LA POETICA DEL SOGNO

“Morire, dormire.

Dormire, forse sognare.

Poche immortali parole e sono lì,

sul palcoscenico che il sogno ogni notte mi offre,

a recitare lo spettacolo che ho scritto e che interpreto,

le mille vite parallele possibili,

il desiderio di non morire mai.

Fin da bambina è stato così,

andare a dormire significava andare a sognare,

vivere altre vite.

Amavo il buio,

nel buio scomparivano i confini

e lo spazio era a mia disposizione,

una infinita via di fuga.

Col buio arrivavano i sogni,

ma non ho fatto altro che sognare anche di giorno,

gran parte della vita l’ho vissuta nella mia mente.

Sono stata una bambina docile e una ragazza esuberante,

due caratteristiche che convivono nella donna che sono diventata;

la sorte è stata clemente e ho amato esserci,

amo la vita,

lo stupore della fioritura della ginestra.

Ho nostalgia,

nostalgia della vita,

dell’amore,

di me bambina e di me ragazza,

di tutte le volte in cui ho stretto il mio corpo a quello di un uomo,

di tutti gli uomini,

di ciò che non ho avuto,

del desiderio,

che è sempre fame di vivere.

E adesso… ‘sto’ tale di cui sento in lontananza la voce,

lui che scandisce il conto alla rovescia

e avanza inesorabile.

Va a finire che dovrò offrirgli un caffè in segno di ospitalità,

e non è nemmeno il mio tipo.

Ho sognato che ero felice.

Questa è la “buona novella” di Sabina

Morire, dormire.

Dormire, forse sognare.

Il Sonno è da sempre equiparato alla Morte, una breve sospensione della Vita. Non è il Sonno eterno e tanto meno il Sonno dei giusti, è “il Sonno dei sogni”, quello che ti permette di essere un piccolo dio cavalcando superbamente la Fantasia e di non essere un misero mendicante raccattando a destra e a manca con la Ragione. Il Sogno è di tutti anche se tutti non ricordano la trama. Il Sogno è la democrazia universale che dispensa il pane quotidiano come il buon fornaio di Pablo Neruda e non è “La vida es sueno” di Pedro Calderon de La Barca. Il Sogno non è futile e illusorio anche se tocca le note filosofiche della fugacità e della vanità dell’esistenza. Il prezioso sillogismo di Sabina dice che “la Morte è Sonno”, “il Sonno è un Sogno”, “la Morte è un Sogno”. Aristotele ringrazia. Piace pensare con l’audace Sabina che il suo sillogismo sia non soltanto una verità logica, ma anche e soprattutto una verità massiccia come la lava dell’Etna, il vulcano di Ades e la dimora di Persefone, almeno per i sei mesi invernali.

Poche immortali parole e sono lì,

sul palcoscenico che il sogno ogni notte mi offre,

Giovanni non a caso insegna che “In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio”. La Parola è l’energia primaria di quel Principio che tutto contiene e da cui il Tutto scaturisce. La Parola non muore. La Parola si evolve da energia a rumore, da rumore a suono, da suono a significato, da significato a significante “et in saecula saeculorum, amen”: dal Principio si arriva a Sabina passando attraverso le sonorità del Tempo astronomico e del Tempo storico. Questa formidabile donna si attesta nella sua roccaforte di parole “significanti”, i segni e i vessilli che sanno di lei, e si catapulta sul suo palcoscenico notturno seguendo i doni del crepuscolo della sua coscienza, quella sospensione che regala un appuntamento ineludibile a cui la generosità della notte non fa mancare l’intimità e la privatezza di un teatro e di un palcoscenico dove si recita veramente a soggetto nella periferia dei sensi e dei ricordi.

Sia benedetto colui che si vuol bene e non si fa mancare i suoi sogni.

a recitare lo spettacolo che ho scritto e che interpreto,

le mille vite parallele possibili,

il desiderio di non morire mai.”

Sabina è un’attrice vanagloriosa e vanitosa, esordisce come il “Miles gloriosus” di Plauto e recita il suo canovaccio con la sua soggettività emergente. Le rime traducono le esperienze vissute, i versi trasudano le allucinazioni, il poema contiene quel che “cade dalle stelle”, i suoi “de sideribus”. Sabina sa che i sogni sono suoi e di nessun altro, ma non si ferma a questa consapevolezza perché arriva a echi buddisti di Siddharta Gautama e metafisici di Platone: “le mille vite parallele possibili”.

Quante vite hai vissuto e quante ne vivrai!

Quante scelte farai nelle vite che verranno prima di acquistare quella consapevolezza che fa volare verso l’alto e ritornare nel grembo della Grande Luce!

O forse stai pensando a come puoi riempire questa vita e a quali scelte puoi fare cambiando di un grado la tua prospettiva?

