LA POETICA DEL SOGNO

“Morire, dormire.

Dormire, forse sognare.

Poche immortali parole e sono lì,

sul palcoscenico che il sogno ogni notte mi offre,

a recitare lo spettacolo che ho scritto e che interpreto,

le mille vite parallele possibili,

il desiderio di non morire mai.

Fin da bambina è stato così,

andare a dormire significava andare a sognare,

vivere altre vite.

Amavo il buio,

nel buio scomparivano i confini

e lo spazio era a mia disposizione,

una infinita via di fuga.

Col buio arrivavano i sogni,

ma non ho fatto altro che sognare anche di giorno,

gran parte della vita l’ho vissuta nella mia mente.

Sono stata una bambina docile e una ragazza esuberante,

due caratteristiche che convivono nella donna che sono diventata;

la sorte è stata clemente e ho amato esserci,

amo la vita,

lo stupore della fioritura della ginestra.

Ho nostalgia,

nostalgia della vita,

dell’amore,

di me bambina e di me ragazza,

di tutte le volte in cui ho stretto il mio corpo a quello di un uomo,

di tutti gli uomini,

di ciò che non ho avuto,

del desiderio,

che è sempre fame di vivere.

E adesso… ‘sto’ tale di cui sento in lontananza la voce,

lui che scandisce il conto alla rovescia

e avanza inesorabile.

Va a finire che dovrò offrirgli un caffè in segno di ospitalità,

e non è nemmeno il mio tipo.

Ho sognato che ero felice.

Questa è la “buona novella” di Sabina

Morire, dormire.

Dormire, forse sognare.

Il Sonno è da sempre equiparato alla Morte, una breve sospensione della Vita. Non è il Sonno eterno e tanto meno il Sonno dei giusti, è “il Sonno dei sogni”, quello che ti permette di essere un piccolo dio cavalcando superbamente la Fantasia e di non essere un misero mendicante raccattando a destra e a manca con la Ragione. Il Sogno è di tutti anche se tutti non ricordano la trama. Il Sogno è la democrazia universale che dispensa il pane quotidiano come il buon fornaio di Pablo Neruda e non è “La vida es sueno” di Pedro Calderon de La Barca. Il Sogno non è futile e illusorio anche se tocca le note filosofiche della fugacità e della vanità dell’esistenza. Il prezioso sillogismo di Sabina dice che “la Morte è Sonno”, “il Sonno è un Sogno”, “la Morte è un Sogno”. Aristotele ringrazia. Piace pensare con l’audace Sabina che il suo sillogismo sia non soltanto una verità logica, ma anche e soprattutto una verità massiccia come la lava dell’Etna, il vulcano di Ades e la dimora di Persefone, almeno per i sei mesi invernali.

Poche immortali parole e sono lì,

sul palcoscenico che il sogno ogni notte mi offre,

Giovanni non a caso insegna che “In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio”. La Parola è l’energia primaria di quel Principio che tutto contiene e da cui il Tutto scaturisce. La Parola non muore. La Parola si evolve da energia a rumore, da rumore a suono, da suono a significato, da significato a significante “et in saecula saeculorum, amen”: dal Principio si arriva a Sabina passando attraverso le sonorità del Tempo astronomico e del Tempo storico. Questa formidabile donna si attesta nella sua roccaforte di parole “significanti”, i segni e i vessilli che sanno di lei, e si catapulta sul suo palcoscenico notturno seguendo i doni del crepuscolo della sua coscienza, quella sospensione che regala un appuntamento ineludibile a cui la generosità della notte non fa mancare l’intimità e la privatezza di un teatro e di un palcoscenico dove si recita veramente a soggetto nella periferia dei sensi e dei ricordi.

Sia benedetto colui che si vuol bene e non si fa mancare i suoi sogni.

a recitare lo spettacolo che ho scritto e che interpreto,

le mille vite parallele possibili,

il desiderio di non morire mai.”

