DI PADRE IN FIGLIO

 

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

Sono a letto con mio figlio e stiamo dormendo.

A un certo punto si trasforma in una pianta carnivora e inizia ad avvolgermi per divorarmi.

Allora gli metto le mani al collo e lo soffoco finché rimane inerme.

Ma dopo un po’ si rianima col viso alterato dalla forza che lo possedeva e a questo punto mi sveglio agitatissimo.”

Il sogno è firmato Morgan.

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

E’ un sogno dal vissuto forte e dalla trama assurda: un padre si trova, mentre dorme, a sognare di uccidere il suo bambino per non essere ucciso da lui.

Il titolo apparente è “di padre in figlio” e attesta della naturale e sana trasmissione dei beni psichici, culturali e materiali che si verifica nelle migliori famiglie della provincia italiana.

Il titolo corretto è di figlio in figlio”, meglio “di fratello in fratello” e spiego subito il perché.

Il sogno di papà Morgan approfitta di un vissuto occasionale sul figlio per svolgere “il senso e il sentimento della rivalità fraterna”, una “regressione” sulla modalità psichica che a suo tempo papà Morgan ha elaborato, vissuto e maturato nella relazione con il fratello.

Mi spiego ancora e meglio con un quadretto di quotidiana vita familiare.

Morgan è colpito con soddisfazione dalla solidarietà affettiva che il figlio vive e manifesta nei riguardi della madre, sua moglie, le coccole e le cure e le premure, e allora di notte si ridesta e si scatena in sogno “il senso e il sentimento della rivalità fraterna”, fantasmi pari pari a quelli che ha vissuto nella sua infanzia nei confronti del fratello e in privilegiato riferimento alla madre. Classica è questa psicodinamica nel primogenito e si evince nel sogno di Morgan anche dall’intensità e dalla modalità drammatica del vissuto. Mi spiego: se fosse stata una semplice ostilità nei confronti del figlio, Morgan averebbe usato una simbologia diversa. Per la psicodinamica della “rivalità fraterna” questi sono i simboli azzeccati per manifestare una truculenza drammatica. La decodificazione successiva sarà di chiarimento a quanto affermato.

A questo punto, carissimi internauti appassionati di sogni, sono opportune le seguenti considerazioni.

Il nostro materiale psichico più significativo si conserva e si trasla in altri quadri e in altri settori. I vissuti intensi e prolungati non si dimenticano, persistono e si sovrappongono alterando la realtà in atto in maniera anche drammatica, come nel sogno di Morgan. Questo materiale caldissimo, che oltretutto ci ha formato, ristagna sotto la “Coscienza”, nel “Subconscio”, ed è pronto a essere riesumato previo stimolo forte e adeguato. Il sogno è un veicolo privilegiato perché presente quotidianamente, ma questo materiale si può traslare anche in un sintomo psicosomatico. Questi vissuti caldi non diventano inconsci semplicemente perché la dimensione “Inconscio” non esiste dal momento che non è possibile dimostrarne l’esistenza proprio per la sua definizione: ciò che non è consapevole non esiste perché di esso non si può dare prova alcuna.

Ancora: il sogno viaggia su strati e su piani diversi come una buona torta alla mille sfoglie con la crema al limone.

Tornando al sogno di Morgan è opportuna una prognosi immediata. Morgan deve rivedere il rapporto con il fratello e non con il figlio. Con il suo bambino dovrà continuare a essere previdente e provvidente, affettuoso e pragmatico, autorevole e fusionale. Per il resto è impressionante la rabbia mortifera, la pulsione sadomasochistica che Morgan riesuma dalla sua pregressa “posizione psichica anale” e mette in atto contro il figlio uccidendolo, “sado”, e fa mettere in atto contro di lui dal figlio, “maso”, che lo vuol divorare da “pianta carnivora”.

Pensate quanto struggimento e quanta violenza procurano a un bambino “il senso e il sentimento della rivalità fraterna”, una “posizione psichica” non adeguatamente studiata e valutata.

In quel momento della vita e durante quell’esperienza un bambino è chiamato a rasentare la normalità psichica perché s’imbatte in una serie di vissuti depressivi legati a un “fantasma di morte”, la perdita del privilegio e dell’affetto dei genitori, un momento drammatico che si risolve al meglio con il processo psichico di difesa della “regressione” all’infanzia per essere come il fratellino e ricevere le stesse premure e attenzioni. Il bambino in questo periodo della sua vita rasenta lo stato psicopatologico limite, “borderline”. Meno male che può permetterselo semplicemente perché uno stato regressivo nell’infanzia viene tollerato dal mondo adulto.

E allora, capita che, quando meno te l’aspetti, ti piomba tra capo e collo un sogno che ti scombussola e ti tormenta per lo spazio di qualche ora, facendoti sentire un mostro mentre ti consuma l’angoscia della perdita e la tragedia di un lutto di cui tu, padre, sei l’autore.

Questo è quanto basta, un tutto da approfondire, per cui è opportuno operare con progressione e spiegare al meglio in base a quanto è consentito dal sogno di Morgan.

Procediamo subito correggendo il titolo del sogno in

DI FIGLIO IN FIGLIO”

per riportare la psicodinamica a due fratelli che sono costretti a vivere sotto lo stesso tetto e a condividere gli stessi genitori e i loro affetti, soprattutto la stessa madre, oltre che costretti ad amarsi secondo la morale corrente.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

Sono a letto con mio figlio e stiamo dormendo.”

Morgan sogna di essere disposto amorevolmente verso il figlio: “a letto”. Come ogni sera condivide l’intimità familiare e magari lo porta a letto e gli dà il classico bacio della buonanotte o magari si addormenta con lui per alleviare la paura del buio o dell’uomo nero o della maestra.

Morgan proietta sul figlio la caduta dello stato di vigilanza della coscienza: stiamo dormendo”. In effetti è Morgan ad abbassare la vigilanza e a lasciarsi andare al sonno e al sogno. Questa è la condizione ottimale per riesumare il suo pregresso psichico, il suo materiale psichico antico che è stato evocato dal “resto diurno”, da una causa scatenante che sfugge e che lavora dentro portando alla superficie qualcosa di attinente e di associabile. In questo caso la provocazione del “resto diurno” riguardava il “senso e il sentimento della rivalità fraterna” e ha riesumato le angosce collegate a questo importante nucleo psichico.

Possibilmente Morgan, come si diceva in precedenza, è stato colpito da una gelosia o da una rivalità in riferimento alla sua donna e questo stimolo ha ridestato il “fantasma della madre” al tempo in cui provvedeva amorevolmente al fratellino.

Dalla madre di suo figlio alla madre di suo fratello l’associazione è spedita.

A un certo punto si trasforma in una pianta carnivora e inizia ad avvolgermi per divorarmi.”

