IL FANTASMA DELLA MADRE E LA POSIZIONE EDIPICA

TRAMA DEL SOGNO

 

Daniele sogna di vedere la zia nella propria camera.

All’improvviso l’immagine si sdoppia: le zie diventano due e hanno voci diverse, una normale e l’altra particolarmente roca. Entrambe le voci delle zie lo salutano con un inquietante “ciao”.

Daniele impaurito scappa e, dopo aver ripreso coraggio, torna con una pistola ad acqua e spruzza le due zie perché ha capito che sono soltanto due fantasmi.

Ancora non è soddisfatto e ne uccide una, ma poi si accorge di essersi sbagliato perché ha eliminato quella buona che stava alla sua destra.

Alla fine Daniele uccide anche quella cattiva che stava alla sua sinistra.”

 

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

 

Daniele è il nome fittizio di un bambino particolarmente affascinato dal mondo incantato delle fiabe, un universo elargitogli quotidianamente da una mamma premurosa e solerte. In tal modo il bambino ha introiettato ed elaborato una particolare ricchezza di simboli, ha affinato ed esaltato, inoltre, i suoi “processi primari” acquisendo tanta facilità alle creazioni fantastiche e tanta dimestichezza con le dinamiche fiabesche più complesse.

Analizziamo il sogno di Daniele ed estrapoliamo i movimenti psichici.

La “zia” rappresenta il sostituto della figura materna nella sua componente anche erotica e desiderativa, uno “spostamento” accurato che non comporta il tabù dell’incesto e l’angoscia del rifiuto.

La “camera” condensa l’intimità nel suo versante affettivo e sessuale, mentre lo “sdoppiamento dell’immagine” è un meccanismo di difesa e innesca il processo della “scissione del fantasma” materno nella sua “parte positiva” e “negativa”.

Le “voci diverse” nel tono normale e roco attestano di un ulteriore processo di “scissione” e rappresentano ancora una volta la “parte positiva” e la “parte negativa” del “fantasma della madre”.

Il classico “ciao” è una forma di aggancio relazionale pregna di seduzione e si collega alla realtà del saluto mattutino confidenziale e suadente della madre al figlio, oltre che alla prima parola che il bambino ha imparato a pronunciare grazie sempre alla solerzia materna e quasi come un messaggio d’amore reciproco.

L’atto di “scappar via” contiene una difesa dall’angoscia legata al vissuto della seduzione materna, mentre la “pistola” rappresenta un simbolo fallico e il potere di cui il bambino ha bisogno per reagire all’emergenza psichica conflittuale anche nella forma ironica di “una pistola ad acqua”.

I “fantasmi” condensano sotto forma di pretese evanescenze la virulenza dei vissuti psichici collegati alla figura materna; “l’uccisione del fantasma” equivale a una soluzione drastica della situazione “edipica”, una forma violenta di risolvere il problema negandolo e, del resto, il bambino non sa fare altro perché non possiede ancora i meccanismi di difesa più sofisticati dell’adulto come ad esempio la “razionalizzazione”.

La “destra” simboleggia la “parte maschile” e reale della madre come nella figura fiabesca della fata, mentre la “sinistra” contiene la “parte cattiva” e malefica, come nella figura fiabesca della strega.

Globalmente il sogno attesta che il bambino si dibatte nelle pastoie di un insolubile senso di colpa.

Il sogno di Daniele parte dalla “posizione psichica orale” degli investimenti evolutivi della “libido” e arriva alla “posizione edipica” nel tentativo di dare una risoluzione alle angosce collegate.

La prognosi impone di aiutare il bambino a “razionalizzare il fantasma” della madre e di non usare in eccesso il processo dello “splitting” ossia della “scissione” dei fantasmi nella “parte buona” e nella “parte cattiva”.

L’intervento e la collaborazione del padre risultano di grande ausilio e di notevole importanza, perché aiutano il bambino a identificarsi nella sua figura e ad attenuare gli effetti devastanti dell’inevitabile “castrazione”.

Il rischio psicopatologico di una mancata risoluzione del “complesso edipico” si attesta nell’ambito delle nevrosi con somatizzazioni e inibizioni delle funzioni affettive e sessuali. Può evidenziarsi una forma di misoginia con conseguente maschilismo difensivo in funzione dell’angoscia di una profonda dipendenza dalla figura materna.

 

Salvatore Vallone

 

Carancino di Belvedere, 07, 10, 2021

LE SCARPE COL TACCO

LA TRAMA DEL SOGNO

“Ero venuta a salutarti e avevo un paio di scarpe color corallo, molto eleganti.

Eri nella tua fattoria in una grande aia soleggiata.

Mi sei venuto incontro e hai fatto degli apprezzamenti sulle mie scarpe, mentre io pensavo che mi avresti detto che non ero il tipo da tacchi.

Poi in lontananza hai visto tuo papà e volevi presentarlo. Ci siamo diretti verso di lui, ma tu da una parte e io da un’altra.

Mentre camminavo il tacco si è rotto, ma non me ne sono accorta subito, continuavo a camminare sicura sulle mie scarpe.

Quando me ne sono accorta, ho pensato che non era proprio il luogo adatto per quel tipo di scarpe e sono tornata indietro a prendere il tacco.

Nell’aia intanto faceva manovra un camion e, mentre andavo verso tuo padre, mi sono svegliata.”

Questo sogno appartiene alla mia amica Maruzza.

L’INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Ero venuta a salutarti e avevo un paio di scarpe color corallo, molto eleganti.”

Maruzza esibisce nell’immediato la sua femminilità nella forma delle “scarpe color corallo ed eleganti”. L’esordio non può essere più promettente per una donna che valuta di fronte a un uomo la sua carica sessuale e il suo essere femmina. Il “color corallo” attesta di un’eccitante esibizione narcisistica permeata di amor proprio e di un vero volersi bene. Maruzza sa bene che io apprezzo la sua persona in tutte le sfaccettature femminili che offre al prossimo nel suo socializzare e nel suo relazionarsi.

Eri nella tua fattoria in una grande aia soleggiata.”

La scena del sogno si allarga e Maruzza mi colloca in spazi ampi, “l’aia soleggiata”, e in una casa altrettanto ampia e variegata, la “fattoria”. La prima denota la mia capacità di razionalizzare e la seconda la mia passione per la natura: queste sono le caratteristiche che Maruzza vive nei miei riguardi e che mi attribuisce senza alcun dubbio. A tutti gli effetti sono i suoi desideri e i suoi progetti esistenziali: usare la testa e amare la natura.

Mi sei venuto incontro e hai fatto degli apprezzamenti sulle mie scarpe, mentre io pensavo che mi avresti detto che non ero il tipo da tacchi.”

Maruzza ha una buona opinione di sé e sposta sulla mia figura e persona la buona coscienza della sua femminilità e la sua incertezza sull’affermazione fallica di quest’ultima. Maruzza sa che non è un tipo di donna che ama il prestigio e la competizione con le altre donne, ma sa bene che è una donna di classe senza esibire alcun potere inutile che la porterebbe a gestire ruoli che non ha voluto coltivare e assumere. Maruzza tiene alla mia opinione e al mio giudizio e approfitta del sogno per prendere coscienza delle sue doti e dei suoi limiti in riguardo alle modalità di esibirsi della donna. La “traslazione” è il meccanismo di difesa che serve al sogno per andare avanti e per non svegliarsi.

Poi in lontananza hai visto tuo papà e volevi presentarlo. Ci siamo diretti verso di lui, ma tu da una parte e io da un’altra.”

Subentra la figura paterna nel sogno di Maruzza. E’ oltremodo evidente che si tratta di suo padre. Io sono la “proiezione” della sua figura paterna e l’uomo maturo al di sopra di ogni sospetto che accetta e valuta il dono dell’esibizione della femminilità da parte della figlia. Il primo uomo è sempre il padre e da lui la figlia attende il nulla osta per il suo ingresso in società. Dopo aver vissuto le pulsioni possessive nella conquista del papà, la bambina si dirige verso il mondo esterno con il tacito consenso del genitore. Maruzza tiene al mio giudizio in riguardo alla sua femminilità e alle modalità di relazione verso l’universo maschile.

Mentre camminavo il tacco si è rotto, ma non me ne sono accorta subito, continuavo a camminare sicura sulle mie scarpe.”

Come si diceva in precedenza, non è necessario il potere fallico di un tacco che slancia il corpo e lancia verso il cielo la sagoma di una donna innamorata di sé e del suo fisico. Maruzza fa a meno degli orpelli e degli strumenti obsoleti del potere che imperversa dagli anni trenta agli anni in corso. Maruzza ha perso il potere di Afrodite e cammina con Venere al fianco. Ribadisco la sostanza psichica del divertente quadretto: Maruzza è consapevole di essere una donna attraente e significativa anche senza gli accessori che culturalmente esaltano la femminilità. Dopo un periodo in cui ha dovuto esibire il potere di donna, Maruzza cammina “sicura” sulle sue prerogative e doti femminili. Ha impiegato un po’ di tempo per avere la “coscienza di sé” e la sicurezza di esibirsi nel sociale.

Quando me ne sono accorta, ho pensato che non era proprio il luogo adatto per quel tipo di scarpe e sono tornata indietro a prendere il tacco.”

Maruzza ha imparato a distinguere il come e il quando delle sue manifestazioni di potere e di seduzione. Sa che il suo potere sessuale e seduttivo, “le scarpe, va modulato e riservato a situazioni specifiche, mentre la sua femminilità può essere portata a spasso come una dote naturale della sua persona. Il conflitto psichico di Maruzza si attesta nell’indecisione sull’offerta che deve fare in certe circostanze e nel sogno è chiaro il suo vivermi come un uomo a cui piacere e come un padre a cui affidarsi, un maschio da sedurre e un maschio da approcciare. Il “tacco” va sempre bene, ma bisogna calzarlo nelle situazioni adeguate e con le persone giuste. In ogni caso non è così facile e naturale scindere le due posizioni, la conquista e la relazione, perché la donna conserva sempre una forma di duttilità psichica che si riflette nella recettività relazionale.

Nell’aia intanto faceva manovra un camion e, mentre andavo verso tuo padre, mi sono svegliata.”

