PRUDERIE

Tra il Tigri e l’Eufrate,

tra il Manzanarre e il Reno,

colui che sapeva e sapeva parlare,

il Verbo,

disse “Eden”

ed Eden fu.

Con nobile noncuranza,

degna di un dio,

vi pose Adamo e Lilith

a che spargessero il loro seme

nelle pianure di via col vento,

a che domani fosse un altro giorno

e sempre con una serva nera migrante al servizio.

E fu subito sera

e fu che ognuno si sentì solo nel cuore della terra

e fu subito guerra,

con e senza il Corso,

con e senza i matti dei Mattei,

con e senza i senatori a vita

che non muoiono mai.

Dammi la contezza della contentezza della vecchiezza,

gridava Orlando a Rinaldo,

mentre Gano di Magonza ammazzava Guerin,

detto il meschino,

un pezzo di carne intonsa con due occhi di bambolotto

sopra le ciglia finte

e messe su dalla Chiara in quel di Cessalto

sotto l’albero fiorito di giallo della mimosa

che Salvatore le ha regalato in una notte di piena estate

tra batuffoli morbidi e preghiere al vento.

Ma Gano di Magonza era tenuto in piedi dalla lega d’acciaio

e dal patto dei due imperatori,

lui e le rose,

per cui a Firenze e a Milano

di quel securo il fulmine tenea dietro al baleno.

E fu così che la guerra scoppiò da Scilla al Tanai,

nella camera da letto di coniugale virtù,

dall’uno all’altro mar

sulla rotta di Magellano e del virus a corona.

Fu vera gloria?

Ai Mattei va l’ardua sentenza.

Tutti li vogliono,

tutti li cercano,

come i barbieri di qualità,

di qualità,

di qualità.

Ma la miscellanea ancora non basta,

tanta fu l’offesa

che la minestra non fu servita a puntino

dai camerieri degli alberghi a cinque stelle

con il pagliaccio in prima fila e il buffone in curva.

La contaminazione continua

e persiste nelle zone rosse e verdi

di questa terra malfamata

e divorata dagli scandali edilizi

e massonici della borghesia mafiosa.

O Licio, o Licio,

lama sabactani!

Una donna matura a Firenze canta a una donna giovane.

“C’è la luna in mezzo al mare,

figlia mia chi ti devo dare?”

E la medesima incalza alla madama.

“Mamma mia pensaci tu.”

E la suddetta ribatte imperterrita e in vernacolo lombardo.

“Se ti do il barbiere,

lui va e lui viene

e il rasoio in mano tiene,

se c’iacchiappa a fantasia

mi fiddria a figghia mia.”

E il coro dei popolani entra

e battezza con la merda

la schiera degli eletti in Parlamento,

proprio sotto il Campidoglio.

“O mamma,

zumme zumme e baccalà,

o mamma,

zumme zumme e baccalà,

ohi mammà,

ohi mammà,

zumme zumme e baccalà.”

Eppure l’Eden esiste

ed esiste ancora

con le sue immagini imbalsamate dentro il sussidiario colorato

della benemerita scuola elementare.

Un bambino e una bambina hanno conservato nel giardino

il ricordo di un legame fatto per loro,

una figurina di Biancaneve fatta per lei,

una figurina del principe azzurro fatta per lui.

E se a Natale desideri un regalo

per un corpo che cerca ancora guai,

la perfida fatina manderà a iosa le figurine

della premiata ditta Panini,

i fotoromanzi del settimanale Grand Hotel.

In questo mondo imbelle la poesia abita dove vuole,

il tempo delle mele è lontano

e asciutto è il pantano della pruderie.

Se rinasco in altra patria,

ti vengo a cercare con la lanterna di Diogene,

ti riconoscerò dal profumo di rosmarino del tuo pollo arrosto,

ti bacerò con i pizzilli le labbra e i capelli,

ti sussurrerò bonjour avec le charme de Juliette,

ti porterò dove son tornato ad abitare dopo lunga agonia.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 31, 01, 2021

MOI ET JACQUELINE

Cet amour non è il sentimento dell’altro,

è il mio sentimento,

quello che io ho inventato per te

e che è fatto così,

di tante cose e di tante movenze,

di tante note e di tanti ritornelli,

di tante sciocchezze e di tante leggerezze.

