LA DEPRESSIONE

TRAMA DEL SOGNO

“Cammino in una strada di montagna facendo un giro largo, l’unico per attraversare qualcosa.

Arrivo in cima e mi trovo in una casetta non finita con una cucina, due stanze e un bagno solo con water e senza finestra. Le stanze sono in calcinaccio.

Dentro una delle camere c’è un giovane disteso su un letto tipo ospedale, probabilmente un malato che non poteva camminare.

Io esco per non guardare e per non sapere.

Torno indietro, c’è un pezzo a strapiombo e io soffro di vertigini.

C’è mia sorella e qualcun altro.

C’è una parete di montagna dove sgorga acqua e alcuni cercano di bloccare, ma in realtà non si blocca perché cade fuori.”

Questo è il sogno di Fede.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Cammino in una strada di montagna facendo un giro largo, l’unico per attraversare qualcosa.”

L’esordio del sogno è critico e non positivo, nonostante il paesaggio alpino. Fede è una donna che sublima la sua “libido” e in maniera oltretutto non appagante. La sua vita scorre in maniera incerta e le sue relazioni risentono di un’approssimazione che non contempla il coinvolgimento affettivo e umano. Fede è una donna apatica che vaga nel cammino di sua vita facendo giri larghi, senza sapere il perché delle sue esperienze e senza conoscere l’intensità emotiva delle sue azioni. Fede sublima la sua “libido” negli investimenti sociali, non approfondisce e non si lega, resta sul generico a livello mentale e sul labile a livello affettivo, difetta nell’individuazione dei suoi obiettivi e dei suoi progetti. Fede è veramente apatica e demotivata, è una donna che nelle sue esperienze non va al dunque e al perché. La domanda che sorge legittima è la seguente: da cosa si sta difendendo Fede con questo suo atteggiamento di vaghezza subliminale?

Arrivo in cima e mi trovo in una casetta non finita con una cucina, due stanze e un bagno solo con water e senza finestra. Le stanze sono in calcinaccio.”

Il “processo di difesa della “sublimazione della libido” non funziona tanto bene anche se arriva a giusto compimento. Il beneficio non è proficuo. Fede si ritrova, infatti, con una casa psichica “sgarrupata”, come diceva il bambino di “Io speriamo che me la cavo”, il libro del formidabile maestro napoletano Marcello D’Orta: la “casetta” non è una casa e oltretutto non è “finita”, l’affettività non si spreca, l’intimità e la sessualità sono ridotte e senza tante prospettive. “Le stanze sono in calcinaccio” si traduce nella precarietà psichica di cui si diceva in precedenza. Fede rievoca in sogno un momento non certo felice e armonioso della sua vita, un periodo in cui accusa una caduta della vitalità e dell’affettività, un deficit d’amor proprio in primo luogo. Fede è veramente in crisi e non trova gli strumenti giusti per reagire a tanto indefinito sconquasso. In primo luogo difettano il meccanismo psichico di difesa dall’angoscia della “razionalizzazione” e la funzione vigilante dell’Io. La fatiscenza domina questo quadretto da geometra alle prime armi.

Dentro una delle camere c’è un giovane disteso su un letto tipo ospedale, probabilmente un malato che non poteva camminare.”

Il sogno manifesta i simboli della psicodinamica in corso e in maniera spietata. Fede si è innamorata di un uomo “malato” e se lo porta dentro. Fede è legata a “un giovane disteso su un letto d’ospedale”, un uomo incapace di vivere con i piedi per terra e non legato al “principio di realtà”. Questo giovane accusa una precarietà della funzione vigilante e razionale dell’Io, è depresso e non sa vivere nella concretezza di tutti i giorni e nella condivisione sociale. Fede si ritrova legata dentro a un uomo che la stuzzica come madre e non come donna. Questo “giovane malato” non è traducibile nella parte psichica maschile di Fede e semplicemente perché il tono narrativo e descrittivo fa propendere la decodificazione verso una presenza interiore di ordine affettivo. Fede è innamorata di quest’uomo. Fede è una donna che tende a legarsi a uomini precari in opposizione alla sua affermatività o in sintonia alla sua debolezza psichica. Nel primo capoverso del sogno si è celebrata la “sublimazione” che non funziona e la struttura che non è compatta ed elegante, quindi il cerchio si può chiudere dicendo che Fede non sta bene e non riesce più a “sublimare la libido” nei confronti di un uomo che la blocca e la coarta con la sua inettitudine depressiva.

Io esco per non guardare e per non sapere.”

