MIO FIGLIO E MIA MADRE

TRAMA DEL SOGNO

“Mi trovavo in un parco naturalistico con mio figlio.

C’erano tanti animali liberi che correvano, cervi e rinoceronti.

C’era anche un torrente di acqua limpida e ho sollecitato mio figlio a tuffarsi.

Lui si è tuffato e il torrente si è ridotto a una pozza d’acqua che piano piano l’ha inghiottito. Solo la mano era fuori.

Ho cercato di dargli la mia mano per tirarlo fuori.

Lui l’ha presa, ma non sono riuscito a tiralo fuori e ho visto che è stato inghiottito dalla terra.

Mi sono svegliato angosciato.”

Simone è il sognatore in questione.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Annuncio subito che questo sogno si decodifica secondo le coordinate simboliche di un doppio registro: “Simone e sua madre”, “il figlio di Simone e la madre”, ossia la moglie di Simone e sempre secondo i vissuti di Simone. Entrambe le interpretazione sono presenti e possibili. La prima è profonda, la seconda meno, ma funge da causa scatenante, “resto diurno”, del sogno. La prima risale all’infanzia, la seconda all’età matura.

Parto per questa ardua impresa.

Mi trovavo in un parco naturalistico con mio figlio.”

Il quadretto onirico presenta il padre e il figlio in una cornice di vera Natura. E’ veramente degno di menzione per l’eccezionalità qualitativa e comporta nell’immediato una riflessione. L’agiografia, la pittura dei santi e non soltanto, mostra sempre la Madonna con il bambino e quasi mai Giuseppe con Gesù infante. Anche la pittura laica ha scelto e preso questo orientamento culturale.

Avete mai visto un quadro o un affresco sul tema della paternità?

Un figlio e tanto meno una figlia in braccio al padre?

Io ignoro, almeno per il momento. La spiegazione antropologica culturale esige che la madre con il figlio condensi simbolicamente l’Origine e il primato occulto del “principio femminile”, mito greco di Gea. Il padre con il figlio contiene la simbologia del potere culturale e politico, nonché la trasmissione di questo potere.

La spiegazione psicoanalitica, sempre su “padre-madre-figlio-figlia”, richiama la “posizione psichica edipica”, la conflittualità tra padre e figlio e la “castrazione” psichica di quest’ultimo a opera del primo e sempre nei vissuti del figlio. La spiegazione psicoanalitica rievoca la primordiale ostilità verso il padre da parte dei figli e l’imposizione dei tabù per la convivenza sociale dopo il parricidio da parte di quei figli terribili. Mentre, per quanto riguarda la madre con il figlio, la Psicoanalisi ha un occhio di riguardo perché la relazione ha un contenuto etico e filogenetico di Amore della Specie che oscura il desiderio incestuoso del figlio: il primato femminile e la dipendenza dell’universo maschile. Se poi, per par condicio, consideriamo la diade “padre-figlia”, la dialettica psico-culturale s’imbatte nel tema dell’incesto e della violenza paterna almeno durante la giovinezza del padre, mentre nella vecchiaia la dialettica acquista i toni della devozione e dell’amore filiale, “pietas” verso il padre: il tema psico-culturale della figlia Antigone e del padre Edipo. Una figlia in braccio al padre in una tela pittorica, sacra e profana, risulta assente nella mia debole memoria e nella mia tanta ignoranza.

Questi accenni antropologici come inizio dell’interpretazione di un sogno non vanno proprio male. Del resto, ho sempre sostenuto che un sogno non è un semplice sogno, è tanto di più, è un prodotto psichico che contiene veramente tanto di altro. Evoca tanta Cultura, per esempio. Nulla di nuovo sotto il sole e la luna.

Convergo sul tema onirico di Simone.

La rara e preziosa diade “padre-figlio” si trova in un ambito di intimità affettiva e protettiva dove dominano, per l’appunto, i bisogni naturali e sono estromessi le artificialità formali, oltretutto destituite di carica emotiva e sentimentale. Simone si sta dicendo in sogno che sta bene con suo figlio e che vive bene il ruolo di padre anche nella veste familiare, quando le manifestazioni psichiche vertono sull’intimo e sul privato. Non si tratta della classica gita al parco del Gran Sasso o di Vindicari o di Pantalica, si tratta della simbolica solidarietà che si stabilisce tra padre e figlio quando si convive e, possibilmente nei casi di divorzio, quando il figlio soggiorna con il padre per obblighi di legge e soprattutto per bisogni formativi psichici. Insomma Simone ama suo figlio e sicuramente è molto attaccato alla sua creatura a tutti i livelli. Questo è il significato psichico di “mi trovavo con mio figlio in un parco naturalistico”: il senso intimo e vitalistico della paternità.

Consideriamo anche la tesi che Simone rievoca la sua infanzia e il suo bambino dentro. Quel figlio è quel se stesso proteso nel desiderio di un padre ideale. Simone si “sposta” in suo figlio e si attesta come quel padre che è e come un buon modello di padre che cura il figlio nel versante psicofisico e che avrebbe desiderato.

C’erano tanti animali liberi che correvano, cervi e rinoceronti.”

