IL SOGNO A MATRIOSCA 4

RIASSUNTO DEL TERZO SOGNO A MATRIOSCA

Il sogno a matriosca numero 3 è dedicato alla madre e si conclude con l’incontro e la conferma che restiamo sempre nella psicodinamica della maternità e dell’identificazione al femminile. Persiste pacato il rammarico e la consapevolezza della mancata esperienza e del persistente desiderio di avere un figlio.

Il filo conduttore dei tre sogni a matriosca di Saba è la contrastata dimensione materna. Non resta che analizzare il quarto sogno e trarre gli auspici da questa libera e originale associazione onirica.

TRAMA DEL QUARTO SOGNO A MATRIOSCA

“E vado nel mio quarto sogno, al mare con mia sorella, su un’alta scogliera da cui si vede l’acqua, più limpida sulla riva e più scura al largo.

L’immagine dall’alto è molto bella, c’è una specie di barriera corallina, anche se non ci sono colori ad evidenziarla, ma forme.

Scendiamo velocemente e dico a mia sorella (che solo per quell’attimo è diventata mia madre) che voglio bagnarmi i piedi nell’acqua.

Corro ed entro nel mare, la sabbia è come velluto sotto i piedi, ci sono animaletti simili a piccoli pesciolini vermiformi ovunque e mi piace tanto.

Mia sorella intanto raccoglie granchietti, dice che collezionarli è la sua passione.

Mi stupisco, non lo sapevo. Stiamo bene assieme, esco dall’acqua e le voglio far vedere una torre saracena che sta in alto.

Saliamo, ma la torre è un campanile. Allora le spiego che è perché i cristiani combatterono e vinsero contro i mori e trasformarono la torre in una chiesa.

Lei cerca granchi sulle pareti della torre e io cerco coccinelle.”

INTERPRETAZIONE DEL QUARTO SOGNO A MATRIOSCA

E vado nel mio quarto sogno, al mare con mia sorella, su un’alta scogliera da cui si vede l’acqua, più limpida sulla riva e più scura al largo.”

E siamo fortunatamente approdati al quarto sogno, la matriosca più piccola ma sempre altamente significativa nel suo essere un valido condensato. Si spera di incontrare il tema della femminilità e della maternità al fine di confermare la tesi he i sogni non procedono per salti: anche se cambiano i simboli, non cambia la psicodinamica in ballo. In ogni caso il “lavoro onirico” tratta sempre nel suo spazio e nel suo tempo il materiale psichico che occupa lo stato di coscienza in maniera più o meno consapevole e che viene attivato da una causa scatenante minima occorsa nel giorno precedente.

Andiamo al dunque e al sodo.

Saba chiama nuovamente in scena la “sorella” con la funzione di alleata psichica che permette al sogno di scorrere e al sonno di continuare. La “sorella” è pari pari la “proiezione” di Saba, lo strumento di cui si serve per portare avanti i suoi disegni psichici. Saba si trova “su un’alta scogliera”, in un ambito di netta “sublimazione della libido” senza sensi di colpa nell’immediato e con qualche pendenza nel pregresso. E’ questo il significato della scena che Saba ha costruito: “l’acqua, più limpida sulla riva e più scura al largo.” Il “mare” è simbolo della dimensione psichica profonda, nonché della vita e dell’attività creativa, del deposito vitale dei desideri e delle pulsioni, una zona giustamente oscura e densa di significati. Saba sta contemplando dall’alto la sua dimensione profonda e più o meno consapevole.

L’immagine dall’alto è molto bella, c’è una specie di barriera corallina, anche se non ci sono colori ad evidenziarla, ma forme.”

La bellezza estetica è la sublimazione della “libido” più cruda. Ci mancava la “barriera corallina” in questa parata del sistema psichico difensivo e meno male che “non ci sono i colori” a tormentare gli argini della scogliera, l’acqua scura e l’acqua chiara di cui in precedenza ci siamo occupati. Saba è in piena difesa dal coinvolgimento e dall’investimento delle sue energie più genuine e si è installata “su un’alta scogliera” insieme alla sua alleata sorella o meglio si è raddoppiata per non svegliarsi e per continuare a sognare questo splendido isolamento in cui si relegata con la sua vena estetica e il suo culto della bellezza, ma non la bellezza con la “b” minuscola, la Bellezza con la “B” maiuscola. Saba si rifugia nell’Arte per non vivere la Materia e opera a trecentosessanta gradi con il processo psichico difensivo della “sublimazione”. I “colori”, che “non ci sono”, rappresentano le emozioni e le pulsioni che si sono stemperati in tanta opera di bonifica dell’agro psichico. Le “forme”, che “ci sono”, condensano l’assenza di contenuto emotivo o meglio l’unicità del contenuto emotivo fissato nel sentimento della bellezza, la metodologia estetica del Barocco. Saba e la sorella sono paghe di cotanto freddo natural calcare sotto forma di barriera corallina che le tempeste del mare dal cuore escludono. Ognuno si difende come sa.

Ma da cosa si sta difendendo Saba?

Scendiamo velocemente e dico a mia sorella (che solo per quell’attimo è diventata mia madre) che voglio bagnarmi i piedi nell’acqua.”

Saba è irrequieta, non è una donna qualsiasi, è degna figlia della madre e non si appaga di sublimare, non vive soltanto del Sublime kantiano, sa e vuole concretizzare, imbeversi di materia vivente ed energizzarsi tra maschile e femminile con i suoi “piedi” bagnati “nell’acqua”. “Scendiamo” è simbolo del processo di difesa opposto alla “sublimazione”, la “materializzazione”, il ricorrere alla concretezza della “libido” nella sua accezione più carnale. La “sorella” è l’alleata che consente la discesa in tanta materia e “velocemente”. “ Voglio bagnarmi” rappresenta l’atto consapevole dell’eccitazione volitiva, il desiderio di vivere l’intensità sensoriale ed emotiva del corpo, un’abbondante lubrificazione vaginale. “I piedi” sono simboli fallici che rappresentano il potere maschile dell’incidere e del penetrare, il potere di Afrodite o dell’universo psichico femminile con la seduzione e la perdizione del maschio in una con le strategie mitologiche delle povere e infelici Sirene. “L’acqua” è il classico simbolo della Madre e delle madri, il corredo essenziale del “principio femminile” e di tutte le donne. Il pusillis della questione per l’interpretazione corretta del sogno è la frase messa da Saba tra parentesi e come se fosse un lapsus, “(che solo per quell’attimo è diventata mia madre)”. Saba è in compagnia di una figura materna perché si sta ancora portando dietro la maternità, il “fantasma” di avere un figlio, di realizzare la sua pulsione a procreare e il suo istinto materno. Dalla “sublimazione” alla “materializzazione” si snoda in alto e in basso il viaggio di Saba intorno alla prerogativa classicamente femminile della fecondazione e della gravidanza. Anche la quarta matriosca evidenzia la stessa psicodinamica delle altre tre sorelle maggiori e sicuramente la rappresenta con la ricchezza poetica del contenuto psicofisico. Un figlio è materia vivente e non è un angelo con le ali.

Corro ed entro nel mare, la sabbia è come velluto sotto i piedi, ci sono animaletti simili a piccoli pesciolini vermiformi ovunque e mi piace tanto.”

Saba istruisce un rito propiziatorio e liberatorio, “corro ed entro nel mare”, come se fosse stata bloccata nelle sue capacità di espansione psichica e di investimento della sua “libido”. Saba va verso la vita e la vitalità, investe le sue energie fisiche e mentali, i suoi muscoli e i suoi progetti. Il potere su se stessa e sulla realtà è cresciuto ed è libidico, “velluto sotto i piedi”. Saba si dispone alla gravidanza e a gestire il potere della madre. Gli “animaletti simili a pesciolini vermiformi” son gli spermatozoi che vanno a fecondarla. E il lasciarsi andare a questa invasione vitale è tanto piacevole. Il quadro iniziale della “sublimazione della libido” si è ribaltato e la “libido” in prima persona si è messa al servizio diretto del Genio della Specie senza trascurare il piacere erotico e orgasmico del coito fecondante.

Mia sorella intanto raccoglie granchietti, dice che collezionarli è la sua passione.”

Ecco la “passione” di cui si diceva prima, ecco il godimento della recezione sessuale e dell’orgasmo: “patior” latino si traduce sono affetto e subisco, mi lascio andare al moto naturale del sistema neurovegetativo, mi affido alle sensazioni intense del mio corpo. La sorella alleata, la stessa Saba, è una donna che con la passione ci va a spasso, è disinibita e orgasmica, è attratta dal mettere insieme le sue emozioni e sensazioni senza disdegnare il rischio di rimanere incinta, di raccogliere nel suo grembo dei “granchietti”. Il meccanismo onirico della “figurabilità” in questo caso fa un gran figurone così come viene usato. Il granchietto si avvicina figurativamente al feto nei primi mesi di vita. Comunque e per farla breve, il tema del sogno è sempre lo stesso anche se trattato in maniera diversa e secondo formule estetiche, mistiche, realistiche o surreali. Saba è una donna sessualmente disposta al maschio e alla fecondazione. Eppure qualcosa mi dice che il sogno di Saba va a complicarsi, piuttosto che risolversi in tanto benessere. Chi vivrà vedrà e godrà.

Mi stupisco, non lo sapevo. Stiamo bene assieme, esco dall’acqua e le voglio far vedere una torre saracena che sta in alto.”

Qualcuno penserà che io sono un profeta e invece non è così, sentivo che Saba poteva introdurre ancora con la sua creatività onirica qualche altro tema importante e compatibile con la psicodinamica trattata.

E chi ti arriva?

Il padre in carne e ossa, anzi sotto forma di “una torre araba che sta in alto”. E, del resto, la “posizione edipica” esige che sia il padre la prima figura con cui una figlia si accoppia anche per avere un figlio. Un figlio dal padre è stato desiderato da tutte le figlie che si rispettano e che si possono definire tali. Traduco con dovizie di particolari e chiarezza. Saba sta bene con se stessa e soprattutto con i suoi stupori, le sue cadute della vigilanza e l’abbandono fiducioso alle fantasie e ai ricordi della famiglia, del padre, della madre, della sorella, del tempo dell’infanzia e dell’adolescenza quando maturavano le nespole e le mele. Appena evoluta in donna, Saba ha riscoperto la figura paterna anche perché costretta a riformulare il vissuto edipico per conquistare la sua autonomia psicofisica. “La torre saracena che sta in alto” è da “vedere”, da prendere consapevolezza, il padre è da razionalizzare per sistemarlo nel posto giusto e all’uopo necessita il processo di difesa della “sublimazione”, “in alto”.

E perché è proprio “saracena” questa torre?

Saba rievoca un tratto caratteristico del padre che verte sulle culture arabe e mediterranee. Di più il sogno non dice, almeno per il momento.

Saliamo, ma la torre è un campanile. Allora le spiego che è perché i cristiani combatterono e vinsero contro i mori e trasformarono la torre in una chiesa.”

“Saliamo”, ritorna quella “sublimazione della libido” che nei riguardi del padre e della “posizione edipica” è più che mai indicata e opportuna come difesa dall’angoscia di aver tanto desiderato e tanto osato con il pensiero e la fantasia. Dopo la madre in diretta nel sogno precedente, la terza matriosca per intenderci, adesso tocca alla figura paterna per completare l’opera onirica e il capolavoro estetico. Il padre da mediterraneo e saraceno diventa ebraico cristiano, “trasformarono la torre in una chiesa”, acquista attributi e caratteristiche sempre in linea con il processo di “sublimazione” e non esenti dalla sofferenza e dal martirio, a testimonianza del trasporto affettivo ed erotico della figlia adolescente verso di lui. “Combatterono e vinsero” offre il senso tragico del conflitto intrapsichico a cui Saba si è naturalmente sottoposta con i suoi vissuti nel corso dell’infanzia e dell’adolescenza. Saba archivia il padre con il carisma a lui dovuto e questa è una forma di riconoscimento della figura e di risoluzione della “posizione edipica”.

Lei cerca granchi sulle pareti della torre e io cerco coccinelle.”

Saba cerca i ricordi che la legano al padre e, in particolare, al desiderio dell’infanzia di avere un figlio da lui, “granchi sulle pareti”, e per difesa li attribuisce alla sorella alleata. Saba, di poi, ha cercato il seme giusto per essere fecondata e diventare madre. Chiarisco: il sogno di Saba rievoca il travaglio psichico adolescenziale nei riguardi del padre e il successivo tentativo della donna di diventare madre, presentando un feto abortito e la ricerca degli spermatozoi atti all’ingravidamento. Saba ha incamerato questi vissuti nel corso della sua esistenza e li presenta a se stessa dormendo e sognando.

L’interpretazione del quarto sogno a matriosca si può concludere con questo chiaro e netto richiamo dei temi trattati nel primo sogno.

Il cerchio onirico si chiude mirabilmente.

Buona fortuna!

GLI ALIENI E LA GUERRIERA

TRAMA DEL SOGNO

“E’ estate. Sono vicina a casa mia e sto visitando una grande chiesa su una altura insieme a qualcuno che non vedo. Ne sento solo la voce quando fa commenti sulla bellezza della chiesa.

A tratti è il mio fidanzato n°due, (ho due relazioni), a tratti mia madre e a tratti qualcun altro. Ma non sono tutte e tre le persone presenti. E’ come se si alternassero nel sogno.

Dopo aver percorso all’esterno tutto il perimetro della chiesa (in sogno mi capita sempre di restare solo all’esterno delle chiese) mi soffermo a guardare la vista dall’alto sul lago Maggiore.

Riscendo, (? riscendiamo), a piedi fino all’altezza del lago e io e mia madre questa volta saliamo su una canoa, (secondo sogno con canoa), e prendiamo il lago e poi un fiume che porta alla Svizzera. Io guido la canoa.

Ad un certo punto tiro fuori dal mio zaino un piatto di pasta che ho cucinato per mia mamma, (nel sogno c’è anche una parentesi in cui mi rivedo nella preparazione del piatto di spaghetti allo scoglio) e glielo do da mangiare.

Dopo un po’ mi accorgo, guardando dalla canoa, che i paesi sulle sponde del lago sono allagati. Lo percepisco come un problema, quindi prendo in mano l’azione, lascio mia madre a continuare la gita da sola e scendo nelle strade allagate, ma l’atmosfera è tranquilla con la luce del sole sulle case.

In giro non c’è nessuno. Entro in una casa e salgo al secondo piano come se fossi in autoplay di un video gioco e lì dentro, in un ambiente fresco e oscuro, ci sono delle persone che non riconosco ma so essere mie amiche.

C’è anche una camera con un letto mio e oggetti miei. In particolare ci sono moltissime pietre preziose che appartengono tutte a me, molte incise con disegni di scorpioni e di nasi.

Vado al bagno della mia camera in cui non c’è la porta ma solo una tenda di perline e, mentre mi sto sistemando, intravedo la figura di una ragazza che conosco ed è mia amica, l’unica del sogno, a parte mia madre, che vedo bene in faccia, che sta in piedi ferma nella mia stanza a guardarmi attraverso la tenda. Le dico “Samantha che fai?”, poi muovo un passo per uscire dal bagno e lei mi si butta addosso per aggredirmi.

Sopraggiunge un ragazzo dalla cucina per salvarmi e non so bene che fine faccia Samantha. Mi metto a parlare con questo ragazzo che però è un’ombra, non lo distinguo bene e stiamo un po’ in un abbraccio intimo e io percepisco la presenza del mio fidanzato n°uno che però nel sogno non c’è.

A questo punto salta fuori che c’è un’invasione di Alieni in atto (sogno molto speso gli Alieni ma non mi spaventano, nei miei sogni sono sempre una guerriera) e che essi sono in grado di assumere le sembianze di chi vogliono.

Io mi metto a cercare una pietra in particolare che non salta fuori. E’ una pietra nera con dei puntini azzurri che ha la capacità di curarmi e farmi cogliere l’origine dei problemi.

La cerco invano ovunque dentro la casa insieme a questo mio salvatore, finché non appare un alieno nella stanza ed io lo sconfiggo in uno scontro corpo a corpo.”

Questo è quanto ha sognato Giglio.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

E’ estate. Sono vicina a casa mia e sto visitando una grande chiesa su una altura insieme a qualcuno che non vedo. Ne sento solo la voce quando fa commenti sulla bellezza della chiesa.”

Giglio è nei pressi di se stessa, della “parte psichica” adibita alla “sublimazione della libido”. E’ tempo di nobilitare le proprie pulsioni e di dar loro un fine generoso al fine di non avvertire gli eventuali sensi di colpa destati dal pensiero di essere egoisti e bisognosi. La “chiesa su un’altura” è un rafforzamento simbolico di quanto affermato. “L’estate” aiuta a sentire il calore delle pulsioni e la consapevolezza di una donna che si accompagna al padre: “qualcuno che non vedo”. Questa figura è simbolicamente e universalmente sempre il padre “edipico”, quello con cui non sono stati sciolti i legami ambigui e ambivalenti, le pulsioni seduttive ed erotiche di una bambina che cerca la sua dimensione psichica femminile. Giustamente Giglio ha sublimato a suo tempo la “libido edipica” e si porta a spasso per il sogno il padre in versione di abile commentatore della Bellezza. La figlia riconosce al padre una sensibilità estetica, fatta di tanta ammirazione e di consapevole stupore. Giglio sublima l’attrazione verso il padre per non colpevolizzarsi, ma riconosce nello stesso tempo al padre quella propensione alla Bellezza, “della chiesa” nel caso specifico. Sintetizzo e chiarisco: Giglio riesuma e rievoca la figura paterna e assolve i sensi di colpa legati all’attrazione psicofisica e approfitta della circostanza per mettere in luce la sensibilità al Bello e all’Arte dell’augusto genitore.

A tratti è il mio fidanzato n°due, (ho due relazioni), a tratti mia madre e a tratti qualcun altro. Ma non sono tutte e tre le persone presenti. E’ come se si alternassero nel sogno.”

I conti “edipici” tornano tutti: il fidanzato numero due, la madre o una figura anonima e indifferenziata, sempre un “qualcun altro” dentro, una figura “introiettata” e nel sogno tirata fuori, “proiettata”. Il “fidanzato numero uno” è sempre il padre per tutte le bambine, il “fidanzato numero due” è quello che segue e consegue alla complessità dei vissuti in riguardo alla figura paterna. Poi, arrivano anche gli altri fidanzati, i numero enne, nella speranza che siano tanti per depurare i vissuti “edipici” e scegliere il proprio uomo senza i condizionamenti subdoli dell’infanzia e dell’adolescenza, senza sposare la “traslazione” del padre insomma. Giglio non mette in scena la “triade edipica”, si limita a visitare i singoli protagonisti e li alterna sul palco a simboli dei suoi vissuti e della sua evoluzione psicofisica, dall’infanzia all’età adulta. Degna di nota è la poligamia di Giglio, “(ho due relazioni)”, la sua naturalezza a vivere il maschio senza i limiti imposti dalla Morale pubblica, il “Super-Io” collettivo, e dal suo “Super-Io”, la sua istanza psichica censoria. Giglio manifesta una disinibizione nella gestione delle relazioni amorose, affettive e sessuali, a testimonianza della sua capacità di alternare nella vita, non soltanto nel sogno, situazioni di coppia varie e variopinte. La caratteristica si spiega con una riduzione dell’investimento di “libido” nei suoi uomini e del coinvolgimento amoroso. Insomma, Giglio non s’innamora abbastanza o teme di legarsi troppo e per questa paura si difende da quello che lei vive come un coinvolgimento minaccioso della sua autonomia. Il prosieguo del sogno darà le ragioni di questa nota caratteristica della protagonista. Possibilmente c’è ancora un ristagno “edipico”, per cui Giglio non si è evoluta degnamente nella “posizione psichica genitale” e non investe appieno le sue energie e i suoi sentimenti secondo le naturali norme della disposizione donativa e della generosità altruistica, della “comprensione” e dell’abbraccio psichico dell’altro.

Dopo aver percorso all’esterno tutto il perimetro della chiesa (in sogno mi capita sempre di restare solo all’esterno delle chiese) mi soffermo a guardare la vista dall’alto sul lago Maggiore.”