Morgan vive il figlio come un mortifero aggressore riesumando quel se stesso bambino che ha temuto di essere “ucciso” affettivamente dal fratello imprevisto e invasivo. Avvolgermi” condensa l’abbraccio materno tenero e protettivo, il ritorno regressivo al calore dell’utero, ma il “per divorarmi” evidenzia la “parte negativa del fantasma della madre”, quella che Morgan aveva già elaborata e vissuta nel primo anno di vita e che, di poi, era stata ridestata dalla nascita del fratello: mia madre non è più tutta per me. Il “seno cattivo” della madre uccide perché non nutre. Mia madre ha un altro figlio da accudire e a cui rivolgere le sue attenzioni e le sue premure. A Morgan bambino non restava che odiare mortalmente il fratello e la “madre cattiva”. Il fratello è la “pianta carnivora” che ha associato anche alla madre come possibilità di essere annientato. La mamma cattiva è traslata in sogno nel figlio e a causa del fratello, per cui, come a suo tempo quest’ultimo era stato investito di odio mortifero, questa volta in sogno deve morire il figlio per non morire il padre. Morgan ha vissuto il fratello come un pericolo per la sua sopravvivenza e la madre come cattiva. Morgan era destinato a morire per mancanza di affetto e di cure: “fantasma depressivo di morte”. Degno di nota è il magico “si trasforma”, una trasfigurazione psichica degna del miglior mago e del miglior rito religioso. Non si può fare a meno di rilevare ancora che gli affetti tralignati hanno richiamato in servizio la “libido sadomasochistica” della “posizione psichica anale” di Morgan: “divorarmi” e il successivo lo soffoco”.

Allora gli metto le mani al collo e lo soffoco finché rimane inerme.”

Si consuma la legittima difesa del padre sul figlio che è la traslazione del fratello di allora. L’atto del soffocamento è simbolicamente un togliere la vitalità e l’energia, quella forza vitale senza la quale si è in mortale perdita depressiva. Il “collo” simboleggia il tramite tra la razionalità vigilante della testa e la sfera affettiva ed emotiva del torace, “Inerme” rafforza la simbologia della privazione dell’energia: senza armi”, senza difese e forze vitali di ordine affettivo. Emerge tutta l’aggressività che il bambino Morgan voleva scaricare sul fratello, la pulsione “sado” dopo l’esercizio della pulsione “maso”.

Ma dopo un po’ si rianima col viso alterato dalla forza che lo possedeva e a questo punto mi sveglio agitatissimo.”

Il figlio riprende vita: magia del sogno! “Si rianima” perché nella sostanza psichica profonda papà Morgan non l’aveva ucciso, ma aveva soltanto a suo tempo odiato a morte suo fratello, perché il figlio non è suo fratello e perché il conflitto psichico con il fratello è un vissuto potente che persiste dentro e non si può risolvere in sogno uccidendo qualcuno e facendosi uccidere. Il “processo primario”, che forma e gestisce il sogno, possiede la capacità di esulare dalla Logica razionale e di rovesciare la realtà secondo bisogni e secondo fantasia.

Ma adesso viene il bello o il brutto del sogno di Morgan. Il bambino ha il “viso alterato dalla forza che lo possedeva”, una forza demoniaca e proprio in base a questa energia psicofisica ritorna in vita e acquista vitalità per confermare a un padre atterrito che lui esiste e che il problema con il fratello persiste, che non è lui l’interessato ma un altro. Ma ormai il sistema neurovegetativo di Morgan non regge la tensione del dramma onirico, per cui scatta il risveglio, non perché il “contenuto latente” coincide con il “contenuto manifesto” ossia in sogno si presenta il fratello, ma perché la struttura psicofisica non regge più la tensione continua e continuata. Un sogno stressante, angoscioso, imprevedibile, impensabile, immorale e altro che Morgan non può gestire. In effetti, si tratta di un sogno vero e reale, basato su un vissuto pregresso ed evocato dal figlio magari per la sua bella relazione con la madre o magari perché da grande vuol fare il mestiere del padre defraudandolo delle sue conquiste professionali ed economiche. Il sogno conferma che il figlio è stato vissuto per un attimo come un rivale, pari pari come il fratellino di una volta. Si spiega in tal modo un Morgan “agitatissimo” che oscilla in sogno tra l’essere padre e l’essere fratello, tra la sua infanzia e quella del figlio.

Di padre in figlio” avverrà la consegna psicodinamica secondo natura e secondo cultura, ma il sogno di Morgan è azzeccato definire “di figlio in figlio”, di “fratello in fratello”. E la mamma non era la donna di Morgan, ma la sua mamma.

PSICODINAMICA

Il sogno di Morgan sviluppa la psicodinamica del “senso e del sentimento della rivalità fraterna”. Il protagonista riesuma e rielabora il “seno cattivo” del “fantasma della madre”, quello che non nutre e non ama. Di poi, lo coniuga con l’odio mortifero nei confronti del fratello. Questo quadro onirico ha come protagonista, nel bene e nel male, il figlio opportunamente traslato per rappresentare lo psicodramma che Morgan ha vissuto a suo tempo con il fratello. Nel sogno risulta in esercizio la “libido sadomasochistica” della “posizione anale”.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Nel sogno di Morgan sono presenti le istanze psichiche “Es” in prevalenza e “Io” in parte. Si nota l’assenza dell’istanza “Super-Io” perché la psicodinamica è estrema e non esiste limite o censura nella sua esternazione onirica. La “posizione psichica anale” è dominante con la sua specifica “libido sadomasochistica”. Ispirati dall’istanza “Es” sono “pianta carnivora”, “avvolgermi”, “divorarmi”, “lo soffoco”, “alterato”. L’istanza psichica “Io” appare in “sono a letto”, “stiamo dormendo”, “mi sveglio agitatissimo”.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

I meccanismi psichici di difesa operanti nel sogno di Morgan sono la “traslazione” in “mio figlio”, la “condensazione” in “pianta carnivora”, lo “spostamento in “ avvolgermi” e “divorarmi” e “lo soffoco”, la “drammatizzazione” in “divorarmi” e “viso alterato”, la “traslazione” in “mio figlio”, la “figurabilità” in “viso alterato dalla forza che lo possedeva”. Non è presente il processo psichico di difesa della “sublimazione della libido”, all’incontrario è dominante il processo della “regressione” al senso e al sentimento della rivalità fraterna e della “fissazione” alla “posizione anale” con l’esercizio della “libido sadomasochistica”: “vuole divorarmi” e “lo soffoco”.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Morgan evidenzia un tratto psichico “sadomasochistico” collegato alla sua “posizione anale” e all’interno di una cornice impulsiva. Morgan appare determinato da forti emozioni che inducono a conseguenti omologhe reazioni.

FIGURE RETORICHE

Le figure retoriche presenti nel sogno di Morgan sono la “metafora” in “pianta carnivora” e “avvolgermi”, la “metonimia” in “soffoco”, la “enfasi” in “si rianima col viso alterato dalla forza che lo possedeva”.

DIAGNOSI

La diagnosi parla di un conflitto psiconevrotico legato al “senso e al sentimento della rivalità fraterna”, di un’acuta e aspra riedizione della psicodinamica traslata nel figlio.