La capacità femminile di attrarre e sedurre non si depriva della componente sessuale e del desiderio erotico di piacere e di essere ammirata. Nella mia disposizione relazionale Maruzza inserisce anche la sua attrazione sessuale verso la mia figura protettiva di uomo maturo e rievoca il suo trasporto emotivo e sentimentale verso suo padre, ma per non tirare fuori dal cilindro psichico la sua “posizione edipica”, evocata dalla mia persona, pone fine al sonno. Il “camion” ha una simbologia sessuale, maschile in questo caso, a causa dei suoi automatismi meccanici che si associano al sistema nervoso autonomo o neurovegetativo. Il “fare manovra” attesta della valutazione di Maruzza sulla situazione psicofisica in atto.

“Le scarpe col tacco” è un buon sogno perché associa la semplicità descrittiva alla complessità dei temi e delle psicodinamiche. L’operazione avviene sotto il segno della pacatezza e della consapevolezza dei “fantasmi” che la protagonista ha tirato in ballo dormendo: un gioco sottile e una schermaglia naturale, un buon “transfert” e una “posizione edipica” in gran parte risolta.

Buon viaggio, Maruzza!

LA NUOVA GERUSALEMME

Rubo i tuoi occhi

per guardare il tuo sogno.

Ritorno nei miei luoghi di diaspora

e mi appari.

Gerusalemme è distrutta

e io sono in fuga da sempre

per mantenere intatta l’acuta nostalgia di casa

il desiderio è un amplificatore che suona musiche ancestrali –

Tu dove sei?

Non riesco a immaginarti morto.

La mia mente è un ripostiglio fitto di conversazioni e gesti,

il tuo volto ripetuto in tutte le espressioni,

un album di foto che sfoglio

come il salterio tra l’ora delle lodi e la compieta

ma all’ora nona ti ho sentito gridare –

Ripercorro le nostre strade polverose

nelle ore lente del pomeriggio estivo,

ciuffi di erba sporca costeggiano i fossati,

rendendo disperato il paesaggio.

I miei passi risuonano solitari

e un’eco sorda rimbalza nella valle.

Tra le fronde argentate degli ulivi ti ravviso,

agiti la mano in segno di saluto,

la tua accoglienza è per me

e la mia felicità non sembra passeggera.

Abbiamo molto da dirci,

un confronto tra anime accese dalla furia della passione.

Tu ed io,

dall’infanzia all’incanutimento un’illusione composta in metrica.

Se fossi qui con me,

non avrei paura dei miei versi.


Sabina

 

Trento, 10, 08, 2021

IN NOME DEL PADRE

TRAMA DEL SOGNO

“Ho sognato mio padre.

Era diventato più basso ed era molto sofferente.

Si è seduto su una sedia e mi ha detto di avvicinarmi a lui.

Era molto triste e mi ha detto che era inutile raccontarcela, stava male e sarebbe morto.

Aveva le lacrime agli occhi e mi ha abbracciato.

Gli ho detto che gli volevo bene, che mi tenesse stretta.

Ho pianto con lui.

Mi ha risposto che anche lui me ne voleva.

Poi mi sono svegliata.

Ieri avrebbe compiuto cento anni.”

Questo è il sogno di Marinella.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Ho sognato mio padre.”

Il Padre è un archetipo, il simbolo universale a cui si ascrivono il principio e il primato maschili, il potere ufficiale perché nelle varie culture il potere ufficioso è riconosciuto alla Madre, il principio femminile. Il Padre è l’autorità autorevole in una con il “principio del dovere”. Marinella esordisce in sogno con il padre, “mio padre”, il suo simbolo individuale che si esalta nell’essere collettivo e universale. Eppure era suo padre quell’uomo che ha toccato e vissuto in carne e ossa e che per lei infante, bambina senza parola, per lei adolescente vezzosa e sempre per lei donna già fatta ha rappresentato l’oggetto di tanti investimenti psichici e di tante peripezie immaginative. Il padre è stato il primo uomo a cui si è appellato il suo corpo quando aveva bisogno di forza e di sicurezza di fronte alla realtà fuori dalle porte di casa. Il padre è stato il primo uomo che ha amato e desiderato. Il padre è stato quel senso del limite e del vietato che ha arricchito il suo spirito di libertà e il suo desiderio di autonomia. Et cetera, et cetera, et cetera. Marinella rievoca in sogno il padre e con lui si relaziona in un personale e delicato contesto affettivo. La semplicità domina questo sogno e questo primo quadretto dalle profondità psichiche appena accennate e intraviste.

Era diventato più basso ed era molto sofferente.”

Marinella si è collegata alla sua origine e alla radice dei suoi tanti significati psicologici, il padre, e lo trova “più basso” e “molto sofferente”. E’ importante averlo trovato dentro di sé tra le tante rimozioni e gli inquietanti “fantasmi” che affollano i piani bassi della Psiche, i nostri sgabuzzini e i nostri dimenticatoi, le nostre cantine e le nostre taverne. E’ importante e bello averlo trovato o meglio averlo ritrovato. E’ cosa giusta e degna rivolgere al padre quello sguardo indagatore e quello spirito critico che lui ci ha donato e che con lui non ha mai funzionato quando era in vita a causa della sacralità di cui era investito e a causa del carisma incarnato. Il padre di Marinella non è alto come una torre slanciata verso il cielo, così come l’aveva vissuto lei bambina, non è la raffigurazione del potere imponente e rassicurante, questo padre è “diventato più basso” e questo tratto lo rende accessibile nelle sue debolezze e nella sua concreta realtà umana. Marinella l’aveva vissuto alto e mistico, un oggetto misterioso a due passi da Dio, e adesso lo avvicina alla sua umanità di figlia devota e lo vive “basso”, a portata di mano tramite il dolore del lutto e l’impossibilità di averlo fuori in carne e ossa come da bambina, da adolescente, da donna, da madre. Ma ancora non basta, perché Marinella vive in sogno un padre “molto sofferente”, un uomo piegato nel corpo e nella vitalità. Questa è una “proiezione” difensiva nei riguardi del padre del materiale psichico che la figlia sta vivendo, dello stato esistenziale in cui si trova e della sofferenza che contraddistingue i suoi sensi e i suoi sentimenti in questo preciso momento storico. Il padre aiuta la figlia proprio disponendosi come schermo su cui proiettare la propria identità e parte dei conflitti e dei dolori in atto. Meglio, la figlia si fa aiutare dal padre attraverso questa operazione difensiva di “proiezione”. Marinella sa che le sue radici sono anche nel padre e che la sua identità psichica è fatta anche di padre, per cui chiedere il suo aiuto è una richiesta nobile e umanissima di riconoscimento e di riconoscenza. La “sofferenza” si traduce nel portarsi addosso problemi irrisolti e conflitti consapevoli, l’essere “più basso” dà il senso dei pesi che opprimono l’attualità psichica e che la figlia proietta nel padre.

Si è seduto su una sedia e mi ha detto di avvicinarmi a lui.”

Marinella esprime il suo bisogno e il suo desiderio di avere il padre a sua disposizione per potergli parlare e per sentire il suo affetto e la sua partecipazione emotiva alla problematica in atto. Marinella cerca la vicinanza del padre per sorbire la sua sicurezza e la sua forza, per questo motivo lo fa sedere e gli mette in bocca il suadente invito di avvicinarsi. Chissà quante volte da bambina e da signorina Marinella ha desiderato questo incontro ravvicinato e questa solidarietà benefica, questa disposizione psichica e questa complicità affettiva. Adesso in sogno può chiamare il padre in aiuto e può realizzare i suoi desideri e appagare i suoi bisogni. La “sedia” conferma l’autorità paterna, “l’avvicinarmi” ribadisce l’affetto e il sentimento di una figlia che non naviga in acque prospere e rassicuranti nel mare della sua vita.

Era molto triste e mi ha detto che era inutile raccontarcela, stava male e sarebbe morto.”

La “proiezione” difensiva dall’angoscia nel padre si attua e si definisce nella tristezza e nell’inutilità retorica di minimizzare la gravità della situazione. Marinella dice a se stessa di prendere coscienza della sua malattia esistenziale e della possibilità di non farcela a superare la dolorosa contingenza. La morte evocata da Marinella si traduce nella sofferta problematica che deve affrontare e nella consapevolezza dei dati dello psicodramma che si sta recitando nel teatro della sua psiche. Marinella decide di non raccontarsela e di non giustificare e assolvere, opta per guardare in faccia la triste verità dei fatti che sta vivendo e subendo, decide di affrontare la verità nuda e cruda come si presenta ai suoi occhi senza ammantarla di giustificazioni improvvide e poco generose nei suoi riguardi. Marinella prende in mano le sorti della sua persona e della sua vita in questo doloroso momento. Si spera che il sogno chiarisca nel prosieguo la qualità del trauma e la trama del travaglio.

Aveva le lacrime agli occhi e mi ha abbracciato.”

Finalmente Marinella ha trovato la buona compagnia di se stessa, finalmente Marinella si affida a sé e abbraccia in pieno la sua causa senza lasciarsi confondere e appesantire dalle altrui osservazioni improvvide e fuori luogo. Marinella ha capito che la questione deve affrontarla in prima persona perché riguarda solo lei e nessun altro può mettersi al suo posto. Marinella abbraccia se stessa e solidarizza con quella parte di sé che ancora è vigile e attenta a concedersi una migliore sopravvivenza con il minor danno. “Le lacrime agli occhi” del padre sono la difensiva “proiezione” delle lacrime della figlia, della “catarsi” del suo dolore e della sua sofferenza, mentre l’abbraccio è un abbracciarsi, un prendersi finalmente amorevole cura della propria persona secondo le linee di un prezioso “amor fati”. Il padre abbraccia la figlia e la figlia si fa abbracciare dal padre per ricevere empaticamente quella forza che le serve per affrontare la pesante situazione in cui versa. Si attende ancora la descrizione del trauma in corso nella psiche della protagonista.

Gli ho detto che gli volevo bene, che mi tenesse stretta.”

La questione psichica si manifesta nel bisogno e non nei dati reali. Marinella ha tanto bisogno di essere amata e di essere protetta, ha tanto bisogno di amore e di fusione. Marinella non racconta i fatti, ma li lascia supporre. La carenza affettiva è notevole, la donna è sola e la solidarietà le manca. Marinella ha subito qualche torto affettivo e qualche offesa ai suoi sentimenti. Marinella è stata tradita nei suoi valori e nei suoi bisogni di donna, per cui proietta nel padre quello che desidera, essere voluta bene ed essere amorevolmente accudita e protetta dall’ingiustizia e dalla crudeltà.

Ho pianto con lui.”

