L’ODISSEA DI SABINA

TRAMA DEL SOGNO E DECODIFICAZIONE

E’ il mio primo sogno-terrore del 2019 e devo cercare di capire.”

Sarà così?

Di certo il “sogno-terrore” è un breve romanzo composito di scuola ermetica, un sogno che non ha niente di terribile e di terrificante, ma tanto di “numinoso” e di “noumenico”, di portentoso e di pensabile, di sacro e di profano, di erotico e di sessuale. E’ fuor di dubbio che il sognare assolve la fertilità della Fantasia di Sabina, la predilezione e l’autocompiacimento alla scrittura e a scrivere immancabilmente di sé.

Come potrebbe essere il contrario se al centro della nostra attenzione si impongono i nostri “fantasmi”?

Chi scrive dell’altro ha sempre un “sé” ben preciso che tiene dentro i polpastrelli mentre danzano sulla tastiera. E così, tra un sogno e un terrore, la stupefacente Sabina entra in pompa magna nell’anno nuovo con il preciso intento di capire quella “se stessa” truffaldina che di notte viaggia al massimo, incurante del risparmio energetico, nei suoi mari prediletti mostrando di prediligere all’Ulisse di Omero l’Ulisse di Joice. E navigando a vele spiegate Sabina vive la sua Odissea, un poema che si può leggere intero e si può capire a pezzi.

Va bene così.

Ah, dimenticavo!

Di certo, Sabina non poteva iniziare l’anno meglio di così. Chi arriverà alla fine, capirà.

Guardo un film in bianco e nero, molto vecchio: attrici e attori americani, macchine lussuose. Inseguimento in strada tra due macchine piene di gente ricca; si inserisce una moto. Curva a sinistra, incidente. A questo punto sono nel sogno, che diventa a colori, e percorro un tratto di strada con un signore anziano ed elegante che fa parte della scena dell’incidente. Passa una carrozza con a bordo la regina Elisabetta II e lui saluta con un gesto militare.”

Sabina si guarda dentro nel tempo andato, regredisce al tempo della giovinezza e pensa al suo bisogno di nobiltà e di diversità, nonché alla sua vitalità sessuale e al suo spiccato erotismo, alle vesti indossate con un forte desiderio di apparire tra la gente mentre si accompagna a un padre a colori che ha l’eleganza di un re. Il fascino del padre ideale si sposa con l’omaggio devoto alla figlia e dovuto alla sua femminilità, il tutto sempre nei desideri allucinati di Sabina.

Sabina rievoca la figura ideale del padre e il suo desiderio di essere la sua principessa tra seduzione ed erotismo. Le scene oniriche si rincorrono e si mescolano con la stessa valenza intrigante: la ricerca di essere e di apparire, di esserci e di mostrarsi, di compromettersi e di godere, di esibire e di esibirsi. La sintesi è semplicemente affrescata da una professionista dell’amor proprio e del culto delle parole: Sabina. La simbologia sessuale è tanta e notevole come il passaggio dal bianco e nero ai colori. Ci si aspetta di meglio e si percepisce che il prosieguo del sogno non tradirà l’attesa e sarà anche di buon auspicio.

Ci voltiamo per tornare indietro e la strada è diventata collinare, con salite e discese. Non è asfaltata. Davanti a noi vediamo del fumo che si alza dietro ad un dosso e ci avviciniamo per vedere: c’è un uomo a cavallo che emette fumo (non so se il cavallo o l’uomo). Scappa. Io scendo il pendio che mi separa da lui per raggiungerlo. Sono a piedi e mi muovo come se sciassi, freno mettendo i piedi di lato, quasi mettendomi in mostra per la mia maestria davanti all’uomo elegante, che è accanto a me.”

Nei suoi trascorsi Sabina trova la naturale altalena dell’umore e del desiderio, l’attrazione del maschio e il fascino della seduzione. Allontana la figura paterna per mettere in mostra le sue belle e preziose merci e si lascia andare al moto dei sensi dietro la rassicurazione della presenza di un uomo elegante come il padre. Sabina si sta costruendo “in nome del Padre”, partendo dal parallelo “padre e uomo” e ricercando il giusto mezzo. Il contrasto in riguardo alla vita affettiva e sessuale ha trovato un picco e una commistione e cerca una mediazione tra l’originalità e la contaminazione. Continua la sequenza erotica nel lasciarsi andare “sciando” e frenando con la “maestria” di una donna che gioca e giocando impara a essere con il maschio come la sua natura comanda. La simbologia della fuga e del rincorrersi, nonché del fumo e dell’eccitazione, viene costruita con parole “significanti” che sono un “tutto dire” per la gioia delle buone anime di Umberto Eco e di Andrea Zanzotto, un professore e un poeta mai adeguatamente compianti specialmente alla luce dei tempi. Sabina combina i “segni” del testo dentro un contesto che non appare ma si lascia intuire. Lunga vita ai “sensi” e riposino in pace i “significati”.

E se non credete, se giustamente diffidate, provate voi a spiegare gli arcani di questa donna enigmatica in apparenza e ricca nella sostanza.

Improvvisamente, sono in un garage pieno di sabbia in terra; io so che è un garage, ma potrebbe essere un deserto di notte, con la sabbia non illuminata dal sole. C’è un tunnel sulla destra che porta ad una tomba egizia piena di tesori e capisco che i diversi gruppi di persone coinvolte nell’incidente vogliono avere l’esclusiva del tesoro ed eliminare gli altri.”

La competizione è tratto distintivo di una Sabina che, tornando indietro nei suoi ricordi e nei suoi vissuti, ritrova la sua “tomba egizia piena di tesori”, l’identità psicofisica e il narcisismo necessario per tante rivali. Si celebra il trionfo dell’individualismo nelle dimensioni profonde di Sabina e l’aridità del deserto affettivo si sposa con la coscienza obnubilata. Ogni donna cerca la sua identità di corpo e di mente, ma non tutte arrivano a scoprire i tesori dell’individualità emergente dal profondo psico-storico. Sabina opera in sogno lo scavo archeologico che non esige di essere capito, ma soltanto di essere eseguito nonostante l’ostacolo di reperire ciò che non è stato vissuto e tanto meno convissuto. Il deserto di notte è il luogo giusto per sorbire il tè tra la sabbia esotica dell’antico Egitto e il mistero del tunnel che porta sulla destra a una tomba piena di tesori. L’intraprendenza e l’ottimismo non mancano alla giovane Sabina che cerca nel suo futuro di godere dei suoi tesori nascosti: la sua fantasia erotica e la sua carica vitale. Ricordo che “il tè nel deserto” è un prezioso film di Bernardo Bertolucci che vale sempre la pena di avere in casa e di vedere quando si è in crisi semplicemente perché si è smarrita la Fantasia tra le pieghe di qualche lenzuolo in qualche albergo della periferia di Cefalù. Ribadisco che il quadro dipinto da Sabina con le parole sa di tinte dense e di profumi esotici, quelli della giovane età quando gli ormoni danzano e le idee seguono magicamente il ritmo. Non a caso ho introdotto la Pittura. Chi proseguirà, vedrà.

Sono fisicamente diventata una donna anziana, l’iconografia dell’esploratrice-investigatrice dei romanzi di Agatha Christie. Mi dico che devo nascondermi per bene e approfittare di un momento di distrazione degli altri per entrare nel tunnel che porta al prezioso sepolcro. Improvvisamente sono dentro, ma mi trovo in un grande palazzo pieno di piani e scale, semi-buio e vuoto, sembra un ospedale abbandonato; è pulito e domina un colore arancio-ocra.”

La “regressione” temporale cessa e Sabina ritorna la donna di oggi, quella che mette insieme l’esperienza vissuta e la saggezza, la storia e la filosofia secondo il sommario scritto sulla sua pelle di donna che vanta l’antecedenza rispetto agli altri: una “donna anziana” che “sa di sé”, della sua luce e del suo buio, del suo pieno e del suo vuoto, dei suoi momenti “up” e dei suoi momenti “down”, del suo essere “in” e del suo essere “out”. Per questo motivo Sabina deve difendersi coprendo le sue nudità innocenti e le sue vulnerabilità latenti. Tutto il mondo fuori di lei non deve sapere che è una donna complessa nella sensibilità e ricca di sfaccettature che variano dall’umore allegro e disinibito alla pensosità solenne. Sabina è una donna che sa sublimare e che non disdegna la più concreta incarnazione del suo essere femminile. Ma i dolori non mancano nel ballo apparente di rose e fiori. Il colore “arancio-ocra” è pulito e dominante con le sue esigenze di buona vitalità e di sana gelosia del tempo andato con tutte le sue concessioni e le sue promesse. La solitudine è un piatto che va gustato caldo e non in compagnia di un freddo “fantasma di morte”, altrimenti non funziona e non vale.

Io sono tornata me stessa, forse più giovane di come sono nella realtà, non so, non ho contezza del mio aspetto fisico in quel momento del sogno. Corro, corro tantissimo su è giù per le scale, sto scappando ed ho paura, l’adrenalina a mille. Qualcuno mi sta cercando e io non devo farmi trovare. Passo da un piano all’altro, la luce è molto fioca; faccio più gradini alla volta, sempre di corsa. Sono al settimo piano e mi dico che devo scendere al primo e corro fino ad arrivarci.”

Il presente si profila a Sabina, dopo l’apparente viaggio di andata e ritorno nel Tempo, nella forma di una donna in piena salute che sa del suo corpo in evoluzione, di un corpo che vive alla grande nella ricerca di ferine sensazioni e di forti emozioni, di orgasmi tra slanci e ritrosie, tra desideri e paure, con l’Es a mille e l’Io che tituba in questa altalena della vitalità e in questo trionfo della “libido”. Signori, l’orgasmo è servito e ci si può accomodare nella riflessione e nella paura dell’eccesso, nella titubanza di essersi lasciata troppo andare e nel recupero di una forma di consapevolezza possibile in tanto trambusto dei sensi. Tra la “sublimazione” dell’istinto e delle forze corrispondenti e la caduta nella materialità più istintiva Sabina vive bene il corpo e la mente, prediligendo la concretezza della realtà vissuta e di tutta quella che c’è da vivere, correndo su e giù tra una “sublimazione della libido” e un abbandono alla materia più sacra, navigando tra le seduzioni delle sirena e la poca ragione della marinaia. Sabina ha dipinto un quadro di scuola “fauvistica”. Più che mai adesso bisogna andare avanti per curiosità e per capire.

Sono al primo piano, sento passi; cerco di muovermi senza farmi sentire, i passi si avvicinano. Corro in una stanza aperta sul corridoio e mi metto in un cantone dietro quella che doveva essere una porta, ma che non c’è più. Resto immobile, trattengo il respiro. Una persona avanza nella mia direzione, confido che non mi trovi. Invece entra e mi si para davanti. E’ mio fratello, è vestito da infermiere. Gli chiedo come ha fatto a capire che ero proprio in quel punto, nonostante il palazzo sia enorme e pieno di scale e stanze, e lui mi dice: “Ho sentito il tuo profumo”. Allora gli rispondo: “Che sciocca, sono così abituata a portarlo che non mi rendo mai conto di averlo”.

Sabina è tornata al presente psichico e tenta di occultare e di occultarsi di fronte al nuovo che avanza nelle relazioni. Si difende come una bambina timorosa dagli assalti e dalle minacce che vengono da dentro e da fuori. Le soluzioni sono più facili a essere pensate che a essere realizzate perché non sempre la donna di oggi è così spavalda e aggressiva come può sembrare a coloro che la insidiano nel cammino della vita. Si profila un uomo in questo gioco erotico che rievoca le tentazioni dell’infanzia e dell’adolescenza, il tempo in cui si desidera e si teme di essere scoperti mentre la carica vitale si distribuisce lungo i nervi e scende per la schiena secondo il freudiano “principio del piacere”. Sabina è braccata di fronte alla sua disposizione femminile di muovere e di commuovere, di sentire e di percepire, di vivere e di viversi. Dentro di lei scopre la presenza maieutica e l’immagine di una persona vicina e conosciuta, un alleato insperato che l’aiuta a conoscersi meglio e a viversi in maniera dignitosa. Sabina si è fatta scoprire nelle dimensioni semplici di madre Natura, nonostante le grandi complicazioni difensive che ha costruito dentro di sé per non esporsi agli altri con le sue debolezze e le sue fragilità. Il suo piccolo Dio le dice che ha sentito il suo odore di donna mentre si aggirava nel mercato dell’esistenza tra la gente con tutto quel patrimonio che si porta addosso. Sabina è costretta a ricredersi e a rivedere le sue portentose e mirabili sorti progressive. I talenti hanno prosperato i frutti desiderati e la “coscienza di sé” è ormai buona. La sorniona e la maliarda si è fatta scoprire dall’uomo che cercava, un animale misto di istinto e di talento. Le storie obsolete d’amore e di senso non fanno per lei. Sabina, la donna profumata che non sente il suo profumo, aspira e merita ben altro.

Mi porta via, poi non è più mio fratello, è un infermiere sconosciuto; con me viene scortato un altro prigioniero. L’infermiere gli chiede: “dov’è finito il mio cioccolatino?” e lui risponde: “frugami pure, non ce l’ho”. Io dico all’infermiere che non può averlo rubato, perché anche il mio accendino è sparito, quindi deve essere caduto. Infatti, ci chiniamo entrambi e sul pavimento ci sono sia il mio accendino che un grande cioccolatino rettangolare. Lui lo prende e fa il gesto cortese di offrirmelo, ma io, sempre per cortesia, rifiuto.”

Le schermaglie seduttive di donna Sabina non sono finite, anzi stanno iniziando. Tra maschere carnevalesche e interposte persone si ritrova con l’uomo giusto a metà tra l’ostetrico, colui che aiuta a scoprirti, e il posseduto, colui che è preda del fascino femminile: un infermiere e un prigioniero. In queste sponde si esalta e scorre la femminilità di Sabina, tra una dolcezza erotica e una leggera consapevolezza, quella carezza e quella percezione che accende la sensualità e la sessualità. Il maschio è eccitato e pronto a essere ricevuto dalla mezza coscienza femminile che deve controllare soltanto quanto è bello essere desiderata e desiderare. Questo brano del sogno di Sabina tocca picchi di poesia erotica che nulla invidia alla magia dei versi simbolisti di Baudelaire. Il quadro marcato è, infatti, di scuola ermetica e simbolista, da post-Impressionismo, di quando i pittori, francesi e non, della nuda Realtà fotografica, segnata da macchie forti di grasso colore, passarono alla “proiezione” sulla tela delle emozioni e dei simboli classicamente umani. La trama elaborata del sogno di Sabina è da preferire al Realismo volgare di un qualsiasi poeta o pittore francese anche ispirato. Ripeto, quello che descrive Sabina è di qualità ermetica e simbolista, post-impressionista. Anche in questo tratto distintivo la donna conferma la sua complicazione totale rispetto alla parziale confusione maschile. L’allegoria creata da Sabina in sogno è da mondo iperuranio e Platone esulta di fronte a tanta combinazione di parole che descrivono tra le righe una donna seduttrice e un uomo vittima del femminile imbroglio. La seduzione si completa nel gran rifiuto opposto dalla donna alle offerte maschili di una prepotente eccitazione e di una degna reverenza. La cortesia del rifiuto è finalizzata non certo al pudore, ma al gioco del rafforzamento del narcisismo. Sabina non è innamorata, è soltanto tutta presa da sé.

