VOGLIO DIRVI “GRAZIE”

IMG-20160321-WA0003

Perché il mio blog è approdato all’interpretazione di cento  sogni. 

Voglio dire “grazie” a Wendy, a Sam, a Mabrukka, a Maurizio 

e ancora a Lalay, ad Assuntina, a Francesca, a Sabino, a Lucia, a…    

e anche a tutti quelli che hanno frequentato il mio blog e ancora non 

hanno spedito i loro sogni. 

A VOI TUTTI Salvatore Vallone dice GRAZIE di vero cuore per avermi dato la possibilità di approfondire la ricerca sul sogno.

Come avete notato l’interpretazione degli ultimi sogni si è evoluta rispetto ai primi, è diventata più complessa e organizzata grazie al vostro prezioso contributo.

E allora andiamo ancora avanti insieme e sempre in maniera costruttiva.  

Nell’abbracciarvi idealmente uno per uno, vi comunico l’ultima sintesi teorica sul sogno.   

 VERSO UNA SINTESI PSICODINAMICA  SUL SOGNO

Nel costante cammino ermeneutico intrapreso dall’uomo il “sogno” non è più nella sua purezza riducibile alla lineare teoria freudiana dell’appagamento di un desiderio rimosso.

Lo stesso destino vale per la “Fantasia” e per i suoi tanti e ricchi prodotti.

La Psico-Semiologia esige che il “lavoro onirico”, notturno e diurno, sia  indagato da altre discipline scientifiche e che tale ricerca sia estesa a tutte le produzioni creative dell’uomo.

Dalle mie esperienze teoriche e pratiche consegue, nella provvisorietà e nella fallacia delle umane elaborazioni, la seguente griglia interpretativa.

– Il sogno è l’attività psichica del sonno e si svolge nelle fasi R.E.M. quando la funzione della memoria è favorita dallo stato di eccitazione del corpo. Questa teoria si è affermata negli anni 80. Oggi è degna di considerazione anche la teoria della “Continual Activation” sostenuta dalle ricerche delle neuroscienze: l’attività onirica è presente nelle fasi R.E.M. e NON R.E.M. del sonno. Le scienze neurofisiologiche che studiano il cervello sono impegnate nella ricerca in questo settore.

– Il sogno è il prodotto della realtà psichica in atto e l’espressione parziale della “organizzazione psichica evolutiva” che la contiene, la vecchia struttura o l’obsoleto carattere o la tradizionale personalità.

– Il sogno svolge psicodinamiche legate alle fasi evolutive della “libido”, (orale, anale, fallico-narcisistica e genitale), alla “posizione edipica” e al sentimento della “rivalità fraterna”, in generale le psicodinamiche funzionali alla formazione dell’organizzazione psichica.

– Il sogno ha valenza di diagnosi psicologica.

– Il sogno ha valenza di prognosi psicologica.

– Il sogno ha inscritto il rischio psicopatologico.

– Il sogno si può definire “resto notturno” in quanto non è ricordato nella sua integrità e purezza, ma viene rielaborato al risveglio con pezze

logico-consequenziali. Il sogno può essere stimolato dal “resto diurno” di cui parlava Freud.

– Il sogno è rappresentazione di “simboli” e implica la specifica modalità mentale e il preciso concorso dei meccanismi del “processo primario”: la condensazione, lo spostamento, la simbolizzazione, la drammatizzazione, la rappresentazione per l’opposto, la figurabilità.

– Il “processo primario” e il sogno condividono i seguenti fattori: la relazione del soggetto con se stesso, l’autorielaborazione allucinatoria dei vissuti psichici, l’alterazione dello schema temporale, la distorsione della categoria spaziale, la coesistenza degli opposti, il gusto del paradosso, il declino etico e morale, il mancato riconoscimento della realtà, l’eccesso della fantasia, il principio del piacere, l’appagamento del desiderio, la soddisfazione del bisogno, la compensazione della frustrazione, la riparazione del trauma.

A livello neurofisiologico si richiamano le attività dell’emisfero cerebrale destro.

– Il “processo secondario”, richiamato all’atto del risveglio nella combinazione dei ricordi del sogno, si attesta nell’elaborazione razionale dei dati, nell’inquadramento logico degli elementi, nella lucidità mentale dell’autocoscienza, nel pensiero vigile, nella capacità d’attenzione, nel giudizio critico, nel controllo dell’Io e nel principio di realtà.

A livello neurofisiologico si richiamano le attività dell’emisfero cerebrale sinistro.

– Il sogno è “proiezione” di “archetipi” e di “fantasmi” “introiettati” a base filogenetica collettiva-culturale e individuale.

A livello neurofisiologico sono coinvolte le attività dell’emisfero cerebrale destro.

A livello psichico profondo sono implicati i meccanismi arcaici di difesa della “proiezione”, della “introiezione” e della “identificazione”.

A livello psico-economico è innescata e messa in atto la carica energetica della “libido”.

A livello psico-cognitivo sono istruiti i meccanismi del “processo primario”.

– Il sogno è espressione delle istanze psichiche dell’Es, dell’Io e del Super-Io, intenzionate dialetticamente al “principio del piacere”, al “principio della realtà” e al “principio della coazione a ripetere” ispirato da Eros e Thanatos.

A livello neurofisiologico sono coinvolte le attività dell’emisfero cerebrale destro e dell’emisfero cerebrale sinistro.

A livello psichico profondo sono richiamati i sistemi psichici secondo una valenza topica, dinamica ed economica con l’attivazione della “libido” finalizzata all’equilibrio psichico di natura risolutiva.

A livello psico-cognitivo sono usati i meccanismi del “processo primario” e del “processo secondario”.

– Il sogno implica la tipologia di “organizzazione psichica”, il cosiddetto carattere o personalità. Nello specifico il sogno evidenzia le seguenti organizzazioni: orale, anale, fallica, genitale, psicopatica, narcisistica, schizoide, paranoide, depressiva, maniacale, masochistica, ossessiva, compulsiva, isterica, dissociativa.

– Il sogno svolge una psicodinamica di natura descrittiva e prevalentemente conflittuale.

I contenuti del sogno sono “segni” semanticamente interattivi, degni di attenta considerazione e passibili di utile decodificazione sempre in funzione dei benefici effetti dell’autocoscienza: i sogni sono semiologicamente “segni significanti” dotati di “senso” e di “significato”.

A livello neurofisiologico sono richiamate in maniera determinante le attività dell’emisfero sinistro.

A livello psichico profondo sono evocati i sistemi psichici con valenza dinamica e dialettica in reazione a coordinate pulsionali di natura libidica.

A livello psico-cognitivo intercorrono i meccanismi del “processo secondario”.

– Il sogno implica i meccanismi e i processi psichici di difesa. I primi sono quelli primari o primitivi come il ritiro primitivo, il diniego, il controllo onnipotente, l’idealizzazione e la svalutazione primitive, la proiezione, l’introiezione, l’identificazione proiettiva, la scissione dell’Io, la scissione dell’imago; conseguono quelli secondari come la rimozione, la regressione, l’isolamento, l’intellettualizzazione, la razionalizzazione, la moralizzazione, la compartimentalizzazione, l’annullamento, il volgersi contro il sé, lo spostamento, la formazione reattiva, il capovolgimento, l’identificazione, l’acting out, la sessualizzazione, la sublimazione.

– Il significante e il significato onirici comportano l’equilibrio psichico, per cui la funzione difensiva è implicitamente evocata e attivata.

A livello neurofisiologico sono richiamate le attività dell’emisfero destro e dell’emisfero sinistro.

A livello psichico profondo è instruito il sistema delle difese nel suo aspetto arcaico ed evoluto, ma sempre nella funzione filogenetica dell’equilibrio.

A livello psico-cognitivo si evidenzia l’attività combinata e specifica del “processo primario” e del “processo secondario”.

– Il sogno struttura figure retoriche.

Tra il “contenuto manifesto” e il “contenuto latente”, il termine e il significato, è poeticamente inscritto un nesso reperibile nella gamma delle figure retoriche.

A livello neurofisiologico è richiamata l’attività dell’emisfero cerebrale destro.

A livello psichico profondo si rileva topicamente la presenza di materiale psichico preconscio o profondo funzionale all’elaborazione dei processi creativi.

A livello psico-cognitivo è istruita l’attività del “processo primario” e del “processo secondario”.

