UN’ATMOSFERA MAFIOSA

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Mi incontro in un appartamento antico di Berlino con Giogiò e passiamo delle ore serene e in sintonia, come al solito.

Per un po’ di mesi non lo sento più e allora decido di scrivergli un sms al quale non risponderà mai.

Sono in Sicilia e incontro due suoi collaboratori che mi dicono che Giogiò è stato assassinato qualche mese fa e non si sa da chi.

Scopro che il suo capo mi sta cercando perché ha saputo di noi.

Organizzano una cena fastosa per commemorare Giogiò e io sono l’ospite d’onore.

C’era un’atmosfera mafiosa e a un certo punto il suo capo mi dice che sta per arrivare la portata speciale cucinata appositamente per me.

Entra un cameriere con un piatto pieno di carne e mi dicono che sono i testicoli e il pene di Giogiò e che li devo mangiare.

Tutti sono inorriditi, ma io calma li mangio. Sono brutti ma dolci e la carne è tenerissima e si scioglie in bocca.

Rispondo che sono buonissimi e che li trovavo fantastici quando era vivo e sono così anche ora.

Questo è per loro un affronto e allora mi fanno vedere delle foto. Lo avevano rapito, seviziato e lasciato morire: una sorta di regolamento di conti.

Allora capisco che sanno tutto di noi. Scappo e mi inseguono, mi nascondo in un negozio di parrucchiera e dopo molte ore il capo mi trova.

Entra, ma la sua attenzione è presa da delle parrucche da donna, ne sceglie una e si fa truccare e scopre che vestito così si vede bello.

Mi lascia perdere e se ne va.

Io esco e mi aspettano i carabinieri. Mi dicono che da mesi indagano sull’omicidio, ma che non avevano mai sospettato del suo titolare. Pensavano a qualche pista passionale e mi dicono che hanno scoperto che Giogiò aveva amanti ovunque. Una fissa a Torino.

I carabinieri mi fanno vedere una foto dell’appartamento di Torino e vedo che ci sono macchie secche bianche sui mobili in cucina. Mi dicono che pensavano fosse cocaina, ma invece erano sputi secchi di acqua e sale, tipo un gioco di bambini.

La cosa non mi turba. In cuor mio so che sono stata speciale e unica per lui. Mi ritrovo triste a casa, depressa e in lutto per la sua perdita. Mi sento tanto triste che devo raccontare la nostra storia a mia cugina.”

Così e questo ha sognato Mamai.

DECODIFICAZIONE – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

La storia tra un uomo e una donna, una tra le tante storie tra un uomo e una donna che non si lascia catalogare per la sua intrinseca innocenza e naturale trasgressione, è degnamente rappresentata in sogno dalla protagonista in un momento di nostalgia canaglia e in un momento di composizione dei sentimenti e di remissione delle emozioni. Quando il marasma d’amore e di sesso, vissuto nello struggimento di un maremoto sensoriale, sembra irrimediabilmente passato, ecco che arriva il sogno a dirti creativamente quanto ti ha segnato e insegnato la meravigliosa esperienza vissuta. Il “tempo fuori” non ha sfiorato minimamente il carico di bellezza rimasto tra le maglie del “tempo dentro”.

Tutt’altro!

Il “tempo fuori” ha dato la possibilità al “tempo dentro” di maturare l’ironia e il distacco dal materiale psicofisico apparentemente archiviato.

E così, una donna chiamata Mamai si è trovata da bambina tanto legata al padre e da adulta realizza naturalmente le sue fantasie edipiche per superarle e abbandonarle dopo l’ampio appagamento. E’ quello che avviene nel cosiddetto “primo amore”, quello che non si sposa mai semplicemente perché è destinato a finire. Il “primo amore” si esaurisce perché non ha niente di originale e di creativo, è una minestra appetitosa ma riscaldata e come tutte le pietanze della tradizione non permette innovazioni e originalità. Il sogno è la storia di Mamai che realizza con Giogiò quello che ha allucinato con la fantasia nell’infanzia e nell’adolescenza nei confronti del padre e all’interno di una cornice sicula-mafiosa, un quadro obsoleto e stucchevole che mantiene le sue peculiarità creative perché altamente simbolico. Il sogno di Mamai è la sintesi di un romanzo drammatico che la buona penna del miglior Camilleri avrebbe elaborato e ricamato con la rigogliosità etnica e linguistica dell’esordio.

E cosa dire delle allegorie che Mamai intesse nel suo sogno a proposito dei riti “oro-incorporativi” e magici?

E cosa dire dell’inevitabile rimando a “Totem e tabù” di Freud?

Il sogno di Mamai è veramente un condensato di “processi e meccanismi psichici di difesa” dall’angoscia, oltre che un barattolo di pillole letterarie su temi siculi di mafia e di amore. La donna non è vittima, ma è dominante e gestisce, senza alcuna paura reverenziale verso il maschio, la trama del suo prodotto psichico.

E’ opportuno delucidare la Mafia in quanto Cultura primaria, in quanto insieme di schemi interpretativi ed esecutivi dell’Uomo e della Realtà.

La Mafia è il simbolo della Madre e della sua Legge, la Legge del Sangue, la Ontogenesi e la Filogenesi, l’origine e l’amore della Specie. La Mafia originaria include il Matriarcato e il culto della dea Madre nel mistico onore e nella sacra obbedienza dovute per Natura al Principio femminile. La Madre è la sede degli istinti e delle pulsioni, istanza Es, delle emozioni e dei sentimenti, del sistema nervoso neurovegetativo e della Magia, dei riti e dei divieti, dei totem e dei tabù. Il Pensiero della Madre è la Fantasia e si esprime nella Poesia e nel Sogno, non nella Filosofia e nella Scienza. La Politica della Madre si realizza nei clan, organizzazioni di famiglie che condividono il Sangue e la sua Legge. Il Sangue è simbolo di Vita e di continuazione della Vita ed è depositato nella Femmina Madre, uovo, e si distribuisce nelle femmine madri. Ritornano le figure mitiche di Lilith e di Eva, nonché di Gea e di Demetra. Si rivedono le “parti buone e cattive” del Fantasma Madre. E’ da precisare che il Matriarcato e la sua Cultura si pongono come sistema interpretativo sin dall’origine, ma vengono nel tempo soppiantati dal Patriarcato e dalla sua Cultura. La Madre viene rimossa a livello collettivo e sopravvive nel sottobosco e nell’occultamento in pieno rispetto alla Verità la cui etimologia impone che si nasconda e che si mostri solo se ricercata e disoccultata: “a-letheia” o senza nascondimento. Il Regno delle Madri è l’anima occulta del sistema esistente dei Padri, è l’Invisibile concreto del Visibile altrettanto concreto, è la Matrice materiale del Corpo materiale. Il potere dei Padri è effimero e mutevole perché è l’epifania del potere delle Madri.

Tornando alla Mafia come organizzazione criminale, si desume che nel Tempo storico la Cultura delle Madri sia stata imitata e sia tralignata negli schemi della sopraffazione dei nemici e della prevaricazione degli estranei, dell’eliminazione e dello sterminio di tutti coloro che non si adeguano al sistema imposto dal gruppo di origine e di appartenenza, la Famiglia e le Famiglie: “Cosa nostra”. Quella che in origine era la Cultura della Madre e del Sangue è stata imitata nelle modalità organizzative e metodologiche dalla Cultura dei Padri e si è evoluta nelle Organizzazioni criminali o nel Capitalismo alternativo. Non sono estranee a tali principi e metodi le “Società segrete”, i “Beati Paoli” in Sicilia, la Massoneria in Europa, la Carboneria in Italia e “I Sublimi Maestri perfetti” e tutte quelle compagini che si sono date una Etica alternativa e occulta, una finalità politica e sociale in opposizione ai valori dominanti e agli schemi conclamati.

Il sogno di Mamai meritava tanto preambolo perché non è un semplice sogno e deve essere gustato come un cannolo di ricotta della premiata pasticceria Girlando di Avola: un qualcosa di veramente eccezionale.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

Mi incontro in un appartamento antico di Berlino con Giogiò e passiamo delle ore serene e in sintonia, come al solito.

La tresca è antica e fascinosa, rientra tra le esperienze preziose della vita, avviene quando la serenità e la sintonia si combinano con i sensi e i sentimenti e nel mentre che l’ingrato tempo trascorre lasciando l’odore del “già vissuto” e del “già visto”. Mamai ha il suo Giogiò e insieme si trovano nella pacatezza di un incontro trasgressivo del loro tipo, quello che ben conoscono e che volentieri rinnovano con il ciclo delle varie lune. La ripetizione è monotonia e appartiene alle loro modalità d’approccio. Tutto è solito e antico e nello stesso tempo è insolitamente nuovo perché trascorre tra serenità e sintonia. Tutto ha bisogno ancora di essere rivissuto e la ripetitività infonde sicurezza ai giovani amanti.

La simbologia vuole che “mi incontro” sia un happening erotico e sessuale, “l’appartamento antico” sia la parte psicofisica trasgressiva e di volta in volta occupata secondo l’occasione, la “ore serene” siano i vissuti sgombri di nuvole, la “sintonia” sia quella dei sensi, “Berlino” sia un indizio soggettivo, un simbolo di Mamai per l’appunto.

Per un po’ di mesi non lo sento più e allora decido di scrivergli un sms al quale non risponderà mai.”

Il vissuto è stato vissuto e gli amanti hanno già dato ampiamente a se stessi in assenza di altro e di altri. Non resta che il ricordo e la possibilità di un ritorno, l’attesa di una riedizione del “già vissuto”. Del resto, gli amanti non vivono il tempo storico, non hanno continuità quotidiana, non interpretano l’esistenza nella sua banalità, non hanno beni da condividere e tasse da pagare, non subiscono le offese degli istrioni. Gli amanti vivono gli attimi, più o meno lunghi, che riescono a inventare e a riempire, si amano e si abbandonano, vivono e muoiono nello stesso tempo, si salvano e si uccidono insieme. Gli amanti mettono insieme brandelli di tempo e di storia, di carne e di sangue. L’attimo è la loro unità di misura psicofisica. Se trapassano nella continuità del tempo, gli amanti non esistono più semplicemente perché sono diventati marito e moglie, hanno comprato casa e figli, lavorano e si scannano, si abbuffano e si deprivano, guardano la tv e scrivono sms, fanno distrattamente l’amore la domenica mattina per dovere coniugale. Se si chiamano al telefono, non possono rispondere perché non hanno nulla da comunicare. Gli amanti muoiono e rinascono come l’araba fenice o come il ramarro. Ma, nel caso di Mamai qualcosa non va più nel verso giusto perché Giogiò non risponde, perché Giogiò non può rispondere. Mamai è cambiata. Mamai non è la stessa. Mamai non è quella di prima e di sempre. La trama dell’amore inquieto e fascinoso si complica e la questione psico-sociale diventa veramente drammatica.

Altro che Montalbano e le sue semplici trovate o “pinzate”!

Qui siamo prossimi al siciliano Sciascia e all’americano Mario Puzo!

Mamai sta per calare sul tappeto verde i suoi assi dalla manica delle memorie e delle ricordanze, nonché le sue affinità elettive in riguardo alle culture e ai personaggi. Seguirla sarà un piacere intrigante anche perché è una donna del Continente che ama la Sicilia.

Sono in Sicilia e incontro due suoi collaboratori che mi dicono che Giogiò è stato assassinato qualche mese fa e non si sa da chi.”

I conti tornano. Giogiò non può rispondere perché è passato tragicamente a miglior vita o a nuova dimensione, insomma ha cambiato sintonia. La Sicilia non promette niente di buono tra “collaboratori” e morti ammazzati, tra anonimi assassini e ambigui salotti. Questo cambio spazio-temporale è dei peggiori auspicabili, ma il sogno può nascondere fatti tragici e camuffarli con fatti surreali. Il mistero si profila e richiama il miglior detective che esiste sulla piazza o sul mercato. A tutti gli effetti risulta che Mamai ha chiuso l’attimo trasgressivo e creativo con Giogiò ed è trapassata nella storia di un amore già vissuto e nel ricordo di un amore perduto. Tutto è morto e la Sicilia offre il destro per gli intrighi più occulti e per i riti più originali.

Hanno ammazzato compare Giogiò!

Risuonano le assolate contrade del grido del bandezzatore, il messaggero del potere: “hanno ammazzato compare Giogiò!”

La “Cavalleria rusticana “ di don Giovanni Verga è a due passi, è nelle grida sconsolate e nelle contrade disperse, ma la verità è questa: Mamai ha ucciso compare Giogiò perché la loro storia di sesso e d’amore infelice non poteva trasfigurarsi in una storia di spirito e d’amore felice. La messa era finita e si poteva andare in pace. L’attimo era fuggente ed era trascorso come un lampo di calore nel tardo pomeriggio infilandosi tra i filari dei fichi d’India e il giallore delle gaggie.

Scopro che il suo capo mi sta cercando perché ha saputo di noi.”

Ecco che arriva il “mammasantissima” di turno nella figura esotica del “suo capo”!

Ecco che arriva il “Super-Io” di Mamai con l’istanza censurante o l’Io severo nella funzione di mediatore psichico e culturale!

Piace seguire la trama nella intrigante versione siculo-mafiosa, piuttosto che nella squallida versione psicoanalitica. Piace pensare a una tresca di amanti puniti dalla Legge del Sangue, quella dell’archetipo Madre, piuttosto che a una psicodinamica di colpevolizzazione della trasgressione e di ripristino dell’equilibrio turbato da tanta “ubris”, peccato originale di ira e di sconvolgimento dell’ordine costituito. Ma attenzione, che i riti sono diversi e non si tratta del solito lettino dello psicoanalista, perché in Sicilia la truculenza si sposa con la luce e il calore del sole, come insegna Giuseppe Tomasi di Lampedusa nel suo “Gattopardo”. Nella realtà psichica la decodificazione esige che Mamai abbia preso coscienza della sua trasgressione e in preda ai sensi della morale costituita deve espiare le sue colpe dopo aver chiuso la fascinosa relazione e gli attimi eterni con Giogiò.

I simboli dicono che “scopro” equivale a prendo coscienza ed è funzione dell’Io, “il suo capo” equivale al mio Super-Io, “mi sta cercando” equivale a il senso di colpa mi assilla, “ha saputo di noi” equivale a ho preso coscienza della trasgressione.

Organizzano una cena fastosa per commemorare Giogiò e io sono l’ospite d’onore.”

