina vorrebbe per sé, la “scapricciatella” in cui lei vede tutto quello che avrebbe desiderato sempre per sé, la Lazzarella con i libri sottobraccio e la camicetta a fiori blu che va a scuola con i capelli pettinati a coda di cavallo come la mitica Alessandra Panaro. Nella formazione “fallico-narcisistica” la bambina tende al massimo e non si accontenta di essere Cenerentola, la gregaria o la sorellastra. La bambina esige il ruolo della principessa in piena imitazione e tolleranza della regina. Questa psicodinamica avviene prima di accorgersi di essere innamorata del re e di struggersi per il tosto ostacolo materno: “posizione psichica edipica”. Intanto la rabbia si consuma tra la rivalità per i fratelli e le sorelle e la competizione con le amichette e le compagne di scuola. E se questa bambina è figlia unica, il prodotto non cambia, anzi si aggrava per il fatto che è priva del rodaggio nel gestire i delicati sentimenti della rivalità e dell’invidia. E questo trambusto non ha mai fine. E’ vero che crescendo questa bambina si acquieta, ma non dimentica lo struggimento del sentirsi inferiore in qualcosa e rispetto a qualcuna. Occupazione di spazio intimo e privato: questo è un atavico reato contemplato dal Codice psichico profondo. A tutti gli effetti la Legge contempla la giusta pena per le colpevoli nel paragrafo del “sentimento della rivalità” e nel comma delle relazioni con le amiche. Inutile sottolineare che si tratta dell’evoluzione, della “traslazione” e dello “spostamento” del “sentimento della rivalità fraterna” in difesa dall’angoscia depressiva della perdita del primato affettivo in famiglia. E poi, guai a cadere nel dimenticatoio psichico dei genitori! Tutto parte sempre dalla primissima infanzia e al di là della presenza di fratelli e sorelle, di cugini e affini, di cani e gatti.

Ma tutto questo non basta e si pone da sé la domanda: “e dopo, nella “posizione psichica genitale”, come si evolve questo benefico e malefico sentimento della rivalità fraterna?

La domanda non è peregrina e tanto meno impura. La competizione si evolve nella realizzazione personale del sapersi disporre all’altro e nell’esperienza traumatica della gravidanza e del parto. Sublimando, si può dire che il conflitto relazionale si evolve nel dare la vita o nell’avere un figlio. Anche se la radice dell’evoluzione biologica possiede una sua crudezza psicofisica, come è recitato da tanti copioni sacri e profani sin dai primordi umani, dal pitecantropo all’homo sapiens, la futura madre estende la rivalità e la competizione anche alla sfera delicata dell’esperienza della fecondazione e della maternità. Il narcisismo deve essere superato insieme alla convinzione inutile che non esiste una persona superiore, una persona che “super stat” e che è più in là, più avanti, come si suol dire nel gergo giovanile. E allora basta che una donna diventi madre e gli allettamenti dell’evoluzione diventano struggenti e la competizione al femminile aumenta. La litania si trasforma in “specchio bello, specchio rotondo, dimmi, chi è la mamma più brava del mondo?” O, se preferite, in “specchio bello, specchio delle mie brame, chi è la più fertile del reame? Il sentimento della “rivalità fraterna” si è evoluto nel sentimento della “rivalità genitale”. Nonostante il ricorso ai tanti meccanismi psichici di difesa dall’angoscia, ogni donna arriva a fare i conti con la sua “natura” femminile, quello che vuole nascere in lei e che ancora non è un figlio, ma semplicemente una “sensazione”, una “percezione” e un “fantasma” che attendono di comporsi in una “rappresentazione” compatibile e razionalmente composta. Tutto questo consegue all’esame improbo della deliberazione e della decisione di adire alla maternità. La “sensazione”, latino “sentio” e italiano “sento”, si attesta negli esiti e nei risultati dell’esercizio dei sensi. La “percezione” si lega al latino “per capio”, afferro attraverso e per mezzo, prendo dai dati sensoriali, vendemmio le sensazioni e maturo una rudimentale auto-consapevolezza, una primaria “coscienza di sé”. La “percezione genitale” viene elaborata durante l’evoluzione che porta la bambina a identificarsi al femminile e ad acquisire un’identità psicofisica congrua. Il quadro è sostenuto dalle sensazioni in riguardo alla biologia e dintorni. Il “fantasma della maternità” si snoda nella “parte positiva” della “genitalità” ossia nel donare la vita a un figlio e nella “parte negativa” ossia nell’angoscia di morte nel donare la vita a un figlio. La risoluzione del “fantasma” inquisito porta naturalmente alla “rappresentazione” della maternità, alla consapevolezza razionale della realtà potenziale di donare la vita a un figlio. Ho usato il verbo “donare” per significare la caratteristica di fondo della “libido genitale” e della “posizione psichica” omonima. In maniera ottimale ogni donna attraversa queste tappe formative che traggono alimento dal corpo e vengono elaborate dalla mente al fine di proporre a se stessa la possibilità della fecondazione, della gravidanza, del travaglio, del parto, della maternità. La Filogenesi, Amore della Specie”, contiene e definisce la Psicologia femminile in riguardo alla Legge di Natura, Giusnaturalismo, del diritto alla Vita e alla Conservazione della Vita, in grazie alla procreazione.

Tornando al sogno di Liliana, in tutto questo teorico peregrinare il “sentimento della rivalità” ha un suo posto preciso e specifico che si attesta nel vedere nell’altra, la donna che è diventata madre, un passo avanti, un primato, una superiorità, una completezza, la realizzazione di una pulsione e di un desiderio.

Procedere nell’interpretazione del sogno sarà di pubblico interesse.

Ah, dimenticavo!

Il titolo “Incendio nel prato” attesta, qualora ce ne fosse bisogno, della sensazione e del sentimento della rabbia, quella che trovate nelle faccine del vostro cellulare e che occupa il palcoscenico della realtà psichica in atto.

DECODIFICAZIONE – CONTENUTO LATENTE

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

Ho sognato di trovarmi nel mio ufficio; le scrivanie avevano le ruote e una mia amica aveva spostato la sua scrivania nel posto solitamente occupato da me.”

Liliana è una donna ligia al dovere e soprattutto fattiva e operosa. Ama se stessa e le cose che fa, soprattutto il suo lavoro e la sua rete di relazioni. Abita nel foro e nella città e si interessa di quello che succede nella società. Coniuga tranquillamente “otium et negotium”, la vita culturale e la vita professionale, è una persona dotata di tanto amor proprio, una brava ragazzina evoluta in una degna donna. Non rasenta il narcisismo, ma attenzione a non romperle le palle perché s’incazza e allora può diventare una iena. Attenzione a questa donna che ha fatto di sé e del suo vivere oggetti sacri di investimento che le danno senso e significato. Liliana è Liliana e sa di esserlo. La malcapitata di turno è una “amica” che si è azzardata di invadere i suoi spazi psichici, più che professionali, e si è permessa di entrare nel suo intimo e nel suo privato interferendo in malo modo e con il tatto di un gorilla. Una “rivalità professionale” ha ridestato il marasma psicofisico antico della “rivalità fraterna” con i sentimenti di rabbia e di ostilità che avevano contraddistinto l’infanzia e l’adolescenza. La partita antica si giocava sul tappeto verde dell’affettività e la partita attuale si gioca sul tappeto sempre verde dell’affettività. Liliana fonde il vecchio con il nuovo e si lascia prendere dalle mine vaganti della vita sociale per sconvolgersi un po’, ma quel che basta per agitarsi inutilmente e per il fatto che ha confuso le capre con i cavoli.

Vediamo i simboli cosa consigliamo, come le stelle degli astrologi e le previsioni del tempo dei meteorologi. “Trovarmi nel mio ufficio” si traduce in mi attesto nella mia vita sociale e relazionale, “le “scrivanie avevano le ruote” attesta la duttilità psichica di Liliana anche in ambito lavorativo, “una mia amica” è la “traslazione” di una parte psichica di me o del “fantasma” in riguardo al sentimento della rivalità fraterna nella “parte negativa”, “aveva spostato la sua scrivania” ossia io elaboravo le mie suddette cose al riguardo, “nel posto solitamente occupato da me” conferma che si tratta di una questione personale e di una diatriba maturata con se stessa nel corso della sua formazione psichica.

Protesto e la sposto in malo modo riprendendo così la mia postazione.”

