I RADICCHI ROSSI E VERDI

TRAMA DEL SOGNO

Anastasia ha fatto questo lungo e variegato sogno.

“Mi trovo a casa mia e ho voglia di andare a prendere del radicchio nel campo. Guardando fuori dalla finestra vedo la casa di fronte con il campo annesso e so che là ci sono dei bellissimi radicchi.

Allora parto e vado sul campo camminando lungo dei solchi lasciati dalle ruote di un trattore, pieni di acqua e fango. Devo star attenta a non sporcarmi le scarpe.

Poi mi inoltro verso dei filari di viti per raggiungere l’orto dei vicini e ci devo andare di nascosto per non farmi scoprire.

Mentre guardo l’orto, mi accorgo che dalla parte opposta, in pieno campo, ci sono due uomini che stanno discutendo e io cerco di nascondermi anche da loro, ma mi accorgo di avere sulle spalle un asciugamano bianco e sicuramente, se non lo tolgo, mi vedranno.

Però non lo tolgo e continuo a camminare veloce e passo sotto un filare di viti per raggiungere l’orto e prendere i radicchi. Sono proprio belli, rigogliosi, verdi e rossi.

Quando mi avvicino all’orto incontro la padrona di casa con la figlia. A quel punto non posso più andare a prendere il radicchio e mi metto a chiacchierare dicendo che facevo una passeggiata.

Mi invitano in casa. Entro e trovo dentro tante persone, la stanza è molto buia. E la figlia mi dice che è triste perché la mamma soffre di Alzheimer ed inoltre ogni volta che vanno al supermercato questa signora si mette a ballare e mette in imbarazzo la figlia.

Allora io prendo la signora fra le braccia e la invito al ballo, lei prima tentenna, ma poi comincia a girare e siamo come dei veri ballerini e lei è molto felice. Intanto la figlia mi dice che sia lei che il marito hanno perso il lavoro per accudire la madre e che si sono messi a fare dei lavoretti da vendere per sbarcare il lunario.

Mi porta nell’altra stanza. Ci sono tanti tavoli con sopra dei lavori fatti a uncinetto. Nei primi ci sono delle donne sedute, con la testa china e tristi, che guardano dei centrini bianchi non inamidati e non stirati che stanno proprio male, allora le invito a sistemarli se li vogliono vendere.

Negli altri tavoli ci sono invece dei bouquet di fiori fatti in lana o gialli o rosa. Molto belli. Ma forse sono costosi e non voglio spendere troppo. Vorrei prenderli per i regali di pasqua, ma li voglio rossi e non ci sono.

Allora vado a vedere nella stanza accanto. Trovo un bel ragazzo, un maestro di musica che sta insegnando a degli alunni cosa sono le “note dure”, io non so di cosa stia parlando. Mi invita a sedermi e a prendere appunti sul quaderno. Il quaderno è bello, illustrato, solo che al momento di scrivere mi accorgo che nella maggior parte della pagina ci sono delle illustrazioni di colore nero e perciò non si vede cosa scrivo.

Penne bianche non ce ne sono, perciò scrivo a tratti qua e là sapendo che comunque farò fatica poi a studiare. Gli chiedo se ha altri quaderni e lui mi risponde che sarà meglio che ci faccia degli esempi per memorizzare la lezione.

Usciamo dall’aula e lo abbraccio e poi invito tutti a casa mia e ci prendiamo un caffè. Quando spreparano e col vassoio vanno al lavandino, fanno per rovesciare le tazze con ancora del caffè giù per lo scarico, allora li fermo per paura che rompano le belle tazze rosse ed oro che sono del servizio di mia mamma e li porto in bagno sulla vasca che è molto più capiente.

Qui apro gli scuri e la finestra per far entrare la luce e mi sveglio.”

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Mi trovo a casa mia e ho voglia di andare a prendere del radicchio nel campo. Guardando fuori dalla finestra vedo la casa di fronte con il campo annesso e so che là ci sono dei bellissimi radicchi.”

Anastasia non ama la solitudine anche se sta bene a “casa” sua e con se stessa. E’ una donna irrequieta e dalla mille voglie e soprattutto non sa fare a meno della vita e della vitalità affettive al punto che è disposta a relazionarsi con facilità, pur di portare nella sua “casa” psichica i benefici privilegiati dalla sua persona. Il “radicchio bellissimo” è un attraente cibo affettivo di cui Anastasia è particolarmente ghiotta. L’esordio del sogno di Anastasia parla di “voglia” e di conquista, di un bisogno di socializzare affermativo e positivo. La decisionalità non è un difetto di Anastasia, così come la titubanza non si manifesta nell’aggressione alla “casa di fronte” e al “campo annesso” dove trionfano in pompa magna dei “bellissimi radicchi”. Anastasia inizia il sogno tessendo l’inno all’amor proprio, agli affetti e alla gente che la circonda.

Allora parto e vado sul campo camminando lungo dei solchi lasciati dalle ruote di un trattore, pieni di acqua e fango. Devo star attenta a non sporcarmi le scarpe.”

