LA “COSA” PARLA 3

SALVATORE VALLONE

LA COSA PARLA”

IL LINGUAGGIO DELL’INCONSCIO

dimensionesogno.com

Le ca parle.”

L’Inconscio è strutturato come un Linguaggio.”

Jacques Lacan

LE PAROLE DI UNA STORIA

Non capisco perché mi salti addosso

appena senti il mio odore nella disadorna stazione di Vicenza.

Ma tu,

tu, se non sbaglio, avevi promesso a te stessa

di non essere più espansiva nei miei confronti.

Da questo punto di vista sei una donna da stimare

anche se gli amici dicono che somigli tanto a mia sorella

e che sei lesbica.

Io ho un’immagine bella di te,

una sola immagine,

uno schizzo che fa parte di me,

di quella parte che ero io

quando frequentavo la gente

e uscivo ogni sera dai miei inesauribili perché

per rientrarvi immancabilmente la mattina successiva sul luogo di lavoro

davanti a quella infida pressa

che aveva appiattito le lucide e bicolori dita di James,

il mio compagno negro.

Tu,

invece,

tu frequentavi già l’avventura

come se fossero i grandi magazzini di Mestre.

Tu andavi da Coin con il tuo solito qualunquismo

e alla Standa ormai eri di casa.

Usi le strutture urbane e i luoghi pubblici

come i tanti uomini che t’inebriano di volta in volta.

L’amore, l’euforia e la trasgressione,

cara la mia tontolona,

sono momenti di poca conoscenza di sé,

di poca profondità di sé,

di poco spessore sempre di sé,

ossia sempre di te.

Io, come sempre, faccio quel che posso

e di osteria in osteria mi trascino un cuore spento

alla ricerca di quella forza antica

che ho smarrito tra le facili donne della Pontebbana.

E tu, adesso, mi vuoi lasciare come un pezzo di merda

in mezzo alle verdi colline di Treviso,

belle quanto vogliamo,

ma sempre e soltanto colline con il valore aggiunto dell’avvelenamento.

Lasciami almeno bere un altro bicchiere di prosecco di Valdobbiadene

senza rompermi le palle,

senza accanirti sui soliti discorsi mancati.

Lasciami bere un litro di quel Cartizze,

buono quanto vogliamo,

ma che é e resta sempre e soltanto un vino velenoso

e non tra i più buoni della Marca gioiosa e inquinata.

Lasciami in questa contraddittoria campagna

a tirare di giorno le bocce e di sera le carte.

Ti senti importante se qualcuno viene in cerca esclusivamente di te?

Questa è civetteria bella e buona.

Tu ribatti che tutte le donne sono civette

e nobili portatrici di faretra per il maschio cacciatore.

Tu,

tu ti rendi vanitosa

solo inventando uno strano spacco sulla gonna.

Ma tutto torna, sai?

Tutto poi ritorna

e io devo fartela pagare.

E allora,

tanto per gradire,

tornami indietro tutto quello che per caso ti ho dato in tanti anni di sofferenza:

la biro a punta fine della Bic,

l’astuccio fouxia,

il piron spuntato,

lo slip di seta nera da nove settimane e mezzo che non ti è mai servito,

il relativo reggipetto a coppe inossidabili

e anche il cornetto d’oro,

il talismano di un’inutile felicità.

Ma tutto questo era già stato detto realmente com’era

e non é più una parte non chiarita di noi due,

un peso talmente sostenibile

da non vedere l’ora che tutto diventi di ieri e di superficie.

Ci sono periodi in cui chiedi di sapere,

sapere di giorno,

sapere di notte.

Ma di quale gusto sei priva?

Non hai capito

che ciò che non è stato vissuto non ritorna

e che non può ritornare?

E, se tu lo chiami, niente dentro di te risponde.

Sono solo affari tuoi.

Io sono la libertà,

non una statua,

ma una persona senza maschera

e non devo rendere conto a nessuno,

neanche a mio padre

che viaggia appollaiato su un robusto camion Iveco

e ha le braccia lunghe come quelle di una ruspa.

Io alzo la voce

se tu osi chiedere ancora spiegazioni.

Cosa vuoi sapere?

Lasciami in pace!

Omnia munda mundis”!

Io sono un puro.

Non capisci?

