LA POETICA DEL SOGNO

“Morire, dormire.

Dormire, forse sognare.

Poche immortali parole e sono lì,

sul palcoscenico che il sogno ogni notte mi offre,

a recitare lo spettacolo che ho scritto e che interpreto,

le mille vite parallele possibili,

il desiderio di non morire mai.

Fin da bambina è stato così,

andare a dormire significava andare a sognare,

vivere altre vite.

Amavo il buio,

nel buio scomparivano i confini

e lo spazio era a mia disposizione,

una infinita via di fuga.

Col buio arrivavano i sogni,

ma non ho fatto altro che sognare anche di giorno,

gran parte della vita l’ho vissuta nella mia mente.

Sono stata una bambina docile e una ragazza esuberante,

due caratteristiche che convivono nella donna che sono diventata;

la sorte è stata clemente e ho amato esserci,

amo la vita,

lo stupore della fioritura della ginestra.

Ho nostalgia,

nostalgia della vita,

dell’amore,

di me bambina e di me ragazza,

di tutte le volte in cui ho stretto il mio corpo a quello di un uomo,

di tutti gli uomini,

di ciò che non ho avuto,

del desiderio,

che è sempre fame di vivere.

E adesso… ‘sto’ tale di cui sento in lontananza la voce,

lui che scandisce il conto alla rovescia

e avanza inesorabile.

Va a finire che dovrò offrirgli un caffè in segno di ospitalità,

e non è nemmeno il mio tipo.

Ho sognato che ero felice.

Questa è la “buona novella” di Sabina

Morire, dormire.

Dormire, forse sognare.

Il Sonno è da sempre equiparato alla Morte, una breve sospensione della Vita. Non è il Sonno eterno e tanto meno il Sonno dei giusti, è “il Sonno dei sogni”, quello che ti permette di essere un piccolo dio cavalcando superbamente la Fantasia e di non essere un misero mendicante raccattando a destra e a manca con la Ragione. Il Sogno è di tutti anche se tutti non ricordano la trama. Il Sogno è la democrazia universale che dispensa il pane quotidiano come il buon fornaio di Pablo Neruda e non è “La vida es sueno” di Pedro Calderon de La Barca. Il Sogno non è futile e illusorio anche se tocca le note filosofiche della fugacità e della vanità dell’esistenza. Il prezioso sillogismo di Sabina dice che “la Morte è Sonno”, “il Sonno è un Sogno”, “la Morte è un Sogno”. Aristotele ringrazia. Piace pensare con l’audace Sabina che il suo sillogismo sia non soltanto una verità logica, ma anche e soprattutto una verità massiccia come la lava dell’Etna, il vulcano di Ades e la dimora di Persefone, almeno per i sei mesi invernali.

Poche immortali parole e sono lì,

sul palcoscenico che il sogno ogni notte mi offre,

Giovanni non a caso insegna che “In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio”. La Parola è l’energia primaria di quel Principio che tutto contiene e da cui il Tutto scaturisce. La Parola non muore. La Parola si evolve da energia a rumore, da rumore a suono, da suono a significato, da significato a significante “et in saecula saeculorum, amen”: dal Principio si arriva a Sabina passando attraverso le sonorità del Tempo astronomico e del Tempo storico. Questa formidabile donna si attesta nella sua roccaforte di parole “significanti”, i segni e i vessilli che sanno di lei, e si catapulta sul suo palcoscenico notturno seguendo i doni del crepuscolo della sua coscienza, quella sospensione che regala un appuntamento ineludibile a cui la generosità della notte non fa mancare l’intimità e la privatezza di un teatro e di un palcoscenico dove si recita veramente a soggetto nella periferia dei sensi e dei ricordi.

Sia benedetto colui che si vuol bene e non si fa mancare i suoi sogni.

a recitare lo spettacolo che ho scritto e che interpreto,

le mille vite parallele possibili,

il desiderio di non morire mai.”

Sabina è un’attrice vanagloriosa e vanitosa, esordisce come il “Miles gloriosus” di Plauto e recita il suo canovaccio con la sua soggettività emergente. Le rime traducono le esperienze vissute, i versi trasudano le allucinazioni, il poema contiene quel che “cade dalle stelle”, i suoi “de sideribus”. Sabina sa che i sogni sono suoi e di nessun altro, ma non si ferma a questa consapevolezza perché arriva a echi buddisti di Siddharta Gautama e metafisici di Platone: “le mille vite parallele possibili”.

Quante vite hai vissuto e quante ne vivrai!

Quante scelte farai nelle vite che verranno prima di acquistare quella consapevolezza che fa volare verso l’alto e ritornare nel grembo della Grande Luce!

O forse stai pensando a come puoi riempire questa vita e a quali scelte puoi fare cambiando di un grado la tua prospettiva?

Di certo, hai pensato e desiderato in tutte le tue vite “di non morire mai” e soprattutto di vincere quell’angoscia di morte e di convertirla nella vita eterna, nel tuo “breve eterno” che dura tutto il tempo di una vita e si realizza nello spazio di un Corpo che esige e di una Mente che vuole. Il Tempo non esiste, mia cara, il Tempo si dilata all’infinito e nel sogno si mischia con il passato e il futuro secondo le regole di una buona pietanza.

Fin da bambina è stato così,

andare a dormire significava andare a sognare,

vivere altre vite.

Se il sonno non fa paura, cosa non riesce a fare l’onnipotenza della bambina!

Sabina è infante, “senza la parola”, ma il suo pensiero vola alto verso le sfere incontaminate dell’autonomia, del far da sé intessendo un sogno nel sonno, un dono a sorpresa da ripetere tutte le notti e secondo i vari copioni da inventare. La realtà non è gratificante e merita una fuga notturna tra i progetti possibili e in attesa di essere realizzati. Sabina si butta in avanti e questo slancio può bastare in attesa di una degna ricompensa.

Ah se avessi avuto un’altra mamma e un altro papà!

Ah se non fossi nata bianca, rossa e verde!

La bambina anticipa giustamente la donna e le scelte possibili e inammissibili. Sabina studia il presente sognando quello che vuole vivere e si prepara al lieto evento di una “nuova sé”, ma una nuova sé “fuori serie”.

Amavo il buio,

nel buio scomparivano i confini

e lo spazio era a mia disposizione,

una infinita via di fuga.