Sabina è un’attrice vanagloriosa e vanitosa, esordisce come il “Miles gloriosus” di Plauto e recita il suo canovaccio con la sua soggettività emergente. Le rime traducono le esperienze vissute, i versi trasudano le allucinazioni, il poema contiene quel che “cade dalle stelle”, i suoi “de sideribus”. Sabina sa che i sogni sono suoi e di nessun altro, ma non si ferma a questa consapevolezza perché arriva a echi buddisti di Siddharta Gautama e metafisici di Platone: “le mille vite parallele possibili”.

Quante vite hai vissuto e quante ne vivrai!

Quante scelte farai nelle vite che verranno prima di acquistare quella consapevolezza che fa volare verso l’alto e ritornare nel grembo della Grande Luce!

O forse stai pensando a come puoi riempire questa vita e a quali scelte puoi fare cambiando di un grado la tua prospettiva?

Di certo, hai pensato e desiderato in tutte le tue vite “di non morire mai” e soprattutto di vincere quell’angoscia di morte e di convertirla nella vita eterna, nel tuo “breve eterno” che dura tutto il tempo di una vita e si realizza nello spazio di un Corpo che esige e di una Mente che vuole. Il Tempo non esiste, mia cara, il Tempo si dilata all’infinito e nel sogno si mischia con il passato e il futuro secondo le regole di una buona pietanza.

Fin da bambina è stato così,

andare a dormire significava andare a sognare,

vivere altre vite.

Se il sonno non fa paura, cosa non riesce a fare l’onnipotenza della bambina!

Sabina è infante, “senza la parola”, ma il suo pensiero vola alto verso le sfere incontaminate dell’autonomia, del far da sé intessendo un sogno nel sonno, un dono a sorpresa da ripetere tutte le notti e secondo i vari copioni da inventare. La realtà non è gratificante e merita una fuga notturna tra i progetti possibili e in attesa di essere realizzati. Sabina si butta in avanti e questo slancio può bastare in attesa di una degna ricompensa.

Ah se avessi avuto un’altra mamma e un altro papà!

Ah se non fossi nata bianca, rossa e verde!

La bambina anticipa giustamente la donna e le scelte possibili e inammissibili. Sabina studia il presente sognando quello che vuole vivere e si prepara al lieto evento di una “nuova sé”, ma una nuova sé “fuori serie”.

Amavo il buio,

nel buio scomparivano i confini

e lo spazio era a mia disposizione,

una infinita via di fuga.

Sabina segue le sue inclinazioni crepuscolari, le fantasie e le allucinazioni: una bambina dai contorni oscuri in onore a Demetra e a metà tra Athena la “virago” e Afrodite la seduttrice. Già si pensa vaga e vagante negli spazi evanescenti di un “apeiron”, di tanti indefiniti e indistinti spazi tutti da occupare con l’aiuto del buio amico. E le espropriazioni proletarie non finiscono mai.

Quelli erano i giorni, quelli erano i tempi!

Padrona della sua Fantasia Sabina illuminava gli spazi che regolarmente occupava. E l’Infinito non costava niente, era a portata di immagine e di fantasma, ma soprattutto era a gratis. E andava di fuga in fuga come il coniglio di Alice nella ricerca del paese delle meraviglie. Finalmente Sabina è padrona in casa sua. Il buio le ha dato il potere di plasmare il suo spazio vitale.

Col buio arrivavano i sogni,

ma non ho fatto altro che sognare anche di giorno,

gran parte della vita l’ho vissuta nella mia mente.”

La bambina non ha paura dei sogni, la bambina non ha paura di se stessa, la bambina cresce in bellezza e progredisce in immaginazione. Sabina vive il buio della Notte e la luce del Giorno. Fobetore, Fantaso e Morfeo escono per lei da una porta d’avorio e le portano in dono i sogni veritieri, il suo desiderio di creare e di crearsi. Nel contempo i sensi crescono, si raffinano e allucinano la Fantasia secondo i temi tragici delle fiabe antiche e secondo le trame sornione delle favole moderne.

E la Mente?

La Mente non sta a guardare e partorisce i “fantasmi” e i ragionamenti sul tema “vorrei” o “vorrei vivere”. Non è per niente vero che “l’erbavoglio cresce sempre nel campo del vicino”. Sabina ha il suo bel da fare nel dividere le fantasie e le immaginazioni dai fatti quotidiani dell’avara realtà. Sabina vive tra il Giorno e la Notte, tra le pieghe di una vita che stenta a farsi riconoscere alla Luce del sole.