E allora fai un corso accelerato di lingua inglese

presso la Oxford School di Conegliano.

E dopo sarai “a la page”,

pronta per l’Europa unita e per la moneta unica.

Ma come puoi sentirti cambiata dopo il sapore di un uomo diverso?

Quale subcosciente vai invocando?

La tua è una logica da mignotta

e non una nobile pulsione sessuale.

Tu avresti deciso tutto per tutti,

al posto mio,

al posto tuo,

al posto suo,

al posto nostro,

al posto vostro,

al posto loro.

Amen e così sia!

Non ho vissuto più di tanto,

ma posso risponderti per le rime.

Mi viene in mente

quando suonavi il pianoforte tutte le domeniche

dalle sette e mezza alle dieci del mattino,

proprio quando arrivavano puntuali i testimoni di Geova

a divulgare la mala novella della fine del sistema delle cose

e del sospirato ritorno al Padre.

Non è civile il tuo comportamento,

per cui io batterò i pugni sul muro

e,

se continui a suonare,

li batterò sino a farmi male,

sino alle stimmate.

Mi sentiranno fino in piazza

e quando il maresciallo dei carabinieri mi chiederà

di giustificare tanto rumore,

risponderò che io non so,

io non so chi fa più rumore tra me e te.

Forse è tutta colpa della mia tromba di Eustachio,

ma tu resti sempre un esemplare di donna da appiccicare al muro

perché tu senti tutto quello che succede dalla tua parte e a tuo favore.

Io non esisto per te

e allora il sangue mi va al cervello

e poi mi scende fino ai peli del pube.

Ma così mi piaci.

E se un giorno mi dichiarerai immorale in pubblico,

beh,

ricordati che per la nostra coppia

sei stata tu a scegliere la lotta come unico schema di vita.

E io oggi sono stanco

e voglio solo sopravvivere,

voglio soltanto andare sopra la vita.

Onnipotenza?

Non lo so.

So che domani ci sarà un altro incontro d’amore tra me e te,

ma non tra noi due.

LA “COSA” PARLA 2

SALVATORE VALLONE

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IL LINGUAGGIO DELL’INCONSCIO

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L’Inconscio è strutturato come un Linguaggio.”

Jacques Lacan

UN SOGNO IN PAROLE

Povero riccio schiacciato sull’asfalto della strada

che da Conegliano porta a Pieve di Soligo,

negligentemente intravisto pedalando un’austera “Stella veneta” da corsa,

tu permetti di tirare il fiato

e di riflettere sulla morte per oppressione.

Quanti bambini sono stati annientati dentro una grande stanza illuminata,

fatta a losanghe metalliche

come la repellente ragnatela di un enorme ragno,

come l’ambigua rete di un fanatico pescatore di uomini.

Quante donne sedute in estremo silenzio

stanno insieme a uomini seduti in estremo silenzio

tra le mura chiuse di una gabbia

dove la mano ricerca un buco da riempire o una maniglia da forzare.

Soltanto poche dita si possono offrire

a questa categoria di uomini inutili

e di donne affette dagli stessi lutti.

Qualcuno vuole anche innamorarsi

tra le sedie sparpagliate sullo sfondo uguale

di un’invisibile rete di losanghe

infilate dentro un odioso Centro di salute mentale a forma di manicomio.

Nessun si muova!

Una ragazza temeraria si avvicina al nulla e a nessuno senza parlare,

l’unica persona che curiosità muove e che apprezza gli exploits.

Comincia il rituale della visita psichiatrica

con il solito motto di merda sopra la testa.

Estote parati!”

A cosa?

Si può sapere, di grazia, a cosa si deve essere preparati prima di annegare

dal momento che l’acqua è arrivata soltanto al culo?

Tutti siamo pronti con il nostro bambino e con lo zaino sulle spalle

a visitare l’uguale e il monotono

senza pretendere che il capire insegni sempre qualcosa da evitare.

Niente.

Non ci si capisce.

Parliamo lingue diverse

ed allora è meglio prendere le distanze dagli uomini inetti

e dalle donne chiuse in gabbia

per avere una prospettiva migliore e più solenne.

Si corre sempre il rischio d’incasinarsi con false istruzioni

pur di fuggire dalle gabbie che noi stessi abbiamo costruito

per criticare quella categoria di persone

attratte dalla massa della luna nel cielo

durante le calde sere di mezza estate.

