COME SI STA MUOVENDO LA FUNZIONE ONIRICA

Sono trascorsi due mesi dal forte impatto che la nostra Psiche ha subito a causa della pandemia da “coronavirus”.

Si è ridestato il “fantasma di morte” legato alla nostra formazione psichica e, nello specifico, ai vissuti riguardanti la perdita depressiva.

La Psiche ha elaborato il “nucleo” in maniera traumatica anche perché sollecitata dalle restrizioni e dai messaggi sanitari e politici.

La Psiche ha un’attività, presa di coscienza, molto più lenta rispetto agli eventi, per cui nell’immediato usa i “processi e i meccanismi di difesa” dall’angoscia per ripristinare il miglior equilibrio psicofisico possibile alle condizioni date.

In questa evenienza traumatica la “razionalizzazione” interviene a dare alla “angoscia” la connotazione di una forte “paura”, dal momento che si conosce la causa del trauma. La “angoscia” depressiva di morte, legata al riemergere del “fantasma”, si commuta e si stempera nella “paura” di morire.

Il meccanismo psichico di difesa che naturalmente e frequentemente viene usato è “l’isolamento”: la freddezza psichica ottenuta dalla scissione dell’emozione e della tensione dall’idea della morte e dalla rappresentazione mentale.

Consegue che la funzione onirica, l’attività psicofisiologica del sognare, acquista forza nello scaricare la “paura” di morire. Andiamo a dormire con questa “paura” e ci addormentiamo entrando nella fase REM massimamente agitati anche per la qualità del sonno stesso.

Nelle fasi successive del sonno, REM E NON REM, persistono le tensioni fomentate all’inizio del sonno dalla paura di morire. Progressivamente smarriscono la motivazione consapevole e degenerano in angoscia, sia perché non hanno l’oggetto e sia perché la tensione è massima e deve scaricarsi.

La tensione psicofisica in sonno non trova sempre nel sogno la salvaguardia per continuare a dormire e, allora, si scarica nell’incubo e nel risveglio immediato o si somatizza nella funzione respiratoria, in pieno rispetto al dato clinico che il virus colpisce i polmoni.

La funzione onirica si sta muovendo in questi ultimi due mesi in questa maniera: si ricorda poco del sogno e viene a mancare la “catarsi” delle tensioni, andiamo a letto con la “paura” che nel corso della notte si trasforma in “angoscia” e si somatizza scaricandosi nel respiro.

Appena svegli la funzione respiratoria si ristabilisce nei suoi normali ritmi, a conferma che, mancando la sequenza delle immagini, meccanismo onirico della “figurabilità”, la tensione aumenta e ristagna per poi scemare.

Questo è quanto volevo comunicarvi anche per una maggiore tranquillità.

Salvatore Vallone

Pieve di Soligo (TV), mercoledì 29 del mese di Aprile dell’anno 2020

TAGLIANDO PSICOFISICO 4

L’ANGOSCIA

La benemerita signora “Angoscia” ha una lunga e variegata storia: linguistica, antropologica, culturale, filosofica, religiosa, psicologica, psichiatrica, psicoanalitica. Nasce con l’uomo e lo segue nel suo percorso evolutivo con le sue prerogative di base e le sue sfaccettature di capriccio.

Per avere una semplice idea della “angoscia”, è opportuno dare una sommaria definizione e poi analizzare gli attributi di fondo dei vari settori scientifici.

DEFINIZIONE SOMMARIA

La “angoscia” è uno stato di sofferenza psicofisica caratterizzato dall’azione nefasta di un “fantasma di morte” con un pesante timore legato a vissuti depressivi di perdita e di fine imminente, con caduta delle energie vitali. Le sensazioni fisiche di costrizione toracica e le altre manifestazioni neurovegetative si traducono in una accelerazione della frequenza cardiaca, in disturbi vasomotori, in disturbi respiratori, in modifiche del tono muscolare e altro ancora.

Vediamo la “angoscia” nei vari livelli della ricerca.

A livello “linguistico” la parola “angoscia” è presente nella lingua latina: “anxietas”, “sollicitudo”, “cura”, “angor”. La traduzione è la seguente: ansia”,“paura”, “inquietudine”, affanno, “ossessione”, “costrizione”, “struggimento”, “pena”. Il greco antico “anko” significa “stringo” e richiama l’oppressione respiratoria. Anche il tedesco “angst” si traduce “mi soffoco, mi stringe la gola”, uno dei sintomi elettivi e fisiologici dell’angoscia.

A livello “antropologico” la “angoscia” designa l’emozione legata al distacco del bambino dalla madre e dal gruppo familiare, nonché la rottura della simbiosi dovuta a un atto di ira che rompe l’equilibrio psicosociale.

A livello “culturale” la “angoscia” è un “segno” o schema che interpreta il dolore della solitudine, la perdita dell’identità psichica e la caduta nell’anonimato, in una con l’isolamento e la dispersione degli investimenti.

A livello “filosofico” Epicuro parlò della “angoscia” per indicare la “felicità”: l’uomo senza divinità, senza valori politici, senza bisogni innaturali, senza immortalità. Era questo il suo “tetrafarmaco”, le sue quattro pillole di saggezza per incarnare la “atarassia”, l’assenza di “angoscia”. Nell’Ottocento Kierkegaard la collocò nella malattia umana acquisita a suo tempo con il distacco da Dio e la caduta nella spirale della categoria esistenziale della “possibilità”. Heidegger la collocò nella caduta nell’indeterminato e nel Niente di cui è intrisa l’esistenza umana. Jaspers la depose nella morte e nella vana ricerca di un senso da dare all’esistenza. Sartre la qualificò come la reazione infausta al Niente che caratterizza l’uomo e la sua vita. E avanti con altri… pessimi o buoni pessimisti.

A livello “religioso” la “angoscia” si attesta nel distacco da Dio causato dai progenitori, nel peccato originale e nella conseguente perdita della salvezza e della vita eterna. L’uomo è condannato a morire senza alcuna possibilità di riscatto: “angoscia” del monoteismo trascendente ebraico, cristiano, arabo.

A livello “psicologico” la “angoscia” è la degenerazione patologica dell’ansia.

A livello “psichiatrico” la “angoscia” è una malattia del sistema neurovegetativo e si inquadra in una serie di disturbi funzionali che vanno dalla respirazione all’attività cardiaca e altro, come si è detto in precedenza nella definizione sommaria.

A livello “psicoanalitico” la “angoscia” è legata all’afflusso traumatico di eccitazioni non controllabili dall’Io perché troppo intense. Questa qualità giustifica la caduta depressiva nell’indeterminato e lo stato psicofisico: l’angoscia è senza oggetto specifico. Mentre nella “fobia” l’oggetto è spostato, nella “angoscia” l’oggetto è apparentemente assente perché è costituito da tanti fattori legati all’evoluzione psicofisica della persona e alla modalità di affrontare e risolvere i conflitti intrapsichici ed esterni. Freud distinse la “angoscia” come segnale e meccanismo di allarme che avverte l’Io di una minaccia per il suo equilibrio e la “angoscia” primaria dell’infanzia che sviluppa la disintegrazione dell’Io. La “nevrosi d’angoscia” è legata a conflitti attuali come le frustrazioni della “libido”. La “isteria d’angoscia” scatena sintomi respiratori, cardiaci e vertigini: una “angoscia fobica” che viene elaborata e tradotta in oggetti e situazioni che provocano la crisi. In tutti i casi la “angoscia” presenta vissuti depressivi di perdita, crisi dell’autostima e dell’amor proprio, caduta dell’umore: il corredo psichico del “fantasma di morte”.

L’ANGOSCIA AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

Analizziamo dopo tanta sintesi la nostra “angoscia” nel tempo del “coronavirus”, riflettiamo su quello che ci è successo in questi tempi drammatici e di difficile decifrazione psichica, individuale e collettiva, a causa del lungo tempo richiesto dal sistema psichico, rispetto a quello fisico, per essere assimilato.

Sappiamo che il segnale fisiologico di base della “angoscia” è l’affanno respiratorio, il fiato che non viene, il fatto che non si riesce a fare il giro con il respiro.

Sappiamo che il segnale psicologico è l’azione nefasta del “fantasma di morte” e la perdita depressiva.

In questo tempo in quale angoscia ci siamo imbattuti e quale perdita abbiamo elaborato?

Di poi, se troviamo qualcosa, analizziamo se è una nuova angoscia o è l’evoluzione di una vecchia angoscia. Vediamo come si è sviluppato il nucleo depressivo precedente.

Riflettiamo a quale pensiero la “angoscia” si associa e scatta all’improvviso.

A questo punto scartabelliamo e tiriamo fuori dal cilindro la salvifica RAZIONALIZZAZIONE. Operiamo una presa di coscienza di cosa in questo periodo si è mosso dentro di noi dietro uno stimolo così potente come quello del pericolo di contagiarsi, di ammalarsi, di lasciarci le penne.

Non basta.

Razionalizziamo anche la “angoscia” legata alla costrizione spaziale e all’inanimazione, al blocco delle energie libidiche d’investimento, nonché alla caduta nell’indeterminato e nell’indistinto psichici.

Le riflessioni vanno registrate accuratamente sul LIBRETTO, affinché l’opera di presa di coscienza sia rafforzata dall’atto dello scrivere: “verba volant, scripta manent”.

Buona fortuna e alla prossima.

Domani pubblicherò una poesia da “coronavirus” e così abbiamo il tempo di riflettere meglio e di rassodare il materiale psichico rievocato e messo in equilibrio in questi quattro giorni e dietro lo stimolo del “tagliando”.

Raccomando l’Io e la Razionalizzazione, la cura senza affanno delle nostre funzioni razionali per gustare meglio la nostra persona e l’altrui, per ridurre la tensione nervosa, per compattarci nel corpo e nella mente. Se saremo bravi, ridurremo le “angosce” in “paure” ben precise chiamandole per nome e cognome. Completiamo l’opera con l’aiuto dello “amor fati”, l’amorosa accettazione del nostro destino di uomini e di viventi, e con il sentimento della “pietas” che ci vuole insieme, intelligenti e compartecipi. Per raggiungere questo traguardo di saggezza senza essere anziani, consiglio di astenersi dalla visione di programmi televisivi altamente irosi e demenziali che oscillano “cotidie” dopo cena tra il quattro e il cinque. Evitiamo anche la monotonia del numero sette. La Cabala napoletana “docet” e stimola una fuga dai tanti e soliti dissennatori che popolano l’etere della sera italiana ormai da alcuni decenni.