Anastasia rievoca il tempo in cui ha cominciato a relazionarsi e a scambiare la merce psichica con gli altri. Il “campo” rappresenta la società e le modalità che segnano la rete delle relazioni. Il senso del “camminando lungo dei solchi” descrive la tradizione e quanto detto prima in riferimento agli insegnamenti impartiti e imposti dai maestri e dalle maestre, nozioni intrise di sensi di colpa e in specie alle bambine in odore di procace adolescenza. Il “trattore” ha un suo peso reale e simbolico e con le sue ruote ci va giù di brutto nell’imprimere gli schemi culturali nelle coscienze delle giovani leve. Le “scarpe” sporche rappresentano le colpe metafisiche e psichiche in riguardo alla sessualità femminile e il senso del peccato in riferimento specifico alla vagina, come nel tempo delle streghe medioevali e dei monaci del “nome della rosa”. Stai “attenta”, Anastasia, al fango dei maschi e alle cattiverie delle madri che spesso e volentieri sono più bigotte delle suore dell’asilo. Anastasia dice a se stessa: “devo stare attenta a non colpevolizzare la mia sessualità in questo contesto di mondo così arcaico e tradizionalista.” Degna di nota è l’allegoria della forza della tradizione in “camminando lungo dei solchi lasciati dalle ruote di un trattore, pieni di acqua e fango.”

Poi mi inoltro verso dei filari di viti per raggiungere l’orto dei vicini e ci devo andare di nascosto per non farmi scoprire.”

Anastasia ricorre ai sotterfugi e si occulta per non essere smascherata nelle sue furtive intenzioni. “L’orto del vicino è sempre più bello” recita un antico adagio per attestare che si preferiscono e si privilegiano le cose degli altri rispetto alle proprie. Anastasia si è sentita emarginata in famiglia se pensa di trovare più attenzione e miglior fortuna presso i vicini e soprattutto nel loro “orto”, là dove simbolicamente si consuma il rituale affettivo. L’orto produce quel cibo che è simbolo di amore e di investimenti affettivi. I “filari di viti” rientrano nel paesaggio veneto e non hanno rilievo simbolico. Chiaramente Anastasia sa che i suoi genitori non approverebbero questo suo ripudio nei loro confronti e soprattutto in materia di affetti. Oltretutto, lei stessa avverte un senso di colpa nella preferenza accordata ai vicini e ai loro radicchi verdi e rossi. L’esigenza di esplorare il mondo circostante è più forte dei timori di essere punita.

Mentre guardo l’orto, mi accorgo che dalla parte opposta, in pieno campo, ci sono due uomini che stanno discutendo e io cerco di nascondermi anche da loro, ma mi accorgo di avere sulle spalle un asciugamano bianco e sicuramente, se non lo tolgo, mi vedranno.”

Il sogno di Anastasia è iniziato portando avanti una valenza affettiva e su questo bisogno moderato di un amore diverso prosegue senza tentennamenti. Anche l’universo maschile attrae Anastasia, “ci sono due uomini” che non sono censori, come temeva, ma persone normalissime che discutono. Anastasia ha un atteggiamento ambivalente, perché da un lato vuole nascondersi per non essere scoperta nella sua magagna e dall’altro lato ci tiene a essere notata grazie all’asciugamano bianco che porta sulle spalle. La donna è attratta e teme il rimprovero per essere sfacciata e in specie con gli uomini di una certa età. Ma perché Anastasia si deve nascondere? Perché i genitori non sono stati provvidi nelle manovre di affidamento quand’era bambina. Una madre severa ed arcigna e un padre lontano ed egoista completano l’opera in questo leggero psicodramma familiare.

Però non lo tolgo e continuo a camminare veloce e passo sotto un filare di viti per raggiungere l’orto e prendere i radicchi. Sono proprio belli, rigogliosi, verdi e rossi.”

Anastasia ha bisogno di relazioni significative e di affetti nuovi e diversi, per cui procede con la sua intraprendenza ad accaparrarsi i “radichi” più “belli” e “rigogliosi”, quelli “verdi e rossi”. La disinibizione si sposa con il timore del rifiuto e della censura, ma Anastasia ha le idee molto chiare su quello che vuole: stabilire relazioni affettive con persone diverse dal suo ambito familiare, allargare la cerchia delle sue conoscenze e delle sue amicizie. Anastasia rievoca la ragazzina che ha trovato difficoltà ad emergere in famiglia per la presenza ingombrante di fratelli e sorelle, per cui va a cercare e a mangiare i “radicchi” da un altra parte, là dove non ci sono rivalità e censure. L’orto del vicino è veramente vitale, oltre che bello, ricco di linfa ed anche eccitante. Così sogna la sfera affettiva la protagonista di questo sogno rurale. Relazionarsi e conoscere la gente è veramente coinvolgente e fascinoso.

Quando mi avvicino all’orto incontro la padrona di casa con la figlia. A quel punto non posso più andare a prendere il radicchio e mi metto a chiacchierare dicendo che facevo una passeggiata.”