Il processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido” non trova Giglio disponibile al cento per cento dal momento che percorre “tutto il perimetro esterno della chiesa”, non entra nel tempio sacro per depositare le sue cariche istintive e le sue pulsioni in attesa di essere purificate dalla grazia della Psiche. Giglio è una donna che non si coinvolge del tutto nelle operazioni di recupero e di rimessa in atto del vietato e dei tabù. Giglio salta di palo in frasca e travalica dalla “sublimazione” alla contemplazione estetica, anzi predilige tranquillamente quest’ultima e trova nella Bellezza la risoluzione idonea e congrua. Giglio sente il bisogno di “catarsi” dell’illecito e della colpa, ma fa tutto a metà e si ricovera sempre in “alto”, nel culto della madre che ristagna, il “lago Maggiore”. Dal sacro passa con disinvoltura all’umano, dal carisma alla concretezza estetica. Giglio le sta provando tutte le operazioni di ripulitura di eventuali traumi o fantasie, di pulsioni e desideri. Predilige non investire totalmente su azioni che nella Borsa del sacro hanno un valore, mentre nella Borsa dell’umano presentano una vitale consistenza. Vediamo dove procede dopo questo preambolo introduttivo.

Riscendo, (? riscendiamo), a piedi fino all’altezza del lago e io e mia madre questa volta saliamo su una canoa, (secondo sogno con canoa), e prendiamo il lago e poi un fiume che porta alla Svizzera. Io guido la canoa.”

Dopo il “qualcuno che non vedo” del primo capoverso, decisamente decodificato come la figura paterna, ecco che si presenta in tutta evidenza e in pompa magna la figura molto importante nella formazione psichica di Giglio, la madre. A quest’ultima la figlia associa il processo psichico di difesa della “materializzazione” e il principio annesso della “realtà”. Giglio ama la concretezza e si è tenuta a fianco della “chiesa”, non è entrata nel luogo del sacro e della censura morale, ha preso atto e ha apprezzato l’aspetto culturale, filosofico ed estetico, La compagnia era la figura del padre. Adesso arriva la madre e la materia vivente, il “lago”, e Giglio si sente alla sua “altezza”, si è ben identificata nella madre durante la sua formazione ed evoluzione psicofisiche, per cui va da sé che ci sia la “canoa”, il grembo, la culla anatomica adibita alla sessualità e alla maternità. “Saliamo sulla canoa” attesta “l’identificazione” nella madre che ha portato Giglio a maturare nel tempo la sua “identità” femminile. Il padre non si è evidenziato abbastanza semplicemente perché è la figura conflittuale della “triade edipica” ed allora Giglio per difendersi non gli ha dato un volto e l’ha lasciato nell’anonimato. Guardate che bel quadretto al femminile: madre e figlia in canoa sul lago. Questa è una buona e originale allegoria con il rafforzamento dei simboli femminili, “lago” e “canoa”, ma Giglio non dimentica il padre e allora se lo porta dietro sotto forma classica del “fiume”. Non dimentica nemmeno di essere lei la protagonista della sua femminilità e si mette alla guida della sua “canoa” in buona e completa compagnia “edipica”. Ritorna la figura paterna in veste simbolica a testimonianza di una delicatezza e paura verso la figura maschile. E allora andiamo in “Svizzera”, il luogo simbolico delle libertà e dell’autonomia.

Che Giglio stia risolvendo la sua “posizione psichica edipica”, la sua relazione conflittuale con i genitori, e stia maturando la sua autonomia psichica riconoscendo il padre e la madre e risolvendo le pendenze maturate nel corso della vita?

Chi vivrà vedrà.

Ad un certo punto tiro fuori dal mio zaino un piatto di pasta che ho cucinato per mia mamma, (nel sogno c’è anche una parentesi in cui mi rivedo nella preparazione del piatto di spaghetti allo scoglio) e glielo do da mangiare.”

La figlia dispensa amore per la madre. Dal suo grembo, lo “zaino”, il luogo della femminilità e della “genitalità”, Giglio partorisce da sola e senza aiuto dell’ostetrica, “tiro fuori”, tutti gli affetti possibili nei riguardi della figura materna, “un piatto di pasta che ho cucinato per mia mamma”, tutto l’amore verso la madre. Questa operazione di riconoscimento e di riconoscenza avviene con una preziosa nota narcisistica, “mi rivedo nella preparazione del piatto di spaghetti allo scoglio”, una pietanza non da morti di fame o da profani, oltretutto condita con tutto il trasporto affettivo di una figlia che si prende cura della madre dopo averla riconosciuta come la sua origine e la sua identità femminile: “glielo do da mangiare” e “io guido la canoa”. Degna di nota è l’assenza della stessa premura nei riguardi del padre, che, pur tuttavia, è presente in forma traslata e anonima. Ricapitolando: Giglio sviluppa in sogno la sua “relazione edipica” e mostra di averla superata, soprattutto in riguardo alla madre. Il padre resta una mina vagante nel mare psichico della formazione evolutiva della protagonista. Con la madre Giglio ha assunto un atteggiamento di cura e premura che si può definire “adozione”, una forma concreta e massiccia di “libido genitale” sublimata. La figura sacra della madre viene investita di affetti e atti che attestano riconoscimento e gratitudine.

Dopo un po’ mi accorgo, guardando dalla canoa, che i paesi sulle sponde del lago sono allagati. Lo percepisco come un problema, quindi prendo in mano l’azione, lascio mia madre a continuare la gita da sola e scendo nelle strade allagate, ma l’atmosfera è tranquilla con la luce del sole sulle case.”

Giglio rievoca il momento della sua evoluzione psicofisica in cui ha operato il distacco dalla madre e ha risolto la sua dipendenza psichica dal momento che aveva ampiamente accettato e razionalizzato la sua identità femminile. Trascorso il periodo dell’identificazione e superato il bisogno di adottarla accudendo i bisogni di lei e prendendosi una cura speciale della sua persona, risolta questa benefica e matura operazione umana, Giglio riacquista la sua autonomia e indipendenza dal momento che “i paesi sulle sponde del lago” erano “allagati”. Giglio percepisce “come un problema questo trasporto e “prende “in mano l’azione”, le redini della sua vita “per continuare la gita” della sua vita “da sola”. In questa presa di coscienza dei vissuti complessi nei riguardi della madre Giglio razionalizza che non ha subito alcun danno e che la “razionalizzazione” di questo rapporto speciale con la madre è stato positivo e costruttivo al massimo, dal momento che ha apportato la tranquillità dell’animo, una forma di “atarassia” individuale da completamento d’opera e da scelta di se stessa dopo il periodo di dipendenza a vario titolo, o perché bambina o perché moralmente portata al sollievo dell’augusta figura materna. Traduco meglio e pari pari: Giglio, del tutto consapevole della sua femminilità e della sua persona, “guardando dalla canoa”, dopo aver temuto di aver corso il rischio di dipendere dalla madre, riacquista la sua autonomia psichica e vive la sua vita di donna e di femmina senza alcun turbamento e con tanta consapevolezza. Meglio di così non poteva andare.

In giro non c’è nessuno. Entro in una casa e salgo al secondo piano come se fossi in autoplay di un video gioco e lì dentro, in un ambiente fresco e oscuro, ci sono delle persone che non riconosco ma so essere mie amiche.”

Giglio è con se stessa, in dolce compagnia di se stessa e della sua autonomia psicofisica. Giglio ha risolto i legami di figlia nei riguardi della madre e ha provveduto al suo accudimento: “in giro non c’è nessuno”. La figlia ha riconosciuto la madre dopo averla onorata e odiata e non è rimasta schiava e sola in questa improba controversia sull’identità e sul possesso dei beni affettivi. Sul padre il discorso è sospeso e la figura del genitore vaga come le mine nei mari durante il tempo di guerra in cerca della nave su cui esplodere. Giglio rientra in se stessa e per la precisione nella “sublimazione narcisistica del suo Io”, nel luogo riservato all’auto-gratificazione e all’auto-compiacimento, per rivivere i momenti di questa sua crescita personale. Giglio si ripensa come persona compiuta, ma non riconosce nella sua dimensione relazionale alcune figure o “parti psichiche di sé” che ancora aspettano una risoluzione congrua. Ritorna questa tendenza di Giglio all’incompiuta con alcune “persone” e con alcune esperienze della sua vita dove avrebbe voluto essere più decisa e incisiva. Si accontenta di un “autoplay” che si riduce a un “autoreplay”, a un rivedersi e a un riconsiderarsi narcisistici che lasciano l’amaro dell’incompiuta in bocca. Purtuttavia, ha il buon senso di ritenere “amiche” queste persone e manifesta quell’ottimismo non esagerato che non guasta, se confrontato con il pessimismo bieco della disperazione e del rancore di chi avrebbe voluto cambiare le carte in tavola. Tra le persone ci mettiamo d’ufficio il padre. Vediamo dove si dirige Giglio nel suo sogno. Adesso è ferma in una Svizzera calvinista e protestante, isolata e libera, ligia al dovere e alle leggi morali, ricca di buona cioccolata e di emmental, di orologiai e di orologi, di cucù e di mucche viola.

C’è anche una camera con un letto mio e oggetti miei. In particolare ci sono moltissime pietre preziose che appartengono tutte a me, molte incise con disegni di scorpioni e di nasi.”

Giglio entra nell’intimità, nel personale, nel privato, nel proprio. La “camera da letto” condensa i vissuti interiori e indicibili, quelle “pietre preziose” che riguardano soltanto Giglio e nessun altro, la sua sfera anatomica e sessuale da non condividere e da stimare con grande perizia, i vissuti intimi e le esperienze erotiche che vertono sul versante sessuale maschile come i “disegni di scorpioni e di nasi”, una vasta gamma di simboli fallici, fecondanti al negativo i primi, penetranti con decisione i secondi. Lo “scorpione” rappresenta simbolicamente il pene che emette lo sperma temuto dalla donna che ha una tosta fobia della fecondazione e della gravidanza, mentre il “naso” condensa l’invadenza del pene e le sue ben note competenze erotiche e sessuali. Tra “pietre preziose” femminili e “scorpioni e nasi” maschili Giglio si compiace narcisisticamente delle sue doti erotiche e delle sue qualità sessuali, nonché delle sue paure e delle sue fobie, estendendo questi “oggetti” ai suoi ricordi sotto la forma di amuleti che esorcizzano l’angoscia di fecondazione e di gravidanza. Si conferma sempre con maggiore evidenza quel sano “narcisismo” che si snoda a metà tra l’amor proprio e il culto di sé. Non è da meno il senso del possesso e i due fidanzati con la loro umana gestione. Giglio è una donna che si compiace del suo potere erotico e sessuale, una femmina che sa gestire il maschio di turno. Il suo “narcisismo” prevale sulla “genitalità” di un sentimento d’amore donativo. L’evoluzione psichica di Giglio oscilla tra la “posizione edipica” e la “posizione narcisistica” e trascura la “posizione genitale”. Decisamente è una donna che non si innamora follemente di un uomo, è una donna che avanza con giudizio e temperanza verso gli investimenti sugli altri, è una donna che si compiace delle sue capacità, è una donna che ha due uomini e oltretutto generici e anonimi, uomini senza qualità.

Vado al bagno della mia camera in cui non c’è la porta ma solo una tenda di perline e, mentre mi sto sistemando, intravedo la figura di una ragazza che conosco ed è mia amica, l’unica del sogno, a parte mia madre, che vedo bene in faccia, che sta in piedi ferma nella mia stanza a guardarmi attraverso la tenda. Le dico “Samantha che fai?”, poi muovo un passo per uscire dal bagno e lei mi si butta addosso per aggredirmi.”

Il passaggio dalla zona intima degli affetti speciali e dei segreti pensieri alla zona erotica e sessuale è breve, del resto come sempre e come giusto. Giglio si era imbattuta in precedenza nei suoi gioielli femminili e nei suoi trofei maschili, le “pietre preziose” e gli “scorpioni” e i “nasi”, adesso va proprio in “bagno” dove, oltretutto, “non c’è la porta, ma solo una tenda di perline”, si coinvolge direttamente con il suo corpo e i suoi bisogni, “mentre mi sto sistemando”. La disinibizione narcisistica della donna ritorna venata di esibizionismo e di competizione al femminile, “intravedo la figura di una ragazza che conosco ed è mia amica”, una figura equiparabile alla madre in quanto oggetto di presa di coscienza. Giglio “sa di sé” attraverso la madre e l’amica, “sa di sé” come donna e come corpo perché si è identificata nella prima e ha assunto identità psicofisica tramite la seconda, l’altra da sé, una persona che esiste nella realtà esterna, ma che, a tutti gli effetti, è l’immagine di sé, il fantasma del suo corpo, la rappresentazione primaria dei suoi desideri e bisogni di bambina che si accinge a evolversi in donna. Questa “amica” la spia nella sua intimità, questa “parte psichica di sé” è in conflitto con l’immagine globale che Giglio ha maturato nel corso della sua evoluzione psicofisica. Samantha è la controfigura di Giglio, quella che si assume la parte aggressiva e che aggredisce, meglio si auto-aggredisce, quella che non si piace e che non si è mai piaciuta, quella “parte psichica di sé” che si schiera per il sacro e odia il profano o viceversa, la “parte psichica oppositiva” di Giglio rivolta contro se stessa, la parte “sadomasochistica”, quella che fa male e subisce il male. Giglio conosce molto bene se stessa “Samantha” e la madre. E’ proprio vero, perché sono i personaggi e le figure che la riguardano in prima persona, sono “l’introiezione” e la “proiezione” della madre e di se stessa nella versione non gradita e rifiutata, quella parte che non piace e che non si accetta. Qualcosa della sfera intima e privata del corpo e della mente non va proprio giù a Giglio e in questo modo ricorre a Samantha per evidenziare questa suo conflitto intrapsichico.

Ma cosa scarica Giglio su Samantha?

Quale materiale psichico traumatico Giglio addossa alla povera Samantha?

Importante continuare a vivere per sapere anche questo.

Sopraggiunge un ragazzo dalla cucina per salvarmi e non so bene che fine faccia Samantha. Mi metto a parlare con questo ragazzo che però è un’ombra, non lo distinguo bene e stiamo un po’ in un abbraccio intimo e io percepisco la presenza del mio fidanzato n°uno che però nel sogno non c’è.”

Giglio scarica su Samantha tutta l’aggressività incamerata nell’evoluzione della sua “posizione psichica edipica”, della sua conflittualità ambivalente nei riguardi del padre e della madre, della sua psicodinamica evolutiva in riferimento ai genitori. Samantha condensa gli affetti legati alla “parte negativa” del “fantasma della madre”, quella che censura e impedisce i vissuti affettivi nei riguardi del padre, la figura in cui si è in qualche modo costretta a identificarsi per acquisire la sua identità femminile, quella che limita e vieta, la madre che impone i tabù e istilla il “Super-Io” sostituendosi al padre. Ricapitolando, Giglio sta sviluppando in sogno l’iter e la risoluzione della sua “posizione psichica edipica”, sta riesumando una tappa altamente formativa della sua evoluzione e mostra chiaramente la conflittualità ambivalente nei confronti della madre e dispone in discrezione il padre come figura importante e in parte rimossa nel suo “fidanzato n°uno”, come si diceva ampiamente nei precedenti iniziali capoversi. Mostra, inoltre, il suo distacco risolutivo nei riguardi della madre lasciando che prosegua la gita in Svizzera e riaggancia il padre nella figura del fidanzato n°uno di cui percepisce la presenza mentre sta in intimità con il nuovo ragazzo che la salva dalle grinfie di una invadente e aggressiva Samantha di cui non sa bene la fine che fa. Ricapitolando ancora e meglio di prima: Giglio si stacca dalla madre attraverso l’affidamento a un uomo, “il ragazzo che sopraggiunge dalla cucina” ossia dalla zona degli affetti condivisi e da condividere. Purtroppo, questo “ragazzo” seduttivo è evanescente, è “un’ombra”, viene dal suo Profondo psichico, dall’aldilà subcosciente, emerge dai suoi desideri di bambina e di adolescente e si porta sempre dietro la figura del padre, la prima ombra del fidanzato n°uno, quello che ancora non sa riconoscere come figura formativa della sua femminilità e delle sue arti erotiche e seduttive. Giglio “percepisce una presenza” come nei migliori film gialli, un fidanzato che in qualche modo tradisce e di cui dispone le fila. Proprio vero che il primo amore non si scorda mai e non si sposa. Giglio sta in intimità con un ragazzo “ombra” che la salva dalle grinfie della madre: questo ragazzo è l’erede della prima ombra, il padre. Quest’ultimo ha contribuito nell’economia psichica di Giglio alla formazione della strategia di approccio all’universo psicofisico maschile.

A questo punto salta fuori che c’è un’invasione di Alieni in atto (sogno molto speso gli Alieni ma non mi spaventano, nei miei sogni sono sempre una guerriera) e che essi sono in grado di assumere le sembianze di chi vogliono.”

Ah, gli Alieni!

Ah, l’alienato, tutto quello che volevamo vivere di noi e non abbiamo fatto nascere in noi!

Ah, i mille personaggi in cerca d’autore che non siamo e che sappiamo ben interpretare per difesa dal coinvolgimento con gli altri!

Spuntano le difese sociali di Giglio. Scendono dall’astronave alla moda gli Alieni, arrivano i modi di essere e di esistere che la protagonista voleva incarnare e che per l’angoscia dell’indeterminato ha lasciato andare nell’evanescenza del Nulla e del “non se ne fa niente”. Gli Alieni “sono in grado di assumere le sembianze di chi vogliono”, hanno capacità mimetiche e mistificatorie, sono dei grandissimi bugiardi e non dicono mai la verità del “chi sono” e del “cosa vogliono”, sono degli impostori e degli imbroglioni di vasta portata che inquinano la società. Questa è la versione negativa dell’umana capacità psichica di empatia e di simpatia, di partecipazione e condivisione. Questa è la “parte psichica negativa” del “fantasma dell’altro”, quella che mi inganna e mi porta via sempre qualcosa e a cui non bisogna rivolgere la parola e addirittura affidarsi, questo è lo Straniero di Camus, la parte straniera di noi stessi che abbiamo definitivamente debellato criminalizzandola per paura e su suggestione dei nostri incauti e superficiali genitori. E così Giglio è cresciuta “guerriera” per difendersi da se stessa, dalle sue giuste paure e dalle altrui ingiuste angosce. La mamma istilla, suggerisce, mette dentro il cuoricino della bambina a mo’ di insegnamento i suoi traumi di donna adulta e le sue esperienze andate a male come il latte fresco di giornata il giorno dopo. Il padre c’è e non c’è, il padre ha fatto meno danno, il padre è rimasto nel limbo delle figure da salvare per amore indicibile, mai detto, mai profferito. Una Giglio censurante e oltremodo “superegoica” mostra in questo siparietto finale i suoi tabù, i suoi divieti, i suoi “verboten”, le sue difese inutili verso il resto del mondo e proprio quando le aperture all’esterno sono costruttive e necessarie per una giusta evoluzione psicofisica. E’ come se Giglio andasse contro corrente e si rinchiudesse nel mondo di Narciso per non coinvolgersi con i fidanzati n°tre, n°quattro, n°cinque, n°enne. “Giglio nei sogni è sempre una guerriera”, ma sicuramente è arrivato il tempo di far riposare questa “guerriera” dopo tanto inutile stress. Ben vengano gli Alieni a portare la loro buona novella se serve a “sapere di sé”, a una migliore autocoscienza. Giglio non deve combattere contro se stessa e le sue produzioni psichiche innovative ed evolutive, contro i suoi “Alieni”, non deve alienare il suo prodotto psichico interno lordo per paura di coinvolgersi nelle stranezze di una vita alla grande e spericolata. Gli insegnamenti della mamma e i silenzi del padre devono lasciare il posto alla normalità dell’anormale, alla convivenza con gli Alieni dentro e fuori, alla condivisione delle esperienze e delle avventure.

Io mi metto a cercare una pietra in particolare che non salta fuori. E’ una pietra nera con dei puntini azzurri che ha la capacità di curarmi e farmi cogliere l’origine dei problemi.”