Questa è la classica descrizione simbolica dell’universo degli affetti, delle pulsioni e dei bisogni allo stato puro, quando gli istinti sono liberi di esprimersi nel migliore teatro e nelle forme diverse. Tutta la fenomenologia dell’amore parte dal basso e, di poi, include l’alto, parte dal sistema neurovegetativo e arriva alla consapevolezza dell’Io e alla razionalizzazione. La base dell’amore paterno è l’istinto di investire nel figlio liberamente la “libido”, quell’energia vitale del padre che occupa i suoi spazi pulsionali e sentimentali. Il padre provvede alla sopravvivenza e al benessere del corpo del figlio e in questo compito filogenetico non è da meno della madre. Queste sono situazioni che richiedono un intervento sanguigno e ancestrale. Simone ama suo figlio con quel trasporto sensoriale ed emotivo che rievoca le frustrazioni della paternità e i sensi di colpa legati all’assenza. Il padre sta compensando ampiamente con il figlio tutta una serie di istinti e di pulsioni che si traducono nei bisogni consapevoli di un uomo devoto al suo ruolo e al suo compito per profonda convinzione. Gli “animali” rappresentano simbolicamente gli istinti e sono tutti maschi e “liberi” come in una prateria naturale e ricca di vita. Niente è addomesticato dalla Cultura o dall’abitudine, tutto il sistema neurovegetativo è allo stato puro o quasi. Simone è orgoglioso del suo essere maschile e del figlio maschio. Si tratta di corrispondenza di amorosi sensi, di empatia e di simpatia, si tratta di “filia” e di “pathos”.

Quello che Simone ha descritto per il figlio, vale anche per se stesso nell’infanzia.

C’era anche un torrente di acqua limpida e ho sollecitato mio figlio a tuffarsi.”

Dopo l’elogio della paternità Simone sposta, trasla, proietta sul figlio i suoi bisogni di assolvere eventuali sensi di colpa. E’ questo il senso del “torrente” e il significato della “acqua”. Quest’ultima, oltretutto, è “limpida”, è quasi pura, è esente da qualsiasi colpa e travaglio psicologico sulla colpevolezza. Simone non si sente in colpa nei confronti del figlio e si tuffa tramite il figlio in questo bagno che non può essere catartico per il motivo suddetto. Il sollecitare a “tuffarsi” indica la ricerca di un eventuale residuo di colpa, ma in ogni caso l’azione del “torrente” è forte e liberatoria da eventuali scorie psichiche non pienamente ripulite dalla consapevolezza e dalla razionalizzazione. Simone ha una buona e limpida “coscienza di sé”, almeno fino a questo punto. Il padre si sta gestendo con il figlio in maniera egregia e costruttiva, analizzando le sue pulsioni e le sue colpe. Le prime sono ottime e le seconde altrettanto. Meglio di così c’è il paradiso delle “uri”, le fanciulle dagli occhi neri di cui parla il Corano. Non dimentichiamo, comunque, che la simbologia del “torrente” e della “acqua limpida” indica l’energia vitale, la “libido” disinibita.

Lui si è tuffato e il torrente si è ridotto a una pozza d’acqua che piano piano l’ha inghiottito. Solo la mano era fuori.”

Da pieno e poderoso il sogno di Simone si colora all’improvviso di un drammatico evento: la fagocitazione materna. Mostra la “parte psichica negativa” del “fantasma della madre” elaborato nella primissima infanzia, la madre che annienta e divora il figlio, la madre che crea forti dipendenze e non libera, la madre che ama e ricatta, la madre che disconosce e uccide l’autonomia psicofisica del figlio. Si conferma la doppia lettura del sogno, una di superficie e l’altra profonda, una che riguarda il figlio di Simone e l’altra che riguarda lo stesso Simone.

Meglio: Simone sta rievocando la sua storia psichica o è preoccupato per la relazione del figlio con la madre?

Ci sono entrambe le possibilità e le problematiche. In ogni caso si privilegia Simone e la sua storia psichica e si afferma che il figlio e la sua relazione con la madre funge da “causa scatenante”, resto diurno”, del sogno di Simone. Mi spiego ancora meglio. Simone padre è preoccupato per la dipendenza eccessiva dal figlio dalla madre, sua moglie o ex moglie, e nel sogno elabora la sua storia psichica di dipendenza da sua madre. Chiarito ogni equivoco e dubbio, la simbologia dice che la “pozza d’acqua” rappresenta la “parte negativa” del “fantasma della madre”, quella che crea dipendenze e non favorisce l’autonomia: “Piano piano l’ha inghiottito”. “La mano” che “era fuori” rappresenta la sola relazione salvifica possibile dalle grinfie nefaste della madre, simbologia, rafforzata e inequivocabile, della terra e dell’acqua. Questa “mano”, che Simone lascia fuori dal fango nello psicodramma onirico del figlio, è la sua. Si cerca disperatamente a questo punto il salvatore, il “deus ex machina” della tragedia greca che risolveva alla fine tutti gli enigmi e i conflitti che agli uomini mortali non era data possibilità di soluzione e di ripartenza per il prossimo travaglio delle umane sorti, per la prossima tragedia.

Ho cercato di dargli la mia mano per tirarlo fuori.”

Cosa può fare un padre di fronte al figlio che viene divorato dalla madre?

Cosa può fare un figlio di fronte alla madre possessiva che non lo riconosce come l’altro da sé, come l’oggetto esterno da amare e non da distruggere, come l’oggetto esterno su cui investire la sua “libido genitale” e non “orale”, insomma come il figlio?

Chi ha dato a suo tempo una mano a Simone?

Di certo, al figlio è il padre in persona, Simone, a tentare il salvataggio. Quel padre è mancato a Simone bambino. Gli è mancata quella figura che poteva salvarlo dalle insidie della madre immatura e ferma all’esercizio della “libido orale”, una madre ferma a contenere il rischio depressivo e per questo motivo indotta naturalmente a tenere i figli con sé vita natural durante. Simone realizza con suo figlio il desiderio di un padre presente che a suo tempo lo avrebbe tirato fuori dalle sabbie mobili della madre possessiva e in odore di depressione per la sua immaturità psichica. Gli ha “dato la mano”, non lo ha afferrato con la “mano”. Il salvataggio del figlio non è energeticamente consono e proporzionale al pericolo della madre fagocitatrice e del pericolo di annientamento che sono sul drammatico tappeto. La simbologia riporta in auge la “mano” e il “tirarlo fuori”, lo strumento relazionale e la soluzione del dramma senza ricorrere al “deus ex machina” di prima o all’imponderabile di sempre. Sulla scena sono presenti una madre possessiva, un padre preoccupato che ricalca in parte la figura di suo padre, un figlio in piena crisi di dipendenza e alla ricerca di una possibile autonomia. Tutti questi personaggi sono lo stesso Simone, sia nell’essere traslati nel figlio e sia nell’essere attribuiti al figlio. Lo psicodramma è del padre e il figlio è lo strumento per rivivere e riattraversare le esperienze vissute a suo tempo.