Cura ut valeas!

TAGLIANDO PSICOFISICO 2

LA PAURA

Di fronte a un pericolo o a una situazione problematica scatta un’emozione primaria, gestita dal sistema neurovegetativo o involontario, che prepara il nostro psicosoma all’emergenza da affrontare o da evitare: la “PAURA”.

Siamo in un ambito psicofisico di piena salute, niente di patologico.

Tutto ok!

Il proverbio antico dice che è meglio aver paura, piuttosto che prendere botte o subire un danno.

La “paura” ha un oggetto ben preciso e conosciuto, per cui è possibile una reazione di lotta o di fuga, di coinvolgimento o di evitamento: dipende dall’entità dell’oggetto “paura”. Il criterio di scelta è sempre la sopravvivenza e il minor danno. La consapevolezza dispone ad affrontare razionalmente la circostanza o a evitarla.

Niente eroismi e niente onnipotenze!

La “paura” può essere anticipata dalla memoria. La deliberazione dell’Io, razionale e vigilante, deve essere sempre funzionale al benessere della mente e del corpo.

A questo punto ci dedichiamo un po’ di tempo, ci rilassiamo e analizziamo le nostre paure in atto e legate all’emergenza che stiamo vivendo. Più paure abbiamo e meno danni psichici maturiamo.

Adesso riflettiamo sulle paure che avevamo prima del coronavirus” e verifichiamo se si sono amplificate o ridotte nell’impatto traumatico.

Verifichiamo ancora e analizziamo bene se sono venute fuori altre paure o se l’ambito mentale e lo stato emotivo sono rimasti uniformi.

Sappiamo che la “paura” non è fobia e tanto meno angoscia, che ha un oggetto ben preciso, che è di qualcosa preciso e non di altro. Sappiamo di che si tratta e la controlliamo affrontandola o evitandola. Queste manovre sono valutate dalla Ragione e sono giuste e proficue. L’evitamento è una difesa naturale, un frutto dell’intelligenza operativa o furbizia che dir si voglia, e non ha niente a che vedere con l’omonimo “meccanismo di difesa” dall’angoscia.

A questo punto riflettiamo ancora sulle paure e le scriviamo nel libretto di manutenzione della nostra macchina psicofisica e nella pagina successiva all’ANSIA.

Ricordiamoci che più paure tiriamo fuori ed elenchiamo e meno fobie e angosce avremo nel tempo. Usiamo la testa per riflettere e capire le nostre paure: razionalizzazione dell’Io.

Bene!

Domani analizzeremo la FOBIA.

LO TSUNAMI E IL CAOS

LA LETTERA

“Doc, qua viene giù tutto: uno tsunami biblico.

Quando finirà, ci toccherà vendere la fontana di Trevi.

Quanto può tenere una quarantena simile senza che non comincino disordini di ogni tipo?

Ho paura, una paura che non ha niente a che vedere con nessun’altra prima.

Quando sono a casa e mi guardo attorno, analizzo che quanto ho a disposizione non vale niente. Sdraiato a letto prego che ci possa esser ancora qualcuno al mondo interessato a casa nostra in modo di poterla vendere, se serve.

Non ha un senso quello che stiamo vivendo. Nessuno può darmi risposte. Nessuna risposta o ipotesi mi sembra esauriente e degna.

E quando guardo i ragazzi, non riesco neanche a sperare per loro in qualcosa.

Non è la morte che mi spaventa, il Caos è la mia paura più grande.

Maurizio

Verona, mercoledì 01 del mese di aprile dell’anno 2020

LA RISPOSTA

Lo stesso Maurizio si porge su un piatto d’oro, sia pur con timore e tremore e senza consapevolezza, la risposta giusta al suo tormento vigile e consapevole e proprio quando alla fine della lettera scrive “E quando guardo i ragazzi, non riesco neanche a sperare per loro in qualcosa.”

Si è destata la “pietas” paterna. Maurizio dopo la paura dello tsunami e del Caos si imbatte in questo travaglio tra sé e sé, si imbatte nella sua paternità, nella sua nuova consapevolezza di essere padre e riconosce i figli provando dolore per la loro sorte, per il loro futuro. Anche la speranza è svanita in tanto trambusto psicofisico, ma la nuova consapevolezza della paternità è la giusta e naturale soluzione al suo tsunami e al suo Caos.

Procedo con metodo e passo dopo passo, ma non prima di aver ringraziato per il “doc”, la denominazione di origine controllata. Il sangue è come il vino, non mente.

Doc, qua viene giù tutto: uno tsunami biblico.”

Il senso della catastrofe e dell’irreparabilità: l’uomo ha peccato contro Dio e contro la Natura e la vendetta è pronta. Il senso di colpa per aver turbato l’armonia del creato e le leggi dell’universo è presente in questo novello diluvio universale. Purtroppo manca Noè e un altro patriarca non si profila neanche all’orizzonte. Al massimo oggi possiamo contare su qualche cavaliere in disuso o su qualche sceriffo con la stella di latta o su qualche patriottessa di antica memoria. Quella di Maurizio è angoscia e non paura del contagio o della restrizione della libertà, quella di Maurizio è angoscia allo stato puro ed evocata dalla situazione in atto e dal ridestarsi in lui del nucleo antico del “fantasma di morte”. L’esagerazione e l’amplificazione dell’evento “coronavirus”, una terribile pandemia tra le tante ed elevata alla potenza di precipizio e di maremoto, attestano che Maurizio è stato ben colpito nel segno, nel materiale psichico pregresso e depressivo, quello vissuto ed elaborato nella prima infanzia. Nonostante lo tsunami, il “coronavirus” ha pescato bene e non poteva essere diversamente perché tutti siamo bersagli del drammatico evento epidemico. Ricordiamoci che a tutt’oggi non siamo ancora consapevoli di quello che ci sta succedendo tra capo e collo e che lo saremo soltanto fra qualche anno. Per adesso stiamo battendo cassa e stiamo sopravvivendo al meglio consentito dai vari meccanismi di difesa che ci tutelano dall’emergere dell’angoscia.

Quando finirà, ci toccherà vendere la fontana di Trevi.

L’interesse e il denaro sono inevitabili trappole mortali e Maurizio non è buddista, Maurizio è stato toccato nelle sue attività lavorative e nei registri della sua economia aziendale. Il colpo è duro e non basta capire che la storia viaggia per “epoche critiche” ed “epoche organiche” e che siamo appena usciti da una “epoca organica” per imbroccare una crisi pesante, quella che ci consentirà di ricostruire e di pervenire alla fissazione di una “epoca organica” di stabilità e di noia, a cui nel breve tempo subentrerà un nuovo tzunami e un nuovo caos. Non basta la filosofia della Storia e la Fisica sociale di Comte per lenire l’angoscia di Maurizio. Alienare i beni culturali inestimabili, come la fontana di Trevi di Nicola Salvi e ripresa da Giuseppe Pannini, dimostra che la perdita è tanta ed è di natura culturale, oltre che mercantile. Emerge un tratto psichico “anale” nel nostro eroe, almeno così si esprime la Psicologia del Profondo, la Psicoanalisi. Emerge in Maurizio un tratto psichico “anale”, legato alla perdita di potere, a sua volta legato alla perdita di denaro. Emerge la rabbia come conseguenza della frustrazione subita, meglio, emerge l’aggressività in reazione al sentimento di prostrazione e di perdita degli averi e dei beni materiali così importanti e così umani. Totò, all’anagrafe principe Antonio De Curtis da Napoli, era riuscito a vendere la fontana di Trevi, nel famoso film “Tototruffa 62” di Camillo Mastrocinque, allo sprovveduto di turno e in elogio all’arte di arrangiarsi e alla creatività del Genio italico. Non vedo perché anche noi, che siamo i suoi degni eredi, non possiamo rifare l’operazione truffaldina e vendere anche il Colosseo, magari ai freddi Tedeschi o ai tulipani Olandesi che tanto ci ostacolano con le loro antiche e attuali invidie. Chi vivrà vedrà e mai parole furono così profetiche in questi giorni di grande stranezza e di grande disgrazia.

Quanto può tenere una quarantena simile senza che non comincino disordini di ogni tipo?”

La domanda è lecita, ma è finalizzata prevalentemente al turbamento dell’ordine sociale costituito, ai tumulti della piazza e agli assalti al forno di manzoniana memoria. Maurizio è preoccupato proprio dalla perdita dei beni materiali a opera della plebaglia che non aspetta l’ora di derubare i ricchi e di sostituirsi a loro. La filosofia spicciola e la rivoluzione sociale di Robin Hood sono da preferire all’ideologia dei comunisti rivoluzionari che seguono il “materialismo storico scientifico” di Karl Marx. Meglio l’assalto al supermercato Lidl di Palermo da parte dei posteggiatori abusivi disoccupati e dei tanti creativi che lavorano in nero, piuttosto che la rivoluzione proletaria propagandata da Francesco Guccini nella canzone sovversiva “la locomotiva”, quella degli operai guidati dall’emerito e benemerito macchinista ferroviere. Maurizio è tutto preso dalla perdita economica e dalla violenza sociale, non è abbastanza turbato dal virus che ammazza di brutto la gente anziana come me togliendogli il fiato. Maurizio è tutto preso da quello che il virus porta via ai ricchi e ai potenti. E’ vero che la quarantena desta turbamenti individuali e sociali, come ho descritto nell’articolo postato il primo di aprile, specialmente dopo quattro settimane di clausura a un popolo, come quello italiano, che non ha preso i voti nell’Ordine monastico di chissà quale santo. E’ vero che la limitazione della libertà individuale e la costrizione anche psicologica negli angusti confini di ottanta metri quadrati sono un’esperienza drammatica per il popolo, ma Maurizio è attaccato al denaro, all’affare, al guadagno, non contempla la perdita psichica e tanto meno la sindrome depressiva. Non è la vita il bene da tutelare, ma la “roba”, quella di mastro don Gesualdo del caro Giovanni Verga, il fotografo ante litteram catanese e il romanziere caposcuola del Verismo. Come mastro don Gesualdo Maurizio troverà il suo riscatto dal mito e dall’ossessione della “roba” in seguito, a testimonianza che la Psiche sa mettere le cose al posto giusto e senza la consapevolezza del portatore e della sua avida testa.