Sabina segue le sue inclinazioni crepuscolari, le fantasie e le allucinazioni: una bambina dai contorni oscuri in onore a Demetra e a metà tra Athena la “virago” e Afrodite la seduttrice. Già si pensa vaga e vagante negli spazi evanescenti di un “apeiron”, di tanti indefiniti e indistinti spazi tutti da occupare con l’aiuto del buio amico. E le espropriazioni proletarie non finiscono mai.

Quelli erano i giorni, quelli erano i tempi!

Padrona della sua Fantasia Sabina illuminava gli spazi che regolarmente occupava. E l’Infinito non costava niente, era a portata di immagine e di fantasma, ma soprattutto era a gratis. E andava di fuga in fuga come il coniglio di Alice nella ricerca del paese delle meraviglie. Finalmente Sabina è padrona in casa sua. Il buio le ha dato il potere di plasmare il suo spazio vitale.

Col buio arrivavano i sogni,

ma non ho fatto altro che sognare anche di giorno,

gran parte della vita l’ho vissuta nella mia mente.”

La bambina non ha paura dei sogni, la bambina non ha paura di se stessa, la bambina cresce in bellezza e progredisce in immaginazione. Sabina vive il buio della Notte e la luce del Giorno. Fobetore, Fantaso e Morfeo escono per lei da una porta d’avorio e le portano in dono i sogni veritieri, il suo desiderio di creare e di crearsi. Nel contempo i sensi crescono, si raffinano e allucinano la Fantasia secondo i temi tragici delle fiabe antiche e secondo le trame sornione delle favole moderne.

E la Mente?

La Mente non sta a guardare e partorisce i “fantasmi” e i ragionamenti sul tema “vorrei” o “vorrei vivere”. Non è per niente vero che “l’erbavoglio cresce sempre nel campo del vicino”. Sabina ha il suo bel da fare nel dividere le fantasie e le immaginazioni dai fatti quotidiani dell’avara realtà. Sabina vive tra il Giorno e la Notte, tra le pieghe di una vita che stenta a farsi riconoscere alla Luce del sole.

Benedetto sia il Sogno e chi lo manda!

Sono stata una bambina docile e una ragazza esuberante,

due caratteristiche che convivono nella donna che sono diventata;

la sorte è stata clemente e ho amato esserci,

amo la vita,

lo stupore della fioritura della ginestra.”

I fiori gialli della ginestra mandano fuori di testa Sabina, una bambina docile, una ragazza esuberante, una donna complessa e dotata di yn e yang, della Notte e del Giorno, della “coincidentia oppositorum”. La ginestra non è quella eroica e triste del combattente Giacomo Leopardi in quel di Napoli e appena sotto il Vesuvio, non è quella del deserto che prospera anche tra le rupi calcaree di Siracusa, la Ginestra è Sabina con i suoi fiori gialli di rabbia e di gelosia, con i suoi slanci vitali e superbi, con le sue cose a posto e tutte da regalare al suo godimento. Sabina è stata anche ai ferri corti con la Vita, ma la Sorte è stata clemente e ha “amato esserci” in questa valle di stupore esuberante. La vena autodistruttiva ha toccato regolarmente le rive narcisistiche di un corpo ancora oggetto d’amore e in attesa di assorbire con gli odori del deserto di lava anche l’amore del proprio destino. Disposta a “sapere di sé” e a imparare, dotata di rotondità e fecondità, Sabina trasborda di ormoni e di sensualità nel suo incedere elegante e con gli occhi sognanti tra le strade della sua contrada natia e della sua straniera città. La ginestra è fiorita e non è ombrosa, tutt’altro, la ginestra è luminosa. Eros trionfa su Thanatos. La Sorte evoca il mito di Er di Platone, così come “l’Esserci” calza bene con il “Dasein” di Martin Heidegger.

Ho nostalgia,

nostalgia della vita,

dell’amore,

di me bambina e di me ragazza,

di tutte le volte in cui ho stretto il mio corpo a quello di un uomo,

di tutti gli uomini,

di ciò che non ho avuto,

del desiderio,

che è sempre fame di vivere.”

La nostalgia è il dolore del trasognato ritorno, è la “sindrome di Ulisse”, di ogni uomo e di ogni donna che cerca Itaca per ritrovare le sue radici e per definitivamente reciderle. Sabina desidera soffrire per tornare a vivere la sua bambina e la sua adolescente dentro, quelle che avevano sempre qualcosa in più da chiedere e da vivere. Sabina desidera soffrire per rivivere la “se stessa” adulta nel trionfo dei sensi e nel calore erotico di una fusione del suo tipo: l’androgino è ricostituito, andate in pace. Sabina è ormai intera, mille volte intera, tutte le volte che ha sentito il suo maschio e la sua femmina calzare a fagiolo com’era in principio e prima che l’invidia degli dei separasse la loro quasi perfetta unione, la loro quasi perfetta intesa.

Quanti sono gli uomini di Sabina?

Uno, nessuno, centomila grida il drammaturgo alla ricerca della vera identità di una donna che del vivere ha fatto un’arte di pienezza e di abbondanza. La fame del desiderio la sostiene e la tiene dritta con la schiena anche se il “non nato di sé” ancora addolora e copre di uggia le giornate dedicate alla paturnia.

E adesso… ‘sto’ tale di cui sento in lontananza la voce,

lui che scandisce il conto alla rovescia

e avanza inesorabile.”

La dialettica tra Kronos e Thanatos è da Titani e non s’addice a piccole donne che crescono in un cortile alle spalle di una collina e tanto meno sotto una montagna del Trentino. Il Tempo regala la consapevolezza della Morte non prima di aver concesso un qualche sentore del “chi sono io?” e una qualche avvisaglia del “conosci te stesso”. Fortunatamente la Morte sarà quella di un’altra vita scelta tra le tante vite possibili e di un’altra morte liberamente scelta per questa vita. Anche la fine aspira a diventare un desiderio di rinascita, una Pasqua. Pitagora e il grande Buddha ringraziano per la preferenza accordata, così come è scritto sulle carte oleate delle migliori pasticcerie siciliane.

Va a finire che dovrò offrirgli un caffè in segno di ospitalità,

e non è nemmeno il mio tipo.”

Sarà l’uomo del definitivo orgasmo questo Kronos maschio che si presenta con un Thanatos altrettanto maschio?

Sarà ancora quel maschio da accogliere per il definitivo congedo dagli inganni di un caffè sorbito a gocce nel bistrot del lungomare di Marina di Melilli?

Ma a quanti uomini Sabina ha detto di no?

