AH AH AH

missili R-60 Neptun

le navi di Putin

guerra giusta

pacifista cieco

pacifista con la testa sul collo

musica nell’ammasso di Perseo

i buchi neri suonano

aerei F-35 americani

aerei F-16 americani

onde di pressione

esecuzione ensemble

assoli

suoni di stelle morte

Carancino di Belvedere

Salvatore

Vallone

10, 05, 2021

 

CARTAGO DELENDA EST

L’albicocco è fiorito a chiazze in questo giardino d’inverno

tra gelidi scrosci di acqua radioattiva

e morbidi acquitrini stagnanti da tempo indefinito e indefinibile

per diventare finalmente una palude famosa e fumosa

sotto i flash della Press internazionale

che sfruculia a destra e a manca in cerca dell’ignoto,

del sapere occulto,

della testimonianza segreta,

del cavolo a merenda,

dell’io so quello che tu non sai

e che non potrai sapere mai.

Anche i fiori dorati del tiglio si fanno la guerra

in questa primavera omicida e grigiagnola allo zolfo puzzolente

e tentano la scalata al magico potere di un frutto

che da acerbo diventerà maturo

e pronto per la solita scatola di latta

della Arrigoni di Odessa,

della Valfrutta di Kiev,

della Santarosa di Leopoli.

Cartago delenda est!”

Cartago delenda est!”

Cartago delenda est”

va gridando Cato maior

temendo di degenerare in minor.

Ahi Catone,

vituperio delle genti,

xenofobo incallito,

nazionalista infame

che adeschi le pulzelle di Orleans

per farne sante sugli altari della sacra Patria

insieme all’amico Cirillo!

Censura,

censura, o illiberale, le lettere di Jacopo o di Hanna,

le missive di don Michelino dal fronte russo a quello ceceno,

dalla cazzuta Ucraina alla mite Bielorussia,

condanna al cilicio i padri che disconoscono i figli

per poi adorarli pro domo loro narcisistica,

le madri che ammorbano il latte con atomi di U e Pu

durante le lunghe notti consumate

in un ricovero per gatte in calore

sotto le bombe di puro acciaio

e sotto le lenzuola di liscio raso,

in bottega e in chiesa,

in parlamento e in fabbrica,

nei ricoveri antiaerei e nei manicomi antiangoscia.

Intanto il freddo impazza

e diventa gelo sopra la neve sporca di nafta.

I lupi girano alla ricerca del rancio

e rivendicano il pezzo forte della loro cultura:

chi perde la guerra non perde la vita”.

I lupi insegnano all’università del monte Sasso

e promettono pergamene al latte di capra con pagamento rapido,

ma nessuno li capisce,

devono crepare nella loro stessa bocca

secondo la versione inumana di uomini senza frontiere.

Così non va bene,

non va per niente bene un “in bocca al lupo”

sputato al primo venuto

in questo ennesimo giorno di guerra

tra vecchie signore dai pizzi inverecondi e dai vecchi merletti,

tra anatre starnazzanti e compagni caduti.

Chi perde vince, dice Laing.

I lupi gregari hanno tanto da scopare

dopo la fine delle ostilità maschiloidi.

Cristo segnala il Golgota fittizio di un olocausto alla crucca,

ma Big Gim insiste nel massacro del suo popolo

che unito ammazzerà il tiranno

dopo il tristo connubio con la Morte.

Socrate si insinua furtivo in tanto bordello

e chiede dei buffoni e dei saltimbanchi al potere.

Come mai i matti e i derelitti governano

in tanto progresso delle Scienze fuse e infuse

e delle masturbazioni atomiche e microcellulari.

Povero sofista!

Mal gliene incolse nell’agorà di Serenella

per un salario contrabbandato nella via Salaria

insieme a donne imprudenti e uomini in cerca di guai,

sessuali e non.

Gli italiani sanno di buffoni al potere,

conoscono il buffo e il puffo in pieno vigore,

ridono dell’uomo tutto d’un pezzo e senza qualità,

insegnano la Logica trascendentale di Immanuel

tramite giornaliste e filosofi negli sciok parlati,

negli hitchcock televisivi di periferie pasoliniane inurbane.

La Press internazionale non socialista gode di tanto lutto.

Spettacolo, spettacolo, spettacolo!

Quanto vale un bel culo,

una faccia da culo per non morire,

uno strudel al plutonio per illuminarsi d’immenso.

Ieri mi ha scritto Niccolò,

il macchiavello macchiaiuolo,

quello della Mandragola,

quella della corruzione italiana,

mi ha chiesto

come si fa a farsi massacrare per eroismo.

Si sente inutile come non mai

in quel casino di Treviso

tra un tiramisu e una preghiera.

Anche Francesco il Guicciardo si rivolta sul prato verde

e si ribalta dalle risate insane

per il particulare e l’improvvisa Fortuna,

tutta roba sua senza trucco e senza inganno,

che è servita alle cuoche delle case di morte.

Anche Jean Bodybody è molto agitato

per la sua ragion di stato e ragion di chiesa.

Sigmund se la ride con il sigaro olandese

e grida ad Albert capellone “te l’avevo detto”,

me l’avevi detto”,

l’avevamo detto” nel nostro semplice carteggio

tu con i dollari e io con l’istinto,

mentre Catone il censore,

maior e minor,

nonché double face,

grida dal freddo deserto della Siberia

ai sordi della domenica infame:

Cartago delenda est!”

E ancora:

Cartago delenda est!”

E insiste:

Cartago delenda est!”

 

Salvatore Vallone

 

Carancino di Belvedere 20, 04, 2022

LA GRATITUDINE

Il Tempo è prezioso quanto me stessa

che in questo momento mi vivo,

quanto l’attenzione generosa che ho sempre verso l’altro.