Ritorna in scena la Fede asettica e svogliata che non vuole assolutamente coinvolgersi maggiormente in una situazione di coppia che la vede vittima di un uomo di per se stesso depresso e ai ferri corti con la vitalità e la concretezza pragmatica. “Io esco” significa “io mi alieno, non prendo coscienza” e non oggettivo i miei stati d’animo e i miei vissuti al riguardo di questo signore malato di cui sono innamorata o penso di essere legata. “Per non guardare” equivale a una auto-consapevolezza impedita. Fede non vuole prendere atto di stare con un uomo che sta male ed è combattuta tra l’aiutarlo e l’abbandonarlo ai suoi pesanti disagi scegliendo se stessa e il suo benessere. Bisogna anche aggiungere che il conflitto di Fede si giustifica con il fatto che questa lampante depressione del giovane evoca il suo tratto depressivo e solletica in lei l’esplorazione di un nucleo profondo e adeguatamente rimosso a suo tempo, dopo il primo anno di vita per l’esattezza. “Per non sapere” si decodifica in “per non avere il gusto di me”, per non rivivere quel tratto depressivo che mi porto dentro e per non destare il nucleo dormiente di abbandono e di perdita. Fede è affascinata dalla malattia psichica ed esistenziale dell’uomo che si porta dentro e dietro. Fede non sa decidere se reagire affermando la consapevolezza della situazione in cui si trova o se lasciarsi andare alla sua depressione tramite quella del suo uomo per sondare questo tratto qualitativo della sua formazione psichica infantile. Riepilogando: Fede si trova ad assistere il suo uomo caduto in depressione e non sa scegliere la sua autonomia anche perché affascinata da questa sindrome psicopatologica che tutti indistintamente abbiamo sperimentato e accantonato nel corso della nostra formazione evolutiva.

Torno indietro, c’è un pezzo a strapiombo e io soffro di vertigini.”

Dopo la “sublimazione della libido”, dopo essersi prestata e prodigata verso l’uomo di cui è innamorata con un notevole spirito di sacrificio, Fede reagisce con il processo psichico di difesa dall’angoscia della “regressione”, torno indietro”, andando direttamente a visitare e a rivivere quel nucleo depressivo che ha incamerato nel primo anno di vita in riferimento alla figura materna e che consisteva nell’angoscia di abbandono e di perdita di cotanta figura protettiva e vitale. Nel regredire s’imbatte subito nel suo “fantasma di morte”, per dirla in termini tecnici, elaborato nella prima infanzia e che è rimasto dentro senza la necessità di essere razionalizzato. Ecco che la giovane donna si innamora di una persona affetta da sindrome depressiva ed ecco che reagisce mettendo in gioco e rievocando la sua potenziale depressione. Adesso si vedrà la qualità della “razionalizzazione” che Fede ha operato a riguardo del suo “fantasma di morte”. Se quest’operazione salvifica non è stata adeguata, Fede farà fatica a separarsi e a stare bene ripristinando un equilibrio che in atto non c’è e che richiede una profonda comprensione dei “fantasmi” della prima infanzia. Il “pezzo a strapiombo” significa la caduta depressiva e la perdita affettiva della figura materna da parte di Fede. “Io soffro di vertigini” equivale all’incapacità di maturare il senso della libertà e dell’autonomia psicofisica, al mantenimento di una dipendenza da una figura oltremodo rassicurante. Fede sa di non essere autonoma e di avere bisogno di dipendere. Ma una cosa è la dipendenza dalla madre, un’altra cosa è la “traslazione” dalla figura materna in un uomo che oltretutto ha bisogno di dipendere da lei. La dipendenza, in effetti, si attesta nella “regressione” al suo passato infantile e alla mancata “razionalizzazione” dei “fantasmi” elaborati da piccola.

C’è mia sorella e qualcun altro.”

Ecco il ritorno all’infanzia, alla famiglia e al sentimento della rivalità fraterna: “mia sorella e qualcun altro”. Fede rievoca tramite la depressione del suo uomo la sua vita in famiglia, la sua relazione con la madre, le sue paure primarie di non essere amata e di essere abbandonata, il “fantasma di morte” elaborato dalla sua psiche infante, il sentimento della rivalità fraterna, la rabbia maturata per la paura che la sorella le portasse via una quota dell’amore materno, il suo senso di precarietà e d’incompletezza psicofisiche e di necessaria dipendenza da figure significative. Questi stimoli sono fascinosi perché inducono a una presa di coscienza del nucleo depressivo, del come la depressione del mio uomo stimola la mia depressione latente. Ma certi viaggi non vanno fatti da soli perché sono pericolosi e ci vuole il compagno giusto per poter guardare il paesaggio e per ritornare alla vita quotidiana senza trasportare vissuti antichi al presente e subire danni da se stessi per operazioni “fai da te”.

