TAGLIANDO PSICOFISICO 3

LA FOBIA

La “fobia” è una reazione psicosomatica improvvisa e scatenata da persone, oggetti e situazioni: esempio il timor panico.

La “fobia” si distingue dalla “paura” perché non si risolve con la verifica della realtà e con la “razionalizzazione” della situazione in cui la persona si trova.

La “fobia” si distingue dal “delirio” perché la persona fobica è perfettamente consapevole dell’irrazionalità dei suoi timori e del fatto che non riesce a risolverli.

La “fobia” è una difesa consapevole che dà un senso alla “ansia” degenerata e la giustifica.

La “fobia” non è una “ossessione”, un’idea che domina e riempie lo spazio psichico.

La “fobia” si basa sul “fantasma” che evoca come sua causa e sul conflitto psichico che innesca e che non viene portato alla luce della coscienza.

La “fobia” è carica di “significato simbolico” e riguarda persone, oggetti e situazioni che richiamano vissuti primari e pulsioni represse, bisogni di punizioni e di limitazioni.

La “fobia” è una “dipendenza” che denota la mancata autonomia psicofisica proprio per la paura di agire e il bisogno di immobilismo: insicurezza, sensi di colpa ed espiazione punitiva.

La Psicoanalisi stima la “fobia” il prodotto dei “meccanismi di difesa” dell’Io, nello specifico la “rimozione” e lo “spostamento”. Il funzionamento parziale della “rimozione” produce il “ritorno del materiale psichico rimosso”. Quest’ultimo viene, tramite il meccanismo dello “spostamento”, trasferito dalla propria interiorità su un oggetto esterno che si può evitare. In questo modo il conflitto psichico profondo, su cui si basa la “fobia”, non emerge, per cui il disagio psicofisico non si risolve e i sintomi ritornano.

La “fobia” si rapporta alla “isteria” e alla “conversione” della carica nervosa nella forma d’angoscia generica e sempre senza la conoscenza della causa psichica.

La “fobia” interdisce le situazioni atte a procurare angoscia e difende la persona tramite forme di evitamento possibili. Ad esempio, la persona non va in piazza, non va al supermercato e non va in ascensore.

La “fobia” erige una barriera psichica fatta di inibizioni, di cautele, di divieti, di protezioni, di dipendenze e di qualsiasi modo o oggetto valido alla difesa. La vita è limitata e la qualità scade perché non si è liberi e si è oltremodo sensibili allo scombussolamento psicofisico che può intercorrere inaspettatamente.

L’esempio classico della Psicoanalisi sul tema “fobia” è descritto da Freud nel “Caso clinico del piccolo Hans”, la “fobia dei cavalli” in quel di Vienna all’inizio del Novecento, là dove le carrozze trainati dai nobili animali erano gli unici veicoli per il trasporto delle persone e delle merci. Hans aveva “spostato” nel cavallo la paura nei riguardi del padre che aveva “rimossa” per difesa e che conteneva proprio evitando di imbattersi nei cavalli.

A questo punto osserviamo il nostro quadro psicofisico in riguardo alla “FOBIA” e analizziamo le nostre “fobie” in atto.

Al tempo del “coronavirus” dobbiamo considerare la “tanatofobia” che è la madre di tutte le guerre psichiche ossia la fobia della morte, la “agorafobia” che è legata allo spazio aperto, la “claustrofobia” che è legata allo spazio chiuso, la “rupofobia” che è legata allo sporco, la “ipocondria” o la “patofobia” che è legata alle malattie. Queste sono quelle che interessano la situazione psicofisica in atto: la restrizione, l’infezione, il contagio, la malattia.

Consideriamo anche quale altra “personale fobia” possiamo avere elaborato semplicemente perché essa coinvolge la nostra creatività e si riempie dei nostri simboli. Possiamo avere concepito e maturato qualche fobia che va al di là di quelle compatibili con la situazione critica che stiamo vivendo.

Consideriamo le nostre “fobie” anteriori al tempo del “coronavirus” e richiamiamole alla memoria per inquadrarle e capirle meglio. Analizziamo se queste “fobie” pregresse sono l’evoluzione di quelle che stiamo vivendo o se sono del tutto nuove e originali.

Consideriamo il nucleo delle nostre “fobie”, quanto ci limitano e quale sfera psichica riguardano, nonché l’inizio di qualche vissuto fobico o di qualche limite che prima non avevamo elaborato e imposto al nostro Io.

A questo punto usiamo la testa, “razionalizzazione” e “presa di coscienza”, e cerchiamo di capire il significato di queste “fobie”, a quale conflitto psichico si riferiscono, a quale trauma rimandano.