Non so come, ma mi ritrovo nuovamente a scappare, forse con mio fratello come alleato o forse con qualcun altro. Io scappo e corro a perdifiato (in questo sogno non faccio altro che correre) e alla mia destra si apre una porta e una donna non giovane mi afferra un lembo di una sciarpa di seta lilla che improvvisamente porto al collo e tira: mi sento strangolare, ma riesco a sciogliermi dalla sciarpa e scappo ancora. Altri mi avvinghiano uscendo da stanze lungo il corridoio, ma ho sempre la meglio e fuggo.”

Sabina è in fuga da sé, ha opposto all’altro il gran rifiuto del narcisismo, l’orgoglio della donna che se la tira, la superbia della donna che non si coinvolge per poi pentirsi di questo andar di qua e di là alla scoperta di un’America che si trova in casa, in se stessa, nel suo “habitat” psicofisico. Non le resta che correre e fuggire dalla sua donna attuale e dalla sua donna di ieri lasciando di stucco e di sasso tutti quelli che la desiderano e la seducono. Ma questo non è un “barbatrucco”. Manca sempre a Sabina l’ultimo pezzo del puzzle per completare l’opera. Nel suo futuro prossimo c’è una donna non giovane da accettare e da considerare dopo la scorribanda nell’età giovanile, una persona che tenta e tormenta con le infide promesse della buona e bella presenza del corpo e della mente. Gli istinti e le pulsioni escono allo scoperto a dire e ricordare che quel che non è stato vissuto non ritornerà, come il tempo andato. Lo psicodramma di Sabina tocca punte di sentimento struggente nel presentare il senso del Tempo che ti lascia vincere e che si presenta alla fine con il conto da pagare e come il solerte cameriere del ristorante alla moda in cui non volevi finire. Sabina avverte l’angoscia nel sentirsi strangolare, ma riesce a sciogliersi dal legame sensuale ed erotico, “la sciarpa”, per scappare ancora frastornando e frastornandosi. Lei non si era mai accorta del suo profumo e del suo odore di donna semplicemente perché ci era e ci è abituata a convivere. La nostalgia del “non vissuto” si fa sentire e il dolore si consola con tutto quello che ha vissuto prima di concludere concretamente l’avventura delle relazioni più contorte e avvincenti, quelle che si fanno ancora ricordare e che addolorano. Vediamo dove va parare una Sabina braccata dalle sue pulsioni desideranti.

Intravedo luce e finalmente appare una donna a darmi una mano: è la stessa donna che ero io prima, quando mi vedevo anziana. Si chiama Fauve. La avverto di non mettersi il profumo, altrimenti si farà prendere. Lei è molto sicura di sé e mi dice di non preoccuparmi, sa badare a sé stessa e ce la farà, non ha alcuna intenzione di uscire da quel posto senza aver trovato quello che cerca. Mi fa andare verso l’uscita con un uomo.”

Come volevasi dimostrare. Ho anticipato tutto il quadro, ma mi è piaciuto tanto avere scoperto anzitempo i veli delle commedie di Sabina, quelle che non sono tralignate in farsa semplicemente perché la nostra eroina sa recuperare se stessa e i suoi rimpianti. La donna ragiona e ha la luce della consapevolezza dalla sua parte, ma si chiama Fauve, un nome bellissimo e da mitologia francese. Sabina ha una precisa identità psicofisica e non è un evanescente ectoplasma in cerca di reincarnazione, tutt’altro, è una donna selvaggia e ferina. Sabina è tornata la donna di sempre con qualche consapevolezza in più: “quant’eran belli i tempi in cui profumavo di donna e seminavo l’odore sulla mia scia. Allora evitavo e fuggivo, adesso rimpiango le occasioni mancate e negate al mio prestigio femminile. La sicurezza di oggi è stata pagata a caro prezzo e il trovare un degno compagno non mi esime dal rimpianto di andare verso l’uscita. L’archetipo del Tempo scuote fortemente il “fantasma del tempo” nella sua “parte buona”, l’evoluzione e il progresso, nella sua “parte cattiva”, l’andare verso la fine. Gli esistenzialisti sono stati serviti nel loro ottuso pessimismo, ma anche Orazio grida il suo “carpe diem” in sollievo a tanto sogno, a tanto viaggio di Sabina nel mare dei ricordi inscritti nel bastimento del suo corpo senziente e vitale.

Ma come non tirare in ballo Beaudelaire?

“Pedro, adelante cum judicio.”

Non ricordo altro. Mi sono svegliata con un’angoscia tale che non sono riuscita ad addormentarmi per più di un’ora. Era notte fonda ed ero terrorizzata. Allora ho cercato di andare incontro allo spavento, di guardarlo in faccia, e mi sono calata nel peggio dei pensieri possibili per scatenare una reazione, anche se di panico, ma dalla mia mente cosciente nessuna scintilla ha acceso la miccia di emozioni incontrollabili. Avevo solo un senso di angoscia.”

Ci mancherebbe che Sabina, dopo aver scritto in un’ora di sonno la sua Odissea seduttiva ed erotica, dopo aver descritto il viaggio della sua “libido” tra Scilla e Cariddi e tra gli scogli delle Sirene, avesse ancora qualcosa da aggiungere e da rivivere. L’angoscia è eccitazione, perché la trama del sogno di Sabina è la descrizione dell’itinerario sensuale sulla mappa nautica del Corpo ed è la rievocazione dei marinai che hanno tentato di avventurarsi in quel mare e che ci hanno lasciato le penne per essere nostalgicamente ricordati come gli eroi che hanno compiaciuto donna Sabina. Questo stato di eccitazione era il massimo e niente poteva scalfirlo o superarlo. Sabina ha dato il meglio di sé e della storia avventurosa della sua crescita umana, quella contraddistinta oggi dal ricordo di un orgasmo che tarda a venire. La coscienza della mentenon accende nessuna scintillae la miccia delle emozioni incontrollabili è pronta a non tralignare nell’angoscia del tempo perduto e del tempo vissuto. Ecco in conclusione l’allegoria dell’orgasmo secondo il vangelo di Sabina: “scatenare una reazione, anche se di panico, ma dalla mia mente cosciente nessuna scintilla ha acceso la miccia di emozioni incontrollabili.”

Nota: mentre correvo non sentivo alcuna fatica fisica.”

Come quando eri ragazzina e correndo sentivi il piacere del tuo essere femminile. Il non sentire fatica equivale al piacere di una emozione che cresce e accende la miccia. Classica è la simbologia erotica e sessuale del “correre” e dell’anestesia della fatica.

Grazie, caro Maestro

Sabina”

Appena ricevuto il malloppo, mi sono smarrito nei meandri psichici delle parole e dei concetti. Ne sono venuto fuori in maniera originale e trovando un’altra strada rispetto a quella convenzionale.

Ti sono in debito, cara Sabina, di un gallo da sacrificare a Esculapio, il dio della Medicina che i Greci onoravano per le guarigioni ricevute: gli “ex voto” di pagana memoria. Sono guarito dall’indolenza e dall’accidia di fronte a tanta roba, nonché dalla scarsa stima in riguardo alla creatività.

Grazie a te e… che un buon demone mi assista sempre !

PSICODINAMICA

Il lungo sogno di Sabina rievoca in maniera altamente personale l’insieme del tempo vissuto tra eccitanti viaggi di andata e dolorose nostalgie di ritorni. Può essere definito l’Elogio del Tempo e della Libido, la dimensione bio- astronomica e l’energia vitale che scorrono sempre tra le parole, i sensi e i significati della originale trama tessuta da Sabina. Tra flussi di coscienza che richiamano l’Ulisse di Joice e ricerche nostalgiche alla Omero di una ricomposizione del “Tutto” turbato, il linguaggio di Sabina denota una spiccata capacità di cogliere i valori del “significante”, quello che la parola significa per lei, il suo simbolo, quello personale elaborato nel corso del vivere quotidiano e tenuto dentro nel divenire delle stagioni. Se l’Ulisse contemporaneo nella visione di Joice si smarrisce nei meandri delle parole e dei flussi di coscienza alla ricerca di un senso da dare alla vita, Sabina si rivolge al suo passato per trarre gli auspici del presente senza alcuna vena disfattista e con quella leggera e sottile nostalgia che aiuta a ricordare e a rafforzare il presente quotidiano e a ridurre il dolore delle truffe del Tempo. Ma quello che impressiona in questo sogno abilmente composto da Sabina è il nome della donna nel finale: Fauve. Il richiamo al movimento pittorico del “Fauvismo” nella Francia del 1905, iniziato casualmente da Matisse e oscillante tra Impressionismo ed Espressionismo, non è casuale. Sabina esegue nel suo sogno anche un ritorno alla Natura con il colore puro e non mischiato, possibilmente spruzzato a tocchi sulla tela onirica per intendere l’istinto, il selvaggio, il ferino, il bestiale, l’Es freudiano, i tuffi nell’Inconscio al di là dei sentimenti, della Filosofia e della Cultura. Sabina lascia spazio al ritorno alla purezza dei suoi colori, ma non trascura la “proiezione” dei simboli e la ricerca della consapevolezza.

Mi si chiederà cosa c’entra il sogno di Sabina con la corrente pittorica, oltretutto transitoria, del Fauvismo?

Io rispondo che c’entra, perché Sabina nel suo sogno richiama con il nome femminile Fauve le pennellate della sua “libido” a tinte massicce e alle prese con la seduzione e l’avventura dei sensi senza limiti e in espansione. E quando torna in sé, decora la sua tela con il ricordo delle “scintille che non accendono la miccia di emozioni incontrollabili”. E’ un senso doloroso legato all’aver tanto vissuto e il cui ricordo oggi piacevolmente resta di fronte all’incalzare inesorabile del Tempo.

Ecco la traduzione poetica di due brani del sogno di Sabina. La manipolazione è mia.

ALLEGORIA DEL COITO

Quell’uomo mi porta via,

ma non è mio fratello,

è un infermiere sconosciuto,

è un altro prigioniero.

Dov’è finito il mio cioccolatino?”

Frugami pure, io non ce l’ho”.

Anche il mio accendino è sparito.

Chiniamoci sul pavimento

alla ricerca del mio fuoco e del tuo cioccolatino.

Sii gentile e generoso!

Offrimelo,

anche se io per cortesia potrei rifiutare.

ALLEGORIA DELL’ORGASMO

Non so come,

ma mi ritrovo a scappare

con un uomo alleato

o forse con un altro nemico.

Io scappo e corro a perdifiato.

Corro,

corro a più non posso

come sa fare una donna

e nessuno mi acchiapperà.

Alla mia destra si apre una porta

e qualcuno mi afferra il lembo

di una sciarpa di seta lilla

che improvvisamente scende dal collo

e tutta mi avvince.

E tira,

tira a più non posso.

Mi sento strangolare.

Non riesco a sciogliermi dalla sciarpa

perché non voglio sciogliermi

e scappo ancora.

Altri mi avvinghiano

uscendo da buie stanze lungo il corridoio.

Sono i prigionieri,

ma io non so far altro che fuggire.

Non è finita.

Come avvinto dalla cultura francese, il sogno di Sabina si può tranquillamente associare allo scrivere versi di Baudelaire, ai “Fiori del male”, per restare in sintonia con l’erotismo e la “libido” in libera associazione con il Tempo, la costante e la variabile di Sabina.

L’OROLOGIO

di Charles Beaudelaire

Orologio, sinistro iddio, impassibile, spaventoso,

il cui dito ci minaccia e ci dice: “Ricordati!

I vibranti dolori, come al centro di un bersaglio,

presto si pianteranno nel tuo cuore riempito di sgomento;

il vaporoso piacere sfuggirà nell’orizzonte

come silfide in fondo al palcoscenico;

ti divora ogni istante un po’ di quella delizia

che ad ogni uomo fu accordata per il suo tempo.

Mormora tremila seicento volte, ad ogni ora, il Secondo:

Ricordati! – L’Adesso, con la voce

d’insetto, dice rapido: Io sono l’Allora,

ed ho succhiato con l’immondo pungiglione la tua vita.

Remenber! Souviens toi, prodigo! Esto memor!

(La mia gola metallica ogni lingua parla).

I minuti sono sabbie, o allegro mortale,

che non possono lasciarsi senza estrarne un po’ d’oro!

Souviens toi che il Tempo è un giocatore avido

che vince senza barare, ad ogni colpo. E’ legge.

Scema il giorno e già la notte cresce; ricorda!

Il baratro ha una sete perenne; la clessidra ormai si svuota.

Suonerà quanto prima l’ora in cui il divin Caso,

l’augusta Virtù,la tua sposa ancor vergine,

lo stesso Pentimento (ahimè, l’ultimo rifugio!),

ed ogni cosa, ti diranno: Muori, vecchio vigliacco, è troppo tardi ormai!”

Ma ancora non basta.

In questo esaltante prodotto culturale di Sabina, a metà tra la prosa e la poesia, elaborato nel mezzo e passa del cammin di nostra vita, si associa e va di pari passo lungo la via Sacra il buon Quinto Orazio Flacco con il suo immarcescibile “Carpe diem”, con la sua saggezza stoica ed epicurea, con la ricercatezza dei suoi versi. Il tema è sempre il Tempo.

ODE I, 11

Tu ne quesieris…

Tu ne quaesieris, scire nefas, quem mihi, quem tibi

finem di dederint, Leuconoe, nec Babilonios

temptaris numeros. Ut melius, quidquid erit, pati!

Seu plures hiemes seu tribuit Iuppiter ultimam,

quae nunc oppositis debilitat pumicibus mare

Tyrrhenum, sapias, vina liques et spatio brevi

spem longam reseces. Dum loquimur, fugerit invida

aetas: carpe diem, quam minimum credula postero.

VERSIONE LETTERALE

Tu non cercare…

Tu non cercare, il sapere non è lecito, quale a me, quale a te

fine gli dei hanno dato, o Leuconoe, non provare

i calcoli babilonesi. Al meglio, qualunque cosa accadrà, sopporta!

Sia che Giove ha dato parecchi inverni o come ultimo

questo che ora affatica il mar Tirreno tra le opposte scogliere,

sii saggia, mesci i vini e in uno spazio breve

taglia una lunga speranza. Mentre parliamo, sarà fuggito il tempo

invidioso: cogli il momento, quanto minimamente fidente nel futuro.

VERSIONE LETTERARIA

Carpe diem

O Leuconoe, non chiedere anche tu agli dei

quale destino hanno riservato alla nostra vita

perché è impossibile saperlo

e sarebbe come ricercare un senso logico

nei calcoli astrali dei Caldei.

Credimi, è meglio rassegnarsi,

sia se Giove ci concede ancora molti inverni

e sia se l’ultimo è proprio questo

che infrange le onde del mar Tirreno

contro l’argine delle scogliere.

Pensaci bene! Versati un po’ di vino

e soltanto per un breve tempo

concediti l’illusione di una speranza.

Mentre noi parliamo, il tempo impietosamente è diventato passato.

Godi l’attimo e non affidarti assolutamente al domani.

COMMENTO

Celebre e celebrata l’ode del “carpe diem” è stimata il capolavoro della poesia di Orazio; in essa i temi dominanti dell’Etica epicurea sono espressi in maniera lucida e sobria, essenziale e incisiva.

Il testo è dedicato a Leuconoe, la donna “dall’animo candido” o “dai pensieri ingenui”, in ogni caso una fanciulla preoccupata del domani a cui il saggio e maturo Orazio non lesina i suggerimenti più obsoleti e ricorrenti nella letteratura greca: Alceo, Saffo, Anacreonte, Bacchilide, Simonide, Mimnermo, Euripide, Epicuro. Di questi illustri antenati darò in seguito le prove.