Con generosità dico anche di me:

una persona semplice nella mia evoluzione di donna,

una donna complessa nell’evoluzione della mia anima.

Nulla è più difficile di una prima lettura di sé e dell’altro.

Inseguo il tempo,

un tempo breve e frettoloso che amo,

che mi induce a fare tutto ciò che amo fare:

scrivere,

leggere,

vedere qualche amica,

fare un giro per i negozi,

fermarmi,

osservare la Natura.

Fare,

poi fare e ancora fare.

Troppi obblighi e pochi interessi veri.

Vorrei,

ma non posso

o, forse, è meglio dire

che non riesco a trovare l’energia

per vivere oltre quella stanchezza

che ristagna negli esseri che vivono per lavorare,

piuttosto che, più sanamente, lavorare per vivere.

Eppure sono felice e grata,

certa che arriverà di nuovo il tempo

in cui il Tempo e il suo dafare smetterà di inseguirmi,

lasciandomi godere di quella Vita che è la mia vera vita:

un dono per il quale sono grata a chi merita.

La gratitudine è la bellezza che in essa abita.

Intanto dormicchio dentro un un cassetto,

insieme al mio progetto di scrittura,

come i miei gatti in questa giornata di ordinaria calura.

Carmen Cappuccio

Siracusa, 10, 07, 2021

LA SAGA DI GRAZIELLA

Graziella è una donna istruita

che in Sicilia parla in italiano.

Graziella è una donna del popolo

che studia per maestra dalle suore Orsoline.

Graziella è figlia di Pietro,

fratello di nonno Giovanni.

Graziella è una donna composta

che sposa Giuseppe, detto Pippino.

Graziella ama Pippino,

sergente della regia Marina italica.

Graziella è una mamma complessa

che ha quattro figli preziosi.

Graziella li chiama Maria, Lello, Maria e Piero

e la meningite ruba i tredici anni della prima Maria.

Graziella accudisce amorevolmente Lello

che nasce con il forcipe.

Graziella lo trascina in carrozzella

in questo grigio novembre del 1943.

Graziella è investita dal vento misto alla neve

in questo freddo novembre del ‘43.

Graziella è in fuga da Pola

in questo tragico novembre del ‘43.

Graziella è fermata da un povero soldato

tra Pola e Fiume in questo inumano novembre del ‘43.

Graziella copre Lello con il suo corpo

di fronte al mitra che spara la morte.

Graziella muore con Lello

e lascia sulla neve la rossa impronta della memoria.

Graziella ha il petto e il grembo squarciati

e Lello ha un foro nella testa e nel cuore.

La figlia Maria è testimone di questo terribile amore

fino a quando l’angoscia di morte le toglie l’identità.

Salvatore Vallone pone nel giorno della Memoria

e nel dolce ricordo di mamma Graziella e dell’incolpevole Lello.



Carancino di Belvedere 27, 01, 2022





LE PAROLE DI GREG

La vita è quella che ti accoglie.

Il giorno si apre con un buongiorno

e si chiude con una buonanotte.

Ognuno con la vita fa quello che vuole.

La puoi rovinare o sprecare,

ma… devi sapere che la vita non è un gioco.

Ogni giorno hai una sfida nuova,

una lotta contro il tempo.

Vivi la vita come un’avventura,

rincorrila,

non aver paura.

Vivi la vita come una emozione

che non sta esposta al sole.

Vivi la vita al meglio che puoi,

perché questi giorni non torneranno mai più.

Sfrutta ogni secondo,

ogni minuto.

La vita è importante.

Gregorio

San Donà di Piave, 25, 12, 2021

LE PAROLE

LE PAROLE DELLA QUARTA PAGINA DI COPERTINA DE “LA COSA PARLA”

 

In principio fu il Linguaggio e di poi la Parola.

L’Uomo atterrito da quello che poteva esprimere,

parola latente o significante,

e da quello che esprimeva,

parola manifesta o significato,

proiettò il conflitto nel grembo degli dei.

Nello scorrere inesorabile del Tempo

e con la formazione progressiva delle Lingue

lo stesso Uomo si è ricomposto

e ha recuperato la sua scissione e la sua alienazione

nel benefico tentativo di esorcizzare l’angoscia

di una permanente torre di Babele.

E così,

nella nostra attualità annoveriamo tra le tante Lingue

diverse modalità espressive e comunicative:

la lingua “alta” e nobile dei filosofi e dei sacerdoti,

la lingua “media” e borghese della massa convenzionale,

la lingua “bassa” e proletaria dell’immediatezza emotiva.

Anche i poeti hanno ricercato la Lingua giusta

per il loro personale Linguaggio

e tra le altre cose hanno scovato una dimensione psichica

che nel tempo è stata definita “Inconscio”

e hanno rielaborato senza piena consapevolezza

modalità espressive prossime ai procedimenti del sogno,

una comunicazione sempre efficace a tutti i livelli,

sotto sotto,

terra terra,

alto alto.

La cosa parla” appiana il conflitto tra Linguaggio e Parola

tramite una serie di intrecci di significanti e di significati,

insiemi di parole che formano testi

e consentono al lettore ampi spazi di proiezione dei propri vissuti

al fine esclusivo di lasciarlo chiuso nel suo ambito psichico

e nella sfera della propria irripetibile soggettività.

La cosa parla” è un cumulo,

più o meno organizzato,

di parole latenti e manifeste,

di significanti e di significati.

Datemi un canovaccio e vi parlerò di un mondo.

 

Salvatore Vallone

 

Pieve di Soligo, 29, 03, 1990

 

ENUNCIAZIONE PROGRAMMATICA IN PAROLE

 

Ideologie: cumuli di idee “a-peironiche”,

emersi da un Cielo indistinto,

fusi e confusi,

misti e frammisti.