Ecco realizzato il progetto affettivo di Anastasia. Doveva costruire un sogno dove poter rubare i radicchi era possibile ed, invece, s’imbatte proprio nella persona interessata, la padrona dei radicchi e oltretutto con la figlia. Anche in questa famiglia ci sono ostacoli, per cui è necessario cambiare strategia senza cambiare il progetto di fondo che resta quello di relazionarsi con persone estranee all’ambito familiare e di cercare miglior fortuna affettiva esibendo le migliori doti. Anastasia passeggia e nel passeggiare sperimenta le sue capacità sociali e la sua intelligenza operativa. La vita, del resto, impone di sapersi arrangiare e di far buon viso a cattivo gioco. Anastasia è un camaleonte e non è, di certo, seconda a nessuno nell’esibire la sua sfacciataggine. Il radicchio, che voleva rubare, si può anche ottenere in maniera suadente e diplomatica. Questa è una buona trovata e una proficua presa di coscienza che consente ad Anastasia di togliersi d’imbarazzo proprio esibendo una invidiabile faccia di bronzo.

Mi invitano in casa. Entro e trovo dentro tante persone, la stanza è molto buia. E la figlia mi dice che è triste perché la mamma soffre di Alzheimer ed inoltre ogni volta che vanno al supermercato questa signora si mette a ballare e mette in imbarazzo la figlia.”

Anastasia si è intrufolata nelle dinamiche relazionali e ha appagato il suo bisogno di stare con la gente essendo consapevole delle difficoltà che comporta conciliare le diversità caratteriali e le traversie umane. Non tutte le storie tra le persone sono rose e fiori, oltretutto la disabilità spesso è motivo di esclusione e non di arricchimento. La presenza di tanta gente significa la possibilità d’imbattersi in tanti modi di essere e in tante modalità di relazionarsi e questa è una ricchezza se non diventa imbarazzo e rifiuto. Anastasia si è mossa proprio per conoscere gente nuova e per stare con persone diverse. E’ partita da casa sua per le avventure sociali rischiando di trovarsi in imbarazzo e di non saper che pesci pigliare nelle situazioni più strane in cui si può trovare. Ma la donna dei “radicchi verdi e rossi” è intraprendente e non demorde di fronte a un conclamato morbo di Alzheimer, anzi pensa che può essere foriero di creatività e di sana follia.

Allora io prendo la signora fra le braccia e la invito al ballo, lei prima tentenna, ma poi comincia a girare e siamo come dei veri ballerini e lei è molto felice. Intanto la figlia mi dice che sia lei che il marito hanno perso il lavoro per accudire la madre e che si sono messi a fare dei lavoretti da vendere per sbarcare il lunario.”

La follia e la solidarietà ballano con i corpi di Anastasia e della signora che “soffre di Alzheimer”. La disinibizione non è soltanto sociale, ma si estende alla felicità dei ballerini anomali che non hanno bisogno di terapia, ma soltanto della felicità di liberare i corpi alle armonie e senza l’imbarazzo di trovarsi a ballare in un supermercato tra scaffali ripieni di cianfrusaglie buone per i veri dementi. Anastasia e la signora madre si sono riconciliate nei giri del walzer e nella concessione reciproca di un ballo ad ampie volute, come quelli dei bambini prima di sentire la testa girare e di stramazzare a terra. I ballerini sono felici di essere leggeri come l’aria che respirano senza affanno e godono delle espressioni che di giro in giro il loro corpo esprime. Ma la vita, purtroppo, scorre senza l’Alzheimer e coloro che vivono sono costretti a sopravvivere, ad andare sopra la vita, per cui non sanno ballare e non sono malati, sono sani mentalmente ma non fanno ampie volute con le gambe inesperte e intirizzite. La cicala canta e la formica lavora, l’Alzheimer balla e la normalità sbarca il lunario. Anastasia si sta proprio divertendo in questo surreale e così umano bordello di ballerini zoppi e di “radicchi rossi e verdi”, di disoccupati e di badanti in odore di eredità. I veri ballerini tentennano, ma poi cominciano a girare, ballano da soli e si lanciano senza paracadute nel vuoto delle aspettative sociali. E’ commovente questa solidarietà di Anastasia verso la follia creatrice e disinibita di una madre prossima alla dipartita.

Mi porta nell’altra stanza. Ci sono tanti tavoli con sopra dei lavori fatti a uncinetto. Nei primi ci sono delle donne sedute, con la testa china e tristi, che guardano dei centrini bianchi non inamidati e non stirati che stanno proprio male, allora le invito a sistemarli se li vogliono vendere.”

Anastasia sta visitando le sue stanze relazionali, attraversa le sue modalità d’approccio e i suoi bisogni di stare con la gente, nonché i desideri di potere e di primato. Anastasia sa e sa guardare, valutare, invitare, consigliare queste donne tristi e sedute con la testa china sopra abbozzi di ordinaria follia e di quotidiana amministrazione. Anastasia è un caporione, un arruffapopolo, un capobanda che chiama le donne al risveglio e alla rivoluzione, la ribellione dell’uncinetto e del ricamo. La bambina ha sofferto tanto nella sua famiglia, aveva poco spazio e ha tanto immaginato il suo Ronzinante e i suoi mulini a vento. Di Sancho Panza non sapeva che farsene, perché non era affetto dal morbo di quel signore chiamato Alzheimer e che ha dato il nome alla mente dei vecchi quando diventa bambina sotto le frustate dell’angoscia di morte.