Di certo, hai pensato e desiderato in tutte le tue vite “di non morire mai” e soprattutto di vincere quell’angoscia di morte e di convertirla nella vita eterna, nel tuo “breve eterno” che dura tutto il tempo di una vita e si realizza nello spazio di un Corpo che esige e di una Mente che vuole. Il Tempo non esiste, mia cara, il Tempo si dilata all’infinito e nel sogno si mischia con il passato e il futuro secondo le regole di una buona pietanza.

Fin da bambina è stato così,

andare a dormire significava andare a sognare,

vivere altre vite.

Se il sonno non fa paura, cosa non riesce a fare l’onnipotenza della bambina!

Sabina è infante, “senza la parola”, ma il suo pensiero vola alto verso le sfere incontaminate dell’autonomia, del far da sé intessendo un sogno nel sonno, un dono a sorpresa da ripetere tutte le notti e secondo i vari copioni da inventare. La realtà non è gratificante e merita una fuga notturna tra i progetti possibili e in attesa di essere realizzati. Sabina si butta in avanti e questo slancio può bastare in attesa di una degna ricompensa.

Ah se avessi avuto un’altra mamma e un altro papà!

Ah se non fossi nata bianca, rossa e verde!

La bambina anticipa giustamente la donna e le scelte possibili e inammissibili. Sabina studia il presente sognando quello che vuole vivere e si prepara al lieto evento di una “nuova sé”, ma una nuova sé “fuori serie”.

Amavo il buio,

nel buio scomparivano i confini

e lo spazio era a mia disposizione,

una infinita via di fuga.

Sabina segue le sue inclinazioni crepuscolari, le fantasie e le allucinazioni: una bambina dai contorni oscuri in onore a Demetra e a metà tra Athena la “virago” e Afrodite la seduttrice. Già si pensa vaga e vagante negli spazi evanescenti di un “apeiron”, di tanti indefiniti e indistinti spazi tutti da occupare con l’aiuto del buio amico. E le espropriazioni proletarie non finiscono mai.

Quelli erano i giorni, quelli erano i tempi!

Padrona della sua Fantasia Sabina illuminava gli spazi che regolarmente occupava. E l’Infinito non costava niente, era a portata di immagine e di fantasma, ma soprattutto era a gratis. E andava di fuga in fuga come il coniglio di Alice nella ricerca del paese delle meraviglie. Finalmente Sabina è padrona in casa sua. Il buio le ha dato il potere di plasmare il suo spazio vitale.

Col buio arrivavano i sogni,

ma non ho fatto altro che sognare anche di giorno,

gran parte della vita l’ho vissuta nella mia mente.”

La bambina non ha paura dei sogni, la bambina non ha paura di se stessa, la bambina cresce in bellezza e progredisce in immaginazione. Sabina vive il buio della Notte e la luce del Giorno. Fobetore, Fantaso e Morfeo escono per lei da una porta d’avorio e le portano in dono i sogni veritieri, il suo desiderio di creare e di crearsi. Nel contempo i sensi crescono, si raffinano e allucinano la Fantasia secondo i temi tragici delle fiabe antiche e secondo le trame sornione delle favole moderne.

E la Mente?

La Mente non sta a guardare e partorisce i “fantasmi” e i ragionamenti sul tema “vorrei” o “vorrei vivere”. Non è per niente vero che “l’erbavoglio cresce sempre nel campo del vicino”. Sabina ha il suo bel da fare nel dividere le fantasie e le immaginazioni dai fatti quotidiani dell’avara realtà. Sabina vive tra il Giorno e la Notte, tra le pieghe di una vita che stenta a farsi riconoscere alla Luce del sole.

Benedetto sia il Sogno e chi lo manda!

Sono stata una bambina docile e una ragazza esuberante,

due caratteristiche che convivono nella donna che sono diventata;

la sorte è stata clemente e ho amato esserci,

amo la vita,

lo stupore della fioritura della ginestra.”

I fiori gialli della ginestra mandano fuori di testa Sabina, una bambina docile, una ragazza esuberante, una donna complessa e dotata di yn e yang, della Notte e del Giorno, della “coincidentia oppositorum”. La ginestra non è quella eroica e triste del combattente Giacomo Leopardi in quel di Napoli e appena sotto il Vesuvio, non è quella del deserto che prospera anche tra le rupi calcaree di Siracusa, la Ginestra è Sabina con i suoi fiori gialli di rabbia e di gelosia, con i suoi slanci vitali e superbi, con le sue cose a posto e tutte da regalare al suo godimento. Sabina è stata anche ai ferri corti con la Vita, ma la Sorte è stata clemente e ha “amato esserci” in questa valle di stupore esuberante. La vena autodistruttiva ha toccato regolarmente le rive narcisistiche di un corpo ancora oggetto d’amore e in attesa di assorbire con gli odori del deserto di lava anche l’amore del proprio destino. Disposta a “sapere di sé” e a imparare, dotata di rotondità e fecondità, Sabina trasborda di ormoni e di sensualità nel suo incedere elegante e con gli occhi sognanti tra le strade della sua contrada natia e della sua straniera città. La ginestra è fiorita e non è ombrosa, tutt’altro, la ginestra è luminosa. Eros trionfa su Thanatos. La Sorte evoca il mito di Er di Platone, così come “l’Esserci” calza bene con il “Dasein” di Martin Heidegger.

