TRA PASSATO & PRESENTE

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“E’ estate e sono al mare, in piedi sulla parte alta di uno scoglio che a gradoni scoscesi penetra nell’acqua. Ci sono molte coppie di giovani e sono ragazza anch’io; siamo tutti in costume da bagno, ho un filarino con un ragazzo molto bello che mi bacia e sfiora con naturalezza. Sto bene, sono a mio agio con me stessa e con quello che c’è intorno (mi sento come mi sentivo realmente da ragazza, il corpo in mostra, baluardo di un infinito presente, e la mente proiettata di diritto su un futuro certo). Scendiamo in gruppo a vedere com’è il mare e lo trovo bellissimo. Ad un tratto noto che in realtà c’è un fiume che entra ad estuario in questo mare e porta con sé un’acqua verdastra e limacciosa, ma mi piace anche questo, sono estasiata da tutto quello che vedo.

Sono nel mio presente, ora, e cammino (ma a momenti guido) con la mia nipote adorata lungo l’argine di un ampio torrente in piena, sebbene con l’acqua calma e chiara; nel paesaggio c’è anche un grande fiume, incantevole. Proseguo ed arrivo ad un bivio: sulla destra scende una strada che porta al tratto di mare visto in precedenza e sulla sinistra un’altra arriva ad un pontile che dà sul lago di Garda. Vado da entrambe le parti, mi sento serena, c’è una bella luce, il paesaggio e la natura mi riempiono di felicità. Sono in compagnia di alcune donne, credo componenti della mia famiglia o care amiche.

Poi ritorno ragazza sullo scoglio ed è calata la sera. Con me c’è il gruppo di giovani di inizio sogno e ci stiamo divertendo, si ride, forse ci stiamo preparando per una festa. Mi giro e sulla sinistra vedo avanzare mio padre; il suo viso nel sogno non è affatto quello di mio padre: ha gli occhiali e una chierica, indossa un vestito elegante ma ordinario, grigio chiaro, sembra un travet. Sono così contenta di vederlo, mi si riempie il petto di gioia. Lo abbraccio forte e lui mi sorride e mi stringe a sé. Mi siedo su uno dei gradoni naturali dello scoglio e lui è su quello sottostante, mi gira la schiena e io allargo le mie gambe e le mie braccia e lo cingo forte nell’incavo del mio corpo. Provo un potente sentimento di amore che mi appaga pienamente. Non ho mai amato mio padre con il sentimento che provo nel sogno; ho amato mia madre così, vorrei dire “in modo così puro”. Era come se nel sogno provassi per la prima volta per un uomo un sentimento deprivato del suo potere seduttivo.”

Mi sono svegliata.

Questo è il sogno di Sabina

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Possono convivere in sogno passato e presente magari in una notte di mezza estate?

Certo, nel “breve eterno”!

Il sogno di Sabina è l’esempio di come la Psiche riesce a tenere nell’arco consapevole del suo orizzonte i “fantasmi” e le esperienze vissute al di là della loro qualità. La “coscienza di sé” è la consapevolezza di questo materiale psico-esistenziale fermata nel momento storico considerato. Il Vivere porta a trascurare la Psiche a vantaggio del Pragma, il vissuto psicologico rispetto al fatto occorso nella sua concretezza. Il sistema delle “resistenze” è funzionale alla difesa dell’equilibrio tra corpo e mente con il suo impedire l’afflusso alla coscienza del materiale psichico dimenticato o “rimosso”, così come il sistema dei “processi e meccanismi di difesa” opera in maniera articolata per lo stesso fine omeostatico: il contenimento dell’angoscia.

E così, vivendo e sin dal primo vagito, il trauma e l’angoscia scandiscono i tempi e i modi della riflessione su se stessi e sulla propria formazione. Il bambino infante usa i seguenti “meccanismi di difesa”, definiti per l’appunto “primari”: il “ritiro primitivo” che consiste nel non vivere l’angoscia fuggendo dalla realtà e disinvestendo, il “diniego” che si attesta nel rifiuto dell’angoscia e nella negazione della perdita, il “controllo onnipotente” che si esplica nel potere esercitato nel conflitto con la realtà traumatica, la “idealizzazione e svalutazione primitive” che si esercita nell’esaltazione della protezione da parte dei genitori e nella successiva delusione, la “proiezione” e la “introiezione” e la “identificazione proiettiva” che si giustificano con la difficoltà del bambino di capire la dialettica tra mondo interiore e mondo esterno e nell’attribuire all’altro il proprio passato psichico, la “scissione delle imago” e la scomposizione dei “fantasmi” nella “parte positiva” e nella “parte negativa”, la “dissociazione” che si attesta nella difesa dall’angoscia attraverso lo sdoppiamento dell’Io.

Questo è il corredo psichico difensivo del bambino. L’adulto userà “meccanismi e processi” sofisticati ed evoluti per difendersi dall’angoscia che è la “malattia mortale” secondo le Religioni monoteistiche, la filosofia di Epicuro, di Kierkegaard, di Schophenauer, di Heidegger, di Sartre e di altri filosofi che hanno posto l’accento sulla consapevolezza umana intorno alla fine e all’uopo hanno ricercato il fine della vita in base alla loro formazione psichica, ai loro “fantasmi” e alle loro esperienze vissute. Anche i filosofi hanno proiettato nelle loro opere il corredo composto dei loro turbolenti “fantasmi” e i tratti caratteristici delle loro “formazioni psichiche reattive”. Il processo difensivo è ancora più evidente nelle opere poetiche. Quindi, anche i poeti non sono esenti da “proiezioni” catartiche e da contaminazioni tra il privato e il pubblico. Provate a leggere Leopardi in chiave psicodinamica e ne vedrete delle belle.

Il sogno di Sabina si snoda narrativamente ponendo di tanto in tanto, quasi per gradire, qualche simbolo consistente e massiccio a testimoniare che il “processo primario” è in funzione, qualora qualcuno non se ne fosse accorto. E così tra il racconto e la rievocazione del passato la Fantasia immette i “fantasmi” per condire al meglio la minestra, di per se stessa gustosa e piccante sullo stile anni settanta. Sarà interessante scindere la narrazione descrittiva dalla simbologia dei “fantasmi” e tra ricordi e desideri, tra pulsioni ed emozioni il piatto della nostalgia sarà alla fine ben ricolmo di ricche e sfiziose primizie che il Tempo non è riuscito a consumare con le sue tinte grige e le sue sfumature altrettanto grige.

Il film di Sabina è in tre tempi e si svolge con un rimando temporale rincorrendo la figura paterna e materna. Il fine è quello di sistemare la “posizione edipica” partendo dall’adolescenza e arrivando alla maturità. Sabina non accettava il padre e si sentiva rifiutata. Nel sogno non solo lo recupera e lo riconosce, ma lo adotta al fine di integrare la sua identità psichica e di migliorare la comprensione della sua storica relazione con l’universo maschile.

Il tragitto interpretativo è diviso in tre parti ed è oltremodo interessante.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

IL SOGNO DEL PASSATO

E’ estate e sono al mare, in piedi sulla parte alta di uno scoglio che a gradoni scoscesi penetra nell’acqua. Ci sono molte coppie di giovani e sono ragazza anch’io; siamo tutti in costume da bagno, ho un filarino con un ragazzo molto bello che mi bacia e sfiora con naturalezza.”

La vena narrativa non manca nel disegnare questo quadretto anni settanta della serie “un giorno d’estate al mare”. Sabina è una ragazza tra le tante, ma è super, come la benzina e le sigarette di allora. Guarda caso, lei si trova tra le altre adolescenti accoppiate, ma è in piedi e sulla parte alta dello scoglio. Il senso dell’alto-locazione, più che dell’ipertrofia, dell’Io, è appariscente in questa seducente e sedicente “ragazza” che non si fa mancare il “filarino con un ragazzo molto bello”. Sabina non si limita al corteggiamento di un liceale, procede verso la naturalezza della “libido orale” ed epiteliale. Questo spaccato da “Sapore di sale” del mitico Gino Paoli è talmente delicato e semplice da diventare eccitante nella lettura e nell’attraversamento di desideri ed emozioni universalmente vissute tra i meridiani e i paralleli dell’inquinato pianeta. E l’incauto lettore debitamente ringrazia la ragazza che con naturalezza sogna e si descrive mentre attraversa la penultima fase REM del suo sonno.

Sto bene, sono a mio agio con me stessa e con quello che c’è intorno (mi sento come mi sentivo realmente da ragazza, il corpo in mostra, baluardo di un infinito presente, e la mente proiettata di diritto su un futuro certo).”

L’esibizione del benessere e della sicurezza avviene in maniera pacata ma decisa. Sabina rievoca e commenta orgogliosamente una fase importante della sua vita e della sua formazione psichica, l’adolescenza o “il tempo delle mele”. Il passato ritorna al presente nelle posture psicofisiche di base per proiettarsi in un gratificante futuro: il “breve eterno” è servito su una insalatiera d’argento come quella della coppa Davis. Quest’operazione è resa possibile dal “corpo in mostra” e disposto all’altro, nonché dalla “mente” certa del “futuro” e sicura del suo diritto naturale. Sabina è il suo corpo, Sabina è la sua mente, il corpo è baluardo e la mente è progetto. Su queste fondamenta Sabina costruisce la sua casa nella fusione dei tempi del ricordo, della vita in atto e dell’attesa. Vedi cosa combinano il Corpo e la Mente quando sono a briglia sciolta e in un attimo di distrazione dell’Io.

Scendiamo in gruppo a vedere com’è il mare e lo trovo bellissimo. Ad un tratto noto che in realtà c’è un fiume che entra ad estuario in questo mare e porta con sé un’acqua verdastra e limacciosa, ma mi piace anche questo, sono estasiata da tutto quello che vedo.”

Fino a questo punto il sogno di Sabina si è lasciato spiegare tra narrazione e riflessione senza ricorrere a pericolose e strane acrobazie simboliche. Del resto, la ragazza è semplice e sofisticata al punto giusto, per cui si lascia cogliere nelle sue linee e nei suoi archi, nelle sue rotondità e nelle sue piramidi. Socializza bene Sabina, non ha remore e blocchi nel suo giovanile motore di adolescente che cerca di conoscersi nel gruppo. Ma il vero gruppo è la sua “gruppalità” interna, il complesso delle sue istanze e la rete delle sue relazioni, i mille modi di rappresentare le sue pulsioni e gli altrettanto mille nodi che intesse tra le varie parti di sé.

“Il mare è bellissimo”.

Ecco la simbologia tanto attesa e tanto ampia!

Sul mare si è tanto discusso, tanto si discute e tanto si discuterà, come è giusto nel consorzio dell’umana ignoranza e della recidiva presunzione.

E’ il simbolo dell’Inconscio freudiano?

E’ il simbolo della Vita e del Vivere?

Rappresenta la parte fascinosa e misteriosa della Madre?

Raffigura l’ardimento e la sfida umana all’apparente Indefinito?

E’ quello che ognuno di noi vuole?

Ecco, è sicuramente il nostro “significante”!

Di certo il Mare è un po’ di tutto, ma per Sabina è soprattutto il suo presente che si infutura. Ma lei non si accontenta della normalità rassicurante, non si appaga di ammirare il mare e di viverlo come il suo spazio d’investimento. Sabina cerca la simbologia complessa e fa interagire il mare con l’estuario di un fiume, rappresenta il Principio Maschile e il Principio Femminile nella fusione di un meraviglioso e poetico coito primordiale. Il Fiume è maschio e rappresenta il Padre e il suo estuario è l’orgasmo che acquieta la tensione dello scorrimento e la ricerca della fine, mentre il Mare è femmina e rappresenta la Madre che accoglie e annega lo spasmo del nobile consorte nelle sue ampie anse. Sabina tocca apici mitologici in questa poetica quanto inconsapevole descrizione proprio rappresentando in maniera originale la scena del “Coito primordiale”. Ma attenzione, è tutta farina del suo sacco semplicemente perché non risulta immagine mitologica simile tra le mie conoscenze e le mie erudizioni. Non mi risulta che Zeus si sia trasformato in “potamos”, fiume, per accoppiarsi con la Dea di turno frutto delle sue brame erotiche e dei suoi istinti sessuali. Ma la meraviglia non è ancora finita. State attenti che Sabina, introducendo l’amplesso primario della coppia genitoriale, sta rispolverando la sua conflittualità con i suoi genitori, “posizione psichica edipica”, ed evidenzia i suoi sensi di colpa nelle acque limacciose e verdastre. Ma non è finita la storia perché Sabina dimostra di aver risolto la sua scomoda collocazione tra padre e madre e dichiara “apertis verbis” che è “estasiata da quello che vede” e non lesina di aggiungere che le piace, prova godimento nella visione del padre e della madre in simbiosi. Certo che il Mare è più grande del Fiume, certo che la Madre domina nel vissuto della Figlia, certo che la figura materna è maestosa nella visione della figlia, certo che la mamma è tanta per Sabina. Il Padre Fiume viene accolto nel suo disperdersi i mille rivoli neurovegetativi nell’ampio e misterico Grembo della Madre. La madre è dominante nella psicologia formativa di Sabina.

Sintetizzo questo ampio quadro allegorico. Sabina rievoca la sua “posizione edipica” rappresentando in maniera personale la mitica fusione maschio-femmina. In quest’operazione dimostra di aver riconosciuto il padre e la madre, per cui il benessere psicofisico necessariamente consegue.

I simboli e gli archetipi sono il “mare” o l’esercizio del vivere al femminile, il “fiume” o l’insinuazione maschile, “l’estuario” o la dilatazione maschile, “l’acqua verdastra e limacciosa” o dei sensi di colpa, “estasiata” o la caduta della vigilanza e la variazione dello stato di coscienza, “vedo” o sono consapevole

IL SOGNO DEL PRESENTE

Sono nel mio presente, ora, e cammino (ma a momenti guido) con la mia nipote adorata lungo l’argine di un ampio torrente in piena, sebbene con l’acqua calma e chiara; nel paesaggio c’è anche un grande fiume, incantevole.”

Passata è in sogno l’adolescenza e la donna si manifesta nel suo splendore e nella sua controllata irruenza psicofisica mentre lascia scorrere la sua vita senza farsi mancare l’amor proprio e tenendo in grande considerazione la figura maschile nella persona del padre idealizzato. Nell’hic et nunc, nell’aqui y ahora, nel suo presente Sabina vive e si vive rafforzandosi nell’amor proprio tramite la giovane nipote che si porta a spasso come se fosse la Sabina adolescente del precedente sogno. La vitalità della “libido” è in eccesso ed è da gestire con giudizio. Ma la “libido” non è mai in eccesso, come la femminilità evidente e il bel portamento. L’uomo ideale si insinua in questo quadro bucolico come l’eredità della “parte buona” del padre. L’adolescente è diventata donna e ha razionalizzato la sua “posizione edipica” riconoscendo il padre e sistemandolo secondo norma e secondo dovere.

Proseguo ed arrivo ad un bivio: sulla destra scende una strada che porta al tratto di mare visto in precedenza e sulla sinistra un’altra arriva ad un pontile che dà sul lago di Garda.”

Come Edipo, giovane e intraprendente, piomba con il suo carro nel quadrivio di Tebe dove incontra Laio, il padre sconosciuto, e lo uccide per una questione apparente di precedenza, anche Sabina nel corso della vita arriva a un bivio, perviene a una presa di coscienza sulla sua “destra” e sulla sua “sinistra”. Sabina è chiamata a deliberare sul futuro basato sulla storia psico-familiare e sulla sua formazione o a decidere di tornare indietro sui suoi passi e ristagnare ancora sul padre e sulla madre, sul pontile e sul lago, sul maschio e sulla femmina, sulla sua relazione conflittuale con i genitori e le loro enigmatiche figure. Anche Edipo era di questa pasta e si avviava a consumare la tragedia a lui dedicata e ampiamente voluta dagli dei dell’Olimpo anche per dare l’opportunità a un certo doctor Sigmund Freud di dare sfogo alla sua genialità creativa e alla sua grafomania. Nel sogno sul tempo passato di Sabina c’era l’estuario di un fiume e il mare, nel sogno sul tempo presente c’è un pontile e un lago. La simbologia è la stessa, ma manca la monumentalità della scena e l’entità dei componenti.

Vuoi mettere un misero pontile che si insinua sia pur nel lago di Garda con il mare che assorbe e dona la pace a un fiume in piena dilatazione dei sensi? Eppur la Madre domina sempre sia nel suo essere “mare” e sia nel suo essere “lago”.

Potenza dei suoi insegnamenti e delle sue virtù!

Cosa suggerisce la simbologia del pezzo considerato?

Il “bivio” rappresenta la deliberazione e la scelta, la “destra” rappresenta il maschile e il futuro e la ragione e la realtà, la “sinistra” rappresenta il femminile e il sistema neurovegetativo e il passato e il crepuscolo della coscienza, il “pontile” rappresenta la protuberanza e l’insinuazione maschili, il “lago” rappresenta la ponderatezza oscura del femminile o l’acqua cheta.

Vado da entrambe le parti, mi sento serena, c’è una bella luce, il paesaggio e la natura mi riempiono di felicità. Sono in compagnia di alcune donne, credo componenti della mia famiglia o care amiche.”

Onnipotenza e ubiquità sono le doti dell’infanzia, quell’età che in Sabina non è mai fortunatamente tramontata e che si trasporta dietro nel cammin di sua vita quasi dicendo che è riuscita a comporre in armonia il passato con il presente e che attualmente la sua vita gode ottima salute secondo l’ultimo bollettino meteopsicorologico. Sabina riconosce il suo passato e il suo presente perché ha composto il padre e la madre nel “simbolo delle sue origini”. Tale nobile e proficua operazione ha maturato i frutti di una buona armonia psicofisica. La carta d’identità psichica di Sabina è la seguente: riconoscimento e “sapere di sé”, disinibizione e disimpegno. Una lucida razionalità si accompagna a una buona emotività, un buon demone governa le fattezze e le movenze del corpo. Finalmente Sabina è in compagnia di se stessa e degli altri, sa relazionarsi con le sue “parti psichiche” e con gli oggetti dei suoi investimenti di buona “libido”.

La simbologia dice che “serena” equivale a mancanza di nubi o ataraxia e assenza di affanni, “luce” o ragione e processi secondari, “paesaggio” o “status” psichico in atto, “natura” o ciò che nasce, “felicità” o buon demone o spirito vitale, “donne” o del potere femminile, “famiglia” o “gruppalità” interiore e parti psichiche in relazione, “amiche” o confidenza tra sé e sé.

RITORNO AL SOGNO DEL PASSATO

Poi ritorno ragazza sullo scoglio ed è calata la sera. Con me c’è il gruppo di giovani di inizio sogno e ci stiamo divertendo, si ride, forse ci stiamo preparando per una festa.”

Il sognare consente di giocare con il Tempo e magari di beffarlo con una innocente manovra della memoria che permette alla saltimbanco Sabina di spostarsi a suo piacimento tra le pieghe dei ricordi più gratificanti e intimi. L’animo si muove tra le note di una musica scandita dalle pulsioni e dalle emozioni di una donna matura che rievoca la sua adolescenza e il suo corpo alla ricerca della giusta identità. L’adolescenza viene rivissuta da Sabina nello spazio temporale di un giorno: “sullo scoglio è calata la sera”, il momento del passaggio da uno stato di entropia ormonale a uno stato di migliore consapevolezza del proprio patrimonio genetico. Sabina celebra in sogno il passaggio dall’adolescenza alla prima giovinezza, dal “tempo delle mele” al “tempo delle albicocche”, dall’acerba adolescente alla pienezza della donna. Vediamo come si vive e si descrive Sabina: socievole, gioviale, disponibile, gioiosa.

La simbologia conforta l’interpretazione affermando che “divertendo” equivale a stabilisco una dialettica relazionale o socializzo mantenendo la mia personalità, “si ride” equivale a si amoreggia, “festa si traduce in “dies festus” o giorno solenne e atto alle cerimonie e alle condivisioni pubbliche.

Mi giro e sulla sinistra vedo avanzare mio padre; il suo viso nel sogno non è affatto quello di mio padre: ha gli occhiali e una chierica, indossa un vestito elegante ma ordinario, grigio chiaro, sembra un travet.”

Sabina non è contenta e si complica la vita psichica continuando a sognare temi consistenti e di grande spessore: il padre e la sua “posizione edipica”. Ma quanto importante è stata questa figura nell’economia e nella dinamica evolutiva di questa benedetta e sacrosanta donna?

Sabina rivive il passato e sulla scena onirica fa arrivare “mio padre”: “mio” indica un possesso significativo. Ma non può rappresentare il padre reale con i suoi pregi e i suoi difetti, le sue virtù e i suoi disvalori, Sabina deve presentare il padre ideale e idealizzato. I tratti del viso non sono affatto quelli del padre reale, è un uomo calibrato, razionale, avveduto ed è soprattutto un uomo sublimato, un gran sacerdote dalla “chierica” che ha rinunciato al mondo materiale con il taglio di cinque ciocche dei capelli. Per il resto il padre è un “monsù Travet”, un uomo qualunque con la distinzione dell’ordinario grigiore di una figura che ha attratto per quello che non possiede e che la figlia ha immaginato che avesse e fosse dotato. Degna d’interesse è la “sublimazione” del padre nella “chierica”: l’impedimento difensivo dall’attrazione sessuale. Sabina si difende in sogno dal coinvolgimento erotico con la figura paterna provvedendo alla sua svirilizzazione. Così marcia la “posizione edipica” secondo la “buona novella” della protagonista.

Vediamo i simboli. La “sinistra” è regressione e ritorno al passato, il “viso” è il complesso dei tratti caratteristici esibiti nel sociale, gli “occhiali” sono la versione ambivalente della razionalità nel rafforzamento e compensazione di debolezza, la “chierica” è la “sublimazione della libido”, il “vestito” è l’insieme dei modi psichici di apparire, “elegante” equivale a essere suo padre e fuori dal gregge, “ordinario” è tutto ciò che non è straordinario, “grigio” è privo di slancio vitale, “travet” è rafforzamento di ordinario e grigio.

Sabina non ha una buona opinione del padre e lo vive come una figura di poco spessore, ma ha operato tutte le difese del caso come tutte le bambine, lo ha accettato e se ne è staccata.

Sono così contenta di vederlo, mi si riempie il petto di gioia. Lo abbraccio forte e lui mi sorride e mi stringe a sé. Mi siedo su uno dei gradoni naturali dello scoglio e lui è su quello sottostante, mi gira la schiena e io allargo le mie gambe e le mie braccia e lo cingo forte nell’incavo del mio corpo. Provo un potente sentimento di amore che mi appaga pienamente.”

La psicodinamica “edipica” in riguardo alla figura paterna non si è conclusa e Sabina la porta avanti dal rifiuto all’accettazione, dalla razionalizzazione al riconoscimento, dall’inclusione all’adozione. Il quadro non si era composto durante l’adolescenza e le pennellate si sono spiattellate ancora sulla tela. Come sosteneva e insegnava Carlo Ravasini, “l’Edipo non si risolve mai del tutto e meno male”. Vediamo come e in che modo Sabina è andata avanti nel suo amorevole travaglio. La donna associa il sentimento alla consapevolezza, la gioia all’immagine interiore o alla “parte positiva” del “fantasma del padre”. L’empatia e la simpatia diventano di casa. Il padre e la figlia ormai si capiscono e soffrono insieme di quella dolorosità nostalgica basata sul tempo perduto e su quello che potevamo mangiare e per pudore non hanno consumato. Lo stare insieme diventa intrigante e seduttivo, acquista un colore erotico che va dal rosso passione al giallo gelosia per sfumarsi definitivamente sul verde vitale della realtà in atto. Il pudore ancora è vincente e la “sublimazione” si colora di tinte delicate che sfumano dalla recezione sessuale traslata all’avvolgimento in un abbraccio protettivo pudicamente posizionato di spalle e in una forma di ingravidamento. Sabina incorpora il padre nel suo grembo come quel figlio che avrebbe voluto nelle sue fantasie avere dal padre e che adesso è diventato accudimento materno del padre, l’adozione di un uomo che a suo tempo fu figlio e oggetto di multicolori sensazioni e di indicibili emozioni, di losche fantasie e di foschi pensieri, un padre che adesso è oggetto di cura e di premura.

I simboli dicono che “contenta di vederlo” si traduce in piena e soddisfatta della mia consapevolezza nei riguardi del padre, “riempie il petto di gioia” si traduce in appagata nel sentimento e nell’emozione, “abbraccio forte” si traduce in lo assimilo e lo faccio mio, “mi sorride e mi stringe a sé” si traduce in mi scatena pulsioni e desideri, “mi siedo su uno dei gradoni naturali dello scoglio” si traduce in ho potere, “lui è su quello sottostante” si traduce in ha bisogno di me, “mi gira la schiena” si traduce in ho pudore e mi difendo dal coinvolgimento diretto, “allargo le gambe e le mie braccia” si traduce in mi dispongo alla fusione erotica e al coinvolgimento affettivo, “lo cingo forte nell’incavo del mio corpo” si traduce nella traslazione dell’ingravidamento, “provo un potente sentimento d’amore” si traduce nella sublimazione della libido, “mi appaga pienamente” si traduce in pieno funzionamento della difesa psichica.

Questo è il paragrafo più allegorico e poetico perché contiene ed esprime la psicodinamica edipica completa di Sabina nei riguardi del padre. Non è da meno per le donne di qualsiasi parte del globo terracqueo.

Non ho mai amato mio padre con il sentimento che provo nel sogno; ho amato mia madre così, vorrei dire “in modo così puro”. Era come se nel sogno provassi per la prima volta per un uomo un sentimento deprivato del suo potere seduttivo.”

Nel sogno si fanno anche riflessioni e quest’operazione richiede che il sonno non sia pesante, che le fasi REM o nonREM siano blande e che magari Sabina si stia svegliando dolcemente emozionata dal vissuto tenero e materno verso il padre. Sabina si prende cura del padre ed è pronta ad amarlo “in modo così puro”. La “sublimazione della libido” soccorre la figlia adulta nel capire che lo stesso trattamento affettivo e sentimentale che aveva riservato alla madre, adesso lo può vivere con il padre. I corollari erotici e seduttivi del potere femminile si sono evoluti nella capacità di amare il genitore con la stessa moneta della madre. Sabina non vuole ripetere con i suoi uomini la modalità erotica e affettiva che in passato riservava al padre, per cui introduce la benefica presa di coscienza, “razionalizzazione”, che le permette di liberarsi dalla “coazione a ripetere” e di liberare l’inventiva sulle altre svariate modalità di “investimento di libido” sull’oggetto del proprio desiderio. E’ importante che la donna non scarichi sul partner quello che ha vissuto nei confronti del padre e che da lui non pretenda la compensazione delle sue frustrazioni erotiche e affettive. Sabina ha ben razionalizzato la sua psicodinamica edipica e adesso è una donna libera di amare l’uomo senza essere condizionata dalla ricerca nell’uomo del padre buono o del padre cattivo, del padre vissuto secondo il “fantasma”.

Vediamo i simboli: “in modo così puro” equivale alla sublimazione della libido o desessualizzazione, “deprivato del suo potere seduttivo” significa che ho abbandonato la “posizione fallico-narcisistica” e mi sono evoluta nella “posizione psichica genitale”.

Questo è quanto dovuto al sogno di Sabina.

PSICODINAMICA

Il sogno di Sabina svolge la psicodinamica edipica in riguardo alla figura paterna secondo le linee guida di un processo evolutivo che viaggia dalla conflittualità al riconoscimento per poi adire all’adozione e all’accudimento amoroso e sublimato del padre.

PUNTI CARDINE

I punti cardine dell’interpretazione del sogno di Sabina s’incentrano in “c’è un fiume che entra ad estuario in questo mare e porta con sé un’acqua verdastra e limacciosa,” e in “Proseguo ed arrivo ad un bivio: sulla destra scende una strada che porta al tratto di mare visto in precedenza e sulla sinistra un’altra arriva ad un pontile che dà sul lago di Garda.” e in “mi gira la schiena e io allargo le mie gambe e le mie braccia e lo cingo forte nell’incavo del mio corpo.”

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

Dei simboli si è detto lungo il tragitto. Tra il narrativo e discorsivo il sogno di Sabina offre simbologie allargate in allegorie. La più creativa è l’allegoria del coito edipico: “c’è un fiume che entra ad estuario in questo mare e porta con sé un’acqua verdastra e limacciosa,”.

L’archetipo del “Padre” si manifesta nella sua maestosità in “c’è un fiume che entra ad estuario in questo mare”. L’archetipo della “Madre” si evidenzia in “mare” e in “lago”.

Il “fantasma” dominante riguarda il padre.

Sono ampiamente distribuite nel sogno di Sabina l’istanza vigilante “Io”, l’istanza “Es” rappresentazione dell’istinto, l’istanza censurante e limitante “Super-Io”.

La “posizione psichica edipica” trova la sua epifania e il suo trionfo attraverso le fasi globali. La “posizione genitale” consegue naturalmente.

I meccanismi psichici di difesa sono la “condensazione”, lo “spostamento”, la “simbolizzazione”, la “figurabilità”. Quest’ultima si esalta in “c’è un fiume che entra ad estuario in questo mare e porta con sé un’acqua verdastra e limacciosa”. Il “processo psichico di difesa della “regressione” appare nelle esigenze psicofisiche oniriche, ma è la “sublimazione della libido” a trovare la sua forza nelle varie circostanze descritte dal sogno.

Il sogno di Sabina esibisce un deciso tratto “edipico” all’interno di una “organizzazione psichica reattiva genitale”.

Sabina elabora nel sogno le figure retoriche della “metafora”, “metonimia”, “enfasi”, ma dominante è la “allegoria”.

La “diagnosi” dice di un’evoluzione completa della “posizione edipica” e nello specifico della relazione con la figura paterna: dalla conflittualità alla razionalizzazione, dal riconoscimento all’adozione.

La “prognosi” impone a Sabina di integrare e compattare le conquiste fatte, nonché di disporle a buon fine nei riguardi della figura maschile che ammette alla sua condivisione e allo scambio dei doni psicofisici.

Il “rischio psicopatologico” si attesta in una “psiconevrosi edipica”: isteria, angoscia, fobica e ossessiva, depressiva.

Il “grado di purezza onirica” è “buono” nel suo conciliare la narrazione con la logica consequenziale attraverso il ricamo dei pezzi da novanta, i simboli.

La “causa scatenante” del sogno di Sabina è un riferimento al padre o a una figura similare, nonché la nostalgia del bel tempo vissuto.

Le “qualità oniriche” sono decisamente l’atemporalità e la diacronia. Il “breve eterno” si sposa con il rivivere il passato.

Il sogno di Sabina si è svolto nella terza fase del sonno REM alla luce della spedita conciliazione del fattore narrativo con il fattore simbolico.

Il “fattore allucinatorio” trova riscontro nell’esaltazione del senso della vista. Le sensazioni di movimento sono presenti in maniera progressiva e senza alta incidenza.

Il “grado di attendibilità” dell’interpretazione del sogno di Sabina è sicuramente “buono” perché i simboli sono evidenti e interagiscono senza stridore. Il “grado di fallacia” è veramente minimo.

DOMANDE & RISPOSTE

La decodificazione del sogno di Sabina è stata valutata da un lettore che di mestiere fa il ragioniere in un’impresa di pompe funebri e per hobby recita in commedie dialettali. So che si chiama Tatai, rifacimento di Gaetano, e che si vanta in giro di essere mio amico.

Tatai

Innanzitutto voglio sfatare il fatto che il mio lavoro porti sfortuna. Questo pregiudizio è frutto della paura della gente di aver bisogno di questo servizio. Ma lei deve sapere che la mia azienda sponsorizza una squadra di calcio amatoriale e i giocatori portano sulla maglietta la dicitura “con …asso hai un buon trapasso” e il prossimo anno faremo pubblicità all’urna ecologica con l’immagine di una bambina bionda seduta su un prato verde e con la dicitura “nonno raccontami ancora”. Cosa pensa lei, che è bravo nella pubblicità, di questa bella mia trovata?

Salvatore

Che tu fossi un personaggio eccentrico, mi era chiaro e risaputo. Confermi la tua eccezionalità e la tua sicilianità nel raccontare e nel chiedere, ma ti ricordo che poi dobbiamo parlare del sogno di Sabina e non delle tue bravate. Comincio. Una volta c’era il becchino, ma oggi è giusto che ci sia l’impresa dell’aldilà con tutti i “confort” che possono alleviare i sensi di colpa dei cari parenti sopravvissuti. Voi beccamorti siete operatori del “fantasma di morte”, siete benemeriti funzionari del triste congedo, sapete di psicologia e di sociologia, di semiotica e di psicoanalisi, di finanza e di speculazione e anche di malaffare nello spartirvi le povere salme fuori dagli obitori. Siete destinati a funzionare sempre e vi siete organizzati anche a livello di corporazione e non soltanto. La pubblicità sulle magliette della squadra di calcio era stata fatta negli anni settanta, mentre l’altra l’ho già vista presso il cimitero di Siracusa qualche anno fa. Quindi non mi resta che dirti che sei un imbroglione e un istrione, un ciarlatano e un millantatore. So che per te sono tutti complimenti, mentre per una persona normale sarebbero soltanto offese.

Tatai

Come mi conosce bene! Quando mi dice queste cose mi fa accapponare la pelle. Lei è sempre sul pezzo ed è difficile prenderlo per il culo. Allora il sogno di Sabina è semplice e l’ho capito all’ingrosso e al dettaglio. Ho capito anche cosa vuol dire adottare il padre o la madre. Lei sa della mia situazione di figlio che accudisce il padre paralitico e quindi ha sfondato una porta aperta. Non c’è cosa più bella di vedere mio padre ogni giorno ridere per le mie sciocchezze e sorridere per il fatto che non gli faccio pesare i servizi più intimi. Mio padre è sempre fresco e odoroso come una rosa di maggio e la zagara dell’arancio quando è sbocciata. La sfortuna dell’incidente sul lavoro, poteva essere morto fulminato dalla corrente elettrica, ha cambiato la sua vita, ma ha avuto il merito di avere educato dei buoni figli e in particolare il sottoscritto.

Salvatore

L’accudimento materiale e pratico è la degna conseguenza del riconoscimento psichico. Prendersi cura dei genitori significa umana premura e disposizione all’altro in assimilazione non solo del comune “amor fati”, ma soprattutto dell’essenza empatica e simpatica dell’essere umano. Lenisce i nostri sensi di colpa e la nostra angoscia di perdita. E’ una psicoterapia laica che induce ancora una volta a dire grazie all’altro e in questo caso al padre e alla madre.

Amico

Essenza empatica e simpatica? Comunque, dottor Vallone mi ricordo che quand’ero piccolo non c’era l’INPS e non esisteva la pensione. I figli mantenevano i genitori e se ne facevano carico e, se vuole, i maschi davano i soldi e le femmine provvedevano al sostentamento dei nostri vecchi. Ma lei non immagina come si stava bene in questa nobiltà d’animo e, mi creda, non era una nobile miseria. Io so di avere avuto un rapporto difficile con mia madre perché non mi dava la libertà di cui avevo bisogno. Era una donna paurosa, ma comunque è stata forte nell’affrontare la disgrazia di suo marito, mio padre. Che campino cent’anni ancora. Io ci sto e sono sicuro che ci sarò sempre per loro.

Salvatore

Sei un istrione, ma, quando non ti nascondi, sai tirare fuori il bravo ragazzo. Ti dico che empatia e simpatia significano sentire e condividere emozioni e sentimenti. So che lo sai e che è un tuo modo naturale e congenito di scassare i “cabbasisi” alla Montalbano di Camilleri.

Tatai

Lo sapevo. Vuole che io, attore dilettante sopraffino, non sappia cosa significano empatia e simpatia? Dunque a Sabina io dico dal profondo della Sicilia di campare tranquilla e di non farsi problemi inutili. Se viene in Sicilia, non solo la ospitiamo, ma le insegniamo pure a capire meglio tutto quello conta nella vita. Il sole e la luce aiutano tanto a vivere bene e a dare il giusto peso alle cose. Il mare è uno splendore. Se poi consideriamo una buona pasticceria e una gustosa tavola calda, il capolavoro dell’esistenza è bello e fatto.

Salvatore

E io aggiungo per Sabina che si nasce maschi o femmine, ma si diventa maschi e femmine attraverso il gioco delle identificazioni. Le dico ancora che il maschile e il femminile, androginia, sono tratti psichici simbolici che si ascrivono a tutti gli uomini e al di là della loro identità sessuale. Mi spiego: se Sabina si mostra forte, sta realizzando un tratto psichico simbolicamente maschile. Se, per converso, è dolce e remissiva, sta agendo un tratto psichico simbolicamente femminile. L’androginia psichica si realizza nell’esercizio di caratteristiche simboliche ascritte all’universo maschile e femminile. Noi siamo il precipitato anche di questi tratti che assorbiamo in famiglia e filtriamo criticamente in seguito, lasciando per noi quelli che si confanno alla nostra formazione e che sono stati assorbiti nella nostra “organizzazione psichica reattiva”.

Tatai

Ho capito e non ho capito. Comunque è una cosa tra voi due, questo l’ho capito e sono affari vostri.

Salvatore

Oltre che un “grillino” dell’ultim’ora, sei anche un ruffiano gentile. Sappi che resti il siciliano più gradevole del mondo perché conosci mezza Divina commedia a memoria, perché sei un attore dialettale dilettante, perché sei catanese e perché vendi casse da morto con il sorriso sulle labbra e la battuta sempre pronta per sdrammatizzare. Sarà quel che sarà, ma ancora una volta mi hai fatto sorridere di gusto e mi hai fatto capire le giuste regole del buon vivere insieme agli altri.

Tatai

Certo e se non ha capito bene, le spiego meglio tutto quanto magari davanti a una pasta al forno o a un timballo di melanzane, quello con le polpettine di mia madre s’intende. Per quanto riguarda il “grillino”, pensi che non mi sono iscritto alla Lega e così dormirà sonni tranquilli. Alla sua età dormire è un buon segno di salute. Se poi sogna, meglio ancora. Comunque non voglio certo salutarla dicendole “sempre a sua disposizione” perché le voglio bene e lo voglio vivo e arzillo, ma comunque non si sa mai. Ah, dimenticavo di dirle che le urne ecologiche sono il nostro pezzo forte e che fino a luglio sono in offerta speciale. Alla prossima, ma sono certo che non mi chiamerà.

Salvatore

Tu sei un gran figlio di “buttana”, nel senso che sei un gran simpaticone. E invece ti chiamerò per sdrammatizzare. Salutami il papà e digli che lo penso sempre e che gli voglio tanto bene. Appena passo da Catania vengo a trovarvi.

Cara Sabina,

al posto della signora Maria di Col San Martino, ti è toccato un burlone siciliano che non è da meno. Ogni male non viene per nuocere. Comunque, “baciamo sempre le mani” e specialmente a una donna eccezionale.

IL MIO AMICO GIORDANO

LA LETTERA

“Ciao Salvatore,

sono il bambino Giordano e ho nove anni. La mamma mi ha detto che sei amico dei bambini e di scriverti. Devo dirti che non riesco a dormire perché ho troppi pensieri (compiti, scuola, paura di dormire).

Vorrei che qualcuno dormisse vicino a me, ma non mio fratello. Di solito prendo sonno e dopo mi sveglio senza motivo e non riesco più a dormire. Ho paura che c’è qualcuno giù e che venga su a farmi male.

A me piace sentire la tv accesa perché mi fa addormentare. Sentire i rumori dei canali belli mi tranquillizza. Mi piace sentire la mamma che parla, che manda i messaggi alle sue amiche e manda i messaggi vocali.

Mi piace se alza a tutto volume la tv e quando tira lo sciacquone del bagno. Non prendo sonno quando qualcuno mi fa vedere brutti canali e una volta mi è rimasta impressa una cosa che la nonna mi ha fatto vedere. Adesso voglio che mi si toglie dalla mente questa cosa e prego la mamma di togliermela dalla testa.

Non riesco a dormire perché ho paura. Ieri mi era entrato fumo negli occhi e avevo paura di non poter aprire gli occhi e mio fratello era preoccupato per me.

Quando vado a dormire e non riesco a dormire, ho paura di essere sveglio soltanto io.

Dopo un po che sono sveglio, ho paura che sento i rumori e che entrano i ladri in casa e vengono su a farmi male e a prendermi. Ho paura che vengono su i mostri quando vado a dormire e chiudo gli occhi e mi sento un bruciore e non riesco a dormire.”

LA RISPOSTA

Amico mio Giordano,

ti ringrazio per le belle parole e per avermi regalato le tue paure. Io sono amico dei bambini perché sono cresciuto fuori, ma dentro sono rimasto un piccolo mascalzone. Vedrai che in qualche modo ti spiegherò quello che ti succede e così riuscirai a capire le tue paure e le butterai giù nel cesso tirando lo sciacquone, come fa la mamma ogni sera con tuo grande sollievo. Intanto tu non sei un bambino. A nove anni sei promosso “ragazzo” perché stai crescendo e il tuo corpo e la tua mente sono in evoluzione.

