DAL “LIBRO ROSSO” DI JUNG

Il “Libro rosso” di Carl Gustav Jung, scritto tra il 1913 e il 1930, è stato pubblicato nel 2009. E’ un’opera elaborata secondo la metodologia della “Immaginazione attiva”, procedimento che si attesta nel portare alla coscienza i contenuti psichici inconsci e tradurli nel registro visivo e verbale: un’opera di pulizia del camino con l’aggiunta delle immagini, una forma di autoanalisi.

Questo è il brano in linea con la nostra attualità.

Ve lo propongo su suggerimento di Bruna.

“Capitano, il mozzo è preoccupato e molto agitato per la quarantena che ci hanno imposto al porto. Potete parlarci voi?”

“Cosa vi turba, ragazzo? Non avete abbastanza cibo? Non dormite abbastanza?”

“Non è questo, Capitano, non sopporto di non poter scendere a terra, di non poter abbracciare i miei cari.”

“E se vi facessero scendere e foste contagioso, sopportereste la colpa di infettare qualcuno che non può reggere la malattia?”

“Non me lo perdonerei mai, anche se per me l’hanno inventata questa peste!”

“Può darsi, ma se così non fosse?”

“Ho capito quel che volete dire, ma mi sento privato della libertà, Capitano, mi hanno privato di qualcosa.”

“E voi privatevi di ancor più cose, ragazzo.”

“Mi prendete in giro?”

“Affatto…Se vi fate privare di qualcosa senza rispondere adeguatamente avete perso.”

“Certo. Io lo feci nella quarantena di sette anni fa.”

“E di cosa vi privaste?”

“Dovevo attendere più di venti giorni sulla nave. Erano mesi che aspettavo di far porto e di godermi un po’ di primavera a terra. Ci fu un’epidemia. A Port April ci vietarono di scendere. I primi giorni furono duri. Mi sentivo come voi. Poi iniziai a rispondere a quelle imposizioni non usando la logica. Sapevo che dopo ventuno giorni di un comportamento si crea un’abitudine e, invece di lamentarmi e crearne di terribili, iniziai a comportarmi in modo diverso da tutti gli altri. Prima iniziai a riflettere su chi, di privazioni, ne ha molte e per tutti i giorni della sua miserabile vita, per entrare nella giusta ottica, poi mi adoperai per vincere. Cominciai con il cibo. Mi imposi di mangiare la metà di quanto mangiassi normalmente, poi iniziai a selezionare dei cibi più facilmente digeribili, che non sovraccaricassero il mio corpo. Passai a nutrirmi di cibi che, per tradizione, contribuivano a far stare l’uomo in salute. Il passo successivo fu di unire a questo una depurazione di malsani pensieri, di averne sempre di più elevati e nobili. Mi imposi di leggere almeno una pagina al giorno di un libro su un argomento che non conoscevo. Mi imposi di fare esercizi fisici sul ponte all’alba. Un vecchio indiano mi aveva detto, anni prima, che il corpo si potenzia trattenendo il respiro. Mi imposi di fare delle profonde respirazioni ogni mattina. Credo che i miei polmoni non abbiano mai raggiunto una tale forza. La sera era l’ora delle preghiere, l’ora di ringraziare una qualche entità che tutto regola, per non avermi dato il destino di aver privazioni serie per tutta la mia vita. Sempre l’indiano mi consigliò, anni prima, di prendere l’abitudine di immaginare della luce entrarmi dentro e rendermi più forte. Poteva funzionare anche per quei cari che mi erano lontani, e così, anche questa pratica, fece la comparsa in ogni giorno che passai sulla nave. Invece di pensare a tutto ciò che non potevo fare, pensai a ciò che avrei fatto una volta sceso. Vedevo le scene ogni giorno, le vivevo intensamente e mi godevo l’attesa. Tutto ciò che si può avere subito non è mai interessante. L’attesa serve a sublimare il desiderio, a renderlo più potente. Mi ero privato di cibi succulenti, di tante bottiglie di rum, di bestemmie e di imprecazioni da elencare davanti al resto dell’equipaggio. Mi ero privato di giocare a carte, di dormire molto, di oziare, di pensare solo a ciò di cui mi stavano privando.”