Le figure retoriche prevalentemente implicate sono la metafora, la metonimia, la sineddoche, l’antonomasia, l’iperbole e l’enfasi.

-Il sogno è collegato al “resto diurno”, a una causa scatenante, anche minima e non fatta oggetto di consapevolezza, avvenuta nella veglia più prossima. Il sogno è stimolato da esperienze e da vissuti del giorno precedente a cui si associa il materiale psichico in atto per essere rielaborato secondo il codice onirico.

-Il sogno possiede una sua purezza secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”. Nel primo caso è presente e funzionale l’Io narrante e nel secondo caso è presente e funzionale l’Io onirico. Nel mezzo si alternano il narrante e l’onirico.

                                      Salvatore Vallone Pieve di Soligo – Dicembre  2016

 

BIBLIOGRAFIA

Morris-Lineamenti di una teoria dei segni-Editrice Paravia-1954

Eco-Trattato di semiotica generale-Edizioni Bompiani-Milano-1975

Freud-Interpretazione dei sogni-Opera omnia-Boringhieri-Torino-1978

Freud-Tre saggi sulla sessualità infantile-Opera omnia-Boringhieri-TO-1978

Freud-Al di là del principio del piacere-Opera omnia-Boringhieri-Torino-1978

Freud-Metapsicologia-Opera omnia-Boringhieri-Torino-1978

Jung e altri-L’uomo e i suoi simboli-Edizioni Longanesi-1980

Cassirer-Filosofia delle forme simboliche-La Nuova Italia-Firenze-1966

Klein-Il nostro mondo adulto e altri saggi-Martinelli Editore-Firenze-1972

Lacan-Scritti-due volumi a cura di Contri-Editrice Einaudi-Torino-1974

Fornari-Simbolo e codice-Edizioni Feltrinelli-Milano-1976

Nancy Mc Williams-La diagnosi psicoanalitica-Editrice Astrolabio-Roma-1999

Popper-Eccles- L’Io e il suo cervello-Armando Armando- Roma-1981

 

NOTE BIOBIBLIOGRAFICHE 

Salvatore Vallone è nato a Siracusa nel 1947.

Già ordinario di Scienze umane e Storia nei Licei, in atto è psicologo psicoterapeuta iscritto all’Ordine degli psicologi del Veneto.Gestisce il blog “dimensionesogno.com” e il blog “interpretazione del sogno” presso “psiconline.it”. Sempre con “psiconline.it” collabora con articoli su tematiche psicologiche, culturali e sociali.

Ha pubblicato “Lezioni di psicoanalisi” con Herbita editrice, “Quando il ciliegio fioriva” con edizioni Sapere, “La stanza rosa” e “Benetton dieci e lode” con edizioni Psicosoma, “Ma cosa sognano i bambini ?” e “Io e mia madre” con edizioni Psiconline. Su Tema, rivista di psicoanalisi clinica e forense, ha pubblicato “Il fantasma” e “Totem e tabù”, due approfondimenti specifici.

 

 

 

LA DONNA OLOGRAMMA E LA MAMMA IN CARNE E OSSA

IMG-20160321-WA0005

“Antonio sogna che la scuola sta per scoppiare.

Tocca un muro e vengono fuori delle lettere che dicono:“Benvenuto Antonio, è meglio che tu scappi con i tuoi amici.”

A questo punto compare una donna in ologramma, non in carne e ossa, ma fatta soltanto con un fascio di luce.

Antonio e i suoi amici si trovano in una capsula laboratorio che viene lanciata nello spazio e cade in un altro stato.”

Il sogno di Antonio ha varie e interessanti sfaccettature. Attesta la funzione di appagamento dei bisogni affettivi, manifesta i desideri in attesa di essere realizzati e ripara i traumi elaborandoli con i meccanismi di difesa dall’angoscia della “proiezione”e dello “sdoppiamento dell’imago”. Nel sogno di Antonio il materiale umano più delicato e drammatico viene offerto dal suo sistema psichico in maniera composta, costruttiva e “protreptica”. Quest’ultimo è il termine giusto per qualificare i processi e i meccanismi della psiche di Antonio. “Protreptico” significa letteralmente esortazione, desiderio e sforzo di sapere; in senso traslato “spinta in avanti” verso la soluzione del trauma e del conflitto. Il termine è greco e risale al grande Aristotele e a una sua opera di esortazione allo studio della filosofia in quanto salvifica scienza delle scienze, madre di tutto il sapere, compreso il “sapere di sé” necessario per conseguire una vita felice.

Ecco! Ma come può essere il sogno di un adolescente “protreptico”?

La risposta è semplice: la Psiche è “protreptica” perché investe “libido” e la intende verso la realizzazione di un progetto in appagamento di un bisogno psicofisico. La Psiche tende con l’esercizio del vivere al “sapere di sé”, alla migliore autocoscienza possibile nel momento storico che sta vivendo, in quel “breve eterno” che la caratterizza come “psicosoma”. Qualsiasi età è “protreptica” perché il vivere è “protreptico” per quanto riguarda il “sapere di sé”, ma cambiano gli strumenti intellettivi e cognitivi: il “processo primario” per l’infanzia e il “processo secondario” non disgiunto dal “processo primario” per l’età adulta: la fantasia e la ragione.

Ritorniamo al sogno.

Nella sua spartana semplicità, nonostante la fantasia dell’ologramma, il sogno di Antonio attesta fondamentalmente del bisogno di avere una mamma, ma non una “capsula” evanescente e freddamente luminosa e con l’aggravante di essere anche laboratorio, ma una mamma concreta “in carne e ossa”, tutta ciccia da palpare e da mangiare.

Questo è il tema; non ci resta che seguire la traccia con le interpretazioni dei simboli e con i rilievi impliciti.

La “scuola” è il luogo freddo della pseudo famiglia allargata che esclude l’intimità e lo scambio affettivo pregnante e significativo. La “scuola” è il luogo sociale labile e contingente imposto dalle istituzioni e soprattutto è il luogo dove non c’è la mamma. Si pensi al dramma della scolarizzazione dei bambini piccolissimi e piccoli, si rifletta sulla delicatezza di quel momento evolutivo. La scuola rappresenta la trasmissione del sapere ufficiale costituito negli schemi culturali della società in cui si vive, una forma importante del processo educativo, ma a livello psichico la scuola viene vissuta dal bambino come una forma di “Super-Io”, un’imposizione, un limite psicofisico, una prepotenza anaffettiva del padre e della madre e in particolare un tradimento affettivo da parte della madre. Soltanto in un secondo tempo il bambino maturerà i benefici sociali della convivenza e allora sarà arrivato a spegnere la decima candelina e non è detto che sia del tutto convinto di questa presa di coscienza e di questa conquista.

Antonio propone il luogo “scuola” come freddo in ogni senso e lo vuole distruggere: “sta per scoppiare”. Lo “scoppiare” equivale all’emergere violento di una difesa da una violenza subita e reiterata e ancora possibile, una risposta pulsionale a una bomba esterna per evitare lo scoppio della boma interna fomentata dai tanti traumi subiti in un ambito di costrizione e di vessazione, in ogni caso un ambito di grande gelo affettivo, un “quasi ghiaccio”. L’aggressività è la bomba interna che da un lato può brillare in maniera distruttiva, ma dall’altro lato è positiva perché la psiche del bambino si scarica dall’angoscia, dalle tensioni accumulate e dalle paure introiettate. Il metodo è da correggere perché lo scarico dell’aggressività produce inevitabilmente sensi di colpa: a trauma si reagisce procurando trauma, la legge del taglione di barbarica memoria, una legge tribale e uno schema giuridico che non sono memoria, ma sono ancora in atto. Antonio distrugge il luogo della sua angoscia e del suo dolore: il collegio o l’orfanotrofio o qualsiasi posto che evoca la sua consapevole sofferenza. Queste sono le sequenze psichiche: l’angoscia di solitudine affettiva legata all’abbandono e la progressiva comprensione dolorosa della sua situazione a cui consegue il darsi da fare per trovare una soluzione dentro di sé e fuori di sé. Decisamente Antonio in certi settori psichici è cresciuto anzitempo ed ha una maturazione superiore a un ventenne cosiddetto normale.

Come risolve Antonio in sogno il suo travagliato problema esistenziale e psichico?