Un grande uomo abbisogna di una grande commemorazione. La cena fastosa è pronta al macabro uso e al macabro rito. La protagonista non può che ubbidire alle istanze del suo narcisismo e mettersi in primo piano e direttamente coinvolta nei festeggiamenti. La prima donna non può che farsi fare la festa. La morte si onora con una cena di gran classe e con l’ospite da onorare in onore al compianto. Siamo nelle trame e nelle tresche della Sicilia di Camilleri, quello “buono” che scriveva la cultura siciliana vissuta e appresa dai nonni e non quello “cattivo” che sulle ali del successo e nel massimo delle finanze televisive suggeriva temi triti e ritriti sul filone arancione, più che giallo. Mamai rievoca la sua relazione amorosa con Giogiò dopo averla troncata e al fine di acquistare una migliore consapevolezza e di operare la giusta “catarsi” dei sensi di colpa. Nel rievocare le bellezze e i trionfi dei sensi, Mamai converte i vissuti e li camuffa servendosi dei meccanismi psichici del sogno, i famigerati e mai abbastanza esecrati “processi primari”.

I simboli dicono che la “cena fastosa” richiama la “libido orale” e le alte sfere della vita affettiva. Dopo la morte di Giogiò la passione cessa e lascia il posto agli affetti più sublimati. La “ospite d’onore” assolve il narcisismo di Mamai. Del resto, è lei che ha vissuto il lutto e che sta organizzando il funerale. Onore al merito!

C’era un’atmosfera mafiosa e a un certo punto il suo capo mi dice che sta per arrivare la portata speciale cucinata appositamente per me.”

Se non si fosse capito, ci troviamo di fronte all’archetipo culturale della “Sicilia”, la “Mafia” e la sua atmosfera. Non manca, di certo, il “Capo”, il “Mammasantissima”, non certo un volgare ragioniere con “pizzini” annessi, non certo uno spietato psicopatico criminale, non certo un capraio puzzolente di merda, ma un gentile e premuroso “capo dei capi”, “inizio degli inizi”, “principio dei principi”, “principe dei principi”, Colui a cui tutto si riconduce, il master Chef dei master Chef che ha pronta la “portata speciale cucinata appositamente” per Mamai.

Altro che Camilleri, altro che Verga, altro che Sciascia, altro che Brancati, altro che Pirandello, altro che Giuseppe Tomasi duca di Palma e principe di Lampedusa!

La funzione onirica tocca i suoi livelli più alti con la spontaneità con cui nasce l’origano nelle rupestri campagne di Palazzolo Acreide nei monti Iblei. Ricordo che la riunione conta soltanto maschi, eccezion fatta per l’ospite, Mamai l’ambigua, l’eletta e l’inquisita.

A livello psicodinamico quest’ultima proietta la sua consapevolezza del fatto e del misfatto sul “capo” di Giogiò, a metà tra l’Io e il “Super-Io”, al fine di espiare i suoi sensi di colpa. Tra il grottesco e l’ironico, tra la “sineddoche” e la “metafora” si consuma la vendetta del “mammasantissima”, ma a tutti gli effetti si esalta la capacità di Mamai di rappresentare dinamicamente in simboli il residuo desiderio e la fatale condanna. La “traslazione” è il meccanismo psichico di difesa che consente a Mamai di esprimere il conflitto tra la “libido” in fiore e la colpa ineludibile.

I simboli si esprimono in questi termini: “atmosfera mafiosa” o ambiguità psichica, “il suo capo” o istanza “Super-Io”, “sta per arrivare” o acquista consapevolezza, “portata speciale” o ipertrofia dell’Io, “cucinata appositamente per me” o mitomania narcisistica.

Entra un cameriere con un piatto pieno di carne e mi dicono che sono i testicoli e il pene di Giogiò e che li devo mangiare.”

Il sogno, meglio, la funzione onirica di Mamai si esalta in questo ambiguo incalzare degli eventi. Tra il “narcisismo” ruspante e il “sadomasochismo” conclamato la scena madre viene offerta con un piatto tragico alla greca. Mamai ricorda Medea nel prepararsi in sogno la guerra di tutte le guerre, la “libido” e la colpa, nonché la “conversione nell’opposto” e la “traslazione” della virilità rappresentata secondo la figura retorica della “sineddoche” negli organi sessuali del povero Giogiò, ormai morto e defunto ma inevitabilmente ricordato nei suoi nobili accessori. Di brutto Mamai si serve nel sogno la rievocazione del “meglio” del suo amante, la sessualità, e seguendo il suo senso di colpa rivive in maniera traslata l’empito e la passione della “libido genitale” che nell’attimo scatenava con Giogiò quando viveva bene la relazione poetica e volgarmente truffaldina. Mamai deve reincorporare per via traslata gli organi dell’orgoglio virile del suo uomo fatale. Pene e testicoli in un sol boccone non sono un piatto di tutte e di tutti i giorni. Mamai appaga il desiderio di riavere Giogiò e lo realizza in maniera traslata: la bocca è la “traslazione” della vagina e l’incorporazione orale attesta del buon senso del possesso di Mamai e dell’universo psicofisico femminile, oltre che dell’orgoglio del potere. Tutto questo psicodramma è reso possibile, sempre a Mamai, dall’angoscia di “castrazione” e dall’ambigua collocazione sessuale in onore della “libido” e del “Genio della Specie”.

In termini sintetici Mamai rievoca e attualizza il desiderio sessuale nei confronti di Giogiò in maniera traslata e dopo aver colpevolizzato la sua relazione estatica con lui. Degne di nota sono la “libido sadomasochistica” e la messa in atto della “posizione psichica anale” di Mamai.

I simboli dicono che il “cameriere” rappresenta l’alleato psichico per sviluppare la cruenta psicodinamica, il “piatto pieno di carne” condensa la libido sadomasochistica, “i testicoli e il pene” rappresentano il potere maschile ridotto in “sineddoche” ossia la parte per il tutto, (il povero Giogiò è ridotto ai suoi organi sessuali), “li devo mangiare” si traduce in un rapporto orale come “traslazione” difensiva del coito.

Tutti sono inorriditi, ma io calma li mangio. Sono brutti ma dolci e la carne è tenerissima e si scioglie in bocca.”

La domanda sorge spontanea: “ma che “mammasantissima” e che “mafiosi” ci sono ormai in giro per la nostra bella Sicilia, se inorridiscono di fronte alla calma e gustosa “traslazione” di un rapporto sessuale, oltretutto architettato impunemente da un’ardimentosa femmina?

E’ vero che tutto passa e niente è più come prima, ma uno stuolo di sedicenti carbonari o massoni non deve assolutamente inorridire per una scena di nobile sesso, per una religiosa incorporazione orale dei simboli del potere maschile. Una calma Mamai consuma il suo rito orgiastico in presenza di coloro che chiedevano ragione delle sue arti seduttive e la condannavano in quanto una “quasi” strega che prevaricava il maschio, oltretutto in odore di mafiosità. Nella descrizione sintetica del gusto è insito il piacere sessuale di quegli attimi vissuti di volta in volta con il suo complice: l’allegoria del coito e dell’orgasmo è servita in “io calma li mangio. Sono brutti ma dolci e la carne è tenerissima e si scioglie in bocca.”

Che bella ed eroica fine hanno fatto i gioielli di famiglia!

Traduco i simboli e approfondisco le psicodinamiche: “inorriditi” o “conversione nell’opposto” del desiderio, “calma” o controllo dell’Io, “li mangio” o rituale magico oro-incorporativo, “brutti” o compensazione attraverso caduta estetica, “dolci” o compensazione attraverso esaltazione sensoriale, “la carne è tenerissima” o totem e compensazione del trauma oro-incorporativo, “si scioglie in bocca” o “traslazione” orgasmica del coito.

Rispondo che sono buonissimi e che li trovavo fantastici quando era vivo e sono così anche ora.”

Si può ridere della Mafia e si possono benissimo irridere i mafiosi. E’ importante che il gioco si fermi all’allegorico e all’ironico e non traligni nella cruda realtà del crimine. Mamai mostra in sogno una bella faccia tosta e una portentosa reazione alla malasorte, Mamai è temeraria e sa far buon viso a cattivo gioco. Ha mangiato di gusto gli organi sessuali del suo amante, si è mostrata interessata e non si è tirata indietro, si è dimostrata una donna con i contro-coglioni mangiandosi in un sol boccone i coglioni del morto e adesso alza il tiro e rilancia la posta a questi mafiosi della domenica che sembrano monaci benedettini nell’ora della siesta. Mamai è proprio insolente e impertinente perché non solo conferma la colpa, ma non rinnega la bontà della vitalità erotica e sessuale del suo defunto amore. Da vivo e da morto il suo Giogiò è stato fantastico nei suoi attributi sessuali e nelle sue funzioni erotiche, “mutatis mutandis atque rebus”, cambiando la realtà dei termini in questione: dolce e tenero in vagina e in bocca. Del resto, questi organi reali collimano perfettamente a livello simbolico.

I simboli attestano la spregiudicatezza di Mamai in “rispondo”, la provocazione in “buonissimi”, l’irrealtà poetica in “fantastici”, la nostalgia e la rievocazione in “vivo” e in “così anche ora”.

Questo è per loro un affronto e allora mi fanno vedere delle foto. Lo avevano rapito, seviziato e lasciato morire: una sorta di regolamento di conti.”

“Est modus in rebus”, perbacco!

La funzione onirica di Mamai vuole proprio coniugare alla grande e al gran completo le trame di questa farsa, più che psicodramma, mafiosa. Recentemente anche il siciliano, attore regista, Pif ha scritto e filmato lo sceneggiato “La mafia uccide soltanto di domenica”. La Mafia non fa più paura perché non esiste. La Mafia è morta, è stata anzitempo uccisa dai burocrati e dai funzionari, dai borghesi e dagli affaristi, dai finanzieri e dagli uscieri, dagli stronzi e dai merdaioli, dagli opinionisti e dai politici, dai buffoni e dagli istrioni, dagli scrittori e dai poeti, dalle tv di stato e dalle tv di parte. Mamai colpisce ancora se stessa e chiede al suo intransigente “Super-Io” di dargli le prove di cotanta costosa decisione di chiudere definitivamente con l’immarcescibile e sessualmente fenomenale Giogiò. Mamai provoca e offende la cupola mafiosa che rappresenta la sua intransigenza morale e scarica aggressività sadomasochistica del peggior stampo “anale” sul povero stecchito amante: “seviziato” e “lasciato morire”. In effetti è stato un vero regolamento dei conti, ma dei conti di Mamai, quelli presentati dal suo “Super-Io” nel momento in cui esulava verso paradisi morali eterei e sublimava la trasgressione del passato con l’etichetta della bellezza della passione. Mamai non rinnega, tutt’altro, riconosce e considera, rivive e valuta senza rinnegare alcunché, ma senza addurre un ulteriore desiderio da vivere e una carica di “libido” da investire. Tutto si è svolto e si è composto come nei migliori cerimoniali di pompe funebri. Bontà della “razionalizzazione” che riesce a stemperare e a frenare le più grandi passioni, anzi direi che più grandi sono state e più facile è archiviarle secondo i meccanismi psichici del “farsene una ragione” dell’impossibilità di riviverle.
Vediamo i simboli: “affronto” o opposizione e competizione, “vedere foto” o prendere coscienza dei propri vissuti e funzione dell’Io, “avevano rapito” o castrazione, “seviziato” o libido sadomasochistica, “lasciato morire” o relegato consapevolmente nel dimenticatoio, “regolamento dei conti” o valutazioni critiche dell’Io.

Allora capisco che sanno tutto di noi. Scappo e mi inseguono, mi nascondo in un negozio di parrucchiera e dopo molte ore il capo mi trova.”

“Allora capisco di avere piena consapevolezza di quello che ho vissuto con Giogiò e di quello che avevo bisogno di sapere di me con Giogiò.”

Mamai conferma, qualora non bastasse quello che ha affermato in precedenza, che si tratta di una sua precisa trama onirica in cui rispolvera e ammoderna la sua storia truffaldina con l’amante, un’esperienza talmente bella e fascinosa che si può definire, senza ombra di dubbio e di smentita, costruttiva, in quanto è servita a realizzare le pulsioni edipiche che nell’infanzia e nell’adolescenza aveva vissuto nei riguardi del padre. Mamai riesuma la sua “posizione edipica” e la realizza con Giogiò ottemperando alla pulsione erotica e sessuale e, quindi, disponendosi al meglio verso il suo uomo e distogliendolo a una donna come nei migliori tradimenti o fatti di corna. Dopo aver vissuto il suo atavico desiderio e la sua antica pulsione, può chiudere con Giogiò e concludere la sua avventura adolescenziale. Ormai è donna a tutti gli effetti psichici e può passare alla “posizione genitale” e concentrarsi nell’investimento di “libido” della suddetta qualità. L’istanza censoria “Super-Io” ha imposto le sue norme morali e tutto si può concludere con il riconoscimento che la storia di sesso e di passione con Giogiò è stata veramente bella.

Vediamo come Mamai immagina in sogno il suo decorso psichico.

Usa il meccanismo psichico della fuga, “scappo”, e dell’espiazione della colpa, “mi inseguono”, si serve del camuffamento delle idee ossia se la racconta e si giustifica, “mi nascondo in un negozio di parrucchiera”, e finalmente rende conto al “Super-Io” della consapevolezza di tutto il quadro riesumato dal cimitero di un passato molto attuale ma superato perché riconosciuto. Mamai ha dato abbastanza ed è venuta fuori dal marasma grazie al meccanismo psichico di difesa della “razionalizzazione” della sua “posizione edipica”.

I simboli dicono che “capisco che sanno tutto di noi” si traduce in sono cosciente di quello che ho vissuto, “scappo” è uno dei tanti meccanismi di fuga dall’angoscia, “mi inseguono” attesta del persistere del senso di colpa, “mi nascondo in un negozio di parrucchiera” significa che mi sono rivolto a un analista e ho messo in discussione le mie idee e le mie convinzioni, “dopo molte ore” o il tempo necessario per la “razionalizzazione”, “il capo” o il mio “Super-Io” istanza morale e censoria, “mi trova” si traduce in viene considerato e ascoltato nella sua funzione di limitarmi nella realtà e di non aderire alla pulsione d’onnipotenza.

Entra, ma la sua attenzione è presa da delle parrucche da donna, ne sceglie una e si fa truccare e scopre che vestito così si vede bello.”

Si vede chiaramente che il “capo” era l’istanza psichica di Mamai. Il “Super-Io” viene addomesticato dall’Io anche tramite l’opera della parrucchiera o dell’analista e Mamai si giustifica con i suoi atti e i suoi vezzi di donna, si assolve con le sue filosofie difensive della trasgressione. Anche il “Super-Io” si ammorbidisce nelle sue censure e viene ridimensionato al punto che l’esperienza trasgressiva viene ascritta al processo psichico evolutivo di Mamai, la quale non può fare altro che essere soddisfatta, quasi orgogliosa, di questa sua capacità di aver vissuto il desiderio edipico e di averlo realizzato in barba al suo “Super-Io”. Mamai ascrive al tempio della bellezza la sua esperienza erotica e sessuale con Giogiò e sa ben camuffare con i modi di essere donna le sue esperienze vissute. Comunque bisogna dire che non ci sono più i “capi” bastone e i “mammasantissima” di una volta. Sono cambiati anche loro assieme alle mezze stagioni e alle mezze maniche.