Hai visto quante cose pensi appena vai a letto?

Da sveglio e anche mentre dormi la tua mente e il tuo corpo continuano a lavorare, a sognare e a vivere. I pensieri ci sono sempre perché sei un ragazzo sano, i pensieri sono i tuoi pensieri e li devi amare e curare come fai con il tuo corpo dandogli da mangiare e facendo la doccia. Anche quelli che tu definisci pensieri brutti, il ladro, il mostro, le paure, i canali, sono soltanto pensieri che produci tu con la tua mente e che ti fanno paura soltanto perché pensi che potrebbero realizzarsi. Ma sono l’energia della tua mente, quella che usi anche per fare i compiti e per ragionare con la gente.

A proposito di compiti, devi essere uno scolaro bravo e diligente, devi imparare quello che ti insegnano le maestre e i maestri, ma soprattutto devi essere un buon figlio e imparare dai tuoi genitori e dai tuoi nonni. Più impari e meglio è per la tua vita futura. E’ meglio essere istruito piuttosto che un felice ignorante.

I compiti sono tanti e troppi?

Ce la fai, perché tu non sei una “mammoletta”, sei un ragazzo in gamba, uno che sta crescendo sano e bello, uno che si vuole bene, che non si lamenta e che vuole mettersi sempre alla prova. I compiti non sono il problema e tu non devi confondere le capre con i cavoli, non devi mischiare le tue paure con le azioni che ti servono per diventare “grande” in ogni senso. Allora i compiti e la scuola non devono farti paura semplicemente perché sono parte della tua vita di ragazzo che sta imparando e che sta crescendo. Lo studio non è fatica, è piacere, è la gioia di conoscere te stesso e quello che ti circonda. Come ti dicevo prima, più impari e più potere avrai nella tua vita futura. Devi essere curioso e chiedere, chiedere e ancora chiedere, devi sfruttare tutti gli adulti che ti circondano a cominciare dal papà e dalla mamma.

Passiamo adesso a tuo fratello, quello che non vorresti che dormisse vicino a te e che non può aiutarti a superare le tue paure. E’ vero che tuo fratello non ti può essere d’aiuto perché, diciamoci la verità, tu vorresti la mamma al tuo fianco in quel letto e non il fratello che in qualche modo ti porta via una parte delle attenzioni e dell’affetto dei tuoi genitori, quel fratello che spesso vivi come un rivale e un rompiscatole. In effetti è tuo fratello e ci sta bene anche lui nella famiglia.

Riesci a immaginare la tua casa senza tuo fratello?

Sì, ma per un minuto e mezzo e dopo lo cercheresti come amico, compagno di giochi e complice quando ci si deve difendere dai genitori brontoloni e stanchi e a volte anche distratti. Con tuo fratello puoi e devi soprattutto parlare, regalargli i tuoi pensieri rivestiti delle tue parole.

Sai quanto ti serve e ti fa bene parlare?

Tantissimo, perché ti scarica le tensioni e ti libera dalle paure. E poi, le tue parole sono i regali che tu fai agli altri. Stai però attento a non esagerare e a diventare antipatico. Abbandona quindi il sentimento di rivalità verso tuo fratello e vivilo come un complice, un ragazzo che ha i suoi pensieri e le sue paure, i suoi pregi e i suoi difetti, il tuo unico e irripetibile fratello insomma.

Ma che cos’è la paura di dormire?

Cosa significa il fatto che vado a letto e mi vengono in mente i brutti pensieri?

Facendo i conti all’ingrosso, caro Giordano, tu hai ancora tanto bisogno della mamma, una mamma in carne e ossa, tutta ciccia e tutta massiccia, quella che ti cura e che non ti fa mancare niente, quella che ha anche un altro figlio, quella che deve anche darsi da fare con il papà, quella che va a lavorare e che porta a casa i soldini per non farti mancare niente, quella a cui sei tanto legato e di cui sei quasi innamorato. Questo è il vero problema. Ed ecco che, quando scende la sera e arriva il buio e bisogna andare a dormire, ti viene fuori questo bel sentimento e la vorresti al tuo fianco e tutta per te. Questo è il vero problema da risolvere e non il mostro, il ladro e i brutti canali. Il tuo bel problema è la mamma e, aggiungo, anche il papà. Le tue paure sono queste: “cosa farei io se non avessi la mamma?”, “e se restassi solo?”, “e se mi abbandonassero?”. Ecco che la tua testolina matta allora pensa al ladro, al mostro e alle altre brutte cose.

Così, caro amico mio, come puoi dormire?

Se pensi alle tue paure, ti innervosisci e basta. La soluzione è questa. Non potendo eliminare il pensiero, cambia la paura in qualcosa di bello e di buono. Pensa a quanto sei legato alla mamma, alle sue abitudini, alla casa, alla famiglia, alle tue cose, ai tuoi amici, alle tue amichette, al tuo cane, al tuo gatto e al tuo elefante immaginario. Non dimenticare mai di prenderti cura della mamma e di farla contenta, ma non dimenticare che il papà ha bisogno del tuo affetto anche se è tanto impegnato nel lavoro e lo vedi poco. Cerca di frequentarlo di più e così prenderai da lui quel coraggio e quella sicurezza che adesso ti mancano soltanto perché sei un ragazzo che sta crescendo nel corpo e nella mente. Le paure falle diventare belle, trasformale come un mago in pensieri affettuosi e in fantasie, in sogni da vivere e in progetti da realizzare. Vai a letto con tutta l’allegria della tua giovane età e con tutta la spensieratezza dei tuoi desideri.

Concludo dicendoti che tutto quello che tu stai vivendo, lo vivono tutti i bambini e i ragazzi di questo mondo e senza alcuna distinzione, lo ha vissuto la mamma e il papà, lo abbiamo vissuto tutti e nello stesso modo.

Anche il tuo amico Salvatore è stato un bimbo e un ragazzo pieno di paure e di pensieri. Anch’io ho avuto una mamma bellissima e buonissima. Si chiamava Tita, era figlia di un macellaio ed era tutta ciccia e tutta trippa. Aveva il solo difetto di avere sei figli: Giovanni, Lucia, Franca, Ines, Pia e Salvatore. Io ero il più piccolo. Pensa quanto avrei dovuto soffrire se fossi stato geloso dei miei fratelli, se mi fossi lasciato prendere dal sentimento della rivalità fraterna. Anch’io sono stato innamorato della mia mamma e ho cercato sempre di godermela a più non posso insieme ai miei fratelli. Con loro ho fatto il patto di non lottare anche perché me le avrebbero date di santa ragione. Ti devo confidare che anch’io ho scritto una lettera alla mia mamma Tita nel lontano 1953.

Ti racconto.

C’era stata la guerra e c’era tanta povertà, ma noi bambini eravamo contenti di stare insieme a giocare di giorno nella strada senza macchine e, anche se avevamo tanta fame, bastava non pensarci e l’appetito passava subito. Ma la notte cominciavano i guai. Quelle paure che tu mi hai raccontato le avevo non soltanto io, ma anche tutti i miei compagni. E così ho scritto alla mia mamma Tita e le ho detto che la notte mi spaventavo per i ladri, per gli zingari, per i vecchi senza denti, per le vecchie brutte e anche per i fantasmi di cui raccontava la zia Carmela. Lei prima mi ha rassicurato e consolato, dopo mi ha portato da una vecchietta buona che mi ha spalmato l’olio santo d’oliva nella pancia e ha recitato le sue preghiere in latino. Mia madre l’ha pagata con un pugno di ceci e io sono guarito per sempre.

Ma sai perché?

Non perché credevo a quello che aveva fatto la maga, ma perché ho capito quanto mi voleva bene la mia mamma e quanto desiderava che io stessi bene. Di fronte a tutto questo mare di amore non potevo fare altro che nuotare sicuro e senza annegare. Sono diventato grande a otto anni. Da allora mi sono preso cura della mia mamma e quando avevo dieci lire compravo dieci caramelle di carrubba, cinque per lei e cinque per me. Quando avevo cento lire, compravo un arancino di riso fritto per me e uno per lei e, se avevo duecento lire, compravo un cannolo alla ricotta per me e uno per lei. Poi mi sono avvicinato a mio padre e gli ho chiesto di portarmi con lui allo stadio per la partita di calcio e, tu non ci crederai, quell’anno la squadra del Siracusa ha vinto il campionato di serie C ed è stata promossa in serie B. Pensa che gioia!

E allora, caro amico mio, vedi che stai perdendo tempo con le tue paure?

Vedi che non ti stai godendo la vita, la tua bella persona, la tua mamma, tuo fratello, tuo papà, i nonni e tutte le persone che ti vogliono bene?

E allora, “su con le recie” e “in culo alla balena”!

Mi raccomando di voler bene anche agli animali e alle piante. E se cominci a innamorarti di qualche ragazzina, ricordati che è tutta salute per te e per la mamma.

E sai ancora cosa ti dico?

Per festeggiare la tua vittoria sulle paure, pianta un albero nel terreno del nonno, un melo o un pero o quello che tu vuoi, e così ti vedrai crescere sicuro e sereno insieme a lui. Da parte mia quando andrò in Sicilia, pianterò due ulivi nel mio giardino e li chiamerò Giordano e Gregorio. Come prova manderò la foto alla tua mamma.

Caro Giordano, caro amico mio, questo è il prezzo che bisogna pagare per crescere e per crescere bene. Se adesso tu pensi alle tue paure e a quello che ti ho detto, ti accorgi che le cose più importanti sono volersi bene e voler bene, esprimere sempre le proprie emozioni e i propri sentimenti. Le altre cose sono tutte stronzate. E ricordati sempre che hai avuto un gran “culo” nascendo nella tua famiglia.

Ti voglio bene.

Credimi!

Salvatore

P.S. Ogni tanto qualche parolaccia puoi dirla. Ti fa soltanto bene scaricare i nervi quando immancabilmente arrivano. Stai lontano dal fumo che giustamente fa male agli occhi.

Concludo dicendoti che, quando non riesci a dormire, sveglia pure la mamma e tuo fratello e insieme recitate questa divertente scenetta. Sarà un problema trovare gli asini, ma so che in qualche modo ce la farai.

E se non hai capito bene le parole, ascolta questa versione.

GLI SCENARI DI “ONIRIC WOMEN” 1

IL PREAMBOLO DELLA LETTERA

Caro Maestro,

approfitto del suo sprone a sottoporLe i miei sogni e Le chiedo di darmi lumi sul significato dell’ultimo in ordine di tempo.”

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Sabina mi dà del “Maestro”, “sua bontade”, mi vive come “Maestro” nell’interpretazione dei sogni, mi ritiene “Maestro” nell’analisi dei poliedrici prodotti psichici della funzione onirica. L’investimento e il riconoscimento sono gratificanti e impegnativi.

Ma perché da sempre abbiamo bisogno di “Maestri”?

Il Buddismo esortava ed esorta a cercare un maestro per addomesticare la nostra millenaria e travagliata “anima” e per meditare sulle verità che portano al ritorno nella Grande Luce, la Madre di tutte le scintille viventi.

Dioniso, semidio della Tracia, figlio di Zeus e di donna Semele, insegnava e insegna ai suoi seguaci l’ardore dell’estasi e la liberazione dei sensi attraverso i riti in suo ricordo e in suo onore: la tragedia e il dramma satiresco.

Pitagora era ed è il depositario delle verità dello Spazio, colui che insegnava e insegna i segreti del “punto-numero”, la Geometria e l’essenza matematica della Realtà. I suoi discepoli lo ammantavano di un mistico e acritico “Ipse dixit”, “lo ha detto lui stesso” e non si discute, e ancora oggi i teoremi parlano in suo favore con il famigerato “come volevasi dimostrare”.

Il metodo antropologico di Socrate induceva e induce a cercare un maestro per l’esercizio della “ironia” e della “maieutica” nella sempiterna ricerca del “conosci te stesso”, quella “coscienza di sé” che è resa possibile dalla destrutturazione delle false verità intorno al “vecchio Io” e nel parto mascolino del “nuovo Io”. Questa psicodinamica era istruita ventitré secoli prima che un certo Sigmund Freud rimescolasse le carte da laborioso ebreo.

Un greco “dalle spalle larghe”, Platone, maestro dell’Accademia, (il boschetto di ulivi sacro ad Athena, la dea della sapienza e delle arti), dopo i vani tentativi di realizzare lo Stato ideale nell’infida colonia di Siracusa, insegnava in Atene e insegna ancora oggi l’arte del buon governo dei Filosofi.

Un uomo umile che amava le donne nella inimitabile Grecità del lontano quarto secolo a.C., Aristotele, era il maestro del Liceo, il bosco consacrato ad Apollo Licio, e insegnava ai suoi discepoli la scienza del formare e del combinar concetti: “A è uguale ad A”, “A non è nonA”, “o è A o è nonA”, il “sillogismo”, principi e metodi che non sono tramontati.

Il buon Epicuro insegnava e insegna a lenire le angosce dell’uomo razionalizzandole con il “tetrafarmaco”, le quattro pillole filosofiche contro la paura della morte e degli dei, contro l’amore della patria e dei desideri innaturali.

Gesù Cristo, luminoso nella sua splendida veste di Figlio del Dio ebraico, era di necessità “Maestro” e insegnava e insegna a tutti gli uomini le verità etiche radicate nei diritti naturali del corpo vivente: un gius-naturalista “ante litteram”, prima di Ugo Grozio e di Alberico Gentile.

La ricerca del Maestro si può fermare nei “Saperi” che questi uomini hanno fondato e rappresentano: la Metafisica, l’Estetica, la Scienza matematica e fisica, la Psicologia, la Politica, la Logica, l’Etica, la Morale.

L’elenco è appena abbozzato. Mi piace ricordare Darwin e i “Padri” di tutti i bambini del mondo che nella pratica del quotidiano vivere insegnano e rassicurano i loro figli.

Tutti i Maestri sono benefattori dell’umanità e trovano il loro prototipo in Prometeo, l’uomo che regalò agli uomini il fuoco secondo la mitologia greca, un eroe elaborato secondo i meccanismi simbolici universali, i “processi primari”.

Maestro è colui che lenisce l’angoscia di morte offrendo in dono ai suoi simili un valido significato di vita.

La parola “maestro” deriva dal latino “magis” e “alter” e si traduce “il di più di un altro”, colui che è più forte di un altro o di tanti altri.

Dopo questo nobile “excursus” mi tiro fuori da tanta compagnia e posso dire a Sabina che qualsiasi conoscenza funzionale ad alleviare l’angoscia di morte, l’essenza dell’umano vivere secondo filosofi e poeti, comporta il riconoscimento “honoris causa” di “magister” nell’autore di una parziale e momentanea verità. Del resto, l’interpretazione del sogno è funzionale al “sapere di sé” e al conseguente benessere psicofisico, ma io gradisco l’etichetta di “scrittore di storie psicologiche”. Aggiungo che la parola “verità” si radica nel greco “a-letheia” e si traduce “senza nascondimento”. La verità si nasconde e il maestro la disocculta e la mostra ai discepoli.

“Avanti con il santo e senza che la processione si ingrumi”, diceva il buon prete durante la festa dell’amato san Sebastiano in quel di Avola.

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Prima mi permetto una rapida spiegazione dei miei meccanismi rappresentativi.

I miei sogni si svolgono spesso in scenari inventati o esistenti ma riadattati.”

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Hai perfettamente ragione, cara Sabina. I sogni sono sempre realtà psichiche, sia nella forma di rielaborazioni e riadattamenti dell’esistente e sia nella forma di creazione di scenari non elaborati a caso ma significativi. In quest’ultimo caso il meccanismo psichico principe è la “figurabilità”, l’umana capacità di dare immagine al vissuto, di rappresentare il “fantasma”, di allucinare la psicodinamica. Risulta determinante la selezione operata tra le diverse immagini che traducono una rappresentazione psichica e che meglio si prestano alla sua espressione visiva. Inoltre, la “figurabilità” consente di operare “spostamenti” da un concetto astratto a un’immagine concreta.

Freud afferma che nell’attività primaria della “figurabilità” viene richiamato un aspetto arcaico e filogenetico del pensiero e del linguaggio umani.

In origine il pensiero e le parole avevano un significato concreto: essi si traducevano in fatti reali e oggetti sperimentabili. Soltanto in seguito all’evoluzione culturale il pensiero e le parole hanno assunto un significato e un contenuto astratti. Il linguaggio del sogno non conosce le opposizioni logiche dei pensieri e delle parole, così come all’origine il linguaggio designava in un unico oggetto concetti diversi e opposti.

Quindi, è tutto ok, almeno fino a questo punto. Apprezziamo la creatività plastica di Sabina e procediamo con le sue parole.

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Ognuno di questi luoghi il più delle volte ha a che fare con il protagonista del mio sogno; ogni persona cardine del mio contesto affettivo ha una sua scenografia, una sorta di rappresentazione pittorica in cui li calo per definirli.”

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La funzione onirica distribuisce quotidianamente il pane come il buon poeta di Pablo Neruda e attribuisce a ogni sognatore il giusto corredo emotivo e affettivo da investire nel suo “lavoro” notturno. Il luogo, “topos”, evoca il “fantasma” e il vissuto, Il luogo è il teatro su cui si recitano le psicodinamiche di Sabina, la tela su cui si proiettano le figure pittoriche di Sabina, il materiale psichico incamerato al meglio e allucinato secondo un contesto ordinato che denota una buona autocoscienza, un proficuo “sapere di sé”. Il “topos” si è alleato con il “logos”, la “razionalizzazione”, e abitano in Sabina semplicemente perché vanno a braccetto in questo suo resoconto.

Una domanda nasce malevola e si pone spontanea: siamo sicuri che queste riflessioni non sono resistenze razionali e tentativi di addomesticare il sogno?

Sabina deve aver fatto un buon cammino psicoanalitico per poter affermare quanto comunica, Mostra una buona confidenza con le sue libere associazioni e con il meccanismo della “condensazione”. Definisco quest’ultimo per venire in aiuto a Sabina. La “condensazione” è una modalità del funzionamento dei processi onirici in base alla quale un’unica rappresentazione costituisce l’intersecazione di catene associative formate da altre rappresentazioni; su questa unica rappresentazione vengono investite e conglobate le energie psichiche relative a ciascuna rappresentazione. Un’unica rappresentazione, quindi, condensa tutte le altre rappresentazioni per via associativa.

Il mio compito è di chiarire il quadro anche complicando gli elementi della questione. Sarà Sabina a tirare le somme. Procedere è interessante e motivo d’orgoglio.

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Mi è difficile essere più essenziale nella narrazione dei miei sogni, perché la quantità di particolari presente nei luoghi in cui si svolgono cattura la mia attenzione mentre mi ci trovo, quindi al risveglio è tutto (o quasi) impresso nell’immediata memoria.

Le dovevo questa premessa.”

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L’analisi è una capacità intellettiva che si forma nel tempo con l’esercizio e con il concorso difensivo dei “fantasmi” personali. L’analiticità contiene e coniuga un bisogno di sicurezza e un gusto di chiarezza mentale. Ogni pregio ha il suo risvolto che non è necessariamente un difetto. In questo caso è una sensibilità intellettiva che denota una ricchezza dei dati e una propensione al gusto del particolare. Chi ha tanto fantasticato, ha tanto temuto e ha tanta capacità di analisi. Il sogno, quindi, propone un tratto della carta d’identità psichica di Sabina. Il “luogo” è il teatro o lo schermo in cui socialmente agiamo e traduciamo i pensieri e i progetti, i “fantasmi” e i desideri. Il “topos” è il “tramite” che consente la “proiezione” difensiva dei nostri vissuti. Dal mio “dizionario psicoanalitico dei simboli” desumo alla voce “luogo”: istanze psichiche Io, Es, Super-Io, prerogativa strutturale e vissuto in atto. Alla voce “analisi” risulta un tratto ossessivo e una ricerca difensiva dei nessi logici e dei particolari, nonché una resistenza alla consapevolezza del materiale psichico rimosso. “Luogo” e “analisi”, essendo presenti nella funzione onirica, sono tratti psichici caratteristici di Sabina, note che la individuano e ne fanno una persona irripetibile. La “memoria immediata” al risveglio attesta che il sogno è stato elaborato nelle fasi finali del sonno REM, quando, specialmente al mattino, il sogno è vivo e lucido.

RESTO DIURNO – CAUSA SCATENANTE

E ora il sogno, che ho riportato sul cellulare appena sveglia. L’unico resto diurno a cui posso riferirmi è una chiacchierata fatta ieri pomeriggio con mia sorella su quanto avesse avuto una sua importanza formativa positiva l’aver vissuto l’infanzia in anni in cui la povertà era comune a molti, nella nostra Italia degli anni ’60, e di quanto in fondo i bambini sappiano gioire del gioco e non del giocattolo.”

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Come non condividerti?

Io potrei parlarti degli anni ‘50 e ti illuminerei sulla fame dell’immediato dopoguerra e sui giochi di strada tra monelli, su quanto era gustoso il formaggino “Fanfulla” o quello bicolore della “Ferrero”, su quanto sapeva di buono il sapone Palmolive o Lux sulla pelle di mia madre, sugli orfanelli e sulle vedove dei pescatori saltati in aria a causa di un siluro impigliato nelle loro reti,…insomma io ti potrei rafforzare la convinzione del buon tempo andato e dei bambini gioiosi di agire insieme agli altri giocando a nascondino, a bandiera, ad acchiappa acchiappa, a mosca cieca, al pallone con la palla bianca e puzzolente di gomma.

La “causa scatenante” è aggiudicata e la nostalgia è ben sistemata.

Inizia il sogno.

TRAMA DEL SOGNO E DECODIFICAZIONE

Io spettatrice. Questo fa sì che la visione sia speculare: ciò che io vedo alla mia sinistra, nella scena del sogno è a destra.”

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Sabina mette in atto il meccanismo psichico di difesa della “scissione”, si stacca emotivamente dalla trama del sogno per continuare a dormire e guarda le scene come in uno specchio ossia convertite nello Spazio. Il movimento nello Spazio richiama simbolicamente il Tempo: quello che è collocato nel suo futuro appare nel suo passato e quello che appare nel suo passato è collocato nel suo futuro, quello che desidera è condensato nelle esperienze vissute, quello che è “da vivere” è sistemato nel “già vissuto”. Sabina mette in atto i “meccanismi e i processi psichici di difesa” che descriverò in seguito.

I simboli dicono che la “spettatrice” desidera acquisire una migliore consapevolezza e accrescere il “sapere di sé”, prendere coscienza del suo passato senza coinvolgersi in maniera diretta e convertendo la dimensione temporale e collocando spazialmente il “già vissuto” nel “da vivere” e il “da vivere” nel “già vissuto”: “visione speculare”. La coscienza del suo passato in sogno è il suo presente. Sabina è paga della sua autocoscienza. La “sinistra” è simbolo del passato e della “regressione”, mentre la “destra” è simbolo del presente e dell’evoluzione. Il movimento “da sinistra a destra” è simbolo del progresso, il movimento “da destra a sinistra” è simbolo del processo difensivo della “regressione”: questa è in parte la simbologia dinamica della spazio. Sabina fa coincidere la nostalgia con l’appagamento in atto, la consapevolezza del passato con lo stato di coscienza presente.

Il prosieguo darà i lumi necessari.

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È giorno. Condominio a sinistra, pareti esterne bianche. Accesso all’appartamento attraverso un balcone esterno con ringhiera che dà sul piazzale. Piano alto, forse terzo o quarto.”

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Sabina è consapevole del suo passato in famiglia e dell’offerta della sua innocenza agli occhi della gente. Oscilla tra il sociale e la difesa del personale e, a tal uopo, si serve del “processo psichico di difesa” dall’angoscia della “sublimazione della libido”. Sabina è in bilico tra l’esibizione nella società e la giusta difesa della sua intimità, ma propende tanto verso gli altri.

I simboli: “giorno” o consapevolezza, “condominio” o società, “sinistra” o passato, “pareti esterne” o difese dagli altri, “bianche” o innocenza, “accesso all’appartamento” o disponibilità, “balcone esterno” o offerta sociale di sé, “ringhiera” o difesa dagli altri, “piazzale” o relazioni sociali, “piano alto” o “sublimazione della libido”.

Più chiaro di così!

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Nell’appartamento abita una coppia di coniugi con tre bambini: due sono gemelline femmine e uno forse è un maschietto, ma a tratti è una femmina.”

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Ecco la classica famiglia italiana del “boom” economico negli anni sessanta! Ecco il gruppo familiare di Sabina “mutatis mutandis”, dopo aver cambiato le cose che devono essere cambiate!

Sapete lei chi è?

E’ il “maschietto che a tratti è una femmina”: “androginia psichica”. Sabina esordisce ponendo in ballo la sua collocazione all’interno della famiglia tra il “sentimento della rivalità fraterna”, le sorelle “gemelline”, e la sua latente e larvata conflittualità con i genitori, la sua “posizione edipica”. Prevedo che ne vedremo delle belle.

I simboli: “appartamento” o luogo psichico, “abita” o possesso, “coppia di coniugi” o rafforzamento dei genitori, “tre bambini” o figliolanza e fratellanza, “gemelline femmine” o rafforzamento del tratto femminile, “maschietto a tratti femmina” o androginia psichica. Ricordo che l’androginia psichica vale per tutti come la legge che esige a livello psichico la compresenza e l’azione di tratti psichici simbolicamente attribuiti all’universo maschile e di tratti psichici simbolicamente attribuiti all’universo femminile.

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La mamma è in casa da sola con i bambini. Ha un aspetto disordinato, agisce senza impegno, frettolosamente. Il volto tradisce l’ansia, la noia.”

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Sabina mostra il suo vissuto in riguardo alla famiglia: una madre sacrificata e lasciata sola con i figli. Una scena “già vista” e “già vissuta” nella realtà e che in sogno si presenta come attuale. La desolazione familiare è tutta in questo quadretto: “la mamma è in casa da sola con i bambini”. Ma non basta. Sabina affonda in sogno il colpo nella sua visione della madre: una donna disordinata, meccanica, ansiosa e annoiata. Si capisce il motivo per cui Sabina si è scissa tra spettatrice e attrice protagonista della scena familiare. Questo capoverso è fortemente descrittivo e la simbologia non serve. La scena ricorda i romanzi del Naturalismo francese dell’Ottocento, ha tanto di Emile Zola.

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Arriva il padre, giovane, aggressivo. Bello, braccia muscolose, sembra Marlon Brando in “Un tram che si chiama desiderio” (nota aggiunta da me mentre scrivo il sogno appena sveglia, perché così mi appare nell’immediatezza del ricordo).”

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La scena si completa e la psicodinamica, sempre più edipica, si complica. Il padre è vissuto da Sabina nella versione opposta della madre: un vero maschio e un vero uomo, un uomo affermativo e realizzato, volitivo e forte, la classica figura maschile che occupa i desideri proibiti e leciti di tutte le donne desiderose di protezione e di appagamento. La bellezza si coniuga con la giovinezza e l’aggressività muscolare.

Quant’è bella questa immagine del papà che la bambina Sabina ha introiettato a suo tempo!

E’ un classico dell’innamoramento e dell’attrazione edipica.

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Non capisco, sembra che abbia ammazzato una delle bambine. Trambusto. Lui è il cattivo. Ma poi vedo tutti e tre i bambini, sono con lui, nessuno è morto. È un padre amorevole, nessuno l’ha capito e io che osservo sono felice che adesso lo vedano tutti.”

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La compostezza estetica e sentimentale della scena e dell’allegoria è turbata all’improvviso da un’allucinazione tragica, il padre assassino. In un capoverso Sabina illustra il meccanismo dello “splitting”, scissione, del “fantasma del padre”, il padre edipico, quello “buono” da cui si è sentita amata e quello “cattivo” da cui si è sentita respinta in un conflitto ricco di emozioni, struggimenti e tormenti, come nei migliori innamoramenti dei migliori film proiettati nei cinema di periferia. Sabina si è ricreduta sulla figura paterna e sulla sua funzione, non aveva saputo sistemare il padre dentro di lei e non aveva capito quanti investimenti aveva operato su quest’uomo del “tram desiderio”, su questo contrastato Marlon Brando dei giorni del dopoguerra che non aveva nulla da invidiare all’omonimo americano. La famiglia si è ricomposta nei vissuti di Sabina e il “fantasma” si è acquietato nella sua funzione vitale di adescare la creatività e di consentirle le migliori immagini: “figurabilità”.

Vi illustro i simboli.

“Non capisco” o obnubilamento della coscienza, “abbia ammazzato” o esercizio della “libido anale sadomasochistica”, “una delle bambine” o Sabina l’androgina, “trambusto” o forte carica emotiva in atto, “lui” o distacco, “il cattivo” o “parte negativa” del “fantasma del padre”, “vedo” o sono consapevole, “tutti e tre i bambini sono con lui” o rassicurazione tramite la “parte positiva” del “fantasma del padre”, “nessuno è morto” o nessuna perdita affettiva, “padre amorevole” come volevasi dimostrare o rafforzamento della “parte positiva” del “fantasma del padre”, “nessuno l’ha capito” o prima non avevo preso coscienza del fantasma paterno, “io che osservo” o scindendomi ho raffreddato i vissuti e sono andata indietro alla mia infanzia e adolescenza e ho recuperato la mia “posizione edipica” che è rimasta sempre viva in me e nella dimensione temporale presente pur appartenendo al passato. I conti tornano. Ancora: “io sono felice” o ho un buon demone dentro ossia “eudaimonia” greca legata alla presa di coscienza e alla condivisione del bene comune che aumenta la gioia. “Che lo vedano tutti” significa che Sabina si pone come la figlia che aiuta le sorelle a recuperare la figura paterna e l’immagine distorta che si erano formate. Manca la madre, ma ci sono buone speranze di un suo recupero e di una sua riapparizione nella scena familiare.

Bellissimo questo pezzo, degno del migliore Verismo italiano!

Brava Sabina!

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Non ricordo più la madre, è scomparsa dal sogno.”

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Mancava la madre, mancava l’altra protagonista della “posizione edipica” di Sabina, ed eccola!

Eccola nell’assenza e nella “rimozione” del “non ricordo”, una amnesia funzionale alla rielaborazione della contrastata figura paterna, un uomo sballottato, come i vasi di don Abbondio nel carro, tra il sentimento dell’amore e il sentimento dell’odio. La madre è stata rimossa dalla bambina quando era particolarmente affascinata dall’enigmatico padre e interessata a vivere i tragitti ormonali del suo giovane corpo, la “libido”. La madre “è scomparsa”, è stata esclusa anche dal sogno, così come il marito l’aveva esclusa dalla vita affettiva e sociale, relegandola nella dimensione coniugale del tipo Cenerentola. Sabina non mostra una visione positiva della madre e della figura femminile in generale semplicemente perché non si è voluta identificare in una donna sacrificata e ristretta a mansioni culturalmente obsolete. Sabina ha lottato per essere all’incontrario di sua madre e anche in questa operazione ha usato la sua tendenza onirica a ribaltare nell’opposto le psicodinamiche oniriche. “Scomparsa” si traduce in una carica aggressiva che elimina, “non ricordo” significa “rimozione”. Per completare l’opera spiego il meccanismo di difesa principe delle scoperte freudiane o meglio del lavoro di Freud, dal momento che la “rimozione” era stata scoperta già dai filosofi e nello specifico dal grande Anassimandro, da Cartesio e da Leibniz, nonché dagli Idealisti e nello specifico Schelling. Ma questa è tutta un’altra storia. Vado a delucidare. La “rimozione” è un meccanismo psichico di difesa che espleta la funzione attiva di bandire e di espellere dalla coscienza idee e impulsi inaccettabili da quest’ultima. Per tale necessità li relega nella dimensione profonda.

Procedo in pompa magna.

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Resta il padre a prendersi cura dei figli e a dare disposizioni sul loro accudimento dopo che lui sarà morto.”

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Sabina ha riconosciuto il padre dopo tante traversie emotive e conclude secondo i canoni popolari della sceneggiata napoletana: il padre dispone la cura dei figli dopo la sua morte.

Ma cosa vuol dire questo canovaccio alla Mario Merola?

La “posizione edipica”, l’aspra conflittualità di Sabina con il padre e la madre, è stata risolta con la presa di coscienza che la figura paterna è stata ben razionalizzata e liquidata come il simbolo della sua origine. Sabina ha riconosciuto il padre come l’altro da sé, come la figura sacra con tanto di carisma e di mistero, come il suo “significante” e non come il suo “significato”, come il “dux” romano portatore delle sue insegne militari, come il maestro che le ha indicato la direzione, come il “segno” semiotico del grande Umberto Eco di cui tanto si sente la mancanza in questi tempi tristi e grami. Sabina ha recuperato affettivamente il padre, “resta il padre a prendersi cura dei figli”, e allarga ai fratelli la sua conquista non per pudore ma per difesa, per spalmare la sua “angoscia di castrazione”, la sua “psiconevrosi edipica”. Sabina ricorre alla morte del padre, “quando lui sarà morto”, costruendolo come un eroe tragico di Eschilo, un uomo mortale che dispone l’accudimento dei figli affinché le sue colpe non ricadano sul suo seme. Tutto questo trambusto serve a Sabina per dire in poche parole che ha iniziato ad amare il padre come il suo simbolo. E nell’elaborazione del simbolo individuale, “suo padre”, quest’ultimo si eleva ala rango universale di “archetipo”, il “Padre”.

La simbologia dice che “resta” o “redde rationem” o resa dei conti, il “padre” o l’origine e il mistero, “prendersi cura” o risolvere l’affanno e lenire l’angoscia, “figli” o dipendenza, “dare disposizioni” o potere del dispensare “genitale” e autorevolezza del “Super-Io”, “accudimento” o affettività e protezione materne, “morto” o razionalizzazione del padre e riconoscimento.

Allacciate le cinture di sicurezza perché il sogno di Sabina ancora viaggia, sulle ali del successo ottenuto, con la sistemazione dell’ingombrante figura paterna e della sacrificata figura materna. Sabina ha trovato pane per i suoi denti nell’identificazione al femminile nella madre e nell’assimilazione della “parte positiva” del “fantasma del padre”: il padre buono e affettuoso che si prende cura della sua bambina e la rassicura nella navigazione tra le infide scogliere di Scilla e Cariddi.

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Fine della scena: anche il padre è scomparso e io da spettatrice passo ad essere protagonista del sogno. Termina così anche la mia visione speculare. Ora i riferimenti spaziali sono corretti.”

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Sabina si era scissa senza alcun pericolo psichiatrico perché il “meccanismo psichico di difesa” della “scissione” è stato usato in sogno e non nella veglia. Del resto, si sa che la funzione onirica usa anche “processi” e meccanismi” psichici delicati. Abbandonate le difese, Sabina può sognare secondo i criteri della sua correttezza, quelli che ritiene condivisi con gli altri.

Questa è la prima parte del sogno. Il prosieguo è rimandato alla prossima pubblicazione.

PSICODINAMICA

Il sogno di Sabina svolge la psicodinamica della “posizione edipica” con particolare predilezione nei riguardi della figura paterna, usa il meccanismo della “scissione” per non incorrere nell’incubo e nel risveglio immediato e per gestire le angosce legate ai virulenti “fantasmi” del padre e della madre, mostra una buona risoluzione della relazione psichica con il padre attraverso il recupero della componente affettiva e affermativa, tralascia la relazione con la madre e non ne condivide il ruolo. Sabina si serve del meccanismo psichico della “figurabilità” in un contesto speculare rafforzando la presa di coscienza sulla “posizione edipica” e usa la simbologia dello Spazio e del Tempo facendo coincidere la nostalgia con l’appagamento in atto, la consapevolezza del passato con lo stato di coscienza presente.

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

Dei “simboli” si è analiticamente detto.

Gli “archetipi” richiamati sono il “Padre” e la “Madre”.

I “fantasmi” presenti sono quelli del “padre” e della “madre”, il primo nelle due “parti”, positiva e negativa, e il secondo soltanto nella “parte negativa”. Ve li mostro:“La mamma è in casa da sola con i bambini. Ha un aspetto disordinato, agisce senza impegno, frettolosamente. Il volto tradisce l’ansia, la noia.” e ancora “Arriva il padre, giovane, aggressivo. Bello, braccia muscolose, sembra Marlon Brando in “Un tram che si chiama desiderio” e ancora “Non capisco, sembra che abbia ammazzato una delle bambine. Trambusto. Lui è il cattivo. Ma poi vedo tutti e tre i bambini, sono con lui, nessuno è morto. È un padre amorevole, nessuno l’ha capito e io che osservo sono felice che adesso lo vedano tutti.”

Ho riportato i brani per mostrare chiaramente sul campo il “fantasma” e le sue “parti”.

Il sogno di Sabina contiene l’azione dell’istanza “Io” o consapevolezza vigilante e razionale in “Io spettatrice. Questo fa sì che la visione sia speculare: ciò che io vedo alla mia sinistra, nella scena del sogno è a destra.” Si vede chiaramente il meccanismo di difesa della “razionalizzazione”, quella benefica che produce la consapevolezza del rimosso e ripulisce la “coscienza di sé”: quello che è nel mio passato è nel mio presente anche se mi difendo con la “scissione” dell’attrice e della spettatrice. Lacan aveva elaborato lo stadio dello “specchio” per indicare che il bambino acquista un rudimentale senso dell’Io nel momento in cui riconosce se stesso nel riflesso dello specchio. Sabina istruisce la stessa impalcatura e opera con la visione speculare a tutto vantaggio del suo “Io”. Notate ancora un intervento attivo dell’Io in “nessuno l’ha capito e io che osservo sono felice che adesso lo vedano tutti.”

L’istanza pulsionale “Es”, rappresentazione dell’istinto, si manifesta in “Non capisco, sembra che abbia ammazzato una delle bambine. Trambusto. Lui è il cattivo. Ma poi vedo tutti e tre i bambini, sono con lui, nessuno è morto. È un padre amorevole,”.

Il “Super-Io”, limite e senso del dovere, nonché censura morale, agisce visibilmente in “Resta il padre a prendersi cura dei figli e a dare disposizioni sul loro accudimento dopo che lui sarà morto.”

Il sogno di Sabina elabora a iosa la “posizione psichica edipica”, la conflittualità con il padre e in parte con la madre.

Sabina usa in sogno i seguenti “meccanismi e processi psichici di difesa” dall’angoscia e dal risveglio:

la “scissione dell’Io” in “Io spettatrice.”, la “rimozione” in “Non ricordo più la madre, è scomparsa dal sogno.”,

la “condensazione” in “sinistra” e in “destra” e in altro,

lo “spostamento” in “uno forse è un maschietto, ma a tratti è una femmina.” e in altro,

lo “splitting” o “scissione delle imago” in “Non capisco, sembra che abbia ammazzato una delle bambine. Trambusto. Lui è il cattivo. Ma poi vedo tutti e tre i bambini, sono con lui, nessuno è morto. È un padre amorevole, nessuno l’ha capito e io che osservo sono felice che adesso lo vedano tutti.”,

la “sublimazione” in “Piano alto, forse terzo o quarto.”,

la “figurabilità” in “È giorno. Condominio a sinistra, pareti esterne bianche. Accesso all’appartamento attraverso un balcone esterno con ringhiera che dà sul piazzale. Piano alto, forse terzo o quarto.” e in “Io spettatrice. Questo fa sì che la visione sia speculare: ciò che io vedo alla mia sinistra, nella scena del sogno è a destra.”,

la “regressione” nei termini previsti dalla funzione onirica e nella simbologia spaziale del movimento che da destra va verso sinistra.

Il sogno di Sabina mette in mostra un tratto psichico nettamente “edipico” all’interno di una “organizzazione psichica reattiva” di stampo “fallico-narcisistica”e intenzionata alla “genitalità”, autocompiacimento e amor proprio in direzione all’investimento di “libido” nell’altro.

Il sogno di Sabina forma le seguenti “figure retoriche”:

la “metafora” o relazione di somiglianza in “È giorno. Condominio a sinistra, pareti esterne bianche.” e in altro,

la “metonimia” o relazione di senso logico in “nessuno è morto” e in altro,

la “iperbole” o esagerazione espressiva, in “Non capisco, sembra che abbia ammazzato una delle bambine.”,

la “enfasi” o forza espressiva in “Trambusto. Lui è il cattivo”,

la “allegoria” o combinazione simbolica dinamica in “Arriva il padre, giovane, aggressivo. Bello, braccia muscolose, sembra Marlon Brando in “Un tram che si chiama desiderio”.

La “diagnosi” dice di una risoluzione della “posizione psichica edipica” tramite la “razionalizzazione del rimosso” e l’esito del miglioramento della “coscienza di sé”.