Ecco che giustamente in un bambino si presenta in soccorso la componente magica della fantasia. Basta toccare un muro e avviene il miracolo della soluzione: “vengono fuori delle lettere che dicono: “Benvenuto Antonio, è meglio che tu scappi con i tuoi amici.” Toccare un muro è la magia usata come una forma di sollievo e come risoluzione di fuga dalla realtà severa e drammatica. Antonio allucina fortunatamente il suo desiderio di affettività e il suo bisogno di sopravvivenza con il suo sano e benefico narcisismo: “Benvenuto Antonio”!  Antonio si autogratifica, si autostima, si ama, si propone nella sua chiarezza mentale come il leader che salverà anche gli altri, i suoi amici, coloro che sono come lui, coloro che hanno sofferto e soffrono come lui: “simile simili cognoscitur”, il simile riconosce il suo simile.

Antonio è il benefattore del caso, prospetta per sé e per i suoi amici la fuga dall’angoscia, dalla solitudine affettiva, dalla follia: da qualche parte del mondo ci sarà una mamma che ci amerà, ma una mamma vera e affettuosa, non un surrogato e tanto meno una mamma meccanica.

Antonio gestisce nel sogno in maniera semplice e non pesante la soluzione per sé e per gli altri abituati a pesanti vessazioni, a severe frustrazioni e a precarie situazioni esistenziali. Rileviamo la generosità del povero che “sa di sé” rispetto al ricco che “non sa di sé”: il primo aiuta, il secondo ignora anche se teme e critica.

Ecco il problema della mamma ed ecco lo “splitting” sul fantasma della mamma. La mamma in ologramma rappresenta la “parte negativa” e la madre “in carne e ossa” condensa la “parte positiva” del fantasma. Il meccanismo di difesa della “scissione” o “sdoppiamento dell’imago” risale ai primi sei mesi di vita come modalità del pensiero infantile. Il bambino è costretto a usare la sua modalità mentale primaria per capire quello che sente,l’”istinto di vita” e l’”istinto di morte”, istinti innestati sul vivente

corpo-mente. La suora o la cameriera o la maestra o l’infermiera o una figura femminile qualsiasi è stata assimilata come la “parte negativa della madre”, un fantasma di donna meccanica, sia pur nella sua funzione di assistenza e di educazione, ma la freddezza affettiva non risolve la figura materna nella sua interezza. Ad Antonio interessa la madre in “carne e ossa”, la mamma affettivamente buona, quella del suo desiderio, quella finalistica e non quella meccanica, quella cicciona da “sentire” e da “gustare” per “sapere” di lei e del suo sentimento. La trinità del bambino “infante”, senza parole, è la sacra materialità del “sentire”, del “gustare” e del “sapere”.

Ed ecco che il sogno si conclude ottimisticamente riparando un trauma e rafforzando la presa di coscienza del problema: la migliore risoluzione a tanta sofferenza.

“Antonio e i suoi amici si trovano in una capsula laboratorio che viene lanciata nello spazio e cade in un altro stato.”

La “capsula”, come dicevo all’inizio dell’interpretazione, condensa la figura materna in versione vincolante e oppressiva, ma per Antonio il simbolo si attenua in maniera direttamente proporzionale ai suoi bisogni e ai suoi desideri nella semplice figura materna che lo avvolge, lo ama e lo protegge. Del resto, Antonio ha realizzato il suo bisogno di essere amato dalla mamma giusta: “cade in un altro stato”. E’ proprio vero anche in sogno che i desideri cadono dalle stelle: “de siderribus”.

La presa di coscienza di scappare e di risolvere l’anonimato affettivo, di avere l’identità psichica valida e un padre in cui identificarsi, in cui investire sicurezze e non labilità occasionali, tutto questo è presente nella psiche di Antonio. Intanto domina la madre, di poi recupererà necessariamente la figura paterna, ma per il momento Antonio deve rifarsi di tutte le mancanze di madre e di tutte le esigenze affettive inappagate. A tal uopo non esiterà a ricorrere a ricatti e a provocazioni per mettere alla prova la madre sul tema “vediamo quanto e come mi ami e dopo vediamo ancora quanto mi ami”.

Bisogna considerare che Antonio ha maturato anzitempo un carattere, meglio una “formazione reattiva”, molto sensibile ai temi dell’abbandono e della solitudine, un tratto depressivo che controllerà proprio convertendolo all’incontrario in un’iperattività. Del resto, Antonio ha maturato questi tratti e li porterà anche nella nuova e gratificante situazione di famiglia e li userà in attesa di acquisire i nuovi tratti del carattere e i nuovi meccanismi di difesa dall’angoscia. La Psiche è lenta nell’assimilare le novità e Antonio porta il vecchio nel nuovo con normali discrepanze per sé e per gli altri. I genitori e le maestre devono tenere in grande considerazione la reattività di Antonio al nuovo che sta vivendo e devono attendere con la giusta cautela che il nuovo si attesti e si componga nel carattere in atto. Il processo richiede tempo, ma Antonio conserverà i tratti basilari del suo carattere maturati in condizioni di grande precarietà e dovrà assimilarli sempre meglio per socializzare senza essere invadente e per essere padrone a casa sua. Antonio deve capire che non deve più salvare i suoi amici e che essere un eroico “leader” non serve più nella nuova situazione esistenziale.

La prognosi impone di portare in evoluzione l’assimilazione della figura materna e di adattarla alle nuove realtà e alle nuove esigenze. Antonio deve essere duttile nel sistemare il passato traumatico,visto che non lo può dimenticare, e deve evolvere il carattere evitando di regredire a tappe già vissute e superate. Antonio deve assimilare la nuova famiglia come la benefica palestra in cui liberamente agire nel rispetto degli altri. Antonio deve capire che non può usare in questo nuovo contesto gli stessi meccanismi di difesa che erano necessari nella vita del collegio o dell’istituto in cui era stato relegato e offeso. Antonio non deve ricattare con i suoi comportamenti provocatori la madre che ha tanto desiderato anche per non maturare successivamente sensi di colpa. Antonio deve anche concentrarsi sulla figura paterna e capirne la necessità al fine di una identificazione in lui e per acquisire la sua identità maschile. Il padre deve intervenire in maniera consistente sia per alleviare la figura materna da pesi formativi ed educativi, ma soprattutto perché Antonio in lui vede il senso del limite e maturerà un “Super-Io” non tirannico ma neanche eccessivamente liberale, oltre a trovare il suo presente psichico insieme al futuro prossimo. In sintesi Antonio deve razionalizzare la nuova gratificante situazione umana e psichica in cui si trova da quando “una capsula laboratorio” è stata lanciata “nello spazio” ed è caduta “in un altro stato.”

Il rischio psicopatologico si attesta nell’uso del processo di difesa  dall’angoscia della “regressione”, nel ripristinare tappe già vissute e non adeguatamente evolute come l’angoscia dell’abbandono e nella “fissazione” a questo traumatico passato.

Riflessioni metodologiche: i genitori adottivi incontrano normalmente  problemi nella relazione con i figli. Se sono infanti, i problemi sono quelli normali di tutti i genitori in quanto il “carattere” si forma con la loro presenza e la loro influenza, ma se il bambino ha più di cinque anni si presentano difficoltà, a volte anche notevoli, perché il “carattere” si è già formato in buona parte e non si può cambiare e tanto meno negare. Allora quale soluzione esiste? Il nuovo si deve innestare in maniera indolore nel vecchio: i tratti vecchi devono essere la base proficua per ricevere, assorbire ed evolvere i tratti nuovi. I genitori devono ben conoscere il quadro psichico pregresso del figlio e su questo devono inserirsi con il loro comportamento in maniera duttile e compatibile. In caso contrario il bambino maturerà un carattere conflittuale e oppositivo che lo porterà a soffrire e ad avere  difficoltà relazionali. Bisogna stare attenti a che il bambino non usi la “regressione” e la “fissazione” come strumenti di difesa dall’angoscia. Bisogna aiutarlo a razionalizzare la sua storia traumatica in maniera dolce e rispettosa  lasciandolo ricordare e parlare naturalmente e liberamente quando sente il bisogno. La figura dello psicologo è necessaria soltanto nel caso infausto della “regressione” e della “fissazione” e di sintomi psicosomatici, in particolare conversioni isteriche dell’angoscia. Altrimenti bastano i genitori e i parenti, in special modo i nonni, a portare avanti nel migliore dei modi l’evoluzione della formazione reattiva, il carattere per l’appunto. Questi ultimi devono ricordare sempre che la Psiche è lenta nel concepire le novità anche se belle e gratificanti. La Psiche si difende anche dalla gioia per paura di perderla e non assorbe la nuova realtà se non in un tempo relativamente lungo. Quello che state seminando oggi, vedrà la luce nel tempo e sempre in progressione fino al traguardo dell’autonomia psichica. Così sarà di Antonio e dei suoi sfortunati amici. Raccomando la benefica funzione dei nonni perché la loro mediazione psichica vale più di cento sedute di psicoterapia. Viva i nonni!