Il poeta dissuade Leuconoe dall’interrogare gli astrologi babilonesi sul futuro che l’attende e le suggerisce la soluzione migliore di carpire alla fuga e alla rapina del Tempo la giornata presente, senza sperare in quell’ovvio domani che resta sempre affidato agli dei e depositato nel loro grembo.

Lo scenario più naturale dell’ode appartiene alla stagione invernale: il mare in tempesta e le onde che si infrangono sugli scogli a simboleggiare senza equivoci le ineffabili sofferenze della vita umana e l’ineffabile imprevedibilità di un destino situato tra scienza e magia.

In una formidabile sintesi poetica Orazio include molti temi: la fanciulla ingenua, la volontà degli dei, l’inesorabile scorrere del Tempo, l’ineffabile destino umano, la vita e la morte, la saggezza dell’uomo maturo, la ricerca di un’impossibile coscienza di sé, il tabù della conoscenza, la mitica astrologia, la volgare superstizione, la necessaria rassegnazione, la passiva accettazione del progetto degli dei, la cosciente illusione delle speranze, la benefica panacea del vino, l’angosciante fugacità del Tempo e la provvida soluzione del “carpe diem”.

L’ode muove da una circostanza immaginaria dal momento che non contiene indizi cronologici precisi che consentano una collocazione temporale plausibile; del resto, l’angosciante tema della rapina del Tempo appartiene alla “coscienza collettiva” insieme alle riflessioni logiche opportune e alle forti emozioni implicite, un tema che rientra nello “Immaginario collettivo” con tutto il corredo dei “fantasmi” psichici collegati all’angoscia della morte.

La concezione epicurea sulla felicità, la “atarassia” per l’appunto, ingiunge al comune e saggio mortale di vivere intensamente l’attimo e il Tempo presente per eliminare le angosce del futuro e della fine. In quest’ode Orazio affida a otto intensi e concisi versi un messaggio atavico e obsoleto a testimonianza della sua capacità di elaborare e riproporre in poesia i classici temi filosofici intorno alla situazione esistenziale e ispirati alla morale corrente.

Nell’approfondire la fugacità della vita umana Orazio non esorta a vivere banalmente la quotidianità, ma a essere padroni di se stessi, estimatori delle gioie consentite agli uomini e consapevoli dei propri limiti. Questi temi ricorrono nella sua poesia come se fossero radicati nella dimensione psichica profonda del poeta e fossero stati oggetto nella sua adolescenza di una drastica e difensiva introiezione.

L’autocontrollo del poeta appare manifesto dentro un coerente e adeguato modello espressivo, un testo denso e privo di ridondanza. Il procedere colloquiale, il tono e l’indeterminatezza, l’elegante musicalità del ritmo creano un fascino autentico e fanno del “carpe diem” un gioiello della Lirica di ogni tempo.

A proposito di Tempo sono questi i frammenti delle poesie greche sul tema, a ulteriore conferma che l’originalità umana è un’araba fenice che risorge sempre sulle sue ceneri.

Anacreonte, 44 D, sulla morte

“Le mie tempie son canute,

la mia testa è tutta bianca:

la gentile gioventù

è svanita, ho i denti vecchi:

poco tempo mi rimane

della bella vita ormai.

Così spesso mi lamento,

nel terrore di laggiù.

E’ terribile l’abisso

della morte, il passo è amaro.

Perché questa è verità,

che chi scende non risale.

Anacreonte, frammento 69D

Ho desinato con un pezzettino

Smilzo smilzo di focaccia;

ma di vino

ne ho tracannato un orcio fino in fondo;

e ora con la cetra

faccio la serenata alla mia bella.

Simonide, frammento 6 D

“Uomo qual sei, non dire mai quel che domani sarà

né se vedi uomo felice, quanto durerà.

Di una mosca dalle lunghe ali

non è così veloce il volo.

Frammento 9 D

“Degli uomini scarso è il potere,

sono gli affanni vani;

dolore su dolore è la breve vita.

Su tutti uguale pende l’inevitabile morte:

i vili e i forti ugualmente l’hanno in sorte.

Saffo, frammento 58 D

Morta tu giacerai,

ne più memoria sarà di te,

né rimpianto; ché non cogliesti

le rose della Pieria:

e ombra ignota anche nell’Ade

ti aggirerai,

tra scure ombre di morti

sperduta.

Bacchilide, Epinicio V 151 162

“Per un istante è ancora la dolce vita,

sentii venir meno le forze, oh misero,

dando l’ultimo respiro

piansi lasciando la bella giovinezza.”

Soltanto allora, come narrano,

l’impavido figlio di Anfitrione

bagnò gli occhi di pianto

lamentando la sorte dell’eroe infelice

e rispondendogli disse:

“Meglio per l’uomo non essere nato

E non vedere la luce del sole.”

Alceo, 39 D

Bisogna ubriacarsi ora, bere anche

se non si vuole, perché è morto Morsilo.

Frammento 90 D

Zeus manda pioggia. Un grande inverno

Dal cielo. Sono ghiacciati i corsi d’acqua…

E ammazzalo l’inverno. Butta fuoco,

mesci senza risparmio vino buono,

gira la lana morbida sul capo

Frammento 91 D

Non devi ai mali concedere l’anima.

a nulla giova soffrire e piangere,

o Bucchi. Far portare il vino

ed inebriarsi è il solo rimedio.

Frammento 104 D

sì, il vino è per gli uomini uno specchio.

Frammento 94 D

Gonfiati di vino: già l’astro

che segna la grave stagione,

dal giro celeste ritorna,

e ogni cosa è arsa di sete.

e l’aria fumiga per la calura.

Acuta tra le foglie degli alberi

la dolce cicala di sotto leali,

fitto vibra il suo canto, quando

il sole a picco sgretola la terra.

Solo il cardo è in fiore:

le femmine hanno avido il sesso,

i maschi poco vigore, ora che Sirio

il capo dissecca e le ginocchia.

Frammento 96 D

Beviamo. Le lucerne

perché attendiamo? Il giorno è solo un attimo.

Prendi, amor mio, le grandi,

le bellissime coppe variopinte.

Il vino, oblio dei mali,

diede il figlio di Semele e di Zeus,

ai mortali. Due parti

mescola d’acqua, una di vino; riempi

fin all’orlo il cratere.

Ed una coppa spinga l’altra giù.

Frammento 73 D

Bevi, bevi ed ubriacati,

Melanippo, con me. Credi tu forse,

quando varcato avrai

Acheronte, il gran fiume vorticoso,

credi tu che vedrai

la luce pura splendere del sole

un’altra volta? Amico,

non vagheggiare cose grandi mai.

Ma, pur saggio come era,

due volte, per volere della sorte,

il fiume vorticoso,

l’Acheronte, varcò; dolori immensi

il re figlio di Crono

laggiù gli diede da soffrire, sotto

la nera terra. Ma i pensieri tristi

scacciamo, finché giovani

siamo. Bisogna questa volta ancora

bere, e soffrire il male

che ancora voglia il dio farci soffrire.

Mimnermo, frammento 2 D

Noi siamo come foglie, che la bella stagione

di primavera genera, quando del sole ai raggi

crescono: brevi istanti, come foglie godiamo

di giovinezza il fiore, né dagli dei sappiamo

il bene e il male. Intorno stanno le nere dee:

reca l’una la sorte della triste vecchiaia,

l’altra di morte. Tanto dura di giovinezza

il frutto quanto in terra spande la luce il sole.

Ma, quando questa breve stagione è dileguata,

allora, anzi che vivere, è più dolce morire.

In tanta mirabile compagnia ci sta bene un prodotto culturale, giovane e leggero di musica, che tratta il tema del Tempo passato e tesse le lodi del Tempo andato tra un amore che non può ritornare e il Tempo che lo ha rubato e non te lo può restituire. Qualcuno dirà che ho associato il sacro e il profano in questo sogno di Sabina e che ho fatto i salti mortali per fare quadrare il Tutto.

Ha perfettamente ragione, ma non potevo fare diversamente di fronte a un sogno veramente originale e tanto ricco al punto di sembrare anomalo. La canzone scelta è degli anni sessanta e si titola “Quelli erano giorni” e ho scelto l’interpretazione di Mary Hopkin rispetto alle altre e specialmente rispetto a quella di Dalida anche per alleggerire il quadro.

Grazie & grazie e alla prossima !

NERINA SOTTO IL TAVOLO CON IL DITO IN BOCCA E CON LA MANO SULL’OMBELICO

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Caro dottor Vallone,

ho sognato che avevo sei anni e stavo sotto il tavolo di casa con il dito in bocca e con la mano sull’ombelico.

Di poi, ho pensato che stavo tanto bene con la nonna e mi sono ricordata che, quando lei è morta, ho pianto tantissimo e che ero inconsolabile.

Cosa mi può dire di questo breve sogno?

Grazie anticipate da Nerina.”

 

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

 

CONSIDERAZIONI

 

Il sogno di Nerina è un “mezzo-sogno” e una “mezza riflessione”. La prima metà è breve, ricca di simboli ed è elaborata sotto le sferzate del sonno e dell’”Io onirico”, quello che usa i “processi primari” o le modalità di pensiero della nostra infanzia: lo “stare sotto il tavolo”, il “dito in bocca”, la “mano sull’ombelico”.

La seconda parte è elaborata, meglio pensata, dall’”Io narrante” che completa l’opera con le sue acute riflessioni secondo il metodo delle “libere associazioni” e secondo i nessi logici della figura retorica della “metonimia”: il “ricordo della nonna morta”.

I sogni brevi sono più vicini all’autenticità psichica e alla purezza onirica anche se sono una parte minima del complesso psichico che è stato riesumato e organizzato. La prima parte del sogno di Nerina è proprio farina onirica pura. La seconda parte è oniricamente accomodata secondo una presa di coscienza: la grande importanza della nonna nella vita affettiva di Nerina e la grande “catarsi” del pianto alla sua morte.

Passiamo a decodificare in maniera semplice una simbologia complessa e procediamo come il sogno suggerisce.

 

SIMBOLI ARCHETIPI FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

 

“ho sognato che avevo sei anni e stavo sotto il tavolo di casa con il dito in bocca e con la mano sull’ombelico.”

 

Nerina usa in sogno il processo psichico di difesa dall’angoscia della “regressione”, “avevo sei anni”, e il processo psichico di difesa della “fissazione” alle prime posizioni psichiche evolutive della “libido” e nel caso specifico alla “posizione orale”: il tema dell’affettività e della figura materna.  Un ricordo dell’infanzia scatena il sogno di Nerina e attesta simbolicamente delle psicodinamiche riemerse in questa contingenza della sua vita.

 

Stare “sotto il tavolo” simbolicamente significa mettersi sotto le ali protettive della madre secondo una semplice accezione onirica: il “tavolo” condensa la copertura, la protezione, la tutela del grembo materno, una “traslazione” della “madre” nelle sue funzioni filogenetiche o di “amore della Specie”. La madre di Nerina si sta evolvendo nell’archetipo della “Madre”, il simbolo universale che include tutti quelli che sono nati e nascono da madre e da grembo femminile, il principio femminile e l’”origine della Specie”.

 

“Il dito in bocca” rievoca la “posizione e la libido orale”, gli affetti e la figura materna, la consolazione da carenza. Il succhiare significa nutrirsi e scaricare le tensioni d’angoscia.

 

“La mano sull’ombelico” indica la madre incinta e il “sentimento della rivalità fraterna”, la perdita del privilegio affettivo. Nerina ha visto la madre incinta e ha concepito il grembo materno come il deposito naturale della vita e l’inizio del trauma della rivalità fraterna.

 

L’”ombelico” è la “traslazione” della figura materna nella sua ambiguità di funzione e nella sua ambivalenza sentimentale di amore e odio: dalla pancia, inoltre, viene fuori un fratello da amare e da odiare.

 

“Sotto il tavolo”, “il dito in bocca”, “la mano sull’ombelico” sono tre temi simbolici che servono a sviluppare la psicodinamica intorno alla madre e alla dimensione affettiva. Nerina propone nel sogno il tema psichico in atto, il suo rapporto conflittuale con la madre e il suo bisogno affettivo di essere aiutata e protetta.

 

“Di poi, ho pensato che stavo tanto bene con la nonna e mi sono ricordata che, quando lei è morta, ho pianto tantissimo e che ero inconsolabile.”

 

A questo punto del sogno Nerina si è agitata e si sta svegliando, ma prima opera un’associazione significativa e determinante della figura materna con la figura della nonna. La “traslazione” è esplicativa e attesta che la nonna ha sostituito e compensato la madre nella vita e nella formazione affettive di Nerina, per cui la perdita di cotanta figura produce “inconsolabilità”. Quest’ultimo concetto si traduce simbolicamente in “senza cibo” “senza pasto”, “senza appagamento della fame”, “affamata”. La “consolazione” significa riparazione del trauma della perdita depressiva attraverso un agire compensativo, una “traslazione” in reazione alla disperazione e in riaffermazione dell’equilibrio turbato.

Inconsolabile vuol dire che la perdita è tanta e altrettanta è la disperazione nel trovare un altro affetto. La morte si sconfigge con il banchetto, con il cibo reale ed eretto a simbolo di quell’amore mutilato dalla perdita.

 

PSICODINAMICA

 

La psicodinamica del sogno di Nerina si attesta nella sfera affettiva e nell’aver sostituito la madre con la nonna a compensazione della frustrazione legata non soltanto alla madre, ma anche al sentimento della rivalità fraterna con la nascita dei fratelli. Trattasi di una psicodinamica classica nelle famiglie degli anni cinquanta composte da tanti figli e da genitori parzialmente distratti da problemi di sussistenza.

 

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

 

La “posizione psichica orale” è dominante insieme alle pulsioni dell’istanza “Es” in ottemperanza alla sfera affettiva richiamata da Nerina nel suo sogno.

L’”Io onirico” gestisce i “processi primari” e di conseguenza elabora la prima parte del sogno, mentre l’”Io narrante” gestisce i “processi secondari” e procede nell’associazione successiva con la nonna e con la sua morte. Non è presente la funzione censoria e morale del “Super-Io”.

 

MECCANISMI E PROCESSI PSICHCI DI DIFESA

 

Sono presenti i processi psichici di difesa della “regressione” e della “fissazione” a tappe gratificanti dell’evoluzione degli investimenti della “libido”. E’ presente il meccanismo di difesa della “rimozione” e del “ritorno del rimosso”, la nonna come affetto e la nonna come perdita, nonché il meccanismo della “condensazione” e dello “spostamento”, il “tavolo”, il “dito in bocca”, la “mano sull’ombelico”.

 

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

 

L’organizzazione psichica reattiva evidenzia un intenso tratto “orale” e una sensibilità alla perdita affettiva.

 

FIGURE RETORICHE

 

Le figure retoriche coinvolte sono la “metafora” in “sotto il tavolo”, la “metonimia” nella “mano sull’ombelico”, e l’”enfasi” nel “dito in bocca”.

 

DIAGNOSI

 

La diagnosi dispone per una crisi della sfera affettiva, una psiconevrosi depressiva legata alla figura materna.

 

PROGNOSI

 

Nerina ha provveduto a ricercare l’amore mancato o insufficiente della madre nella nonna e ha riparato in tal modo il trauma per continuare a vivere e a fare i suoi investimenti evolutivi di “libido”. Si auspica un’emancipazione affettiva e un’autonomia compatibile con i suoi storici bisogni emotivi per non cadere nella dipendenza da altre figure meno affidabili della madre.