La conoscenza non è acquisire distanza!

Per veder meglio dentro di te

è preferibile regredire,

dal momento che progredire corrisponde a un’altra ottica,

l’ottica capitalistica

e tu non hai bisogno di accumulare,

l’ottica fascista

e tu non hai bisogno di dominare,

l´ottica comunista

e tu non hai bisogno di servire.

Meglio chiudere con un saggio “cave hominem”.

Cave hominem!”

Guardati dall’uomo o dall’animale inquinante!

Questi moniti non aiutano di certo a capire.

E allora bisogna essere conservatori o progressisti?

Io resto ancora fermo con il culo sopra un secchio

a chiedermi chi custodirà le tradizioni.

Se questa è la vita che attrae il tuo essere,

chi butterà via il passato,

quello che purtroppo o meno male non ritorna,

per abbracciare tutte le novità

e andare avanti

tagliando i ponti con tutto ciò che è stato?

No, grazie!

Sa,

caro signore,

io ho ricevuto un’educazione tradizionale

presso le intraprendenti suore orsoline

in un collegio dell’Immacolata concezione,

un luogo a metà tra una fredda chiesa e una calda officina.

Bisogna,

necesse est” stare al passo con i tempi e con il mondo.

Mondo, non correre”

gridò un bambino trafelato dalla prima fila di un cinema di periferia.

Mondo cane”

gridò un vecchio angosciato dall’ultima fila di un anonimo ospedale.

Nonostante l’affanno,

tu sei sempre costretto a comunicare con il fratello

che sta al posto del padre

o con la sorella che ti fa da madre.

I genitori?

I genitori sono soltanto figure,

come quelle geometriche,

che ti fanno sentire

tutta la solitudine di un senso di colpa

e tutta la stupidità di un piccolo idiota.

Come sarebbe facile chiudere il teorema dei tuoi conflitti edipici

con il salvifico “come volevasi dimostrare” del divino Pitagora.

LA “COSA” PARLA 1

SALVATORE VALLONE

LA COSA PARLA”

IL LINGUAGGIO DELL’INCONSCIO

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Le ca parle.”

L’Inconscio è strutturato come un Linguaggio.”

Jacques Lacan

SOLTANTO PAROLE

O libertà sei veramente “sì cara”

che lo sa soltanto chi per te vita rifiuta?

Oppure sei “sì cara”

perché alto è il tuo prezzo sul cadenzato mercato delle pulci

tra scampoli di sete orientali e luminarie di memoria antica,

tra cianfrusaglie curiose e fresche mani ignude

che stringono il collo di Catone,

il maledetto censore,

l’antigreco che ancora grida a folle incuranti:

Cartago delenda est!”

Cartago delenda est!”

Cartago delenda est!”

Nel mentre borbotta tra sé e sé una vecchia,

mai stata donna,

mai stata moglie,

mai stata madre:

il solito folle che annuncia la morte di Dio.”

Molle ed effeminato è il pensiero dionisiaco,

drastica e maschia è la mentalità di Orfeo.

Cosa dire, allora, del pensiero pensante in atto,

dell’“autoctisi” inventata da un uomo tormentato dai raggi di un sole greco,

il fascista Giovanni Gentile da Castelvetrano?

Afferma sicuro il maresciallo dei carabinieri:

trattasi di operazione creativa certamente invidiata dagli dei

in affermazione di un Pensiero forte.”

Il Pensiero è debole qual piuma al vento”

va ancora gridando l’inascoltato Gianni Vattimo

tra una fabbrica italiana di automobili e un’artistica Mole

nella fredda città di Torino.

Sensuale e morbido é il pensiero rientrante,

quello che torna e ritorna come la pioggia nel pineto,

quello che illumina e riscalda i nostri volti silvani,

le nostre mani ignude,

i nostri vestimenti leggeri,

i nostri pensieri,

quello che ti dà la voglia di avvolgere con delicate carezze

il già visto e il già vissuto,

una voglia antica di frugare e rifrugare ad ampie mani

dentro il già detto e il già scritto.

Quale altra strada,

quale altro sentiero si apre alla solita cavallina storna,

che stancamente porta e riporta,

eterno replay,

colui che non ritorna,

quell’uomo inetto

che si nasconde tra le grigie pieghe di pigri testicoli.

