ALL’APOLLINEA LIDIA DI ORAZIO

Parla,
o Lidia,
e il mio cuore respirerà.
Il silenzio è oro,
ma io voglio restar povero
e sentire la tua voce.
Parla
e non fermarti mai.
Se tu parli,
leggerai nei miei occhi quanto ti amo.
Tecum vivere amem.
Io ti ascolterò senza dir niente
e la mia anima candida parlerà il linguaggio del cuore,
mentre le tue labbra si muoveranno ancora in dolci note
che salgono in cielo
e ricadono nel verde tappeto della vita,
nelle timorose attese di una giovane speranza.
Tu parla,
o bella Lidia,
tu parla perché il mio cuore respira.
Non farmi morire con lunghi silenzi
che sanno di tristi pensieri,
che odorano di lapidi senza nome.
E’ la morte
se la tua voce si ferma.
Tecum obeam libens.
Parla,
o monumentale Lidia,
e veloci le tue parole alla notte ruberanno le luminose stelle
e io le rincorrerò come pazzo assetato di cielo.
Parla,
o Lidia dal seno esposto,
perché,
se non parli,
bevi soltanto il respiro della tua vita.

Salvatore Vallone

Pieve di Soligo, 30, 10, 1979

DALL’EPISTOLARIO DI ANTONIA SOARES

LETTERA CHIUSA AL MIO DOTTORE

Ciao merda globale!
Sai,
mi viene familiare chiamarti così di questi tempi
e non certo per un senso di disprezzo o di distacco.
Tutt’altro!
Tu sai quanto sono legata a te nella gioia e nel dolore,
nella salute e nella malattia,
nella dipendenza e nella libertà,
in carcere e in Tasmania.
Per me tu sei un brutto stronzo soltanto per affetto,
per tanto affetto ben riposto e mal retribuito.
Adesso non ti dirò che ti amo,
ma è assolutamente vero
che io sono legata a te dalla gioia e dal dolore,
dalla salute e dalla malattia,
dalla dipendenza e dalla libertà,
dal carcere e dalla Tasmania.
Anzi, è assolutamente verissimo.
Io oggi sto bene.
A me sembra banale star bene
e soprattutto mettermi a scrivere quando sto bene.
Ma cosa significa star bene?
Significa forse non pensare in maniera arrapata?
Significa forse non sentirsi angosciati,
disperati dentro e dispersi tutt’intorno?
Allora sì, pezzo di merda, io sto abbastanza bene.
Io oggi posso dire di stare abbastanza bene.
Ma oggi è molto più difficile esprimermi,
oggi io mi sento tanto vuota e insignificante
al punto che non riesco a trovare le parole
per esprimere i miei pensieri,
le mie emozioni,
le mie fantasie,
i miei sogni a occhi aperti,
le mie fandonie,
le mie verità.
Oggi mi manca il delirio e la possibilità di delirare.
Tutto è diventato niente
o è sempre stato semplicemente niente,
uno zero assoluto,
un vuoto inconsistente,
un nulla mischiato con il niente.
Però oggi sto abbastanza bene.
Ma cosa significa questo niente?
Ma cosa significa questo zero assoluto?
Ma cosa significa questo vuoto?
Significa forse non avere pensieri tumultuosi in testa?
Significa forse non avere nessuno slancio emotivo
per le cose che mi stanno intorno?
Significa essere spenta?
Allora sì, amico mio, sono vuota,
sono spenta e sto abbastanza bene.
Ma io sono morta.
Per stare bene sono morta.
Io sono una morta che sta bene.
Partecipo alle attività del Centro diurno dei matti
e lo faccio con interesse e con piacere,
lavoro in una serra il sabato e la domenica
e lo faccio abbastanza volentieri
perché so
che poi con i soldini mi posso comprare le sigarette.
A volte dipingo
e la cosa mi dà soddisfazione.
Sono diligente,
riconosco il potere,
riconosco il padre e la madre,
il cane e il gatto,
la merenda e la colazione,
insomma,
ci sono anch’io.
Stringi stringi, le cose, caro dottore, mi vanno abbastanza bene.
Ma all’improvviso che succede?
Succede che un amico di vecchia data viene a ritirare
il modulo del censimento
e si mette a parlare con mia sorella di un libro di Coelho
che è appoggiato sopra la libreria.
La conversazione si arricchisce sempre più
e interviene anche mia madre.
Parlano di spiritualità,
di quella forza e di quella energia che sta dentro ognuno di noi
e che ci serve per andare avanti
perché l’uomo ha bisogno di un credo,
qualunque esso sia,
altrimenti la vita si fa invivibile.
E io?
Io niente,
io non ho detto una parola
e in quel momento mi sentivo così inadeguata,
così vuota,
così senza niente dentro,
senza niente da dare e da dire,
incapace di partecipare alla conversazione.
Eppure anch’io una volta avevo qualcosa dentro,
avevo un credo, seppur religioso,
un credo che si basava su un dio
che mi dava la forza e l’energia,
la sicurezza di pormi di fronte agli altri
e il coraggio di fare certe scelte.
Adesso niente,
adesso non ho niente
perché io voglio pensare di poter essere qualcuno
e qualcosa senza alcun dio,
di poter essere uno qualsiasi e una qualsiasi,
ma senza alcun dio.
Forse questa è follia,
forse questa è presunzione.
Sicuramente Lucifero ci cova.
Questi sono discorsi luciferini.
Chissà se l’uomo può essere qualcuno e qualcosa senza un dio.
Ma chi è Dio?
E’ forse un qualcuno e un qualcosa che sta al di sopra di noi
e dove possiamo canalizzare le nostre energie?
Dio è un ideale, un credo, uno scopo?
Questo stramaledetto scopo, che io non riesco a trovare nella mia vita,
può chiamarsi Dio?
Ne ho parlato con Carmelo,
ma lui a dio non crede più da tempo.
Allora gli ho chiesto
perché qualche volta segue la messa in tivù
e lui mi ha risposto che lo fa per nostalgia.
Da bambino credeva in san Nicolò
e adesso è diventato grande
e alle illusioni di san Nicolò non può più credere
e questo gli crea nostalgia.
Ma allora dove spostare il mio ideale,
il mio scopo,
ammesso che io ne abbia uno?
Io non ho energie da investire
perché sono ghettizzata in questa situazione psichiatrica
e da qui non ne esco.
Ho bisogno di spiritualità,
ambisco il mistico,
ma qui tutto è troppo concreto,
tutto è troppo presente,
tutto è troppo medicinale
e so
che soltanto così io posso vivere.
Ma così potrei anche morire,
morire dentro.
E allora?
Che faccio?
“Fottiti!”
Allora fottiti anche tu, brutto stronzo,
visto che io mi sono ormai fottuta da sola.