C’è una parete di montagna dove sgorga acqua e alcuni cercano di bloccare, ma in realtà non si blocca perché cade fuori.”

Ecco la madre nella “acqua che sgorga da una parete di montagna”!

Fede s’imbatte nella logica consequenziale del suo sogno dopo aver sublimato la sua energia nel servizio al suo uomo, dopo essere regredita all’infanzia e al periodo in cui aveva elaborato e introiettato il nucleo depressivo secondo norma psichica evolutiva, dopo essere regredita al sentimento della rivalità fraterna e alla rabbia collegata. Fede, attratta dal fascino di questi suoi vissuti scatenati dalla caduta depressiva del suo uomo, si collega alla madre di tutti i vissuti, alla figura protagonista dei suoi “fantasmi”, la madre per l’appunto, e la santifica simbolicamente in una zona sacra e sublimata come la “parete di montagna” e la simboleggia nella classica e universale “acqua che sgorga”, madre che accorre in sostegno e in aiuto della figlia piccola e senza parola, “infante”. A questo punto, dopo la opportuna e buona “regressione” difensiva dall’angoscia di abbandono e di solitudine, Fede tenta di razionalizzare il suo stato di coscienza di donna adulta in crisi a causa della depressione del suo uomo, “alcuni cercano di bloccare” il ricorso alla madre e la “regressione” all’infanzia. Purtroppo Fede amaramente prende atto del fatto che la sua evoluzione psicofisica non contempla la “razionalizzazione” della figura materna e del nucleo depressivo infantile, del suo primario “fantasma di morte”, per cui si candida alla sofferenza di non saper decidere cosa fare con la sua depressione, più che con quella del suo uomo. Quel periodo formativo della sua vita è rimasto grezzo e senza le rifiniture di una buona comprensione della sua bambina dentro l’attuale donna. Spesso la vita non porta alla necessità di elaborare il nucleo depressivo maturato nella prima infanzia, per cui in seguito basta la convivenza con una persona che il suddetto nucleo lo ha fortemente esaltato senza razionalizzarlo e senza esserne padrone, per buttarci in una crisi patocca e delicata. Se ne può venire fuori con un’adeguata psicoterapia analitica, dal momento che si tratta di materiale profondo che va riattraversato e ricomposto dall’Io razionale. In particolare la figura materna va rivisitata e messa al posto giusto senza tanti tentennamenti e paure di irreparabile perdita.

E del suo uomo depresso?

Che vinca sempre l’amor proprio prima della generosa abdicazione. Se non razionalizza il suo nucleo depressivo, Fede non può essere d’aiuto al suo amato bene in crisi. “Parabola significat” che nella nostra vita corrente ci imbattiamo sempre in stimoli che mettono a dura prova la nostra formazione psichica e siamo costretti a rispondere in prima istanza con i nostri vissuti incamerati a suo tempo. E fu così che una donna di nome Fede incontrò l’amore in un uomo che soffriva di depressione e che tanto la scombussolò come il sogno attesta e testimonia.

Questo è quanto e in abbondanza si poteva dire del complesso e delicato sogno di Fede.

LE ZECCHE

TRAMA DEL SOGNO

“Mi trovavo all’interno di una stanza e mi sono accorta che avevo molte zecche che mi camminavano sulle braccia. Erano piccole e nere.

Vedendo che non riuscivo a toglierle o a fermarle, sono andata in bagno, ho aperto l’acqua nella vasca e ho immerso le braccia pensando di annegarle.

Invece mi sono accorta che continuavano a nuotare e salirmi sulle braccia. Una si è infilata sotto l’unghia, ho cercato di toglierla, ma n’è uscito del sangue che ha sporcato l’acqua della vasca.

Allora sono corsa in ospedale, ho fatto vedere all’infermiera all’entrata le zecche sulle braccia, lei non mi ha preso molto sul serio.

Allora con tutta l’agitazione e la paura che avevo, ho aperto il vestito che indossavo e ho mostrato le gambe.

Dal ginocchio in giù erano tempestate di zecche e gli ho detto che dovevano fare subito qualcosa.

L’infermiera, invece di portarmi dentro al pronto soccorso, ha chiamato un dottore perché mi guardasse e hanno perso molto tempo e non prendevano una decisione.

Io a quel punto mi sono svegliata in preda alla paura”

Questo e così ha sognato Adalgisa.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

“Mi trovavo all’interno di una stanza e mi sono accorta che avevo molte zecche che mi camminavano sulle braccia. Erano piccole e nere.”