Liliana è proprio ai ferri corti con se stessa, decisamente non si piace, non le piace una sua modalità di viversi e di relazionarsi, coglie fotogrammi e fissa una sequenza che la vede come protagonista e come oggetto del contendere. Liliana vuole migliorarsi e si mette in discussione partendo dal lavoro e dagli annessi e connessi relazionali. Il sogno ancora non dice di cosa si tratta e non è puntuale nell’affrontare la bega personale. Si sa che il sogno non te le manda a dire le cose e che non le dice subito e chiaramente. Il sogno è come una prima donna del teatro, si fa attendere prima di entrare in palcoscenico. Liliana non si piace e vuole cambiare, ma resiste a questa modificazione difendendosi in maniera decisa e per niente duttile. L’ostinazione è la virtù dei deboli, ma Liliana sta cercando qualcosa di sé.

Vediamo i simboli cosa consigliamo, come le stelle degli astrologi e le previsioni del tempo dei meteorologi. “Protesto” equivale a reagisco in mia difesa e in mio favore, “la sposto in malo modo” traduce non mi piaccio e mi detesto quando faccio così o quando mi succede questo, “riprendendo così la mia postazione” ossia riconfermando la mia resistenza al cambiamento e alla presa di coscienza del materiale che è affiorato dal profondo grazie alla mia povera collega che, come si può notare, c’entra come i cavoli a merenda.

Arriva la mia Capo Ufficio che mi chiede se ho qualcosa per profumare l’ambiente; le do un sacchetto di origano che prendo da uno scaffale con molte spezie (in ufficio?!).”

Allora, ricapitolare è urgente perché il sogno si sta meravigliosamente complicando con i suoi simboli e con la progressione combinatoria di istanze psichiche e di fantasmi. Dunque, dall’istanza profonda e pulsionale “Es” è affiorata la “parte negativa” del “fantasma della rivalità fraterna” quel sentimento di cattiveria difensiva che non si vuole mai riconoscere. E, per l’appunto, l’istanza psichica vigilante e razionale “Io” si difende non riconoscendo la pulsione e attribuendola a un’amica, “spostamento e traslazione”. Il conflitto tra “Es” e “Io” è oltremodo vivace quanto inutile. Liliana non sa portare a consapevolezza il conflitto con se stessa e tra se stessa. Ma non basta, perché in nome della legge psichica della “entropia”, in base alla quale a confusione subentra ulteriore confusione, Liliana introduce nel suo teatrino l’istanza censoria e limitante “Super-Io” e, a questo punto, non so se mi sono spiegato abbastanza e bene. Il senso del dovere chiede a Liliana di fare buon viso a cattivo gioco e di parare il colpo attraverso il camuffamento nel viso e nelle azioni delle cose che non vanno nelle modalità e nelle dinamiche relazionali, nel suo sistema psico-sociale e nello specifico nelle scelte elettive relazionali della sua vita sentimentale, tra le persone e con le persone sulle quali Liliana ha investito la sua “libido genitale”. L’ufficio si è trasformato nella cucina di casa e nell’armadietto firmato che contiene decorosamente ed elegantemente le gemme dell’oriente che Marco Polo a suo tempo ci aveva regalato, le spezie, le “molte spezie”. Liliana non mostra grande entusiasmo nel parare il colpo ubbidendo come Garibaldi al senso del dovere, “Super-Io”, ma bisogna fare di necessità virtù e allora si dispone in maniera compatibile al ridestarsi del sentimento della rivalità fraterna e del conflitto relazionale con persone significative e a lei vicine. Altro che l’anonima collega d’ufficio, Liliana sta esercitando tutta la sua pazienza nel comporre un dissidio personale e relazionale. Mi spiego meglio: qualcosa non gira bene in famiglia e lei non è contenta di se stessa e del suo comportamento. Intanto persiste nella dote dei forti, ma la pazienza non è il suo forte e Liliana non è per niente una suora.

Ho già detto che questo sogno non si presta a una interpretazione semplice e spedita, vista anche l’apparente e assurda linearità del tipo “le spezie in ufficio?!”. Si sono profilati due simboli classicamente femminili e intimi: il “sacchetto” d’origano e lo “scaffale con molte spezie”. La simbologia dell’utero e dell’apparato genitale sono ben serviti sotto forma di metafore e metonimie.

Ricapitolare è più che mai necessario specialmente a questo punto: Liliana è in conflitto con se stessa e in riguardo alla sua potenzialità materna e ha spostato la sua psicodinamica nella rivalità verso la collega che possibilmente è in gravidanza o ha realizzato la sua maternità. Necessita un conforto a questa interpretazione profonda e disperare non è mai consigliabile a chi naviga in alto mare.

Vediamo i simboli cosa consigliamo, come le stelle degli astrologi e le previsioni del tempo dei meteorologi. “Arriva la mia Capo ufficio” si traduce arriva il mio “Super-Io” con la sua morale i suoi limiti, “se ho qualcosa per profumare l’ambiente” ossia se ho qualche meccanismo di difesa per lenire questo conflitto e questo disagio, “le do un sacchetto d’origano” simboleggia un utero fecondato, “da uno scaffale con molte spezie” riconferma l’apparato genitale e il ventre disposti all’ingravidamento.

Ci troviamo improvvisamente all’aperto e questa mia amica, dovendo accendere dei bastoncini di incenso che tenevo io in mano, usa un accendino che però spruzza del materiale infiammabile ovunque, nei miei capelli, in un albero e nell’erba.”

Liliana ritorna lucida nel suo presente psichico e ritrova quella “parte di sé” sotto le sembianze della “mia amica”, quella parte competitiva che vede nell’altra la capacità di accendere la passione nelle idee e nel modo di pensare, nella personalità e nella volitività affermativa della “organizzazione psichica reattiva”, nella realtà esistenziale in atto e nel presente psichico. Liliana riserva a se stessa la capacità di tenere in mano un potere relativo e voluttuario, oltretutto destituito della forza della “libido” e della volitività decisionale. Liliana vive la sua “amica” decisamente più capace e affermativa, ricca di energie e di investimenti, capace di gestire progetti e di prendere decisioni. Liliana offre a se tessa la sua immagine ideale, l’Io ideale. L’ha proiettata e intravista nell’amica e nella realtà quotidiana e su questi temi ha imbastito il suo sogno.

Vediamo i simboli cosa consigliamo, come le stelle degli astrologi e le previsioni del tempo dei meteorologi. “All’aperto” attesta di una realtà chiara ed evidente, “questa mia amica” è la traslazione della parte affermativa e desiderabile di se stessa, “accendere” si traduce induzione di vitale energia e di libido, “bastoncini di incenso” rappresentano la “sublimazione” di un incerto potere sessuale, “un accendino” è l’innesco del potere e lo strumento della potenziale carica vitale, “spruzza” equivale all’eiaculazione, “materiale infiammabile” condensa la forza vitale e l’energia degli investimenti, “ovunque” o genericità difensiva, “nei miei capelli” ossia nelle mie idee, “in un albero” o nella struttura dell’Io cosciente, “nell’erba” ossia nella realtà psichica ed esistenziale in atto.

Questo liquido provoca un vasto incendio nel prato.”

Il materiale infiammabile di prima è il “liquido” di adesso. Si delinea meglio l’eiaculato dell’eiaculazione, si precisa il contesto del desiderio di fecondazione e di gravidanza, si mostra l’irrefrenabile desiderio di avere un figlio. La vita di tutti i giorni si attizza all’idea e al progetto di fare famiglia e di realizzare l’essere femminile con la “libido genitale”. L’entusiasmo è tanto e altrettanta è la passione. Liliana si attizza nel corpo e nella mente.

Vediamo i simboli cosa consigliamo, come le stelle degli astrologi e le previsioni del tempo dei meteorologi. Il “liquido” rappresenta lo sperma, “provoca” rappresenta l’eccitazione reattiva, “vasto incendio” rappresenta una buona scarica di libido genitale, “nel prato” rappresenta la realtà psichica ed esistenziale in atto, come dicevo in precedenza.

Guardo questa situazione da lontano con disapprovazione, ma intervengo con dei recipienti d’acqua per spegnere l’incendio.”

Allontanarsi dalla scena del crimine è un meccanismo di difesa che serve a stemperare il crescendo dell’angoscia e la comprensione del significato del sogno, il sentore emotivo del conflitto in atto nel sogno. Liliana razionalizza con il giusto distacco e il suo “Super-Io” censura e condanna l’accaduto. Liliana non si condivide e non si assolve, tutt’altro, si colpisce e si danneggia, non è contenta di sé e del suo comportamento in riguardo al sentimento di rivalità e alla maternità. Liliana non si piace in questa versione aggressiva e sofferente e provvede a ricomporre la sua emotività scossa e il suo conflitto con l’acqua che è un simbolo femminile. Ha compensato la sua maternità mancata con il suo essere femminile senza addurre il senso della mutilazione della maternità. Liliana ha ben razionalizzato, anche attraverso il sentimento d’invidia e la rivalità verso le altre donne, la sua realtà psichica in atto di donna senza figli.