BETTINA … TRA MAMMA E PAPA’

asphalt-315756__180
“Bettina sogna di trovarsi in macchina con suo padre, sua figlia e suo nipote, ma non li vede in viso. E’ seduta dietro, al volante c’è suo padre. La strada è lunghissima ed è un susseguirsi di dossi che a volte le impediscono di vedere la strada. Bettina segue con gli occhi la strada quando sale e quando scende.

Percorrono un bel po’ di strada, ma Bettina non sa dove stanno  andando.

A un certo punto si trova in una stanza con sua madre e guardano alla “tv”  quel percorso come fosse un “videogame”. Non vedono la macchina del  padre, ma soltanto ciò che accade davanti.

A questo punto la strada comincia a cedere e si formano dei buchi sull’asfalto. Bettina vede un uomo caduto dentro un buco, ma senza auto; un soccorritore lo aiuta e nel frattempo urla a sua madre che non riesce a capire se la macchina dietro a quell’uomo caduta nel buco è quella del padre :”ma non hai capito che la macchina che sta arrivando in quel posto è quella di papà con G. e M. a bordo?!!!!’

Bettina è agitata e si porta le mani alla bocca. E’ sconvolta, ma non ricorda quale espressione avesse sua madre.

A un certo punto si forma una voragine sulla strada. Prima di vedere chi fosse caduto dentro, ha preso il viso di sua madre e l’ha girato perché non voleva che vedesse la scena. Un istante dopo, girandosi a sinistra con il volto, guarda la “tv” e l’inquadratura fa vedere chi è caduto dentro. Bettina vede soltanto il volto di sua madre, praticamente già inghiottita dall’asfalto, con un po’ di rosso in viso e sembra impassibile mentre viene ricoperta dall’asfalto molto velocemente. Bettina urla mentre continua a tenere il viso della madre voltato verso la sua destra. Nel frattempo i soccorritori con le mani cercano di togliere a piena forza e velocemente l’asfalto che ormai l’ha interamente coperta. Bettina a questo punto si sveglia.”

Bettina visita in sogno la madre e il padre o meglio le sue “introiezioni” delle figure genitoriali, i fantasmi in riguardo alla mamma e al papà, i tratti psichici con cui ha incastonato i genitori dentro di lei.

Il sogno esordisce con tre generazioni dentro la “macchina”, il sistema procreativo: padre, Bettina, figlia e nipote. Indiscutibilmente si esibisce un  culto religioso della famiglia, un valore psichico e sociale veramente nobile.  Pur tuttavia Bettina “è seduta dietro” e“non li vede in viso”: Bettina non si è sentita particolarmente importante e valutata nella sua famiglia e non ha avuto piena consapevolezza della realtà psichica in atto man mano che la viveva: Bettina sa che c’è, ma non è particolarmente coinvolta. Riconosce il padre come figura importante della famiglia, “al volante”. La sua vita in famiglia è stata varia con alti e bassi psichici, con coinvolgimenti più o meno coscienti, con umori diversi e con una visione mentale non sempre lucida: “Bettina segue con gli occhi la strada quando sale e quando scende”,

“un susseguirsi di dossi che a volte le impediscono di vedere la strada”.

L’infanzia e l’adolescenza trascorrono insieme al padre che guida la famiglia, ma non dà quella sicurezza e quella chiarezza di cui Bettina ha bisogno:

“percorrono un bel po’ di strada, ma Bettina non sa dove stanno  andando.”

Bettina mostra un’introiezione ambivalente della figura paterna: riconosce il padre come guida, ma non lo ritiene autorevole e rassicurante.

Cambia la scena del sogno e Bettina visita la madre o meglio il modo in cui ha vissuto la madre e l’ha messa dentro: “si trova in una stanza con sua madre”.  La “televisione” e il “videogame” rappresentano una mediazione della tensione nervosa legata alla modalità psichica con cui ha vissuto la madre, così come il “non vedere la macchina del padre” rappresenta una difesa dal sentirsi coinvolta emotivamente nella dinamica familiare e anche  un mancato riconoscimento della funzione paterna rispetto alla figura della madre. Il sogno è particolarmente angosciante e la censura opera i giusti accorgimenti per far continuare a dormire Bettina.

A questo punto l’angoscia in riguardo alla figura paterna si manifesta nella sua interezza. Bettina teme che il padre possa cadere dentro la crepa aperta sull’asfalto della strada e che ci vadano dentro anche la figlia e il nipote. Si profila in Bettina tutta l’angoscia di perdita in riguardo al suo ruolo di figlia e in riguardo al suo ruolo di madre.

I “buchi nell’asfalto” della strada rappresentano i rischi nel cammino della vita, i momenti di crisi e di conflitto vissuti nell’ambito familiare nel corso della sua evoluzione psichica. Bettina rievoca nel sogno la conflittualità con cui ha vissuto i genitori e accusa l’angoscia della perdita del padre, oltre che della figlia.

Ci sono dei soccorritori, figure gratificanti e provvide, ma Bettina teme il peggio e invoca la madre ignara del pericolo incombente. Bettina è cresciuta con l’angoscia della perdita affettiva del padre e non ha trovato nella madre la consolazione che cercava e di cui aveva bisogno:” ma non hai capito che la macchina che sta arrivando”, “non ricorda quale espressione avesse sua madre”.

La simbologia di “cadere” in “una voragine” rievoca un fantasma di perdita affettiva e quindi il sogno di Bettina è dentro questa dimensione depressiva: angoscia legata alla possibile perdita del padre.

Ma, in effetti, la scena successiva dimostra che la madre è coinvolta nella proiezione aggressiva di Bettina: “Bettina vede soltanto il volto di sua madre, praticamente già inghiottita dall’asfalto, con un po’ di rosso in viso e sembra impassibile mentre viene ricoperta dall’asfalto molto velocemente.” Bettina manifesta tutta la sua aggressività nei confronti della madre seppellendola nell’asfalto. A nulla valgono i soccorsi, le giustificazioni per assolvere la figura materna nel suo ingrato e complicato ruolo, alla fine prevale l’aggressività: “velocemente l’asfalto che ormai l’ha interamente coperta.”

Il sogno di Bettina attesta i vissuti nei riguardi dei suoi genitori. Verso il padre vive l’angoscia di perdita, verso la madre vive l’aggressività. Questi sono i fantasmi dominanti del sogno di Bettina offerti in una cornice discorsiva con la presenza di alcuni simboli dominanti.

La prognosi impone a Bettina di mettere a posto le figure dei genitori dentro di lei e di portare a soluzione la posizione edipica riconoscendo i ruoli imposti dall’economia psichica della coppia e della famiglia. Se la madre è stata vissuta in maniera autoritaria e prepotente è anche perché il padre ha delegato e ha lasciato vuoto lo spazio che necessariamente la madre doveva beneficamente occupare nell’accudire i figli. Il solito discorso dei sociologi: dove c’è un vuoto di potere, qualcuno lo deve occupare. E’ necessario che Bettina si identifichi nelle parti migliori della madre per avere una sicurezza in se stessa e nella sua figura di madre. Il padre lo può anche lasciare nella tenerezza protettiva con cui lo ha avvolto. Ribadisco: curi la sua identità psichica, identificandosi nel meglio della madre.

Il rischio psicopatologico si attesta in un conflitto d’identità nel suo essere  figlia e nel suo essere madre, una psiconevrosi isterica con somatizzazioni qualora la tensione nervosa accumulata non viene scaricata per i giusti  canali. Sono, inoltre, possibili difficoltà affettive e relazionali per eccesso di autonomia o di dipendenza. Una via di mezzo è auspicabile.