Negli altri tavoli ci sono invece dei bouquet di fiori fatti in lana o gialli o rosa. Molto belli. Ma forse sono costosi e non voglio spendere troppo. Vorrei prenderli per i regali di pasqua, ma li voglio rossi e non ci sono.”

Il mercato rionale del sabato continua con le sue esposizioni floreali nelle stanze sociali di Anastasia. Si contratta e si vende al miglior acquirente. Ma Anastasia è moderata nelle spese e negli investimenti quando richiedono un suo intervento diretto. E’ generosa nel sociale, ma non trascura i suoi interessi. Fa regali a Pasqua, nel giorno della rinascita, ed è esigente nella qualità e nella forma. Il capoverso è contraddistinto da una vivace allegria e da una “verve” relazionale che mostra chiaramente le varie dialettiche che si possono instaurare tra la gente. Il giallo, il rosa e il rosso sono i colori giusti per descrivere lo stato d’animo brillante di Anastasia quando si trova con le varie persone. Pochi simboli e tante dinamiche sono presenti in questo sogno narrativo e accuratamente descrittivo.

Allora vado a vedere nella stanza accanto. Trovo un bel ragazzo, un maestro di musica che sta insegnando a degli alunni cosa sono le “note dure”, io non so di cosa stia parlando. Mi invita a sedermi e a prendere appunti sul quaderno. Il quaderno è bello, illustrato, solo che al momento di scrivere mi accorgo che nella maggior parte della pagina ci sono delle illustrazioni di colore nero e perciò non si vede cosa scrivo.”

Di stanza in stanza Anastasia procede curiosa e trova anche “un bel ragazzo”, addirittura “un maestro di musica” che insegna l’essenza delle “note dure”.

Ma cosa saranno mai queste “note dure”?

E chi sarà mai questo “bel ragazzo”?

La simbologia esige che le prime siano le disarmonie psichiche dell’esistenza e i traumi inevitabili nei quali incorre chi vive e esperisce le normali evenienze della vita. Anastasia sta rivivendo e sta tirando fuori in sogno qualcosa di intimo e privato che appartiene al corredo delle sue esperienze traumatiche: un uomo che insegna “a degli alunni” la parte dolente dell’esistenza umana. Il “bel ragazzo” maestro di vita appartiene alla cerchia delle persone significative e importanti di Anastasia. Si tratta di un uomo giovane e positivo che viene inizialmente rifiutato: “io non so di cosa stia parlando”. Anastasia si difende dai vissuti collegati a questa persona proprio perché la “nota dura” lo riguarda e la riguarda. Anastasia ha vissuto una storia con questa persona o meglio ha condensato e spostato in questa persona le dure esperienze affettive vissute a suo tempo. Anastasia è invitata da questo maestro di musica vitale, da questo “bel ragazzo”, “a prendere appunti sul quaderno”, a scrivere una storia fatta di tanti pezzi per dare forma alla relazione. La storia può essere bella e ricca di umanissimi temi, ma, nel momento in cui Anastasia deve viverla, qualcosa non va nel giusto verso: il quaderno è coperto da “illustrazioni di colore nero” che non consentono di scrivere alcunché e soprattutto di averne consapevolezza. Anastasia non ha potuto scrivere e vivere la storia con quest’uomo perché il colore nero, simbolo del lutto e della perdita, ha reso impossibile l’operazione e l’esperienza. La storia si è conclusa traumaticamente o con la rottura o con il lutto, la morte del “bel ragazzo” e del “maestro di musica” esperto nelle “note dure”, nella parte negativa dell’esistenza. Pur tuttavia, Anastasia non si rassegna e tenta di scrivere la sua storia anche se la consapevolezza è drastica e drammatica. La funzione onirica stempera la descrizione di questa trauma e riduce la carica d’angoscia, consentendo al sogno di procedere nella sua trama e ad Anastasia di continuare a dormire. Questo è il nucleo del sogno, il trauma della perdita. Anastasia nell’andare in mezzo alla gente si imbatte nell’uomo della sua vita e lo perde senza avere la possibilità di scrivere una storia insieme a lui.

Penne bianche non ce ne sono, perciò scrivo a tratti qua e là sapendo che comunque farò fatica poi a studiare. Gli chiedo se ha altri quaderni e lui mi risponde che sarà meglio che ci faccia degli esempi per memorizzare la lezione.”

Ci voleva una penna con l’inchiostro bianco per scrivere su una pagina nera e listata a lutto, per cui Anastasia si adegua alla situazione in atto pur sapendo che farà fatica a razionalizzare la perdita: “scrivo a tratti qua e là sapendo che farò fatica poi a studiare”. Anastasia continua a dormire e a sognare e si chiede se avrà altre storie da scrivere in “altri quaderni” e si risponde che dovrà procedere con la “razionalizzazione del lutto”, con la presa progressiva di coscienza del trauma che l’ha colpita. “Memorizzare la lezione” si traduce proprio nel far tesoro di quello che è successo.

Come reagirà Anastasia a tanta disgrazia e come sopporterà tanto dolore?

Diventa interessante procedere con l’interpretazione del sogno per rispondere a questa giusta domanda.