PROGNOSI

La prognosi impone a Morgan di attenuare la virulenza del conflitto interiore con il fratello e di risolvere definitivamente la sua collocazione competitiva in riferimento alla figura materna, al fine di evitare la contaminazione del conflitto affettivo con gli affetti costituiti e in atto, in particolare con quel figlio che gli ha scatenato la tempesta psichica pregressa nel sogno.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta nell’esacerbarsi della rivalità fraterna e dei contenuti emotivi connessi. Tale “regressione”, ci dice il sogno, comporterebbe una dilatazione del conflitto con il fratello verso le figure familiari impedendo un serio confronto e una sana rivalità all’interno della famiglia. Tecnicamente il tratto impulsivo potrebbe cronicizzarsi e da occasionale tensione potrebbe strutturarsi rendendo difficili le relazioni affettive e sociali.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Morgan è 5 secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.

RESTO DIURNO

Il “resto diurno” del “resto notturno”, la causa scatenante del sogno di Morgan si attesta in una competizione bonaria con il figlio o in una visione garbata e affettuosa della relazione del bambino con la madre. E’ possibile anche un incontro o una discussione con il fratello.

QUALITA’ ONIRICA

La qualità del sogno di Morgan è cenestetica e metafisica: forti emozioni in ballo e trasfigurazioni psicosomatiche secondo un registro magico.

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

Quante e quali competizioni affrontiamo nel corso della nostra formazione psichica?

A quanti stimoli endogeni ed esogeni reagiamo durante la nostra infanzia e adolescenza?

La nostra “formazione psichica reattiva”, chiamata così proprio per il nostro reagire a stimoli e a provocazioni che sorgono dentro di noi o fuori di noi, è composta anche del “senso e sentimento della rivalità”.

Gli stimoli sono prevalentemente organici nella primissima infanzia e, di poi, sempre più sottilmente psichici.

Il sogno di Morgan impone la riflessione sulle “rivalità”.

Il primo rivale che incontriamo nel percorso psico-esistenziale è il genitore dello stesso sesso durante l’evoluzione della “posizione edipica”; di poi, il fratello. E quando siamo genitori, se non siamo adeguatamente maturati nell’evoluzione delle varie “posizioni psichiche” attraversate, vivremo i figli in maniera competitiva e saremo competitivi anche in società e sempre in base al “sentimento della rivalità”.

Non si è lontani dal vero se si stima la “rivalità fraterna” formativa quanto la “rivalità edipica”, la relazione conflittuale con i genitori.

In ultima istanza allego una buona ricetta per i padri e le madri, una prima fantasticheria da leggere ai figli di tutte le età prima del sonno.

LA PSICOFAVOLA DI OTTO OTTOTTO
E
DELLA SUA FAMIGLIA
E
DEL SUO REGNO DI SOGNO

Immagina…

C’era una volta, ma c’è ancora oggi e ci sarà anche domani,
nel paese dell’Anarchia, Otto Ottotto, duca di Belvedere e principe di Carancino.
Otto Ottotto appartiene alla dinastia dei Tinchitè ed è detto Cacasotto perché ha paura di tutto e la gente simpaticamente lo chiama il principe che “si caga in braga”.

Otto Ottotto ha una moglie, la baronessa Pippete Pippotta, imparentata con la famiglia Appuntillo dei Fanculazzo. Pippete Pippotta è detta Ricotta per il colore bianco della sua carnagione ed è ridetta Tricotta perché le cade immancabilmente tutto quello che tiene nelle mani.

Otto Ottotto detto Cacasotto e Pippete Pippotta detta Ricotta hanno sei figli bellissimi e stralunati, tre maschi e tre femmine.

Il primogenito si chiama Gaspar Gasparotto ed è detto Manciaciumi perché ha sempre prurito alla pancia e si gratta continuamente e dovunque si trova.

La secondogenita si chiama Carmen Carmotta ed è detta Camomilla perché è molto calma e a volte sembra la bella addormentata nel bosco.

Il terzogenito si chiama Oliver Olivotto ed è detto Culisigna perché ha il sedere grosso e quando cammina traballa a destra e a sinistra.

La quartogenita si chiama Giosepa Gioseppotta ed è detta la Truttata perché è molto furba e se la cava sempre in tutte le difficoltà.

Il quintogenito si chiama Oscar Oscarotto ed è detto Scatamascio perché è molto rumoroso ed è ridetto Scatafascio perché combina sempre guai.

La sestogenita si chiama Marion Mariotta ed è detta Allegria perché ride sempre anche quando non è necessario.

E’ veramente una bella famiglia e il principe Otto Ottotto e la baronessa Pippete Pippotta sono contentissimi dei loro figli e accettano i loro pregi e i loro difetti.

Immagina…

Tutto è bello e buono nel paese di Belvedere e nelle contrade di Carancino. La gente è civile e non butta la spazzatura per strada, è educata al punto che tutti si baciano ogni volta che s’incontrano, è generosa e ospitale. Le persone si aiutano l’uno con l’altro.
Ognuno fa un mestiere di artigiano, non c’è la scuola perché ognuno impara la buona educazione prima a casa dai genitori e dai nonni e poi vivendo insieme agli altri.
Ogni bambino sceglie il mestiere che gli piace fare da grande e lo impara da un bravo artigiano.
I figli vogliono bene ai genitori e ai nonni.
I genitori e i nonni vogliono bene ai figli e ai nipoti.
Non ci sono industrie, non ci sono macchine, non ci sono soldi, non ci sono vigili urbani, non c’è polizia. Tutti sanno quello che è giusto fare e soprattutto sanno che non devono fare agli altri tutto quello che non vogliono che sia fatto a loro. Il rispetto e il riconoscimento degli altri sono dei valori fondamentali.
L’aria è pulita e si sente soltanto l’odore dei fiori e delle cacche degli animali.
La natura è rigogliosa e generosa. Tutti la rispettano e non la fanno arrabbiare perché sanno che allora può essere anche cattiva.
Gli alberi sono sempre in fiore, le rose sono rosse e anche blu, le gazze non sono ladre, i corvi non portano sfortuna, le volpi non sono furbe, le galline fanno le uova senza dolore, le cince non sono allegre, i cani cantano di giorno al sole e di notte alla luna…, insomma in natura tutto è bello e buono come lo immagina un bambino.
Nel paese di Belvedere e nelle contrade di Carancino la gente mangia di gusto e non mancano le pizze e soprattutto le patatine fritte sulla tavola di ogni famiglia. L’odore di olio d’oliva extravergine si spande ogni sera per i sentieri di Carancino e per le vie di Belvedere.
Il più bravo e il più odoroso di tutti i cuochi e i fornai si chiama Pippotto Carbotto della famiglia dei Cucinotta e fratello di MariaGraziotta la cuoca sopraffina delle zippole al baccalà e delle zeppole all’acciuga.
Pippotto Carbotto è detto Mascarotto perché ha sempre il viso rosso a forza di friggere ciambelle e ciambellotte, pizze e pizzette, cornetti e sfogliatelle, bombolette e bomboloni, sfincioni e calzoni.
Il più bravo e il più odoroso dei pasticcieri di Belvedere e di Carancino si chiama Gerlindo Girlando detto Pasticcione perché è sempre sporco nel viso di ricotta e di zucchero a velo nella testa pelata tanto che a volte sembra un pasticcino di pasta sfoglia.
Il più bravo e il più delizioso dei gelatai di Belvedere e Carancino si chiama Michelazzo Michelotto detto Uccello e ridetto Mascarpone perché aveva inventato il gelato al tiramisù e andava in giro con un furgone a forma di papera pieno delle sue leccornie e i bambini gli correvano dietro facendo il verso della papera, “qua, qua, qua”, e ancora “qua qua qua” aspettando che regalasse i suoi gelati.