Vediamo i simboli cosa consigliamo, come le stelle degli astrologi e le previsioni del tempo dei meteorologi. “Guardo” è la funzione razionale dell’Io ossia prendo consapevolezza, “questa situazione da lontano” ossia mi raffreddo emotivamente grazie alla razionalizzazione, “con disapprovazione” ossia condanno me stessa tramite il mio “Super-Io” o non mi sono piaciuta e mi censuro, “intervengo” è funzione vigilante dell’Io e principio di realtà, “recipienti d’acqua” o “sublimazione” e “traslazione” della maternità, “spegnere l’incendio” o per sedare il conflitto in riguardo alla maternità.

Questo è quanto dovuto al sogno di Liliana.

PSICODINAMICA

Il sogno di Liliana sviluppa la psicodinamica del “sentimento della rivalità” al femminile e lo lega alla maternità mancata. Liliana è in competizione con quella “parte psichica” di se stessa che ha sacrificato e ha operato censura della “libido genitale” e della possibilità di dare la vita a un figlio. Nelle pieghe oniriche si intravede un sentimento di rabbia verso se stessa per la non adeguata affermazione dei suoi diritti di donna e sentimenti di madre. Il sogno parte dall’infanzia e arriva alla giovinezza cavalcando la tigre della formazione psichica ricevuta e la tirannia assolutoria del “Super-Io”. Questo processo è sostenuto dall’assenso di un “Io” non certo accomodante e liberale. Il sogno si evolve dalla “rivalità professionale” alla “rivalità fraterna” e sfocia nella “rivalità genitale”.

PUNTI CARDINE

Il sogno di Liliana si lascia chiaramente cogliere nel suo “significato latente” in “questa mia amica, dovendo accendere dei bastoncini di incenso che tenevo io in mano, usa un accendino che però spruzza del materiale infiammabile ovunque, nei miei capelli, in un albero e nell’erba.”

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

Dei “simboli” si è ampiamente detto e con la giusta ironia sulla possibile fallacia delle interpretazioni e delle previsioni.

Il sogno di Liliana rievoca l’archetipo della Madre e della maternità nello specifico.

Il “fantasma” conclamato riguarda la maternità nella versione conflittuale, nonché il “sentimento della rivalità”.

L’istanza psichica della vigilanza razionale “Io” è viva e vegeta in “protesto” e in “sposto” e in “guardo” e in “intervengo”.

L’istanza psichica della rappresentazione dell’istinto “Es” si manifesta in “accendino” e in “liquido” e in “incendio” e in altro.

L’istanza psichica della censura morale e del limite si manifesta in “Capo ufficio” e in “con disapprovazione”.

Il sogno di Liliana svolge la “posizione psichica genitale”: “sacchetto origano” e in “scaffale spezie”.

Liliana usa in sogno i seguenti meccanismi e processi psichici di difesa: la “condensazione” in “ufficio” e in “sacchetto” e in “scaffale e in “capelli” e in “prato”, lo “spostamento” in “amica”, la “figurabilità” in “vasto incendio”.

Qualcosa sul processo psichico di difesa della “sublimazione” appare in “accendere dei bastoncini d’incenso”. La “regressione” è presente nei termini consentiti dalla funzione onirica.

Il sogno di Liliana evidenzia un tratto “competitivo” all’interno di una “organizzazione psichica reattiva genitale”.

Per quanto riguarda le “figure retoriche” c’è da rilevare la “metafora” in “prato” e in “incendio”, la “metonimia” in materiale infiammabile”.

“Questo liquido provoca un vasto incendio nel prato.” è allegoria della rabbia legata alla rivalità e alla frustrazione del desiderio di maternità.

La “diagnosi” dice del sentimento della rivalità tra donne in merito alla realizzazione della maternità.

La “prognosi” impone la “razionalizzazione” dei “fantasmi” in circolazione e lo stemperamento delle angosce collegate alla mancata maternità.

Il “rischio psicopatologico” si attesta in una “psiconevrosi depressiva” prodotta dall’incrudelirsi del senso di perdita.

Il “grado di purezza onirica” è “buono” alla luce dell’equa combinazione della narrazione con i simboli.

La “causa scatenante” del sogno di Liliana si attesta in una riflessione sulla maternità mancata.

La “qualità onirica” è “dinamica” alla luce delle azioni e reazioni presenti, nonché dei forti contrasti emotivi.

Il sogno di Liliana si è svolto nella seconda fase del sonno REM e tale affermazione si giustifica con la forte reattività ed emotività presenti.

Il “fattore allucinatorio” si attesta nell’esaltazione del senso del tatto in “prendo” e della vista in “guardo questa situazione”. La dinamica del movimento è ben giostrata nelle varie sequenze delle scene oniriche.

Il “grado di attendibilità” dell’interpretazione del sogno di Liliana è “buono” alla luce della giusto combinazione interattiva dei simboli, per cui il “grado di fallacia” è “minimo”.

DOMANDE & RISPOSTE

L’interpretazione del sogno di Liliana è stata sottoposta all’attenzione di Stefano, uno studente di Filosofia presso l’Università di Catania, nonché un mio stimatissimo consanguineo. Questa è la nostra conversazione.

Stefano

Io sono alle prime armi e non posso controbattere nulla per quanto riguarda la simbologia, ma sulla Psicologia della sensazione e sulla Filosofia della percezione penso di avere studiato abbastanza. Me la puoi spiegare meglio?

Salvatore

Aristotele operò la rivoluzione culturale di ricondurre all’Io consapevole la regia del Tutto e fu il responsabile dell’uccisione della Natura vivente, “Ilozoismo”, al fine di formulare un Sapere scientifico che attingesse le cause della Realtà. Platone aveva diseredato l’uomo greco dal possesso di quella Verità che aveva relegato nel mondo oltre il cielo, iperuranio. Aristotele restituisce all’uomo greco mutilato la consapevolezza di essere artefice delle proprie conoscenze e soprattutto di essere capace di formulare una conoscenza oggettiva. Nel processo conoscitivo mise la “sensazione” alla base e la definì una forma indifferenziata di soggetto e oggetto. In questo proficuo impatto dell’Io con il non Io l’uomo è inebriato dionisiacamente dall’estasi del sapere e del gustare: “sapio” latino. La “percezione” si attestava nell’emergere della “coscienza di sé” e nel distacco dall’oggetto: Io sono Io e l’oggetto è l’altro da me, ma Io sono capace di ordinare le mie sensazioni secondo le categorie logiche. L’uomo con le sue varie e continue percezioni afferma se stesso come attore delle sue sensazioni e come diverso dagli oggetti da cui sono state scatenate. Il “fantasma” è presente in Aristotele proprio come una forma di conoscenza primaria in cui l’Io e l’oggetto sono ancora fusi e in attesa della vendemmia razionale o scientifica. Anzi si può tranquillamente affermare che la Fantasia è la consapevolezza umana di ordinare le sensazioni secondo conoscenze individuali e condivisibili. La “sensazione” è l’azione neurovegetativa, mentre la “percezione” è la prima “coscienza di sé” come attore di sensazioni collegate a un mondo di oggetti e di altri.

Stefano

Platone aliena l’uomo greco deprivandolo della sua autonomia e della sua verità, mentre Aristotele lo mette in piedi e lo pianta sulla Realtà. Giusto professore?

Salvatore

Grazie per l’epiteto e aggiungo che anche Marx metaforicamente rimise l’uomo in piedi dopo che Hegel l’aveva capovolto poggiandolo sulla testa: Idealismo contro Materialismo antropologico e storico. Mi piacciono le allegorie perché chiamano in causa la “figurabilità”, un meccanismo importante del “processo primario” che spiega un alto concetto del sistema di Logica filosofica messo in piedi dal gran sacerdote di Stoccarda. Al di là delle metafore e delle allegorie bisogna dire che nell’antichità greca dominava nella cultura di base lo schema “ilozoistico”: teoria del Tutto vivente, Uomo compreso. La Natura era ritenuta vivente e l’uomo era una parte del Tutto. Anassagora e le sue “omeomerie”, Democrito e i suoi atomi, particelle qualitative minime le prime e particelle quantitative minime le seconde, dettero l’assalto all’armonia ecologica “uomo-natura” per portare in alto l’uomo riducendo la Natura a oggetto della Logica e della Scienza. Il Tutto vivente fu scisso e la Natura fu uccisa e ridotta a una macchina complessa e immutabile da smontare e da conoscere sempre da parte di quel Soggetto emergente e distruttore chiamato “Uomo”. Cominciarono i Sofisti e Socrate, sofista anomalo ma pur sempre divulgatore della consapevolezza, a portare l’Uomo greco nell’agorà del primato scientifico con l’esaltazione della funzione razionale e dei “processi secondari” a tutto discapito dei “processi primari” e della portentosa umana Fantasia. Uccidere la Natura era la condizione per l’avvento della Scienza e Aristotele fu l’artefice di tanto scempio dell’Uomo greco e degli uomini che vivevano dove il sole cade, l’Occidente per l’appunto e quell’Occidente di cui siamo beneficamente impastati ancora oggi.