Usciamo dall’aula e lo abbraccio e poi invito tutti a casa mia e ci prendiamo un caffè. Quando spreparano e col vassoio vanno al lavandino, fanno per rovesciare le tazze con ancora del caffè giù per lo scarico, allora li fermo per paura che rompano le belle tazze rosse ed oro che sono del servizio di mia mamma e li porto in bagno sulla vasca che è molto più capiente.”

La solidarietà e la condivisione sono i valori culturali e i sentimenti che accompagnano l’odissea sociale di Anastasia. Un abbraccio per saluto al maestro di musica dalle note dure e una festa sociale per tirasi su il morale sono gli antidoti al dolore della perdita. Quando la festa è finita e si ritorna alla altrettanto dura realtà di tutti i giorni, Anastasia ha il problema delle “tazze”, si imbatte nel prezioso tema della sua femminilità: cosa farò del mio essere donna, della mia sessualità, delle “belle tazze rosse ed oro, quelle che mi ha dato mia mamma quando mi ha partorito e quando mi sono identificata psicologicamente in lei?” La “vasca da bagno capiente” è la soluzione all’eventuale rottura del servizio di porcellana. La simbologia si traduce in un figlio, quest’ultimo sarà la riparazione al trauma della perdita. Il grembo “capiente” di Anastasia è pronto per il parto. Le “note dure” sono proprio queste: Anastasia sogna il trauma della perdita del suo uomo e la compensazione della maternità. Dopo tanto girovagare tra la gente alla ricerca dei “radicchi rossi e verdi” da prendere furtivamente nell’orto della vicina, Anastasia si imbatte nel tema portante del sogno, la perdita e l’acquisto affettivi. Il buon radicchio trevigiano conferma la sua bontà psichica e simbolica nell’ordine degli affetti familiari e sociali.

Qui apro gli scuri e la finestra per far entrare la luce e mi sveglio.”

Il sogno si è concluso e si può andare in pace. Anastasia ha rielaborato con pacatezza e con i meccanismi di difesa del sogno la sua buona “razionalizzazione del lutto” e la buona compensazione dell’esperienza della maternità. Apre “gli scuri e la finestra” per risvegliarsi e dare il buongiorno al suo “Io” vigilante e razionale. Inizia la giornata nella realtà dopo il sonno e dopo il sogno.

La lunga interpretazione del lungo sogno di Anastasia trova qui la sua fine.

URBI ET ORBI

Urbi et Orbi.

Che sorpresa!

che magnifica sorpresa!

È primavera,

è il rosa dei ciliegi,

è la gemma dell’acero che spinge,

la luce che sghemba trafigge lo sguardo puntato all’erba verdolina,

è la finestra spalancata sulle grida di bambini in gioco,

è una grande apertura in così poco,

la nuova vita che sconfigge le peggiori intenzioni di una natura stanca,

è tutto quello che da sempre manca e che sempre ritorna,

indifferente alle nefande promesse di un’epoca che arranca.

Ci siamo,

eccoci qua,

file di fanti col moschetto pronti alla battaglia,

file di morti sul campo vermiglio di sangue,

occhi rivolti al cielo grigio

che soccombe allo squarcio azzurro della speranza.

Ci siamo,

ci siamo sempre stati,

eravamo solo soggiogati dall’abitudine e dalla buona sorte,

attenti al suono delle campane a festa,

pronti alla domenica di Pasqua,

sordi al lamento di un Cristo inchiodato alla croce dei potenti.

È venerdì, di nuovo.

È primavera.

Qualcuno paga il nostro biglietto, adesso.

Inchinati!

Fallo subito,

ci sono padri ed avi che hanno offerto il corpo e l’anima

perché potessimo avere tutto questo,

la nostra libertà,

la noia,

il progresso.

Dimmi che non è stato inutile,

dimmi che è il nostro turno

per dimostrare che la pioggia battente nella piazza grande di Roma

non ha scalfito il crocefisso

e che quel corpo piegato siamo noi,

un sacrificio piccolo come una goccia

in mezzo a questo mare di mani giunte.

È primavera, un’altra.

Non la prima, non l’ultima.

Ma quella nuova, quella che ci manca.

Abbi pietà di noi.

Alessia

Roma, venerdì 27 del mese di marzo dell’anno 2020

LA TRASFIGURAZIONE DELLA MORTE

TRAMA DEL SOGNO

“Ho sognato dei lumini di diverse dimensioni accesi.

Stavano in una conca grande come quella di un albero, ma senza l’albero.

La pioggia li spegneva, ma poi si riaccendevano da soli.”