Idee in parole e viceversa,

parole ideali,

idee verbali,

verba” ermeneutiche,

interpretative di fatti e di non fatti,

esecutive di misfatti,

pragma” verbali,

weltanschauung”,

visioni su visioni

per visionari,

per profeti,

per grilli parlanti,

parlanti a favore e anticipatamente,

parlanti a vanvera.

Si parla e si riparla.

Un plus-valore smodato di parole,

di parolai,

di tuttologi,

di neo-sofisti.

I mass-media parlano e sparlano,

verbalizzano e blatterano,

ideologizzano con incastri di parole,

labirinti di ideologie,

tortuosità in parole,

di parole in ideologie.

Incesti di idee parlate,

tabù di “verba, quae non sapienda sunt”,

incrinature e crisi in “apertis verbis”,

concerti parlati in spaccata,

balle lacerate di filosofi non profeti,

chiare e inservibili parole arrugginite dall’umido capitalismo,

vocabolari secolarizzati,

sintesi semantiche non deducibili in volatili e volubili analisi

nel quotidiano tanto parlare per etere e per cavo,

per bocca e per immagine.

Attimi scordati sulla chitarra sonante del tempo

tra storie incrociate,

cruciverba di miserabili torme

con dittature sacre e profane di sedicenti messia,

Caesar”,

Czar”,

papi e papisti,

guelfi e neo-guelfi,

guelfi e ghibellini,

laici lerci e affamati,

ubriachi della politica e della Storia,

una Storia non storicizzata,

che non trapassa e non si evolve,

una Storia alternativa e popolare,

ignota come il milite che non sa e non ha saputo mai di sé,

una Storia che non si è fatta Pensiero e Azione

come voleva don Benedetto Croce,

una Storia che è rimasta senza storia

a didascalizzare il vietato e il non-impedibile,

regolarmente punito perché irrazionale e neurovegetativo.

Quando sorgerà il Sole in Occidente?

Quando sorgerà il Sole là dov’è tramontato?

L’alba sarà quando nascerà il Pensiero alla luce del Sole

come simbolo di irrazionali architetture.

L’alba sarà quando vedrà la luce il Pensiero innocente,

il Pensiero bambino,

incorruttibile,

non compromesso con logge massoniche,

in-fante”,

che non sa ancora parlare,

ricco del suo senso e del suo significato,

significante,

portatore di “signa”,

di nulla reo e di tutto sapiente.

Il Pensiero bambino arriverà` sulle ali di cavalli fantasiosi

che come farfalle

si poseranno sui vari tabù del Sapere ufficioso,

del Sapere ufficiale.

Un Pensiero bambino di tutto curioso e di nulla sicuro,

un Pensiero innocente senza “Super-Io”,

intriso di amniotico “Es”,

orgoglioso del suo “Io”.

Un Pensiero bambino,

coscienza di libertà,

saputello e giovanile,

senza pretese di fatti,

di incarnazioni,

di trinitarie disposizioni,

di magiche virtù,

di esigenze storico-teologiche,

di contaminazioni nell’ “insù”,

nel “fuori di Se´”,

nel sospirato ritorno “a Sé e in Sé” dopo alienazioni impensate,

mai pensate,

eppur vere di cartesiana evidenza,

di bruniana furiosa eroica memoria.

Hanno inventato il mito del buon ebreo con la garanzia di Spinoza,

un Dio dotato di infiniti attributi e infiniti modi,

ma io sono un Pensiero innocente

e non mi lego a nessuno.

Accà nisciuno è fesso”!

Pensiero “scugnizzo”,

furbo quel che basta per non essere fregato dagli americani

che sono appena sbarcati nel porto di Napoli

per il primo giro d’Italia in questo tragico 1944.

Pensiero “putel”,

Pensiero “petel”

figlio di nessuno,

né dell’aristocrazia inetta,

né del clero parassita,

né del terzo stato dal ventre obeso e dalle mani sudate.

Io sono un Pensiero vergine,

non coniugato in comune o in chiesa.

Io appartengo soltanto a me stesso.

Un plus valore da capitalizzare,

ti assicuro.

Ah, se potessi spendermi,

investirmi,

lasciarmi fottere dai fottuti borghesi!

Io non mi coinvolgo per principio e per posizione.

Io non sono colpevole per assunto di base,

io non discendo dal peccato di Adamo o dal suo seme.

Io sono incontaminato dalla morte

e non ho colpe da espiare in vita.

Sono lindo e sono puro,

senza quel peccato della disubbidienza

che impedisce le tautologiche gioie

che si sciorinano di parola in parola,

di concetto in concetto,

di giudizio in giudizio,

per sillogismi,

come l’acrobata sul trapezio di un circo e senza rete.

La colpa si è cristallizzata in trattati,

dialoghi e “De rerum natura”,

in riti orfici e cannibalici

(mangiami tu, che ti mangio anch’io),

dalle parole onnipotenti e dai pensieri profondi.

Quanti imbrogli si ordiscono

e quante colpe si esorcizzano con parole aliene al medesimo “Fato”:

for, faris, fatus sum, fari”.

Chi ha detto “ciò che è stato detto”?

Chi lo dice ancora oggi in cantilene latine e con musiche gregoriane?

Io sono un Pensiero innocente

e non ho l’arroganza della “autoctisi”,

dell’atto del Pensiero pensante in atto.

Io sono ancora nel grembo dei simboli.

Lasciatemi pensare senza categorie,

senza “a priori” e “a posteriori”,

senza leggi e senza modi.

In me tutto e` centro e tutto e` periferia, o divin Cusano!

Intuisci un poligono di infiniti lati coincidenti in cerchi mirabili?