Ho nostalgia,

nostalgia della vita,

dell’amore,

di me bambina e di me ragazza,

di tutte le volte in cui ho stretto il mio corpo a quello di un uomo,

di tutti gli uomini,

di ciò che non ho avuto,

del desiderio,

che è sempre fame di vivere.”

La nostalgia è il dolore del trasognato ritorno, è la “sindrome di Ulisse”, di ogni uomo e di ogni donna che cerca Itaca per ritrovare le sue radici e per definitivamente reciderle. Sabina desidera soffrire per tornare a vivere la sua bambina e la sua adolescente dentro, quelle che avevano sempre qualcosa in più da chiedere e da vivere. Sabina desidera soffrire per rivivere la “se stessa” adulta nel trionfo dei sensi e nel calore erotico di una fusione del suo tipo: l’androgino è ricostituito, andate in pace. Sabina è ormai intera, mille volte intera, tutte le volte che ha sentito il suo maschio e la sua femmina calzare a fagiolo com’era in principio e prima che l’invidia degli dei separasse la loro quasi perfetta unione, la loro quasi perfetta intesa.

Quanti sono gli uomini di Sabina?

Uno, nessuno, centomila grida il drammaturgo alla ricerca della vera identità di una donna che del vivere ha fatto un’arte di pienezza e di abbondanza. La fame del desiderio la sostiene e la tiene dritta con la schiena anche se il “non nato di sé” ancora addolora e copre di uggia le giornate dedicate alla paturnia.

E adesso… ‘sto’ tale di cui sento in lontananza la voce,

lui che scandisce il conto alla rovescia

e avanza inesorabile.”

La dialettica tra Kronos e Thanatos è da Titani e non s’addice a piccole donne che crescono in un cortile alle spalle di una collina e tanto meno sotto una montagna del Trentino. Il Tempo regala la consapevolezza della Morte non prima di aver concesso un qualche sentore del “chi sono io?” e una qualche avvisaglia del “conosci te stesso”. Fortunatamente la Morte sarà quella di un’altra vita scelta tra le tante vite possibili e di un’altra morte liberamente scelta per questa vita. Anche la fine aspira a diventare un desiderio di rinascita, una Pasqua. Pitagora e il grande Buddha ringraziano per la preferenza accordata, così come è scritto sulle carte oleate delle migliori pasticcerie siciliane.

Va a finire che dovrò offrirgli un caffè in segno di ospitalità,

e non è nemmeno il mio tipo.”

Sarà l’uomo del definitivo orgasmo questo Kronos maschio che si presenta con un Thanatos altrettanto maschio?

Sarà ancora quel maschio da accogliere per il definitivo congedo dagli inganni di un caffè sorbito a gocce nel bistrot del lungomare di Marina di Melilli?

Ma a quanti uomini Sabina ha detto di no?

Ho sognato che ero felice.”

La felicità è “eudaimonia”, è presenza di un buon demone dentro, è sentire la vitalità dei sensi e la forza dei sentimenti prima di bere la cicuta.

Sogno, oh sogno delle mie brame, dimmi, chi è la più bella del reame?

LA NOTTE DI ANTONIA SOARES

Io cercavo da tempo una stanza, ma la stanza non c’era.

Vorrei andarmene e passare la notte all’aperto, vorrei sparire e farmi inghiottire dal buio, vorrei andare in Portogallo a trovare Fernando Pessoa, vorrei dormire sulla sua tomba…, sento solo odio, rabbia, disprezzo, fuggire via, fuggire lontano.

Fuggire dove?

Vorrei sparire e farmi inghiottire dal buio.

E quell’ombra ritorna.

Si era nascosta dietro a una nuvola,

ma ora ritorna.

E tu continui a dare la colpa alla gente,

ma forse non ti accorgi

che sei tu a non valere niente.

Vattene gatto nero,

vattene all’inferno,

vattene ombra scura lontano dai pensieri,

ma quando tutto tace e tutto dorme,

ecco che allora si risvegliano i sospiri,

che come forte vento ti portano via la pace e la luce del sole.

La notte ti è amica,

la notte ti è vicina,

non ti lascia mai sola,

ma ti accompagna alla scoperta di una nuova vita.

Ma quell’ombra scura ti mette paura,

ti porta lontano,

ti toglie il respiro,

ti soffoca

e tu guardi fuori e c’è la notte.

