AMACA

Dondolo.

Luce nel cielo,

profumo dalla terra.

Uno scricchiolio

desta le mie paure.

Nella tempesta

non si può temere una goccia.

Lucia

DALLA BOCCA … NESSUN SUONO

TRAMA DEL SOGNO

“Andavo a fare una camminata. Il tempo era nuvoloso, le strade erano bagnate perché aveva appena piovuto.

In un punto un fosso era straripato.

Ho proseguito preoccupata, ma ad un certo punto l’acqua saliva dappertutto inondando la strada.

Ho cominciato a correre verso casa impaurita.

Sentivo, però, che qualcuno mi stava inseguendo. Quando mi sono voltata indietro, un uomo alto mi ha afferrato stringendomi.

Terrorizzata ho provato a urlare, ma dalla bocca non usciva nessun suono.

Mi sono svegliata urlando.”

Miriam

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Domanda: chi di voi non ha mai sognato, anzi, non ha mai vissuto l’incubo di essere inseguito, di essere afferrato, di essere terrorizzato e di urlare senza emettere alcun suono?

La risposta è la seguente: tutti abbiamo fatto questo sogno.

Altro giro e altra domanda: chi di voi non si è mai svegliato gridando?

La risposta è la seguente: tutti ci siamo svegliati gridando.

Il sogno di Miriam, incubo incluso, è universale semplicemente perché è il prodotto psichico classico della “posizione psichica edipica”, della conflittualità con i genitori, della competizione con la madre e della seduzione del padre per quanto riguarda la figlia, della competizione con il padre e della conquista della madre per quanto riguarda il figlio. Universalmente siamo figli di padre e madre. I Latini dicevano che “mater semper certa est, pater nunquam” in grazie alla gravidanza e al parto e ammiccando sulla correttezza seduttiva e operativa della madre. Anche in assenza di padre e madre avviene il miracolo “edipico”, una “posizione” psichica evolutiva e altamente formativa. Essa viene vissuta ed elaborata dai quattro anni in poi e si trascina per quasi tutta la vita con alterne vicende tra l’onore, l’amore, il riconoscimento da portare ai genitori. Il bambino andrà dagli Appennini alle Ande per ritrovare l’amato Bene di una Madre, così come la bambina non sarà e farà da meno senza ricorrere a tanti trasferimenti orografici e allo spreco di tante utili energie.

Andiamo avanti con l’interpretazione del sogno di Miriam, meglio, con l’interpretazione del sogno di tutti quelli nati da madre e padre sotto la volta celeste.

Andavo a fare una camminata. Il tempo era nuvoloso, le strade erano bagnate perché aveva appena piovuto.”

Miriam cammina e fa camminate, vive e osserva la vita. Questa donna è una fine indagatrice di se stessa e del mondo che la circonda, dei suoi umori e delle sue risoluzioni. Miriam non sta vivendo una buona contingenza esistenziale e la sua capacità introspettiva non l’aiuta, anzi le rema contro, così come la sua abilità a leggere gli altri e i segnali della gente non la sostiene nel verso auspicato. Le nuvole coprono il sole e offuscano il cielo: la lucidità mentale è in crisi. Non sempre si può e si deve ragionare e, allora, ben venga la pioggia che bagna “le strade” e le connota al femminile. Chi cammina cerca e anche con il cattivo tempo si possono fare eccezionali scoperte. Quando il sole è coperto, Miriam procede verso gli eventi che prepara e costruisce. Pensiero e azione si coniugano in lei in maniera proficua, come nell’azione sovversiva di un affiliato alla Giovine Italia. Aggiungo per amore della pace che la creatività non manca nel crepuscolo dei figli degli dei, gli uomini.

In un punto un fosso era straripato.”

Tanta madre tracima dal Profondo psichico, emerge dagli argini del canale fino a straripare: tanta madre e tanta femmina, tanta madre e tanta femminilità. Il sogno di Miriam si orienta verso l’esaltazione univoca dell’universo femminile ed eccede nell’allagamento del terreno circostante imbevendo le zolle di un’energia “genitale”. Dentro Miriam si profila la figura materna ed emerge con tutta la sua naturale energia inondando la personalità, i modi della donna e le modalità femminili. Da qualche parte e all’improvviso le scappa la mamma, a suo tempo introiettata per bisogni di identificazione psichica, e si profila la consistenza di un’operazione difensiva, sempre a suo tempo, salvifica: “io sono come la mia mamma e posso andare nel mondo con i miei connotati precisi e gentili”. Di tanta madre si vive, di troppa madre si muore: energia e identità si scontrano con la necessità dell’autonomia psicofisica.

Quante madri hanno ingabbiato le figlie?

Tantissime.

Trascuro il tragico risultato in riguardo ai figli, perché meriterebbe un trattato di ottocento pagine.

Ho proseguito preoccupata, ma ad un certo punto l’acqua saliva dappertutto inondando la strada.”

La vita va e avanza con l’energia e la finalità che ogni figlia ha succhiato dal seno materno e ha maturato nel corso delle esperienze e dei travagli occorsi. La preoccupazione è a metà affanno e desiderio in una cornice d’attesa. Miriam sente la madre “dentro” venire “fuori” con quella forza che necessita al fine di essere utile. La figlia acquista la progressiva consapevolezza di quanto a suo tempo si è “imprittata” della figura materna, di quanta madre ha ingoiato e di quanta madre ha vomitato man mano che il prosieguo del cammino della vita si intervallava con le camminate della riflessione. Miriam “sa di sé” proprio in riferimento alla figura materna in un momento significativo e particolare della sua vita e della vita di lei. La sua vita è invasa dalla madre proprio quando quest’ultima offre il destro per l’impugnazione della causa di fronte al tribunale dei diritti delle figlie bambine. E Miriam risponde da perfetto avvocato che sa difendere le sue cause. Certo che l’inondazione della “strada” attesta di una emergenza materna veramente architettonica. Miriam è avvolta dalla madre, una donna che emerge imperiosa come Afrodite dalle acque del mare Ionio dopo essere stata formata dal seme di Urano e dalla schiuma dell’acqua salata.

Le bambine sanno come in certe circostanze dell’evoluzione psicofisica “sa di sale lo pane altrui”, specialmente se è quello materno, semplicemente perché non viene offerto al momento giusto per superficialità difensiva dell’augusta genitrice.

Ho cominciato a correre verso casa impaurita.”

Miriam ha paura dell’invadenza psicofisica materna per cui è rientrata in se stessa, si è chiusa in una difesa introspettiva alla ricerca di dare senso e significato al volto materno che si stava profilando dentro di lei, al come e al quando qualcosa era sfuggita dalle sue maglie per andare chissà dove in quel chissà quando. La paura riguarda sempre un qualcosa di reale e di visibile, altrimenti si chiama angoscia e viene dopo il panico. Miriam ha paura di non aver bene riconosciuto e sistemato dentro la madre, quella figura importante che l’ha sostentata e dalla quale ha attinto le energie buone per evolversi nel corpo e nella mente. Questo ripiego verso “casa”, questa fuga dentro se stessa è una difesa psichica intesa a reperire la ragione di tanto conflitto con la madre e di tanta paura di lei. Del resto, l’invadenza materna è stata consentita dalla figlia, per cui Miriam sa che non può mancare alla prova della presa di coscienza di tanto trambusto del corpo e della mente. La domanda utile in questa contingenza del sogno è la seguente: cosa è successo fuori di Miriam per avere tanta eco dentro?

Sentivo, però, che qualcuno mi stava inseguendo. Quando mi sono voltata indietro, un uomo alto mi ha afferrato stringendomi.”

Il padre, il padre “edipico” in prima fila!