Non sono bolle di sapone,

ma verità mirabili in assenza della ripudiata scienza,

in attesa dell’addiveniente dio,

quello che non si vede ancora

nonostante che il vecchio Dio sia morto da tempo.

Non è notte ancora,

né dì.

La terra di nessuno,

il West,

è il luogo dove pasce il Pensiero bambino.

Dov’è il luogo?

U-Topia!

Il Non-Luogo?

Identica U-Topia!

Un Pensiero anoressico,

che non vuol crescere con una madre occidentale,

con una donna vecchia e smunta sulla via del tramonto ormonale.

Un Pensiero anoressicamente sano,

autopartorito senza travaglio: né grida o grandi gesta.

Io non ho verità da barattare,

indulgenze per anime in pena,

purgatori e meriti di santi in abbondanza

da contrabbandare con pacchetti di Marlboro.

Io non ho il triviale,

l’opinabile “doxa”,

le utilità moralistiche

quali verità forti per un Pensiero debole.

Lascia che cardinali pasciuti e politici ambigui

sghignazzino in Campidoglio in difesa della patria e del potere,

difensori unici di interessi costituiti in botteghe alternative,

intolleranti e fanatici supervisori di atti inconsulti.

Io mi affido agli umili personaggi

che attraversano la Storia senza coscienza sotto il nome di popolo,

loro malgrado o loro bengrado,

uomini costretti a scantonare al momento opportuno

in una morte volatile che tutto travolge,

vittime degli indifferenti qualunquismi di chi ha il potere,

uomini che non hanno scelto di essere nessuno

e che si ritrovano nel nulla o nel quasi nulla

per necessità ed egoistica rimozione.

Dimenticare e` un meccanismo infausto di difesa

che, se aiuta a sopravvivere,

lascia di merda chiunque vi ricorre.

Tu non fidarti!

Affidati alla riflessione bambina di un Pensiero innocente,

debole e tollerante,

ecologico e dionisiaco,

che accetta e non rifiuta,

comprende e non condanna,

un Pensiero che vive dell’oggi

e nasce dal presente di un “carpe diem”,

verità di un attimo fuggente da fissare

che non necessariamente troverà la sua Leuconoe,

la “donna dalle bianche braccia”,

disposta a farsi sbattere

da un perfido Quinto Orazio Flacco in tanta vena di potta.

 

Tratto da “La cosa parla” di Salvatore Vallone

 

 

MUTATIS MUTANDIS

Carissima e adorato,

questa è una lettera,

una lettera speciale per un essere speciale,

la mia lettera per te.

Questa è la mia lettera per te,

o amato bene della Valle dell’Anapo,

là dove crescono mirtilli osceni e papiri esosi.

Il mio pensiero va a te,

oggi come altre volte,

mille altre volte.

Cosa dico?

Come mille e mille e altre mille,

più uno per la mancia all’infermiera,

come i baci che Gaio Valerio prenotava all’amata Lesbia

per un soggiorno sacralmente impuro

nella dependance del lago di Garda,

in quel di Sirmione.

Il mio pensiero vola da te,

oggi come altri oggi,

ieri come altri domani,

finché l’arrossarsi dei cirri annunzia il giorno che muore.

E’ importante che tu lo sappia.

Aliquam sit, amet quam scire.

E’ importante

come una giornata di nebbia per un contadino mantovano,

è importante per me,

altrimenti mi perdo nel solipsismo della mia realtà

di soggetto senza oggetto e predicato verbale,

di atto stonato nel coro delle veraci voci del popolo,

di ardita analisi logica nelle scuole del Fascio dei combattenti,

di concetto disarmonico di alta semantica,

di quantum atomico senza qualità invisibile.

I taggia dicere

che tu, per me, sei due mani sapienti

che pizzicano un’arpa delicata,

che inforcano una tromba carnosa,

di Eustachio o di Falloppio,

a votre plaisir, madame Bovary,

tra strazianti dolori attendendo la morte al gusto di cianuro,

a votre plaisir, monsieur Jean Paul,

tra immense volute attendendo la morte al sapore di bluette Gauloise.

Cosa vuoi,

mia cara,

questo è il prezzo della gloria,

quella che non ribassa mai i prezzi,

quella che non fa sconti ma soltanto saldi

a Malta come a Saint Vincent,

la Gloria della casa chiusa di via delle Vergini al civico 23.

Sai,

mi è stata regalata una bellissima raccolta di poesie di Derek Walcott,

un poeta che amo come si ama un amante,

con fiducioso abbandono,

con giusta ironia,

un cofanetto discreto come un educando,

avvolto di velluto amaranto con dentro quei libri

che t’insegnano ad amare quello che tu sai,

come tu sai che io amo

prima di questa lettera e di questa lettura.

Scrive bene e compone ancora meglio

il creolo delle Antille con i baffetti a sbuffo

che beffeggia gli Inglesi e la loro lingua universale,

gli Svedesi e i loro premi orribili e cosparsi di polvere da sparo,

l’uomo che ama le creole dalle brune aureole

e nei suoi versi profonde il miele dei favi iblei,

i melograni e i fichi d’India del vallone Carancino,

un bene UNESCO per le persone civili,

una discarica per gli indigeni.

Le ho lette tutte le poesie di Derek,

le ho lette assieme a te

nella toilette argentata e nel soggiorno amaranto,

erano tue,

erano mie,

erano piene di isole e di mare,

di nausea da calamari fritti,

di luce estiva alla Gattopardo,

di luoghi irrinunciabili ai non credenti,

di luoghi comuni ai novax del quarto cesso del cavaliere Pisciotta,

cornici del dolore sordo di una mente sivax votata al pensiero,

di un corpo adibito e abilitato agli atti impuri e osceni.