La “prognosi” impone a Sabina di porre tanta attenzione nel mantenimento di una consapevolezza lucida della sua formazione psichica e dei suoi “fantasmi edipici”. Soprattutto quello materno abbisogna di essere ulteriormente elaborato nella “parte positiva”.

Il “rischio psicopatologico” si attesta nel mancato funzionamento del meccanismo della “razionalizzazione” e nell’offuscamento della limpidità della coscienza: psiconevrosi edipica, ansioso-depressiva e fobico-ossessiva.

Il “grado di purezza” del sogno di Sabina è “discreto” al di là della discorsività narrativa con cui viene offerto. Sabina è molto creativa in sogno e compone quasi un romanzo o un dramma in esaltazione della sua vena creativa. Sabina si gusta il sogno e lo elabora come il romanzo di una parte della vita da scrivere nel migliore dei modi. Sabina, quando sogna, compone i quadretti estetici in ottemperanza alla sua vena creativa e alle sue fantasie dell’infanzia. Sabina si è tanto pensata narcisisticamente a suo tempo per compensare l’avarizia affettiva della realtà familiare.

La “qualità onirica” è decisamente “estetica” e “analitica”: culto della bellezza in un quadro informato di particolari gustosi.

Il sogno di Sabina si è svolto dalla seconda fase REM del sonno a causa della carica emotiva di medio spessore.

Il “fattore allucinatorio” si esalta nel senso della “vista” e soprattutto in “Io spettatrice. Questo fa sì che la visione sia speculare: ciò che io vedo alla mia sinistra, nella scena del sogno è a destra.” e in“Fine della scena: anche il padre è scomparso e io da spettatrice passo ad essere protagonista del sogno. Termina così anche la mia visione speculare. Ora i riferimenti spaziali sono corretti.”

Il “grado di attendibilità” dell’interpretazione del sogno di Sabina è “buono” alla luce dell’evidenza della psicodinamica “edipica” e della chiarezza collaudata dei simboli. Il “grado di fallacia” è, di conseguenza, “minimo”.

DOMANDE & RISPOSTE

L’interpretazione del sogno di Sabina è stata letta e analizzata dalla signora Maria, donna di popolo e madre di tre maschi, nonché orgogliosamente fornita di una valida terza media.

Domanda

Questo sogno l’ho capito meglio degli altri perché mi ci sono ritrovata e specialmente nella relazione con il padre, ma anche la madre non mi è indifferente perché la mia era poco considerata, viveva in una famiglia patriarcale e contadina, lavorava in casa e fuori casa e doveva tacere.

Risposta

Quello che dici conferma che il padre e la madre sono figure importanti per tutti. La nostra formazione psichica è impensabile senza la loro presenza e la loro funzione perché sono figure imprescindibili. Anche gli orfanelli trovano il loro papà e la loro mamma nelle persone che li accudiscono e li circondano. Mi dispiace per tua madre, ma penso che sia stata tanto brava e duttile perché si è ben adattata al contesto familiare del Veneto prima patriarcale e poi borghese.

Domanda

Mi spieghi che non ho capito bene. Anzi, le dico io quello che mia madre mi ha sempre raccontato con un certo dolore ma senza piangere. La famiglia dei nonni era allargata e patriarcale. Tutti i membri lavoravano la terra del conte di Collalto nella pianura di Susegana. Vivevano in trenta dentro una casa colonica umida e scaldata dal “larin”. La casa era contrassegnata dalle insegne del conte, striscia rossa parallela in un fondo giallo. Erano servi della gleba marchiati per essere riconosciuti dal padrone. In quella famiglia comandava il vecchio più abile nell’organizzazione del lavoro, mentre la donna più anziana, la “vecia”, amministrava i pochi soldi. I bambini erano trattati come bestioline ed erano legati all’albero con il guinzaglio quando le madri andavano a lavorare nei campi. C’era una gran confusione di maschi e di femmine e di notte vigeva una gran confusione sessuale. C’erano i matti e i disabili in questo contesto familiare, et cetera, et cetera, et cetera. Questa era la famiglia contadina sfruttata dai nobili fancazzisti e parassiti. Dopo, con la riforma agraria della Repubblica italiana, ogni membro è andato per i fatti suoi con la sua famiglia e ha iniziato a emanciparsi e a lavorare i campi che aveva ereditato o comprato. Lavorava anche in fabbrica e ha creato con la fatica e il sudore il miracolo economico del “nord est”. Le risulta tutto questo?

Risposta

Tua madre era duttile a livello psicologico nell’adattarsi a simili tremende situazioni e intelligente nel capirle e nel metterci riparo per sopravvivere nel migliore dei modi.

Domanda

Ho dimenticato di dirle che la sera c’era il “filò” e si riunivano nella stalla per stare al caldo e per divertirsi insieme agli altri. Logicamente puzzavano di merda. Poi i figli e i fratelli hanno litigato e si sono divisi. Così dalla miseria sono passati a stare meglio lavorando tantissimo e guadagnando tanto di più. Mia madre ha lavorato sempre e ha avuto poche soddisfazioni, però mio padre le voleva bene e non le ha fatto mancare niente. Secondo me i tempi erano fatti in questo modo. C’era tanta ignoranza.

Risposta

La cultura è sempre in evoluzione e la maniera in cui intendiamo noi stessi e gli altri va sempre migliorando.

Domanda

Questo lo dice lei. A me sembra che le cose e le persone vanno sempre peggio. Comunque, mi può spiegare meglio questa signora Sabina e la famiglia in cui è cresciuta?

Risposta

Il sogno dice che Sabina è cresciuta in una famiglia dove il padre era dominante e poco presente e, se era presente, era poco affettuoso. La bambina ha sofferto tanto di questa freddezza paterna e si è curata da sola compensandosi con il volersi bene e cercando di farsene una ragione. Facendo così ha aumentato il suo amor proprio e ha tanto fantasticato, per cui da adulta si è trovata con una buona capacità di pensare e di esprimere le tante idee e le tante esperienze. Resta una donna affermativa che non è andata molto lontano dal “fantasma del padre” e che si è identificata più nel padre che nella madre. E’ una donna di potere e non una femminuccia qualsiasi: una donna fallica e narcisistica nella giusta dose e senza essere prevaricatrice, una donna che sa il fatto suo e che non te le manda adire, anzi te le viene a contare.

Domanda

Quando parla così, le darei un bacio. Ho capito e non solo ho capito, ma lei ha detto la stessa cosa che avevo pensato io.

Risposta

Due teste sono meglio di una e quattro occhi sono meglio di due.

Domanda

Ma il sogno non è finito?

Risposta

Il sogno continua, ma era troppo lungo e troppo prezioso per bruciarlo in una sola puntata, per cui ho preferito spezzarlo in due senza mutilarlo.

Domanda

Ma quanto tempo ci mette per analizzare un sogno?

Risposta

Dieci ore, qualche minuto più o meno.

Domanda

Ma siamo sicuri che è tutto gratis?

Risposta

Sicurissimo e tu lo sai bene.

Domanda

Certo che lo so. Mi sembra così strano.

Risposta

Ho scritto e ho sempre detto che io restituisco in termini di conoscenze scientifiche o pseudoscientifiche quello che ho imparato dalle persone che ho aiutato a superare le difficoltà della loro vita in un preciso momento e semplicemente dando loro un metodo per inquadrarsi meglio e per ridurre le tensioni nervose, insomma per essere padroni a casa loro.

Domanda

Allora quello che lei scrive non è sempre scientifico?

Risposta

Il discorso si fa intrigante, ma io te lo faccio lo stesso. Il concetto di Scienza è complesso e variegato. Ogni tempo e ogni cultura elabora e afferma il suo concetto di Scienza. Aristotele diceva nel quarto secolo avanti Cristo che la Scienza è conoscenza delle cause. Se noi conosciamo di qualsiasi parte della realtà o di qualsiasi attività umana quattro cause, allora abbiamo la conoscenza scientifica. Le quattro cause erano e sono queste: la “causa formale” che risponde alla domanda “che cosa è questo”, la “causa materiale” che risponde alla domanda “di che cosa è fatto questo”, la “causa efficiente” che risponde alla domanda “da chi è fatto questo”, la “causa finale” che risponde la domanda “per quale scopo è fatto questo”. La Scienza doveva obbedire alla Logica, ai suoi principi e ai suoi procedimenti, e doveva formularsi secondo un discorso comprensibile e giustificato nelle sue affermazioni e nelle sue conclusioni. I “principi logici” era i seguenti: “identità” (A è A) in base al quale ogni concetto è uguale a se stesso, “non contraddizione” (A non è nonA)in base al quale ogni concetto non è uguale al suo opposto, “terzo escluso” (o è A o è nonA) in base al quale ogni concetto non è uguale al suo opposto. Il procedimento logico della Scienza era ed è il sillogismo, il mettere insieme concetti diversi in maniera compatibile e per aumentare le conoscenze. Questo concetto di Scienza si definisce “determinismo” ossia è così e non si discute perché la Logica non è opinione individuale ed è universale, valida per tutti gli uomini al di là delle culture a cui appartengono. Mi fermo, ma la prossima volta ti spiegherò il concetto di scienza di Cartesio, poi di Galilei, poi di Bacone, poi dei filosofi moderni e contemporanei.

Domanda

Ho capito e non ho capito. Lei segue Aristotele?

Risposta

Sì, sono determinista, ma ci sono altri tipi di scienza. Ma comunque io resto uno scrittore e uno psicologo che elabora il sognare e i sogni secondo una griglia fatta di tanti pezzi di tante teorie di altri: un eclettico o un sincretista. Mettila come ti pare meglio.

Domanda

Quando parla difficile lo ammazzerei. Insomma lei non è originale per niente, ma è uno che ha preso di qua e di là e ha messo su un’impalcatura per fare quello che fa, spiegare come si sogna e i sogni.

Risposta

Hai visto che hai capito benissimo. Perché ti sottovaluti?

Domanda

Avrei voluto tanto andare a scuola, ma non c’erano i soldi e poi io ero una femmina e non serviva perché mi sarei sposata, come dicevano in quel tempo le persone ignoranti e specialmente le mie nonne. Ma i miei figli studiano e due sono scritti all’Università di Padova, il grande in Legge e il secondo in Medicina, e sono tanto bravi. Il più piccolo vuole fare il contadino nei campi del padre, ma io gli ho già detto che senza laurea in Agronomia o in Enologia non va da nessuna parte. Ai miei figli ho sempre insegnato che la mangiatoia sta in alto e che per mangiare bisogna far fatica e allungare il collo.

Risposta

Tu sei una grande donna.

Domanda

Si ricordi che mi deve spiegare quelle cose sulla Scienza.

Risposta

Ogni promessa è un debito.

Per il sogno analitico e narrativo di Sabina propongo una storia di creativa amministrazione, non certo di ordinaria follia.

CARO SEBASTIANO

Caro Sebastiano,

c’è qualcosa che non va,

ma non in casa,

né fuori casa,

c’è qualcosa non va dentro di me

e non sono i pensieri o l’agitazione,

ma è qualcosa d’impalpabile,

qualcosa che non ha parole.

L’ineffabile!

Ecco, l’ineffabile, proprio l’ineffabile!

Tu sai cos’è l’ineffabile?

L’ineffabile è ciò che non si può dire

perché è stato detto.

Ma da chi è stato detto?

Chi ha detto l’ineffabile se non si poteva dire?

E come l’ha detto?

Con abito firmato o semplici jeans?

Sai, Sebastiano, queste non sono questioni da poco,

ma ne va di mezzo la mia dignità di malata mentale.

Almeno questa lasciatemela, vi prego,

voi che mi avete tolto anche i fiammiferi di legno,

quelli puzzolenti di zolfo,

gli zolfanelli per l’appunto.

Ma forse Sebastiano,

sai,

c’è che non c’è proprio niente che non va.

Va tutto bene.

Sto bene

e non è il Serenase che mi fa star bene

visto che lo prendo soltanto da tre giorni.

Non è il Clopixol che mi fa star bene

visto che l’iniezione l’ho fatta stamattina.

C’è quel qualcosa che non va che mi fa star bene.

Hai capito?

Mi sento senza corpo

perché il mio corpo non mi appartiene più

e non perché l’ho dato a qualcuno,

ma perché agisce per conto suo,

insomma va per i cazzi suoi.

Il mio corpo birichino è finalmente autonomo

e non mi fa paura.

A volte ha ansia,

a volte è tranquillo,

tre minuti dopo si agita,

all’improvviso vuole la Nutella

o vuole essere toccato.

E il mio Io?

Il mio Io è perplesso,

confuso,

sereno,

pacifico,

di merda.

Come vedi,

caro Sebastiano,

è tutto un casino

e niente è affidabile.

Ma sai cos’è?

C’è qualcosa che non va,

ma non c’è proprio niente che non va

e io non so più come sto.

Forse sto prendendo in giro tutti,

me compresa.

Ma come si fa a smettere?

In questo momento non c’è più nessuno attorno a me,

non c’è più nessuno vicino a me,

non ho un punto di riferimento,

non ho un viso da guardare,

ma ho un qualcosa di confuso,

un viso confuso con gli occhi di tutti,

un assembramento di occhi.

Ho ansia,

ma basta che ci penso un attimo e passa.

Chi stiamo prendendo in giro?

Recitiamo allora!

Oh, ciao, come va?

Non c’è male, grazie.

Si va sempre avanti e voi, invece, come state?

Beh, così così,

cosa volete,

sono gli acciacchi del tempo,

un giorno si ama,

un giorno si odia,

un giorno si cazzeggia,

un giorno ci si incazza.

In fondo siamo vivi.

Siamo vivi ogni giorno di giorno in giorno.

Così, Sebastiano, può andare?

Eppure c’è qualcosa che non va

anche se non c’è niente che non va.

Adesso comincia il dramma.

Caro Pinocchio,

il grillo te l’aveva detto

che a fare i monellacci si finisce in prigione o in ospedale,

ma tu non l’hai ascoltato,

tu l’hai ammazzato.

Ma non è stato Pinocchio.

E’ stata Luana che ha giocato con il grillo

e che l’ha ammazzato.

Ma non è stata Luana.

E’ stata Mara che ha giocato con il grillo

e che l’ha ammazzato.

Ma non è stata Mara.

E’ stato Vincenzo che ha giocato con il grillo

e che l’ha ammazzato.

Ma non è stato Vincenzo.

E’ stata Mafalda che ha giocato con il grillo

e che l’ha ammazzato.

Ma non è stata Mafalda.

Allora chi è stato?

Perbacco, voglio sapere chi è stato!

Intanto pensiamo al povero grillo.

Corri grillo,

corri lontano,

gioca,

salta

e tendi una mano,

sorridi alla gente che ti passa davanti,

nasconditi a Luana che vuol farsi avanti.

E’ Luana che ha giocato con il grillo

e che l’ha ammazzato.

Luana ha le sbarre,

Luana è nelle sbarre,

Luana ha le sbarre nella mente e nel cuore.

Luana ha le sbarre dove il sangue scorre lento.

E’ Luana che ha giocato con il grillo

e che l’ha ammazzato.

Povera Luana!

Tu grillo nascondi Luana,

falla dormire.

Tu grillo gioca,

tu salta,

tu non devi morire.

Chi grida?

E’ Luana che ha gridato,

ma neanche il vento l’ha ascoltata.

Nascondi Luana,

falla dormire,

tu grillo gioca,

tu salta,

tu non devi morire.

Ma queste sono tutte soltanto parole.

Il grillo è morto e non farà più cri, cri, cri.

Povero grillo e povera Luana!

Caro Sebastiano,

pensi ancora

che non c’è proprio niente che non va?

Salvatore Vallone

in Pieve di Soligo (TV) e nel mese di Marzo dell’anno 1996

LE BARE DI VETRO

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Premetto che poco tempo fa ho visitato il cimitero di Lisbona e sono rimasta molto colpita dalle bare a vista nelle cappelle con porte di vetro trasparente.

Stanotte ho sognato di essere davanti alle bare mia, di mia madre e di mio padre.

La mia e quella di mia madre erano nel ripiano alto della cappella, erano bare di vetro trasparente e vedevo solo i miei piedi con scarpe scure ed avevo un vestito lungo bianco a balze.

A guardare questa scena c’era a fianco a me mia madre alla quale esprimo il mio disappunto sul fatto che le bare siano di vetro; non mi va proprio che il mio corpo possa essere visto!

Sotto è steso mio padre, ma non è dentro una bara. Noto dei suoi movimenti quasi impercettibili e lo faccio notare a mia madre la quale cerca di convincermi che è morto, ma mio padre fa un movimento visibilissimo e allora lo chiamo a gran voce “Papà! Papà! Svegliati!”.

Lui apre gli occhi e si alza, inconsapevole di essere stato creduto morto.”

Lisbona

DECODIFICAZIONE – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Ho scelto come titolo “Le bare di vetro” per confermare la vena macabra del sogno e lo stupore che la stessa Lisbona ha sottolineato anche come possibile causa scatenante: “poco tempo fa ho visitato il cimitero di Lisbona e sono rimasta molto colpita dalle bare a vista nelle cappelle con porte di vetro trasparente.” Questo titolo è adatto a un buon film “horror”, quelli del migliore Dario Argento, e conferma la plasticità creativa dell’umana funzione onirica, il meccanismo della “figurabilità”, in base al quale a ogni idea si addice la giusta immagine. Noi, uomini viventi, siamo capaci di “impressionarci” fotograficamente con le nostre esperienze e con le nostre riflessioni. Non basta, perché riusciamo anche a tradurle in fantasie e in allucinazioni con assoluta naturalezza e spontaneità, senza aver deliberato da svegli alcunché di preciso al riguardo e senza sapere di avere dentro il regista giusto per girare il nostro film e lo sceneggiatore abile a dare le parole adatte al capitolo del nostro romanzo.

Federico Fellini aveva ragione, ma questo è un altro discorso.

Se il cammino psicoanalitico è arduo e si può definire “le parole per dirlo”, il sogno è più complesso semplicemente perché elabora da solo e senza il concorso diretto della nostra volontà “le immagini simboliche per dirlo”.

Il titolo del sogno di Lisbona poteva essere anche questo: “Papà, papà svegliami!”, riprendendo e modificando secondo dettami psicoanalitici la parte finale del sogno, il punto in cui Lisbona, in preda al giusto “raptus” e a un buon demone, dice “lo chiamo a gran voce “Papà! Papà! Svegliati!”, proiettando sul padre la sua intuizione e la sua conquista psichica: il “sapere di sé” e il “far da sé”, l’autonomia del pensiero e dell’azione, la buona novella di ogni bambino e adolescente.

Mi preme sottolineare che Lisbona ha vissuto il padre come “liberatore” delle sue energie psicofisiche più genuine dopo il ristagno difensivo nella protezione materna e dopo l’identificazione nella figura della madre, una psicodinamica della prima adolescenza e di quando il “corpo” è in distonia con la “mente” a causa dell’immediato risveglio degli ormoni e degli orologi biologici, il cosiddetto sviluppo “genitale” durante la turbolenta pubertà.

Questo vissuto del padre “libertador” da parte di Lisbona è una tappa universale e si estende a tutte le bambine in odore di donna. Ma la madre non è da meno in questo dolce psicodramma andato a buon fine e gustoso come le ciambelle della nonna cucinate nel forno a legna. La madre di Lisbona è di ostacolo, sempre nei vissuti della figlia, alla libera espansione delle energie psicofisiche che “odorano di futuro”, “adolescenza”. La madre di Lisbona è di blocco, sempre nei vissuti della figlia, all’avvento della “libido genitale”, quella che consegue alla “libido fallico-narcisistica”, all’isolamento compiaciuto e alla masturbazione psicofisica.

Nella “Politica” familiare il “Padre” è colui che apprezza e consente, propone e autorizza, apre e definisce, libera e condiziona, limita e impone. Il “Padre” è il simbolo dell’istanza psichica “Super-Io” e intorno alla sua figura si condensano la “Morale” e la “Legge”. Ma attenzione, perché di troppo “Padre” si resta schiavi.

Quello di Lisbona è il sogno di una figlia che è legata al padre a filo doppio; il primo è quello “edipico”, l’innamoramento della bambina, il secondo è quello conflittuale con la madre che, dopo essere stata la sua alleata e la sua maestra, viene vissuta come prevaricatrice nei riguardi del padre.

Un’esperienza significativa è quella di Lisbona che va a Lisbona, visita il cimitero, viene colpita dalla novità delle ultime dimore portoghesi e adatta il suo vissuto, a metà tra il trauma e la curiosità culturale, al simbolismo e all’allegoria della sua relazione pregressa e in atto con i genitori.

Operazione acrobatica brillante!

Le premesse sono promettenti e il seguito ancora di più, per cui non resta che metterci in cammino per seguire passo dopo passo il regalo psichico che Lisbona si è fatto.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

…ho sognato di essere davanti alle bare mia, di mia madre e di mio padre.”

L’esordio non poteva essere più inquietante. Lisbona fa di tutta l’erba un fascio e democraticamente si aggredisce e aggredisce i suoi genitori, si vede e li vede inanimati dopo aver operato la “scissione” difensiva per non incorrere nell’angoscia, nell’incubo e nel risveglio. Lisbona è “davanti alle bare”, le osserva stando con i piedi ben piantati a terra e con gli occhi ben vigili di fronte a tanta elegante desolazione. Abbiamo due Lisbone che non denotano alcuna pericolosa sindrome psichiatrica, bensì la solita difesa della funzione onirica per ottenere l’autorizzazione a procedere. Lisbona attesta del suo forte legame con i genitori nel bene e nel male e si vede in sogno unita a loro anche nella morte. Appare evidente che non si tratta di morte fisica, ma di qualcosa di altro che si andrà ad appurare cammin facendo.

La “bara” è il simbolo femminile del grembo che opprime la vitalità e rende inanimato il suo contenuto, la “parte negativa” del “fantasma della madre”, quella mortifera che opprime e uccide, una “tanatocrazia” classica dell’archetipo Madre, la Signora che ha il potere della Vita e della Morte. La famiglia è unita e accomunata nella oppressione della vitalità e nella mancata nascita di “parti psichiche” che potevano vedere la luce. Rileviamo la presenza immediata in sogno della triade edipica, il triangolo “figlia-madre-padre”. Lisbona sta decisamente navigando durante il sonno nella “posizione psichica edipica”. Non ci sono dubbi in proposito. Si trova “davanti alle bare” ed è pronta all’analisi della psicodinamica del “fantasma d’inanimazione”, il “non nato di sé”, tutte le pulsioni e i bisogni che non hanno visto la luce o a cui non ha dato realtà.

La mia e quella di mia madre erano nel ripiano alto della cappella, erano bare di vetro trasparente e vedevo solo i miei piedi con scarpe scure ed avevo un vestito lungo bianco a balze.”

Se l’esordio era repentino e impressionante, il prosieguo non è da meno. Lisbona si colloca in questo luogo d’inanimazione insieme alla madre nei luoghi alti della “sublimazione” e della superiorità, l’alto-locazione psichica, il “complesso di superiorità” che è sempre un problema e semplicemente perché è una difesa dalla “angoscia d’inferiorità”. Lisbona si è identificata nella madre e prende le sue parti per necessità psicofisica. In mezzo a tante difese, più o meno consapevoli, Lisbona ha piena consapevolezza del suo potere di donna e della sua ieratica figura, del suo marcato tratto narcisistico in occultamento di tutto quello che sarebbe dovuto conseguire ed esserci, la “genitalità”, la disposizione a vivere concretamente le relazioni sociali e l’investimento di “libido” sugli altri. E, invece, Lisbona insieme alla madre fa buona e bella mostra di sé e si appaga di questa surreale esibizione.

Ma quante cose si son perse e quante se ne perderanno queste due donne! Sono entrambe “morte” agli altri, paghe del loro potere di donne asettiche pure e caste, tutto fallo e niente arrosto, tutte belle e inanimate.

La parola va ai simboli.

Il “ripiano alto della cappella” è il luogo del “processo psichico di difesa” della “sublimazione della libido”, la difesa dall’angoscia del “non nato di sé”. Le “bare di vetro trasparente” attestano simbolicamente della consapevolezza difensiva che qualcosa dentro è inanimato o non è nato e aspirava a nascere. “Vedevo” conferma la presa di coscienza, mentre “i miei piedi con scarpe scure” rappresentano simbolicamente il potere fallico e il potere recettivo femminile, l’allegoria dell’androginia psichica, del “maschio-femmina” che Lisbona si porta dentro dall’assimilazione della madre: una forma accentuata di “identificazione”, una forma di “introiezione” della madre a scopo esorcistico dell’angoscia dell’indeterminato. “Avevo un vestito lungo bianco a balze”, un vestito ieratico, un abito sacro, un paramento della sacerdotessa di Demetra, un vestito classico delle signorinelle appena uscite dall’infanzia nelle famiglia della buona borghesia. Trattandosi di un abito indossato dentro la bara di vetro, l’opzione è decisamente per la sacralità dell’angoscia di non essersi espressa e di non esprimersi nelle proprie potenzialità, il senso di avere represso e incarcerato la parte migliore di sé che voleva nascere e che Lisbona non ha avuto il coraggio di lasciar uscire alla luce del sole. La sofferenza è maggiore perché la consapevolezza è limpida, “di vetro trasparente”.

Il riepilogo impone di dire che Lisbona sta attraversando in sogno la sua adolescenza, il periodo in cui si era identificata totalmente nella madre per difesa dall’angoscia dell’indeterminato ed era ricorsa al processo di difesa della “sublimazione della libido” per evitare le relazioni e il coinvolgimento. La sua “libido fallico-narcisistica” era servita per supportare la sua difesa e per evitare di evolversi nella “posizione psichica genitale” e nell’investimento della omonima “libido”. La giovanissima Lisbona è pienamente consapevole di tanto sacrificio e di tanto disagio, ma non riesce a fare altrimenti e a lasciarsi andare in abiti femminili adulti tra l’ammirazione tentatrice della gente. L’adolescente persiste e ruba tempo alla donna.

A guardare questa scena c’era a fianco a me mia madre alla quale esprimo il mio disappunto sul fatto che le bare siano di vetro; non mi va proprio che il mio corpo possa essere visto!”

Ed ecco il “busillis” della questione!

Ecco il conflitto di Lisbona!

Ecco l’angoscia dell’adolescente e procace donnina che deve aprirsi alle danze sociali con abiti femminili adulti!

Questa è l’allegoria del drammatico e bellissimo passaggio dall’infanzia all’adolescenza, dall’essere fisicamente indeterminata all’essere donna con annessi e connessi psicofisici ben evidenti. E’ il momento bellissimo in cui l’epifania femminile avviene e la giovane donna si mostra nel tempio.

Ma come ha vissuto questo trambusto psicofisico la bambina di prima?

Lisbona lo sa, ne è consapevole e opera un ritiro dagli investimenti della crescita e del nuovo traguardo. Lisbona vive male la sua evoluzione psicofisica e si rappresenta in sogno “dentro una bara di vetro” a esibire la sua “androginia”, il potere di donna fallica che ha esercitato nell’isolamento. E più si isola e più Lisbona si difende nel sentirsi bella. Il narcisismo aumenta in maniera direttamente proporzionale al ritiro dalla realtà e alla chiusura nella “tomba di vetro”.

Quante cose potevano nascere e quante esperienze si potevano vivere!

Se chiedete alle donne, in gran percentuale diranno di avere tanto sofferto questo passaggio dall’infanzia informe all’adolescenza formata, dal corpo senza forme al corpo con le forme.

Analizzo le simbologie.

L’alleanza con la madre è manifesta come la contrastata “identificazione” per alleviare il dolore della presa di coscienza dell’inanimato e del non vissuto e del “non nato”: “a guardare questa scena c’era a fianco a me mia madre”. “Esprimo” si traduce in sono consapevole e do parola al mio conflitto e al mio dramma di non aver saputo far agire la mia donna nella scena del mondo sociale tra le tavole del teatro comune. Il “disappunto sul fatto che le bare siano di vetro” esprime ancora il dolore della consapevolezza, il contrasto e il conflitto interiore sulla trasparenza razionale del mio stato innaturale di inanimazione e di blocco psicofisico, anche se ben supportato dal narcisismo dell’isolamento e dalla beatitudine della bellezza solipsistica e non condivisa. “Non mi va proprio che il mio corpo possa essere visto”.

Cosa vi avevo preannunciato?

Il problema dell’adolescente procace e cresciuta è l’essere vista dagli altri, il non riconoscersi per difesa dagli altri e per difesa da se stessa in primo luogo, dagli altri che appetiscono e da se stessa che ancora non è educata alle novità del suo corpo. Sono i suoi occhi e gli occhi degli altri a essere messi in ballo e in discussione. Lisbona signorina non ha confidenza con il suo corpo degnamente evoluto e non vuole essere guardata dalla gente.

Sotto è steso mio padre, ma non è dentro una bara.”

Ecco che nella scena onirica irrompe il padre con la giusta autorità e il giusto cipiglio che deve avere nei vissuti della figlia bambina. Il padre è disteso nel mondo della materia, nella realtà della concretezza: questa è la simbologia del “sotto”. Oltretutto il padre non è imprigionato nelle sue energie vitali, “non è dentro una bara”, appartiene alla famiglia ma non partecipa ai “fantasmi di inanimazione” della famiglia. Il padre è una figura positiva per la figlia che, dopo essersi identificata nella madre, si è sentita bloccata nel ruolo di donna che condivideva con la madre, una figura vissuta come rigida e bigotta nell’espletamento e nel disbrigo del corredo psicofisico femminile. Il padre, all’incontrario, è “maieutico” perché aiuta la figlia bambina a partorire la donna con travaglio spedito e lineare.

I simboli dicono che “steso” evoca un “fantasma di morte” e di distacco dalla realtà. Ma la sua diversità positiva si attesta nel fatto che è “sotto”, un simbolo filosofico del “pessimismo esistenziale” di un uomo che partecipa allo stesso destino delle sue donne, ma un uomo concretamente vivo e impegnato. “Mio padre” è il simbolo delle origini, delle radici e della trasmissione psicofisica, la figura da cui si eredita anche la colpa di essere nati nel peccato. “Non è dentro una bara” equivale a “non è come noi donne che ci sentiamo oppresse da un fardello d’isolamento e inanimate da un cumulo di tratti contenuti in un corpo da occultare e da non vivere bene”. Questa non è la cultura e la morale familiare, ma è la difesa psichica che Lisbona ha addebitato in sogno alla madre: meccanismo psichico dello “spostamento”.

Noto dei suoi movimenti quasi impercettibili e lo faccio notare a mia madre la quale cerca di convincermi che è morto;”

La figlia ha trovato nel padre la sua Pasqua di resurrezione e la sua migliore epifania: due piccioni con una fava.

Bel colpo!

Il padre è elemento positivo, si muove, è vivo ed è alleato della figlia, un maestro che le insegna a muoversi nel mondo e ad agire in esso. L’oppressione materna è stata ridotta e superata. L’identificazione nella madre, operata durante l’infanzia e l’adolescenza, è stata ridimensionata da Lisbona grazie al padre e al ricorso alla sua figura dinamica e alla sua diversità. Lisbona ha trovato nel padre quello che le mancava per iniziare a muoversi nello spazio e nel tempo, ha reperito la forza che le serviva per lasciare l’infida palude materna. In un contesto familiare disciplinato, bloccato nella cultura ufficiale e incapsulato nella formalità del comportamento, in un ambito sociale vissuto come contrario alla sua vitalità espressiva, l’adolescente Lisbona trova nel padre la possibilità di passare dal “narcisismo” al “genitale”, dall’isolamento compiaciuto all’offerta della sua persona, dall’investimento della “libido” non più in se stessa ma nell’altro, il tanto temuto oggetto esterno. Il giudizio nei riguardi della madre bloccante è severo. E’ proprio lei che mi ha suggerito che il papà non è da condividere come modello e da seguire come maestro, che mi ha quasi convinto che anche lui è inerte, passivo e inanimato. E’ proprio lei che mi ha ingiunto di non lasciarmi suggestionare da lui e dalla sua pretesa di essere nel giusto. Questa madre prevaricatrice, questa donna che inganna la figlia e vuole perpetuare i suoi maligni “fantasmi”, questa seguace dell’immutabilità della Nutella, sta tutta dentro i vissuti di Lisbona e si colloca con naturalezza dentro la storia e la cultura della famiglia. Quante madri hanno trasmesso alle figlie il senso di rassegnazione al ruolo e di immutabilità del destino femminile, un tragico insegnamento dettato da un fatalismo arabo e da una sadica compensazione della loro sofferenza: “mal comune è mezzo gaudio”. Queste donne non hanno fatto alleanza contro il nemico, ma hanno fatto alleanza con il nemico.

Benedette l’evoluzione storica e la rivoluzione culturale!

Benedette le “chat” che in tempo reale collegano il polo nord al polo sud!

Vediamo i simboli cosa dicono e cosa significano.

“Noto” è funzione dell’Io razionale e benefica presa di coscienza. “Movimenti quasi impercettibili” si traducono nella constatazione della figlia che il padre è punto inequivocabile di riferimento per la sua formazione sociale e punto essenziale di partenza per il suo distacco progressivo dalla figura materna in cui si è pienamente identificata. Lisbona sa che con giudizio e con discrezione deve cercare la sua strada e la sua dimensione psicofisica proprio alleandosi con il padre. “Lo faccio notare a mia madre” significa che Lisbona dialoga con se stessa e prende coscienza di essere troppo vincolata alla madre e di aver bisogno della figura maschile del padre per accostarsi alle altre figure maschili del mondo. E’ solo questo il modo di superare i suoi pudori e le sue vergogne di adolescente che ha da esibire un corpo maturo al punto giusto. “Cerca di convincermi che è morto “ equivale a una concezione negativa della madre, la “parte negativa” del “fantasma materno”, la donna prevaricatrice immaginata dalla figlia quando pensava secondo il meccanismo della “scissione” o “splitting”. Lisbona, in effetti, è sempre la ragazzina che si difende per l’ultima volta dalla madre, meglio da se stessa, dicendosi che non è cosa buona e proficua far ristagnare la vitalità e che, allora, bisogna superare le ultime resistenze alla presa di coscienza e convincersi che il padre è la figura a cui appellarsi per uscire dalle carceri e per non lasciare mai più imputridire le buone energie.

ma mio padre fa un movimento visibilissimo e allora lo chiamo a gran voce “Papà! Papà! Svegliati!”.

Ecco la conferma del quadro nella sua psicodinamica. Lisbona resuscita il padre e lo fa diventare il perno della sua rinascita. Questo è il travaglio di Lisbona. E’ lei l’autrice e la protagonista del sogno, il padre serve per consentirle di esprimere il suo vissuto al riguardo: come lei si è vissuta, si vive e risolve la questione relazionale. Il padre è il “deus ex machina” della tragedia greca, serve per risolvere definitivamente la questione tra gli uomini e il conflitto con gli dei. Per rinascere, la figlia adolescente scopre il padre come colui che l’aiuta a distaccarsi dal grembo materno e a superare le oscurità femminili per prendere luce e manifestarsi al mondo. Gli “altri” adesso sono le nuove allucinazioni del desiderio che prendono forma e diventano chiarezze. Lisbona ha avuto bisogno del padre per relazionarsi con il corpo adulto e con la mente adolescente e in via di evoluzione e di recupero della lentezza di assimilazione delle novità. Tutta colpa e tutto merito dei “meccanismi e dei processi psichici di difesa” dall’angoscia, se i tempi psicologici sono tanto più lunghi di quelli fisiologici.

I simboli dicono che “movimento visibilissimo” significa ho capito, ho preso coscienza che senza mio padre non vado da nessuna parte e che lo devo scoprire e portare con me per avanzare nella vita con l’amore del mio corpo da offrire agli altri e con il giusto amor proprio. Questo progresso è possibile dopo aver commutato il narcisismo in donazione e dopo essere uscita dall’isolamento accettando i rischi che comporta il vivere in società. Ecco che il padre da limite si evolve in colui che dà la forza, l’energia, il coraggio. Un po’ di padre fa bene sempre alle figlie adolescenti dopo aver congedato il complesso di Edipo. Un po’ di padre condisce bene la minestra come il sale marino. E’ questa la maniera migliore di viverlo e di viversi per fare il salto dal nido familiare alla società con tutto il corpo e tutta la mente e con tutti gli annessi e connessi.

I simboli dicono che “Papà! Papà! Svegliati!” è la “proiezione” pari pari del suo monito: “Lisbona! Lisbona” Svegliati!”, prendi coscienza della situazione in cui ti trovi. Ci vuole un padre da recuperare abbandonando le difese inutili e il ristagno delle energie. Dopo la madre ci vuole la forza del padre per vivere in maniera degna e apprezzabile: “in nome del padre, dopo quello della madre e della figlia”. Il triangolo edipico si è magicamente aperto e Pitagora inorridisce seduto sulle sue ceneri al pensiero di non aver previsto le malefatte di Edipo. “Movimento visibilissimo” equivale alla consapevolezza che il “principio di realtà” dinamico è basato sul padre e che esige azione pragmatica e attiva, utile e dilettevole. “lo chiamo a gran voce” è la parola simbolo di vita, gli do la vita dentro di me e lo investo di energia “genitale”, gli voglio bene intanto e dopo mi disporrò a chi verrà.

Lui apre gli occhi e si alza, inconsapevole di essere stato creduto morto.”

Questa frase è l’allegoria del “meccanismo psichico di difesa” dall’angoscia della “proiezione”. Lisbona attribuisce al padre la presa di coscienza della sua inanimazione e della sua inconsapevolezza di essere sbagliata per quanto riguarda il corpo la mente e le relazioni, gli investimenti di “libido”, il passaggio dal narcisismo alla genitalità, dall’isolamento all’offerta e al dono di sé agli altri. Lisbona ha scoperto, grazie alla “introiezione” operata della figura paterna, di avere corso il rischio di restare evoluta a metà, di ristagnare nella “posizione fallico-narcisistica” e isolata dagli altri, ma adesso che “sa di sé”, si può alzare e andare in giro tra la gente a dispensare il meglio di sé come una buona befana nel senso letterale della parola: “epifania” si traduce “mi mostro”. L’augurio è che quello di Lisbona sia sempre un bel vedere. Lisbona è pronta a esibire le parti migliori di sé. “Alzati e cammina”, come Lazzaro, si addice alla nostra resuscitata protagonista del sogno. Il miracolo è stato possibile grazie al padre, anzi grazie al ricorso al padre. Quando la madre la bloccava e la costringeva nelle ristrettezze solipsistiche, Lisbona adolescente ha scoperto la funzione del padre, quella di aiutare ad aprire gli occhi sul mondo, di indurre ad agire con forza e sicurezza, di dare le regole e i limiti del gioco sociale, di interagire nelle tortuose dinamiche relazionali: funzione dell’istanza psichica “Super-Io”. Se la Madre rappresenta simbolicamente la casa e gli affetti familiari, l’istanza psichica pulsionale “Es”, il Padre rappresenta l’azione fuori dalla casa. L’allegoria ricorrente nella creatività infantile è la seguente: il buon padre è il cacciatore che ogni sera torna a casa e porta il cibo ai suoi figli.

Vediamo i simboli.

“Lui apre gli occhi” equivale a “Lisbona prende coscienza” perché gli occhi rappresentano simbolicamente la visione logica e razionale e l’apertura agli altri, gli occhi rafforzano l’operazione di consapevolezza razionale, il “sapere di sé”. “Si alza” si traduce in si desta dall’inanimato e inizia ad agire, a prendere forza. E’ un termine sessuale maschile che sottintende l’erezione del pene, il simbolo del potere e dell’investimento di “libido”, la fierezza e l’azione. “Inconsapevole di essere stato creduto morto” dice chiaramente che Lisbona adolescente non sapeva di sé e della vitalità che aveva e poteva esprimere. Il risveglio è avvenuto attraverso il padre e abbandonando la madre che l’addormentava e che rappresentava per lei la chiusura al mondo in cambio della protezione, il carcere familiare e l’impossibilità di volare.

Questo è quanto potevo dire e ripetere sul sogno di Lisbona. Ne è valsa decisamente la pena.

PSICODINAMICA

Il sogno di Lisbona svolge la psicodinamica della figlia che va dalla madre per la “identificazione” e passa dal padre per l’azione in superamento del “fantasma di inanimazione” adolescenziale che porta a vivere male il corpo e ad aver paura di essere guardata con malizia. Tutto il travaglio edipico sul padre e sulla madre viene vissuto in maniera psicologica e non sfacciata, senza grandi accuse e senza furbesche inquisizioni. La funzione educatrice dei genitori è inserita nell’evoluzione psicofisica di Lisbona e viene risolta concretamente nella pronta esibizione al mondo e agli uomini del proprio corpo vitale e ricco di tesori. Questo sogno non è la solita rappresentazione della “posizione edipica” o di qualche sua variante, ma mostra la parte utile del padre e della madre in versione estetica. Senza acrimonia e senza polemica il sogno raggiunge la sfera di bellezza che lo rende universale e ben accetto alla pubblica coscienza e opinione. Inoltre, il sogno di Lisbona attesta che le esagerazioni sessuali sulla universale “posizione edipica” sono da abbandonare totalmente a favore di un consistente recupero della dimensione affettiva ed educativa.