Ma la notte è buona.

da “La stanza rosa” di Salvatore Vallone

LO STRUGGIMENTO DELLA RIVALITA’ FRATERNA

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“Nelida sogna che è notte, gli interni della casa sono bui o con una luce fioca. Fa parte di un clan che con ogni arma lotta contro un altro clan. E’ un clan familiare, il capo è il padre e Nelida esegue gli ordini.  

Sa che ci sono stati degli assassinii.

Poi si trova in una stanza buia, in un casolare abbandonato con una ragazzina magrolina e bionda, moribonda sul pavimento sporco di sangue che guardandola negli occhi tra gli spasimi la implora di ucciderla. Nelida deve darle il colpo di grazia, ma proprio non ce la fa e allora prova a rassicurarla o la tratta freddamente.

Nelida fa avanti e indietro da quel casolare a quello dove sta suo padre con gli altri del clan. Sta preparando la cena per tanti invitati, tra cui gente dell’altro clan. Sono tutti là a fare chiasso e a bere vino aspettando la cena.

Nelida corre nella notte e controlla mentalmente lo spazio accorciandolo per  fare più in fretta e ogni volta che arriva davanti alla bambina non riesce a ucciderla e ogni volta che va da suo padre, lui le ripete l’ordine.

Infine torna dalla bambina e lei non c’è più, c’è una tipa che ha visto nell’altro casolare e questa prova a ucciderla, ma Nelida è più veloce e con un colpo la lascia tramortita al suolo.”

Ma che bella famiglia, ma che bella società!

Il sogno può elaborare qualunque psicodinamica e quello di Nelida offre un quadro ottimale del “sentimento della rivalità fraterna” e dello struggimento a esso collegato. Il “resto notturno” di Nelida usa la simbologia cruenta in maniera idonea per attestare dei conflitti con i fratelli, oltre che con i genitori.  Nella parte finale del quadro, infatti, si presenta la “posizione edipica”, la conflittualità con la madre, così come in tutto il sogno è presente la maschia figura del padre e la soccombenza suggestiva di Nelida ai suoi ordini. Il conflitto tra fratelli ricorre frequente nei miti, nelle leggende e nei racconti popolari. Uno per tutti: la trilogia tragica del ciclo di Edipo, scritta da Sofocle, e in particolare “Antigone” e la sorella Ismene e i fratelli Eteocle e Polinice. E Romolo e Remo dove li mettiamo? E perché non ricordare Caino e Abele? Non sfigura in questa psicodinamica la sorella di Nelida.

Certamente in questo sogno non si può ricorrere al concetto di Rousseau in riguardo al bambino “buono allo stato di natura” e neanche al concetto di Freud di “perverso polimorfo”, sempre in riguardo al bambino. La concezione presente nel sogno di Nelida è semplicemente realistica: un fratello o una sorella “rompono” equilibri psichici e giustificano l’aggressività conseguente  nel tormento struggente di conflitti senza fine.

Via con la decodificazione!

La “notte”, il “buio”, la “luce fioca” attestano lo stato crepuscolare della coscienza, i vissuti e i fantasmi che affiorano dalla dimensione psichica profonda, dalle “rimozioni” che Nelida ha operato in difesa dall’angoscia legata alla sua collocazione familiare di primogenita. Infatti Nelida appartiene a un “clan”, il suo “clan” composto dal padre, dalla madre e dalla sorella, un “clan” che vive insieme ad altri “clan” in una società gaudente e ricca di conflitti. Il simbolo del “clan” accentua in maniera sanguigna la relazione tribale tra i vari componenti: la famiglia “natura” più che la famiglia “cultura”, la famiglia “libido” più che la famiglia “valore”. Nelida riconosce la figura carismatica del padre e la sua dipendenza all’autorevole personaggio, attestando che in quanto a risoluzione del complesso di Edipo siamo ancora in fase di liquidazione. Nelida è eccessivamente affascinata da questa losca figura di assassino e totalmente dipendente da lui nel male, l’uomo che le dà  l’ordine di ammazzare sua sorella, nonché sua figlia, e che glielo ripete sempre. Nelida proietta nel padre la sua pulsione fratricida dettata dal naturale, quanto normale, “sentimento della rivalità fraterna”.

“Sa che ci sono stati degli assassinii.”

Dal generico Nelida passa al puntuale, al suo diretto coinvolgimento in questa psicodinamica che rischia di tralignare in un tragico psicodramma: “la  ragazzina magrolina e bionda, moribonda sul pavimento sporco di sangue che guardandola negli occhi tra gli spasimi la implora di ucciderla.” Potenza del sogno che riesce a trasfigurare un sentimento di profonda ostilità nella concretezza di un atto! Nelida si trova in un contesto logistico idoneo: “in una stanza buia e in un casolare abbandonato”, la sua aggressività mortifera e la “parte negativa” del fantasma fraterno. Degna di nota è la descrizione tenera della sorella, magrolina e bionda, come lo “spostamento” in lei del desiderio implorante di essere uccisa. In caso contrario Nelida si sarebbe svegliata e il sogno si sarebbe interrotto per manifesta coincidenza del “contenuto latente” con il “contenuto manifesto”. Ulteriore nota degna è l’ambivalenza affettiva verso la sorella: “prova a rassicurarla o la tratta freddamente” perché a ucciderla proprio non ce la fa. Ricapitolando: Nelida sposta sul padre la sua pulsione omicida nei confronti della sorella e all’uopo si sottomette alla figura paterna, dimostrando nei suoi confronti una mancata emancipazione e un’autonomia psichica in “fieri”.