Mi piacerebbe fartene dono,

un giorno,

forse domani,

forse giammai,

sicuramente ieri,

quell’ieri che tarda sempre a venire,

quell’ieri che tarda per tutti a diventare oggi.

Non disperare, orsù!

Vedrai tu

se darmi un indirizzo presso un ufficio postale o un bordello nostrano

o qualsiasi altro posto che non scalfisca la discrezione degli alcolisti

e la buona creanza dei democristiani o dei pidocchi piduisti.

Altrimenti,

le leggerò per te dentro le stanze della mia mente,

al sicuro dai torsoli e dal sangue,

dalle cicche di Marlboro e dai mezzi culi delle spiagge,

deretani bellissimi e imperanti al sole di questa impietosa estate.

Tu scrivimi sempre e scrivimi qualcosa.

Spedisci il tutto in via dei Matti al numero 0,

zero per la precisione e per il Fisco,

presso la casa di Sergio,

l’amico di Teresa,

quella della rosa rossa camuffata,

quella timorosa del pubblico ludibrio.

Lì troverai anche Stefano e Valentina

che suonano pop e cenano rock,

Stefano con le sue giacche introvabili e imperdibili,

la Vale con le sue immancabili scollature a V,

senza il reggiseno criss cross della Playtex,

quello extra che confonde le orbite pudiche dei non vedenti.

Per il resto, mia cara,

tutto è sempre disuguale e disadorno

in questa valle di lacrime

dove anche Maria ha scelto di piangerci sopra

per continuare a sperare in un mondo canaglia

intessuto di vaccini di tutti i tipi

e di mozzarelle filamentose e color viola,

come i tuoi mirtilli in calore umano.

Io apro gli occhi e ti penso,

ti penso

e ti immagino all’opera.

l’opera agricola e l’opera dei pupi,

in mezzo agli ulivi essiccati dal sole acerbo,

tra i nodosi mandorli non più in fiore,

tra le arance rosse della signorina Rosaria,

quelle sanguinelle tardive come il mestruo

quando l’uovo è stato fecondato,

tra i melograni della procace Proserpina,

tanto simile alla principessa inglese dai mille amanti,

costretta al coito con il rude Ades

o alle carezze dell’affettato don Carlos del Galles.

Io ti immagino e ti penso

nella piena capacità di godere delle meravigliose disarmonie della natura,

di sopportare le ordinarie minacce di una vita lunga e onesta

e quelle straordinarie di ogni mare in tempesta.

Cura ut valeas, amico mio e amica mia!

La vita è ombra,

è l’ombra di un sogno che fugge,

una favola bella che finisce,

il vero immortale è Eros,

è Thanatos,

il sogno che ieri t’illuse,

che oggi mi illude,

Erminda.

Ma tu ti chiami Silvana,

la donna delle selve,

femina silvarum,

là dove il lupo e l’orso fanno combutta

con la postina della Valsugana.

Cura ut valeas, amica mia e amico mio!

Ma tu ti chiami Silvano,

l’uomo ruspante delle selve,

vir fallicus,

non quello del dottore Enzo

che faceva combutta con Giobattino.

Prenditi cura di quel corpo

che ospita lo splendore della tua mente,

maschera visibile dell’Ente invisibile.

Sii felice,

quando possibile e il più possibile,

ama la vita,

le donne,

gli uomini,

le parole,

i gatti che dormono senza ansia,

i raggi obliqui del sole sui contorni del mondo.

Ricordati sempre del tuo rifugio

anche quando il morbo del doctor Alzheimer ti bracca le meningi.

Noli timere,

è soltanto un fantasma di morte doc e dop,

originale come il Barbazucon,

tempestoso come il Mazariol,

pennuto come il Madorin.

Il tempo è passato

e tu sei diventato e diventata anche il mio asilo politico

in tanta donna di provincia e in tanto bordello.

Mutatis mutandis,

mia cara e mio caro,

perché la vita è bella

e la voglio vivere sempre più.

Sava

Carancino di Belvedere 05, 08, 2021

 

NON DISPERARE

Ieri era un oggi di tanti anni fa,

un giorno magico da festeggiare

tra parole e silenzi,

sorrisi e risate,

ricordi e desideri,

nostalgie e tumulti.

Il cibo scorreva imperioso e burlone

sulla nostra tavola di rustico legno,

come i simboli migliori nelle poesie bellissime degli augusti poeti,

come le casse da morto dei poveri di spirito,

a ricordare le nostre identità di modesti figli di Zeus

che ricercano con desiderio pudico e immorale

quel quando saremo ancora insieme

a godere di un oggi presente e reale,

quello appena appena vissuto,

quello appena appena consumato,

un oggi consunto talmente vero e potente

da farci il bagno nelle giornate dell’ardente Agosto

nella baia di Brucoli putrida di turisti increduli,

sotto le stelle infami e invidiose,

sotto il solleone feroce e africano,

sotto noi due in cerca di sontuoso feeling.

Quante cose volevamo dire e fare prima di morire

per colmare le lacune

che il tempo bastardo

aveva infilato nella nostra povera memoria

tra il chi eravamo e il chi siamo,

noi,

sempre noi,

i figli di quelle luminose stelle

che da lassù, sornione, ci stanno a guardare

e da quaggiù, preziose, si lasciano ancora amare.

E mentre ti parlo,

le tue ceneri mute mi dicono di non disperare.

Passi sicuri sui freschi sentieri,

parole nude dei nostri pensieri,

di memorie spente dal tempo

a fare la mente leggera.

Era ieri,

ma già ora è un altro dì

ad accusare la solitudine di tante ore,

dove gli occhi e il cuore

guardano ansiosi

a sperare altre nuove.

Attesa vana a volte pare,

ma tanta forza dice di non disperare

che la luce ritornerà.”