La fecondazione è la psicodinamica vissuta sulla pelle da tutte le donne, al di là della loro disposizione psicofisica a mettere al mondo un figlio. Il benefico e naturale travaglio inizia dal menarca. In quel momento l’adolescente viene promossa a tutti gli effetti “donna” da Madrenatura, dalla famiglia e dalla società civile. La Cultura varia i suoi schemi di borgo in borgo e decreta l’iscrizione della bambina nel registro della fecondità e della fertilità. La stessa procedura non è seguita dalla Psicologia profonda della Femminilità semplicemente perché l’adolescente arriva nel tempo a viversi come donna e questo tragitto dura dai due ai quattro anni. Il sogno di Adalgisa è buon testimone di quanto affermato. L’interpretazione completerà l’opera di convinzione che il travaglio della fecondità, della fecondazione, della gravidanza e del parto sono tappe psicofisiche fenomenali e altamente formative nell’evoluzione dell’universo femminile.

Adalgisa visita in sogno la “stanza” riguardante la sua dimensione di donna e di madre e ha la consapevolezza di avere tanta paura della gravidanza perché “le zecche piccole e nere” sono gli spermatozoi in versione pessimistica e angosciosa. Questi animaletti molesti sono simboli del seme che può ingravidare nelle relazioni sessuali con i maschi. Le “zecche” “camminavano sulle braccia”, simboli della relazione, proprio per attestare simbolicamente della disposizione di Adalgisa a stare con gli uomini in intimità sessuale. Pur tuttavia e meno male viene fuori la sua paura di essere fecondata e all’uopo tiene le “zecche” sulle braccia e lontano dalle parti del corpo decisamente più pericolose.

Vedendo che non riuscivo a toglierle o a fermarle, sono andata in bagno, ho aperto l’acqua nella vasca e ho immerso le braccia pensando di annegarle.”

Adalgisa è una donna matura che non disdegna la compagnia maschile e i rapporti del suo tipo, è una donna che osa e che rischia, è una donna che ha dato al genio della Specie e che adesso vuole vivere il suo corpo in versione orgasmica, una dimensione psicofisica estremamente benigna. Magari ha avuto un rapporto sessuale a rischio e, appena si è addormentata, ha elaborato la sua paura sul tema, un vissuto ben radicato nelle donne che osano. Adalgisa non ha potuto controllare il suo maschio che eiaculava magari nel tentativo maldestro e dannoso di un “coitus interruptus”, uno stato psicofisico che sta nel mezzo ma che non è virtuoso a causa del persistente dilemma amletiano del “godo o non godo”. E, allora, alla fine dell’amplesso insorge in Adalgisa l’ansia e la paura di essere rimasta incinta. E’ importante che queste brutte bestie non degenerino in angoscia, che non evochino il materiale psichico pregresso al riguardo, perché altrimenti le carte si complicano e diventano ingiocabili. La simbologia conferma quanto detto nella “vasca” da bagno che è simbolo del grembo materno, nella “acqua” che è sempre il simbolo femminile del liquido amniotico, nel “toglierle, fermale, annegarle” che attestano di un rifiuto netto e crudo di restare incinta. Ricordo anche il rituale del “post coitum” da parte della donna in piena ansia di lavarsi le parti intime con una cura prossima all’ossessione e ispirato alla catarsi del senso di colpa. Adalgisa sta vivendo in sogno tutto questo trambusto psicofisico ambiguo e ambivalente, un cumulo di sensazioni che oscilla tra il piacere sessuale e la paura della gravidanza. Questo capoverso è l’allegoria del contrasto che si recita dopo il coito nell’animo e nel corpo della donna. A questo punto il sogno procede, progredisce e s’intensifica emotivamente nella rievocazione di un possibile trauma.

Invece mi sono accorta che continuavano a nuotare e salirmi sulle braccia. Una si è infilata sotto l’unghia, ho cercato di toglierla, ma n’è uscito del sangue che ha sporcato l’acqua della vasca.”

La scenografia diventa drammatica e lo psicodramma intenso. Adalgisa è alle prese con le sue angosce di fecondazione e di gravidanza. Tenta in tutti i modi di liberarsi dalla possibilità di un esito infausto del rapporto sessuale, evenienza legata a uno spermatozoo, “una zecca”, che ha fatto il suo dovere ed è andato al posto giusto, “si è infilato sotto l’unghia”. Per questo motivo è stato necessario un aborto con il “sangue che ha sporcato l’acqua della vasca”, il feto e l’utero. La simbologia è inequivocabile e semplice nella decodificazione. Adalgisa ha immaginato o ha vissuto una interruzione, spontanea o non, della gravidanza. L’ossessione della fecondazione si manifesta nel “continuavano a nuotare e salirmi sulle braccia”. “Mi sono accorta” denuncia la consapevolezza del quadro psichico nel sogno e nella veglia. Adalgisa ha proprio questo problema di fertilità e di rischio di gravidanza, ma non sa fare a meno dell’assalto delle “zecche” e della “unghia” birichina che accoglie la zecca giusta per la bisogna e atta all’uopo. Il coito è desiderato in maniera direttamente proporzionale alla paura di restare incinta. L’ansia giusta aiuta l’avvento dell’orgasmo. Decisamente lo stato d’agitazione in sogno è in crescendo, per cui vediamo il prosieguo.