Lui l’ha presa, ma non sono riuscito a tiralo fuori e ho visto che è stato inghiottito dalla terra.”

Simone ha fato di tutto per salvarsi dalle spirali maligne della madre, ma non c’è riuscito anche perché l’azione salvifica del padre non è stata a suo tempo incisiva e determinante. Simone adesso, vedendo il tipo di relazione del figlio con la madre, rivive la stessa psicodinamica e lo stesso dramma. La scena biblica dell’essere “inghiottito dalla terra” si risolve nella semplice dipendenza psichica dalla figura materna per bisogno della madre di avere un ruolo, una funzione, un compito, una collocazione storica al fine di evitare la perdita di senso, di significato e di valore, la sua larvata “depressione” da “oralità” non risolta e non superata perché non evoluta nelle successive “posizioni psichiche”. E in quest’ultima minaccia psicopatologica incide anche la solitudine della madre e l’angoscia della perdita, favorita da altre perdite subite, tra cui ci può essere un marito assente o un uomo superficiale. Certo che la dipendenza del figlio dalla figura materna non evoca soltanto l’adolescenziale “posizione edipica”, il conflitto con il padre e il bisogno di possesso della madre, evoca soprattutto il forte legame affettivo della prima infanzia che ha rasentato la morbosità, la quasi malattia.

Il meccanismo psichico del “processo primario” che gestisce la scenografia del sogno, la “figurabilità”, ha trovato la sua eccellenza nel rappresentare allegoricamente lo psicodramma in questione: “Lui l’ha presa, ma non sono riuscito a tiralo fuori e ho visto che è stato inghiottito dalla terra.”

Nulla da aggiungere, perché tutto si è compiuto nel migliore dei modi psicologici, nonostante la crudele atrocità del quadro finale.

Altro che il figlio in braccio al padre!

IL MIO BAMBINO DENTRO

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Mi trovavo in una casa davanti a un bambino che mi era stato affidato. Era quasi un neonato e se ne stava disteso mentre io lo osservavo.
Ad un tratto sentivo come una voce narrante dire che il piccolo avrebbe preso in mano un biberon, e così accadeva. La voce continuava dicendo che, disgraziatamente, dentro c’era un forte veleno.
Vedevo il bambino mangiare il contenuto del biberon, che somigliava a un favo di miele dalla consistenza morbida. Provavo paura per quello che avevo udito, tanto più che dopo poco il bambino iniziava a dare segni di sofferenza.
Mi era chiaro che il bimbo sarebbe morto e questo mi dispiaceva e spaventava.
Vedendo che cominciava a piangere, mi sforzavo di sorridergli, riuscendo a farlo calmare e mettergli addirittura allegria.
Poi il bambino cambiava aspetto, sembrava come cresciuto rapidamente. Non mi era chiaro, ma sembrava una ragazzina con capelli corti e ricci.
Le prendevo le mani e le dicevo che mi dispiaceva per quello che era successo. Ci dicevamo che, ad ogni modo, saremmo rimasti amici per sempre ed era come se ci stessimo dicendo addio.
Poi mi svegliavo.”

Questo sogno porta la firma di Sabino.