Benedetto sia il Sogno e chi lo manda!

Sono stata una bambina docile e una ragazza esuberante,

due caratteristiche che convivono nella donna che sono diventata;

la sorte è stata clemente e ho amato esserci,

amo la vita,

lo stupore della fioritura della ginestra.”

I fiori gialli della ginestra mandano fuori di testa Sabina, una bambina docile, una ragazza esuberante, una donna complessa e dotata di yn e yang, della Notte e del Giorno, della “coincidentia oppositorum”. La ginestra non è quella eroica e triste del combattente Giacomo Leopardi in quel di Napoli e appena sotto il Vesuvio, non è quella del deserto che prospera anche tra le rupi calcaree di Siracusa, la Ginestra è Sabina con i suoi fiori gialli di rabbia e di gelosia, con i suoi slanci vitali e superbi, con le sue cose a posto e tutte da regalare al suo godimento. Sabina è stata anche ai ferri corti con la Vita, ma la Sorte è stata clemente e ha “amato esserci” in questa valle di stupore esuberante. La vena autodistruttiva ha toccato regolarmente le rive narcisistiche di un corpo ancora oggetto d’amore e in attesa di assorbire con gli odori del deserto di lava anche l’amore del proprio destino. Disposta a “sapere di sé” e a imparare, dotata di rotondità e fecondità, Sabina trasborda di ormoni e di sensualità nel suo incedere elegante e con gli occhi sognanti tra le strade della sua contrada natia e della sua straniera città. La ginestra è fiorita e non è ombrosa, tutt’altro, la ginestra è luminosa. Eros trionfa su Thanatos. La Sorte evoca il mito di Er di Platone, così come “l’Esserci” calza bene con il “Dasein” di Martin Heidegger.

Ho nostalgia,

nostalgia della vita,

dell’amore,

di me bambina e di me ragazza,

di tutte le volte in cui ho stretto il mio corpo a quello di un uomo,

di tutti gli uomini,

di ciò che non ho avuto,

del desiderio,

che è sempre fame di vivere.”

La nostalgia è il dolore del trasognato ritorno, è la “sindrome di Ulisse”, di ogni uomo e di ogni donna che cerca Itaca per ritrovare le sue radici e per definitivamente reciderle. Sabina desidera soffrire per tornare a vivere la sua bambina e la sua adolescente dentro, quelle che avevano sempre qualcosa in più da chiedere e da vivere. Sabina desidera soffrire per rivivere la “se stessa” adulta nel trionfo dei sensi e nel calore erotico di una fusione del suo tipo: l’androgino è ricostituito, andate in pace. Sabina è ormai intera, mille volte intera, tutte le volte che ha sentito il suo maschio e la sua femmina calzare a fagiolo com’era in principio e prima che l’invidia degli dei separasse la loro quasi perfetta unione, la loro quasi perfetta intesa.

Quanti sono gli uomini di Sabina?

Uno, nessuno, centomila grida il drammaturgo alla ricerca della vera identità di una donna che del vivere ha fatto un’arte di pienezza e di abbondanza. La fame del desiderio la sostiene e la tiene dritta con la schiena anche se il “non nato di sé” ancora addolora e copre di uggia le giornate dedicate alla paturnia.

E adesso… ‘sto’ tale di cui sento in lontananza la voce,

lui che scandisce il conto alla rovescia

e avanza inesorabile.”

La dialettica tra Kronos e Thanatos è da Titani e non s’addice a piccole donne che crescono in un cortile alle spalle di una collina e tanto meno sotto una montagna del Trentino. Il Tempo regala la consapevolezza della Morte non prima di aver concesso un qualche sentore del “chi sono io?” e una qualche avvisaglia del “conosci te stesso”. Fortunatamente la Morte sarà quella di un’altra vita scelta tra le tante vite possibili e di un’altra morte liberamente scelta per questa vita. Anche la fine aspira a diventare un desiderio di rinascita, una Pasqua. Pitagora e il grande Buddha ringraziano per la preferenza accordata, così come è scritto sulle carte oleate delle migliori pasticcerie siciliane.