Simone

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Il sogno mi è pervenuto a fine marzo, in pieno tormento individuale e collettivo da “coronavirus”, in piena ricerca di quella bussola che favorisce la navigazione tra i mari tempestosi dei “fantasmi” individuali e dei dettami collettivi di legge. Simone si imbatte nei suoi vissuti e cerca di contemperarli con i divieti ufficiali ricorrendo naturalmente, per sua formazione e disposizione psichiche, alla “Pietas” sulla Morte, alla consapevolezza del riconoscimento e della condivisione del fenomeno naturale del morire e manifestando la sua sensibilità verso la sacralità della memoria delle persone che la Morte ha portato via al nostro sguardo e al nostro gusto di sopravvissuti. In questa cornice psico-culturale Simone immette la sua emergenza psicologica, il suo bisogno di memoria, il suo bisogno di Padre, il suo bisogno di Madre nella naturale dipartita, nell’impatto con la Morte, escludendo il senso della fatalità e non confondendola con la Necessità naturale dei filosofi greci, gli atomisti per l’appunto. La Vita ha una sacra finalità e non si svolge secondo il gioco a dadi del Caso, né secondo l’immunità di gregge. Il suo sogno è l’allegoria della Morte individuale e universale, nonché della trasfigurazione della Morte individuale come salvezza dell’intera umanità. In tanta augusta impresa Simone si sostiene con i meccanismi onirici della “condensazione” per quanto riguarda la traduzione simbolica e della “figurabilità” per quanto riguarda la degna rappresentazione in semplici quadretti della trasfigurazione della Morte.

Ma tutto questo Simone non lo sa anche se lo fa.

Ho sognato dei lumini di diverse dimensioni accesi.”

Simone rappresenta in sogno un cimitero di campagna nelle notti d’agosto tra le tante e varie fiammelle, i fuochi fatui e le luminarie che i parenti accendono di tomba in tomba per illuminare la strada dell’aldilà ai cari defunti, per indicare la loro identità, per ridare loro energia, per ricordarli, per ragionare con loro intorno alla morte, per quel cumulo di simbologie che il “lumino acceso” condensa nell’elaborazione soggettiva e collettiva. Simone dà vita in sogno a un cimitero pieno di defunti diversi nel tempo e nello spazio, vivifica vite estinte e le surroga nell’energia caduca della cera che si consuma rischiarando, per quel poco che serve, la memoria di una vita spezzata e la speranza di una dipartita finalizzata religiosamente a una rinascita.

Una riflessione sul presente storico è d’obbligo.

Paradossalmente, ma non a caso, in questi tempi mortiferi avviene una “rimozione” individuale e collettiva della Morte, sollecitata per difesa dall’angoscia di finire la vita in una maniera ingloriosa e colpiti a tradimento da un invisibile sgorbio parassita di madre Natura con cui i Cinesi hanno giocato nei loro macabri mercati degli animali. Simone rievoca e rielabora il materiale rimosso secondo le coordinate psichiche che appartengono alla sua formazione umana, alla sua “organizzazione psichica”, alla sua evoluzione biologica e culturale, alla sua sensibilità etica e religiosa. Simone in sogno sublima la Morte e la rende bella e buona, se non in se stessa, almeno nella reazione fisica e simbolica degli uomini che hanno avuto la ventura di restare in questo mondo con le vesti di eterni bisognosi di un qualcosa che esiste e che si ha a portata di mano, anzi di Mente: la “coscienza di sé e della propria umanità”. Simone non ha dubbi che “questo è l’Uomo”, non ha le perplessità di Primo Levi dopo essere sopravvissuto allo sterminio nazista. Simone e tutti noi non sappiamo ancora di essere sopravvissuti allo stermino del “coronavirus”, sappiamo che dobbiamo vigilare sui “lumini accesi di varia dimensione”, sui morti di ieri e sui morti di oggi. Sappiamo che dobbiamo diligentemente vigilare sulla Morte, come insegna Cristo a detta degli evangelisti nella parabola della lampada a olio da mettere sulla finestra o da tenere accesa con la scorta d’olio perché non si sa quando arriva lo sposo, come nella parabola delle dieci vergini.

E cosa mi dice Simone delle luci accese dei camion militari che in fila e nella notte piovosa portano le bare dei tanti morti senza la “pietas” dei familiari e senza le esequie?

Cosa mi dice Simone dei feretri che vanno alla cremazione in qualche lontano comune di un’altra regione, a che non resti alcunché del loro essere corporeo infetto?

Cosa mi dice Simone dei mille e altri mille corpi defunti che non trovano ospizio nei cimiteri?

Almeno la “pietas” italica non ricorre alle barbariche fosse comuni degli americani in cui riversare i corpi inanimati della gente povera del Bronx.

Simone si dice in sogno che sono brutti tempi e che la dea laica della naturale Necessità impone questo tragico rito e questo lugubre esilio. Questa amara consolazione non basta, di certo, a lenire l’imponderabile leggerezza dei nostri sensi e delle nostre ragioni, del nostro essere psicofisico fatto per la Morte e dotato di consapevolezza della caducità del Corpo e dell’eternità della Psiche, quella energia che sente e concepisce, purtroppo o meno male, la Malattia mortale e l’ineluttabilità della Morte.

D’ufficio è doveroso aggiungere che la simbologia del “lumino” si attesta in un surrogato che abbraccia l’ambivalenza e l’ambiguità della Vita e della Morte, della Ragione e dell’oscurità crepuscolare, del segnale che la vitalità si consuma e procede verso l’inerzia della passività. Il “lumino” dice, in quanto piccola luce artificiale, che il timore e il tremore della Morte sono sempre alle prese e in combutta con la bellezza e la serietà della Vita.

Stavano in una conca grande come quella di un albero, ma senza l’albero.”