Comunque è Nelida che “deve darle il colpo di grazia”.

Nelida è in piena isteria, “fa avanti e indietro”, è combattuta tra il desiderio e il privilegio di figlia unica, oltretutto preferita dal padre, in quel clan e la pulsione di sbarazzarsi in qualche modo della scomoda presenza di una sorella, oltretutto insanguinata e moribonda. L’intensità del conflitto affettivo è attestata dal suo andirivieni tra la casa ricca di cibo, simbolo degli affetti, e la casa, simbolo di morte, della sorella. “Erano tutti là a fare chiasso e a bere vino aspettando la cena.” La variazione dello stato di coscienza si attesta in questa situazione di grande ambivalenza affettiva nel “bere vino”. Nelida è in piena crisi ed esperisce un rimedio meraviglioso traendo dalla sua infanzia la “magia” come soluzione al suo drammatico momento.

“Nelida corre nella notte e controlla mentalmente lo spazio accorciandolo per  fare più in fretta”: trattasi di risolvere l’angoscia attraverso un procedimento magico di accelerazione del tempo e di riduzione dello spazio, un processo che il sogno offre come normalmente naturale e di cui la funzione onirica è maestra. La velocità di esecuzione è direttamente proporzionale alla carica d’angoscia che il sogno di Nelida sta acquistando. La “censura” onirica funziona bene e il sonno può continuare anche se disturbato. La psiche di Nelida sperimenta l’onnipotenza sotto le frustate psichiche della rivalità fraterna. Nelida deve uccidere la sorella facendo la volontà del padre, ma non è capace di un così atroce delitto. “Ogni volta che arriva davanti alla bambina, non riesce a ucciderla e ogni volta che va da suo padre, lui le ripete l’ordine.” Nelida ha spostato nel padre la sua aggressività mortifera verso la sorella e può continuare a dormire ponendosi come arbitro e mediatrice della situazione. E’ possibile cotanto travaglio e cotanto conflitto di fronte alla gelosia e alla competizione affettiva? Certamente che sì! Il sogno è confermato dalle psicoterapie psicoanalitiche che si operano su questi casi di “fratelli coltelli”. Necessita, a questo punto, un “deus ex machina” per risolvere il dilemma mortifero e il dramma affettivo tra un padre che vuole che la figlia uccida la sorella bambina e la figlia che non sa uccidere la sorella bambina eseguendo gli ordini del padre. Altro che Sofocle, altro che Eschilo, altro che Euripide! Questa tragediografa si chiama Nelida e compone i suoi drammi naturalmente sognando e naturalmente evolvendo i suoi fantasmi. Il dio ricercato in questo caso, quello che serve per risolvere la tragedia, è la madre di Nelida, “una tipa” tirata in ballo nel suo sogno in difesa della sorella-figlia e dalla cui violenza mortifera si difende prendendosi la giusta, ma non atroce, rivincita. Nelida si rifà sulla madre estendendo la sua aggressività edipica verso di lei.

“Infine torna dalla bambina e lei non c’è più, c’è una tipa che aveva visto nell’altro casolare e che prova a ucciderla, ma Nelida è più veloce e con un colpo la lascia tramortita al suolo.”

La “legge del taglione” esige che “chi di spada ferisce, di spada perisce”, chi vuole uccidere, deve essere ucciso, ma Nelida conclude il suo sogno nel modo migliore possibile e nel modo più proficuo a livello psicologico, componendo lo struggimento della rivalità fraterna nel giusto sentimento, meglio risentimento

La prognosi impone a Nelida di razionalizzare il fantasma accettando la sorella, ma soprattutto di risolvere i suoi conflitti con i genitori, con un padre alleato e complice e con una madre nettamente ostile. Il tempo e il ciclo di Edipo per Nelida è già trascorso. Adesso può soltanto osservarlo nella cavea del teatro greco di Siracusa quando capita la rappresentazione della trilogia di Sofocle.

Il rischio psicopatologico si attesta in una psiconevrosi edipica: “isterica” con somatizzazioni legate all’aggressività non scaricata che si ritorce contro o “fobico-ossessiva” con crisi di panico legate al bisogno di espiare i sensi di colpa.