Giglio sa di non stare bene e di avere bisogno di una cura che verta sulla consapevolezza delle cause dei suoi mali, “l’origine dei problemi”, una psicoterapia psicoanalitica che, risalendo per libere associazioni alle esperienze significative della sua vita, le dia quell’equilibrio e quella sicurezza insieme a quella tranquillità dell’animo che non guasta mai come lo zucchero nel caffellatte dei bambini. E allora Giglio tira in ballo la sua bambina dentro e il suo pensiero magico, i “processi primari” che che usava nell’infanzia e che si chiamavano con una sola parola la “Fantasia”, il pensare per allucinazioni e per fantasmi, l’andare contro il “principio di realtà” a favore del “principio del piacere”, l’esaltare le pulsioni e abolire i divieti, tira fuori il suo Harry Potter e la sua “pietra” filosofale “nera con dei puntini azzurri”, quella che ha la capacità taumaturgica della presa di coscienza, della riflessione su se stessa e sugli eventi della propria formazione ed evoluzione: il possesso mentale delle cause. Giglio estrae dal suo cilindro di prestigiatrice la magia, per arrivare alla “interpretazione” e alla “razionalizzazione” delle cause insieme al suo analista, al suo “salvatore”, che, come Ermes, comunica la volontà degli dei ai mortali. La magia è una pratica antichissima che ha il sapore dell’eternità semplicemente perché è la prima forma mentale di tutti gli infanti, di tutti coloro che sono ancora senza parola ma pensano e pensano tanto e di tutto. La Magia si basa sul meccanismo di difesa dall’angoscia dello “annullamento”, che si attesta nella conversione accettabile e gestibile dell’angoscia attraverso il rito, attraverso l’esorcismo di un divieto. La Magia si basa sul meccanismo di difesa dall’angoscia dello “spostamento” attraverso la costruzione del “feticcio”, la “pietra nera con dei puntini azzurri”, quella “che non salta mai fuori” e che esiste da qualche parte del culo del mondo, quella che, semplicemente usando la Ragione” deterministica, arriva alla “atarassia” per la via preferita dalla Cultura occidentale, la “razionalizzazione”, il meccanismo principe di difesa dall’angoscia che non è mai abbastanza, a conferma dell’umana debolezza che connota la creatura privilegiata di Dio o di Madre Natura, l’uomo, il solo animale vivente che soffre della malattia mortale, che è malato della consapevolezza della fine, della coscienza della morte e dell’assurdità della vita che si conclude nel niente. Eppure Giglio ritorna bambina e rispolvera il suo pensiero magico per risolvere le sue angosce. Vediamo la conclusione di questa lunga cavalcata nelle praterie psichiche durante il sonno, nel pensiero del sonno, il sogno.

La cerco invano ovunque dentro la casa insieme a questo mio salvatore, finché non appare un alieno nella stanza ed io lo sconfiggo in uno scontro corpo a corpo.”

Giglio cerca “invano” la sua “kaba”, la pietra nera della sua religione psichica “dentro la sua casa” psichica insieme al suo “salvatore”, ed ecco che appare un “alieno”, un trauma, un non vissuto, un fantasma, un conflitto, una semplice fantasia o un semplice fatto, su cui Giglio insieme al suo salvatore analista può esercitare e far pesare la forza della Ragione e della “razionalizzazione”. Inizia lo scontro corpo a corpo con se stessa e in particolare con quelle “parti di sé” che si sono opposte alla sua integrità e armonia psichiche, gli Alieni per l’appunto, che aspirano a essere capite e riassorbite nel tessuto connettivo di un Corpo fatto di carne e ossa e di una Mente fatta di fantasmi e di ragionamenti. Alla fine del tragitto e dei tanti conflitti a Giglio resterà l’ultimo combattimento, la risoluzione del “transfert” esperito verso il suo analista, la liquidazione del vissuto emotivo e affettivo maturato nel corso del viaggio insieme al suo navigatore al fine di acquistare definitivamente la sua autonomia psicofisica.

E’ possibile tutto questo?

Decisamente “non potest” e “non possumus”, ma tentar non nuoce. Non è possibile liquidare relazioni e vivere da soli, a meno che non ci si trovi nel carcere della follia. E allora ben vengano le dipendenze e tutti i tentativi di liberazione che nel corso dell’esistenza intentiamo contro e a favore di noi stessi.

Il sogno di Giglio merita ulteriori riflessioni, ma si può concludere qui.

Buon viaggio!

LE TRE COSE CADUTE

TRAMA DEL SOGNO

“Mi trovavo in Giappone presso un campo sperduto in compagnia del mio fidanzato.

Stavamo camminando dentro un fosso stretto e fangoso che serviva per irrigare i campi.

Continuavano a cadermi sempre le stesse tre cose (non ricordo in particolare).

Ad un certo punto è arrivato il contadino, un giapponese che non ho mai visto, ha aperto una valvola e il campo si è inondato mentre stavo cercando una cosa che mi era caduta.

Mi sono messa ad urlare.”

Julienne

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Mi trovavo in Giappone presso un campo sperduto in compagnia del mio fidanzato.”

Julienne è una donna originale, almeno tende a esserlo, e in ogni caso ha una connotazione psichica fortemente intenzionata a differenziarsi dagli altri, pur essendo consapevole del bisogno di stare con la gente, del confronto e della solidarietà. Julienne avverte l’esigenza di una forma d’intimità per cui si isola “in compagnia del suo fidanzato” “presso un campo sperduto”. Una donna eccentrica e originale, un’oasi di pace e d’intimità, il proprio uomo sono i tre elementi con cui Julienne apre il quadro onirico e inizia il suo sogno.

Questa, però, è un’interpretazione di superficie.

Il “campo sperduto” rappresenta una sensazione di solitudine e un sentimento di abbandono, un “tratto psichico depressivo” di Julienne, acquisito ed elaborato nella prima infanzia. Per compensazione ricorre in sogno al suo “fidanzato” per alleviare le sensazioni di disagio e il dolore annesso. Questa è l’interpretazione profonda che tiene anche in considerazione la prima e non la esclude. Si tratta di livelli psichici e di autenticità elaborativa. Julienne sta parlando di sé e della sua formazione e in sogno offre nell’immediato la sua tendenza a sentirsi sola e il suo bisogno degli altri, nonché la sensazione di una diversità che rasenta l’originalità. Nel complesso siamo nella sfera affettiva, nella “posizione psichica orale”, nella dimensione protettiva della protagonista. Il sogno è suo e non glielo toglie nessuno, neanche il suo “fidanzato”.

Stavamo camminando dentro un fosso stretto e fangoso che serviva per irrigare i campi.”

E infatti e a conferma di cosa si diceva in precedenza, Julienne presenta immediatamente il simbolo di una madre angusta e colpevolizzante, meglio, la “parte negativa” del “fantasma della madre”, la conoscenza elaborata nel primo anno di vita e che è rimasta vitale dentro di lei al punto di formarne l’evoluzione psichica e in particolare l’affettività e il sentimento della perdita, la vena depressiva di cui si è detto nel precedente capoverso. Riepilogando: Vivienne si fa accompagnare in sogno dal suo “fidanzato”, alleato psichico, per elaborare la sua vita affettiva e i tratti caratteristici della sua formazione anche in riguardo alle angosce di solitudine. “Camminando” si traduce in riattraversando o in ricordando o in riflettendo o vivendo. “Dentro” attesta, sempre simbolicamente, della “introiezione” della figura materna in quanto Vivienne in qualche tratto psichico si è identificata al femminile nella madre. “Dentro” si traduce anche nella mia interiorità, nella mia sfera intima e privata, nelle mie introspezioni. Il “fosso” rappresenta la “parte negativa” del “fantasma della madre”, il vissuto della costrizione e del ristagno delle energie d’investimento, una madre avara di cure e di premure, una madre che dispensa affettività e protezione per quello che è strettamente necessario. “Stretto” si traduce in costrizione psichica, in coartazione della coscienza, in angustia affettiva, in autoritarismo acritico, in blocco delle iniziative e degli investimenti: una madre avara e severa. “Fangoso” riguarda i sensi di colpa che la madre induceva nella figlia e che quest’ultima si faceva nel momento in cui elaborava dei vissuti aggressivi nei riguardi della madre che poi immancabilmente tralignavano nel senso di colpa. “Serviva per irrigare i campi” condensa l’immagine giusta di una madre affettuosa e amorevole nei riguardi dei figli, una madre che investe energie, conforta e rassicura. Traduco: una madre che poteva amare i suoi figli e che non è riuscita a farlo per il blocco di queste energie d’investimento. Questo è il vissuto di Vivienne nei riguardi della madre, il suo “fantasma” nella “parte negativa”, al di là di come effettivamente la madre sia stata nella realtà. Questa è la realtà psichica dominante di Vivienne. Ricordo anche che la simbologia “dell’irrigare i campi” ha una valenza fecondativa e gravidica. Il “campo” è un simbolo femminile e l’acqua acquista una caratteristica, sempre femminile, di dare la vita.

Continuavano a cadermi sempre le stesse tre cose (non ricordo in particolare).”

Il sogno è birichino sempre e non quando vuole. La domanda lecita è la seguente: cosa sono “le stesse tre cose” che cadono, si suppone dalle mani, a Vivienne e perché non ricorda?

L’enigma “trinitario” si pone nel modesto e laico mondo dei sogni. Tre cose che cadono rappresentano simbolicamente il padre, la madre e la figlia, la triade familiare che Vivienne “proietta” in sogno per difesa dall’angoscia fuori di lei e dal suo mondo interiore anche per allentare le tensioni e continuare a dormire. Vedere in sogno il padre, la madre e se stessa sarebbe stato intollerabile per l’economia nervosa e allora Vivienne tira fuori il condensato simbolico della “famiglia”, la triade per eccellenza, la prima triade dopo la diade, la famiglia dopo la coppia. La chiave interpretativa del capoverso è “continuavano a cadermi” che mostra chiaramente il meccanismo psichico di difesa dall’angoscia della “coazione a ripetere” e la pulsione depressiva alla perdita. “Cadermi” non è niente di catastrofico anche se è sempre un distacco e un allontanamento, così come “continuavano” non è patologico proprio perché attesta della presenza del conflitto dialettico tra “le stesse tre cose”, immutabili e presenti dentro Vivienne come la sua “posizione psichica edipica”. Ricordo che si tratta di una dialettica universale di crescita evolutiva funzionale all’acquisto dell’autonomia psichica e propedeutica al “riconoscimento” del padre e della madre dopo la conflittualità più o meno lunga. Riepilogando in sintesi metodologica: Vivienne sta rievocando in sogno la sua “posizione edipica” chiaramente non risolta e ancora turbolenta, la sua relazione e i suoi vissuti verso la madre nella prima parte e ha presentato il padre includendolo nella triade familiare: “le stesse tre cose” continuamente presenti e in assillo emotivo. Proseguire nella decodificazione del sogno confermerà la bontà di questa intuizione interpretativa.

Ad un certo punto è arrivato il contadino, un giapponese che non ho mai visto, ha aperto una valvola e il campo si è inondato mentre stavo cercando una cosa che mi era caduta.”

Il “contadino giapponese” è la “traslazione” della figura paterna, lo “spostamento” del padre secondo i meccanismi del “processo primario” che forma e governa il sogno. E allora è entrato in scena il padre di Vivienne a completare la triade familiare e le tre cose cadute o perdute. Dopo la “parte negativa” del “fantasma della madre” Vivienne recupera la “parte positiva” del “fantasma del padre”, il padre affettivamente provvido e punto di equilibrio dell’economia psichica familiare o delle “tre cose cadute”. Vivienne ha vissuto il padre sin dall’infanzia come l’elemento coadiuvante e positivo, colui che apre “una valvola” e favorisce l’armonia affettiva della famiglia, della triade padre-madre-figlia. Non dimentichiamo che si tratta anche della triade “edipica”. Vivienne sta elaborando non soltanto il padre e la madre in riguardo all’affettività, alla protezione e all’armonia familiare, sta soprattutto rivivendo la sua disposizione verso il padre e la sua avversione verso la madre. Vivienne sta scoprendo le sue carte nel gioco familiare delle predilezioni e dei contrasti. Ecco il padre viene fuori in sogno come l’ago della bilancia dell’economia psichica familiare, la figura che sa mediare e disporre in maniera equilibrata soprattutto gli investimenti disordinati della madre e sempre per quanto riguarda la sfera affettiva, quella dove Vivienne accusa qualche deficit a causa di un tratto depressivo legato all’angoscia di perdere l’amore e la tutela della madre. Quest’ultimo è legato alla tendenza di quest’ultima a costringere e a colpevolizzare la figlia, da un eccesso di “Super-Io” da parte della madre nel relazionarsi con la figlia: una madre severa e poco espansiva. Eppure anche in questa situazione di piena affettiva, grazie al padre “contadino giapponese” che sa regolare i flussi psichici in famiglia, nel campo e nella realtà, Vivienne non trova la cosa che gli era caduta e si ritrova con il problema di sempre.

Vale la pena l’autonomia psichica e l’emancipazione dai genitori?

Vale la pena affidarsi a un “fidanzato” che compare e non è una figura importante che occupa la scena del sogno?

Può un “fidanzato” supplire alle carenze pregresse e maturate nell’infanzia e in ambito familiare?

Può un “fidanzato” essere come il padre che dispensa equilibri psichici e relazionali?

Vivienne è fidanzata, ma non è matura per dare al suo uomo il ruolo giusto dal momento che è tutta presa dal padre e dalla madre. Vivienne ristagna in ambito “edipico” e non passa in ambito “genitale”. Eppure la sua struttura psichica è sensibile al primo anno di vita e alla “posizione orale”, là dove gli affetti e le depressioni si originano.

Mi sono messa ad urlare.”

L’urlo è sempre “catartico”, neuro-fisiologicamente libera energie represse che altrimenti farebbero danno all’equilibrio psicofisico somatizzandosi e ledendo qualche funzione per eccesso di carica nervosa.

Perché Vivienne ha bisogno di urlare?

Oltre alle tensioni l’urlo è dovuto alla rabbia che la donna prova nel suo conflitto tra la dipendenza dai genitori e l’acquisizione di una sua autonomia psichica. In questa operazione di recupero di se stessa ha rievocato la sua “posizione edipica” e ha reagito con una “conversione isterica”, “mi sono messa a urlare”.

La rabbia a cosa è legata?

Questo “senso-sentimento” si lega alla mancata emancipazione dai genitori, madre avara e padre provvido, e alle difficoltà che incontra nell’evoluzione congrua alla “posizione psichica genitale”. Manca la capacità d’investimento della “libido” in maniera donativa e altruistica, il saper dare e la consapevolezza del gusto di dare. Vivienne rischia di ripetere la lezione imparata dalla madre, per cui quello che l’ha fatto tanto soffrire viene messo in circolo e dato a chi si presenta alla ribalta della sua vita affettiva. Se ben analizziamo, il “fidanzato” compare all’inizio e poi basta, si è perso nello svolgimento del sogno e non è stato oggetto di investimenti particolari, una figura “a latere” e non certo dominante. E’ pur vero che il sogno è “edipico” ed è giustamente basato sulla dialettica della triade familiare e sull’angoscia depressiva di perdita e di solitudine, ma per superare questo stallo è necessario procedere verso l’evoluzione “genitale”, verso un investimento dominante di “libido” sul suo uomo e non soltanto fidanzato.

In conclusione aggiungo che la simbologia “dell’aprire la valvola per inondare il campo” ha una chiara valenza fecondativa, come in precedenza per “irrigare i campi”,

L’interpretazione del sogno di Vivienne può trovare in questa prognosi la sua fine, ma aggiungo per correttezza interpretativa che la simbologia “dell’aprire la valvola per inondare il campo” ha una chiara valenza fecondativa, come in precedenza per “irrigare i campi”: l’eiaculazione in vagina. Il sogno di una donna “edipicamente” contrastata mescola l’infanzia con la maturità e, di conseguenza, le istanze psicofisiche classiche dell’età in atto e del tempo vissuto. In ogni caso il sogno di Vivienne presenta l’esigenza affettiva e la perdita depressiva in maniera più conclamata rispetto alla pulsione di maternità.

LA “COSA” PARLA 7

LAMENTO IN PAROLE

L’invidia,

che lucida traspare dai tuoi occhi,

mi costringe ad abortire tutta l’aggressività maturata nel granaio,

quando m’ingravidavi di odio.

Adesso non riesco più a lasciarti.

Non vedo il come e non capisco il perché.

E allora io fingo di andar via,

correndo incontro a un genitore geloso,

un uomo che oggi si pensa cornuto

e che dentro lo è stato sempre,

specialmente da quando ha visto sua madre

appartarsi con suo padre nel granaio e con fare sospetto.

Io minaccio

e inutilmente agito le mani contro la tabuica violenza

consumata sui bambini e sulle donne,

giustificata dall’arteriosclerosi culturale

che irrigidisce i flussi e i riflussi sanguigni,

più che storici,

i corsi e i ricorsi storici,

più che sanguigni.

Gradisce la merda marrone o il sangue rosso?

Nessuno consola ormai la mia angoscia di morte,

eccezion fatta per qualche generoso farmaco,

il Prozac,

un ammorbidente come il Vernel,

che si concede alla mia sfrenata voglia di uccidere la coscienza.

Io non posso picchiarti perché sei mio padre.

E allora?

E allora io me ne vado.

Come saresti cambiato ai miei occhi,

se nel fienile,

invece di consumarti in lacrime di sangue

e nel disprezzo di una moglie puttana,

mi avessi insegnato a non fuggire di fronte a quel povero niente

che, quando arriva, ti opprime e ti riempie di calma,

quella dolce sensazione di ristagnare in un putrido letamaio

tra pantegane e sordi rancori,

anch’essi abbandonati a marcire al sole e alla pioggia.

Perché mi metti tra te e lei?

E io?

Io chi sono?

Leggera e insostenibile è la leggerezza del mio “non essere”.

Io sono Nessuno

e non ho niente da spartire con Ulisse e Polifemo.

Di certo potrei essere Qualcuno,

sconosciuto a me stesso

e alle mie brame sessuali represse,

sublimate in una dolce astinenza,

contorte e bombate

come le sbarre di ferro di una ringhiera araba

esposta nel balcone di una strada di Siviglia

al sole e alla pioggia,

allo scirocco e al maestrale,

un orgoglioso prodotto di mani esperte

buono anche per la ruggine.

I pretesi fatti e misfatti sono una mistica utopia,

simile alla mia sbandierata aggressività

che non trovo al momento opportuno

dentro i calzoni per l’assalto alla donna,

un’aggressività che sa di ascesi e di castrazione,

di complesso edipico e d’identificazione mancata.

Ah, se potessi tornare indietro,

piccolo e docile,

senza prepotenza, senza risoluzione e senza calcolo!

E invece mi ritrovo solo e isolato,

eccentrico e illuso artefice di me stesso,

decorato alla memoria

nel “carpe diem” di tanto disagio.

Io mi ritrovo in uno stato depressivo di cose.

Scaricherei aggressività alla fine,

alla fine di un ciclo dove primeggia il padre

e le assurde idee di un dominio ineluttabile,

di una cultura ineludibile,

che vola a bassa quota e scarica merda sui figli.

La crisi preme e s’insinua in ogni piega

per possedere tutti.

Io non l’ho riconosciuta e non l’ho superata.

Chi colpirà adesso?

Non trovo capitali da investire in banca e in borsa.

La libido del mercato è osteggiata dalla polizia

secondo le norme acritiche di una legge nefasta

che mi vuole amico e nemico,

alleato e avversario di mio padre

e di una parte di me stesso.

In base alla distruttive coordinate di uno spirito oppositivo

io avanzo e indietreggio,

progredisco e regredisco,

aumento e diminuisco,

affermo e nego il mio stesso essere in un gratificante dilemma.

Ah se riuscissi ad aggredire!

Forse starei bene nel distruggere Qualcuno.

Io non so chi tu sia, o anonimo Qualcuno,

ma stasera vorrei vedere i tuoi occhi riflessi nei miei,

occhi sicuri della caduta degli dei

e allora qualcosa di nuovo potrebbe finalmente accadere.

Io non ti cercherò nelle pagine gialle

o nelle grigie profezie di Nostradamus,

l’impostore e il visionario,

il compiaciuto evocatore di tormenti per gli uomini,

il brutto e vecchio sadomaso privo di voglie.

Io voglio andare al “dunque” della mia conoscenza,

alla fonte della mia aggressività,

una forza inespressa in un uccello che non canta

e in altre piccole cose

che ributtano a pollone da una oscura sorgente.