Continua…

Salvatore Vallone,

Siracusa, mese di agosto dell’anno 2014

 

“CONCORDIA DISCORDANTIUM CANONUM” O “CONCORDIA DISCORDANTIUM FRATRUM”

download

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Sono a casa di mia nonna in compagnia di mia sorella.
Ci troviamo in salone, ma c’è qualcosa di diverso dal solito: una tenda bianca su una delle pareti laterali. Si tratta di una tenda molto strana, ricca di pieghe che formano un disegno piuttosto elaborato.

Allungo la mano per scostarne un lembo e mi accorgo che sono pagine di libro tenute insieme da un filo. Vedo che c’è la pagina di apertura del “Decretum Gratiani”, che ha un titolo molto bello “Concordia discordantium canonum” e decido di prenderla per attaccarmela in camera.

Stacco il foglio dal libro-tenda, ma mi rendo conto che si vede bene che manca qualcosa: tra le pieghe della tenda c’è uno spazio di troppo.
Mi sento in colpa per averla rovinata, ma mia sorella mi suggerisce una soluzione: sostituire il filo con una ciocca di capelli. La tiro fuori da non so dove e la annodo al filo della tenda.
La trama sembra di nuovo completa con nostra grande soddisfazione.”

Questo è il sogno di Sabino.

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE
CONSIDERAZIONI

A cosa non ricorre la funzione onirica per parlare della “rivalità fraterna”? Attinge a una raccolta di fonti del diritto canonico, scritta dal monaco camaldolese Graziano tra il 1140 e il 1142, che ha come titolo “Concordia discordantium canonum”. Il “processo primario”, deputato alla composizione del sogno, ha colto e camuffato il nesso psichico dentro il titolo di un’antica opera di Diritto, titolo che si capovolge in “Concordia discordantium fratrum”: il possibile accordo tra fratelli rivali.
Il “sentimento della rivalità fraterna” è stato poco studiato nella giungla della Psicologia, Psichiatria, Psicoanalisi, Sociologia e Antropologia. Il testo benemerito è “Psicopatologia della rivalità fraterna”, scritto da Louis Corman e pubblicato in Italia da “Astrolabio” nel 1970.
A questo punto non resta che accettare di buon grado la funzione elettiva del sogno di agganciarsi alla formazione culturale e alle inclinazioni scientifiche del sognatore. Sabino condivide tanto di suo con il Diritto, al di là del fatto che ha una sorella da sistemare a livello psicologico, visto che se la tira dietro nei sogni.

SIMBOLI ARCHETIPI FANTASMI

La “casa della nonna” condensa la disinibizione della sfera affettiva, la recettività psichica disinteressata e il culto dei valori familiari. Include la “sublimazione” carismatica e la “traslazione” dell’amore materno: una mamma liberale e generosa da coltivare per i dolcetti e per le coccole, per le cure e le premure, per la mancetta e l’ospitalità. La nonna è l’ammortizzatore affettivo degli inevitabili conflitti familiari. La nonna è un porto provvidente e la sua casa è un caldo rifugio.

“Sorella”: rivalità fraterna e competizione affettiva, parte psichica femminile e androginia, frustrazione e aggressività, colpa e complicità solidale.

Il “salone” è la parte della casa psichica in cui si curano le relazioni e si esibiscono i trofei, le parti migliori di sé. Condensa la capacità sociale e la disposizione verso l’altro, l’apertura ideologica e la tolleranza civile.

La “tenda” possiede simbolicamente un’ambivalenza nel suo condensare la copertura estetica e la difesa psichica con il mostrarsi e l’esibirsi. La tenda oscilla tra una forma di occultamento del privato e un desiderio di disvelamento di parti di sé socialmente compatibili. La tenda è una diplomatica barriera all’indiscrezione altrui e una finestra sul cortile.

“Libro”: “condensazione” dei vissuti evolutivi della “libido”, “spostamento” della formazione psichica in atto, ratifica dell’organizzazione reattiva, “Io” storico e identità.

La “ciocca di capelli” rappresenta la libera associazione dei pensieri in riguardo a un tema specifico: idee e trama, fantasticheria e componimento poetico, funzione creativa dei “processi primari” e della fantasia.

PSICODINAMICA

La chiave interpretativa del sogno di Sabino è la seguente: “Decretum Gratiani”, che ha un titolo molto bello “Concordia discordantium canonum”.
Sabino esordisce portandosi dietro il conflitto: “Sono a casa di mia nonna in compagnia di mia sorella.”
Ecco che si spiega il mio titolo, il vero titolo: “Concordia discordantium fratrum”, la risoluzione del sentimento della rivalità fraterna con tutto il concorso emotivo e affettivo che ci sta dentro e ci va dietro. Il “decido di prenderla per attaccarmela in camera” e “la trama sembra di nuovo completa con nostra grande soddisfazione” attestano chiaramente l’entità modesta del conflitto in atto e la giusta via di risoluzione. Sabino e la sorella hanno un certo grado di complicità e di collaborazione, si parlano e si ascoltano, si accettano e si gradiscono, hanno giustamente fatto alleanza con il nemico o buon viso a cattivo gioco. “Attaccarmela in camera” equivale a una sana riappropriazione dell’alienato e a una altrettanto sana elaborazione del “fantasma della sorella”, di colei che poteva sottrarre l’amore della mamma, del papà e della nonna nel caso specifico, ma anche di colei con cui si poteva giocare e tramare contro le istanze direttive dei genitori, derogare al
“Super-Io” genitoriale. E così la trama si è completata e la storia d’amore si è ricomposta nel suo versante positivo, il riconoscimento della sorella: “mia sorella è mia sorella” secondo il principio logico d’identità del bravo Aristotele, “A è A”, ogni concetto è uguale a se stesso.
Pur tuttavia, il passato psichico è stato contrassegnato dallo struggimento, un senso e un sentimento dolorosi che hanno lasciato tracce nell’organizzazione reattiva di Sabino, la cosiddetta formazione caratteriale, in grazie all’apporto dei fantasmi affettivi e competitivi collegati alla figura della sorella. Fortunatamente c’è il processo psichico della “sublimazione” per nobilitare le pulsioni aggressive in uno slancio vitale affermativo, per cui il sentimento della “rivalità fraterna” è servito per emergere con la propria persona nell’ambito sociale: della serie “ogni male non viene per nuocere”.