Va a finire che dovrò offrirgli un caffè in segno di ospitalità,

e non è nemmeno il mio tipo.”

Sarà l’uomo del definitivo orgasmo questo Kronos maschio che si presenta con un Thanatos altrettanto maschio?

Sarà ancora quel maschio da accogliere per il definitivo congedo dagli inganni di un caffè sorbito a gocce nel bistrot del lungomare di Marina di Melilli?

Ma a quanti uomini Sabina ha detto di no?

Ho sognato che ero felice.”

La felicità è “eudaimonia”, è presenza di un buon demone dentro, è sentire la vitalità dei sensi e la forza dei sentimenti prima di bere la cicuta.

Sogno, oh sogno delle mie brame, dimmi, chi è la più bella del reame?

LA NOTTE DI ANTONIA SOARES

Io cercavo da tempo una stanza, ma la stanza non c’era.

Vorrei andarmene e passare la notte all’aperto, vorrei sparire e farmi inghiottire dal buio, vorrei andare in Portogallo a trovare Fernando Pessoa, vorrei dormire sulla sua tomba…, sento solo odio, rabbia, disprezzo, fuggire via, fuggire lontano.

Fuggire dove?

Vorrei sparire e farmi inghiottire dal buio.

E quell’ombra ritorna.

Si era nascosta dietro a una nuvola,

ma ora ritorna.

E tu continui a dare la colpa alla gente,

ma forse non ti accorgi

che sei tu a non valere niente.

Vattene gatto nero,

vattene all’inferno,

vattene ombra scura lontano dai pensieri,

ma quando tutto tace e tutto dorme,

ecco che allora si risvegliano i sospiri,

che come forte vento ti portano via la pace e la luce del sole.

La notte ti è amica,

la notte ti è vicina,

non ti lascia mai sola,

ma ti accompagna alla scoperta di una nuova vita.

Ma quell’ombra scura ti mette paura,

ti porta lontano,

ti toglie il respiro,

ti soffoca

e tu guardi fuori e c’è la notte.

Ma la notte è buona.

da “La stanza rosa” di Salvatore Vallone

VERGINITA’ E NOSTALGIA

luggage-1436515_960_720

 TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

 “Mi trovavo nella mia vecchia casa universitaria ed era l’alba.

Avrei dovuto fare la valigia e partire qualche ora dopo. Tuttavia, invece di affrettarmi con i preparativi, mi trattengo in compagnia di un ragazzo e, con lui, guardo un video di noi due che facciamo l’amore.

Non volevo guardare l’orologio, sapendo che era già tardi.

Una volta finito il video, apro le mie due valigie e prendo dal mio armadio, dagli scaffali e dai portagioie soltanto alcuni dei miei effetti personali, dato che non sarebbe stato possibile portare tutto con me. Faccio tutto abbastanza in fretta, sapevo perfettamente ciò che volevo portare con me e ciò che volevo lasciare.

Mentre faccio le valigie, entrano nella mia stanza tante ragazze che cominciano a frugare tra le cose che avrei lasciato, prendendo ciò che poteva essere loro utile.

Avevo le valigie chiuse, quando ricordo di avere dimenticato di prendere una preziosa collana di rubini, regalo di una zia.”

Questo è il sogno di Mariastella.

DEODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

 CONSIDERAZIONI

Il sogno di Mariastella è elaborato splendidamente dall’”Io” nel dormiveglia, è raccontato in maniera logica e lineare, non contiene alcunché di assurdo o di paradossale, ha la sua degna simbologia.

Tratta di una giovane donna che trasloca e fa le valige, di un esodo costruttivo e non certo di un distacco depressivo, di vita attuale con video annessi e gusti voyeuristici in linea con i tempi e con la tecnologia elettronica. Mariastella ha inviato un bel prodotto psichico adeguatamente confezionato e sognato tra la veglia e il sonno: un cinquanta per cento da sveglia e l’altro cinquanta da dormiente, come insegnava negli anni settanta l’emerito professor Marco Marchesan in quel benemerito “Istituto di Indagini Psicologiche” di Milano che tanto ha contribuito alla divulgazione della Psicologia in quegli anni pioneristici. Mariastella, di poi, acconcia logicamente

Il suo ricordo onirico e lo offre come un “sogno a occhi semichiusi”.