Sento che la mia sana aggressività si è occultata

in un periodo della mia vita,

in un tempo gravido di eternità,

quando mio padre mi parlava dei suoi cinquanta logori anni

e li metteva in fila di fronte a me insieme alle sue corna

come tanti sassolini sulla sabbia

alla ricerca di un Pitagora orgoglioso di sé e della sua geometria

o di un Archimede che grida per l’ultima volta il suo “eureka”

mentre un vile soldato trafigge il suo corpo in un impari faccia a faccia,

l’uno armato di fisica e l’altro di gladio.

Ma cosa poteva fare un bambino?

Come poteva aiutarti tuo figlio?

Adesso, per sopravvivere, mi tocca infilzare il mio nemico

sulle tracce consumate di atavici sentieri,

tracce non annientate dal tempo

e proiettate nello spazio infinito di un cielo stellato in una notte d’agosto.

Finalmente potrò riposare dentro una città o dentro un palazzo,

libero di me stesso,

libero e felice nella mia casa psichica.

Io esco fuori e sono felice di poterti distruggere.

Io mi chiamo David

e vivo in umiltà con me stesso e con il mondo.

Io sono una sola cosa con me stesso,

un’unità con l’esterno e con l’interno.

Felicità è la conoscenza di Dio

esperita tra le candele di una splendida chiesa barocca.

Io non sono felice,

il mio Io è diviso dalla creazione del mondo

ed elabora sempre ambigue strategie psico-politiche.

Io devo combattere per inerzia,

altrimenti non so cosa fare di un’aggressività banale

che oltretutto non possiedo nella radice.

Attendendo il nemico,

farò una passeggiata lungo il Piave,

accontentandomi del cadavere di un qualsiasi imbecille,

curando di non assorbire nelle mie vene

l’urina ancora fresca di una pantegana

che spappola il pancreas e il fegato degli incauti pescatori

di povere trote e non di uomini.

E io guardo,

io intanto guardo le coppiette vezzose di sesso dietro i salici

senza trovare la forza d’inventare un progetto tutto mio.

Da buon guardone,

di questa scena farò un quadro a olio.

Ci metterò un bambino e una fontana,

quel drago e quella strega

che non ho mai provato a combattere

per sentirmi vivo.

In una surreale fantasmagoria di simboli

illuminata di presente e di passato,

di presente e di futuro,

io,

io resto ancora tenacemente prigioniero di un indefinibile “non saprei”.

DALLA BOCCA … NESSUN SUONO

TRAMA DEL SOGNO

“Andavo a fare una camminata. Il tempo era nuvoloso, le strade erano bagnate perché aveva appena piovuto.

In un punto un fosso era straripato.

Ho proseguito preoccupata, ma ad un certo punto l’acqua saliva dappertutto inondando la strada.

Ho cominciato a correre verso casa impaurita.

Sentivo, però, che qualcuno mi stava inseguendo. Quando mi sono voltata indietro, un uomo alto mi ha afferrato stringendomi.

Terrorizzata ho provato a urlare, ma dalla bocca non usciva nessun suono.

Mi sono svegliata urlando.”

Miriam

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Domanda: chi di voi non ha mai sognato, anzi, non ha mai vissuto l’incubo di essere inseguito, di essere afferrato, di essere terrorizzato e di urlare senza emettere alcun suono?

La risposta è la seguente: tutti abbiamo fatto questo sogno.

Altro giro e altra domanda: chi di voi non si è mai svegliato gridando?

La risposta è la seguente: tutti ci siamo svegliati gridando.

Il sogno di Miriam, incubo incluso, è universale semplicemente perché è il prodotto psichico classico della “posizione psichica edipica”, della conflittualità con i genitori, della competizione con la madre e della seduzione del padre per quanto riguarda la figlia, della competizione con il padre e della conquista della madre per quanto riguarda il figlio. Universalmente siamo figli di padre e madre. I Latini dicevano che “mater semper certa est, pater nunquam” in grazie alla gravidanza e al parto e ammiccando sulla correttezza seduttiva e operativa della madre. Anche in assenza di padre e madre avviene il miracolo “edipico”, una “posizione” psichica evolutiva e altamente formativa. Essa viene vissuta ed elaborata dai quattro anni in poi e si trascina per quasi tutta la vita con alterne vicende tra l’onore, l’amore, il riconoscimento da portare ai genitori. Il bambino andrà dagli Appennini alle Ande per ritrovare l’amato Bene di una Madre, così come la bambina non sarà e farà da meno senza ricorrere a tanti trasferimenti orografici e allo spreco di tante utili energie.

Andiamo avanti con l’interpretazione del sogno di Miriam, meglio, con l’interpretazione del sogno di tutti quelli nati da madre e padre sotto la volta celeste.

Andavo a fare una camminata. Il tempo era nuvoloso, le strade erano bagnate perché aveva appena piovuto.”

Miriam cammina e fa camminate, vive e osserva la vita. Questa donna è una fine indagatrice di se stessa e del mondo che la circonda, dei suoi umori e delle sue risoluzioni. Miriam non sta vivendo una buona contingenza esistenziale e la sua capacità introspettiva non l’aiuta, anzi le rema contro, così come la sua abilità a leggere gli altri e i segnali della gente non la sostiene nel verso auspicato. Le nuvole coprono il sole e offuscano il cielo: la lucidità mentale è in crisi. Non sempre si può e si deve ragionare e, allora, ben venga la pioggia che bagna “le strade” e le connota al femminile. Chi cammina cerca e anche con il cattivo tempo si possono fare eccezionali scoperte. Quando il sole è coperto, Miriam procede verso gli eventi che prepara e costruisce. Pensiero e azione si coniugano in lei in maniera proficua, come nell’azione sovversiva di un affiliato alla Giovine Italia. Aggiungo per amore della pace che la creatività non manca nel crepuscolo dei figli degli dei, gli uomini.

In un punto un fosso era straripato.”

Tanta madre tracima dal Profondo psichico, emerge dagli argini del canale fino a straripare: tanta madre e tanta femmina, tanta madre e tanta femminilità. Il sogno di Miriam si orienta verso l’esaltazione univoca dell’universo femminile ed eccede nell’allagamento del terreno circostante imbevendo le zolle di un’energia “genitale”. Dentro Miriam si profila la figura materna ed emerge con tutta la sua naturale energia inondando la personalità, i modi della donna e le modalità femminili. Da qualche parte e all’improvviso le scappa la mamma, a suo tempo introiettata per bisogni di identificazione psichica, e si profila la consistenza di un’operazione difensiva, sempre a suo tempo, salvifica: “io sono come la mia mamma e posso andare nel mondo con i miei connotati precisi e gentili”. Di tanta madre si vive, di troppa madre si muore: energia e identità si scontrano con la necessità dell’autonomia psicofisica.

Quante madri hanno ingabbiato le figlie?

Tantissime.

Trascuro il tragico risultato in riguardo ai figli, perché meriterebbe un trattato di ottocento pagine.

Ho proseguito preoccupata, ma ad un certo punto l’acqua saliva dappertutto inondando la strada.”

La vita va e avanza con l’energia e la finalità che ogni figlia ha succhiato dal seno materno e ha maturato nel corso delle esperienze e dei travagli occorsi. La preoccupazione è a metà affanno e desiderio in una cornice d’attesa. Miriam sente la madre “dentro” venire “fuori” con quella forza che necessita al fine di essere utile. La figlia acquista la progressiva consapevolezza di quanto a suo tempo si è “imprittata” della figura materna, di quanta madre ha ingoiato e di quanta madre ha vomitato man mano che il prosieguo del cammino della vita si intervallava con le camminate della riflessione. Miriam “sa di sé” proprio in riferimento alla figura materna in un momento significativo e particolare della sua vita e della vita di lei. La sua vita è invasa dalla madre proprio quando quest’ultima offre il destro per l’impugnazione della causa di fronte al tribunale dei diritti delle figlie bambine. E Miriam risponde da perfetto avvocato che sa difendere le sue cause. Certo che l’inondazione della “strada” attesta di una emergenza materna veramente architettonica. Miriam è avvolta dalla madre, una donna che emerge imperiosa come Afrodite dalle acque del mare Ionio dopo essere stata formata dal seme di Urano e dalla schiuma dell’acqua salata.

Le bambine sanno come in certe circostanze dell’evoluzione psicofisica “sa di sale lo pane altrui”, specialmente se è quello materno, semplicemente perché non viene offerto al momento giusto per superficialità difensiva dell’augusta genitrice.

Ho cominciato a correre verso casa impaurita.”

Miriam ha paura dell’invadenza psicofisica materna per cui è rientrata in se stessa, si è chiusa in una difesa introspettiva alla ricerca di dare senso e significato al volto materno che si stava profilando dentro di lei, al come e al quando qualcosa era sfuggita dalle sue maglie per andare chissà dove in quel chissà quando. La paura riguarda sempre un qualcosa di reale e di visibile, altrimenti si chiama angoscia e viene dopo il panico. Miriam ha paura di non aver bene riconosciuto e sistemato dentro la madre, quella figura importante che l’ha sostentata e dalla quale ha attinto le energie buone per evolversi nel corpo e nella mente. Questo ripiego verso “casa”, questa fuga dentro se stessa è una difesa psichica intesa a reperire la ragione di tanto conflitto con la madre e di tanta paura di lei. Del resto, l’invadenza materna è stata consentita dalla figlia, per cui Miriam sa che non può mancare alla prova della presa di coscienza di tanto trambusto del corpo e della mente. La domanda utile in questa contingenza del sogno è la seguente: cosa è successo fuori di Miriam per avere tanta eco dentro?

Sentivo, però, che qualcuno mi stava inseguendo. Quando mi sono voltata indietro, un uomo alto mi ha afferrato stringendomi.”

Il padre, il padre “edipico” in prima fila!

Nel teatro psichico di Miriam dopo tanta Madre esordisce il Padre nella veste anonima di “qualcuno”. Miriam non può guardare in faccia il padre, altrimenti si sveglia perché il “contenuto manifesto” del sogno coincide con il “contenuto latente” e scatta l’incubo come difesa psicofisica. E se poi questo “qualcuno mi stava seguendo”, meglio. Se poi Miriam si fa inseguire da questo qualcuno senza volto, completamente anonimo come in un film di Hitchcock, la figura paterna da anonima diventa enigmatica. E se poi questo “qualcuno” che “mi sta seguendo” è “un uomo alto” che mi afferra “stringendomi”, come in un film di Dario Argento, ebbene, allora si tratta di un padre anche violento, meglio immaginato e vissuto tale dalla figlia Miriam. Quest’ultima, del resto, si è “voltata indietro”, simbolicamente si è rivolta al suo passato e ha ripescato la sue relazione “edipica” con il padre, i suoi vissuti per lungo tempo sperimentati nell’infanzia in riguardo alla figura dell’augusto genitore, “un uomo alto” come tutti i padri agli occhi e secondo il linguaggio simbolico dei figli piccoli. Anche secondo i desideri e i bisogni dei figli il padre è “alto” perché aristocratico e carismatico, un padre sublimato che assolve le mansioni semplici di garantire la sopravvivenza dei figli, di Miriam nel nostro caso. Anche un padre fisicamente basso è altissimo per i suoi figli. Eppure questo padre, che protegge e detta le regole del gioco, è soprattutto l’oggetto oscuro del desiderio e dell’angoscia dei figli, l’oggetto ambivalente della funzione fantasmica, l’oggetto immaginato dai sensi e indagato dalla modalità “primaria” del pensiero infantile. E come ogni buon “fantasma” il padre si scinde nella “parte buona”, quello che protegge, e nella “parte cattiva”, quello che punisce. Fondamentalmente resta una figura buona perché non divora i figli e non distrugge il proprio seme. Non è il gran sacerdote di Thanatos ed è distante dalla brutta Morte. Miriam sogna il padre amato e odiato, l’uomo che ha desiderato e temuto, sedotto e abbandonato. Miriam è partita dalla madre per concludere il suo viaggio “edipico” con il padre. Possibilmente la madre è stata la causa scatenante del sogno e dopo la partenza al femminile la figlia ha naturalmente evocato il padre nella sua nobiltà e nella sua plebea consistenza. E pensare che Miriam bambina desiderava essere stretta dal padre con tenerezza, quella stessa Miriam bambina che si puniva convertendo nell’opposto il suo istinto e il suo desiderio e facendosi punire dal padre giudice e censore. Miriam adulta ha possibilmente razionalizzato la figura paterna e l’ha riconosciuta, nel bene e nel male, come la sua ineffabile origine naturale, la radice psico-bio-socio-culturale.

Terrorizzata ho provato a urlare, ma dalla bocca non usciva nessun suono.”

E’ il solito, universale, classico thriller: un uomo che ti insegue e l’urlo che non viene fuori dalla bocca.

Che non sia coinvolto anche Munch in questa operazione di scarico delle angosce edipiche e familiari?

L’urlo scarica la tensione nervosa accumulata durante il sogno e legata alla relazione ambigua e ambivalente con le figure genitoriali e, nello specifico, con la figura paterna. Quest’uomo vuol punire Miriam del suo interesse psichico e delle sue pretese di possesso. Meglio: Miriam espia i sensi di colpa legati all’espansionismo incestuoso nei riguardi del padre e alla competizione impari con la madre. Infatti, il sogno di Miriam parte dalla figura materna come causa scatenante per approcciarsi in maniera inequivocabile nel legame erotico e affettivo con la figura paterna.

Ma perché dalla bocca non esce mai “nessun suono” quando ci si trova in similari condizioni?

Tecnicamente perché, se si grida, si scaricano le tensioni e si può continuare a dormire e a sognare. Psicologicamente perché, se si grida, la psicodinamica “edipica” può essere portata avanti fino agli ulteriori e delicati vissuti. Miriam era satura delle tensioni legate alla sua “posizione psichica edipica” e il suo sistema psichico ha detto basta all’inquieto onirismo. Miriam è ancora giovane nel suo complesso di Edipo semplicemente perché si ripresenta senza mai definitivamente comporsi a livello emotivo e a livello razionale. Anche se nella vita da sveglia Miriam ha riconosciuto il padre e la madre, ottemperando al principale comandamento greco mitico e psicoanalitico, nella vita da dormiente conserva questo strascico benefico di una vitalità erotica e affettiva che ancora aspira a un suo appagamento anche traslato e a una sua compensazione anche questa traslata magari in altre figure del quotidiano e corrente vivere.

Mi sono svegliata urlando.”

Il “contenuto manifesto” era talmente tensivo e prossimo al “contenuto latente”, lo stress onirico era forte e di lunga durata, per cui il risveglio è salutare una volta raggiunti i termini della sopravvivenza e non esplodere dietro le sferzate della tensione nervosa. Non sto esagerando, meglio, sto esagerando per far capire che l’urlo è catartico come il risveglio ed è direttamente proporzionale alla carica nervosa d’angoscia accumulata nel formulare la trama del sogno. Dall’intensità dell’urlo si può misurare l’energia messa in moto e andata in prospera circolazione. Ma non basta. Dall’intensità nervosa dell’urlo si può valutare soprattutto l’intensità libidica della “posizione edipica”, quanto ancora resta in ballo della conflittualità con il padre e la madre in questa avventura delle umane passioni e in questa disavventura delle filiali pretese.

Questo e quanto.

L’interpretazione del sogno di Miriam si può acquietare.

LA “COSA” PARLA 6

LE PAROLE DI UN SOLILOQUIO

Io sono un superficiale.

Finalmente ho una nuova visione di me:

un uomo presente dappertutto e a macchia d’olio,

privo di una minima fonte di dubbio anche negli esecrabili disguidi

che quotidianamente si presentano tra me e te.

La gente soffre le relazioni: questa è la verità!

Entusiasmo e superficie,

pacatezza e profondità

portano sicuramente a situazioni limite,

quegli stati borderlines da lune stravolte

a causa della collocazione infausta dei miei cieli e dei miei pianeti.

Mi inviti ad avere fiducia in me stesso.

Io non sono un formaggino!

Io sono un uomo,

un povero uomo pieno di problemi.

E questo tu lo sai.

Il telefono in America serve solo per attraversare l’Atlantico

e gli scatti si pagano in dollari,

per cui ti manderò a dire delle mie storie

e ti farò sapere dei miei sbalzi d´umore

in questi quindici giorni transoceanici

consumati a rivendicare al tuo cospetto la mia normalità.

Cosa mi manca?

Pago il vitto e pago l’alloggio,

ma sono eternamente in fuga da te e dai miei problemi.

Se mi fermo, sicuramente miglioro.

Se corro, immancabilmente mi frastorno.

Sono immerso in una confusa dialettica del tipo “aut-aut”.

O te o me, o lei o lui.

Si tratta di gelosie antiche

che ritornano dipinte anche sul cielo brullo di New York,

un cielo brullo e senza torri ormai.

Io sono un cretino,

un tipo che parla bene soltanto per telefono;

per il resto sono sempre ostile a me stesso e agli altri.

Pronto, chi parla?”

Io, nessuno e centomila dall’altra parte del filo!

Troppa gente e tante confuse immagini.

Tu con “non chalance” lasciati andare verso “A” o verso “B”

con un pensiero rivolto al nostro passato

e con una finestra aperta sul cortile della mia vita.

Abbiamo vissuto soltanto una breve relazione a Milano,

un rapporto meneghino

che mi ha trovato ancora una volta secondo,

un gregario che conosco bene ed ho già visto.

Altro che essere o non essere!

Non é questo il problema.

La verita` é che io vengo sempre dopo un anonimo qualcun altro.

Quante storie d’amore sono finite

per lo spettro dell’uomo che c’era

e per il desiderio dell’uomo che verrà.

La nostra è una relazione fastidiosa,

consumata tra gelosia e trasgressione,

condiscendenza e complicità,

comprensione e indifferenza.

Dentro di me avrei spaccato tutto il mondo,

ma non sono riuscito neanche a muovere un dito

per chiedere il permesso di parlare.

Io sono un testardo consolatore

di donne deluse e offese da altri uomini.

In maniera ottusa peroro una visione immatura di me stesso,

nonostante quella trentina di anni che mi trascino dentro

e che stendo ogni notte sul cuscino

prima di afferrare al volo il sonno che passa

per dimenticare i tuoi inquietanti seni,

i miei pensieri oscuri,

i fatti già vissuti e le scene già viste.

Da persona precaria viaggio da solo e mi dico:

io sono la partenza e l’arrivo,

la provenienza e la destinazione.

Si tratta di una sindrome cristologica?

Non credo proprio.

Io sono una stazione polivalente al servizio di un treno

che prima o poi imbarcherà ancora una volta una donna fragile

e in fuga da se stessa: un’ennesima femmina da consolare.

Lei immancabilmente mi troverà,

mi riconoscerà

e mi prenderà al volo,

come fanno i passeri nella stagione dell’amore.

Noi due?

Noi due non abbiamo niente in comune,

siamo due perfetti emeriti sconosciuti

e io sono un maschio che non condivide la virilità con il padre

a causa del suo difficile carattere.

Se casualmente io arrivo per primo,

con eufemismo tu mi dici che va tutto bene,

nonostante l’inflazione psichica galoppante

nella mia famiglia e nel mio seme.

Ricordo,

del resto come potrei dimenticare,

che un profondo sospetto mi fu insinuato da mia madre

mentre ero accovacciato sul camion di mio padre,

un bambino ancora incredulo di fatti e ingenuo di malattie.

Impaurito mi accingevo a inseguire le fantasie,

normali e contorte,

di un´omosessualità latente da anni.

Altro che liquidazione del complesso edipico!

Ero rimasto sotto le rovine del triangolo e della Sfinge

senza conoscere del primo la base, l’altezza, i cateti e l´ipotenusa,

senza aver risposto del secondo a uno straccio di enigma,

senza averne palpato almeno le tette di pietra.

Cosa hai fatto dei tuoi genitori?

Non ho amato il padre e la madre,

non ho odiato il padre e la madre,

non ho onorato il padre e la madre,

non ho riconosciuto il padre e la madre.

E tutto quello che ho fatto o è niente o non è abbastanza.

Sono rimasto a pensare,

fermo sul guado e con lo sguardo fisso all’orizzonte

come il degno prodotto dei tanti misfatti dei miei genitori.

Per non vivere il senso di colpa della trasgressione,

mi sono detto soltanto due piccole verità:

io non somiglio a lui,

io non somiglio a lei.