INTERPRETAZIONE – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

L’evoluzione psicofisica è un processo naturale apparentemente semplice e realmente complesso. Un uomo adulto si porta sempre dentro un bambino, il suo essere stato “bambino”, una creatura che deve costantemente curare, considerare e amalgamare con la realtà “in fieri” del suo presente, con le mille sfaccettature della sua quotidianità e con le tante novità agognate nel bene e nel male. L’ infanzia è la radice psichica della vita adulta: leggi a proposito il testo omonimo di Melanie Klein. I “fantasmi”, elaborati quando eravamo senza parola (“in-fante”) e con i sensi esaltati (“allucinazioni)”, si riversano massicciamente nell’età adulta, si rielaborano in maniera sofisticata e si evolvono in una “organizzazione psichica reattiva”, la sostanza o la struttura della varia fenomenologia umana, la base dei diversi modi di apparire a noi stessi e agli altri. Quella che chiamiamo con un termine antico e nobile “Psiche” (“Vivente animato”), può essere considerata il “precipitato” di una serie di “fantasmi”, più o meno organizzati e sempre in via di evoluzione, che esige nella progressione della vita cosiddetta adulta di essere razionalizzata per essere agita con il massimo equilibrio e con il massimo profitto possibili alle condizioni date. La “consapevolezza” è essenziale in questa operazione di crescita che termina con l’elettroencefalogramma piatto, con la morte del cervello per l’appunto. Conoscere i propri “fantasmi” equivale alla “coscienza di sé” e si traduce in un’azione utile: pragmatismo psichico. Ogni età ha la sua dose progressiva e giusta di “razionalizzazione”. L’eccesso è psicopatologico e porta alla caduta della creatività e nel peggiore dei casi alle formazioni deliranti. La necessità psicologica di dare alla funzione razionale “Io” la grande responsabilità di “sapere dei fantasmi” è anche in funzione di dare equilibrio alle spinte pulsionali dell’Es e alle spinte repressive del “Super-Io”, alle rappresentazioni dell’istinto e ai divieti della legge morale. L’Io è determinante nel corso della vita e la sua azione va sempre dosata giustamente senza il sacrificio delle pulsioni e dei limiti, senza che le prime tralignino nelle inibizioni e i secondi nelle repressioni. Questa è la tesi di fondo di quella Psicoanalisi dell’Io che il secondo Freud portò avanti ridimensionando le varie cospirazioni dell’Inconscio.
Ritornando al tema del “bambino dentro” e dei “fantasmi” primari, una giusta riflessione sulla vecchiaia considera un ritorno e una rimessa in atto delle linee psichiche caratteristiche della prima formazione: “da vecchi si ritorna bambini”, recita degnamente un antico adagio. Questo fenomeno regressivo non è basato soltanto sul sentimento d’invidia verso la gioventù degli altri o sulla legittima nostalgia di un passato che non può tornare e non può essere rivissuto, si attesta soprattutto sul ritorno all’uso delle modalità di pensiero del “processo primario”. La “Fantasia” ritorna al potere nella vita quotidiana con il preciso compito di lenire e frastornare l’angoscia di una morte avvertita sempre più vicina e sentita questa volta come la propria. Dopo avere assistito a tanti traumatici funerali, risolti con l’onnipotenza della sopravvivenza e con l’ingiustizia del sopravvissuto, ci si dispone all’impossibilità di assistere alla propria cerimonia funebre e funerea.
Questa “regressione” del vecchio all’infanzia comporta l’uso dei “meccanismi psichici di difesa” arcaici, quelli più pericolosi per l’età adulta ma non per il bambino. Essi sono il “ritiro primitivo” in base al quale si fugge dalla realtà sotto le frustate dell’angoscia di morte, il “diniego” in base al quale si rifiuta e si nega la realtà della morte perché carica d’angoscia, il “controllo onnipotente” in base al quale si esercita un potere a dismisura sulla morte entrando in conflitto con la realtà e i suoi principi, la “idealizzazione” e la “svalutazione” in base alle quali si esalta e si sublima al massimo la morte per poi incorrere in pesanti delusioni, la “proiezione” e “introiezione” e “identificazione proiettiva” in base alle quali si ha una notevole difficoltà nella dialettica interno-esterno e si vede nell’altro la propria angoscia di morte, la “scissione delle imago” o “splitting” in base alla quale si sdoppiano le parti del “fantasma di morte” in “buono” e “cattivo” per incapacità a concepire la fine della vita nella sua naturale interezza, la “dissociazione” o “scissione dell’Io” in base alla quale e sempre dietro le sferzate dell’angoscia di morte l’Io si sdoppia in due persone diverse.
Questi sono i meccanismi di difesa che usa il bambino e che spesso ritornano nella vecchiaia, soprattutto nelle demenze e nei vari morbi scoperti da Tizio, da Sempronio, da Caio e anche da Bortolo. Ripeto: in effetti, si tratta del ripristino di modalità psichiche di difesa, intrise di pensiero e di affettività, che vengono ripristinate secondo poderose “regressione” e “fissazione” proprio all’età infantile. Quindi, ai suddetti “meccanismi di difesa” dall’angoscia dobbiamo aggiungere il “processo di difesa” della “regressione” che consiste nel tornare indietro e nell’ancorarsi esclusivamente a “posizioni psichiche” già vissute e sperimentate, quella “orale” nel nostro caso. In tal modo la Psiche si restringe e perde l’integrazione e l’amalgama con le altre “posizioni psichiche” (“anale”, fallico-narcisistica”, “genitale”) pur continuando ad evolversi. La “fissazione” è proprio questo attestarsi alla roccaforte della prima infanzia per perdere la consapevolezza della morte imminente e sfuggire ai morsi dell’angoscia depressiva di perdita.
Mi sono dilungato su nozioni di clinica psicopatologica accennando ad alcune psicodinamiche delle più “strane” malattie della vecchiaia.
Adesso convergo sul sogno di Sabino, questa rivisitazione della prima infanzia non nel ricordo dei fatti occorsi, ma proprio nel ripristino di un atteggiamento verso la propria “parte bambina”. Sintetizzerei, celiando, il sogno di Sabino in questo modo: “perbacco sono cresciuto e non posso essere più bambino, ho perso i processi creativi e adesso mi tocca soltanto ragionare e non più fantasticare”. La perdita dell’infanzia e di quel corredo mentale e sensoriale, di tutto quello che si poteva fare e che adesso è socialmente interdetto, trova nel sogno di Sabino una notevole espressione e denuncia: il protagonista alla fine riesce ad amalgamare nell’adulto la sua “parte bambina”.
L’interpretazione ci dirà tanto di più.
Buona lettura!

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Mi trovavo in una casa davanti a un bambino che mi era stato affidato. Era quasi un neonato e se ne stava disteso mentre io lo osservavo.”