Nel teatro psichico di Miriam dopo tanta Madre esordisce il Padre nella veste anonima di “qualcuno”. Miriam non può guardare in faccia il padre, altrimenti si sveglia perché il “contenuto manifesto” del sogno coincide con il “contenuto latente” e scatta l’incubo come difesa psicofisica. E se poi questo “qualcuno mi stava seguendo”, meglio. Se poi Miriam si fa inseguire da questo qualcuno senza volto, completamente anonimo come in un film di Hitchcock, la figura paterna da anonima diventa enigmatica. E se poi questo “qualcuno” che “mi sta seguendo” è “un uomo alto” che mi afferra “stringendomi”, come in un film di Dario Argento, ebbene, allora si tratta di un padre anche violento, meglio immaginato e vissuto tale dalla figlia Miriam. Quest’ultima, del resto, si è “voltata indietro”, simbolicamente si è rivolta al suo passato e ha ripescato la sue relazione “edipica” con il padre, i suoi vissuti per lungo tempo sperimentati nell’infanzia in riguardo alla figura dell’augusto genitore, “un uomo alto” come tutti i padri agli occhi e secondo il linguaggio simbolico dei figli piccoli. Anche secondo i desideri e i bisogni dei figli il padre è “alto” perché aristocratico e carismatico, un padre sublimato che assolve le mansioni semplici di garantire la sopravvivenza dei figli, di Miriam nel nostro caso. Anche un padre fisicamente basso è altissimo per i suoi figli. Eppure questo padre, che protegge e detta le regole del gioco, è soprattutto l’oggetto oscuro del desiderio e dell’angoscia dei figli, l’oggetto ambivalente della funzione fantasmica, l’oggetto immaginato dai sensi e indagato dalla modalità “primaria” del pensiero infantile. E come ogni buon “fantasma” il padre si scinde nella “parte buona”, quello che protegge, e nella “parte cattiva”, quello che punisce. Fondamentalmente resta una figura buona perché non divora i figli e non distrugge il proprio seme. Non è il gran sacerdote di Thanatos ed è distante dalla brutta Morte. Miriam sogna il padre amato e odiato, l’uomo che ha desiderato e temuto, sedotto e abbandonato. Miriam è partita dalla madre per concludere il suo viaggio “edipico” con il padre. Possibilmente la madre è stata la causa scatenante del sogno e dopo la partenza al femminile la figlia ha naturalmente evocato il padre nella sua nobiltà e nella sua plebea consistenza. E pensare che Miriam bambina desiderava essere stretta dal padre con tenerezza, quella stessa Miriam bambina che si puniva convertendo nell’opposto il suo istinto e il suo desiderio e facendosi punire dal padre giudice e censore. Miriam adulta ha possibilmente razionalizzato la figura paterna e l’ha riconosciuta, nel bene e nel male, come la sua ineffabile origine naturale, la radice psico-bio-socio-culturale.

Terrorizzata ho provato a urlare, ma dalla bocca non usciva nessun suono.”

E’ il solito, universale, classico thriller: un uomo che ti insegue e l’urlo che non viene fuori dalla bocca.

Che non sia coinvolto anche Munch in questa operazione di scarico delle angosce edipiche e familiari?

L’urlo scarica la tensione nervosa accumulata durante il sogno e legata alla relazione ambigua e ambivalente con le figure genitoriali e, nello specifico, con la figura paterna. Quest’uomo vuol punire Miriam del suo interesse psichico e delle sue pretese di possesso. Meglio: Miriam espia i sensi di colpa legati all’espansionismo incestuoso nei riguardi del padre e alla competizione impari con la madre. Infatti, il sogno di Miriam parte dalla figura materna come causa scatenante per approcciarsi in maniera inequivocabile nel legame erotico e affettivo con la figura paterna.

Ma perché dalla bocca non esce mai “nessun suono” quando ci si trova in similari condizioni?

Tecnicamente perché, se si grida, si scaricano le tensioni e si può continuare a dormire e a sognare. Psicologicamente perché, se si grida, la psicodinamica “edipica” può essere portata avanti fino agli ulteriori e delicati vissuti. Miriam era satura delle tensioni legate alla sua “posizione psichica edipica” e il suo sistema psichico ha detto basta all’inquieto onirismo. Miriam è ancora giovane nel suo complesso di Edipo semplicemente perché si ripresenta senza mai definitivamente comporsi a livello emotivo e a livello razionale. Anche se nella vita da sveglia Miriam ha riconosciuto il padre e la madre, ottemperando al principale comandamento greco mitico e psicoanalitico, nella vita da dormiente conserva questo strascico benefico di una vitalità erotica e affettiva che ancora aspira a un suo appagamento anche traslato e a una sua compensazione anche questa traslata magari in altre figure del quotidiano e corrente vivere.

Mi sono svegliata urlando.”

Il “contenuto manifesto” era talmente tensivo e prossimo al “contenuto latente”, lo stress onirico era forte e di lunga durata, per cui il risveglio è salutare una volta raggiunti i termini della sopravvivenza e non esplodere dietro le sferzate della tensione nervosa. Non sto esagerando, meglio, sto esagerando per far capire che l’urlo è catartico come il risveglio ed è direttamente proporzionale alla carica nervosa d’angoscia accumulata nel formulare la trama del sogno. Dall’intensità dell’urlo si può misurare l’energia messa in moto e andata in prospera circolazione. Ma non basta. Dall’intensità nervosa dell’urlo si può valutare soprattutto l’intensità libidica della “posizione edipica”, quanto ancora resta in ballo della conflittualità con il padre e la madre in questa avventura delle umane passioni e in questa disavventura delle filiali pretese.

Questo e quanto.

L’interpretazione del sogno di Miriam si può acquietare.

COME SI STA MUOVENDO LA FUNZIONE ONIRICA

Sono trascorsi due mesi dal forte impatto che la nostra Psiche ha subito a causa della pandemia da “coronavirus”.

Si è ridestato il “fantasma di morte” legato alla nostra formazione psichica e, nello specifico, ai vissuti riguardanti la perdita depressiva.

La Psiche ha elaborato il “nucleo” in maniera traumatica anche perché sollecitata dalle restrizioni e dai messaggi sanitari e politici.

La Psiche ha un’attività, presa di coscienza, molto più lenta rispetto agli eventi, per cui nell’immediato usa i “processi e i meccanismi di difesa” dall’angoscia per ripristinare il miglior equilibrio psicofisico possibile alle condizioni date.

In questa evenienza traumatica la “razionalizzazione” interviene a dare alla “angoscia” la connotazione di una forte “paura”, dal momento che si conosce la causa del trauma. La “angoscia” depressiva di morte, legata al riemergere del “fantasma”, si commuta e si stempera nella “paura” di morire.

Il meccanismo psichico di difesa che naturalmente e frequentemente viene usato è “l’isolamento”: la freddezza psichica ottenuta dalla scissione dell’emozione e della tensione dall’idea della morte e dalla rappresentazione mentale.

Consegue che la funzione onirica, l’attività psicofisiologica del sognare, acquista forza nello scaricare la “paura” di morire. Andiamo a dormire con questa “paura” e ci addormentiamo entrando nella fase REM massimamente agitati anche per la qualità del sonno stesso.

Nelle fasi successive del sonno, REM E NON REM, persistono le tensioni fomentate all’inizio del sonno dalla paura di morire. Progressivamente smarriscono la motivazione consapevole e degenerano in angoscia, sia perché non hanno l’oggetto e sia perché la tensione è massima e deve scaricarsi.

La tensione psicofisica in sonno non trova sempre nel sogno la salvaguardia per continuare a dormire e, allora, si scarica nell’incubo e nel risveglio immediato o si somatizza nella funzione respiratoria, in pieno rispetto al dato clinico che il virus colpisce i polmoni.

La funzione onirica si sta muovendo in questi ultimi due mesi in questa maniera: si ricorda poco del sogno e viene a mancare la “catarsi” delle tensioni, andiamo a letto con la “paura” che nel corso della notte si trasforma in “angoscia” e si somatizza scaricandosi nel respiro.

Appena svegli la funzione respiratoria si ristabilisce nei suoi normali ritmi, a conferma che, mancando la sequenza delle immagini, meccanismo onirico della “figurabilità”, la tensione aumenta e ristagna per poi scemare.

Questo è quanto volevo comunicarvi anche per una maggiore tranquillità.

Salvatore Vallone

Pieve di Soligo (TV), mercoledì 29 del mese di Aprile dell’anno 2020

TAGLIANDO PSICOFISICO 4

L’ANGOSCIA

La benemerita signora “Angoscia” ha una lunga e variegata storia: linguistica, antropologica, culturale, filosofica, religiosa, psicologica, psichiatrica, psicoanalitica. Nasce con l’uomo e lo segue nel suo percorso evolutivo con le sue prerogative di base e le sue sfaccettature di capriccio.

Per avere una semplice idea della “angoscia”, è opportuno dare una sommaria definizione e poi analizzare gli attributi di fondo dei vari settori scientifici.

DEFINIZIONE SOMMARIA

La “angoscia” è uno stato di sofferenza psicofisica caratterizzato dall’azione nefasta di un “fantasma di morte” con un pesante timore legato a vissuti depressivi di perdita e di fine imminente, con caduta delle energie vitali. Le sensazioni fisiche di costrizione toracica e le altre manifestazioni neurovegetative si traducono in una accelerazione della frequenza cardiaca, in disturbi vasomotori, in disturbi respiratori, in modifiche del tono muscolare e altro ancora.

Vediamo la “angoscia” nei vari livelli della ricerca.