A chi mi rivolgo allora?

Ho deciso.

Io non voglio somigliare a mio padre!

In tal modo ho riseminato un trauma antico.

Un bambino avvisato è mezzo salvato

e mezzo distrutto dall’indifferenza paterna e dall´interesse materno.

Non resta altro che un ultimo tango a Parigi,

un ballo disegnato da un’incerta identità sessuale.

Chi sono io?

Dove vado?

A chi mi rivolgo?

A destra e a sinistra, in alto e in basso

io ritrovo sempre i confini incerti del maschile e del femminile,

i simboli di due vite diverse e con esigenze opposte,

una bigotta e l’altra platonica.

Ma tu, mia cara amica, ti ritrovi sempre lo stesso amante

che sessualmente non funziona e non ti soddisfa,

nonostante il suo benemerito giro del mondo in ottanta giorni.

Mi sposerai a scatola chiusa,

senza addurre sospetti e reati,

ma con tutte le prove di un feeling mancato

tra un uomo e una donna,

tra me e te.

E cosi sia!

Un uomo ha dei bisogni, una donna no!

Una donna può essere soltanto un’ottima amante

e in questo si esaurisce la sua essenza.

Del resto, i rapporti sessuali non servono soltanto per avere figli

e lo sperma non migliora, come il vino nelle botti,

invecchiando nei testicoli.

Mio padre ha formato una famiglia senza senso,

ma con tre paghe in più

per tre figli in eccesso.

Io, ormai, vivo solo per me stesso

e senza priorità generiche.

Ho idee vaghe sulla famiglia

e sono disabituato a dire “bravo” a un bambino furbetto.

Io,

con ritmo marziale da caserma,

vedo di fronte a me “o sole mio”

e un orso bruno al posto di mio padre.

Di volta in volta mi viene a mancare tutto

nella speranza di non avere niente di lui.

Niente mi va bene e niente mi piace,

non mi apro e non ricevo.

Non accetto alcunché.

Sono diventato impassibile.

Creatività e bontà,

dubbio e stupidità,

drasticità e menzogna:

tante volte mi ci vedo

e tante volte mi ci specchio in questo mare di premeditazione.

Ma di chi sono le idee?

Tra i tanti difetti evitati e i tanti comprati

l’errore non esiste:

faccio sempre e solo qualcosa per punirmi.

Le donne alla fine sono in gran parte positive

e non sono tutte troie.

Queste basse considerazioni mi ricacciano nella convenienza

di avere un padre amico:

e` meglio avere un padre amico,

piuttosto che un padre nemico.

E’ solo una questione di rispetto,

anche se si esige una vittima nel gioco subdolo dei ruoli.

Io non ho un’idea.

Non so distinguere tra invidia e vanità

e non conosco l’amicizia tra un uomo e una donna.

Un rapporto senza rispetto in una casa piena di figli

non e` preferibile alle pulsioni di una relazione d’amore

che oscilla tra debito e possesso.

Cosa sarà domani di me insieme a lei?

Io,

sintesi di desiderate fonti migliori,

resto ancora a me stesso un fascinoso e miserabile punto interrogativo.

MIO FIGLIO E MIA MADRE

TRAMA DEL SOGNO

“Mi trovavo in un parco naturalistico con mio figlio.

C’erano tanti animali liberi che correvano, cervi e rinoceronti.

C’era anche un torrente di acqua limpida e ho sollecitato mio figlio a tuffarsi.

Lui si è tuffato e il torrente si è ridotto a una pozza d’acqua che piano piano l’ha inghiottito. Solo la mano era fuori.

Ho cercato di dargli la mia mano per tirarlo fuori.

Lui l’ha presa, ma non sono riuscito a tiralo fuori e ho visto che è stato inghiottito dalla terra.

Mi sono svegliato angosciato.”

Simone è il sognatore in questione.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Annuncio subito che questo sogno si decodifica secondo le coordinate simboliche di un doppio registro: “Simone e sua madre”, “il figlio di Simone e la madre”, ossia la moglie di Simone e sempre secondo i vissuti di Simone. Entrambe le interpretazione sono presenti e possibili. La prima è profonda, la seconda meno, ma funge da causa scatenante, “resto diurno”, del sogno. La prima risale all’infanzia, la seconda all’età matura.

Parto per questa ardua impresa.

Mi trovavo in un parco naturalistico con mio figlio.”

Il quadretto onirico presenta il padre e il figlio in una cornice di vera Natura. E’ veramente degno di menzione per l’eccezionalità qualitativa e comporta nell’immediato una riflessione. L’agiografia, la pittura dei santi e non soltanto, mostra sempre la Madonna con il bambino e quasi mai Giuseppe con Gesù infante. Anche la pittura laica ha scelto e preso questo orientamento culturale.

Avete mai visto un quadro o un affresco sul tema della paternità?

Un figlio e tanto meno una figlia in braccio al padre?

Io ignoro, almeno per il momento. La spiegazione antropologica culturale esige che la madre con il figlio condensi simbolicamente l’Origine e il primato occulto del “principio femminile”, mito greco di Gea. Il padre con il figlio contiene la simbologia del potere culturale e politico, nonché la trasmissione di questo potere.

La spiegazione psicoanalitica, sempre su “padre-madre-figlio-figlia”, richiama la “posizione psichica edipica”, la conflittualità tra padre e figlio e la “castrazione” psichica di quest’ultimo a opera del primo e sempre nei vissuti del figlio. La spiegazione psicoanalitica rievoca la primordiale ostilità verso il padre da parte dei figli e l’imposizione dei tabù per la convivenza sociale dopo il parricidio da parte di quei figli terribili. Mentre, per quanto riguarda la madre con il figlio, la Psicoanalisi ha un occhio di riguardo perché la relazione ha un contenuto etico e filogenetico di Amore della Specie che oscura il desiderio incestuoso del figlio: il primato femminile e la dipendenza dell’universo maschile. Se poi, per par condicio, consideriamo la diade “padre-figlia”, la dialettica psico-culturale s’imbatte nel tema dell’incesto e della violenza paterna almeno durante la giovinezza del padre, mentre nella vecchiaia la dialettica acquista i toni della devozione e dell’amore filiale, “pietas” verso il padre: il tema psico-culturale della figlia Antigone e del padre Edipo. Una figlia in braccio al padre in una tela pittorica, sacra e profana, risulta assente nella mia debole memoria e nella mia tanta ignoranza.

Questi accenni antropologici come inizio dell’interpretazione di un sogno non vanno proprio male. Del resto, ho sempre sostenuto che un sogno non è un semplice sogno, è tanto di più, è un prodotto psichico che contiene veramente tanto di altro. Evoca tanta Cultura, per esempio. Nulla di nuovo sotto il sole e la luna.

Convergo sul tema onirico di Simone.

La rara e preziosa diade “padre-figlio” si trova in un ambito di intimità affettiva e protettiva dove dominano, per l’appunto, i bisogni naturali e sono estromessi le artificialità formali, oltretutto destituite di carica emotiva e sentimentale. Simone si sta dicendo in sogno che sta bene con suo figlio e che vive bene il ruolo di padre anche nella veste familiare, quando le manifestazioni psichiche vertono sull’intimo e sul privato. Non si tratta della classica gita al parco del Gran Sasso o di Vindicari o di Pantalica, si tratta della simbolica solidarietà che si stabilisce tra padre e figlio quando si convive e, possibilmente nei casi di divorzio, quando il figlio soggiorna con il padre per obblighi di legge e soprattutto per bisogni formativi psichici. Insomma Simone ama suo figlio e sicuramente è molto attaccato alla sua creatura a tutti i livelli. Questo è il significato psichico di “mi trovavo con mio figlio in un parco naturalistico”: il senso intimo e vitalistico della paternità.

Consideriamo anche la tesi che Simone rievoca la sua infanzia e il suo bambino dentro. Quel figlio è quel se stesso proteso nel desiderio di un padre ideale. Simone si “sposta” in suo figlio e si attesta come quel padre che è e come un buon modello di padre che cura il figlio nel versante psicofisico e che avrebbe desiderato.

C’erano tanti animali liberi che correvano, cervi e rinoceronti.”

Questa è la classica descrizione simbolica dell’universo degli affetti, delle pulsioni e dei bisogni allo stato puro, quando gli istinti sono liberi di esprimersi nel migliore teatro e nelle forme diverse. Tutta la fenomenologia dell’amore parte dal basso e, di poi, include l’alto, parte dal sistema neurovegetativo e arriva alla consapevolezza dell’Io e alla razionalizzazione. La base dell’amore paterno è l’istinto di investire nel figlio liberamente la “libido”, quell’energia vitale del padre che occupa i suoi spazi pulsionali e sentimentali. Il padre provvede alla sopravvivenza e al benessere del corpo del figlio e in questo compito filogenetico non è da meno della madre. Queste sono situazioni che richiedono un intervento sanguigno e ancestrale. Simone ama suo figlio con quel trasporto sensoriale ed emotivo che rievoca le frustrazioni della paternità e i sensi di colpa legati all’assenza. Il padre sta compensando ampiamente con il figlio tutta una serie di istinti e di pulsioni che si traducono nei bisogni consapevoli di un uomo devoto al suo ruolo e al suo compito per profonda convinzione. Gli “animali” rappresentano simbolicamente gli istinti e sono tutti maschi e “liberi” come in una prateria naturale e ricca di vita. Niente è addomesticato dalla Cultura o dall’abitudine, tutto il sistema neurovegetativo è allo stato puro o quasi. Simone è orgoglioso del suo essere maschile e del figlio maschio. Si tratta di corrispondenza di amorosi sensi, di empatia e di simpatia, si tratta di “filia” e di “pathos”.

Quello che Simone ha descritto per il figlio, vale anche per se stesso nell’infanzia.

C’era anche un torrente di acqua limpida e ho sollecitato mio figlio a tuffarsi.”

Dopo l’elogio della paternità Simone sposta, trasla, proietta sul figlio i suoi bisogni di assolvere eventuali sensi di colpa. E’ questo il senso del “torrente” e il significato della “acqua”. Quest’ultima, oltretutto, è “limpida”, è quasi pura, è esente da qualsiasi colpa e travaglio psicologico sulla colpevolezza. Simone non si sente in colpa nei confronti del figlio e si tuffa tramite il figlio in questo bagno che non può essere catartico per il motivo suddetto. Il sollecitare a “tuffarsi” indica la ricerca di un eventuale residuo di colpa, ma in ogni caso l’azione del “torrente” è forte e liberatoria da eventuali scorie psichiche non pienamente ripulite dalla consapevolezza e dalla razionalizzazione. Simone ha una buona e limpida “coscienza di sé”, almeno fino a questo punto. Il padre si sta gestendo con il figlio in maniera egregia e costruttiva, analizzando le sue pulsioni e le sue colpe. Le prime sono ottime e le seconde altrettanto. Meglio di così c’è il paradiso delle “uri”, le fanciulle dagli occhi neri di cui parla il Corano. Non dimentichiamo, comunque, che la simbologia del “torrente” e della “acqua limpida” indica l’energia vitale, la “libido” disinibita.

Lui si è tuffato e il torrente si è ridotto a una pozza d’acqua che piano piano l’ha inghiottito. Solo la mano era fuori.”

Da pieno e poderoso il sogno di Simone si colora all’improvviso di un drammatico evento: la fagocitazione materna. Mostra la “parte psichica negativa” del “fantasma della madre” elaborato nella primissima infanzia, la madre che annienta e divora il figlio, la madre che crea forti dipendenze e non libera, la madre che ama e ricatta, la madre che disconosce e uccide l’autonomia psicofisica del figlio. Si conferma la doppia lettura del sogno, una di superficie e l’altra profonda, una che riguarda il figlio di Simone e l’altra che riguarda lo stesso Simone.

Meglio: Simone sta rievocando la sua storia psichica o è preoccupato per la relazione del figlio con la madre?

Ci sono entrambe le possibilità e le problematiche. In ogni caso si privilegia Simone e la sua storia psichica e si afferma che il figlio e la sua relazione con la madre funge da “causa scatenante”, resto diurno”, del sogno di Simone. Mi spiego ancora meglio. Simone padre è preoccupato per la dipendenza eccessiva dal figlio dalla madre, sua moglie o ex moglie, e nel sogno elabora la sua storia psichica di dipendenza da sua madre. Chiarito ogni equivoco e dubbio, la simbologia dice che la “pozza d’acqua” rappresenta la “parte negativa” del “fantasma della madre”, quella che crea dipendenze e non favorisce l’autonomia: “Piano piano l’ha inghiottito”. “La mano” che “era fuori” rappresenta la sola relazione salvifica possibile dalle grinfie nefaste della madre, simbologia, rafforzata e inequivocabile, della terra e dell’acqua. Questa “mano”, che Simone lascia fuori dal fango nello psicodramma onirico del figlio, è la sua. Si cerca disperatamente a questo punto il salvatore, il “deus ex machina” della tragedia greca che risolveva alla fine tutti gli enigmi e i conflitti che agli uomini mortali non era data possibilità di soluzione e di ripartenza per il prossimo travaglio delle umane sorti, per la prossima tragedia.

Ho cercato di dargli la mia mano per tirarlo fuori.”

Cosa può fare un padre di fronte al figlio che viene divorato dalla madre?

Cosa può fare un figlio di fronte alla madre possessiva che non lo riconosce come l’altro da sé, come l’oggetto esterno da amare e non da distruggere, come l’oggetto esterno su cui investire la sua “libido genitale” e non “orale”, insomma come il figlio?

Chi ha dato a suo tempo una mano a Simone?

Di certo, al figlio è il padre in persona, Simone, a tentare il salvataggio. Quel padre è mancato a Simone bambino. Gli è mancata quella figura che poteva salvarlo dalle insidie della madre immatura e ferma all’esercizio della “libido orale”, una madre ferma a contenere il rischio depressivo e per questo motivo indotta naturalmente a tenere i figli con sé vita natural durante. Simone realizza con suo figlio il desiderio di un padre presente che a suo tempo lo avrebbe tirato fuori dalle sabbie mobili della madre possessiva e in odore di depressione per la sua immaturità psichica. Gli ha “dato la mano”, non lo ha afferrato con la “mano”. Il salvataggio del figlio non è energeticamente consono e proporzionale al pericolo della madre fagocitatrice e del pericolo di annientamento che sono sul drammatico tappeto. La simbologia riporta in auge la “mano” e il “tirarlo fuori”, lo strumento relazionale e la soluzione del dramma senza ricorrere al “deus ex machina” di prima o all’imponderabile di sempre. Sulla scena sono presenti una madre possessiva, un padre preoccupato che ricalca in parte la figura di suo padre, un figlio in piena crisi di dipendenza e alla ricerca di una possibile autonomia. Tutti questi personaggi sono lo stesso Simone, sia nell’essere traslati nel figlio e sia nell’essere attribuiti al figlio. Lo psicodramma è del padre e il figlio è lo strumento per rivivere e riattraversare le esperienze vissute a suo tempo.

Lui l’ha presa, ma non sono riuscito a tiralo fuori e ho visto che è stato inghiottito dalla terra.”

Simone ha fato di tutto per salvarsi dalle spirali maligne della madre, ma non c’è riuscito anche perché l’azione salvifica del padre non è stata a suo tempo incisiva e determinante. Simone adesso, vedendo il tipo di relazione del figlio con la madre, rivive la stessa psicodinamica e lo stesso dramma. La scena biblica dell’essere “inghiottito dalla terra” si risolve nella semplice dipendenza psichica dalla figura materna per bisogno della madre di avere un ruolo, una funzione, un compito, una collocazione storica al fine di evitare la perdita di senso, di significato e di valore, la sua larvata “depressione” da “oralità” non risolta e non superata perché non evoluta nelle successive “posizioni psichiche”. E in quest’ultima minaccia psicopatologica incide anche la solitudine della madre e l’angoscia della perdita, favorita da altre perdite subite, tra cui ci può essere un marito assente o un uomo superficiale. Certo che la dipendenza del figlio dalla figura materna non evoca soltanto l’adolescenziale “posizione edipica”, il conflitto con il padre e il bisogno di possesso della madre, evoca soprattutto il forte legame affettivo della prima infanzia che ha rasentato la morbosità, la quasi malattia.

Il meccanismo psichico del “processo primario” che gestisce la scenografia del sogno, la “figurabilità”, ha trovato la sua eccellenza nel rappresentare allegoricamente lo psicodramma in questione: “Lui l’ha presa, ma non sono riuscito a tiralo fuori e ho visto che è stato inghiottito dalla terra.”

Nulla da aggiungere, perché tutto si è compiuto nel migliore dei modi psicologici, nonostante la crudele atrocità del quadro finale.

Altro che il figlio in braccio al padre!

IL PADRE E IL BAMBINO

TRAMA DEL SOGNO

“Il sogno è il seguente: dapprima la visione parziale e notturna di un vecchio cimitero (pressoché monumentale, come in genere in altri miei sogni) consistente in una scala di pietra circondata da fittissimi arbusti. Alla base di essa, a destra, una cappelletta; in alto a sinistra un viottolo conduce ad un’altra cappelletta.

I miei genitori, specie mio padre che lavora al comune, mi raccontano un recente caso piuttosto strano, che molto rumore ha fatto nella nostra città: due morti, nello specifico quelli che riposano nelle due cappellette di cui sopra, hanno iniziato a decomporsi in modo abnorme.

Pare che abbiano essudato una placenta (?) la quale ha travalicato la cassa in cui sono racchiusi deteriorando orrendamente perfino le pareti interne delle rispettive cappellette, umide e scalcinate come per un lungo periodo di infiltrazioni.

I cadaveri stessi devono puzzare in maniera indicibile. Tutto ciò mi viene raccontato in Via Cavour, un viottolo del centro storico di ***. Da lì stesso, come nel pensiero, ho visione del cimitero. Provo addirittura a controllare sul mio cellulare come sia avvenuto un fatto del genere: leggo che è si raro, ma possibile.

Poi mi raccontano di un esperto chiamato da fuori per ovviare all’incidente dei cadaveri. Devono essere riesumati per potergli praticare l’asportazione degli organi interni, in particolare il cuore.

Mio padre immagina con commozione le esalazioni pestifere, di gran lunga superiori a quelle di un ordinario cadavere, che l’esperto dovrà affrontare.

Infine arriva quella che deve essere la rivelazione, ma che per la verità non mi scuote oltremodo, quasi ne fossi intrinsecamente a conoscenza: uno di quei morti, quello della cappelletta in alto è proprio mio figlio, mio figlio che è vivo, lo so, ma che ha pure un cadavere in quel cimitero.

Nutro ugualmente per lui gran pena. Penso infatti all’esperto, su come potrà mettere mano su quel corpicino decomposto, per strappargli il cuore, provando infine compassione anche per lui.

Vedo anche in scorcio l’interno della cappelletta. Quella che racchiude il corpo di mio figlio non è propriamente una cassa, ma una scatola quadrangolare piuttosto malridotta e rivestita da un foglio del genere pacchi regalo, di un azzurro a fiori sbiadito.

Come in una radiografia gialla riesco per giunta a vederne all’interno, pur se in maniera incerta, gli ossicini.

Rimprovero bonariamente i miei di non avermi detto subito la verità, anche se per il mio bene.

L’angoscia soffocante di questo sogno molto dettagliato, mi ha accompagnato per tutta la notte, in cui altri sogni, altrettanto chiari, mi riportavano alla mente il precedente, quasi ne fossero il proseguimento, ma in essi non sono più comparsi né cimiteri, né cadaveri.”

Valentino

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Il sogno è il seguente: dapprima la visione parziale e notturna di un vecchio cimitero (pressoché monumentale, come in genere in altri miei sogni) consistente in una scala di pietra circondata da fittissimi arbusti. Alla base di essa, a destra, una cappelletta; in alto a sinistra un viottolo conduce ad un’altra cappelletta.”