Marinella cerca la condivisione del dolore e della sofferenza, cerca quella solidarietà che si sente con l’umana unione. Le lacrime sono le parole del dolore che si manifestano l’una dietro l’altra per formare il dialogo della comprensione. Il pianto è catartico nel suo essere in prima istanza una scarica isterica delle tensioni accumulate e che non possono essere più gestite nell’intensità della loro carica dal sistema nervoso centrale. Le lacrime sono i regali del sentimento d’amore e le sentinelle del dolore. La comunione delle emozioni e degli intenti è la migliore panacea ai mali dell’anima innamorata. Piangere insieme equivale simbolicamente a un atto erotico basato su un orgasmo da dividere in parti uguali.

Mi ha risposto che anche lui me ne voleva.”

Questo è il desiderio di Marinella: avere un riscontro al suo sentimento d’amore, una risultanza concreta e non effimera ai suoi investimenti affettivi, un risultato vero e non soltanto sperato. La condivisione e la “corrispondenza d’amorosi sensi”, di cui scriveva il poeta, sono la risposta alla desolazione della solitudine e della precarietà, del non sentirsi giusta e del sentirsi fuori posto. Il miracolo, operato dal ritrovamento del padre dopo anni di lutto, sembra aprire le porte alla “razionalizzazione della perdita”, sembra che Marinella si sia svegliata all’improvviso e si sia accorta che il padre non c’è più, che il padre è morto e non lo rivedrà mai più. Ma quanti lutti si celebrano e quanti padri si perdono nel lungo cammino della vita. Uno di questi può essere la perdita affettiva di una persona cara senza che necessariamente sia morta. E questi sono i lutti che feriscono e queste sono le ferite che faticano a rimarginare.

Poi mi sono svegliata.”

Il sogno è finito, andate in pace e così sia. Marinella pone fine al trambusto onirico sul padre defunto e al suo bisogno in atto di avere un uomo che la ami con dignità e condivisione.

Ieri avrebbe compiuto cento anni.”

I padri che riescono a finire cento anni di vita sono rari, ma basta una vita degna per amare i figli e una dignità vera per amare le donne che sono state figlie di padri veramente degni di questo nome.

L’interpretazione del sogno delicato e traslato di Marinella può finire con queste note leggermente tristi e sicuramente riflessive.

IO, LUI E L’ALTRO

TRAMA DEL SOGNO

Il sogno, almeno per quello che mi ricordo, iniziava in un laboratorio medico. Io e il mio ragazzo eravamo lì come a sostituire qualcuno e dovevamo svolgere del lavoro.

C’è stato un litigio con una persona che mi ha aggredito e il mio ragazzo per difendermi l’ha uccisa, non ricordo come. Il sogno, per lo più, era la scena dopo, quando dovevamo nascondere il corpo. Lo facevamo a pezzi e c’era sangue dappertutto.

Il tutto accadeva dietro uno scaffale dove c’era roba fuori posto a terra. Io ero preoccupata perché c’era un sacco di roba da sistemare e da pulire. Il corpo lo volevamo gettare in un fiume. Il mio ragazzo sembrava fin troppo rilassato.

Lui, d’altronde, pensavo, lo aveva già fatto, aveva già ucciso una persona prima, ma io avevo paura che lo beccassero. Io, forse, mi sarei fatta due o tre anni per aver visto e non aver detto nulla, lui sarebbe stato in carcere a vita e già immaginavo come sarebbe stato andarlo a trovare in prigione tutta la vita.

Non avrebbero capito che lo aveva fatto per difendermi. Mi ricordo che era tardi, dovevamo timbrare a un certo orario. Lui mi sa che era andato a sbarazzarsi di alcuni pezzi, io stavo ancor nel laboratorio. Mi ricordo che guardavo tipo il camice della vittima insanguinato e alcuni pezzi, qualche attrezzo insanguinato, tutti dentro un armadio a vetrata, e pensavo “domani dobbiamo ricordarci di finire il lavoro”.

Poi mi sono messa a impastare la frolla, mischiando quella vecchia un po’ ossidata alla nuova, (questo elemento di cibo vecchio e cibo nuovo è presente in ogni sogno da quando sono qui), l’ho mescolata troppo ed è diventata inutilizzabile.

Era piena di bolle e molto strana, così l’ho usata per scriverci sopra “ricordati di pulire il sangue”. Era un appunto per il mio ragazzo e per l’indomani. Poi ho timbrato, sono andata via anch’io pensando che era un rischio lasciare il tutto così e che quando avrebbero controllato chi stava in ruota il giorno della sparizione di quella persona, ci avrebbero scoperti.

Non avevamo fatto un lavoro pulito, troppo sangue dappertutto.

Poi ho sognato che guidavo una moto. Il mio ragazzo mi insegnava come fare, mi seguiva con una auto, ma la moto era senza freni e, quando acceleravo, dovevo frenare con i piedi. Finivo al centro di un incrocio, mi piaceva andare veloce, ma poi non riuscivo a frenare e seminavo il mio ragazzo, non lo vedevo più e dovevo aspettarlo.”

Marionne

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Il sogno, almeno per quello che mi ricordo, iniziava in un laboratorio medico. Io e il mio ragazzo eravamo lì come a sostituire qualcuno e dovevamo svolgere del lavoro.”

Il sogno di Marionne ha una sua lunghezza perché ha una sua retorica e la retorica è sempre una difesa psichica dall’angoscia e dal risveglio. Per continuare a dormire, Marionne si serve, senza alcuna volontaria scelta e consapevole presenza, di lunghe scene e di tante osservazioni per non cadere nell’incubo, proprio perché il sogno tratta temi affettivi e sessuali abbastanza inquietanti come il potere seduttivo e la deflorazione, con annessa la pulsione a scegliere, più che a tradire.

Marionne si trova “in un laboratorio medico”, nel luogo di lavoro camuffato in maniera sanitaria proprio per il rilievo traumatico assunto dalla circostanza apparentemente fortuita. In effetti, Marionne sceglie liberamente di giostrarsi nel luogo di lavoro insieme a due uomini, uno non visibile e l’altro ben presente. “Dovevamo svolgere del lavoro” offre in immagine proprio l’adescamento seduttivo e l’eccitazione sessuale. Ci sono due uomini per Marionne, il suo “ragazzo” e l’altro, “qualcuno da sostituire”: una tresca bella e buona.

C’è stato un litigio con una persona che mi ha aggredito e il mio ragazzo per difendermi l’ha uccisa, non ricordo come. Il sogno, per lo più, era la scena dopo…quando dovevamo nascondere il corpo. Lo facevamo a pezzi e c’era sangue dappertutto.”

Ecco il fattaccio!

Marionne stava con una persona violenta, “c’è stato un litigio con una persona che mi ha aggredito”, e si è lasciata salvare e conquistare da un’altra persona, “il mio ragazzo”, intervenuto per risolvere la questione e mettere fine a una relazione insana che produceva e scatenava soltanto aggressività. Degna di nota è l’operazione psichica di “spostamento” della forte carica aggressiva, quasi mortifera, che Marionne attribuisce al suo ragazzo: “per difendermi l’ha uccisa”. In compenso dopo lo fanno “a pezzi” in due, distribuzione equa dell’aggressività meravigliosamente rappresentata anche dal macabro “sangue dappertutto”: meccanismo psichico della “figurabilità”. La simbologia risente della retorica del caso e dell’amplificazione suggestiva dell’uccisione dell’altro. A Napoli il triangolo si chiude e si scrive in questi termini dialettali: “issa, issu e o malamente”.

Il tutto accadeva dietro uno scaffale dove c’era roba fuori posto a terra. Io ero preoccupata perché c’era un sacco di roba da sistemare e da pulire. Il corpo lo volevamo gettare in un fiume. Il mio ragazzo sembrava fin troppo rilassato.”

Marionne, di certo, aveva le idee confuse in quel periodo della sua vita e, in specie, per quanto riguarda le relazioni affettive e sessuali. Tra il desiderio e l’originalità Marionne ha “un sacco di roba da sistemare” e da assolvere, pardon “da pulire”. La fanciulla è cresciuta e si è evoluta in donna, ma l’educazione ai diritti del corpo è stata carente, per cui Marionne si è fatta da sola e ha fatto da sé. Su questi temi il suo “ragazzo” è notevolmente disinibito, “fin troppo rilassato”. Succede che nel gioco delle conoscenze e dei confronti, il viaggio psicofisico, che va dall’adolescenza alla prima giovinezza, si fa travagliato e gli scaffali non bastano, per cui la “roba” va “fuori posto” e a terra. I “sensi di colpa” da assolvere sono i migliori compagni dell’evoluzione.

Lui, d’altronde, pensavo, lo aveva già fatto, aveva già ucciso una persona prima, ma io avevo paura che lo beccassero. Io, forse, mi sarei fatta due o tre anni per aver visto e non aver detto nulla, lui sarebbe stato in carcere a vita e già immaginavo come sarebbe stato andarlo a trovare in prigione tutta la vita.”

Diversità d’educazione e di ruolo: “lui, lo aveva già fatto, aveva ucciso una persona prima”. Il reato è il sesso e il tradimento, il “triangolo post edipico”. Ricordo che il “primo triangolo” è quello con il padre e la madre, quello formativo a tanti livelli e, in specie, per l’autonomia psicofisica e la rete delle relazioni. Insomma, Marionne è alle prime armi e si confronta sul tema dell’aggressività sessuale con il suo “ragazzo” più navigato ed esperto. Capita sempre nel periodo dell’addestramento, soprattutto quando è mancata una giusta educazione al corpo e ai bisogni psicofisici di evoluzione da parte dell’ambiente. Capita che la cosiddetta riservatezza o timidezza si fondono e si confondono in una misura adeguata al timore di fare e di brigare al momento giusto e a trazione dell’istinto sessuale e della pulsione erotica. Marionne “proietta” per difesa sul suo ragazzo la diversità educativa e l’entità del senso di colpa e si difende attribuendo a se stessa una colpa minore e una punizione inferiore, mentre il “carcere a vita” attesta della enorme stazza del senso di colpa, sempre di Marionne, nell’essersi coinvolta in tanta impresa di crescita psicofisica. La colpa è “di aver visto e di non aver detto nulla”. Il richiamo educativo va alla “scena primaria”, alla relazione erotica e sessuale, immaginata o vista, tra il padre e la madre.