I morti stavano dentro questo cimitero in braccio alla Madre e senza il Padre. La “conca grande” è un simbolo del grembo femminile, così come “l’albero” rappresenta il Padre e il suo rassicurante potere. La Madre e il Padre sono gli archetipi dell’origine del Tutto, uomo compreso, condensano la Filogenesi, l’Amore della Specie, quella che sconfigge la Morte ma non la elimina, quella che consente di avere una Specie migliore e più forte tramite la Morte. I morti, rappresentati dai poveri e indifesi “lumini”, appartengono simbolicamente alla “parte negativa” del Principio femminile, la Morte, la Madre che dà la morte, e sono abbracciati e protetti dalle Moire greche, affinché il passaggio sia lieve e non oltremodo doloroso, dal momento che manca il Padre, il principio maschile che concede la forza della Ragione e della auto-consapevolezza. Il grembo oscuro della Madre riporta i suoi figli all’indistinto e all’indeterminato da cui provengono e li rifonde in un Tutto anonimo e senza alcuna Luce. Mai rappresentazione della Morte è stata così decisa nei tratti tragici che non contemplano una sopravvivenza dopo il travagliato viaggio della vita, quella vita che tanta speranza e illusione ha seminato e semina tra i viventi superiori, quelli che hanno la Ragione e la “coscienza di sé”, i Viventi più alti nella scala della Scienza e dell’infelicità. Ma la laica rappresentazione non è finita, perché il sogno di Simone si allarga alla Metafisica collettiva nella risoluzione dell’angoscia della morte. La soluzione che Simone dà a se stesso si può estendere alla “cultura occidentale”, quella che ha visto i natali nella culla felice dell’Uomo greco.

Vediamola.

La pioggia li spegneva, ma poi si riaccendevano da soli.”

La “pioggia” è la manna del cielo, una combinazione simbolica tra maschile e femminile, un simbolo dell’androginia. La “pioggia”, infatti, nutre la terra e gli uomini, lava i sensi di colpa, purifica le sozzure degli istinti, è una madre benefica che cade dal cielo, il luogo dei desideri, ma è anche un “principio maschile” perché abbraccia e ingravida la terra dei beni fondamentali per la vita. Simone fa scendere la pioggia per spegnere i “lumini”, per togliere la speranza e la memoria, per vanificare la Vita dell’uomo singolo tramite l’opera nefasta di massificazione operata dalla Morte. La Morte, con la “emme” maiuscola, non ha un viso e non ha una storia, non si è incarnata nella vita di una sola esistenza. La Morte è di tutti anche se è individuale. La Morte è un valore collettivo e individuale, ha una cifra psichica legata al vissuto culturale della massa e dell’individuo, quelle persone che in vita la concepiscono e ne prendono consapevolezza, “amor fati”, secondo l’amorosa accettazione del proprio destino, secondo l’abilità di colui che a lei si appella per farla morire attraverso il suo fare simbolico: la riduzione a simbolo. A tal proposito vedi le Religioni monoteistiche e il Buddismo. La “pioggia” di Simone, che spegne la vita e non vivifica, è la pioggia del “coronavirus” e dei camion militari che sotto la pioggia portano i feretri anonimi di uomini e donne verso destinazioni ignote e verso il fuoco purificatore della solitudine e dello stento, privi di quelle esequie, civili o religiose, che Simone ha immaginato nella disperazione e nella solitudine. Ma non può finire così, oltre il danno anche la macabra beffa. E allora in sogno Simone si riscatta e opera il miracolo del credente, dell’uomo che ha fede e che professa il valore della Vita e anche della Morte. Ritrova il messaggio e la funzione di Cristo: la resurrezione e la Vita eterna. Ed ecco che i “lumini” si riaccendono da soli, ecco che l’operazione magica converte e riscatta tutto il dramma, individuale e collettivo, proprio ritornando nelle dimensioni della “pietas”. Ogni cosa ha un suo nome e ogni cosa ha un suo posto, ogni cosa è riconosciuta e soprattutto la morte individuale, al di là della Morte collettiva e culturale. In questo tempo maledetto, dove tutto è ridimensionato e la gente cerca di rimuovere l’angoscia della Morte, il sogno di Simone dice a ognuno di noi che non bisogna dimenticare e reagire in maniera maldestra, bisogna vivere e non sopravvivere, perché il dolore della morte apre alla simbologia della Morte, a quel fare simbolico in cui la Morte muore. La “Pietas” arriva a vanificare la Morte brutta e massificante, contribuisce a esaltare la vita individuale con i suoi drammatici vissuti e i suoi contrastati valori.

Nel tempo del “coronavirus” Simone grida forte e alto “viva la vita” e viva quei “lumini” accesi e soli che nessuno e niente riescono a spegnere.

Cosa si nasconde in un cimitero di campagna brillante dei suoi magici e baldanzosi “lumini”?

E’ veramente cosa degna e giusta portare in risalto il nucleo psico-teologico in cui la Vita e la Morte si uniscono e sono la stessa umana e divina Entità, il mistero della Pasqua nella figura del Cristo risorto, la rinascita dell’Uomo figlio di Dio che dopo il Battesimo ha riscattato l’umanità dall’angoscia di morte e dalla Morte brutta.

Che vi sia dolce e buona la Rinascita nella vita e dopo la vita!