ANALISI

Procediamo con ordine e in progressione per disvelare la verità del sogno di Sabino.
La prima scena onirica vede fratello e sorella sotto l’ala affettuosa e protettiva della nonna. Subentra la “tenda bianca e molto strana, ricca di pieghe che formano un disegno piuttosto elaborato”. La “tenda” nel sogno di Sabino svolge la funzione di mostrarsi e di esibirsi, attesta un desiderio di disvelamento di “parti di sé” socialmente compatibili, la finestra sul cortile o il sipario di un teatro libero e popolare di periferia, un cartellone dove appendere le fantasticherie, le poesie, gli schizzi, i bozzetti, i sogni, i desideri, le comiche, il corredo di un burlone, di un artista di strada, di un navigato poeta, di uno scaltro menestrello…, insomma una “condensazione” delle caratteristiche artistiche e delle doti creative della sua nonna. Non bisogna dimenticare che questa tenda si trova nel “salone della casa della nonna” e, quindi, questi sono i vissuti di Sabino in riguardo alla sua augusta ava. La nonna di Sabino nei vissuti onirici del nipote possiede i seguenti attributi psichici: estroversione ed esibizione, simpatia e ironia, empatia e satira e altro, tanto di altro. La nonna di Sabino non è una persona semplice e lineare, è una donna ricca di sfaccettature umorali e di creatività estetica. Il cartellone della tenda esibisce i prodotti della sua arte, le sue poesie, i suoi lazzi, i suoi sollazzi, i suoi sberleffi, le sue passioni, il suo altruismo, la sua vena sociale, i suoi valori.
Così si spiega l’ “allungo la mano per scostarne un lembo e mi accorgo che sono pagine di libro tenute insieme da un filo.”
Il “filo” rappresenta simbolicamente la coerenza nella poliedricità espressiva della sua camaleontica nonna.
Ma la nonna di Sabino è anche originale perché in questa
tenda-cartellone-archivio ci mette non soltanto le sue carte, le sue produzioni artistiche, i fogli del suo libro, ma ci mette anche la trama della psicodinamica sulla “rivalità fraterna” del nipote. Quest’ultimo trova quello che cercava e che aveva messo al posto giusto per ritrovarlo dal momento che è lui che sogna, il “Decretun Gratiani”, il sentimento della rivalità fraterna di cui si è detto in precedenza e in abbondanza. La nonna e il nipote sono mostri di perspicacia e strumenti della provvidenza da usare a giuste dosi.
Ma non è ancora finita. Il bello deve ancora venire come nei film di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia.
Sabino si sente in colpa, si è macchiato di “ubris” greca, ha rotto l’armonia del Tutto con la sua “ira”, ha frammentato il quadro della nonna prelevandone una parte. La riparazione della colpa deve essere quanto meno equivalente e immediata. Ecco la reazione riparatoria di Sabino.
“Stacco il foglio dal libro-tenda, ma mi rendo conto che si vede bene che manca qualcosa: tra le pieghe della tenda c’è uno spazio di troppo. Mi sento in colpa per averla rovinata,”
Degna di nota è la definizione “libro-tenda” per i contenuti simbolici associati: parti di sé vissute ed esibite.
Ma come uscire dall’impasse?
Ecco che arriva la solidarietà intelligente della sorella. Quella che era prima un problema, adesso è diventata una provvida alleata. Sabino recupera la sorella con la stima di persona intelligente: sostituisci la pagina riguardante noi due con una tua produzione poetica, una “ciocca di capelli”, quell’abilità che hai mutuato dalla nonna. Sabino si è identificato nella nonna o meglio nella sua parte estetica e creativa. Non c’è alcun dubbio. Ecco la conferma: “ma mia sorella mi suggerisce una soluzione: sostituire il filo con una ciocca di capelli. La tiro fuori da non so dove e la annodo al filo della tenda.”
Anch’io come la nonna! Adesso Sabino ha colto veramente due piccioni con una fava, ha riparato il quadro della nonna e ha risolto la sua rivalità fraterna.
“La trama della tenda sembra di nuovo completa con nostra grande soddisfazione.”
La psicodinamica è conclusa con la riparazione del trauma e della colpa. Sabino ha recuperato la sorella e la nonna e adesso possono vivere felici e contenti “con nostra grande soddisfazione”.
Tutto questo è pervenuto grazie a un naturale sogno e a una proficua funzione psichica, quella onirica.

ISTANZE PSICHICHE

Le istanze psichiche richiamate dal sogno di Sabino sono l’Es e l’Io: le pulsioni collegate alla rivalità fraterna, “Es”, e la composizione risolutiva del conflitto, “Io”.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

I meccanismi psichici di difesa usati sono la “condensazione” e lo “spostamento”: decretum Gratiani, casa, nonna, sorella, salone, tenda, libro, ciocca di capelli.

ORGANIZZAZIONE REATTIVA

La “organizzazione reattiva” esibita manifesta un tratto maniacale nell’evitamento dell’angoscia di perdita affettiva in riguardo alla psicodinamica della rivalità fraterna e in riguardo alla funzionalità psichica della figura della nonna.

FIGURE RETORICHE

La figura retorica usata è la “metonimia”, il “decretum Gratiani” al posto della rivalità fraterna, il “libro-tenda” al posto di vissuti della storia personale, la “ciocca di capelli” al posto del prodotto mentale.

DIAGNOSI

La diagnosi si attesta nella psicodinamica della “rivalità fraterna”.
PROGNOSI

La prognosi impone la vigilanza sull’esito fausto del conflitto affettivo e sugli investimenti della “libido genitale”.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si colloca e consiste nella difficoltà a stabilire relazioni affettive significative per l’insorgere del sentimento della gelosia e per l’istruirsi di una ferita narcisistica negli investimenti libidici andati a male.

CONSIDERAZIONI METODOLOGICHE

Non è mai esaustivo il parlare dell’importanza delle figure dei nonni nella formazione psichica dei nipoti bambini. La funzione principale è quella di ammortizzare i conflitti affettivi e di consentire la “traslazione” delle figure e dei “fantasmi” dei genitori, nello specifico della “parte buona” del padre e della madre. Il bambino vede nel nonno il padre buono quando il padre non è buono secondo i suoi vissuti e la stessa cosa vale per la nonna. Quando il padre e la madre limitano la “libido” espansiva dei figli, ecco che viene fuori l’esigenza psichica dei nonni e della loro vena libertaria. Per questo aspetto anarcoide e per l’investimento affettivo spesso i genitori sono gelosi e critici nei confronti del loro padre, della loro madre, dei loro suoceri e arrivano al punto di lesinare la frequenza benefica dei nonni commettendo un grave errore psicologico e un reato dal momento che anche per la legge civile i nipoti hanno diritto di relazionarsi con i nonni e viceversa. I nipoti non si possono distrarre dall’affetto dei nonni e i nonni non si possono distrarre dall’affetto dei nipoti: un assioma psico-logico. Spesso i nonni sono tacciati di essere “viziosi” e di viziare i nipoti in maniera lampantemente diseducativa: così dice la nuora o il genero. In effetti i bambini realizzano l’esperienza della trasgressione con i nonni facendo quello che a casa non si può fare e allargando in tal modo la visione del mondo e soprattutto la visione del mondo degli adulti. I nonni esorcizzano le classiche angosce infantili e impediscono la pericolosa chiusura psichica. I nonni sono dei formidabili ansiolitici e dei naturali antidepressivi, figure tranquille che consentono la libera “proiezione” da parte dei bambini dei “fantasmi” di perdita e delle angosce abbandoniche. I nonni danno il giusto senso del limite nella sperimentazione del potere possibile da parte del bambino: il padre lo fissa in maniera rigida, il nonno lo lascia trovare. I nonni sono recipienti di valori e di sacralità in grazie alla loro età e alle loro fattezze senili. Dio è immortale e invisibile, i nonni si vedono, si toccano e all’improvviso non ci sono più perché malauguratamente sono volati in cielo, proprio loro che avevano tanta paura di volare. Un’obiezione da considerare è la seguente: e se i nonni fossero veramente nocivi per i nipoti? La risposta è la seguente: il bambino non chiede e non vuole andare dai nonni. Ma se il bambino chiede di frequentare i nonni, vuol dire che ha bisogno per la sua economia psichica d’imparare, di realizzarsi, d’investire, di esprimersi, di sperimentarsi. E allora…così sia!