I simboli dicono e confermano che “entra” indica coinvolgimento e approfondimento, “attenzione” e intenzionalità psichica dell’Io, “parrucche da donna” sono i modi di pensare e le filosofie difensive classiche delle donne, “sceglie”equivale ad affinità elettiva, “truccare” è un camuffamento difensivo da uso del meccanismo della “conversione” o della “traslazione”, “scopre” è funzione deliberativa e decisionale dell’Io, “vestito così” si traduce in difeso in questo modo, “si vede bello” richiama il senso estetico come difesa da tutti i mali individuali e sociali.

Mi lascia perdere e se ne va.”

Mamai si convince che non è più il caso di affliggersi e condannarsi per le sue trasgressioni erotiche e sessuali, per le relazioni del suo tipo, per i rapporti sensuali e sessuali, per le colpe reali e presunte. Mamai prende consapevolezza della quasi necessità evolutiva di vivere un patrimonio di trasgressioni compatibile con la sua formazione e in particolare con il suo essere femminile e la sua natura di donna per il fine di maturare anche e soprattutto la sua conflittualità con la figura paterna, la sua “posizione edipica”. Mamai esalta le doti del suo “Io” e rimette la bilancia psichica in equilibrio. In sostanza si è assolta attraverso il meccanismo di difesa della “razionalizzazione” ed è pronta a passare ad amare un altro uomo, quello giusto su cui investire la sua “libido genitale” e non uno su cui scaricare le sue pregresse psichiche pendenze. Ma attenzione, questo discorso vale per il momento in questione, perché la storia e la psicodinamica non si è ancora conclusa. Ogni male non viene per nuocere.

La simbologia si attesta nella tolleranza e caduta di rigore dell’istanza psichica censoria e morale del “Super-Io” in “mi lascia perdere e se ne va”.

Io esco e mi aspettano i carabinieri. Mi dicono che da mesi indagano sull’omicidio, ma che non avevano mai sospettato del suo titolare. Pensavano a qualche pista passionale e mi dicono che hanno scoperto che Giogiò aveva amanti ovunque. Una fissa a Torino.”

Come volevasi dimostrare. Il “capo” lascia il posto ai “carabinieri” e sempre di “Super-Io” si tratta, sempre di agenti punitivi della colpa e di funzionari della legalità stiamo parlando. Se il capo mafia incarnava un “Super-Io” drastico e violento in un ambito truffaldino, i “carabinieri” rappresentano la legalità sociale e l’ordine costituito, la benemerita Arma fedele nei secoli e oggetto di tante immeritate ilarità per il suo carico di cultura popolare. In sostanza, Mamai si autoaccusa nell’istanza “Super-Io”, il “titolare”, attraverso la nuova forma e versione legale e conforta la sua scelta di essersi liberata di Giogiò addossandogli un’ulteriore dose di trasgressione nei tradimenti in quel di Torino, ma anche in quel del Piemonte, del Lombardo Veneto e dell’Ovunque. Mamai si sta dicendo che è stata una donna procace e seduttrice e che aveva costruito una rete di uomini da amare come una vera agenzia di viaggi o una catena di supermercati. L’esame di coscienza Mamai lo fa seriamente e veramente scoprendo tutti i suoi altarini diffusi in tante chiese e non soltanto nella cupola mafiosa. La “pista passionale” risponde alla voce professione nella carta d’identità della giovane Mamai. Insomma la protagonista ha fatto le sue esperienze di crescita e ne è parzialmente orgogliosa ed è doverosamente consapevole di aver ecceduto in qualche fascia della sua prima giovinezza quando le urgenze affettive e le emergenze sessuali si mescolavano nel calderone di un corpo in evoluzione psico-ormonale.

I simboli dicono che “io esco” significa io risolvo, “mi aspettano i carabinieri” significa io penavo di aver risolto ma sono incorsa in un’altra condanna magari legittima e maggiormente consapevole, “da mesi indagano sull’omicidio” significa che da tempo razionalizzavo le mie esperienze e riflettevo su come risolverle, “non avevano sospettato del suo titolare” significa che Mamai non era appieno consapevole del come procedere nel giudizio su se stessa e sul suo contestato operato, “pensavano a qualche pista passionale” equivale a dire mi assolvevo adducendo le sensazioni e i sentimenti, “mi dicono che avevano scoperto che Giogiò aveva amanti dappertutto” significa che sono cosciente delle mie tante trasgressioni.

E “una fissa a Torino” cosa vuol dire?

Significa che Mamai di tutte queste battaglie e schermaglie privilegia la prima, quella “edipica”, quella che riguarda lei bambina e il padre.

I carabinieri mi fanno vedere una foto dell’appartamento di Torino e vedo che ci sono macchie secche bianche sui mobili in cucina. Mi dicono che pensavano fosse cocaina, ma invece erano sputi secchi di acqua e sale, tipo un gioco di bambini.”

E proprio l’appartamento di Torino, la madre di tutte le guerre e di tutte le trasgressioni, a essere inquisito. Mamai rievoca i suoi vissuti edipici e tra gli affetti reperisce le tracce affettive della sua infanzia e adolescenza: “le macchie secche bianche sui mobili in cucina”. Si tratta di affetti e desideri, di pulsioni e bisogni dettati da spinte ormonali intese alla variazione dello stato di coscienza, la “cocaina” o “l’ormonella”. Mamai ricorda che la sua infanzia è stata costellata da pulsioni erotiche e sessuali che adesso la donna individua nei resti delle secrezioni essiccate sulle lenzuola o sugli indumenti intimi. Tra i giochi di bambini esiste una vasta gamma di fantasie e di operazioni erotiche che Mamai raffigura in maniera egregia. Le traccie ormonali sono evidenti nel contesto onirico che si sta esaurendo senza nulla risparmiare ai particolari intimi che hanno costellato le esperienze e i viaggi della “libido” di Mamai bambina, adolescente e giovane donna. Tutto il pacchetto è ben servito al prezzo di essere ben razionalizzato e tolto dalla mani severe del “Super-Io” per non incorrere in condanne e in espiazioni di colpe che immancabilmente avrebbero compromesso la funzione sessuale.

I simboli li ho già spiegati. Non mi resta che procedere nel gran finale.

La cosa non mi turba. In cuor mio so che sono stata speciale e unica per lui. Mi ritrovo triste a casa, depressa e in lutto per la sua perdita. Mi sento tanto triste che devo raccontare la nostra storia a mia cugina.”

Avete visto che si trattava del padre!

Come interpretereste voi “In cuor mio so che sono stata speciale e unica per lui”?

Mamai ha avuto una storia di qualità edipica con Giogiò, un uomo su cui aveva investito quella “libido” a suo tempo vissuta nei riguardi della figura paterna. Mamai si è collocata con Giogiò come quella figlia bambina che aveva un rapporto speciale con il padre, che desiderava il padre come l’uomo del cuore e del corpo. La “razionalizzazione” del trambusto “edipico” è stata portata avanti ed effettuata in gran parte, così come il “riconoscimento” psichico del padre. Adesso non resta che il dolore della perdita di quel mondo incantato, un dolore ampiamente compensato dall’autonomia psicofisica di scegliere e di godere. Mamai non avrà più bisogno di Giogiò, di “mammasantissime” e di carabinieri. Le sue prime voglie sono state appagate e vissute in maniera traslata. Il primo amore è stato la realizzazione di quello che aveva immaginato da bambina e il cerchio si può chiudere qui, magari con l’aiuto di uno psicoanalista che è ben visibile nella figura della cugina a cui deve raccontare la sua storia per non incorrere nelle drastiche censure del “Super-Io” e per non danneggiasi con l’espiazione spietata dei sensi di colpa legati al non aver ottemperato al “comandamento” di non desiderare l’uomo di altre e di non aver onorato il padre. Mamai esagera con le parole e le autodiagnosi intorno alla depressione. E’ doloroso aver perso il padre edipico, ma è gioioso aver trovato il padre giusto e gustare l’autonomia psicofisica. Mamai adesso può innamorarsi ed amare senza il condizionamento dei poderosi “fantasmi edipici”, quelli che da bambina elaborava con le stimmate della realtà e che era intenzionata a vivere in tutto e per tutto. Dopo aver concretamente vissuto grazie a Giogiò le sue fantasie erotiche e sessuali, Mamai non perde alcunché, ma evolve il suo “status” psichico. Dalla “posizione psichica edipica” Mamai è passata alla “posizione psichica genitale” senza nulla togliere e senza nulla perdere in riguardo al suo corredo psichico evolutivo. Il quadro adesso ha bisogno di una buona integrazione e razionalizzazione, per cui ben venga qualsiasi cugina e magari con una formazione psicoanalitica che può ben valutare il travaglio intenso vissuto con il padre e con Giogiò, l’uomo edipico che sarà abbandonato al suo destino inconsapevole di strumento di crescita e che magari è cresciuto anche lui riformulando la sua “edipicità”. Il padre e la madre non si sposano, ma le fantasie su di loro si realizzano e si superano. Il ristagno nella “posizione edipica” impedisce l’avvento della “genitalità”, per cui la “relazione edipica” è destinata a fallire perché ha un termine temporale e un appagamento da dipendenza e, quando il romanzo è stato tutto riletto, la storia è finita e speriamo che nel frattempo non siano nati figli.

PSICODINAMICA

Il sogno di Mamai sviluppa la psicodinamica “edipica” all’interno di una originale cornice culturale mafiosa: la “traslazione” delle fantasie in riguardo al padre nella figura ineffabile di un colorato e portentoso amante. La trama del sogno non trascura alcunché della corretta e naturale evoluzione psicofisica che la figlia ha vissuto e rivive. Dall’attrazione alla seduzione, dal coinvolgimento erotico e sessuale all’orgasmo, dal senso di colpa all’espiazione, dal ripristino dell’equilibrio turbato al riconoscimento del padre per concludersi nella benefica “razionalizzazione” della perdita edipica, il sogno di Mamai si snoda nel turbamento composto e nella deliberazione intelligente denotando una buona “coscienza di sé”. Del resto, per fare un sogno di queste dimensioni e di questo colore, Mamai deve aver tanto lavorato su se stessa e sulla storia dei suoi vissuti. Per essere padrona in casa sua e per affrontare e umiliare il capo dei capi senza fare una piega, Mamai ne ha fatto di strada.

PUNTI CARDINE

Il punto cardine per eccellenza è il seguente: “La cosa non mi turba. In cuor mio so che sono stata speciale e unica per lui.” Questo capoverso finale rivela il basamento “edipico” della psicodinamica di Mamai, ma non sono da meno “Giogiò è stato assassinato” e “mi dicono che sono i testicoli e il pene di Giogiò e che li devo mangiare.” e “Allora capisco che sanno tutto di noi. Scappo e mi inseguono, mi nascondo in un negozio di parrucchiera”

DOMANDE & RISPOSTE

L’interpretazione del sogno di Mamai è stata letta da un uomo e da una donna che hanno voluto conservare l’anonimato.

Lei

Lei che è siciliano ha mai visto i mafiosi?

Io

Ricordo di aver visto in un bar nel 1964 e alle cinque del mattino in quel di Pachino un uomo di cinquant’anni particolarmente elegante con tanto di vestito all’americana e scarpe di pelle di coccodrillo. Era il mese di settembre, il tempo della vendemmia di uve particolarmente pregiate e forti. Aveva ordinato una birra e parlava in lingua italiana con la cadenza dialettale palermitana. Aveva un seguito, ma in quel momento era solo e si vantava di avere tanti amici. Io facevo colazione con il cappuccino e il cannolo di ricotta appositamente riempito con canditi e perle di cioccolato. Ricordo che ero in procinto di andare in barca per la pesca a traino tra Pachino e Portopalo di Capo Passero. Non è finita. Ho conosciuto un siciliano in soggiorno obbligato nel Veneto. Era l’anno 1973. Vestiva in maniera ricercata e ostentava un portafoglio stracolmo di bigliettoni delle vecchie lire. Parlava in italiano con l’accento siciliano e aveva una precisa etica fatta di cortesia e di solidarietà. Queste sono le mie dirette esperienze. Nel frattempo ho conosciuto tanti delinquenti e mascalzoni, ma non avevano niente a che fare con questi discutibili e inquietanti personaggi.

Lui

Cosa pensa degli scritti di Andrea Camilleri?

Io

Ho citato Camilleri e tanti scrittori siciliani per sostenere la tematica e la coreografia del sogno di Mamai. Camilleri ha avuto la grande fortuna di avere avuto una famiglia, nonni e genitori in particolare, che faceva della parola e del racconto un’arte di comunicazione. L’adulto Camilleri è partito da questi temi etnici per costruire i suoi romanzi e le sue migliori opere, quelle che hanno una particolare eco popolare e che nascono dai ricordi del tempo antico in cui la Sicilia si faceva onore nel bene e nel male con i suoi personaggi e le sue filosofie di vita e di morte. Questa è la produzione letteraria che prediligo. Il resto è richiesto dal mercato televisivo ed è scritto insieme a sceneggiatori che non hanno radici in quel di Porto Empedocle e dintorni, i luoghi dell’infanzia e dell’adolescenza di Camilleri.

Lei

Mi spiega la parola “mafia”?

Io

L’etimologia è contrastata e oscilla tra l’arabo e il francese, tra il toscano e il piemontese. I significati sono anch’essi in opposizione e oscillano tra lo spavaldo, il vanaglorioso, l’elegante, il bello, il coraggioso, il forte e il volgare, il delinquente, il prevaricatore, il violento, il criminale. In ogni caso prevale la distinzione dalla massa e l’identità psichica e sociale.

Lui

Quale origine ha la mafia secondo lei?

Io

Mi piace pensare che sia originata dalla società segreta dei “Beati Paoli” e dal Mutuo soccorso popolare nella Sicilia borbonica sin dal Settecento. Per il resto confermo che è una Cultura del Sangue originata dall’archetipo Madre che mantiene in essere gli opposti di Vita e di Morte con tutto il corredo umano e sociale che comporta nel Bene e nel Male. Nel tempo storico e nelle circostanze politiche questa Cultura si è offerta alla prostituta di turno adattandosi come un camaleonte specialmente alle esigenze del Capitalismo.