 

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

 

Il rischio psicopatologico si attesta nella sindrome depressiva e nella sofferenza di un’autonomia psichica non adeguatamente evoluta.

 

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

 

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Nerina è “3” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.

 

RESTO DIURNO

 

Il “resto diurno” del “resto notturno” di Nerina, la causa scatenante del sogno, si attesta nel ricordo della nonna o in un maldestro approccio con la madre. E’ possibile che sia stata anche una riflessione sulla situazione affettiva in atto a provocare il sogno.

 

CONSIDERAZIONI METODOLOGICHE

 

E’ opportuno un primo chiarimento sui processi psichici di difesa dall’angoscia della “regressione” e della “fissazione”.

Il primo si sviluppa secondo un movimento della “libido” invertito rispetto alla direzione normale ed evolutiva a causa di una frustrazione o di un’angoscia ingestibili dalla coscienza e non passibili di “rimozione”, per cui si ripristinano forme mentali e comportamenti del passato non compatibili con la realtà psico-esistenziale in atto. Un modo della psicodinamica regressiva è la regressione sullo spazio psichico, “topica”, che consiste in un percorso retrogrado dell’eccitazione, come avviene nel sogno. Essendo negato all’energia l’accesso alla motilità esterna, essa ritorna indietro e attiva il sistema percettivo in una creazione di immagini sensoriali e allucinatorie, i “fantasmi”, nell’aspetto immaginifico del sogno. Il cammino della “libido” istruito è sincronico e spaziale, nello stesso tempo e nello stesso spazio, ossia avviene simultaneamente all’interno dell’apparato psichico.

 

La “fissazione” è un processo psichico di difesa dall’angoscia tramite il quale l’evoluzione della “libido” e i suoi investimenti a causa di specifiche situazioni affettive ed emotive si arrestano o arretrano e si legano a persone, a situazioni, a immagini, a relazioni e a eventi particolarmente forti e significativi a livello psicologico perché rassicuranti,  protettivi e soddisfacenti specialmente in un presente ricco di frustrazioni e di traumi. La “fissazione” è collegata inevitabilmente alla “regressione” o a un processo regressivo o a un’evoluzione all’incontrario, anzi ne è la logica conseguenza riparatoria.

 

Un altro approfondimento è dedicato alla simbologia del “tavolo” e del “sotto il tavolo”: l’elaborazione culturale. La “cultura”, l’insieme degli schemi interpretativi ed esecutivi dell’uomo nei riguardi della realtà, esige che “sotto il tavolo” include ancora la “madre” e la “protezione”, la “donna anziana” e la “tutela extraterritoriale”. La cultura dei “Pellerossa”, gli Indiani d’America, con il suo prevalente schema emotivo colloca nella “tenda della donna vecchia” l’inviolabilità e l’assoluzione temporanea della colpa da parte di un maschio che in essa si rifugia, nonché l’impossibilità del potere collettivo e della forza del gruppo, il “principio maschile”, di violare lo spazio e l’autorità incarnata dalla “Madre” o dal “principio ontogenetico e neurovegetativo femminile”. La “Madre” è l’origine della Vita e del “Diritto naturale”, un insieme di norme elementari che non è scritto nella “Carta”, ma è inscritto nel “Corpo”. Di poi, quest’ultimo diventa oggetto di speculazione per la formulazione del “Diritto positivo e storico”, la “Legge”. La “Madre” è fuori dal tempo, dallo spazio, dalla storia e dalla Legge positiva. La “Madre” è archetipo, dea madre, principio senza il quale non è data la “libido”, l’energia vitale che rende possibile l’evoluzione psicofisica del “Tutto”. In termini semplici presso la cultura degli indiani d’America qualsiasi maschio che avesse commesso un reato e che si fosse rifugiato sotto la tenda della donna anziana, presente in ogni villaggio, non poteva essere catturato per l’espiazione del reato. Si tratta del “diritto di extraterritorialità” come per le attuali ambasciate. La “Madre” protegge e tutela in base alla sua potenza neurovegetativa che va al di là della Ragione e della Storia, è mentalmente oscura e risale alla notte dei tempi, è superiore alla Ragione e alla Legge umana. La “Madre” è depositaria della “Legge del sangue” e dell’antica verità da cui si origina il “Tutto”.

In altre culture tribali e primarie dell’Africa la “tenda” è sostituita addirittura dall’ampia gonna della “Madre”, sempre la donna anziana del villaggio.

Ancora si deve rilevare che le organizzazioni criminali che si originano dal popolo, come la Mafia e compagnia cantante, si basano culturalmente sugli schemi interpretativi ed esecutivi della “Legge neurovegetativa del Sangue” di cui è depositaria e padrona la “Madre”.

 

E’ opportuna ancora una precisazione suI tema della consolazione dopo la morte, il “consolo”. Quest’ultimo si attesta, ad esempio nella Sicilia degli anni cinquanta, in un pasto completo e ricco da portare ai parenti del defunto in esorcismo dell’angoscia di morte e in trionfo effimero della “Vita” nei confronti della “Morte” o quanto meno nel ripristino della prima nei confronti della seconda.

LA REGRESSIONE E IL TRAUMA

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TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Arrivo nella camera di quand’ero bambina.

Le persiane sono chiuse.

Devo recuperare gli abiti che sono rimasti nell’armadio appoggiato alla

parete e vicino alla finestra.

Questi abiti sono bagnati a causa di una grossa perdita d’acqua che sta rovinando armadio e muri.

Avvicinandomi alla parete della finestra sento freddo.

Due grosse crepe minacciano il crollo di quella parete.”

Questo è il sogno di Lexeia.

 

DECODIFICAZIONE – CONTENUTO LATENTE

 CONSIDERAZIONI

 Il nocciolo onirico: Lexeia regredisce all’infanzia e s’imbatte in un trauma.

Un richiamo teorico al processo psichico di difesa dall’angoscia della “regressione” è d’obbligo.

Trattasi di un’inversione del naturale movimento evolutivo d’investimento della “libido”. A causa di una frustrazione o di un’angoscia ingestibili dall’”Io” cosciente e non passibili di “rimozione” o di altri meccanismi di difesa, si ripristinano forme mentali, comportamentali e relazionali del passato in opposizione alla normale direzione progressiva ed evolutiva della Psiche, forme non compatibili con la realtà psico-esistenziale in atto. La “regressione” è consolatoria e funge da rinforzo narcisistico in attesa di ripristinare gli investimenti giusti per riparare il trauma o per risolvere il conflitto nevrotico.

Dopo questa premessa teorica procedo con la decodificazione puntuale del sogno di Lexeia.

 SIMBOLI ARCHETIPI FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Arrivo nella camera di quand’ero bambina.”

La “regressione” è servita. Lexeia è tornata all’infanzia, alla modalità di pensiero e di azione di allora, ai vissuti di allora e al ricordo di quello che era successo allora: il tutto in forma “condensata” e “spostata”.

La “camera” rappresenta una parte della casa psichica di Lexeia e nello specifico la dimensione inquisita in riguardo al trauma che sta elaborando.

 “Le persiane sono chiuse.”

La chiusura relazionale si manifesta in questa immagine onirica. La bambina  è isolata e sola. “Le persiane” condensano la possibilità di difendersi o di esporsi, l’apertura o la chiusura verso gli altri.

 “Devo recuperare gli abiti che sono rimasti nell’armadio appoggiato alla parete e vicino alla finestra.”

Gli “abiti” sono simboli dei modi di apparire nell’ambito sociale, quello che si esibisce agli altri in difesa della nostra autenticità, il mondo interiore fatto di gioie e dolori, di paure e titubanze. “Recuperare” condensa la razionalizzazione e la riformulazione, la rivisitazione e l’assimilazione, la disposizione a rivedere e correggere “parti psichiche di sé”. Lexeia è pronta a rivivere e assimilare i suoi modi di apparire rimossi, “rimasti nell’armadio”, e che servivano a esibirsi nel sociale. Lexeia è disposta a capire la timidezza e l’isolamento della sua infanzia e adolescenza.

 “Questi abiti sono bagnati a causa di una grossa perdita d’acqua che sta rovinando armadio e muri.”

 Il sogno di Lexeia dice il perché del blocco di questi modi di apparire, suggerisce in simbolo la causa: un trauma. La “grossa perdita d’acqua” rappresenta un danno psicofisico all’essere e all’esibirsi femminili, un danno all’estetica e alle manifestazioni di sé, un danno al corpo e alle sue funzioni.

 “Avvicinandomi alla parete della finestra sento freddo.”

 Il “freddo” rappresenta la carenza affettiva, la mancanza di aiuto durante la crisi e il “fantasma di perdita”, oltre a una caduta della vitalità.

 “Due grosse crepe minacciano il crollo di quella parete.”

 Le “crepe” condensano la rottura, la lacerazione, la ferita, la deflorazione, il trauma fisico in primo luogo. Il numero “due” rievoca la struttura binaria del corpo: due orecchie, due occhi, due braccia, et cetera. Il trauma fisico minaccia l’estetica e la socializzazione della bambina.

 PSICODINAMICA

 Lexeia regredisce all’infanzia e rievoca il suo trauma psicofisico. La rivisitazione onirica è funzionale alla “razionalizzazione” dell’evento. La “presa di coscienza” stempera l’angoscia e il condizionamento psichico e relazionale e in primo luogo estetico. Il sogno svolge la positiva funzione catartica.

 ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Le istanze psichiche coinvolte sono l’”Io” e l’”Es”. Il primo opera la “regressione” e apporta il suo contributo di chiarezza nel ricordare e organizzare simbolicamente l’evento traumatico, il secondo nell’offrire in maniera compatibile con il sonno le emozioni e le angosce congelate dentro a livello profondo.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

L’azione del processo psichico della “regressione” è manifesto, così come il “ritorno del trauma rimosso”, ritorno dovuto alle tracce visibile e alle conseguenze del trauma.

ORGANIZZAZIONE REATTIVA

Lexeia evidenzia un tratto depressivo della sua “organizzazione reattiva”: sensibilità alla perdita.

FIGURE RETORICHE

Le figure retoriche coinvolte sono la “metafora”, somiglianza, e la “metonimia”, nesso logico e in particolare in camera, persiane, abiti, armadio, muri, perdita d’acqua.

DIAGNOSI

Il sogno di Lexeia manifesta una sensibilità depressiva alla perdita nel rievocare e rivisitare un trauma psicofisico dell’infanzia.

PROGNOSI

La prognosi impone a Lexeia di portare a migliore consapevolezza l’angoscia della perdita e di controllare le emozioni collegate al trauma, al fine di ridurre le limitazioni all’espansione vitale e la formazione d’inutili complessi d’inferiorità e d’inadeguatezza.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta nella degenerazione del “fantasma di perdita” e nell’esasperazione del tratto depressivo emerso con la “regressione” all’infanzia e con la rievocazione del trauma.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Lexeia è “4” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.

RESTO DIURNO

Il “resto diurno”, la causa scatenante del sogno, può legarsi a una riflessione sul trauma o a una visione del danno fisico.

CONSIDERAZIONI METODOLOGICHE

 L’infanzia è costellata di traumi: incidenti psichici e fisici. Quelli visibili sono più facilmente risolvibili di quelli invisibili. E’ più facile “razionalizzare” e accettare un danno fisico rispetto a una violenza psichica anche apparentemente banale come ad esempio “stai zitto scemo!”. Le tracce visibili e invisibili sono sempre motivo di ricordo e di rivisitazione, di rievocazione e di riedizione. Il bambino si difende dall’angoscia con il meccanismo della “rimozione”, il dimenticare e l’omettere, ma è sempre possibile il “ritorno del rimosso” quando l’operazione non funziona e questo si verifica soprattutto nei traumi che hanno una visibilità. Il trauma fisico specifico agisce da coagulo di varie idee e ossessioni, paure e fobie, complessi e conflitti portando a un decadimento della qualità della vita. Richiede una buona funzionalità dell’”Io” e dei meccanismi di difesa meno invasivi e dispendiosi, quelli giusti per l’equilibrio psichico, come per esempio la “razionalizzazione” e la “sublimazione”.

GIORDANA IN PANTALONI

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TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

 “Giordana sogna che deve tornare a casa dopo le ferie e che sua cognata le chiede se ha un paio di pantaloni da prestarle perché i suoi sono rotti o bagnati.

Giordana dice che non ci sono problemi e intanto un bambino svuota un giocattolo cilindrico da cui escono pezzi di stoffa e altre cose.

Giordana si trova in un campeggio.”

DECODOFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Ho scelto un sogno breve e apparentemente semplice, il sogno di Giordana, anche per confermare che la linearità del “resto notturno” è più vicino all’autenticità del sogno effettivo e completo, quello che non si può carpire, dal momento che non è viziato dalle pezze logiche di sostegno. In ogni caso è valida la tesi che del sogno autentico resta una minima dose e una qualche traccia. La precaria consistenza del “resto notturno”, pur tuttavia, non è esente da tracce valide per decodificare la dinamica e l’organizzazione psichica del sognatore. Il sogno di Giordana attesta una diffusa verità: a volte la vita costringe una donna a indossare i “pantaloni”, ad assumere un atteggiamento deciso e affermativo di fronte a problematiche psico-esistenziali e a conflitti con se stessa e con gli altri. Queste circostanze sono, pur tuttavia, occasione di sofferenza e di evoluzione. Il progresso scientifico procede per errori e l’evoluzione psichica avviene per dolori. La sofferenza è sempre da evitare, eventualmente di poi da “sublimare”, ma, quando è inevitabile, bisogna riflettere sulle opportunità costruttive che questo eccesso emotivo e sentimentale può offrire.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI

L’analisi dei simboli è la seguente.

“Tornare a casa” si attesta simbolicamente in un’introspezione, in una riappropriazione del materiale psichico proiettato e alienato, in una conversione e riflessione su se stessi.

Le “ferie” rappresentano il disimpegno e la trasgressione, una momentanea fuga dalla realtà monotona di tutti i giorni, una sospensione della quotidianità  rassicurante e una finestra sul nuovo che esiste e che avanza.

La “cognata” condensa l’”alter ego”, l’alleanza di se stessi con se stessi, il rafforzamento dell’”Io” nell’intrapresa di una delicata psicodinamica.

Il “paio di pantaloni” attesta simbolicamente la forza volitiva e decisionale dell’universo maschile, il potere e l’imposizione, la sicurezza e l’autorità, l’istanza psichica “Super-Io”.

I pantaloni “rotti” condensano la perdita di potere e la crisi della sicurezza, il “deficit” deliberativo e decisionale dell’”Io”, la frustrazione e la castrazione, la crisi del “Super-Io”.

I pantaloni “bagnati” sono il simbolo di una paura di agire e di coinvolgersi, di un’eccitazione dolorosa e di uno stato di precarietà, una forma di precarietà del “Super-Io”.

Il “bambino” rappresenta la parte psichica infantile, il gioco e il sollazzo, il “principio del piacere” e la deresponsabilizzazione, la fantasia e la creatività, la “posizione fallico-narcisistica”.

L’atto dello “svuotare” condensa un rituale catartico di purificazione psicofisica, un atto di liberazione dell’inespresso, uno scarico delle tensioni legate al sistema neurovegetativo, un ripristino dell’equilibrio psicofisico turbato e il ritorno del benessere.