A livello “linguistico” la parola “angoscia” è presente nella lingua latina: “anxietas”, “sollicitudo”, “cura”, “angor”. La traduzione è la seguente: ansia”,“paura”, “inquietudine”, affanno, “ossessione”, “costrizione”, “struggimento”, “pena”. Il greco antico “anko” significa “stringo” e richiama l’oppressione respiratoria. Anche il tedesco “angst” si traduce “mi soffoco, mi stringe la gola”, uno dei sintomi elettivi e fisiologici dell’angoscia.

A livello “antropologico” la “angoscia” designa l’emozione legata al distacco del bambino dalla madre e dal gruppo familiare, nonché la rottura della simbiosi dovuta a un atto di ira che rompe l’equilibrio psicosociale.

A livello “culturale” la “angoscia” è un “segno” o schema che interpreta il dolore della solitudine, la perdita dell’identità psichica e la caduta nell’anonimato, in una con l’isolamento e la dispersione degli investimenti.

A livello “filosofico” Epicuro parlò della “angoscia” per indicare la “felicità”: l’uomo senza divinità, senza valori politici, senza bisogni innaturali, senza immortalità. Era questo il suo “tetrafarmaco”, le sue quattro pillole di saggezza per incarnare la “atarassia”, l’assenza di “angoscia”. Nell’Ottocento Kierkegaard la collocò nella malattia umana acquisita a suo tempo con il distacco da Dio e la caduta nella spirale della categoria esistenziale della “possibilità”. Heidegger la collocò nella caduta nell’indeterminato e nel Niente di cui è intrisa l’esistenza umana. Jaspers la depose nella morte e nella vana ricerca di un senso da dare all’esistenza. Sartre la qualificò come la reazione infausta al Niente che caratterizza l’uomo e la sua vita. E avanti con altri… pessimi o buoni pessimisti.

A livello “religioso” la “angoscia” si attesta nel distacco da Dio causato dai progenitori, nel peccato originale e nella conseguente perdita della salvezza e della vita eterna. L’uomo è condannato a morire senza alcuna possibilità di riscatto: “angoscia” del monoteismo trascendente ebraico, cristiano, arabo.

A livello “psicologico” la “angoscia” è la degenerazione patologica dell’ansia.

A livello “psichiatrico” la “angoscia” è una malattia del sistema neurovegetativo e si inquadra in una serie di disturbi funzionali che vanno dalla respirazione all’attività cardiaca e altro, come si è detto in precedenza nella definizione sommaria.

A livello “psicoanalitico” la “angoscia” è legata all’afflusso traumatico di eccitazioni non controllabili dall’Io perché troppo intense. Questa qualità giustifica la caduta depressiva nell’indeterminato e lo stato psicofisico: l’angoscia è senza oggetto specifico. Mentre nella “fobia” l’oggetto è spostato, nella “angoscia” l’oggetto è apparentemente assente perché è costituito da tanti fattori legati all’evoluzione psicofisica della persona e alla modalità di affrontare e risolvere i conflitti intrapsichici ed esterni. Freud distinse la “angoscia” come segnale e meccanismo di allarme che avverte l’Io di una minaccia per il suo equilibrio e la “angoscia” primaria dell’infanzia che sviluppa la disintegrazione dell’Io. La “nevrosi d’angoscia” è legata a conflitti attuali come le frustrazioni della “libido”. La “isteria d’angoscia” scatena sintomi respiratori, cardiaci e vertigini: una “angoscia fobica” che viene elaborata e tradotta in oggetti e situazioni che provocano la crisi. In tutti i casi la “angoscia” presenta vissuti depressivi di perdita, crisi dell’autostima e dell’amor proprio, caduta dell’umore: il corredo psichico del “fantasma di morte”.

L’ANGOSCIA AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

Analizziamo dopo tanta sintesi la nostra “angoscia” nel tempo del “coronavirus”, riflettiamo su quello che ci è successo in questi tempi drammatici e di difficile decifrazione psichica, individuale e collettiva, a causa del lungo tempo richiesto dal sistema psichico, rispetto a quello fisico, per essere assimilato.

Sappiamo che il segnale fisiologico di base della “angoscia” è l’affanno respiratorio, il fiato che non viene, il fatto che non si riesce a fare il giro con il respiro.

Sappiamo che il segnale psicologico è l’azione nefasta del “fantasma di morte” e la perdita depressiva.

In questo tempo in quale angoscia ci siamo imbattuti e quale perdita abbiamo elaborato?

Di poi, se troviamo qualcosa, analizziamo se è una nuova angoscia o è l’evoluzione di una vecchia angoscia. Vediamo come si è sviluppato il nucleo depressivo precedente.

Riflettiamo a quale pensiero la “angoscia” si associa e scatta all’improvviso.

A questo punto scartabelliamo e tiriamo fuori dal cilindro la salvifica RAZIONALIZZAZIONE. Operiamo una presa di coscienza di cosa in questo periodo si è mosso dentro di noi dietro uno stimolo così potente come quello del pericolo di contagiarsi, di ammalarsi, di lasciarci le penne.

Non basta.

Razionalizziamo anche la “angoscia” legata alla costrizione spaziale e all’inanimazione, al blocco delle energie libidiche d’investimento, nonché alla caduta nell’indeterminato e nell’indistinto psichici.

Le riflessioni vanno registrate accuratamente sul LIBRETTO, affinché l’opera di presa di coscienza sia rafforzata dall’atto dello scrivere: “verba volant, scripta manent”.

Buona fortuna e alla prossima.

Domani pubblicherò una poesia da “coronavirus” e così abbiamo il tempo di riflettere meglio e di rassodare il materiale psichico rievocato e messo in equilibrio in questi quattro giorni e dietro lo stimolo del “tagliando”.

Raccomando l’Io e la Razionalizzazione, la cura senza affanno delle nostre funzioni razionali per gustare meglio la nostra persona e l’altrui, per ridurre la tensione nervosa, per compattarci nel corpo e nella mente. Se saremo bravi, ridurremo le “angosce” in “paure” ben precise chiamandole per nome e cognome. Completiamo l’opera con l’aiuto dello “amor fati”, l’amorosa accettazione del nostro destino di uomini e di viventi, e con il sentimento della “pietas” che ci vuole insieme, intelligenti e compartecipi. Per raggiungere questo traguardo di saggezza senza essere anziani, consiglio di astenersi dalla visione di programmi televisivi altamente irosi e demenziali che oscillano “cotidie” dopo cena tra il quattro e il cinque. Evitiamo anche la monotonia del numero sette. La Cabala napoletana “docet” e stimola una fuga dai tanti e soliti dissennatori che popolano l’etere della sera italiana ormai da alcuni decenni.

Cura ut valeas!

TAGLIANDO PSICOFISICO 2

LA PAURA

Di fronte a un pericolo o a una situazione problematica scatta un’emozione primaria, gestita dal sistema neurovegetativo o involontario, che prepara il nostro psicosoma all’emergenza da affrontare o da evitare: la “PAURA”.

Siamo in un ambito psicofisico di piena salute, niente di patologico.

Tutto ok!

Il proverbio antico dice che è meglio aver paura, piuttosto che prendere botte o subire un danno.

La “paura” ha un oggetto ben preciso e conosciuto, per cui è possibile una reazione di lotta o di fuga, di coinvolgimento o di evitamento: dipende dall’entità dell’oggetto “paura”. Il criterio di scelta è sempre la sopravvivenza e il minor danno. La consapevolezza dispone ad affrontare razionalmente la circostanza o a evitarla.

Niente eroismi e niente onnipotenze!

La “paura” può essere anticipata dalla memoria. La deliberazione dell’Io, razionale e vigilante, deve essere sempre funzionale al benessere della mente e del corpo.

A questo punto ci dedichiamo un po’ di tempo, ci rilassiamo e analizziamo le nostre paure in atto e legate all’emergenza che stiamo vivendo. Più paure abbiamo e meno danni psichici maturiamo.

Adesso riflettiamo sulle paure che avevamo prima del coronavirus” e verifichiamo se si sono amplificate o ridotte nell’impatto traumatico.

Verifichiamo ancora e analizziamo bene se sono venute fuori altre paure o se l’ambito mentale e lo stato emotivo sono rimasti uniformi.

Sappiamo che la “paura” non è fobia e tanto meno angoscia, che ha un oggetto ben preciso, che è di qualcosa preciso e non di altro. Sappiamo di che si tratta e la controlliamo affrontandola o evitandola. Queste manovre sono valutate dalla Ragione e sono giuste e proficue. L’evitamento è una difesa naturale, un frutto dell’intelligenza operativa o furbizia che dir si voglia, e non ha niente a che vedere con l’omonimo “meccanismo di difesa” dall’angoscia.