Partiamo dal significato psichico collettivo delle fobie in questione.

TANATOFOBIA

La “tanatofobia” è la malattia psichica di fondo dell’uomo, occidentale e non, la “malattia mortale” collegata all’angoscia secondo Kierkegaard. Si attesta nella reazione nervosa al pensiero della necessità ineludibile della morte totale, fisica e psichica e metafisica. Il conflitto psichico di base è la “morte in vita”, il blocco delle energie e il “fantasma dell’inanimazione”, l’incapacità a dare vita a pensieri e azioni, a lanciarsi in avanti con scelte e progetti, a realizzarsi e a investire la “libido” in maniera costruttiva.

AGORAFOBIA

La “agorafobia” comporta una scarica nervosa nello spazio aperto, una piazza, e richiama a livello psicologico l’espiazione di un senso di colpa. La persona sente di essere uscita allo scoperto e la sua sensibilità alla colpa si traduce nella punizione della morte, di perdere i sensi e di non essere capace di fuggire da questa situazione psicofisica: una fuga da se stesso, piuttosto che dallo spazio e nonostante il fatto che sia aperto.

CLAUSTROFOBIA

La “claustrofobia” indica la tensione nervosa che si scatena nello spazio chiuso, un locale anche ampio o una cabina dell’ascensore. La persona sente il bisogno impellente di uscire e di prendere aria, cerca la via di fuga in preda alla “conversione isterica” della punizione delle sue colpe. Anche in questo caso la persona si sente braccata all’esterno, ma in effetti è braccata al suo interno e da se stessa, braccata nello spazio dalla possibilità di essere punita per le sue pretese colpe. Si tratta di persone che nella loro evoluzione psichica sono state colpevolizzate da genitori e insegnanti improvvidi, da insegnamenti religiosi finalizzati alla colpa e all’espiazione della stessa, persone che anche da sole hanno maturato la facilità a punirsi per ripristinare l’equilibrio turbato.

RUPOFOBIA

La “rupofobia” o sensibilità abnorme e nevrotica allo sporco e conseguente impellente bisogno di pulire e di disinfettare fino all’esaurimento del flacone di “amuchina” o di “alcool denaturato” e altro marchingegno senza ottenere alcun appagamento. Il rituale della pulizia è la purificazione, “catarsi” della tragedia greca, delle colpe e la temporanea pulizia psichica dei disagi di sentirsi colpevole in qualche modo e in qualche cosa. Vale quanto detto per la “fobia” dello spazio a livello psicodinamico. Il rito simbolico del pulire è legato alla “rimozione” del trauma e al suo ritorno sotto forma di un rituale purificatore.

IPOCONDRIA O PATOFOBIA

La “ipocondria” e la “patofobia” si attestano nelle pulsioni nervose atte a evitare in maniera abnorme il contagio e le malattie. La persona è preoccupata sempre per la sua salute e per la possibilità di contrarre un morbo di qualsiasi tipo e anche il più strano e il più raro. A tal uopo mette in atto una serie di tutele e di operazioni che impediscono di contrarre alcuna malattia, azioni che si traducono in un’inutile dispersione di energie e in una caduta della qualità delle relazioni. La psicodinamica dell’ipocondriaco verte sul solito “fantasma di morte” e sul bisogno di essere curato e accudito. Persiste la sensibilità alla colpa che abbiamo trovato in tutti i disturbi trattati. Una forma di immaturità psichica qualifica l’ipocondriaco a causa di un bisogno inappagato di cura e di premura, vissuto durante l’infanzia a causa di genitori freddi, assenti o inarrivabili.

FOBIE SOGGETTIVE

Si tratta di quelle “fobie” che abbiamo scoperto nel travaglio del quotidiano vivere per scaricare la tensione nervosa in eccesso attraverso un rito che esorcizza un divieto. Esempio: entrare in una stanza per il significato conflittuale che assume o agire in un certo modo anziché in quello corretto. Sono impedimenti e limiti che riempiamo con la simbologia personale e che riguardano le fantasie elaborate nella nostra infanzia. Sono forme della nostra creatività che ci soccorrono nella sofferenza. Sono, pur tuttavia, espressioni della nostra libera genialità espressiva.

RIFLESSIONI

Questo è il quadro sulla “FOBIA” dipinto e confezionato per l’emergenza psicofisica del “coronavirus”. Ripeto che la “fobia” non comporta la perdita di contatto con la realtà, ma una sua distorsione e una caduta della qualità della vita. Valutate la gradazione delle vostre eventuali fobie: leggera, media, grave. Segnate i vostri rilievi nel “libretto” in attesa di evoluzione storica e politica del tempo presente. Operate sempre la salvifica e ormai mitica

RAZIONALIZZAZIONE”

del vostro stato psichico e riconducete i vostri sintomi alla comprensione dell’Io.