E’ bello come la luce

ed è bello come il buio,

è bello come il tempo

quando il tempo si ferma,

è brutto come il tempo

quando il tempo scorre.

E’ vero come te

quando sei felice,

è gioioso come te

quando sei contenta.

Questo amore trema di paura

come un bambino nel buio

e non indietreggia

come un uomo sereno nella luce.

Cet amour che faceva paura,

ti ha insegnato a parlare,

ti ha donato la potenza delle parole,

la gioia di impallidire e di arrossire,

il timore di tremare e di stare,

l’eccitazione di spiare e di manifestarti,

la voglia di braccare e di esporti,

il desiderio di ferire e di curare,

l’ansia di calpestare e di carezzare,

la pulsione di uccidere e di salvare,

il bisogno di negare e di affermare,

la capacità di dimenticare e di ricordare.

Questo amore non è una parte,

è un tutto intero

come il sole quando soleggia

e la luna quando è piena e quando è nuova,

quando hai paura che ti cade addosso

alzando gli occhi al cielo in una notte di luna.

Cet amour è vivo e sempre nuovo,

palpitante e caldo

come il cuore quando batte.

Questo amore ci segue e ci perseguita

come un rimorso assurdo,

come un andare e un tornare

senza dimenticare quello che hai visto,

quello che hai vissuto,

riaddormentandoti e risvegliandoti

senza soffrire,

senza invecchiare,

sognando la morte senza morire

e per riderci sopra da svegli.

Cet amour resta là,

piantato al suolo come un ulivo secolare

che ha tante storie

da raccontare agli amanti

nelle notti di luna piena

e nell’ora dei lupi mannari.

Questo amore non scende dalle stelle,

vive nelle stalle insieme agli asini testardi

ed è crudele come la nostalgia

che non sa ricordare quella carezza mai ricevuta senza soffrire

ed è tenero come un rimpianto o un’emozione pudica.

Cet amour è come Dio,

ci guarda sorridendo

e ci parla senza parole,

senza dire niente.

Questo amore si lascia ascoltare con timore e tremore,

con sussurri e grida,

con le preghiere dell’amato per lei,

con l’invocazione dell’amata per lui.

Cet amour non è mio,

non è tuo,

è dell’Amore,

è degli amanti,

di tutti quelli toccati quotidianamente nel corpo e nella mente

da un buon demone,

da un generoso messaggero del dio bendato.

O Amore,

fermati,

lasciati guardare,

contemplare,

restami addosso,

braccami,

non andartene

perché io non ti ho mai lasciato,

ricordami

perché io non ti ho mai dimenticato.

E, allora, tu non scordarti di me

che ho solo te sulla terra e dentro il cielo,

non lasciarmi morire,

lasciami vivere insieme a te

e lontano dai torsoli e dal sangue,

non importa dove,

non importa quanto.

Ricordati di dare sempre un segno di vita

nel Trentino così come in Sicilia,

nei freschi boschi di coccole aulenti,

nell’assolata campagna di nere more.

Sorgi a ogni alba

nella foresta della memoria e della speranza,

tra i muschi e i licheni,

inducimi sempre in tentazione

e non salvarmi mai dal Male.

Così sia.

Salvatore Vallone

Libera contaminazione di “Cet amour” di Jacques Prevert

Carancino di Belvedere 15, 01, 2021



LA CANTILENA DI JACOB

Din din din pomarè,

din din din pomarè,

din din din pomarè,

dindin, onignorè.

Stavo crescendo,

ma non sono più cresciuto,

sono ancora vivo,

quando vengo nel tuo sogno a farmi amare.

Dan dan dan signorè,

dan dan dan signorè,

dan dan dan signorè,

dandan, onignorè.

La notte tutto appare più vero,

come di giorno tutto era vero,

ti prego di accudirmi

quando vengo nel tuo sogno a farmi amare.

Oh oh oh magazè,

oh oh oh magazè,

oh oh oh magazè,

ohoh, onignorè.

E’ stato proprio come sai,

tutto è stato irrimediabilmente,

con Ilse e gli altri bambini ho giocato, come con te

quando vengo nel tuo sogno a farmi amare.

Iè iè iè santorè,

iè iè iè santorè,

iè iè iè santorè,

ièiè, onignorè.