PUNTI CARDINE

L’interpretazione del sogno di Lisbona si incentra e poggia sulle seguenti interazioni simboliche: “erano bare di vetro trasparente e vedevo solo i miei piedi con scarpe scure ed avevo un vestito lungo bianco a balze.” e “c’era a fianco a me mia madre” e “non mi va proprio che il mio corpo possa essere visto!” e “lo chiamo a gran voce “Papà! Papà! Svegliati!”.”

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

Dei “simboli” si è ampiamente detto e ripetuto nel corso dell’interpretazione del sogno.

Il sogno di Lisbona richiama l’archetipo “Madre” in “bara” e “Padre” in “Lui apre gli occhi e si alza.

I “fantasmi” evocati da Lisbona in sogno riguardano la “madre” nella “parte negativa” della “inanimazione”.

E’ degnamente presente l’istanza “Es”, rappresentazione delle pulsioni, in “essere davanti alle bare mia, di mia madre e di mio padre.” e in “erano bare di vetro trasparente e vedevo solo i miei piedi con scarpe scure ed avevo un vestito lungo bianco a balze.” e in “lo chiamo a gran voce “Papà! Papà! Svegliati!”.

Altrettanto degna nella sua presenza è l’istanza “Io”, vigilanza e realtà” in “esprimo il mio disappunto” e in “non mi va proprio” e in “noto” e in “le faccio notare”.

L’istanza “Super-Io”, limite e censura, è manifesta in “Sotto è steso mio padre, ma non è dentro una bara.” e in “mio padre fa un movimento visibilissimo”.

Il sogno di Lisbona rielabora a piene mani la “posizione psichica edipica”: conflittualità con i genitori. “essere davanti alle bare mia, di mia madre e di mio padre.” e in “a fianco a me mia madre alla quale esprimo il mio disappunto” e in “lo faccio notare a mia madre la quale cerca di convincermi che è morto” e in ““Papà! Papà! Svegliati!”. La “posizione fallico-narcisistica” si manifesta in “vedevo solo i miei piedi con scarpe scure ed avevo un vestito lungo bianco a balze.” e in “non mi va proprio che il mio corpo possa essere visto!”

Il sogno di Lisbona si serve dei seguenti “meccanismi e processi psichici di difesa”:

la “condensazione” in “bara” e in “vetro trasparente” e in “piedi” e in “scarpe” e in “vestito” e in “sotto” e in “svegliati” e in “occhi”,

lo “spostamento” e la “proiezione” in “c’era a fianco a me mia madre alla quale esprimo il mio disappunto” e in “lo faccio notare a mia madre la quale cerca di convincermi che è morto;” e in “Lui apre gli occhi e si alza, inconsapevole di essere stato creduto morto.” e in “lo chiamo a gran voce “Papà! Papà! Svegliati!”.,

la “figurabilità” in “erano bare di vetro trasparente e vedevo solo i miei piedi con scarpe scure ed avevo un vestito lungo bianco a balze.”,

la “identificazione” in “A guardare questa scena c’era a fianco a me mia madre”,

la “sublimazione” in “nel ripiano alto della cappella”,

la “regressione” è presente nei termini necessari alla funzione onirica.

Il sogno di Lisbona evidenzia un tratto decisamente “edipico” intenzionato verso una “organizzazione psichica genitale” e in superamento evolutivo delle pulsioni difensive narcisistiche.

Le “figure retoriche” elaborate da Lisbona nel suo sogno sono le seguenti:

la “metafora” o relazione di somiglianza in “bara” e in “vetro trasparente” e in “vestito” e in “occhi”,

la “metonimia” o relazione di senso in “piedi” e in “scarpe” e in “sotto” e in “steso” e in “svegliati” e in “si alza”,

la “sineddoche” o parte per il tutto e viceversa in “vedevo solo i miei piedi con scarpe scure ed avevo un vestito lungo bianco a balze.”,

la “enfasi” o forza espressiva in ““Papà! Papà! Svegliati!”,

la “allegoria” o rappresentazione traslata della androginia psichica in “vedevo solo i miei piedi con scarpe scure” e dell’innocenza infantile in “un vestito lungo bianco a balze.” e della inanimazione psichica in “bare di vetro trasparente” e in “inconsapevole di essere stato creduto morto.”, della presa di coscienza in “Lui apre gli occhi e si alza”.

Il sogno di Lisbona è ricco di simboli e di interazioni simboliche o allegorie. Questa caratteristica rivela sensibilità estetica e culto per il bello.

La “diagnosi” dice che Lisbona ha vissuto un conflitto durante l’evoluzione psicofisica dall’infanzia all’adolescenza e, nello specifico, nella risoluzione della figura materna e nell’assimilazione delle modificazioni corporee. Si sottolinea la funzione maieutica del padre.

La “prognosi” impone a Lisbona di tenere sempre in considerazione questa tendenza alla dipendenza da figure femminili ritenute altolocate, ingiunge di approcciarsi alla figura maschile in maniera paritaria ritenendo superata la relazione “maieutica” con il padre.

Il “rischio psicopatologico” si attesta nella “regressione” difensiva con il ripristino della “posizione fallico-narcisistica” e nell’isolamento orgoglioso e superbo: “psiconevrosi ansioso-depressiva”. La folla e la gente sono il test di benessere psicofisico da propinarsi quotidianamente appena fuori casa e dopo il sonno e il sogno.

Il “grado di purezza onirico” è “buono”. Pur essendo formulato in maniera logica consequenziale, il sogno di Lisbona è ricco di simboli e di allegorie come si è rilevato in precedenza.

La causa scatenante del sogno, “resto diurno” del “resto notturno”, si attesta nel ricordo del viaggio a Lisbona, come ha ben precisato la stessa Lisbona.

La “qualità onirica” è decisamente “surreale”, a metà tra la parapsicologia e la vena “horror”. Fai un viaggio e tra i souvenir ti porti a casa le fotografie impresse nella mente e nel corpo, idee e sensazioni.

Il sogno di Lisbona presenta una lucidità e una compostezza che lo collocano come possibile dalla seconda fase del sonno REM.

Il “fattore allucinatorio” si attesta nell’esaltazione dei seguenti sensi:

la “vista” in “vedevo” e in “guardava questa scena” e in “noto” e in “lo faccio notare”,

l’ “udito” in “lo chiamo a gran voce: “Papà! Papà! Svegliati!”

Il “grado di attendibilità” dell’interpretazione del sogno di Lisbona è “buono” semplicemente perché l’abbondanza dei simboli si è integrata nell’interazione logicamente corretta. La traduzione si è connessa alla psicodinamica senza pieghe e forzature. Il “grado di fallacia” è “minimo”.

DOMANDE & RISPOSTE

L’interpretazione del sogni di Lisbona è stata sottoposta all’attenzione di una donna che ha voluto mantenere l’anonimato e che ha posto le seguenti domande.

Domanda

Come dev’essere una famiglia per fare bene ai figli?

Risposta

La famiglia è la cellula della società e deve essere “aperta” e “dinamica” come l’insieme sociale che andrà a costituire. Di conseguenza, la famiglia non deve essere monolitica e repressiva, statica e bloccata, deve incarnare il principio dell’evoluzione ed essere al passo con il progresso dei tempi storici e culturali. I figli sono la parte indifesa da tutelare e da sostenere nella loro irripetibile individualità psichica. Nell’ambito familiare i figli reagiscono agli stimoli interni ed esterni, formano i fantasmi, vivono le esperienze e organizzano i vissuti. L’infanzia è tutta da vivere all’interno di una famiglia rassicurante e aperta che fa scorrere linfa vitale, “libido”, e “insegna” nel senso latino di “indicare la direzione”.

Domanda

Da quali errori ci si deve guardare nell’educazione dei figli? Nella risposta sia meno complicato, altrimenti non capisco.

Risposta

Giusto! Mi dico sempre di essere semplice e che non mi trovo in un palloso congresso di strizzacervelli, ma in mezzo alla brava gente che popola il mercato rionale di Ortigia, il luogo dove ho trascorso la mia infanzia. Gli errori tremendi da evitare in assoluto da parte dei genitori e che ho rilevato spesso nella mia pratica clinica sono i seguenti:

il “possessivismo”, vivere i figli come un bene personale e non riconoscerli come individui e persone uniche e irripetibili a livello psichico,

la “colpevolizzazione”, indurre sensi di colpa in reazione a quello che fanno o che non fanno, ai loro pensieri e alle loro azioni,

la “manipolazione”, servirsi dei figli per ottenere un risultato e usarli a proprio uso e consumo,

la “prevaricazione”, impedire con la forza e la minaccia la libera espressione psicofisica del bambino,

la “dipendenza”, strutturare una serie di limiti, di paure e di colpe che costringono il figlio ad aver paura di espandersi e di agire liberamente.

Aggiungo che, non rendendo autonomo un figlio, gli si fa del male, tanto male perché lo si lascia bambino per il resto della sua vita.

Adesso ti elenco quello che i bambini non vogliono dai loro genitori:

le bugie, perché perdono la fiducia e non sanno a chi affidarsi,

l’abbandono, perché l’angoscia li opprime,

la lite tra genitori, perché non sanno quale parte prendere,

la derisione, perché si sentono quasi nulla,

le minacce dell’uomo nero o del barbazucon, perché non sanno difendersi,

l’esclusione, perché si sentono tremendamente soli,

la freddezza affettiva, perché amano le coccole prima dei dolciumi,

le punizioni, perché fanno male al cuoricino,

il silenzio della mamma, perché si sentono impazzire dalla risposta che non viene per una punizione di merda,

essere lanciati in alto ed essere ripresi al volo dal papà, perché non si divertono e ridono per l’angoscia che stanno incamerando e per il trauma che maturerà in fobia.

I bambini voglio mangiare a tavola con la famiglia al completo perché si sentono parte di un gruppo coalizzato e forte.

Potrei continuare, ho un quaderno pieno di queste torture, ma mi fermo.

Domanda

Mi fa un esempio del male maggiore?

Risposta

La “colpevolizzazione” è sottile e tremenda, oltre che dannosissima per l’economia psichica del bambino. Spesso le mamme usano la seguente espressione per punire l’eccessiva vivacità del figlio: “tu mi farai morire”. Non commento e non aggiungo altro perché mi si accappona la pelle al ricordo di tutte le volte che in psicoterapia ho affrontato questi drammi sotto la veste di pericolosi disturbi.

Domanda

Scusi se insisto, mi spieghi meglio?

Risposta

Il bambino si fa i suoi sensi di colpa sottili e incisivi, se poi si aggiunge la madre a confermare la sua capacità maligna di procurare la morte della persona che ama e da cui in certo modo dipende, il dramma è completo. Il bambino cresce e da adulto e alla prima occasione gli si scatena il “fantasma” di essere la causa della morte delle persone care. E se poi viene a mancare la madre, la tragedia è totale e si trascina per tutta la vita. La psiconevrosi fobico-ossessiva può tralignare in disturbi “borderline”, se va bene. E tutto questo per quattro parole improvvide che ti ripeto in dialetto veneto” “ti me farai morir”.

Domanda

E se dico scemo a mio figlio?

Risposta

E’ una violenza sottile che nel tempo paga e paga tanto caro.

Domanda

E se gli do una sberla?

Risposta

E’ una violenza bella e buona, da codice penale e con l’aggravante che è avvenuto da parte di un genitore.

Domanda

Lei sta esagerando.

Risposta

Non sto esagerando. I traumi apparentemente minori sono i peggiori. Bisogna calcolare la sensibilità del bambino di fronte ai messaggi dell’ambiente, quindi è meglio essere amorevoli e non cattivi, autorevoli e non autoritari, realisti e non carnefici. Quelli della mia generazione ricordano molto bene la cinghia di cuoio del papà dopo le accuse della nonna o dopo un’innocente e creativa “infantil cazzata”. Quelle cinghiate sono stimmate, veri segni sulla carne che restano nella psiche a vita. E i maestri? Dove li mettiamo i maestri che con la bacchetta di bambù ti colpivano le nocche ed erano tutelati dai genitori e dalla legge? Io avrei gradito un padre cazzuto piuttosto che un padre ligio e prono al dovere e al riconoscimento dell’autorità più bieca che va contro il suo sangue. E i preti, quelli con le tonache nere svolazzanti, dove li mettiamo? E le suore, le vergini che si chiamavano madri senza aver avuto un figlio, dove le mettiamo? Facevano meno paura i comunisti, quelli che secondo i democristiani mangiavano i bambini. Quante storie! Potrei scrivere un romanzo alla Camilleri o una breve enciclopedia delle stronzate di merda, ma mi fermo per non incazzarmi. Non fa bene al cuore e alle arterie.

Domanda

La punizione non ci vuole allora, ma come si fa a educarli questi figli? Non possono fare quello che vogliono, bisogna metterci un limite.

Risposta

La spiegazione e il dialogo sono più importanti di qualsiasi punizione. E l’ironia e il paradosso non guastano mai in queste circostanze. Il genitore creativo che non fa quello che il bambino si aspetta è un poeta e merita il premio Nobel per la Felicità.

Domanda

Ma come avviene la formazione del carattere nel bambino? C’entra l’eredita in qualche modo?

Risposta

Il neonato non eredita niente a livello psichico, è una “tabula rasa” che si dispone a vivere, a registrare e a organizzare le varie esperienze, quelle che provengono dal suo interno e quelle che provengono dal suo esterno. Mentre a livello biologico il neonato ha ereditato un corredo genetico dai genitori, a livello psicologico si viene a trovare in un corpo e in una famiglia da vivere e da interpretare in prima persona e nel tempo successivo con l’ausilio dei genitori. La formazione psichica avviene progressivamente per libero vissuto del bambino e per insegnamento del padre e della madre e delle figure socialmente preposte, nonché per incidenza educativa di quella che chiamiamo, genericamente ma significativamente, “la Vita”. Questo processo evolutivo consente e giustifica l’irripetibilità psichica anche dei gemelli monozigotici, quelli simili nelle fattezze ma non nel cosiddetto carattere, meglio nella “organizzazione psichica reattiva”. La formazione viene prima dell’educazione. Quest’ultima deriva dal latino “ex ducere”, “tirare fuori da”, e presuppone la formazione psichica. Il bambino, parzialmente formato, è sollecitato dai genitori e dagli educatori a manifestare le sue tendenze e le sue inclinazioni. Questo è il vero significato di educazione e l’autentico processo dell’educare. Mi fermo, altrimenti non andiamo all’infinito e non finiamo più questo articolo. Mi scuso con te e con i marinai per le poderose sintesi. Sicuramente servono a stimolare ulteriori approfondimenti.

Domanda

Quando mi devo preoccupare per la salute psicologica dei miei figli piccoli?

Risposta

Ti devi preoccupare e devi correre ai ripari quando il bambino accusa dei disturbi psicosomatici, perché vuol dire che le tensioni nervose superano il livello di guardia, “omeostasi”, e allora il sistema psicofisico si mette in azione per smaltire l’eccesso che non riesce a risolvere per vie naturali. Questo è l’indiscutibile segnale che il bambino sta soffrendo. E allora ha bisogno di essere curato dallo psicologo.

Domanda

Quali sono questi disturbi?

Risposta

Preoccupati se tuo figlio di tre anni fa la pipì di notte senza svegliarsi, “enuresi”, se balbetta, se non mangia adeguatamente, se vomita, se non respira bene, asma psicogena, se strizza gli occhi o manifesta altre forme di “tic” nevosi, se dice di avere mal di testa, se è stitico o diarroico e se ha altre forme di somatizzazioni d’angoscia. Accertato che il bambino è sano a livello organico tramite il pediatra, è certo che sta scaricando l’angoscia tramite le funzioni corporee. E questi apparati non vengono scelti a caso, ma secondo un significato simbolico elaborato e acquisito delle varie funzioni. Il bambino ha intuito che la bocca e lo stomaco sono gli organi degli affetti, il respiro riguarda la figura materna e il continuare a vivere, la cacca la sua aggressività e così via. Il bambino costruisce simboli personali in base ai suoi vissuti formativi e usa simboli collettivi in base all’educazione.

Domanda

Non sapevo queste cose. Grazie per avermele dette. Comunque, devo dire che il sogno di Eleonora mi ricorda la favola de “La bella addormentata nel bosco”. Eleonora aspetta il padre che la sveglia dal sonno in cui era piombata. Il padre è come il principe azzurro per le giovani donne, è una figura importante per la loro vita sentimentale e sessuale. Anche per me lo è stato. Da bambina lo temevo e dopo l’ho riscoperto e mi ha aiutato tanto a diventare donna. Ero orgogliosa di uscire con lui a spasso anche perché per me era tanto bello e maschio. Mi sto convincendo che quando lei parla di Edipo non va molto lontano da quello che io ricordo di aver vissuto nei confronti di mio padre e di mia madre. Mi meraviglio che non faccio fatica ad ammetterlo. Anzi mi piace sapere che i miei genitori erano tanto importanti per me.

Risposta

Proprio vero. Come non condividerti.

Domanda

Il rapporto con il padre ha poco di sessuale da quello che ho letto.

Risposta

Il “pansessualismo” freudiano è da superare se non è già superato. La “posizione edipica” è tanto di più e abbraccia molte manifestazioni della scena psichica dei figli. In passato si è tanto esagerato con la riduzione della Psicoanalisi alla teoria della sessualità. La “libido” è energia che consente l’evoluzione e non il motore esclusivo o il trapezio delle nostre acrobazie sessuali.

Domanda

Mi sembra di aver capito che le donne anziane e alcune madri sono cattive e si ripagano con le figlie e con le nipoti.

Risposta

La senilità accresce la cattiveria e quest’ultima è segno di vecchiaia e di angoscia di morte. Di fronte alle giovani donne alcune madri e alcune nonne vivono il sentimento dell’invidia della gioventù e della fertilità. Non basta, perché tendono a proporre la ripetizione degli errori che non hanno saputo correggere in loro stesse ed evitare nel loro comportamento. Le donne vecchie tendono a perpetuare lo status sociale e culturale della donna. All’uopo istillano una forma di rassegnazione nelle figlie e nelle nipoti. Se una donna è stata vittima del proprio uomo, dirà alla figlia di sopportare e di ripetere la sua storia di sottomissione con la famosa frase “gli uomini sono fatti così, ti tocca stare buona e portare pazienza”. Teoria della Nutella e della sua immutabilità: “la nonna la dava alla mamma e la mamma la dà alla figlia e la figlia la darà alla figlia e cosi via “in secula seculorum, amen”. Sarà anche per questo motivo che le maestranze della “Ferrero” continuano a usare l’olio di palma nella preparazione del gustoso impasto di cacao e nocciole.

Domanda

Concludo io senza alcuna presunzione. Allora, posso dire che padri freddi, indifferenti e assenti sono dannosi per i figli. I genitori sono importanti per la loro corretta crescita fisica e psichica e per le future storie d’amore e di sesso. L’adolescenza è un periodo di turbamento, ma serve per diventare forti e superare le difficoltà della vita.

Ok!

Voglio anche scegliere la canzone: “La vita” cantata dai giovani siciliani del Volo o da Shirley Bassey. Veda lei, ma faccia come ho detto io. Scelgo questa canzone per dire alle adolescenti che davanti a loro si prepara una vita bella e che non abbiano paura di goderla.

Risposta

Obbedisco meglio di Garibaldi e allego entrambe le canzoni per non far torto a nessuno. Preciso che il Volo ha al suo interno due siciliani e un abruzzese.

Alla prossima.

TRA VEGLIA E SONNO

 

Caro dottor Vallone,
le scrivo quello che mi è successo tra veglia e sonno. Sicura che mi risponderà, la saluto cordialmente.
Vanessa

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“E’ mattina e sto dormendo profondamente.
A un tratto mi sveglio, sono cosciente, ma il mio corpo non reagisce.
Non riesco ad aprire gli occhi, li apro a fatica, molto a fatica.
Vedo la stanza attraverso una fessura orizzontale, ma mi sforzo di aprire gli occhi perché sento che c’è qualcuno dentro la stanza e voglio capire di chi si tratta.
Sono consapevole del fatto che il mio compagno è uscito per andare al lavoro e che sono rimasta da sola in camera.
Mi prende una sorta di paura perché penso che qualcuno mi abbia narcotizzata e stia girando per la casa a suo piacimento e che forse si stratta di un malintenzionato.
Sono in posizione supina sul letto e mi sento inchiodata al materasso senza potermi muovere.
Il corpo è completamente immobile e non risponde a nessun comando.
A un tratto percepisco la presenza di qualcuno seduto sul letto alla mia sinistra che mi prende il braccio sinistro e me lo stringe con fermezza.
Con la sua presa quasi mi sorregge anche se sono distesa.
In quel momento insisto per aprire gli occhi e poterlo vedere. Impossibile, gli occhi non me lo permettono.
La mia sensazione è che quella stretta al braccio sia stata fatta da un uomo anche se non lo vedo.
Con quel gesto sento la paura attenuarsi, mi tranquillizzo e mi sembra che con quel gesto l’uomo voglia dirmi “ti sorreggo, sono qui con te, accetta il mio aiuto e non avere paura”.
Ho pensato che possa essere mio padre morto trentanni fa. Mi sono tranquillizzata e addormentata. Me ne sono fregata di avere il corpo come morto.
Non so quanto tempo è passato, ma mi risveglio di nuovo allo stesso modo.
Sono cosciente che non sto sognando e sono incapace ancora di muovermi. Stavolta non ho nessuna paura. Seduta sul letto alla mia destra vedo la figura di una donna giovane con i capelli scuri che mi guarda e mi parla.
Non riesco a capire chi sia perché è troppo buia la stanza. Questa donna mi parla e io non memorizzo nulla di quello che mi dice.
Improvvisamente mi sono riaddormentata.
Quella mattina mi sono svegliata molto serena. Da molto tempo non mi sentivo così e per tutta la giornata mi ha accompagnato la sensazione fisica di quella stretta al braccio.”

DECODIFICAZIONE – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Prima di cadere nel sonno viviamo uno stato psicofisico di piacevole torpore contraddistinto dal progressivo rilassamento del corpo e dalla libera emersione dei pensieri. Tra veglia e sonno c’è la dimensione ipnotica: tutto secondo Natura. Ypnos era un dio greco e si traduce “sonno”, era maritato, guarda caso, con la Notte. I Sogni” erano i loro tre figli, si chiamavano Fantaso, Fobetore e Morfeo e uscivano ogni notte da una porta di corno se portavano agli uomini delle “verità” o da una porta d’avorio se erano forieri di “illusioni”.
Lo stato ipnotico, quindi, è un “pre-sonno”, uno stato di “trance” che dispone al sonno attraverso la progressiva “catatonia”, caduta del tono muscolare, e la involontaria associazione di pensieri, di fantasie, di immagini. Ogni persona può partire con un tema prediletto o temuto che di poi viene naturalmente investito da una serie di libere associazioni fino al passaggio nel sonno.
A questo punto è opportuna una finestra sul sonno, il greco Ypnos.
La ricerca scientifica approda nella metà degli anni cinquanta alla scoperta dei diversi stati fisiologici che si alternano durante il sonno: il “sonno REM”, contraddistinto da rapidi movimenti dei bulbi oculari e da onde elettriche frequenti di piccola ampiezza, il “sonno nonREM”, caratterizzato da un aumento di ampiezza e da un rallentamento delle onde elettriche con assenza di movimenti oculari.
Durante la notte si passa per circa quattro volte attraverso gli stadi di “sonno nonREM” e di sonno “REM”; essi costituiscono un ciclo che si ripete per tutta la notte ogni novanta minuti.
Questi cicli non sono perfettamente simmetrici: gli stati più profondi di sonno “nonREM” generalmente vengono ridotti o saltati nell’ultima parte della notte, quando i periodi di sonno “REM” diventano più lunghi e prevalenti.
Questa può essere la ragione per cui di solito al risveglio si ricordano i sogni dell’ultima parte della notte, del mattino per la precisione.
Durante il “sonno REM”, nonostante vi sia una sorprendente assenza di tono muscolare, c’è un’intensa attività fisiologica che contrasta con la quiescenza catatonica del “sonno nonREM”.
La respirazione, il ritmo cardiaco e la pressione sanguigna sono elevati e irregolari; il consumo d’ossigeno, la temperatura e il flusso sanguigno cerebrale aumentano e si ha l’erezione del pene o la contrazione vaginale indipendentemente dal contenuto del sogno.
Mentre in passato il sonno era considerato un processo essenzialmente passivo a causa della ridotta stimolazione della corteccia cerebrale da parte del sistema reticolare ascendente, la Neurobiologia ha scoperto che esso è ciclico e attivo.
Si ritiene, inoltre, che lo stato desincronizzato venga periodicamente attivato da un orologio neurobiologico collocato nel tronco cerebrale pontino.
Inizialmente la scoperta del “sonno REM” e l’associazione con il “lavoro onirico” sembrarono confermare le teorie di Freud per la paralisi muscolare e l’attivazione istintuale segnalata dall’erezione del pene e dalla contrazione della vagina; il “sonno nonREM” fu assimilato a un vuoto mentale.
Ma successivamente si è scoperta l’esistenza di “sogni REM” e di “sogni nonREM”. Questi ultimi non presentavano differenze qualitative con i primi; l’attività onirica o mentale si presentava in ogni stadio del sonno e in maggiore abbondanza rispetto alle precedenti convinzioni.
Pur tuttavia, si è rilevato che i “sogni REM” sono più eccitanti e meno logici rispetto ai “sogni nonREM”.
Questa è la sintesi scientifica sul sonno. Adesso focalizzo una sintesi altrettanto scientifica sull’ipnosi.
E’ un tipo di sonno, una condizione temporanea e reversibile di attenzione alterata, in cui si possono avere fenomeni spontanei come alterazioni della coscienza e della memoria, una accresciuta suggestionabilità, anestesie, paralisi, rigidità muscolari e alterazioni vasomotorie. Una definizione esaustiva valuta l’ipnosi uno stato di “trance”, uno stato oniroide di elevata suggestionabilità, un’alterazione qualitativa del normale stato di coscienza. L’alterazione psichica produce e spiega le modificazioni chimico-fisiche e le variazioni delle conduzioni sinaptiche. L’ipnosi è, quindi, una inibizione corticale localizzata e limitata ad alcune aree, mentre il sonno è una inibizione corticale generalizzata.
L’induzione artificiale di sonno ipnotico da parte di uno psicologo attraverso una tecnica adeguata e a-traumatica, ipnositerapia, produce fenomeni, sia spontanei e sia in risposta a stimoli e comandi, al fine di indagare, di rimuovere, di correggere, di evocare materiale e vissuti psichici, usufruendo dell’abbassata soglia di vigilanza della coscienza che rende accessibili all’analisi i contenuti delle zone psichiche più profonde e che sono state trattate dal meccanismo psichico di difesa della “rimozione”.
Aggiungo una nota personale.
Correva l’anno 1976 e si studiava l’ipnositerapia in quel di Milano e nel benemerito Istituto di indagini psicologiche. I giovani psicologi erano particolarmente attratti dagli effetti magici, più che scientifici, della tecnica ipnotica. Il professore insegnava come fare e cosa non fare, i pregi e i difetti, le virtù e i vizi della dimensione ipnotica indotta nei pazienti al fine di risolvere un disturbo psicosomatico con grande successo e riconoscimento ufficiale. Il potere che il paziente concedeva allo psicologo nell’induzione ipnotica era gratificante. Due settori erano particolarmente delicati nell’ipnositerapia: la “regressione d’età” e la “catalessi”. Il docente era moderato e insisteva nel dire che questa tecnica andava usata soltanto per fini psicoterapeutici e non per fini teatrali. In effetti, durante una seduta ipnotica succedevano cose strane: la levitazione del braccio su suggestione, la regressione all’infanzia, l’irrigidimento dei muscoli del corpo, la caduta delle tensioni, il comando post-ipnotico e altra fenomenologia lasciata al piacere e al sadismo dell’operatore. Questo è il ricordo personale.
Vanessa mi scrive e mi presenta un quadro psicofisico complesso, a metà tra ipnosi e sonno, tra coscienza e incoscienza, tra vigilanza e sogno. Il dato impressionante è la “catatonia” e la “catalessi”, la caduta del tono muscolare e l’incapacità a reagire dovuta all’irrigidimento dei muscoli del corpo e all’inibizione nervosa. Il tutto è accaduto per involontaria e inconsapevole autoipnosi e in seguito a forti emozioni. Vanessa nel passato più recente è stata colpita da episodi ed eventi che l’hanno sconquassata e hanno ridestato traumi pregressi adeguatamente rimossi o sistemati dagli altri meccanismi e processi psichici di difesa dall’angoscia. Si giustifica e si spiega in questo modo le forti tensioni che hanno determinato lo stato ipnotico e i sintomi accusati: allucinazioni, catatonia e catalessi. Per quanto riguarda il sogno inesistente, si potranno interpretare le fantasie o il “sogno a occhi non aperti” e in stato di trance ipnotica.
Non resta che seguire passo per passo questo ibrido prodotto psichico, perché, soltanto procedendo con cautela, ne vedremo e gusteremo delle belle, a conferma che la Psiche non ti fa decisamente annoiare con le sue birichinate.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“E’ mattina e sto dormendo profondamente.”

Vanessa inizia il suo racconto con questa nota che merita un rilievo: al mattino non si dorme mai “profondamente” perché il sonno è leggero e si è quasi svegli. Come si diceva nelle Considerazioni, il sonno “nonREM”, quello profondo e catatonico, si è esaurito e siamo quasi svegli, per cui la memoria di un eventuale sogno è possibile e spedita. La fase “REM” del sonno è paradossale proprio perché si dorme per riposarsi e, invece, si è agitati. In questa fase è più che mai possibile la memoria del sogno. Questo esordio di Vanessa risponde alla ricostruzione che il suo “Io” ha fatto da sveglia per comporre il ricordo della trama. Pur tuttavia, se Vanessa è andata a dormire all’alba o ha passato tutta la notte insonne, la sua nota iniziale è veritiera.

“A un tratto mi sveglio, sono cosciente, ma il mio corpo non reagisce.”

Vanessa è in vigilanza, in “catatonia” e in “catalessi”. Vanessa è in “paralisi isterica”, uno stato psicofisico che si può indurre in “ipnosi”. Vanessa non si è svegliata del tutto ed è rimasta ferma allo stato ipnotico. Vanessa si è autoindotta senza sapere né leggere e né scrivere, a testimonianza che si tratta di relazioni naturali tra il corpo e la mente, tra il soma e la psiche, anche se non comuni e di normale amministrazione. Vanessa sa di sé e sa chi è, ma non riesce a muoversi. Questo stato è particolarmente ansiogeno e doloroso, è angosciante perché non sa cosa le sta succedendo e non può chiamare aiuto. Sta vivendo uno stato d’impotenza e di blocco psicofisico. Le funzioni del “sistema nervoso centrale”, la coscienza e la vigilanza, sono a mezzo servizio, mentre le funzioni del “sistema neurovegetativo o autonomo”, garanzia della vita, sono dominanti, così come avviene nel sonno. A livello psichico si ridesta in questo stato di inerzia involontaria un “fantasma di inanimazione”. Sei vivo, ma somigli a un morto, sei senza energie e pensi di trovarti nell’anticamera della fine. Di certo e di sicuro Vanessa è in “paralisi isterica”, uno stato psicofisico che da svegli si può vivere naturalmente quando il meccanismo di difesa della “conversione isterica”, per l’appunto, converte in sintomi le tensioni “rimosse” a suo tempo nelle profondità psichiche e collegate a un trauma o a un conflitto ben precisi e di un certo spessore. Queste tensioni congelate sono evocate da una causa scatenante occasionale e per la legge della “omeostasi” si sono scaricate incarnandosi o somatizzandosi in un sintomo altamente pesante e impressionante, angosciante, un sintomo che inibisce le funzioni motorie e la reattività nervosa. La legge della “omeostasi” esige di mantenere le cariche nervose in equilibrio e sotto una soglia di guardia, pena la morte per ictus o per collasso cardio-respiratorio. La “paralisi isterica” si può indurre con una seduta ipnotica indirizzata tramite le opportune suggestioni a provocarla e a costruirla. Ricordo che Vanessa non sta sognando, sta ricordando quello che ha vissuto da sveglia o meglio con la consapevolezza di essere sveglia. Vi offro la migliore definizione clinica della “conversione isterica” soltanto per allargare le conoscenze. E’ l’abreazione o la scarica purificatrice del conflitto psichico profondo e consiste in una innervazione somatica di un contenuto psichico rimosso che sceglie un organo o un apparato secondo la logica simbolica e metaforica per scaricare le cariche nervose a suo tempo inibite, congelate e legate al conflitto e la trauma.
Tornando al prodotto psichico di Vanessa si può tranquillamente dire che cominciamo proprio bene, per cui non resta che proseguire nella speranza che il quadro clinico si attenui.

“Non riesco ad aprire gli occhi, li apro a fatica, molto a fatica.”

Come non detto, ma tutto è nei limiti delle conoscenze scientifiche, come ho ampiamente spiegato in precedenza. La psicofisiologia e la psicodinamica si capiscono e si spiegano, ma bisogna stare attenti che non si superino certi livelli di tensione. Anche “l’aprire gli occhi a fatica, molto a fatica” è possibile perché lo stimolo catatonico si è attenuato e si è stabilizzato in una forma media sempre gestita dalla funzione “Io” e da nessuna forza metafisica o parapsichica. Meglio: si è attenuata la soglia ipnotica e le inibizioni della vista si sono ridotte. Fino a questo punto non c’è niente di simbolico nella narrazione di Vanessa: tutto è reale e di una realtà psicofisica. Vanessa è in stato ipnotico inconsapevolmente autoindotto. Ma come avviene questa operazione? Della “conversione isterica” è stato detto. Aggiungiamo che l’autoinduzione ipnotica è stata resa possibile dal fatto che Vanessa è particolarmente nervosa nella sua vita corrente e questa eccitazione si riversa nel sonno e nello stato ipnotico, una forma di mezzo sonno e mezza veglia dove prevale la caduta del tono muscolare, “catatonia” e la “catalessi” proprio per l’alta intensità delle tensioni. Resta adesso da capire cosa si sta muovendo e preparando a livello onirico.
Quale sogno e quali simboli arriveranno sulla scena?

“Vedo la stanza attraverso una fessura orizzontale, ma mi sforzo di aprire gli occhi perché sento che c’è qualcuno dentro la stanza e voglio capire di chi si tratta.”

E’ un “sogno a occhi quasi aperti” o è un’agonia psicofisica?
La “suspence” domina in un quadro clinico particolarmente delicato: una donna cosciente in “catatonia” e in “catalessi” che adesso si sente in pericolo. Vanessa si deve guardare anche da un un “qualcuno” estraneo che non vive come un possibile aiuto per uscire da questo stato critico, ma come un possibile malintenzionato che vuole farle del male. Vanessa versa sempre in una situazione psicosomatica ibrida, una mezza vigilanza dell’Io e una mezza inanimazione del corpo. Vanessa è sveglia e non sta sognando, ma sta elaborando simboli particolari come l’anonima figura maschile “dentro la stanza”. Sappiamo il meccanismo di questo stato psicosomatico, di questa “conversione isterica” che l’ha bloccata a letto, sappiamo dell’afflusso improvviso delle tensioni nervose di un trauma rimosso e relegato nelle sfere psichiche profonde e non certo inconsce. Procediamo nella “suspence” di scene per niente “horror” ma del tutto naturali.

“Sono consapevole del fatto che il mio compagno è uscito per andare al lavoro e che sono rimasta da sola in camera.”

Vanessa si rassicura con questa comunicazione di servizio, sa di essere rimasta “sola in camera” e che sta vivendo qualcosa di anomalo nel corpo. Adesso la presenza di un estraneo colpisce l’attenzione e induce una certa apprensione. Non resta che seguire la narrazione.

“Mi prende una sorta di paura perché penso che qualcuno mi abbia narcotizzata e stia girando per la casa a suo piacimento e che forse si stratta di un malintenzionato.”

La definizione “narcotizzata” è particolarmente azzeccata proprio perché indica l’effetto di una anestesia che impedisce di difendersi da un pericolo. Resta insoluto il perché Vanessa elabori una possibile violenza al posto di un aiuto a riprendersi da questo torpore e da questa semi-paralisi. La “posizione psichica anale” con la “libido sadomasochistica” si coglie chiaramente in questo pessimismo di Vanessa e in questa scelta di farsi ancora del male. E’ anche vero che quello che Vanessa sta vivendo non si può bloccare in un positivo “e vissero tutti felici e contenti”. Vanessa fa bene a scaricare le sue tensioni producendo le sue immagini, almeno fino a quando riesce a gestire le tensioni e fino a quando non scatta quella forza che supera l’energia del trauma emerso e la sveglia del tutto. Siamo in un quadro d’impotenza a reagire e in una psicodinamica di caduta delle energie buone, quelle della vigilanza. Siamo davanti all’azione devastante del “fantasma d’inanimazione, una variante del “fantasma di morte”. Ci si chiede ancora: ma quel qualcuno che gira per la casa è dentro o fuori di Vanessa, è la “proiezione” di un suo vissuto o è effettivamente un estraneo?

“Sono in posizione supina sul letto e mi sento inchiodata al materasso senza potermi muovere.”

Non resta che commentare la situazione che Vanessa sta vivendo, dal momento che è mentalmente vigile ma bloccata nelle energie. La “catatonia” si evidenzia ulteriormente nel sentirsi “inchiodata al materasso”, così come la vulnerabilità si manifesta nella “posizione supina sul letto” degli equivoci. La sensazione di peso del corpo è percepita come un blocco all’azione e un impedimento alla difesa dalle minacce esterne. Ricordo che negli esercizi del “training autogeno” e nelle sedute ipnotiche esistono queste suggestioni di peso e queste induzioni di passività del corpo che vive al minimo delle energie vitali.

“Il corpo è completamente immobile e non risponde a nessun comando.”

Come si diceva, si tratta di un’autoinduzione involontaria di passività e di inanimazione. Vanessa è completamente abbandonata al minimo consentito del moto vitale. Vanessa è in piena “catatonia” e resta attiva la consapevolezza dell’Io. Vanessa è in piena “paralisi isterica” e si sta difendendo dall’angoscia con il “meccanismo psichico” della “conversione isterica”. Vanessa sta istruendo da sola quel processo e quei sintomi che si possono indurre con una serie di suggestioni ipnotiche. Il perché di tutto questo si spiega sempre con il riemergere in sonno e in sogno delle tensioni collegate a un trauma pregresso e a un conflitto rimosso.

“A un tratto percepisco la presenza di qualcuno seduto sul letto alla mia sinistra che mi prende il braccio sinistro e me lo stringe con fermezza.”

Vanessa è sveglia ma paralizzata, cosciente ma immobilizzata dalla caduta delle energie, “catatonia”, dall’irrigidimento dei muscoli, “catalessi”. Vanessa non vede, ma percepisce la presenza di un “qualcuno” che assume un atteggiamento di sostegno e di induzione al risveglio e al recupero del comando e della distribuzione delle sue energie.
E’ autosuggestione o è realtà esterna?
E’ Vanessa che si è caricata al punto di sentire quello che fuori non c’è o è il compagno che è ritornato a casa e la vuole svegliare?
Chi vivrà vedrà.
In ogni caso l’esperienza in atto di Vanessa è una realtà psicofisica abbastanza forte che si sta indirizzando verso il paranormale e il parapsichico. Il fatto che questo “qualcuno” si porga dalla “sinistra” si può interpretare come una “regressione” al passato e all’oscurità della coscienza, un ritorno al “già visto” e una rivisitazione del “già vissuto”. Il quadro simbolico è rafforzato dal fatto che “il braccio” di Vanessa è quello “sinistro”, le relazioni del passato, la finestra sul retro, la coscienza obnubilata. La “fermezza” della stretta è direttamente proporzionale al forte bisogno di essere sostenuta e approvata, un’esigenza universale a qualsiasi età e in qualsiasi stagione della vita. Ancora: trovandosi Vanessa in stato ipnotico, la sensazione percepita e fatta propria dispone per una autosuggestione in linea con l’andamento della trama e con la meccanica psicologica istruita, piuttosto che per una presenza effettiva del compagno o per una entità metafisica accorsa in sostegno della nostra eroina. Nulla toglie, pur tuttavia, a far quadrare il cerchio come si gradisce. Proseguire diventa interessante oltre che ansiogeno.

“Con la sua presa quasi mi sorregge anche se sono distesa.”