Allora sono corsa in ospedale, ho fatto vedere all’infermiera all’entrata le zecche sulle braccia, lei non mi ha preso molto sul serio.”

E la storia si fa drammatica perché arriva “l’ospedale” e “l’infermiera” indifferente, almeno nella narrazione manifesta. La decodificazione dice che Adalgisa è giovane e alle prime armi e ha bisogno di aiuto, un aiuto didattico più che medico, ha bisogno di educazione sessuale, quella cosa che non si insegna ancora nelle scuole nella giusta maniera e che si lascia all’improvvisazione di sedicenti esperti e da cui i genitori si sottraggono per le vergogne e per le inibizioni maturate nella loro adolescenza. Ancora. Adalgisa sta sognando quando da ragazzina si è trovata a fare sesso e a prendere atto del rapporto sessuale e degli spermatozoi, di qualche irruenza ormonale e di qualche conseguente rischio. Adesso ha bisogno di aiuto in attesa della fatale mestruazione che taglierà la testa al toro e cerca disperatamente quelle rassicurazioni che non sono certezze, ma che aiutano tantissimo nel mare dei dubbi di una potenziale ragazza madre, come si chiamavano ai miei nefasti tempi le giovani donne che avevano portato avanti la gravidanza e partorito il figlio. Magari ha chiesto alla mamma, al posto della “infermiera”, qualche notizia sul sesso e sul coito e ha avuto come risposta un ridimensionamento del caso e una superficiale derisione. Propenderei verso l’interpretazione della mancata didattica e della forte pulsione sessuale, piuttosto che verso un trauma reale di interruzione di gravidanza e semplicemente perché la simbologia sarebbe diversa e maggiormente coperta ed ermetica. La semplicità dei simboli attesta della semplicità del caso, che, pur tuttavia, per la giovane Adalgisa è veramente complesso e ansiogeno.

Allora con tutta l’agitazione e la paura che avevo, ho aperto il vestito che indossavo e ho mostrato le gambe.”

Adalgisa celebra in sogno la sua “epifania” sessuale in riguardo alla didattica. Il quadretto è apparentemente piccante e conferma in maniera disarmante l’inesperienza e il bisogno di conoscenza dell’adolescente, una delle tante forme del “sapere di sé” e del suo corpo nel caso specifico. Il gesto di “aprire il vestito” simboleggia lo svelamento del problema e l’esibizione della sua condizione femminile alle prese con attributi e prerogative sessuali diverse dalla condizione maschile. Il “mostrare le gambe” non è un atto erotico di stampo seduttivo, ma equivale alla sintesi della problematica femminile legata all’acquisizione dell’identità di donna e di potenziale madre. Adalgisa è agitata e ha paura per quelle informazioni che non le vengono date in riguardo alla sessualità e per quell’educazione che le è stata negata per indolenza e per resistenza degli adulti, per remore religiose e per bacchettoni schemi culturali.

Dal ginocchio in giù erano tempestate di zecche e gli ho detto che dovevano fare subito qualcosa.”

Immaginate una ragazzina che comincia a vivere la sessualità “genitale” e si trova con il suo ragazzo nella medesima situazione psicofisica. Succede che l’eccitazione li coinvolge e a causa dell’inesperienza lui eiacula tra le gambe della ragazza con tanta paura di lei per quello che non sa e che non le hanno detto. Magari glielo hanno spiegato, ma una cosa è la teoria e un’altra cosa è la pratica. L’eccitazione sessuale lascia il posto all’agitazione per una gravidanza, oltretutto da giustificare al padre e alla madre. Ignorare aiuta l’agitazione anche a causa del senso di colpa che avvolge la sessualità e il suo esercizio quando non è consentito dalla legge materna e paterna, culturale, religiosa e senza dimenticare la legge del “Super-Io” della stessa Adalgisa, le paure e i limiti, le angosce e le inibizioni che da sola si infligge. La misura è colma e le “zecche” vanno spiegate nel modo giusto, perché tra gli ormoni che spingono e le circostanze relazionali che sorgono è molto arduo giostrarsi senza cadere nella tentazione eccitante del “proviamoci e speriamo bene”. Di poi, ci si potrà logorare in attesa del mestruo che immancabilmente in quel mese ritarderà, proprio perché chiamato in causa dalla psiche dispettosa e dalle tensioni in eccesso. Anche gli orologi biologici sono fortemente influenzati dalle emozioni, oltre che dagli ormoni. Se Adalgisa non ha confidenza con la madre, a chi volete che si rivolga per lenire le sue ansie, al padre? Magari! Si porterà dietro la sua formazione mancata fino all’autorizzazione a procedere nell’atto del matrimonio. Questo almeno secondo il vangelo dei genitori e della società bigotta dei miei tempi. In verità la giovane donna continuerà a trasgredire e a passare di eccitazione in agitazione con il rischio di restarci secca e possibilmente di contribuire beneficamente alla lotteria del Genio della Specie.