Riflessioni metodologiche: ma cos’è il “deus ex machina”? Nella tragedia greca antica, dal quinto secolo ante Cristum natum, appariva alla fine della rappresentazione da un’impalcatura alle spalle degli spettatori, latinamente “machina”, un dio per porre fine al conflitto drammatico che gli uomini avevano esposto in versi nella cavea del teatro. Era un dio, perché soltanto un dio poteva assolvere la colpa, “ubris”, e impedire l’ereditarietà della colpa stessa. Cos’era la “ubris”? Il peccato originale dei Greci: l’ira e il turbamento dell’equilibrio costituito dagli dei, lo sconvolgimento dell’armonia sociopolitica che comportava la pena di morte, come nel caso di Socrate. I Greci proiettavano i loro valori culturali nell’Olimpo intelligente per favorirne l’introiezione e l’assimilazione. Un esempio di ereditarietà della colpa è il seguente: Agamennone, l’artefice principale della distruzione della città di Troia, viene ucciso dalla moglie Clitemnestra in complicità con il suo amante Egisto, il figlio Oreste uccide la madre e l’amante, le Erinni perseguitano Oreste, un dio lo assolve nella tragedia che conclude la trilogia di Eschilo. Il tempo segnava l’anno 458 ante Cristum natum.

MATERNITA’ E COLPA

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“Martina si trova in una strada di sassi in piena notte: la strada che porta da casa sua a quella dei genitori.

E’ buio, ma Martina è colpita dalla luna bellissima che le fa chiaro lungo il percorso.

Le viene intorno un cane piccolo color crema, che poi sparisce in quel buio. Martina arriva a casa dei suoi e pensa a quel cane che è solo.

Allora torna lì dove lo aveva perso di vista. E’ buio e la luna non c’è a farle  chiaro.

Martina non ha paura e continua a chiamare quel cane.

Decide di chiudere gli occhi e di tornare a casa dei suoi, dal momento che la strada la conosce a memoria perché la faceva sempre da piccola.

Alla fine della strada di sassi Martina sente con le mani che davanti c’è una tenda e la sposta sempre con le mani.

Non ha paura e si dice “sei arrivata” e si chiede cosa fosse quella tenda in mezzo a quella strada di sassi.”

 

Il sogno di Martina è intenso e denso di sensi e di significati, di emozioni e di simboli, di ricordi e di traumi, di soluzioni e d’integrazioni.

Procederò con la decodificazione progressiva dei “segni” onirici portanti.

“Martina si trova in una strada di sassi in piena notte”.

L’esordio del sogno attesta di uno stato crepuscolare della coscienza e di una situazione psichica “d’interiorità intima”: si profilano vissuti personali di un certo spessore e di una certa delicatezza. La strada con i sassi indica una situazione esistenziale difficile in cui Martina è chiamata a deliberare e a decidere.

“La strada che porta da casa sua a quella dei genitori”, dall’attualità e dal presente al passato e a ciò che è stato vissuto, condensa una “regressione”.

Uso il termine “regressione” non in senso di “processo di difesa dall’angoscia”, ma in senso esclusivamente temporale. Martina torna indietro nel tempo, magari stimolata dal “resto diurno”, da un ricordo occasionale o da un incontro fortuito o da un fatto insignificante che sfugge alla sua coscienza e alla sua riflessione.

“E’ buio, ma Martina è colpita dalla luna bellissima che le fa chiaro lungo il percorso.” La strada è di sassi, ma la “luna bellissima” accompagna Martina in questo suo conflitto o meglio in questo suo “ritorno del rimosso”. La luna è un classico simbolo femminile, una femminilità nella sua globalità e interezza, dal versante buono al versante cattivo: la luna nuova e la luna nera. Oltretutto la luna è bellissima per attestare che nel sogno è coinvolta la femmina Martina e la femminilità di Martina: il buio della piena notte e il chiaro della luna, una sintesi simbolica globale e meravigliosa dell’universo psicofisico femminile. C’è tutto in questa sintesi: la maternità, la seduzione,  il ciclo mestruale, la sensualità, la sessualità, il sistema neurovegetativo non dissociato dal crepuscolo della ragione.

“Le viene intorno un cane piccolo color crema”: alla femminilità si associa l’esser femmina e la maternità. Il “cane piccolo” rappresenta l’oggetto vivente dell’amore materno, la “traslazione” o lo “spostamento” del figlio. Il “color crema” evoca la pelle e il calore affettivo, le carezze e le premure materne.

Ma la maternità e l’amore materno subiscono una pesante frustrazione: il cane piccolo “poi sparisce in quel buio”. Sparire è un brutto “fantasma di morte”, condensa l’impossibilità affettiva e la drasticità della fine, l’angoscia depressiva della perdita e dell’abbandono materno. Così leggo nel mio personale dizionario dei simboli onirici. Il “fantasma di morte” è aggravato dal “buio”: dimensione psichica profonda e meccanismo di difesa dall’angoscia della “rimozione”, colpa e male, assenza di coscienza e di razionalità.