Il “giocattolo cilindrico” evoca simbolicamente l’organo sessuale maschile nella valenza del piacere, “libido”, e dell’esercizio erotico.

L’“uscire pezzi di stoffa e altre cose” dal giocattolo cilindrico equivale a una forma di eiaculazione, un orgasmo con polluzione, istanza “Es”.

Il “campeggio” include il simbolo della socializzazione, del vivere semplice e spontaneo, la scelta di natura e di naturale, funzione dell’istanza dell’”Io”.

PSICODINAMICA

La psicodinamica del sogno di Giordana sviluppa il “fantasma depressivo della perdita di potere” in riguardo a se stessa in primo luogo e attesta il profondo bisogno di acquistare valore di fronte a una situazione esistenziale precaria.

ANALISI

Dopo le ferie Giordana deve riprendere le normali attività della sua vita e si imbatte inequivocabilmente nei conflitti intrapsichici e relazionali. Il ritorno alla quotidianità ripropone le problematiche momentaneamente accantonate. Ma qual è il problema o il conflitto? La sua “parte maschile”! Giordana lascia affiorare nel sogno il suo rapporto con il potere e la sua convinzione di dover operare un rafforzamento in tal senso. A tal uopo deve guardarsi dentro per  recuperare la sua “androginia psichica”, in particolare la “parte maschile”, la sua volitività affermativa e la sua capacità seduttiva. La “cognata” è la chiara “proiezione” della sua crisi psichica in atto, la caduta depressiva del potere.

“Giordana sogna che deve tornare a casa dopo le ferie e che sua cognata le chiede se ha un paio di pantaloni da prestarle perché i suoi sono rotti o bagnati.”

Questo è il primo guasto da riparare.

“Non ci sono problemi”. Basta un paio di pantaloni asciutti e integri, basta riacquistare potere e autorità, basta rafforzare le funzioni dell’Io.

Ma ecco che si manifesta un altro guasto più consistente: “un bambino svuota un giocattolo cilindrico da cui escono pezzi di stoffa e altre cose.”

La “parte maschile” di Giordana è regredita e si è fissata in maniera congrua alla “libido fallico-narcisistica” per difendersi dalle offese e dalle ferite provenienti dall’ambiente. Giordana ha momentaneamente accantonato la “libido genitale”. Giordana è ferma all’autocompiacimento e non procede nel riconoscimento dell’altro e nell’esercizio degli investimenti affettivi e fusionali. La sua androginia è scompensata. Se la “parte femminile” sa riappropriarsi del suo potere e del suo fascino, la “parte maschile” si difende crogiolandosi in un brodo annacquato di giuggiole, il “narcisismo”.

Questo si può dire di fondato in riguardo al sogno di Giordana, un prodotto ricco di simboli forti e chiari che si lasciano inquadrare nella psicodinamica giusta e nella sintesi compiuta. Nel sogno di Giordana mancano alcuni pezzi che avrebbero consentito lo sviluppo di una psicodinamica più congrua e di un’analisi più ampia. Come dicevo in precedenza, i nostri sogni sono minime parti, fuse e confuse, di una produzione intensa a livello emotivo e ricca a livello di contenuti.

Questo è quello che ha passato il convento.

ISTANZE PSICHICHE E POSIZIONI

L’istanza psichica richiamata è l’”Io” e nello specifico la funzione deliberativa e decisionale, nonché la “libido narcisistica” e le pulsioni sessuali dell’”Es”. La “posizione genitale” è da bonificare e da ripristinare. L’istanza del “Super-Io” è presente nelle forme del potere e dell’autorità.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

I meccanismi psichici di difesa dall’angoscia chiamati in causa dal sogno di Giordana sono la “proiezione”, la “regressione”, la “fissazione”, la “condensazione”, lo “spostamento”, il “simbolismo”, la “figurabilità”.

ORGANIZZAZIONE REATTIVA

L’“organizzazione reattiva”, carattere, evidenzia un tratto depressivo collegato al “fantasma di perdita” e alla ricostituente “regressione” e difensiva “fissazione” alla “libido fallico-narcisistica”.

FIGURE RETORICHE

Le figure retoriche coinvolte sono la “metafora”, la “metonimia”, la “sineddoche”.

DIAGNOSI

La diagnosi esige una “psiconevrosi depressiva”.

PROGNOSI

Giordana deve recuperare la sua “parte maschile” e riportare in evoluzione la sua “libido fallico-narcisistica” in “libido genitale”. Giordana è chiamata dalle contingenze traumatiche e conflittuali della sua vita a investire in maniera donativa sublimando il dolore delle ferite narcisistiche.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta nella “fissazione” alla “posizione  fallico-narcisistica” dell’evoluzione della “libido”, nella degenerazione depressiva delle energie psichiche frustrate.

CONSIDERAZIONI METODOLOGICHE

I sogni non si lasciano mai interpretare e decodificare in maniera esaustiva e completa anche se contengono una ricca simbologia e offrono gli strumenti giusti per una corretta elaborazione. Spesso mancano quei pezzi che consentono la comprensione corretta delle psicodinamiche inscritte. Purtroppo, al mattino si vendemmiano i pochi e poveri resti di una notte oniricamente ricca e turbolenta. Da svegli si supplisce a questa precarietà funzionale con un lavoro di memoria e apponendo pezze logiche e nessi giustificativi alla trama del sogno con un lavoro mentale. In tal modo si sporca il sogno perché viene elaborato da svegli. In ogni caso il sogno resta un formidabile prodotto psichico anche se si avvicina alla “fantasticheria” o al “sogno a occhi aperti” e semplicemente perché dà la possibilità di conoscerci nei meandri profondi della nostra psiche. Del resto, interpretare i “sogni a occhi aperti” o altri testi culturali è possibile: l’operazione si attesta nel passare dal “processo secondario” al “processo primario”, come per il sogno si tratta dell’incontrario ossia nel passare dal “processo primario” al “processo secondario”, dal “contenuto manifesto” al “contenuto latente”. Il tutto è possibile sempre secondo i canoni psicoanalitici, dal momento che è stata il “Sapere psicoanalitico” a portare avanti e approfondire le ricerche sulla dimensione psichica profonda e sulla comprensione dei processi psicopatologici, non esclusa la cosiddetta normalità.

GRADO DI PUREZZA DEL RESTO NOTTURNO

Introduco questo importante rilievo per capire la manomissione che il sogno subisce al primo e al secondo risveglio o anche durante le operazioni di ricordo e di acconciatura. Il sogno nella sua purezza e totalità non lo avremo mai. Pur tuttavia, il sogno pervenuto è sempre vicino alla sua verità oggettiva e fornisce la verità psichica possibile alle condizioni date. La metafora del “fossile” è calzante. Come da un resto arcaico si possono desumere notizie sul singolo e sul composto, sul tempo e sullo spazio, sulla natura e sull’evoluzione, così dal sogno attuale si può desumere, non soltanto la formazione  personale, ma anche la modalità della funzione primaria: come funziona il pensiero nel suo primo manifestarsi? Fissando con il numero “uno” il massimo dell’ibridismo onirico e con il numero “cinque” la massima probabile purezza onirica, per ogni sogno che andrò analizzando darò un numero di valutazione che implica un giudizio sul grado di purezza. Il criterio di valutazione si attesta nei meccanismi di formazione del sogno, in base al coinvolgimento del “processo primario” e all’esclusione del “processo secondario”: dove c’è assurdità e paradosso, dove c’è creatività e anarchia logica, dove c’è fabulazione e simbolismo c’è una maggiore oggettività e una migliore verità oniriche. All’incontrario dove c’è linearità e consequenzialità logica, dove c’è un racconto composto e consequenziale, non c’è oggettività onirica. Addurrò esemplificazione nell’analisi dei prossimi sogni a completamento esplicativo delle suddette tesi. Esaminerò sogni logicamente elaborati da quasi svegli ed esposti in maniera discorsiva, estrapolerò il nocciolo onirico da cui si è sviluppata la successiva elaborazione logica e discorsiva.

In base a quanto affermato la valutazione della purezza del sogno di Giordana è 3.    

SEMBRA GUERRA MA E’ UN GRANDE AMORE

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TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Mi trovo con un amico in un luogo con della sabbia gialla che somiglia a un deserto o a una spiaggia.

Siamo seduti e davanti a noi ci sono due soldati israeliani. A un tratto, da sinistra, giunge una collega di lavoro e spara a questi due soldati che cadono a terra.

Visto quello che è accaduto, io e il mio amico ci alziamo e corriamo fino a una casa. Si tratta della casa dei miei nonni. Entriamo, ma non dalla porta, dalla terrazza.

Corriamo lungo un corridoio verso l’ultima stanza, la stanza da letto di mia madre quand’era giovane.

Ci accorgiamo che la collega ci sta inseguendo.

Nel corridoio ci sono diverse armi. Io le guardo tutte nell’intento di sceglierne una, ma nessuna mi sembra adeguata. Alla fine ne prendo una che mi va  bene.

Quando entriamo nella stanza, anche il mio amico ha un’arma. Balzo sopra il letto che si trova accanto alla porta, mentre il mio amico si apposta in un angolo della stanza lontano dalla porta da cui sarebbe entrata la collega.

Io gli faccio cenno di sparare dal momento che si trova in una posizione migliore. Tuttavia, lui si rifiuta e così io sono costretto a sparare alla collega.”

 

Questo è il sogno di Marsel, un giovane uomo di cultura mediorientale.

 

DECODOFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

 

CONSIDERAZIONI

Si nasce da madre e si vive con il padre: una semplice verità che va al di là dell’etnia, della cultura, della società e delle altre sovrastrutture che costellano il cammino della vita umana. Il “resto notturno” di Marsel svolge una parte del viaggio psichico intorno alla “posizione edipica”: l’emancipazione dalla seduzione materna e l’identificazione maschile con annesso esercizio della sessualità. Le culture influiscono sui costumi, ma non alterano i vissuti e gli assunti di base psichici. La “Madre” è un archetipo, un simbolo universale, al di là del suo individuarsi nella madre di Marsel. Questa universalità attesta non soltanto di schemi condivisi e di valori convissuti, ma soprattutto di un’essenza umana ineludibile che si manifesta nelle psicodinamiche e nella psicopatologia. Bisogna aggiungere che l’intensità dei vissuti, dei fantasmi e dei conflitti varia in base alla considerazione data alle figure coinvolte. Il caso di Marsel manifesta una cultura a base latente matriarcale ed esibita come patriarcale: l’incisività psichica della madre è superiore al valore culturale del padre, per cui si struttura un acritico attaccamento dei figli nei riguardi della figura materna.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI

Il sogno di Marsel è ricchissimo di simboli e di fantasmi. Evoca, inoltre, l’archetipo della “Madre” nel suo visitare la figura materna e lo “spostamento” nella “collega” giovane. Passiamo all’analisi.

“Amico”: trattasi di una “proiezione” difensiva di una “parte di sé” e di un rafforzamento psichico per continuare a svolgere la psicodinamica edipica. La simbologia include l’alleanza e la condivisione, la “traslazione” difensiva del  conflitto in un provvidenziale “alter ego”.

“Deserto”: istanza depressiva e “fantasma di morte”, caduta della vitalità e blocco degli investimenti della “libido”, stallo delle relazioni e isolamento.

“Spiaggia”: rilassamento e distensione, disposizione psichica e benessere esistenziale, risoluzione di conflitto e riposo del guerriero, appagamento psicofisico.

“Soldati”: cariche di “libido” in attesa d’investimento, potenziale psichico e aggressività condensata, organizzazione e disposizione dell’Io.

“Sinistra”: sistema neurovegetativo e universo psichico femminile, pulsione e regressione, fantasma di morte e istanza depressiva.

“Collega femmina”: alleato psichico e rafforzamento erotico, traslazione difensiva della figura femminile e della parte androgina corrispondente, seduzione e attrazione.

“Sparare”: esercizio della “libido genitale” e aggressività sessuale maschile,  erotismo e coito.

“Casa dei nonni”: protezione e rifugio, “regressione” difensiva e affettiva.

“Terrazza”: processo psichico di difesa della “sublimazione della libido”, desessualizzazione degli investimenti in atto.

“Stanza da letto”: “condensazione” dell’affettività e dell’intimità, erotismo e sessualità, disimpegno psicofisico e sospensione degli investimenti pragmatici.

“Armi”: organo sessuale maschile e aggressività della “libido genitale”, schermaglie seduttive e funzione penetrativa.

“Letto”: disimpegno psicofisico e rigenerazione, seduzione e intimità, affidamento ed esercizio della “libido genitale”.

PSICODINAMICA

Il sogno di Marsel sviluppa la psicodinamica edipica in tutta la sostanza femminile: la madre è l’oggetto privilegiato del travaglio onirico.

“Corriamo lungo un corridoio verso l’ultima stanza, la stanza da letto di mia madre quand’era giovane.”

ANALISI

Marsel esordisce in compagnia del suo alleato, un benefico “alter-ego”, rafforzandosi in questo viaggio onirico in rievocazione della sua sofferenza edipica e della sua emancipazione sessuale. La “sabbia gialla” mantiene l’ambiguità del “deserto” o della “spiaggia”, dell’aridità psichica difensiva del mancato coinvolgimento per l’angoscia implicita o del confine tra la terra e il mare, tra la madre e la dimensione profonda. L’esordio del sogno oscilla emotivamente tra angoscia depressiva e fascino dell’evoluzione psichica.

“Mi trovo con un amico in un luogo con della sabbia gialla che somiglia a un deserto o a una spiaggia.”

Le cariche libidiche sono in attesa d’investimento ed ecco che dal passato si profila ed emerge la “collega”, la figura femminile che trasla la figura materna da giovane, una donna particolarmente bella e aggressiva che colpisce e annienta le cariche sessuali maschili, una donna “assassina” simbolo di bellezza e di seduzione, una donna che gioca bene le sue carte femminili. Importante è notare come il sogno elabora trasformandoli anche i conflitti militari in atto in quella parte del globo terracqueo.

“Siamo seduti e davanti a noi ci sono due soldati israeliani. A un tratto, da sinistra, giunge una collega di lavoro e spara a questi due soldati che cadono a terra.”

La consapevolezza della bellezza e dell’attrazione erotica comporta una salutare “regressione” al tempo antico e nello specifico quando in casa dei nonni abitava la giovane figlia, la futura mamma di Marsel. La “terrazza” comporta il processo difensivo della “sublimazione della libido” per necessità etiche e per necessità psichiche. Marsel non s’impaurisce di fronte alla bellezza femminile e alle arti fascinose e non le vive come minacce alla sua  sopravvivenza dal momento che mette in atto la rivisitazione del tempo in cui è nata la sua “posizione edipica” e in particolare l’attrazione erotica nei confronti della figura materna. Il sogno non si ferma di fronte al nucleo psichico e conflittuale: tutt’altro! Il sogno si addentra e si dirige verso la radice del vissuto e del fantasma in riguardo all’universo femminile. Marsel ha il coraggio di rievocare la psicodinamica e di riappropriarsi del quadro.

“Visto quello che è accaduto, io e il mio amico ci alziamo e corriamo fino a una casa. Si tratta della casa dei miei nonni. Entriamo, ma non dalla porta, dalla terrazza.”

Marsel è ritornato sul luogo del delitto e ha immaginato la mamma giovane e bella come la collega assassina, l’ha immaginata nella stanza da letto, nella sua procacità intima e nel trionfo della femminilità.