A questo punto riflettiamo ancora sulle paure e le scriviamo nel libretto di manutenzione della nostra macchina psicofisica e nella pagina successiva all’ANSIA.

Ricordiamoci che più paure tiriamo fuori ed elenchiamo e meno fobie e angosce avremo nel tempo. Usiamo la testa per riflettere e capire le nostre paure: razionalizzazione dell’Io.

Bene!

Domani analizzeremo la FOBIA.

LO TSUNAMI E IL CAOS

LA LETTERA

“Doc, qua viene giù tutto: uno tsunami biblico.

Quando finirà, ci toccherà vendere la fontana di Trevi.

Quanto può tenere una quarantena simile senza che non comincino disordini di ogni tipo?

Ho paura, una paura che non ha niente a che vedere con nessun’altra prima.

Quando sono a casa e mi guardo attorno, analizzo che quanto ho a disposizione non vale niente. Sdraiato a letto prego che ci possa esser ancora qualcuno al mondo interessato a casa nostra in modo di poterla vendere, se serve.

Non ha un senso quello che stiamo vivendo. Nessuno può darmi risposte. Nessuna risposta o ipotesi mi sembra esauriente e degna.

E quando guardo i ragazzi, non riesco neanche a sperare per loro in qualcosa.

Non è la morte che mi spaventa, il Caos è la mia paura più grande.

Maurizio

Verona, mercoledì 01 del mese di aprile dell’anno 2020

LA RISPOSTA

Lo stesso Maurizio si porge su un piatto d’oro, sia pur con timore e tremore e senza consapevolezza, la risposta giusta al suo tormento vigile e consapevole e proprio quando alla fine della lettera scrive “E quando guardo i ragazzi, non riesco neanche a sperare per loro in qualcosa.”

Si è destata la “pietas” paterna. Maurizio dopo la paura dello tsunami e del Caos si imbatte in questo travaglio tra sé e sé, si imbatte nella sua paternità, nella sua nuova consapevolezza di essere padre e riconosce i figli provando dolore per la loro sorte, per il loro futuro. Anche la speranza è svanita in tanto trambusto psicofisico, ma la nuova consapevolezza della paternità è la giusta e naturale soluzione al suo tsunami e al suo Caos.

Procedo con metodo e passo dopo passo, ma non prima di aver ringraziato per il “doc”, la denominazione di origine controllata. Il sangue è come il vino, non mente.

Doc, qua viene giù tutto: uno tsunami biblico.”

Il senso della catastrofe e dell’irreparabilità: l’uomo ha peccato contro Dio e contro la Natura e la vendetta è pronta. Il senso di colpa per aver turbato l’armonia del creato e le leggi dell’universo è presente in questo novello diluvio universale. Purtroppo manca Noè e un altro patriarca non si profila neanche all’orizzonte. Al massimo oggi possiamo contare su qualche cavaliere in disuso o su qualche sceriffo con la stella di latta o su qualche patriottessa di antica memoria. Quella di Maurizio è angoscia e non paura del contagio o della restrizione della libertà, quella di Maurizio è angoscia allo stato puro ed evocata dalla situazione in atto e dal ridestarsi in lui del nucleo antico del “fantasma di morte”. L’esagerazione e l’amplificazione dell’evento “coronavirus”, una terribile pandemia tra le tante ed elevata alla potenza di precipizio e di maremoto, attestano che Maurizio è stato ben colpito nel segno, nel materiale psichico pregresso e depressivo, quello vissuto ed elaborato nella prima infanzia. Nonostante lo tsunami, il “coronavirus” ha pescato bene e non poteva essere diversamente perché tutti siamo bersagli del drammatico evento epidemico. Ricordiamoci che a tutt’oggi non siamo ancora consapevoli di quello che ci sta succedendo tra capo e collo e che lo saremo soltanto fra qualche anno. Per adesso stiamo battendo cassa e stiamo sopravvivendo al meglio consentito dai vari meccanismi di difesa che ci tutelano dall’emergere dell’angoscia.

Quando finirà, ci toccherà vendere la fontana di Trevi.

L’interesse e il denaro sono inevitabili trappole mortali e Maurizio non è buddista, Maurizio è stato toccato nelle sue attività lavorative e nei registri della sua economia aziendale. Il colpo è duro e non basta capire che la storia viaggia per “epoche critiche” ed “epoche organiche” e che siamo appena usciti da una “epoca organica” per imbroccare una crisi pesante, quella che ci consentirà di ricostruire e di pervenire alla fissazione di una “epoca organica” di stabilità e di noia, a cui nel breve tempo subentrerà un nuovo tzunami e un nuovo caos. Non basta la filosofia della Storia e la Fisica sociale di Comte per lenire l’angoscia di Maurizio. Alienare i beni culturali inestimabili, come la fontana di Trevi di Nicola Salvi e ripresa da Giuseppe Pannini, dimostra che la perdita è tanta ed è di natura culturale, oltre che mercantile. Emerge un tratto psichico “anale” nel nostro eroe, almeno così si esprime la Psicologia del Profondo, la Psicoanalisi. Emerge in Maurizio un tratto psichico “anale”, legato alla perdita di potere, a sua volta legato alla perdita di denaro. Emerge la rabbia come conseguenza della frustrazione subita, meglio, emerge l’aggressività in reazione al sentimento di prostrazione e di perdita degli averi e dei beni materiali così importanti e così umani. Totò, all’anagrafe principe Antonio De Curtis da Napoli, era riuscito a vendere la fontana di Trevi, nel famoso film “Tototruffa 62” di Camillo Mastrocinque, allo sprovveduto di turno e in elogio all’arte di arrangiarsi e alla creatività del Genio italico. Non vedo perché anche noi, che siamo i suoi degni eredi, non possiamo rifare l’operazione truffaldina e vendere anche il Colosseo, magari ai freddi Tedeschi o ai tulipani Olandesi che tanto ci ostacolano con le loro antiche e attuali invidie. Chi vivrà vedrà e mai parole furono così profetiche in questi giorni di grande stranezza e di grande disgrazia.

Quanto può tenere una quarantena simile senza che non comincino disordini di ogni tipo?”

La domanda è lecita, ma è finalizzata prevalentemente al turbamento dell’ordine sociale costituito, ai tumulti della piazza e agli assalti al forno di manzoniana memoria. Maurizio è preoccupato proprio dalla perdita dei beni materiali a opera della plebaglia che non aspetta l’ora di derubare i ricchi e di sostituirsi a loro. La filosofia spicciola e la rivoluzione sociale di Robin Hood sono da preferire all’ideologia dei comunisti rivoluzionari che seguono il “materialismo storico scientifico” di Karl Marx. Meglio l’assalto al supermercato Lidl di Palermo da parte dei posteggiatori abusivi disoccupati e dei tanti creativi che lavorano in nero, piuttosto che la rivoluzione proletaria propagandata da Francesco Guccini nella canzone sovversiva “la locomotiva”, quella degli operai guidati dall’emerito e benemerito macchinista ferroviere. Maurizio è tutto preso dalla perdita economica e dalla violenza sociale, non è abbastanza turbato dal virus che ammazza di brutto la gente anziana come me togliendogli il fiato. Maurizio è tutto preso da quello che il virus porta via ai ricchi e ai potenti. E’ vero che la quarantena desta turbamenti individuali e sociali, come ho descritto nell’articolo postato il primo di aprile, specialmente dopo quattro settimane di clausura a un popolo, come quello italiano, che non ha preso i voti nell’Ordine monastico di chissà quale santo. E’ vero che la limitazione della libertà individuale e la costrizione anche psicologica negli angusti confini di ottanta metri quadrati sono un’esperienza drammatica per il popolo, ma Maurizio è attaccato al denaro, all’affare, al guadagno, non contempla la perdita psichica e tanto meno la sindrome depressiva. Non è la vita il bene da tutelare, ma la “roba”, quella di mastro don Gesualdo del caro Giovanni Verga, il fotografo ante litteram catanese e il romanziere caposcuola del Verismo. Come mastro don Gesualdo Maurizio troverà il suo riscatto dal mito e dall’ossessione della “roba” in seguito, a testimonianza che la Psiche sa mettere le cose al posto giusto e senza la consapevolezza del portatore e della sua avida testa.

Ho paura, una paura che non ha niente a che vedere con nessun’altra prima.”