GLI OCCHI COLORATI DI BENEDETTA

purple-grapes-553463__180

TRAMA DEL SOGNO

“Passeggiavo con mia madre in una vigna rigogliosa, nella casa di campagna in cui vivevamo. A un tratto, appare una gazzella dai bellissimi occhi verdi che sembravano occhi umani. Ci si avvicina e dice: “controllate la presenza della gente della vostra casa.” Poi va via.
Io e mia madre ci interroghiamo su tali enigmatiche parole e facciamo ritorno a casa per controllare che vada tutto bene.
Lì, era tutto tranquillo, tutto come sempre.
Allora, mia madre pensa di contattare mio fratello, che viveva fuori, per chiedergli se stesse bene. Tuttavia, pensa che era ancora molto presto e che lo avrebbe svegliato dal sonno, così rimanda la telefonata ma resta agitata.
Io le dico di stare tranquilla, nonostante io stessa fossi inquieta.”

“Poi, il mio sogno si sposta alla notte. Mi trovavo in una casa con alcuni amici del liceo. C’era anche il mio ragazzo con alcuni amici suoi, tuttavia quasi non parlavo con lui. Sedevo accanto a un’amica che aveva avuto una bambina da poco e le chiedevo come stesse la piccola. Alla domanda, lei s’intristisce e mi dice che aveva fatto una cosa stupida. Mi dice che, da appena nati, era possibile, con una semplice operazione, decidere che colore dare agli occhi dei bambini. Solo che lo splendido celeste che aveva deciso di dare agli occhi della sua piccola, si era trasformato in bianco.“

Questi sono i sogni di Benedetta.

CONSIDERAZIONI

Si evidenzia immediatamente la discorsività difensiva nel rammendare il sogno, di per se stesso anarchico, in un composto democristiano. La riformulazione logica del “resto notturno” attesta il bisogno di Benedetta di approcciarsi da sveglia alle sue produzioni psichiche notturne con rispetto, con cautela e con un buon grado di consapevolezza. E fa benissimo, perché questo suo costume mantiene quando dorme l’omeostasi nei limiti di guardia impedendo le conversioni isteriche delle tensioni in eccesso e mantiene quando è sveglia una pacatezza nella progressiva “coscienza di sé”, una dolcezza ruffiana verso se stessa, una gradevole compiacenza associata a una civile tolleranza.

SIMBOLI ARCHETIPI FANTASMI

La “vigna rigogliosa” condensa la variazione dello stato di coscienza in un quadro di benessere psicofisico, la tendenza a lasciarsi andare e a fantasticare, la capacità di vivere con facilità le pulsioni dell’Es, l’istanza profonda dove hanno sede le energie vitali in attesa di essere psicologizzate o immaginate o simbolizzate o pensate. La “vigna” condensa anche l’istituto familiare e l’esercizio disinibito degli affetti.

La “gazzella” rappresenta lo stato della giovinezza e l’eleganza della postura, la duttilità psicologica e l’elasticità del comportamento, nonché la snellezza psichica dell’”Es”, la sede delle pulsioni libidiche e della ricerca del loro appagamento naturale.

Gli “occhi” hanno un’ampia simbologia che va dalle funzioni vigilanti e razionali dell’”Io” all’eccesso persecutorio, dal “principio di realtà” alla costruzione di “neo-realtà paranoiche”, dall’istanza censoria del “Super-Io” alla colpa e alla conseguente espiazione.

La “gente nella casa” rappresenta materiale psichico non riconosciuto e vagante, possibilmente il “rimosso” ritornato su stimolo casuale e in attesa di essere razionalizzato: invasioni inopportune di vissuti e di fantasmi non invitati a pranzo e tanto meno a cena.

DECODIFICAZIONE E PSICODINAMICA

Benedetta ha fatto alleanza con la madre, ha composto la “posizione edipica” ricorrendo alla sua duttilità psichica e migliorando la capacità di assorbire le emozioni collegate al riconoscimento di questa importante figura. Benedetta si porta a spasso la mamma e il suo corredo psichico: il fantasma e il conflitto in via di razionalizzazione e di assestamento nella sua organizzazione psichica. Ma subentra la “regressione” all’infanzia sotto forma di “una gazzella dai bellissimi occhi verdi che sembravano occhi umani”, una rievocazione del tempo in cui il fantasma e il conflitto sono stati elaborati. Benedetta deve controllare il materiale edipico introiettato e assimilato in questa sua rivisitazione della figura materna: “controllate la presenza della gente della vostra casa.”
L’alleanza continua nella ricerca di mantenere una coscienza critica di sé nella sua casa psichica, nel suo ambito interiore: “tutto tranquillo, tutto come sempre”. La “madre fantasma” e la “madre conflitto” sono ben sistemate, sono alleate e sono amiche.
Ecco che subentra il vero problema: la psicodinamica conflittuale del “sentimento della rivalità fraterna” quando Benedetta era gazzella, una bambina sensibile agli affetti.
“Mia madre pensa di contattare mio fratello”.
Bisogna tenerlo rimosso questo fantasma: “lo avrebbe svegliato dal sonno”. Il prezzo è l’agitazione: “Io le dico di stare tranquilla, nonostante io stessa fossi inquieta.”
Questo è il prezzo modesto che si paga per un fratello rivale negli affetti e in via di sistemazione psichica.
E brava Benedetta!

Nel secondo sogno sono presenti gli stessi personaggi del primo: un giovane uomo, una mamma amica, una figlia bambina, gli occhi celesti diventati bianchi.
La psicodinamica non riguarda la rivalità fraterna, bensì la “regressione” all’infanzia da parte di Benedetta e all’accettazione della sua bambina dagli occhi bianchi, i suoi, e non quelli celesti voluti dalla mamma. Il sogno rievoca il bisogno progressivo di Benedetta di emanciparsi dalla figura materna e in particolare dall’ideologia e dalla visione del mondo dell’augusta genitrice. Benedetta sogna il tempo in cui ha preso coscienza della sua possibile autonomia di pensiero dopo aver elaborato la sua identità femminile identificandosi nella madre: “da appena nati, era possibile, con una semplice operazione, decidere che colore dare agli occhi dei bambini.”
Da bambini siamo “imprittati” dalle mamme non soltanto a livello affettivo, ma anche a livello di modalità di pensiero e di contenuti ideologici.
“Poi, il mio sogno si sposta alla notte”, al tempo in cui era bambina e la consapevolezza era obnubilata dalla giovane età e dall’intensità delle emozioni: la “notte”, la caduta della vigilanza razionale dell’”Io”.
Degna di nota è il vissuto di Benedetta in riguardo alla manipolazione della madre che non accetta la figlia con gli occhi naturali e vuole imporre il complesso delle sue idee sotto forma di “occhi celesti”. Chiaramente si tratta di una “proiezione” di Benedetta che esprime il suo sforzo di emancipazione ideologica dalla madre, il rifiuto dello “splendido celeste che aveva deciso di dare agli occhi della sua piccola”.
E ancora brava Benedetta!