“Corriamo lungo un corridoio verso l’ultima stanza, la stanza da letto di mia madre quand’era giovane.”

Ecco che ritorna la “collega” assassina; la “traslazione” della madre giovane è provvida per continuare a dormire e per sviluppare la psicodinamica edipica, una collega che li segue con intenti ambigui e non certo pacifici o meglio li insegue e non li segue, perché i due compari sono in fuga. Marsel è stato veramente affascinato, nel bene e nel male, dalla sua mamma e ha vissuto un’adolescenza di vero struggimento dal momento che i pensieri, le fantasie e le emozioni lo hanno “inseguito” in questa tormentata fase psichica della sua evoluzione.

“Ci accorgiamo che la collega ci sta inseguendo.”

A questo punto si può andare al dunque e al perché: tutti i salmi finiscono in gloria, in vera gloria. Subentrano le “armi”, anzi “diverse armi”, una gamma di organi sessuali maschili, i simboli dell’aggressività erotica deputata alla concretizzazione della “libido genitale”, la penetrazione e il rapporto sessuale. Tutto il quadro psicofisico è assolutamente normale e giusto, oltre che molto bello. Si stanno adempiendo le “scritture psico-evolutive” in un contesto commovente di ricerca e di desiderio. Tradurre in parole il travaglio amoroso di Marsel avrebbe richiesto la penna poetica di Jacques Prevert o di Pablo Neruda e la sensibilità magica di Karl Gustav Jung. E’ affascinante procedere nell’analisi del sogno di Marsel per estrapolare le delicate movenze ispirate dal sentimento dell’amore allo stato puro e dalle sensazioni del piacere allo stato trasgressivo. A questo punto Marsel attende di scegliere l’arma giusta, di crescere e di maturare a livello psicosessuale. Sono gli anni dell’adolescenza e il momento in cui Marsel può e deve operare l’identificazione nel padre per acquisire l’identità psichica maschile. La figura paterna è ipotizzata, ma non è presente nel sogno, mentre il nonno è compreso nella casa dei “nonni”. La figura maschile è presente nel sogno di Marsel sotto forma di amico e di soldati: il primo si traduce “rafforzamento” e i secondi si traducono “libido”. Dopo la giusta e umana sensazione d’inadeguatezza, Marsel ha incarnato e calzato la sua maschilità.

“Nel corridoio ci sono diverse armi. Io le guardo tutte nell’intento di sceglierne una, ma nessuna mi sembra adeguata. Alla fine ne prendo una che mi va  bene.”

L’amico di Marsel è anche lo specchio che rafforza il suo “Io” e nello specifico la sua identità maschile. Marsel vede se stesso nell’amico dotato di “arma” e rafforza la sua immagine rafforzando il suo “Io”, la coscienza e il gusto di sé. Si evidenzia un residuo di “libido narcisistica” deputata sempre al rafforzamento delle conquiste psichiche effettuate nel cammino della vita. Si evidenzia anche una complicità acrobatica in funzione difensiva da una donna potente e prepotente, la collega assassina o meglio la madre in versione giovane.

“Quando entriamo nella stanza, anche il mio amico ha un’arma. Balzo sopra il letto che si trova accanto alla porta, mentre il mio amico si apposta in un angolo della stanza lontano dalla porta da cui sarebbe entrata la collega.”

Lo strano attentato difensivo è pronto; non ci resta che seguire l’epilogo. Marsel si sposta nell’amico alleato per compiere la missione, ma poi giustamente si riappropria del suo ruolo e del suo compito edipico per cui è costretto a riconoscere la madre e ad acquisire la sua autonomia psichica. Fuori, nel mondo, ci saranno centomila donne da amare. Il simbolo “sparare” attesta il desiderio e l’attrazione sessuale a riprova che Marcel ha in atto un conflitto con la sua bella e affermativa genitrice. Auguri!

“Io gli faccio cenno di sparare dal momento che si trova in una posizione migliore. Tuttavia, lui si rifiuta e così io sono costretto a sparare alla collega.”

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Le istanze psichiche richiamate sono “l’Io, l’Es e il Super-Io”. La “posizione edipica” è dominante e la figura materna occupa uno spazio importante nell’economia psichica di Marsel.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

I meccanismi psichici di difesa coinvolti sono la “condensazione”, lo “spostamento”, la “proiezione”. I processi psichici di difesa richiamati sono la “regressione” e la “sublimazione”.

ORGANIZZAZIONE REATTIVA

L’organizzazione reattiva, cosiddetto volgarmente carattere, manifesta un tratto isterico, conflittualità intrapsichica.

FIGURE RETORICHE

Le figure retoriche usate sono la “metafora”, la “metonimia”, “l’enfasi”.

DIAGNOSI

La diagnosi è la seguente: psiconevrosi edipica, stato di conflittualità affettiva.

PROGNOSI

La prognosi impone a Marcel di portare a compimento la relazione psichica con la madre e di risolverla per comporre al meglio la sua sfera affettiva. All’uopo Marcel può ricorrere al recupero della figura paterna o alla sua alleanza.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO 

Il rischio psicopatologico si attesta in una psiconevrosi edipica di tipo isterico, fobico-ossessivo o d’angoscia con difficoltà relazionali e struggimenti. Il rischio è quello iniziale del suo sogno ossia di trovarsi “in un luogo con della sabbia gialla che somiglia a un deserto o a una spiaggia” ma senza amico.

CONSIDERAZIONI METODOLOGICHE

Il sogno di Marsel prova non soltanto dell’universalità della “posizione edipica”, ma anche di come la cultura incide nella formazione psichica e nei sogni di conseguenza. Il culto della madre è vissuto in maniera intensa dalle popolazioni del basso Mediterraneo. La Sicilia, ad esempio, riassume degnamente questo acritico, mistico e ambiguo attaccamento dei figli alle madri. La diffidenza verso il padre porta a un ridimensionamento del “Super-Io” e di conseguenza alla diffidenza verso le istituzioni politiche e giuridiche, verso lo Stato e il Diritto.

GLI OCCHI COLORATI DI BENEDETTA

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TRAMA DEL SOGNO

“Passeggiavo con mia madre in una vigna rigogliosa, nella casa di campagna in cui vivevamo. A un tratto, appare una gazzella dai bellissimi occhi verdi che sembravano occhi umani. Ci si avvicina e dice: “controllate la presenza della gente della vostra casa.” Poi va via.
Io e mia madre ci interroghiamo su tali enigmatiche parole e facciamo ritorno a casa per controllare che vada tutto bene.
Lì, era tutto tranquillo, tutto come sempre.
Allora, mia madre pensa di contattare mio fratello, che viveva fuori, per chiedergli se stesse bene. Tuttavia, pensa che era ancora molto presto e che lo avrebbe svegliato dal sonno, così rimanda la telefonata ma resta agitata.
Io le dico di stare tranquilla, nonostante io stessa fossi inquieta.”

“Poi, il mio sogno si sposta alla notte. Mi trovavo in una casa con alcuni amici del liceo. C’era anche il mio ragazzo con alcuni amici suoi, tuttavia quasi non parlavo con lui. Sedevo accanto a un’amica che aveva avuto una bambina da poco e le chiedevo come stesse la piccola. Alla domanda, lei s’intristisce e mi dice che aveva fatto una cosa stupida. Mi dice che, da appena nati, era possibile, con una semplice operazione, decidere che colore dare agli occhi dei bambini. Solo che lo splendido celeste che aveva deciso di dare agli occhi della sua piccola, si era trasformato in bianco.“

Questi sono i sogni di Benedetta.

CONSIDERAZIONI

Si evidenzia immediatamente la discorsività difensiva nel rammendare il sogno, di per se stesso anarchico, in un composto democristiano. La riformulazione logica del “resto notturno” attesta il bisogno di Benedetta di approcciarsi da sveglia alle sue produzioni psichiche notturne con rispetto, con cautela e con un buon grado di consapevolezza. E fa benissimo, perché questo suo costume mantiene quando dorme l’omeostasi nei limiti di guardia impedendo le conversioni isteriche delle tensioni in eccesso e mantiene quando è sveglia una pacatezza nella progressiva “coscienza di sé”, una dolcezza ruffiana verso se stessa, una gradevole compiacenza associata a una civile tolleranza.

SIMBOLI ARCHETIPI FANTASMI

La “vigna rigogliosa” condensa la variazione dello stato di coscienza in un quadro di benessere psicofisico, la tendenza a lasciarsi andare e a fantasticare, la capacità di vivere con facilità le pulsioni dell’Es, l’istanza profonda dove hanno sede le energie vitali in attesa di essere psicologizzate o immaginate o simbolizzate o pensate. La “vigna” condensa anche l’istituto familiare e l’esercizio disinibito degli affetti.

La “gazzella” rappresenta lo stato della giovinezza e l’eleganza della postura, la duttilità psicologica e l’elasticità del comportamento, nonché la snellezza psichica dell’”Es”, la sede delle pulsioni libidiche e della ricerca del loro appagamento naturale.

Gli “occhi” hanno un’ampia simbologia che va dalle funzioni vigilanti e razionali dell’”Io” all’eccesso persecutorio, dal “principio di realtà” alla costruzione di “neo-realtà paranoiche”, dall’istanza censoria del “Super-Io” alla colpa e alla conseguente espiazione.

La “gente nella casa” rappresenta materiale psichico non riconosciuto e vagante, possibilmente il “rimosso” ritornato su stimolo casuale e in attesa di essere razionalizzato: invasioni inopportune di vissuti e di fantasmi non invitati a pranzo e tanto meno a cena.

DECODIFICAZIONE E PSICODINAMICA

Benedetta ha fatto alleanza con la madre, ha composto la “posizione edipica” ricorrendo alla sua duttilità psichica e migliorando la capacità di assorbire le emozioni collegate al riconoscimento di questa importante figura. Benedetta si porta a spasso la mamma e il suo corredo psichico: il fantasma e il conflitto in via di razionalizzazione e di assestamento nella sua organizzazione psichica. Ma subentra la “regressione” all’infanzia sotto forma di “una gazzella dai bellissimi occhi verdi che sembravano occhi umani”, una rievocazione del tempo in cui il fantasma e il conflitto sono stati elaborati. Benedetta deve controllare il materiale edipico introiettato e assimilato in questa sua rivisitazione della figura materna: “controllate la presenza della gente della vostra casa.”
L’alleanza continua nella ricerca di mantenere una coscienza critica di sé nella sua casa psichica, nel suo ambito interiore: “tutto tranquillo, tutto come sempre”. La “madre fantasma” e la “madre conflitto” sono ben sistemate, sono alleate e sono amiche.
Ecco che subentra il vero problema: la psicodinamica conflittuale del “sentimento della rivalità fraterna” quando Benedetta era gazzella, una bambina sensibile agli affetti.
“Mia madre pensa di contattare mio fratello”.
Bisogna tenerlo rimosso questo fantasma: “lo avrebbe svegliato dal sonno”. Il prezzo è l’agitazione: “Io le dico di stare tranquilla, nonostante io stessa fossi inquieta.”
Questo è il prezzo modesto che si paga per un fratello rivale negli affetti e in via di sistemazione psichica.
E brava Benedetta!

Nel secondo sogno sono presenti gli stessi personaggi del primo: un giovane uomo, una mamma amica, una figlia bambina, gli occhi celesti diventati bianchi.
La psicodinamica non riguarda la rivalità fraterna, bensì la “regressione” all’infanzia da parte di Benedetta e all’accettazione della sua bambina dagli occhi bianchi, i suoi, e non quelli celesti voluti dalla mamma. Il sogno rievoca il bisogno progressivo di Benedetta di emanciparsi dalla figura materna e in particolare dall’ideologia e dalla visione del mondo dell’augusta genitrice. Benedetta sogna il tempo in cui ha preso coscienza della sua possibile autonomia di pensiero dopo aver elaborato la sua identità femminile identificandosi nella madre: “da appena nati, era possibile, con una semplice operazione, decidere che colore dare agli occhi dei bambini.”
Da bambini siamo “imprittati” dalle mamme non soltanto a livello affettivo, ma anche a livello di modalità di pensiero e di contenuti ideologici.
“Poi, il mio sogno si sposta alla notte”, al tempo in cui era bambina e la consapevolezza era obnubilata dalla giovane età e dall’intensità delle emozioni: la “notte”, la caduta della vigilanza razionale dell’”Io”.
Degna di nota è il vissuto di Benedetta in riguardo alla manipolazione della madre che non accetta la figlia con gli occhi naturali e vuole imporre il complesso delle sue idee sotto forma di “occhi celesti”. Chiaramente si tratta di una “proiezione” di Benedetta che esprime il suo sforzo di emancipazione ideologica dalla madre, il rifiuto dello “splendido celeste che aveva deciso di dare agli occhi della sua piccola”.
E ancora brava Benedetta!

MECCANISMI E PROCESSI DI DIFESA

I meccanismi psichici di difesa richiamati in sogno sono la “proiezione” e “l’identificazione”.
Il processo psichico di difesa richiamato in sogno è la “regressione”.

ISTANZE PSICHICHE

Le istanze psichiche richiamate in sogno sono Es, Io e Super-Io.

ORGANIZZAZIONE REATTIVA

L’organizzazione reattiva evidenziata in sogno è in parte “paranoide”, sensibile alla colpa e all’espiazione della stessa.

FIGURE RETORICHE

Le figure retoriche coinvolte nel sogno sono la “metafora” e la “metonimia”: vigna rigogliosa, gazzella, occhi, gente nella casa.

DIAGNOSI

Il sogno evidenzia una psiconevrosi in riguardo alla “rivalità fraterna” e alla “posizione edipica”.

PROGNOSI

La prognosi impone a Benedetta di concludere l’emancipazione psichica dalla figura materna procedendo con la cautela che la contraddistingue e di vivere il sentimento della “rivalità fraterna” con la sicurezza che ha rafforzato la sua emancipazione ideologica.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta in un conflitto psiconevrotico che si ritorce in uno struggimento alla ricerca della giusta dimensione relazionale.

CONSIDERAZIONI METODOLOGICHE

Il sogno dice della realtà psichica in atto in forma topica, dinamica ed economica: quale istanze coinvolge, come si squaderna la “libido e quanta ne investe. Conseguono le difese e le psicodinamiche. Da un sogno possiamo avere un quadro della situazione psichica in atto, da diversi sogni possiamo avere l’evoluzione della suddetta situazione. Si tratterà sempre di un’evoluzione che possiamo umanamente definire fausta o infausta. Il sogno dice se la psicodinamica ha avuto una buona presa di coscienza per cui si è bonificata o se è stata obliata per cui è tralignata in un sintomo, se è stata oggetto di riflessione o se è stata abbandonata nel dimenticatoio. La decodificazione del sogno è psicoterapia perché induce sempre una presa di coscienza del dato psichico in atto, al di là che si tratti di trauma o di conflitto.
La decodificazione del sogno accelera la psicoterapia e favorisce la giusta e salutare autoconsapevolezza. Le sedute s’incentrano sulle cause per risanare gli effetti senza un’interminabile ricerca del materiale psichico patogeno.
La decodificazione del sogno è compito dello psicoterapeuta ed è oggetto di analisi da parte del paziente fino al riconoscimento del proprio materiale psichico. Benedetta è al quarto sogno e l’evoluzione benefica autonoma è evidente. La psiche è filogenetica, ama la sua origine e la sua funzione, tende a risolvere i conflitti e a continuare a vivere, a integrare le parti psichiche alienate o non assimilate. Il sogno è filogenetico, uno strumento diagnostico e terapeutico per sua essenza.