Stefano

E Socrate quale ruolo giocò in questo grande Olocausto?

Salvatore

Mi piace il termine che hai usato, Olocausto, perché dà il senso del Tutto vivente che brucia a conferma che il Grande scoppio è ciclico e diversificato, viaggia dagli atomi alle cellule, dalla Astrofisica alla Biologia, dalla Chimica alla Endocrinologia, dallo Elettromagnetismo all’Evoluzionismo.

Stefano

E dei buchi neri cosa mi dici? Quale metafora trovi?

Salvatore

La centrifuga di Socrate si attesta nel proporre la “coscienza di sé” come base di tutte le ulteriori conoscenze: ecologia della Ragione e della Mente. Un uomo che non sa di sé, “conosci te stesso”, non può privarsi delle superstizioni e non può partorire un bel niente: ironia e maieutica. Rientra in te stesso per fissare la base del Sapere dell’Altro e per collocare le conoscenze su un plateau umano universale e necessario. La Scienza è Logica, Etica e Politica e si esercita nella polis, la città stato e la democrazia diretta.

Stefano

Ah, la democrazia diretta via internet, quella scoperta da Grillo e da Casaleggio oppure la democrazia plutocratica di Berlusconi?

Salvatore

Ma vaffanculo! Sei un buffone e un impostore. “Per me tutto finisce qui”, come scrisse la tua sorellina congedando l’amore edipico verso il padre e appena innamorata di un bel tipetto della sua portata.

Stefano

Non m’inviti più?

Salvatore

Vade retro Satana! Tu mischi il sacro al profano come un moderno truffatore “compro oro”. A mai più!

Stefano

Ti ho fatto proprio incazzare e sono contento. Di nani, di buffoni, di giornalisti e di politici con te non si può proprio parlare, almeno fino a Craxi. Lì la Storia d’Italia si è fermata. Caro zio, sei proprio vecchio.

Salvatore

Ho conosciuto tempi peggiori, ma che un siciliano votasse per la Lega, ah, questo dovevo ancora viverlo. Sono molto contento di annoverarti tra i miei nobili nipoti per l’opportunità di crescita che mi hai dato.

IL SENTIMENTO DELLA RIVALITA’ MATERNA

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Ho sognato di trovarmi con mia figlia in un piazzale dove abbiamo parcheggiato la macchina per andare a una conferenza.
Mia figlia ha preso dalla macchina tanti mazzi di banconote da 50 e 100 euro.
Vedendola in difficoltà e pensando che non era sicuro andare in giro con tutte quelle banconote in vista, mi sono avvicinata e le ho dato una vecchia borsetta bianca in pelle che si trovava in macchina.
Stavamo dirigendoci verso la sala conferenze quando abbiamo sentito il rumore della nostra macchina.
Sorprese ci siamo dirette verso la finestra e abbiamo visto che la macchina senza autista andava via.
Mentre pensavamo sul da farsi, la macchina è ritornata parcheggiandosi.
Contente ci dirigiamo verso la sala conferenze, quando la macchina è ripartita nuovamente senza ritornare.”
Mi sono svegliata chiedendomi il significato di questo sogno.

Anna Maria

DECODIFICAZIONE – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Dal sentimento della rivalità “fraterna” al sentimento della rivalità “materna” il passo è breve e veritiero.
Quante mamme si accompagnano ed esibiscono le figlie procaci nella ricerca narcisistica di un riscontro sociale anche della loro bellezza e giovinezza!
Quante volte abbiamo detto o sentito la famigerata frase “sembrate due sorelle” o altre litanie del genere!
Le relazioni sociali, anche le più innocenti e delicate, sono una mezza truffa e sono immancabilmente insidiate dai sentimenti dell’invidia e della rivalità.
Siamo abituati culturalmente a ritenere l’invidia un brutto sentimento, ma siamo costretti a ricrederci. Bisogna anche dire che in tanto pessimismo ha contribuito l’educazione religiosa di cui siamo stati infarciti sin dalla più tenera età. Il grande Agostino nel quarto secolo p. C. n. attribuiva al diavolo l’orgoglio e l’invidia. Spesso ci si imbatte in tre contrastati sentimenti, l’invidia, la rivalità e l’orgoglio. Ricordo che il sentimento è la “astrazione” e la “sublimazione” del senso e delle sensazioni. Tornando ai magnifici tre, invidia, rivalità e orgoglio, è evidente il fatto che psicologicamente hanno una loro consistenza oggettiva e, di conseguenza, “positiva” proprio perché cadono nella storia psicologica e si recitano quotidianamente nel teatro psichico con alterna fortuna. Colpevolizzare questi sentimenti è inizialmente opera dei genitori improvvidi e di tutti gli adulti imbrattati di cultura ufficiale e in vena repressiva per i loro bisogni psichici. Di poi, il bambino assorbe la lezione e sarà merito del suo “Super-Io” censorio e morale avallare tanta ignoranza e tanta ingiustizia.
Parliamo dei magnifici tre moschettieri.
Il “sentimento dell’invidia” si attesta nel “vedere nell’altro” un dato psichico ben preciso che gradiremmo possedere: latino “in video”, italiano “vedo dentro l’altro”. E’ un desiderio che non cade dalle stelle, “de sideribus”, e s’incarna in noi, perché è già caduto in un’altra persona. E’ una forma frustrazione che si compensa con la consapevolezza che quello che io non ho, appartiene a un altro. E’ una penosa sensazione che immancabilmente matura aggressività verso il prossimo. E’ un’alienazione inconsapevole e difensiva di un nostro tratto psichico che ci crea disagio e che volentieri proiettiamo su un’altra persona. Non vale più il “vedo nell’altro”, ma si afferma il “non voglio vedere in me”. L’invidia nella sua radice psichica è l’angoscia di vedere dentro di sé e di dover gestire tanto bagaglio fuori di sé. Ma attenzione, spesso il sentimento dell’invidia verte su oggetti benefici e di valore, come la bellezza, l’avvenenza, l’erotismo, la sessualità e l’orgasmo nel caso del sogno di Anna Maria.
Il “sentimento della rivalità” ha una natura squisitamente affettiva e nasce nell’infanzia dalla paura di non essere amato dai genitori per ipotetiche colpe e di perdere il loro affetto. La comparsa sulla scena di un fratello aggrava un quadro che di per se stesso è già problematico. La paura di non essere preferito porta a sentirsi soggetto di minor diritto e matura gravi complessi d’inferiorità. Si aggiunge la progressiva convinzione di non poter cambiare e migliorare la propria condizione umana. Nel tempo l’evoluzione porta il “sentimento della rivalità” a sublimarsi e a diventare una sana competizione migliorativa delle proprie qualità e prestazioni. Una bambina che ha sofferto l’angoscia della rivalità fraterna sarà una mamma che porterà il marchio di tanta infamia sociale e di tanto struggimento affettivo. Idem per il bambino. Ricordo sul tema il testo, uno dei pochi, di Louis Corman dal titolo “Psicopatologia della rivalità fraterna” dove si coglie l’incidenza maligna di questo sentimento nei disturbi psichici gravi.
Avanti il terzo, “il sentimento dell’orgoglio”. La parola deriva dalla lingua dei Franchi, “urgoli”, e si traduce “notevole”, mentre la voce tedesca antica “urgol” significa “rigoglio”: un “notevole rigoglio”. A livello psicoanalitico l’orgoglio è collegato alla “posizione fallico-narcisistica” e rappresenta la degenerazione difensiva dell’amor proprio e del potere dell’Io. E’ una difesa dal coinvolgimento e si attesta nell’isolamento. E’ un “complesso di superiorità” che serve a difendersi dagli altri assumendo una corazza altolocata di vero metallo e ponendo uno schermo verso il prossimo, ma resta sempre un complesso di tratti psichici che attende di essere razionalizzato e ridimensionato per adattarsi alla realtà delle persone e delle cose.
Convergendo sul sogno di Anna Maria si può affermare in sintesi che tratta dell’immagine sessuale di sé nel versante temporale del “com’ero” e del “come sono” e lo psicodramma si recita approfittando della figura della giovane e avvenente figlia. Insomma, la nostra Anna Maria si è imbattuta in sogno nei sani sentimenti dell’invidia e della rivalità senza travalicare negli eccessi della competizione e del disprezzo dell’avversario, ma mantenendo gli affetti degni di una madre che è alle prese con il tempo che scorre e con gli insulti dell’evoluzione psicofisica.
Non resta che constatare la bellezza dell’architettura e della “figurabilità” che Anna Maria senza consapevolezza e per via naturale ha immesso nel suo prodotto psichico notturno.
Si può partire.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Ho sognato di trovarmi con mia figlia in un piazzale dove abbiamo parcheggiato la macchina per andare a una conferenza.”