Come dicevo in precedenza, Vanessa vive in maniera protettiva questa figura maschile forte e affidabile. Si profilano i bisogni psichici e il tipo d’uomo prediletto da Vanessa. La “sua presa” e il “mi sorregge” sono tutto un programma psicologico ed esistenziale in linea con le umane debolezze e precarietà. Questa figura maschile può essere il padre o il compagno, in ogni caso l’uomo degno di lei. Essere “distesa” attesta l’apertura all’altro e la disposizione al sollievo, un fiducioso affidamento.

“In quel momento insisto per aprire gli occhi e poterlo vedere. Impossibile, gli occhi non me lo permettono.”

Lo stimolo e la rassicurazione inducono Vanessa a prendere atto di quello che sta succedendo, ma l’operazione della consapevolezza è impossibile. Vanessa è sveglia ed è in uno stato psichico di ambiguità. Da un lato vuole vivere la “trance” ipnotica e il rilassamento collegato nonché la presenza gradevole dell’uomo che le sta accanto, dall’altro lato vuole verificare la concretezza di questa stranissima e inquietante esperienza. Degno di nota è il desiderio inibito di poter guardare l’uomo. Il conflitto psichico si attesta sulla volontà di guardare la realtà e la resistenza a non vivere in pieno la consapevolezza. Simbolicamente “aprire gli occhi” si traduce in prendere atto di ciò che succede ed esaminarlo con gli strumenti della ragione. Quest’ultima è in una tormentata dialettica con l’emozione e non la spunta in alcun modo, almeno fino a questo momento.

“La mia sensazione è che quella stretta al braccio sia stata fatta da un uomo anche se non lo vedo.”

Come si diceva in precedenza, Vanessa è affascinata da questa figura maschile, è sveglia e in “trance” ipnotica, è in “conversione isterica” delle tensioni congelate ed emerse e collegate a un trauma, è in uno stato di fascinoso torpore fisico, è in attesa che la sceneggiata si compia e si definisca in maniera gratificante. Questi sono alcuni motivi del mancato e totale risveglio. La sensazione di Vanessa equivale pari pari al suo desiderio e al suo bisogno affettivo di un uomo che non si profila al suo sguardo impedito. Può solo sentirlo nel gesto impetuoso di una presenza solida. “Non lo vedo” equivale ancora alla “resistenza” a prendere coscienza delle figure maschili conosciute nella sua vita e della loro incidenza nella sua formazione psichica.
Riepilogando: il prodotto psichico di Vanessa viene analizzato nel versante clinico, psichico e simbolico: un sogno elaborato da sveglia.

“Con quel gesto sento la paura attenuarsi, mi tranquillizzo e mi sembra che con quel gesto l’uomo voglia dirmi “ti sorreggo, sono qui con te, accetta il mio aiuto e non avere paura”.

Tutto si precisa in questa contingenza che Vanessa vive sempre più in maniera tranquilla come se fosse una “fantasticheria” prima del sonno e in uno stato ipnotico e dove si stanno realizzando la “catatonia” e la “catalessi”, la caduta del tono muscolare e l’irrigidimento dei muscoli del corpo, mentre la mente è vigile e in contatto con la realtà esterna. Questi fenomeni psicofisici sono effettivamente riproducibili in ipnosi sin dai tempi del tedesco Mesmer, a cavallo tra il Settecento e l’Ottocento, e alla fine dell’Ottocento presso la Salpetriere dal francese Charcot. Con lui Freud iniziò la sua formazione psicologica a Parigi e con lo studio dell’ipnosi. In quella sede ebbe modo di vedere e di capire i fenomeni psicofisici prodotti dall’induzione ipnotica. Comunque, tornando a Vanessa, è fuor di dubbio che ha descritto il tipo d’uomo che desidera e il corredo delle doti: aiuto e sostegno, presenza e vicinanza, rassicurazione e rafforzamento.
Si tratta di un uomo ideale o dell’ideale di uomo?
Si tratta del vissuto di un uomo reale, come si constata nel prosieguo del racconto.

“Ho pensato che possa essere mio padre morto trentanni fa. Mi sono tranquillizzata e addormentata. Me ne sono fregata di avere il corpo come morto.”

Il quadro psicofisico si definisce sempre più e in modo prospero. Vanessa accetta “il corpo come morto” e si addormenta con il pensiero di essere accudita dalla presenza del “padre morto trent’anni fa”. Il bisogno di protezione è forte e vivo. Resta il problema del “corpo come morto”, del “fantasma di inanimazione”, una variante del “fantasma di morte”. Resta aperta la questione della “conversione isterica” che clinicamente si manifesta nel teatro corporeo. “Me ne sono fregata” equivale all’uso del “meccanismo di difesa dello “annullamento” ossia della separazione della rappresentazione mentale della situazione in cui si trova dalle emozioni, della conversione dell’angoscia in qualcosa di sopportabile e di accettabile, del meccanismo della “rimozione”, non ci penso e lo dimentico. E’ il classico quadro di un’angoscia infantile di abbandono. Eppure Vanessa è adulta e abbastanza matura per gestire la sua persona e la sua vita. Questa fantasticheria in autoipnosi resta sempre più inquietante e complicata, ma se Vanessa la porta avanti vuol dire che può gestirne l’angoscia.

“Non so quanto tempo è passato, ma mi risveglio di nuovo allo stesso modo.”

Vanessa pensa di essersi addormentata e di risvegliarsi nelle condizioni psicofisiche che ben ricorda per la loro forza suggestiva: “catatonia” e “catalessi”. Questa scena non cambia perché è di grande interesse psichico e fisico per la nostra protagonista. Sembra paradossale, ma Vanessa si crogiola in un eccitante psicodramma dai tanti risvolti psicosomatici per svolgere la psicodinamica di un corpo istericamente bloccato e per attingere all’inesauribile sorgente della magia e del mistero, del paranormale e del parapsicologico: il padre morto che la sorregge.

“Sono cosciente che non sto sognando e sono incapace ancora di muovermi. Stavolta non ho nessuna paura. Seduta sul letto alla mia destra vedo la figura di una donna giovane con i capelli scuri che mi guarda e mi parla.”

Vanessa insiste sul versante parapsicologico e metafisico e continua con le sue allucinazioni giustificate dalla forte eccitazione dei sensi nello stato di semi-veglia. “Alla mia destra” simbolicamente si traduce “nella realtà di tutti giorni” Vanessa “vede la figura di una donna giovane”, lo “sdoppiamento” di Vanessa, un’altra Vanessa rassicurante che suggerisce le cose giuste da fare in modo consolatorio. Il padre era morto e apparteneva al passato e al “già visto” e al “già vissuto”. La “donna giovane”, traslazione della stessa Vanessa, riflette e si dirige verso il futuro con la forza e la determinazione opportune per una persona fortemente sensibile. Vanessa si “guarda” e si “parla”, autocoscienza e amor proprio al fine di ratificare le deliberazioni in decisioni. E’ necessario ormai uscire da questa “impasse” psicofisica.

“Non riesco a capire chi sia perché è troppo buia la stanza. Questa donna mi parla e io non memorizzo nulla di quello che mi dice.”

La “traslazione” difensiva funziona per consentire all’angoscia di non manifestarsi e di interrompere questa lunga “reverie”, questo sogno in ipnosi autoindotto e guidato. Certamente “questa donna” non è una presenza metafisica o magica, un’entità del tipo angelo custode, una figura reale che cerca di svegliarla dallo stato di sopore di torpore, un qualcuno e un qualcosa di altro che non si riesce a inquadrare nei dovuti termini. Questa donna è l’allucinazione della figura femminile di Vanessa. “La stanza troppo buia” equivale alla “rimozione” di esperienze ingestibili dalla coscienza e che non è consentito ricordare per non turbare l’equilibrio psicofisico. Le parole di “mi parla” equivalgono a doni allucinati e a consapevolezze in attesa di essere ben razionalizzate. “Io non memorizzo” è il meccanismo di difesa della “rimozione”: io dimentico tutto quello che mi dico di fare e che penso che sia giusto per me. L’evidenza di un trauma che affiora e sprofonda è simbolicamente ben costruita dalla protagonista suo bengrado e suo malgrado. La “trance” ipnotica è sufficiente a ridestare i vissuti e i “fantasmi” del passato presenti nel circuito psicofisico, mentale e corporeo.

“Improvvisamente mi sono riaddormentata.”

La “rimozione” ha ben funzionato ancora una volta per difendersi da quella donna di cui non riusciva a fidarsi e a cui non riusciva ad affidarsi, da quella donna di cui temeva i doni delle parole in funzione di una migliore “coscienza di sé”. Ricadere nel sonno, “riaddormentata”, è la migliore difesa dall’angoscia incipiente quando Vanessa si mette e si trova di fronte a se stessa. Adesso può sognare. Il trambusto allucinatorio e ipnotico suggestivo, nel quale era piombata, è passato. Un sogno da sveglia autoguidato o un sogno a occhi chiusi si è concluso per lasciare il posto alle sensazioni di un benessere psicofisico auspicabile e agognato. Questo gradevole equilibrio è arrivato semplicemente perché Vanessa ha scaricato tensioni e ha migliorato la “coscienza di sé” portando a “catarsi” tanta roba significativa della sua “organizzazione psichica reattiva evolutiva”, soprattutto le cariche nervose congelate e immobilizzate che a suo tempo erano state rimosse per la difesa operata dall’Io. In effetti e facendo i conti della serva, Vanessa della sua storia psicologica ha riesumato un uomo defunto, il padre o altra figura, e la relazione con il suo corpo e con la sua auto-consapevolezza di donna che ha sofferto, che ha bisogno e che desidera.
Ma la lettera di Vanessa non è ancora finita e c’è ancora qualcosa da capire e da precisare: “repetita iuvant” o “le ripetizioni sono d’aiuto”.

Quella mattina mi sono svegliata molto serena. Da molto tempo non mi sentivo così e per tutta la giornata mi ha accompagnato la sensazione fisica di quella stretta al braccio.”

Vanessa ha bisogno di quell’uomo che le ha dato “quella stretta al braccio”, di un uomo che la rassicuri e la rafforzi, la sostenga affettivamente e la attragga virilmente. Vanessa ha bisogno di un uomo che somigli al padre in piena rispondenza alla “posizione edipica” anche perché di quest’ultimo ha maturato un vissuto positivo dopo il conflitto. Anche la morte del padre l’ha aiutata a riformularlo e a riconoscerlo come la sua origine e la sua radice psicofisica. “Accompagnato la sensazione fisica” condensa l’alleanza psichica e la suggestione di un’assimilazione magica di energie dall’esterno, un rituale classico della magia. La Psiche, operando con i “processi primari”, è magica rispetto alla fredda razionalità. Vanessa grida che un uomo come mio padre è quello che cerco e che mi serve. Questa è la convinzione consapevole di Vanessa, una convinzione che rimanda a un progetto da realizzare vita natural durante e contro le “catatonie” e le “catalessi”. A Vanessa serve una coscienza limpida e non certo una infida dimensione ipnotica.
Tanti voti augurali alla nostra protagonista!

PSICODINAMICA

Il prodotto psichico di Vanessa è particolarmente ibrido, oscilla tra un sogno a occhi aperti e una seduta auto-ipnotica, una fantasticheria e una “abreazione” o scarica nervosa di angosce rimosse. Contiene una parte psicologica nell’offerta dei conflitti e una preponderante parte somatica nella descrizione della “catatonia” e della “catalessi”: caduta del tono nervoso e irrigidimento dei muscoli. La figura maschile si manifesta nel “fantasma del padre”: “posizione edipica” e si trasla nella figura ideale dell’uomo a cui affidarsi. La figura femminile si manifesta nello “sdoppiamento” della protagonista e nella difficoltà a sentirsi autonoma e sicura.

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

Vista la qualità del prodotto psichico, considererò le caratteristiche presenti e visibili in questa “reverie” in autoipnosi.

I simboli sono quelli della sinistra e della destra.
L’archetipo presente è quello del “corpo”.
Il “fantasma d’inanimazione” è il protagonista della scena: “non reagisce”.
La “posizione psichica edipica” è presente nella parte che riguarda il padre: “Ho pensato che possa essere mio padre morto trentanni fa.” La “posizione anale” con la “libido sadomasochistica” si manifesta in “penso che qualcuno mi abbia narcotizzata e stia girando per la casa a suo piacimento e che forse si stratta di un malintenzionato.”
La reverie è diretta dall’Io, la cui azione non è stata d’impedimento all’affiorare delle pulsioni dell’istanza “Es” in “con quel gesto l’uomo voglia dirmi “ti sorreggo, sono qui con te, accetta il mio aiuto e non avere paura”. E in “Seduta sul letto alla mia destra vedo la figura di una donna giovane con i capelli scuri che mi guarda e mi parla.”
I meccanismi psichici di difesa istruiti da Vanessa nel suo prodotto sono la “traslazione”, lo “sdoppiamento”, la “rimozione” e il “ritorno del rimosso” con la “conversione isterica” e la “conversione nei sintomi”, “l’annullamento”.
Il corpo in catalessi è la “metafora” del “fantasma di morte”, mentre il corpo in catatonia è la metafora del “fantasma d’inanimazione”.
La “organizzazione psichica reattiva” evidenzia nettamente un tratto “edipico” in “La mia sensazione è che quella stretta al braccio sia stata fatta da un uomo anche se non lo vedo.” e in “Ho pensato che possa essere mio padre morto trentanni fa.”.
La “diagnosi” dice di una “reverie” in stato auto-ipnotico con “catatonia” e “catalessi”, nonché con “allucinazioni” di vario tipo: “Sono in posizione supina sul letto e mi sento inchiodata al materasso senza potermi muovere.” e in “Il corpo è completamente immobile e non risponde a nessun comando.”
La “prognosi” impone a Vanessa di tenere sotto controllo i suoi traumi pregressi e di portarli sempre alla migliore razionalizzazione possibile per avere una psiche libera da eccessi di tensione nervosa. Questa “reverie” merita una psicoterapia proprio per l’intensità dei fenomeni fisiologici.
Il “rischio psicopatologico” si attesta nel “ritorno del rimosso” e nella “conversione isterica” e nella “formazione di sintomi”.
Il “resto diurno” o la causa scatenante della “reverie” di Vanessa è il ricordo del padre defunto e lo stato di tensione nervosa in atto.
La “qualità” della “reverie” è metapsichica e cenestetica.
Il “fattore allucinatorio” si esalta nel tatto, nella vista, nell’udito e nella cenestesi globale.
La “reverie” si svolge in autoipnosi e non nel sonno, per cui le fasi REM e nonREM sono assenti.
Il “grado di attendibilità” di quanto spiegato è massimo, perché si tratta di fenomeni psicofisici conosciuti e studiati sin dai tempi antichi. Il grado di fallacia è minimo.

DOMANDE & RISPOSTE

L’articolo sul prodotto psichico di Vanessa è stato sottoposto all’attenzione di una lettrice anonima. Sono emerse le seguenti domande.

Domanda
Mi spiega come si verificano le ore del sonno REM e le ore del sonno nonREM?

Risposta
Ti addormenti alle 22 e piombi nella fase nonREM, dormi profondamente. Alle 24 esci progressivamente dalla fase nonREM ed entri nella fase REM, sei agitata e i tuoi bulbi oculari roteano. Alle ore 0,30 rientri nella fase nonREM e ne esci alle ore 2. Dalle ore 2 alle ore 2,30 sei nella fase REM. Dalle ore 2,30 fino alle ore 3,45 sei nella fase nonREM. Dalle ore 3,45 alle ore 4,30 sei nella fase REM. Ti stai svegliando e il sonno nonREM diminuisce e aumenta la durata del sonno REM. In tutte e due le fasi sogni. Nelle fasi REM ricordi meglio rispetto alle fasi nonREM. Questo quadro è un esempio generale.

Domanda
E se mi sveglio alle 2 per fare la pipì?

Risposta
Quando ti riaddormenti entri nella fase nonREM e dopo un’ora circa nella fase REM.

Domanda
Perché a volte al mattino mi sveglio stanca e irritata?

Risposta
Escludendo le cause psicologiche, un sonno disturbato equivale a un risveglio maldestro e improvviso proprio nella fase nonREM. Ottimale è svegliarsi progressivamente nella fase REM.

Domanda
Si passa tutti, prima di dormire, dallo stadio ipnotico. Posso in questo stadio programmare il sogno pensando intensamente proprio a quello che voglio sognare?

Risposta
Non è possibile. Primo punto: nello stadio ipnotico i pensieri vanno a ruota libera e per libere associazioni e fai fatica a controllarli e a programmarli. Secondo punto: il contenuto del sogno verte su quello che ti ha colpito nel giorno precedente e che occupa la tua coscienza in quanto problematica dominante in quel momento della tua vita.

Domanda
Ma a volte ci sono riuscita. Ho sognato quello che avevo pensato di sognare prima di addormentarmi.

Risposta
Era quello che avevi sul gozzo e che volevi risolvere in qualche modo: il problema, il vissuto, il conflitto, il bisogno, il desiderio dominanti. Non è una pura coincidenza. L’hai sognato perché quel tema ti prendeva al massimo.

Domanda
Grazie, ho capito meglio. Le chiedo allora perché Vanessa si è indotta lo stato ipnotico da sola e senza saperlo?

Risposta
Vanessa era molto nervosa e agitata nei giorni precedenti per quello che le era successo e dentro di lei si sono mosse le tensioni legate al passato e possibilmente a un trauma. Nel sonno queste cariche sono emerse e hanno prodotto lo stato ipnotico proprio perché abbassiamo le difese quando ci abbandoniamo al sonno. Vanessa ha beneficamente scaricato tante energie che ristagnavano dentro, per cui questo trambusto psicofisico è stato positivo, si definisce “abreazione catartica”. A tal proposito si può leggere il caso di Anna O. descritto da Freud nei suoi “Studi sull’isteria”. La giovane donna aveva sviluppato una serie di disturbi somatici e psichici tra i quali una paralisi da contrattura e anestesie. Cadeva spontaneamente in stati ipnotici e rievocava traumi pregressi come quello di una ragazza che accudiva il padre malato. Di poi si svegliava e i sintomi erano migliorati ma non guariti.

Domanda
Può capitare a tutti?

Risposta
Vanessa per dormire ha attraversato il dormiveglia ipnotico ed è emerso il trauma. Capita a tutti questo passaggio dallo stato ipnotico al sonno, ma non capita a tutti avere l’esperienza di Vanessa, a meno che non ci siano in circolazione elevate tensioni nervose ed episodi traumatici non adeguatamente razionalizzati.

Domanda
E’ una malattia?

Risposta
Lo stato psicofisico ipnotico non è una malattia. E’ una forma di rilassamento e di libera uscita dei nostri pensieri e ha una funzione di scaricare le tensioni per entrare nella fase nonREM del sonno. Se avviene durante la giornata e magari mentre stai lavorando è un segnale di stress da considerare attentamente perché è un disturbo della vigilanza e può degenerare.

Domanda
Vanessa scaricando così le sue tensioni è stata meglio e allora vuol dire che non tutto il male viene per nuocere. Non so se mi spiego.

Risposta
Ti spieghi benissimo. Vanessa scaricando progressivamente in stato ipnotico le sue tensioni, ha evitato di avere nel tempo dei danni neurologici e cardiaci. Le manca adesso di riesumare il trauma e di razionalizzarlo, ma so che è già a buon punto.

Domanda
Perché dice questo? Sa qualcosa? La conosce?

Risposta
Lei stessa mi ha scritto che una settimana prima di avere questa strana esperienza, aveva dovuto riorganizzare la tomba di famiglia e riesumare i feretri del padre e del marito morto giovane. Questa opera pia era durata tanto tempo e l’aveva semplicemente sconvolta.

Domanda
Ah, bene, adesso si capisce che non è successa a caso e che era agitata. Per digerire il tutto ha avuto questo episodio che non è più strano, ma che si giustifica e che non è successo a caso. Ho capito.

Risposta
Proprio così. Le forti suggestioni l’hanno portata a riprodurre la sua situazione psico-esistenziale nel versante affettivo e ha chiamato in causa le figure maschili importanti e quella parte di se stessa che sa come reagire e che ancora non trova la giusta corrispondenza tra la consapevolezza e l’azione.

Domanda
Come spiega lei il fatto che sente la presenza dell’uomo, la stretta al braccio e la mezza visione della donna.

Risposta
Niente di magico e di paranormale, perché si tratta di allucinazioni causate da una forte eccitazione dei sensi. I sensi esaltati sono il tatto, la vista e l’udito.

Domanda
Le allucinazioni sono pericolose e brutti segnali di squilibrio?

Risposta
Le allucinazioni da svegli sono sintomi di una grave malattia psichica, mentre in stato ipnotico e onirico sono assolutamente normali. Il sogno è una serie organizzata di allucinazioni. Le allucinazioni sono spesso provocate da un abuso di alcool o dall’uso di determinate sostanze stupefacenti come l’acido lisergico o LSD. Queste assunzioni sono pericolose e a volte letali proprio per le allucinazioni, le alterazioni sensoriali che ti fanno percepire ciò che non esiste e che non sei. Nella sostanza ti fanno uscire fuori di testa e nel senso che perdi il controllo di te stesso e della realtà che ti circonda. Paranoia e schizofrenia sono le sindromi psicotiche richiamate da queste pratiche insane e collassanti.

Domanda
Le faccio un appunto. Nella spiegazione che lei ha fatto di quello che è successo a Vanessa, si è ripetuto spesso.

Risposta
Ho ripetuto spesso i concetti per farli capire meglio. Si tratta di teorie difficili per i profani. Il mio lavoro vuole essere divulgativo e non vuole soltanto assolvere la curiosità di sapere cosa significa quel sogno. Anche Vanessa si è ripetuta spesso e io le sono stato dietro.

Domanda
A proposito di ipnosi, ho visto in televisione un certo Casella che faceva per spettacolo sulla gente esperimenti strani.

Risposta
Stai toccando un tasto dolente della nostra cultura e della nostra televisione di stato e non. L’induzione in ipnosi deve essere fatta soltanto da uno psicoterapeuta specialista nella tecnica e soprattutto nell’applicazione del metodo al fine clinico di aiutare una persona a risolvere determinati disturbi. Qualsiasi altro operatore non sa dove sta mettendo le mani e quale vespaio può aizzare. Con la psiche non si improvvisa e non si scherza. Lo stato ipnotico scatena reazioni nervose e risuscita “fantasmi”, come ampiamente ho detto nella trattazione della “reverie” di Vanessa. Indurre uno stato ipnotico per spettacolo e per meravigliare gli spettatori è un atto pericolosissimo e dannoso per chi lo subisce, oltre che illegale in quanto si tratta di usurpazione di un settore clinico, di esercizio abusivo della professione. Questo signore e soprattutto chi lo autorizza e gli permette queste performance da killer seriale vanno denunciati alla magistratura dagli Ordini professionali, quello degli psicologi nello specifico. Ma questo non è avvenuto e non avviene perché si tratta di organismi rappresentativi di facciata e non di sostanza. Gli psicoterapeuti che usano la “trance” ipnotica nelle sedute singole e di gruppo sono tantissimi e dovrebbero insorgere nei tribunali e nei media anche per informare la gente.

Domanda
Ma quale guaio può fare questo signore e quelli come lui che usano l’ipnosi per spettacolo?

Risposta
Capisco che gli spettacoli popolari nei teatri di periferia degli anni trenta mettevano in scena la donna cannone, il deforme, i gemelli siamesi e tutte le stranezze biologiche umane, tra cui anche la magia ipnotica sugli incauti spettatori con “regressione” e “catalessi” e comandi post-ipnotici di grande spasso. Il malcapitato non sta male subito, ma dopo un po’ di tempo semplicemente perché la “trance” improvvisa può ridestare il nucleo psicotico latente o le cariche nervose legate ai traumi e ai “fantasmi”. E dopo che è finito lo spettacolo e tutto sembra tornato come prima, chi lo cura il malcapitato? Chi lo aiuta a capire e razionalizzare il materiale psichico emerso? Per colpa di un buffone autorizzato dalla legge dell’audience televisiva si sono operati dei danni pesanti alla gente ignara. Il nostro bel paese è pieno di poeti, di marinai, di santi e di pagliacci in vena anche di far politica. Vedi quel che sta succedendo e capirai che non siamo proprio messi bene dovunque ti giri.

Domanda
L’ipnositerapia è una strategia valida?

Risposta
E’ validissima per le terapie di rilassamento e per la preparazione al parto. Se lavora sul corpo, senza nessuna magia ma per indurre la consapevolezza delle funzioni corporee e anche dei “fantasmi”, è ottima. Ha anche le sue controindicazioni e i suoi difetti, ma è la strategia psicoterapeutica più antica che conosciamo, Da Mesmer in poi l’ipnositerapia si è sempre più emancipata dalla magia e dalla superstizione. Freud esordì come ipnotista, fece le sue scoperte grazie allo stato ipnotico per poi elaborare la tecnica psicoanalitica. In Italia abbiamo avuto bravi medici e psicologi che hanno approfondito e usato l’ipnositerapia. Ripeto, ancora oggi tanti colleghi studiano e usano questo metodo di indagine e di cura. Il “training autogeno”, che usano gli atleti e tanta altra gente, è una forma blanda di autoipnosi e all’ipnositerapia si riconduce. E’ una terapia naturale perché usa la dimensione psicofisica del pre-sonno. Tutte le forme di meditazione trascendentali, e non, sono sulla stessa barca. Un caro pensiero all’Analisi immaginativa del compianto Giammario Balzarini.
Mi fermo qui. Alla prossima!

Vi presento Mesmer.

UN PADRE DA CONFORTARE

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Ero in mezzo a tanta gente a un funerale.
Fra le persone, a un certo punto, vedo mio padre che sta piangendo e si appoggia con il capo sulla spalla di un altro uomo, suo amico, per cercare conforto.
Appena lo scorgo, corro da lui per essergli vicino.”
Poi mi sveglio.

Questo sogno appartiene a Magritte.

DECODIFICAZIONE – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Il “funerale” ricorre spesso nei nostri sogni. E’ un rito primordiale e misura la differenza culturale tra gruppi umani e tra uomini e animali. La modalità in cui si svolge attesta del grado di civiltà di un popolo. La Civiltà è la sintesi qualitativa della Cultura. Quest’ultima si attesta nell’insieme degli schemi interpretativi ed esecutivi della realtà che un popolo storicamente elabora. I pregi di una Cultura sono l’accessibilità mentale e il pragmatismo, la facilità a comprendere gli schemi e a dare la risposta utile ai bisogni della gente. E’ importante che gli schemi siano “cartesianamente” chiari e distinti in maniera di essere capiti e agiti da tutti.
Il “funerale”, come si diceva in precedenza, è uno schema culturale atavico che si è tradotto storicamente in un rito sacro o profano, religioso o laico, ma non ha variato il suo valore simbolico, a conferma dell’universalità nel tempo e nello spazio del suo significato profondo: il “funerale” è un esorcismo e una “catarsi” dell’angoscia di morte, una benefica e salutare “razionalizzazione” del “memento mori” o “ricordati che devi morire”, il tormentone dei frati “trappisti”. Nell’evoluzione storica cambia la Cultura ma resta il significato simbolico dei riti e delle procedure formali. La parola “funerale” deriva dal latino “funus” che si traduce nell’italiano “fune” e si riferisce al rituale di depositare la bara del defunto nella fossa proprio calandola con delle funi.
Il sogno di Magritte sviluppa fondamentalmente l’angoscia legata alla possibilità della morte del padre all’interno di una cornice “edipica”, un sentimento d’amore verso il padre riverberato sulla futura e fatale morte. In tale contesto psicodinamico Magritte non trova di meglio che assumere il ruolo di “confortatrice” del padre nel seguirlo in vita verso il suo funerale.
Ricordo che il “conforto” traduce dal latino il “portare insieme”, quei doni alimentari che concretamente si offrono ai familiari sopravvissuti del defunto in segno di preoccupazione per l’affanno della morte e di sollievo per consentire loro il naturale decorso del dolore. In senso traslato e, di poi, simbolico il “conforto” e un tentativo di assimilazione del dolore altrui che consente la riduzione e il sollievo dell’angoscia globale legata alla morte e alla perdita depressiva. Voglio significare che ogni funerale evoca la nostra morte e la morte in generale o “nostra sora morte”. La figlia si preoccupa per il padre e vorrebbe assumere su di sé parte del suo dolore e parte della sua angoscia.
Ricordo, di passaggio, la differenza psicologica tra “dolore” e “angoscia”. Il dolore ha un oggetto preciso e richiede la consapevolezza, l’angoscia non conosce l’oggetto e non ha consapevolezza per cui si somatizza con la morsa alla gola e le agitazioni neurovegetative. Ho paura di un qualcosa e la “razionalizzazione” mi aiuta a stemperare la tensione e possibilmente a superarla. L’angoscia, invece, la subisco e devo farla diventare dolore per ridurre la sua consistenza neurovegetativa. L’angoscia di morte si compiace di manifestarsi nel simbolo, nel sintomo e nel sogno, in quei fenomeni psicofisici spontanei che non possono essere controllati. Secondo il filosofo danese Kierkegaard l’angoscia era la malattia mortale dell’uomo, la sua essenza da espiare nella sua esistenza superando la materia e ricollegandosi senza alcuna sicurezza e garanzia a quel Dio da cui in origine il capostipite Adamo si era distaccato peccando e guadagnando proprio la morte per tutto il seme umano. Leggete al proposito “Il concetto dell’angoscia e la malattia mortale”. Per la Psicoanalisi l’angoscia è legata al materiale psichico, in specie sessuale, ingestibile dalla coscienza dell’Io e di conseguenza rimosso o trattato dai “meccanismi psichici di difesa” in attesa di essere razionalizzato e che l’Io si riappropri dell’alienato. Sull’angoscia di morte è necessaria la consapevolezza del “memento mori”, non reiterato a ogni incontro come sadicamente operato dai Cistercensi, ma come diceva Epicuro: bisogna liberarsi dall’angoscia con la consapevolezza che l’esperienza della morte è impossibile e che la morte fisica non può essere esperienza vissuta: “quando c’è la morte, non c’è la vita e quando c’è la vita, non c’è la morte”. Pur tuttavia, l’unica morte possibile in vita è la morte psichica, la depressione, la maligna e infausta sindrome legata al distacco e alla perdita affettive, quella legata all’ampliamento del primario “fantasma di abbandono” elaborato mentalmente durante il primo anno di vita. Su queste linee psichiche profonde va anche ricondotta la psicodinamica dell’autismo.
Mi sono dilungato abbastanza, per cui non mi resta che procedere con la decodificazione del sogno di Magritte.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Ero in mezzo a tanta gente a un funerale.”

Magritte è una donna che socializza e riconosce se stessa in mezzo alla gente, “tanta gente”, tanti altri da sé, tanti oggetti possibili d’investimento della sua “libido”. La sua collocazione spaziale è nel “mezzo” a testimonianza di una totale assenza di fobie e di una totale presenza di disinibizioni sociali. Magritte ama essere al centro e si riconosce tra “tanta gente”. Mi piace precisare quanto importante è per l’evoluzione e la formazione psichiche del bambino la socializzazione e le persone che lo circondano, la gente che va e viene, gli altri che permettono un confronto e un riscontro sano e profondo. La gente siamo noi e noi siamo figli della gente semplicemente perché gli altri ci permettono di individuarci come soggetti già soltanto per il fatto di starci attorno. Dopo lo “stadio dello specchio”, dopo aver riconosciuto se stesso e il suo “Io”, il bambino abbisogna di distinguersi dagli altri e nell’individuarsi riconosce l’importanza di relazionarsi. Questo cenno teorico serve ad allargare la visuale del sogno di Magritte verso l’interesse di chi legge. La nostra protagonista ama la gente e il primato sociale, la compartecipazione e la solidarietà, ma si trova in un evento culturale e psichico molto preciso e drammatico, il “funerale” di cui ho già detto abbondantemente nelle “Considerazioni”. La folla e la gente celebra un esorcismo e una “catarsi” dell’angoscia di morte e si riconcilia con la vita e la vitalità per riprendere alla grande le normali attività dell’esistere: “fantasma del sopravvissuto”. Magritte introduce immediatamente il suo “fantasma di morte” e il suo controllo difensivo dell’angoscia di perdita depressiva a esso collegata. Da un esordio ambivalente viene fuori il buono della “tanta gente” e il dramma del rito della morte. Vediamo dove Magritte va a parare con il suo sogno e con la sua psicodinamica.

“Fra le persone, a un certo punto, vedo mio padre che sta piangendo e si appoggia con il capo sulla spalla di un altro uomo, suo amico, per cercare conforto.”

Magritte prende consapevolezza della figura paterna, “vedo mio padre”, della sua carica relazionale, della sua predilezione a stare con la gente, “fra le persone”, della sua umanità solidale, della sua debolezza o forza nel “cercare conforto” in un “suo amico”. Magritte prende anche coscienza della sua gelosia nei riguardi della vita sociale del padre e della rete degli affetti che ha intessuto. Sicuramente si tratta di una “regressione” e di una “fissazione” all’infanzia e alla “posizione edipica” nello specifico, a quando lei bambina era particolarmente attratta da questa figura maestosa e umile, forte e debole, un uomo che doveva condividere non soltanto con amici e conoscenti, ma anche con la madre. Ma di quest’ultima figura non c’è traccia. Degna di nota è la romantica postura del capo sulla spalla di un amico nella ricerca del “conforto”. Quest’ultimo si attesta nel portare un qualcosa di concreto sotto forma di solidarietà e di condivisione. Il padre di Magritte “sta piangendo”, libera emozioni profonde di fronte al funerale operando la “catarsi” dell’angoscia di morte. Dimenticavo: “l’amico” è la “traslazione” difensiva del desiderio affettivo di una Magritte in versione maschile che attesta di una buona identificazione nel padre e di un apprezzamento consistente dell’universo maschile.

“Appena lo scorgo, corro da lui per essergli vicino.”

L’attrazione fatale verso il padre si manifesta in maniera delicata e arriva alla consapevolezza di Magritte, “lo scorgo”, per concludersi in una romantica corsa verso di lui per essere il suo conforto al posto di un anonimo amico. La figlia brama essere il soggetto privilegiato delle relazioni paterne e questo è un “fantasma” dell’infanzia e dell’adolescenza, una pulsione “edipica” molto delicata nelle sue movenze e molto graziosa nei suoi desideri. Nulla di volgare è presente in questo desiderio della figlia di essere l’oggetto privilegiato delle pulsioni e degli investimenti del padre. Questa è la versione adulta della “posizione edipica”, quella che si presenta nel teatro psichico verso i quarant’anni, una relazione d’affetto in vista del fatto che si avvicina il funerale del padre. Magritte è apprensiva di fronte al tempo che passa e che avvicina la perdita del padre. In vita vuole godere del padre, vuole goderselo come se fosse il suo nume tutelare e vuole approfittare di ogni momento per stargli vicino. Alla paura di perderlo si associa il sentimento della gelosia verso l’amico o le persone anonime che sono ammesse alla presenza del padre.
Questo è quanto dovevo al sogno di Magritte.

PSICODINAMICA

Il sogno di Magritte svolge la psicodinamica “edipica”, relazione conflittuale, e compone il “fantasma di morte” con l’amore sublimato nei riguardi del padre. Il sentimento della gelosia non travalica nel bisogno di possesso, ma si purifica nel desiderio di vivere con dolcezza affettiva e di godere la figura paterna vita natural durante.

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

Il sogno di Magritte contiene i seguenti “simboli” che ribadisco per una migliore comprensione della decodificazione e della interazione analitica: “gente” o altro da sé e relazione sociale, “funerale” o fantasma di morte e distacco e perdita depressiva e rito e memoria, “padre” o archetipo e posizione edipica e istanza “Super Io”, “piangendo” o scarica isterica e catarsi del dolore, “capo sulla spalla” o condensazione di ragione e coraggio, “amico” o oggetto transferale e alleato psichico, “conforto” o affettività concreta, “scorgo” o istanza razionale intuitiva dell’Io, “corro da lui” o relazione di soccorso con investimento di libido, “vicino” o prossimità affettiva.

Il sogno di Magritte elabora gli “archetipi” del “Padre” e della “Morte”.

I “fantasmi” chiamati in causa da Magritte nel suo sogno sono del “padre” e di “morte” all’interno di una cornice “edipica”.

Le istanze psichiche presenti nel sogno di Magritte sono le seguenti: “Io” o vigilanza razionale in “vedo” e in “scorgo”, “Es” o rappresentazione dell’istinto in “funerale” e in “piangendo”, “Super-Io” o censura morale e limite in “mio padre”.

La “posizione psichica” richiamata e usata da Magritte nel sogno è chiaramente quella “edipica”: “vedo mio padre che sta piangendo e si appoggia con il capo sulla spalla di un altro uomo, suo amico, per cercare conforto. Appena lo scorgo, corro da lui per essergli vicino.”

I “meccanismi psichici di difesa” dall’angoscia sono i seguenti: la “condensazione” in “funerale” e in “padre” e in “gente” e in altro, lo “spostamento” in “amico” e in “capo sulla spalla” e in “corro da lui”, la “drammatizzazione in “corro da lui per essergli vicino.”, la “traslazione” ancora in “amico”.

I “processi psichici di difesa” dall’angoscia sono la “sublimazione” in “corro da lui per essergli vicino.”, la “regressione” nei termini richiesti dalla funzione onirica ossia “topica” e “formale” e “temporale” con le allucinazioni e l’aspetto immaginifico, nonché con la “posizione edipica”.

Il sogno di Magritte evidenzia un tratto consistente ed essenziale “edipico” all’interno di una “organizzazione psichica reattiva genitale”: amore sublimato nei confronti del padre e capacità di investimento attraverso il “conforto”, il prendersi cura di lui e goderlo mentre è in vita.

Le “figure retoriche” formate dal sogno di Magritte sono la “metafora” o relazione di somiglianza in “funerale”, la “metonimia” o nesso logico in “capo sulla spalla” e in “conforto” e in “corro da lui” e in “vicino”, la “enfasi” o forza espressiva in “Appena lo scorgo, corro da lui per essergli vicino.” Il sogno di Magritte si snoda con una vena narrativa e logica consequenziale secondo una poetica realista.

La “diagnosi” dice di una sindrome edipica all’interno di un “fantasma di morte”. L’angoscia della morte del padre rievoca il forte legame conflittuale, vissuto nell’infanzia e nell’adolescenza, senza le punte critiche dell’angoscia depressiva, ma secondo le coordinate di una “sublimazione della libido” da parte di una figlia che aspira a prendersi gelosamente cura del padre.

La “prognosi” impone a Magritte di assecondare il bisogno di accudire la figura paterna in prospettiva della morte e di goderne la persona con la frequenza adatta ai suoi bisogni di recupero. Più padre, meno colpe: meno colpe, meno sintomi.

Il “rischio psicopatologico” si attesta nei sensi di colpa irreparabili che possono diventare sintomi in attesa di espiazione: “conversione isterica” e “formazione di sintomo” con il “ritorno del rimosso”.

Il “grado di purezza onirica” si attesta nell’ordine del “buono” nonostante la narrazione discorsiva. Il sogno è intriso di simboli che garantiscono la purezza della trama.

Il sogno di Magritte può essere scatenato da una preoccupazione nei riguardi della salute del padre o dalla visione o partecipazione a un funerale.

La “qualità onirica” è nettamente “simbolico discorsiva”.

Il sogno di Magritte si è svolto nella terza fase del sonno REM alla luce della sua chiarezza discorsiva e del suo contenuto simbolico. Le emozioni in atto giustificano la fase suddetta.

Il “fattore allucinatorio” si attesta nel senso della “vista” in “vedo mio padre” e in “lo scorgo”. La sensazione del movimento si attesta in “corro da lui”.

Il “grado di attendibilità” della decodificazione del sogno di Magritte può essere stimato nell’ordine del “buono”: si avvicina all’oggettività. Il grado di fallacia è, di conseguenza “scarso”.

DOMANDE & RISPOSTE

La decodificazione del sogno di Magritte è stata sottoposta alla lettura e all’analisi di una collega anonima che alla fine ha posto le seguenti domande.