Ho sognato che ero felice.”

La felicità è “eudaimonia”, è presenza di un buon demone dentro, è sentire la vitalità dei sensi e la forza dei sentimenti prima di bere la cicuta.

Sogno, oh sogno delle mie brame, dimmi, chi è la più bella del reame?

LA NOTTE DI ANTONIA SOARES

Io cercavo da tempo una stanza, ma la stanza non c’era.

Vorrei andarmene e passare la notte all’aperto, vorrei sparire e farmi inghiottire dal buio, vorrei andare in Portogallo a trovare Fernando Pessoa, vorrei dormire sulla sua tomba…, sento solo odio, rabbia, disprezzo, fuggire via, fuggire lontano.

Fuggire dove?

Vorrei sparire e farmi inghiottire dal buio.

E quell’ombra ritorna.

Si era nascosta dietro a una nuvola,

ma ora ritorna.

E tu continui a dare la colpa alla gente,

ma forse non ti accorgi

che sei tu a non valere niente.

Vattene gatto nero,

vattene all’inferno,

vattene ombra scura lontano dai pensieri,

ma quando tutto tace e tutto dorme,

ecco che allora si risvegliano i sospiri,

che come forte vento ti portano via la pace e la luce del sole.

La notte ti è amica,

la notte ti è vicina,

non ti lascia mai sola,

ma ti accompagna alla scoperta di una nuova vita.

Ma quell’ombra scura ti mette paura,

ti porta lontano,

ti toglie il respiro,

ti soffoca

e tu guardi fuori e c’è la notte.

Ma la notte è buona.

da “La stanza rosa” di Salvatore Vallone

LA COLONIA ESTIVA

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Un sogno ricorrente che facevo da bambina era vedere la mia casa che andava a fuoco.

L’angoscia che ne derivava era tanta perché immaginavo che assieme alla casa fossero bruciati anche i miei genitori.

Il sogno si presentava d’estate quando ero in colonia, posto dove non mi piaceva stare e che mi provocava disagio e forte nostalgia di casa.

Anche quando tornavo a casa, alla fine delle tre settimane, il disagio si ripresentava con crisi di pianto che non riuscivo a trattenere all’ora di pranzo o cena, quando ci si trovava insieme a tavola e che mi provocava ansia perché non capivo cosa mi stava succedendo.”

Pulcino

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI PERSONALI

La “colonia estiva” era il toccasana per le famiglie numerose e per i genitori improvvidi che popolavano l’Italia fascista e post fascista, più che democratica e repubblicana. Eravamo tanto poveri in tutti i sensi, c’era poco da mangiare, eravamo tutti magri, la dieta era naturale e non prescritta da alcun medico, i morsi della fame ti braccavano di notte e nel mezzo del sonno ti svegliavi con la dolorosa contrazione dei muscoli dello stomaco. Il Regime aveva messo a dura prova l’italica Intelligenza e la crudele Guerra aveva distrutto il bel Paese. L’oro era stato regalato alla Patria in cambio del vile metallo. Conservo ancora le “fedi” di ferro che erano state date ai miei genitori in cambio degli anelli nuziali d’oro. Che brutto imbroglio!

E i bambini?

I bambini non stavano a guardare, erano sempre impegnati perché l’Italia fascista aveva un culto per l’infanzia e per l’educazione della nuova generazione agli inossidabili valori della Famiglia, della Patria, del Dovere, del Duce, del Libro e del Moschetto. I libri sussidiari delle scuole elementari avevano proprio l’intento di coniugare lo studio e le armi, la grammatica e la pratica, la forza e la vittoria. Tra padri fanatici e madri necessariamente compiacenti l’Italia andava verso i destini imperiali in Africa. Intanto le colonie estive al mare o in montagna prosperavano sotto l’egida della benemerita “Opera dei balilla e dei figli della lupa”, le organizzazioni per l’assistenza e l’educazione fisica e morale della gioventù. Tutti in divisa ed equamente divisi in maschi e femmine, come nelle scuole. E di bambini ce n’erano tanti e tanti, tutti quelli che sopravvivevano al parto e alle malattie epidemiche. Si calcolava che una donna diventava madre a diciotto anni e di anno in anno procreava con indiscutibile chirurgica precisione per dare i figli alla Patria e per compiere il suo Dovere di femmina e di italiana. Le politiche per l’incremento demografico colmavano la misura e premiavano con qualche lira la Vita che si affermava sulla Morte. Eros e Thanatos erano sempre insieme e sempre in conflitto. E d’estate si andava tutti al mare non per mostrare le chiappe chiare, ma per educarsi ai valori della Famiglia, della Patria e del Dovere. E se tu non facevi parte del coro, se facevi lo sberleffo al Duce, le manganellate e le purghe di olio di ricino erano belle e pronte per farti cambiare idea. Oppure il Regime ti mandava a sue spese in una “colonia penale”, una colonia non estiva ma punitiva, un carcere o un penitenziario a scelta tra queste bellissime isole italiane: Pianosa, Tremiti, Montecristo, Pantelleria, Capraia, Ventotene, Ponza. Favignana.

Che tempi erano quei tempi!

Qualche grillo parlante ieri e oggi immancabilmente dice che sono passati, ma non c’è niente di più falso. Il Fascismo era apparentemente passato perché la sua nefasta Cultura era intatta nell’animo “imprittato” dei sopravvissuti alla barbarie politica e alla furia omicida degli invasori. La Scuola era autoritaria e per niente a misura di bambini, nonostante Maria Montessori e la scuola di Barbiana inventata da un prete di campagna, don Lorenzo Milani. Anche l’Italia repubblicana con finalità democratiche ha portato avanti negli anni cinquanta e sessanta il costume toccasana della “colonia” e del “collegio” laico o religioso, organi micidiali per l’infanzia e per l’economia psichica dei bambini. In famiglia e a turno i genitori seminavano il terrore per ottenere l’ordine con la famigerata frase “se non fai il bravo, ti mando in collegio”. La “colonia” sbarellava l’infanzia già precaria di suo e rafforzava i “fantasmi” già inquieti per natura. Se si era fortunati c’era qualche ente comunale o statale o di categoria che d’estate raccattava i poveri bimbi italiani e li collocava nelle località amene del paese per farli divertire e per nutrirli meglio, per educarli a essere forti e liberi, per essere migliori cittadini e provetti cristiani. I moderni e repubblicani ricoveri erano gestiti da suore e da educatori dello stampo ideologico e culturale postbellico. In tanta benefica disgrazia si esaltavano e si incrementavano i disturbi psicosomatici dell’infanzia e dell’adolescenza, del tipo le conversioni isteriche e le somatizzazioni dell’angoscia, i disturbi dell’appetito, del sonno, della respirazione, della vescica e altro a volontà e al vostro buon cuore. Ogni bambino aveva già il suo organo debole e la sua funzione precaria. Qualche bambino era già malato di tubercolosi o di enuresi, di asma o di anoressia. La lontananza dalla famiglia e dalla casa esasperava l’equilibrio psichico, strizzava la Psiche come un cencio e le scariche delle tensioni facevano il resto portando a compimento l’opera nefasta iniziata dai genitori e consumata dagli educatori.