Anna Maria esordisce in sogno con spigliatezza ponendo subito in evidenza il conflitto latente “madre-figlia” in forma di solidarietà e di complicità, in forma sublimata se vi aggrada. Anna Maria ha un buon rapporto con la figlia e con lei frequenta luoghi e persone in maniera disinibita. Anna Maria tiene a precisare che condivide con la figlia la femminilità e la sessualità, che sono donne e che non disdegnano di manifestarlo. Questa è la traduzione di “parcheggiato la macchina”. Meglio di così è possibile soltanto per i mostri, ma qui siamo per il momento nell’assoluta normalità di una relazione madre-figlia costruttiva e benefica.
Vediamo i simboli: “ho sognato di trovarmi” si traduce oggettivamente consisto e mi manifesto con la mia realtà psichica in atto, “figlia” condensa la dipendenza psichica e l’universo psicofisico femminile, “piazzale” rappresenta la piazza e il foro nonché il luogo della socializzazione e della relazione, “parcheggiato” si traduce in esibito e messo in mostra e in una forma di vanità e di civetteria che tende al riconoscimento da parte degli altri, “la macchina” rappresenta il sistema nervoso autonomo o neurovegetativo e nello specifico l’apparato sessuale femminile, “conferenza” dal latino “portare insieme” traduce il possesso e lo scambio, l’avere e la transazione, una modalità di vivere le relazioni in maniera coperta e fascinosa.

“Mia figlia ha preso dalla macchina tanti mazzi di banconote da 50 e 100 euro.”

Anna Maria non ha mezzi termini in sogno e va sempre più al “dunque” e questo “dunque” riguarda il corpo e la sessualità, la femminilità e la femmina nella versione di gran valore e di gran potere: l’orgoglio di esser donne e “dominae” ossia padrone. La madre stima tantissimo la bellezza e la procacità della figlia, il fascino e l’attrazione che suscita nei maschi quando si relaziona e quando è composta nella sua condotta femminile. Questo gratificante rilievo è il prezzo che Anna Maria paga al tempo che passa e la lascia in lotta con lo sfiorire della gioventù e della bellezza. La nostra protagonista vede nella figlia la sua bellezza di un tempo e il suo potere di attrazione e di seduzione. Il sogno ha una vena nostalgica che procura una lieve tristezza e si ferma ai confini di un dolore abilmente sublimato. A proposito di orgoglio, non dimentichiamo che la “macchina” è associata a “tanti mazzi di banconote da cinquanta e cento euro”, un vero valore venale che attesta che l’avvenenza erotica e sessuale è di alto livello.
Vediamo i simboli: “ha preso” traduce la forza e la sicurezza affermative, “tanti mazzi” condensano l’entità del potere e la fallicità della seduzione, “banconote” si interpreta come potere psic-osessuale e relazionale.
La “posizione fallico-narcisistica” di Anna Maria in versione orgogliosa viene proiettata sulla figlia e rispecchia il suo vissuto conflittuale e possibilmente d’inferiorità: rivalità e soggetto di minor diritto.

“Vedendola in difficoltà e pensando che non era sicuro andare in giro con tutte quelle banconote in vista, mi sono avvicinata e le ho dato una vecchia borsetta bianca in pelle che si trovava in macchina.”

“Cuore di mamma non inganna”, recita il proverbio popolare utile al caso di Anna Maria. La madre è preoccupata per l’esibizione da parte della figlia delle bellezze e delle doti estetiche: “le banconote in vista” attestano di un potere legato al senso della vista e all’ambiguo voyeurismo della gente. Anna Maria tiene a precisare che la figlia ha qualcosa di lei, la femminilità e la sessualità. Infatti la “vecchia borsetta che si trovava in macchina” è un raddoppiamento della simbologia femminile, estetica e sessuale, e il concetto ribadito in sogno è che la bellissima figlia è stata “fatta” dalla madre e a lei somiglia, si è identificata nella madre e ne ha anche assimilato la femminilità, “la vecchia borsetta in pelle”. La madre non rassicura la figlia, rassicura se stessa e si consola con la somiglianza e l’identificazione della figlia nella sua figura e persona. Non si manifesta il “sentimento della rivalità” in maniera chiara, ma traspare tra le righe del quadro estetico di una figlia avvenente che ha un buon rapporto formale e sostanziale con la madre.
Vediamo i simboli: “in vista” condensa l’erotismo legato al senso della vista e al piacere voyeuristico, “borsetta” si traduce nella recettività sessuale femminile, “bianca” è anonimato, “in pelle” contiene l’erotismo o “libido” epiteliale.

“Stavamo dirigendoci verso la sala conferenze quando abbiamo sentito il rumore della nostra macchina.”

Anna Maria e la figlia socializzano portandosi dietro gelosamente il loro carico importante di femminilità. Meglio: Anna Maria è orgogliosa di sé e del suo esser donna e si vede nella figlia: “traslazione” da rafforzamento. La presenza della figlia evoca la sua giovinezza e la prestanza di una femminilità ben vissuta e ben accetta. Anna Maria si sente più sicura in compagnia della figlia, alleato psichico, e si relaziona meglio, piuttosto che da sola, perché ha bisogno per le sue contingenze esistenziali di recuperare quell’immagine di sé giovanile e attraente. Il testo del sogno dice chiaramente di questa unione e di questa solidarietà in “stavamo dirigendoci verso la sala conferenze”, ma a questo punto il discorso onirico e psichico si approfondisce nel “rumore della nostra macchina”.
Cosa vorrà mai significare?
Cosa si occulta simbolicamente in queste poche parole?
La risposta è semplice ed è la seguente: significa la funzionalità sessuale e occulta il “fantasma di castrazione” della protagonista del sogno. Anna Maria si è portata dietro l’alleata in questo suo excursus narcisistico verso il recupero del passato e tramite la bellezza della figlia ripara a questa suo senso di perdita adducendo il fatto che la sua “libido genitale” e sessuale è in crisi. Proprio per questo motivo fa questo sogno e lo compone in questo modo. Anna Maria si sente in emergenza e ripensa al tempo passato quando la giovinezza del corpo arrideva ai suoi sensi. La figlia in sogno è l’immagine di sé quand’era giovane e, come si diceva in precedenza, è la “proiezione” di parti psichiche di sé nella figlia. Degno di nota è “il rumore della nostra macchina”, un plurale maiestatis che testimonia il narcisismo e la castrazione che sono in simultanea circolazione psichica.
Vediamo i simboli: “il rumore” attesta chiaramente della funzionalità neurovegetativa sessuale, l’esito di una funzione e l’introduzione all’orgasmo.

“Sorprese ci siamo dirette verso la finestra e abbiamo visto che la macchina senza autista andava via.”

Anna Maria è in crisi d’orgasmo e di invecchiamento ed è sorpresa perché non se l’aspettava, non si era preparata psicologicamente ai drastici processi di perdita che madre Natura impone nell’evoluzione psicofisica, specialmente femminile: la menopausa e la riduzione della “libido”. “La finestra” è una consapevolezza sociale che Anna Maria esibisce quando si accorge che la “castrazione” è avvenuta e che la menopausa incombe inesorabilmente con i suoi vantaggi e si suoi svantaggi. Ha, purtuttavia, sempre in atto l’alleanza con la figlia e la porta come ausilio per prendere coscienza del tempo presente e del tempo passato, quando si era giovani e avvenenti e quando si è costretti a subire e ad accettare gli insulti sempre del famigerato tempo. In questo caso l’amore del proprio destino di donna, “amor fati”, è indispensabile per favorire e rafforzare la “razionalizzazione” del quadro esistenziale. “La macchina senza autista” rappresenta mirabilmente l’automatismo della funzionalità sessuale e il procedere neurovegetativo verso l’orgasmo: meccanismo psichico della “figurabilità”. Anna Maria ha vissuto una crisi in riferimento alla sua capacità di disporsi all’orgasmo e si è imbattuta nel dubbio del tempo che passa e nella nostalgia di quando tutto era spontaneo e naturale, automatico con un termine freddo. E allora il pensiero va al suo alleato in sogno, la figlia giovane e brillante di ormoni, nella ricerca di una magra consolazione e di rafforzamento per andare avanti con il sogno e con questa tematica forte.
Vediamo i simboli: “la macchina senza autista andava via” equivale all’orgasmo che necessita del mancato controllo dell’Io e dell’abbandono ai movimenti neurovegetativi, “l’autista” rappresenta l’istanza psichica vigilante e consapevole “Io”.