Lui

Cosa pensa del bandito Salvatore Giuliano e dei vari killer delle varie stragi consumate in Italia fino ai nostri giorni?

Io

Salvatore Giuliano era un povero ignorante che nel banditismo ha trovato la sua personale vocazione. E’ passato alla storia per la strage dei braccianti agricoli a Portella della Ginestra del primo maggio del 1947 e per i contatti avuti con alcuni ufficiali americani per una separazione della Sicilia dalla Repubblica italiana e un’adesione alle stelle della bandiera americana. Aveva valori primari e ferini, come quelli che sono venuti dopo. Sulla questione dei rapporti della Mafia con pezzi deviati dello Stato sin dagli anni settanta, ricordo soltanto che Falcone e Borsellino sono emblemi di chiara estrazione sicula assieme ai tanti martiri servitori di uno Stato ingrato che non li tutelava abbastanza dalla criminalità organizzata, più che dalla Mafia.

Lei

Mi spiega i riti magici che lei ha definito oro-incorporativi?

Io

Un principio fondamentale della Magia è da sempre, nei secoli dei secoli, l’assimilazione: se mangi di quello, diventerai come quello. La pozione è la dose che permette di incorporare il potere ricercato e di realizzare il fine voluto. L’assunzione avviene prevalentemente per bocca, ma può anche avvenire per irraggiamento o per contatto. E’ necessario il “mago” per caricare la sostanza di potere e per convogliare sull’oggetto l’energia della Natura. Ricordo che il pensiero magico del bambino si basa sullo stesso principio e usa lo stesso meccanismo di difesa dall’angoscia. Freud raccontava di aver visto spesso la nipotina di due anni che, ogni volta che la madre si assentava, andava a prendere il rocchetto del filo da cucire e lo lanciava sotto l’armadio dicendo “non c’è” e poi lo tirava fuori dicendo “adesso c’è”. Esorcizzava magicamente la sua angoscia di abbandono e di morte. Il pensiero magico e la Magia hanno origine nei primordi dell’umanità e sopravvivono semplicemente perché sono la traduzione nella realtà, il rito, dei meccanismi psichici di difesa dall’angoscia di perdita depressiva. I più importanti sono “l’annullamento” e lo “spostamento”. Il primo converte l’angoscia nella modalità accettabile di un rito, il secondo crea un feticcio proprio spostando l’angoscia da un oggetto a un altro. Molti culti e riti religiosi sono basati su questi meccanismi psichici e sui principi umanissimi e naturali della Magia.

Lui

Perché dovremmo leggere “Totem e tabù” di Freud?

Io

Per capire concretamente questi concetti e per essere consapevoli di cosa inneschiamo ogni volta che ci troviamo in circostanze di assoluta normalità come in un supermercato o in una piazza davanti a un manifesto o in una chiesa. Il “totem” esiste per giustificare magicamente il tabù, il divieto. Si arriva prima a vietare qualsiasi azione con il totem rispetto alla spiegazione e alla presa di coscienza. Comunque, se leggi il libro di Freud, capirai di più te stesso e il mondo che ti circonda, ma soprattutto eviterai di leggere i libri che quotidianamente ti propinano in qualsiasi programma televisivo.

Lei

Cosa mi dice dei riti dionisiaci in riferimento alla trama del sogno di Mamai?

Io

Il rito dionisiaco nell’antica Grecia era una psicodinamica di gruppo che consentiva alla gente di variare lo stato di coscienza con l’ausilio del vino e della danza in rievocazione del dio Dioniso che era rappresentato da un capretto. Quest’ultimo nel corso del rito veniva ucciso e sbranato: incorporazione per bocca del dio traslato nel povero animale. Lo stato di coscienza vigilante veniva ridotto fino ad arrivare alla pura espressione neurovegetativa dando sfogo agli istinti primari e alle pulsioni sfrenate. La sessualità rientrava in questa provocazione e l’orgasmo coronava l’orgia collettiva. Prima che Nietzsche individuasse in questi riti l’origine della tragedia, il culto di Dioniso serviva alla gente per esaltare il corpo e i suoi diritti fino ad arrivare all’estasi, all’esaltazione dei sensi. Mamai sogna i suoi orgasmi negli incontri ravvicinati e del suo tipo con il suo Giogiò vivo.

Lui

Il complesso di Edipo non si realizza perché è un inganno che porta a un fallimento della coppia?

Io

Il “primo amore” investe il genitore del sesso opposto, avviene nell’infanzia e si rafforza nell’adolescenza. La “libido edipica” si manifesta come amore o come odio e la “posizione psichica” corrispondente porta i figli a elaborare un cumulo di fantasie e di desideri funzionali alla loro evoluzione psichica. Codesta “posizione” si supera attraverso la “razionalizzazione” e la consapevolezza dell’impossibilità di tale unione e consente l’identificazione e l’identità psichiche: si nasce maschi e femmine, ma si diventa maschi e femmine. La soluzione ottimale è il riconoscimento del padre e della madre e la cessazione della conflittualità e delle ambiguità. In tal modo avviene l’emancipazione dal modello genitoriale e la libera scelta del futuro partner. Il mancato riconoscimento porta a cercare il padre o la madre nell’uomo o nella donna che prima o poi si sceglie. Realizzati i desideri e le fantasie in riguardo al primo amore, la relazione cessa per esaurimento e incapacità di formulare nuovi progetti e liberi intenti. Questo processo è ben visibile nella psicodinamica del sogno di Mamai. L’uomo edipico e la donna edipica incorrono in un fallimento della relazione di coppia semplicemente perché vanno avanti con le loro tangenti fino all’esaurimento della “libido”. Giogiò era un amore edipico per Mamai e può morire insieme alla relazione gratificante. Adesso Mamai è pronta per un investimento libero e creativo.

Lei

Mi può dire quali “meccanismi psichici di difesa” usano le donne per assolvere i loro tradimenti sessuali?

Io

Non soltanto le donne, ma anche i maschi usano gli stessi meccanismi. Sono strumenti difensivi universali nelle culture monogame. Nelle culture poligame vigono lo stesso ma con qualche variante. La “razionalizzazione” consente di giustificare, la “compartimentalizzazione” si attesta nel relegare il fatto a una parte della vita e della persona, la “legittimazione” permette la giustificazione della colpa, la “assoluzione” si serve della svalutazione della propria persona.

Lei

Mi faccia degli esempi.

Io

Un esempio al femminile esige che la donna sia consapevole della sua colpa, la riservi alla sua vita privata con il famigerato “sono fatti miei”, la ritenga giusta perché il suo uomo la maltratta, si assolva condannandosi e definendosi una persona poco per bene.

Lui

E della trilogia filmistica del “Padrino” di Coppola cosa mi dice?

Io

Mario Puzo ha scritto della Mafia americana meglio di un siciliano di Palermo o di Corleone. Coppola ha riprodotto la sceneggiatura in maniera realistica. Il migliore è il primo film, quello dedicato a don Vito Corleone. Gli altri sono buoni, ma risentono di una pressione del mercato e dell’industria, come i lavori di Camilleri. Quelli liberamente sentiti sono venuti fuori veramente bene, gli altri sono funzionali al dio quattrino.

Lui

Mi dica i titoli a cui si riferisce.

Io

“Il cane di terracotta” e “La forma dell’acqua”, per quanto riguarda il filone del “Commissario Montalbano”. Delle altre opere degne di nota sono “Il birraio di Preston” e “Il gioco della mosca”. Aggiungo che Camilleri ha tradotto in lingua italiana il dialetto di Agrigento nei costrutti e nelle semansi. Non è poco.

Lei

Mi dice qualcosa di Medea?

Io

Mi tocchi sulla carne viva. Sono nato e cresciuto a Siracusa e il teatro greco era ogni due anni la scena delle tragedie greche. La rappresentazione di Medea, interpretata dalla bravissima e bellissima Ilaria Occhini, mi affascinava tantissimo proprio per la sua enigmatica figura. Se io dovessi spiegare agli psicologi il “fantasma femminile” ricorrerei a Medea perché contiene la “parte positiva” e la “parte negativa” in maniera evidente: la donna madre e la donna maga, la donna che ama e la donna che uccide, la donna che seduce e la donna che annienta. Medea coniugava la ragione e il furore, la deliberazione e la passione, la scelta e il desiderio, la verginità e la maternità, l’essere amorevole con l’essere cruenta. Di Medea hanno scritto Apollonio di Rodi, Diodoro siculo, Euripide, Ovidio e Draconzio. Ognuno ha dato il suo ritratto aggiungendo e togliendo tratti e fatti.

Lei

Il “tempo fuori” non ha sfiorato minimamente il carico di bellezza rimasto tra le maglie del “tempo dentro”. Le faccio i complimenti per questa importante sintesi, ma in ultimo le chiedo cosa intendeva dire nella conclusione dell’interpretazione del sogno di Mamai?

Io

Le coppie edipiche, quelle che sono destinate a finire dopo la realizzazione traslata delle fantasie e dei desideri, quelle che a un certo punto della convivenza si trovano senza poter nulla dare e nulla inventare, quelle che si trovano nell’impossibilità di investire “libido genitale” per immaturità evolutiva, ebbene, queste coppie spesso hanno messo al mondo dei figli. Consegue che il trauma della separazione coinvolge direttamente anche la formazione psicologica di questa parte delicata e indifesa della famiglia.

Dopo questa raffica di domande mi sento spolpato all’osso e felice di essere ancora vivo sotto un ulivo secolare della mia Sicilia. In degna conclusione del sogno di Mamai scelgo la scena iniziale della prima parte del “Padrino” a testimonianza del mutuo soccorso, del rapporto personale, della sostituzione allo Stato da parte dell’organizzazione criminale, dei valori e dei disvalori che la contraddistingue.

ROGER ! CHI E’ COSTUI ?

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Si sta per celebrare il funerale di mio padre.
Nonostante sia primo pomeriggio, c’è il crepuscolo.
Il luogo è il paese in cui sono vissuta da bambina e da ragazzina e, come spesso accade nei sogni, è un insieme di spazi (casa della nonna, cortile di casa mia).
Ci siamo io e mia sorella, forse anche mio fratello. Mi sembra ci sia anche mio marito, ma la sua figura si confonde nel sogno con quella di mio padre.
Mentre portano la bara in chiesa, mio marito avvolge un pene in erezione con la pellicola trasparente. E’ staccato dal corpo a cui appartiene ed è piccolo, ma perfetto nelle proporzioni (nel sogno penso che possa sembrare lo stick di un lucidalabbra alla coca cola!).
Mio marito mi dice che appartiene a Roger, personaggio sconosciuto nella mia vita reale.
Capisco nel sogno che la morte di mio padre ha a che fare con quel simulacro che mio marito ha incartato affinché venga sepolto con lui.
La messa non viene celebrata subito, perché prima ci sono altre due funzioni funebri.
Non entro in chiesa, aspetto che la bara venga portata fuori.
Quando accade, vedo che la prima persona del corteo funebre è mio padre stesso.
La scena è in bianco e nero, piove. Dietro di lui non c’è nessuno, è solo e piange. E’ giovane, sui 40 anni, ed ha un completo nero.
A questo punto del sogno si inserisce, spostando la mia attenzione in un altro luogo fisico rappresentato da un dedalo di vicoli cittadini stile casba mediorientale, la figura di una giovane donna ammalata.
E’ una madre in fin di vita e attaccata a un respiratore.
In realtà è in una bara, che però ha una sorta di respiratore a soffietto attaccato al coperchio, per cui si capisce che la persona all’interno è viva, sta respirando anche se aiutata.
Io guardo la scena e vedo una bambina che soffre per questa situazione.
Quando i medici decidono di staccare il respiratore alla donna, la bambina si sdraia su un tavolo di metallo e accanto le si sdraia la madre.
La bambina si mette in posizione fetale, gira le spalle alla madre, in un incastro perfetto dove la testa poggia sul seno materno e il fondo-schiena si adagia nel ventre.
Attende con inquietudine, ma non priva di un senso tranquillizzante di ineluttabilità, l’esalazione dell’ultimo respiro della madre.
Mi sono risvegliata senza angoscia, ma con una memoria molto lucida delle immagini oniriche che ancora adesso permane.”

Così e questo ha sognato Sabina.

INTERPRETAZIONE – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Il sogno di Sabina spicca per l’uso “poetico”, creativo, dei meccanismi del “processo primario”, fantasia, della “figurabilità” e del “simbolismo”. C’è tanto di personale in questo sogno a livello di “condensazione”. Sabina introduce i suoi contenuti psichici e i suoi vissuti filtrandoli con la sensibilità estetica che la contraddistingue e che domina alcuni capoversi del suo sogno. Il risultato è un prodotto onirico altamente nobile e fortemente emotivo nella sua armonica compostezza. Il testo rimanda, inoltre, a contesti familiari vissuti e ricreati con gli strumenti espressivi in possesso della protagonista. Il “già visto” e il “già vissuto” sono oggetto di riformulazione, quasi un “ricrearli” nel senso di riattraversarli e di riviverli con desiderio da parte di una figlia sensibile e inappagata. Si può dire senza stridore che queste doti vengono a Sabina proprio dalla sua formazione in quel contesto familiare e da quelle esperienze psichiche, affettive nello specifico, che l’hanno indotta naturalmente a compensare le sue frustrazioni con l’uso della Fantasia in associazione spontanea con la riflessione razionale.
Ricordo che il meccanismo della “figurabilità” si attesta nell’abilità a dare un’immagine adeguata al “fantasma” in emersione e al vissuto in questione, si accosta, inoltre, alla figura retorica della “metafora”, relazione di somiglianza, della “metonimia”, relazione di senso, della “allegoria” o relazione tra il significato latente e quello letterale.
Insomma, il sogno di Sabina è estremamente interessante per lei che esprime catarticamente i suoi contenuti psichici e li integra nella sua “organizzazione psichica reattiva ed evolutiva”, ma soprattutto per la ricerca sul sogno e proprio per tutto quello che contiene e di cui estrarrò sicuramente una minima parte.
Ancora, il prodotto psichico di Sabina conferma la tesi che quando sogniamo siamo tutti indistintamente “poeti” perché usiamo naturalmente i meccanismi creativi della fantasia e i relativi strumenti espressivi. Da svegli spesso non ci stimiamo abili a creare emozioni con immagini o parole, per cui trascuriamo questa nostra capacità recondita che vede la luce proprio quando chiudiamo gli occhi per dormire.
Un accenno al mio travaglio interpretativo è opportuno, perché il sogno di Sabina interseca piani della realtà vissuta e della realtà onirica. Mi spiego meglio. Ci può essere qualche ricordo personale, ad esempio una malattia reale della madre seguita dalle fantasie di Sabina bambina e dalle paure e angosce collegate al triste evento, ma questo dato lo dovrà dedurre Sabina quando leggendosi sarà anche chiamata a districare i ricordi e i simboli personali dal contesto del sogno.
Dico subito che il “grado di attendibilità e di fallacia” dell’interpretazione si attesta nell’ordine della “sufficienza”, perché il sogno di Sabina è molto denso e, ripeto, trasvola con dolcezza e per via associativa su piani diversi e simbolicamente compatibili: storia delle diadi “padre-figlia” e “madre-figlia” secondo il vangelo degli affetti della protagonista.
Il sogno usa con disinvoltura il “processo psichico di difesa” dall’angoscia della “regressione” e della “fissazione”. Particolarmente efficace è il ritorno al grembo materno nell’immagine finale.
A questo punto non resta che procedere con l’interpretazione, più che con la meccanica decodificazione, perché questo sogno di Sabina ha una sua universalità, è fatto per tutti e vale per tutti.
E allora, grazie a Sabina anche da parte di tutti gli sconosciuti che frequentano il blog dei sogni.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Si sta per celebrare il funerale di mio padre.”