Ho paura, una paura che non ha niente a che vedere con nessun’altra prima.”

Giustamente quella di Maurizio è una paura centrata e consapevolmente legata alla perdita del potere economico, ma è soprattutto angoscia, perché sente che la sua paura di perdita non è quella di prima e non è come prima perché non ha oggetto specifico. Si è ridestato il “nucleo” psichico depressivo e ha evocato l’angoscia dell’ignoto, dell’indefinito, dell’indeterminato, la somma di tante paure che hanno perso la loro connotazione e la loro identità per diventare generica e semplice angoscia. Maurizio è in piena angoscia e sta male perché non sa la causa e la verità di tanto trambusto. Non è l’economia, ma è la psicologia, non è il denaro, ma è la sua organizzazione psichica che reagisce allo stimolo della perdita dei beni.

Quando sono a casa e mi guardo attorno, analizzo che quanto ho a disposizione non vale niente. Sdraiato a letto prego che ci possa esser ancora qualcuno al mondo interessato a casa nostra in modo di poterla vendere, se serve.”

Ritorna l’analità, la paura di perdere i beni, la sindrome di mastro don Gesualdo. Maurizio riflette pregando e si rende conto che tutto quello che ha accumulato va in malora e non serve a vivere perché è materia deperibile e non invidiabile. Ci sono beni maggiori e migliori per un uomo al di là del potere della materia che si perde. Maurizio non è più interessato ai suoi beni, non è lo tzunami che lo angoscia, è lui in prima persona e in prima linea che tramite questo evento ha fatto una scala dei beni per cui vale la pena vivere e morire. Maurizio è cresciuto ed è maturato. Adesso è in grado di dare il giusto rilievo al denaro e al potere perché ha paura di non sopravvivere, perché non si può mangiare il denaro, la sindrome del mitico re Mida che ebbe da Dioniso il dono di trasformare in oro tutto quello che toccava e che per questo dono morì di fame. Chi comprerà la sua casa per avere la possibilità di continuare a vivere? I valori vanno al giusto posto nella scala sociale e culturale. Più che l’angoscia del potere, potè l’angoscia del digiuno, l’affamamento, la morte per fame, la morte per mancanza di vettovaglie. Il denaro è una forma di potere da rivedere e da collocare nella giusta posizione nella scala dei valori personali e socioculturali. Il “coronavirus” con il suo carico di morti e di angosce è un buon maestro per chi sa ben leggere nel suo libro epidemico.

Non ha un senso quello che stiamo vivendo. Nessuno può darmi risposte. Nessuna risposta o ipotesi mi sembra esauriente e degna.”

Maurizio persiste nelle sue funeste resistenze a capire in pieno e appieno. Destituisce d’importanza logica il carico e il complesso dei vissuti in questo tempo di strage epidemica. Maurizio non vuol capire la lucida e fredda Logica dei segni del tempo storico e culturale. E non ha senso la lezione di Charles Darwin prima di questo evento traumatico che sta scuotendo l’umanità dalla testa ai piedi e sta mettendo al posto giusto le cose e i valori. Maurizio ricorre al suo bagaglio psico-culturale ed esistenziale e non trova la giustificazione a se stesso sul perché dovrebbe rinnegarsi e rinnegare la sua filosofia di vita. Non sa ancora che la verità sta affiorando da se stesso e tramite quelle risorse che non sapeva di avere e che erano dentro di lui. Quello che stiamo vivendo ha una semplicità estrema e ha un senso occulto da tirare fuori e che ci costringe a rivedere il nostro sapere e a riformulare le nostre azioni e le nostre convinzioni. Il passato è andato in fallimento e al presente si naviga verso un ignoto apparente con il cannocchiale dei naviganti, che è molto diverso da quello dei mercanti.

E quando guardo i ragazzi, non riesco neanche a sperare per loro in qualcosa.”

Ecco la soluzione di Maurizio, la sua paternità, il suo essere padre dei suoi ragazzi. Proprio quando dispera, si accorge dell’altro. Era tutto preso da sé, adesso si smolla e incontra ancora se stesso nella forma del padre. Io sono io, io sono il padre dei miei figli. Li guarda con la “pietas”, con la partecipazione empatica, li riconosce come destinati a una vita in cui lui non può intervenire, ma sente la responsabilità di averli messi al mondo, un mondo brutto e non bello in questo momento storico e in questa contingenza pandemica. Maurizio sente quasi la colpa di averli concepiti, desiderati e visti nascere e crescere. Guarda i ragazzi e ha una nova consapevolezza di loro semplicemente perché ha una nuova consapevolezza di se stesso. I figli sono lo strumento del padre per rivivere se stesso e le scelte importanti a cui non aveva riservato grande impegno riflessivo, a cui non aveva dato grande importanza tutto preso dallo sbarcare alla grande il lunario mercantile. Adesso li guarda con gli occhi puntati sulla fine di un’epoca “organica” e sull’inizio di un’epoca “critica” dettata dalla Morte e ispirata dalla pandemia. Adesso comincia a viverli non come una sua proprietà, ma come persone a cui non deve far mancare la libertà di decidere delle loro esistenze. Ma quale dramma sta vivendo veramente Maurizio? Quale parte sta recitando sulla scena del “coronavirus”? Quale nucleo si è mosso beneficamente nel suo animo tormentato dalla crisi economica? Questa è la chiave psichica elaborata da Maurizio in persona e finalmente per se stesso.

Non è la morte che mi spaventa, il Caos è la mia paura più grande.”

Maurizio sa e non vuol capire, ha tirato fuori la sua verità da solo e adesso sposta l’argomento dicendo che lo spaventa di cadere nell’indeterminato, tira fuori dal cilindro una tesi filosofica che fa capo al grande Anassimandro del quinto secolo prima del Signore. Maurizio non sa che il Caos greco è la Cosa più ordinata che l’uomo abbia mai concepito e non è quell’entropia che tutti si aspettano dal vocabolario andante e gergale. Maurizio ha una sacra paura dell’Indeterminato psichico, della perdita depressiva non del suo Avere, ma del suo Essere, parodiando Fromm. Maurizio non teme il contagio e la clausura monastica dei frati trappisti che da cistercensi erano diventati stanziali in attesa di morire con minor fatica. Maurizio è sorpreso da quello che emerge in lui, è frastornato dal nuovo vissuto che si profila nei riguardi dei figli. E come se li avesse guardato e vissuto con gli occhi dell’imprenditore e adesso di fronte al rischio di ammalarsi e di morire si converte e si regala una nuova visuale e una nuova prospettiva. La sua realtà di uomo si è finalmente evoluta nella sua realtà di padre attraverso il dolore. La sua morte si riscatta nella sopravvivenza dei figli e finalmente li vive con le sensazioni acerbe, finalmente prova dolore per l’altro. Finalmente sa di non averli goduti nella maniera giusta e si rammarica con se stesso mischiando nel crogiolo emotivo e sentimentale la felicità di essersi ritrovato ritrovandoli. Meno male che ancora siamo tutti in vita per poterne parlare e per poter riparare i fili della maglia che si erano diradati.

IN MEMORIA DI DIEGO NAPOLITANI

La conclusione è di scuola psicoanalitica, meglio gruppo-analitica, ed è dedicata al ricordo del mio docente degli anni ottanta, quell’uomo che, quando parlava, affascinava semplicemente perché raggiungeva le profondità marine inimmaginabili, come il mio amico di giovinezza Enzo Maiorca nel mitico mare di Ortigia. Diego Napolitani era nato a Napoli e della sua città aveva mantenuto la vena creativa e l’ironia di chi tra arabo e spagnolo capisce che ci vuole il dialetto milanese. A Milano fu medico ed endocrinologo, specialista in malattie nervose e mentali, psicoanalista e professore, caposcuola. Approfondì temi della Psicoanalisi freudiana e junghiana, abbracciò la Gruppoanalisi di Foulkes ed apportò il suo valido contributo di approfondimento e di novità.

La diagnosi finale dice che Maurizio, tramite l’evento reale, ha destato il suo “fantasma di morte”, il suo nucleo psichico depressivo, nella forma della perdita del potere economico per poi approdare alla risoluzione del vissuto traumatico attraverso la “pietas” paterna, il riattraversamento e la riattualizzazione del suo essere stato figlio, la comprensione e la partecipazione alla realtà psichica dei figli.

La psico-dialettica si snoda attraverso la triade delle posizioni e dei binomi seguenti: “potere e angoscia di morte”. “sapere e dolore per il non nato di sé”, “fare simbolico e morire della morte”.

Quando Maurizio vive il potere economico, s’imbatte nella possibilità di perderlo e vive l’angoscia depressiva.

Quando Maurizio ha la consapevolezza di sé e dei suoi vissuti legati alle scelte effettuate, avverte il dolore delle possibili e mancate esperienze che poteva vivere, il dolore per tutto quello che voleva nascere in lui e che non ha visto la luce.

Quando Maurizio si accorge dei suoi figli e della loro futura sorte, riconosce che non sono un suo possesso e che hanno una loro autonomia psicofisica. In questo modo si accorge che deve viverli come simboli, i suoi simboli, le sue rappresentazioni emotive e sentimentali che si sublimano nell’amore paterno e nel morire della morte.

Adesso, come Ivan Il’ic di Tolstoj, Maurizio può morire. Adesso Maurizio può inneggiare alla vita perché la morte è morta.

PSICOLOGIA DEL GRUPPO E DELLE MASSE

Egregio dottor Vallone,

da tre settimane siamo chiusi in casa per lottare contro il coronavirus. Siamo nelle mani della scienza medica e va benissimo, ma vorrei sapere come reagisce psicologicamente la gente a questa strategia dei virologi seguita dal governo. Se mi può dire qualcosa, le sarei grato.