La luce ritornerà ancora domani,

ci sarà un altro giorno,

ci sarà un altro dì e un’altra notte,

ci sarà un altro sole e un’altra luna,

ci saranno ancora anche senza di te e senza di me.

Ma dimmi,

orsù e per sempre,

cosa ci fai alle otto del mattino e vestito di bianco

sul marciapiede della linda stazione di Conegliano,

proprio tu che da Augusta hai preso il treno per Roma

e vestito di nero?

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 19, 07, 2021

QUINTO ORAZIO FLACCO

ODE I, 5

Quis multa…

Quis multa gracilis te puer in rosa
perfusus liquidis urget odoribus
grato, Pyrrha, sub antro?
Cui flavam religas comam

simplex munditiis? Heu quotiens fidem
mutatosque deos flebit et aspera
nigris aequora ventis
emirabitur insolens,

qui nunc te fruitur credulus aurea,
qui semper vacuam, semper amabilem
sperat, nescius aurae
fallacis. Miseri, quibus

intemptata nites: me tabula sacer
votiva paries indicat uvida
suspendisse potenti
vestimenta maris deo.

VERSIONE LETTERALE

A Pirra

Quale fanciullo snello tra tante rose
asperso di profumi odorosi si stringe a te,
o Pirra, dentro una compiacente grotta?
Per chi annodi la bionda chioma

semplice per le eleganze? Ahimè quante volte
piangerà la fedeltà e gli dei cambiati e le acque
sconvolte da neri venti
guarderà stupito,

lui che credulone ora ti gode splendida,
lui che sempre libera, sempre amabile
ti spera, ignaro del vento ingannevole.
Infelici coloro ai quali

tu risplendi integra: la sacra parete
con la tavola votiva indica che io
ho appeso al dio potente del mare
i vestiti inzuppati.

VERSIONE LETTERARIA

A Pirra

Chi è, o Pirra, quel giovane dal corpo elegante
che ti stringe, umido di profumi,
sopra il letto di rose della tua grotta?
Per chi con grazia delicata intrecci

i tuoi biondi capelli?
Quanto dovrà soffrire per la tua infedeltà?
Quanto dovrà temere l’avversità degli dei?
Per quanto tempo dovrà osservare stupito

le acque agitate da un vento oscuro,
se ora, senza alcun sospetto, gode il tuo prezioso splendore
e spera che tu sia sempre disponibile e degna di essere amata,
ignaro dell’inganno che respira.

Sventurato colui a cui tu risplendi sconosciuta.
Io ho attaccato a una parete sacra la tavola votiva
per attestare che al potente dio del mare
ho consegnato le mie vesti bagnate.