Sabina è in fase di liquidazione psichica della figura paterna e giustamente ne celebra il “funerale”. Evidenzia una carica aggressiva verso l’augusto genitore, ma niente di speciale e di grave, tutto secondo Natura. Sabina è cresciuta e da adulta ha razionalizzato e composto la conflittualità edipica in riguardo al “padre”. Questa è una naturale risoluzione della “posizione edipica”. Sabina “sa di sé” anche grazie a questa evoluzione psichica e a questa autonomia acquisita: “autonomia” significa “far legge a se stesso”.
Il simbolo del “funerale” si traduce nell’uso del “meccanismo psichico di difesa” dall’angoscia, nonché pilastro del “processo secondario”, della “razionalizzazione” in versione aggressiva perché scarica parte della rabbia maturata nell’esperienza vissuta con il padre.

“Nonostante sia primo pomeriggio, c’è il crepuscolo.”

E’ come dire in questa poetica sintesi che “nonostante ci sia luce, c’è una luce attenuata in attesa del buio.” Sembra logicamente assurdo, ma simbolicamente non fa una piega e soprattutto in riferimento alla relazione con il padre che Sabina sta elaborando. La giusta traduzione è la seguente: “nonostante io sia pienamente consapevole del rapporto che ho avuto con mio padre, permane una serie di vissuti che non riesco a portare alla luce della coscienza e non riesco a razionalizzare.”
Il simbolo del “crepuscolo” condensa la caduta della funzione razionale per dare spazio all’emergere delle emozioni, così come il “pomeriggio” dice della presenza della lucidità mentale in una realtà comprensibile.

“Il luogo è il paese in cui sono vissuta da bambina e da ragazzina e, come spesso accade nei sogni, è un insieme di spazi (casa della nonna, cortile di casa mia).”

Sabina è accorta e ci informa che sta operando una “regressione”, non soltanto quella legata alla funzione onirica, ma una “regressione” anche difensiva dall’angoscia con la “fissazione” all’infanzia e all’adolescenza: “vissuta da bambina e da ragazzina” La “casa” è la sua struttura psichica, “organizzazione psichica reattiva ed evolutiva”, il “cortile” rappresenta l’abilità di relazionarsi e la rete delle amicizie e anche la ciarla e il faceto, la “nonna” è un sostituto della figura materna. La psiche di Sabina è “un insieme di spazi” dove si svolgono le psicodinamiche, la vita intima e privata ma anche sociale e visibile, la fenomenologia o le modalità con cui la protagonista traspare e appare. “Come spesso accade nei sogni”: sensibilità e competenza nel commento di Sabina, degne di grande apprezzamento e in special modo per il processo della “regressione” e della “fissazione” a cui allude. Preciso che si tratta di “processi psichici difensivi” dall’angoscia.

“Ci siamo io e mia sorella, forse anche mio fratello. Mi sembra ci sia anche mio marito, ma la sua figura si confonde nel sogno con quella di mio padre.”

La famiglia storica è quasi al completo. Manca la madre, una figura con cui Sabina sembra non avere questioni psichiche sospese dal momento che la esclude dal contesto familiare. La psicodinamica certa ed esibita è quella della “rivalità fraterna”, mentre quella “edipica” si profila in maniera traslata proprio nel “marito” che “si confonde” con il “padre”. Sabina riconosce in sogno una similarità elettiva tra le due figure che quasi si sovrappongono e comunica che il suo compagno rievoca il padre o “in toto” o in parte o nell’opposto. Siamo sempre sotto l’influenza magnetica della “posizione edipica”: la scelta dell’uomo su cui investire “libido genitale” e a cui accompagnarsi è legata al modello paterno introiettato nell’infanzia. Per il resto, Sabina si trova nella morsa del fratello e della sorella e se li porta a spasso nel sogno per attestarne l’importanza del vissuto nella sua formazione psicologica. Altamente poetico è il gioco delle ombre che Sabina istruisce in “la sua figura si confonde”, come nelle discese agli inferi di omerica, virgiliana e dantesca memoria. A livello psicoanalitico è presente una “traslazione” con biglietto di andata e ritorno tra padre e marito. Ricordo ancora che, se non si è ben razionalizzata e risolta la “posizione edipica”, si è destinati a innamorarsi di un “fac simile” del padre o della madre anche nelle versioni opposte.
Riepilogo: Sabina è regredita all’infanzia e la figura paterna e le figure dei fratelli sono dominanti per motivi diversi: il conflitto edipico e il sentimento della “rivalità fraterna”. La scena onirica oscilla tra il passato e il barlume di un presente in cui figura il marito con la sua vaga similarità al padre.

“Mentre portano la bara in chiesa, mio marito avvolge un pene in erezione con la pellicola trasparente. E’ staccato dal corpo a cui appartiene ed è piccolo, ma perfetto nelle proporzioni (nel sogno penso che possa sembrare lo stick di un lucidalabbra alla coca cola!).”

Il padre e il marito ritornano ancora in questa “dialettica edipica”: il padre dentro “la bara” e il marito con l’avvolgere un piccolo “pene in erezione con la pellicola trasparente”.
Quali simbologie si muovono in questa equiparazione?
Il padre nella “bara in chiesa” condensa la “razionalizzazione” della sua figura e la carismatizzazione della sua influenza nella formazione di Sabina, il “pene” piccolo rappresenta la forza e il potere di poco spessore. Sabina ha ben razionalizzato l’esigua figura e la marginale funzione del padre in famiglia. Questa operazione l’attribuisce al marito o per difesa dall’angoscia di riconoscere l’effimera presenza del padre o perché il marito somiglia al padre e ha poco potere nella psicodinamica di coppia. La precisazione dello “stick di un lucidalabbra alla coca cola” attesta della capacità di Sabina di usare in sogno il meccanismo della “figurabilità” e non senza l’ironia del sapore americano dell’oggetto ambiguo. Non dimentichiamo che questo piccolo pene “è staccato dal corpo a cui appartiene”. Trattasi di una castrazione psichica legata alla “posizione psichica anale” e all’esercizio dell’annessa “libido sadomasochistica”. Sabina si prende le sue rivincite e riduce l’autorità paterna ai minimi termini con l’aiuto interessato del marito. Il sogno diventa complesso oltre che intrigante. Procedere è d’obbligo.
Dimenticavo di precisare la simbologia della “chiesa”: il luogo del sacro, del sacrificio, della “sublimazione della libido”, dell’archetipo Padre, del “Super-Io”. Evoca un “fantasma di morte” legato a un portentoso senso di colpa che esige l’espiazione per ripristinare l’equilibrio psichico turbato.

“Mio marito mi dice che appartiene a Roger, personaggio sconosciuto nella mia vita reale.”

Eppure Roger ha del padre e del marito, ma è soprattutto una creazione fantasiosa di Sabina, un oggetto transferale, un alleato, un sostegno, un amuleto, un esorcismo dell’angoscia, un suo “fantasma” in riguardo al maschio e all’uomo in generale. Sabina ha “rimosso” Roger, Sabina sa certamente di Roger, questo “personaggio sconosciuto nella vita reale”, ma ben vivo e vegeto nella sua fantasia e nei suoi fantasmi. Roger è un uomo senza le qualità di potere e di forza, non è virile nel suo essere “perfetto nelle proporzioni”, un piccolo uomo. La concezione pessimistica sull’universo maschile è oltremodo evidente e attesta di una collocazione critica di Sabina nei riguardi del padre e all’interno della famiglia: “posizione edipica” e “sentimento della rivalità fraterna”.

“Capisco nel sogno che la morte di mio padre ha a che fare con quel simulacro che mio marito ha incartato affinché venga sepolto con lui.”

Tanto è vero e sacrosanto quello che si è appena affermato su Roger, che il suo “simulacro”, incartato asetticamente dal marito, viene a essere “sepolto” con il padre. Quest’ultimo è stato vissuto “fantasmicamente” dalla figlia bambina ed è stato scisso, “splitting”, nella “parte positiva del padre”, quello che mi ama, e nella “parte negativa”, quello che non mi ama. Di poi, Sabina adulta ha ben razionalizzato la figura paterna, ha capito che non si è sentita amata e lo ha giudicato un uomo non eccelso, di poco spessore e di poco potere, Roger per l’appunto.
Resta aperta la questione del marito. Sabina si è “traslata” in lui per evitare l’angoscia del vissuto-giudizio negativo sul padre o ha sposato un uomo in qualche modo simile al padre?
Al prosieguo del sogno l’ardua verità e sentenza.

“La messa non viene celebrata subito, perché prima ci sono altre due funzioni funebri.”

Traduco: la “razionalizzazione” del “fantasma” della figura paterna, nel bene e nel male, non è stata subito seguita dal sentimento della “pietas” da parte di Sabina, dal riconoscimento del padre e del suo carisma, semplicemente perché si rendono necessarie altre due “razionalizzazioni” o “funzioni funebri”.
Quali?
La composizione della madre e dei “fratelli coltelli”. Sabina è chiamata dagli eventi della vita e dalle emergenze psichiche a rendersi precocemente autonoma senza restare sola e senza ridestare il nucleo depressivo della perdita che ha maturato nel primo anno di vita. Sabina deve liquidare con calma e piena consapevolezza le “parti negative dei fantasmi” della madre e dei fratelli, per arrivare a una composizione utile e realistica di queste importanti figure familiari.
Quali sono le “parti negative”?
La pendenza “edipica” con la madre e il sentimento della “rivalità fraterna”. La prima è necessaria per la sua identità femminile. Sabina deve vivere sacralmente la madre come colei che l’ha generata e accudita e non come un’alleata contro il padre o tanto meno come una nemica. Per quanto riguarda i fratelli, Sabina è chiamata a convergere su se stessa e a non far loro e ai genitori carico dei suoi diversi modi di sentire e di agire, oltre che dei suoi vissuti al riguardo. Non dimentichiamo che in prima linea ci sono sempre i “fantasmi” e i vissuti della protagonista. Aggiungo che lo psicodramma di Sabina si è svolto con il rischio dell’orgoglioso rifiuto e della conseguente solitudine e ha fatto bene a razionalizzare al tempo giusto e di volta in volta le sue emergenze psichiche.
Il simbolo della “messa” esige la ritualità macabra della rievocazione di un parricidio e di un’espiazione del senso di colpa, il tutto in funzione catartica o di purificazione.
Procedere, oltre che necessario, è fascinoso in tanto lineare simbolismo.

“Non entro in chiesa, aspetto che la bara venga portata fuori.”

Traduco: “dopo la razionalizzazione non procedo alla carismatizzazione della figura paterna, ma è opportuno che ragioni realisticamente sui vissuti e sui fatti intercorsi in me e in riguardo a lui.” Sabina prende tempo e non si inventa le soluzioni seguendo l’istinto e le pulsione, ma ha bisogno di ben capire e di assumersi tutto il materiale psichico alienato o spostato nella figura paterna e che a tutti gli effetti la riguarda come attrice e pubblico pagante.
I simboli: la “chiesa” è il luogo del sacro e della “sublimazione della libido”, della colpa e dell’espiazione, del sacrificio e della vittoria sul Male, mentre “la bara” condensa la drastica risoluzione e composizione del conflitto. “Portata fuori” attesta dell’esibizione sociale di una presa di coscienza.

“Quando accade, vedo che la prima persona del corteo funebre è mio padre stesso.”

Traduco: “sono sicura che tutti i miei vissuti riguardano mio padre e di non avere operato alcuna contaminazione con mia madre e con i miei fratelli.” Sabina ha spartito il pane con giudizio e ha dato a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio.
In nome del padre e così sia!
Simboli: “corteo funebre” condensa la risoluzione e la perdita. Attenzione a che quest’ultima non sia fortemente depressiva. Bisogna sempre vigilare sull’intensità della perdita prima di deliberare e di decidere.

“La scena è in bianco e nero, piove. Dietro di lui non c’è nessuno, è solo e piange. E’ giovane, sui 40 anni, e ha un completo nero.”

Quando il sogno diventa poesia. Questo è proprio il caso e il momento di affermarlo. Sabina usa i “processi primari” naturalmente e costruisce una scena altamente poetica, una breve lirica di scuola neorealistica. Quattro semplici pennellate con il “bianco e nero” del tempo andato servono a dire tutto in una “condensazione” di emozioni, di sentimenti e di riflessioni.
Eccezionale!
Il sentimento della “pietas” nei riguardi del padre è naturale a conclusione del travaglio della figlia. Sabina riconosce la solitudine e il dolore di un uomo che sin da giovane non ha saputo evolversi nei sentimenti e nei modi di essere e di manifestarsi. Nei vissuti della figlia il padre è morto a quarant’anni e non ha saputo godere le cose preziose che aveva costruito. Il “completo nero” è simbolo di un modo di vedere la vita e la realtà immodificabile e ineluttabile come la morte. Sabina ha fissato la monoliticità del padre quando i suoi tentativi di conquistarlo e di avere da lui un riscontro affettivo sono andati delusi. In sostanza Sabina sta elaborando in sogno il “quando” e il “come” ha iniziato a operare la sua autonomia psichica dalla figura paterna, il “quando” e il “come” ha stornato le energie dei suoi investimenti dal padre.
Un cenno chiarificatore sul concetto di “pietas” è opportuno per giustificare il quadro evidenziato. Il mitico Enea era “pius” perché aveva portato con sé da Troia in fiamme i Penati e il padre Anchise. “Pio” è quell’uomo che “riconosce” e tutela le radici sacre e umane: i numi tutelari della patria e della casa e le origini nella figura dell’augusto vecchio genitore.
Il pianto di “piange” simboleggia il “dolore per il non nato di sé”, tutto quello che poteva essere vissuto e non ha visto la luce. Il padre, sempre nei vissuti di Sabina, si è perso tantissimo nel non vivere la figlia con un adeguato trasporto affettivo, nel ridurre all’essenziale emozioni e sentimenti. Il padre era Roger, un uomo da poco in tutto.
Il “piove” aggiunge tristezza al quadro e simbolicamente si risolve nella “catarsi” o purificazione dei sensi di colpa legati con il senno di poi all’indolenza e all’ignoranza di un uomo solo in pianto.
Un ultimo commento estetico su questo capoverso: la scena di un film di Rossellini con Anna Magnani o Sabina come protagonista non in primo piano, defilata ma determinante.
Questo è quanto dovuto al padre da una figlia “pietosa” e ricca di nostalgie e rimpianti.