Non avrebbero capito che lo aveva fatto per difendermi. Mi ricordo che era tardi, dovevamo timbrare a un certo orario. Lui mi sa che era andato a sbarazzarsi di alcuni pezzi, io stavo ancor nel laboratorio. Mi ricordo che guardavo tipo il camice della vittima insanguinato e alcuni pezzi, qualche attrezzo insanguinato, tutti dentro un armadio a vetrata, e pensavo “domani dobbiamo ricordarci di finire il lavoro”.

Marionne è “mater et magistra” nei riguardi del suo ragazzo e sente il bisogno ambiguo di difenderlo, di tutelarlo e, di conseguenza, gestirlo anche nella “timbratura del cartellino, pur essendo alle prime armi e “a un certo orario”. Pur tuttavia, Marionne riconosce che lui agisce in piena autonomia nello scaricare la sua parte d’aggressività: “sbarazzarsi di alcuni pezzi”. Insomma Marionne desidera un ragazzo sveglio e autonomo in apparenza, un uomo che sa fare sessualmente la sua parte e con l’aggressività dovuta al caso e all’uopo. Le schermaglie erotiche e affettive non finiscono mai e trovano nella vittima, il terzo uomo, il trofeo conquistato dopo un apprezzabile lavoro di seduzione e da ripetere nel tempo: “dobbiamo ricordarci di finire il lavoro”. Non è facile, ma è eccitante per una donna alle prime armi gestire due uomini navigati. La cornice macabra e sanguinaria si riduce a un semplice e obsoleto tradimento sessuale sul luogo di lavoro.

Poi mi sono messa a impastare la frolla, mischiando quella vecchia un po’ ossidata alla nuova, (questo elemento di cibo vecchio e cibo nuovo è presente in ogni sogno da quando sono qui), l’ho mescolata troppo ed è diventata inutilizzabile.”

Cambia apparentemente la scena. Da una tresca cruenta tra l’orrido e l’erotico, tra Dario Argento e Tinto Brass, la scena si sposta candidamente sull’attività lavorativa dentro l’ambiguo laboratorio di pasticceria, il luogo del crimine efferato e dell’intesa massimamente cordiale tra un uomo e una donna che oltretutto sa ben “impastare la pasta frolla” e conosce i segreti chimici degli alimenti sopravvissuti al triste destino del divoramento cruento. Allora, ragioniamo in maniera suadente e convincente. Marionne scivola dalla dimensione psicofisica sessuale nella sfera affettiva, “mi sono messa a impastare la frolla”, e tenta di conciliare in piena autonomia di donna gli affetti del passato con i nuovi amori, i nuovi “investimenti di libido”. Ricordo che il cibo è squisitamente il simbolo degli affetti familiari e appartiene ai primissimi vissuti della “posizione psichica orale” nel primo anno di vita. Marionne fatica a mettere insieme in linea evolutiva l’amore vissuto ed esperito in famiglia con il suo attuale mondo affettivo e la sua nuova palestra di vita. Non trova la qualità diversa, sempre di pasta “frolla” si tratta, ma sicuramente non riesce a conciliare l’amore verso i suoi genitori con l’amore verso gli uomini che gestisce in apparente stato di subalternità. Il sentimento vissuto in famiglia è stato ed è sicuramente pacato nella sua intensità, non aspira alla passione sfrenata e al coinvolgimento sessuale dei corpi, non chiede un’intesa speciale in tanto misfatto di ambiguità e di gestione di due figure maschili, una aggressiva e l’altra complice. Marionne squaderna nel sogno la sua gamma di uomo nell’accezione psicofisica e sotto l’egida dell’attrazione sessuale, rievocando i “fantasmi” della sua “posizione psichica orale, anale, narcisistica, edipica e genitale”, della sua formazione psichica insomma. Marionne ha tanto pensato e non riesce a comporre in buona sintesi e armonia i vissuti al riguardo. Questo è il motivo per cui la pasta frolla vecchia non è compatibile con la nuova: “cibo vecchio e cibo nuovo”, “l’ho mescolata troppo ed è diventata inutilizzabile”. E questo è un bel conflitto da risolvere in maniera equa dando a Cesare quel che è di Cesare, il padre, e a Giulia quel che è di Giulia, la madre. In sostanza, Marionne non ha lavorato adeguatamente sulla sua “posizione edipica”, per cui resta conflittuale con se stessa e con gli uomini a cui si lega e si accompagna. Sembra facile lavorare la frolla, ma non è così.

Era piena di bolle e molto strana, così l’ho usata per scriverci sopra “ricordati di pulire il sangue”. Era un appunto per il mio ragazzo e per l’indomani. Poi ho timbrato, sono andata via anch’io pensando che era un rischio lasciare il tutto così e che quando avrebbero controllato chi stava in ruota il giorno della sparizione di quella persona, ci avrebbero scoperti. Non avevamo fatto un lavoro pulito, troppo sangue dappertutto.”

La complicità nella coppia è un elemento, pardon alimento, necessario per l’evoluzione di Marionne e del suo ragazzo, specialmente in un contesto di adulterio e di trasgressione, di tradimento e di colpa. “Ricordati di pulire il sangue” è la sanzione biblica del padreterno e della sua atavica Legge. C’è qualcosa di metafisico in questa frase di Marionne che evoca filosofie e tragedie, culture e tradizioni, peccati originali e turbamenti dell’equilibrio voluto dagli dei dell’Olimpo, trasgressioni alla Legge del Padre e ossequi alla Legge della Madre. Insomma è un concetto atavico e codificato in una semplice espressione linguistica fatta di un imperativo, di un infinito e di un sostantivo: “memento culpam solvere”. L’esperienza e i vissuti collegati sono stati formativi per Marionne e sono avvolti dal senso di colpa da espiare e possibilmente in maniera costruttiva e prospera per l’avvenire.

Poi ho sognato che guidavo una moto. Il mio ragazzo mi insegnava come fare, mi seguiva con una auto, ma la moto era senza freni e, quando acceleravo, dovevo frenare con i piedi. Finivo al centro di un incrocio, mi piaceva andare veloce, ma poi non riuscivo a frenare e seminavo il mio ragazzo, non lo vedevo più e dovevo aspettarlo.”

Come volevasi dimostrare. Dicevo, per l’appunto, del versante formativo e Marionne evoca la sua sessualità, la vita e la vitalità della “libido”: “guidavo una moto”. Quale simbologia e quale allegoria possono essere più intriganti del mettersi a cavallo di una moto per gestire gli eventi psicofisici del sistema neurovegetativo? Marionne dice di avere un maestro e trova nel suo “ragazzo” la persona giusta per far brillare le polveri aggiungendo un’altra simbologia neurovegetativa, “un’auto”, generosamente regalata al suo ragazzo al fine di raggiungere una buona intesa e tutto quello che ci va dietro. La disinibizione erotica e sessuale si evidenzia nella “moto senza freni”, così come il potere della donna è fortemente appagato dall’uso dei “piedi” per frenare. Marionne gestisce la sua sessualità con la consapevolezza del potere che incarna, proprio nel senso di possesso nella carne. Ricordo che il “piede” è classicamente un simbolo fallico per il suo privilegio di essere calzato, di immettersi in un ambito recettivo. Chiariamo: nel trasporto dei sensi Marionne ha il potere su di sé e sull’altro, “finivo al centro di un incrocio”, ha l’orgasmo facile, “mi piaceva andare veloce”, ha una sensibilità erotica accentuata e prolungata come natura femminile comanda e rispetto al maschio e nel caso “al suo ragazzo”: eiaculazione ritardata di quest’ultimo. In questo caso la donna è favorita se il ritardo resta in una arco temporale gestibile e all’interno di uno stato di eccitazione. Questo capoverso del sogno di Marionne sintetizza con l’allegoria la sua vita e la sua vitalità sessuale ed erotica, nonché la relazione di potere che si squaderna in una posizione altolocata rispetto al maschio e non soltanto a livello sessuale. Marionne ha una sua forza e una volitività equamente distribuita tra l’Io e la dimensione pulsionale, l’Es. Non disdegna di comparire nel sogno neanche il “Super-Io”, la censura e l’espiazione della colpa, come nel capoverso dominato da “ricordati di pulire il sangue”.

Il sogno di Marionne è lungo e articolato, ma ha mantenuto una linea guida di senso e di significato, denotando sempre una buona dose di narcisismo anche nei momenti in cui la donna si è furbescamente sottomessa all’uomo.

Questo è quanto in maniera allargata potevo dire dell’Odissea onirica di Marionne.

Buona navigazione nel mare della vita!

GIU’ DALLA RUPE

TRAMA DEL SOGNO

“Ero su un sentiero vicino a casa mia con mia mamma.

Ad un certo punto è iniziata la salita. Mia mamma si arrampicava senza problemi. Io ero titubante, non lo avevo mai fatto.

Inizio a fare presa sulla roccia e vedo che è morbida. Era molto scura. Inizio ad arrampicarmi seguendo mia mamma.

La rupe finiva nella sala che ho al piano di sopra. Non riuscivo a tenermi bene, mi aggrappavo a mia mamma.

Poi sono riuscita a salire. Mi ricordo che a casa c’erano mio papà e mio fratello maggiore.

Vedevo tutto nero guardando giù dalla rupe, era altissima. Ho pensato mi ammazzo, la faccio finita.

Mi sono svegliata con un’angoscia mentale”.

Rebecca

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

“Ero su un sentiero vicino a casa mia con mia mamma.”

Il sogno si apre con la diade “madre-figlia”. Niente di male, purché non sia una simbiosi. Il sogno si apre con “un sentiero”. Niente di male, purché non sia il sentiero della mamma. Il sogno si apre con “vicino a casa mia”. Niente di male, purché non sia la casa della mamma adattata dalla figlia, purché ci sia la giusta “identificazione” e non l’errata commistione che fomenta soccombenza e dipendenza dalla figura materna. Rebecca si sta dicendo in sogno di essere molto legata alla madre e di percorrere un tratto di vita al suo fianco e in sua compagnia. Rebecca esalta la voce latina “mater et magistra”.

Ad un certo punto è iniziata la salita. Mia mamma si arrampicava senza problemi. Io ero titubante, non lo avevo mai fatto.”