Salvatore Vallone

Venezia, 21, 10, 1986

LA “COSA” PARLA 2

SALVATORE VALLONE

LA COSA PARLA”

IL LINGUAGGIO DELL’INCONSCIO

dimensionesogno.com

Le ca parle.”

L’Inconscio è strutturato come un Linguaggio.”

Jacques Lacan

UN SOGNO IN PAROLE

Povero riccio schiacciato sull’asfalto della strada

che da Conegliano porta a Pieve di Soligo,

negligentemente intravisto pedalando un’austera “Stella veneta” da corsa,

tu permetti di tirare il fiato

e di riflettere sulla morte per oppressione.

Quanti bambini sono stati annientati dentro una grande stanza illuminata,

fatta a losanghe metalliche

come la repellente ragnatela di un enorme ragno,

come l’ambigua rete di un fanatico pescatore di uomini.

Quante donne sedute in estremo silenzio

stanno insieme a uomini seduti in estremo silenzio

tra le mura chiuse di una gabbia

dove la mano ricerca un buco da riempire o una maniglia da forzare.

Soltanto poche dita si possono offrire

a questa categoria di uomini inutili

e di donne affette dagli stessi lutti.

Qualcuno vuole anche innamorarsi

tra le sedie sparpagliate sullo sfondo uguale

di un’invisibile rete di losanghe

infilate dentro un odioso Centro di salute mentale a forma di manicomio.

Nessun si muova!

Una ragazza temeraria si avvicina al nulla e a nessuno senza parlare,

l’unica persona che curiosità muove e che apprezza gli exploits.

Comincia il rituale della visita psichiatrica

con il solito motto di merda sopra la testa.

Estote parati!”

A cosa?

Si può sapere, di grazia, a cosa si deve essere preparati prima di annegare

dal momento che l’acqua è arrivata soltanto al culo?

Tutti siamo pronti con il nostro bambino e con lo zaino sulle spalle

a visitare l’uguale e il monotono

senza pretendere che il capire insegni sempre qualcosa da evitare.

Niente.

Non ci si capisce.

Parliamo lingue diverse

ed allora è meglio prendere le distanze dagli uomini inetti

e dalle donne chiuse in gabbia

per avere una prospettiva migliore e più solenne.

Si corre sempre il rischio d’incasinarsi con false istruzioni

pur di fuggire dalle gabbie che noi stessi abbiamo costruito

per criticare quella categoria di persone

attratte dalla massa della luna nel cielo

durante le calde sere di mezza estate.

La conoscenza non è acquisire distanza!

Per veder meglio dentro di te

è preferibile regredire,

dal momento che progredire corrisponde a un’altra ottica,

l’ottica capitalistica

e tu non hai bisogno di accumulare,

l’ottica fascista

e tu non hai bisogno di dominare,

l´ottica comunista

e tu non hai bisogno di servire.

Meglio chiudere con un saggio “cave hominem”.

Cave hominem!”

Guardati dall’uomo o dall’animale inquinante!

Questi moniti non aiutano di certo a capire.

E allora bisogna essere conservatori o progressisti?

Io resto ancora fermo con il culo sopra un secchio

a chiedermi chi custodirà le tradizioni.

Se questa è la vita che attrae il tuo essere,

chi butterà via il passato,

quello che purtroppo o meno male non ritorna,

per abbracciare tutte le novità

e andare avanti

tagliando i ponti con tutto ciò che è stato?

No, grazie!

Sa,

caro signore,

io ho ricevuto un’educazione tradizionale

presso le intraprendenti suore orsoline

in un collegio dell’Immacolata concezione,

un luogo a metà tra una fredda chiesa e una calda officina.

Bisogna,

necesse est” stare al passo con i tempi e con il mondo.

Mondo, non correre”

gridò un bambino trafelato dalla prima fila di un cinema di periferia.

Mondo cane”

gridò un vecchio angosciato dall’ultima fila di un anonimo ospedale.

Nonostante l’affanno,

tu sei sempre costretto a comunicare con il fratello

che sta al posto del padre

o con la sorella che ti fa da madre.

I genitori?

I genitori sono soltanto figure,

come quelle geometriche,

che ti fanno sentire

tutta la solitudine di un senso di colpa

e tutta la stupidità di un piccolo idiota.

Come sarebbe facile chiudere il teorema dei tuoi conflitti edipici

con il salvifico “come volevasi dimostrare” del divino Pitagora.