Domanda
Lei ritiene che i genitori nella loro vecchiaia vanno adottati dai figli. Perché?
Risposta
La “posizione edipica” non si risolve mai del tutto, si evolve e si ripropone camuffandosi alla ricerca di una sistemazione risolutiva che non può esistere. Siamo costretti dalla nostra formazione psichica a portarci dentro e dietro i genitori con un senso di sacro e di mistero incorporato nei loro corpi e nelle loro menti, come erano fatti e cosa pensavano. Le pulsioni edipiche vanno sempre dirigendosi verso la migliore “sublimazione” possibile e i sensi di colpa si alleviano cammin facendo. Adottare non significa essere fusi e confusi e tanto meno esercitare un potere, significa prendersi cura della loro persona secondo le linee direttive di un “riconoscimento” psichico sempre più completo delle loro figure, del simbolismo delle origini e della nostra identità psichica. Inoltre, la presa in carico psicofisico dei genitori da parte dei figli provvidi impedisce ai sensi di colpa, che inevitabilmente chi muore lascia in eredità, di convertirsi in sintomi psicosomatici e in disturbi nevrotici. In passato, quando non esisteva l’INPS, i figli provvedevano al mantenimento materiale dei genitori e maturavano in maniera veramente solidale e “genitale” le pulsioni edipiche vissute nell’infanzia.
Domanda
E’ una teoria psicologica ed è anche un suo consiglio?
Risposta
Ha perfettamente ragione, cara collega. E’ un vissuto mio che ho esteso alla sensibilità della gente che ho frequentato e spesso con riscontri positivi. Si vede chiaramente nel sogno di Magritte che la sua esigenza profonda è quella di prendersi cura del padre nella vecchiaia, sia per affetto e sia per alleviare i suoi sensi di colpa, un’evoluzione del sentimento d’amore, una “sublimazione” delle pulsioni di un tempo. Le faccio io una domanda: cosa pensa delle case di riposo per anziani?
Domanda
Sono strumenti moderni per i nostri tempi. Quando sono ben gestite sono positive.
Risposta
Sono l’anticamera della morte. Accorciano la vita perché ridestano il “fantasma di morte e di abbandono”. Queste persone, anche quando sembrano senza consapevolezza, hanno sprazzi di lucidità sulla loro fine e si difendono con le varie forme della demenza. Le racconto un episodio che mi è appena successo. Passeggiavo nel lungomare della lucente cittadina di Avola, famosa per le mandorle e il vino “nero” nonché per i cannoli alla ricotta della famosa e famigerata pasticceria Girlando, una strada ampia e fiancheggiata da una miriade di case di riposo per anziani, l’affare dei nostri giorni assieme alle case vacanza. Comunque per farla breve, un vecchietto, chiuso nell’elegante recinto della sua nobile dimora, mi ha gridato “assassino, assassino!” con forte enfasi. Era in fase delirante per chi l’accudiva e in “demenza senile” per lo psichiatra. Niente affatto! Il vecchietto diceva la sua verità, era molto lucido e profondo, dava voce al suo “fantasma di morte” ridestato e rivissuto in quel lussuoso lager e lo traslava su di me. Io ero colui che l’aveva ucciso relegandolo in quell’anticamera della morte al posto dei figli o dei parenti che avevano fatto la scelta. In effetti, usava i “processi primari” e il meccanismo psichico di difesa dall’angoscia della “traslazione”. Sono ripassato dopo alcuni giorni e l’ho rivisto tranquillo, pardon sedato, seduto su una poltrona con lo sguardo rivolto alla luce accecante del mezzogiorno siciliano. Avrei voluto conoscere i suoi parenti, quelli che hanno disposto la sua reclusione dorata e la sua morte accelerata, per spiegare loro la crudeltà di una decisione apparentemente migliorativa e proficua.
Domanda
Quale intervento lei avrebbe voluto fare a questo signore?
Risposta
Semplicemente parlare con lui alla luce del fatto che qualcuno l’aveva ucciso e farlo ragionare su questo tema, farlo riappropriare dell’alienato interpretando gentilmente la sua accusa nei miei confronti. Sono sicuro che mi avrebbe detto: “mi stanu facennu muriri, aiutami”, “mi stanno facendo morire, aiutami”.
Domanda
Lei è ottimista, ma dimentica che la persona anziana ha anche un cervello vecchio e una mente conseguentemente degenerata. Non è solo una questione psicologica, è anche una questione di invecchiamento degli organi e delle funzioni.
Risposta
La “coscienza di sé” cessa nel momento in cui l’elettroencefalogramma è piatto. Anche quando ci troviamo di fronte al delirio di un anziano, bisogna considerare che si tratta di una produzione psichica che lo riguarda direttamente e che parla di lui e della sua storia. Se si decodifica il delirio si capisce che l’attività mentale è basata sui “processi primari”, quelli che formano il sogno”, ed è al servizio di un equilibrio psicofisico migliore possibile. Interpretare comporta il restituire una persona la vita e la vitalità anche nel dolore di una contingenza disgraziata come la malattia.
Domanda
Le sue sono ipotesi e convinzioni personali. Il delirio è una perdita di contatto con la realtà e, anche se si può capire, non apporta alcun vantaggio e sollievo per un anziano. Cambio argomento e le chiedo: la folla e la gente fanno bene alle persone, ma come la mettiamo con l’agorafobia?
Risposta
Non rispondo alla prima parte della sua domanda perché sarei volgare. “Avanti con il santo che la processione si ingruma”, dicono i Veneti sapienti. L’agorafobia si attesta nel timor panico che prende un soggetto di fronte a spazi aperti e a confusione di persone. Lo spazio è diventato il vendicatore delle colpe e il soggetto si sente braccato ed è convinto che deve rendere conto delle sue malefatte con la morte. L’angoscia lo attanaglia, il respiro non è fluido, i sintomi maligni conseguono secondo le proprie propensioni formative. Una forte componente psichica, che riguarda la relazione con i genitori, è contenuta nelle cause profonde degli attacchi di panico agorafobico. Per il resto, come ho detto nelle “Considerazioni”, la gente e la folla sono salutari perché consentono a una persona di dire a se stesso “io sono io e gli altri sono gli oggetti di investimento della mia libido”. Un bambino che cresce tra la gente corre meno rischi di malessere psichico rispetto a un bambino isolato che vive con le poche e le solite presenze fisiche.
Domanda
Lei ha sostenuto che la “posizione edipica” in versione adulta si attesta nella cura dei genitori. E i genitori come si atteggiano dentro?
Risposta
Sono pochissimi gli studi sulla Psicologia senile. I vecchi si maltrattano facilmente con gli psicofarmaci e non meritano di essere conosciuti meglio nelle loro umanissime psicodinamiche. Ai vecchi non si prescrive la psicoterapia, è tempo perso: così si pensa comunemente. Niente di più sbagliato. Alla sua domanda rispondo dicendo che il genitore anziano rispolvera la sua formazione psichica e il patrimonio di esperienze che ha accumulato e continuerà ad usare i suoi prediletti “meccanismi di difesa”. In ogni caso il genitore anziano gradirà qualsiasi attenzione nei suoi riguardi e non rifiuterà, di certo, la premura e la cura degli altri sempre restando nel suo ambiente e tra le sue cose, non in un lucido ospizio a duemila euro al mese.
Domanda
Grazie!
Risposta
Prego!

Per il sogno di Magritte ho trovato giusto ricordare un poeta della canzone, Charles Aznavour, lo chansonnier recentemente scomparso. Il testo scelto è “La mamma”, una lirica neorealista che tratta la prossimità a morire di una madre secondo la cultura armena di cui Charles era figlio. Degni di nota sono i modi affettivi e i riti sociali che accompagnano l’agonia della donna. La morte, secondo la cultura armena, va onorata e rispettata nel riconoscimento del valore della Madre e non di una madre qualunque. Si tratta dell’archetipo Madre, del simbolo universale calato in un rituale di riconoscimento e di comprensione emotiva. Nella mia infanzia siciliana ricordo perfettamente l’agonia e lo spirare di una madre in quel di Siracusa, in via Resalibera, mamma Gesualda. Non mancavano neanche le “maiare”, le vecchie che gridavano e si lamentavano a pagamento. Non c’è bisogno di andare in Armenia, si può restare a casa nostra: stessi miti e stessi riti. Vi propongo il testo della canzone per la sua vena descrittiva, creativa nel linguaggio popolare, un testo che non perde tanto nella traduzione italiana: una perla poetica incastonata in un riconoscimento psicoanalitico della figura materna. Purtuttavia, preferisco la versione francese per la dolcezza e l’autenticità del testo.

“La mamma” di Charles Aznavour

Son tutti lì, accanto a lei,
da quando un grido li avvertì:
Sta per morire la mamma!

Son tutti lì, accanto a lei.
Tutti i suoi figli sono lì,
con quello che lei maledì,
tornato a braccia aperte a lei.

Tutti i bambini sono là,
intorno a lei che se ne va.
Nei loro occhi più non c’è
Il gioco bello dei “perché?”, alla mamma.

E la riscaldano di baci,
di sguardi dolci ed infelici…
Sta per morire la mamma.

Santa Maria, piena di grazia,
la statua è là, giù nella piazza
E voi tendendole le braccia, cantate già:
“Ave Maria, Ave Maria !”

C’è tanto amore, tanto dolore,
intorno a te, la mamma
Amore che non finirà,
intorno a te, la mamma.

E fuori là, dietro la porta,
la gente attende sotto il sole.
Sta per morire la mamma.

Il vino buono viene offerto,
non c’è nessuno che ne vuole
Però è l’omaggio per chi muore,
per chi ha vissuto come lei.
È strano a dirsi, ma è così:
Nessuno piange ma c’è chi
una chitarra prenderà
La ninna nanna suonerà, alla mamma.

E l’aria è piena di canzoni
e di dolcissimi altri suoni
Sta per morire la mamma.

Le donne intanto a bassa voce,
perché si possa addormentare,
come un bambino quando è sera,
cantano già “Ave Maria, Ave Maria !”

C’è tanto amor, tanto dolor,
intorno a te, la mamma
Amore che non finirà,
intorno a te, la mamma
Che giammai, giammai, giammai
ci abbandonerà.

 

ROGER ! CHI E’ COSTUI ?

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Si sta per celebrare il funerale di mio padre.
Nonostante sia primo pomeriggio, c’è il crepuscolo.
Il luogo è il paese in cui sono vissuta da bambina e da ragazzina e, come spesso accade nei sogni, è un insieme di spazi (casa della nonna, cortile di casa mia).
Ci siamo io e mia sorella, forse anche mio fratello. Mi sembra ci sia anche mio marito, ma la sua figura si confonde nel sogno con quella di mio padre.
Mentre portano la bara in chiesa, mio marito avvolge un pene in erezione con la pellicola trasparente. E’ staccato dal corpo a cui appartiene ed è piccolo, ma perfetto nelle proporzioni (nel sogno penso che possa sembrare lo stick di un lucidalabbra alla coca cola!).
Mio marito mi dice che appartiene a Roger, personaggio sconosciuto nella mia vita reale.
Capisco nel sogno che la morte di mio padre ha a che fare con quel simulacro che mio marito ha incartato affinché venga sepolto con lui.
La messa non viene celebrata subito, perché prima ci sono altre due funzioni funebri.
Non entro in chiesa, aspetto che la bara venga portata fuori.
Quando accade, vedo che la prima persona del corteo funebre è mio padre stesso.
La scena è in bianco e nero, piove. Dietro di lui non c’è nessuno, è solo e piange. E’ giovane, sui 40 anni, ed ha un completo nero.
A questo punto del sogno si inserisce, spostando la mia attenzione in un altro luogo fisico rappresentato da un dedalo di vicoli cittadini stile casba mediorientale, la figura di una giovane donna ammalata.
E’ una madre in fin di vita e attaccata a un respiratore.
In realtà è in una bara, che però ha una sorta di respiratore a soffietto attaccato al coperchio, per cui si capisce che la persona all’interno è viva, sta respirando anche se aiutata.
Io guardo la scena e vedo una bambina che soffre per questa situazione.
Quando i medici decidono di staccare il respiratore alla donna, la bambina si sdraia su un tavolo di metallo e accanto le si sdraia la madre.
La bambina si mette in posizione fetale, gira le spalle alla madre, in un incastro perfetto dove la testa poggia sul seno materno e il fondo-schiena si adagia nel ventre.
Attende con inquietudine, ma non priva di un senso tranquillizzante di ineluttabilità, l’esalazione dell’ultimo respiro della madre.
Mi sono risvegliata senza angoscia, ma con una memoria molto lucida delle immagini oniriche che ancora adesso permane.”

Così e questo ha sognato Sabina.

INTERPRETAZIONE – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Il sogno di Sabina spicca per l’uso “poetico”, creativo, dei meccanismi del “processo primario”, fantasia, della “figurabilità” e del “simbolismo”. C’è tanto di personale in questo sogno a livello di “condensazione”. Sabina introduce i suoi contenuti psichici e i suoi vissuti filtrandoli con la sensibilità estetica che la contraddistingue e che domina alcuni capoversi del suo sogno. Il risultato è un prodotto onirico altamente nobile e fortemente emotivo nella sua armonica compostezza. Il testo rimanda, inoltre, a contesti familiari vissuti e ricreati con gli strumenti espressivi in possesso della protagonista. Il “già visto” e il “già vissuto” sono oggetto di riformulazione, quasi un “ricrearli” nel senso di riattraversarli e di riviverli con desiderio da parte di una figlia sensibile e inappagata. Si può dire senza stridore che queste doti vengono a Sabina proprio dalla sua formazione in quel contesto familiare e da quelle esperienze psichiche, affettive nello specifico, che l’hanno indotta naturalmente a compensare le sue frustrazioni con l’uso della Fantasia in associazione spontanea con la riflessione razionale.
Ricordo che il meccanismo della “figurabilità” si attesta nell’abilità a dare un’immagine adeguata al “fantasma” in emersione e al vissuto in questione, si accosta, inoltre, alla figura retorica della “metafora”, relazione di somiglianza, della “metonimia”, relazione di senso, della “allegoria” o relazione tra il significato latente e quello letterale.
Insomma, il sogno di Sabina è estremamente interessante per lei che esprime catarticamente i suoi contenuti psichici e li integra nella sua “organizzazione psichica reattiva ed evolutiva”, ma soprattutto per la ricerca sul sogno e proprio per tutto quello che contiene e di cui estrarrò sicuramente una minima parte.
Ancora, il prodotto psichico di Sabina conferma la tesi che quando sogniamo siamo tutti indistintamente “poeti” perché usiamo naturalmente i meccanismi creativi della fantasia e i relativi strumenti espressivi. Da svegli spesso non ci stimiamo abili a creare emozioni con immagini o parole, per cui trascuriamo questa nostra capacità recondita che vede la luce proprio quando chiudiamo gli occhi per dormire.
Un accenno al mio travaglio interpretativo è opportuno, perché il sogno di Sabina interseca piani della realtà vissuta e della realtà onirica. Mi spiego meglio. Ci può essere qualche ricordo personale, ad esempio una malattia reale della madre seguita dalle fantasie di Sabina bambina e dalle paure e angosce collegate al triste evento, ma questo dato lo dovrà dedurre Sabina quando leggendosi sarà anche chiamata a districare i ricordi e i simboli personali dal contesto del sogno.
Dico subito che il “grado di attendibilità e di fallacia” dell’interpretazione si attesta nell’ordine della “sufficienza”, perché il sogno di Sabina è molto denso e, ripeto, trasvola con dolcezza e per via associativa su piani diversi e simbolicamente compatibili: storia delle diadi “padre-figlia” e “madre-figlia” secondo il vangelo degli affetti della protagonista.
Il sogno usa con disinvoltura il “processo psichico di difesa” dall’angoscia della “regressione” e della “fissazione”. Particolarmente efficace è il ritorno al grembo materno nell’immagine finale.
A questo punto non resta che procedere con l’interpretazione, più che con la meccanica decodificazione, perché questo sogno di Sabina ha una sua universalità, è fatto per tutti e vale per tutti.
E allora, grazie a Sabina anche da parte di tutti gli sconosciuti che frequentano il blog dei sogni.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Si sta per celebrare il funerale di mio padre.”

Sabina è in fase di liquidazione psichica della figura paterna e giustamente ne celebra il “funerale”. Evidenzia una carica aggressiva verso l’augusto genitore, ma niente di speciale e di grave, tutto secondo Natura. Sabina è cresciuta e da adulta ha razionalizzato e composto la conflittualità edipica in riguardo al “padre”. Questa è una naturale risoluzione della “posizione edipica”. Sabina “sa di sé” anche grazie a questa evoluzione psichica e a questa autonomia acquisita: “autonomia” significa “far legge a se stesso”.
Il simbolo del “funerale” si traduce nell’uso del “meccanismo psichico di difesa” dall’angoscia, nonché pilastro del “processo secondario”, della “razionalizzazione” in versione aggressiva perché scarica parte della rabbia maturata nell’esperienza vissuta con il padre.

“Nonostante sia primo pomeriggio, c’è il crepuscolo.”

E’ come dire in questa poetica sintesi che “nonostante ci sia luce, c’è una luce attenuata in attesa del buio.” Sembra logicamente assurdo, ma simbolicamente non fa una piega e soprattutto in riferimento alla relazione con il padre che Sabina sta elaborando. La giusta traduzione è la seguente: “nonostante io sia pienamente consapevole del rapporto che ho avuto con mio padre, permane una serie di vissuti che non riesco a portare alla luce della coscienza e non riesco a razionalizzare.”
Il simbolo del “crepuscolo” condensa la caduta della funzione razionale per dare spazio all’emergere delle emozioni, così come il “pomeriggio” dice della presenza della lucidità mentale in una realtà comprensibile.

“Il luogo è il paese in cui sono vissuta da bambina e da ragazzina e, come spesso accade nei sogni, è un insieme di spazi (casa della nonna, cortile di casa mia).”

Sabina è accorta e ci informa che sta operando una “regressione”, non soltanto quella legata alla funzione onirica, ma una “regressione” anche difensiva dall’angoscia con la “fissazione” all’infanzia e all’adolescenza: “vissuta da bambina e da ragazzina” La “casa” è la sua struttura psichica, “organizzazione psichica reattiva ed evolutiva”, il “cortile” rappresenta l’abilità di relazionarsi e la rete delle amicizie e anche la ciarla e il faceto, la “nonna” è un sostituto della figura materna. La psiche di Sabina è “un insieme di spazi” dove si svolgono le psicodinamiche, la vita intima e privata ma anche sociale e visibile, la fenomenologia o le modalità con cui la protagonista traspare e appare. “Come spesso accade nei sogni”: sensibilità e competenza nel commento di Sabina, degne di grande apprezzamento e in special modo per il processo della “regressione” e della “fissazione” a cui allude. Preciso che si tratta di “processi psichici difensivi” dall’angoscia.

“Ci siamo io e mia sorella, forse anche mio fratello. Mi sembra ci sia anche mio marito, ma la sua figura si confonde nel sogno con quella di mio padre.”

La famiglia storica è quasi al completo. Manca la madre, una figura con cui Sabina sembra non avere questioni psichiche sospese dal momento che la esclude dal contesto familiare. La psicodinamica certa ed esibita è quella della “rivalità fraterna”, mentre quella “edipica” si profila in maniera traslata proprio nel “marito” che “si confonde” con il “padre”. Sabina riconosce in sogno una similarità elettiva tra le due figure che quasi si sovrappongono e comunica che il suo compagno rievoca il padre o “in toto” o in parte o nell’opposto. Siamo sempre sotto l’influenza magnetica della “posizione edipica”: la scelta dell’uomo su cui investire “libido genitale” e a cui accompagnarsi è legata al modello paterno introiettato nell’infanzia. Per il resto, Sabina si trova nella morsa del fratello e della sorella e se li porta a spasso nel sogno per attestarne l’importanza del vissuto nella sua formazione psicologica. Altamente poetico è il gioco delle ombre che Sabina istruisce in “la sua figura si confonde”, come nelle discese agli inferi di omerica, virgiliana e dantesca memoria. A livello psicoanalitico è presente una “traslazione” con biglietto di andata e ritorno tra padre e marito. Ricordo ancora che, se non si è ben razionalizzata e risolta la “posizione edipica”, si è destinati a innamorarsi di un “fac simile” del padre o della madre anche nelle versioni opposte.
Riepilogo: Sabina è regredita all’infanzia e la figura paterna e le figure dei fratelli sono dominanti per motivi diversi: il conflitto edipico e il sentimento della “rivalità fraterna”. La scena onirica oscilla tra il passato e il barlume di un presente in cui figura il marito con la sua vaga similarità al padre.

“Mentre portano la bara in chiesa, mio marito avvolge un pene in erezione con la pellicola trasparente. E’ staccato dal corpo a cui appartiene ed è piccolo, ma perfetto nelle proporzioni (nel sogno penso che possa sembrare lo stick di un lucidalabbra alla coca cola!).”

Il padre e il marito ritornano ancora in questa “dialettica edipica”: il padre dentro “la bara” e il marito con l’avvolgere un piccolo “pene in erezione con la pellicola trasparente”.
Quali simbologie si muovono in questa equiparazione?
Il padre nella “bara in chiesa” condensa la “razionalizzazione” della sua figura e la carismatizzazione della sua influenza nella formazione di Sabina, il “pene” piccolo rappresenta la forza e il potere di poco spessore. Sabina ha ben razionalizzato l’esigua figura e la marginale funzione del padre in famiglia. Questa operazione l’attribuisce al marito o per difesa dall’angoscia di riconoscere l’effimera presenza del padre o perché il marito somiglia al padre e ha poco potere nella psicodinamica di coppia. La precisazione dello “stick di un lucidalabbra alla coca cola” attesta della capacità di Sabina di usare in sogno il meccanismo della “figurabilità” e non senza l’ironia del sapore americano dell’oggetto ambiguo. Non dimentichiamo che questo piccolo pene “è staccato dal corpo a cui appartiene”. Trattasi di una castrazione psichica legata alla “posizione psichica anale” e all’esercizio dell’annessa “libido sadomasochistica”. Sabina si prende le sue rivincite e riduce l’autorità paterna ai minimi termini con l’aiuto interessato del marito. Il sogno diventa complesso oltre che intrigante. Procedere è d’obbligo.
Dimenticavo di precisare la simbologia della “chiesa”: il luogo del sacro, del sacrificio, della “sublimazione della libido”, dell’archetipo Padre, del “Super-Io”. Evoca un “fantasma di morte” legato a un portentoso senso di colpa che esige l’espiazione per ripristinare l’equilibrio psichico turbato.

“Mio marito mi dice che appartiene a Roger, personaggio sconosciuto nella mia vita reale.”

Eppure Roger ha del padre e del marito, ma è soprattutto una creazione fantasiosa di Sabina, un oggetto transferale, un alleato, un sostegno, un amuleto, un esorcismo dell’angoscia, un suo “fantasma” in riguardo al maschio e all’uomo in generale. Sabina ha “rimosso” Roger, Sabina sa certamente di Roger, questo “personaggio sconosciuto nella vita reale”, ma ben vivo e vegeto nella sua fantasia e nei suoi fantasmi. Roger è un uomo senza le qualità di potere e di forza, non è virile nel suo essere “perfetto nelle proporzioni”, un piccolo uomo. La concezione pessimistica sull’universo maschile è oltremodo evidente e attesta di una collocazione critica di Sabina nei riguardi del padre e all’interno della famiglia: “posizione edipica” e “sentimento della rivalità fraterna”.

“Capisco nel sogno che la morte di mio padre ha a che fare con quel simulacro che mio marito ha incartato affinché venga sepolto con lui.”

Tanto è vero e sacrosanto quello che si è appena affermato su Roger, che il suo “simulacro”, incartato asetticamente dal marito, viene a essere “sepolto” con il padre. Quest’ultimo è stato vissuto “fantasmicamente” dalla figlia bambina ed è stato scisso, “splitting”, nella “parte positiva del padre”, quello che mi ama, e nella “parte negativa”, quello che non mi ama. Di poi, Sabina adulta ha ben razionalizzato la figura paterna, ha capito che non si è sentita amata e lo ha giudicato un uomo non eccelso, di poco spessore e di poco potere, Roger per l’appunto.
Resta aperta la questione del marito. Sabina si è “traslata” in lui per evitare l’angoscia del vissuto-giudizio negativo sul padre o ha sposato un uomo in qualche modo simile al padre?
Al prosieguo del sogno l’ardua verità e sentenza.

“La messa non viene celebrata subito, perché prima ci sono altre due funzioni funebri.”

Traduco: la “razionalizzazione” del “fantasma” della figura paterna, nel bene e nel male, non è stata subito seguita dal sentimento della “pietas” da parte di Sabina, dal riconoscimento del padre e del suo carisma, semplicemente perché si rendono necessarie altre due “razionalizzazioni” o “funzioni funebri”.
Quali?
La composizione della madre e dei “fratelli coltelli”. Sabina è chiamata dagli eventi della vita e dalle emergenze psichiche a rendersi precocemente autonoma senza restare sola e senza ridestare il nucleo depressivo della perdita che ha maturato nel primo anno di vita. Sabina deve liquidare con calma e piena consapevolezza le “parti negative dei fantasmi” della madre e dei fratelli, per arrivare a una composizione utile e realistica di queste importanti figure familiari.
Quali sono le “parti negative”?
La pendenza “edipica” con la madre e il sentimento della “rivalità fraterna”. La prima è necessaria per la sua identità femminile. Sabina deve vivere sacralmente la madre come colei che l’ha generata e accudita e non come un’alleata contro il padre o tanto meno come una nemica. Per quanto riguarda i fratelli, Sabina è chiamata a convergere su se stessa e a non far loro e ai genitori carico dei suoi diversi modi di sentire e di agire, oltre che dei suoi vissuti al riguardo. Non dimentichiamo che in prima linea ci sono sempre i “fantasmi” e i vissuti della protagonista. Aggiungo che lo psicodramma di Sabina si è svolto con il rischio dell’orgoglioso rifiuto e della conseguente solitudine e ha fatto bene a razionalizzare al tempo giusto e di volta in volta le sue emergenze psichiche.
Il simbolo della “messa” esige la ritualità macabra della rievocazione di un parricidio e di un’espiazione del senso di colpa, il tutto in funzione catartica o di purificazione.
Procedere, oltre che necessario, è fascinoso in tanto lineare simbolismo.

“Non entro in chiesa, aspetto che la bara venga portata fuori.”

Traduco: “dopo la razionalizzazione non procedo alla carismatizzazione della figura paterna, ma è opportuno che ragioni realisticamente sui vissuti e sui fatti intercorsi in me e in riguardo a lui.” Sabina prende tempo e non si inventa le soluzioni seguendo l’istinto e le pulsione, ma ha bisogno di ben capire e di assumersi tutto il materiale psichico alienato o spostato nella figura paterna e che a tutti gli effetti la riguarda come attrice e pubblico pagante.
I simboli: la “chiesa” è il luogo del sacro e della “sublimazione della libido”, della colpa e dell’espiazione, del sacrificio e della vittoria sul Male, mentre “la bara” condensa la drastica risoluzione e composizione del conflitto. “Portata fuori” attesta dell’esibizione sociale di una presa di coscienza.

“Quando accade, vedo che la prima persona del corteo funebre è mio padre stesso.”

Traduco: “sono sicura che tutti i miei vissuti riguardano mio padre e di non avere operato alcuna contaminazione con mia madre e con i miei fratelli.” Sabina ha spartito il pane con giudizio e ha dato a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio.
In nome del padre e così sia!
Simboli: “corteo funebre” condensa la risoluzione e la perdita. Attenzione a che quest’ultima non sia fortemente depressiva. Bisogna sempre vigilare sull’intensità della perdita prima di deliberare e di decidere.

“La scena è in bianco e nero, piove. Dietro di lui non c’è nessuno, è solo e piange. E’ giovane, sui 40 anni, e ha un completo nero.”

Quando il sogno diventa poesia. Questo è proprio il caso e il momento di affermarlo. Sabina usa i “processi primari” naturalmente e costruisce una scena altamente poetica, una breve lirica di scuola neorealistica. Quattro semplici pennellate con il “bianco e nero” del tempo andato servono a dire tutto in una “condensazione” di emozioni, di sentimenti e di riflessioni.
Eccezionale!
Il sentimento della “pietas” nei riguardi del padre è naturale a conclusione del travaglio della figlia. Sabina riconosce la solitudine e il dolore di un uomo che sin da giovane non ha saputo evolversi nei sentimenti e nei modi di essere e di manifestarsi. Nei vissuti della figlia il padre è morto a quarant’anni e non ha saputo godere le cose preziose che aveva costruito. Il “completo nero” è simbolo di un modo di vedere la vita e la realtà immodificabile e ineluttabile come la morte. Sabina ha fissato la monoliticità del padre quando i suoi tentativi di conquistarlo e di avere da lui un riscontro affettivo sono andati delusi. In sostanza Sabina sta elaborando in sogno il “quando” e il “come” ha iniziato a operare la sua autonomia psichica dalla figura paterna, il “quando” e il “come” ha stornato le energie dei suoi investimenti dal padre.
Un cenno chiarificatore sul concetto di “pietas” è opportuno per giustificare il quadro evidenziato. Il mitico Enea era “pius” perché aveva portato con sé da Troia in fiamme i Penati e il padre Anchise. “Pio” è quell’uomo che “riconosce” e tutela le radici sacre e umane: i numi tutelari della patria e della casa e le origini nella figura dell’augusto vecchio genitore.
Il pianto di “piange” simboleggia il “dolore per il non nato di sé”, tutto quello che poteva essere vissuto e non ha visto la luce. Il padre, sempre nei vissuti di Sabina, si è perso tantissimo nel non vivere la figlia con un adeguato trasporto affettivo, nel ridurre all’essenziale emozioni e sentimenti. Il padre era Roger, un uomo da poco in tutto.
Il “piove” aggiunge tristezza al quadro e simbolicamente si risolve nella “catarsi” o purificazione dei sensi di colpa legati con il senno di poi all’indolenza e all’ignoranza di un uomo solo in pianto.
Un ultimo commento estetico su questo capoverso: la scena di un film di Rossellini con Anna Magnani o Sabina come protagonista non in primo piano, defilata ma determinante.
Questo è quanto dovuto al padre da una figlia “pietosa” e ricca di nostalgie e rimpianti.

“A questo punto del sogno si inserisce, spostando la mia attenzione in un altro luogo fisico rappresentato da un dedalo di vicoli cittadini stile casba mediorientale, la figura di una giovane donna ammalata.”

Adesso si può cambiare registro e Sabina in sogno riesuma “la figura di una giovane donna ammalata”.
Capperi, chi è costei?
Dopo Roger Sabina tira fuori dal suo “dedalo di vicoli” o dalla sua “casba mediorientale la figura di una giovane donna ammalata”. Sabina predilige gli spazi, i “topoi”, ma non quelli senza significati, preferisce i “logoi”, i ragionamenti. “Topos” e “Logos” sono associati nella “Mente” della protagonista a testimoniare che la sua sensibilità a “sapere di sé” è maturata sin dalla giovane età. Inizia la dialettica “madre-figlia” all’interno dello psicodramma “edipico” di Sabina e dopo l’analisi acuta della relazione con la figura paterna. Vorrei sempre sottolineare la “figurabilità” e la plasticità della funzione onirica di Sabina, le capacità della sua Fantasia di essere “poetica”, creativa. E’ questo un segno di tanta sofferenza nell’infanzia e di tanta ricerca di compensazione psichica. Del resto, l’arte combinatoria delle parole e delle emozioni passa attraverso il dolore, “il non nato di sé” che aspira sempre a nascere e che pulsa fino a quando non ha visto la luce. Non dimentichiamo ancora che la protagonista del sogno è Sabina e che tutte le dinamiche evocate e abilmente descritte sono da ascrivere a lei, al di là dell’effettivo comportamento dei suoi genitori: il sogno siamo noi, siamo noi questo poema occulto e questo linguaggio dimenticato.
Tornando al sogno dopo questa necessaria digressione, Sabina si è “spostata” nei vissuti e nei fantasmi elaborati durante la relazione intensa e intrigata con la madre: “un dedalo di vicoli cittadini stile casba mediorientale”. “La figura di una giovane donna ammalata” è Sabina che ha operato in sogno uno “spostamento” difensivo nella madre. Due piccioni con una fava: Sabina analizza se stessa e la relazione con la madre.

“E’ una madre in fin di vita e attaccata a un respiratore.”

Ecco lo “spostamento” o la “traslazione” di cui si diceva prima: la “madre e Sabina” e il “fantasma depressivo di morte” per abbandono e per incuria, per anaffettività e indifferenza, per solitudine interiore. Non è la “morte” fisica, ma la “morte psicologica”, quella più sottile che ci si trasporta in vita con un micidiale tratto depressivo che tende a venire fuori a ogni esperienza e vissuto di perdita. Ricordo che l’aria è simbolo di energia e che il “respiratore” è un surrogato materno. Resta anche la possibilità che Sabina stia riesumando qualche malattia reale della madre, ma in ogni caso ne approfitta per parlare di sé e dei suoi vissuti. La “madre” è un archetipo, un simbolo universale, e condensa la “ontogenesi” e la “filogenesi”, l’origine e la conservazione amorosa della Specie, oltre agli attributi affettivi e protettivi, fusionali ed emotivi, sentimentali e poetici. La simbologia la vuole anche signora della morte.

“In realtà è in una bara, che però ha una sorta di respiratore a soffietto attaccato al coperchio, per cui si capisce che la persona all’interno è viva, sta respirando anche se aiutata.”

Anche la madre è “in una bara”, è suggellata dalla razionalità, è “compresa”, è messa dentro, come in precedenza il padre e il pene piccolo del tipo stick lucidalabbra alla coca cola. Sabina ha mantenuto in vita il padre e la madre, una vita condizionata da un respiro meccanico e non spontaneo. La madre resta una presenza importante nell’economia e nell’evoluzione psichiche di Sabina. Anche la madre è stata vittima di difficoltà affettive e non è stata di grande sollievo per la figlia. Così sembra probabile.
Ribalto il quadro: Sabina è perfettamente consapevole del poco affetto che le ha dato e potuto dare la madre, ma a quest’ultima ascrive minor danno rispetto al padre. Il sogno di Sabina è tanto bello quanto ricco, una ricchezza articolata e complicata. Il prosieguo del sogno spiegherà meglio qualche inghippo attuale.
Ancora: questo capoverso condensa una gravidanza con cordone ombelicale incorporato in “bara”, “coperchio”, “respiratore a soffietto”, “persona viva che sta respirando”. La capacità della “figurabilità” di Sabina è notevole nella sua naturale spontaneità: immagini giuste al “fantasma” in atto.
Anche questo simbolo ha bisogno di ulteriore conferma e spiegazione.
Non resta che procedere in tanta bellezza.

“Io guardo la scena e vedo una bambina che soffre per questa situazione.”

Sabina è spettatrice di se stessa, si guarda bambina che soffre per la situazione di una madre “in fin di vita e attaccata a un respiratore”, di una madre vittima dell’anaffettività del marito. Nel capoverso sono presenti i meccanismi psichici di difesa dall’angoscia della “traslazione” e “proiezione” e anche il “processo psichico di difesa della regressione” in “vedo una bambina”. Sabina si è identificata nella madre e ha sofferto gli stessi mali, quelli che contraddistinguevano le dinamiche familiari: oppressione delle energie e mancanza d’affetto. Si conferma l’identità di un padre apparentemente forte, ma nella sostanza di un uomo debole e di poca sostanza.
Il simbolo della “scena” si attesta nella realtà psichica in atto.

“Quando i medici decidono di staccare il respiratore alla donna, la bambina si sdraia su un tavolo di metallo e accanto le si sdraia la madre.”

Subentra l’alleanza tra madre e figlia per similarità di condizione. Quando la figlia prende coscienza di essere nelle stesse condizioni psico-affettive della madre, scatta l’identificazione e l’alleanza: “anch’io come te, vittima di un uomo anaffettivo, di poco potere e di poche qualità. Il sodalizio si mostra chiaramente in “le si sdraia accanto”. Ma la questione si complica.
Chi sono questi “medici”?
Di solito rappresentano simbolicamente l’istanza censoria del “Super-Io”, il senso del dovere e del limite, l’autorità che punisce i colpevoli e fa espiare i reati. Questi medici sono “il senso del dovere” della madre e della figlia, il “Super-Io” di Sabina in sogno esteso e attribuito anche alla madre e sempre per similarità di condizione: i membri emarginati della famiglia. Trionfa il “senso dell’esclusa” e la “sindrome di Cenerentola” in questo contesto del sogno. Il “tavolo di metallo” contiene simbolicamente la freddezza affettiva prossima alla morte, un “fantasma di solitudine” con angoscia incorporata. Ma Sabina è riuscita a sopravvivere grazie al “Super-Io” e al senso del dovere che l’ha contraddistinta nella sua formazione psichica. Il tutto in sogno viene esteso alla madre per un’alleanza atta a stemperare l’angoscia di abbandono e di solitudine o peggio ancora del rifiuto da parte del padre. Il sogno di Sabina tocca punti drammatici in una cornice di poetico dolore.
Ritornando alla possibile interpretazione di un grembo gravido e di una maternità mancata, il quadro disegnato è accuratamente idoneo a giustificare il trauma di un aborto: i medici, il tavolo metallico, staccare il respiratore, e la madre pietosa accanto alla figlia morta.
Misteri creativi del sogno!
Non mi resta che procedere tra queste possibilità.

“La bambina si mette in posizione fetale, gira le spalle alla madre, in un incastro perfetto dove la testa poggia sul seno materno e il fondo-schiena si adagia nel ventre.”

Si ricostituisce la “diade madre-figlia” in un ambito fusionale di dipendenza reciproca: uno stato gravidico extrauterino. Questa interpretazione vale sia che si tratti di un trauma d’aborto e sia che si tratti dell’alleanza affettiva con la madre in reazione a un padre-marito anaffettivo e di poco potere. Il “processo psichico della “regressione” e della “fissazione” al grembo materno è oltremodo evidente e merita un apprezzamento ulteriore la capacità di “figurabilità” di Sabina nel descrivere “l’incastro perfetto” della madre e della figlia. Il “seno” è simbolo della madre e degli affetti, il “fondo-schiena” e il “ventre” sono descrittivi della ricostituita unione.
Domanda: Sabina vuole riparare un trauma d’aborto o sta sviluppando lo psicodramma profondo dell’anaffettività paterna con il concorso della madre per identificazione con lei non soltanto nella femminilità, soluzione edipica, ma anche nella condizione affettiva?
In “tanto” sogno vado a concludere.

“Attende con inquietudine, ma non priva di un senso tranquillizzante di ineluttabilità, l’esalazione dell’ultimo respiro della madre.”

Traduco: il senso del dovere è servito a Sabina per concepire e giustificare la situazione affettiva sua e della madre. La convinzione dell’impossibilità a cambiare le cose in famiglia, dell’immodificabilità del padre e dell’economia psichica in atto ha dato tranquillità, per cui Sabina può attendere che le ultime speranze cessino e che la morte risolva la questione: la “razionalizzazione” è servita in un piatto d’argento. Far morire la madre significa per Sabina rendersi indipendente a livello psichico anche da lei e diventare donna adulta e autonoma. L’inquietudine si sposa con l’ataraxia e con l’amore del proprio destino, “amor fati”.
Questo è quanto dovevo.
Concludo dicendo che nel sogno si possono essere intersecate esperienze traumatiche diverse da quella affettiva, ma quest’ultima è la chiave interpretativa dominante.

“Mi sono risvegliata senza angoscia, ma con una memoria molto lucida delle immagini oniriche che ancora adesso permane.”

Perché Sabina si è “risvegliata senza angoscia”?
Perché la consapevolezza domina e quindi l’angoscia, questo stato psichico altamente doloroso e prodotto da ciò che non so, non ha motivo di essere perché Sabina sa di sé e della sua “organizzazione psichica”. L’angoscia lascia il posto soltanto al dolore, al sentimento nostalgico di ciò che poteva esserci e non ci è stato, una figlia amata dal padre e una famiglia armonica. La “memoria molto lucida” significa che Sabina ha lavorato sopra i suoi fantasmi e i suoi vissuti, li ha visti e rivisti, filtrati e amorosamente accolti nel crogiolo migliore della sua esistenza. E’ cosa giusta e sana che questo materiale permanga lucido e sempre da lucidare razionalmente in caso di opacità.
Ringrazio Sabina per avermi dato questa opportunità di approfondire le mie ricerche sull’inquietante e poliedrico fenomeno del sogno.
Alla prossima!

PSICODINAMICA

Il sogno di Sabina svolge la psicodinamica “edipica”, la relazione con i genitori e la risoluzione delle conflittualità. Evidenzia l’uso progressivo della “razionalizzazione” dei fantasmi e dei vissuti traumatici in riguardo al padre e alla madre. Accenna al sentimento della rivalità fraterna. Nello sviluppo del sogno inserisce simboli personali ed eventi possibilmente occorsi che nulla tolgono allo psicodramma progressivo e alle forti emozioni connesse. Si serve del processo psichico della “regressione” e “fissazione” fino a rappresentare simbolicamente il grembo materno e la ricostituzione della “diade madre-figlia”. Esibisce le due modalità del vissuto nei riguardi del padre e della madre e la loro comprensione è sempre finalizzata al “sapere di sé” tramite presa di coscienza. Integra i traumi eventuali e rafforza la “struttura psichica evolutiva”. Fa uso di un linguaggio altamente poetico nella sua naturalezza e spontaneità in grazie al veicolo dei “processi primari” e della fantasia.