“Martina arriva a casa dei suoi e pensa a quel cane che è solo”: “ritorno del rimosso” e “riedizione del trauma”. La “rimozione” è il meccanismo principe di difesa dall’angoscia e funziona relegando nel “dimenticatoio” il materiale psichico ingestibile dall’”Io”. Il “ritorno del rimosso” è dovuto al mancato funzionamento della “rimozione” e al conseguente riemergere alla coscienza  del materiale, per l’appunto rimosso, insieme alle emozioni collegate. Martina aveva rimosso il trauma del piccolo “cane che è solo”, ma quest’ultimo riemerge con tutto il suo carico emotivo e si presenta in forma adeguatamente camuffata in sogno. Si deve ulteriormente rilevare la benefica funzione catartica del sogno.

Martina “allora torna lì dove lo aveva perso di vista.” E’ chiarissimo il “contenuto manifesto” e il “contenuto latente”: il trauma è tornato alla memoria e alla coscienza.

“E’ buio e la luna non c’è a farle chiaro.” Martina si trova in piena crisi perché non riesce a razionalizzare il trauma che le è piombato addosso senza avere avuto la possibilità di prepararsi per rielaborarlo. Il “buio” simboleggia l’assenza di coscienza razionale e la dimensione psichica cosiddetta inconscia. Il “buio” è piombato nella sua dimensione femminile:”la luna non c’è a farle chiaro”. Martina ha litigato con la sua “luna”, la sua femminilità, la sua femmina, la sua maternità. Si profila questo trauma nel passato di Martina e precisamente quando era figlia in famiglia.

“Martina non ha paura e continua a chiamare quel cane.” Martina persiste nel tentativo di assolvere il senso di colpa di aver abbandonato al suo destino di solitudine il “cane piccolo color crema”: riparazione del trauma in grazie all’istinto materno. L’assenza di paura attesta della rassegnazione legata a un’esperienza  vissuta, per cui Martina sa che non troverà il “cane piccolo color crema”, ma esprime il bisogno legato al suo universo desiderante e sempre nel tentativo di assolvere quella che vive come una colpa.

“Decide di chiudere gli occhi e di tornare a casa dei suoi, dal momento che la strada la conosce a memoria perché la faceva sempre da piccola.”

“Chiudere gli occhi” equivale a un disimpegno della coscienza, a un non voler vedere in faccia la realtà dei fatti, a una “rimozione” del trauma. “Tornare a casa dei suoi” equivale a rivisitare il luogo e il tempo del trauma, rafforzato dal fatto che la sua vita in famiglia la ricorda bene perché è stata vissuta intensamente nel bene e nel male.

Mi ripeto soltanto per confermare la funzione dei meccanismi psichici di difesa: il trauma è riemerso perché la “rimozione” non ha funzionato in riguardo a quel trauma. Quest’ultimo è stato scatenato da un evento fortuito o da un’associazione mentale e allora si è verificato il “ritorno del rimosso” con la rappresentazione o l’immagine del trauma e l’emozione collegata.

“Alla fine della strada di sassi Martina sente con le mani che davanti c’è una tenda e la sposta sempre con le mani.”

Alla fine del travaglio c’è il trauma nel simbolo della “tenda”: la madre e la maternità nella sua componente sacrale. Sentire e spostare con le mani la tenda attesta dell’istinto materno e della “rimozione”, entrambi esenti da riflessione razionale. Martina non ragiona, ma si emoziona sul tema della maternità e la rimanda, la dimentica pur sentendo la spinta pulsionale di natura organica e psichica.

“Non ha paura e si dice “sei arrivata” e si chiede cosa fosse quella tenda in mezzo a quella stradina di sassi.”

E’ tutto passato, l’esperienza è stata rivissuta in sogno e si può nuovamente comporre. Adesso Martina sa il significato profondo della” tenda”, la madre e la maternità, in rievocazione di quel travagliato momento della sua vita di adolescente.

 

Basta la frustrazione di una gravidanza o una mancata maternità per scatenare questo sogno. Basta che uomo e donna discutano sul tema della paternità e della maternità, perché si presenti il “fantasma” in riguardo all’essere stato figlio, il come uomo e donna si sono vissuti da bambini in seno alla famiglia. Esistono altri fattori più traumatici legati a esperienze drastiche che aspirano a essere considerati clinicamente. Il sogno di Martina attesta della delicatezza dell’argomento maternità nella psiche di una donna o meglio nella “borsa di una donna” come recita una canzone di musica leggera, non tanto leggera in questo caso.

 

La prognosi impone a Martina di considerare il “ritorno del rimosso” e di approfittare per un’adeguata e decisa presa di coscienza: razionalizzazione del trauma o della frustrazione. Il sogno è sempre un buon alleato perché non mente anche se racconta le storie in maniera camuffata per non angosciarci e farci dormire.