Valentino è una persona attenta e precisa, intellettivamente analitica e sensibile al particolare spaziale, sentimentalmente legato alla sua storia e alla sua formazione, affettivamente controllato nell’espressione della sua interiorità. Valentino sa anche essere formale, in linea con l’ambiente temperato delle tradizioni, con i valori annessi e connessi. La sua sensibilità si sposa senza stridore con l’autocontrollo e la freddezza, quando serve e quando non guasta, come lo zucchero nel caffè degli intenditori. Con questo bagaglio psico-culturale di fondo Valentino s’imbatte in sogno nella “visione parziale e notturna di un vecchio cimitero monumentale”. Traduco l’interazione dinamica dei simboli. Valentino ha una consapevolezza crepuscolare, razionalmente poco lucida e nei fatti incompleta, del suo materiale psichico “rimosso” e pervenuto, nel corso della sua esistenza, soltanto in parte alla coscienza dell’Io e all’opera di “razionalizzazione”, sempre dell’Io, semplicemente perché le sue “resistenze” psichiche lo hanno impedito al fine di mantenere un equilibrio psicofisico e la “omeostasi” tra pulsioni opposte. In questo modo si è stabilito, in certe congrue circostanze e sotto determinati stimoli, un conflitto nevrotico dovuto al “ritorno del rimosso” e alla necessità che quest’ultimo sia gestito dai vari “processi e meccanismi psichici di difesa” dall’angoscia, sempre per garantire il miglior equilibrio psicofisico e per continuare a vivere. “La scala di pietra circondata da fittissimi arbusti” conforta l’interpretazione proprio con l’ambivalenza del salire e dello scendere, così come i “fittissimi arbusti” attestano del materiale psichico “rimosso” che non riesce a vedere la luce della coscienza e della consapevolezza. Valentino può “sublimare” la sua angoscia se sale questa “scala” e può “materializzare” la sua angoscia se scende questa “scala” che condensa la psicodinamica del suo cimitero interiore, il suo “fantasma di morte” e di inanimazione, di perdita e d’inerzia. Valentino sta sognando di sé, della sua “organizzazione psichica reattiva” e dei suoi conflitti psichici, al di là delle cause scatenanti che hanno portato all’elaborazione della trama del sogno. Ma ancora non è finita la “condensazione” del cimitero di Valentino. La sua attenta analisi precisa che “alla base a destra” c’è “una cappelletta”. Traduco: ho piena consapevolezza nei pensieri e nei fatti di un mio “fantasma di morte”, mentre dell’altro “fantasma di morte” che ho sublimato, la “altra cappelletta in alto a sinistra”, devo ancora avere consapevolezza perché in parte è rimosso e il processo di presa di coscienza non è spedito e agevole. Valentino ha bonificato la sua angoscia depressiva di morte con la “materializzazione” realistica e la “sublimazione”. Questi processi hanno funzionato nel contenere l’angoscia, ma non bastano perché dalle sue maglie sfuggono tensioni e conflitti che decisamente non dispongono a una buona salute psicofisica. Simbolicamente il “viottolo” non è la bella strada aperta della “razionalizzazione” di cui Valentino ha bisogno per risolvere il materiale “rimosso” ed evitare il “ritorno del rimosso”.

I miei genitori, specie mio padre che lavora al comune, mi raccontano un recente caso piuttosto strano, che molto rumore ha fatto nella nostra città: due morti, nello specifico quelli che riposano nelle due cappellette di cui sopra, hanno iniziato a decomporsi in modo abnorme.”

Il padre, autorità in proposito, accorre in aiuto a un figlio perplesso che ha vissuto traumaticamente le sue due perdite, “cappellette”, e ha usato “processi” di difesa dall’angoscia diversi. Valentino “proietta” sul padre la sua funzione razionale per capire i traumi che si stanno profilando in queste due perdite, in queste “due cappellette”. Il sogno si compiace di precisare che due lutti sono occorsi con due “fantasmi di morte” identici: l’inanimazione traligna nella decomposizione. Un lutto è stato “sublimato”, quello “sopra”, e l’altro lutto è stato concretamente vissuto, quello “sotto”. Un lutto è stato razionalizzato, quello a “destra”, l’altro lutto tende al dimenticatoio della rimozione, quello a “sinistra”. Le due “cappellette” sono ben servite. Pur tuttavia, Valentino non si accontenta dell’angoscia di morte come perdita della vitalità, ha bisogno di introdurre l’aggravante della decomposizione, un’angoscia che appartiene ai suoi vissuti dell’infanzia, che non è un’angoscia nevrotica di “castrazione” in superamento e risoluzione della “posizione psichica edipica”, conflitto con il padre, che non è un’angoscia borderline da “perdita d’oggetto”, solitudine interiore, ma è una pericolosa angoscia di “frammentazione”, disgregazione dell’Io, vissuta ed elaborata nei primi anni di vita. Decisamente Antonello si dice in sogno che nella sua prima infanzia sono intercorsi dei traumi che hanno favorito l’elaborazione di fantasie abnormi che avevano come tema un bambino morto e chiuso in una bara e dentro una “cappelletta”. In effetti non è “abnorme” la decomposizione naturale dei corpi, ma il racconto del padre e il “molto rumore” che ha fatto non nella città, ma dentro il piccolo Valentino, l’eco psichico che è risuonato durante l’evoluzione del bambino. Uno dei “due morti” è Valentino in persona, la rappresentazione fantasmica del suo corpo inanimato. Chiediamoci il perché di questo “fantasma di morte” così pericoloso. La risposta è duplice nella sua semplicità: o Valentino da piccolo ha assistito al funerale e alla tumulazione di un bambino e ha ricamato un bel trauma, o Valentino è stato sollecitato a elaborare progressivamente il trauma sullo stimolo dei racconti macabri dei genitori improvvidi, il padre “in primis”, che si trastullavano a terrorizzare il bambino e i suoi affini e simili. Il secondo è più pericoloso del primo perché ha innescato la Fantasia e l’amplificazione dei temi mortiferi, ha allargato a dismisura il “fantasma di morte”, che di per se stesso è assolutamente naturale nel primo anno di vita perché è il prodotto della modalità di pensiero dell’universo infantile. Eppure Valentino sogna il “modo abnorme” in cui un “trauma” di morte ha nutrito e nutre il “fantasma” di morte.

Pare che abbiano essudato una placenta (?) la quale ha travalicato la cassa in cui sono racchiusi deteriorando orrendamente perfino le pareti interne delle rispettive cappellette, umide e scalcinate come per un lungo periodo di infiltrazioni.”

La precisione semantica e la puntualità linguistica attestano del lavorio costante che la Fantasia di Valentino ha operato su questi temi della morte e dei corpi in orrenda metamorfosi. Crescendo, il bambino ha apportato le pezze giustificative al suo trauma e lo ha reso complesso e sofisticato con le normali e difensive esagerazioni del caso. Queste “cappellette” e queste “bare” sono dei contenitori e, di conseguenza, hanno una simbologia femminile e materna, appartengono al corredo psicofisico della Dea Madre, la Signora della Vita e della Morte. La “placenta” che essuda e che viene fuori dal grembo è la perfetta allegoria della Morte per parto, la metafora di un aborto che lascia conseguenze non soltanto psicologiche, ma anche fisiche nella persona che l’ha vissuto, la madre in primo luogo.

Quale psicodinamica e quale psicodramma si combinano in queste succose parole e in questi acrobatici concetti che descrivono e circoscrivono il sogno orrendo di Valentino?

Valentino ha subito un lutto e ha vissuto la frustrazione della sua paternità in maniera traumatica?

Valentino rievoca in maniera simbolica un episodio reale occorso nella sua infanzia alla madre o alla sua donna in età adulta?

Una “angoscia di frammentazione” è proiettata anche sulle “cappellette” con tutto il supporto della macabra decomposizione. Quest’ultima è una fantasia dominante di Valentino bambino sottoposto alle frustate del racconto degli adulti o a un fatto reale a cui ha assistito. E’ anche possibile nella ricchezza del sogno che Valentino abbia subito il trauma di una donna che faceva fatica a restare incinta e a darli un figlio, nonostante il lungo periodo di infiltrazioni, nonostante i tanti rapporti sessuali. E magari questa donna ha subito alcuni aborti che hanno reso l’attesa di un figlio tanto desiderata e contrastata. Il sogno dice chiaramente, senza precisare i particolari, la psicodinamica e il possibile svolgimento di questi fatti e di questi traumi. Resta assodata l’ambivalenza tra la realtà vissuta e l’elaborazione della Fantasia sul tema della maternità e della morte da parte di un contrastato e perplesso Valentino. Se consideriamo i “segni” linguistici, le parole e la semantica, i “significanti” e i “significati”, quello che vale per il solo Valentino secondo i suoi codici e quello che vale per tutti gli altri secondo la logica del vocabolario, si resta di stucco di fronte ad “abbiano essudato”, “ha travalicato la cassa”, “deteriorando orrendamente”, “cappellette umide e scalcinate” proprio per quei contenuti psicofisici a cui rimandano chi elabora e chi legge, Valentino e noi spettatori. E non si tratta soltanto di arte retorica in onore al “fantasma di morte”, di metafore, di metonimie, di sineddochi, di iperboli, di enfasi, è tutto anche secondo Natura, come Natura comanda Valentino ubbidisce e risponde.

A questo punto si spera in una migliore chiarezza della trama nel prosieguo del sogno per andare a bersaglio, almeno a un bersaglio grosso.

I cadaveri stessi devono puzzare in maniera indicibile. Tutto ciò mi viene raccontato in Via Cavour, un viottolo del centro storico di ***. Da lì stesso, come nel pensiero, ho visione del cimitero. Provo addirittura a controllare sul mio cellulare come sia avvenuto un fatto del genere: leggo che è si raro, ma possibile.”

Su queste due morti e su queste due “cappellette” Valentino ha maturato notevoli sensi di colpa che, purtroppo, non riescono a raggiungere la coscienza dell’Io per essere verbalizzati in maniera razionale e si fermano all’espressione simbolica: “i cadaveri devono puzzare in maniera indicibile”. Si conferma la tesi che Valentino da bambino ha sentito i racconti degli adulti su questi temi luttuosi e oltremodo impressionanti: “tutto ciò mi viene raccontato” in un luogo dove Valentino ha vissuto la sua infanzia. “via Cavour”. Il passaggio dal racconto all’allucinazione della Fantasia è immediato. Al racconto corrisponde in simultanea l’immagine del cimitero e l’elaborazione del tema tramite il controllo sul “cellulare”: passaggio dalla realtà alla sua allucinazione tramite la Fantasia e alla conferma tramite l’ausilio elettronico. La meraviglia di Valentino risiede sul fatto quasi magico che il pensiero e l’allucinazione vanno di pari passo. Al bambino raccontano un fatto tragico e il bambino ascolta, immagina, rappresenta dentro di sé, dà la luce alle scene e matura il suo personale “fantasma di morte”. E’ descritta in tal modo l’auto-confabulazione di Valentino infante sui temi traumatici raccontati dal padre e la ricerca di avvallo: “controllare sul mio cellulare”. Il ricorso ai tempi moderni e alla tecnologia dominante traduce il bisogno del bambino di capire e di razionalizzare. Ma Valentino non ha ancora gli strumenti logici perché è ancora un bambino. Valentino si è chiesto nel tempo come mai queste esperienze traumatiche siano capiate proprio a lui e si è reso conto dell’eccezionalità degli eventi e della verità dei fatti, siano essi racconti e siano essi allucinazioni. La Psiche è fatta così ed è anche ghiotta di narrazioni per riempirsi d’orgoglio e per pavoneggiarsi nel cortile di via Cavour.

Poi mi raccontano di un esperto chiamato da fuori per ovviare all’incidente dei cadaveri. Devono essere riesumati per potergli praticare l’asportazione degli organi interni, in particolare il cuore.”

Il bambino Valentino è stato affidato a uno psicologo, è stato portato da un “esperto” di traumi che possa curargli l’azione nefasta del “fantasma di morte” che tanto sconquasso ha procurato nel suo animo. Questi medici della psiche sono personaggi strani e non se ne vedono in giro specialmente nei tempi andati e in certi contesti refrattari alla Psicologia come l’Italia del recente passato. Questi esperti vengono “da fuori” e possibilmente dal Continente. Così diceva mia nonna Lucia negli anni sessanta in quella Sicilia fatta, come sempre, a modo suo in mezzo al Mediterraneo e con un piede in Africa e un piede in Italia. “L’incidente dei cadaveri” si può risolvere tramite la presa di coscienza del trauma subito: “devono essere riesumati”. Ma non basta, al trauma deve essere asportata la carica nervosa, l’intensità emotiva che lo tiene in vita. Ecco la psicoterapia analitica: la “razionalizzazione” del trauma o del lutto. Bisogna sviscerare i vissuti sul tema della morte e in particolare risolvere la paura e l’angoscia, i valori emotivi e neurovegetativi che tengono in vita il trauma subito e allucinato per naturale necessità difensiva. Bisogna raffreddare la carica allucinatoria e razionalizzare le esperienze che hanno portato il bambino a tanta sofferenza. A tal proposito ricordo che mia madre nel 1954 mi portò da una donna anziana per curarmi “u scantu”, la paura, e la pagò con mezzo chilo di pasta, ditalini rigati per la precisione del rinomato pastificio Conigliaro presso la borgata di Siracusa. Erano tempi eroici in cui l’infanzia era sottoposta a logorii psichici di varia natura e di una certa entità da una cultura rimasta fascista. Del resto non poteva essere diversamente perché la Cultura, come la Psiche, ha tempi evolutivi più lunghi di quelli politici. Eppure lo psichiatra e la maga erano presenti, sia pur nella loro stranezza e in concorrenza ai preti dalle nere tonache svolazzanti per le strade, a testimoniare le sponde opposte del mar Mediterraneo.

Mio padre immagina con commozione le esalazioni pestifere, di gran lunga superiori a quelle di un ordinario cadavere, che l’esperto dovrà affrontare.”

Il padre di Valentino è stato sensibile alla Psicologia e alla psicologia del figlio, dal momento che era consapevole dei danni che i traumi in riguardo ai morti procurano ai bambini e a suo figlio nello specifico. Le “esalazioni pestifere” sono proprio gli effetti dolorosi che dal Profondo psichico affiorano alla coscienza quando la “rimozione” non funziona: “ritorno del rimosso”. Di poi, bisognerà “razionalizzare” e comporre il materiale emerso destituendo la carica nervosa implicita. Questo breve capoverso è l’allegoria di un trattamento psicoterapeutico a orientamento psicoanalitico: dall’Inconscio al Conscio del primo sistema psichico freudiano, dall’Es all’Io del secondo sistema psichico sempre freudiano, dal Profondo rimosso all’Io. Il comandamento esige di riportare alla luce della coscienza il trauma dimenticato ma presente sotto forma di sintomi nel bambino e nell’adulto. Il padre di Valentino ha avuto la sensibilità di far curare il figlio ammalato di un male per quei tempi ambiguo e avvolto dal pudore e spesso dalla vergogna. Quello di Valentino non è stato del resto un semplice trauma che ha maturato un “fantasma di morte”, è stato più intenso e delicato: “le esalazioni erano di gran lunga superiori a quelle di un ordinario cadavere”. Sia dato ulteriore merito alla sensibilità del padre di Valentino. Degna di nota è l’espressione linguistica “ordinario cadavere” a cui si associa la necessità di una figura straordinaria, di un “esperto” con i controcoglioni.

Infine arriva quella che deve essere la rivelazione, ma che per la verità non mi scuote oltremodo, quasi ne fossi intrinsecamente a conoscenza: uno di quei morti, quello della cappelletta in alto è proprio mio figlio, mio figlio che è vivo, lo so, ma che ha pure un cadavere in quel cimitero.”

Valentino è padre e non si “scuote” di fronte al riconoscimento del figlio morto che è vivo e che si trova nella “cappelletta in alto”. E’, oltretutto, consapevole di questa assurdità logica da film di Totò e Peppino nel meraviglioso Neorealismo italiano degli anni cinquanta. Valentino esterna ed esibisce una consapevolezza sbalorditiva su quello che sta dicendo e affermando. E ha pienamente ragione, perché, mentre dorme, sogna secondo la Logica onirica e non secondo la Logica di Aristotele, quella che usiamo da svegli, quella che afferma che A è A e non è B. Cerco di coordinare e sintetizzo al meglio il quadro psichico ed esistenziale tempestoso. Valentino è padre, Valentino ha un figlio verso il quale nutre una profonda aggressività per motivi che per il momento non si evidenziano e questa carica nervosa la sublima, tant’è vero che il figlio si trova nella “cappelletta in alto”, di cui si è detto al momento opportuno e in precedenza. Per questo motivo non si scompone e non si adombra, perché in sogno sa che il figlio è simbolicamente morto in quanto aggredito dal padre e nella realtà è pienamente vivo e non è ben vissuto sempre dal padre. Più chiaro di così non si può, neanche con il Vetril. Però, una domanda sorge spontanea presso il popolo moralista ed è la seguente: come fa un padre a essere aggressivo con il figlio? Nelle buone parrocchie è lecita, ma nel consorzio psicoanalitico la domanda è sciocca semplicemente perché i sentimenti di amore e odio contraddistinguono la psicologia dei genitori, madre e padre senza esclusione di colpi. E come si spiega? I genitori hanno ripetuto o commutato nell’opposto il comportamento e l’atteggiamento che i genitori hanno avuto nei loro riguardi quando erano bambini. I genitori ripetono o convertono le loro matrici dimostrando di non essere autonomi dalle figure genitoriali e di non aver cercato la loro dimensione libertaria dai condizionamenti del passato e di queste figure oltremodo importanti e significative. Ancora: Valentino nutre un sentimento d’odio e di aggressività nei confronti del figlio anche per la sua “organizzazione psichica”, per la sua formazione. Sappiamo che Valentino aveva un buon rapporto con il padre anche se quest’ultimo poteva essere inquisito per avere terrorizzato il figlio in maniera maldestra raccontando di morti, di decomposizioni magiche, di placente fuori dalla bara e altro materiale tempestoso che sta bene nei film di Dario Argento e non in una normale famiglia di una città italiana. Notiamo il processo di difesa della “sublimazione” che rende nobile il sentimento negativo del padre verso il figlio, vissuto che resta incarcerato nel Profondo e quando Valentino dorme e sogna viene fuori senza colpo ferire e specialmente se è trainato da una causa scatenante, da un “resto diurno” come lo definiva Freud. Inoltre, la rivalità padre-figlio richiama la “posizione edipica”, uno stato psichico che vede il figlio insidiare il padre nel possesso della madre. E’ un conflitto per il possesso e per l’esercizio psicofisico della figura femminile, il conflitto “edipico” di Valentino si riproduce nel conflitto edipico del figlio, psicodinamica che il padre conosce bene e che possibilmente non ha ancora risolto, per cui Valentino proietta nel figlio la sua insofferenza nei riguardi del padre al tempo in cui ambiva alla conquista della madre. Può anche succedere che il padre nutri invidia verso il figlio a livello affettivo e viva il figlio come l’oggetto degli investimenti della moglie e come il rivale che gli porta via una congrua razione di affetto. In ogni modo Valentino manifesta nel sogno questa sua dimensione affettiva immatura e questa competizione innaturale nei riguardi del figlio. Questa aggressività si manifesta nella “cappelletta” sublimata che contiene la bara, che a sua volta contiene il corpo del figlio in eccezionale decomposizione.

Questa è la vera Rivelazione, quella che “non scuote oltremodo” per la sua naturale consistenza.

Nutro ugualmente per lui gran pena. Penso infatti all’esperto, su come potrà mettere mano su quel corpicino decomposto, per strappargli il cuore, provando infine compassione anche per lui.”

Il padre ha portato dallo psicologo il figlio in piena crisi psichica per l’emergere del trauma legato alla morte e prova un sentimento di “compassione”, una sofferenza che condivide con il figlio e con lo psicologo per il compito arduo che ha quest’ultimo di “strappargli il cuore”, di deprivare l’emozione affettiva dal mero fatto della morte. Lo psicoterapeuta ha il compito di aiutare il bambino a raffreddare il trauma per consentirgli di riprendere le normali attività della sua vita senza l’aggravio emotivo del trauma della morte, la famigerata angoscia. La sensazione e il sentimento della “pena” sono simbolicamente le “proiezioni” della “pietas” nei riguardi del figlio, del riconoscimento del dolore del figlio per quanto gli è occorso di altamente traumatico nell’infanzia, per questo “fantasma di morte” che gli è capitato tra capo e collo nel momento in cui non poteva e non sapeva gestirlo a causa della sua età. Il padre si è messo sulle spalle il figlio strappandolo alla sicura morte nell’incendio di Troia. Il figlio si è messo sulle spalle il padre strappandolo alla sicura morte nell’incendio di Troia. Cambiando l’ordine dei fattori il sentimento della “pietas” non cambia.