A MIA MADRE

“Tutta sfolgorante è la vetrina,

piena di balocchi e profumi,

entra un dì la mamma e il suo bambino

tra lo sfolgorio di quei lumi:

“comandi signora,

ciprie e colonie coty”.

 

Da bambino volevo comprarti un cane,

un pastore tedesco,

per difenderti da tutti i mali del tempo e della storia,

perché si accucciasse sui tuoi piedi sopraffini di donna pensierosa

e li scaldasse nelle giornate di tramontana e di scirocco,

affinché ti fosse fedele nel tempo e nella storia

come un soldatino solerte e ubbidiente del ‘99,

come avrei voluto essere io per te.

 

Da bambino volevo comprarti una scimmietta,

uno scimpanzé africano,

per farti ridere di tutto e di niente

quando i tuoi pensieri da soavi diventavano severi

e le ciglia si aggrottavano dentro le orbite dei tuoi trasognati occhi neri,

quasi come prima di piangere,

uno scimpanzé dispettoso per farti ridere di tutto e di niente,

come avrei voluto essere io per te.

 

Da bambino volevo comprarti una saponetta,

una saponetta al gelsomino,

Lux o Palmolive o Camay,

perché odorassi di quella dolce essenza nel bene e nel male,

dopo il risveglio e prima del sonno,

dopo la realtà e prima del sogno,

una saponetta profumata tutta per te.

L’avrei comprata nel mercato di Ortigia,

nel luogo all’aroma d’impostura

dove tu andavi nell’ora dell’addio

quando i mercanti erano disposti a vendere il bene e il male.

L’avrei regalata a te

a mo’ di “non ti scordar di me, la vita mia legata è a te”,

il pegno di un tenero amante,

come avrei voluto essere io per te.

 

Da bambino volevo comprarti le parole più belle

e le parole più argute,

le parole di un vate o di un fanciullino,

per inanellarti una poesia immortale,

per ricordarti anche dopo il big bang,

magari parole prese in prestito

in una vecchia antologia della quinta elementare,

tipo

“Contessa che è mai la vita?

E’ l’ombra di un sogno che fugge.

La favola bella e breve è finita,

il vero immortale è l’amor.”

 

Da bambino volevo…come avrei voluto essere io per te.

Quante cose avrei voluto da bambino.

Quante cose avrei voluto dire e fare da bambino con te.

Ma tu,

mia adorabile e adorata madre,

te ne sei andata da sola e in silenzio nel giorno di san Lorenzo,

mentre le stelle cadevano senza esser viste.

Sei partita verso il chissà dove,

verso il chissà quando,

senza disturbo e senza impiccio.

Sei andata in qualche parte dall’altra parte

senza la banda e senza rumore.

Tu,

donna di popolo,

ti sei alzata senza salutare

lasciandomi addosso tutto quello che avrei voluto dare a te,

tutto quello che avrei voluto fare per te:

un pastore tedesco,

uno scimpanzé africano,

una saponetta al gelsomino,

le parole più belle e più argute.

Oggi, nel congedare una disperata speranza,

ti penso e ti ripenso

mentre Luciano Tajoli canta ancora

dallo sgangherato grammofono al civico 15 di via Savoia

per ricordarmi che

“Tutta sfolgorante era la vetrina,

piena di balocchi e profumi,

entrava un dì la mamma e il suo bambino

tra lo sfolgorio di quei lumi:

“comandi signora,

ciprie e colonie coty”.

 

Salvatore Vallone pose in dolce ricordo di Lei

 

Siracusa, 20 agosto 2010

 

PREGHIERA PER GLI SCONOSCIUTI

Invoco invano la mia immaginazione

per rievocare la tua immagine.

Il mio cuore è un manto erboso

mosso dai caldi venti di caduta,

la mia testa una fitta foresta di pensieri,

alcuni fedeli,

altri mercenari e altri prigionieri.

Io sono un mistero per me stessa.

Si fa buio,

si ammassano i ricordi.

Mi abbandono alla malinconia,

che è nemica dei sogni.

Nelle infruttuose speculazioni notturne

frugo all’interno dell’anima

per capire se ti ho inventato

solo per stare dentro lo sguardo di qualcuno.