Riflessioni metodologiche: il mio metodo di decodificare i sogni. Alla luce del buon gradimento avuto dal mio “blog” in segno di ringraziamento spiego come opero sin dal momento in cui ricevo un sogno. Lo leggo e lo lascio ristagnare una notte nella memoria. Di solito intuisco di notte la profondità e i significati nascosti e le psicodinamiche sottili. Di poi vomito sulla tastiera la prima vendemmia dei dati ricorrendo alla memoria della mia pratica clinica. Lascio decantare quello che ho volgarmente depositato. Dopo due giorni passo alla pulizia dei dati buttati giù in modo isterico e li elaboro in maniera accurata controllando la correttezza dei simboli con il mio personale “dizionario dei simboli onirici” che conta quasi trentamila voci. Alla fine del quarto giorno passo alla limatura estetica dell’eloquio e alla duttilità del dire le peggiori verità. In tutto questo trambusto mi sento mentalmente vivo e affettivamente appagato. Prossimamente pubblicherò la mia teoria sul sogno, un discorso più tecnico e meno discorsivo delle interpretazioni, ma la spiegherò in maniera democratica ossia accessibile anche agli appassionati e ai cosiddetti non addetti ai lavori. Intanto grazie a tutti quelli, meglio quelle, che hanno dimostrato interesse e partecipazione.

 

LE TRE SCIMMIETTE E LO SCIMPANZE’

chimpanzee-898756__180 (1)

“Betty sogna di trovarsi in collina su una strada sterrata che non vede. Ci sono molte persone che non conosce e che non vede. La colpisce il fatto che sia una bellissima e splendente giornata primaverile, l’erba è di un verde brillante riflessa dal sole e c’è qua e là qualche tarassaco giallo. C’è chi passeggia e chi è seduto lungo la strada. Betty non sa se sta camminando o è ferma, ma è in pace e serena.

C’è qualcuno che Betty non vede e non sente, ma sa che ha detto che ci si doveva spostare dalla strada per l’arrivo di un uomo. Così tutti quanti sorridenti e gioiosi si apprestano a sedersi lungo la parte destra della strada e sono tutti molto vicini.

Una bella signora sorridente e riccia che non conosce, la invita a prendere posto vicino a lei tra l’erba verde, abbastanza alta e sotto un filare di viti. Betty si siede, guarda di fronte a lei e da in fondo alla collina, ma non molto distante, sta salendo verso di loro uno scimpanzé eretto sulle due zampe posteriori e cammina come un uomo. Betty ha un primo piano del suo muso.

Inizialmente Betty pensa che deve aver paura e scappare, invece decide di non averne, di tranquillizzarsi, di aspettare osservandolo mentre avanza per capire se è buono o cattivo. A questo punto si sveglia.”

Il problema che il sogno di Betty offre immediatamente è il seguente: “non vede”, “non conosce”, “non so”. Le tre scimmiette di Betty sono il “non vedere”, il “non conoscere”, il “non sapere”. Chi meglio del siciliano sottoscritto poteva analizzare la sindrome mafiosa delle tre scimmiette? Parto subito con l’analisi delle simbologie al positivo e poi le volgerò al negativo.

Il “vedere” condensa la razionalità e l’esercizio logico-consequenziale, il principio di realtà e lo spirito critico, il collegamento tra interno ed esterno, la consapevolezza e le funzioni dell’Io. Il “vedere” è collegato strettamente al “sapere”.

Il “conoscere” condensa il processo di acquisizione e di sistemazione delle esperienze in un sistema organizzato di cui usufruire nel quotidiano vivere e soprattutto nel quotidiano relazionarsi. Il “conoscere” è collegato strettamente alla “cultura” intesa come apprendimento di schemi che permettono di capire la realtà e di agire in essa.

Il “sapere” condensa il gusto di sé, la soddisfazione di avere il sapore di se stessi e del patrimonio psichico acquisito, esprime la concretezza fisiologica del senso e del gusto, la consapevolezza dell’autostima e dell’amor proprio. Il “sapere” è collegato al “vedere” e al “conoscere” perché non esiste conoscenza che non si traduca correttamente nel gusto e nel senso di sé, piacevoli o dolorosi che siano.

Fin qui le interpretazioni al positivo. Convertiamole al negativo per il caso di Betty.

Betty non vive la consapevolezza di sé, non usa le sue conoscenze, non gusta se stessa. “Io non so se sto camminando o sono ferma, ma sono in pace e serena.” Eppure, la sua vita scorre in una realtà personale e sociale gratificante se guardiamo la coreografia in cui Betty è inserita e in cui la psicodinamica si svolge: “una bellissima e splendente giornata primaverile, l’erba è di un verde brillante riflessa dal sole e c’è qua e là qualche tarassaco giallo. C’è chi passeggia e chi è seduto lungo la strada.”

Betty ha detto all’inizio “di trovarsi in collina su una strada sterrata che non vede”.

La sua realtà psichica in atto è particolarmente difficile, ma è compensata da una forte sensibilità estetica, “tarassaco giallo”, e da una vita sociale gratificante,”chi passeggia e chi è seduto”.  Aggiunge anche: “Io non so se sto camminando o sono ferma, ma sono in pace e serena.” Betty si lascia vivere dalla vita e con una sapienza orientale preferisce la “atarassia”, assenza di affanni, all’ambizione e all’arroganza della consapevolezza di sé. Anche in questo caso non sa, non ha sapore di sé.

Le difese dal coinvolgimento emotivo e affettivo continuano a presentarsi ed ecco che il sogno si dirige verso il disvelamento della verità, quello che c’è sotto il velo difensivo dell’apparenza.

“C’è qualcuno che Betty non vede e non sente, ma sa che ha detto”: continua a non vedere e a non sentire, a sentirsi vivere e a non vivere, ma sa che  qualcuno ha detto. Chi è questo qualcuno? Si tratta di una persona direttiva e affidabile, una figura carismatica e importante nell’evoluzione psichica di Betty, una figura genitoriale. E tutti ubbidiscono volentieri: i figli che seguono i consigli della mamma o del papà. Sta per arrivare un uomo e “così tutti quanti sorridenti e gioiosi si apprestano a sedersi lungo la parte destra della strada e sono tutti molto vicini.” La parte destra della strada attesta di un qualcosa di razionale e progettuale, qualcosa di organizzato e comprensibile che s’innesta nel futuro, una presa di coscienza da fare perché quasi necessaria: “sorridenti e gioiosi”. La solidarietà non manca nell’essere “tutti molto vicini”: un quadro familiare.

Si tratta di una famiglia, la famiglia di Betty che aspetta un uomo che dovrebbe essere il padre.

Procediamo nel chiarimento dell’arcano.

“Una bella signora sorridente e riccia che non conosco” rappresenta l’alleato affettivo che consente il prosieguo del sogno e del sonno, ma anche una figura femminile gradevole e ideale, una figura solare e rassicurante per una Betty crepuscolare che non conosce, non sente e non sa: un surrogato della figura materna.

A questo punto tutti sono pronti a vedere l’uomo del mistero: “uno scimpanzé eretto sulle due zampe posteriori e cammina come un uomo”. Razionalmente è una delusione, emotivamente è un colpo gobbo, uno scherzo da prete, un inganno del potere. Si aspettava un piccolo dio e compare una scimmia.

Quest’ultima è la vergogna dell’uomo, “qualcosa che fa ridere oppure suscita un doloroso senso di vergogna”, secondo Nietzsche. La scimmia è l’antenato biologico dell’uomo, secondo le teorie evoluzionistiche di Darwin e, per la precisione, un “gradino inferiore rispetto all’uomo”. Simbolicamente la “scimmia” rappresenta il sistema neurovegetativo, la parte animale e istintiva, la pulsione e la caduta della ragione: un uomo inferiore, un uomo inteso come istinto e pulsione o come “forza lavoro”. Betty “ha un primo piano del suo muso”: muso, non viso, a testimoniare la valenza animale dell’olfatto e del gusto che Betty giustamente dà allo scimpanzé.