Una domanda, a questo punto, sorge ancora spontanea: Valentino sta parlando di suo figlio o di se stesso e della sua storia traumatica?

Buona la seconda. Dimenticavo: il meccanismo psichico di difesa dall’angoscia che scinde l’affetto e l’emozione dal fatto e dalla rappresentazione si definisce “isolamento”. Lo psicologo esperto lo aiuterà a scindere il trauma nel fatto e nell’angoscia, meglio, aiuterà il bambino a rievocare e dare parola al trauma e a liberarsi delle sue emozioni dolorose: “catarsi” aristotelica di greca memoria. Procediamo in questo gioco onirico di rimpallo e di rimando tra padre e figlio, dialettica che ha sempre un unico attore protagonista, colui che sogna: Valentino.

Vedo anche in scorcio l’interno della cappelletta. Quella che racchiude il corpo di mio figlio non è propriamente una cassa, ma una scatola quadrangolare piuttosto malridotta e rivestita da un foglio del genere pacchi regalo, di un azzurro a fiori sbiadito.”

Valentino non è convinto della sua presa di coscienza e del processo di “sublimazione” che ha innescato sulla relazione con il figlio, che poi equivale alla sua relazione con il padre, psicodinamica che sta ripetendo in tutto e per tutto con suo figlio. Valentino vuole analizzare la qualità della relazione, chiaramente “edipica” a questo punto, e trova che la cassa del figlio morto per aggressione del padre è un oggetto sbiadito che si trova in casa e magari in uno sgabuzzino angusto e umido, una di quelle scatole dove si mettono le varie cianfrusaglie a metà tra ricordo e avarizia. L’azzurro sbiadito a fiori è il colore del maschile, un figlio maschio “rimosso” nello sgabuzzino e non adeguatamente immesso nella coscienza di padre. Valentino è un padre che ha rimosso in parte l’amore paterno perché non l’ha vissuto bene e conosciuto adeguatamente nella sua famiglia d’origine, con le sue figure genitoriali e nello specifico con la figura paterna. Valentino si è trovato ad avere un figlio e a viverlo come un rivale e un usurpatore degli affetti materni, lo stesso suo vissuto nella triangolazione edipica e riprodotto con la stampante “tridimensionale” laser. La presenza del figlio in famiglia è stimata ingombrante e il vissuto è di freddezza, gli affetti sono tralignati nell’ostilità e nell’avversione per esperienza vissuta. Questo è il figlio vivo ma morto e “sublimato” in una forma di rivalità compatibile con la politica familiare e tollerabile con le istanze sociali. Decisamente questo figlio non è stato per Valentino un buon e bel regalo da parte della moglie. Vedete cosa comportano la formazione e l’educazione psichiche dell’infanzia e come tutto il quadro appreso si tramanda e si trascina come la storia della Nutella? La nonna la dava alla mamma, la mamma alla figlia e andiamo avanti di questo passo senza cambiare gli ingredienti della saporita crema condita con l’olio di palma.

Come in una radiografia gialla riesco per giunta a vederne all’interno, pur se in maniera incerta, gli ossicini.”

Si diceva all’inizio della tendenza di Valentino alla meticolosità e alla precisione analitica, quasi una pedanteria della serie “tanto per farmi male”. Questo tratto psichico “anale” di qualità ossessivo si era evidenziato, questo ritornare sul tema per guardarlo da altra prospettiva e con compiacimento. Valentino ha tanto immaginato e tanto pensato i vissuti affettivi verso il figlio dietro la memoria del suo trauma e dietro le sferzate del suo “fantasma di morte”. Di conseguenza ha maturato questa tendenza all’ossessione, al pensiero ritornante, all’idea circolare, per cui anche in sogno si presenta questo tratto psichico di qualità “anale”. La “radiografia gialla” è un compiaciuto macerarsi in se stesso, nel bagagliaio della sua coscienza che per natura e per essenza si dirige verso il trauma per analizzare con sadismo il particolare macabro e mortifero. La curiosità morbosa di Valentino non tralascia di appagarsi con l’osservazione dei particolari, “gli ossicini”, che destano orrore prima che tenerezza. Valentino guarda dentro se stesso e analizza il residuo traumatico del suo primario “fantasma di morte”. Ricordo che non è importante quello che trova, “gli ossicini”, ma l’azione e la direzione della sua coscienza: la “intenzionalità”.

Rimprovero bonariamente i miei di non avermi detto subito la verità, anche se per il mio bene.”

La voce narrante del sogno è il padre, è quest’ultimo che racconta al figlio la sua verità sul lugubre e orrido fatto, ma in effetti è Valentino che “proietta” e “sposta” nel padre la progressiva consapevolezza del suo trauma antico. Valentino adesso sa, ha una migliore “coscienza di sé”, ha un migliore “sapere di sé” come padre e come figlio, come padre-figlio e come figlio-padre. La partita del sogno si è giocata in questo continuo rimpallo tra Valentino padre e Valentino figlio. Nella scena finale si ha nuovamente sentore della madre, “i miei genitori” dell’inizio del sogno, di una figura femminile, “i miei” di questo capoverso. Per il resto il sogno è coniugato al maschile sia tra i morti e sia tra i vivi. Valentino ritiene giusto aver “rimosso” in gran parte il trauma e il “fantasma di morte” per continuare a vivere al meglio consentito dalle tensioni emergenti di volta in volta, accetta di essersi tutelato con i “meccanismi” e i “processi psichici di difesa” dall’angoscia, ma si “rimprovera bonariamente” di non avere operato prima la presa di coscienza del materiale psichico rimosso. La “verità” è la sua “verità, non quella supposta “verità” oggettiva che non esiste, ma la “sua verità” sui “suoi vissuti” di quel fatto traumatico. E il sogno agisce da galantuomo e gli restituisce una profonda verità sempre personale, le ritornanti riflessioni che emergono in sogno dietro uno stimolo che porta alla memoria il padre e il figlio, sempre quelli di Valentino. Del resto, è Valentino l’attore unico e protagonista del suo teatro onirico e l’unico spettatore della sua platea altrettanto onirica.

L’angoscia soffocante di questo sogno molto dettagliato, mi ha accompagnato per tutta la notte, in cui altri sogni, altrettanto chiari, mi riportavano alla mente il precedente, quasi ne fossero il proseguimento, ma in essi non sono più comparsi né cimiteri, né cadaveri.”

La funzione onirica ha bonificato con il sogno il territorio psichico per mezzo della “catarsi” delle tensioni e della consapevolezza embrionale dei vissuti messi in circolazione. Valentino ha potuto visitare e accettare il suo essere figlio e il suo essere padre, ha maturato una migliore consapevolezza della paternità, ha rivisitato il valore delle figure femminili per affermarle e non rimuoverle, ha rivalutato il “fantasma di morte” e la sua “intenzionalità” verso la vita e il vivere, più che verso il rimescolamento dei fatti traumatici che fuori non esistono più e dentro si riducono a questa energia primordiale della coscienza che ha bisogno di dirigersi sempre verso un oggetto che può esistere soltanto dentro di lei. Del suo essere fuori nel mondo, chissà, nulla e tutto possiamo dire, come i giornalisti e i politici che ci fanno indegna corona.

Perché non sono più comparsi cimiteri e cadaveri?

Perché l’energia implicita nella simbologia è stata in gran parte esaurita, magari la Psiche di Valentino provvederà a offrirle altri surrogati e “spostamenti.” Resta determinante la “presa di coscienza del rimosso”, a cui l’interpretazione del sogno ha dato una valida mano.

Il resto lo farà Valentino.

. . . _ _ _ . . . S O S

INFANZIA E ADOLESCENZA

MECCANISMI E PROCESSI DI DIFESA

La costrizione psicofisica al chiuso, la restrizione dei contatti sociali e soprattutto l’angoscia di morte sono decisamente vissuti innaturali e traumatici per i bambini e per gli adolescenti, oltretutto perché prolungati e al momento indeterminati.

I “meccanismi e i processi psichici di difesa” dall’angoscia che innescano i bambini e gli adolescenti sono i seguenti:

“rimozione”, non ci pensano, dimenticano, trascurano, non ci filano dietro,

“onnipotenza”, ce la faranno, ne verranno fuori eroicamente,

“isolamento”, separano il pensiero della reclusione dalle sensazioni d’angoscia,

“annullamento”, convertono l’angoscia in un rituale elaborato o conosciuto,

“volgersi contro di sé”, si sentono in colpa e devono espiarla in qualche modo,

“spostamento”, riversano l’angoscia in un oggetto, il feticcio,

“messa in atto”, reagiscono alla vulnerabilità con l’azione, sono molto attivi,

“regressione”, tornano indietro a fasi superate dello sviluppo psicofisico,

“sublimazione”, pregano o fanno i buoni o chiedono perdono,

“altri meccanismi di difesa” dall’angoscia individuali e personali che non sono contemplati nei trattati di Medicina psicosomatica perché sono frutto della loro creatività e hanno il benefico risultato di alleviare il dolore e la sofferenza.

LA SOMATIZZAZIONE DELL’ANGOSCIA

La preoccupazione dei genitori deve subentrare quando l’angoscia dei figli si somatizza, quando il livello delle tensioni nervose accumulate non è più gestibile dal sistema nervoso centrale e periferico, per cui turba l’equilibrio omeostatico e disturba le funzioni psichiche e organiche. I bambini e gli adolescenti sono aperti alle novità proprio per la loro natura psicofisica. Hanno una buona duttilità mentale perché sentono che l’evoluzione organica è veloce e ben visibile, perché sanno che i processi psichici sono più lenti e richiedono tempo per essere assimilati. E’ questo il loro equilibrio: la consapevolezza incarnata nell’evoluzione e nella crescita, il vivere sulla pelle il divenire psicofisico, il pensiero ormonale.

Alla luce di questi fattori di gran pregio, consideriamo la crisi psicosomatica, il suo significato, la prognosi e l’intervento possibile da parte dei genitori. Preciso che tra i “processi e i meccanismi di difesa” dall’angoscia citati il più usato è la “regressione”, perché si presenta a portata di mano e risolve beneficamente un conflitto contingente. La “regressione” è dannosa se persiste e si struttura nell’adulto.

A questo punto elenco e spiego i disturbi psicosomatici, quelli che hanno una causa psichica e sono causati da uno scarico della tensione nervosa, angoscia, attraverso il corpo e in un disturbo degli organi e degli apparati che manda in tilt le funzioni psicofisiche. Bisogna considerare che trattandosi di uno scarico di tensione nervosa in sovraccarico, il disturbo è benefico perché riporta in equilibrio il sistema psicofisico di distribuzione delle energie.

I DISTURBI PSICOSOMATICI DEI BAMBINI E DEGLI ADOLESCENTI

La richiesta del “ciuccino”, oggetto transferale, esprime il bisogno di un appagamento sostitutivo in riguardo agli affetti e uno scarico della tensione nervosa. La madre e il padre intervengono e acconsentono nella difficile contingenza ai bisogni del figlio, provvedono a una loro maggiore e migliore presenza. La figura materna è importante per risolvere l’investimento affettivo del figlio nel ciuccino. L’oggetto transferale è considerato un prolungamento simbolico della figura materna.

Il “dito in bocca” e qualsiasi altro rituale personale del bambino non vanno censurati, vanno tollerati in silenzio e senza rimbrotti in quanto benefiche regressioni e compensazioni. Hanno la funzione di esorcizzare l’angoscia, per cui la madre e il padre devono provvedere a instillare nel bambino maggiore sicurezza e protezione con le parole e gli atti.

La “balbuzie”, un disturbo del linguaggio, indica la conversione dell’angoscia nella fluidità della loquela. Si tratta di angoscia, il bambino ha bisogno di essere tranquillizzato attraverso il dialogo per favorire la presa di coscienza della causa contingente. Chiama in causa il padre per ridurre la tensione, ma la madre serve per l’affettività.

La “inappetenza”, un disturbo dell’alimentazione, esprime un rifiuto affettivo e una forma di isolamento, ma è anche una richiesta d’aiuto. E’ una forma apparentemente autonoma di gestire l’angoscia attraverso una riduzione del cibo. L’abbraccio costante e premuroso è sempre la migliore medicina. Privilegiata è la madre, di valido concorso è il padre.

La “fame nervosa” è un disturbo alimentare che insorge per scaricare la tensione nervosa e per significare il bisogno affettivo inappagato. Chiamata in causa è la madre e in rafforzamento è richiesto il padre.

Il “vomito” è un disturbo digestivo ed è legato a un rifiuto della dipendenza affettiva e a una reazione aggressiva verso la mancanza di affetto che il bambino avverte in base ai suoi bisogni. La rassicurazione da parte della madre e del padre sulla sua richiesta ambigua si svolgerà con le parole e con i fatti.

La ”anoressia” contingente, il rifiuto del cibo, è un tratto psicofisico delicato che bisogna considerare ben bene. L‘angoscia è legata a un conflitto affettivo che include la madre e il padre, nonché il corpo. L’intervento di entrambi è finalizzato alla risoluzione della relazione con parole e azioni, affetti e riflessioni perché la scelta del disturbo è oltremodo significativa: un campanello d’allarme.

La “diarrea” si spiega con l’azione turbolenta dell’angoscia a livello gastrointestinale. Il sintomo descrive il rifiuto della contingenza drammatica e la paura accumulata e risolta con il rituale continuato dell’espulsione delle feci. Necessita l’intervento della madre e del padre in rassicurazione benefica e in spiegazione ottimistica dell’evento.

Il “mal di stomaco” si spiega con la richiesta di essere accudito e protetto, un momento di debolezza psicologica. E’ rivolto alla madre in primo luogo e al padre per quanto riguarda la sicurezza e la rassicurazione.

La “stitichezza” si attesta in una contrazione nervosa dell’apparato gastrointestinale e in una conversione dell’angoscia per significare lo stato di blocco psicofisico, la rabbia per l’inanimazione e la restrizione, la chiusura individualistica e il rifiuto dell’ambiente. Il padre è chiamato in causa per rassicurare e proteggere, mentre la madre interverrà per donare e per stimolare all’abbandono affettivo al posto di un inutile e dannoso isolamento.

La “encopresi”, farsi la cacca addosso, è un disturbo regressivo che attesta di un forte bisogno di dipendenza dalla figura materna e di un ricatto affettivo. È un mettere alla prova la quantità e la qualità dell’amore materno. Il bambino manipola i genitori per avere un tornaconto affettivo e per esercitare una forma di potere all’interno della relazione con i genitori. Bisogna capire le regole del gioco e far capire al bambino che il suo obiettivo si può raggiungere per via normale e senza ricorrere a stratagemmi non igienici. La madre sostenga e affermi la figura del padre. Quest’ultimo sia autorevole e non autoritario. Questo è un conflitto preesistente all’epoca del coronavirus e che si ripropone sulla scia dell’angoscia in atto.

La “enuresi”, fare la pipì di notte addosso, desta preoccupazione perché si tratta di un conversione d’angoscia importante, di una tensione nervosa forte al punto di aprire la vescica per scaricarla. L’angoscia di questi tempi non manca ed è angoscia depressiva di perdita. Entrambi i genitori sono chiamati a prendersi amorevole cura del bambino per la qualità del disturbo: affetto e parola per aiutare la consapevolezza dei contenuti dell’angoscia. Ovvio, niente rimproveri e derisioni.

La “asma” o le difficoltà respiratorie, del tipo “mi manca il fiato”, significano una richiesta d’aiuto per l’angoscia di essere abbandonato e lasciato solo, di perdere l’amore e la protezione dei genitori. Chiamata in causa in prima istanza la madre per la rassicurazione affettiva e di poi il padre per il rafforzamento psichico.

La “emicrania” è una richiesta di attenzione fatta indirettamente ai genitori e causata dal bisogno di considerazione e di affetto. Di solito il bambino ripete il disturbo che in famiglia ha visto nelle figure genitoriali e lo propone per i suoi bisogni contingenti. Madre e padre si mettono in allerta e vanno in sostegno.

La “insonnia”, difficoltà a prendere sonno, rievoca un disagio di abbandono e di solitudine, un’angoscia nell’affidarsi al sonno per paura di restare solo e perché il sonno viene equiparato a una forma di morte. L’insonnia contiene un bisogno di controllo dei genitori per paura che muoiano, per cui è necessario non perdere la vigilanza. Di solito basta il genitore del sesso opposto a risolvere il quadro. Se non funziona, tutti sul lettone!

“L’incubo” attesta di una turbolenza nell’elaborazione del sogno e la mancanza delle difese per continuare a dormire. E’ occasionale e si risolve accudendo e rassicurando senza grandi patemi d’animo.

La “pelle” parla attraverso l’eczema, il prurito, la dermatite, disturbi che attestano di una ricerca di contatto affettivo ed erotico da carenza, secondo il registro del fabbisogno infantile, Entrambi i genitori sono chiamati in causa e i padri devono essere meno renitenti a questa forma di relazione corporea con i figli.

La “ipocondria” si manifesta con la paura di contrarre la malattia in atto ed è una paura giustificata, più che una fobia o un’angoscia. Tratti ipocondriaci sono le esagerazioni del contesto epidemico e la forte reattività emotiva. I genitori sono chiamati a rassicurare e a bloccare con mille ragionamenti e carezze questa traslazione dell’angoscia di morte.

Il “pianto isterico” si riduce a una scarica purificatrice delle tensioni nervose accumulate, “catarsi”, e fa solo bene perché libera il corpo da un sovraccarico nocivo. Non va censurato, ma va capito e si deve procedere alla rassicurazione emotiva da parte di entrambi i genitori, sempre tenendo in considerazione che spesso la madre opera a livello affettivo e il padre agisce a livello protettivo.

La “stanchezza” è una richiesta di aiuto e non una negligenza in questi tempi. Il disimpegno è una forma di noia, una caduta del desiderio, una forma depressiva. I genitori devono capire, far parlare i figli e stimolare con la giusta volitività e senza forzature e tanto meno costrizioni.

La “noia” è un pesante disturbo dell’universo desiderante del bambino, è una psicopatologia del desiderio e una crisi della tensione a pensare un traguardo e a raggiungerlo. Un bambino che non desidera è diventato vecchio perché i genitori non gli hanno concesso la possibilità di fantasticare e di appagare i suoi bisogni con la sua ricerca e le sue riflessioni. In questa drammatica situazione la “noia” è contingente e non patologica, ma è sempre un segnale da non trascurare e da considerare dopo la tempesta. Il padre e la madre sono chiamati a un intervento deciso e invitante di fronte a una chiusura depressiva e a un ristagno emotivo.

La “frequenza a far la pipì” attesta di un bisogno di scaricare la tensione nervosa, legata alla paura del contagio e della morte, attraverso un rilassamento piacevole. Non dimentichiamo mai che l’impatto di fondo della psiche dei bambini è con questo tremendo “fantasma” e con l’angoscia depressiva collegata.

“L’isolamento” dal contesto della famiglia è un segnale delicato e degno di grande considerazione da parte dei genitori, perché attesta di una chiusura in se stesso, di una manovra autistica intesa a preservarsi e a conservarsi chiudendo le relazioni con il mondo e tenendo soltanto quelle con se stesso. L’intervento dei genitori deve essere immediato e forte nel ripristinare i contatti con il figlio, nel rassicurarlo e nel farlo esprimere sul mondo interiore che sta vivendo, sull’angoscia di morte che ha preso una via pericolosa per essere risolta. Il bambino che si isola, non parla e non collabora non è un bambino tranquillo.

Il “mutismo” è un annesso dell’isolamento e vale quello che si è detto in precedenza. L’angoscia ha tolto la parola e il bambino non trova la possibilità di scaricarla. Non è un capriccio, è un’incapacità momentanea e reversibile. Il padre e la madre ridestino da questo isolamento il figlio attraverso la pazienza e la prudenza al fine di risentire la voce che ancora non sa articolare la qualità del messaggio. Lo stimolo costante delle loro parole e dei loro discorsi è auspicabile e risolutore.