L’eco delle nostre conversazioni rimbalza

sui tronchi dei miei alberi secolari

e si perde nel fiato che espiro.

L’erba si muove, sei arrivato.

Respiro.

Polmoni, sangue, cuore.

Devo aver letto

che attendere significa aspettarsi qualcosa

che non succederà,

ma ho letto molte cose

e ho perso il filo.

Mi visitano i personaggi dei romanzi,

i loro discorsi riempiono le distanze,

sovrapponendosi in epoche disuguali.

Ho risentito Anna Karenina

che insegna la preghiera della sera al suo bambino:

“Proteggi tutti i conoscenti e gli sconosciuti”.

Non c’è altro da dire,

altro da fare.

Tutto questo tempo,

tanto e tutto uguale,

troppo per poter creare.

Ho bisogno di non avere tempo

per fare quello che voglio fare,

di ritagli di minuti tra la fine del pasto

e il letto per poterti scrivere.

Ho bisogno di rubarlo, questo tempo.

Invece adesso lo perdo soltanto

e non sono in grado di mettere sul banco

il fardello delle mie passioni.

Forse non c’è bisogno di quello che posso creare,

è tutto fermo,

permane l’assenza,

scompare l’illusione che sia reciproca.

Ma esiste sempre un elemento imprevisto

e torneremo nel continuo esordio.

Voglio lasciare andare i morti.

Voglio che tu stia in ascolto mentre piango.

Sara

Treviso, lunedì 20 del mese di Aprile dell’anno 2020

IL DONO

All’alba,

dopo la notte,

dopo la breve morte,

esulta il mio cuore e sospira

al pensiero di vedere ancora una volta

la tua aura diventare aurora

prima delle prime pavide ombre.

Salvatore Vallone

Pieve di Soligo (TV), giovedì 30 del mese di aprile dell’anno 2020

LE FASI DELLA VITA, LA VITA IN FASI

Dobbiamo rinunciare all’armonia del caos,

nessuna attrazione,

nessuna gravità,

pianeti allo sbando in deserte autostrade siderali.

Le ombre non si incrociano,

un unico solitario riflesso di se stessi

stampato sulla strada nel raggio del proprio metro,

misura di solitudine,

vessillo di indifferenza.

Scompaio a voi,

priva di germi,

sterile.

L’intimità del tatto giace dentro guanti di plastica

e la paura di morire spia di sottecchi l’altro,

volti occultati da maschere funebri,

sospetto,

pericolo,

vittoria della ragione.

Non ci contempliamo più,

gli orizzonti sono chiusi,

il nostro corpo in sicurezza,

la nostra solitudine decretata.

Quando si fa la cosa giusta

il cuore è felice,

ma se sto facendo la cosa giusta

perché il mio cuore è così triste?

La sera arriva sempre in fretta,

ripetuta e senza promesse.

Sto cercando di trasformare il presente in un ricordo,

sto cercando di fidarmi.

Il cuore stretto nella sua gabbia d’ossa

batte al tocco di campane

che annunciano il passare delle ore

o il passaggio della morte,

il tempo che fugge e quello eterno insieme,

sottofondo di musica nei giorni dolorosi,

il tragico vuoto delle rose sopra assi di legno tutte uguali.

E tu che cerchi di dimenticare

l’attesa inutile della tua terra irraggiungibile.

Quanto è lontano il mare?

Quanto la nostra Africa ancestrale?

Oh, non si può raccontare,

non si può raccontare,

si deve stare in silenzio davanti ad un dolore.

L’esausta età dell’oro dorme lontana

e appoggiata al tronco di un ulivo

la faretra di Eros mostra le sue frecce arrugginite.

Nel viaggio senza peso l’aria trasporta carezze,

tutto è possibile,

l’onda ritorna,

nulla è perduto.

Trascorro settimane di sei giorni.

Il settimo è per me,

devo inventare l’incantevole maggio.

Sabina

Trento, domenica 26 del mese di Aprile dell’anno 2020

APRILE

Aprile,

il tepore del sole

di quello che Eliot chiama “il più crudele dei mesi”.

La verità è che siedo sul balcone ad occhi chiusi,

facendomi scaldare la pelle attraverso i vestiti.

Ma nella mia verità sono nella penombra di una stanza

e guardo in faccia la tua faccia,

respiro la mia aria che è anche la tua,

intreccio un cesto di vimini

in cui cullare il silenzio benefico dell’amore spossato.