“Mentre pensavamo sul da farsi, la macchina è ritornata parcheggiandosi.”

E’ bastata una riflessione cosciente a bloccare l’orgasmo, cosi ben descritto in precedenza. E’ bastato l’autista, l’Io, a far tornare tutto sotto controllo e a ripristinare quella vigilanza che non fa bene alla vitalità sessuale. Anna Maria in sogno sta sempre parlando di sé e di una sua evoluzione psicofisica che la mette in crisi, ha addotto qualcosa di oggettivo che succede alle donne nell’esercizio del vivere. Il “sistema neurovegetativo” e il “sistema nervoso centrale” sono in funzione, anzi il secondo ha preso il sopravvento sul primo. Il “parcheggiandosi” attesta del ritorno alla norma e alla stato di quiescenza sessuale dopo l’eccitazione. Il tutto è in linea con la neurofisiologia e con il “principio di realtà” dell’istanza “Io”, nonché con i valori della formazione psichica e sociale di Anna Maria.
Vediamo i simboli: “pensavamo” rappresenta l’Io e la coscienza e la prima persona plurale è in funzione di rafforzamento, “da farsi” condensa il pragmatismo terapeutico dell’angoscia e la possibile “razionalizzazione” attraverso l’azione, “la macchina è ritornata” contiene il ritorno dallo stato neurovegetativo allo stato di consapevolezza, “parcheggiandosi” esprime il ritorno alla normalità dopo l’ebollizione orgasmica e al composto inquadramento sociale.

“Contente ci dirigiamo verso la sala conferenze, quando la macchina è ripartita nuovamente senza ritornare.”

Anna Maria ha appena espresso e realizzato il desiderio di riavere le sue pulsioni e il suo orgasmo e si sente appagata e piena di sé, “contenta”, per cui può riprendere in maniera disinibita i suoi ruoli sociali, “la sala conferenze”. Ma ecco che si manifesta la realtà dei fatti, “la macchina è ripartita nuovamente senza ritornare”: la sessualità neurovegetativa è presente e senza il controllo dell’Io, senza l’autista. L’allegoria dell’orgasmo è perfetta, ma l’interpretazione di quest’ultimo capoverso è “double face”. Da un lato si può intendere come la presenza di una disinibizione sessuale senza freni e dall’altro lato si può intendere come una perdita depressiva della vitalità sessuale legata a un trauma reale o alla caduta della “libido”. Il sogno di Anna Maria lascia in sospeso l’esito finale perché entrambe le interpretazioni possono essere aggiudicate. Il “senza ritornare” esprime una irreparabile caduta dell’orgasmo, ma la macchina ripartita lascia ben sperare. Il dubbio “amletico” lo può risolvere soltanto Anna Maria.
Vediamo i simboli: “dirigiamo” condensa il principio dell’intenzionalità della coscienza di Brentano in base al quale la psiche investe le sue energie su un oggetto ben preciso, “ripartita” esprime la ripresa degli investimenti di “libido”, “ritornare” rappresenta la reiterazione del rivivere e il sentimento della nostalgia.

“Mi sono svegliata chiedendomi il significato di questo sogno.”

I sogni strani inducono questo desiderio o bisogno di conoscere “il significato”. Ogni sogno racchiude una “parte psichica di sé” che lo qualifica come un incremento al “sapere di sé” e all’accrescimento dell’autocoscienza al punto che si può considerare una psicoterapia bella e buona la consapevolezza dei “fantasmi” e dei simboli che dominano il sogno. Quest’ultimo è “significante”, portatore di “segni”, latino “signa”, le insegne delle legioni romane che si devono interpretare e tradurre. Non basta, perché Anna Maria ha codificato senza esserne consapevole delle figure retoriche come l’allegoria dell’orgasmo in “la macchina senza autista andava via.” Svegliarsi con la curiosità di sapere è anche un legittima difesa psichica perché suppone cosa ci turba in questo preciso momento della nostra vita.
La decodificazione del sogno di Anna Maria si può concludere qui.

PSICODINAMICA

Il sogno di Anna Maria svolge la psicodinamica del “sentimento della rivalità” materna per concludersi con la rappresentazione allegorica della vitalità sessuale. La parte finale possiede una ambivalenza interpretativa che oscilla da una facilità a lasciarsi andare sessualmente a una inibizione della “libido” legata a trauma o a veicoli organici naturali come la menopausa. La relazione con la figlia risente del desiderio di Anna Maria di ringiovanirsi con la regressione alla “posizione psichica fallico-narcisistica”, precedente alla “genitale”, e con la competizione estetica e relazionale.

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

Dei “simboli” si è abbondantemente detto cammin facendo.

“L’archetipo” richiamato riguarda la sessualità.

Il “fantasma” presente è di “castrazione” e di perdita depressiva.

Le istanze presenti nel sogno di Anna Maria sono le seguenti: “Io” o vigilanza razionale in “Vedendola in difficoltà e pensando” e in “Mentre pensavamo” e in “Contente ci dirigiamo” e in “autista” e in altri punti, “Es” rappresentazione delle pulsioni in “parcheggiato la macchina” e in “tanti mazzi di banconote da 50 e 100 euro.” e in “la macchina senza autista andava via.” e in altri punti, “Super-Io” censura e moralità in “Vedendola in difficoltà e pensando che non era sicuro andare in giro con tutte quelle banconote in vista,” .

Il sogno di Anna Maria tira in ballo la “posizione psichica fallico-narcisistica”, autocompiacimento e amor proprio, e la “posizione genitale” e la “libido” corrispondente con i suoi sondaggi sulla vitalità sessuale.

I “meccanismi psichici di difesa” dall’angoscia innescati nel sogno di Anna Maria sono la “condensazione” in “figlia” e in “macchina” e in “borsetta” e in altro, lo “spostamento in “mazzi di banconote” e in “rumore” e in altro, la “proiezione” in “mia figlia” e in “vedendola in difficoltà”, la “figurabilità” in “macchina senza autista”.

Il “processo psichico di difesa” presente nel sogno di Anna Maria è la “regressione” nei termini funzionali onirici ossia nella introversione delle energie e nelle allucinazioni. La “sublimazione della libido” non risulta in azione.

Il sogno di Anna Maria attesta di una “organizzazione psichica reattiva”, carattere o struttura, a prevalenza “narcisistica” e all’interno di una cornice nettamente “genitale”, sessualità e maternità.

Le “figure retoriche” elaborate da Anna Maria nel suo sogno sono la “allegoria” o relazione di somiglianza in “la macchina senza autista andava via” e in “la macchina è ripartita nuovamente senza ritornare”, la “metafora” in “macchina” e in “borsetta”, la “metonimia” o relazione di senso logico in “rumore” e in “parcheggiata”. Il sogno di Anna Maria sorprende per la capacità naturale e inconsapevole della protagonista a coniare allegorie e a usare il “meccanismo della figurabilità”.

La “diagnosi” dice di un sentimento della rivalità materna in un ambito di recupero narcisistico della “libido genitale”. Anna Maria approfitta dell’alleata figlia per svolgere la sua psicodinamica di riduzione e caduta dell’avvenenza e del fascino giovanile. Tecnicamente Anna Maria reagisce al “fantasma di castrazione” con la rappresentazione compensatoria del fenomeno psicofisico dell’orgasmo.

La “prognosi” impone ad Anna Maria di recuperare la consapevolezza delle sue frustrazioni e di reagire in maniera realistica agli scompensi ormonali ed estetici. La competizione con il tempo e con la figlia non porta quei risultati di benessere a cui aspira, mentre l’accettazione amorosa del suo destino di donna può reperire ed esaltare nuove e non immaginate doti. La giusta collocazione sociale completerà l’opera di reinserimento dopo la crisi esistenziale. La vitalità erotica e sessuale è ampiamente compensata da madre natura e dalla psiche nell’età matura e dopo l’inesorabile perdita della fertilità.