L’infermiera, invece di portarmi dentro al pronto soccorso, ha chiamato un dottore perché mi guardasse e hanno perso molto tempo e non prendevano una decisione.”

Adalgisa riconferma in sogno il suo dramma di allora: la mancata educazione sessuale e l’incidente di percorso nel primo esercizio della sua vita sessuale. Nessuno, anche gli addetti ai lavori, appagano i bisogni di sapere della giovane donna alle prese con il suo corpo che vuole e la sua mente che vuole sapere, di una Adalgisa che oscilla tra Eros e Dea Madre, tra la sua femminilità fertile e prorompente e le censure del Super-Io individuale e sociale. Il “pronto soccorso” è squisitamente psicologico, il luogo atto a un “SOS adolescente chiama e vuol sapere”, ma non la favola di Cappuccetto rosso e del lupo, bensì la verità oggettiva di un corpo che è maturato ed è pronto alla sessualità prospera e alla possibilità della maternità. Quante donne riferivano nelle sedute di psicoterapia di aver tanto desiderato una madre aperta e amica, piuttosto che una madre bigotta e tiranna. Lasciamo da parte il padre perché la sua figura così importante in questi settori è stata ed è latitante per stupidi pudori e maschili pregiudizi. I figli lamentano sempre questa lacuna educativa nei genitori. Il sistema educativo ha contribuito alle incertezze psico.evolutive di Adalgisa. “L’infermiera” e “il medico” rappresentano le figure genitoriali in versione sanitaria, una salute psichica più che fisica.

Io a quel punto mi sono svegliata in preda alla paura”

E con la “paura” della sua vita sessuale e della sua vitalità erotica Adalgisa è cresciuta. Lei ha chiesto, ma nessuno ha risposto in maniera adeguata ed esauriente, anzi hanno minimizzato le sue richieste in riguardo alla fecondazione e al rischio di gravidanza. Questo riesuma in sogno Adalgisa, il periodo in cui si addentrava nei misteri dell’Eros e aveva paura del suo corpo che era in perfetta salute e dei suoi primi contatti, più che rapporti, sessuali, che immancabilmente finivano con l’eiaculazione precipitosa del partner, altrettanto giovane e inesperto perché anche lui vittima del sistema educativo e culturale.

Chi non ha vissuto questo trambusto e queste esperienze faccia un passo avanti.

Ma vi siete mossi tutti o non si è mosso nessuno?

LE EREDITA’ DEL CORONAVIRUS

TRAMA DEL SOGNO

“Sono a casa in una stanza simile a una camera, ma non è proprio la mia camera.

Insieme a me ci sono due giovani uomini, uno è dottore sicuramente.

Ho preso delle gocce per dormire e uno dei due si accorge che la macchina a cui sono attaccata non funziona bene.

Dice all’altro che c’è qualcosa che non va e che non sto tanto bene.”

Questo è il sogno di Cosetta ed è lampantemente un sogno da coronavirus.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

PREAMBOLO RIFLESSIVO

Tra le tante eredità della “PANDEMIA SEVERA”,

– quella che ci ha chiuso in casa appena tornati dal lavoro e mentre cenavamo,

– quella che ci ha lentamente logorato per l’ignoranza della causa e dell’effetto,

– quella che ci ha messo di fronte a un nemico invisibile e cattivo,

– quella che ci ha inoculato la paura della morte e l’angoscia della fine,

– quella che ci ha fatto sentire il bisogno di avere una buona guida per traghettare l’Acheronte,

– quella che ci ha fatto sentire il bisogno di uno Stato preparato ed efficiente,

– quella che ci ha fatto sentire il bisogno di una Europa solidale,

– quella che ci ha fatto progressivamente capire l’inettitudine della classe politica, passata e presente, e il fanatismo di tanti media,

– quella che ha messo in evidenza l’assenza di un piano epidemiologico e di una strategia sanitaria a misura d’uomo e d’anziano,