La nostra carne passata sotto la lama del macello,

rito sacrificale benedetto dagli amanti,

meraviglia che va oltre la formalità di un discorso forbito,

intimità di un confessionale dove scavallo le cosce

e ti chiedo di banchettare col peccato originale.

Da lontano arriva l’eco dei solerti facchini del destino

che montano il patibolo.

Svaniscono i concetti,

scivolano in un ricordo che diventa commemorazione.

Nessun boia reciderà le arterie

che dal mio cuore irrorano i miei sogni.

Tu rimarrai il ragazzo che recita parole d’amore

e non avrò il tempo per capire

che la puntina tornerà a solcare il vinile

mentre gira sul piatto

ripetendo all’infinito soltanto una canzone.

La lama scenderà prima.

Norina

Tolmezzo (UD), domenica 05 del mese di Aprile dell’anno 2020

RESTARE IN SILENZIO

Ora conteremo fino a dodici
e tutti resteremo fermi.
Una volta tanto sulla faccia della terra,
non parliamo in nessuna lingua;
fermiamoci un istante,
e non gesticoliamo tanto.

Che strano momento sarebbe
senza trambusto, senza motori;
tutti ci troveremmo assieme
in un improvvisa stravaganza.

Nel mare freddo il pescatore
non attenterebbe alle balene
e l’uomo che raccoglie il sale
non guarderebbe le sue mani offese.

Coloro che preparano nuove guerre,
guerre coi gas, guerre col fuoco,
vittorie senza sopravvissuti,
indosserebbero vesti pulite
per camminare coi loro fratelli
nell’ombra, senza far nulla.

Ciò che desidero non va confuso
con una totale inattività.
È della vita che si tratta…

Se non fossimo così votati
a tenere la nostra vita in moto
e per una volta tanto non facessimo nulla,
forse un immenso silenzio interromperebbe la tristezza
di non riuscire mai a capirci
e di minacciarci con la morte.

Forse la terra ci può insegnare,
come quando tutto d’inverno sembra morto
e dopo si dimostra vivo.

Ora conterò fino a dodici
e voi starete zitti e io andrò via.

Pablo Neruda

LETTERA ALL’AMORE INFELICE

La Sibilla cumana aspetta Apollo.

Prima ho scorso la risma elettronica

che racchiude le nostre parole.

Non l’avevo più fatto,

non per scelta,

forse per distrazione,

per dimenticanza,

perché la fantasia incontra la vita

e così si infrange contro il quotidiano.

Erano davvero belle le nostre parole,

abbiamo sfoderato il mantello di raso

e siamo andati al ballo.

Che gran ballo!

In questi giorni nuovi vengo sommersa da un marasma di parole

che banalizzano grandi concetti.

Ma forse sbaglio,

nessun grande concetto può celarsi dietro piccole parole.

Emily Dickinson ha descritto il mondo

vivendo in una stanza.

La mente non ha confini

quando è baciata dall’intelligenza.

Ho compreso che non tornerà più quella stagione,

la creatività al servizio dell’emozione.

Ora sono più o meno una patata umida,

quello che è rimasto è tutto qua,

una patata sotto le ceneri.

Mi fa sorridere,

dovrò cambiare orizzonte come si cambia canale,

ma la corsa è nella mia natura,

spolvererò un altro mantello di raso.

Ti ricordi che l’ultima volta che ci siamo visti ti ho detto:

“E se questa fosse l’ultima volta che stiamo insieme?”

Mi capita di avere delle certezze improvvise,

non so perché,

ma raramente l’intuizione tradisce la realtà.

Forse è davvero una vita già vissuta.

Cerca di non perdere la tua vena creativa,

scrivi così bene che è un delitto

che non ne rimanga traccia.

Regala qualcosa di tuo

tra quello che hai condiviso con me

nelle tante pagine della nostra illusione,

fatti tentare dalla mia proposta

o almeno pensaci.

Io torno ad immaginare le avventure di Don Chisciotte,

nessun corpo è avulso dalle sue fantasticherie

e chissà che non appaia all’orizzonte

il cavaliere preceduto dal fido scudiero.

Elettra

Firenze, martedì 24 del mese di Marzo dell’anno 2020