I FULMINI AZZURRI DI ZEUS

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“Enzo sogna di trovarsi in casa di sua madre con sua figlia.
Davanti casa, in giardino scoppia un temporale pauroso e una tromba d’aria sta per risucchiare il cane di Enzo.
Enzo lo chiama dentro e chiude la porta.
Riferisce tutto alla mamma e alla figlia, ma quando apre la finestra per far vedere quanto ha raccontato, si trova davanti a un paesaggio bellissimo: New York di notte con tante luci.
Enzo, pur gradendo il paesaggio, è affascinato dalla tromba d’aria che emetteva fulmini azzurri da non poter staccare gli occhi.”

Il sogno di Enzo può essere titolato secondo la mitologia greca “i fulmini azzurri di Zeus” perché i simboli dominanti sono, per l’appunto, i “fulmini azzurri”, in associazione al “temporale e alla “tromba d’aria”: un sogno dominato dagli agenti atmosferici più insidiosi, a testimonianza di una dominante “umoralità acritica” del protagonista. Zeus era stato immaginato dalla “Fantasia collettiva” del popolo greco come il padre degli dei e degli uomini, un padre giusto ma severo, detentore di saetta e pronto alla punizione di tutti quelli che si macchiavano di “ubris”, “ira”, il peccato originale greco che si attestava nella rottura da parte dell’uomo dell’armonia etica e sociopolitica costituita, nel mancato riconoscimento delle divinità tradizionali, nell’assenza della “pietas” latina ossia nella violazione del rito e nel culto mancato. Il fulmine era l’arma di Zeus per colpire gli uomini “empi” e per punire le loro colpe, in attesa che la scienza spiegasse elettricamente il fenomeno naturale senza minimamente incidere sulla bellezza delle fantasiose teorie mitologiche. Zeus rappresenta, secondo le teorie psicoanalitiche di Freud, un prototipo di “Super-Io”, l’istanza psichica morale e censoria che fissa i limiti e i doveri umani. Il sogno di Enzo manifesta una chiara tendenza a sentirsi in colpa e un conseguente bisogno di espiazione della stessa all’interno di una cornice psico-cognitiva fatta di suggestione e di superstizione: il benefico crepuscolo della ragione. Enzo non sogna a caso i “fulmini azzurri”, deve averli ben conosciuti e sperimentati sulla sua pelle, se la sua struttura caratteriale e la sua sensibilità si sono instradate nel sogno verso tali direzioni. Il sogno di Enzo attesta, inoltre, di una tendenza alla variazione dell’umore, alla luce dell’importanza accordata ai fenomeni naturali come il temporale, il fulmine e la tromba d’aria. Ancora: il sogno di Enzo si svolge in un teatro dominato da figure femminili, la madre e la figlia. A questo punto non resta che procedere nell’analisi puntuale del suo “resto notturno”.
Il sogno verte nel suo esordio sull’istituto familiare e, di conseguenza, sull’affettività che si vive e si esercita in questo contesto sociale di base. Enzo mostra immediatamente tre generazioni: “sua madre”, se stesso e “sua figlia”. Immediatamente si attesta sulla dimensione affettiva: la realtà affettiva pregressa, la sua mamma e la famiglia d’origine, e la realtà affettiva in atto, lui e sua figlia. Enzo ha una madre e una figlia, ha conosciuto due famiglie e gli affetti collegati ed esercitati. La cornice familiare introduce i valori dell’unità, della condivisione, dello scambio, modalità socioculturali presenti in una piccola società armonica come la famiglia: la cellula sociale per eccellenza. Ma perché Enzo non introduce la moglie e il padre? La domanda è lecita. La risposta può essere questa: Enzo sposta e condensa la figura della moglie nella madre o quest’ultima non è presente in questo contesto familiare e affettivo per altre ragioni che il sogno non evidenzia. Del padre non c’è traccia, anche se indirettamente è richiamato dal fulmine e dalla punizione. Degno di rilievo e a completamento di quanto affermato è il simbolo della “casa”, una struttura psichica allargata come la famiglia. Assodiamo i vari punti nel procedere con l’interpretazione.
Enzo ha un forte valore in riguardo alla famiglia e un forte bisogno in riguardo agli affetti. Queste sono le prime verità offerte dal sogno.
A questo punto la struttura familiare e la dinamica psichica in atto,” davanti casa, in giardino”, sono turbate da due eventi minacciosi: “un temporale pauroso e una tromba d’aria” in associazione al termine “scoppia”. Ecco un evento traumatico, altamente traumatico, che all’inizio si profila con la paura e di poi con l’effettiva concretezza. Il “temporale” simbolicamente condensa una variazione repentina d’umore collegata a un altrettanto repentino evento o vissuto sconvolgente, mentre la “tromba d’aria” rappresenta la punizione divina che scende dal cielo in espiazione di una colpa o di un tremendo peccato. Ricapitolando Enzo ha un culto della famiglia, a cui si affida affettivamente, ma all’improvviso un evento o un vissuto traumatico voluto dal cielo lo minaccia in espiazione di un senso di colpa. Particolarmente insidiato è il cane di Enzo, una chiara trasposizione di un affetto familiare dipendente, la “figlia”. Enzo ha temuto l’incolumità della figlia, “sta per risucchiare”, e l’ha salvata da una terribile minaccia, la “tromba d’aria”; quest’ultima condensa un “fantasma di morte” nel suo essere particolarmente distruttiva e la sua collocazione nell’”alto” l’equipara a una volontà e a una punizione divine. Degno ancora di nota è il termine “risucchiare” che attesta di una forma d’ingravidamento regressivo e mortale.
“Enzo lo chiama dentro e chiude la porta.”
La chiusura della porta attesta di una giusta difesa di Enzo verso gli affetti familiari, un impedimento agli estranei d’interferire sugli affari psichici della famiglia. Ecco che arriva la difesa dall’”angoscia di perdita” affettiva e la “conversione nell’opposto”.
“Riferisce tutto alla mamma e alla figlia, ma quando apre la finestra per far vedere quanto raccontato, si trova davanti a un paesaggio bellissimo: New York di notte con tante luci.”
Enzo non vuol pensare sul rischio corso e sul pericolo scampato, si difende con la “rimozione”, il dimenticare per continuare a vivere e a non soffrire. Il sogno offre a Enzo una conversione piacevole e ottima dalla “tromba d’aria” a una metropoli in versione notturna, dalla punizione di Dio a un godimento sensoriale, dalla distruzione della furia della natura a un bellissimo paesaggio. Enzo deve dimenticare quello che è successo. Ripeto: mancano all’appello nel sogno e dalla famiglia il padre di Enzo e la moglie o la madre della bambina. Le mille luci notturne condensano l’eccitazione dei sensi e gli stimoli erotici verso i quali Enzo si dimostra in confidenza.
Ma anche il dolore vuole la sua parte perché ha una sua bellezza e, quanto meno, non bisogna dimenticarlo per continuare a vivere meglio. Ecco il fascino della “tromba d’aria”: la rimuove parzialmente e la tiene in considerazione per il suo futuro. La “tromba d’aria” può colpire, ma ha una sua bellezza, una sua attrazione psichica. Una forma di masochismo? Autolesionismo? Un’alleanza con il nemico? Di certo, si può dire che il dolore ci fa sentire tanto vivi e che la memoria ha un culto da ottemperare.
“Enzo, pur gradendo il paesaggio, è affascinato dalla tromba d’aria che emetteva fulmini azzurri da non poter staccare gli occhi.”
Ritornano le minacce dal cielo, la punizione divina, la figura di Zeus, il “Super-Io” rigido, il padre assente o presente indirettamente. L’azzurro è il colore a metà tra il sogno e la vita, tra la calma e l’eccitazione. Inoltre è da rilevare come il fatalismo e la superstizione siano presenti in Enzo come schemi magici ereditati dalla sua infanzia: il crepuscolo della ragione a vantaggio della fantasia e del “pensiero primario”.
Il sogno di Enzo condensa il tema del senso di colpa e della sua espiazione, un prodotto psichico secondo cultura greca antica, ma sempre moderna.
La prognosi impone a Enzo di conservare e coltivare i suoi valori in riguardo alla famiglia e agli affetti, ma di ridurre la convinzione fatalistica e di esercitare i dettami razionali con migliore convinzione. Enzo deve investire la sua “libido” e sperimentare nuovi traguardi affettivi.
Il rischio psicopatologico si attesta in un ristagnare della qualità della vita e in una caduta delle relazioni affettive per continuare a mantenere un equilibrio destinato necessariamente a evolversi: una psiconevrosi di natura paranoica in spasmodica difesa dell’ordine costituito.
Riflessioni metodologiche: il sogno di Enzo richiama il concetto del trauma e della sua risoluzione. La vita è un trauma: il trauma della nascita e la nascita del trauma. Riserva gioie e dolori in qualsiasi momento della sua evoluzione, vissuti che trovano nella nostra formazione psichica lo strumento di risoluzione. I traumi ci formano e noi reagiamo ai traumi in base a come ci hanno formato a livello psichico. Il trauma può essere definito come qualsiasi esperienza, vissuta o immaginata, che non ha trovato un’adeguata presa di coscienza e una valida razionalizzazione, un materiale psichico ingestibile dalla coscienza. Questo “deficit” può avvenire per naturale fuga dall’angoscia. A livello psichico subentrano i “meccanismi di difesa” in soccorso dalle emozioni più sconcertanti e in difesa del nostro equilibrio psicofisico in atto. Il pensiero, pur tuttavia, non basta a risolvere l’angoscia. Sono necessari la parola e l’altro, un interlocutore possibilmente oggettivo. Il trauma va detto e comunicato e allora si è alla metà dell’opera. Di poi, si procede verso la comprensione e la risoluzione possibili.

MATERNITA’ E COLPA

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“Martina si trova in una strada di sassi in piena notte: la strada che porta da casa sua a quella dei genitori.

E’ buio, ma Martina è colpita dalla luna bellissima che le fa chiaro lungo il percorso.

Le viene intorno un cane piccolo color crema, che poi sparisce in quel buio. Martina arriva a casa dei suoi e pensa a quel cane che è solo.

Allora torna lì dove lo aveva perso di vista. E’ buio e la luna non c’è a farle  chiaro.

Martina non ha paura e continua a chiamare quel cane.

Decide di chiudere gli occhi e di tornare a casa dei suoi, dal momento che la strada la conosce a memoria perché la faceva sempre da piccola.

Alla fine della strada di sassi Martina sente con le mani che davanti c’è una tenda e la sposta sempre con le mani.

Non ha paura e si dice “sei arrivata” e si chiede cosa fosse quella tenda in mezzo a quella strada di sassi.”

 

Il sogno di Martina è intenso e denso di sensi e di significati, di emozioni e di simboli, di ricordi e di traumi, di soluzioni e d’integrazioni.

Procederò con la decodificazione progressiva dei “segni” onirici portanti.

“Martina si trova in una strada di sassi in piena notte”.

L’esordio del sogno attesta di uno stato crepuscolare della coscienza e di una situazione psichica “d’interiorità intima”: si profilano vissuti personali di un certo spessore e di una certa delicatezza. La strada con i sassi indica una situazione esistenziale difficile in cui Martina è chiamata a deliberare e a decidere.

“La strada che porta da casa sua a quella dei genitori”, dall’attualità e dal presente al passato e a ciò che è stato vissuto, condensa una “regressione”.

Uso il termine “regressione” non in senso di “processo di difesa dall’angoscia”, ma in senso esclusivamente temporale. Martina torna indietro nel tempo, magari stimolata dal “resto diurno”, da un ricordo occasionale o da un incontro fortuito o da un fatto insignificante che sfugge alla sua coscienza e alla sua riflessione.

“E’ buio, ma Martina è colpita dalla luna bellissima che le fa chiaro lungo il percorso.” La strada è di sassi, ma la “luna bellissima” accompagna Martina in questo suo conflitto o meglio in questo suo “ritorno del rimosso”. La luna è un classico simbolo femminile, una femminilità nella sua globalità e interezza, dal versante buono al versante cattivo: la luna nuova e la luna nera. Oltretutto la luna è bellissima per attestare che nel sogno è coinvolta la femmina Martina e la femminilità di Martina: il buio della piena notte e il chiaro della luna, una sintesi simbolica globale e meravigliosa dell’universo psicofisico femminile. C’è tutto in questa sintesi: la maternità, la seduzione,  il ciclo mestruale, la sensualità, la sessualità, il sistema neurovegetativo non dissociato dal crepuscolo della ragione.

“Le viene intorno un cane piccolo color crema”: alla femminilità si associa l’esser femmina e la maternità. Il “cane piccolo” rappresenta l’oggetto vivente dell’amore materno, la “traslazione” o lo “spostamento” del figlio. Il “color crema” evoca la pelle e il calore affettivo, le carezze e le premure materne.

Ma la maternità e l’amore materno subiscono una pesante frustrazione: il cane piccolo “poi sparisce in quel buio”. Sparire è un brutto “fantasma di morte”, condensa l’impossibilità affettiva e la drasticità della fine, l’angoscia depressiva della perdita e dell’abbandono materno. Così leggo nel mio personale dizionario dei simboli onirici. Il “fantasma di morte” è aggravato dal “buio”: dimensione psichica profonda e meccanismo di difesa dall’angoscia della “rimozione”, colpa e male, assenza di coscienza e di razionalità.

“Martina arriva a casa dei suoi e pensa a quel cane che è solo”: “ritorno del rimosso” e “riedizione del trauma”. La “rimozione” è il meccanismo principe di difesa dall’angoscia e funziona relegando nel “dimenticatoio” il materiale psichico ingestibile dall’”Io”. Il “ritorno del rimosso” è dovuto al mancato funzionamento della “rimozione” e al conseguente riemergere alla coscienza  del materiale, per l’appunto rimosso, insieme alle emozioni collegate. Martina aveva rimosso il trauma del piccolo “cane che è solo”, ma quest’ultimo riemerge con tutto il suo carico emotivo e si presenta in forma adeguatamente camuffata in sogno. Si deve ulteriormente rilevare la benefica funzione catartica del sogno.

Martina “allora torna lì dove lo aveva perso di vista.” E’ chiarissimo il “contenuto manifesto” e il “contenuto latente”: il trauma è tornato alla memoria e alla coscienza.

“E’ buio e la luna non c’è a farle chiaro.” Martina si trova in piena crisi perché non riesce a razionalizzare il trauma che le è piombato addosso senza avere avuto la possibilità di prepararsi per rielaborarlo. Il “buio” simboleggia l’assenza di coscienza razionale e la dimensione psichica cosiddetta inconscia. Il “buio” è piombato nella sua dimensione femminile:”la luna non c’è a farle chiaro”. Martina ha litigato con la sua “luna”, la sua femminilità, la sua femmina, la sua maternità. Si profila questo trauma nel passato di Martina e precisamente quando era figlia in famiglia.

“Martina non ha paura e continua a chiamare quel cane.” Martina persiste nel tentativo di assolvere il senso di colpa di aver abbandonato al suo destino di solitudine il “cane piccolo color crema”: riparazione del trauma in grazie all’istinto materno. L’assenza di paura attesta della rassegnazione legata a un’esperienza  vissuta, per cui Martina sa che non troverà il “cane piccolo color crema”, ma esprime il bisogno legato al suo universo desiderante e sempre nel tentativo di assolvere quella che vive come una colpa.