“A questo punto del sogno si inserisce, spostando la mia attenzione in un altro luogo fisico rappresentato da un dedalo di vicoli cittadini stile casba mediorientale, la figura di una giovane donna ammalata.”

Adesso si può cambiare registro e Sabina in sogno riesuma “la figura di una giovane donna ammalata”.
Capperi, chi è costei?
Dopo Roger Sabina tira fuori dal suo “dedalo di vicoli” o dalla sua “casba mediorientale la figura di una giovane donna ammalata”. Sabina predilige gli spazi, i “topoi”, ma non quelli senza significati, preferisce i “logoi”, i ragionamenti. “Topos” e “Logos” sono associati nella “Mente” della protagonista a testimoniare che la sua sensibilità a “sapere di sé” è maturata sin dalla giovane età. Inizia la dialettica “madre-figlia” all’interno dello psicodramma “edipico” di Sabina e dopo l’analisi acuta della relazione con la figura paterna. Vorrei sempre sottolineare la “figurabilità” e la plasticità della funzione onirica di Sabina, le capacità della sua Fantasia di essere “poetica”, creativa. E’ questo un segno di tanta sofferenza nell’infanzia e di tanta ricerca di compensazione psichica. Del resto, l’arte combinatoria delle parole e delle emozioni passa attraverso il dolore, “il non nato di sé” che aspira sempre a nascere e che pulsa fino a quando non ha visto la luce. Non dimentichiamo ancora che la protagonista del sogno è Sabina e che tutte le dinamiche evocate e abilmente descritte sono da ascrivere a lei, al di là dell’effettivo comportamento dei suoi genitori: il sogno siamo noi, siamo noi questo poema occulto e questo linguaggio dimenticato.
Tornando al sogno dopo questa necessaria digressione, Sabina si è “spostata” nei vissuti e nei fantasmi elaborati durante la relazione intensa e intrigata con la madre: “un dedalo di vicoli cittadini stile casba mediorientale”. “La figura di una giovane donna ammalata” è Sabina che ha operato in sogno uno “spostamento” difensivo nella madre. Due piccioni con una fava: Sabina analizza se stessa e la relazione con la madre.

“E’ una madre in fin di vita e attaccata a un respiratore.”

Ecco lo “spostamento” o la “traslazione” di cui si diceva prima: la “madre e Sabina” e il “fantasma depressivo di morte” per abbandono e per incuria, per anaffettività e indifferenza, per solitudine interiore. Non è la “morte” fisica, ma la “morte psicologica”, quella più sottile che ci si trasporta in vita con un micidiale tratto depressivo che tende a venire fuori a ogni esperienza e vissuto di perdita. Ricordo che l’aria è simbolo di energia e che il “respiratore” è un surrogato materno. Resta anche la possibilità che Sabina stia riesumando qualche malattia reale della madre, ma in ogni caso ne approfitta per parlare di sé e dei suoi vissuti. La “madre” è un archetipo, un simbolo universale, e condensa la “ontogenesi” e la “filogenesi”, l’origine e la conservazione amorosa della Specie, oltre agli attributi affettivi e protettivi, fusionali ed emotivi, sentimentali e poetici. La simbologia la vuole anche signora della morte.

“In realtà è in una bara, che però ha una sorta di respiratore a soffietto attaccato al coperchio, per cui si capisce che la persona all’interno è viva, sta respirando anche se aiutata.”

Anche la madre è “in una bara”, è suggellata dalla razionalità, è “compresa”, è messa dentro, come in precedenza il padre e il pene piccolo del tipo stick lucidalabbra alla coca cola. Sabina ha mantenuto in vita il padre e la madre, una vita condizionata da un respiro meccanico e non spontaneo. La madre resta una presenza importante nell’economia e nell’evoluzione psichiche di Sabina. Anche la madre è stata vittima di difficoltà affettive e non è stata di grande sollievo per la figlia. Così sembra probabile.
Ribalto il quadro: Sabina è perfettamente consapevole del poco affetto che le ha dato e potuto dare la madre, ma a quest’ultima ascrive minor danno rispetto al padre. Il sogno di Sabina è tanto bello quanto ricco, una ricchezza articolata e complicata. Il prosieguo del sogno spiegherà meglio qualche inghippo attuale.
Ancora: questo capoverso condensa una gravidanza con cordone ombelicale incorporato in “bara”, “coperchio”, “respiratore a soffietto”, “persona viva che sta respirando”. La capacità della “figurabilità” di Sabina è notevole nella sua naturale spontaneità: immagini giuste al “fantasma” in atto.
Anche questo simbolo ha bisogno di ulteriore conferma e spiegazione.
Non resta che procedere in tanta bellezza.

“Io guardo la scena e vedo una bambina che soffre per questa situazione.”

Sabina è spettatrice di se stessa, si guarda bambina che soffre per la situazione di una madre “in fin di vita e attaccata a un respiratore”, di una madre vittima dell’anaffettività del marito. Nel capoverso sono presenti i meccanismi psichici di difesa dall’angoscia della “traslazione” e “proiezione” e anche il “processo psichico di difesa della regressione” in “vedo una bambina”. Sabina si è identificata nella madre e ha sofferto gli stessi mali, quelli che contraddistinguevano le dinamiche familiari: oppressione delle energie e mancanza d’affetto. Si conferma l’identità di un padre apparentemente forte, ma nella sostanza di un uomo debole e di poca sostanza.
Il simbolo della “scena” si attesta nella realtà psichica in atto.

“Quando i medici decidono di staccare il respiratore alla donna, la bambina si sdraia su un tavolo di metallo e accanto le si sdraia la madre.”

Subentra l’alleanza tra madre e figlia per similarità di condizione. Quando la figlia prende coscienza di essere nelle stesse condizioni psico-affettive della madre, scatta l’identificazione e l’alleanza: “anch’io come te, vittima di un uomo anaffettivo, di poco potere e di poche qualità. Il sodalizio si mostra chiaramente in “le si sdraia accanto”. Ma la questione si complica.
Chi sono questi “medici”?
Di solito rappresentano simbolicamente l’istanza censoria del “Super-Io”, il senso del dovere e del limite, l’autorità che punisce i colpevoli e fa espiare i reati. Questi medici sono “il senso del dovere” della madre e della figlia, il “Super-Io” di Sabina in sogno esteso e attribuito anche alla madre e sempre per similarità di condizione: i membri emarginati della famiglia. Trionfa il “senso dell’esclusa” e la “sindrome di Cenerentola” in questo contesto del sogno. Il “tavolo di metallo” contiene simbolicamente la freddezza affettiva prossima alla morte, un “fantasma di solitudine” con angoscia incorporata. Ma Sabina è riuscita a sopravvivere grazie al “Super-Io” e al senso del dovere che l’ha contraddistinta nella sua formazione psichica. Il tutto in sogno viene esteso alla madre per un’alleanza atta a stemperare l’angoscia di abbandono e di solitudine o peggio ancora del rifiuto da parte del padre. Il sogno di Sabina tocca punti drammatici in una cornice di poetico dolore.
Ritornando alla possibile interpretazione di un grembo gravido e di una maternità mancata, il quadro disegnato è accuratamente idoneo a giustificare il trauma di un aborto: i medici, il tavolo metallico, staccare il respiratore, e la madre pietosa accanto alla figlia morta.
Misteri creativi del sogno!
Non mi resta che procedere tra queste possibilità.

“La bambina si mette in posizione fetale, gira le spalle alla madre, in un incastro perfetto dove la testa poggia sul seno materno e il fondo-schiena si adagia nel ventre.”

Si ricostituisce la “diade madre-figlia” in un ambito fusionale di dipendenza reciproca: uno stato gravidico extrauterino. Questa interpretazione vale sia che si tratti di un trauma d’aborto e sia che si tratti dell’alleanza affettiva con la madre in reazione a un padre-marito anaffettivo e di poco potere. Il “processo psichico della “regressione” e della “fissazione” al grembo materno è oltremodo evidente e merita un apprezzamento ulteriore la capacità di “figurabilità” di Sabina nel descrivere “l’incastro perfetto” della madre e della figlia. Il “seno” è simbolo della madre e degli affetti, il “fondo-schiena” e il “ventre” sono descrittivi della ricostituita unione.
Domanda: Sabina vuole riparare un trauma d’aborto o sta sviluppando lo psicodramma profondo dell’anaffettività paterna con il concorso della madre per identificazione con lei non soltanto nella femminilità, soluzione edipica, ma anche nella condizione affettiva?
In “tanto” sogno vado a concludere.

“Attende con inquietudine, ma non priva di un senso tranquillizzante di ineluttabilità, l’esalazione dell’ultimo respiro della madre.”

Traduco: il senso del dovere è servito a Sabina per concepire e giustificare la situazione affettiva sua e della madre. La convinzione dell’impossibilità a cambiare le cose in famiglia, dell’immodificabilità del padre e dell’economia psichica in atto ha dato tranquillità, per cui Sabina può attendere che le ultime speranze cessino e che la morte risolva la questione: la “razionalizzazione” è servita in un piatto d’argento. Far morire la madre significa per Sabina rendersi indipendente a livello psichico anche da lei e diventare donna adulta e autonoma. L’inquietudine si sposa con l’ataraxia e con l’amore del proprio destino, “amor fati”.
Questo è quanto dovevo.
Concludo dicendo che nel sogno si possono essere intersecate esperienze traumatiche diverse da quella affettiva, ma quest’ultima è la chiave interpretativa dominante.

“Mi sono risvegliata senza angoscia, ma con una memoria molto lucida delle immagini oniriche che ancora adesso permane.”

Perché Sabina si è “risvegliata senza angoscia”?
Perché la consapevolezza domina e quindi l’angoscia, questo stato psichico altamente doloroso e prodotto da ciò che non so, non ha motivo di essere perché Sabina sa di sé e della sua “organizzazione psichica”. L’angoscia lascia il posto soltanto al dolore, al sentimento nostalgico di ciò che poteva esserci e non ci è stato, una figlia amata dal padre e una famiglia armonica. La “memoria molto lucida” significa che Sabina ha lavorato sopra i suoi fantasmi e i suoi vissuti, li ha visti e rivisti, filtrati e amorosamente accolti nel crogiolo migliore della sua esistenza. E’ cosa giusta e sana che questo materiale permanga lucido e sempre da lucidare razionalmente in caso di opacità.
Ringrazio Sabina per avermi dato questa opportunità di approfondire le mie ricerche sull’inquietante e poliedrico fenomeno del sogno.
Alla prossima!

PSICODINAMICA

Il sogno di Sabina svolge la psicodinamica “edipica”, la relazione con i genitori e la risoluzione delle conflittualità. Evidenzia l’uso progressivo della “razionalizzazione” dei fantasmi e dei vissuti traumatici in riguardo al padre e alla madre. Accenna al sentimento della rivalità fraterna. Nello sviluppo del sogno inserisce simboli personali ed eventi possibilmente occorsi che nulla tolgono allo psicodramma progressivo e alle forti emozioni connesse. Si serve del processo psichico della “regressione” e “fissazione” fino a rappresentare simbolicamente il grembo materno e la ricostituzione della “diade madre-figlia”. Esibisce le due modalità del vissuto nei riguardi del padre e della madre e la loro comprensione è sempre finalizzata al “sapere di sé” tramite presa di coscienza. Integra i traumi eventuali e rafforza la “struttura psichica evolutiva”. Fa uso di un linguaggio altamente poetico nella sua naturalezza e spontaneità in grazie al veicolo dei “processi primari” e della fantasia.

ULTERIORI RILIEVI TECNICI

Il sogno di Sabina è ricco di “simboli collettivi” e metto in rilievo i più interessanti: “funerale” e “crepuscolo” e “cortile” e “chiesa” e “pene” e “messa” e “chiesa” e “bara” e “corteo funebre” e “dedalo di vicoli” e “casba” e “respiratore”. Ricordo il simbolo individuale e personale “Roger”.
L’archetipo richiamato ed esibito è quello della Madre in “E’ una madre”.
I “fantasmi” contenuti nel sogno di Sabina sono quelli del “padre”, della “madre”, della “morte”.
Il sogno di Sabina esibisce l’istanza psichica pulsionale “Es” in ““Si sta per celebrare il funerale di mio padre.” e in altro che segue, l’istanza censoria e morale “Super-Io” in “medici”, l’istanza razionale e vigilante “Io” in “capisco” e in “spostando la mia attenzione” e in “si capisce” e in “io guardo la scena e vedo”. Il sogno di Sabina è ricco di “Es” e di “Io” in quanto oscilla continuamente tra il ricordo e l’attualità, le “regressioni” e le prese di coscienza, l’emozione e la ragione. L’intervento del “Super-Io” è, purtuttavia, determinante per la comprensione del nesso basilare del sogno: il senso del dovere di riconoscere il padre anaffettivo e la similarità di condizione psichica ed esistenziale tra madre e figlia.

Le “posizioni psichiche” manifestate sono la “edipica” in “la sua figura si confonde” e in “la figura di una giovane donna ammalata”, la “anale” in “staccato dal corpo”, la “genitale” in “mio marito”, la “fallico-narcisistica” in “un pene in erezione”, la “orale” in “attaccata a un respiratore”. Il sogno di Sabina è basato sulla relazione con il padre e la madre: “edipico”.

I “meccanismi psichici di difesa” dall’angoscia presenti nel sogno di Sabina sono i seguenti: la “condensazione” in “funerale” e in “crepuscolo” e in “casa” e in “cortile” e in altro, lo “spostamento” in “nonna” e in “completo nero” e in altro, la “traslazione” in “la figura di una giovane donna” e in “vedo una bambina” e in “la sua figura si confonde”, la “rimozione” in “personaggio sconosciuto nella vita reale”, la “razionalizzazione” in “bara in chiesa” e in “attende con inquietudine”. Il “processo di difesa della regressione e fissazione” domina il sogno ed è ben visibile in “Il luogo è il paese” e in “vedo una bambina”. La “figurabilità”, capacità di dare immagine all’emozione e al fantasma, è possente ed è mirabilmente presente in “stick di un lucidalabbra alla coca cola” e in “dedalo di vicoli cittadini stile casba mediorientale” e in “respiratore a soffietto” e in “tavolo metallico”.