– quella che ha messo tragicamente in moto l’improvvisazione e l’ignoranza,

– quella che equiparava la persona dimessa dall’ospedale a una persona definitivamente guarita,

– quella che ha spazzato ignobilmente troppi anziani per l’etica sanitaria privata del capitalismo spinto,

– quella che ha acceso i motori in una notte piovosa di tanti camion mimetizzati del pio Esercito italiano, gravidi di morti da trasferire nel forno crematorio più vicino,

– quella che ha messo quotidianamente alla ribalta televisiva i tristi virologi e l’orgoglio impenitente dei virus,

– quella che ha costretto il papa a una benedizione urbi et orbi verso una piazza san Pietro deserta,

– quella che ha lasciato sul campo di battaglia duecentodue operatori sanitari,

– quella che ci è costata ufficialmente trentatremila morti,

– quella che immancabilmente ha mostrato lo sciacallaggio della corruzione anche nelle migliori famiglie di moralisti italici,

– quella che ci ha esaltato come un popolo coeso e orgoglioso di Mameli e di Modugno,

– quella che ci ha fatto piano piano amare la scuola e i professori proprio per l’assenza,

– quella che ci ha indotto a recuperare i miti e i riti del passato,

– quella che ci ha fatto conoscere il vicino di casa e le virtù del lavoro sanitario e non solo: vedi le commesse del supermercato e gli operatori ecologici,

– quella che ci fatto capire la relatività della questione dei migranti e la stupidità della concezione dello straniero come nemico,

– quella che ci ha fatto riscoprire gli affetti e a rivalutare le inimicizie,

– quella che ci restituito l’aria pura senza il biossido di carbonio, il cielo e il mare azzurri,

– quella che ci ha fatto ridere, piangere, pensare, divertire, scoprire, riscoprire, fare, cosare, rifare, brigare, sognare, intrallazzare…,

– quella che ci fatto ammalare e immaginare malati,

tra le tante eredità della PANDEMIA SEVERA,

– quella che ha indotto il semplice e umanissimo sogno di Cosetta,

– QUELLA CHE HA SOVRACCARICATO LE DONNE DI RUOLI, DI MANSIONI, DI COMPETENZE, DI LAVORI, DI FATICHE E DI SOGNI DI GLORIA,

di fronte a questa “PANDEMIA SEVERA” è importante non abbassare la guardia e soprattutto di fronte all’ultima eredità.

Dopo tanto preambolo procedo con l’interpretazione del sogno di Cosetta.

Sono a casa in una stanza simile a una camera, ma non è proprio la mia camera.”

Cosetta sogna un evento possibile e all’ordine del giorno nel periodo della pandemia. A distanza di tre mesi emerge la preoccupazione reale di Cosetta di infettarsi e di essere ricoverata in ospedale per essere curata. La “stanza della sua casa simile a una camera” è proprio la stanza anonima di un ospedale, tutta da conoscere perché sconosciuta. Questa esperienza non è eccitante per Cosetta, è ignota e disarmante perché la trova passiva, alla mercé degli altri e degli eventi. “La mia camera” si traduce in “non è proprio un’esperienza che volevo fare” e che ho potuto fare in sogno a distanza di tempo, a conferma che il sogno non realizza soltanto i desideri, come voleva Sigmund, ma anche le paure, e dà immagine anche alle angosce recondite di ogni persona. Nella nostra “casa” psichica non c’è la stanza dell’ospedale, ma sicuramente in qualche sgabuzzino c’è il “fantasma di morte”. In ogni modo bisogna attrezzare dentro di noi anche la camera dell’ospedale per essere pronti agli eventi patologici. Importante non costruire un ospedale inutile magari in quindici giorni per scimmiottare i cinesi, sempre dentro di noi s’intende.

Insieme a me ci sono due giovani uomini, uno è dottore sicuramente.”

La terminologia semplice e accessibile apre un contesto inequivocabile nella Logica della simbologia e della razionalità. I dottori servono per curare una donna ammalata che ha anche bisogno di rassicurazione. La disposizione di Cosetta verso l’universo maschile è generosa e si vede chiaramente nel concepire gli “uomini” che sono in “due” e “giovani” e con il beneplacito, per almeno uno di loro, di essere “dottore sicuramente”. Il medico in tempo di pandemia è una panacea non soltanto onirica, ma anche reale, dal momento che cura i mali del corpo e dell’anima con la sua presenza e la sua competenza, con il suo abito e il suo sapere. Cosetta ha elaborato da sveglia la possibilità di ammalarsi di coronavirus e di essere ricoverata in ospedale con tutte le conseguenze del caso, tra cui quella di imbattersi in un infermiere e in un dottore. La preferenza per l’elemento maschile è legata alla formazione psichica di Cosetta e al suo privilegio verso la figura protettiva e sapiente del padre quando era bambina. I due giovani uomini sono la “proiezione” dei suoi bisogni e della sua elezione verso l’affidamento alle figure maschili. Come dicevo in precedenza, Cosetta ha vissuto il padre come una pietra miliare da seguire e un’ancora di salvezza da gettare nel gran mare della vita durante le tempeste.