 

Il rischio psicopatologico si attesta nella variazione d’umore collegata al persistere del “ritorno del rimosso” e soprattutto nelle tensioni collegate e congelate a livello profondo, in quei settori della psiche che contengono tutti i vissuti che non si possono tenere nella dimensione cosciente. Queste tensioni in eccesso ritrovano il loro equilibrio turbato nella “conversione isterica” e nella “formazione di sintomi”. In ogni caso viene sensibilizzato anche il tratto depressivo della “formazione reattiva”, il carattere per la precisione. Martina non deve essere vittima della tirannia del “rimosso”.

 

Riflessioni metodologiche: un riepilogo sul meccanismo di difesa della “rimozione” è opportuno. Di poi, sintetizzerò il cosiddetto “istinto materno” e il significato psico-antropologico della “tenda”.

La “rimozione”è il meccanismo di difesa principe e nobile riscontrato da Freud nella sua pratica clinica come causa delle psiconevrosi isteriche e di poi elaborato per giustificare la cosiddetta scoperta dell’”Inconscio”. In realtà di “Inconscio” avevano parlato i filosofi sin dal tempo del greco Anassimandro a partire dal quinto secolo “ante Cristum natum”, del tedesco Leibniz e dell’ancora tedesco Shelling e di altri filosofi di varia nazionalità. Si distinguono tre livelli operativi.

La “rimozione primaria” è il residuo arcaico, individuale e collettivo, di rappresentazioni disturbanti non coscienti, come la “scena primitiva”, la “colpa” e la “seduzione”, che costituiscono di poi punti di fissazione per le rimozioni successive.

La vera “rimozione” consiste in un processo attivo dell’”Io” che mantiene fuori dalla coscienza le rappresentazioni inaccettabili per semplificare la vita corrente. La “rimozione” da parte dell’”Io” si attesta nel relegare a livello profondo rappresentazioni angoscianti. In quest’operazione di difesa  le istanze del “Super-Io” e dell’”Io” sono alleate nel disattivare la memoria da questi vissuti angoscianti inconciliabili e incompatibili con l’equilibrio psicofisico .

Il “ritorno del rimosso”, la fuga dalla “rimozione” delle rappresentazioni sottili e delicate, può essere utile e funzionale come nel sogno e nei fantasmi o imbarazzante come nei “lapsus” e nelle “paraprassie”, le false azioni, oppure può essere patologica come nei sintomi nevrotici che testimoniano del fallimento reale della “rimozione”. Al suo mancato funzionamento e al “ritorno del rimosso” si attribuiscono i fenomeni isterici, le inibizioni, le ossessioni e l’impoverimento psichico in generale. Il processo consiste nel disinvestimento delle rappresentazioni angoscianti e nel successivo controinvestimento dell’energia pulsionale disponibile in rappresentazioni autorizzate. Freud riteneva inizialmente che la “rimozione” fosse la causa dell’angoscia, di poi dimostrò che è l’angoscia a creare la “rimozione”.

Passiamo all’istinto materno. Può essere definito come la rappresentazione fantasmica della psicofisiologia genitale femminile, il modo di vivere la “libido genitale” e di sentire il corpo nel suo essere materno. Istinto materno è il complesso delle fantasie in riguardo al corpo, nello specifico l’apparato sessuale femminile, che di poi viene inquadrato e organizzato dalla mente. Tali vissuti si incamerano durante la “posizione edipica” e la “fase genitale” degli investimenti della “libido”, si fissano nell’identificazione nella madre e nell’acquisizione dell’identità femminile e si evolvono nell’adolescenza con la pubertà e la maturazione genitale.

Passiamo alla “tenda”. Il significato antropologico della “tenda” presso la cultura degli indiani americani, i cosiddetti “Pellerossa”, si attestava in una simbologia materna e in una forma di extraterritorialità. Chi, maschio ovviamente,  commetteva un reato e si rifugiava nella tenda della donna anziana della tribù non poteva essere catturato, perché il luogo godeva dell’impunità. Questa è memoria, perché la cultura dei Pellerossa è stata mirabilmente distrutta o relegata a coreografia turistica. In compenso ricordo che nella simbologia archetipale, universale e primaria, la “Madre” assolve le colpe dei figli in base al suo codice fusionale, al di là della “Legge del Padre” che invece condanna ed esige l’espiazione della colpa in base al suo codice dirimente.

Maestro nella decodificazione dei simboli universali e culturali è stato Karl Gustav Jung, collega di Freud e della prima psicoanalisi e di poi dissidente e fondatore della “Psicologia analitica”, semplicemente un grande per la sua vasta formazione e per la sua capacità di sintetizzare le varie conoscenze in una valida teoria. Senza il suo contributo oggi sapremmo poco sul fenomeno psicofisico del sogno. Invito a leggere il suo testo “L’uomo e i suoi simboli” per una prima introduzione alla “Psicologia analitica” e al tema del significato profondo dei sogni.