E la mia famiglia?

I miei fratelli scapparono di notte dalla colonia di montagna e secondo le dinamiche delle favole dei fratelli Grimm alla ricerca della mamma e del papà, angosciati come se fossero stati strappati al grembo e al nido. Furono riacciuffati e adeguatamente puniti, ma non furono espulsi come avrebbero gradito. Le altre mie sorelle si facevano compagnia: di giorno si tenevano per mano e di notte si addormentavano abbracciate.

Ma si era stupidi o si era bambini?

Si era bambini.

Io ero un gran mascalzone e mi ero catapultato direttamente a casa dopo i primi giorni di noia e di insopportabile disciplina. Io non facevo la pipì a letto di notte, ma il bambino che dormiva nel letto a castello sopra di me, purtroppo per lui, era enuretico. E i maestri? Ci picchiavano con le bacchette di bambù nelle nocche delle dita se, per caso, eri normalmente vivace. Ricordo che sono scappato dalla colonia marina direttamente dal gabinetto e dopo essermi letteralmente cagato addosso perché non ero riuscito a liberarmi dai legacci a forma di bretelle che la suora aveva incrociato al mattino per darmi una mano a vestirmi. Riuscii a fare quei pochi chilometri in tanto travaglio, ma il ritorno a casa fu un nuovo dramma perché mio padre non condise la mia decisione e fece ballare la cinghia di cuoio di fronte all’indisciplina. Quella fu la mia prima vittoria sulla sopraffazione. Io soffrivo di broncospasmo dentro l’umido scirocco dell’isola di Ortigia e a causa del naturale “fantasma di abbandono”. La diagnosi della vecchia maga, a cui mia madre si era rivolta per un piatto di ceci, era stata la seguente: “stu picciriddru iavi u scantu” o “questo bambino soffre di spavento”. Una diagnosi in linea con la Psicoanalisi di Freud e con la Medicina psicosomatica di Georg Groddeck o di Franz Alexander. Mia madre, intanto e in attesa di farmaci migliori, mi curava con il benefico balsamo “vicks vaporub” e mi ungeva il petto con tutto il suo amore. Lei sapeva che questa era la cura migliore e che la “colonia” era un inferno per i bambini, ma il suo “sapere” era tenuto in poco conto.

Chiudo il serbatoio dei ricordi e delle riflessioni personali per passare al racconto e al sogno della bambina Pulcino.

Niente di nuovo sotto il sole!

Sono confermate le psicodinamiche di abbandono e i “fantasmi” associati secondo le coordinate dell’angoscia e della somatizzazione: “conversione isterica” e “formazione di sintomo” in attesa della benefica e salutare “razionalizzazione” del rimosso o della “presa di coscienza” del “ritorno del rimosso”, quel rigurgito psichico causato da pensieri incontrollabili o da eventi casuali.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

Un sogno ricorrente che facevo da bambina era vedere la mia casa che andava a fuoco.”

Il “sogno ricorrente” attesta la tesi che vuole la Psiche occupata per un periodo di tempo dal materiale emerso e in corso di elaborazione al fine di poter operare un ordinato smaltimento dei “fantasmi” e dei vissuti, al di là della loro qualità. Esempio: la conflittualità traumatica è soltanto un parte di questo contenuto introiettato. La Psiche è intenzionata, è diretta e si dirige verso esperienze possibili di quel tipo e di quella qualità. Il sogno esprime sempre e soltanto il materiale psichico in atto. Il sogno “ricorrente” conferma la “teoria della persistenza” e ha la benefica funzione di smaltire le energie nervose in eccesso, quelle che disturbano l’equilibrio omeostatico e hanno necessariamente bisogno di essere trattate, ripulite ed espulse.

Da bambina” dimostra che l’infanzia e l’adolescenza sono tappe evolutive delicate e intense, proprio perché ricche di novità e di forti emozioni. Pulcino si trova addosso i vissuti e i “fantasmi” delle “posizioni orale, anale e fallico-narcisistica” ed è in procinto di partire per la conflittualità “edipica” con i genitori. Vedi che trambusto e che complicazione abitano nell’animo di una graziosa “putea”?

Vedere” equivale a una salutare forma di “presa di coscienza” compatibile con l’età e con la funzione “Io”. Purtroppo questa consapevolezza è simbolica e non si evolve in una “presa di coscienza”, ma se ci fosse stato lo psicologo a interpretare il sogno della bambina, la consapevolezza da simbolica sarebbe diventata razionale e avrebbe apportato una ventata di aria pura nella stantia atmosfera sub-liminare o subconscia. Spiegare a una bambina che si tratta di una psicodinamica e che significa quel che significa, è semplicemente salutare.

La mia casa” si riduce simbolicamente alla mia struttura psichica evolutiva, alla mia “organizzazione psichica reattiva”, alla “mia casa psichica” con annessi d’arredo e connessi abitativi. La “mia casa” attesta di un buon amor proprio e di un incipiente senso dell’Io. Pulcino ha i piedi per terra, ma non può evitare a se stessa i traumi inferti dal destino infame e dalla superficialità culturale dei suoi genitori.

Andava a fuoco” si traduce in un investimento eccessivo di “libido”, in un eccesso di tensione nervosa direttamente proporzionale al trauma subito e in corso di smaltimento. La Psiche è interessata da un afflusso improvviso di tensioni collegate alle paure e alle angosce che la bambina Pulcino sta vivendo e sperimentando sulla sua pelle. Questo vale per la bambina. Di per se stesso il “fuoco” simboleggia la purificazione estrema dai sensi di colpa e la metamorfosi dei contenuti psichici in gestione tramite i “meccanismi di difesa” atti a commutare i vissuti magari nell’opposto e a deprivarli della loro carica autolesionistica e distruttiva: “isolamento”, “intellettualizzazione”, “annullamento”, “volgersi contro il sé”, “formazione reattiva”, “sessualizzazione”, “sublimazione”, “formazione di sintomo”, “conversione isterica”.