MECCANISMI E PROCESSI DI DIFESA

I meccanismi psichici di difesa richiamati in sogno sono la “proiezione” e “l’identificazione”.
Il processo psichico di difesa richiamato in sogno è la “regressione”.

ISTANZE PSICHICHE

Le istanze psichiche richiamate in sogno sono Es, Io e Super-Io.

ORGANIZZAZIONE REATTIVA

L’organizzazione reattiva evidenziata in sogno è in parte “paranoide”, sensibile alla colpa e all’espiazione della stessa.

FIGURE RETORICHE

Le figure retoriche coinvolte nel sogno sono la “metafora” e la “metonimia”: vigna rigogliosa, gazzella, occhi, gente nella casa.

DIAGNOSI

Il sogno evidenzia una psiconevrosi in riguardo alla “rivalità fraterna” e alla “posizione edipica”.

PROGNOSI

La prognosi impone a Benedetta di concludere l’emancipazione psichica dalla figura materna procedendo con la cautela che la contraddistingue e di vivere il sentimento della “rivalità fraterna” con la sicurezza che ha rafforzato la sua emancipazione ideologica.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta in un conflitto psiconevrotico che si ritorce in uno struggimento alla ricerca della giusta dimensione relazionale.

CONSIDERAZIONI METODOLOGICHE

Il sogno dice della realtà psichica in atto in forma topica, dinamica ed economica: quale istanze coinvolge, come si squaderna la “libido e quanta ne investe. Conseguono le difese e le psicodinamiche. Da un sogno possiamo avere un quadro della situazione psichica in atto, da diversi sogni possiamo avere l’evoluzione della suddetta situazione. Si tratterà sempre di un’evoluzione che possiamo umanamente definire fausta o infausta. Il sogno dice se la psicodinamica ha avuto una buona presa di coscienza per cui si è bonificata o se è stata obliata per cui è tralignata in un sintomo, se è stata oggetto di riflessione o se è stata abbandonata nel dimenticatoio. La decodificazione del sogno è psicoterapia perché induce sempre una presa di coscienza del dato psichico in atto, al di là che si tratti di trauma o di conflitto.
La decodificazione del sogno accelera la psicoterapia e favorisce la giusta e salutare autoconsapevolezza. Le sedute s’incentrano sulle cause per risanare gli effetti senza un’interminabile ricerca del materiale psichico patogeno.
La decodificazione del sogno è compito dello psicoterapeuta ed è oggetto di analisi da parte del paziente fino al riconoscimento del proprio materiale psichico. Benedetta è al quarto sogno e l’evoluzione benefica autonoma è evidente. La psiche è filogenetica, ama la sua origine e la sua funzione, tende a risolvere i conflitti e a continuare a vivere, a integrare le parti psichiche alienate o non assimilate. Il sogno è filogenetico, uno strumento diagnostico e terapeutico per sua essenza.

LO STRUGGIMENTO DELLA RIVALITA’ FRATERNA

foggy-545838__180

“Nelida sogna che è notte, gli interni della casa sono bui o con una luce fioca. Fa parte di un clan che con ogni arma lotta contro un altro clan. E’ un clan familiare, il capo è il padre e Nelida esegue gli ordini.  

Sa che ci sono stati degli assassinii.

Poi si trova in una stanza buia, in un casolare abbandonato con una ragazzina magrolina e bionda, moribonda sul pavimento sporco di sangue che guardandola negli occhi tra gli spasimi la implora di ucciderla. Nelida deve darle il colpo di grazia, ma proprio non ce la fa e allora prova a rassicurarla o la tratta freddamente.

Nelida fa avanti e indietro da quel casolare a quello dove sta suo padre con gli altri del clan. Sta preparando la cena per tanti invitati, tra cui gente dell’altro clan. Sono tutti là a fare chiasso e a bere vino aspettando la cena.

Nelida corre nella notte e controlla mentalmente lo spazio accorciandolo per  fare più in fretta e ogni volta che arriva davanti alla bambina non riesce a ucciderla e ogni volta che va da suo padre, lui le ripete l’ordine.

Infine torna dalla bambina e lei non c’è più, c’è una tipa che ha visto nell’altro casolare e questa prova a ucciderla, ma Nelida è più veloce e con un colpo la lascia tramortita al suolo.”

Ma che bella famiglia, ma che bella società!

Il sogno può elaborare qualunque psicodinamica e quello di Nelida offre un quadro ottimale del “sentimento della rivalità fraterna” e dello struggimento a esso collegato. Il “resto notturno” di Nelida usa la simbologia cruenta in maniera idonea per attestare dei conflitti con i fratelli, oltre che con i genitori.  Nella parte finale del quadro, infatti, si presenta la “posizione edipica”, la conflittualità con la madre, così come in tutto il sogno è presente la maschia figura del padre e la soccombenza suggestiva di Nelida ai suoi ordini. Il conflitto tra fratelli ricorre frequente nei miti, nelle leggende e nei racconti popolari. Uno per tutti: la trilogia tragica del ciclo di Edipo, scritta da Sofocle, e in particolare “Antigone” e la sorella Ismene e i fratelli Eteocle e Polinice. E Romolo e Remo dove li mettiamo? E perché non ricordare Caino e Abele? Non sfigura in questa psicodinamica la sorella di Nelida.

Certamente in questo sogno non si può ricorrere al concetto di Rousseau in riguardo al bambino “buono allo stato di natura” e neanche al concetto di Freud di “perverso polimorfo”, sempre in riguardo al bambino. La concezione presente nel sogno di Nelida è semplicemente realistica: un fratello o una sorella “rompono” equilibri psichici e giustificano l’aggressività conseguente  nel tormento struggente di conflitti senza fine.

Via con la decodificazione!

La “notte”, il “buio”, la “luce fioca” attestano lo stato crepuscolare della coscienza, i vissuti e i fantasmi che affiorano dalla dimensione psichica profonda, dalle “rimozioni” che Nelida ha operato in difesa dall’angoscia legata alla sua collocazione familiare di primogenita. Infatti Nelida appartiene a un “clan”, il suo “clan” composto dal padre, dalla madre e dalla sorella, un “clan” che vive insieme ad altri “clan” in una società gaudente e ricca di conflitti. Il simbolo del “clan” accentua in maniera sanguigna la relazione tribale tra i vari componenti: la famiglia “natura” più che la famiglia “cultura”, la famiglia “libido” più che la famiglia “valore”. Nelida riconosce la figura carismatica del padre e la sua dipendenza all’autorevole personaggio, attestando che in quanto a risoluzione del complesso di Edipo siamo ancora in fase di liquidazione. Nelida è eccessivamente affascinata da questa losca figura di assassino e totalmente dipendente da lui nel male, l’uomo che le dà  l’ordine di ammazzare sua sorella, nonché sua figlia, e che glielo ripete sempre. Nelida proietta nel padre la sua pulsione fratricida dettata dal naturale, quanto normale, “sentimento della rivalità fraterna”.