Non portarmi rancore,

se sono partito anzitempo,

tienimi ancora nel tuo cuore,

quando vengo nel tuo sogno a farmi amare.

Hem hem hem gamasè,

hem hem hem gamasè,

hem hem hem gamasè,

hemhem, onignorè.

Ho appena appena giocato con la vita,

quella che vedo in te,

nel tuo sguardo felice,

quando vengo nel tuo sogno a farmi amare.

Im im im immodì,

im im im immodì,

im im im immodì,

imim, onignorè.

Porta i miei saluti,

porta la gioia a chi ancora mi ricorda,

ricorda di portarmi i giochini e le leccornie

quando vengo nel tuo sogno a farmi amare.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 25, 01, 2021

ALL’AMICA RISANATA

Carissima,

hai sempre tanto vissuto

e cercato le tue giuste dimensioni di pensiero e di azione.

Sei stata sempre una guerriera.

Adesso è tempo di riposo.

Goditi quello che hai costruito.

L’inquietudine lasciala agli altri.

Salvatore

Carancino di Belvedere, 07 , 01, 2021

AUTORITRATTO 2

“Santu deu,

santu deu,

a sto mundu

ghe sum eu

e ni so cuntentu eu.”

Ci sono anch’io in questo mondo,

io e la mia follia,

io ed Erasmo che mi elogia.

Siamo in due,

siamo sempre in due,

il me savio e il me matacin,

mi che son dentro e mi che son fora,

mi che me manca un bojo e una poenta brustolada,

mi che son just e mi che son sbalià.

Il me perbenino fu rapito sul monte con il cappello in mano

dal paron che dispensa ananassi e satanassi,

il me sacranone e sacrarmenta viaggiò nei pascoli eterni

con la schiena dritta senza piegarsi davanti a nisuni,

neanche con l’ammollo o con il pizzo.

“Santu deu,

santu deu,

a sto mundu

ghe sum eu

e ni so cuntentu eu.”

Ci sono anch’io in questo mondo,

io e la mia follia,

io e me mare Concetta Giudice,

detta Tita o Titina,

mia madre che m’annaca,

che mi dondola cantando la ninna nanna,

insomma.

Siamo ancora in due,

il me bambinello e il me mentecatto,

il me picciriddru con la sucalora in mano

che si tocca il pisello,

il me in astinenza da rete quattro

con il cervello freddo di Libeccio,

il me amoroso e niuru infame,

fortemente abbronzato da madre natura

sotto i colpi micidiali dello Scirocco,

il me affetto da lasette nei bronchi umidi di catarro

e odorosi alla menta del benemerito vicks vaporub.

“Santu deu,

santu deu,

a sto mundu

ghe sum eu

e ni so cuntentu eu.”

Ci sono anch’io in questo mondo,

io e la mia radice,

io e me pare Concetto,

detto ‘Nnittulu,

ridetto ‘Nzuliddru.

Siamo ancora in due,

il me derelitto e il me gran sior,

io e il resto in saldo degli spermatozoi del dopoguerra

di un padre provato dalla caduta dell’amato Fascismo,

io e il derivato di un relitto militare,

formato cacciatorpediniere,

io e l’escremento infetto di una nave spitalera

ferocemente bombardata dagli Inglesi ubriachi,

io e le quattro travi portanti di un bastimento

ricolmo di migranti che coltivavano un sogno,

una chimera,

un’illusione,

un miraggio,

un pane condito con il sangue degli avi,

trasportati a suo tempo dalla mia Africa nel mondo civile

per l’Etica protestante e lo spirito del Capitalismo,

per la Camorra e la Mafia dell’uomo bianco miricano.

Sia sempre lodato e ringraziato Salvuccio Kunta Kinte,

quel tzeno innalzato al cielo africano dalla pietas del padre.

Sia maledetto il machete dello yankee bastardo

che non riuscì a tagliare le dita dei suoi piedi.

“Santu deu,

santu deu,

a sto mundu

ghe sum eu

e ni so cuntentu eu.”

Ci sono anch’io in questo mondo,

io e la mia follia,

io e Alex Haley che m’incanta.

Siamo ancora e sempre in due,

io e Kunta Kinte dei Mandinka,

il me siculo e il me veneto,

il me libero e il me schiavo,

il me dotor e il me contadin.