L’angoscia che ne derivava era tanta perché immaginavo che assieme alla casa fossero bruciati anche i miei genitori.”

L’angoscia” è la tensione nervosa che consegue a una paura senza oggetto specifico, deriva dal tedesco antico “angst” che si traduce “mi stringe” e si caratterizza a livello somatico per un nodo alla gola che ostacola il corretto e naturale andamento del respiro: blocca la fisarmonica. Spiego meglio: “l’ansia” è la tensione nervosa necessaria per affrontare un pensiero o un’impresa, la “paura” è la giusta e naturale tensione verso il pensiero e l’impresa, la “fobia” si attesta nello “spostamento” inconsapevole dell’oggetto dell’ansia e della paura in un altro oggetto che lo rievoca, “l’angoscia” è una dolorosa reazione nervosa senza un manifesto oggetto esterno, è un accadimento psichico interno e apparentemente privo di causa. Pulcino reagisce al trauma dell’incendio della sua casa, all’angoscia della mancata consapevolezza della sua intensa rabbia distruttiva, all’impotenza di capire e di reagire, con l’angoscia di cui si è detto. Pulcino sta doppiamente male, per il trauma reale esterno e per la tensione, altrettanto reale, interna: “l’angoscia era tanta”.

Immaginavo” spiega la formazione del “fantasma”, l’allucinazione che condensa il trauma interno ed esterno: “assieme alla casa fossero bruciati anche i miei genitori.” Attenzione! La bambina Pulcino associa il suo tormento psicofisico, l’angoscia, all’autodistruzione, una pulsione sadomasochistica, che coinvolge i suoi “genitori”. Spiego meglio: la bambina scarica la sua aggressività contro se stessa e contro le persone responsabili della sua angoscia, i genitori. Lei si è sentita morire e loro erano stati insensibili, non l’avevano difesa da questo tormento struggente. Sembra che la bambina tema l’abbandono e la solitudine, ma in effetti sta reagendo simbolicamente all’abbandono da parte dei suoi genitori formulando la giusta allucinazione, il “fantasma depressivo di perdita”.

Il sogno si presentava d’estate quando ero in colonia, posto dove non mi piaceva stare e che mi provocava disagio e forte nostalgia di casa.”

Tutto il quadro si compone nelle forme giuste e consequenziali. La bambina Pulcino elaborava questo sogno in una precisa contingenza della sua infanzia e adolescenza, “d’estate quando ero in colonia”. La “colonia”, il soggiorno estivo che si dispensava ai bambini fortunatamente nei tempi andati o per divertimento o per cura ricostituente, incorreva in una dolorosa esperienza di perdita e ridestava il “fantasma” che i bambini avevano elaborato per conto loro e secondo natura nella “posizione psichica orale” e nel primo anno di vita in riguardo all’abbandono della mamma e all’inedia conseguente. E giustamente la bambina Pulcino conferma che era un “posto dove non mi piaceva stare e che mi provocava disagio e forte nostalgia di casa.” Ecco spiegata la “sindrome dell’abbandono” meglio di uno specialista e di un teorico. Essa consiste nel dolore depressivo legato alla perdita dell’agio e del ritorno, nel cambiamento del luogo e nella difficoltà all’adattamento. Questo quadro è apparentemente esterno, ma in effetti è tutto interiore. Non si tratta di un’incapacità dell’intelligenza operativa della bambina Pulcino, la capacità di adattamento nello specifico, ma emerge uno psicodramma struggente e sottile che si consuma in maniera traumatica e addirittura condizionando di brutto la formazione psichica in atto anche in base a quanto Pulcino aveva elaborato nel “fantasma di abbandono” durante il primo anno di vita e negli anni successivi. Mi spiego meglio. Se il bambino e l’adolescente hanno esaltato il nucleo psichico depressivo della perdita perché ci hanno troppo filato sopra, ampliamento del “fantasma”, e perché effettivamente hanno subito delle perdite significative, basta anche la morte di un animale e non necessariamente di un familiare, ecco che allora l’esperienza traumatica della “colonia” diventa veramente pericolosa perché cementa e struttura il nucleo depressivo che può a macchia d’olio allargarsi ed esplodere nel tempo in una sindrome depressiva. Se invece il bambino o l’adolescente non hanno elaborato e infiorettato il solito “fantasma depressivo di perdita”, allora l’esperienza della colonia resta sempre traumatica, ma viene assorbita e risolta come un tratto depressivo e una sensibilità alla perdita restando in un ambito clinico conflittuale, “psiconevrosi depressiva”. E la stessa bambina Pulcino insegna che il “rifiuto del posto”, il “disagio” e la “forte nostalgia di casa” sono conflitti interiori e si traducono nei seguenti tormenti.

Il “rifiuto” non è topico e logistico, del luogo e del posto, ma è la “traslazione” dell’aggressività diretta verso i responsabili adulti di questa infame trovata, gli artefici di tanto intrattabile dolore, i genitori, proprio loro. La bambina si trova di fronte alla costrizione di vivere un’esperienza che non riesce a capire e a giustificare. Si chiede: “ma perché i miei genitori mi mandano via di casa?”, “perché non mi vogliono più bene?”, “ma cosa avrò fatto di male per essere punita in questo modo?” La bambina Pulcino si ritrova dentro vissuti spropositati e deve affrontare emozioni intense rispetto al fatto in se stesso, tutto quel marasma psichico che va dall’odio verso i crudeli genitori al senso di colpa per averli odiati. I genitori dicono a loro volta: “vai a divertirti con gli altri bambini”,”ti fa bene alla salute l’aria del mare o della montagna”, “vedrai che impari questo e impari quello”. La bambina ribatte dentro di lei “ma io sto bene con voi e a casa mia”, ma è costretta dal bieco autoritarismo dei genitori a ubbidire e a soccombere.