 SIMBOLI ARCHETIPI FANTASMI

Andiamo a vendemmiare il sogno di Mariastella per reperire i tradimenti simbolici, quelli che contengono e nascondono la verità psichica in atto.

“Mi trovavo nella mia vecchia casa universitaria ed era l’alba.”

Mariastella ritorna al passato, rievoca un tempo trascorso, riattualizza  esperienze vissute e fantasmi che hanno consentito l’avvento del nuovo, l’evoluzione degli “investimenti di libido”.

“L’alba” rappresenta quello che può e vuole nascere in Mariastella.

La “valigia” condensa il grembo femminile con tutti i suoi annessi sessuali e procreativi, rappresenta la donna e la madre nelle sue valenze psichiche e neurovegetative.

 “Avrei dovuto fare la valigia e partire qualche ora dopo. Tuttavia, invece  di affrettarmi con i preparativi,”. E’ da rilevare la mancanza di fretta, l’assenza di ansia nevrotica, la disposizione a ricordare: “amarcord”. Io mi ricordo di quando studiavo tra studenti e studentesse e del tempo della goliardia e dell’avventura, della conoscenza umana e della crescita psicofisica, dell’autocoscienza e dell’autonomia. “Amarcord” di quel “sapere di me” che faceva volentieri a meno dei dettami moralistici e censori del mio “Super-Io”. Mariastella evidenzia il sentimento della nostalgia senza dolore acuto, una vena di pacata tristezza soltanto in riguardo alla collana preziosa di rubini, oltretutto dono della zia. Tutto il resto è ben digerito e la consapevolezza del presente psichico attesta della dimensione, “breve eterno”, che consente di rivivere il nostro intimo “dejà vu e dejà vecu, il nostro personale ”già visto” e “già vissuto”.

Infatti “mi trattengo in compagnia di un ragazzo e, con lui, guardo un video di noi due che facciamo l’amore.” Come volevasi dimostrare. Nessun commento sul far l’amore, ma è legittima la domanda: “ perché in video e non in vivo?” E’ un vecchio amore, uno strumento di crescita psicofisica. Adesso lui è un caro amico. Forse è il primo amore, quello che non si scorda mai perché è finito. Il sogno offre una “traslazione” del fatto occorso, più che del desiderio, una rivisitazione di un’esperienza formativa.

Il “video” condensa una “traslazione” del ricordo e non è funzionale a una nuova eccitazione dal momento che dopo non succede niente in tal senso.

“Non volevo guardare l’orologio, sapendo che era già tardi.” Mariastella vuole rivisitare il suo recente passato, vuole rivivere parti della sua formazione, vuole ricordare esperienze significative della sua evoluzione psicofisica e nello specifico in riguardo alla sua vita sessuale. L’orologio è un “fantasma di morte”, di perdita del passato, una perdita evolutiva, una crescita, un’esperienza su cui il ricordo gradevole porta alla pacata riflessione di ciò che è stato. Mariastella si compiace di soffermarsi sulle sue perdite e sui suoi acquisti secondo il sacrosanto “principio dell’evoluzione”. La consapevolezza del ritardo che si accumula attenua l’ansia della sosta.

“Una volta finito il video, apro le mie due valigie e prendo dal mio armadio, dagli scaffali e dai portagioie soltanto alcuni dei miei effetti personali, dato che non sarebbe stato possibile portare tutto con me.”

Mariastella si spiega da sola. Le valigie riguardano la sua femmina e la sua femminilità, l’armadio riguarda il suo passato più intimo, gli scaffali riguardano la sua offerta sociale, i portagioie riguardano l’intimità della vita sessuale. Non tutto può essere ricordato e non tutto ha contribuito alla formazione. Il dimenticatoio è pronto per i vissuti e le esperienze non significative. A tal uopo servirà un ripostiglio, magari uno sgabuzzino ben arredato di scaffalature idonee alla sacra conservazione del passato. Gli effetti personali confermano della preziosa intimità del materiale che Mariastella vuole portare con sé e ricordare, dal momento che è impossibile ricordare tutto ciò che si è vissuto in un periodo così intenso della vita come la prima giovinezza e la sacra goliardia della vita universitaria. E’ chiaro il richiamo alla dimensione psichica del “Subconscio” e al meccanismo di difesa della “rimozione”.