Siamo ancora e sempre in due,

io e le varianti del mio virus,

così personali,

così vitali per l’aldiqua e l’aldilà,

io incoronato il 19 di gennaio dell’anno gentium 1947

dalla levatrice signorina Calvo Carmela

al civico 23 di via Emanuele Giaracà,

io poeta terrone e patriot italiano,

nonché capo del carrarmato M113,

dono natalizio degli Usa all’italica plebe in quel 1945,

me contastorie e contaballe,

io e le mie fave tarde a spuntare

in quest’inverno da favola noir,

io e i miei ciciri migna restii alla luce

sotto questo cielo che oggi sposa Saturno e Giove,

sotto la solita buona stella ‘mbriaca,

la stella cometa stordita e sperduta dentro un cielo limpido

come la luce di Lucifero,

Venere,

stella del mattino,

stella maris,

l’astro d’argento che brilla lassù

e indica ai saggi la strada della vera vita

sotto l’augusta volta celeste tibetana.

“Santu deu,

santu deu,

a sto mundu

ghe sum eu

e ni so cuntentu eu.”

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 31, 12, 2020

DODECAFONIA

Dodecafonia?

Capperi, chi è costei?

Cantami, o diva, dell’infame aedo l’ira funesta

che assommò l’Iliade e l’Odissea

direttamente dalla bocca parlante dei poveri Achei.

Dimmi, o diva, di quel magico sartorello cieco

che cucì, pezza dopo pezza, la veste greca a poema.

Parlami, o diva, di quel grillo loquace

che saltò e risaltò,

pezzo dopo pezzo e sempre sul pezzo,

tra le pieghe del nebuloso Olimpo

a racimolar l’identità di coloro

che coltivarono le ragioni dell’Essere e del Non-Essere

nelle agorà delle polis infettate dai Sofisti.

Dimmi anche di coloro

che seguirono Dioniso tra i pascoli eterni del corpo,

là dove nulla mancherà finché Lui c’è.

Dodecafonia?

Se un filosofo annaspa,

un poeta risorge,

un poeta rinasce sempre,

come il ramarro e come Tazio Nuvolari,

perché un poeta vale più di dodici suoni messi in fila,

anche con il resto di due,

perché un poeta vale più di dodici cafoni messi in fila

e reperiti in abbondanza nella terzultima città italiana vivibile,

molto lontana da Trento,

molto lontana da Bologna.

Tu mi dirai

che il poeta emette soltanto e solamente flatus vocis,

spifferi d’aria contaminata dalle raffinerie dei barili di Brent,

la russa Lukoil di contrada Targia.

Tu mi dirai

che il poeta spara soffioni boraciferi rafforzati dall’alitosi cronica

di uno stomaco dilatato da obesi dolciumi di ricotta.

Tutto qua!

Parole,

sono soltanto verba quae volant,

nient’altro che vortici che si muovono in lungo e in largo

per motivi politici tra i cieli opachi dell’augusta penisola,

voltaggi che volteggiano lungo i canali di etere del perfido mostro,

l’immarcescibile fatto e rifatto nelle cliniche delle parole a vanvera

da parte di servitori solerti e interessati al quibus,

les miserables de Montmartre,

les invalides de la Bastille.

Dodecafonia?

Mi dirai ancora che sono registri diversi

per docenti di lingua italiana in svendita

nelle sfasciate scuole medie della triste penisola.

Insisterai dicendo che sono contagi identici

per gli ubriaconi del nord e i malandrini del sud,

uomini tenuti insieme dall’enorme debito pubblico

che nessuno mai pagherà

e paladini della patria borghese

che tanti odorano perché sa di fasciume.

Quanta miseria nei viali dell’ipocondria mediatica!

Cosa racconteremo ai figli dei figli mai avuti?

Diremo che dodici sono i mesi

che segnano le quattro stagioni di Antonio Lucio Vivaldi,

che otto sono i nani

con l’aggiunta del giornalista sempre in vista,

che sette sono i fratelli per i sette canali dell’etere maligno,

che sette le sorelle per tutti i pozzi di greggio e di fino,

che sette sono le spose per i soliti sette fratelli,

che quattro vale più di tre

e che tre val bene una messa in latino

nella caduca chiesa di san Filippo nel quartiere degli Ebrei.