Sabino è in una fase di introspezione, di auto-rielaborazione, di riflessione, di autoanalisi, sta ripiegando e convergendo su se stesso, insomma Sabino sente in questo momento della sua vita il bisogno di guardarsi dentro, di guardare dentro “casa” sua. E in questa benefica operazione si imbatte in “un bambino”, scopre nella sua “casa” il suo essere stato bambino, una parte preziosa della sua infanzia, la parte primaria, quella dove si forma e si gioca soprattutto la qualità della vita affettiva. Nel suo presente psichico ritrova in atto alcuni vissuti e alcune modalità della sua infanzia e ha bisogno di riformularli per le emergenze della sua contingenza storica ed esistenziale. Non è il passato che ritorna magicamente pari pari nel “già vissuto”, ma sono alcune “modalità” del pensiero e del sentimento, che risalgono al passato e che si sono evolute nell’uomo adulto, a chiedere di essere ammesse alla consapevolezza e integrate meglio nella “coscienza di sé”. L’evoluzione comporta, infatti, che i vissuti del bambino si amalgamino e si trasmettano in maniera organizzata e compatta nella struttura psichica dell’uomo adulto. Questo processo è ottimale, ma non sempre avviene in maniera omogenea e distribuita. Spesso “parti psichiche” della nostra infanzia sono rimosse o espulse o estromesse o negate, insomma sono oggetto di difesa dall’angoscia da parte dei “meccanismi psichici” e non sempre questi ultimi sono prosperi. Il bambino era stato “affidato” a Sabino: meccanismo di difesa della “proiezione”. Non riuscendo in sogno a gestire l’angoscia di trovarsi davanti “parti” traumatiche e “vissuti” delicati della sua infanzia, Sabino istruisce la “proiezione” sul bambino di “parti psichiche” che lo riguardano. La “proiezione” può essere considerata una forma aggravata di “spostamento” o una forma salvifica di “traslazione”, ma è sempre un meccanismo psichico di difesa dall’angoscia. Si presenta nella osservazione riflessiva di Sabino un trauma arcaico e precoce: “un neonato” disteso. L’essere “disteso” è simbolicamente ambiguo, perché da un lato indica una forma di rilassamento e dall’altro lato condensa una forma di astenia, una caduta delle forze prossima alla morte. Trattandosi della primissima infanzia viene chiamata in causa la “posizione psichica orale” con la “libido” corrispondente. Siamo in ambito squisitamente affettivo, in assenza di lingua e a tutto favore del linguaggio del corpo, bocca e stomaco in maniera privilegiata. La Psiche di Sabino “infante” e neonato funziona in maniera allucinatoria elaborando “fantasmi”, conoscenze primarie formate da forti sensazioni. Il meccanismo psichico di difesa dall’angoscia è lo “splitting” o “scissione dell’imago” perché il bambino non concepisce l’oggetto intero e lo sdoppia: “seno buono” o madre che accudisce e “seno cattivo” o madre che abbandona. La sindrome psichica, patologica per gli adulti e non per i bambini, è la “paranoia” il sentirsi perseguitato dall’angoscia di abbandono e, di poi, la depressione per la perdita dell’oggetto d’amore. Gran parte di queste teorie sono ascritte alla grande Melanie Klein.
Dopo tanta spiegazione procedo con il sogno di Sabino al meglio possibile nelle condizioni date, come nella migliore formula e forma psicofisiche di benessere.

“Ad un tratto sentivo come una voce narrante dire che il piccolo avrebbe preso in mano un biberon, e così accadeva.”

La repentinità nella presentazione del trauma si associa alla “scissione dell’Io” di Sabino nella “voce narrante”. Il senso dell’udito è allucinato nell’ascolto del messaggio della “voce” efficace in campo e fuori campo. Sabino si scinde per alleviare l’angoscia destata dal bisogno intenso del suo bambino di essere amato e di non essere abbandonato. Il “biberon” è strumento del nutrimento e simbolo dell’affetto, ma è anche un simbolo fallico, il potere della madre di nutrire o di affamare, di dare la vita o la morte. Questo bambino ha subito qualcosa in riguardo alla sfera affettiva: questo psicodramma si rappresenta nella platea onirica. Questo bambino ha sofferto tanto e non lo può riconoscere in sogno, per cui si scinde e costruisce per difesa dall’angoscia la “voce narrante”, la sua componente storica, quella che è apparentemente più fredda e può consentire il prosieguo del sonno senza che scatti l’incubo. Una valida riflessione è necessaria per capire il funzionamento della Psiche. Anche i “meccanismi di difesa” più arcaici e pericolosi sono usati nel sonno, indistintamente dalla cosiddetta normalità e dalla cosiddetta psicopatologia. “Il sogno è uguale per tutti”. Così recita, nel suo campeggiare alto sopra lo scanno della Psiche, il primo principio onirico. Ritornando a Sabino, bisogna ridire che sta cercando la sua verità e non poteva essere diversamente. Il “biberon” come simbolo fallico rievoca il potere affettivo della madre, dal momento che non può condensare alcunché di “genitale”, sessuale per intenderci. “Così accadeva” contiene il senso dell’ineluttabilità degli eventi che il bambino era costretto a vivere e su cui strutturava un buon senso di costrizione e una precoce rigidità. “Amen” equivale a “così accadeva”. Il senso del sacro è dettato dalla stato infante di Sabino e dalla situazione psicofisica in cui si è messo dormendo e sognando.

“La voce continuava dicendo che, disgraziatamente, dentro c’era un forte veleno.”

Ecco svelato o confermato l’arcano!
Si tratta della sfera affettiva. Il “biberon” contiene l’amore deteriorato della madre: “un forte veleno”. Sabino sta rievocando in sogno la sua affettività e nello specifico la sua prima infanzia in riferimento privilegiato alla figura materna e alla sensazione di freddezza e di solitudine, “fantasma depressivo di perdita”. La “voce” è la “proiezione” di una “parte di sé”, quella che ha sofferto e che continua a dire che non si è sentito amato e che ha provato una grande angoscia nel viversi solo e abbandonato come nelle migliori favole degli anni cinquanta, quelle che traumatizzavano i bambini e che venivano contrabbandate come preziosa letteratura per l’infanzia. “Forte” attesta dell’intensità del “seno cattivo”, quello che non nutre e che uccide. Melania Klein aveva visto bene nelle sue osservazioni sull’infanzia infelice dentro l’ospedale in cui prestava la sua umana e attenta opera. La “voce”, ricordo, è psicologicamente pericolosa perché è un classico indizio paranoico: il “sento le voci” è legato alla “scissione dell’Io”. Questo è il “fantasma” di Sabino in riguardo alla “parte cattiva” della madre. “Disgraziatamente” si traduce “contro la grazia”, contro il senso dell’amore materno e della compassione paterna.