Ho preso delle gocce per dormire e uno dei due si accorge che la macchina a cui sono attaccata non funziona bene.”

Cosetta in tanta incertezza psicofisica sa già che deve variare lo stato di coscienza e che non può affrontare in maniera vigilante la malattia, per cui ricorre all’alleato ansiolitico e sonnifero, uno psicofarmaco a testimonianza della criticità patologica in cui versa. La ricerca di una leggera anestesia non basta. Cosetta corre ai ripari dal pericolo di morte attaccandosi alla “macchina” che pessimisticamente “non funziona bene”. Prevale in Cosetta, nella sua formazione e nella sua “organizzazione” psichiche, la paura di morire più che di guarire. Non si tratta di vedere il solito bicchiere mezzo vuoto, è un tratto “orale” di perdita che prevale sul tratto “genitale” di acquisto. Cosetta non aspira a vivere l’esperienza della malattia per incamerare nella sua casa psichica anche questa avventura, ma per mettere alla prova il suo bisogno di aiuto e di non restare sola. Sia pur con tanta dignità la sua richiesta è ineccepibile quanto esplicita e suadente. Ma la sfiga non arriva mai da sola, per cui il pessimismo di Cosetta non si ferma al contagio perché travalica nella sfortuna di un respiratore artificiale che “non funziona bene”. Tra il sopravvivere al dramma e il restarci dentro Cosetta sceglie il secondo.

Dice all’altro che c’è qualcosa che non va e che non sto tanto bene.”

Ed ecco la conferma nella scena onirica dei due uomini di turno che disquisiscono sullo stato precario di salute e sull’inaffidabilità delle macchine sanitarie. E’ quasi una tresca, quanto meno una complicità tra i due uomini devoluti da Cosetta in sogno alla sua salute e alla sua sopravvivenza. L’affidamento non è acritico, ma ben ponderato trattandosi di figure sanitarie.

In effetti, cosa c’è che non va in Cosetta?

Perché non sta tanto bene?

Quale materiale psichico ha riesumato la pandemia, oltre al famigerato “fantasma di morte”?

Il sogno non lo dice, ma afferma che la “componente sacrificale” di Cosetta ha una buona consistenza. Si aggiunga che il “pessimismo” fa da degna cornice a questo tratto psichico della protagonista. Ricordare che il “tratto sacrificale” ha una grossa motivazione affettiva, non fa mai male. Cosetta è alle prese con la sua “posizione psichica orale”, amare ed essere amata, e si candida alla perdita depressiva in questa evenienza storica della pandemia e soprattutto del dopo pandemia.

Del resto, tutti siamo stati costretti in questi tre mesi a reagire agli stimoli ricevuti con i tratti specifici della nostra “organizzazione psichica” e progressivamente abbiamo incamerato i vari vissuti. Vedremo il resto del nostro film man mano che procederemo verso una nuova normalità.

Che sia la buona visione di un film interessante e profondo!

Tenete duro perché ce la racconteremo ancora sul blog dei sogni.

L’IRREALE REALTA’

A noi che non possiamo avere contatto, l’incredibile irrealtà della realtà ci ha toccato all’improvviso sulla soglia di un pronto soccorso.

Abbiamo lasciato parlare gli occhi silenti.

Attendo le tue telefonate e inganniamo il pensiero del male impronunciabile guardando insieme a distanza cartoni animati.

Dieci minuti d’aria ti sono concessi e noi ci nascondiamo agli occhi della Security per farli diventare venti.

Sarebbe bello moltiplicarli all’infinito, come il miracolo dei pani e dei pesci sul lago di Tiberiade.

Ma tu non sei carcerato, sei soltanto ricoverato ai tempi del coronavirus.

Come un’innamorata di altri tempi corro con il cuore in gola per consegnare, all’ingresso di quella strada alberata dove timidamente le foglie stanno inverdendo in queste giornate di amara primavera, una lettera d’amore che ti verrà recapitata nella tua stanza n° 4, nella stazione 51.

Qualcosa nella tua linfa sta bollendo.

Spero che da tutto ciò scorra nuova linfa nel nostro amore, che ti sia di cura e dia nutrimento alle nostre anime sole e provate.

Ovunque conduca il viaggio, io cammino al tuo fianco.

Francy

Berlino, giovedì 30 del mese di Aprile dell’anno 2020