Cordiali saluti

Francesco

Pescara, martedì 31 del mese di marzo dell’anno 2020

La “Psicologia del gruppo e delle masse” analizza la formazione e l’azione di un insieme di individui: come appare, come pensa, come agisce. In questa dinamica di amalgama sono presenti alcuni fattori psicosociali che aiutano la coesione: la coscienza di classe, l’anima collettiva, l’imitazione, la suggestione, la regressione, la sublimazione, la coscienza collettiva, l’alienazione, la persuasione, l’alleanza, la condivisione. Queste sono le tesi di fondo delle “Psicologie della massa” che partono da Marx, passano da Freud, arrivano alla scuola di Francoforte, teorie considerate negli studi attuali della Psicologia sociale, della Psicologia dell’emergenza e della Sociologia. Questa introduzione serve per capire quanto la questione sia antica ed elaborata. Si parte, infatti, dalla tesi aristotelica dell’uomo “animale sociale”, “zoon polithicon”, dalla “Politica” di Aristotele, quindi, per passare alle teorie dei filosofi successivi.

SINTESI METODOLOGICA

Una sintesi metodologica permette di dire che non si è lontani dal vero se si ammette che nei gruppi e nella massa convivono processi razionali e irrazionali, consapevoli e inconsapevoli, suggestivi e critici.

Non si è lontani dal vero se si afferma che il modo di sentire, di pensare e di agire sono rielaborati fino a diventare uniformi e condivisibili dai componenti della massa e del gruppo.

Non si è lontani dal vero se si pensa che il processo di aggregazione parte dall’emozione e dal sentimento e tende sempre verso l’affermazione della razionalità e della consapevolezza.

LA RICHIESTA E LA VALUTAZIONE

Veniamo all’oggi e all’attualità, come chiede Francesco.

Alla sua domanda di chiarimento sulle reazioni della gente, io aggiungo la mia: “quanto si può resistere chiusi in casa senza dar di matto?”

Il popolo italiano ha reagito alla restrizione fisica in maniera egregia, ma vediamo quali reazioni psichiche si possono individuare in progressione e quali rimedi si possono apportare a tanta originale impresa.

In generale gli italiani hanno portato e porteranno in evoluzione le seguenti “posizioni psichiche” che per comodità esplicativa fisserò per settimane.

PRIMA SETTIMANA

All’annuncio della quarantena il “fantasma di morte” collettivo ha prodotto una notevole carica di “ansia” che in poco tempo si è evoluta benignamente nella “paura” attraverso l’opera di “razionalizzazione” della situazione logistica conseguente alla drammatica situazione clinica. L’ansia è una tensione nervosa, naturale e transitoria, che trova nella “paura” la consapevolezza della causa: l’oggetto giusto è la paura del contagio e la paura della morte. A questo punto è molto importante che la paura non traligni nell’angoscia. Quest’ultima è una reazione nervosa pesante e non ha oggetto consapevole, meglio, ha tanti oggetti che non sono consapevoli perché sono il risultato dei vissuti pregressi e sepolti nella memoria di ogni individuo nel corso dell’evoluzione psicofisica. L’angoscia è legata a filo doppio all’emersione del “fantasma di morte” e delle tensioni a suo tempo congelate, ma non può essere razionalizzata in quattro e quattrotto, per cui bisogna impedire a tutti i costi la riesumazione dei traumi e l’angoscia collegata. A questo compito terapeutico è adibito il gruppo con la sua carica di protezione e di rassicurazione, di fusione e di coesione. La prima settimana di quarantena serve a capire bene la situazione logistica in cui il gruppo si trova e la situazione psicologica conseguente alla minaccia di contagio e di morte e alla costrizione fisica imposta per legge. E’ una settimana di osservazione e per questo motivo ha un fascino ambiguo che va dalla curiosità alla titubanza.

SECONDA SETTIMANA

La seconda settimana si apre all’insegna del riconoscimento e della condivisione e appare il bisogno di “catarsi”, purificazione, al fine di evitare che le cariche nervose si possano convertire istericamente negli organi e nelle funzioni, al fine di non star male. Il gruppo si allarga e si consola e si identifica negli altri gruppi tramite il sentimento nazionale e l’esaltazione dell’italianità. Emergono come psicoterapia di gruppo le manifestazione della condivisione e gli strumenti dell’identificazione, come l’inno di Mameli e le canzoni classiche della musica leggera. La creatività e la fantasia sono in movimento insieme alle emozioni profonde del senso di appartenenza e cercano altri strumenti di rafforzamento del gruppo e di esorcismo dell’angoscia. E’ necessario pescare nella realtà di fatto e prendere coscienza degli attori protagonisti della nostra salvezza. E’ il tempo degli eroi e della valutazione oggettiva dei meriti e delle funzioni: il medico e l’infermiere emergono nella scala dei valori e del gradimento, lasciando in un gradino più basso gli scienziati che rassicurano e coordinano l’azione di salute e salvezza nazionale. Il popolo preferisce i prestatori d’opera, quelli che sono in trincea, che rischiano e che muoiono, ma non si dimentica dei fornai e delle commesse. I morti per il momento vengono rimossi, non considerati o dimenticati, perché riesumerebbero l’angoscia. Il governo è vissuto in maniera ambivalente come l’organo che mi protegge e mi costringe.

TERZA SETTIMANA

Nella terza settimana la Psiche collettiva matura un tratto paranoico e un tratto depressivo. E’ il momento più delicato per tutti quelli che aspettano il fausto evento della risoluzione del contagio e della sconfitta della morte. Ci si sente colpiti e perseguitati dal morbo e si reagisce con la perdita di quella calma necessaria al gruppo e di quella salvifica “razionalizzazione” che non deve mai mancare. Si perdono in parte il contatto con la realtà e l’uso del “principio di realtà” depositato nella funzione razionale del gruppo. Alla pulsione paranoica subentra la pulsione depressiva, il senso dell’impotenza e dell’incapacità, della perdita e della sconfitta di fronte alla minaccia del contagio e della morte. E’ una contingenza temporale e psichica veramente delicata. Si considerano con dolore le persone morte per coronavirus e i numeri sono vissuti come uomini e donne. L’anonimato della morte diventa un bisogno di chiarezza identitaria. E’ il tempo della sofferenza, del pianto e del senso di solitudine.

QUARTA SETTIMANA

Nella quarta settimana il gruppo ricorre ai “meccanismi psichici di difesa” dall’angoscia paranoica e depressiva attraverso il rafforzamento dell’identità nazionale e il processo di “sublimazione” dell’angoscia nella conversione religiosa. E’ il momento di ricorrere ai capi carismatici del gruppo e di trovare una motivazione civile, politica e miracolosa alla risoluzione del contagio. Il papa e il presidente della Repubblica sono i padri simbolici e costituiscono un rafforzamento notevole per il prosieguo del contenimento dell’angoscia. La restrizione nello spazio non ha più un valore protettivo, ma comincia a pesare nell’economia psichica e si presenta la sindrome ossessiva e fobica. Il gruppo sente vanificate le sue aspettative e ha bisogno di esplodere beneficamente convertendo la frustrazione e la rabbia nell’azione e nella trasgressione. Qualora non intercorrono dei rafforzamenti psichici, delle forme di solidarietà e delle prospettive benefiche, il gruppo reagisce con la disubbidienza perché vede vanificati i suoi sacrifici e la sua collaborazione a una situazione sanitaria ormai insostenibile. Alla frustrazione consegue aggressività.

Cosa si deve fare in tanta difficoltà?

Il gruppo deve trovare una quotidiana motivazione a procedere proprio operando una costante “razionalizzazione” tramite la figura del capo che immancabilmente si sarà costituito al suo interno. Non essendosi profilato in maniera netta il capo del gruppo nazionale italiano, analizziamo le abilità richieste al capo del piccolo gruppo, quello familiare, la cellula sociale dell’organismo collettivo.

Il capo deve contenere gli investimenti psichici e le aspettative dei membri del gruppo, deve capirli e dare una risposta chiara e solidale, ottimistica e protreptica, progettuale nell’immediato e nel breve.

Il capo deve costantemente rafforzare le motivazioni a resistere tramite suggestioni di originalità dell’evento e di orgoglio collettivo.

Il capo deve coinvolgere tutti i membri del gruppo secondo le loro abilità e competenze e deve favorire le loro pulsioni di affidamento e di fiducia.

Il capo deve essere generoso e preciso nell’individuare e censurare deroghe dal comportamento richiesto senza creare frustrazioni e tanto meno repressioni.

Il capo deve essere affettuoso, comprensivo, autorevole e non autoritario.

In un gruppo familiare ottimale di cinque persone questi attributi del capo si trovano facilmente nella figura materna.

Questo tipo di capo si definisce psicologicamente “genitale”.

Per il momento questo chiarimento può bastare. In seguito comunicherò i tratti psichici particolarmente critici dei gruppi, quelli che bisogna evitare o che bisogna risolvere.

Salvatore Vallone

Pieve di Soligo (TV), mercoledì 01 del mese di aprile dell’anno 2020

Prière

Seigneur,

mon bonjour commence avec une prière

et aujourd’hui elle est particulière.

Mon Dieu,

je te prie de ne pas nous laisser seuls,

tends ta main vers nous,

aides nos malades

et surveilles notre chemin….

Je te prie,

Dieu,

de nous donner un peu de sérenité.

Je ne pleure pas sur le temps qui est passé,

mais je vis le présent

et j’éspère qu’il sera mieux.

Il est arrivé le temps

que le monde confie en Toi

et commence à prier.

Le matin est le moment juste

pour dire Merci à Toi,

Merci à la vie,

Merci à celui qui est à coté de nous,

Merci à celui qui nous aime toujours,

Merci à tous les amis réels et virtuels

qui sont toujours présents.

Aujourd’hui je lève le regard vers le ciel

parce que je sais

que seulement de Toi arrive la bénédiction.

Je confie à Toi cette Italie

et toutes les autres nations dans ce moment difficile.

Nous avons toujours une grande force

et meme si la peur cherche à prédominer,

il faut choisir l’espoir.

Je te souhaite une bonne journée.

Beatrice

Siracusa, giovedì 19 del mese di Marzo dell’anno 2020

“CAMINAMU”

Dottor Vallone,

sono Inès.

Non riesco a stare in casa più di mezza giornata, poi devo uscire e prendere aria, altrimenti soffoco e vado fuori di testa. Prima non mi era capitato tutto questo.