“Sbattere la testa contro il muro” è un sintomo pesante e pericoloso perché attesta di un bisogno del bambino di liberarsi dai pensieri funesti e angoscianti e di una sua incapacità a risolvere da solo la brutta storia che gli gira dentro la testa. E’ necessario farlo parlare per dare corpo al pensiero, fargli dire i brutti pensieri che la sua testa elabora senza che lui possa fare qualcosa per impedirlo. Di poi, bisogna tenere sotto controllo il problema evidenziato e affidare il bambino allo specialista in psicoterapia. I genitori devono essere sensibili e non minimizzare il nucleo psichico che il “fantasma di morte” ha tirato fuori con le sue costanti provocazioni.

“Dondolare la testa” attesta di un rituale fobico e ossessivo che il bambino usa per manifestare la ripetitività dei suoi pensieri depressivi e per esorcizzare la ritornante emozione di perdita. E’ un segnale delicato e pericoloso come il precedente, per cui i genitori sono chiamati alla identica reazione.

In conclusione non dimentichiamo i “segnali individuali” che attestano di uno squilibrio o di un disturbo. I genitori conoscono i figli e sanno che qualche gesto o qualche atto, qualche postura o qualche movimento ha un significato particolare per il loro bambino. Questi sono i “segni soggettivi” che si ascrivono alla creatività di ognuno di noi. Tutti abbiamo elaborato ed elaboriamo segnali per indicare a noi stessi e agli altri uno stato d’animo o un conflitto. Tutti diamo un senso a questa nostra fenomenologia o modo di apparire agli altri. I genitori possono decodificare questi segni dei figli e possono intervenire con sollecitudine e premura. La parola e la razionalizzazione sono sempre buoni compagni di viaggio in questa relazione d’amore. Esempio: mio figlio quando ha paura mette le braccia conserte oppure mia figlia quando è arrabbiata muove la gamba o le sopracciglia: et cetera, et cetera, et cetera. Buona fortuna in questo approccio con i vostri figli e che sia foriero di nuovi sentimenti e di proficue scoperte per i grandi e per i piccoli. E quando tutto sarà passato, ricordatevi di non dimenticarli.

POSTILLA CONCLUSIVA

Il chiarimento del quadro clinico è motivato dall’attacco psichico che subiscono i bambini e gli adolescenti in questa drammatica contingenza e dalla messa in atto dei meccanismi di somatizzazione.

Siamo in un ambito psicologico, ma non va assolutamente trascurato il dato medico.

I bambini non vedono i nonni e le figure affettive di riferimento: questo è un fattore traumatico e chissà quale vissuto stanno elaborando su questa assenza.

Parecchi bambini e adolescenti sono toccati intimamente da un lutto, la perdita del nonno o della nonna, per cui i genitori stiano attenti alla “razionalizzazione del lutto” e favoriscano le manifestazioni del dolore a garanzia di una minore “rimozione” e dell’uso di meccanismi psichici meno pericolosi in tale drammatico contesto di perdita.

Ricordo che stiamo vivendo sulla testa e sulla pelle un evento eccezionale che non possiamo assorbire a livello psicologico se non con tempi lunghi. Attualmente possiamo soltanto razionalizzare la realtà in atto e metterci il migliore riparo possibile, ma cosa del nostro pregresso psichico ha evocato il famigerato “fantasma di morte” lo sapremo, grandi e piccoli, cammin facendo. Di conseguenza preservare oggi i piccoli e indifesi bambini significa aiutarli a non accusare disturbi domani. Questa opera di prognosi va fatta dai genitori con la massima solerzia e sollecitudine, oltre che con il sentimento della “pietas”, condivisione e riconoscimento, che è il miglior alleato del sentimento d’amore.

LO TSUNAMI E IL CAOS

LA LETTERA

“Doc, qua viene giù tutto: uno tsunami biblico.

Quando finirà, ci toccherà vendere la fontana di Trevi.

Quanto può tenere una quarantena simile senza che non comincino disordini di ogni tipo?

Ho paura, una paura che non ha niente a che vedere con nessun’altra prima.

Quando sono a casa e mi guardo attorno, analizzo che quanto ho a disposizione non vale niente. Sdraiato a letto prego che ci possa esser ancora qualcuno al mondo interessato a casa nostra in modo di poterla vendere, se serve.

Non ha un senso quello che stiamo vivendo. Nessuno può darmi risposte. Nessuna risposta o ipotesi mi sembra esauriente e degna.

E quando guardo i ragazzi, non riesco neanche a sperare per loro in qualcosa.

Non è la morte che mi spaventa, il Caos è la mia paura più grande.

Maurizio

Verona, mercoledì 01 del mese di aprile dell’anno 2020

LA RISPOSTA

Lo stesso Maurizio si porge su un piatto d’oro, sia pur con timore e tremore e senza consapevolezza, la risposta giusta al suo tormento vigile e consapevole e proprio quando alla fine della lettera scrive “E quando guardo i ragazzi, non riesco neanche a sperare per loro in qualcosa.”

Si è destata la “pietas” paterna. Maurizio dopo la paura dello tsunami e del Caos si imbatte in questo travaglio tra sé e sé, si imbatte nella sua paternità, nella sua nuova consapevolezza di essere padre e riconosce i figli provando dolore per la loro sorte, per il loro futuro. Anche la speranza è svanita in tanto trambusto psicofisico, ma la nuova consapevolezza della paternità è la giusta e naturale soluzione al suo tsunami e al suo Caos.

Procedo con metodo e passo dopo passo, ma non prima di aver ringraziato per il “doc”, la denominazione di origine controllata. Il sangue è come il vino, non mente.

Doc, qua viene giù tutto: uno tsunami biblico.”

Il senso della catastrofe e dell’irreparabilità: l’uomo ha peccato contro Dio e contro la Natura e la vendetta è pronta. Il senso di colpa per aver turbato l’armonia del creato e le leggi dell’universo è presente in questo novello diluvio universale. Purtroppo manca Noè e un altro patriarca non si profila neanche all’orizzonte. Al massimo oggi possiamo contare su qualche cavaliere in disuso o su qualche sceriffo con la stella di latta o su qualche patriottessa di antica memoria. Quella di Maurizio è angoscia e non paura del contagio o della restrizione della libertà, quella di Maurizio è angoscia allo stato puro ed evocata dalla situazione in atto e dal ridestarsi in lui del nucleo antico del “fantasma di morte”. L’esagerazione e l’amplificazione dell’evento “coronavirus”, una terribile pandemia tra le tante ed elevata alla potenza di precipizio e di maremoto, attestano che Maurizio è stato ben colpito nel segno, nel materiale psichico pregresso e depressivo, quello vissuto ed elaborato nella prima infanzia. Nonostante lo tsunami, il “coronavirus” ha pescato bene e non poteva essere diversamente perché tutti siamo bersagli del drammatico evento epidemico. Ricordiamoci che a tutt’oggi non siamo ancora consapevoli di quello che ci sta succedendo tra capo e collo e che lo saremo soltanto fra qualche anno. Per adesso stiamo battendo cassa e stiamo sopravvivendo al meglio consentito dai vari meccanismi di difesa che ci tutelano dall’emergere dell’angoscia.

Quando finirà, ci toccherà vendere la fontana di Trevi.

L’interesse e il denaro sono inevitabili trappole mortali e Maurizio non è buddista, Maurizio è stato toccato nelle sue attività lavorative e nei registri della sua economia aziendale. Il colpo è duro e non basta capire che la storia viaggia per “epoche critiche” ed “epoche organiche” e che siamo appena usciti da una “epoca organica” per imbroccare una crisi pesante, quella che ci consentirà di ricostruire e di pervenire alla fissazione di una “epoca organica” di stabilità e di noia, a cui nel breve tempo subentrerà un nuovo tzunami e un nuovo caos. Non basta la filosofia della Storia e la Fisica sociale di Comte per lenire l’angoscia di Maurizio. Alienare i beni culturali inestimabili, come la fontana di Trevi di Nicola Salvi e ripresa da Giuseppe Pannini, dimostra che la perdita è tanta ed è di natura culturale, oltre che mercantile. Emerge un tratto psichico “anale” nel nostro eroe, almeno così si esprime la Psicologia del Profondo, la Psicoanalisi. Emerge in Maurizio un tratto psichico “anale”, legato alla perdita di potere, a sua volta legato alla perdita di denaro. Emerge la rabbia come conseguenza della frustrazione subita, meglio, emerge l’aggressività in reazione al sentimento di prostrazione e di perdita degli averi e dei beni materiali così importanti e così umani. Totò, all’anagrafe principe Antonio De Curtis da Napoli, era riuscito a vendere la fontana di Trevi, nel famoso film “Tototruffa 62” di Camillo Mastrocinque, allo sprovveduto di turno e in elogio all’arte di arrangiarsi e alla creatività del Genio italico. Non vedo perché anche noi, che siamo i suoi degni eredi, non possiamo rifare l’operazione truffaldina e vendere anche il Colosseo, magari ai freddi Tedeschi o ai tulipani Olandesi che tanto ci ostacolano con le loro antiche e attuali invidie. Chi vivrà vedrà e mai parole furono così profetiche in questi giorni di grande stranezza e di grande disgrazia.

Quanto può tenere una quarantena simile senza che non comincino disordini di ogni tipo?”

La domanda è lecita, ma è finalizzata prevalentemente al turbamento dell’ordine sociale costituito, ai tumulti della piazza e agli assalti al forno di manzoniana memoria. Maurizio è preoccupato proprio dalla perdita dei beni materiali a opera della plebaglia che non aspetta l’ora di derubare i ricchi e di sostituirsi a loro. La filosofia spicciola e la rivoluzione sociale di Robin Hood sono da preferire all’ideologia dei comunisti rivoluzionari che seguono il “materialismo storico scientifico” di Karl Marx. Meglio l’assalto al supermercato Lidl di Palermo da parte dei posteggiatori abusivi disoccupati e dei tanti creativi che lavorano in nero, piuttosto che la rivoluzione proletaria propagandata da Francesco Guccini nella canzone sovversiva “la locomotiva”, quella degli operai guidati dall’emerito e benemerito macchinista ferroviere. Maurizio è tutto preso dalla perdita economica e dalla violenza sociale, non è abbastanza turbato dal virus che ammazza di brutto la gente anziana come me togliendogli il fiato. Maurizio è tutto preso da quello che il virus porta via ai ricchi e ai potenti. E’ vero che la quarantena desta turbamenti individuali e sociali, come ho descritto nell’articolo postato il primo di aprile, specialmente dopo quattro settimane di clausura a un popolo, come quello italiano, che non ha preso i voti nell’Ordine monastico di chissà quale santo. E’ vero che la limitazione della libertà individuale e la costrizione anche psicologica negli angusti confini di ottanta metri quadrati sono un’esperienza drammatica per il popolo, ma Maurizio è attaccato al denaro, all’affare, al guadagno, non contempla la perdita psichica e tanto meno la sindrome depressiva. Non è la vita il bene da tutelare, ma la “roba”, quella di mastro don Gesualdo del caro Giovanni Verga, il fotografo ante litteram catanese e il romanziere caposcuola del Verismo. Come mastro don Gesualdo Maurizio troverà il suo riscatto dal mito e dall’ossessione della “roba” in seguito, a testimonianza che la Psiche sa mettere le cose al posto giusto e senza la consapevolezza del portatore e della sua avida testa.

Ho paura, una paura che non ha niente a che vedere con nessun’altra prima.”

Giustamente quella di Maurizio è una paura centrata e consapevolmente legata alla perdita del potere economico, ma è soprattutto angoscia, perché sente che la sua paura di perdita non è quella di prima e non è come prima perché non ha oggetto specifico. Si è ridestato il “nucleo” psichico depressivo e ha evocato l’angoscia dell’ignoto, dell’indefinito, dell’indeterminato, la somma di tante paure che hanno perso la loro connotazione e la loro identità per diventare generica e semplice angoscia. Maurizio è in piena angoscia e sta male perché non sa la causa e la verità di tanto trambusto. Non è l’economia, ma è la psicologia, non è il denaro, ma è la sua organizzazione psichica che reagisce allo stimolo della perdita dei beni.

Quando sono a casa e mi guardo attorno, analizzo che quanto ho a disposizione non vale niente. Sdraiato a letto prego che ci possa esser ancora qualcuno al mondo interessato a casa nostra in modo di poterla vendere, se serve.”

Ritorna l’analità, la paura di perdere i beni, la sindrome di mastro don Gesualdo. Maurizio riflette pregando e si rende conto che tutto quello che ha accumulato va in malora e non serve a vivere perché è materia deperibile e non invidiabile. Ci sono beni maggiori e migliori per un uomo al di là del potere della materia che si perde. Maurizio non è più interessato ai suoi beni, non è lo tzunami che lo angoscia, è lui in prima persona e in prima linea che tramite questo evento ha fatto una scala dei beni per cui vale la pena vivere e morire. Maurizio è cresciuto ed è maturato. Adesso è in grado di dare il giusto rilievo al denaro e al potere perché ha paura di non sopravvivere, perché non si può mangiare il denaro, la sindrome del mitico re Mida che ebbe da Dioniso il dono di trasformare in oro tutto quello che toccava e che per questo dono morì di fame. Chi comprerà la sua casa per avere la possibilità di continuare a vivere? I valori vanno al giusto posto nella scala sociale e culturale. Più che l’angoscia del potere, potè l’angoscia del digiuno, l’affamamento, la morte per fame, la morte per mancanza di vettovaglie. Il denaro è una forma di potere da rivedere e da collocare nella giusta posizione nella scala dei valori personali e socioculturali. Il “coronavirus” con il suo carico di morti e di angosce è un buon maestro per chi sa ben leggere nel suo libro epidemico.

Non ha un senso quello che stiamo vivendo. Nessuno può darmi risposte. Nessuna risposta o ipotesi mi sembra esauriente e degna.”

Maurizio persiste nelle sue funeste resistenze a capire in pieno e appieno. Destituisce d’importanza logica il carico e il complesso dei vissuti in questo tempo di strage epidemica. Maurizio non vuol capire la lucida e fredda Logica dei segni del tempo storico e culturale. E non ha senso la lezione di Charles Darwin prima di questo evento traumatico che sta scuotendo l’umanità dalla testa ai piedi e sta mettendo al posto giusto le cose e i valori. Maurizio ricorre al suo bagaglio psico-culturale ed esistenziale e non trova la giustificazione a se stesso sul perché dovrebbe rinnegarsi e rinnegare la sua filosofia di vita. Non sa ancora che la verità sta affiorando da se stesso e tramite quelle risorse che non sapeva di avere e che erano dentro di lui. Quello che stiamo vivendo ha una semplicità estrema e ha un senso occulto da tirare fuori e che ci costringe a rivedere il nostro sapere e a riformulare le nostre azioni e le nostre convinzioni. Il passato è andato in fallimento e al presente si naviga verso un ignoto apparente con il cannocchiale dei naviganti, che è molto diverso da quello dei mercanti.

E quando guardo i ragazzi, non riesco neanche a sperare per loro in qualcosa.”

Ecco la soluzione di Maurizio, la sua paternità, il suo essere padre dei suoi ragazzi. Proprio quando dispera, si accorge dell’altro. Era tutto preso da sé, adesso si smolla e incontra ancora se stesso nella forma del padre. Io sono io, io sono il padre dei miei figli. Li guarda con la “pietas”, con la partecipazione empatica, li riconosce come destinati a una vita in cui lui non può intervenire, ma sente la responsabilità di averli messi al mondo, un mondo brutto e non bello in questo momento storico e in questa contingenza pandemica. Maurizio sente quasi la colpa di averli concepiti, desiderati e visti nascere e crescere. Guarda i ragazzi e ha una nova consapevolezza di loro semplicemente perché ha una nuova consapevolezza di se stesso. I figli sono lo strumento del padre per rivivere se stesso e le scelte importanti a cui non aveva riservato grande impegno riflessivo, a cui non aveva dato grande importanza tutto preso dallo sbarcare alla grande il lunario mercantile. Adesso li guarda con gli occhi puntati sulla fine di un’epoca “organica” e sull’inizio di un’epoca “critica” dettata dalla Morte e ispirata dalla pandemia. Adesso comincia a viverli non come una sua proprietà, ma come persone a cui non deve far mancare la libertà di decidere delle loro esistenze. Ma quale dramma sta vivendo veramente Maurizio? Quale parte sta recitando sulla scena del “coronavirus”? Quale nucleo si è mosso beneficamente nel suo animo tormentato dalla crisi economica? Questa è la chiave psichica elaborata da Maurizio in persona e finalmente per se stesso.

Non è la morte che mi spaventa, il Caos è la mia paura più grande.”

Maurizio sa e non vuol capire, ha tirato fuori la sua verità da solo e adesso sposta l’argomento dicendo che lo spaventa di cadere nell’indeterminato, tira fuori dal cilindro una tesi filosofica che fa capo al grande Anassimandro del quinto secolo prima del Signore. Maurizio non sa che il Caos greco è la Cosa più ordinata che l’uomo abbia mai concepito e non è quell’entropia che tutti si aspettano dal vocabolario andante e gergale. Maurizio ha una sacra paura dell’Indeterminato psichico, della perdita depressiva non del suo Avere, ma del suo Essere, parodiando Fromm. Maurizio non teme il contagio e la clausura monastica dei frati trappisti che da cistercensi erano diventati stanziali in attesa di morire con minor fatica. Maurizio è sorpreso da quello che emerge in lui, è frastornato dal nuovo vissuto che si profila nei riguardi dei figli. E come se li avesse guardato e vissuto con gli occhi dell’imprenditore e adesso di fronte al rischio di ammalarsi e di morire si converte e si regala una nuova visuale e una nuova prospettiva. La sua realtà di uomo si è finalmente evoluta nella sua realtà di padre attraverso il dolore. La sua morte si riscatta nella sopravvivenza dei figli e finalmente li vive con le sensazioni acerbe, finalmente prova dolore per l’altro. Finalmente sa di non averli goduti nella maniera giusta e si rammarica con se stesso mischiando nel crogiolo emotivo e sentimentale la felicità di essersi ritrovato ritrovandoli. Meno male che ancora siamo tutti in vita per poterne parlare e per poter riparare i fili della maglia che si erano diradati.

IN MEMORIA DI DIEGO NAPOLITANI

La conclusione è di scuola psicoanalitica, meglio gruppo-analitica, ed è dedicata al ricordo del mio docente degli anni ottanta, quell’uomo che, quando parlava, affascinava semplicemente perché raggiungeva le profondità marine inimmaginabili, come il mio amico di giovinezza Enzo Maiorca nel mitico mare di Ortigia. Diego Napolitani era nato a Napoli e della sua città aveva mantenuto la vena creativa e l’ironia di chi tra arabo e spagnolo capisce che ci vuole il dialetto milanese. A Milano fu medico ed endocrinologo, specialista in malattie nervose e mentali, psicoanalista e professore, caposcuola. Approfondì temi della Psicoanalisi freudiana e junghiana, abbracciò la Gruppoanalisi di Foulkes ed apportò il suo valido contributo di approfondimento e di novità.

La diagnosi finale dice che Maurizio, tramite l’evento reale, ha destato il suo “fantasma di morte”, il suo nucleo psichico depressivo, nella forma della perdita del potere economico per poi approdare alla risoluzione del vissuto traumatico attraverso la “pietas” paterna, il riattraversamento e la riattualizzazione del suo essere stato figlio, la comprensione e la partecipazione alla realtà psichica dei figli.

La psico-dialettica si snoda attraverso la triade delle posizioni e dei binomi seguenti: “potere e angoscia di morte”. “sapere e dolore per il non nato di sé”, “fare simbolico e morire della morte”.

Quando Maurizio vive il potere economico, s’imbatte nella possibilità di perderlo e vive l’angoscia depressiva.

Quando Maurizio ha la consapevolezza di sé e dei suoi vissuti legati alle scelte effettuate, avverte il dolore delle possibili e mancate esperienze che poteva vivere, il dolore per tutto quello che voleva nascere in lui e che non ha visto la luce.

Quando Maurizio si accorge dei suoi figli e della loro futura sorte, riconosce che non sono un suo possesso e che hanno una loro autonomia psicofisica. In questo modo si accorge che deve viverli come simboli, i suoi simboli, le sue rappresentazioni emotive e sentimentali che si sublimano nell’amore paterno e nel morire della morte.

Adesso, come Ivan Il’ic di Tolstoj, Maurizio può morire. Adesso Maurizio può inneggiare alla vita perché la morte è morta.