Il “disagio” non si attesta nella mancanza dell’agio di cui gode in casa. Anche in questo caso il vissuto non è diretto verso l’esterno, ma verso l’interno e si traduce in un conflitto psichico e in una disarmonia psicofisica perché inevitabilmente le tensioni in eccesso vengono somatizzate e sono di lesione alle funzioni organiche. La prima a essere colpita è la respirazione. Prima di addormentarsi il bambino sente che il respiro non va in fondo, che fa fatica a respirare, che gli manca il fiato e che la fisarmonica non si apre tutta. Il respiro è collegato elettivamente alla figura materna essendo una funzione vitale ed essendo la madre la persona e la figura deputata alla vita. Anche l’enuresi, la pipì notturna, (il mancato controllo della funzionalità della vescica dovuta a un afflusso di tensione nervosa destato dall’emergere in sogno del “fantasma” che apre la valvola di scarico e risolve in parte l’angoscia), è in agguato insieme alla grande vergogna di aver bagnato il lenzuolo. Si ridestano tutti gli “organi deboli” e le funzioni delicate sotto lo stimolo incessante del “fantasma di abbandono”, la versione evoluta del “fantasma di morte in vita”. Di poi, l’eccesso emotivo durante il giorno si può convertire nell’umore o nell’appetito, nella tristezza e nella distorsione della percezione della fame. Il momento più brutto della giornata per il bambino abbandonato in colonia è la sera, quando va a dormire. Prima di prendere sonno affluiscono nella sua mente un mare di ricordi e di dolorose fantasie che aumentano a dismisura il tenore nervoso. Il pianto è il primo “meccanismo di difesa”, ma non tutti i bambini fanno ricorso alle lacrime per scaricare la tensione dell’angoscia di trovarsi soli in un mondo sconosciuto e infido. Ripeto, la mancanza di agio, “disagio”, è tutta interiore, una disarmonia tra le angosce e la realtà, un eccesso di tensione nervosa che disturba l’equilibrio psicosomatico.

La “forte nostalgia di casa” è sempre un’elaborazione interiore del trauma dell’abbandono e delle degne tensioni che si scatenano nel teatro psichico della bambina Pulcino. “Nostalgia” si traduce dal greco “dolore del ritorno” ed è la “sindrome di Ulisse”, almeno così come lo presenta Omero nella sua “Odissea”. Dopo aver peregrinato per volontà punitiva degli dei nel Mediterraneo e per ben dieci anni, Ulisse finalmente può rientrare a Itaca per ritrovare il padre Laerte, il figlio Telemaco e la moglie Penelope. La bambina si trova in colonia, lontano dai suoi genitori e dalla sua casa, e sente forte lo struggimento del ritorno.

Chi poteva garantire la bambina sul ritorno a casa e chi poteva rassicurarla sull’amore dei suoi genitori?

Questo è un punto molto delicato della “sindrome di abbandono”. L’angoscia domina qualsiasi rassicurazione sul ritorno in famiglia e sul ripristino della normalità. Di giorno si manifesta la paura, di notte quest’ultima traligna nell’angoscia perché emergono i “fantasmi” nella fase ipnoide del sonno, prima di addormentarsi e quando si è ancora abbastanza svegli e consapevoli.

Anche quando tornavo a casa, alla fine delle tre settimane, il disagio si ripresentava con crisi di pianto che non riuscivo a trattenere all’ora di pranzo o cena, quando ci si trovava insieme a tavola e che mi provocava ansia perché non capivo cosa mi stava succedendo.”

Il danno psichico non era da poco e aveva i classici strascichi del trauma di abbandono. Ripeto: già il bambino lo elabora da sé e tra sé e sé anche nelle migliori e protettive situazioni familiari, anzi più protetto e sicuro è e si sente e ancor di più e più facilmente pensa alla situazione opposta e scatena le sue fantasie di abbandono e di solitudine e di morte per inedia. Tre settimane di soggiorno in colonia sono micidiali per la sensibilità della bambina e hanno tutte le condizioni per inserirsi tra le pieghe profonde della sua Psiche. Quando il sistema psichico non riesce a contenere l’angoscia e la tensione nervosa, ecco che arriva immancabilmente il disturbo psicosomatico, la “conversione isterica” o la “formazione del sintomo” facendo perno sulla memoria dell’esperienza vissuta. Le crisi di pianto sono classiche ed elementari e sono la migliore scarica della tensione nervosa, la reazione naturale e universale. Se poi avvengono davanti alla tavola imbandita e al simbolo dell’unità familiare, ecco che il pianto si collega logicamente come una “metonimia”, figura retorica, a ricordare che il trauma e le lacrime sono l’eredità di quella mutilazione temporanea degli affetti familiari di cui il bambino ha sofferto. Pulcino, non sapendo a cosa collegare queste lacrime, si meraviglia e si addolora ancora di più sentendosi fuori posto o malata, comunque in crisi. La Psiche camuffa ma non dimentica e ripropone in altre forme il trauma e lo rappresenta con una logica associativa e simbolica nella veglia, come succede nei sogni. Anche i sintomi non avvengono a caso, ma sono rappresentativi della qualità del trauma e dell’angoscia, come ho detto in precedenza. Riguardano la sfera affettiva e gli apparati e le funzioni che simbolicamente sono investite di quel significato: il respiro e lo stomaco in rievocazione dell’amore materno, la vescica in liberazione dell’angoscia che si accumula nel sonno e in sogno. Niente avviene a caso e tutto ha una sua finalità, una sua teleologia.

Questo è quanto potevo dire sull’esperienza umana e onirica della bambina Pulcino.

PSICODINAMICA

Le note oniriche rilevano ed evidenziano in maniera sintetica ed efficace la psicodinamica collettiva e universale della “sindrome di abbandono” e del “fantasma di morte” nella versione “orale”, quello elaborato nella “posizione psichica orale” e intenzionato espressamente alla sfera affettiva. La bambina Pulcino rievoca nei suoi ricordi l’angoscia e il dolore del trauma, nonché la struggente nostalgia di un ritorno in famiglia e il desiderio di ripristinare la sua armonia psicofisica dopo il notevole turbamento. Lo strascico psicosomatico conferma la persistenza nel tempo immediato, nel futuro prossimo e nel futuro remoto, dell’universalità dei sintomi, della condivisa simbologia e del comune Linguaggio del Corpo. Questa tesi è stata elaborata da Franz Alexander nella sua miliare “Medicina psicosomatica” e da Georg Groddeck nel suo originale e prezioso “Il libro dell’Es”.

PUNTO CARDINE

Nel breve sogno di Pulcino il punto cardine dell’interpretazione è “assieme alla casa fossero bruciati anche i miei genitori.” Questa precisazione non contempla il conflitto edipico, ma si riferisce alla prima infanzia e al legame di dipendenza affettiva della bambina dal padre e dalla madre, relazione e intensità equamente distribuite.