Cosa mi sta succedendo e cosa posso fare?

CLAUSTROFOBIA & CLAUSTROFILIA

E’ una questione delicatissima e diffusa. Tante persone hanno maturato una “organizzazione psichica” a prevalenza fobica e non hanno mai avuto bisogno di ricorrere a una psicoterapia semplicemente perché hanno gestito la “paura” di stare in un luogo chiuso uscendo all’aria aperta e hanno trovato il loro equilibrio psicofisico con la consapevolezza che di tanto in tanto hanno bisogno d’aria.

Sto parlando di “paura” e non di “fobia”, sto parlando di quelle persone che magari non si sconvolgono la vita se non usano l’ascensore, di quelle persone che sentono crescere la tensione nervosa se si trovano in un luogo chiuso, al supermercato o in un centro commerciale, ma che non hanno avuto mai crisi di panico o somatizzazioni d’ansia ingestibili.

Sto parlando di noi tutti, perché tutti abbiamo elaborato e incamerato questo “tratto” psichico caratteristico, di qualità paranoica o persecutoria, sin dal secondo anno di vita, quando abbiamo sperimentato la nostra aggressività e la nostra sensibilità alla colpa, tutti abbiamo aggredito e ci siamo sentiti aggrediti. Questo “tratto” psichico si esalta nelle situazioni logistiche che provocano la sensazione di blocco fisico e di impossibilità a trovare una via di fuga. Nella situazione di disorientamento che stiamo vivendo a causa del pericolo di infezione da “coronavirus”, è oltremodo normale che ogni persona mette in gioco la sua formazione e la sua struttura psichiche. Ecco che vengono fuori e si esaltano i “tratti” psicologici che hanno particolarmente contraddistinto la nostra evoluzione psicofisica. Il rischio, che si corre dietro le sferzate dell’angoscia di morte destata dalla situazione in atto, si attesta nel tralignare della “paura” in “fobia”. La prima è assolutamente normale, oltre che salutare e benefica perché prepara alla giusta reazione. La “paura” evita di incorrere in pericoli e tutela la sopravvivenza di fronte a una situazione critica. La seconda, la “fobia”, è un disturbo psichico proprio perché la tensione nervosa è in eccesso e l’elaborazione mentale è andata al di là dell’oggetto giusto della “paura”. Nella “fobia” del chiuso, claustrofobia, convergono “fantasmi”, rappresentazioni mentali a forte intensità emotiva, che includono una serie di vissuti traumatici e conflittuali che scatena una “conversione isterica” delle tensioni in sovraccarico e ingestibili dal sistema psichico.

Inès non riesce a gestire l’economia nervosa prodotta dalla situazione in atto e il suo nucleo psichico e la sua angoscia si scaricano in questa insofferenza per il luogo chiuso.

Inès è chiamata a prendere coscienza del “fantasma di morte” e a “razionalizzare” l’angoscia scatenata dal permanere in casa.

Inès è chiamata a “razionalizzare” il suo “nucleo psichico paranoico” con la consapevolezza che lo Spazio non l’aggredisce e che lei non deve aggredirlo.

Inès deve “sublimare” la clastrofobia in claustrofilia, la paura parossistica in amore del luogo chiuso, magari rivivendo gli aspetti positivi dello stare in casa, come il senso di protezione e di benessere, come l’intimità erotica e la possibilità di esercitare gli affetti nella forma dell’amor proprio e del sentimento verso le persone care, come la libertà d’espressione e di comprensione, come tutto quello che Inès vorrà mettere in questo grande contenitore della sua casa reale e simbolica. La nostra Psiche ha tutti i requisiti e i “meccanismi” giusti per affrontare al meglio le drammatiche evenienze della vita e grazie alle sue proprietà camaleontiche di risoluzione e di adattamento. Andiamole a cercare e a scoprire. Abbiamo l’opportunità di crescere in poco tempo e nel breve saremo più grandi.

“CAMINAMU”

Abituata ad affrontare subito i problemi pensando, cercando soluzioni, agendo, facendo cose, oggi mi sento spiazzata… e adesso cosa faccio se non posso fare, non posso andare… Dovrei solo riuscire ad andare oltre me stessa e riuscire a vedere le cose in modo diverso, a non farmi sovrastare dall’ansia del non poter fare.”

Prima eravamo nevrotici. La nevrosi è stata di moda. Chi non l’aveva correva il rischio di essere ripudiato. Così cantava Adriano il grande. Adesso siamo normali. Mai stati così normali, neanche nel dopoguerra, quando mia madre cucinava le bucce delle patate e i baccelli dei piselli.

Che minestre, cara amica!

Lascia che sia. Let it be. Ascolta i Beatles.

Se vai oltre te stessa, cadi nella sopravvivenza. Non essere violenta. Non andare sopra la vita. Non sei una dea onnipotente e meno male. Vivi quello che non hai mai vissuto, la libertà di gestire il Tempo come una fisarmonica: allargalo e contrailo. “Rientra in te stessa”, dice il saggio Siddharta Gautama. “Conosci te stessa” suggerisce lo scansafatiche Socrate.

L’ansia è vita, è vitalità. La paura ci sta. L’angoscia è da evitare come la peste.

Che bello avere finalmente la consapevolezza e la potenza del “non poter fare”!

Oggi ho paura, ma non capisco se di quello che c’è fuori o di quello che sento dentro…”

La paura ci sta e ci sta bene perché fa solo bene. La paura è dentro di noi ed è legata a un oggetto specifico. Curiamola con amore, accarezziamola con devozione come se fosse una preghiera laica e civile, ringraziamola perché ci rende umani e non divini, fragili e liberi dall’onnipotenza.

Viva, viva la Paura!

Fuori c’è un virus birichino che fa le sue cose secondo Natura. Noi non vogliamo ammetterlo alla nostra amicizia e tanto meno alla nostra tavola. Che se stia a casa sua anche se gli abbiamo in qualche modo rotto i coglioni. Ma non lo faremo più e dopo attrezzeremo anche gli ospedali e spenderemo tanti bei soldini per la Ricerca, per la Scienza e non per andare al Centro commerciale a comprare l’inutilità mortale nelle buste di plastica.

Mi spaventa non avere soluzioni da dare ai miei anziani genitori che sono spaventati e ancor più fragili in questo frangente.”

Se li hai adottati e li curi, quali altre soluzioni vuoi dare. Dialoga e ascoltali, falli parlare in maniera che scaricano le tensioni e restano connessi alla realtà, cazzeggia con loro, l’ironia fa bene a tutti. Anche loro reagiscono a questo frangente storico secondo le loro coordinate psichiche.

Ma sai cosa ti dico?

Attenta ai sensi di colpa!

Non ti servono, più che mai adesso. Lo sai che i genitori scatenano sensi di colpa. E’ una prerogativa e una specialità che i figli hanno donato loro. La fragilità è un onore e un vantaggio nel contesto drammatico che stiamo vivendo. Il “fantasma di morte” agisce in maniera più incisiva nei giovani e nelle folle, piuttosto che negli anziani che hanno in qualche modo maggiore confidenza con la partenza e il distacco.

Mi spaventano anche le cose futili e inutili: il parrucchiere ha chiuso e dovrò fare i conti con i capelli bianchi e sarò costretta a pensare alla vecchiaia, la mia! non solo a quella dei genitori o a quella che ho visto portarsi via i miei nonni, i miei zii. Ora tocca a me e dovrò pensare anche a questo.”

Tutto ciò che ci appartiene è importante perché è nostro, anche i capelli bianchi e il pensiero della vecchiaia con la paura annessa.

A cosa ti serve il “fantasma di morte”?

Sicuramente a stare male e a non pensare nella maniera giusta che la vita è adesso e che ti offre nella sua drammaticità un’opportunità interessante di crescita e di maturazione.

Sai quante discussioni farai con gli amici dopo la tempesta?

Sai quante riflessioni si possono fare dopo trenta anni di pressapochismo e di ignoranza nel nostro Belpaese?

Sai quanti ospedali faremo costruire e attrezzare fra qualche mese?

Sai quante evoluzioni faremo dopo l’impatto con la possibilità della morte e la ferocia del microcosmo di un virus?

L’evoluzione psichica richiede il suo tempo, ma quella culturale e politica avverrà nel breve tempo. Anche la visione della vita e del vivere sarà rivista e adeguata a queste esperienze vissute. Se ti angosci, ti impedisci di riflettere, di capire e di cambiare. Razionalizza i tuoi “fantasmi” e poi rimettili nel posto dove li hai trovati, così come puoi fare per passare il tempo con quei cassetti ripieni di fotografie e ricolmi di cianfrusaglie.

… Già mi mancano le giornate che “avevano solo 24 ore”.

Il dì e la notte non sono cambiati, sono sempre là, sono ancora dentro la rotazione della Terra. Il Sole è sempre dentro il suo sistema e dentro la sua casa, quella via fatta del latte di Era appena munto e sprizzato dal vivace Eracle. La Natura e il Cosmo vanno avanti con i loro progetti e non si affidano al Fato o alle acrobazie del circo cinese e americano, procedono secondo la loro Ragione, sviluppano le loro Logiche meccaniche, realizzano le loro finalità. Siamo noi uomini dalle mille ambivalenze e dalle tante ignoranze che stiamo cambiando. Questa benefica evoluzione non deve essere bloccata, dobbiamo curare la presa di coscienza che l’eccezionalità del momento induce e instilla, dobbiamo usare più che mai la testa e non la pancia, dobbiamo ridimensionare quella concupiscenza del ventre che Platone assegnava agli ignoranti della Verità, i mercanti e i produttori, la folla dei bisognosi e la massa dei sudditi. Le paure sono “resistenze” all’auto-consapevolezza e “resistenze” all’afflusso dei nostri “fantasmi” rimossi. E’ il momento di tirare fuori tutto quello che emerge dalle nostre profondità psicofisiche con decisione e senza ritegno. Abbiamo davanti tante “24 ore” per migliorarci e per sentire il bisogno degli altri, più che mai adesso che siamo costretti a tenerli lontani.

Nel tempo “spensierato”, durante le serate con gli amici, quanti discorsi teorici sulla “decrescita felice” che facevamo dall’alto delle nostre certezze e sicurezze. Eccoci accontentati! Abbiamo l’occasione per sperimentarlo… ma sarà davvero “felice”!