Giustamente quella di Maurizio è una paura centrata e consapevolmente legata alla perdita del potere economico, ma è soprattutto angoscia, perché sente che la sua paura di perdita non è quella di prima e non è come prima perché non ha oggetto specifico. Si è ridestato il “nucleo” psichico depressivo e ha evocato l’angoscia dell’ignoto, dell’indefinito, dell’indeterminato, la somma di tante paure che hanno perso la loro connotazione e la loro identità per diventare generica e semplice angoscia. Maurizio è in piena angoscia e sta male perché non sa la causa e la verità di tanto trambusto. Non è l’economia, ma è la psicologia, non è il denaro, ma è la sua organizzazione psichica che reagisce allo stimolo della perdita dei beni.

Quando sono a casa e mi guardo attorno, analizzo che quanto ho a disposizione non vale niente. Sdraiato a letto prego che ci possa esser ancora qualcuno al mondo interessato a casa nostra in modo di poterla vendere, se serve.”

Ritorna l’analità, la paura di perdere i beni, la sindrome di mastro don Gesualdo. Maurizio riflette pregando e si rende conto che tutto quello che ha accumulato va in malora e non serve a vivere perché è materia deperibile e non invidiabile. Ci sono beni maggiori e migliori per un uomo al di là del potere della materia che si perde. Maurizio non è più interessato ai suoi beni, non è lo tzunami che lo angoscia, è lui in prima persona e in prima linea che tramite questo evento ha fatto una scala dei beni per cui vale la pena vivere e morire. Maurizio è cresciuto ed è maturato. Adesso è in grado di dare il giusto rilievo al denaro e al potere perché ha paura di non sopravvivere, perché non si può mangiare il denaro, la sindrome del mitico re Mida che ebbe da Dioniso il dono di trasformare in oro tutto quello che toccava e che per questo dono morì di fame. Chi comprerà la sua casa per avere la possibilità di continuare a vivere? I valori vanno al giusto posto nella scala sociale e culturale. Più che l’angoscia del potere, potè l’angoscia del digiuno, l’affamamento, la morte per fame, la morte per mancanza di vettovaglie. Il denaro è una forma di potere da rivedere e da collocare nella giusta posizione nella scala dei valori personali e socioculturali. Il “coronavirus” con il suo carico di morti e di angosce è un buon maestro per chi sa ben leggere nel suo libro epidemico.

Non ha un senso quello che stiamo vivendo. Nessuno può darmi risposte. Nessuna risposta o ipotesi mi sembra esauriente e degna.”

Maurizio persiste nelle sue funeste resistenze a capire in pieno e appieno. Destituisce d’importanza logica il carico e il complesso dei vissuti in questo tempo di strage epidemica. Maurizio non vuol capire la lucida e fredda Logica dei segni del tempo storico e culturale. E non ha senso la lezione di Charles Darwin prima di questo evento traumatico che sta scuotendo l’umanità dalla testa ai piedi e sta mettendo al posto giusto le cose e i valori. Maurizio ricorre al suo bagaglio psico-culturale ed esistenziale e non trova la giustificazione a se stesso sul perché dovrebbe rinnegarsi e rinnegare la sua filosofia di vita. Non sa ancora che la verità sta affiorando da se stesso e tramite quelle risorse che non sapeva di avere e che erano dentro di lui. Quello che stiamo vivendo ha una semplicità estrema e ha un senso occulto da tirare fuori e che ci costringe a rivedere il nostro sapere e a riformulare le nostre azioni e le nostre convinzioni. Il passato è andato in fallimento e al presente si naviga verso un ignoto apparente con il cannocchiale dei naviganti, che è molto diverso da quello dei mercanti.

E quando guardo i ragazzi, non riesco neanche a sperare per loro in qualcosa.”

Ecco la soluzione di Maurizio, la sua paternità, il suo essere padre dei suoi ragazzi. Proprio quando dispera, si accorge dell’altro. Era tutto preso da sé, adesso si smolla e incontra ancora se stesso nella forma del padre. Io sono io, io sono il padre dei miei figli. Li guarda con la “pietas”, con la partecipazione empatica, li riconosce come destinati a una vita in cui lui non può intervenire, ma sente la responsabilità di averli messi al mondo, un mondo brutto e non bello in questo momento storico e in questa contingenza pandemica. Maurizio sente quasi la colpa di averli concepiti, desiderati e visti nascere e crescere. Guarda i ragazzi e ha una nova consapevolezza di loro semplicemente perché ha una nuova consapevolezza di se stesso. I figli sono lo strumento del padre per rivivere se stesso e le scelte importanti a cui non aveva riservato grande impegno riflessivo, a cui non aveva dato grande importanza tutto preso dallo sbarcare alla grande il lunario mercantile. Adesso li guarda con gli occhi puntati sulla fine di un’epoca “organica” e sull’inizio di un’epoca “critica” dettata dalla Morte e ispirata dalla pandemia. Adesso comincia a viverli non come una sua proprietà, ma come persone a cui non deve far mancare la libertà di decidere delle loro esistenze. Ma quale dramma sta vivendo veramente Maurizio? Quale parte sta recitando sulla scena del “coronavirus”? Quale nucleo si è mosso beneficamente nel suo animo tormentato dalla crisi economica? Questa è la chiave psichica elaborata da Maurizio in persona e finalmente per se stesso.

Non è la morte che mi spaventa, il Caos è la mia paura più grande.”

Maurizio sa e non vuol capire, ha tirato fuori la sua verità da solo e adesso sposta l’argomento dicendo che lo spaventa di cadere nell’indeterminato, tira fuori dal cilindro una tesi filosofica che fa capo al grande Anassimandro del quinto secolo prima del Signore. Maurizio non sa che il Caos greco è la Cosa più ordinata che l’uomo abbia mai concepito e non è quell’entropia che tutti si aspettano dal vocabolario andante e gergale. Maurizio ha una sacra paura dell’Indeterminato psichico, della perdita depressiva non del suo Avere, ma del suo Essere, parodiando Fromm. Maurizio non teme il contagio e la clausura monastica dei frati trappisti che da cistercensi erano diventati stanziali in attesa di morire con minor fatica. Maurizio è sorpreso da quello che emerge in lui, è frastornato dal nuovo vissuto che si profila nei riguardi dei figli. E come se li avesse guardato e vissuto con gli occhi dell’imprenditore e adesso di fronte al rischio di ammalarsi e di morire si converte e si regala una nuova visuale e una nuova prospettiva. La sua realtà di uomo si è finalmente evoluta nella sua realtà di padre attraverso il dolore. La sua morte si riscatta nella sopravvivenza dei figli e finalmente li vive con le sensazioni acerbe, finalmente prova dolore per l’altro. Finalmente sa di non averli goduti nella maniera giusta e si rammarica con se stesso mischiando nel crogiolo emotivo e sentimentale la felicità di essersi ritrovato ritrovandoli. Meno male che ancora siamo tutti in vita per poterne parlare e per poter riparare i fili della maglia che si erano diradati.

IN MEMORIA DI DIEGO NAPOLITANI

La conclusione è di scuola psicoanalitica, meglio gruppo-analitica, ed è dedicata al ricordo del mio docente degli anni ottanta, quell’uomo che, quando parlava, affascinava semplicemente perché raggiungeva le profondità marine inimmaginabili, come il mio amico di giovinezza Enzo Maiorca nel mitico mare di Ortigia. Diego Napolitani era nato a Napoli e della sua città aveva mantenuto la vena creativa e l’ironia di chi tra arabo e spagnolo capisce che ci vuole il dialetto milanese. A Milano fu medico ed endocrinologo, specialista in malattie nervose e mentali, psicoanalista e professore, caposcuola. Approfondì temi della Psicoanalisi freudiana e junghiana, abbracciò la Gruppoanalisi di Foulkes ed apportò il suo valido contributo di approfondimento e di novità.

La diagnosi finale dice che Maurizio, tramite l’evento reale, ha destato il suo “fantasma di morte”, il suo nucleo psichico depressivo, nella forma della perdita del potere economico per poi approdare alla risoluzione del vissuto traumatico attraverso la “pietas” paterna, il riattraversamento e la riattualizzazione del suo essere stato figlio, la comprensione e la partecipazione alla realtà psichica dei figli.

La psico-dialettica si snoda attraverso la triade delle posizioni e dei binomi seguenti: “potere e angoscia di morte”. “sapere e dolore per il non nato di sé”, “fare simbolico e morire della morte”.

Quando Maurizio vive il potere economico, s’imbatte nella possibilità di perderlo e vive l’angoscia depressiva.

Quando Maurizio ha la consapevolezza di sé e dei suoi vissuti legati alle scelte effettuate, avverte il dolore delle possibili e mancate esperienze che poteva vivere, il dolore per tutto quello che voleva nascere in lui e che non ha visto la luce.