La scimmia, essendo ai limiti della parte razionale e della coscienza, sembra essere come Betty che “non sa”, “non conosce”, “non vede”, che si lascia vivere, ma può essere anche la figura paterna vissuta dalla bambina e in seguito offerta dalla madre come la figura di un uomo che lavora e che non è  valutato a livello psicoaffettivo. Della serie: “bambini fate i bravi, adesso arriva il papà che è stanco perché ha lavorato tanto” e non invece  “battiam battiam le mani che arriva il vostro caro papà”. Il sogno risolve decisamente il dubbio: non si tratta della parte neurovegetativa di Betty, ma della figura paterna semplicemente perché Betty dice” per capire se era buono o cattivo”. Betty inconsapevolmente usa il meccanismo di difesa dall’angoscia classico dei bambini, lo “splitting”, la scissione del “fantasma del padre” in buono e cattivo  che consegue al “fantasma della madre” elaborato e scisso sin dai primi mesi di vita in parte buona e parte cattiva. Il sogno rievoca la primissima infanzia, quando Betty si approcciava al padre e si apprestava a sentirlo come presenza affettiva e protettiva. E’ sorprendente e meraviglioso come nel nostro “profondo” tutto si conserva e il sogno lo tira fuori a modo suo e al momento opportuno dietro lo stimolo giusto.

Il sogno di Betty rievoca una bambina che si affida alla figura materna e che si accosta al padre con cautela vivendolo in primo luogo come una figura neurovegetativa e non affettiva, istintiva e non razionale, colui che con il suo lavoro ci dà da mangiare. La bimba non ha avuto confidenza con il padre e si è costretta a tenerlo ai margini della sua affettività legandosi in silenzio e temendolo sempre in silenzio, una bambina che non si è saputa districare tra una madre ingombrante e direttiva e un padre minimizzato e ridotto al suo essere vivente. E’ consequenziale che questa situazione psichica e relazionale ha impedito a Betty la corretta evoluzione della posizione edipica. Lascia ben sperare in una riappropriazione progressiva dell’alienato e in una ripresa psichica di Betty il “doveva aver paura” e il “decide di non averla”, la volitività del fare e la volontà di affermazione, al di là delle titubanze e delle attese.

La prognosi impone a Betty di recuperare la sua autoconsapevolezza e la sua sicurezza riconoscendo le figure genitoriali, non soltanto come si sono manifestate, ma anche come le emergenze di allora le hanno offerte. Betty si è evoluta con la figura incompleta del padre e con la figura “XXL” della madre. Lo spazio occupato dalla madre è indotto anche da circostanze storiche e culturali che hanno contraddistinto la famiglia borghese al suo primo formarsi. Di poi, quando anche la madre è andata al servizio del sistema produttivo emancipandosi, la famiglia ha conosciuto problematiche di grande spessore e conflitti di sottile qualità.

Il rischio psicopatologico si attesta nel persistere della disistima e  nell’evitare il coinvolgimento affettivo. Inoltre il rischio comporta la caduta della qualità della vita e delle relazioni affettive secondo una deleteria filosofia della modestia e dell’accontentarsi. E’ da dire che conseguirebbe un’infausta sindrome depressiva.

Riflessioni metodologiche: ancora a proposito della teoria sul sogno si può definire quest’ultimo “resto notturno”. In base a quanto ho affermato   nell’interpretazione del sogno di Gregorio, titolato “il travaglio della rinascita”, e nello specifico sul dato di fatto che i sogni al risveglio passano dal parrucchiere per essere acconciati e sul dato di fatto che è quasi impossibile avere il prodotto onirico nella sua integrità e purezza, aggiungo che il sogno si può definire “resto notturno”. In base a questa riflessione si possono anche  analizzare le fantasticherie e le fantasie da svegli elaborate. Freud aveva attribuito la causa del sogno ai “resti diurni”, agli stimoli del giorno precedente non adeguatamente indagati che agganciano materiale psichico rimosso ed elaborano di notte il sogno. Alla luce di quanto risulta su quello che ricordiamo nelle fasi R.E.M. del sonno, quando il sogno si elabora e prende consistenza perché nelle fasi NON R.E.M. non si sogna perché è labile la  memoria, si può definire il sogno “resto notturno” con due finalità importanti. La prima consente di analizzare i prodotti psichici elaborati nella veglia come le fantasticherie e le fantasie e le opere artistiche e culturali come la pubblicità e come altre espressioni del polivalente animale vivente chiamato uomo. La seconda consente d’interpretare i sintomi delle problematiche psichiche come le psiconevrosi e le psicosi e le fenomenologie dei disturbi psicosomatici e di tutto quell’altro che rientra nella fenomenologia dello strano animale chiamato uomo e che lo contraddistingue dalla scimmia, per restare in tema con il sogno di Betty. In sintesi: il sogno è un resto notturno e si possono decodificare i prodotti psichici e culturali.

O  TE  O  NESSUNO  MAI  PIU’! LE  ALTRE  RELAZIONI  NEGATE

 4714909394_3186bd0b63_b

“Le scapole aperte”

“Marta sogna di trovarsi in un piccolo paesino, in circostanze che non ricorda più, in un edificio che era un misto tra una chiesa e un sito archeologico. C’era un viavai di gente, forse una festa che scemava.

A un tratto fa irruzione una ragazza con un forte torcicollo. Dice che le fa male il collo, ma si vede chiaramente che ha le scapole al rovescio, come se le spalle fossero state ruotate. E’ di statura piccola, con i capelli chiari e corti.

Marta si offre di spalmarle una pomata, mentre lei sta sdraiata sul pavimento di pietra antica e cerca di massaggiarla molto delicatamente sulle spalle. Poi le spiega che le scapole andavano rimesse a posto, ma lei preferisce non farlo. Arriva O.P. e Marta le dice che è un amico ed è bravissimo per questo intervento. Lui allora le prende la spalla e gliela ruota nel senso giusto, ma lei non sopporta quel dolore e pretende che le si metta la spalla di nuovo storta com’era prima. Dice che preferisce il vecchio dolore a quello nuovo.

L’accontentano, anche se Marta è un po’ preoccupata e si domanda come sia possibile una cosa simile e in che modo possa aiutarla.”

 

Vado subito al dunque onirico.

Il “piccolo paesino” è simbolo di convivenza parentale, di famiglia allargata. Le “circostanze” dimenticate rappresentano una difesa in quanto evitano al sogno di precisare e di disoccultare. “Un edificio misto tra chiesa e sito archeologico” esprime una forma di altolocazione dell’Io, un buon narcisismo, un Io ideale, un’ipertrofia sempre dell’Io, un Io sublimato tra il sacro e il profano, una forma religiosa di culto del proprio Io. Un “viavai di gente” condensa la rete delle relazioni, la festosa coreografia ed è inserito in un processo di perdita accompagnato al dubbio: “forse una festa che scemava”. Marta esibisce un buon senso dell’Io e un forte amor proprio, è una persona orgogliosa che socializza facilmente e che riesce conciliare gli opposti: una buona presentazione di sé, frutto anche di un buon lavoro su se stessa e di una proficua ricerca dell’autocoscienza. Questa è la sua “parte positiva”.

“Fa irruzione una ragazza con un forte torcicollo”: termini forti a livello linguistico e a livello psichico. Il “torcicollo” rappresenta un trauma collegato al rapporto tra testa e torace, un’interruzione tra mente e sentimento, tra “Io” ed “Es”, tra ragione ed emozione, tra “processo secondario” e “processo primario”. In termini semplici si profila una dissonanza tra la funzione razionale e la funzione emotiva, una distonia tra la ragione e il sentimento. Questa ragazza che fa irruzione nella scena del sogno è la chiara “proiezione” di Marta, rappresenta il suo conflitto psichico e si profila anche fisicamente in seguito: “di statura piccola, con i capelli chiari e corti”. Non significa che Marta ha questi tratti fisiologici, ma la statura piccola e i capelli corti attestano del contrasto tra un “Io ipertrofico” e un corpo piccolo. Questa è la “parte negativa” di Marta. Il sogno va per opposizioni.

“Male al collo”, “scapole al rovescio”,”spalle ruotate” confermano la presenza di un disturbo della sfera affettiva e relazionale. In sostanza questa strana ragazza esprime una simbologia onirica che si traduce in una difesa spasmodica dalle relazioni e dai sentimenti. In particolare le relazioni affettive non sono inserite nella realtà in atto, non sono filtrate con il cervello e non sono valutate criticamente, per cui sono in un primo tempo rifiutate e di poi negate. Trattasi chiaramente di un trauma relazionale e affettivo, di una delusione sentimentale che ha portato questa ragazza a non fidarsi più del suo prossimo e a non affidarsi più a nessuno, come in seguito si evidenzierà in maniera forte.