Il sogno precisa la psicodinamica “madre-figlia” e afferma che in questa situazione esistenziale è in atto il processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido”, della nobilitazione degli investimenti erotici e sessuali, delle energie psicofisiche in generale, da parte della figlia. Questa modalità viene “proiettata” da Rebecca nella madre, per rassicurare se stessa con la compagnia e con l’uso dello stesso processo psichico di difesa. Madre e figlia condividono il modo di procedere lungo il sentiero della vita e di risolvere le energie vitalistiche, le pulsioni erotiche e sessuali. La mamma si arrampicava meglio nei vissuti della figlia in grazie al suo essere una donna navigata e con le esperienze giuste alle spalle per poter contenere le spinte e le contro-spinte psicofisiche. Giustamente ancora Rebecca, giovane donna, ha qualche perplessità organica, più che mentale, a usare lo stesso processo di “sublimazione della libido”, semplicemente perché gli ormoni non sono acqua fresca alla sua età. Rebecca deve fare molta attenzione a non usare processi e meccanismi psichici di difesa incongrui. Meglio vivere quel che si deve vivere al momento giusto, meglio conoscersi, piuttosto che rimandare nel tempo le esperienze a forte carico formativo.

Inizio a fare presa sulla roccia e vedo che è morbida. Era molto scura. Inizio ad arrampicarmi seguendo mia mamma.”

Rebecca elabora in sogno attraverso i suoi simboli il lungo processo di “identificazione” al femminile nella figura materna, al fine di acquisire nei termini definiti ma non rigidi la sua “identità” psichica di donna con le dovute distinzioni dalla madre. La “sublimazione della libido” non trova la “roccia” dura come quella della madre, la sua roccia “è morbida” e Rebecca ne ha consapevolezza, “vedo”. La solidarietà con la madre non viene meno, così come la sua “identificazione”, Rebecca rileva la consistenza della “libido” nel corpo, un corpo “scuro” a testimonianza della sua sanguigna vitalità e della forza che circola. Il problema subentra nella scelta del processo psichico della “sublimazione della libido” che, alla sua età e per quanto detto dallo stesso sogno, non va bene. E’ preferibile vivere il corpo, piuttosto che mandarlo in bianco, stornare le energie ad altro uso e consumo, debellare la carica erotica e sessuale per destinarla a fini di solidarietà e di passioni socialmente consentite, come lo sport o il volontariato. Seguire la mamma è importante, ma è determinate lasciarla andare per maturare la propria autonomia psicofisica. La simbiosi c’è stata e in primo luogo era organica, di poi è stata psichica, adesso deve essere di riconoscimento non soltanto della madre, ma anche del padre per quel che riguarda l’eredità della “parte psichica maschile”. “Seguendo la mamma” va commutato in “riconoscendo la mamma”.

La rupe finiva nella sala che ho al piano di sopra. Non riuscivo a tenermi bene, mi aggrappavo a mia mamma.”

Rebecca non era andata tanto lontano se era arrivata appena al primo piano della sua casa, nella sala, nel luogo degli incontri e delle relazioni, nel reparto dei convegni familiari e delle solidarietà, nella piazza dove si celebra l’unità democratica della famiglia. Il luogo è relativamente alto, ma in ogni caso è un luogo sublimato, sacro per l’appunto. Rebecca ha una buona dipendenza psichica dalla figura materna, se ancora sente il bisogno di stare sul groppone della madre, di tornare nel grembo, di procedere in una simbiosi regressiva che annulla l’autonomia ed esalta la dipendenza psicofisica. Rebecca in crisi “non riusciva a tenersi bene” alla rupe e si aggrappava alla madre, non riusciva a vivere la sua autonomia e aveva bisogno dell’ausilio e dell’appoggio di questa figura così importante e determinante per tutti i figli. Per fortuna che la famiglia non è fatta di sola madre. La Provvidenza dispone per l’emancipazione psicofisica di Rebecca da cotanta madre.

Poi sono riuscita a salire. Mi ricordo che a casa c’erano mio papà e mio fratello maggiore.”

La famiglia classica è al completo: il padre, la madre, la figlia e il figlio. Meglio di così non si può. Ci sono tutte le combinazioni democratiche nella divisione del potere e nello scambio delle idee, nel confronto e nella dialettica. Ci sono tutti gli stimoli per socializzare e per essere anche dei buoni cittadini. Rebecca è in una botte di ferro, la sua evoluzione psichica ha tutte le componenti atte a una crescita omogenea ed equipollente. Eppure, rovesciando la medaglia, ci si imbatte nel “sentimento della rivalità fraterna” e nella conflittualità della “posizione edipica” che è critica quando non viene risolta e liquidata nei tempi giusti, quando il padre e la madre non vengono riconosciuti come i simboli concreti delle proprie origini appena chiusa l’adolescenza. E forse su questo punto Rebecca accusa una falla. La dipendenza dalla madre è uno strascico della “posizione edipica” e questo attaccamento si legge come un’alleanza con il nemico che le consente di non vivere apertamente la conflittualità e i sensi di colpa collegati al sentimento di avversione nei confronti della madre. Rebecca persiste nel suo processo di “sublimazione della libido”, “sono riuscita a salire”, e considera distrattamente la presenza di due persone che sono i poli di altri conflitti, la ragione di questo attaccamento morboso alla madre: il padre per la persistenza della conflittualità “edipica” e il fratello maggiore per lo struggimento del “sentimento della rivalità”. Così come per “par condicio” si deve ricordare il sentimento di quest’ultimo che si è visto capitare tra capo e collo una sorella con cui dividere, più che condividere, l’amore dei genitori. Rebecca in sogno ha ricomposto la famiglia e si attende uno sbocco chiarificatore, se non risolutivo.

Vedevo tutto nero guardando giù dalla rupe, era altissima. Ho pensato mi ammazzo, la faccio finita.”

La situazione psichica di Rebecca sembrava in via di risoluzione grazie alla definizione composta anche se affettivamente distaccata che aveva dato del resto della famiglia. L’averli riconosciuti lasciava sperare in una buona “presa di coscienza” e dava adito a una dialettica emotiva con la madre in via di raffreddamento. Invece, il quadro onirico finale diventa “nero”, non nel senso di luttuoso, ma “nero” nel senso della perdita affettiva, nel senso dell’angoscia della perdita affettiva. La rupe “altissima” comporta un drammatico distacco affettivo dalla madre, il “guardando giù” si traduce nella coscienza della perdita, il “vedevo tutto nero” condensa una consapevolezza del forte legame e della dipendenza. Rebecca può giustamente riflettere e pensare, non di suicidarsi buttandosi giù dalla rupe altissima, ma di cosa comporta il distacco dalla madre, la morte psichica, la depressione e la solitudine: ah, se non ci fosse la mamma, sarei una donna morta! “La faccio finita” è l’equivalente del concetto di “compimento delle sacre Scritture”, dalla massima consapevolezza si può procedere ad abbracciare la fede giusta del lungo cammino verso l’autonomia e la realizzazione del tanto temuto distacco. Rebecca può iniziare la sua crescita personale. Questo punto risolutivo comporta il rivivere l’angoscia depressiva di perdita, il nucleo psichico del primario “fantasma di morte” proprio legato alla figura materna. Rebecca conferma le teorie al proposito e la psicodinamica del suo sogno non fa una grinza alle teorie di Melanie Klein sul mondo psichico infantile.

Mi sono svegliata con un’angoscia mentale”.

Ed ecco la conferma all’interpretazione del sogno, un prodotto che nella formulazione è più drammatico rispetto al contenuto. Rebecca sembrava destinata al suicidio con questo suo volersi buttare giù dalla rupe e farla finita e invece il dottor Vallone dice che Rebecca non è candidata a niente di tragico semplicemente perché scrive lei stessa che si tratta di “un’angoscia mentale”. Quella che viveva al risveglio non era angoscia allo stato puro, ma un fortissimo dolore per l’eventuale perdita della madre e per la sua solitudine. L’angoscia non ha un oggetto di cui il soggetto è consapevole. Questo dato caratteristico è essenziale. Rebecca chiama la sua consapevole paura angoscia. Proprio perché la paura è un fatto mentale ed emotivo, proprio questa definizione di Rebecca conforta nell’asserire che la paura anche se fortissima è il punto di partenza per la strada della crescita e dell’emancipazione. Siamo in un ambito psiconevrotico con qualche punta borderline, ma siamo nel dominio della coscienza e delle attività dell’Io. La diatriba, eventualmente, bisogna buttarla dalla parte nevrotica e non dalla parte psicotica. Del resto, Rebecca ha evidenziato una “organizzazione psichica reattiva” nettamente “orale” e un “nucleo” collegato di stampo depressivo. Ma questo è un “nucleo” e non è la “depressione” maligna e severa. La prognosi è fausta, così come il lavoro di crescita personale al fine di incarnare la migliore possibile “coscienza di sé”.

Buona fortuna, Rebecca!

SCHIZZI MEMORABILI DEL PRINCIPE DI LAMPEDUSA

IL TERREMOTO DI MESSINA

La figura materna viene nuovamente richiamata e senza modificazioni qualitative di rilievo nella rievocazione del disastroso sisma che distrusse la città di Messina il giorno 28 del mese di dicembre dell’anno 1908.
L’emozione legata al ricordo del tragico terremoto è associata a un altro macabro simbolo di morte: il grande pendolo inglese del nonno ancora fermo all’ora del sisma, le fatali cinque e venti.
Segue ancora un’immagine di distacco affettivo e di separazione: il ricordo del pranzo solitario dei nonni, quasi a sottolineare il fatto che i cibi, simboli di affetto, non erano condivisi in famiglia.
Di poi viene presentata l’irruzione dello zio Ferdinando, il quale annuncia la tragedia familiare: tra le tante vittime del terremoto di Messina il buon Dio ha voluto con sé le anime aristocratiche della zia, sorella della madre, e del marito.
A questo punto della dolorosa rievocazione si stacca la figura del cugino, coetaneo e improvvisamente orfano; la solitudine non è un fatto di vita oggettiva e di presenza esteriore, ma una questione di vita interiore e di dimensione psichica.
L’orfano Tancredi nel “Gattopardo” sarà la degna riedizione di questo cugino, a testimonianza di quanto si possa essere colpiti durante l’infanzia da persone e fatti, che, non essendo adeguatamente rimossi o razionalizzati, si conservano nella psiche e spuntano senza coscienza al momento opportuno in altra sede e in altro contesto, una “Traslazione” che avviene sempre in maniera camuffata.