“Vedevo il bambino mangiare il contenuto del biberon, che somigliava a un favo di miele dalla consistenza morbida.”

Adesso il sogno di Sabino procede chiaro e spedito dal momento che entra in funzione l’Io con le sue consapevolezze. Dopo il “biberon” ritorna un altro simbolo fallico, il “favo di miele dalla consistenza morbida”. Non è un pene in quiescenza e ricco del nettare della vita, ma è il solito “fantasma orale” degli affetti mancati e della “parte negativa della madre” o “seno cattivo”, nonché il potere fallico della possibilità di morte per abbandono. Ma il bambino mangia e meno male. Questo dato è importante non soltanto per le gioie delle madri ansiose, ma soprattutto per il prosieguo del sogno. I “fantasmi” troveranno la loro composizione emotiva e razionale.

“Provavo paura per quello che avevo udito, tanto più che dopo poco il bambino iniziava a dare segni di sofferenza.”

L’affettività di Sabino si è costruita in maniera contrastata e congloba l’angoscia dell’abbandono e la “paura” della solitudine nella normalità dei conflitti relazionali; questi sono i tratti psichici caratteristici del protagonista. La “paura” non deve mai far paura perché verte su un oggetto reale e comporta la consapevolezza. All’incontrario della “fobia” che verte su un oggetto traslato e di cui non si è consapevoli. La ”angoscia”, in conclusione, è uno stato psicofisico critico e comporta il dolore acuto di quel “qualcosa che non so” e che alla fine si riduce nell’imminenza della morte per espiazione del senso di colpa. Sabino, al di là di queste brevi linee teoriche, può continuare a sognare e a dormire perché il suo conflitto affettivo si sta risolvendo nel migliore modo possibile alle condizioni date. Questa è la funzione taumaturgica che la Psiche deve sempre esercitare molto bene e non soltanto in sogno. La “sofferenza” equivale a un portarsi dentro molte emozioni, tante paure e poca consapevolezza. La “sofferenza” è un viaggio con tante valigie piene di vestiti stropicciati e messi dentro alla rinfusa.

“Mi era chiaro che il bimbo sarebbe morto e questo mi dispiaceva e spaventava.”

Che bella notizia!
Sabino è adesso consapevole che l’Evoluzione deve fare la sua parte e come nella Chimica, “nulla si crea, nulla si distrugge e tutto si trasforma”. Anche la Psiche sa, “mi era chiaro” che la crescita comporta il superamento e non la perdita dei tratti caratteristici acquisiti nei vissuti delle “posizioni psichiche” precedenti e che alla “posizione orale”, affettività, consegue l’esperienza dell’aggressività, “posizione anale”, l’esperienza dell’amor proprio esagerato, “posizione fallico-narcisistica”, e l’esperienza della sessualità condivisa, “posizione genitale”. I privilegi e i doveri, le gioie e i dolori, insomma i vissuti del passato si conservano nell’evoluzione del crescere e dell’imparare a camminare con le proprie gambe e senza dipendenze inopportune. Evolvere i fantasmi dell’infanzia non si risolve nel morire, ma rientra nella normalità assoluta del divenire delle umane cose. Il grande Eraclito diceva “panta rei”, tutto scorre e non si può scendere due volte nelle acque dello stesso fiume”: rudimento metaforico dell’Evoluzione. Passiamo al sogno. Trionfa la consapevolezza dell’Io: “mi era chiaro”. Sabino sa che doveva crescere e che è cresciuto. “Sarebbe morto”? Sabino si sbaglia perché il “bambino” non muore, il bambino non deve morire, il bambino trascorre e si coniuga con l’adulto. Sabino comincia a sapere che il suo essere stato e il suo essere “bambino” possono essere isolati o addirittura negati, per cui è giusto che si spaventi della perdita depressiva di una “parte” fondamentale di sé. Il dispiacere e lo spavento contengono un’ambivalenza sentimentale, un conflitto tra desiderio e allucinazione, un giusto dolore che normalmente si accompagna alle imprese importanti della vita e soprattutto quando non tutto quello che volevamo ha visto la luce: il dolore per il “non nato di sé”.

“Vedendo che cominciava a piangere, mi sforzavo di sorridergli, riuscendo a farlo calmare e mettergli addirittura allegria.”

Traduco: ogni evoluzione ha il suo prezzo da pagare perché è un passaggio che porta alla maturazione. Sabino ha il consapevole dolore della crescita e cerca la giusta consolazione a ciò che si perde e a ciò che si acquista, la consolazione della bontà dell’evoluzione. Sabino ragiona con se stesso ed esercita la giusta ironia accettando il tempo che passa con i suoi acquisti e senza alcuna perdita.
Bravo Sabino!
L’escalation della consapevolezza, del pianto, del sorriso, della calma e dell’allegria sono un tutt’uno originale tra mediazione e integrazione.

“Poi il bambino cambiava aspetto, sembrava come cresciuto rapidamente.”

Come si diceva in precedenza e come si voleva dimostrare, si cresce e ci si evolve. La consapevolezza di questa intensità porta Sabino a riprendersi dopo la “regressione” sul suo “bambino dentro”, una dimensione psichica che pensava di aver perso e che in effetti ha conservato. Il suo timore si incentrava sulla difficoltà contingente di integrarlo nella vita e nella vitalità in atto. Fotogramma dopo fotogramma il bambino è ridiventato adulto, Sabino piccolo è diventato grande. Tanta paura per nulla.

“Non mi era chiaro, ma sembrava una ragazzina con capelli corti e ricci.”