Il sogno di Sabina attesta di una valido tratto psichico “edipico” all’interno di una “organizzazione psichica reattiva ed evolutiva”, impropriamente struttura, “genitale”. Sabina nella sua traversia psichica ha maturato grazie alla “razionalizzazione” il superamento del “fantasma di perdita depressiva” e si è evoluta con investimenti di “libido” donativa, “genitale” per l’appunto. Da genitori egoisti ed egocentrici o narcisisti si evolvono figli di nobile generosità anche secondo il meccanismo della “conversione nell’opposto”.

Il sogno di Sabina è ricco di simboli e, di conseguenza, di figure retoriche: la “metafora” o relazione di somiglianza in “crepuscolo” e in “chiesa” e in “simulacro” e in “chiesa” e in “bara”, la “metonimia” o relazione logica in “messa” e in “bara” e in “corteo funebre” e in piove” e in “dedalo di vicoli” e in “stile casba”. Alcuni passi sono altamente poetici per la concentrazione simbolica intessuta di una estrema semplicità espressiva: “La scena è in bianco e nero, piove. Dietro di lui non c’è nessuno, è solo e piange. E’ giovane, sui 40 anni, e ha un completo nero.” e ancora in “un altro luogo fisico rappresentato da un dedalo di vicoli cittadini stile casba mediorientale, la figura di una giovane donna ammalata. E’ una madre in fin di vita e attaccata a un respiratore. In realtà è in una bara, che però ha una sorta di respiratore a soffietto attaccato al coperchio, per cui si capisce che la persona all’interno è viva, sta respirando anche se aiutata. Io guardo la scena e vedo una bambina che soffre per questa situazione.” Mi fermerei, ma voglio continuare. “… la bambina si sdraia su un tavolo di metallo e accanto le si sdraia la madre. La bambina si mette in posizione fetale, gira le spalle alla madre, in un incastro perfetto dove la testa poggia sul seno materno e il fondo-schiena si adagia nel ventre. Attende con inquietudine, ma non priva di un senso tranquillizzante di ineluttabilità, l’esalazione dell’ultimo respiro della madre.”
Mi fermo, ma sarebbe il caso di riprendere queste immagini, così naturali alla vista e così semplici nel linguaggio, e di contaminarle.

La “diagnosi” dice di un esito prospero nella liquidazione della “posizione edipica” attraverso il meccanismo di difesa della “razionalizzazione”, quello non psicopatologico ma quello del “processo secondario”, la ragione e la logica. Il sentimento della “rivalità fraterna” risulta composto nelle sue punte di frustrazione e di aggressività. Ricordo che la “razionalizzazione” pericolosa è quella che costruisce neo-realtà persecutorie all’interno di una “organizzazione psichica reattiva paranoica”, quella che esula dal “principio di realtà”.

La “prognosi” impone a Sabina di non smarrire il filo logico della sua storia psicologica con i genitori e di portarla avanti con la naturalezza dei semplici e dei gioiosi. Sabina, inoltre, deve farsi forte di questa esperienza di anaffettività paterna e deve muoversi da adulta verso gli “investimenti di libido” su persone e oggetti a cui tiene e che l’attraggono. Sabina bambina non poteva procedere in questo modo con il padre.

Il “rischio psicopatologico” si attesta in una semplice “psiconevrosi edipica” di tipo istero-fobico con somatizzazioni e crisi di panico qualora si riducesse la presa di coscienza e affluissero emozioni rimosse e congelate dietro uno stimolo vago ma significativo per Sabina. Nessun rischio borderline e tanto meno psicotico è presente nella psicodinamica del sogno.

Il “grado di purezza onirico” è buono. Il sogno nella sua formulazione non è stato intaccato dai “processi secondari” in maniera significativa perché la ricchezza simbolica era trasmissibile, comprensibile e compatibile con la logica della narrazione.

Il “resto diurno” del “resto notturno”, la causa scatenante del sogno di Sabina si attesta in una riflessione sulle figure dei genitori o in una associazione libera e spontanea durante il pomeriggio e magari discutendo del più e del meno con i familiari.

La “qualità onirica” è “poetica”. Il testo del sogno è fortemente creativo in maniera direttamente proporzionale alla semplicità del linguaggio e alla complessità dei contenuti.

Sabina ha elaborato questo sogno durante la seconda fase REM alla luce della compostezza e della lunghezza: linearità narrativa e ridotta tensione nervosa nonostante i temi particolarmente scottanti e delicati.

Il “grado di attendibilità e di fallacia” dell’interpretazione del sogno di Sabina è “sufficiente” a causa della ricca simbologia, anche individuale, e dell’improvviso cambiamento di scena: dal padre alla madre.

Il “fattore allucinatorio” si attesta nel senso della “vista” e nello specifico in “vedo che la prima persona…” e in “La scena è in bianco e nero…” e in “Io guardo la scena e vedo una bambina…”. Gli altri sensi e le cospirazioni interattive sono subordinate alla “vista”.

DOMANDE & RISPOSTE

La lettrice anonima ha posto le seguenti domande dopo avere attentamente letto l’interpretazione del sogno di Sabina.

Domanda
Un sogno tosto e impegnativo?
Risposta
Decisamente! Non sono del tutto soddisfatto della decodificazione, perché il sogno è molto ricco di echi, di richiami e di possibilità interpretative. Io ho preferito le interpretazioni più supportate dai simboli chiari e ricorrenti. Ma la possibilità che ci siamo ricordi ed eventi personali nel sogno spiega in parte la mia insoddisfazione. La sola persona che può sciogliere questi dubbi è Sabina. Del resto, il sogno era complesso e io mi sono imbattuto nel mettere insieme i nessi simbolici nel registro logico.
Domanda
In sostanza Sabina come la vede?
Risposta
Sabina è una donna che, a causa dell’indifferenza affettiva paterna e dell’alleanza benefica con la madre, ha fatto le cose giuste al momento giusto e meglio degli altri. Le resta soltanto il rimpianto di una relazione migliore con il padre. Se così fosse stato, la sua evoluzione psichica sarebbe stata diversa. I fratelli hanno inciso relativamente nell’economia psichica della nostra protagonista.
Domanda
Ma cosa avrebbe potuto fare Sabina bambina?
Risposta
Ben poco. Poteva amare il padre senza aspettative per quello che era e che dava, ma era una bambina e giustamente bisognosa. Questa cosa l’ha fatta da grande. Sabina è genitale e donativa, una donna che dà piuttosto che attendere di ricevere ciò che possibilmente non verrà: una donna generosa e molto matura. Deve smettere di sentirsi “figlia di un dio minore” e “soggetto di minor diritto” e deve pretendere di più da tutti quelli che la circondano e si onorano di conoscerla e di frequentarla.
Domanda
La immagina una bella persona?
Risposta
E’ una bella persona perché ha sofferto e ha saputo trarre un buon insegnamento dal dolore, ma soprattutto perché ha usato la testa e ha privilegiato il “sapere di sé” senza abbandonarsi alle tragedie greche.
Domanda
Ma lei la conosce?
Risposta
Assolutamente no.
Domanda
Mi pare di aver capito che non sempre il male viene per nuocere e che un genitore imperfetto può dare i suoi frutti positivi. Sai che consolazione!
Risposta
Noi reagiamo in base agli stimoli che provengono dal nostro interno e dal nostro esterno, endogeno ed esogeno, e così ci formiamo organizzando i fantasmi in vissuti e questi ultimi in modalità psichiche di interpretare noi stessi e il mondo che ci circonda. Tra il meglio e il peggio, l’utile e il dannoso, la gioia e il dolore, Sabina si è saputa ben organizzare ed è stata brava a evolversi al meglio nelle condizioni date.
Domanda
Quale canzone sceglie per questo sogno?
Risposta
Associo la canzone “Mama”, scritta nel 1966 da Sonny Bono per la moglie Cher, un testo che sviluppa semplicemente la nostalgia della relazione tra la madre e la figlia senza grandi drammi. Tradotta da Dossena per Iolanda Gigliotti, in arte Dalida, il testo si arricchisce di un pathos e di un pessimismo esistenziale perfettamente incarnati dalla cantante italo francese che in quel periodo viveva il dramma della morte per suicidio del compagno Luigi Tenco. Il testo si è imbevuto del ricordo sferzante della madre da parte di una figlia tormentata, una figlia che di poi ha preferito uscire dalla vita sotto i possenti stimoli della depressione. Ma a noi piace pensare che le canzoni siano solo canzonette, come sostiene il benamato e pur caro Bennato Edoardo.
Domanda
Perché questa canzone?
Risposta
E’ ricca di simboli e tratta l’identificazione della figlia nella madre tramite la bambola, “traslazione”.
Domanda
Ha detto che il testo del sogno di Sabina è poetico, lo riattraverserà per contaminarlo?
Risposta
La tentazione è fortissima. Sì! Eccolo!

PIAN PIANIN

Piove in bianco e nero su un uomo solo che piange
e trascina la sua gioventù in un completo nero.

E’ un padre in fin di vita
che camminando respira a fatica.

In un dedalo di vicoli a casba
si nasconde una giovane donna ammalata.

E’ una madre in fin di vita
che dentro una bara respira a fatica.

Una bambina che soffre,
inquieta attende l’ineluttabile
e confabulando sparge il suo dolore.

“Pian pianin,
pin pedin,
sangue rosso e birichin,
racconta, o mamma, al mio papà
la storia bella
della donzella
che oggi è donna
e ieri era damigella.
Pian pianin,
domenichin
e uni e dui e trini,
onze dunzi trinzi,
cala calinzi,
meli milinzi
e uni e dui e trini,
o mare dì tu ti a me pare
de la donnetta
la favola bea
di quando g’era putea.”

Libero riattraversamento del sogno di Sabina.
Traduzione dal dialetto veneto antico e contaminato degli ultimi quattro versi: “o madre, dì tu a mio padre della piccola donna la favola bella di quand’era bambina”.

 

“MAMMA MIA, COME SEI VIRILE !”

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Natascia sogna di essere a letto e di sentire che il suo uomo è vicino e ha una piena erezione.
Contenta si meraviglia e grida: “sei tornato, mamma mia guarda come sei virile.”
A questo punto lui le chiede un rapporto orale e lei acconsente con piacere.
Alla fine resta disgustata perché la parte superiore del pene era secca e aveva delle croste schifose.
Si sveglia contenta che fosse stato un sogno, ma delusa perché lui non era vicino.”

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

I sogni sessuali non sono mai sessuali.
La sessualità è un “archetipo”, un simbolo universale perché contraddistingue l’essere umano nel genere e nella procreazione, amore della Specie o filogenesi, ma è anche culturalmente dotata di una simbologia vasta ed eccezionale sin dai primordi dell’umanità.
La “Fantasia” si è sbizzarrita nell’elaborazione di vissuti e di “fantasmi” in riguardo alla funzione sessuale e soprattutto alla “libido”, l’energia vitale evolutiva. All’uopo vedi i miti e soprattutto i riti ispirati alla sessualità umana e maschile in particolare a causa dell’evidenza degli organi fuorusciti: Priapo e le falloforie, i riti dionisiaci e le feste pagane in onore all’abbondanza.
La dea Madre o Rea o Gea, archetipo, si rappresenta con un grosso seno o con tanti seni, il semidio Priapo si rappresenta con l’erezione di un membro esagerato.

La sessualità a livello psichico richiama le teorie di Freud espresse nei “Saggi sulla sessualità infantile” del 1905 e in particolare le teorie sulla “libido”.
Di quest’ultima conosciamo le varie espressioni nelle “fasi”, meglio “posizioni”, psicofisiche “orale”, “anale”, “fallico-narcisistica”, “genitale”.
Nella “posizione orale” la “libido” s’incentra nell’organo erogeno della “bocca”, a suo tempo servito per il nutrimento effettivo e la protezione simbolica, il cibo reale e l’affetto traslato.
Nella “posizione anale” la “libido” s’incentra nell’organo erogeno della “mucosa anale” a suo tempo servito per la defecazione effettiva e l’aggressività simbolica, le feci reali e il sadomasochismo traslato.
Nella “posizione fallico-narcisistica” la “libido” s’incentra nell’organo sessuale a suo tempo servito per la minzione effettiva e la masturbazione reale, l’abbozzo d’orgasmo e il simbolico potere.
Nella “posizione genitale” la “libido” s’incentra negli organi sessuali maschili e femminili e si esprime nel rapporto sessuale e nell’orgasmo, nell’attrazione erotica e nel simbolico trasporto affettivo.
L’appagamento della “libido” allevia l’angoscia neurovegetativa e si evolve in conoscenza e consapevolezza del proprio corpo, nonché scarica l’aggressività implicita nella coalizione vitalistica dei sensi e delle pulsioni.
Questo preambolo per confermare che il sogno di Natascia ha una forte valenza simbolica nella sua fenomenologia sessuale.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Natascia sogna di essere a letto e di sentire che il suo uomo è vicino e ha una piena erezione.”

Natascia sente “che il suo uomo” è “vicino” esprimendo il desiderio, nonché bisogno, di vicinanza erotica e di complicità affettiva. Si palesa immediatamente l’importanza della presenza affettiva e protettiva di quest’uomo. Natascia denota un uomo forte e deciso, un uomo di potere in “piena erezione”. Quest’ultimo attributo sessuale condensa il potere psichico e la virilità psichica, più che fisiologica: un uomo sicuro e protettivo, affettuoso e deciso, un uomo che abbraccia gli attributi dell’universo psichico maschile, razionalità compresa. Si decodifica in tal modo la “piena erezione”.
“Essere a letto” esprime l’intimità e l’affettività, il bisogno di fusione e di avvolgimento, l’erotismo del calore e del tatto, il luogo del rilassamento e del benessere psicofisico.
Dietro l’apparenza di erotismo e sessualità si celano i bisogni di un sentimento globale d’amore.
Natascia non è legata a un uomo qualunque o a metà, ha vicino un uomo completo per i suoi bisogni e desideri, è a letto con un uomo in piena erezione.

“Contenta si meraviglia e grida: “sei tornato, mamma mia guarda come sei virile.”