Cosa posso dire io a te,

mia devota Dodecafonia,

di fronte a tanta tracotanza di donna navigata

nei mari dei Sargassi e degli Smargiassi?

Ma va a cagher,

o commistione e contagio,

o detto e ridetto,

o cotto e mangiato,

o cenere e lapilli!

Dammi sei parole,

soltanto sei parole,

la metà di dodici,

e ti solleverò lo scrittoio dall’impegno della calligrafia,

per scrivere le stesse manfrine dei bambini dispettosi

in cerca di fregole e di fragole trentine.

Grazie tante,

riattraversarti è stato veramente un piacere.

A bientot e a la prochain fois,

avec Juliette,

possibilmente.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 18,12,2020

FIAT LUX

FIAT LUX

Così ritorni al punto di partenza per la nuova corsa,

sudato come un ragazzo e con le scarpe stracce,

che, tanto, a cosa servono ora?

Non più piedi,

né gambe,

né volto,

che regali al ricordo di chi resta.

Ora il pensiero diventa sguardo,

si sofferma su un paesaggio caro,

sui volti storditi dall’assenza,

sul tempo che sembrava sempre poco

e che adesso ti si spalanca dentro.

Un po’ ti invidio,

se non facesse male.

Sab

Trento, 17,11, 2020

ET LUX FACTA EST

E così sono tornato al punto di partenza,

pronto per la nuova corsa,

come disse Gautama Buddha,

sudato come un ragazzo e con le scarpe stracce,

come disse mia madre,

che tanto,

a cosa servono le scarpe?

Non ho più piedi per camminare,

né gambe possenti per pedalare la bici verde di Salvatore

sulla strada che porta a Floridia,

né volto da regalare al ricordo di chi resta

e invoca un mio segno,

un mio messaggio da spalmare nell’album di famiglia,

come la Nutella,

e per lenire le angosce della fine,

come un disperato che si vota al sacerdozio.

Il mio sguardo è diventato pensiero,

i miei occhi cerulei sono ancora vispi

come quelli di un bambino assetato di vita.

Sono energia,

Verbo,

e mi posso soffermare su un paesaggio caro,

sui volti storditi dall’assenza,

sul tempo che sembrava sempre poco

e che, adesso, mi si è spalancato dentro,

sullo spazio che si riduceva nei teoremi di Talete e di Pitagora

e che, adesso, mi si stende all’infinito.

Un po’ mi invidio,

se non facesse tanto male la dipartita.

Adesso penso

e penso che c’è qualcosa di nuovo oggi nel sole,

anzi d’antico,

io vivo altrove

e sento che da te,

nella valle dell’Anapo,

il fiume che non si vede,

sono nati i cardi mariani e le cicoriette selvatiche.

Penso che tu non sai,

che tu ignori,

che tu arranchi.

Cosa sai, tu, della notte che si affida alla luce?

Cosa sai, tu, del buio che si sposa con la bionda chioma di Aurora?

Cento paia di scarpe ho consumato per Lei ritrovare,

per ritrovarmi con Lei e con il sole in fronte

a cantare beatamente le dolci nenie di quella madre

che da bambino mi pettinò con i bei capelli a onda,

adagio,

adagio per non farmi male.

Sappi che io sono partito

e ho lasciato sul tavolo della cucina,

là dove la Morte non può entrare,

i resti di un pasto di lenticchie consumato nella luce della Sicilia

con i versi di pochi vati e di alcuni poeti,

con le foto dei miei cari vicino alla stufa economica

che bruciava la legna dell’ulivo e dell’arancio,

del limone e del mandorlo.

Ho lasciato sul vecchio canterano di legno antico,

tra il pianoforte restaurato da mio padre Paolo

e la credenza di faggio della nonna Agata,

quel poco che mi serviva a respirare

in quella stagione di fame e di inedia.

Tutto questo adesso non c’è e non serve.

L’assenza è la sorellastra dell’eternità,

te l’assicuro

e te lo dico adesso che so

quanto languore si stende ogni notte sui cuscini di seta

per la mia breve presenza sotto il tetto della mia casa,

passando tra Omero e l’ira funesta di Achille,

soggiornando presso il benemerito Istituto nautico di piazza san Giuseppe,

costruendo con pazienza solerte e creativa i miei intramontabili amori.

Ho contato dodici giorni di agonia

per colmare una vita di pensiero e di azione.