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

Nel breve sogno di Pulcino sono presenti i “simboli” della “casa”, del fuoco”, della “colonia”.

Si evidenzia l’archetipo “Corpo” nell’essere portatore di angoscia e nel rappresentare la “sindrome dell’abbandono”.

Si manifesta il “fantasma di morte” nella versione “orale”, l’affettività e l’abbandono.

E’ presente l’istanza psichica deputata alla consapevolezza vigilante, l’Io, in “non capivo cosa mi stava succedendo” e in “vedere”, l’istanza pulsionale “Es” in “la mia casa che andava a fuoco.” e in “immaginavo che assieme alla casa fossero bruciati anche i miei genitori.”. L’istanza censurante e limitante “Super-Io” non si manifesta.

Nel breve sogno di Pulcino è rispolverata la “posizione psichica orale”, la dimensione affettiva elaborata e assimilata nel primo anno di vita e portata avanti nel corso dell’evoluzione psicofisica.

I “meccanismi psichici di difesa” usati da Pulcino nel sogno sono la “condensazione” in “casa” e in “fuoco”, lo “spostamento” in “colonia” e in “bruciati”, la “figurabilità” in “vedere la mia casa che andava a fuoco.” e in “assieme alla casa fossero bruciati anche i miei genitori.”. Il sogno di Pulcino mostra in maniera chiara il “meccanismo psichico di difesa” della “conversione isterica” ossia di come l’angoscia si somatizza nel sintomo o in una serie di sintomi: “il disagio si ripresentava con crisi di pianto”.

Il processo psichico di difesa della “regressione” è presente nei termini richiesti dalla funzione onirica. Non è presente l’azione purificatrice e benevola della “sublimazione della libido”.

Il sogno ricorrente di Pulcino evidenzia un tratto “orale” all’interno di una “organizzazione psichica reattiva” a dominanza “orale”. Mi spiego meglio: si tratta di un sogno dell’infanzia a stretto dominio affettivo e non evidenzia la maturazione psichica di Pulcino. Si può affermare che la protagonista adulta è molto sensibile alla vita affettiva e al suo esercizio, tratti ereditati da quel periodo e rafforzati da quella triste esperienza.

Le “figure retoriche” elaborate dalla Fantasia creativa di Pulcino sono la “metafora” o relazione di somiglianza in “fuoco” e in “casa”, la “metonimia” o relazione di senso logico in “colonia”. L’allegoria dell’abbandono si colloca in “ posto dove non mi piaceva stare e che mi provocava disagio e forte nostalgia di casa.”

La “diagnosi” dice di angoscia d’abbandono somatizzata in maniera elettiva e non a caso o alla carlona, ma in organi significativi come gli occhi.

La “prognosi” impone a Pulcino di considerare sempre la sua sensibilità alla perdita affettiva e di rincuorarla con l’esternazione della sua carica “orale”: giovialità e partecipazione emotiva.

Il “rischio psicopatologico” si attesta in un “ritorno del rimosso” e nella somatizzazione d’angoscia in un sintomo elettivo degli affetti come lo stomaco e il respiro: “conversione isterica” o “formazione di sintomo”.

Il “grado di purezza onirica” si può stimare “buono” dal momento che il sogno è ricorrente e verte su esperienze vissute. Non esistono contaminazioni e accrescimenti da parte dei “processi secondari” al risveglio perché la trama è semplice e lineare.

Il “resto diurno” del “resto notturno”, la causa scatenante del sogno di Pulcino è sempre l’associazione al trauma vissuto nella piena consapevolezza e reiterato, vissuto più volte. Magari nel pomeriggio Pulcino ha pensato ai suoi genitori o ha vista una bambina e di notte il sogno era pronto a manifestarsi.

La “qualità onirica” è la “semplicità” e l’umanità del tema.

Il sogno di Pulcino può vedere la luce nella seconda fase del sonno REM e nel passaggio alla fase nonREM. Questo non è un sogno da quasi risveglio perché ha un simbolismo forte ed efficace.

Il “fattore allucinatorio” si mostra nel senso della “vista” in “vedere la mia casa che andava a fuoco.”

Il “grado di attendibilità” dell’interpretazione del sogno ricorrente di Pulcino è “massimo” alla luce dell’evidenza supportata dalla protagonista. Il “grado di fallacia” è minino”.

DOMANDE & RISPOSTE

A grande richiesta è tornata la signora Maria, veneta a denominazione di origine controllata ma non fanatica da “Liga” o da “Repubblica serenissima di san Marco”, con la sua terza media e con l’esperienza collaudata di mamma, una donna massiccia e pratica che legge tanto e che ama essere informata, una donna tosta che non te le manda a dire.

Domanda

Proprio vero e comincio subito. La volta scorsa mi ha spiegato “Ultimo tango a Parigi”, questa volta mi deve spiegare “l’alienazione parentale”. Mi deve dire che cos’è e cosa ne pensa. Ne hanno parlato in televisione a “Presa diretta” insieme a un progetto di legge sull’affidamento dei figli.