Qualche confusione è legittima e intercorre in questo viaggio onirico di andata e ritorno. Subentra il “sentimento della rivalità fraterna” e la sorellina che è stata motivo di riflessione e di turbamento affettivo. Qualche tentennamento intercorre a dimostrare che la sorella è importante nel bene e nel male. Se questa spiegazione non soddisfa, “la ragazzina con capelli corti e ricci” può rappresentare la “parte femminile” di Sabino, quella che non ha perso e ha conservato anche dopo l’identificazione nel padre. La seconda interpretazione è più profonda, ma la prima è verosimile.

“Le prendevo le mani e le dicevo che mi dispiaceva per quello che era successo.”

Sabino si riconcilia con la sua sorellina o con la sua “parte femminile” possibilmente rimossa per difesa durante il travagliato periodo dell’identificazione al maschile e dopo aver risolto la conflittualità con il padre. L’atto di “prendere le mani” ha una sacra accoglienza e una religiosa ricomposizione, nonché un doveroso ripristino dell’equilibrio psicofisico. Ormai Sabino usa a piene mani gli schemi razionali dell’Io e ha una spiegazione per ogni dubbio di prima. La paura e il dolore hanno lasciato il posto all’accomodamento della funzione vigilante “Io”. Sabino ha ricomposto “il suo bambino dentro” nel migliore dei modi: massima diligenza e coscienza.

“Ci dicevamo che, ad ogni modo, saremmo rimasti amici per sempre ed era come se ci stessimo dicendo addio.”

E vissero tutti felici e contenti. Sabino si è riconciliato con il suo bambino e dice a se stesso che l’infanzia è passata e che non torna, ma sa che si porta dentro il suo “bambino”. Tutto questo è il prezzo dell’Evoluzione. Questo è il senso “dell’addio”. Sabino ha svolto il sogno della consapevolezza progressiva della sua formazione infantile, “il suo bambino dentro”, ed è riuscito a reintegrarlo dopo aver viaggiato nel dubbio e nel dolore di una possibile perdita o di un contingente smarrimento. La riesumazione del “fantasma della madre” è dovuta all’età in cui si è collocato in sogno.

PSICODINAMICA

Il sogno di Sabino svolge la psicodinamica depressiva dell’angoscia legata alla perdita della dimensione psichica dell’infanzia: “il bambino dentro”. Coinvolge la “posizione orale” con i carichi affettivi annessi e con il coinvolgimento della figura materna. Rievoca il “processo primario”: la creatività e la Fantasia. Mostra una “regressione” con “fissazione” alla prima infanzia e un’angoscia di perdita per contingente mancata integrazione delle “parti psichiche” a essa collegate. Nella parte finale avviene la ricomposizione della “organizzazione psichica” con il recupero adeguato. Trattasi di una psicodinamica diffusa e ricorrente non soltanto nella prima giovinezza, ma in tutti quei momenti della vita in cui ci si sente costretti a ragionare e a fare gli adulti.

ULTERIORI RILIEVI TECNICI

Il sogno di Sabino contiene i seguenti simboli: “casa”, “bambino”, “voce”, “biberon”, “veleno”, “favo”, “sarebbe morto”, “piangere”, “ragazzina”, “capelli ricci e corti”, “addio”, “mani”. La ricchezza dei simboli rende il sogno narrativo e denso di significati latenti.
I fantasmi presenti sono quelli di “morte”, di “perdita” e della “madre”: “forte veleno” e “favo di miele”.
L’archetipo richiamato nel sogno di Sabino è quello della “Morte”.
Le istanze psichiche presenti sono l’Io, l’Es e il Super-Io. La seconda parte del sogno di Sabino è improntata all’azione di consapevolezza dell’Io: “mi era chiaro” e “vedendo” e “le dicevo”. Le pulsioni dell’Es sono rappresentate in “Mi trovavo in una casa davanti a un bambino” e “Ad un tratto sentivo come una voce narrante” e “dentro c’era un forte veleno. Vedevo il bambino mangiare il contenuto del biberon,”. L’azione limitante e morale del “Super-Io” non si evidenzia.
Il sogno di Sabino vede il dominio della “posizione psichica orale” e della “libido” corrispondente e nello specifico in “neonato” e in “biberon e in “favo di miele”.
I meccanismi psichici di difesa dall’angoscia presenti nel sogno di Sabino sono la “condensazione” in “bambino” e “biberon” e “veleno”, lo “spostamento” in “voce”, la “proiezione” in “davanti a un bambino”, la “scissione dell’Io” in “voce narrante”. La “scissione delle imago o splitting” si desume in “veleno”.
I processi psichici di difesa dall’angoscia della “regressione” e della “fissazione” sono attivi in “Mi trovavo in una casa davanti a un bambino” e in “Era quasi un neonato” e nel prosieguo del sogno.
Chiaro segno del processo psichico di difesa della “sublimazione” si trova in “Ci dicevamo che, ad ogni modo, saremmo rimasti amici per sempre ed era come se ci stessimo dicendo addio.”
Il sogno di Sabino presenta un forte tratto “affettivo” all’interno di una “organizzazione psichica orale”. Nel reintegrare il “bambino dentro” nella struttura in atto si rileva un privilegio elettivo verso la sfera degli affetti.
Le figure retoriche elaborate dal sogno sono la “metafora” o relazione di somiglianza in “casa” e in “bambino” e in “biberon”, la metonimia” o relazione logica in “voce” e in “veleno”. Pur essendo ricco di simboli, il sogno di Sabino si snoda come un racconto.
La “diagnosi” dice di una crisi contingente riguardante la sfera affettiva, di un eccesso di razionalità nell’interpretazione della realtà e nello svolgimento della vita quotidiana, per cui viene operata una “regressione” con “fissazione” alla “posizione psichica orale” per esprimere i bisogni affettivi e l’esigenza di usare la fantasia e la creatività dei “processi primari. Di poi, assolto consapevolmente il quadro, Sabino procede alla reintegrazione della “oralità” nella “organizzazione psichica reattiva” attraverso il ripristino di una buona vigilanza logica dell’Io.
La “prognosi” impone a Sabino di tenere sotto controllo l’esercizio degli investimenti affettivi e creativi al fine di evitare nostalgie e ritorni regressivi di traumi e di carenze in riguardo alla “oralità”. Deve impegnarsi a tenere compatta la struttura psichica nella sua evoluzione.
Il “rischio psicopatologico” si attesta in una “regressione” e a un ritorno di bisogni affettivi del passato in un quadro di disarmonia: isolare il “bambino dentro” e non integrarlo nell’adulto. La creatività ha il suo prezzo e i suoi rischi.
Il “grado di purezza onirica” è buono. Sabino ha raccontato il suo sogno con l’ausilio di qualche pezza logica giustificativa, ma prevalentemente la narrazione ha seguito gli eventi del sogno.
Il “resto diurno” del “resto notturno”, la causa scatenante del sogno di Sabino riguarda una crisi dell’affettività o una riflessione sulla vita sentimentale.
La “qualità onirica” è narrativa.
Il sogno di Sabino ha richiesto una certa dose di veglia, per cui è stato elaborato nella seconda o terza fase REM alla luce della sua discorsività.
Il “fattore allucinatorio” vede in esercizio attivo il senso della “vista” in “Vedevo il bambino mangiare il contenuto del biberon” ed esalta il senso “udito” in “Ad un tratto sentivo come una voce narrante dire” e in “La voce continuava dicendo che”. Una coalizione dei sensi si esprime in “Provavo paura per quello che avevo udito,” e in “Vedendo che cominciava a piangere” e in “Le prendevo le mani e le dicevo” e in “Ci dicevamo che”. La massiccia presenza del senso dell’udito rafforza la qualità narrativa del sogno.
Il “grado di attendibilità e di fallacia” è “media” perché il sogno di Sabino contiene nella sua ricchezza evocativa qualche interferenza nei vissuti che comporta una complicazione interpretativa.