ULTERIORI RILIEVI TECNICI

Il sogno di Sabina è ricco di “simboli collettivi” e metto in rilievo i più interessanti: “funerale” e “crepuscolo” e “cortile” e “chiesa” e “pene” e “messa” e “chiesa” e “bara” e “corteo funebre” e “dedalo di vicoli” e “casba” e “respiratore”. Ricordo il simbolo individuale e personale “Roger”.
L’archetipo richiamato ed esibito è quello della Madre in “E’ una madre”.
I “fantasmi” contenuti nel sogno di Sabina sono quelli del “padre”, della “madre”, della “morte”.
Il sogno di Sabina esibisce l’istanza psichica pulsionale “Es” in ““Si sta per celebrare il funerale di mio padre.” e in altro che segue, l’istanza censoria e morale “Super-Io” in “medici”, l’istanza razionale e vigilante “Io” in “capisco” e in “spostando la mia attenzione” e in “si capisce” e in “io guardo la scena e vedo”. Il sogno di Sabina è ricco di “Es” e di “Io” in quanto oscilla continuamente tra il ricordo e l’attualità, le “regressioni” e le prese di coscienza, l’emozione e la ragione. L’intervento del “Super-Io” è, purtuttavia, determinante per la comprensione del nesso basilare del sogno: il senso del dovere di riconoscere il padre anaffettivo e la similarità di condizione psichica ed esistenziale tra madre e figlia.

Le “posizioni psichiche” manifestate sono la “edipica” in “la sua figura si confonde” e in “la figura di una giovane donna ammalata”, la “anale” in “staccato dal corpo”, la “genitale” in “mio marito”, la “fallico-narcisistica” in “un pene in erezione”, la “orale” in “attaccata a un respiratore”. Il sogno di Sabina è basato sulla relazione con il padre e la madre: “edipico”.

I “meccanismi psichici di difesa” dall’angoscia presenti nel sogno di Sabina sono i seguenti: la “condensazione” in “funerale” e in “crepuscolo” e in “casa” e in “cortile” e in altro, lo “spostamento” in “nonna” e in “completo nero” e in altro, la “traslazione” in “la figura di una giovane donna” e in “vedo una bambina” e in “la sua figura si confonde”, la “rimozione” in “personaggio sconosciuto nella vita reale”, la “razionalizzazione” in “bara in chiesa” e in “attende con inquietudine”. Il “processo di difesa della regressione e fissazione” domina il sogno ed è ben visibile in “Il luogo è il paese” e in “vedo una bambina”. La “figurabilità”, capacità di dare immagine all’emozione e al fantasma, è possente ed è mirabilmente presente in “stick di un lucidalabbra alla coca cola” e in “dedalo di vicoli cittadini stile casba mediorientale” e in “respiratore a soffietto” e in “tavolo metallico”.

Il sogno di Sabina attesta di una valido tratto psichico “edipico” all’interno di una “organizzazione psichica reattiva ed evolutiva”, impropriamente struttura, “genitale”. Sabina nella sua traversia psichica ha maturato grazie alla “razionalizzazione” il superamento del “fantasma di perdita depressiva” e si è evoluta con investimenti di “libido” donativa, “genitale” per l’appunto. Da genitori egoisti ed egocentrici o narcisisti si evolvono figli di nobile generosità anche secondo il meccanismo della “conversione nell’opposto”.

Il sogno di Sabina è ricco di simboli e, di conseguenza, di figure retoriche: la “metafora” o relazione di somiglianza in “crepuscolo” e in “chiesa” e in “simulacro” e in “chiesa” e in “bara”, la “metonimia” o relazione logica in “messa” e in “bara” e in “corteo funebre” e in piove” e in “dedalo di vicoli” e in “stile casba”. Alcuni passi sono altamente poetici per la concentrazione simbolica intessuta di una estrema semplicità espressiva: “La scena è in bianco e nero, piove. Dietro di lui non c’è nessuno, è solo e piange. E’ giovane, sui 40 anni, e ha un completo nero.” e ancora in “un altro luogo fisico rappresentato da un dedalo di vicoli cittadini stile casba mediorientale, la figura di una giovane donna ammalata. E’ una madre in fin di vita e attaccata a un respiratore. In realtà è in una bara, che però ha una sorta di respiratore a soffietto attaccato al coperchio, per cui si capisce che la persona all’interno è viva, sta respirando anche se aiutata. Io guardo la scena e vedo una bambina che soffre per questa situazione.” Mi fermerei, ma voglio continuare. “… la bambina si sdraia su un tavolo di metallo e accanto le si sdraia la madre. La bambina si mette in posizione fetale, gira le spalle alla madre, in un incastro perfetto dove la testa poggia sul seno materno e il fondo-schiena si adagia nel ventre. Attende con inquietudine, ma non priva di un senso tranquillizzante di ineluttabilità, l’esalazione dell’ultimo respiro della madre.”
Mi fermo, ma sarebbe il caso di riprendere queste immagini, così naturali alla vista e così semplici nel linguaggio, e di contaminarle.

La “diagnosi” dice di un esito prospero nella liquidazione della “posizione edipica” attraverso il meccanismo di difesa della “razionalizzazione”, quello non psicopatologico ma quello del “processo secondario”, la ragione e la logica. Il sentimento della “rivalità fraterna” risulta composto nelle sue punte di frustrazione e di aggressività. Ricordo che la “razionalizzazione” pericolosa è quella che costruisce neo-realtà persecutorie all’interno di una “organizzazione psichica reattiva paranoica”, quella che esula dal “principio di realtà”.

La “prognosi” impone a Sabina di non smarrire il filo logico della sua storia psicologica con i genitori e di portarla avanti con la naturalezza dei semplici e dei gioiosi. Sabina, inoltre, deve farsi forte di questa esperienza di anaffettività paterna e deve muoversi da adulta verso gli “investimenti di libido” su persone e oggetti a cui tiene e che l’attraggono. Sabina bambina non poteva procedere in questo modo con il padre.

Il “rischio psicopatologico” si attesta in una semplice “psiconevrosi edipica” di tipo istero-fobico con somatizzazioni e crisi di panico qualora si riducesse la presa di coscienza e affluissero emozioni rimosse e congelate dietro uno stimolo vago ma significativo per Sabina. Nessun rischio borderline e tanto meno psicotico è presente nella psicodinamica del sogno.

Il “grado di purezza onirico” è buono. Il sogno nella sua formulazione non è stato intaccato dai “processi secondari” in maniera significativa perché la ricchezza simbolica era trasmissibile, comprensibile e compatibile con la logica della narrazione.

Il “resto diurno” del “resto notturno”, la causa scatenante del sogno di Sabina si attesta in una riflessione sulle figure dei genitori o in una associazione libera e spontanea durante il pomeriggio e magari discutendo del più e del meno con i familiari.

La “qualità onirica” è “poetica”. Il testo del sogno è fortemente creativo in maniera direttamente proporzionale alla semplicità del linguaggio e alla complessità dei contenuti.

Sabina ha elaborato questo sogno durante la seconda fase REM alla luce della compostezza e della lunghezza: linearità narrativa e ridotta tensione nervosa nonostante i temi particolarmente scottanti e delicati.

Il “grado di attendibilità e di fallacia” dell’interpretazione del sogno di Sabina è “sufficiente” a causa della ricca simbologia, anche individuale, e dell’improvviso cambiamento di scena: dal padre alla madre.

Il “fattore allucinatorio” si attesta nel senso della “vista” e nello specifico in “vedo che la prima persona…” e in “La scena è in bianco e nero…” e in “Io guardo la scena e vedo una bambina…”. Gli altri sensi e le cospirazioni interattive sono subordinate alla “vista”.

DOMANDE & RISPOSTE

La lettrice anonima ha posto le seguenti domande dopo avere attentamente letto l’interpretazione del sogno di Sabina.

Domanda
Un sogno tosto e impegnativo?
Risposta
Decisamente! Non sono del tutto soddisfatto della decodificazione, perché il sogno è molto ricco di echi, di richiami e di possibilità interpretative. Io ho preferito le interpretazioni più supportate dai simboli chiari e ricorrenti. Ma la possibilità che ci siamo ricordi ed eventi personali nel sogno spiega in parte la mia insoddisfazione. La sola persona che può sciogliere questi dubbi è Sabina. Del resto, il sogno era complesso e io mi sono imbattuto nel mettere insieme i nessi simbolici nel registro logico.
Domanda
In sostanza Sabina come la vede?
Risposta
Sabina è una donna che, a causa dell’indifferenza affettiva paterna e dell’alleanza benefica con la madre, ha fatto le cose giuste al momento giusto e meglio degli altri. Le resta soltanto il rimpianto di una relazione migliore con il padre. Se così fosse stato, la sua evoluzione psichica sarebbe stata diversa. I fratelli hanno inciso relativamente nell’economia psichica della nostra protagonista.
Domanda
Ma cosa avrebbe potuto fare Sabina bambina?
Risposta
Ben poco. Poteva amare il padre senza aspettative per quello che era e che dava, ma era una bambina e giustamente bisognosa. Questa cosa l’ha fatta da grande. Sabina è genitale e donativa, una donna che dà piuttosto che attendere di ricevere ciò che possibilmente non verrà: una donna generosa e molto matura. Deve smettere di sentirsi “figlia di un dio minore” e “soggetto di minor diritto” e deve pretendere di più da tutti quelli che la circondano e si onorano di conoscerla e di frequentarla.
Domanda
La immagina una bella persona?
Risposta
E’ una bella persona perché ha sofferto e ha saputo trarre un buon insegnamento dal dolore, ma soprattutto perché ha usato la testa e ha privilegiato il “sapere di sé” senza abbandonarsi alle tragedie greche.
Domanda
Ma lei la conosce?
Risposta
Assolutamente no.
Domanda
Mi pare di aver capito che non sempre il male viene per nuocere e che un genitore imperfetto può dare i suoi frutti positivi. Sai che consolazione!
Risposta
Noi reagiamo in base agli stimoli che provengono dal nostro interno e dal nostro esterno, endogeno ed esogeno, e così ci formiamo organizzando i fantasmi in vissuti e questi ultimi in modalità psichiche di interpretare noi stessi e il mondo che ci circonda. Tra il meglio e il peggio, l’utile e il dannoso, la gioia e il dolore, Sabina si è saputa ben organizzare ed è stata brava a evolversi al meglio nelle condizioni date.
Domanda
Quale canzone sceglie per questo sogno?
Risposta
Associo la canzone “Mama”, scritta nel 1966 da Sonny Bono per la moglie Cher, un testo che sviluppa semplicemente la nostalgia della relazione tra la madre e la figlia senza grandi drammi. Tradotta da Dossena per Iolanda Gigliotti, in arte Dalida, il testo si arricchisce di un pathos e di un pessimismo esistenziale perfettamente incarnati dalla cantante italo francese che in quel periodo viveva il dramma della morte per suicidio del compagno Luigi Tenco. Il testo si è imbevuto del ricordo sferzante della madre da parte di una figlia tormentata, una figlia che di poi ha preferito uscire dalla vita sotto i possenti stimoli della depressione. Ma a noi piace pensare che le canzoni siano solo canzonette, come sostiene il benamato e pur caro Bennato Edoardo.
Domanda
Perché questa canzone?
Risposta
E’ ricca di simboli e tratta l’identificazione della figlia nella madre tramite la bambola, “traslazione”.
Domanda
Ha detto che il testo del sogno di Sabina è poetico, lo riattraverserà per contaminarlo?
Risposta
La tentazione è fortissima. Sì! Eccolo!

PIAN PIANIN

Piove in bianco e nero su un uomo solo che piange
e trascina la sua gioventù in un completo nero.

E’ un padre in fin di vita
che camminando respira a fatica.

In un dedalo di vicoli a casba
si nasconde una giovane donna ammalata.

E’ una madre in fin di vita
che dentro una bara respira a fatica.

Una bambina che soffre,
inquieta attende l’ineluttabile
e confabulando sparge il suo dolore.

“Pian pianin,
pin pedin,
sangue rosso e birichin,
racconta, o mamma, al mio papà
la storia bella
della donzella
che oggi è donna
e ieri era damigella.
Pian pianin,
domenichin
e uni e dui e trini,
onze dunzi trinzi,
cala calinzi,
meli milinzi
e uni e dui e trini,
o mare dì tu ti a me pare
de la donnetta
la favola bea
di quando g’era putea.”

Libero riattraversamento del sogno di Sabina.
Traduzione dal dialetto veneto antico e contaminato degli ultimi quattro versi: “o madre, dì tu a mio padre della piccola donna la favola bella di quand’era bambina”.

 

LA RAZIONALIZZAZIONE DEL LUTTO

MI SCRIVE FERNANDA

Buongiorno Vallone,
come promesso le invio la sintesi di un sogno che ho fatto proprio questa notte e che, tra l’altro, la vede pure come attore.
Il sogno consiste in questo.
La chiamo al telefono per prendere un appuntamento di analisi, ma lei mi risponde che è in Sicilia per un bel po’ di tempo e che potrei recarmi presso un suo studio dove potremmo comunicare via Skype (video conferenza).
Mi reco presso questo studio (non ha nulla a che vedere con lo studio di Pieve di Soligo), entro, ovviamente non c’è nessuno, mi siedo dietro la scrivania davanti al p. c. ed inizio a guardare tra le sue carte sopra la scrivania trovando delle mie foto risalenti a 18 anni fa, foto che le ho dato io, foto di me giovane anche con Barbara, mia figlia, piccola.
Poco dopo dalla porta entra lei (che doveva essere in Sicilia), le chiedo piacevolmente stupita come mai è arrivato e lei mi risponde che comunque aveva degli impegni qui al Nord.
In realtà io capisco che è arrivato per me.
Quello che a me arriva è un tentativo di nascondere che in realtà è innamorato di me.
Si siede accanto a me e mi parla di lato, ma da vicino. Io provo una sensazione di protezione e di benessere.
Il sogno non ha nessuna sfumatura di carattere sessuale o fisico. Si ferma a questa sensazione di legame platonico.
Cosa mi sta succedendo?
Dopo tutti questi anni sembra più forte il passato del presente, ma vorrei anche avere un altro figlio.
Buona giornata,
Fernanda
P. S. Dimenticavo di dirle che l’anno scorso mio padre è morto.

CONSIDERAZIONI

Proseguo sulla linea della semplificazione massima senza scadere nell’approssimazione.
Fernanda chiede cosa le sta succedendo e la risposta immediata è la seguente: la “razionalizzazione del lutto” legato alla perdita del padre.
La notizia finale è la chiave di comprensione del sogno di Fernanda e la Psiche birichina la comunica nel “post scriptum” a testimoniare di una blanda “rimozione” o ingenua dimenticanza.
Cosa comporta a livello psichico il lutto?
Reazioni psicosomatiche, mentali e fisiche, nonché pratiche e ritualistiche, tutte dettate dalla “organizzazione psichica reattiva” maturata e dall’uso dei meccanismi di difesa dall’angoscia che hanno contraddistinto l’evoluzione psichica. Nell’impatto con l’esperienza della morte ogni persona reagirà alla perdita in maniera diversa, ma fondamentalmente secondo le direttive del suo corredo formativo.
Quanto tempo necessita la “razionalizzazione del lutto”?
Dopo due anni si evidenzia il processo innescato dal dolore e dall’angoscia, nonché il modo e la maniera in cui l’esistenza si è evoluta: il dolore riguarda la perdita, l’angoscia verte sulla morte.
La lettera di Fernanda ha un sogno incorporato e offre la possibilità di iniziare un percorso sul fenomeno inquietante della perdita e sulla conseguente riflessione sulla morte.
Presto le mie parole all’interpretazione del sogno di Fernanda.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Buongiorno Vallone,
come promesso le invio la sintesi di un sogno che ho fatto proprio questa notte e che, tra l’altro, la vede pure come attore.”

Fernanda mi conosce perché è stata in trattamento analitico. Con lo psicoterapeuta si stabilisce sempre una complessa relazione, umana e clinica, che viene definita “transfert”. Si tratta della riproposizione delle modalità psichiche, elaborate e vissute durante l’infanzia nei riguardi dei genitori, sulla poliedrica figura dell’analista, modalità relazionali che contraddistinguono come un marchio di fabbrica ogni persona. Il “transfert” è secondo Freud un potente strumento d’indagine perché verte sull’infanzia e sull’adolescenza e denota soprattutto i movimenti affettivi e le pulsioni sessuali vissuti durante l’evoluzione psichica del soggetto in trattamento. Sognare l’analista, quindi, comporta la “traslazione” difensiva della figura materna o paterna con le modalità psichiche emergenti. Ribadisco, figura materna e paterna secondo le emergenze elaborate nel corso dell’esperienza di destrutturazione e di razionalizzazione psichiche. Ricordo che l’analisi e la presa di coscienza del “transfert” concludono il trattamento psicoterapeutico psicoanalitico. Alla luce di queste considerazioni teoriche il mio “essere attore” nel sogno di Fernanda si spiega con la “traslazione” del padre defunto nella mia figura e con la riedizione della relazione transferale a suo tempo vissuta nel corso dell’esperienza psicoterapeutica.
Procedendo punto per punto, il discorso diventa più semplice e comprensibile.

“Il sogno consiste in questo: la chiamo al telefono per prendere un appuntamento di analisi, ma lei mi risponde che è in Sicilia per un bel po’ di tempo e che potrei recarmi presso un suo studio dove potremmo comunicare via Skype (video conferenza).”

Fernanda si relazione con me secondo le coordinate della psicoterapia e manifesta l’intenzione di una seduta di sostegno, ma non è molto convinta dal momento che mi allontana dal mio studio di Pieve di Soligo e, sapendo delle mie origini sicule e del mio costume nostalgico di ritornare spesso in Sicilia, mi colloca beneficamente nella mia terra. Ha un atteggiamento materno nei miei confronti, non vuole rinunciare alla seduta ma la desidera distaccata ed emotivamente meno intensa: “la chiamo al telefono” e “comunicare via Skype”. La modernità è al servizio della relazione e ben venga anche se pone diversi problemi nel settore delle psicoterapie. Comunque, Fernanda sta cercando un incontro e un impatto a bassa intensità emotiva con una figura maschile e ha spostato nell’analista una gentile connotazione paterna. Fernanda cerca un contatto in un distacco risolvibile, evita l’angoscia della perdita e la ripara con una soluzione mediata. Ma quale psicodinamica sta effettivamente istruendo Fernanda nel suo sogno?

“Mi reco presso questo studio (non ha nulla a che vedere con lo studio di Pieve di Soligo), entro, ovviamente non c’è nessuno, mi siedo dietro la scrivania davanti al p. c. ed inizio a guardare tra le sue carte sopra la scrivania trovando delle mie foto risalenti a 18 anni fa, foto che le ho dato io, foto di me giovane anche con Barbara, mia figlia, piccola.”

Fernanda in sogno sta riesumando la sua storia psicoterapeutica, la sua avventura analitica iniziata e proceduta nel tempo anche con il lieto evento della figlia, esperienze che ha vissuto nel suo “studio” interiore e che la trovano particolarmente in confidenza con la mia persona. Le “carte” sono ovviamente quelle sue, i fatti intercorsi nella vita di una giovane donna, la maternità e l’affidamento a un buon padre, l’analista. Fernanda ha maturato un “transfert” positivo e ha potuto procedere nella rivisitazione delle sue esperienze formative senza gravi travagli: “le mie foto risalenti” e “le ho dato io”. Fernanda aveva in apparenza una “posizione edipica” non eccessivamente conflittuale nei riguardi del padre e una relazione di dipendenza nei riguardi della madre. La figlia di Fernanda conta a tutt’oggi diciotto anni. La sintesi di tanti anni di vita e di lavoro su se stessa è quasi perfetta, per cui il sogno può passare all’elaborazione di materiale psichico più sostanzioso e congruo.

“Poco dopo dalla porta entra lei (che doveva essere in Sicilia), le chiedo piacevolmente stupita come mai è arrivato e lei mi risponde che comunque aveva degli impegni qui al Nord.”

Fernanda rievoca la sua relazione conflittuale con il padre, “posizione edipica”, tramite la mia persona e la mia figura e adatta mirabilmente la parte fisica con la parte psichica: “piacevolmente stupita”. Per i bisogni psichici emersi in sogno si serve della magia dello spazio e rapidamente si colmano le distanze tra il Sud e il Nord. Emerge un tratto “fallico narcisistico” dell’adolescenza, quando la conquista affettiva del padre era importante per il futuro e per l’evoluzione. Il pensiero magico dell’infanzia si ridesta per assolvere i desideri di una figlia che ha bisogno d’importanza e di potere, di valutazione e di prestigio. Il sogno viaggia nel discorsivo, con pochi simboli espliciti e con dinamiche realistiche perché Fernanda lo accomoda e lo acconcia dopo il risveglio e anche perché tanto tempo è passato dalla fine della terapia. Si rilevano i bisogni di potere e la “proiezione” di onnipotenza magicamente condita: “piacevolmente stupita come mai è arrivato” dal Sud al Nord. E’ altamente poetica la fantasia seduttiva della bambina nella ricerca del privilegio e dell’attenzione del padre. Questa è una radice psichica del futuro destar fascino nella conquista dell’altro.

“In realtà io capisco che è arrivato per me.”

Quanti sentimenti sono condensati in questa breve frase! A riprova di quanto detto in precedenza, si evidenziano il bisogno di possesso esclusivo, il sentimento della rivalità fraterna, la sete d’affetto, il desiderio della conquista, il fascino e il potere della seduzione. Fernanda bambina nutriva naturalmente il suo “Io” con una buona dose di fantasie falliche e narcisistiche. Questa breve frase è anche un condensato di psicologia della seduzione edipica. Fernanda riesuma desideri e i bisogni di bambina, nonché le titubanze di adolescente, nei riguardi del padre. “Capisco” equivale a “mi riempio” e “contengo”, a “mi imbevo” e ho la consapevolezza che il maschio dice le bugie per non tradire i suoi affetti e il suo sentimento d’amore. La “proiezione” difensiva è oltremodo evidente. Fernanda ha vissuto tutto questo trambusto in passato, non lo ha detto e non lo ha fatto capire, l’ha tenuto nella sua interiorità per evolversi. L’intimo e il privato sono sempre beni da tutelare e non si offrono al primo venuto: le perle non si danno in pasto ai porci. Non dimentichiamo che il padre di Fernanda è morto da quasi un anno e che lei sta necessariamente razionalizzando il lutto. “Per me”, ribadisco, è tutto un programma d’investimento di “libido fallico-narcisistica”.

“Quello che a me arriva è un tentativo di nascondere che in realtà è innamorato di me.”

Come si diceva in precedenza, i bisogni affettivi e affermativi sono una costante psichica che i figli rivolgono all’attenzione e alla sensibilità dei genitori. Essere valutati e rivalutati è molto importante nell’economia dell’evoluzione psicofisica. “Quello che a me arriva” dall’interno e non dall’esterno è la difesa del “proiettare” nell’altro i moti profondi del mio corpo e della mia mente. La “posizione edipica” è servita in un piatto d’oro e non d’argento. La bambina ha pensato allora e ripensa adesso tramite la donna adulta e la madre che un uomo, il padre, avesse investito “libido” su di lei. Il bisogno difensivo di non vivere l’angoscia di valere poco si sublima nella collocazione narcisistica di superiorità. Da questo spaccato di sogno si capisce la formazione dei complessi d’inferiorità e dei disturbi affettivi. In ogni caso genitori freddi e anaffettivi producono guasti psichici nei figli, che oltretutto producono da soli “fantasmi depressivi” di vasta portata per naturale necessità formativa ed evolutiva. Nascondere la verità è andare contro la realtà. Fernanda ha avuto bisogno che il padre si accorgesse di lei e di fare fantasie su questo rapporto. Lei ha fatto di tutto per occultare a se stessa e agli altri questo sentimento e questa attrazione, ma è costretta alla consapevolezza dopo la morte del padre e in sogno. Il lutto e il fantasma depressivo rimescolano alla grande la struttura psichica maturata e la costringono ad evolversi con la “razionalizzazione” della perdita. Convergiamo sul sogno e sulla simbologia: l’analista padre si è innamorato della figlia paziente. Il “transfert” seduttivo e affettivo è servito a Fernanda per tirare fuori al meglio la sua modalità relazionale. Adesso può risolvere il conflitto con il padre e compensare le frustrazioni necessariamente subite. Adesso si può consapevolmente relazionare con i suoi uomini in maniera autonoma anche se la modalità primaria resta sempre attiva. Fernanda può comandare a casa sua.

“Si siede accanto a me e mi parla di lato, ma da vicino. Io provo una sensazione di protezione e di benessere.”

Ecco svelati i bisogni della bambina nel sogno della donna adulta a conferma che il tempo non è passato, che il vissuto è ancora presente e si compensa altrove. La Psiche viaggia in una dimensione temporale assolutamente presente, un “breve eterno”. La vita psichica si riconduce all’attualità della coscienza. La “regressione” onirica offre l’immagine di una Fernanda bisognosa di vicinanza, di parole, di presenza, di protezione e di viversi bene. La “posizione edipica” è umanizzata senza colpe e senza eccessi. Fernanda edulcora in sogno le turbolenze emotive e le pulsioni e sublima il desiderio del padre vissuto a suo tempo e ripresentato nel trattamento analitico verso la figura dell’analista. “Accanto”, “di lato”, “da vicino” sono simboli spaziali pregni di affettività nelle loro diverse angolature: una sottile precisazione sul tema sentimentale. La “protezione” si lega mirabilmente al “benessere”: un degno connubio e un prezioso insegnamento per i futuri genitori.

“Il sogno non ha nessuna sfumatura di carattere sessuale o fisico. Si ferma a questa sensazione di legame platonico.”

Niente di aristotelico in questo sogno, tutto è platonico e l’atmosfera è rarefatta e pulita. Fernanda insiste anche da sveglia a ripulire il sogno da sfumature erotiche e dal complotto dei sensi. Tutto “si ferma a questa sensazione di legame platonico”. Lapsus freudiano: platonico e ideale razionale coincidono e non contemplano alcun tipo di sensazione. Fernanda sublima per difesa i vissuti dei sensi e li colloca nel mondo, sempre di Platone, che sta al di là del cielo, l’iperuranio per l’appunto. Nulla è materiale e tutto è spirituale. Questa è la profonda menzogna difensiva che sin da bambini i vecchi bacucchi propinano ai bambini che sono interessati soltanto alla pelle e alle coccole, allo stomaco e alle leccornie, al ventre e alla “libido”. I bambini vivono il corpo come la propria essenza e dal corpo traggono gli auspici per l’evoluzione psichica corretta, propria e non alienata. L’autocoscienza psicofisica è ancora una volta la soluzione vincente di tutti i conflitti nevrotici e non. Prendersi cura amorevole del proprio corpo e osservare attentamente i suoi diritti sono gli assunti di base per ogni persona che rifiuta l’imbroglio e il pregiudizio, nonché la sofferenza mentale. Un ultimo rilievo su “di carattere sessuale o fisico”: Fernanda distingue nella vita reale il corpo dalla psiche, nonché le attività vitali connesse. E’ questa un’ulteriore e manichea difesa mentale e culturale presente nella lettera, perché nella realtà Fernanda si è dimostrata aperta e moderna.

“Cosa mi sta succedendo?”

Il sogno e il commento lasciano il posto alla domanda. Fernanda si interroga e la risposta è semplice: stai razionalizzando il lutto legato alla perdita del tuo papà. L’operazione di purificazione e di presa di coscienza sta maturando anche attraverso il sogno e con il recupero della “posizione edipica”, la conflittualità dei vissuti in riguardo all’augusto genitore. Inoltre e sempre in sogno Fernanda ha sintetizzato le difese che ha usato nei confronti del padre e, di poi, degli uomini. Semplicemente: l’evento luttuoso ha scoperchiato la pentola ed venuta fuori la modalità psichica relazionale di Fernanda. La morte del padre ha reso possibile un ultimo regalo: la presa di coscienza evolutiva che consente di maturare e di progredire nella normalità e senza grandi sconvolgimenti.

“Dopo tutti questi anni sembra più forte il passato del presente, ma vorrei avere anche un altro figlio.”

La psiche non ha tempo, la coscienza è un “breve eterno”. Freud al proposito si dichiarava ignorante e riteneva la dimensione temporale un settore di studio aperto e foriero di importanti implicazioni. Era sorpreso dell’effetto psicofisico del meccanismo principe di difesa della “rimozione” e della presenza di materiale rimosso e carico di tensioni congelate che esplodeva in ipnosi nel momento in cui l’evento emergeva alla coscienza e riacquistava tutta quella carica nervosa che a suo tempo non si era espressa perché relegata a livello profondo. Era nato l’Inconscio. Convergendo sul sogno di Fernanda, si evidenzia la convinzione che tutto si gioca nell’ambito della coscienza e sotto forma di elaborazione nell’attualità, come sostenevano a ragione i Filosofi e senza ricorrere a Inconsci e compagnia cantante. Il “fantasma del padre” è stato razionalizzato al tempo dell’analisi e si è scatenato e precisato quando è morto, quando ognuno di noi è chiamato a reagire istruendo i meccanismi e i processi di difesa elettivi, quelli consoni alla nostra struttura psichica o meglio “organizzazione psichica reattiva”. Si spiega in tal modo la diversa reazione dei membri della stessa famiglia di fronte alla perdita di una persona cara. I vissuti del passato si presentano al presente e condizionano le reazioni personali e le scelte esistenziali. Dopo il lutto si può anche sconfiggere la morte con una gravidanza: esorcismo dell’angoscia e affermazione di potenza del Genio della Specie e Filogenesi. La depressione della perdita del padre si può risolvere con il bisogno di avere un figlio. Il passato è forte e si presenta al presente. Un figlio ci infutura.

“P. S. Dimenticavo di dirle che l’anno scorso mio padre è morto.”

Come dicevo nelle “considerazioni”, questo evento luttuoso spiega gran parte del sogno di Fernanda ed è la causa scatenante del trambusto psicofisico in atto. La necessaria “razionalizzazione del lutto” porta a una riformulazione mentale e a una ricomposizione emotiva. La morte del padre è per tutti un momento drammatico da risolvere attraverso la comprensione logica della perdita e di quello che comporta e lascia in eredità. I padri non lasciano soltanto beni materiali da dividere in parti possibilmente uguali, ma lasciano soprattutto strascichi psicologici che aspirano a essere organizzati e reintegrati nella struttura psichica o “organizzazione psichica reattiva” per portare a quella maturazione che è sempre un fatto di coscienza.

PSICODINAMICA

Il sogno di Fernanda sviluppa il tema della “razionalizzazione del lutto” e rievoca l’esperienza conflittuale con la figura paterna. Ricordo che per “razionalizzazione” si intende il naturale esercizio della funzione logica di aristotelica memoria, basato sui principi logici e sulle categorie, e non il meccanismo di difesa della “razionalizzazione” che porta alla formazione di costruzioni mentali paranoiche, neo-realtà in giustificazione difensiva dei propri sensi di colpa. Fernanda rievoca il padre costretta dalla sua morte e dal bisogno di comporre il “fantasma” depressivo della perdita. Inoltre, il sogno di Fernanda mostra la funzione psicoterapeutica del “transfert” e ne evidenzia la proprietà evocativa dei fantasmi dell’infanzia e delle modalità affettive vissute e acquisite.

ULTERIORI RILIEVI TECNICI

Il sogno di Fernanda evidenzia i seguenti tratti caratteristici.
Formula e contiene la simbologia del “chiamare al telefono”, “comunicare via Skype”, della “foto”, “capisco”, “accanto”, “di lato”, “da vicino”.
E’ prevalentemente guidato dall’Io cosciente e la formulazione è narrante e discorsiva. L’istanza pulsionale “Es” è contenuta in “piacevolmente stupita”. Dell’istanza censoria e morale “Super-Io” si avverte presenza in “sensazione di legame platonico”.
Evidenzia una “organizzazione psichica reattiva”, struttura”, “fallico-narcisistica”: autocompiacimento e potere con difficoltà di apertura e di relazione.
Elabora la “posizione edipica”, relazione conflittuale con il padre, e non offre alcunché della madre.
Usa i meccanismi di difesa della “condensazione”, dello “spostamento”, della “traslazione”, della “proiezione”, della “sublimazione” in “legame platonico”. La “regressione” è visibile in “le mie foto risalenti a diciott’anni fa”. Il sogno è ispirato dal meccanismo della “razionalizzazione” di un evento, il lutto nel caso specifico.
Richiama il meccanismo psicoterapeutico del “transfert”.
Elabora le figure retoriche della “metafora” o relazione di somiglianza in “foto” e “telefono”, della “metonimia” o nesso logico in “legame platonico”. Il sogno non è formulato in maniera poetica, ma discorsiva e narrativa.
La “diagnosi” dice di un processo di “razionalizzazione del lutto” in evoluzione.
La “prognosi” impone di portare avanti la “razionalizzazione del lutto” e della “posizione edipica”, al fine di migliorare le relazioni e di liberare le emozioni.
Il “rischio psicopatologico” si attesta in una sindrome nevrotica d’angoscia legata alla mancata razionalizzazione della perdita del padre e del fantasma di morte collegato.
Il “grado di purezza onirico” è basso perché Fernanda ha elaborato e molato il sogno da sveglia.
La causa scatenante del sogno, “resto diurno”, è il ricordo della propria analisi e dell’analista con il bisogno di una seduta.
La “qualità” del sogno è la discorsività narrativa.
Il sogno è stato elaborato nell’ultima fase REM, verso il mattino e durante il risveglio.
I sensi allucinati sono la vista e l’udito. “Si siede accanto a me e mi parla di lato, ma da vicino. Io provo una sensazione di protezione e di benessere” richiede una cospirazione allucinatoria dei sensi.
Il “grado di attendibilità” dell’interpretazione del sogno di Fernanda è elevato e molto prossimo alla verità psichica oggettiva.

DOMANDE & RISPOSTE

Il lettore anonimo ha posto le seguenti domande dopo aver letto l’interpretazione del sogno di Fernanda.

Domanda
Come si reagisce al lutto?
Risposta
Come ho detto in precedenza, si reagisce in base alla “organizzazione psichica reattiva” che abbiamo formato ed evoluto e in base ai “meccanismi psichici di difesa” che usiamo in base alla nostra formazione.
Domanda
E’ una reazione condizionata e non libera?
Risposta
E’ una libertà condizionata dalle possibilità di scelta che abbiamo e sempre in base alla nostra formazione psichica.
Domanda
Di veramente libero non c’è niente a livello psicologico secondo lei.
Risposta
Proprio così. Neanche il concetto di Dio è stato elaborato dagli uomini con la libertà assoluta. Anche Dio è stato costruito nei primordi dell’umanità in maniera condizionata. Vedi Spinoza che costruisce Dio come sintesi di libertà e necessità.
Domanda
Condizionato da chi?
Risposta
Il concetto di Dio è stato condizionato dall’uomo che lo ha elaborato e che vi ha proiettato i suoi limiti. Senza uomo Dio non ha motivo di essere e di esistere. Questo è il primo condizionamento: deve creare e comporre AdamEva.
Domanda
Andiamo sul semplice e sul facile. Mi spiega la reazione al lutto secondo le organizzazioni psichiche?
Risposta
In sintesi, fermo restando che di fronte alla perdita si scatena in ognuno di noi la reazione del lutto e il fantasma di morte, la “organizzazione orale” scatta in maniera affettiva scatenando forti emozioni e convertendole in reazioni isteriche come il pianto, esternando il dolore e cercando protezione negli altri.
La “organizzazione anale” trattiene le emozioni e le tensioni per poi possibilmente esplodere in reazioni smodate e inconsulte quando il sistema psichico supera la soglia e l’equilibrio omeostatico si rompe.
La “organizzazione fallico-narcisistica” reagisce in maniera personale ed esibizionistica manifestando un interesse al potere derivato da una situazione di grande dolore.
La “organizzazione genitale” vive il dolore in maniera composta, lo condivide e si relaziona per lenirlo nelle persone care.
In termini semplici queste sono le reazioni e le manifestazioni emotive.
Domanda
Quindi una persona che non manifesta il dolore non è un insensibile ma ha una organizzazione anale.
Risposta
Giusto e con tutte le sfumature del caso. Le mie sono generalizzazioni utili a capire, ma la reazione psichica al lutto e alla nostra angoscia di morte sono composite e miste perché l’organizzazione psichica è in evoluzione e può pescare dalle varie stazioni. Mi riprometto di allargare questi concetti che ho semplificato per motivi di chiarezza.
Domanda
A proposito di chiarezza posso riepilogare quello che ho capito? Alla morte di una persona cara e di fronte alla paura della nostra morte reagiamo in base a come ci siamo formati psicologicamente. Gli “orali” esternano in maniera emotiva, gli “anali” trattengono il dolore e poi possono esplodere, i “fallico-narcisistici” esibiscono le loro emozioni in funzione di un loro tornaconto, i “genitali” esprimono le loro emozioni e consolano gli altri.
Risposta
Una sintesi poderosa e perfetta come tutte le cose semplici.
Domanda
Quali meccanismi di difesa si mettono in atto di fronte al lutto e all’angoscia di morte?
Risposta
Anche questo è un discorso complesso, ma lo semplifico. Si usano i meccanismi che con la nostra organizzazione psichica maturata siamo abituati a usare. Adesso li scorro e li descrivo.
Il meccanismo primario del “ritiro primitivo” consiste nel fuggire dalla realtà per non vivere l’angoscia che non si può gestire. Tale fuga e chiusura in se stessi sono pericolose perché non riconoscono la realtà della morte e del lutto.
Il “diniego” è un meccanismo primario e si attesta nel negare il lutto e la morte. E’ pericoloso perché, per rifiutare l’angoscia, non riconosce la realtà.
La “dissociazione” è sempre un meccanismo primario e pericoloso perché di fronte all’angoscia opera una scissione dell’Io, quello che vive l’angoscia e riconosce il lutto e quello che nega il tutto e si aliena in una realtà tutta sua proteggendosi da quel se stesso angosciato e impotente.
La “rimozione” consiste nel relegare a livello profondo perdita e angoscia. Ma questa modalità di dimenticare non è possibile se si è coinvolti direttamente nel lutto.
La “regressione” e la “fissazione” si attestano nel tornare indietro a modi primari di vivere l’angoscia e la perdita, modalità meno evolute e sofisticate di quella “genitale” di accettazione e di condivisione. Esemplificando chi si chiude in se stesso e non comunica, usa questi meccanismi di difesa.
“L’isolamento” consiste nel separare l’emozione dal fatto, il dolore dal lutto, l’angoscia dalla morte e nel vivere in maniera fredda, senza sentimenti e senza sensazioni, gli eventi drammatici. Questo è un meccanismo molto usato e non significa essere insensibili o tanto meno cattivi.
La “intellettualizzazione” si attesta nel razionalizzare in maniera sofisticata un carico emotivo. E’ una forma estrema della “razionalizzazione”. Fare filosofia sulla morte e sul lutto è l’esempio giusto.
La “razionalizzazione” paranoica significa sentirsi perseguitati dall’angoscia e dalla perdita, costruire neorealtà e formarsi delle convinzioni in tal senso. La morte ci perseguita perché qualcuno ci odia e ci colpisce in questo modo.
La “moralizzazione” comporta una estremizzazione del senso del dovere, per cui l’angoscia e la morte sono di per se stesse necessarie, bisogna affrontarle in maniera rigida e accettarle in maniera passiva come eventi e vissuti ineludibili. Lo stoicismo e la maniera di intendere la morte e il dolore sono il classico esempio di “moralizzazione”. Anche il Buddismo rientra in questa concezione di naturale necessità.
La “compartimentalizzazione” si attesta nel relegare la morte e il lutto in un settore psichico a parte e non integrato nel complesso della “organizzazione psichica”. Pensare che la morte riguarda sempre gli altri è una forma di “compartimentalizzazione” e porta all’ipocrisia.
“L’annullamento” comporta la soluzione dell’angoscia del lutto e della morte in un rito per operare una purificazione attraverso l’azione ritualistica programmata. Recito una preghiera e partecipo a una messa oppure eseguo un atto personale che mi scarica la tensione emotiva in eccesso. La magia comporta il meccanismo dell’annullamento.
Il “volgersi contro il sé” significa vivere il lutto e l’angoscia di morte come colpe da espiare. Siamo peccatori e moriremo. La cultura e le religioni sono piene di questo meccanismo autolesionistico. L’espiazione spesso comporta la somatizzazione di un sintomo o una malattia psicosomatica.
Lo “spostamento” si attesta nella traslazione dell’angoscia e dell’evento luttuoso in un oggetto investito magicamente o in un’azione altrettanto magica: il feticcio e l’esorcismo.
La “formazione reattiva” comporta il capovolgimento del lutto e dell’angoscia in accettazione positiva del destino di uomini: dall’angoscia di morte al desiderio di morte. Vedi il martire e il martirio.
Il “capovolgimento” è una forma di reazione all’angoscia di morte e si attesta nel convertirla in necessità quasi desiderata. Vado in cerca di quello che temo. La morte diventa una ricerca e una sfida.
“L’acting out” o italianamente “messa in atto” esige che l’angoscia si risolve in una azione o in un agire che impedisce di pensare e di riflettere, quasi un prevaricare se stessi per non vivere l’angoscia e alienarsi in tutt’altro.
La “sessualizzazione” comporta che l’angoscia si traduca in un investimento di “libido”. Il dolore si converte in erotismo ed edonismo: godiamoci la vita e la vitalità, tanto poi si muore.
La “sublimazione” comporta la conversione benefica e socialmente utile dell’angoscia di morte e del lutto. Nobilitare il dolore e rendere l’angoscia una energia da usare per fini positivi.
Ho quasi finito il quanto dovevo dire in sintesi, ma mi riprometto di allargare meglio in futuro questo argomento. Ultima precisazione: questi meccanismi di difesa spesso si richiamano, si combinano e non sono usati in maniera pura ed esclusiva.