Adesso non mi servono le gambe

per arrivare all’ora che volge al desio

e ai naviganti intenerisce il core,

quel cuore che non invidio

e che si è spento tra le pareti di una casa buona

per ritrovare finalmente colei che solo a me par donna,

per dire grazie a nostra sora morte corporale.

Sal

Carancino di Belvedere, 20, 11, 2020

A ENZO

Enzo è partito.

Ha infilato l’orologio nel polso sinistro,

ha comprato il biglietto nella stazione di Augusta,

è andato a Roma dai suoi amori.

Ha lasciato la biro su un foglio di carta,

sul tavolino del soggiorno:

sopra un bambino

che va sorridente a scuola con la cartella vecchia

e il panino imbottito di mortadella in mano.

Ha scritto parole semplici,

una stanza chiusa con dentro un mondo:

la primavera,

l’attesa,

la speranza,

la nostalgia.

Enzo è partito,

non come le tante volte,

come la volta fatale.

Il marinaio ha lasciato la barca a metà sul cortile di casa,

la poppa ancora da saldare

e la prua orgogliosa in cima ai suoi pensieri di ragazzo.

Saprà navigare anche questa volta,

saprà salpare verso un altro porto,

non Suez o Eilat,

il luogo delle sue paure e delle sue speranze di uomo dolce.

Enzo è morto

lasciandoci più poveri e più soli

nel nostro egoismo di sopravvissuti.

Omnia munda mundis, mondo cane!

Cura ut valeas, prezioso cugino mio!

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 17, novembre, 2020

IL TEMPO

Cosa è il tempo…

il presente, il passato, il venire?

il levar del sole,

il biancor della Luna,

il manto sempre cangiante delle stelle?

Non puoi prendere il tempo,

non voglio il tuo tempo,

ma posso darti il mio tempo

a fermare la tua bellezza,

a fissare la luce del tuo sorriso

sempre immutato nel tempo,

a fare del tuo tempo

giorni di amore…

senza tempo.

Vincenzo Grillo

Augusta, primavera dell’anno 2019

JULIETTE

Potevi chiamarti Greco e non Grecò,

come la signora Mara,

quella donna esposta di petto

e orgogliosa delle sue mani e della sua silhouette,

vestita di nero per lutto perpetuo,

che vende elettrodomestici in via Savoia

e liquida ritualmente al cinquanta per cento anche il padre

insieme agli estrattori del succo dei melograni di Proserpina.

Credimi,

saresti sempre stata la rosa nera dei cortili di Ortigia

che dalla Mastra Rua sboccano in fila indiana alla Giudecca,

nel quartiere degli Ebrei,

in un pieno maligno di odori speziati,

intessuti di salsedine e rosmarino,

di gerani ardenti di un rosso cupo

e di alghe morte di questo mare

che sopra dorme e sotto ribolle.

Poteva essere la tua Montpellier,

mais c’est si bon.

Potevi chiamarti Giulia,

come la mia compagna di classe,

la maestra abbandonata dalla madre infame e infoiata,

che con trecce bionde e lenti spesse

coltiva ancora la sua miopia

sopra i libri ammuffiti di greco e di latino,

in un bailamme osceno a lume di candele al sego puzzolente

intrattenendosi separatamente in via Mirabella,

la tua Rue Mirabeau,

al civico 23 del rinomato Cortile dei Porci

con Quinto Orazio Flacco e Publio Ovidio Nasone

e in ammucchiata con Eschilo, Sofocle ed Euripide,

sempre secondo il rito antico di Dioniso:

la follia nella testa e la danza nel ventre.

Poteva essere la tua Paris,

mais c’est si bon.

Potevi chiamarti Lisetta,

come la donna fedele soltanto a se stessa

e libera dai tabù del tempo e della storia

che attende sul balcone fiorito di basilico e di citronella

l’amore del marinaio infedele,

il naufrago che viene dal mare per grazia ricevuta

a consegnare le vesti ancora bagnate a Poseidon,

prima di accingersi all’amplesso ferino

dentro la grotta della Pellegrina di fronte l’isolotto di Ortigia,

mentre le onde del mare Ionio sciacquano le colpe dei nobili padri greci

e sciabordano i sensi infetti dei figli incivili in un continuo gorgoglio di morte.