La “decrescita felice” sarà meglio discussa dopo questa esperienza drammatica, imprevista più che imprevedibile. Gli amici non faranno più discorsi teorici di alta scuola dopo quello che stanno vivendo. Le certezze e le sicurezze hanno toccato il basso, ma un basso tanto basso che più basso non si può. L’Etica, possibilmente quella venata di un laico Calvinismo, applicata all’Economia e alla Sociologia, dopo la strizza al culo del “coronavirus” o dell’assassino invisibile, ci dirà che la Felicità è in primo luogo una dimensione interiore che deve sposarsi prima o poi con la Ragione. E’ necessario un nuovo Rinascimento che metta la Natura al centro dell’universo e l’Uomo come sua parte, un uomo consapevole di essere più che mai “faber et arbiter fortunae suae”, un Rinascimento che si sposi con un nuovo Illuminismo, un’età dei Lumi arredata dalla sua bella e buona Ragione che dirime e dirige tutti i processi umani. E allora potrà arrivare a noi tutti, dopo aver esercitato il sacrosanto diritto di voto, anche il premio Nobel per tanta rivoluzione culturale. Basterebbe leggere il Marx dei “Manoscritti economici e filosofici”, quello giovane e pieno di entusiasmi antimetafisici e nobilmente materialistici, per cominciare a meditare sull’autogestione dei bisogni e sulla dose etica della proprietà pubblica e privata. Se non rimuoveremo l’esperienza psichica in atto e se non cadremo nelle spire degli incantatori di serpenti che dai media circuiscono i tontoloni, la rivoluzione felice potrà iniziare sotto la buona stella del pericolo corso e mai tramontato.

Intanto ho iniziato il mio primo giorno di pandemia con qualche lacrima dettata dall’ansia e mi attacco, come ad una fede, al mantra “andrà tutto bene! andrà tutto bene! andrà tutto bene!”…. ma andrà davvero tutto bene?”

Il Virus ritornerà nei suoi ambiti microcosmici, la Scienza scoprirà come addomesticarlo, l’Umanità riscoprirà la sua giusta dimensione di fronte alla Natura offesa e umiliata, la Politica farà le scelte giuste per il cittadino. Purtroppo la Psicologia continuerà a essere subalterna a tutte le altre discipline e la Psicoanalisi si divertirà a cazzeggiare con i suoi castelli in aria. La Vita continuerà la sua evoluzione e Darwin sorriderà sornione dietro le nuvole del cielo di questo Marzo così originale e così cagone. Le lacrime vanno sempre bene perché sono salate e qualsiasi minestra ha bisogno di sale per essere gustosa. Attacchiamoci a tutti i mantra e a tutte le sacralità catartiche perché

TUTTO ANDRA’ BENE PERCHE’ ANDRA’ COME NATURA ESIGE CHE VADA.

E TUTTO ANDRA’ SECONDO LA NECESSITA’ LOGICA DELLA NATURA E NEL PIENO RISPETTO DELLE LEGGI CHE REGOLANO IL SUO MECCANICISMO E IL SUO FINALISMO.

Questa garanzia è l’unica consolazione che ci solleva: “natura non procedit per saltus”: il principio greco dell’uniformità della Natura che esige il possesso di un iter che l’uomo può conoscere e prevedere tramite la SCIENZA.

Attualmente siamo tutti in fuga dal virus o lo stiamo bastonando per renderlo innocuo. La sua materia e il suo progetto in parte ci sfuggono, sappiamo che può farci tanto male, ma indubbiamente ha una grande bellezza dentro e merita tanto di cappello. Quando i ricercatori lo conosceranno ben bene, sarà un buon convivente come tutti i suoi fratelli che si sono presentati e che abbiamo esorcizzato nella loro cattiveria sin dall’età del vaccino e della farmacologia.

Intanto buona lettura del Decameron del Boccaccio, della Peste di Camus, dei Promessi sposi di Manzoni, dei Buddenbrook di Mann. Anche un buon Topolino aiuta a vivere una giornata strana perché naturale. Se ami le ampie volute del tuo divano, le commedie di Eduardo De Filippo sono indicate per sorridere e sorriderci sopra.

Io sto rileggendo Epicuro.

Grazie, Stefania!

“COMUNQUE ANDARE” O “AMOR FATI”

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Alle ore 11.26 del giorno 17 luglio dell’anno 2016 la canzone “Comunque andare”, interpretata da Alessandra Amoroso e scritta insieme a Elisa, altra valente cantautrice, aveva registrato su “facebook” 33.893.599 visualizzazioni. Sono rimasto due volte colpito. Il primo scossone me l’ha dato l’ascolto di questa canzone magistralmente eseguita dalla fascinosa voce dell’Alessandra Amoroso, il secondo scossone è venuto dal numero elevato di fruitori. Mi sono chiesto da cosa potesse dipendere tanto ascolto e, tralasciando i tanti meccanismi di diffusione pubblicitaria, ho rivolto l’attenzione al testo, ai fantasmi che poteva contenere e scatenare negli ignari ascoltatori. Ho rilevato che il testo della canzone ha una sua logica consequenziale e discorsiva. Tratta della scelta esistenziale di riscattarsi dal dolore del passato e di vivere intensamente le varie esperienze del presente sotto l’egida dell’amore: una strategia di vita, un riscatto dal dolore, una visione ottimistica. Questo contenuto è espresso in una valenza gradevolmente “ermetica” e si snoda dinamicamente tra “significato” e “significante”, comunica una trama di grande interesse lasciando a chi ascolta la possibilità di riversare nel testo letterario e nel contesto musicale del materiale psichico personale, il “significante” per l’appunto. “Comunque andare” può essere, quindi, considerata una canzone poetica molto ricettiva perché consente all’ascoltatore di trovarsi dentro una situazione di vita conflittuale e segnata da un amore in atto e vissuto in una cornice ottimistica dell’uomo e dell’esistenza. Ho pensato, allora, di trattare il testo come un “sogno a occhi aperti”, una “fantasticheria” poetica molto prossima alla realtà, un prodotto psichico con i suoi “fantasmi” che provocano e riverberano fantasmi altrui facendo eco e creando fascino e tanto ascolto. Alla particolare struttura psico-poetica del testo bisogna aggiungere il veicolo fortemente emotivo della musica, dei personaggi Amoroso ed Elisa, della diffusione capillare e organizzata. A questo punto non resta che procedere nella decodificazione del “sogno a occhi aperti” che fa sognare, sempre “a occhi aperti”, milioni di persone che lo ascoltano in ritmo musicale e offerto da una bella presenza e da una poderosa voce. Procedo nel cogliere la psicodinamica e i “fantasmi”, i responsabili profondi del coinvolgimento emotivo, a riprova che a livello psichico esiste una buona democrazia e una giusta tirannia: ognuno viene pilotato dal testo e ci mette del suo materiale psichico. Del resto, l’uomo è un animale condizionato sin dal grembo e può aspirare soltanto a una libertà condizionata.

“Comunque andare”: “amor fati”, amore del proprio destino di uomini, accettazione consapevole dell’essenza umana e altrettanto consapevole esercizio del vivere in maniera attiva e fattiva, una vita non spericolata alla Vasco Rossi, ma sicuramente aliena da noia e da depressione: una vita da protagonista. “Homo faber suae fortunae”, l’uomo è artefice del proprio destino, secondo la lezione psico-culturale del Rinascimento italiano.

“Anche quando ti senti morire”: ecco l’istanza psichica depressiva, il “fantasma di perdita”, il morire in vita, l’impedimento a far nascere dalla propria interiorità i progetti pensati e le parti migliori di sé, l’angoscia di non sapere dare realtà a ciò che ancora di noi stessi non è nato e che aspira ardentemente a vedere la luce.

“Per non restare a fare niente aspettando la fine”: si precisa ulteriormente il “fantasma depressivo della perdita”, l’inerzia del nulla in attesa della morte, la fine temporale del vivere senza investire la naturale “libido”. E’ una meravigliosa sintesi clinica della depressione. Facciamo le cose che ci sono da fare in questa vita: questa è una buona psicoterapia.

“Andare perché ferma non sai stare”: contro la pulsione depressiva e contro l’angoscia di perdita si conferma la risoluzione del “fantasma” nell’agire e nel fare, nel trionfo risolutivo del vivere investendo le migliori energie.

“Ti ostinerai a cercare la luce sul fondo delle cose”: la “luce” condensa la razionalità, il senso logico della propria realtà, la visione ottimistica della vita: il “divino umano”. La “luce” scruta il “fondo” profondo e lo illumina, la “luce” rischiara il materiale psichico profondo e rimosso, la “luce” avvolge i vissuti caratteristici del vivere e dell’essere uomini. La “luce” è in alto, ma scende a illuminare l’essenza della realtà e l’importanza della materia. La “luce” è una tenace ricerca della “coscienza di sé” attraverso la reintegrazione delle parti psichiche profonde e non adeguatamente riconosciute.

“Comunque andare”: “amor fati”, amor proprio, amorosa cura di se stessi e del proprio destino, “la cura” di Franco Battiato, l’investimento gradevole e salutare della propria “libido”.

“Anche solo per capire”: la vita vale la pena di essere vissuta anche per la consapevolezza di se stessi e per la comprensione della realtà. “Capire” condensa il senso e il significato, il metter dentro di noi e il prendere, un “capire carpire” con una valenza intellettiva. La ricerca della razionalizzazione e dell’integrazione del “fantasma di perdita” continua con l’incalzare del registro musicale e del gioco delle tonalità.

“O per non capirci niente”: una forma di comprensione, la coscienza dell’impossibilità di cogliere la verità, quella verità che si nasconde sempre e che si deve disoccultare, quella verità che può anche non venire alla luce. La consapevolezza di sé è risolutiva anche nell’ignorare. Il “saper di non sapere”, di socratica memoria e antitetico all’arroganza intellettuale dei Sofisti, è una consapevolezza propedeutica a una migliore “coscienza di sé”. La parola “verità” si collega etimologicamente al greco “aletheia” e si traduce “senza nascondimento”. La verità, quindi, si nasconde e spetta all’uomo toglierle il velo, quel “velo di Maia” che la copre e la confonde e di cui scrisse Schopenhauer. Quant’è faticosa la strada che porta all’autocoscienza!