Marta cura se stessa, la sua sfera affettiva attraverso la presa di coscienza del suo conflitto relazionale e della sua difesa di affidarsi a qualcuno, di non mettersi in gioco nella realtà sociale di tutti i giorni. “Spalmarle una pomata”, ”cerca di massaggiarla molto delicatamente”,”le spiega”: Marta si conosce, sa di sé e si vuole anche bene, ma non riesce ad affidarsi a livello affettivo, non vuole abbandonarsi emotivamente in maniera direttamente proporzionale alle delusione subite. Ma a chi non vuole affidarsi? Alla mamma o al papà? Marta non vuole affidarsi a un uomo. Ecco che “arriva O.P. e Marta dice che è un amico ed è bravissimo per questo intervento”. La frustrazione dell’investimento relazionale e affettivo riguarda un uomo.

“Lui allora le prende la spalla e gliela ruota nel senso giusto, ma lei non sopporta quel dolore e pretende che le si metta la spalla storta com’era prima”. E’ giusto relazionarsi con un uomo; così suggerisce il fisioterapista della Provvidenza, ma le resistenze di Marta sono talmente forti da pretendere che il senso giusto della sua spalla sia quello doloroso e che il senso sbagliato della sua spalla sia quello normale.

Il meccanismo di difesa di Marta è la “fissazione”: Marta è bloccata in quel trauma relazionale e affettivo e si difende dal prossimo fissandosi a quello e  soffrendo per non soffrire di più. “O te o nessuno mai più”, “se l’amore fa soffrire, io non voglio amare più”: così recitano delle canzoncine leggere degli anni settanta. Certo che questa “fissazione” a investimenti dolorosi del passato comporta anche una mancata risoluzione del complesso di Edipo, ma nel sogno questo tratto non si esprime, si desume. “Dice che preferisce il vecchio dolore a quello nuovo”.

A questo punto “Marta si domanda come possa aiutarla”? Meglio: come posso aiutarmi?

La prognosi impone di alzare la soglia della tolleranza delle frustrazioni relazionali e affettive, di ridurre l’ipertrofia dell’Io e di diminuire le esigenze a carico degli altri. Bisogna evitare l’autocondanna alla misantropia e a una vita ispirata alla paura di abbandonarsi e affidarsi a relazioni significative. L’orgoglio in eccesso è una difesa spasmodica e coincide con la stupidità.

Il rischio psicopatologico si attesta nell’isolamento depressivo e nella caduta della qualità della vita, nell’autolesionismo difensivo all’interno di una visione pessimistica delle relazioni e degli affetti. Il rischio è uno stato limite.

Riflessione metodologica: il meccanismo psichico di difesa della “fissazione” è un processo tramite il quale l’evoluzione della “libido” e i suoi investimenti, a causa di specifiche situazioni affettive ed emotive, si arrestano, arretrano e si legano a persone, a situazioni, a immagini, a relazioni e a eventi particolarmente forti e significativi a livello psicologico, perché rassicuranti,protettivi, soddisfacenti, specialmente in un presente ricco di frustrazioni o di traumatiche gratificazioni. La “fissazione” è collegata inevitabilmente alla “regressione” o a un processo regressivo o a una evoluzione all’incontrario, anzi ne è la logica conseguenza riparatoria; mentre la seconda non si considera un meccanismo di difesa vero e proprio, la prima è da ritenere in maniera più marcata un processo psichico difensivo dall’angoscia. Esempio: il figlio unico che non vuole crescere e rendersi autonomo dalle figure genitoriali e dall’ambiente ovattato della famiglia o il primogenito in preda al sentimento angosciante e struggente della rivalità fraterna in occasione della nascita di un fratello. Entrambi usano il “processo psichico difensivo della fissazione”.

MATERNITA’  E  SUBLIMAZIONE L’ANGOSCIA  DELLA GRAVIDANZA  E  DEL PARTO

DSC_68251.jpg_201213215717_DSC_68251

“Dalila entra in una chiesa antica e in parte sommersa.

Per raggiungere l’altare deve camminare sopra una zattera lunga e stretta e fatta di tavole con sopra iconografie di Cristo e di santi.

Le tavole vacillano tutte sull’acqua mentre Dalila cammina e le ultime si slegano.

Dalila cade e sta annegando.

Si salva per un pelo e si ritrova in una specie di ambulanza con tanta folla  intorno a lei.

Le fanno una specie di flebo con una sostanza densa e dorata che sembra miele.

Dalila sente che hanno sbagliato a fare qualcosa e sente aria che entra in vena e perde i sensi.

Si sveglia di colpo tutta sudata  e angosciata e con un peso sul cuore.”

 

Il sogno di Dalila sviluppa il tema classico dell’angoscia di morte che si coniuga nello stato in cui si produce la vita, la gravidanza e il parto. Rievoca la condanna biblica della donna che partorirà necessariamente nel dolore a causa del peccato dei progenitori Adamo ed Eva: “aumenterò grandemente la pena della tua gravidanza; con doglie partorirai figli …”. Al di là della significativa metafisica religiosa che ha condizionato e condiziona la cultura occidentale, trattasi di angoscia di morte e di un bel fantasma naturale e assolutamente normale, di quella normalità psichica e non convenzionale. Di questa cosiddetta “normalità” scriverò nelle riflessioni metodologiche alla fine di questa interpretazione.

Meglio iniziare con la decodificazione del sogno di Dalila e procedere  approfondendo di volta in volta la ricchezza dei temi psico-culturali presenti.

La “chiesa antica” rappresenta simbolicamente il processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione”: nobilitare gli investimenti della “libido” dirottandoli verso fini socialmente utili e deprivandoli in parte del contenuto fortemente emotivo. La chiesa è il simbolo del sacro e del sacrificio, della colpa e dell’espiazione, del peccato e della catarsi, del trascendente e della fede, della morte e della resurrezione.

L’essere “in parte sommersa” indica che il tema onirico riguarda l’universo femminile e la dea madre: l’acqua. Il fatto che la chiesa sia parzialmente sommersa attesta che la “rimozione” dell’essere femminile di Dalila è parziale e non totale: la coscienza della possibile maternità è presente, ma è disturbata da altri fattori che si evidenzieranno in seguito, la fecondazione, la gravidanza, il travaglio e, “dulcis in fundo”, il parto.

L’ “altare” è il luogo del sacrificio e della colpa da espiare, ma è anche il simbolo del sacro e della purificazione, della condanna e dell’assoluzione. La maternità condensa la sacralità della vita, l’origine e la conservazione della specie: la dea madre, la greca Gea,la biblica Lilith e di poi Eva.

La” zattera” è una soluzione possibile ma non stabile, una soluzione rudimentale e inadeguata, “le tavole vacillano … e si slegano”: il processo di difesa della “sublimazione” non funziona e Dalila lascia emergere nel sogno attraverso condensazioni e spostamenti la sua verità, il contenuto latente, la sua vera angoscia.

Le immagini sacre di Cristo e dei santi confermano la colpa e la sua espiazione, la condanna e l’assoluzione, la vita e la morte sublimate nella resurrezione.

Dalila “cade”, perde le sue difese, in particolare la “sublimazione” lascia il posto alla concretezza materiale; Dalila “sta annegando” nel suo fantasma e nel suo conflitto con maggiore consapevolezza, per cui ci va dentro ad affrontarlo: la maternità è rappresentata dall’acqua, oltretutto un chiaro richiamo al liquido amniotico in cui vive il feto.

Ma la consapevolezza del conflitto psichico salva Dalila, la quale  si trova in “una specie di ambulanza”, un chiaro “spostamento” dell’alcova nuziale, del letto coniugale, del luogo dell’intimità erotica e sessuale. Il conflitto intorno al coito finalizzato alla procreazione si condensa nell’ambiguità dolorosa e protettiva dell’ambulanza. Lo schema culturale della fecondazione e della maternità è condensato nella “tanta folla intorno a lei”.

A questo punto il sogno propone la simbologia della fecondazione: quella “specie di flebo” rappresenta il potere fallico maschile, il pene, mentre “la sostanza densa e dorata che sembra miele” rappresenta lo sperma, il liquido seminale, una sostanza che feconda Dalila in vena, traslazione della vagina.