Poteva essere la tua Saint Germain des Près,

mais c’est si bon.

Potevi chiamarti Sabina,

come la donna rapita dalla Tramontana e dallo Scirocco

con le cateratte del cielo poggiate sul balcone,

la maliarda che giostra le sue paturnie

in mezzo a sensuali trasporti

tra i muschi lucenti e le stelle cadenti

nella valle dell’invisibile Anapo,

immersa in tanta furia di natura sincera

là dove anche il povero Ercole pose li suoi riguardi

per eccesso di zelo e codardia,

occultandosi di giorno nelle chambres odorose di madame Suzette

e ricomparendo di notte nel bistrot di Via santa Maria dei miracoli,

nei pressi della Corte des Invalides.

Poteva essere la tua Ramatuelle,

mais c’est si bon.

Potevi chiamarti Maria,

potevi chiamarti Giulia,

potevi chiamarti Lisetta,

potevi chiamarti Sabina.

Ti hanno chiamata Juliette,

battezzata dalla gente di strada Jujube,

Jujube de mon coeur,

una fille silenziosa e solitaria

dai piedi scalzi e dalle gambe irsute

con un padre da immaginer e da odiare,

papà Gerard,

e una madre partisan da gifler e da odiare,

Juliette, elle aussi et comme toi,

lui poliziotto charmant d’italica memoria e uomo inetto,

della stessa pasta dei corsari corsi

e dei dittatori di un metro e mezzo,

lei tanto presa dagli uomini e dalla politique,

in attesa della Gestapo, di Ravensbruck, di Holleischen,

per tornare assolta tra le tue braccia adoranti

e prima di partire per l’Indocina

e lasciarti per sempre sola nella Rue des Innocentes,

nei pressi del cimitero più antico e più grande di Parigi.

C’est la vie, ma chère, c’est la vie!

Contavi diciotto anni,

dopo la tragica guerra della follia e dei bottoni,

in quel di Saint Germain des Près,

nella cinica e magica Paris,

e i boulevards erano l’ombelico del tuo corpo acerbo,

il luogo dove i bambini diventavano adulti

e gli adulti diventavano bambini,

tu enfant e mademoiselle,

tu fille della rue,

tu bohèmien,

tu pulzelle,

tu artista per bellezza,

tu esistenzialista per necessità,

espulsa dalla gente,

esplosa nella vita

dietro il decomporsi dell’amore

e dei sentimenti degli uomini

che a turno facevano a gara per averti,

per avere un tuo bacio,

per il caldo bacio di una magica vagabonda

che odora di avorio e di ghiaccio,

di pan brioche e di sesamo tostato.

Tu già sai quello che vuoi,

quello che ami e ammiri,

uomini e donne,

tu sai anche saltellare con un je m’en fous

tra i viali lunghi dei Campi Elisi

appena sconnessi dalla Luftwaffe.

Tu vuoi vivere soltanto le cose belle,

il resto lo lasci agli altri,

resisti alla banalità,

muovi il corpo a ritmo e le mani a danza

lungo le spire del tuo corpo sinuoso

in quel teatro di Montmartre

ripieno di clochard e accattoni,

di invalidi e deformi,

di cocottes e gigolò,

di artisti e commedianti,

di pittori e ladri,

di ballerine e cantanti,

il meglio del meglio di Paris après la guerre.

Nella strada cerchi il companatico e la baguette,

piedi nudi,

maglione nero dolce vita

e in un nero altrettanto sucrè nei pantaloni attillati,

ultima tra gli ultimi come nel vangelo della strada,

alla ricerca del sogno dei ricchi e della lotteria dei poveri.

Ma Paris è già canaille per una jeune miserable,

selvaggia,

indomabile,

silenziosa,

bizzarra,

asociale.

Mai dire jamais.

E così Mauriac ti saluta con un sonoro “bonjour Grecò”

davanti all’Hotel des Etrangers

tra le madames truccate e incappellate,

in odore di cipria e menopausa,

tra le pimpanti ballerine del Moulin rouge

in attesa di un ricco impotente da castigare.

Mai dire jamais.

Jean Paul e Simone ti parlano dell’Essere e del Nulla,

mentre se la godono al bar du Montana

tra una puzzolente Gauloises

e un aspro cognac Courvoiser da dopoguerra.