“Questo ricordo è visualmente assai meno vivace del primo, ma invece esso è dal punto di vista della “cosa avvenuta” assai più preciso.
Qualche giorno dopo giungeva da Messina mio cugino, che nel terremoto aveva perduto il padre e la madre…Rivedo anche il dolore di mia madre quando, parecchi giorni dopo, giunse notizia del ritrovamento dei cadaveri di sua sorella Lina e del cognato.
Vedo mia madre singhiozzare seduta in una grande poltrona del salone verde nella quale nessuno si sedeva mai, ricoperta di una sua corta mantellina di astrakan moirè.”
“Racconti”; “I luoghi della mia prima infanzia”, edizione citata, pagina 100).

Il dolore della madre viene presentato dal principe come un vissuto affettato e di maniera; esso non è l’autentica espressione di un forte sentire dell’animo e di un coatto vibrare del corpo.
C’è sempre un oggetto o una serie di oggetti che stemperano i sentimenti e le sensazioni secondo le linee di un freddo e oggettivo “Verismo psichico” che distrae dalle emozioni intense e le raffredda mentre procede con il ricordo alla loro rievocazione e rappresentazione: la ”grande poltrona del salone verde” e la “corta mantellina di astrakan moiré” fungono da alleati nello stemperare e possibilmente stornare l’autenticità del dolore e nel renderlo formale.
In effetti si tratta di un meccanismo di difesa dall’angoscia proprio del principe di fronte alla riedizione del “Fantasma di Morte”, oltre che dell’esibizione ulteriore di un’immagine materna anaffettiva, una donna che, almeno nei vissuti del figlio, non riusciva a lasciarsi andare neanche al sentimento del dolore e a comunicare attraverso i canali psichici dell’affidamento e della sicurezza affettiva.
Una madre, del resto, che ha delegato l’educazione del figlio al mestiere di figure femminili estranee, induce a riflettere sul fatto che l’esercizio dell’amore non si può delegare, ma è da vivere in prima persona: l’amore è in prima istanza una sensazione e di poi anche un sentimento fantasmizzato nel bene e nel male secondo abbondanza o penuria.
Si noti il particolare e non indifferente dato sulla “continentalità” delle donne di servizio: la cameriera è piemontese e la bambinaia è senese in ossequio a un ambiguo buon costume dell’aristocrazia isolana, sempre protesa tra un’Italia da conquistare e una Sicilia da dimenticare.
A questo punto il principe di Lampedusa offre un altro ricordo del padre: uno sprezzante ammiccamento sessuale, riferito ai poveri terremotati che erano stati ospitati nella città di Palermo, un’insinuazione maligna che il bambino di dodici anni capiva benissimo.

“Ricordo anche come si andasse dicendo che i profughi che erano alloggiati da per tutto e anche nei palchi dei teatri si conducevano tra di loro” in modo molto indecente” e mio padre che diceva sorridendo:” hanno il desiderio di rimpiazzare i morti”- allusione che comprendevo benissimo”:
(Ibidem; pagina 101).

Eros e Thanatos si distinguono e si fondono secondo cadenzati ritmi e armonici cicli: una costante da premiata ditta, dal momento che “Il Gattopardo” è ricco di questi meta-psico-fisici apparenti contrasti.
In questo spaccato mnestico sugli incresciosi postumi del terremoto, la “Vita e la Morte” si rincorrono nella carica sessuale di una dialettica pulsionale indefinita, moralisticamente “indecente” per il modo volgare in cui questi strumenti procreativi si mettono al servizio del “Genio della Specie” oltre che dei loro feudatari: un “Eros” poco divino e troppo carnale che non sarebbe piaciuto a Platone, un “Eros” privo di quell’aristocratico distacco dalla “Vita dei Sensi” che degnamente gli compete.
Il principe di Lampedusa rielaborerà nel “Gattopardo” questa ambigua e inquietante reminiscenza dell’infanzia, traslandola malignamente dalla povera gente terremotata alla sua stessa classe sociale, quell’Aristocrazia deprivata di “Eros” e votata ormai a “Thanatos”, una casta in netto degrado genetico e determinata positivisticamente all’estinzione.
Questo dato è una conferma non solo del materiale psicologico parzialmente rimosso nella dimensione inconscia e della struttura fantasmica che si esprime elettivamente nella sublimata produzione estetica, ma anche della riedizione masochistica e mortifera dei fantasmi inscritti nella psiche del giovane principe e mai estinti da una adeguata “Razionalizzazione”, vivi, quindi, e dominanti anche in una forma disposta a tralignare sotto la sferzante angoscia della “Fine”.

“…: in quegli anni la frequenza dei matrimoni fra cugini, dettati da pigrizia sessuale e da calcoli terrieri, la scarsezza di proteine nell’alimentazione aggravata dall’abbondanza di amidacei, la mancanza totale di aria fresca e di movimento, avevano riempito i salotti di una turba di ragazzine incredibilmente basse, inverosimilmente olivastre, insopportabilmente ciangottanti; esse passavano il tempo raggrumate tra loro, lanciando solo corali richiami ai giovanotti impauriti, destinate sembrava soltanto a far da sfondo alle tre o quattro belle creature che…passavano scivolando come cigni su uno stagno fitto di ranocchie.
Più le vedeva e più si irritava;…gli sembrava di essere il guardiano di un giardino zoologico posto a sorvegliare un centinaio di scimmiette: si aspettava di vederle a un tratto arrampicarsi sui lampadari e da lì, sospese per le code, dondolarsi esibendo i deretani e lanciando gusci di nocciola, stridori e digrignamenti sui pacifici visitatori.
Strano a dirsi fu una sensazione religiosa ad estraniarlo da quella visione zoologica: infatti dal gruppo delle bertucce crinolinate si alzava una monotona continua invocazione sacra: ”Maria! Maria!” esclamavano perpetuamente quelle povere figliole…Il nome della Vergine invocato da quel coro virgineo riempiva la galleria e di nuovo cambiava le scimmiette in donne…”:
(“Il Gattopardo”; edizione citata, pagine 291 e 292).

“Pigrizia sessuale” e “calcoli terrieri” sono condensati di anaffettività e di incapacità di amare, mentre “scarsezza di proteine”, ”abbondanza di amidacei, ”mancanza di aria fresca e di movimento” denotano un sentire deterministico di stampo bio-positivistico; è degna di nota, inoltre, la misoginia espressa nel bieco disprezzo delle scimmiette ciangottanti e crinolinate.
La figura maschile è connotata significativamente soltanto dalla paura: ”giovanotti impauriti”.
Lo stesso tema, sottilmente intrecciato a già noti motivi psico-esistenziali, si è presentato nel brano di “Lighea” con il titolo “Il solo esemplare superstite”.

Salvatore Vallone

Pieve di Soligo, 23, dicembre, 2002

LE GROSSE TRECCE

TRAMA DEL SOGNO

“Ho sognato che il mio amico aveva dei capelli neri, bellissimi e lunghi.

Io gli facevo due grosse trecce e poi gliele tagliavo.”

Mukuruzza.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Ho sognato che il mio amico aveva dei capelli neri, bellissimi e lunghi.”

Il sogno è breve, anzi brevissimo, e limpido nella sua simbologia, ma è tanto, tanto complesso nella sua apparente sinteticità.

Vediamolo subito.

“Il mio amico” cela sempre tanto di più di una semplice amicizia. “Il mio amico” è sempre tanto più di un amico normale, un alleato, un complice, un innamorato, un amante.

“Il mio amico” è una persona intima con cui si condividono intimità e segrete cure, desideri ardenti e sospirosi affanni.

“Il mio amico” è una persona privilegiata e non certo scelta a caso tra i tanti conoscenti, è un uomo con affinità psichiche elettive d’attrazione e convergenze parallele d’interessi.

Mukuruzza ha un uomo speciale con cui scambia materiale intimo e privato anche grazie al fatto che non ha un rapporto istituzionale e ufficiale che logora la qualità degli investimenti affettivi e libidici.

Tutti abbiamo un “amico” manifesto o latente, ufficiale e ufficioso, esibito o segreto, in fondo al cuore o dentro il cuore, una persona che è l’esatta “proiezione” dei nostri desideri in riguardo alle nostre attese di crescita individuale e alle nostre paure di esibizione sociale. “L’amico” è in primo luogo il nostro alleato, un “oggetto transferale” che esorcizza le nostre angosce in riguardo ai temi evolutivi della Mente e del Corpo, della nostra unita “psiche e soma”.

“L’amico” è il serbatoio del nostro bene e del nostro male, il deposito delle nostre colpe e delle nostre ambizioni, il complice dei nostri peccati indicibili e delle nostre gioie inconfessabili.

“L’amico” è la condensazione del Decalogo laico, quello che sta a metà tra la Filosofia morale ed estetica di un rigido Kant e il Pessimismo solidale e compassionevole di un indianeggiante Schopenhauer.

Veniamo al sogno, decisamente intrigante con i suoi doppi simboli e i suoi umani sotterfugi.

Mukuruzza ha un “amico” personale e privato su cui riversa, di volta in volta e alla bisogna, le “parti psichiche di sé” che aspirano a vedere la luce della realtà sempre in base ai bisogni contingenti della vita corrente.

Se poi questo “mio amico” ha i “capelli neri, bellissimi e lunghi”, il ricco patrimonio mentale ed estetico è in piena fusione nucleare senza strafare dalle leggi della Fisica delle particelle minime e dei sistemi massimi, senza derogare dai principi essenziali del microcosmo e del macrocosmo.

“L’amico” di Mukuruzza è un uomo che consente l’esibizione della Bellezza e della Consistenza delle Idee, una forza mentale di analisi che colpisce e affascina, avvince e incatena per la forza logica e per i contenuti originali. L’Estetica si sposa e si coniuga con la Logica secondo le coordinate della Oratoria e della Retorica, l’arte del bel parlare e l’arte del buon convincere. I “capelli neri, bellissimi e lunghi”, non sono l’oggetto della perizia di un abile parrucchiere, sono la “proiezione” dei bisogni di Mukuruzza di avere valore ideologico e abilità discorsiva, sono idee di sostanza e processi dialettici di persuasione in un mondo così povero di sostanza e semplificato nell’ignoranza. Mukuruzza aspira a un uomo che condensi i suoi bisogni di Logica discorsiva e i suoi desideri di convinzione e persuasione. Aggiungerei la terza arte della Logica e della Parola, l’Eristica, l’arte del convincere con il discorso ferreo e con la suggestione ipnotica. Si tratta sempre di proprietà e di doti del Pensiero che si traducono nel Verbo senza sconquassi emotivi e senza salti di logica.

Così Mukuruzza ha immaginato se stessa proiettandosi in questo benemerito e sostanzioso “amico”.