Domani analizzeremo la ANGOSCIA.

MATERNITA’ E COLPA

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“Martina si trova in una strada di sassi in piena notte: la strada che porta da casa sua a quella dei genitori.

E’ buio, ma Martina è colpita dalla luna bellissima che le fa chiaro lungo il percorso.

Le viene intorno un cane piccolo color crema, che poi sparisce in quel buio. Martina arriva a casa dei suoi e pensa a quel cane che è solo.

Allora torna lì dove lo aveva perso di vista. E’ buio e la luna non c’è a farle  chiaro.

Martina non ha paura e continua a chiamare quel cane.

Decide di chiudere gli occhi e di tornare a casa dei suoi, dal momento che la strada la conosce a memoria perché la faceva sempre da piccola.

Alla fine della strada di sassi Martina sente con le mani che davanti c’è una tenda e la sposta sempre con le mani.

Non ha paura e si dice “sei arrivata” e si chiede cosa fosse quella tenda in mezzo a quella strada di sassi.”

 

Il sogno di Martina è intenso e denso di sensi e di significati, di emozioni e di simboli, di ricordi e di traumi, di soluzioni e d’integrazioni.

Procederò con la decodificazione progressiva dei “segni” onirici portanti.

“Martina si trova in una strada di sassi in piena notte”.

L’esordio del sogno attesta di uno stato crepuscolare della coscienza e di una situazione psichica “d’interiorità intima”: si profilano vissuti personali di un certo spessore e di una certa delicatezza. La strada con i sassi indica una situazione esistenziale difficile in cui Martina è chiamata a deliberare e a decidere.

“La strada che porta da casa sua a quella dei genitori”, dall’attualità e dal presente al passato e a ciò che è stato vissuto, condensa una “regressione”.

Uso il termine “regressione” non in senso di “processo di difesa dall’angoscia”, ma in senso esclusivamente temporale. Martina torna indietro nel tempo, magari stimolata dal “resto diurno”, da un ricordo occasionale o da un incontro fortuito o da un fatto insignificante che sfugge alla sua coscienza e alla sua riflessione.

“E’ buio, ma Martina è colpita dalla luna bellissima che le fa chiaro lungo il percorso.” La strada è di sassi, ma la “luna bellissima” accompagna Martina in questo suo conflitto o meglio in questo suo “ritorno del rimosso”. La luna è un classico simbolo femminile, una femminilità nella sua globalità e interezza, dal versante buono al versante cattivo: la luna nuova e la luna nera. Oltretutto la luna è bellissima per attestare che nel sogno è coinvolta la femmina Martina e la femminilità di Martina: il buio della piena notte e il chiaro della luna, una sintesi simbolica globale e meravigliosa dell’universo psicofisico femminile. C’è tutto in questa sintesi: la maternità, la seduzione,  il ciclo mestruale, la sensualità, la sessualità, il sistema neurovegetativo non dissociato dal crepuscolo della ragione.

“Le viene intorno un cane piccolo color crema”: alla femminilità si associa l’esser femmina e la maternità. Il “cane piccolo” rappresenta l’oggetto vivente dell’amore materno, la “traslazione” o lo “spostamento” del figlio. Il “color crema” evoca la pelle e il calore affettivo, le carezze e le premure materne.

Ma la maternità e l’amore materno subiscono una pesante frustrazione: il cane piccolo “poi sparisce in quel buio”. Sparire è un brutto “fantasma di morte”, condensa l’impossibilità affettiva e la drasticità della fine, l’angoscia depressiva della perdita e dell’abbandono materno. Così leggo nel mio personale dizionario dei simboli onirici. Il “fantasma di morte” è aggravato dal “buio”: dimensione psichica profonda e meccanismo di difesa dall’angoscia della “rimozione”, colpa e male, assenza di coscienza e di razionalità.

“Martina arriva a casa dei suoi e pensa a quel cane che è solo”: “ritorno del rimosso” e “riedizione del trauma”. La “rimozione” è il meccanismo principe di difesa dall’angoscia e funziona relegando nel “dimenticatoio” il materiale psichico ingestibile dall’”Io”. Il “ritorno del rimosso” è dovuto al mancato funzionamento della “rimozione” e al conseguente riemergere alla coscienza  del materiale, per l’appunto rimosso, insieme alle emozioni collegate. Martina aveva rimosso il trauma del piccolo “cane che è solo”, ma quest’ultimo riemerge con tutto il suo carico emotivo e si presenta in forma adeguatamente camuffata in sogno. Si deve ulteriormente rilevare la benefica funzione catartica del sogno.