IN VINO VERITAS

Vino Rosso, Vino, Bottiglia, Rosso

VENERDI’ SANTO

È lento o veloce il tempo?

Che forma ha?

È rotondo?

Quadrato?

È il cilindro con all’interno un coniglio

o l’attesa del ladrone alla mia destra?

Non esiste,

ma intanto dilata l’orizzonte

di questa spianata priva di lancette.

Anelo a un orologio

come uno schiavo che invoca un ordine da eseguire,

credo di essere attratta dal bisogno di un calcio nel culo,

una colpa da trasferire,

un carnefice che dia un senso a questo pomeriggio.

Mi guardava come avrebbe guardato un quadro o un cane.

Questo quando mi amava.

Adesso mi guarda come fossi una certezza

e so che,

quando scomparirò,

non noterà la mia assenza.

Alla fine ci si abitua alla permanenza,

diventa evanescente come un santo.

Vivo o morto è a tua disposizione,

a disposizione delle tue necessità morali.

È sempre una questione di tempo,

anche quando non esiste.

Non si ferma,

si muove come vuole,

rughe,

questo bel culo che cade,

creme,

speranze da disilludere,

ridere,

ridere di questa banalità,

il pensiero viaggia più veloce

ma almeno rallenta a comando,

mentre questo corpo esige la sua immanenza.

Sono le tre del pomeriggio

ed è necessaria una morte

per decretare l’immortalità.

Io sono il mio tempio,

il mio corpo è il mio tempio,

il tempio è stato distrutto,

prima o poi sarò a Gerusalemme.

Mi metteranno in croce?

Penso di sì,

questo è il messaggio del Figlio dell’Uomo.

Messo in croce Lui,

messi in croce tutti noi.

Non lamentarsi,

difendere il bastione con onore.

Sarà bello il mio vestito?

Sarà bianco?

Avrò meritato la ribalta?

Io non credo che ci sarà gente,

non paga più nessuno

per assistere al supplizio di un fiore reciso.

Sabina, aprile, 2019

PASQUA

Fiorisci bel fiore,

fiorisci amore mio,

che a morir d’amore c’è tempo,

lo sai.

Chissà quanti anni hai.

Forse tredicimila e cinquanta tre,

forse trentamila e quattro.

Chissà quante vite hai.

Forse cinquecento e due,

forse settemila e sette.

Ti ho dato i numeri,

ma tu non sognare di rinascere,

non rinascere,

ancora ti servi viva.

E la tristezza di un padre voluto e cercato

riservala sempre a te stessa,

non darla al miglior offerente

nel mercato delle colombe e delle uova

il sabato mattina nella piazza del Duomo,

così a Trento,

così a Siracusa,

così là dove e in ogni dove ci sarà un Duomo.

Sfiorisci bel fiore.

sfiorisci amore mio,

che a morir d’amore c’è tempo,

lo sai.

Sul davanzale esposta è la tua sagoma

tra vasi oblunghi di fiori di fragola,

tra filari infiniti di mele melinde.

Le litanie ripetono i cori della primavera

e nell’asilo delle bambine e dei bambini,

abbandonati anche dalle suore,

nelle ore della canicola

si esorcizza l’angoscia della malora

in quel dopoguerra mai tramontato.

E i bambini e le bambine cantano e non piangono.

“Mela melina,

dolce e carina,

rossa e rotonda,

mela gioconda,

come ti mordo

nel mio ricordo.”

Intanto il tempo scorre tra le umide legnaie

e, se ti muovi,

scarica eros il tuo corpo aspro

di adolescente cresciuta in fretta

e non diventata donna.

Come farai a essere la prima della classe?

Va bene lo stesso,

ma non essere sola,

non sentirti sola,

ti prego

e parlami con gli occhi,

quelle fiaccole celesti

che brillano quando canti

“Mele meline,

dolci e carine,

rosse e rotonde,

mele gioconde,

come vi mordo

nel mio ricordo.”

Quando cammini,

sei tra maschio e femmina,

tra uno sculettare

e un incedere imperioso di vanagloria.

Regali ancora i tuoi seni al destino infame?

Non correre troppo,

altrimenti si vede quella malafemmina

che della seduzione ha fatto un’arma dolce e micidiale,

come la sirena Lighea,

la figlia di Calliope e di un delfino.

I tuoi occhi sono haschisc

o, se vuoi, due tazzulelle e cafè,

ch’i tant l’adda girà

e tant l’adda girà,

ch’o roce d’inta tazza

coppa a bbocca m’adda ‘rivà.

I poeti, mia cara, muoiono sempre il giorno dopo

e poi rinascono come i ramarri.

Tu,

per quello che ti compete,

leggimi un po’ ogni sera

per tenermi ancora in vita.

Il poeta non sarà oscurato dalla censura

o dalle sue stesse rimozioni.

Che l’ascolto sia fragile

e il dimenticare sempre lieve.

Hai vissuto soltanto pochi giorni di sole.

Assolvi la tua debolezza

e dolce ti sia ancora e sempre il ricordare,

così come volevi quando eri l’Orazio di allora,

così come volevi quando eri la Saffo di ieri.

Riposa bel fiore,

riposa amore mio,

che a morir d’amore c’è tempo,

lo sai.

Salvatore, aprile, 2019