Io gli facevo due grosse trecce e poi gliele tagliavo.”

La cura e l’amabilità di Mukuruzza si mostra nella combinazione ideologica delle tante idee e dei valori logici dell’amico, meglio “proiettati” nell’amico, nell’emersione di quella “parte intellettiva di sé” che aspira a essere considerata e valutata nei bisogni e nei desideri profondi.

Eppure c’è una valenza erotica e sessuale nelle “due grosse trecce” che la donna “faceva” all’amico, un’induzione amorosa all’erezione del fallo. La simbologia dei “capelli” viene assolta dal meccanismo onirico e primario della “figurabilità”: la treccia grossa richiama il membro eretto come nei migliori affreschi delle falloforie e dei riti annessi. I meccanismi della “condensazione” e dello “spostamento” evocano catene associative di ordine mentale e ideale. In sostanza Mukuruzza elabora in sogno tutta la sua ammirazione e la sua attrazione nei riguardi dell’intelligenza e dei prodotti mentali del suo “amico”, la simbologia del “capelli bellissimi e lunghi”, e in questa reverenza non esulano il sentimento dell’invidia e una forma di aggressività verso colui che sa di più e sa meglio comporre il suo Sapere, la sua erudizione e la sua saggezza fino al punto di raggiungere l’Amore del Sapere, quello che si associa all’Amore per la Bellezza, la Filosofia, “filos kai sophia” per l’appunto e per la precisione.

Si spiega in tal modo anche la “castrazione” del fallo del Sapere, la decurtazione della potenza e della forza concesse a colui che sa di sé e dell’altro, la “castrazione” del Filosofo, dell’amante del Sapere come conoscenza psicologica ed estetica. Mukuruzza ha un amico saggio e apprezza la sua Filosofia di vita e di scienza. Di queste proprietà e di questa virtù è invidiosa e manifesta questa aggressività proprio nell’atto di tagliare le “grosse trecce” per incorporarle in un momento della sua vita e in una contingenza psichica e mentale in cui accusa un deficit di vigilanza e di conoscenze, di esperienza e di reattività. L’amico offre a Mukuruzza di colmare questa momentanea lacuna attraverso la simbologia onirica dei capelli belli, delle trecce interessanti e del taglio invidioso quanto virtuoso.

Questo è quanto e anche in abbondanza, ma ancora non basta.

Se avessi interpretato il sogno di Mukuruzza con la valenza erotica e sessuale, il discorso sarebbe stato più facile e consequenziale, nonché banale e semplicistico. Avrei detto freudianamente che le pulsioni erotiche e sessuali di Mukuruzza avevano investito il membro del suo amico procurando una notevole erezione, doppia rispetto a quella consentita da madre Natura. Non appagata di questo effetto naturale, Mukuruzza avrebbe ridestato la sua “invidia del pene” e avrebbe operato la “castrazione” dell’amico in pieno ossequio alla sua mancata e a suo tempo desiderata fuoruscita dell’organo sessuale, secondo la convinzione infantile che esiste un solo sesso, quello maschile per l’appunto.

La “traslazione” del membro eretto nella Filosofia trova conferma anche nelle antiche mitologie sul tema della Scienza e dell’Amore del Sapere.

Per rafforzare l’interpretazione del sogno di Mukuruzza e per renderla più degna e completa, richiamo il mito di Eros secondo le linee culturali e filosofiche di Platone nel dialogo titolato il “Convito”. Il concetto di Filosofia racchiude l’emozione sentimentale dell’Amore, “filos” e “filia”, e la coscienza razionale della Scienza, “sophos” e “sophia”.

Parliamo di Eros.

Eros nasce da Poros, colui che sa come procurarsi la ricchezza e che possiede l’intelligenza operativa, e da Penia, la povertà nel senso pieno di una forma di ricchezza, la pienezza del nulla.

Eros fu concepito per espressa e consapevole manovra della madre quando il padre era ubriaco di nettare dopo la festa in onore di Afrodite. Dai genitori matura il “giusto mezzo”, quello di non essere né buono e né bello, né ricco e né povero, né cattivo e né brutto. Nella sua vera essenza Eros non è un dio, è un “daimon”, uno spirito vitale, un’energia, una “libido”, un desiderio, un messaggero tra il cielo e la terra, una forza cosmica che unisce, una carica empatica che simpatizza, una fusione tra empatia e simpatia alla greca, una forza magnetica che attrae, un’eccitazione che cerca l’appagamento, una carica elettrica che esiste in grazie ai poli opposti. Per essere stato concepito nella festa di Afrodite, Eros si porta addosso la Bellezza, così come dalla madre Penia si porta dietro la forza della povertà e dal padre Poros si trascina il coraggio. La combinazione di questi divini attributi fa di Eros un originale “daimon” che esalta con facilità e naturalezza le doti dell’Amore e del Sapere, dell’Es e dell’Io per dirla secondo un registro psicoanalitico.

Eros tende alla “coscienza di sé” attraverso il bisogno di crescere, di arricchirsi, di coinvolgersi, di escogitare sotterfugi, di sperimentarsi, di esserci nelle varie forme e modalità che possiede e che sa mettere bene in atto. Non possiede niente, come la Madre Penia, e può possedere tanto seguendo le strategie del padre Poros. Eros può essere amante, bello e saggio secondo le dinamiche di una tensione psicofisica che contempla e coniuga l’azione del “Pathos”, l’istinto, con le armonie del Logos, la “Filia”. Questa “Sofia” appare sotto l’insegna luminosa di Afrodite, la Bellezza. Ma non basta. Quest’ultima è coniugata con l’Ethos, la “Kalokagatia”: il Bello e il Bene secondo Natura stanno insieme. Questa Natura non è “dionisiaca”, immanente al sistema neurovegetativo, né “religiosa”, trascendente la Realtà, ma è una Natura vivente che abbraccia il Tutto, “ilozoismo”. L’Ethos è dell’Uomo, secondo l’insegnamento di Socrate, e non si traduce nelle prescrizioni acritiche della Morale e fideistiche della Religione.

Convergendo su Eros, si può attribuire a questa energia vitale, “daimon”, il senso e il sentimento dell’Amore, l’erotismo e la sessualità, la “eudaimonia”, la Felicità legata a un buon demone, la seduzione e soprattutto la Bellezza in onore ad Afrodite e in onore alla Logica, armonia tra le parti. Ma la straordinaria duttilità e la poliedrica valenza di Eros si allargano nella nostalgia del Tutto e nella possibilità di perpetuarlo proprio rigenerandolo, la “genitalità”, freudianamente la “libido genitale” che contraddistingue l’uomo nella sua individualità e universalità. Eros esalta il dono della Vita e la generosità del dare la Vita nel suo essere la versione maschile della Dea Madre. La Filosofia è la trasmissione altruistica del Sapere, come il Padre è la versione fallica dell’Amore della Specie. Eros è il Padre buono che ama i figli e non li divora, li tutela e non li manda allo sbaraglio, li esalta e non li castra, li accompagna senza esser visto e facendo sentire la sua presenza nel messaggio e nei valori trasmessi: la Cultura. Ogni uomo e ogni donna sono Eros quando elaborano e vivono la “posizione genitale” nel corso della loro evoluzione psicofisica. Eros mette d’accordo il Maschile e il Femminile nel suo essere “androgino”. Eros insegna l’innocenza indiscriminata del donare, dell’investire “libido” nella sua qualità massima.

Meritava tutto questo mostruoso papello il sogno breve, anzi brevissimo, di una parsimoniosa e profonda Mukuruzza.

I TRE DENTISTI DI MARIANNA

TRAMA DEL SOGNO

“Mi trovo dal dentista, ma la poltrona è di legno e il piano di lavoro è pieno di ragnatele e gli strumenti sono di legno.

Arriva un dentista che non conosco e, invece di occuparsi dei miei denti, mi taglia una ciocca di capelli neri che non sono miei.

Alcuni di questi capelli cadono sugli strumenti e la cosa mi fa schifo.

Entra un altro dentista che non conosco e da lontano con uno strumento a uncino attaccato a un bastone, mi tortura un dente.

Mi stufo e me ne vado.”

Marianna

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Mi trovo dal dentista, ma la poltrona è di legno e il piano di lavoro è pieno di ragnatele e gli strumenti sono di legno.

Mi sa che Marianna non è andata dal dentista, forse è andata dal falegname o da qualche altro operatore del legno o forse chissà da chi è andata. Se la “poltrona di legno” non si può tollerare, figuriamoci “gli strumenti”, sempre “di legno”, che sono sopra “il piano di lavoro pieno di ragnatele”.

Che scena surreale ha dipinto Marianna nell’esordio del suo sogno!

Ragioniamo e procediamo con cautela e forti dell’evidenza che quello di Marianna è un sogno molto coperto perché è molto simbolico. Nella realtà non va assolutamente bene uno studio dentistico di quel genere, ma nella fantasia onirica il “dentista” ci sta tutto e si decodifica come colui che opera una “castrazione”, colui che asporta una abilità e una funzione, colui che toglie il potere, un violento che depriva dell’aggressività, un chirurgo che opera una lobotomia. Di solito questa è la figura del padre e questo ruolo di maligno operatore è più che mai ascritta al padre “edipico”, quello che opera nei figli la “castrazione” perché sono andati oltre il lecito con le ampie pretese sulla madre: tutto questo nelle fantasie dei bambini. Sulle figlie il padre “edipico” non opera una “castrazione”, bensì una frustrazione dei desideri che non porta a una perdita di potere e di funzione, ma a un ridimensionamento dell’onnipotenza e all’acquisizione del potere della femminilità anche attraverso l’identificazione nella figura materna.

Allora convergiamo nel sogno in questione dopo questo preambolo chiarificatore.

Marianna è in crisi e questo stato di disagio è dovuto alla possibilità di perdere il potere femminile di seduzione a causa di fattori non ancora evidenziati. Marianna si sente inadeguata e fuori dal tempo per quanto riguarda gli strumenti tradizionali di potere, le modalità della seduzione e della conquista. La figura paterna riemerge nell’aver dato vecchi strumenti educativi per quanto riguarda il corpo, la seduzione e la sessualità. Marianna si sente vecchia e inadeguata con quello che si ritrova addosso e a portata di mano. Da tempo Marianna non vive il suo corpo in maniera dignitosa e sciolta, non si sente libera di muoversi femminilmente e di agire eroticamente. Marianna si sente castrata.