Per te,

proprio e solo per te,

il sarto sornione e furbetto cuce e adorna

La rue des blanques manteaux

con un boia pronto a gettare nel torrente dei frati bianchi

la tete avec le chapeau di generali e vescovi,

di ammiragli e commissari,

compresa quella di papà Gerard.

Mai dire jamais.

Alla Rumerie martiniquaise Albert fuma da straniero

le sue oppiacee Safir senza stare in cielo e in terra,

nella ricerca oscena dei tuoi baci e dei tuoi abbracci.

Ma tu non sei straniera a te stessa

e cerchi l’orgasmo del sapere di sé e dell’altro

al Bar du Port Royal con Maurice,

le vieil saggio che desidera i tuoi pantaloni neri e il dolcevita buio,

la dama in nero,

la rosa nera nei bistrot e la rosa rossa nel corpo,

la femmina di buon sangue e di voce pastosa:

le philosophe e la jeune femme

che vuol sapere della vita e della morte,

dell’amore e dell’odio

del sesso e della castità,

della Bellezza e dell’Arte,

del maschio e della femmina,

della libertà e della necessità,

della razza e della menzogna,

del giusto e dell’ingiusto,

dell’essere e dell’esistere,

del tempo e dell’eterno.

La jeune femme vuol sapere anche del Niente,

le Rien,

le Rien de Rien,

e, intanto, canta e fuma,

si tocca il bel viso e le buone fattezze con sapiente ironia

nel teatrino sconnesso della Bastille

con la Viceroy all’aschisch

che le pende dalla bocca ammiccante e maliarda

come uno stendardo slanciato al vento dell’ipocrisia.

Anche Jacques s’innamora di te e delle feuilles mortes

che tappezzano in autunno les boulevards de Paris

sotto il respiro del vento del nord

e in attesa di un oblio che non arriva,

in cerca di una canzone che unisce

e ricorda soltanto che ci amavamo,

toi tu m’aimais et je t’aimais.

Ma la vita separa les amoureux senza rumore

e anche il mare cancella le orme dei loro passi sulla sabbia,

mentre l’amore silenzioso e fedele ringrazia

e non riesce a dimenticare.

E poi,

dopo la gavetta,

après ses preuves,

si va con il vento nelle poppe erette

e gli occhi pittati di carbone,

con il naso a punta che attende un ritocco,

con la silhouette da danceur

e la voce impostata da chanteuse e già buona per l’Opéra,

si va a far la chantosa elegante e sofisticata nei bistrot e nei bar,

nei cafè e nelle rumerie,

si va a carezzarsi il corpo con le mani scivolose sui fianchi ricurvi

a suggerire anzitempo ai buongustai deshabillez moi,

a cantare che le foglie sono morte

e che il nostro amore è stato bello

anche perché è finito.

Sarà anche vero,

ma ancora non basta e tu insisti.

Ce soir non lasciarmi,

ne me quitte pas,

prendimi con forza e sii generoso,

sbalordiscimi,

prendi e porta via con te una donna

che canta in piedi l’amore e la libertà,

che fa sesso con maschi e femmine,

che parla del razzismo, dell’immobilismo, della menzogna,

che da voce ai bambini felici e ai vecchi bambini felici,

a tutti quelli che si amano come bambini felici,

une femme gèniale che canta storie d’amore senza tempo,

che al Bataclan danza la sensualità del corpo

e all’Odeon si esalta in Belfagor,

une femme sensuelle et sensible

che comunica la sua verità per sconfiggere la morte

con le parole che diventano pietre preziose e milioni di poesie,

con la voce che contiene guizzi eleganti e milioni di canzoni,

con Laurence Marie che parte anzitempo per il Nulla eterno

e con l’ictus sotto i capelli ardenti di nero.

Un coup de chapeau, madame Jujube!

A Saint Germain des Près

la memoria è un piacere carnale

e nella notte color carbone echeggiano i tuoi formidabili

déshabillez toi e ne me quitte pas.

Per te ho condito parole sensate

che ben capirai,

Jujube de mon coeur.

Ti ho parlato degli amanti

qui ont vu deux fois.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 02, 11, 2020

AMACA

Dondolo.

Luce nel cielo,

profumo dalla terra.

Uno scricchiolio

desta le mie paure.

Nella tempesta

non si può temere una goccia.

Lucia