COMMENTO

La prima questione verte sull’identità di Pirra.
Chi è Pirra?
E’ una donna viva e vegeta che Orazio ha amato con tanto trasporto dei sensi per essere poi ripagato con un tradimento o con una serie di imbrogli fedifraghi?
E’ il fantasma della seduzione femminile, introiettato durante l’infanzia nel corso della sua formazione psichica, depositato nella sua dimensione profonda e proiettato in maniera inequivocabile e terapeutica nei suoi prodotti poetici?
Il nome Pirra può riferirsi alla realtà del colore rosso fuoco dei capelli della donna o simbolicamente può riguardare l’ardente forza amorosa e l’indole particolarmente caustica della donna nei confronti dell’universo maschile.
Pirra è una donna reale e fascinosa che Orazio vive in maniera paranoica e condensa nei versi dell’ode per rilevarne l’inaffidabile seduzione.
Il nome è antico e rievoca il mito di Pirra, la progenitrice delle donne scampata insieme al marito Deucalione a quel diluvio universale che Zeus aveva scatenato per punire la malvagità degli uomini.
La mitica Pirra era una donna giusta e privilegiata dal Cielo olimpico, una donna eletta dagli dei e sopravvissuta alla catastrofe naturale in versione mitologica greca, una donna che ripopola il mondo nella sua componente femminile gettandosi alle spalle le pietre che simbolicamente rappresentavano le ossa di Gea, la dea madre.
La Pirra descritta da Orazio non è certo una progenitrice delle donne e tanto meno rientra nel ruolo della benefattrice dell’umanità; la Pirra di Orazio possiede una forte ambivalenza psichica e morale, oscilla tra “Eros” e “Thanatos”, tra la vita e la morte, tra il bene e il male, tra il piacere e il dolore, la sindrome di Afrodite e della sirena, un connubio fascinoso di maschile e femminile.
Pirra è provvida e gratificante nei confronti dei suoi maschi perché è fonte di godimento sensoriale, ma guai a quegli uomini che a lei si affidano attraverso i sentimenti e peggio ancora avanzano pretese di possesso della sua femminilità, una dimensione intesa nella duplice valenza del corpo e del carattere.
In questo infausto caso è assicurato un terribile naufragio, un disastro amoroso che comporta l’alienazione e la perdita di sé.
Pirra è stata certamente amata da Orazio con trasporto di sensi e con rischio di sentimenti, ma il poeta ha avuto l’accortezza di non abbandonarsi ingenuamente alla volubilità della donna, una mutevolezza simile a quella del mare nel suo naturale trapassare da calmo a tempestoso nello spazio di breve tempo.
Orazio si era già trovato nella tremenda tempesta emotiva della gelosia e si era invischiato in maniera struggente nel personale fantasma di ipotizzare un maschio, più potente di lui nell’esercizio amoroso, che insidia il suo possesso, oggi la volubile e inaffidabile Pirra, ieri la spergiura e infedele Neera.
L’epodo XV, nei versi 1…6 recita sul tema della volubilità femminile in questo modo:
“Nox erat et caelo fulgebat luna sereno
inter minora sidera,
cum tu, magnorum numen laesura deorum,
in verba iurabas mea,
artius atque hedera procera adstringitur ilex
lentis adhaerens bracchiis,“
“Era notte e la luna brillava nel cielo sereno
tra le stelle minori,
quando tu, pronta a offendere la potenza degli dei sommi,
giuravi sulle mie parole,
stretta a me con le braccia abbandonate più fortemente
che non si avvinghi l’edera all’alto leccio,”.
Neera è la donna spergiura a cui Orazio si rivolge in questo epodo senza struggimento e senza rancore, quasi con una freddezza che sa di delusioni superate e di esperienze umane proficuamente acquisite.
Orazio poteva approfittare del verso giambico per aggredire l’inaffidabile Neera e per esternare la sua giustificata misoginia, ma in lui prevale sull’istinto aggressivo un intento poetico e un’ispirazione lirica che si esprimeranno in maniera costante nelle successive opere.
La discutibile e discussa figura di Neera ritorna nel carme III, 14, versi 21 e 22, sempre connotata da un misterioso fascino e da una delicata sensualità, quasi a confermare che Orazio è ambiguamente attratto da un tipo di donna che poi possibilmente condanna per la precaria affidabilità.
“Dic et argutae properet Neaerae
murreum nodo cohibere crinem;”
“Dì a Neera dalla bella voce che si affretti
ad annodare la treccia color di mirra;”.
I connotati del fascino di Neera sono la bella voce e i rossi capelli, oltremodo degni di essere raccolti in una treccia con la premura di una donna amante che si dispone alla seduzione amorosa o si stacca dall’amplesso sessuale.
La voce bella e i capelli rosso bruno nella cornice di un bel viso sono attributi femminili che Orazio predilige e che ricorrono con frequenza nelle poesie dedicate alle donne che a diverso titolo si sono alternate nelle sue predilezioni estetiche, sentimentali ed erotiche.
Anche la figura di Lidia nel carme III, 9, nei versi 1…4 e nei versi 17…24 conferma l’ambivalenza psicologica di Orazio nei confronti dell’universo femminile.
“Donec gratus eram tibi
nec quisquam potior bracchia candidae
cervici iuvenis dabat,
Persarum vigui rege beatior.“
“Finché ti ero gradito
e nessun giovane più forte cingeva le braccia
intorno al tuo candido collo,
sono vissuto più felice del re dei Persiani.”
Dall’analisi dei versi si evince ancora una volta il fantasma della labilità affettiva femminile, della precarietà temporale nella vita amorosa e della minaccia incombente di un uomo più prestante nel cuore e sul corpo della donna.
Questi tormentati vissuti psichici non dispongono decisamente alla felicità, sia nella forma della “eudaimonìa”, la disposizione della mente e del corpo in versione socratica e aristotelica, sia nella forma della “atarassìa”, la disposizione della mente e del corpo in versione scettica ed epicurea.
La presenza di un “buon demone”, una buona vitalità, o la “assenza di angoscia”, l’imperturbabilità dell’animo, sono un traguardo arduo da raggiungere, dal momento che persiste in Orazio a livello psichico profondo un pessimismo nei confronti dell’universo femminile, un vissuto negativo maturato sicuramente durante l’infanzia e riferito alla madre, una figura determinante nella formazione psicologica e prevalentemente rimossa che inevitabilmente ricompare traslata nelle varie donne di cui immancabilmente Orazio è attratto nella buona e nella cattiva sorte.
E’ opportuno rilevare che della madre il nostro poeta non fa alcun cenno nelle sue opere e all’incontrario presenta spesso la figura paterna come determinante nella sua educazione e nella sua formazione psicologica.
La “eudaimonìa” e la “atarassìa” impedite pregiudicano anche la felicità intesa come “edonè”, piacere dei sensi, a causa dello struggimento che comporta il sentimento della gelosia.
Orazio ha sempre un conto sospeso con la donna e in particolare con le sue donne come si deduce dalle tante poesie in cui domina l’elemento femminile contraddistinto dai soliti opposti sentimenti e dai soliti ambigui contrasti.
Consideriamo il sentimento della nostalgia, il desiderio della riconciliazione e il senso estremo dell’amore riferiti alla figura di Lidia e di Cloe sempre nel carme III, 9, versi 17…24.
“Quid si prisca redit Venus
diductosque iugo cogit aeneo?
Si flava excutitur Chloe
reiectaeque patet ianua Lydiae?
Quamquam sidere pulcrior
ille est, tu levior cortice et improbo
iracundior Hadria,
tecum vivere amem, tecum obeam libens.”
“Cosa diresti se l’antica Venere ritornasse
e noi separati costringesse in un giogo di bronzo?
Se la bionda Cloe fosse scossa giù
e si riaprisse la porta per Lidia respinta?
Sebbene quello è più bello di una stella,
tu più leggero di un sughero e
più irascibile dell’ingiusto Adriatico,
con te amerei vivere, con te volentieri morirei.”
Ritornando all’analisi della figura umana di Pirra, è opportuno rilevare che al posto dello struggimento per la naturale tendenza della donna al tradimento Orazio esibisce una lucida coscienza sulla natura femminile, dimostrando anche di aver adeguatamente razionalizzato i suoi fantasmi psichici sulla parte negativa dell’universo femminile e di avere in tal modo vanificato i suoi tormenti, per cui riesce finalmente a guardare con sorridente comprensione sia la donna e sia il “gracilis puer”, quell’uomo giovane e avvenente che lo ha sostituito nelle grazie di Pirra.
Al contrario di lui e per contrasto Orazio si reputa sano e salvo come un abile e fortunato marinaio che dopo un naufragio, un naufragio d’amore, può ancora ringraziare il dio del mare che lo ha voluto tra la sacra lista dei sopravvissuti alle pene infernali delle onde e dell’amore.
Al giovane inesperto ed ingenuo si oppone il poeta ricco della sua maturità di uomo e della coscienza di sé grazie alla sua esperienza di amante della stessa donna e di navigato conoscitore dell’universo femminile.
In ogni caso la considerazione della donna risulta sempre deficitaria e ambigua nel versante umano, sentimentale ed erotico, una ostinata misoginia associata a un drastico fantasma personale.
Pur tuttavia Orazio ritiene che l’amore sensuale sia una panacea per la malattia esistenziale dell’uomo, ma è accorto nell’evitare la sua possibile degenerazione in una fonte di ulteriore dolore.
Un compiaciuto sollievo e un sottile rimpianto sono condensati nelle vesti ancora umide e appese come “ex voto” alle pareti del tempio del dio del mare; l’autoironia domina nella figura del naufrago scampato alla tempesta.
L’ode è leggera e raffinata, cosi come convenzionale è il tema della volubilità femminile.
Esiste su questo tema un preciso riferimento al grande poeta greco Anacreonte: frammento 65 G.
“Duro, il mio pugilato:
ora emergo e sollevo
il capo, e a te, Dioniso,
io rendo grazie, ché ho fuggito Amore
………………………………
porti il vino nell’anfora
e porti l’acqua…
e chiami….
la grazia……