La “meraviglia” e le “grida” di Natascia attestano di un effetto sorpresa che consegue alla contentezza.
“Contenta” si traduce in “si contiene entro certi limiti determinati e senza volere di più: latino “continere”, italiano contenere, simbolico sono piena. Natascia è appagata dal ritorno del “suo uomo” e allucina la realizzazione del suo desiderio di riaverlo con la reazione emotiva del gridare di gioia, con la consapevolezza della pienezza psichica.
Quest’ultima è direttamente proporzionale al trauma subito da Natascia: l’abbandono e il ritorno del suo uomo, “sei tornato” con una virilità fisiologica in sogno e psicologica affettiva nel simbolo.
Natascia abbisogna di un uomo virile e in erezione: emotivamente rassicurante e affettivamente potente.
“Mamma mia” condensa la meraviglia e “guarda” racchiude la consapevolezza del suo bisogno e del suo desiderio di avere un uomo adatto ai suoi bisogni e ai suoi modelli.

“A questo punto lui le chiede un rapporto orale e lei acconsente con piacere.”

Il “rapporto orale” che “lui le chiede” non è il classico “pompino” della versione vulgata o del Kamasutra, ma è la “traslazione” simbolica dell’oralità affettiva nella sua completezza: l’uomo offre e la donna incorpora. La dinamica erotica non è in funzione dell’eiaculazione in orgasmo di lui, ma contiene una valenza altamente affettiva che consiste nell’accogliere e nel contenere da parte della donna, “bocca”, il potere dell’uomo, “piena erezione”, di amare generosamente offrendo protezione.
Il rapporto “orale” è anche la “traslazione” simbolica del coito, il rapporto sessuale “genitale” dove avviene la stessa dinamica fisiologica di base: la donna riceve e accoglie e l’uomo offre ed entra. Il coito racchiude la relazione “orale” e “genitale”, il coito è completo nell’esprimere i grandi bisogni affettivi ed erotici sessuali. Natascia proietta sull’uomo il suo bisogno infinito di essere amata non per godere o far godere, ma per una necessità profonda e affettiva.
Natascia “acconsente con piacere” traduce la disposizione all’appagamento delle carenze affettive che sta elaborando in sogno.
Come si diceva in precedenza, un sogno così sessuale significa tutt’altro.

“Alla fine resta disgustata perché la parte superiore del pene era secca e aveva delle croste schifose.”

Ma l’uomo di Natascia non è quello che lei desidera e immagina, non soddisfa per niente i suoi bisogni affettivi.
“Disgustata” equivale al conflitto emotivo sempre legato alla sfera affettiva e prodotto dalla presa di coscienza dell’impossibilità di avere la realizzazione dei suoi bisogni e dei suoi desideri da parte di quell’uomo malato proprio nella dimensione affettiva e privo di quel potere di amare che Natascia sta cercando e rincorrendo. La secchezza del glande, “la parte superiore del pene”, attesta l’assenza di sangue e di vitalità, un uomo senza nutrimento che non può nutrire.
Ma la situazione precipita perché l’uomo di Natascia è malato, ha “delle croste schifose”, ha un pene contaminato e colpevole. E’ evidente che Natascia proietta sull’organo sessuale del suo uomo la sua aggressività per essere stata tradita e la sua paura di essere contaminata.
L’uomo di Natascia è malato nell’affettività e non si lega alle donne.
La sensazione di schifo è direttamente proporzionale all’intensità del bisogno di essere amata. Il desiderio è convertito in rifiuto.
Riepilogando: Natascia è stata traumatizzata dalla mancanza di affetto del suo uomo, una carenza legata all’incapacità di lui di amare e al tradimento sessuale. Le donne offese nell’amor proprio e nella dignità da volgare insensibilità del proprio uomo maturano la fobia di contaminazione, una forma di ipocondria che si esplica nell’intollerabilità di un coito con il pene del proprio uomo che è stato ricoverato in un’altra vagina. Questa fobia si converte in un sintomo somatico che riguarda l’offesa del tradimento sessuale e soprattutto affettivo.

“Si sveglia contenta che fosse stato un sogno, ma delusa perché lui non era vicino.”

Ecco il dramma affettivo e l’ambivalenza psichica di Natascia!
Da un lato è “contenta che fosse stato un sogno”, dall’altro lato è addolorata dall’evidenza che si ritrova sola e senza lui “vicino”.
“Delusa” si traduce in esco fuori dal gioco. Natascia è combattuta dal tenersi un uomo affettivamente malato e inaffidabile, un uomo che la tradisce procurandole angosce da contaminazione, e dal suo bisogno, più che desiderio, di averlo per dipendenza psichica e senza alcun appagamento affettivo.

PSICODINAMICA

Il sogno di Natascia svolge la psicodinamica “orale”, bisogni affettivi da appagare, attraverso la simbologia erotica di un rapporto “orale”. Evidenzia nel suo prosieguo il trauma di un tradimento con la simbologia di una malattia venerea e con la fobia di contaminazione sessuale. Il sogno si conclude con l’ambivalenza psichica della protagonista: “contenta” ma “delusa”.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Il sogno di Natascia mostra l’istanza psichica pulsionale “Es” in “sei tornato, mamma mia guarda come sei virile.” e in “chiede un rapporto orale e lei acconsente con piacere.” e in “la parte superiore del pene era secca e aveva delle croste schifose.” e in “delusa perché lui non era vicino.”
L’istanza psichica vigilante e razionale “Io” è presente in “Contenta si meraviglia e grida” e in “Alla fine resta disgustata”.
L’istanza psichica censoria e limitante “Super-Io” non è presente.
Il sogno è dominato dalla “posizione psichica orale”, affettività e protezione, in “lui le chiede un rapporto orale e lei acconsente con piacere.”

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

Il sogno di Natascia usa i meccanismi psichici di difesa della “condensazione” in “piena erezione” e in “parte superiore del pene” e in “secca e in “croste schifose”, dello “spostamento” in “virile” e in “rapporto orale”, della “traslazione” in “rapporto orale”.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Natascia evidenzia un massiccio tratto “orale” all’interno di una cornice psichica decisamente “orale”: forti bisogni affettivi e protettivi e conseguente dipendenza. Il sogno ha le sue radici nei vissuti e nei fantasmi dei primi anni di vita.

FIGURE RETORICHE

Il sogno di Natascia usa la figura retorica della “metafora” o relazione di somiglianza in “piena erezione” e in “secca” e in “essere a letto”, della metonimia” o nesso logico in “rapporto orale” e in “parte superiore del pene”, della “enfasi” o forza espressiva in “croste schifose”.
Il sogno di Natascia concilia realismo e simbolismo in maniera equa senza picchi poetici e creativi.

DIAGNOSI

Il sogno di Natascia dice chiaramente di una “posizione psichica orale” molto critica: forti bisogni affettivi inappagati all’interno di una psicodinamica di coppia conflittuale. Trattasi di una psiconevrosi d’angoscia da dipendenza e da mancata autonomia psichica.

PROGNOSI

La prognosi impone a Natascia di emanciparsi affettivamente da tutto e da tutti e di raggiungere una buona autonomia psichica liberandosi dalle dipendenze di vario tipo e di vario genere. In riguardo al suo uomo Natascia è chiamata a risolvere la relazione secondo il criterio umano del rispetto dell’altro e dell’amor proprio. Quando la relazione diventa dannosa, semplicemente perché non si riconosce l’altro, dignità impone di porre fine alla truffa. Natascia non deve farsi umiliare dal suo uomo con tradimenti e offese profonde alla sua persona soltanto perché ha bisogno radicato di affetto o perché non vuole perderlo per paura di restare sola.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

La dipendenza affettiva nella sua degenerazione prevede una “sindrome depressiva” con conversioni isteriche della rabbia inespressa e delle angosce incarcerate. La “posizione psichica orale” si origina agli albori della vita, primo anno di vita sia come modalità di pensiero e sia come modalità affettiva, per cui i “fantasmi” sono ben radicati e ben consistenti.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Natascia è “4” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.
Dietro apparente realismo si cela massiccio simbolismo.

RESTO DIURNO

La causa scatenante del sogno di Natascia, “resto diurno” del “resto notturno”, si attesta in una frustrazione affettiva del giorno precedente e possibilmente in una triste discussione con l’uomo inquisito.

QUALITA’ ONIRICA

Il sogno di Natascia possiede una qualità enfatica, una forza espressiva implicita nelle allucinazioni oniriche e nel linguaggio.

REM – NONREM

Nella sua apparente e composta espressione il sogno di Natascia è stato elaborato in uno stato di grande agitazione e possibilmente nella prima fase REM del sonno. Natascia si era appena addormentata e l’urgenza emotiva ha trovato la naturale via di scarico nelle allucinazioni del sogno.

FATTORE ALLUCINATORIO

Il sogno di Natascia coinvolge quattro sensi in varia intensità e questa è una caratteristica onirica che rende completo il processo allucinatorio.
Vediamo l’alternarsi sensoriale nello svolgimento della psicodinamica.
La “vista” è coinvolta in “sogna di essere a letto” e passi successivi.
“L’udito” è richiamato in “Contenta si meraviglia e grida:” e in “A questo punto lui le chiede”.
Il “tatto” è presente in “sentire che il suo uomo è vicino e ha una piena erezione.” e in “chiede un rapporto orale e lei acconsente con piacere.”
Il “gusto” è manifesto in “resta disgustata perché la parte superiore del pene era secca e aveva delle croste schifose.”
La sintesi dei sensi o “sesto senso” è manifesta in “Alla fine resta disgustata” proprio perché il disgusto richiama e comporta la vista, l’olfatto, il tatto, il gusto: “perché la parte superiore del pene era secca e aveva delle croste schifose.”, una sintesi sensoriale del rapporto orale.

DOMANDE & RISPOSTE

Domanda
Trova tanto surreale il sogno di Natascia nella sua possibilità reale?

Risposta
Assolutamente sì. Parla di sesso possibile, ma tratta di affetti profondi. Più che surreale, lo trovo molto simbolico.

Domanda
Natascia di cosa si deve preoccupare?

Risposta
Natascia deve tenere a bada le dipendenze affettive pregresse e primarie, quelle che hanno radici profonde e che vengono ridestate dal suo uomo. Deve, inoltre, ben calibrare il limite dell’offesa arrecata alla sua dignità di persona e al suo amor proprio, sempre da parte del suo uomo.

Domanda
Dove vede che c’è tradimento sessuale?

Risposta
Nel disgusto di Natascia di avere a che fare con un uomo malato proprio nell’organo sessuale.

Domanda
Dove vede l’anaffettività?

Risposta
Nel rapporto orale che Natascia fa chiedere in sogno al suo uomo e nel conseguente quadro clinico del pene: incapacità d’investire “libido genitale” e tanto bisogno di ricevere questo tipo di investimento da parte di Natascia.

Domanda
La fedeltà in coppia è un valore affermato?

Risposta
L’animale vivente chiamato uomo non è monogamo ma poligamo allo stato naturale. La cultura e la civiltà impongono una monogamia che non si può sostenere anche tra le persone più controllate e abili a sublimare. Anzi, più controlli e sublimi e più l’autocontrollo va in crisi.

Domanda
E allora?

Risposta
Allora, allora ogni giorno la coppia si deve scegliere senza obblighi morali e doveri sociali o religiosi, ma per quello che si è in atto a tutti i livelli. Questo è il metodo valido per festeggiare le “nozze di diamante” senza essere incorsi nei “tradimenti” di vario tipo e di vario genere.

Domanda
Ma come si fa “sta roba”?

Risposta
Te la spiego io “sta roba”.
Tu sei legato e stai con una persona. Ogni mattino appena ti alzi la guardi, rifletti e la scegli: “nonostante fuori ci sia tanta roba, io voglio te così come sei”. Metti in funzione il tuo “Io” e rafforzi la tua scelta.
E dopo una lite?
Stessa roba!
“Nonostante mi fai tanto incazzare, io ti scelgo per tutto il resto che hai di buono, che mi dai e che mi fa star bene.”
E di fronte alla possibilità di un tradimento sessuale?
Rafforzare l’Io a discapito dell’Es: “nonostante la tentazione, non meriti quest’offesa e mi sentirei male.”
Riflettere e scegliere trova il suo completamento psichico in un dialogo costante che non comporti danno all’altro.
Se quello che volete dire disturba l’altro e lo volete dire per un frainteso senso della sincerità, omettetelo, tenetelo per voi tra le cose personali.

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

La Psicoanalisi freudiana fu moralisticamente tacciata nel suo tempo di immoralità per il suo assunto di base pansessualistico: tutto l’uomo si riduceva alla peccaminosa materia sessuale.
Questa accusa impedì la diffusione della dottrine freudiane anche in Italia dove imperava una cultura clericale.
Nei nostri giorni si è inteso ridurre la pulsione sessuale e allargarla alle attività più nobili e alle relazioni più umane e non esclusivamente sessuali.
In effetti la pulsione sessuale è di base e non è esclusivamente sessuale: la “libido” è l’energia vitale e la pulsione erotica basata sul “principio del piacere”, di cui la sessualità, erotica e genitale, è una parte importante anche per la sua qualità filogenetica, amore della Specie.
Le pulsioni della “libido” sono le rappresentazioni mentali dell’istinto e hanno sede nell’istanza psichica “Es”. Tali pulsioni non sono anarchiche o innaturali, perché vengono evolutivamente trattate e valutate dall’istanza razionale e consapevole “Io” e vengono addirittura ridimensionate e vietate dall’istanza censoria e limitante “Super-Io”. Inoltre, le pulsioni organiche, che hanno sede e sono rappresentate in “fantasmi” nell’Es, sono oggetto di elaborazione e di trasformazione da parte dei “meccanismi di difesa” gestiti dall’Io e funzionali a una riduzione o soluzione dell’angoscia di morte.
In questi processi nulla è inconscio semplicemente perché “ciò che non è consapevole non esiste” sempre nella realtà della coscienza: l’Io contiene materiale di cui ha consapevolezza.
Ancora: la “libido” va vissuta ed elaborata secondo i meccanismi di difesa. Quando viene incarcerata, si somatizza sempre secondo i meccanismi di difesa.
Le relazioni sessuali sono da vivere in maniera consapevole, rispettosa e civile. La scelta del partner contraddistingue la libido umana da quella degli animali che è soprattutto basata sulla scarica orgasmica e sulla procreazione.

RIFLESSIONE CONCLUSIVA

A volte, come il sogno di Natascia suggerisce, la donna si colloca nei riguardi del proprio uomo in maniera maternale e sacrificale, fomentando sentimenti d’amore e di odio e in parziale soluzione della dipendenza affettiva maturata nel corso della convivenza.
Il romano Catullo nel primo secolo a. C. scriveva in un carme i seguenti significativi versi.

“Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris.
Nescio, sed fieri sentio et excrucior”

“Odio e amo. Per quale motivo io faccio ciò, forse tu chiedi.
Non so, ma sento che avviene e mi tormento.”

E adesso a Catullo faccio arditamente seguire il prodotto culturale, identico nel tema e diverso nella fattura, “bugiardo e incosciente”, una canzone di Mina Mazzini degli anni ottanta.