Ma la fecondazione è permeata da senso di colpa e l’angoscia collegata arriva subito a esigere il prezzo di un’educazione sessuofobica e di una possibile esperienza traumatica. Dalila si difende ancora e in prima istanza proietta la colpa negli infermieri che l’hanno curata: “sente che hanno sbagliato a fare qualcosa”. Evidente che Dalila ha sbagliato, è andata contro ai dettami morali del suo “Super-Io”, ha derogato dalle leggi paterne e materne, ha infranto i tabù del gruppo. Il divieto obliterato deve essere espiato con la morte: “sente aria che entra in vena e perde i sensi”. Il sogno ha tutti i connotati di una tragedia greca di Eschilo o di Sofocle o di Euripide: l’eroina è servita in un ghiotto piatto condito di colpa e di morte. L’equilibrio psichico e sociale infranto deve essere ricostituito, motivo per cui Dalila deve morire.

Dalila non è ancora pronta ad affrontare il conflitto e chiama in soccorso il meccanismo organico di difesa più naturale, lo svenimento, il corto circuito emotivo a cui il corpo reagisce sospendendo temporaneamente la coscienza e la vigilanza. L’angoscia della fecondazione, della gravidanza e del parto sono il condensato meraviglioso del sogno di Dalila, un conflitto di assoluta normalità che si estende a tutte le donne, almeno a livello profondo. La maternità è bella e travagliata.

Si passa dallo svenimento in sogno all’incubo per incapacità a gestire l’angoscia: “si sveglia di colpo tutta sudata e angosciata con un peso nel cuore”. Mi preme ricordare che il plesso solare è il luogo privilegiato di somatizzazione dell’angoscia: “un peso nel cuore”.

Sintesi: Dalila prende consapevolezza nel suo sogno che il desiderio contrastato di avere un figlio comporta l’angoscia di morte, il dare la vita comporta la possibilità della morte.

La prognosi  esige il controllo dei naturali fantasmi della fecondazione, della gravidanza e del parto attraverso la presa di coscienza del proprio essere femminile e la liquidazione delle remore culturali e religiose. Dalila deve vivere la sua sessualità senza inutili colpevolizzazioni e deve procedere verso un vissuto armonico di appagamento della sua naturale libido.

Il rischio psicopatologico si concentra nella degenerazione dell’angoscia nevrotica di castrazione nello stato limite dell’angoscia di perdita. In questo quadro di degenerazione dell’angoscia di morte s’inserisce la “psicosi post partum” o puerperale: angoscia di frammentazione e stato psicotico.

Riflessione metodologica: il concetto di normalità psichica secondo la Psicoanalisi di Sigmund Freud consiste nell’equilibrio dinamico ed economico tra le istanze psichiche dell’Io, dell’Es e del Super-Io, una teoria complessa anche se comprensibile se approfondita. In maniera più semplice  la normalità si attesta nel criterio del non essere di danno a se stesso e agli altri. Necessariamente la convivenza esige un sistema di leggi che limita le libertà individuali. La frustrazione della libido è la condizione della convivenza e il processo psichico della “sublimazione” è necessario per vivere in società. La lettura del testo di Sigmund Freud  “Il disagio della civiltà” è attualissima nel suo apparire paradossale.

INANIMAZIONE  E  COMPLESSO  DI  EDIPO

Fussli_LIncubo

“Lily sogna di addormentarsi, ma le viene la paralisi nel sonno.

Prova ad accendere il cellulare facendo proprio il movimento, ma non riesce.

Vuole muoversi nel sonno perché ha il timore che ci sia qualcuno e vuole  accendere il cellulare per controllare.”

La trama del sogno è breve, ma la psicodinamica è complessa e il corredo delle sensazioni, tecnicamente la “cenestesi”, è altrettanto intenso, quasi drammatico. Sentirsi paralizzato nel sogno, infatti, è una sensazione molto pesante: una delle classiche angosce, l’angoscia dell’inanimazione. Il cercare di reagire muovendosi e il non riuscirci danno il senso dell’impotenza e della soccombenza: poche parole per pochi concetti, ma sensazioni alle stelle ed emozioni a nastro coesistono nel sogno di Lily.

Analizziamo la simbologia per poi procedere linearmente con la decodificazione.

“Addormentarsi” equivale a una caduta della vigilanza razionale e dell’autocontrollo nervoso, a un lasciarsi andare regressivo nelle braccia del semidio Morfeo e del sistema neurovegetativo o involontario, a un rilassarsi e ricostituirsi a livello nervoso, a un disimpegnarsi dalle mille attività della veglia.

La “paralisi”, l’impossibilità di muoversi e di controllare la funzione motoria, esprime l’inanimazione psicofisica, in generale e nello specifico la “parte psichica e fisica inanimata”, l’organo debole e la funzione organica contrastata. In senso traslato si può anche includere un progetto psichico o un desiderio, il “non nato di sé”, ma l’inanimazione nella sua purezza parte dal corpo e in esso si attesta anche se, di poi, si evolve in un vissuto psichico.

“Accendere” conferma l’autocontrollo razionale dell’Io, il ripristino del funzionamento del sistema nervoso centrale, l’introduzione della luce logica al posto del buio emotivo; in senso traslato si può interpretare come un “dar vita all’inanimato” dopo averne preso coscienza. Il termine “accendere” ricorre due volte nel breve sogno di Lily, a conferma di quanto sia importante per lei questa simbologia.

Il “cellulare”, quest’oggetto tecnologico attuale rientra simbolicamente nell’atavica comunicazione, nella relazione con l’altro, persona o cosa, nel “potere fallico” della modernità.”Nulla di nuovo sotto il sole”, dal momento che le novità scientifiche e culturali sono contenute in simbologie antiche, anche quando il famigerato cellulare viene usato nella funzione luminosa per dare chiarezza logica e rassicurazione a Lily nell’ultima parte del sogno.

“Movimento”e “muoversi” condensano la vitalità psicofisica e la vigilanza dell’azione, il vivere consapevole e l’uscita dall’inanimazione. Lily dentro di lei  vuole, ma fuori non riesce; ritorna il senso dell’impotenza, perché muoversi nel sonno volontariamente non è possibile dal momento che il sistema nervoso centrale  è  andato a dormire, funzione razionale compresa. Lily non può comunicare a se stessa e con gli altri.

“Qualcuno” richiama il complesso di Edipo nel contesto in cui l’ha inserito Lily; nello specifico si tratta della figura maschile del padre, a testimonianza di una parziale risoluzione ossia di un persistere della dipendenza verso le figure genitoriali in generale. Ma il timore è verso il padre e verso le insidie dell’universo maschile.

Il “vuole accendere il cellulare per controllare” va da sé in base a quello che si è detto in precedenza: “voglio prendere coscienza dei miei vissuti psichici in riguardo al padre e alla madre, pena la mancata animazione delle mie parti psichiche che non hanno ancora visto la vita.

Quali sono queste parti? L’autonomia psichica e nello specifico la sfera affettiva e sessuale.

Sintetizzando si può desumere dal sogno che Lily deve risolvere le ultime pendenze con i suoi genitori e rendersi autonoma da loro, per poter vivere bene il suo corpo e la sua mente, la sua unità psicosomatica per l’appunto. Questa è la prognosi.

Il rischio psicopatologico si concentra nella psiconevrosi ansioso-depressiva con conversioni somatiche e le conseguenti difficoltà della funzionalità organica: un disturbo psicosomatico.

Riflessione metodologica: Il “fantasma d’inanimazione” è in gran parte responsabile dei disturbi funzionali, almeno per quanto riguarda la prevalenza del versante psichico. Si celebra con quest’ottica e con la conseguente ricerca la nascita della “medicina psicosomatica”, ma non bisogna mai dimenticare  che ogni “vivente”, nello specifico quello “umano”, è il risultato meraviglioso di un’unità psicosomatica, per cui è sempre clinicamente corretto, oltre che proficuo per il benessere, non estremizzare e rispettare anche i diritti del corpo ossia eseguire l’accertamento medico e la valutazione organica del disturbo. La “cenestesi” è il complesso delle sensazioni che nascono dall’armonico funzionamento del corpo e della mente, dall’equilibrio dell’unità psiche- soma, dalla proficua coalizione dei sensi, un” sesto senso” che varca la soglia della coscienza e si evolve nel senso di un pieno benessere. Nel sogno la cenestesi è particolarmente coinvolta e nella sua prepotenza culmina nell’incubo e nel risveglio per l’impossibilità del corpo di gestire le eccitazioni sensoriali durante il sonno, una difesa organica per continuare a vivere. Per converso la “cenestopatia” è la sofferenza riferita ai sensi in una condizione patologica reale riferita a un organo o a una funzione organica.