“Decide di chiudere gli occhi e di tornare a casa dei suoi, dal momento che la strada la conosce a memoria perché la faceva sempre da piccola.”

“Chiudere gli occhi” equivale a un disimpegno della coscienza, a un non voler vedere in faccia la realtà dei fatti, a una “rimozione” del trauma. “Tornare a casa dei suoi” equivale a rivisitare il luogo e il tempo del trauma, rafforzato dal fatto che la sua vita in famiglia la ricorda bene perché è stata vissuta intensamente nel bene e nel male.

Mi ripeto soltanto per confermare la funzione dei meccanismi psichici di difesa: il trauma è riemerso perché la “rimozione” non ha funzionato in riguardo a quel trauma. Quest’ultimo è stato scatenato da un evento fortuito o da un’associazione mentale e allora si è verificato il “ritorno del rimosso” con la rappresentazione o l’immagine del trauma e l’emozione collegata.

“Alla fine della strada di sassi Martina sente con le mani che davanti c’è una tenda e la sposta sempre con le mani.”

Alla fine del travaglio c’è il trauma nel simbolo della “tenda”: la madre e la maternità nella sua componente sacrale. Sentire e spostare con le mani la tenda attesta dell’istinto materno e della “rimozione”, entrambi esenti da riflessione razionale. Martina non ragiona, ma si emoziona sul tema della maternità e la rimanda, la dimentica pur sentendo la spinta pulsionale di natura organica e psichica.

“Non ha paura e si dice “sei arrivata” e si chiede cosa fosse quella tenda in mezzo a quella stradina di sassi.”

E’ tutto passato, l’esperienza è stata rivissuta in sogno e si può nuovamente comporre. Adesso Martina sa il significato profondo della” tenda”, la madre e la maternità, in rievocazione di quel travagliato momento della sua vita di adolescente.

 

Basta la frustrazione di una gravidanza o una mancata maternità per scatenare questo sogno. Basta che uomo e donna discutano sul tema della paternità e della maternità, perché si presenti il “fantasma” in riguardo all’essere stato figlio, il come uomo e donna si sono vissuti da bambini in seno alla famiglia. Esistono altri fattori più traumatici legati a esperienze drastiche che aspirano a essere considerati clinicamente. Il sogno di Martina attesta della delicatezza dell’argomento maternità nella psiche di una donna o meglio nella “borsa di una donna” come recita una canzone di musica leggera, non tanto leggera in questo caso.

 

La prognosi impone a Martina di considerare il “ritorno del rimosso” e di approfittare per un’adeguata e decisa presa di coscienza: razionalizzazione del trauma o della frustrazione. Il sogno è sempre un buon alleato perché non mente anche se racconta le storie in maniera camuffata per non angosciarci e farci dormire.

 

Il rischio psicopatologico si attesta nella variazione d’umore collegata al persistere del “ritorno del rimosso” e soprattutto nelle tensioni collegate e congelate a livello profondo, in quei settori della psiche che contengono tutti i vissuti che non si possono tenere nella dimensione cosciente. Queste tensioni in eccesso ritrovano il loro equilibrio turbato nella “conversione isterica” e nella “formazione di sintomi”. In ogni caso viene sensibilizzato anche il tratto depressivo della “formazione reattiva”, il carattere per la precisione. Martina non deve essere vittima della tirannia del “rimosso”.

 

Riflessioni metodologiche: un riepilogo sul meccanismo di difesa della “rimozione” è opportuno. Di poi, sintetizzerò il cosiddetto “istinto materno” e il significato psico-antropologico della “tenda”.

La “rimozione”è il meccanismo di difesa principe e nobile riscontrato da Freud nella sua pratica clinica come causa delle psiconevrosi isteriche e di poi elaborato per giustificare la cosiddetta scoperta dell’”Inconscio”. In realtà di “Inconscio” avevano parlato i filosofi sin dal tempo del greco Anassimandro a partire dal quinto secolo “ante Cristum natum”, del tedesco Leibniz e dell’ancora tedesco Shelling e di altri filosofi di varia nazionalità. Si distinguono tre livelli operativi.

La “rimozione primaria” è il residuo arcaico, individuale e collettivo, di rappresentazioni disturbanti non coscienti, come la “scena primitiva”, la “colpa” e la “seduzione”, che costituiscono di poi punti di fissazione per le rimozioni successive.

La vera “rimozione” consiste in un processo attivo dell’”Io” che mantiene fuori dalla coscienza le rappresentazioni inaccettabili per semplificare la vita corrente. La “rimozione” da parte dell’”Io” si attesta nel relegare a livello profondo rappresentazioni angoscianti. In quest’operazione di difesa  le istanze del “Super-Io” e dell’”Io” sono alleate nel disattivare la memoria da questi vissuti angoscianti inconciliabili e incompatibili con l’equilibrio psicofisico .

Il “ritorno del rimosso”, la fuga dalla “rimozione” delle rappresentazioni sottili e delicate, può essere utile e funzionale come nel sogno e nei fantasmi o imbarazzante come nei “lapsus” e nelle “paraprassie”, le false azioni, oppure può essere patologica come nei sintomi nevrotici che testimoniano del fallimento reale della “rimozione”. Al suo mancato funzionamento e al “ritorno del rimosso” si attribuiscono i fenomeni isterici, le inibizioni, le ossessioni e l’impoverimento psichico in generale. Il processo consiste nel disinvestimento delle rappresentazioni angoscianti e nel successivo controinvestimento dell’energia pulsionale disponibile in rappresentazioni autorizzate. Freud riteneva inizialmente che la “rimozione” fosse la causa dell’angoscia, di poi dimostrò che è l’angoscia a creare la “rimozione”.

Passiamo all’istinto materno. Può essere definito come la rappresentazione fantasmica della psicofisiologia genitale femminile, il modo di vivere la “libido genitale” e di sentire il corpo nel suo essere materno. Istinto materno è il complesso delle fantasie in riguardo al corpo, nello specifico l’apparato sessuale femminile, che di poi viene inquadrato e organizzato dalla mente. Tali vissuti si incamerano durante la “posizione edipica” e la “fase genitale” degli investimenti della “libido”, si fissano nell’identificazione nella madre e nell’acquisizione dell’identità femminile e si evolvono nell’adolescenza con la pubertà e la maturazione genitale.

Passiamo alla “tenda”. Il significato antropologico della “tenda” presso la cultura degli indiani americani, i cosiddetti “Pellerossa”, si attestava in una simbologia materna e in una forma di extraterritorialità. Chi, maschio ovviamente,  commetteva un reato e si rifugiava nella tenda della donna anziana della tribù non poteva essere catturato, perché il luogo godeva dell’impunità. Questa è memoria, perché la cultura dei Pellerossa è stata mirabilmente distrutta o relegata a coreografia turistica. In compenso ricordo che nella simbologia archetipale, universale e primaria, la “Madre” assolve le colpe dei figli in base al suo codice fusionale, al di là della “Legge del Padre” che invece condanna ed esige l’espiazione della colpa in base al suo codice dirimente.

Maestro nella decodificazione dei simboli universali e culturali è stato Karl Gustav Jung, collega di Freud e della prima psicoanalisi e di poi dissidente e fondatore della “Psicologia analitica”, semplicemente un grande per la sua vasta formazione e per la sua capacità di sintetizzare le varie conoscenze in una valida teoria. Senza il suo contributo oggi sapremmo poco sul fenomeno psicofisico del sogno. Invito a leggere il suo testo “L’uomo e i suoi simboli” per una prima introduzione alla “Psicologia analitica” e al tema del significato profondo dei sogni.

IL TRAVAGLIO DELLA RINASCITA

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“Gregorio sogna di trovarsi in compagnia di una donna dentro una cabina a due posti e con vetrate e sospesa in aria sui binari.

A un certo punto Gregorio si è ritrovato fuori dalla cabina e la guardava dall’esterno e percepiva di dover fare un salto perché le rotaie finivano e la cabina sarebbe precipitata.

Infatti la cabina andava giù e Gregorio si sentiva sicuro, poi ha percepito che qualcosa non andava e ha avuto paura e subito dopo c’è stato lo schianto.

E’ caduto a terra a pancia in giù cosciente guardando la donna che era in sua compagnia. Ha sentito la testa come in una morsa tra la strada e la cabina, ma senza alcun danno fisico.

Subito dopo si è rialzato come se niente fosse successo chiedendo all’amica se stesse bene. L’amica aveva delle perdite di sangue nel viso, ma stava bene.”

 

Il sogno di Gregorio si presenta simbolicamente ben quadrato con le sue acrobazie aeronautiche o con i suoi voli da montagne russe del miglior lunapark di Vienna. Le condensazioni sono particolarmente significative e intessono la consueta psicodinamica edipica intessuta in maniera personale.

Procediamo con chiarezza e sintesi.

Gregorio si trova “in compagnia di una donna dentro una cabina a due posti con vetrate”. Si evince che questa donna è la madre dal fatto che la “cabina”, in quanto recettiva, rappresenta la figura materna, “a due posti” è un rafforzamento della coppia edipica, le “vetrate” esprimono  l’esibizione sociale protetta dei ruoli di madre e di figlio, l’essere “sospesa in aria” condensa il meccanismo psichico di difesa della “sublimazione”, i “binari” esprimono il senso della costrizione e della necessità naturale. Il “binario” esprime un “fantasma di morte” collegato alla figura materna, un’istanza depressiva di dipendenza e di perdita. Tirando le somme, Gregorio ha una relazione con la madre contraddistinta da dipendenza affettiva e il tutto secondo i dettami edipici della “sublimazione” ossia della nobilitazione desessualizzata del legame. Gregorio ha superato la tappa del possesso della madre e dell’odio verso il padre e si sta avviando verso la liquidazione della posizione edipica. Sognando si è portato la mamma in alto sublimandola e dentro una cabina lucida e trasparente a testimonianza della consapevolezza del suo “status” psichico e della qualità del suo legame.

“A un certo punto Gregorio si è ritrovato fuori dalla cabina e la guardava dall’esterno”; per accrescere la consapevolezza della possibilità del distacco Gregorio esce fuori dalla cabina, sempre in un dimensione sublimata, per capire il rischio psichico di mantenere la sua relazione con la madre in termini squisitamente edipici. Gregorio si autopartorisce, “percepiva di dover fare un salto perché le rotaie finivano e la cabina sarebbe precipitata.” Le costrizioni psichiche, le dipendenze dalla madre, le psicodinamiche dell’infanzia devono evolversi in un salto di qualità della relazione con la madre e della vita psichica. Si profila per Gregorio un’auspicabile maturazione umana, un distacco anche doloroso, le rotaie, ma necessario per crescere. Gregorio e la mamma devono precipitare perché i binari sono terminati con le costrizioni psichiche, Gregorio è cresciuto ed è pronto per trovare la dimensione giusta del suo rapporto con la madre. Il precipitare comporta una simbologia depressiva di perdita, dal momento che la dinamica è rischiosa e drammatica, ma include anche il simbolo della concretizzazione materiale della figura materna, il viverla così com’è, il “riconoscerla” secondo i dettami della Psicoanalisi.

“Infatti la cabina andava giù e Gregorio si sentiva sicuro, poi ha percepito che qualcosa non andava e ha avuto paura e subito dopo c’è stato lo schianto.”

In un primo tempo il distacco dalla madre avviene in maniera sicura, Gregorio è pronto a liquidare il complesso di Edipo. Di poi, subentra la vertigine della libertà e la paura che quest’ultima non traligni in solitudine. Lo “schianto” è il prezzo che si paga alla perdita del rassicurante passato e all’acquisto di una dimensione nuova e ambita, la realtà adulta; l’aspetto tragico dello schianto è legato anche al senso di colpa di aver rotto l’unità della diade madre-figlio.

“E’ caduto a terra a pancia in giù, cosciente e guardando la donna che era in sua compagnia. Ha sentito la testa come in una morsa tra la strada e la cabina, ma senza alcun danno fisico.”

La consapevolezza accompagna il “fantasma della rinascita” simbolicamente presente nel sentire “la testa in una morsa tra la strada e la cabina”. Gregorio elabora in sogno la simbologia di un parto travagliato “ma senza alcun danno fisico”. Interessante la scena onirica di Gregorio caduto “a pancia in giù” che guarda la madre “che era in sua compagnia”. La diade si è liberata dopo lo schianto. La pancia in giù attesta di una posizione fetale così come lo schianto attesta di un “fantasma di morte” depressivo o di una soluzione violenta alla perdita. In effetti, la caduta dalle montagne russe di Gregorio e della madre avviene in un contesto meno tragico rispetto al contenuto del simbolo.

A questo punto abbiamo la conferma del parto simbolico andato a buon fine: “l’amica aveva delle perdite di sangue nel viso, ma stava bene.” E per quanto riguarda Il figlio il sogno dice che “si è rialzato come se niente fosse successo”.

Il sogno di Gregorio dimostra come il riconoscimento della madre, fatto al momento giusto, sia impresa indolore, nonostante la scenografia acrobatica e la soluzione finale da ossa rotte. Nel sogno ci si può permettere acrobazie che nella veglia sarebbero tragiche. Gregorio era pronto e degno della sua autonomia: “fare legge a se stesso”.

La prognosi impone a Gregorio di rafforzare la sua emancipazione dalla madre e la sua acquisita autonomia rivolgendosi all’universo femminile con intraprendenza e sicurezza.

Il rischio psicopatologico si attesta nella “regressione” per bisogni affettivi o per il tralignare della libertà in solitudine e nella sintomatologia classica delle psiconevrosi edipiche: isterica, fobico-ossessiva e depressiva.

Riflessioni metodologiche: il sogno è ricordato,composto, raccontato. Da energia ribelle in piena elaborazione psichica nella fase del sonno R.E.M. viene progressivamente ridotto al risveglio in parole tranquille. In queste operazioni il sogno riceve un accomodamento emotivo e logico attraverso dei nessi che necessariamente non contiene perché non viene elaborato dai “processi secondari” e, quindi, è esente dalla consequenzialitàlogico-discorsiva. Di per se stesso il sogno è prossimo al delirio perché viene elaborato dai “meccanismi primari” o in maniera generica dalla “fantasia”, quella modalità funzionale della mente che da bambini o in sogno è assolutamente normale, ma da adulti e da svegli è delicata perché rappresenta il linguaggio delle psicosi o dell’arte, delle malattie gravi o del linguaggio creativo. Del sogno vero e proprio perdiamo la gran parte e la parte migliore, l’essenza, del sogno ricordiamo soltanto una minima parte e quest’ultima la riduciamo a congettura e a possibilità. Il sogno ridotto a storia e a psicodinamica, da “contenuto manifesto” a “contenuto latente”, non equivale al vero sogno, al sogno nella sua purezza e nella sua verità oggettiva. Quello che chiamiamo sogno, in effetti, può esser considerato un “sogno a occhi aperti” o a “occhi semichiusi” o a una “fantasticheria” da svegli elaborata. Pur tuttavia, il sogno resta sempre e in qualsiasi modo un prodotto psichico significativo che da dormiente ha più probabilità di essere profondo. Il sogno ricordato e accomodato è una traccia del vero sogno integro e profondo. L’interpretazione o la decodificazione è la ricostruzione archeologica di un reperto antico o lo studio di un fossile sopravvissuto al presente, dal momento che la psiche temporalmente si riduce a un “breve eterno”. Questo commento problematizza il sogno, ma conferma che è una “via regia di accesso all’Inconscio” o alla dimensione profonda, come voleva il padre della Psicoanalisi Sigmund Freud.