“Sa che ci sono stati degli assassinii.”

Dal generico Nelida passa al puntuale, al suo diretto coinvolgimento in questa psicodinamica che rischia di tralignare in un tragico psicodramma: “la  ragazzina magrolina e bionda, moribonda sul pavimento sporco di sangue che guardandola negli occhi tra gli spasimi la implora di ucciderla.” Potenza del sogno che riesce a trasfigurare un sentimento di profonda ostilità nella concretezza di un atto! Nelida si trova in un contesto logistico idoneo: “in una stanza buia e in un casolare abbandonato”, la sua aggressività mortifera e la “parte negativa” del fantasma fraterno. Degna di nota è la descrizione tenera della sorella, magrolina e bionda, come lo “spostamento” in lei del desiderio implorante di essere uccisa. In caso contrario Nelida si sarebbe svegliata e il sogno si sarebbe interrotto per manifesta coincidenza del “contenuto latente” con il “contenuto manifesto”. Ulteriore nota degna è l’ambivalenza affettiva verso la sorella: “prova a rassicurarla o la tratta freddamente” perché a ucciderla proprio non ce la fa. Ricapitolando: Nelida sposta sul padre la sua pulsione omicida nei confronti della sorella e all’uopo si sottomette alla figura paterna, dimostrando nei suoi confronti una mancata emancipazione e un’autonomia psichica in “fieri”.

Comunque è Nelida che “deve darle il colpo di grazia”.

Nelida è in piena isteria, “fa avanti e indietro”, è combattuta tra il desiderio e il privilegio di figlia unica, oltretutto preferita dal padre, in quel clan e la pulsione di sbarazzarsi in qualche modo della scomoda presenza di una sorella, oltretutto insanguinata e moribonda. L’intensità del conflitto affettivo è attestata dal suo andirivieni tra la casa ricca di cibo, simbolo degli affetti, e la casa, simbolo di morte, della sorella. “Erano tutti là a fare chiasso e a bere vino aspettando la cena.” La variazione dello stato di coscienza si attesta in questa situazione di grande ambivalenza affettiva nel “bere vino”. Nelida è in piena crisi ed esperisce un rimedio meraviglioso traendo dalla sua infanzia la “magia” come soluzione al suo drammatico momento.

“Nelida corre nella notte e controlla mentalmente lo spazio accorciandolo per  fare più in fretta”: trattasi di risolvere l’angoscia attraverso un procedimento magico di accelerazione del tempo e di riduzione dello spazio, un processo che il sogno offre come normalmente naturale e di cui la funzione onirica è maestra. La velocità di esecuzione è direttamente proporzionale alla carica d’angoscia che il sogno di Nelida sta acquistando. La “censura” onirica funziona bene e il sonno può continuare anche se disturbato. La psiche di Nelida sperimenta l’onnipotenza sotto le frustate psichiche della rivalità fraterna. Nelida deve uccidere la sorella facendo la volontà del padre, ma non è capace di un così atroce delitto. “Ogni volta che arriva davanti alla bambina, non riesce a ucciderla e ogni volta che va da suo padre, lui le ripete l’ordine.” Nelida ha spostato nel padre la sua aggressività mortifera verso la sorella e può continuare a dormire ponendosi come arbitro e mediatrice della situazione. E’ possibile cotanto travaglio e cotanto conflitto di fronte alla gelosia e alla competizione affettiva? Certamente che sì! Il sogno è confermato dalle psicoterapie psicoanalitiche che si operano su questi casi di “fratelli coltelli”. Necessita, a questo punto, un “deus ex machina” per risolvere il dilemma mortifero e il dramma affettivo tra un padre che vuole che la figlia uccida la sorella bambina e la figlia che non sa uccidere la sorella bambina eseguendo gli ordini del padre. Altro che Sofocle, altro che Eschilo, altro che Euripide! Questa tragediografa si chiama Nelida e compone i suoi drammi naturalmente sognando e naturalmente evolvendo i suoi fantasmi. Il dio ricercato in questo caso, quello che serve per risolvere la tragedia, è la madre di Nelida, “una tipa” tirata in ballo nel suo sogno in difesa della sorella-figlia e dalla cui violenza mortifera si difende prendendosi la giusta, ma non atroce, rivincita. Nelida si rifà sulla madre estendendo la sua aggressività edipica verso di lei.

“Infine torna dalla bambina e lei non c’è più, c’è una tipa che aveva visto nell’altro casolare e che prova a ucciderla, ma Nelida è più veloce e con un colpo la lascia tramortita al suolo.”

La “legge del taglione” esige che “chi di spada ferisce, di spada perisce”, chi vuole uccidere, deve essere ucciso, ma Nelida conclude il suo sogno nel modo migliore possibile e nel modo più proficuo a livello psicologico, componendo lo struggimento della rivalità fraterna nel giusto sentimento, meglio risentimento

La prognosi impone a Nelida di razionalizzare il fantasma accettando la sorella, ma soprattutto di risolvere i suoi conflitti con i genitori, con un padre alleato e complice e con una madre nettamente ostile. Il tempo e il ciclo di Edipo per Nelida è già trascorso. Adesso può soltanto osservarlo nella cavea del teatro greco di Siracusa quando capita la rappresentazione della trilogia di Sofocle.

Il rischio psicopatologico si attesta in una psiconevrosi edipica: “isterica” con somatizzazioni legate all’aggressività non scaricata che si ritorce contro o “fobico-ossessiva” con crisi di panico legate al bisogno di espiare i sensi di colpa.

Riflessioni metodologiche: ma cos’è il “deus ex machina”? Nella tragedia greca antica, dal quinto secolo ante Cristum natum, appariva alla fine della rappresentazione da un’impalcatura alle spalle degli spettatori, latinamente “machina”, un dio per porre fine al conflitto drammatico che gli uomini avevano esposto in versi nella cavea del teatro. Era un dio, perché soltanto un dio poteva assolvere la colpa, “ubris”, e impedire l’ereditarietà della colpa stessa. Cos’era la “ubris”? Il peccato originale dei Greci: l’ira e il turbamento dell’equilibrio costituito dagli dei, lo sconvolgimento dell’armonia sociopolitica che comportava la pena di morte, come nel caso di Socrate. I Greci proiettavano i loro valori culturali nell’Olimpo intelligente per favorirne l’introiezione e l’assimilazione. Un esempio di ereditarietà della colpa è il seguente: Agamennone, l’artefice principale della distruzione della città di Troia, viene ucciso dalla moglie Clitemnestra in complicità con il suo amante Egisto, il figlio Oreste uccide la madre e l’amante, le Erinni perseguitano Oreste, un dio lo assolve nella tragedia che conclude la trilogia di Eschilo. Il tempo segnava l’anno 458 ante Cristum natum.