Il “rischio psicopatologico” si attesta in una recrudescenza del “fantasma di castrazione” e in una “psiconevrosi istero-fobica- ossessiva”: conflitto e somatizzazione d’angoscia e idee ritornanti.

Il “grado di purezza onirico” rientra nell’ordine del “buono” proprio per la naturalezza descrittiva e narrativa che è prossima all’irrealtà.

La causa scatenante del sogno di Anna Maria, “resto diurno” del “resto notturno”, si attesta nella naturale frequentazione della figlia e nella loro splendida e umana relazione. Incide in ogni caso la quotidiana consapevolezza del tempo che che trascorre e lascia qualche ferita narcisistica.

La “qualità onirica” o attributo dominante nel sogno di Anna Maria è proprio l’irrealtà della simbologia dinamica della “macchina”.

Il sogno si è svolto nella seconda fase del sonno REM proprio per le caratteristiche di cui si diceva e alla luce della esigua carica tensiva. L’emozione si accompagna alla sorpresa in un crescendo di desiderio di capire il significato del prodotto psichico che Anna Maria sta confezionando.

Il “fattore allucinatorio” si attesta nel senso della vista e dell’udito: “quando abbiamo sentito il rumore della nostra macchina” e “abbiamo visto che la macchina senza autista andava via.” Degna di nota è l’allucinazione spaziale in “Stavamo dirigendoci” e in “ci siamo dirette”.

Il “grado di attendibilità” della decodificazione del sogno di Anna Maria è “buono” e, di conseguenza, il grado di fallacia è “scarso”. La simbologia è abbastanza scontata e diffusa per cui la psicodinamica si evidenzia in maniera lineare.

DOMANDE & RISPOSTE

La decodificazione del sogno di Anna Maria è stata analizzata da una lettrice anonima che nella vita svolge la professione di ragioniera. Alle fine ha posto le seguenti domande.

Domanda
Faccio un riepilogo di quello che ho capito. La madre e la figlia escono insieme per andare a una conferenza con la macchina e la parcheggiano. Tutto questo è possibile nella realtà. Che la figlia abbia banconote all’aria aperta senza una borsetta, è improbabile ma è possibile. Che la madre le dia una borsa dove metterle, può succedere. Ma che la macchina si muova da sola e che scompaia, mi sembra qualcosa di magico.
Risposta
Giusto, sono pienamente d’accordo. Nel contenuto del sogno ci sono pezzi realistici e pezzi irreali. Ma il sogno è tutto simbolico e deve essere tradotto.
Domanda
Ah! E’ tutto simbolico e allora lei lo ha interpretato. Ma è sicuro? Non può essere mezzo realistico e mezzo simbolico?
Risposta
IL sogno ha una sua realtà complessa e specifica e non può essere un riepilogo da dormiente degli stessi temi e degli stessi processi razionali che usiamo da svegli.
Domanda
E allora mi spieghi come può una mamma entrare in competizione con la figlia ed essere invidiosa?
Risposta
E’ assolutamente normale perché la mamma ha una sua storia psichica e ha elaborato i suoi “fantasmi” e in speciale modo quelli “narcisistici”. Di conseguenza, a un certo punto della sua vita può ricordare e vedere nostalgicamente se stessa nella figlia senza essere diagnosticata fuori di testa. Importante è che il narcisismo sia utile e pratico e non porti alla deleteria sopraffazione e alla sciocca competizione.
Domanda
Ma che tipo di coppia lei vede nella madre e nella figlia?
Risposta
Hai presente una madre che va da dai quaranta anni ai cinquant’anni e che va a spasso con la figlia che va dai venti a i trent’anni?
Domanda
Ne vedo tante di questa coppia in piazza Duomo o in corso Matteotti, specialmente il sabato sera. Sono donne che si sono sposate a vent’anni e che hanno avuto figli subito e che sono ancora giovani quando i figli sono grandi.
Risposta
Perfetto. Ma tu non hai visto quello che hanno dentro, meglio quello che la madre si porta dentro. Ecco questo il sogno ha detto.
Domanda
Il sogno ha detto cosa prova una madre a passeggio con la figlia o che va ad una conferenza in macchina.
Risposta
Benissimo.
Domanda
Lei ci ha tirato fuori tante robe intime. Ma come ha fatto ed è sicuro che è la verità?
Risposta
Ho interpretato i simboli e li ho messi insieme.
Domanda
Ma alla fine non era sicuro e ha dato due possibilità.
Risposta
Questo conferma che il sogno non era completo, che mancava qualche pezzo, che non sempre si capisce e che, quando non si capisce, non si può interpretare.
Domanda
Me lo può spiegare ancora?
Risposta
Volentieri. Siccome la macchina non è più tornata, significa che si è persa e, quindi, c’è un processo organico che non funziona bene. Oppure, al contrario, significa che Anna Maria è sessualmente sistemata meglio di prima dopo una crisi psicofisica che può essere stata la menopausa o un trauma chirurgico.
Domanda
Ma Anna Maria ha una buona relazione con la figlia?
Risposta
Ottima, direi, perché solidarizzano in ogni senso e non soltanto perché vanno alle conferenze. Anna Maria è una madre quasi perfetta perché vive anche queste sensazioni di rivalità. Importante che non abdichi al ruolo di madre anche in tanta apparente amicizia. La figlia ha bisogno della madre e non dell’amica. Fissare con chiarezza il ruolo e rispettare la collocazione sono le doti migliori di una madre. Le confusioni psico-sociali fanno solamente male a entrambe.
Domanda
Però nel suo ultimo libro sull’anoressia mentale la madre ha un’importanza notevole?
Risposta
Più che altro è la figlia che è in gran confusione mentale. Certo la madre non si è messa in discussione. Leggi sul blog il “Bollettino per i naviganti” sul testo “Io e mia madre” per capire meglio. Poi, sai, ognuno nelle lettura di un libro ci mette tanto del suo.
Domanda
Quale canzone ha scelto per questo sogno?
Risposta
Ho scelto una vecchia canzone di Guccini, “Un altro giorno è andato”, per razionalizzare meglio lo scorrere del tempo e per volergli bene perché consente l’evoluzione.
Domanda
Grazie di tutto.
Risposta
Sono io a ringraziarti per la semplicità che mi hai regalato.

 

LO STRUGGIMENTO DELLA RIVALITA’ FRATERNA

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“Nelida sogna che è notte, gli interni della casa sono bui o con una luce fioca. Fa parte di un clan che con ogni arma lotta contro un altro clan. E’ un clan familiare, il capo è il padre e Nelida esegue gli ordini.  

Sa che ci sono stati degli assassinii.

Poi si trova in una stanza buia, in un casolare abbandonato con una ragazzina magrolina e bionda, moribonda sul pavimento sporco di sangue che guardandola negli occhi tra gli spasimi la implora di ucciderla. Nelida deve darle il colpo di grazia, ma proprio non ce la fa e allora prova a rassicurarla o la tratta freddamente.

Nelida fa avanti e indietro da quel casolare a quello dove sta suo padre con gli altri del clan. Sta preparando la cena per tanti invitati, tra cui gente dell’altro clan. Sono tutti là a fare chiasso e a bere vino aspettando la cena.

Nelida corre nella notte e controlla mentalmente lo spazio accorciandolo per  fare più in fretta e ogni volta che arriva davanti alla bambina non riesce a ucciderla e ogni volta che va da suo padre, lui le ripete l’ordine.

Infine torna dalla bambina e lei non c’è più, c’è una tipa che ha visto nell’altro casolare e questa prova a ucciderla, ma Nelida è più veloce e con un colpo la lascia tramortita al suolo.”

Ma che bella famiglia, ma che bella società!

Il sogno può elaborare qualunque psicodinamica e quello di Nelida offre un quadro ottimale del “sentimento della rivalità fraterna” e dello struggimento a esso collegato. Il “resto notturno” di Nelida usa la simbologia cruenta in maniera idonea per attestare dei conflitti con i fratelli, oltre che con i genitori.  Nella parte finale del quadro, infatti, si presenta la “posizione edipica”, la conflittualità con la madre, così come in tutto il sogno è presente la maschia figura del padre e la soccombenza suggestiva di Nelida ai suoi ordini. Il conflitto tra fratelli ricorre frequente nei miti, nelle leggende e nei racconti popolari. Uno per tutti: la trilogia tragica del ciclo di Edipo, scritta da Sofocle, e in particolare “Antigone” e la sorella Ismene e i fratelli Eteocle e Polinice. E Romolo e Remo dove li mettiamo? E perché non ricordare Caino e Abele? Non sfigura in questa psicodinamica la sorella di Nelida.