Quando Maurizio si accorge dei suoi figli e della loro futura sorte, riconosce che non sono un suo possesso e che hanno una loro autonomia psicofisica. In questo modo si accorge che deve viverli come simboli, i suoi simboli, le sue rappresentazioni emotive e sentimentali che si sublimano nell’amore paterno e nel morire della morte.

Adesso, come Ivan Il’ic di Tolstoj, Maurizio può morire. Adesso Maurizio può inneggiare alla vita perché la morte è morta.

PSICOLOGIA DEL GRUPPO E DELLE MASSE

Egregio dottor Vallone,

da tre settimane siamo chiusi in casa per lottare contro il coronavirus. Siamo nelle mani della scienza medica e va benissimo, ma vorrei sapere come reagisce psicologicamente la gente a questa strategia dei virologi seguita dal governo. Se mi può dire qualcosa, le sarei grato.

Cordiali saluti

Francesco

Pescara, martedì 31 del mese di marzo dell’anno 2020

La “Psicologia del gruppo e delle masse” analizza la formazione e l’azione di un insieme di individui: come appare, come pensa, come agisce. In questa dinamica di amalgama sono presenti alcuni fattori psicosociali che aiutano la coesione: la coscienza di classe, l’anima collettiva, l’imitazione, la suggestione, la regressione, la sublimazione, la coscienza collettiva, l’alienazione, la persuasione, l’alleanza, la condivisione. Queste sono le tesi di fondo delle “Psicologie della massa” che partono da Marx, passano da Freud, arrivano alla scuola di Francoforte, teorie considerate negli studi attuali della Psicologia sociale, della Psicologia dell’emergenza e della Sociologia. Questa introduzione serve per capire quanto la questione sia antica ed elaborata. Si parte, infatti, dalla tesi aristotelica dell’uomo “animale sociale”, “zoon polithicon”, dalla “Politica” di Aristotele, quindi, per passare alle teorie dei filosofi successivi.

SINTESI METODOLOGICA

Una sintesi metodologica permette di dire che non si è lontani dal vero se si ammette che nei gruppi e nella massa convivono processi razionali e irrazionali, consapevoli e inconsapevoli, suggestivi e critici.

Non si è lontani dal vero se si afferma che il modo di sentire, di pensare e di agire sono rielaborati fino a diventare uniformi e condivisibili dai componenti della massa e del gruppo.

Non si è lontani dal vero se si pensa che il processo di aggregazione parte dall’emozione e dal sentimento e tende sempre verso l’affermazione della razionalità e della consapevolezza.

LA RICHIESTA E LA VALUTAZIONE

Veniamo all’oggi e all’attualità, come chiede Francesco.

Alla sua domanda di chiarimento sulle reazioni della gente, io aggiungo la mia: “quanto si può resistere chiusi in casa senza dar di matto?”

Il popolo italiano ha reagito alla restrizione fisica in maniera egregia, ma vediamo quali reazioni psichiche si possono individuare in progressione e quali rimedi si possono apportare a tanta originale impresa.

In generale gli italiani hanno portato e porteranno in evoluzione le seguenti “posizioni psichiche” che per comodità esplicativa fisserò per settimane.

PRIMA SETTIMANA

All’annuncio della quarantena il “fantasma di morte” collettivo ha prodotto una notevole carica di “ansia” che in poco tempo si è evoluta benignamente nella “paura” attraverso l’opera di “razionalizzazione” della situazione logistica conseguente alla drammatica situazione clinica. L’ansia è una tensione nervosa, naturale e transitoria, che trova nella “paura” la consapevolezza della causa: l’oggetto giusto è la paura del contagio e la paura della morte. A questo punto è molto importante che la paura non traligni nell’angoscia. Quest’ultima è una reazione nervosa pesante e non ha oggetto consapevole, meglio, ha tanti oggetti che non sono consapevoli perché sono il risultato dei vissuti pregressi e sepolti nella memoria di ogni individuo nel corso dell’evoluzione psicofisica. L’angoscia è legata a filo doppio all’emersione del “fantasma di morte” e delle tensioni a suo tempo congelate, ma non può essere razionalizzata in quattro e quattrotto, per cui bisogna impedire a tutti i costi la riesumazione dei traumi e l’angoscia collegata. A questo compito terapeutico è adibito il gruppo con la sua carica di protezione e di rassicurazione, di fusione e di coesione. La prima settimana di quarantena serve a capire bene la situazione logistica in cui il gruppo si trova e la situazione psicologica conseguente alla minaccia di contagio e di morte e alla costrizione fisica imposta per legge. E’ una settimana di osservazione e per questo motivo ha un fascino ambiguo che va dalla curiosità alla titubanza.

SECONDA SETTIMANA

La seconda settimana si apre all’insegna del riconoscimento e della condivisione e appare il bisogno di “catarsi”, purificazione, al fine di evitare che le cariche nervose si possano convertire istericamente negli organi e nelle funzioni, al fine di non star male. Il gruppo si allarga e si consola e si identifica negli altri gruppi tramite il sentimento nazionale e l’esaltazione dell’italianità. Emergono come psicoterapia di gruppo le manifestazione della condivisione e gli strumenti dell’identificazione, come l’inno di Mameli e le canzoni classiche della musica leggera. La creatività e la fantasia sono in movimento insieme alle emozioni profonde del senso di appartenenza e cercano altri strumenti di rafforzamento del gruppo e di esorcismo dell’angoscia. E’ necessario pescare nella realtà di fatto e prendere coscienza degli attori protagonisti della nostra salvezza. E’ il tempo degli eroi e della valutazione oggettiva dei meriti e delle funzioni: il medico e l’infermiere emergono nella scala dei valori e del gradimento, lasciando in un gradino più basso gli scienziati che rassicurano e coordinano l’azione di salute e salvezza nazionale. Il popolo preferisce i prestatori d’opera, quelli che sono in trincea, che rischiano e che muoiono, ma non si dimentica dei fornai e delle commesse. I morti per il momento vengono rimossi, non considerati o dimenticati, perché riesumerebbero l’angoscia. Il governo è vissuto in maniera ambivalente come l’organo che mi protegge e mi costringe.

TERZA SETTIMANA

Nella terza settimana la Psiche collettiva matura un tratto paranoico e un tratto depressivo. E’ il momento più delicato per tutti quelli che aspettano il fausto evento della risoluzione del contagio e della sconfitta della morte. Ci si sente colpiti e perseguitati dal morbo e si reagisce con la perdita di quella calma necessaria al gruppo e di quella salvifica “razionalizzazione” che non deve mai mancare. Si perdono in parte il contatto con la realtà e l’uso del “principio di realtà” depositato nella funzione razionale del gruppo. Alla pulsione paranoica subentra la pulsione depressiva, il senso dell’impotenza e dell’incapacità, della perdita e della sconfitta di fronte alla minaccia del contagio e della morte. E’ una contingenza temporale e psichica veramente delicata. Si considerano con dolore le persone morte per coronavirus e i numeri sono vissuti come uomini e donne. L’anonimato della morte diventa un bisogno di chiarezza identitaria. E’ il tempo della sofferenza, del pianto e del senso di solitudine.

QUARTA SETTIMANA

Nella quarta settimana il gruppo ricorre ai “meccanismi psichici di difesa” dall’angoscia paranoica e depressiva attraverso il rafforzamento dell’identità nazionale e il processo di “sublimazione” dell’angoscia nella conversione religiosa. E’ il momento di ricorrere ai capi carismatici del gruppo e di trovare una motivazione civile, politica e miracolosa alla risoluzione del contagio. Il papa e il presidente della Repubblica sono i padri simbolici e costituiscono un rafforzamento notevole per il prosieguo del contenimento dell’angoscia. La restrizione nello spazio non ha più un valore protettivo, ma comincia a pesare nell’economia psichica e si presenta la sindrome ossessiva e fobica. Il gruppo sente vanificate le sue aspettative e ha bisogno di esplodere beneficamente convertendo la frustrazione e la rabbia nell’azione e nella trasgressione. Qualora non intercorrono dei rafforzamenti psichici, delle forme di solidarietà e delle prospettive benefiche, il gruppo reagisce con la disubbidienza perché vede vanificati i suoi sacrifici e la sua collaborazione a una situazione sanitaria ormai insostenibile. Alla frustrazione consegue aggressività.

Cosa si deve fare in tanta difficoltà?

Il gruppo deve trovare una quotidiana motivazione a procedere proprio operando una costante “razionalizzazione” tramite la figura del capo che immancabilmente si sarà costituito al suo interno. Non essendosi profilato in maniera netta il capo del gruppo nazionale italiano, analizziamo le abilità richieste al capo del piccolo gruppo, quello familiare, la cellula sociale dell’organismo collettivo.