“Faccio tutto abbastanza in fretta, sapevo perfettamente ciò che volevo portare con me e ciò che volevo lasciare.” La coscienza è limpida e la memoria non fa difetto. E allora avanti con l’esplicitazione del materiale prezioso. La verità si occulta nel velo e allora bisogna disvelarla.

“Mentre faccio le valigie, entrano nella mia stanza tante ragazze che cominciano a frugare tra le cose che avrei lasciato, prendendo ciò che poteva essere loro utile.” Queste ragazze sono le tante “Mariestelle” che hanno popolato di volta in volta la casa psichica della nostra ardita protagonista. Il passato si compone delle tante tessere adeguatamente vissute e si presentano i bisogni e i desideri di allora legati a quella Mariastella emergente in quel momento storico della sua vita. Le esperienze vissute, nel bene e nel male, sono archiviate e forniscono oggi un’organizzazione psichica, la personalità di Mariastella. Bisogna notare come il contesto sia tutto al femminile e le ragazze che frugano alla ricerca di una qualche utilità rievocano un gineceo universitario fatto di confidenze e trasgressioni.

“Avevo le valigie chiuse, quando ricordo di avere dimenticato di prendere una preziosa collana di rubini, regalo di una zia.”

Ecco il punto centrale del sogno di Mariastella: nel suo essere femminile, “le valigie”, manca “una preziosa collana di rubini”, la sua verginità psicofisiologica. Mariastella manifesta un contrasto nel rievocare l’esperienza sessuale che l’ha portata a emanciparsi dallo stato verginale. La “collana”, oltretutto così preziosa e rosso rubino, è simbolo della recettività vaginale e della deflorazione. La “zia” che gliela ha regalata non è altro che la figura materna che l’ha concepita e sulla quale è avvenuta l’identificazione al femminile. Le “valigie chiuse” attestano della compiutezza delle esperienze sessuali in riferimento al suo essere femminile. Mariastella è una donna fatta.

Questo è quanto di simbolico si doveva rilevare e include l’analisi del sogno.

 PSICODINAMICA

Il sogno di Mariastella tratta i seguenti temi in riguardo all’universo psicofisico femminile: la formazione sessuale e in particolare la problematica conflittuale legata alla deflorazione, l’evoluzione della “libido” e la “posizione genitale”, il condizionamento della cultura sulla vita sessuale e nel caso specifico sulla “verginità”, i meccanismi di difesa e le resistenze istruite nel vivere l’esperienza della deflorazione. La regola sociale divulgata esige la persona giusta e il momento giusto. Un “rebus” ben combinato! Il “buon senso” psicologico suggerisce semplicemente una buona consapevolezza e un buon amor proprio, al di là dei condizionamenti culturali che hanno già svolto la loro funzione in maniera consistente e non sempre del tutto consapevole. Torniamo al sogno di Mariastella. Non appare alcun tipo di trauma, ma soltanto una pacata nostalgia e una parziale rimozione in riguardo alla  “preziosa collana di rubini”. Bisogna aggiungere che la cultura incide in base all’insegnamento delle madri e dei padri, della famiglia e della società, della politica e della religione. A tutto questo monumento di dettami inscritti nel “Super-Io” di ogni giovane donna si antepone il “fantasma” personale elaborato a tal riguardo nelle diverse “posizioni della libido”. La deflorazione è una perdita, una violenza, una liberazione, un obbligo, una costrizione, un piacere, un’emancipazione o quanto altro individualmente si è elaborato e vissuto? La verginità è un valore o un disvalore? La verginità è un “segno sulla carne” della donna di cui dover rendere conto al maschio che la prenderà in moglie e magari anche alla società di appartenenza? La verginità rientra nella dote materiale come sua parte essenziale? Di certo, la deflorazione è vissuta nell’Immaginario delle donne come una dolorosa lacerazione di una parte delicata del proprio corpo, l’imene. Escludiamo qualsiasi tipo di violenza e ci atteniamo all’ottimale: una buona consapevolezza e un buon amor proprio.