La domanda legittima è chiedere il nome dell’autore di questo barbaro rito perpetrato sulla sua pelle e sulla sua psiche. Il tempo lo dirà o almeno si spera.

Arriva un dentista che non conosco e, invece di occuparsi dei miei denti, mi taglia una ciocca di capelli neri che non sono miei.”

Prima si era presentato un “dentista” con l’aspirazione a diventare falegname, adesso si presenta un “dentista” che aspira a diventare parrucchiere. Il sogno di Marianna è altamente simbolico e fa sorridere per questa strana contaminazione di figure e di mestieri. Oltretutto, la magia regna sovrana tra capelli di altri che vengono tagliati a Marianna e denti gaudenti perché nessuno li estrae. Decodificare urge in tanto “bailamme” per capire e proseguire nell’interpretazione del sogno di una fantasiosa Marianna. La “castrazione al femminile”, che doveva essere operata dal primo “dentista” estraendo un dente simbolo del potere e dell’aggressività, viene rimandata dal secondo strano “dentista” che mutila e coarta le idee di Marianna, idee che oltretutto non erano sue e aveva assimilato da altri. La “castrazione” e la perdita del potere avvengono per via mentale e non odontoiatrica. Un uomo, il padre o similare figura, ha impedito alla mente brillante di Marianna l’elaborazione ideologica e la formazione di un patrimonio di idee che storicamente si è sviluppato nel corso storico della cultura. Il “dentista” è sconosciuto perché il meccanismo di difesa dello “spostamento” trasla la figura paterna e il carico delle emozioni e dei sentimenti per consentire il prosieguo del sonno e del sogno.

Alcuni di questi capelli cadono sugli strumenti e la cosa mi fa schifo.”

Le idee hanno inibito le funzioni organiche e questa degenerazione non è giustamente gradita a Marianna. Si è verificata una psicosomatizzazione. La psicodinamica descritta è proprio quella dell’investimento ossessivo sul corpo e della “conversione” che inibisce la funzionalità degli organi e degli apparati. Questo contagio delle idee nel corpo produce il disturbo psicosomatico in quanto la tensione nervosa innescata non può essere gestita dal sistema psichico perché va al di là dell’omeostasi e deve essere scaricata proprio innervandosi e andando a ledere la funzionalità organica. Marianna è oltremodo ossessionata da idee che vertono sul corpo e disturbano in tal modo l’equilibrio nervoso delle principali funzioni. Ma quale funzione?

Entra un altro dentista che non conosco e da lontano con uno strumento a uncino attaccato a un bastone, mi tortura un dente.”

Si tratta sempre della funzione fallica. Marianna si fa torturare “un dente”, il potere di donna, da un altro uomo che lei vive come castrante e che ha con lei un approccio sessuale con un fallo a uncino, come quello del diavolo all’epoca delle streghe, cautelativamente tenuto a debita distanza e senza coinvolgimento erotico, per intenderci. Con quest’ultimo quadretto il sogno di Marianna si precisa meglio e la simbologia trova la sua quadra. Marianna è ai ferri corti con se stessa e riverbera questa insoddisfazione nella relazione con i suoi uomini che vive come castranti, come limiti all’espansione del suo potere di donna, non li trova adeguati al suo narcisismo e all’esaltazione delle sue mirabili doti e capacità. Marianna ha un approccio superbo e altolocato verso il maschio, ma questa pretesa superiorità non sa dove poggiarla e come giustificarla, perché lei stessa ritiene che sia frutto di un’ideologia sbagliata e di schemi culturali che le sono stati imposti. Attraverso i tre dentisti presenta in sogno il suo “fantasma del maschio” nella parte esclusivamente “negativa”, il maschio che castra e che fa male, una versione non esclusivamente sessuale ma anche psichica. Il maschio è un limite perché impone e domina. Chiaramente questa è la figura paterna nella modalità che Marianna ha vissuto da bambina nell’ambito familiare. Da questa immagine negativa del maschio Marianna non si è spostata, per cui ha vissuto i suoi maschi sessualmente come degli stupratori e culturalmente come dei tiranni che impongono a lei e alle donne modalità di pensiero e ideologie non condivisibili. Per fare questa piccola personale rivoluzione Marianna ha fatto ricorso al suo narcisismo e si è isolata dagli altri per fare forza sulle sue idee in attesa di comunicarle alle donne e anche a quei maschi violenti che sono l’oggetto della sua avversione. Il sogno di Marianna oscilla tra la sessualità, evidente nei simboli maschili del “bastone” e dello “strumento a uncino”, e la cultura dominante di stampo maschilista: il maschio che stupra e il maschio che comanda. Si può anche cogliere in questa esagerazione difensiva dal coinvolgimento una forma di “invidia del pene”, visto che Marianna compete e resiste alle stranezze e alle violenze tutte maschili che stava per subire. Il sogno è vario e variopinto, individuale e collettivo, psicologico e ideologico. Marianna è partita dalla figura paterna e ha svolto i suoi vissuti in riguardo alla relazione sessuale e mentale con gli uomini. Il sogno parte dalla “posizione edipica” e tocca la “posizione genitale” in maniera incompleta per poi fuggire e rifugiarsi nell’isolamento della “posizione narcisistica” e in attesa di maturare un approccio dignitoso verso il maschio e rispettoso verso le idee e il corpo delle donne.

Mi stufo e me ne vado.”

Per il momento Marianna non è in vena di concessioni e di gratificazioni, ha troppo subito dai suoi uomini e soprattutto dal padre da bambina e da adulta. La fuga dal problema e dal conflitto è per il momento la strada più breve e più spedita, la difesa psichica a portata di mano o di mente e si chiama “rimozione”: basta non pensarci più, almeno per il momento. Il meccanismo psichico di difesa “evitamento” bloccherà l’angoscia di “castrazione” contenendola in attesa di usare un altro meccanismo adatto allo scopo quando il precedente non servirà più. E così, di meccanismo in meccanismo e di difesa in difesa, la vita di Marianna scorre come un fiume che cerca la sua foce. Di certo, si può vivere e si vive bene senza torturatori e soprattutto senza padri castranti. Importante coltivare la propria autonomia psicofisica e liberarsi di queste figure che popolano il palcoscenico delle relazioni e delle comunicazioni.

Vade retro Satana!

Semper!

AUTORITRATTO 2

“Santu deu,

santu deu,

a sto mundu

ghe sum eu

e ni so cuntentu eu.”

Ci sono anch’io in questo mondo,

io e la mia follia,

io ed Erasmo che mi elogia.

Siamo in due,

siamo sempre in due,

il me savio e il me matacin,

mi che son dentro e mi che son fora,

mi che me manca un bojo e una poenta brustolada,

mi che son just e mi che son sbalià.

Il me perbenino fu rapito sul monte con il cappello in mano

dal paron che dispensa ananassi e satanassi,

il me sacranone e sacrarmenta viaggiò nei pascoli eterni

con la schiena dritta senza piegarsi davanti a nisuni,

neanche con l’ammollo o con il pizzo.

“Santu deu,

santu deu,

a sto mundu

ghe sum eu

e ni so cuntentu eu.”

Ci sono anch’io in questo mondo,

io e la mia follia,

io e me mare Concetta Giudice,

detta Tita o Titina,

mia madre che m’annaca,

che mi dondola cantando la ninna nanna,

insomma.

Siamo ancora in due,

il me bambinello e il me mentecatto,

il me picciriddru con la sucalora in mano

che si tocca il pisello,

il me in astinenza da rete quattro

con il cervello freddo di Libeccio,

il me amoroso e niuru infame,

fortemente abbronzato da madre natura

sotto i colpi micidiali dello Scirocco,

il me affetto da lasette nei bronchi umidi di catarro

e odorosi alla menta del benemerito vicks vaporub.

“Santu deu,

santu deu,

a sto mundu

ghe sum eu

e ni so cuntentu eu.”

Ci sono anch’io in questo mondo,

io e la mia radice,

io e me pare Concetto,

detto ‘Nnittulu,

ridetto ‘Nzuliddru.

Siamo ancora in due,

il me derelitto e il me gran sior,

io e il resto in saldo degli spermatozoi del dopoguerra

di un padre provato dalla caduta dell’amato Fascismo,

io e il derivato di un relitto militare,

formato cacciatorpediniere,

io e l’escremento infetto di una nave spitalera

ferocemente bombardata dagli Inglesi ubriachi,

io e le quattro travi portanti di un bastimento

ricolmo di migranti che coltivavano un sogno,

una chimera,

un’illusione,

un miraggio,

un pane condito con il sangue degli avi,

trasportati a suo tempo dalla mia Africa nel mondo civile

per l’Etica protestante e lo spirito del Capitalismo,

per la Camorra e la Mafia dell’uomo bianco miricano.

Sia sempre lodato e ringraziato Salvuccio Kunta Kinte,

quel tzeno innalzato al cielo africano dalla pietas del padre.

Sia maledetto il machete dello yankee bastardo

che non riuscì a tagliare le dita dei suoi piedi.

“Santu deu,

santu deu,

a sto mundu

ghe sum eu

e ni so cuntentu eu.”

Ci sono anch’io in questo mondo,

io e la mia follia,

io e Alex Haley che m’incanta.

Siamo ancora e sempre in due,

io e Kunta Kinte dei Mandinka,

il me siculo e il me veneto,

il me libero e il me schiavo,

il me dotor e il me contadin.

Siamo ancora e sempre in due,

io e le varianti del mio virus,

così personali,

così vitali per l’aldiqua e l’aldilà,

io incoronato il 19 di gennaio dell’anno gentium 1947

dalla levatrice signorina Calvo Carmela

al civico 23 di via Emanuele Giaracà,

io poeta terrone e patriot italiano,

nonché capo del carrarmato M113,

dono natalizio degli Usa all’italica plebe in quel 1945,

me contastorie e contaballe,

io e le mie fave tarde a spuntare

in quest’inverno da favola noir,

io e i miei ciciri migna restii alla luce

sotto questo cielo che oggi sposa Saturno e Giove,

sotto la solita buona stella ‘mbriaca,

la stella cometa stordita e sperduta dentro un cielo limpido

come la luce di Lucifero,

Venere,

stella del mattino,

stella maris,

l’astro d’argento che brilla lassù

e indica ai saggi la strada della vera vita

sotto l’augusta volta celeste tibetana.

“Santu deu,

santu deu,

a sto mundu

ghe sum eu

e ni so cuntentu eu.”

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 31, 12, 2020