“Però all’amore poter dire ho vissuto nel tuo nome”: un tema apparentemente obsoleto quello dell’amore, ma che s’inserisce molto bene nel contesto musical poetico. L’amore simbolicamente equivale alla fusione psicofisica, alla comprensione emotiva e non necessariamente logica, al senso di abbracciare, alla “libido genitale” del dare con piacere e trasporto, al coinvolgere e comprendere. “Eros” prevale su “Thanatos”, il piacere dell’aver un buon demone dentro, “eudaimonia”, supera il dolore e l’angoscia. Inoltre, il vivere nel suo “nome” appare simbolicamente inquietante, dal momento che viene battezzato il senso della vita. “Sia santificato il tuo nome”: il nome al posto di una filosofia di vita e di un riconoscimento dell’altro, il culto della “pietas” come valore di vita. In effetti, l’amore evocato è l’amore di se stessi e del proprio destino, “amor fati”. Quanti aspettavano un uomo in carne e ossa per Alessandra e per Elisa restano delusi, ma il testo non è banale, come banali non sono le donne che l’hanno concepito.

“E ballare”: la terapia del fare, l’investimento della “libido”, l’isteria del vivere. Il “ballo” è la condensazione simbolica dell’armonia psichica in riferimento all’unità “psiche-soma”, il nostro “tutto” quotidiano. Il “ballare” è una scarica purificatrice, una “catarsi” aristotelica delle angosce che contraddistinguono l’essere umano nella sua evoluzione psichica ed esistenziale. “Ballare” è sensazione di leggerezza e di armonia nei movimenti del corpo e nei voli della mente. “Ballare” evoca il culto di Dioniso nell’antica Grecia del sesto secolo “ante Cristum natum” e la variazione dello stato di coscienza legato al movimento ritmico.

“E sudare sotto il sole”: s’intensifica la valenza catartica dell’angoscia nella conversione isterica del sudore, della nobilitazione dell’ansia e della “sublimazione “della paura, un meccanismo psichico di difesa naturalmente disponibile nella sua immediatezza ed efficacia. “Sudare sotto il sole” ha un nesso logico consequenziale, dal momento che il calore del secondo favorisce l’effetto del primo, ma ha soprattutto ha un nesso simbolico nell’esprimere poeticamente l’atto faticoso del vivere nella consapevolezza di sé e della propria realtà. Il “sole” resta sempre il simbolo della luce razionale, della consapevolezza dell’”Io”, del principio di realtà e della realtà psichica in atto.

“Non m’importa se mi brucio la pelle”: un richiamo alla “libido epiteliale, “la pelle”, in funzione di un eccesso di vitalità e di lucidità. La “pelle” bruciata rievoca l’intensità del vivere in base al “comunque andare”, ma mentre quest’ultimo in precedenza era un naturale andare in onore all’amore del proprio destino di vivente, adesso il “comunque andare” si è esaltato in una vita intensamente vissuta. “Non importa” la conseguenza sulla pelle, “transeat”, passi pure, sia concessa in deroga ai divieti e ai dettami morali del “Super-Io”, perché la pelle bruciata sa di esperienza affettiva ed erotica, di un affidamento a se stessi e alla vita dei sensi.

“Se brucio i secondi, le ore”: s’introduce il tempo, il “fantasma del tempo” nella sua valenza positiva, il concetto particolare di tempo antidepressivo, quello che non incorre in processi di perdita, il tempo fatto di “secondi”, l’immediato del “carpe diem” e l’eternità psichica del “momentum”, e il tempo storico, “le ore”, quello della continuità, dell’esercizio della vita e dell’affettività. In precedenza ha bruciato la pelle e il suo erotismo, adesso è naturale vivere con la stessa intensità il tempo nel suo scorrere e nel suo fermarsi, nella storia e nell’attimo.

“M’importa se mi vedi e cosa vedi”: si presenta apparentemente “l’altro da sé”, la realtà esterna fatta di cose e soprattutto di persone. In effetti si tratta di una proiezione di se stessa, delle parti psichiche rimosse e conflittuali. La vista arriva come il senso giusto dopo il tatto esaltato dal sole che brucia. L’investimento libidico su se stessa è stato fatto e il riscontro è quasi necessario: “mi vedo e cosa vedo”. Cosa ho allucinato di me stessa? Come ho esaltato la mia consapevolezza? Mi sono accorta che esisto per me? E ancora… le domande fatidiche e gettonatissime: cosa mi sembra e cosa mi piace di me? Importante parlare di me, di come mi vedo e di cosa vedo, sempre di me. La relazione amorosa con se stessa è servita da Alessandra e da Elisa su un piatto simbolico d’argento: un investimento di “libido” maturativa più che narcisistica, una forma di “amor proprio” più che un egocentrismo, un amore gratificante e gaudente verso se stessa.

“Sono qui davanti a te”: l’offerta di sé a se stessa si completa, la “libido” si esalta nell’amor proprio, la seduzione erotica si allarga al corpo che si fa vedere e si dispone. “Redde rationem!” Adesso “rendimi conto” di quello che hai investito e seminato in riguardo a te stessa. Così avrebbero detto gli antichi Romani in un impeto di sicurezza. Dopo titubanze e conflitti la disposizione e l’offerta si esplicitano nella loro completezza. Il “sono qui davanti a te” evoca il fantasma dell’offerta sacrale, non certo sacrificale, del proprio “corpo-mente”, il senso della preziosità dell’oggetto e della sua delicatezza nello stesso tempo. Importante non fuggire da sé e dalla presa di coscienza delle parti psichiche emergenti dal profondo. “Sono qui davanti a te” non tratta dell’uomo giusto secondo natura e secondo cultura, ma di se stessa con se stessa e condensa anche l’ambivalenza dell’essere indifesa e dell’essere sicura, un “timore e tremore” insieme a un “eccomi tutta per me” per prendere coscienza del mio “fantasma di perdita” rimosso e per integrarlo nella mia persona.

“Coi miei bagagli ho radunato paure e desideri”: il quadro emotivo si esplicita nei simboli del “bagaglio”, della “paura” e del “desiderio”. Il “bagaglio” rappresenta la “resistenza”, il materiale psichico che impedisce l’autocoscienza, il peso della vita nella consapevolezza, l’impegnativo peso dell’autocoscienza, quel “sapere di sè” che coinvolge e responsabilizza specialmente nella vita relazionale. La “paura” condensa la giusta emozione legata sempre alla consapevolezza della propria irripetibile individualità che viene sondata, una tensione consapevole in riguardo a un oggetto preciso, un oggetto interiore. Il “desiderio” scende etimologicamente dalle stelle, de sideribus”, e rappresenta la concretizzazione materiale di vissuti e sensazioni sublimate in precedenza per senso d’indegnità o per una naturale insicurezza. Mettiamo simbolicamente in cielo e in attesa di viverlo tutto ciò a cui aspiriamo e che vogliamo vivere. La partita si gioca sempre tra i poli psichici dei naturali conflitti con se stessi, il valore e la dignità, la coscienza e la capacità.

“Comunque andare”: ritorna per esigenza dell’insieme “testo-musica” la cura amorosa di se stessi e del proprio equilibrio psicofisico, una sollecitazione terapeutica che impone di non incorrere in processi depressivi di perdita.

“Anche quando ti senti svanire”: nei precedenti versi era “morire”, adesso si è evoluto malignamente in “svanire” per attestare che il testo ha un sottofondo psichico pessimistico, un sottobosco crepuscolare. Decisamente si tratta di un peggiorativo a livello di fantasma, perché lo “svanire” si attesta in un consistente “fantasma di morte” associato a un profondo e filosofico “nichilismo”. “Svanire” condensa la “vanitas vanitatum”, la concezione della vita come “vanità delle vanità”, come vuoto, come nulla, come assenza di un progetto e, quindi, impossibilità d’investimenti dell’energia vitale, la “libido”. La depressione più bieca si presenta nel “quando ti senti svanire” sotto la forma di nullificazione della vitalità.

“Non saperti risparmiare”: ecco l’antidoto alla depressione che bussa alla porta. Ecco la soluzione alla “vanità delle vanità”: investire al massimo e vivere alla grande. Non si tratta di generosità nei riguardi del prossimo, bensì di una scelta di vita che vuole la realizzazione del proprio “sé” attraverso l’agire e il fare. Si tratta di amor proprio, quel buon “sentire di sé” che sta nel mezzo tra l’egoismo e il narcisismo. Il “non saperti risparmiare” arriva all’isteria del vivere? Certamente evoca un benefico coinvolgimento orgasmico che allieta la vita di chi sa coinvolgersi e non lesinarsi con il metro di un modesto ragioniere.

“Ma giocartela fino alla fine”: ecco in gergo giovanile quanto detto prima in termini aulici. Il linguaggio popolare ha una formidabile capacità di sintesi e di resa psichica. La vita è un gioco e chi gioca rischia ma gode in ogni caso. Chi vive intensamente da qualche parte arriva sempre. La simbologia del “gioco” contiene anche le relazioni sociali di vario tipo e di vario genere, un gioco che può tralignare nella truffa, un gioco che può sublimarsi nel capolavoro. La tenacia del “fino alla fine” attesta di una volitività incredibile e classica delle persone che hanno maturato una buona autostima attraverso la sofferenza. La “fine” è intesa come il termine temporale di ogni singola azione e singolo progetto, ma anche come il processo naturale della fine della vita, la morte.

“E allora andare”: ritorna la formula dell’”amor fati” a confermare che la soluzione vincente per ogni uomo è vivere la vita intensamente giocando sempre e fino alla fine. Questa è la verità esistenziale!

“Che le spine si fanno sfilare”: una bellissima immagine e una buona metafora. Si tratta di una simbologia mista: da un lato fallica e dall’altro lato sensoriale, l’organo sessuale maschile e il sentimento sensuale del dolore. E’ ridotta la valenza erotica sessuale a vantaggio di quella sensoriale, emotiva e sentimentale. Il dolore passa e si risolve, il vivere e l’agire aiutano a non soffrire. I conflitti più acerbi si risolvono e senza grande danno. Si tratta della “sublimazione” di una simbologia sessuale verso sfere prevalentemente affettive, i dolori del cuore, le sofferenze dell’anima, le ferite psichiche da cicatrizzare.