Tutto il resto è degno di un saggio specifico.

ANALISI

Seguendo la nuova tendenza di analizzare i simboli in maniera discorsiva e di inserirli in una griglia interpretativa, rimando alla precedente trattazione “simboli, archetipi, fantasmi”.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE    

Il sogno di Mariastella contiene la produttiva azione dell’istanza “Io” nell’organizzazione dei simboli e della psicodinamica. La pulsione dell’istanza “Es” si manifesta nell’erotismo voyeuristico, così come il suo contenimento è opera dell’istanza “Io” con la collaborazione e il merito dell’istanza “Super-Io”. Il sogno di Mariastella sviluppa la “posizione genitale” degli investimenti della “libido”.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

I meccanismi psichici di difesa istruiti sono la “condensazione”, lo “spostamento”, la “simbolizzazione”, la “figurabilità” per quanto riguarda la formazione del sogno: “casa, alba, valigia, orologio, armadio, scaffale, portagioie, ragazze, collana di rubini, zia”.

E’ presente la consapevolezza della “rimozione”, “ricordo di avere dimenticato”, e la “sublimazione” associata alla “razionalizzazione”, “guardo un video di noi due che facciamo l’amore”.

E’ presente, codificato in maniera squisitamente personale, il principio psicodinamico di ordine economico nel “sapevo perfettamente ciò che volevo portare con me e ciò che volevo lasciare”.

Non tutto il materiale psichico può essere contenuto e conservato, non tutti i vissuti possono occupare lo spazio, più o meno ampio, della coscienza dell’”Io”.

Non tutti i vissuti e i fantasmi possono coesistere e tanto meno sono utili alle condizioni date.

La legge di Mariastella si avvicina ai meccanismi psichici di difesa dall’angoscia della “intellettualizzazione” e della “razionalizzazione” a conferma della “coscienza di sé” ostentata nel sogno e nell’affermazione indagata.

Il “sapevo perfettamente” si accetta come autoconsapevolezza e non come arroganza.

ORGANIZZAZIONE REATTIVA

La “organizzazione reattiva” evidenzia un tratto psichico di natura maniacale: evitamento dell’angoscia di perdita e ripresa della vitalità.

FIGURE RETORICHE

Le figure retoriche coinvolte nel sogno di Mariastella sono la “metafora”, la “metonimia”, l’“iperbole”, l’”enfasi” e nell’ordine “valigia”, “orologio”, “collana di rubini”.

DIAGNOSI

Mariastella esibisce la razionalizzazione di una psicodinamica conflittuale in riferimento alla “libido genitale” e in particolare alla deflorazione senza offrire particolare sofferenza psiconevrotica.

PROGNOSI

La prognosi impone a Mariastella di operare una “rimozione” adeguata in riguardo a incidenti e ripensamenti collegati alla sua vita sessuale. La “preziosa collana di rubini” rientra nella legge da lei formulata “del portare con sé e del lasciare”. Bisogna saper selezionare ciò che serve: trionfo del pragmatismo e dell’intelligenza operativa.

 RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta nel sentimento-risentimento della nostalgia e in un nevrotico ritorno del passato con colpevolizzazioni dell’organo e della funzione sessuale.

CONSIDERAZIONI METODOLOGICHE

Perché la simbologia della “collana preziosa di rubini” rappresenta l’organo sessuale femminile e in particolare l’esperienza della deflorazione? La “collana” condensa la recettività vaginale, la “preziosità” condensa la verginità come valore individuale e sociale, i “rubini” condensano, oltre alla preziosità, il sangue collegato alla rottura dell’imene. L’associazione di simboli perfeziona il significato profondo, una combinazione sempre gestita dal “processo primario”.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e al contenuto dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Mariastella è “2” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.

RESTO DIURNO

 Il resto diurno si attesta in un “amarcord”, un pensiero nostalgico del passato in un momento di compensazione dell’avarizia del presente. Oltre al casuale ricordo, è possibile un incontro fortuito evocatore.