Il capo deve contenere gli investimenti psichici e le aspettative dei membri del gruppo, deve capirli e dare una risposta chiara e solidale, ottimistica e protreptica, progettuale nell’immediato e nel breve.

Il capo deve costantemente rafforzare le motivazioni a resistere tramite suggestioni di originalità dell’evento e di orgoglio collettivo.

Il capo deve coinvolgere tutti i membri del gruppo secondo le loro abilità e competenze e deve favorire le loro pulsioni di affidamento e di fiducia.

Il capo deve essere generoso e preciso nell’individuare e censurare deroghe dal comportamento richiesto senza creare frustrazioni e tanto meno repressioni.

Il capo deve essere affettuoso, comprensivo, autorevole e non autoritario.

In un gruppo familiare ottimale di cinque persone questi attributi del capo si trovano facilmente nella figura materna.

Questo tipo di capo si definisce psicologicamente “genitale”.

Per il momento questo chiarimento può bastare. In seguito comunicherò i tratti psichici particolarmente critici dei gruppi, quelli che bisogna evitare o che bisogna risolvere.

Salvatore Vallone

Pieve di Soligo (TV), mercoledì 01 del mese di aprile dell’anno 2020

Prière

Seigneur,

mon bonjour commence avec une prière

et aujourd’hui elle est particulière.

Mon Dieu,

je te prie de ne pas nous laisser seuls,

tends ta main vers nous,

aides nos malades

et surveilles notre chemin….

Je te prie,

Dieu,

de nous donner un peu de sérenité.

Je ne pleure pas sur le temps qui est passé,

mais je vis le présent

et j’éspère qu’il sera mieux.

Il est arrivé le temps

que le monde confie en Toi

et commence à prier.

Le matin est le moment juste

pour dire Merci à Toi,

Merci à la vie,

Merci à celui qui est à coté de nous,

Merci à celui qui nous aime toujours,

Merci à tous les amis réels et virtuels

qui sont toujours présents.

Aujourd’hui je lève le regard vers le ciel

parce que je sais

que seulement de Toi arrive la bénédiction.

Je confie à Toi cette Italie

et toutes les autres nations dans ce moment difficile.

Nous avons toujours une grande force

et meme si la peur cherche à prédominer,

il faut choisir l’espoir.

Je te souhaite une bonne journée.

Beatrice

Siracusa, giovedì 19 del mese di Marzo dell’anno 2020

“CAMINAMU”

Dottor Vallone,

sono Inès.

Non riesco a stare in casa più di mezza giornata, poi devo uscire e prendere aria, altrimenti soffoco e vado fuori di testa. Prima non mi era capitato tutto questo.

Cosa mi sta succedendo e cosa posso fare?

CLAUSTROFOBIA & CLAUSTROFILIA

E’ una questione delicatissima e diffusa. Tante persone hanno maturato una “organizzazione psichica” a prevalenza fobica e non hanno mai avuto bisogno di ricorrere a una psicoterapia semplicemente perché hanno gestito la “paura” di stare in un luogo chiuso uscendo all’aria aperta e hanno trovato il loro equilibrio psicofisico con la consapevolezza che di tanto in tanto hanno bisogno d’aria.

Sto parlando di “paura” e non di “fobia”, sto parlando di quelle persone che magari non si sconvolgono la vita se non usano l’ascensore, di quelle persone che sentono crescere la tensione nervosa se si trovano in un luogo chiuso, al supermercato o in un centro commerciale, ma che non hanno avuto mai crisi di panico o somatizzazioni d’ansia ingestibili.

Sto parlando di noi tutti, perché tutti abbiamo elaborato e incamerato questo “tratto” psichico caratteristico, di qualità paranoica o persecutoria, sin dal secondo anno di vita, quando abbiamo sperimentato la nostra aggressività e la nostra sensibilità alla colpa, tutti abbiamo aggredito e ci siamo sentiti aggrediti. Questo “tratto” psichico si esalta nelle situazioni logistiche che provocano la sensazione di blocco fisico e di impossibilità a trovare una via di fuga. Nella situazione di disorientamento che stiamo vivendo a causa del pericolo di infezione da “coronavirus”, è oltremodo normale che ogni persona mette in gioco la sua formazione e la sua struttura psichiche. Ecco che vengono fuori e si esaltano i “tratti” psicologici che hanno particolarmente contraddistinto la nostra evoluzione psicofisica. Il rischio, che si corre dietro le sferzate dell’angoscia di morte destata dalla situazione in atto, si attesta nel tralignare della “paura” in “fobia”. La prima è assolutamente normale, oltre che salutare e benefica perché prepara alla giusta reazione. La “paura” evita di incorrere in pericoli e tutela la sopravvivenza di fronte a una situazione critica. La seconda, la “fobia”, è un disturbo psichico proprio perché la tensione nervosa è in eccesso e l’elaborazione mentale è andata al di là dell’oggetto giusto della “paura”. Nella “fobia” del chiuso, claustrofobia, convergono “fantasmi”, rappresentazioni mentali a forte intensità emotiva, che includono una serie di vissuti traumatici e conflittuali che scatena una “conversione isterica” delle tensioni in sovraccarico e ingestibili dal sistema psichico.

Inès non riesce a gestire l’economia nervosa prodotta dalla situazione in atto e il suo nucleo psichico e la sua angoscia si scaricano in questa insofferenza per il luogo chiuso.

Inès è chiamata a prendere coscienza del “fantasma di morte” e a “razionalizzare” l’angoscia scatenata dal permanere in casa.

Inès è chiamata a “razionalizzare” il suo “nucleo psichico paranoico” con la consapevolezza che lo Spazio non l’aggredisce e che lei non deve aggredirlo.

Inès deve “sublimare” la clastrofobia in claustrofilia, la paura parossistica in amore del luogo chiuso, magari rivivendo gli aspetti positivi dello stare in casa, come il senso di protezione e di benessere, come l’intimità erotica e la possibilità di esercitare gli affetti nella forma dell’amor proprio e del sentimento verso le persone care, come la libertà d’espressione e di comprensione, come tutto quello che Inès vorrà mettere in questo grande contenitore della sua casa reale e simbolica. La nostra Psiche ha tutti i requisiti e i “meccanismi” giusti per affrontare al meglio le drammatiche evenienze della vita e grazie alle sue proprietà camaleontiche di risoluzione e di adattamento. Andiamole a cercare e a scoprire. Abbiamo l’opportunità di crescere in poco tempo e nel breve saremo più grandi.

“CAMINAMU”

Abituata ad affrontare subito i problemi pensando, cercando soluzioni, agendo, facendo cose, oggi mi sento spiazzata… e adesso cosa faccio se non posso fare, non posso andare… Dovrei solo riuscire ad andare oltre me stessa e riuscire a vedere le cose in modo diverso, a non farmi sovrastare dall’ansia del non poter fare.”

Prima eravamo nevrotici. La nevrosi è stata di moda. Chi non l’aveva correva il rischio di essere ripudiato. Così cantava Adriano il grande. Adesso siamo normali. Mai stati così normali, neanche nel dopoguerra, quando mia madre cucinava le bucce delle patate e i baccelli dei piselli.

Che minestre, cara amica!

Lascia che sia. Let it be. Ascolta i Beatles.

Se vai oltre te stessa, cadi nella sopravvivenza. Non essere violenta. Non andare sopra la vita. Non sei una dea onnipotente e meno male. Vivi quello che non hai mai vissuto, la libertà di gestire il Tempo come una fisarmonica: allargalo e contrailo. “Rientra in te stessa”, dice il saggio Siddharta Gautama. “Conosci te stessa” suggerisce lo scansafatiche Socrate.

L’ansia è vita, è vitalità. La paura ci sta. L’angoscia è da evitare come la peste.

Che bello avere finalmente la consapevolezza e la potenza del “non poter fare”!

Oggi ho paura, ma non capisco se di quello che c’è fuori o di quello che sento dentro…”

La paura ci sta e ci sta bene perché fa solo bene. La paura è dentro di noi ed è legata a un oggetto specifico. Curiamola con amore, accarezziamola con devozione come se fosse una preghiera laica e civile, ringraziamola perché ci rende umani e non divini, fragili e liberi dall’onnipotenza.

Viva, viva la Paura!

Fuori c’è un virus birichino che fa le sue cose secondo Natura. Noi non vogliamo ammetterlo alla nostra amicizia e tanto meno alla nostra tavola. Che se stia a casa sua anche se gli abbiamo in qualche modo rotto i coglioni. Ma non lo faremo più e dopo attrezzeremo anche gli ospedali e spenderemo tanti bei soldini per la Ricerca, per la Scienza e non per andare al Centro commerciale a comprare l’inutilità mortale nelle buste di plastica.