DOMANDE & RISPOSTE

Il lettore anonimo ha posto le seguenti domande dopo aver letto attentamente l’interpretazione del sogno di Sabino.

Domanda
Ma qual’è in termini più chiari e popolani il problema di Sabino?
Risposta
Sabino ha una vita intensa ed è costretto a ragionare in tutto quello che fa. Sente il bisogno di disimpegnarsi dalla Logica, di affidarsi alla Fantasia e agli affetti e trova difficoltà ad appagare questa sua esigenza e a risolvere questa sua emergenza. Questa può essere la situazione esistenziale e psicologica del protagonista del sogno.
Domanda
La madre cosa c’entra?
Risposta
La vita affettiva è simbolicamente ascritta a quella figura che nutre e che accudisce il bambino dopo la nascita: si definisce “madre” per l’appunto. Qualsiasi conflitto nell’affidamento e nel lasciarsi andare richiama la figura primaria che ha educato e condizionato il bambino.
Domanda
E la madre di Sabino che responsabilità ha in questa crisi del figlio?
Risposta
La madre ha fatto del suo meglio e ha messo il figlio nelle condizioni ottimali, ma non ha potuto impedire al figlio di elaborare i suoi “fantasmi” in riguardo al modo di pensare, di viverla e di sentirsi amato: splitting, fantasmi e affettività.
Domanda
La madre può anche essere un uomo?
Risposta
Certamente. Per il bambino nei primi mesi di vita la madre non ha sesso. E’ una persona in carne e ossa e un simbolo. La madre contiene le mille pulsioni e le mille emozioni che il bambino vive. Non pensa, di certo, che la mamma è colei che mi ha generato.
Domanda
La vecchiaia è una regressione?
Risposta
La vecchiaia è sempre un’evoluzione psicofisica, a livello psicopatologico comporta la “regressione” e la fissazione” all’infanzia e a quelle modalità di pensiero e di affetto, nonché l’emergere dei conflitti latenti che i “meccanismi di difesa” hanno contenuto finché hanno potuto. Nel “Cato maior de senectute” di Marco Tullio Cicerone è già presente una psicoterapia dell’angoscia senile di morte.
Domanda
Qual’è la malattia psicologica del vecchio?
Risposta
La fuga dalla morte e per questo scopo cade a fagiolo la fuga dalla realtà: la follia.
Domanda
Cosa dovrebbe fare per evitare la demenza?
Risposta
Razionalizzare sempre la condizione psicofisica in cui si trova, amare la sua evoluzione o “amor fati”, sapere quali “meccanismi di difesa” sta usando in questo momento della sua vita, non smettere di fare “investimenti di libido”.
Domanda
E’ vero che il vecchio cerca la madre prima di morire?
Risposta
Verissimo! I vecchi si ricollegano a chi li ha generati per consolazione infantile e non perché la morte è mitologicamente femmina. La “regressione al grembo materno” è una modalità psichica di prepararsi a morire dolcemente.
Domanda
Non ho nulla da chiedere.
Risposta
Vuol dire che sono stato chiaro anche nel ripetermi.

In conclusione scelgo l’ironia di Marcello Marchesi nella canzoncina “Che bella età”, una sintesi goliardica dell’Evoluzione. Oggi avremmo tanto bisogno di mille Marcelli Marchesi per vivere meglio e avere pubblici divertimenti di buona intelligenza, ma all’orizzonte non se ne vedono. I comici si sono dati alla politica e i giornalisti fanno tanto spettacolo nel riso e nel pianto. La “satira” è un piatto ricolmo non di primizie, ma di tante frittate avariate. Non resta che esercitare una buona dose di spirito critico per mantenere la salute mentale.