“Come andò a finire, Capitano?”

“Acquisii tutte quelle abitudini nuove, ragazzo. Mi fecero scender dopo molto più tempo del previsto.”

“Vi privarono anche della primavera, ordunque?”

“Sì, quell’anno mi privarono della primavera e di tante altre cose, ma io ero fiorito ugualmente, mi ero portato la primavera dentro e nessuno avrebbe potuto rubarmela più.”

L’ULTIMO IMMORTALE

La natura si sta riposando

ora che l’uomo è neutralizzato…

Lascia che la mia incoscienza voli con le ali della mia libertà.

Sono un highlander,

non vivrò con lo spettro della morte

che mi chiude ogni porta.

Voglio rinascere come in ogni primavera

e godermi il profumo delle viole.

Sarò accorta,

ma non chiedermi di andare avanti senza vivere.

Ti rispetto

per aver riportato l’essenziale al centro.

Ti ringrazio

per elargire a tutti la possibilità di dimostrarsi migliori.

Chissà se servirà…

Anna

Montebelluna (TV), giovedì 19 del mese di marzo dell’anno 2020

OR CHE LA ZAGARA

Or che la zagara spunta

fra i verdi germogli

e l’aere è più fine,

aspetto che i tuoi passi

senza rumore alcuno

e senza orma

vengano ancora una volta

ad allietare i miei giorni…

Solo il profumo dei tuoi capelli

gareggia con i fiori

dell’imminente primavera

ed io nel mirare il cielo

vedo tutta la luce

dei tuoi occhi.

Enzo

Augusta (SR), sabato 21 del mese di marzo dell’anno 2020

UN GRANDE BISOGNO DI UMANITA’

E’ primo pomeriggio ed io sono seduta al tavolo della mia cucina, a scrivere i pensieri di questi giorni lenti.

Sono i giorni dei progetti interrotti, dei viaggi annullati, dell’attesa spesso inquieta di ciò che verrà. Sono però anche i giorni dell’introspezione, della riflessione sulla bellezza della libertà e della pace dentro e fuori di noi, i giorni dei cari tentativi di far sorridere l’altro.

Fuori è un tripudio di colori, che il sole caldo di questi giorni fa brillare ancora di più. Quei piccoli fiori rosa, bianchi e gialli, che sono come lettere inviateci da una tanto agognata primavera, mi sorridono.

Un uomo di nome Francesco dice che non dobbiamo sprecare questi giorni, trovo che abbia ragione.

Mi trovavo qualche giorno fa di ritorno dal supermercato, in strada i tasselli del vivace puzzle di questa città erano tutti scomposti, ognuno distante dall’altro, ognuno attento ad evitare l’altro, ognuno dominato dall’istinto di proteggersi.

Quell’allegro e colorito “Gr üß Gott“ – Saluto di Dio – dei bavaresi ha lasciato spazio al silenzio o a qualche mugugno incomprensibile.

Mi sentivo come in uno di quei videogiochi, che anche da bambina non ho mai amato, in cui devi schivare i vari nemici sulla tua via.

Mentre ero assorta in questi pensieri, dal terrazzino di una casa, mi accorgo che un simpatico gatto mi osservava, il suo sguardo era un po’ perplesso. Siamo strani, del resto, noi uomini.

Alle sue spalle la padrona, una donna di mezza età intenta a fare le pulizie, mi vede e mi sorride. Con il mio rudimentale tedesco le chiedo di poter fotografare il suo bel gatto. Lei mi risponde con voce squillante “ma naturalmente!” e mi dice che i gatti a casa sua sono ben tre. Li va a prendere e me li mostra soddisfatta dal terrazzino ed io le faccio i complimenti per quella bella colonia di felini che popolavano casa sua.

Eravamo distanti, quattro o cinque metri ci separavano, non dovevamo aver paura, non potevamo farci del male.

Entrambe nutrivamo un grande bisogno di umanità.

Bruna

Monaco di Baviera, giorno19 del mese di marzo dell’anno 2020