La struttura dell’ode è complessa e articolata con legami tra le parti che attestano un calibrato “labor limae” e una preziosa capacità tecnica e formale che contribuiscono insieme all’ironia a sollevare l’ode dalla piatta autobiografia all’universalità del vissuto.
Del resto il tema della natura sentimentale ed erotica femminile ricorreva negli epigrammi ellenistici, un repertorio che costituisce per Orazio un vasto serbatoio a cui attingere con la sua arte finemente allusiva al di là della convenzionalità lessicale.
Giusta considerazione meritano le metafore marine: il mare e la tempesta, la donna e il tradimento, figure retoriche diffuse nella letteratura greca e latina per evidenziare sempre l’instabilità emotiva e la fallacia sentimentale della donna insieme alla sua tendenza fedifraga.
Nell’ode III, 26 Orazio esprime il suo tormentato anelito verso Venere e il mare con i significati simbolici annessi.
“Vixi puellis nuper idoneus
et militavi non sine gloria;
nunc arma defuntumque bello
barbiton hic paries habebit,

laevom marinae qui Veneris latus
custodit. Hic, hic ponite lucida
funalia et vectis et arcus
oppositis foribus minacis.

O quae beatam diva tenes Cyprum et
Memphin carentem Sithonia nive
regina, sublimi flagello
tange Chloen semel arrogantem.”

“Sono vissuto fino a ieri idoneo alle fanciulle
e ho militato non senza gloria;
ora le mie armi e questa cetra
veterana staranno qui, alla parete

che protegge il fianco sinistro di Venere
del mare. Ecco, le fiaccole di luce,
qui a questo punto. E gli archi minacciosi,
le leve per forzare porte ostili.

Ma tu dea che sei signora a Cipro
e in Menfi dove mai cade la neve,
regina, con la punta della sferza
tocca una volta Cloe, fanciulla presuntuosa.

Si rileva il trasporto sentimentale e nostalgico nei confronti di Cloe, una presenza femminile costante e sempre inquietante, così come non si può tralasciare il distacco emotivo di Orazio dalle dinamiche psicofisiche e relazionali classiche della giovinezza.
Il poeta attesta infatti un’incapacità di pathos, una freddezza supportata e compensata ampiamente dall’ironia, quella sua vena ironica maturata nel tempo e nel travaglio delle esperienze vissute.
Questo bagaglio esistenziale viene espresso senza la contaminazione formale di questa o di quella scuola letteraria, dal momento che è autentica e appartiene tutto all’uomo Orazio.
L’ombra malinconica del distacco di un uomo maturo dal fascinoso gioco della vita si staglia nitida nel tappeto del tempo e con leggerezza apparente e grazia elegante si dispone secondo le linee d’ombra di uno stile armonico nell’architettura e nel colore.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere 17, 03, 2021

A ME STESSA

Rieccomi.

Emergo.

Emergo e penso.

Penso che la ricerca di sé è una necessità di sapere,

una difficoltà di accettare,

accettare il non conosciuto,

accettare ciò che sembra di non ricordare,

accettare ciò che sei

anche quando quello che vivi ti piace poco.

Accettare ed essere grati.

Queste sono le chiavi di volta della Vita,

con l’Amore padrone indiscusso.

Non solo l’amore verso gli altri,

obnubilazione del proprio essere,

ma anche quell’amore che,

amando l’altro,

non mi permette di dimenticare me stessa.

Quello che le Madri insegnano è l’inverso:

amare gli altri anche a discapito di se stessi,

soprattutto quando mettono i nostri fratelli

nelle mani del nostro accudimento

perché, a loro parere, sono più fragili di noi.

Ma la fragilità è nascosta nelle pieghe dell’anima,

dietro parole, sorrisi e allegria,

e ricorda a gran voce che è nei modi più disparati,

soprattutto in quel senso di inadeguatezza

e nella voglia di chiudersi in casa,

al sicuro,

o in quell’ansia che sbuca fuori come un ladro,

all’improvviso.

Le mie fragilità sommerse hanno deciso di bastare a se stesse

facendo credere al mondo,

quel mondo attento soltanto ai miei sorrisi,

che non ho bisogno di niente.

Per questo mio niente io chiedo

e chiedo ancora di sapere di me.

Cercare di sapere cosa nascondono le mie profondità

è forse l’unico modo che conosco di chiedere

all’unica persona dalla quale io pretendo di avere e di ricevere:

me stessa.



Carmen Cappuccio



Siracusa, 20, giugno, 2021