IL MIO PRIMO GRANDE AMORE

TRAMA DEL SOGNO

Ho sognato di abitare la casa della mia gioventù.
Dentro la casa vi era il mio primo grande amore dei 15 anni.
Lui entra in bagno in pigiama e quando esce ci diciamo “buonanotte”, ma io aggiungo un augurio più ampio tipo: “ti auguro con tutto il cuore di riposare bene”.
Fuori è giorno.
Lui entra nella camera matrimoniale, io ho la mia camera di quand’ero ragazza.
Entro a mia volta in bagno e trovo il water molto sporco e lo sciacquone non era stato usato.
Esco con l’intenzione di dirgli che dovrebbe pulire, ma siccome dorme, non lo disturbo.
In casa c’è un altro uomo, che nella realtà non conosco, che si lamenta di sentirsi molto fiacco.
Mi offro di misurargli la pressione: ha la massima a 127 e la minima a 5. Gli dico che ho un medicinale che fa per lui.
Nella stessa camera vi è anche il mio primo amore che si sveglia.
Memore di come ha lasciato il bagno, gli chiedo se sta male e lui conferma sospettando di avere un’influenza intestinale; gli porto dei medicinali.
Durante il sogno dico a me stessa che, nonostante siano passati molti anni (dico 10 nel sogno, nella realtà quasi 40), sono ancora innamorata di lui.”
Fiorenza

INTERPRETAZIONE

CONSIDERAZIONI

Il sogno di Fiorenza evidenzia in maniera lineare il processo dell’innamoramento adolescenziale con i riferimenti psicofisici che dai sensi si sublimano nei sentimenti: dal senso al sentimento in giustificazione del trasporto erotico. Il rimpallo tra il nudo piacere e la consapevolezza del godimento si collega a un altro tema importante per l’evoluzione psichica, la “posizione edipica”, la conflittualità con i genitori e, nello specifico, il rapporto con il padre. Se la madre offre l’identificazione adeguata, il padre dispensa alla figlia la figura dell’uomo, quel futuro maschio che può essere come lui o all’incontrario. Fiorenza rievoca nel sogno, ricordando il suo vero “primo grande amore”, il legame affettivo e il trasporto sensuale nei riguardi del padre.
La domanda si pone spontanea: “perché il primo amore non si scorda mai?” La risposta è altrettanto secca e precisa: “perché l’intensità dei vissuti sensoriali è alta”. Per la prima volta l’adolescente esce dal suo narcisismo solipsistico e masturbatorio, “posizione fallico-narcisistica”, e si accorge che l’altro evoca un forte stordimento psicofisico: “posizione genitale”. La relazione si è evoluta e si chiama civilmente sentimento d’amore, ma in effetti è un investimento interessato di buona “libido”.
Aggiungo che il sogno di Fiorenza scorre su due piani, il rapporto con il suo “primo grande amore” e il rapporto con il padre.
Procedo con l’interpretazione.

“Ho sognato di abitare la casa della mia gioventù.”

Fiorenza regredisce normalmente in sogno e ritorna adolescente. La “casa”, oltre che l’abitazione, è anche simbolo della struttura psichica e la memoria aiuta questo naturale viaggio nel passato e nel “già vissuto”. La Psiche riporta al presente il materiale da elaborare in sogno. La giovane donna adesso è in famiglia.

“Dentro la casa vi era il mio primo grande amore dei 15 anni.”

Fiorenza si porta dentro la prima forte esperienza sensoriale, l’eccitazione psichica e fisica dell’adolescenza, scatenata da un ragazzo su cui aveva investito la sua energia vitale, “libido”. Questo è il “primo amore”. Se poi è “grande”, vuol dire che Fiorenza ha vissuto un intenso piacere. La memoria conserva esperienze da grandi emozioni. I “15 anni” condensano un’adolescenza avanzata e tanto trambusto ormonale.

“Lui entra in bagno in pigiama e quando esce ci diciamo “buonanotte”, ma io aggiungo un augurio più ampio tipo: “ti auguro con tutto il cuore di riposare bene”.

Inizia il festival dell’intimità discreta e si dà il via al valzer dei buoni sentimenti. Fiorenza rievoca il suo desiderio giovanile di condividere con il suo “primo amore” le paure di un approccio deciso e carnale, per cui l’augurio della “buonanotte” equivale a un “mi prendo cura di te” con le premure di una timida adolescente. Ma questa giovane donna vuole distinguersi e va al di là della semplice e obsoleta “buonanotte” e aggiunge l’augurio di un buon riposo. Quest’ultimo ha anche il valore simbolico di una quiescenza dei sensi e di un desiderio ambivalente di coinvolgimento e di paura: un classico dell’adolescenza. Conoscere e affidarsi al proprio corpo, prima che all’altro, sono determinanti per una buona armonia psicofisica e l’adolescenza è l’età più fascinosa e difficile. Una domanda si pone legittima: “Fiorenza sta sognando la figura paterna a cui era affettivamente molto legata e con cui aveva uno scambio di cordialità?” Inoltre: la scena descritta della buonanotte non soltanto stona con il desiderio sessuale e le pulsioni erotiche, ma è un’esperienza vissuta e rivissuta. Tutto lascia pensare che Fiorenza stia sognando la “posizione edipica” e nello specifico il suo tenero e attraente legame con il padre. Anche Freud nell’autobiografia raccontava della madre che si chiudeva nella camera matrimoniale con il padre lasciandolo solo.

“Fuori è giorno.”

Il sogno conferma che Fiorenza ha vissuto la sua crescita e il suo desiderio alla luce del sole, in piena consapevolezza, nella realtà quotidiana. Anche se quest’amore adolescenziale e questi movimenti dei sensi destano timore, Fiorenza è pienamente cosciente di questa fascinosa e ricca situazione psicofisica.

“Lui entra nella camera matrimoniale, io ho la mia camera di quand’ero ragazza.”

Fiorenza rievoca la sua giusta titubanza per la sessualità e la rappresenta chiaramente nella “camera matrimoniale” di “lui” che va verso la sua dimensione intima ed erotica. Il giovane amore, “lui”, è pronto nei desideri della ragazza all’esperienza sessuale, ma Fiorenza ancora mantiene le paure della sua età, di chi non sa e non ha ancora provato a lasciarsi andare ai moti psicofisici del corpo, alla “libido genitale”. Bellissima è la metafora “la mia camera di quand’ero ragazza”. Le schermaglie e gli ammiccamenti continuano. E’ proprio vero che la Fantasia ne sa una in più del diavolo. Aggiungo che questo “lui” ha tutte le movenze psicofisiche del padre e le abitudini quotidiane di un “già visto” e di un “già vissuto”. Chissà quante volte Fiorenza ha visto il padre entrare nella “camera matrimoniale”.

“Entro a mia volta in bagno e trovo il water molto sporco e lo sciacquone non era stato usato.”

Decisamente Fiorenza è più pudica e meno pronta del suo “primo grande amore”, ma le sensazioni erotiche e le pulsioni sessuali sono abbastanza forti da non essere negate ma da essere avvolte da un forte senso di colpa: “il water molto sporco”. Fiorenza non ha potuto operare la “catarsi”, la purificazione dei suoi sensi di colpa in riguardo alla sessualità. Fiorenza ha vissuto e subito le sue sensazioni, ne ha avuto paura e sulla scia delle direttive morali dell’ambiente familiare e culturale le ha colpevolizzate. Pur tuttavia e meno male, quest’ingenua adolescente non sa trattenere le sue pulsioni e tante non le ha assolte: “lo sciacquone non era stato usato”. Fiorenza si è proprio lasciata andare e non è stata capace di controllare il movimento dei sensi. Il suo ragazzo è più disinibito sessualmente parlando e sempre nei vissuti di Fiorenza: meccanismo psichico di difesa della “proiezione”. Fiorenza ha ben capito la vita intima e privata del padre e la rivive pari pari in riferimento al giovane che la turba. Il sogno si complica nella sua semplicità proprio perché si lascia leggere su due piani: Fiorenza e il padre, Fiorenza e il suo primo grande amore.

“Esco con l’intenzione di dirgli che dovrebbe pulire, ma siccome dorme, non lo disturbo.”

Fiorenza vuole liberarsi dai sensi di colpa in riferimento alle sue pulsioni sessuali, ma li proietta nel ragazzo. Il suo desiderio è bloccato nella quiescenza. Fiorenza riesce a controllarsi e prevale il contenimento. Il “primo grande amore” è anche questo controllo dei sensi per paura di perderli e di lasciarsi andare totalmente al piacere di quell’orgasmo che si conosce possibilmente nella masturbazione narcisistica, ma non si è ancora vissuto nella relazione con l’altro. Fiorenza inizialmente oscilla tra l’abbandono e l’autocontrollo, ma successivamente lascia prevalere il ripristino della vigilanza. Altro piano: Fiorenza tollera che il padre sia un uomo con i suoi bisogni e le sue pulsioni, le sue fantasie e i suoi desideri.

“In casa c’è un altro uomo, che nella realtà non conosco, che si lamenta di sentirsi molto fiacco.”

Fiorenza, rievocando in sogno il passato, trova nella sua casa psichica “un altro uomo”, il “fantasma” del maschio, la rappresentazione emotiva della figura maschile di cui non ha coscienza: un uomo astenico e lamentoso e totalmente diverso dal suo “primo grande amore”. Questa è la “parte negativa del fantasma del maschio” che Fiorenza ha elaborato nella sua infanzia in riferimento alla figura paterna, il primo vero amore delle bambine. Fiorenza elabora in sogno la caratteristica della debolezza maschile e dimostra di difendersi dal “feeling” vissuto a suo tempo con il padre. Un uomo fiacco non è eccitato in alcun senso. Riflessione: nel vivere il primo amore si riesumano le figure dei genitori, la “posizione edipica”. Approfondendo bisogna rilevare che Fiorenza adolescente svirilizza il maschio per sue giuste difese, lo rende fortemente astenico in un momento in cui dovrebbe essere fortemente tonico.

“Mi offro di misurargli la pressione: ha la massima a 127 e la minima a 5. Gli dico che ho un medicinale che fa per lui.”

Fiorenza continua a difendersi da quest’uomo apparentemente sconosciuto e che è, a tutti gli effetti, il padre. La pressione arteriosa è critica e testimonia di una necessità terapeutica. Possibilmente Fiorenza ricorda qualche tratto psicofisico caratteristico del padre, una freddezza affettiva o una malattia, prima di soccorrerlo. Il “medicinale” si attesta non soltanto nell’accudimento, ma soprattutto nel valore simbolico del fascino erotico femminile. Fiorenza sa del desiderio e dell’eccitazione maschile nei riguardi delle donne, è consapevole del suo corpo e della sua capacità di eccitazione dell’altro.

“Nella stessa camera vi è anche il mio primo amore che si sveglia.”

Dentro di lei e sempre nella sfera affettiva c’è anche il suo ragazzo adolescente. Fiorenza prende coscienza di questo forte investimento dei suoi sensi e si relaziona con lui. Dopo il padre e i conflitti affettivi, nonché i sensi di colpa legati alle pulsioni incestuose, si presenta alla limpida coscienza di Fiorenza l’esperienza di mettere alla prova il suo potere seduttivo, la pillola giusta o “il medicinale che fa per lui”, dopo averlo sperimentato nel corso degli eventi e della formazione psichica. Insomma Fiorenza sogna il momento psicofisico in cui si è aperta alla relazione con l’altro.

“Memore di come ha lasciato il bagno, gli chiedo se sta male e lui conferma sospettando di avere un’influenza intestinale; gli porto dei medicinali.”

L’amore ha creato un gran turbamento in Fiorenza: sensi di colpa rappresentati dallo sporco e legati alle pulsioni incestuose, difficoltà ad abbandonarsi ai moti del corpo e ai fantasmi della mente, la vocazione benevola di crocerossina nei confronti del maschio. La cura solerte è la risposta ai mali degli altri, in questo caso il padre e il primo grande amore. “L’influenza intestinale” è chiaramente la “proiezione” delle pulsioni erotiche e sessuali di Fiorenza. Ricordo che il ventre è il classico simbolo della concupiscenza e dei desideri classicamente materiali sin dai tempi di Platone. Fiorenza avverte e Fiorenza inibisce, si porta “dei medicinali”. Nel sogno lui scarica e lei trattiene e sublima. Fiorenza vive e sente in piena coscienza e si difende dal coinvolgimento razionalizzando e non abbandonandosi.

“Durante il sogno dico a me stessa che, nonostante siano passati molti anni (dico 10 nel sogno, nella realtà quasi 40), sono ancora innamorata di lui.”

Ancora oggi Fiorenza vuole vivere quelle emozioni e dopo tanto tempo rievoca quelle composite e attraenti movenze del suo corpo, nonché il corredo dei desideri e delle fantasie connesso. Questo è il “primo amore”, quello che non si scorda mai e, se poi è anche grande, lo si tiene in memoria per tutta la vita: “volevo dirti che io non ti ho mai dimenticato” disse una donna incontrando al supermercato il suo primo amore, quello che non si storicizza e non convola a giuste nozze. Ma il “primo amore” non è unico, perché esistono tanti “primi amori” e si classificano tali in base agli investimenti erotici che hanno consentito la conoscenza del corpo e la coscienza di sé e del proprio valore. Fiorenza in sogno ricorda quando e come si è innamorata di se stessa tramite l’altro e quando la sua “libido fallico-narcisistica” si è evoluta in “genitale”, nonché l’abdicazione e la risoluzione della “posizione edipica” abbandonando la conflittualità con il padre e la madre. Ancora oggi le bambine dicono che da grandi sposeranno il papà e da grandi dicono che si sono legate a un uomo simile o esattamente il contrario del padre. Siamo sempre in quel “complesso di Edipo” che Freud tanto ha elaborato sviscerando normalità e patologia.
Queste sono le parole che mi sono servite per illustrare la storia del sogno di Fiorenza.

CIELO! ANCORA MIO PADRE!

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Mio padre era seduto e io ero in piedi.
Mia madre era anche lei in piedi e stava alla mia destra tra me e lui attorno alla nostra tavola rotonda.
Ricordo un battibecco con mio padre.
Lui aveva le braccia conserte e una maglietta bianca a maniche corte.
Ricordo le spalle larghe e, di riflesso, uguali a quelle del mio compagno.
Io scoppio a piangere e lo abbraccio dicendo che ho bisogno di lui, ma lui è impassibile con le braccia ancora chiuse.
Mia madre interviene e gli dice: “dai Dany, non vedi che ti viene incontro, non fare sempre cosi!”
Lui apre le braccia, ma quello che che io sento è tanto freddo, tanto ma tanto freddo perché la reazione di lui era forzata.
A questo punto il sogno si interrompe.”

Questo è il sogno di Marineve.

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Ancora la vecchia storia con il padre!
Ma la “posizione edipica” si risolve una buona volta o non si supera mai?
La conflittualità con il padre e la madre, insieme ai bollenti sentimenti d’amore e di odio, si evolve e si compone o resta sempre magmatica e fluorescente?
Essendo una tappa formativa di grande portata emotiva, la “posizione edipica” è sempre in atto e funge da stimolo continuo al miglioramento della “coscienza di sé”. Nel suo essere camaleontica si mischia e si capovolge quando si diventa genitori e nei vissuti edipici dei figli.
Inoltre, i vissuti della relazione con il padre e con la madre contrassegnano la maturazione del “fantasma” del distacco con l’avvicinarsi evolutivo della fine. La “posizione edipica” aiuta a migliorare l’approccio psichico verso la morte perché, rispetto alle altre “posizioni psichiche”, aiuta a elaborare in maniera corretta e meno dolorosa il “fantasma” quasi addomesticandolo e riducendone l’angoscia.
La perdita dei genitori educa al distacco e corrobora gli affetti. Questo è l’ultimo regalo che queste figure archetipiche elargiscono ai figli.
L’origine si lega alla conclusione, l’inizio alla fine, la vita alla morte come opposti che necessariamente si richiamano e si rincorrono.
Ecco perché vado spesso predicando che i genitori sono i simboli delle nostre radici e della nostra identità e che vanno adottati nella loro vecchiaia in preparazione della nostra maturazione psicofisica, piuttosto che essere depositati nei moderni lager delle case di riposo.
Ho titolato il sogno di Marineve “Cielo, ancora mio padre!” proprio per questo ritorno in forma variegata della relazione contrastata della figlia con il padre. Proprio quando si pensa di aver dato ampiamente il proprio tributo al dio padre e alla dea madre, ecco che si presenta in sogno, secondo i nostri bisogni psichici più delicati e profondi, l’immagine del padre e della madre in compagnia dei turbolenti fantasmi che si pensavano acquietati e risolti.
A questo punto è interessante snocciolare il sogno di Marineve.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Mio padre era seduto e io ero in piedi.”

Non c’era modo simbolico migliore di esordire in ossequio al padre.
La figlia è “in piedi” perché è in pieno rispetto e manifesto riconoscimento del padre. “Essere in piedi” attesta della vigilanza dell’Io, della consapevolezza della situazione reale e dell’autorevolezza del caso.
Il “padre” è “seduto” in ottemperanza alla sua collocazione “genitale” e al suo ruolo sociale di capo. Il padre è composto e consapevole del potere che incarna nelle allucinazioni oniriche di Marineve.
Il sacro è seduto anche nell’iconografia, mentre il profano è in piedi e in movimento nella ricerca di un ricettacolo in cui nascondersi e occultarsi.
Il “padre” è simbolo dell’istanza psichica limitante e censurante del “Super-Io”, è archetipo, un simbolo universale, una condizione senza la quale non è possibile la vita e l’ordine sociale.
Questo è quanto vive in sogno Marineve in riguardo al padre e all’autorità sacra attribuita al suo augusto, quanto contrastato, genitore.
Marineve vuole essere sul pezzo di fronte al padre, senza distrarsi dal contesto e senza nulla escludere, pena la sofferenza di un’angoscia da solitudine e da fallimento.

“Mia madre era anche lei in piedi e stava alla mia destra tra me e lui attorno alla nostra tavola rotonda.”

In nome del padre, della madre e della figlia, recita la “triade edipica”.
Prima del 1900 si conosceva la “triade teologica” padre-figlio-spirito santo, la “trilogia” di Sofocle su Edipo e la “triade di Hegel” tesi-antitesi-sintesi.
Si ascrive a merito di Freud avere elaborato e codificato il tragico travaglio di Edipo secondo una psicodinamica universale.
Marineve non si fa mancare niente e ama fare le cose per bene e al completo, senza omissioni e senza dare per scontato alcunché.
Nel suo sogno colloca la “madre”, in cui a suo tempo nel bene nel male si è identificata, come lei “in piedi” accanto al marito e la rappresenta in stato di all’erta e in pieno ossequio del potere maschile. Marineve riconosce la madre come la moglie del padre e la colloca “alla destra” in un ruolo importante ma subalterno, come il Figlio del Padre nella Trinità: “siede alla destra del Padre”.
La “destra” rappresenta simbolicamente la coscienza e la razionalità, l’universo psichico maschile e il potere dell’azione, la realtà e la visibilità, l’evoluzione vitale e la vigilanza.
Il padre di Marineve mantiene un’oscurità psichica e un potere riconosciuto.
Eppure la Madre è un archetipo, il simbolo universale della vita e della morte, per cui meritava una migliore collocazione, quanto meno un paritario riconoscimento.
Niente da fare!
Marineve vive il padre come superiore in qualità e in quantità, in autorevolezza e in autorità rispetto alla figura materna.
Del resto, Marineve è femmina e le risulta enigmatico il tanto invidiato universo maschile del padre. Spesso in un corpo di donna si nasconde una testa di uomo secondo le possibili combinazioni della “posizione edipica”: il potere della seduzione e dell’intelligenza operativa.
“La nostra tavola rotonda” non è quella dei cavalieri della corte di re Artù, ma è un simbolo di giustizia e di democrazia nell’ambito della famiglia. La differenza si attesta soltanto nell’essere seduti o in piedi.
“La nostra tavola” è l’oggetto simbolico del riconoscimento e dello scambio affettivo, della condivisione dei sentimenti e dei ragionamenti, degli insegnamenti e delle decisioni, delle discussioni e delle competizioni.
Anche se la tavola è sguarnita, il simbolo familiare vale lo stesso ed è importante nella sua positività oggettiva.

“Ricordo un battibecco con mio padre.”

Ecco il conflitto con il padre.
Marineve dormiente prepara il sogno a rappresentare con progressione logica ed emotiva gli eventi che urgono e aspirano a essere rappresentati e portati in scena.
Trattasi di una scaramuccia, di una normale e leggera dialettica nel rapporto con il padre.
“Battibecco” è una disputa in parole che esprime un’idea e una convinzione all’interno di un sentimento conflittuale e di uno scambio affettivo contrastato.
“Battibecco” ha una radice simbolica erotica, una schermaglia di pulsioni e di desideri, perfettamente in linea con i vissuti edipici della figlia verso il padre.
“Ricordo” comporta una “regressione” e verte non su un fatto preciso , ma su uno stato d’animo conflittuale costante: una “regressione” implicita nel sognare.

“Lui aveva le braccia conserte e una maglietta bianca a maniche corte.”

Le “braccia conserte” attestano di una chiusura sentimentale, di una difesa dal coinvolgimento emotivo e affettivo. Marineve vive il padre come anaffettivo o non rispondente ai suoi investimenti di “libido” edipica, un padre inadeguato e chiuso nel suo abbigliamento sportivo e giovanile.
Il linguaggio del corpo conferma che “le braccia conserte” sono barriere al cuore e al respiro, al sentimento e all’emozione, al coraggio e all’amore.
In effetti, si tratta di difese psichiche che Marineve proietta sul padre, si tratta della difesa dei suoi bisogni di bambina innamorata e ricca di ormoni e di pulsioni, di desideri e di sentimenti, si tratta di materiale psichico che a suo tempo ha dovuto anestetizzare e, di poi, sublimare nel riconoscimento del padre. Marineve ha desiderato nella realtà la figura paterna e proietta in sogno il patrimonio psichico a cui è stata costretta ad abdicare in base al “principio di realtà” e in offesa al “principio del piacere”.
A conferma di quanto affermato Marineve opera il miracolo regressivo del ringiovanimento del padre: “una maglietta bianca a maniche corte.”
Marineve rievoca il tempo in cui viveva sulla pelle la pulsione e l’emozione verso quest’uomo in carne e ossa che dominava i suoi desideri.
Tutto questo apparteneva all’infanzia, perché adesso il padre è messo in risalto come autorità riconosciuta, “seduto” nella tavola rotonda della casa e vissuto come un uomo anaffettivo.

“Ricordo le spalle larghe e, di riflesso, uguali a quelle del mio compagno.”

Si conferma l’immagine giovanile del padre: “le spalle larghe” classiche del buon tempo virile. Le “spalle larghe” rappresentano la capacità di proteggere e di subire, di abbracciare e di coprire, di contenere sentimenti e valori, emozioni e vezzeggiamenti.
Ma attenzione al “di riflesso” che apre tutta una problematica inquieta e misterica: il padre viene degnamente equiparato al “compagno”.
Il padre e il compagno sono “uguali” nelle “spalle larghe”, il padre e il compagno condividono gli attributi fisici e le corrispondenti doti psicologiche.
Si conferma il comandamento edipico “ti legherai all’uomo che evoca l’immagine e la somiglianza del padre”, a cui fa eco il biblico “sarai sottoposta al desiderio del tuo uomo”, come recita il Genesi dopo il peccato e in condanna della donna Eva.
Ma perché e come avviene questo psicodramma?
La spiegazione si trova nelle “domande & risposte”.
Non resta che procedere nella decodificazione del sogno profetico di Marineve.

“Io scoppio a piangere e lo abbraccio dicendo che ho bisogno di lui, ma lui è impassibile con le braccia ancora chiuse.”

Ecco il trauma nel sogno!
Marineve non si è mai sentita abbastanza amata da suo padre o non le sono bastati quel sentimento e quelle manifestazioni d’affetto che lui ha esternato nell’esercizio quotidiano della vita in famiglia.
Il sogno opera una naturale “regressione” all’infanzia e visita la scena madre dello psicodramma di Marineve e di tante altre infelici bambine: il pianto e l’indifferenza del padre. Il desiderio non è stato esaudito e il pianto è liberatorio e attesta di un amore mancato e infelice. Ma, per fortuna c’è la compensazione dell’uomo simile al padre, almeno nelle caratteristiche essenziali delle “spalle larghe”.
“L’abbraccio” è simbolo di fusione psicofisica, ha una valenza mista, affettiva ed erotica, quel condensato maturato durante il periodo inquieto dell’infanzia e dell’adolescenza.
Il “bisogno di lui”, in specie se verbalizzato dopo l’abbraccio, è pregno di un benefico bisogno di dipendenza dal padre e, di poi, traslato nel suo uomo.
Il “dicendo” condensa una dichiarazione e un dono d’amore: le parole sono i migliori regali che impensabilmente possiamo fare a qualsiasi persona e in specie ai bambini.
Ma ecco che si consuma il dramma dell’anaffettività come nelle migliori tragedie shakesperiane: “ma lui è impassibile con le braccia ancora chiuse.”
“Impassibile” traduce il latino “senza sofferenza” o meglio “senza partecipazione alla sofferenza”.
“Le braccia ancora chiuse” riconfermano la difesa attribuita al padre da un coinvolgimento affettivo, una forma di crudeltà del genitore nei confronti della figlia innamorata.
Risulta ovvia la “proiezione” difensiva di Marineve nell’attribuire al padre la sua forzata anaffettività, la conseguenza di un amore innaturale.
Del resto, Marineve ha dovuto liquidare la “posizione edipica” per legarsi al compagno similare all’ingrato genitore.

“Mia madre interviene e gli dice: “dai Dany, non vedi che ti viene incontro, non fare sempre cosi!”

La madre è alleata: “interviene e gli dice”.
Questo vuol dire che Marineve ha superato il conflitto edipico con lei, ha accettato la sconfitta riguardo la sua pretesa espansionistica sul padre e si è identificata al femminile in lei.
Ecco che la madre può essere tirata in ballo come complice e può suggerire al marito di dare riscontro all’affetto della figlia e di modificare il suo atteggiamento costantemente freddo:“dai Dany, non vedi che ti viene incontro”.
Non c’è niente di male se la figlia è legata a filo doppio al padre, ma la reiterazione del comportamento affettivo,”non fare sempre cosi!”, è da interrompere anche perché è la figlia a venire incontro al padre e non il contrario.
Si evidenzia il potere e il culto del padre nella politica culturale della famiglia.
Marineve si è ravveduta sulla sua collocazione di figlia e non di amante.
Il quadro edipico si è composto al meglio con l’auspicato riconoscimento del padre e della madre, ma resta il micidiale vissuto di anaffettività della figlia. La lacuna e la vacanza affettive sono state del tutto compensate dal suo uomo similare al padre?
Il prosieguo del sogno lo dirà.

“Lui apre le braccia, ma quello che che io sento è tanto freddo, tanto ma tanto freddo perché la reazione di lui era forzata.”

Questa riconciliazione “non s’ha da fare”, come il matrimonio di Renzo e Lucia nella bocca dei “bravi” e riferito a don Abbondio.
La disposizione del padre a riconciliarsi è tentata da Marineve,“Lui apre le braccia”, ma è proprio lei che non è disponibile all’auspicato evento perché il trauma che il padre le ha procurato è talmente forte che non è possibile assolvere e tanto meno compensare: “quello che che io sento è tanto freddo, tanto ma tanto freddo”.
La freddezza climatica equivale simbolicamente a un distacco affettivo e a un trauma precoce legato alla mancanza di protezione e di cura.
Marineve non perdona al padre la forzatura del recupero affettivo, almeno Marineve proietta sul padre la costrizione di fronte alla quale si è venuta a trovare nella sua infanzia e adolescenza di fronte a una scelta del padre che la coinvolgeva in maniera diretta.
Il freddo e la forzatura sono vissuti di Marineve proiettati per difesa nel padre a prescindere da come il padre si sia comportato su questi registri nei suoi riguardi: “la reazione di lui era forzata”.

“A questo punto il sogno si interrompe.”

E’ pericoloso avvicinarsi a spiegare la trama e la consistenza emotiva del trauma e allora la “censura” interrompe il sogno e lo blocca senza cadere nell’incubo.
Il sogno tutela chi sogna e anche in questo caso funziona questa “filogenesi” o amore della Specie umana.
Non funzionano più i “meccanismi di difesa” che formano il sogno come la “condensazione” e lo “spostamento”, i “processi primari” sono andati in tilt e allora il travaglio psichico di Marineve trova qui la sua tregua.

PSICODINAMICA

Il sogno di Marineve svolge la psicodinamica della “posizione edipica” e nello specifico i vissuti in relazione al padre.
L’anaffettività contraddistingue il quadro.
Marineve risolve in maniera fredda un eventuale recupero della figura paterna.
Si profila, inoltre, un trauma che rende inaccessibile affettivamente il padre.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

L’istanza psichica vigilante “Io” è manifesta in “Ricordo”.
L’istanza psichica pulsionale “Es” è presente in “Io scoppio a piangere e lo abbraccio dicendo che ho bisogno di lui, ma lui è impassibile con le braccia ancora chiuse.”
e in “ma quello che che io sento è tanto freddo, tanto ma tanto freddo”.
L’istanza psichica censoria “Super-Io” si presenta in “Mio padre”.
La “posizione psichica edipica” è dominante in tutto il sogno e nello specifico in “Io scoppio a piangere e lo abbraccio dicendo che ho bisogno di lui, ma lui è impassibile con le braccia ancora chiuse.” e in “Mia madre era anche lei in piedi e stava alla mia destra tra me e lui attorno alla nostra tavola rotonda.”

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

Il sogno di Marineve usa i meccanismi psichici di difesa dall’angoscia della “condensazione” in “seduto” e in “in piedi” e in “alla mia destra” e in battibecco”,
dello “spostamento” in “spalle larghe” e in “braccia conserte” e in “impassibile” e in “viene incontro”,
della “drammatizzazione” in “dai Dany, non vedi che ti viene incontro, non fare sempre cosi!”,
della “proiezione” in “impassibile ancora con le braccia chiuse” e in “freddo tanto perché la reazione di lui era forzata.” e in “braccia conserte”,
della “coazione a ripetere” in “non fare sempre così”.
Il processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido” non è presente.
Il processo psichico di difesa della “regressione” si manifesta in ”Ricordo un battibecco con mio padre.”

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Marineve mostra nettamente un tratto psichico “edipico”, relazione conflittuale con il padre, all’interno di una “organizzazione psichica reattiva” a prevalenza “genitale”, forte disposizione all’amore donativo materno e agli investimenti affettivi. In questi ultimi Marineve immette contenuti massimi o minimi. In tal modo i coinvolgimenti sono di grande trasporto e calore o formali e freddi.

FIGURE RETORICHE

Le figure retoriche presenti nel sogno di Marineve sono la “metafora” o relazione di somiglianza in “tavola rotonda” e in “battibecco” e in “braccia conserte” e in “abbraccio,
la “metonimia” o nesso logico in “seduto” e in “in piedi” e in “scoppio a piangere” e in “impassibile” e in “viene incontro”,
la “sineddoche” o la parte per il tutto e viceversa in “le braccia conserte” e in “le braccia ancora chiuse”,
la “enfasi” o forza espressiva in “Mia madre interviene e gli dice: “dai Dany, non vedi che ti viene incontro, non fare sempre cosi!”
Nella sua semplicità descrittiva il sogno di Marineve usa tanti simboli e per questo motivo possiede una vena poetica popolare.

DIAGNOSI

Il sogno di Marineve dice di una “posizione edipica” irrisolta e foriera di anaffettività.
Include un trauma di non meglio precisata consistenza e addebitato alla figura paterna.
Marineve pensa di aver sistemato la relazione con il padre, ma emergono lacune non ancora colmate e sanate.

PROGNOSI

La prognosi invita Marineve a portare a termine la presa di coscienza di cosa le è rimasto dentro in riguardo alla relazione affettiva con il padre e a sistemarlo nell’economia psichica in atto con la migliore consapevolezza possibile. Questa operazione è funzionale a una migliore distribuzione dei suoi affetti e a una migliore modulazione degli stessi: risolvere i grandi amori e i grandi odi e distribuire gli investimenti affettivi in maniera non turbolenta.
Il tutto al fine di vivere meglio le relazioni sociali e di avere una degna collocazione tra famiglia e società, tra il vecchio in emersione e il nuovo in prospettiva.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico per Marineve si attesta in una recrudescenza della “posizione edipica” e in un riflesso conflittuale verso figure importanti della sua vita. Le psiconevrosi edipiche sono quelle d’angoscia, istero-fobica con crisi di panico e depressiva.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Marineve è “3” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.
Realismo e simbolismo si combinano discorsivamente in maniera equa.

RESTO DIURNO

La causa scatenante del sogno di Marineve è il ricordo o l’incontro con il padre o con una figura similare. Nel giorno antecedente si verifica sempre un’esperienza o un vissuto che funge da aggancio alla psicodinamica elaborata nel sogno.
Definisco il sogno “resto notturno” semplicemente perché quello che ricordiamo al risveglio è una minima parte di quello che elaboriamo con i “processi primari” e che purtroppo viene perduto per assenza di memoria. Quanto più siamo svegli nel sonno REM o verso l’alba dopo il sonno profondo e più ricordiamo e, di conseguenza, compiliamo il sogno in maniera logica consequenziale.

QUALITA’ ONIRICA

La qualità del sogno di Marineve è realistica narrativa.

REM – NON REM

Il sogno di Marineve presenta una consequenzialità logica e simbolica, per cui è stato elaborato in una fase REM mediana, la seconda o la terza, tra le tre le quattro.
Ricordo che nelle fasi REM il sonno è turbolento, mentre nelle fasi NONREM il sonno è profondo e catatonico ossia presenta una caduta del tono muscolare, senza movimenti e spasmi, senza agitazione psicomotoria. La memoria è presente nelle fasi agitate rispetto alle fasi di caduta muscolare e di sonno profondo dove è quasi assente.

FATTORE ALLUCINATORIO

I sensi coinvolti con le corrispondenti allucinazioni nel sogno di Marineve sono i seguenti: la vista, il tatto e l’udito.
La “vista” è allucinata nella gran parte del sogno e nello specifico in “Mio padre era seduto e io ero in piedi.” e nel prosieguo.
Il “tatto” è allucinato in “lo abbraccio” e in “quello che che io sento è tanto freddo, tanto ma tanto freddo”.
L’”udito” è allucinato in “dicendo che ho bisogno di lui” e in “Mia madre interviene e gli dice: “dai Dany, non vedi che ti viene incontro, non fare sempre cosi!”
Il concorso dei sensi o “sesto senso” è allucinato in “scoppio a piangere”.

DOMANDE & RISPOSTE

Il lettore anonimo ha posto le seguenti domande dopo aver letto con curiosità la decodificazione del sogno di Marineve.

Domanda
Sembrava un sogno semplice e invece si è rivelato un sogno complesso.

Risposta
Proprio così!
I sogni non sono mai dei semplici sogni, come le canzoni di musica leggera non sono così leggere come sono definite

Domanda
Marineve si riconcilierà con il padre?

Risposta
Marineve ha in atto con il padre il miglior equilibrio emotivo e affettivo possibile. Riconciliarsi significa migliorare con coraggio la presa di coscienza del trauma a lui collegato e che il sogno lascia intravedere, indica ma non manifesta.

Domanda
Quindi deve fare una psicoterapia o ce la può fare da sola.

Risposta
Buone entrambe, ma da cosa sogna e da come scrive si evince una buona introspezione, frutto di un costante esercizio di analisi e di ricerca. Finché non c’è sintomo, può farcela da sola.

Domanda
Ho notato che lei consiglia poco la psicoterapia contro i suoi interessi globali.

Risposta
Quando non si è motivati e soprattutto non si è motivati da una sofferenza, la psicoterapia è impossibile e, di conseguenza, inutile.

Domanda
Mi può spiegare il titolo?

Risposta
Era comune in passato l’espressione “Cielo, mio marito!” nell’umorismo delle barzellette per indicare la sorpresa in flagranza di un tradimento sessuale. La lettura del sogno mi ha ricordato questo imbarazzante effetto della serie “tutto ritorna e non si risolve”, come le libertà sessuali di matrice poligamica.

Domanda
Quanto influisce il padre e la madre nella scelta del compagno o della compagna?

Risposta
Domanda semplice e doverosa che richiede una lunga ed esauriente risposta.
Il padre e la madre, la “posizione edipica”, ritornano nei sogni più di altri personaggi e li affollano in maniera sorprendente.
Marineve e tutte le donne sono state attratte nell’infanzia dalla figura paterna nel bene e nel male, “fantasma del padre” nella “parte positiva e negativa, e, di conseguenza, hanno introiettato, messo dentro o interiorizzato, l’immagine inquieta dell’uomo fascinoso a cui abbandonarsi e in cui emotivamente perdersi. Di poi, hanno dovuto fare i conti con la frustrazione del desiderio e si sono identificate nella figura materna dopo l’opportuna riconciliazione per il colpo gobbo che volevano infliggere. Hanno mantenuto intatte dentro la “imago” del padre e la pulsione erotica e sessuale annessa e connessa. L’esercizio della vita offre l’incontro fortuito con quell’uomo che, suo bengrado e suo malgrado, rievoca e scatena quell’imago e quelle pulsioni, le farfalline allo stomaco, di cui Marineve e le donne s’innamorano perdutamente e si legano, lasciando gli altri maschi a chiedersi “ma perché ha scelto lui e non ha scelto me”, come dice Max Pezzali nella sua canzone, prodotto
psico-culturale, “La regola dell’amico”. La stessa psicodinamica vale per il maschio nei confronti della madre.

Domanda
Lei dice che si rimane colpiti dall’uomo o dalla donna che evocano l’immagine interiorizzata del padre o della madre.
Ma non è esagerato questo determinismo?
Quale libertà ci resta nello scegliere chi amare?

Risposta
Perfettamente d’accordo!
Sembra che ci resti soltanto una libertà condizionata e non un libero arbitrio e tanto meno una libertà assoluta.
Essere turbati dall’uomo che evoca il padre e dalla donna che evoca la madre secondo l’imago introiettata durante la “posizione edipica” è veramente riduttivo e quasi inumano, quasi da prodotti condizionati dalla Mente e dal Corpo. Effettivamente l’immagine di un uomo angelico, creativo e idealista va a farsi fottere insieme all’immagine metafisica di un uomo figlio di qualcuno d’importante che sta nei cieli.
L’uomo è ridotto a un insieme di schemi da “stimolo e risposta”, un oggetto materiale affetto da un meccanicismo esagerato ed esasperato.
Stimarsi umanamente oggetti di conoscenza è la base di ogni sedicente scienza, al di là delle conclusioni meccaniche o metafisiche.
Tutto si spiega e tutto si può spiegare sempre secondo i principi primi, il metodo di lavoro e il codice interpretativo che il ricercatore pone e fissa.
Anche le conclusioni spirituali e libertarie, finalistiche per l’appunto, si possono comprendere e spiegare.
Tornando alla questione della scelta del partner, aggiungo che, per ridurre il condizionamento delle immagini introiettate, basta avere una buona coscienza di quanto i genitori hanno influito nella formazione psichica: una libertà condizionata.
Risulta che le coppie edipiche sono destinate alla separazione per esaurimento del carburante pregresso, mentre le coppie consapevoli che si scelgono e si esercitano quotidianamente senza pendenze irrisolte arrivano alle nozze di diamante.
Discorsi impegnati, ma ancora aperti.
Ridiamoci sopra con Max Pezzali e la sua “Regola dell’amico” che pone la domanda “ma perché proprio lui che non ha la nostra loquacità”?
La mia risposta è “perché evoca il fantasma edipico del padre”.
Altrimenti spiegatemi voi le farfalline allo stomaco e gli amori impossibili e ineffabili.

Domanda
Potrebbe in futuro rendere più semplici le interpretazioni dei sogni?
Spesso si ripete e non si capisce cosa dice.

Risposta
Ci provo sempre a essere chiaro cercando di non banalizzare, ma vedo che non ci riseco.
Comunque grazie per la richiesta. Ci proverò ancora.