Martina “allora torna lì dove lo aveva perso di vista.” E’ chiarissimo il “contenuto manifesto” e il “contenuto latente”: il trauma è tornato alla memoria e alla coscienza.

“E’ buio e la luna non c’è a farle chiaro.” Martina si trova in piena crisi perché non riesce a razionalizzare il trauma che le è piombato addosso senza avere avuto la possibilità di prepararsi per rielaborarlo. Il “buio” simboleggia l’assenza di coscienza razionale e la dimensione psichica cosiddetta inconscia. Il “buio” è piombato nella sua dimensione femminile:”la luna non c’è a farle chiaro”. Martina ha litigato con la sua “luna”, la sua femminilità, la sua femmina, la sua maternità. Si profila questo trauma nel passato di Martina e precisamente quando era figlia in famiglia.

“Martina non ha paura e continua a chiamare quel cane.” Martina persiste nel tentativo di assolvere il senso di colpa di aver abbandonato al suo destino di solitudine il “cane piccolo color crema”: riparazione del trauma in grazie all’istinto materno. L’assenza di paura attesta della rassegnazione legata a un’esperienza  vissuta, per cui Martina sa che non troverà il “cane piccolo color crema”, ma esprime il bisogno legato al suo universo desiderante e sempre nel tentativo di assolvere quella che vive come una colpa.

“Decide di chiudere gli occhi e di tornare a casa dei suoi, dal momento che la strada la conosce a memoria perché la faceva sempre da piccola.”

“Chiudere gli occhi” equivale a un disimpegno della coscienza, a un non voler vedere in faccia la realtà dei fatti, a una “rimozione” del trauma. “Tornare a casa dei suoi” equivale a rivisitare il luogo e il tempo del trauma, rafforzato dal fatto che la sua vita in famiglia la ricorda bene perché è stata vissuta intensamente nel bene e nel male.

Mi ripeto soltanto per confermare la funzione dei meccanismi psichici di difesa: il trauma è riemerso perché la “rimozione” non ha funzionato in riguardo a quel trauma. Quest’ultimo è stato scatenato da un evento fortuito o da un’associazione mentale e allora si è verificato il “ritorno del rimosso” con la rappresentazione o l’immagine del trauma e l’emozione collegata.

“Alla fine della strada di sassi Martina sente con le mani che davanti c’è una tenda e la sposta sempre con le mani.”

Alla fine del travaglio c’è il trauma nel simbolo della “tenda”: la madre e la maternità nella sua componente sacrale. Sentire e spostare con le mani la tenda attesta dell’istinto materno e della “rimozione”, entrambi esenti da riflessione razionale. Martina non ragiona, ma si emoziona sul tema della maternità e la rimanda, la dimentica pur sentendo la spinta pulsionale di natura organica e psichica.

“Non ha paura e si dice “sei arrivata” e si chiede cosa fosse quella tenda in mezzo a quella stradina di sassi.”

E’ tutto passato, l’esperienza è stata rivissuta in sogno e si può nuovamente comporre. Adesso Martina sa il significato profondo della” tenda”, la madre e la maternità, in rievocazione di quel travagliato momento della sua vita di adolescente.

 

Basta la frustrazione di una gravidanza o una mancata maternità per scatenare questo sogno. Basta che uomo e donna discutano sul tema della paternità e della maternità, perché si presenti il “fantasma” in riguardo all’essere stato figlio, il come uomo e donna si sono vissuti da bambini in seno alla famiglia. Esistono altri fattori più traumatici legati a esperienze drastiche che aspirano a essere considerati clinicamente. Il sogno di Martina attesta della delicatezza dell’argomento maternità nella psiche di una donna o meglio nella “borsa di una donna” come recita una canzone di musica leggera, non tanto leggera in questo caso.

 

La prognosi impone a Martina di considerare il “ritorno del rimosso” e di approfittare per un’adeguata e decisa presa di coscienza: razionalizzazione del trauma o della frustrazione. Il sogno è sempre un buon alleato perché non mente anche se racconta le storie in maniera camuffata per non angosciarci e farci dormire.

 

Il rischio psicopatologico si attesta nella variazione d’umore collegata al persistere del “ritorno del rimosso” e soprattutto nelle tensioni collegate e congelate a livello profondo, in quei settori della psiche che contengono tutti i vissuti che non si possono tenere nella dimensione cosciente. Queste tensioni in eccesso ritrovano il loro equilibrio turbato nella “conversione isterica” e nella “formazione di sintomi”. In ogni caso viene sensibilizzato anche il tratto depressivo della “formazione reattiva”, il carattere per la precisione. Martina non deve essere vittima della tirannia del “rimosso”.