Certamente in questo sogno non si può ricorrere al concetto di Rousseau in riguardo al bambino “buono allo stato di natura” e neanche al concetto di Freud di “perverso polimorfo”, sempre in riguardo al bambino. La concezione presente nel sogno di Nelida è semplicemente realistica: un fratello o una sorella “rompono” equilibri psichici e giustificano l’aggressività conseguente  nel tormento struggente di conflitti senza fine.

Via con la decodificazione!

La “notte”, il “buio”, la “luce fioca” attestano lo stato crepuscolare della coscienza, i vissuti e i fantasmi che affiorano dalla dimensione psichica profonda, dalle “rimozioni” che Nelida ha operato in difesa dall’angoscia legata alla sua collocazione familiare di primogenita. Infatti Nelida appartiene a un “clan”, il suo “clan” composto dal padre, dalla madre e dalla sorella, un “clan” che vive insieme ad altri “clan” in una società gaudente e ricca di conflitti. Il simbolo del “clan” accentua in maniera sanguigna la relazione tribale tra i vari componenti: la famiglia “natura” più che la famiglia “cultura”, la famiglia “libido” più che la famiglia “valore”. Nelida riconosce la figura carismatica del padre e la sua dipendenza all’autorevole personaggio, attestando che in quanto a risoluzione del complesso di Edipo siamo ancora in fase di liquidazione. Nelida è eccessivamente affascinata da questa losca figura di assassino e totalmente dipendente da lui nel male, l’uomo che le dà  l’ordine di ammazzare sua sorella, nonché sua figlia, e che glielo ripete sempre. Nelida proietta nel padre la sua pulsione fratricida dettata dal naturale, quanto normale, “sentimento della rivalità fraterna”.

“Sa che ci sono stati degli assassinii.”

Dal generico Nelida passa al puntuale, al suo diretto coinvolgimento in questa psicodinamica che rischia di tralignare in un tragico psicodramma: “la  ragazzina magrolina e bionda, moribonda sul pavimento sporco di sangue che guardandola negli occhi tra gli spasimi la implora di ucciderla.” Potenza del sogno che riesce a trasfigurare un sentimento di profonda ostilità nella concretezza di un atto! Nelida si trova in un contesto logistico idoneo: “in una stanza buia e in un casolare abbandonato”, la sua aggressività mortifera e la “parte negativa” del fantasma fraterno. Degna di nota è la descrizione tenera della sorella, magrolina e bionda, come lo “spostamento” in lei del desiderio implorante di essere uccisa. In caso contrario Nelida si sarebbe svegliata e il sogno si sarebbe interrotto per manifesta coincidenza del “contenuto latente” con il “contenuto manifesto”. Ulteriore nota degna è l’ambivalenza affettiva verso la sorella: “prova a rassicurarla o la tratta freddamente” perché a ucciderla proprio non ce la fa. Ricapitolando: Nelida sposta sul padre la sua pulsione omicida nei confronti della sorella e all’uopo si sottomette alla figura paterna, dimostrando nei suoi confronti una mancata emancipazione e un’autonomia psichica in “fieri”.

Comunque è Nelida che “deve darle il colpo di grazia”.

Nelida è in piena isteria, “fa avanti e indietro”, è combattuta tra il desiderio e il privilegio di figlia unica, oltretutto preferita dal padre, in quel clan e la pulsione di sbarazzarsi in qualche modo della scomoda presenza di una sorella, oltretutto insanguinata e moribonda. L’intensità del conflitto affettivo è attestata dal suo andirivieni tra la casa ricca di cibo, simbolo degli affetti, e la casa, simbolo di morte, della sorella. “Erano tutti là a fare chiasso e a bere vino aspettando la cena.” La variazione dello stato di coscienza si attesta in questa situazione di grande ambivalenza affettiva nel “bere vino”. Nelida è in piena crisi ed esperisce un rimedio meraviglioso traendo dalla sua infanzia la “magia” come soluzione al suo drammatico momento.

“Nelida corre nella notte e controlla mentalmente lo spazio accorciandolo per  fare più in fretta”: trattasi di risolvere l’angoscia attraverso un procedimento magico di accelerazione del tempo e di riduzione dello spazio, un processo che il sogno offre come normalmente naturale e di cui la funzione onirica è maestra. La velocità di esecuzione è direttamente proporzionale alla carica d’angoscia che il sogno di Nelida sta acquistando. La “censura” onirica funziona bene e il sonno può continuare anche se disturbato. La psiche di Nelida sperimenta l’onnipotenza sotto le frustate psichiche della rivalità fraterna. Nelida deve uccidere la sorella facendo la volontà del padre, ma non è capace di un così atroce delitto. “Ogni volta che arriva davanti alla bambina, non riesce a ucciderla e ogni volta che va da suo padre, lui le ripete l’ordine.” Nelida ha spostato nel padre la sua aggressività mortifera verso la sorella e può continuare a dormire ponendosi come arbitro e mediatrice della situazione. E’ possibile cotanto travaglio e cotanto conflitto di fronte alla gelosia e alla competizione affettiva? Certamente che sì! Il sogno è confermato dalle psicoterapie psicoanalitiche che si operano su questi casi di “fratelli coltelli”. Necessita, a questo punto, un “deus ex machina” per risolvere il dilemma mortifero e il dramma affettivo tra un padre che vuole che la figlia uccida la sorella bambina e la figlia che non sa uccidere la sorella bambina eseguendo gli ordini del padre. Altro che Sofocle, altro che Eschilo, altro che Euripide! Questa tragediografa si chiama Nelida e compone i suoi drammi naturalmente sognando e naturalmente evolvendo i suoi fantasmi. Il dio ricercato in questo caso, quello che serve per risolvere la tragedia, è la madre di Nelida, “una tipa” tirata in ballo nel suo sogno in difesa della sorella-figlia e dalla cui violenza mortifera si difende prendendosi la giusta, ma non atroce, rivincita. Nelida si rifà sulla madre estendendo la sua aggressività edipica verso di lei.

“Infine torna dalla bambina e lei non c’è più, c’è una tipa che aveva visto nell’altro casolare e che prova a ucciderla, ma Nelida è più veloce e con un colpo la lascia tramortita al suolo.”

La “legge del taglione” esige che “chi di spada ferisce, di spada perisce”, chi vuole uccidere, deve essere ucciso, ma Nelida conclude il suo sogno nel modo migliore possibile e nel modo più proficuo a livello psicologico, componendo lo struggimento della rivalità fraterna nel giusto sentimento, meglio risentimento

La prognosi impone a Nelida di razionalizzare il fantasma accettando la sorella, ma soprattutto di risolvere i suoi conflitti con i genitori, con un padre alleato e complice e con una madre nettamente ostile. Il tempo e il ciclo di Edipo per Nelida è già trascorso. Adesso può soltanto osservarlo nella cavea del teatro greco di Siracusa quando capita la rappresentazione della trilogia di Sofocle.

Il rischio psicopatologico si attesta in una psiconevrosi edipica: “isterica” con somatizzazioni legate all’aggressività non scaricata che si ritorce contro o “fobico-ossessiva” con crisi di panico legate al bisogno di espiare i sensi di colpa.

Riflessioni metodologiche: ma cos’è il “deus ex machina”? Nella tragedia greca antica, dal quinto secolo ante Cristum natum, appariva alla fine della rappresentazione da un’impalcatura alle spalle degli spettatori, latinamente “machina”, un dio per porre fine al conflitto drammatico che gli uomini avevano esposto in versi nella cavea del teatro. Era un dio, perché soltanto un dio poteva assolvere la colpa, “ubris”, e impedire l’ereditarietà della colpa stessa. Cos’era la “ubris”? Il peccato originale dei Greci: l’ira e il turbamento dell’equilibrio costituito dagli dei, lo sconvolgimento dell’armonia sociopolitica che comportava la pena di morte, come nel caso di Socrate. I Greci proiettavano i loro valori culturali nell’Olimpo intelligente per favorirne l’introiezione e l’assimilazione. Un esempio di ereditarietà della colpa è il seguente: Agamennone, l’artefice principale della distruzione della città di Troia, viene ucciso dalla moglie Clitemnestra in complicità con il suo amante Egisto, il figlio Oreste uccide la madre e l’amante, le Erinni perseguitano Oreste, un dio lo assolve nella tragedia che conclude la trilogia di Eschilo. Il tempo segnava l’anno 458 ante Cristum natum.