“E se chiudo gli occhi sono rose”: per l’appunto, come si diceva in precedenza, al dolore subentra la consapevolezza e la crescita personale, all’oggetto parziale, la “spina”, subentra l’oggetto totale, la “rosa”, che resta a testimoniare dell’esperienza dolorosa vissuta ma con un senso compiuto. Ogni esperienza serve a farti crescere. La figura retorica della “sineddoche”, “spine-rosa”, è tanto opportuna quanto poetica. L’atto del “chiudere gli occhi” attesta simbolicamente di una volontaria sospensione della vigilanza razionale per adire a un abbandono alla vita crepuscolare della mente e all’esaltazione dei sensi.

“E il profumo che mi rimane”: non è ancora finita la compensazione psicofisica, perché le rose hanno anche un profumo, un buon profumo che resta a ricordare l’esperienza vissuta, sublimata e positivizzata. Il profumo è simbolicamente eccitazione sensoriale e traslazione di una presenza. Dalla “spina- dolore” alla “rosa- amore” e al “profumo- ricordo”: così si snoda la vita.

“Voglio ballare e sudare sotto il sole”: ritorna il vivere intensamente e l’isteria del vivere con la piena consapevolezza. Il “sole” fa sudare e illumina, un’apparente contraddizione, una buona convivenza simbolica che produce fascino nella combinazione delle figure retoriche e dei simboli, “ballare”, “sudare”, “sole”: vivere forte, vivere intenso, sapere di sé. Questa è una triade dialetticamente efficace.

“Non m’importa se mi brucio la pelle”: ritorna l’erotismo epiteliale, la “libido” vissuta e incentrata tra la consapevolezza e l’eccesso, l’abbandono e l’affidamento. La fallacia e l’errore, del resto, sono attributi umanissimi.

“Se brucio i secondi, le ore”: il tema del tempo, della vita che scorre e deve essere vissuta nell’attimo, i “secondi”, il “breve eterno” psichico, o nel trascorrere storico e istituzionalizzato delle “ore”. Una storia d’amore s’inanella tra l’uno e l’altro, mente una storia di sesso si svolge nell’attimo e non ha memoria, altrimenti richiama la sofferenza della nostalgia perché il presente è avaro di stimoli.

“M’importa se mi vedi e cosa vedi”: ehi, tu! Come mi vivi? Cosa t’interessa di me? Cosa ti fa impazzire di me? Io sono tanta e tante cose, ma tu quali parti di me prediligi? In che cosa ti colpisco, ti abbaglio, ti ammalio? Per me è molto importante sapere di me. Per me è essenziale non essere trasparente o tanto meno ignorata da me stessa. Tu dimmi, parlami, inondami di sguardi, regalami parole, tutte quelle parole e tutti quegli sguardi di cui io ho bisogno per fidarmi di me stessa e per affidarmi a me stessa. Questo sembra essere “l’altro da sé”, la realtà esterna fatta di cose e di persone, ma, in effetti, si tratta delle parti psichiche estromesse e conflittuali dell’Io, le parti psichiche alienate e che non hanno ancora visto la consapevolezza. La vista è il senso giusto per compattare la “coscienza di sé”. La storia psichica è completa e pronta per la complicità e la seduzione.

“Sono qui davanti a te”: un’offerta di sé a se stessa che sa di sacro e di profano. Sacro è il dono di sé, l’offerta totale e l’esposizione acritica per acquisire le parti conflittuali e rifiutate di se stessa; profano è il sotteso, quello che s’intende ma che ancora non si dice. La cultura occidentale e le religioni monoteistiche fanno fatica a concepire il sacro nella materia, ma questa immagine del “sono qui davanti a te” è altamente mistica, una teologia della materia, del corpo, del culto del corpo ossia l’erotismo. Il verso si corregge con “sono qui davanti a me” per superare le mie resistenze a incarnare l’autocoscienza.

“Coi miei bagagli ho radunato paure e desideri”: appunto,” sono qui davanti a me” con tutti i miei conflitti psichici, con tutte le zavorre culturali, con tutto quello che ha impedito la mia consapevolezza, con tutte le mie resistenze. Io mi offro le mie debolezze e le mie ambizioni, quello che ho temuto e temo, quello che ho voluto e voglio: la mia dimensione umana nei versanti più personali e interiori. Io mi offro tutto ciò che scende dalle stelle e che non ha trovato le parole giuste per dirlo per la maledetta paura di non essere capita e accolta.

“Comunque andare”: in ogni caso bisogna vivere e vivere al meglio possibile, vivere dentro e fuori il migliore dei mondi possibili.

“Perché ferma non so stare”: non amo l’indolenza e l’accidia, mi piace agire, fare e brigare. La depressione non fa per me. La sensibilità alla perdita rientra nella mia formazione psichica e per questo devo riconoscerla e tenerla sotto controllo come una parte naturale di me. Il “fantasma di perdita” va riconosciuto e controllato o meglio ancora sublimato nella sensibilità estetica, nella musica e nell’arte per esempio. Ma guarda caso!

“In piedi a notte fonda sai che mi farò trovare”: ecco che si disocculta ciò che si era intravisto, supposto e immaginato, l’uomo da amare, l’uomo che verrà a notte fonda e la troverà disponibile a essere per lui: un amplesso totale. Ma quest’uomo è la parte rimossa di lei che diventa consapevole. La notte rappresenta il crepuscolo della coscienza, l’assenza di ragione, il massimo di emozione, il trionfo neurovegetativo. In tutto questo tripudio lei sarà presente nel lasciarsi andare dopo il “sole”, dopo aver sudato e agito tanto, finalmente si rilasserà. C’è un contrasto tra “in piedi”, la vigilanza dell’Io, e la “notte fonda”, la dimensione psichica profonda e inconsapevole. La ricerca dell’autenticità e della completezza psicofisica passa attraverso un investimento d’amore su se stessa dopo essersi posta come oggetto di conquista. Amo il mio destino nella compattezza psichica, nella luce e nelle tenebre. La psiche si è integrata nelle parti rifiutate e rimosse, nelle parti conflittuali ed estromesse per difesa.

“E voglio ballare e sudare sotto il sole”: adesso è tempo di godere di sé. “Nunc bibendum est !” Il rito dionisiaco si può vivere in piena consapevolezza. Per il resto si tratta di una ripetizione funzionale al registro musicale, di un rafforzamento del vissuto e dell’induzione di un “significante” nel fruitore. Chi ascolta capisce, si commuove, rievoca, riempie il recipiente vuoto con i suoi vissuti.

“Non m’importa se mi brucio la pelle”: adesso si può anche azzardare, vivere le esperienze giuste con pienezza di presenza e di partecipazione, senza bagagli, senza paure e senza quei desideri che sono scesi dalle stelle e si sono realizzati.

“se brucio i secondi, le ore”: anche il tempo si può vivere pienamente e intensamente nelle sue sfaccettature storiche ed eterne, nelle sue dimensioni mediate e immediate, nelle “ore” e nei “secondi”.

“E voglio sperare quando non c’è più niente da fare”: “in extremis” si recupera e si manifesta ancora il “fantasma depressivo della perdita”, il “fantasma di morte” con cui il testo della canzone, il “sogno a occhi aperti”, la poesia, la “fantasticheria” è iniziata e con cui ha fatto l’amore entrando e uscendo da quel contesto psichico pessimistico, ponendo e risolvendo l’angoscia della perdita e della solitudine. Lo “sperare” è l’ultimo atto affermativo di fronte all’improvvida e infausta caduta nel “nulla eterno”, “quando non c’è più niente da fare”. Particolarmente intrigante ma altamente umana è questa dialettica tra la pulsione affermativa e la pulsione distruttiva, una psicodinamica che si sviluppa tra opposti e nella coincidenza degli opposti, rievocando umane debolezze e sicure virtù. Il simbolo “sperare” attesta la mortificazione degli investimenti della “libido”, l’affidamento acritico, la debolezza dell’Io, la dipendenza psicofisica, la crisi dell’autonomia psichica. Decisamente questo è il verso psicologicamente più critico del componimento di Elisa e Alessandra, ma resta sempre alta la proprietà del testo di dare a chi ascolta la possibilità di catapultarsi con l’emozione in una obsoleta dimensione di teatrale sofferenza. Si prova più gusto a soffrire che a godere.

“Voglio essere migliore finché ci sei tu”: ecco la giustificazione e la compensazione a tanto supposto disastro esistenziale. L’investimento affettivo e amoroso su se stessi rende migliori. La “libido” è nella fase matura dell’evoluzione psichica proprio dopo aver recuperato se stessi nella propria interiorità e completezza.

“E perché ci sei tu da amare”: sembra una caduta nel tema obsoleto delle canzoni e invece si tratta del recupero di sé e della giusta motivazione all’investimento della “libido” su se stessi in primo luogo. Di poi, si potrà amare “l’altro da sé”, la tanto attesa figura e la supposta persona.

“Dimmi se mi vedi e cosa vedi”: ritorna l’introspezione e l’autoanalisi.

“Mentre ti sorrido io coi miei difetti”: l’autoironia non guasta mai, così come la comprensione dei propri limiti e delle inevitabili mancanze. Il sorridere equivale simbolicamente alla compiacenza di chi si conosce nei meandri più segreti e ha potuto sperimentare la precarietà e la debolezza per farne la propria forza.

“Ho radunato paure e desideri”: per conoscersi ha dovuto vincere le sue resistenze, quelle false idee e convinzioni su se stessa che occultano la verità.

Bravissime le nostre formidabili donne!

In conclusione si può affermare che la decodificazione del testo di una complessa e gradevole canzone di musica, detta leggera ma che tanto leggera non è, ha colto la psicodinamica della reintegrazione psichica da parte dell’”Io” di parti conflittuali rimosse e nello specifico del “fantasma di perdita”. Il successo è legato a tanti fattori, ma in primo luogo all’evocazione profonda di pulsioni attrattive legate al rimescolamento dei fantasmi che formano la struttura della nostra storia psicofisica. Nel congedare questa ricerca invito il mio affezionato e paziente lettore a riascoltare la canzone per sentire l’effetto che fa dopo aver saputo della profondità del testo.