 

Riflessioni metodologiche: un riepilogo sul meccanismo di difesa della “rimozione” è opportuno. Di poi, sintetizzerò il cosiddetto “istinto materno” e il significato psico-antropologico della “tenda”.

La “rimozione”è il meccanismo di difesa principe e nobile riscontrato da Freud nella sua pratica clinica come causa delle psiconevrosi isteriche e di poi elaborato per giustificare la cosiddetta scoperta dell’”Inconscio”. In realtà di “Inconscio” avevano parlato i filosofi sin dal tempo del greco Anassimandro a partire dal quinto secolo “ante Cristum natum”, del tedesco Leibniz e dell’ancora tedesco Shelling e di altri filosofi di varia nazionalità. Si distinguono tre livelli operativi.

La “rimozione primaria” è il residuo arcaico, individuale e collettivo, di rappresentazioni disturbanti non coscienti, come la “scena primitiva”, la “colpa” e la “seduzione”, che costituiscono di poi punti di fissazione per le rimozioni successive.

La vera “rimozione” consiste in un processo attivo dell’”Io” che mantiene fuori dalla coscienza le rappresentazioni inaccettabili per semplificare la vita corrente. La “rimozione” da parte dell’”Io” si attesta nel relegare a livello profondo rappresentazioni angoscianti. In quest’operazione di difesa  le istanze del “Super-Io” e dell’”Io” sono alleate nel disattivare la memoria da questi vissuti angoscianti inconciliabili e incompatibili con l’equilibrio psicofisico .

Il “ritorno del rimosso”, la fuga dalla “rimozione” delle rappresentazioni sottili e delicate, può essere utile e funzionale come nel sogno e nei fantasmi o imbarazzante come nei “lapsus” e nelle “paraprassie”, le false azioni, oppure può essere patologica come nei sintomi nevrotici che testimoniano del fallimento reale della “rimozione”. Al suo mancato funzionamento e al “ritorno del rimosso” si attribuiscono i fenomeni isterici, le inibizioni, le ossessioni e l’impoverimento psichico in generale. Il processo consiste nel disinvestimento delle rappresentazioni angoscianti e nel successivo controinvestimento dell’energia pulsionale disponibile in rappresentazioni autorizzate. Freud riteneva inizialmente che la “rimozione” fosse la causa dell’angoscia, di poi dimostrò che è l’angoscia a creare la “rimozione”.

Passiamo all’istinto materno. Può essere definito come la rappresentazione fantasmica della psicofisiologia genitale femminile, il modo di vivere la “libido genitale” e di sentire il corpo nel suo essere materno. Istinto materno è il complesso delle fantasie in riguardo al corpo, nello specifico l’apparato sessuale femminile, che di poi viene inquadrato e organizzato dalla mente. Tali vissuti si incamerano durante la “posizione edipica” e la “fase genitale” degli investimenti della “libido”, si fissano nell’identificazione nella madre e nell’acquisizione dell’identità femminile e si evolvono nell’adolescenza con la pubertà e la maturazione genitale.

Passiamo alla “tenda”. Il significato antropologico della “tenda” presso la cultura degli indiani americani, i cosiddetti “Pellerossa”, si attestava in una simbologia materna e in una forma di extraterritorialità. Chi, maschio ovviamente,  commetteva un reato e si rifugiava nella tenda della donna anziana della tribù non poteva essere catturato, perché il luogo godeva dell’impunità. Questa è memoria, perché la cultura dei Pellerossa è stata mirabilmente distrutta o relegata a coreografia turistica. In compenso ricordo che nella simbologia archetipale, universale e primaria, la “Madre” assolve le colpe dei figli in base al suo codice fusionale, al di là della “Legge del Padre” che invece condanna ed esige l’espiazione della colpa in base al suo codice dirimente.

Maestro nella decodificazione dei simboli universali e culturali è stato Karl Gustav Jung, collega di Freud e della prima psicoanalisi e di poi dissidente e fondatore della “Psicologia analitica”, semplicemente un grande per la sua vasta formazione e per la sua capacità di sintetizzare le varie conoscenze in una valida teoria. Senza il suo contributo oggi sapremmo poco sul fenomeno psicofisico del sogno. Invito a leggere il suo testo “L’uomo e i suoi simboli” per una prima introduzione alla “Psicologia analitica” e al tema del significato profondo dei sogni.