Mi spaventa non avere soluzioni da dare ai miei anziani genitori che sono spaventati e ancor più fragili in questo frangente.”

Se li hai adottati e li curi, quali altre soluzioni vuoi dare. Dialoga e ascoltali, falli parlare in maniera che scaricano le tensioni e restano connessi alla realtà, cazzeggia con loro, l’ironia fa bene a tutti. Anche loro reagiscono a questo frangente storico secondo le loro coordinate psichiche.

Ma sai cosa ti dico?

Attenta ai sensi di colpa!

Non ti servono, più che mai adesso. Lo sai che i genitori scatenano sensi di colpa. E’ una prerogativa e una specialità che i figli hanno donato loro. La fragilità è un onore e un vantaggio nel contesto drammatico che stiamo vivendo. Il “fantasma di morte” agisce in maniera più incisiva nei giovani e nelle folle, piuttosto che negli anziani che hanno in qualche modo maggiore confidenza con la partenza e il distacco.

Mi spaventano anche le cose futili e inutili: il parrucchiere ha chiuso e dovrò fare i conti con i capelli bianchi e sarò costretta a pensare alla vecchiaia, la mia! non solo a quella dei genitori o a quella che ho visto portarsi via i miei nonni, i miei zii. Ora tocca a me e dovrò pensare anche a questo.”

Tutto ciò che ci appartiene è importante perché è nostro, anche i capelli bianchi e il pensiero della vecchiaia con la paura annessa.

A cosa ti serve il “fantasma di morte”?

Sicuramente a stare male e a non pensare nella maniera giusta che la vita è adesso e che ti offre nella sua drammaticità un’opportunità interessante di crescita e di maturazione.

Sai quante discussioni farai con gli amici dopo la tempesta?

Sai quante riflessioni si possono fare dopo trenta anni di pressapochismo e di ignoranza nel nostro Belpaese?

Sai quanti ospedali faremo costruire e attrezzare fra qualche mese?

Sai quante evoluzioni faremo dopo l’impatto con la possibilità della morte e la ferocia del microcosmo di un virus?

L’evoluzione psichica richiede il suo tempo, ma quella culturale e politica avverrà nel breve tempo. Anche la visione della vita e del vivere sarà rivista e adeguata a queste esperienze vissute. Se ti angosci, ti impedisci di riflettere, di capire e di cambiare. Razionalizza i tuoi “fantasmi” e poi rimettili nel posto dove li hai trovati, così come puoi fare per passare il tempo con quei cassetti ripieni di fotografie e ricolmi di cianfrusaglie.

… Già mi mancano le giornate che “avevano solo 24 ore”.

Il dì e la notte non sono cambiati, sono sempre là, sono ancora dentro la rotazione della Terra. Il Sole è sempre dentro il suo sistema e dentro la sua casa, quella via fatta del latte di Era appena munto e sprizzato dal vivace Eracle. La Natura e il Cosmo vanno avanti con i loro progetti e non si affidano al Fato o alle acrobazie del circo cinese e americano, procedono secondo la loro Ragione, sviluppano le loro Logiche meccaniche, realizzano le loro finalità. Siamo noi uomini dalle mille ambivalenze e dalle tante ignoranze che stiamo cambiando. Questa benefica evoluzione non deve essere bloccata, dobbiamo curare la presa di coscienza che l’eccezionalità del momento induce e instilla, dobbiamo usare più che mai la testa e non la pancia, dobbiamo ridimensionare quella concupiscenza del ventre che Platone assegnava agli ignoranti della Verità, i mercanti e i produttori, la folla dei bisognosi e la massa dei sudditi. Le paure sono “resistenze” all’auto-consapevolezza e “resistenze” all’afflusso dei nostri “fantasmi” rimossi. E’ il momento di tirare fuori tutto quello che emerge dalle nostre profondità psicofisiche con decisione e senza ritegno. Abbiamo davanti tante “24 ore” per migliorarci e per sentire il bisogno degli altri, più che mai adesso che siamo costretti a tenerli lontani.

Nel tempo “spensierato”, durante le serate con gli amici, quanti discorsi teorici sulla “decrescita felice” che facevamo dall’alto delle nostre certezze e sicurezze. Eccoci accontentati! Abbiamo l’occasione per sperimentarlo… ma sarà davvero “felice”!

La “decrescita felice” sarà meglio discussa dopo questa esperienza drammatica, imprevista più che imprevedibile. Gli amici non faranno più discorsi teorici di alta scuola dopo quello che stanno vivendo. Le certezze e le sicurezze hanno toccato il basso, ma un basso tanto basso che più basso non si può. L’Etica, possibilmente quella venata di un laico Calvinismo, applicata all’Economia e alla Sociologia, dopo la strizza al culo del “coronavirus” o dell’assassino invisibile, ci dirà che la Felicità è in primo luogo una dimensione interiore che deve sposarsi prima o poi con la Ragione. E’ necessario un nuovo Rinascimento che metta la Natura al centro dell’universo e l’Uomo come sua parte, un uomo consapevole di essere più che mai “faber et arbiter fortunae suae”, un Rinascimento che si sposi con un nuovo Illuminismo, un’età dei Lumi arredata dalla sua bella e buona Ragione che dirime e dirige tutti i processi umani. E allora potrà arrivare a noi tutti, dopo aver esercitato il sacrosanto diritto di voto, anche il premio Nobel per tanta rivoluzione culturale. Basterebbe leggere il Marx dei “Manoscritti economici e filosofici”, quello giovane e pieno di entusiasmi antimetafisici e nobilmente materialistici, per cominciare a meditare sull’autogestione dei bisogni e sulla dose etica della proprietà pubblica e privata. Se non rimuoveremo l’esperienza psichica in atto e se non cadremo nelle spire degli incantatori di serpenti che dai media circuiscono i tontoloni, la rivoluzione felice potrà iniziare sotto la buona stella del pericolo corso e mai tramontato.

Intanto ho iniziato il mio primo giorno di pandemia con qualche lacrima dettata dall’ansia e mi attacco, come ad una fede, al mantra “andrà tutto bene! andrà tutto bene! andrà tutto bene!”…. ma andrà davvero tutto bene?”

Il Virus ritornerà nei suoi ambiti microcosmici, la Scienza scoprirà come addomesticarlo, l’Umanità riscoprirà la sua giusta dimensione di fronte alla Natura offesa e umiliata, la Politica farà le scelte giuste per il cittadino. Purtroppo la Psicologia continuerà a essere subalterna a tutte le altre discipline e la Psicoanalisi si divertirà a cazzeggiare con i suoi castelli in aria. La Vita continuerà la sua evoluzione e Darwin sorriderà sornione dietro le nuvole del cielo di questo Marzo così originale e così cagone. Le lacrime vanno sempre bene perché sono salate e qualsiasi minestra ha bisogno di sale per essere gustosa. Attacchiamoci a tutti i mantra e a tutte le sacralità catartiche perché

TUTTO ANDRA’ BENE PERCHE’ ANDRA’ COME NATURA ESIGE CHE VADA.

E TUTTO ANDRA’ SECONDO LA NECESSITA’ LOGICA DELLA NATURA E NEL PIENO RISPETTO DELLE LEGGI CHE REGOLANO IL SUO MECCANICISMO E IL SUO FINALISMO.

Questa garanzia è l’unica consolazione che ci solleva: “natura non procedit per saltus”: il principio greco dell’uniformità della Natura che esige il possesso di un iter che l’uomo può conoscere e prevedere tramite la SCIENZA.

Attualmente siamo tutti in fuga dal virus o lo stiamo bastonando per renderlo innocuo. La sua materia e il suo progetto in parte ci sfuggono, sappiamo che può farci tanto male, ma indubbiamente ha una grande bellezza dentro e merita tanto di cappello. Quando i ricercatori lo conosceranno ben bene, sarà un buon convivente come tutti i suoi fratelli che si sono presentati e che abbiamo esorcizzato nella loro cattiveria sin dall’età del vaccino e della farmacologia.

Intanto buona lettura del Decameron del Boccaccio, della Peste di Camus, dei Promessi sposi di Manzoni, dei Buddenbrook di Mann. Anche un buon Topolino aiuta a vivere una giornata strana perché naturale. Se ami le ampie volute del tuo divano, le commedie di Eduardo De Filippo sono indicate per sorridere e sorriderci sopra.

Io sto rileggendo Epicuro.

Grazie, Stefania!