Risposta

“Presa diretta” è un ottimo programma di inchiesta giornalistica. Riccardo Iacona e i suoi collaboratori sono professionalmente capaci e socialmente impegnati, all’incontrario di tanti giornalisti polemici e saccenti, fanatici e prevaricatori che occupano tanto spazio dentro il video di questo o di quell’editore. Provo a rispondere alla tua domanda, ma vado a salti. Il progetto di legge in discussione presso la commissione parlamentare prende il nome dal senatore leghista che lo ha proposto, l’avvocato Stefano Pillon, e tende a rivedere l’affidamento dei figli con particolare attenzione alla figura paterna, all’assegno mensile e con la convinzione di fondo che la madre sia privilegiata dalla Legge a livello economico e a livello affettivo e psicologico. Infatti, questa proposta di legge tende a eliminare nell’affidamento condiviso la quota finanziaria che il padre è tenuto a versare alla madre per il mantenimento dei figli e propone tempi uguali per il soggiorno e l’educazione. Per questi scopi la proposta Pillon fa riferimento alla “sindrome di alienazione parentale o genitoriale”, PAS, elaborata nel 1985 dal medico americano Gardner, da lui definita come una sindrome psichiatrica. Questa neonata malattia non è stata accettata dagli organismi internazionali sulla pubblica Salute e, nello specifico, sulla Salute mentale. Purtroppo, questa sindrome in tanti casi è stata fatta propria da qualche giudice americano e non. L’ideatore dell’alienazione parentale sostiene che uno dei genitori viene estromesso dalla famiglia dopo la rottura della coppia e viene distolto dall’esercizio psicologico ed educativo dei figli. Nello specifico storico e senza tanti fronzoli la madre, nel novantanove per cento dei casi, scredita costantemente la figura paterna al punto di suggestionare il figlio o la figlia nel rifiuto del padre fino a indurli a non frequentarlo più. Questo diabolico condizionamento materno consente di formulare la tesi che nelle separazioni c’è un genitore “alienante” e un genitore “alienato”. Gardner formula anche una griglia con precisi criteri per l’individuazione e la diagnosi della “sindrome di alienazione parentale”. Insisto nello spiegare che se un figlio di separati rifiuta uno dei genitori e non vuole più andare da lui per vivere nei giorni prescritti dalla Legge e dal giudice, c’è una madre o un padre “alienante” e una madre e un padre “alienato”. Quest’opera di alienazione avviene tramite messaggi costanti di discredito e suggestioni di rifiuto. Tanta roba viene inoculata ad arte dai genitori facendo perno sull’attaccamento affettivo e sulla dipendenza psichica del figlio o della figlia. Questi ultimi non vogliono vedere e frequentare il padre perché sono stati oggetto di smaccato plagio e di subdolo indottrinamento. In ogni caso non hanno scelto di loro arbitrio e volontà. Tutto questo casino psicodinamico è una ideologia che va concretamente contro la madre e la donna. E’ lei l’artefice del misfatto. Chiaro? Ma non finisce qui. Bisogna ricordare sempre che le conquiste fatte dalla donna in riguardo ai diritti civili oggi stanno subendo un duro attacco da parte di gruppi fondamentalisti cattolici medioevali e da parte della Lega che è al governo con tutto il suo scarno bagaglio di cultura storica e di idee portanti, con le sue fobie casalinghe e le sue paranoie piccolo-borgesi.

Domanda

Sì, ma lei, lei dottor Vallone, cosa dice a proposito?

Risposta

La terminologia “alienazione parentale” è confusa e il significato è ambiguo. Riguarda, infatti, i figli come soggetto e oggetto di alienazione, un genitore come oggetto alienato e l’altro genitore come soggetto alienante. La questione psichica è tremenda e complessa, specialmente se a essere l’artefice di tanto diabolico misfatto è la madre. I figli sono affetti da questa terrificante sindrome e sono oggetto in quanto sono stati condizionati da un genitore, l’alienante, e sono soggetto in quanto rifiutano l’altro genitore, l’alienato. Preciso che in Psicopatologia il termine “alienazione” richiama il “meccanismo psichico di difesa” della “scissione dell’Io”, il cui uso dispone a una sindrome pesante di perdita di contatto con la realtà e a quella che si definisce in gergo la “follia”. Il quadro dell’alienazione parentale è esagerato nei termini e nella realtà. Io ritengo che queste posizioni pseudo psichiatriche e giuridiche, progetto di legge Pillon compreso, hanno in primo luogo una base culturale di manifesta, più che occulta, “misoginia”, odio contro le donne. La donna madre viene discriminata e vilipesa nel suo essere stimata la causa attiva di una difficile e complicatissima questione, l’accettazione da parte dei figli della figura paterna. Non soltanto, ma la madre viene sminuita nel ruolo e nelle funzioni psicofisiche pregresse e in atto. La madre ha accudito i figli anche andando a lavorare e adesso viene accusata di approfittare della Legge per derubare in ogni senso l’ex marito e il padre dei suoi figli, riducendolo al lastrico e in certi casi all’accattonaggio, per l’obbligo di versare la quota mensile stabilita dal giudice all’atto della sentenza di separazione. E allora il padre dal profondo del suo amore verso i figli chiede di non versare più il becco di un quattrino e di avere lo stesso trattamento logistico dell’ex moglie: il figlio starà tre giorni con il padre e tre giorni con la madre e la domenica sarà distribuita equamente. Ogni genitore manterrà economicamente il figlio senza dover dare all’altro alcunché, dividendo soltanto le spese straordinarie. Se questo non viene accettato dalla madre, che si è ampiamente sacrificata nel crescere il figlio e se quest’ultimo rifiuta di andare dal padre, allora si tratta di “alienazione parentale”: la madre ha fatto il lavaggio al cervello al figlio e lo ha messo contro il padre. Fino a questo punto mi sono talmente ripetuto che è tutto necessariamente chiaro. Continuo. Parliamo anche dello psicodramma del sentimento dell’odio degli adulti genitori separati che coinvolge i figli. Le loro beghe psicofisiche irrisolte sono traslate sui figli con la diagnosi che questi ultimi sono stati manipolati e alienati. Della Psicologia del figlio, bambino o adolescente, di cosa effettivamente vive il diretto interessato nessuno dice niente e nessuno si pone il problema, se non in termini generici e falsamente protettivi. I due genitori persistono come famiglia anche da separati grazie al figlio e persistono alla grande nell’esercizio del sentimento dell’odio. Il loro psicodramma non è finito e viene ancora esteso al figlio. Quest’ultimo era stato già colpito dentro e fuori dalla dialettica e dalla separazione dei genitori, ma non è bastato, perché adesso deve odiare il padre ed è stimato incapace di intendere e di volere e malato di alienazione. Poveri figli!

Domanda

Allora? Mi dica dei figli, visto che prima ha difeso la madre e dopo ha condannato entrambi i genitori.

Risposta

La Psicologia dell’infanzia è complessa e non so da dove partire. Comunque ci provo a dire qualcosa d’incompleto. Intanto i figli coinvolti sono quelli che vanno dai due ai dodici anni. Gli adolescenti e i giovani sono toccati in parte dalla separazione dei genitori, sono più autonomi e strutturati a livello psicologico per cui non si prestano facilmente a operazioni di manipolazione e di plagio. Premessa vuole che i figli hanno bisogno del padre e della madre, ma se la coppia genitoriale si rompe, la famiglia resta anche se in spazi diversi. La logistica non elimina i circuiti affettivi e formativi. I bambini accettano la separazione dei genitori con minore difficoltà rispetto a quello che pensano i genitori stessi, i benpensanti e i moralisti. La comunicazione non avviene a caso e all’improvviso, ma dopo una dialettica litigiosa della coppia genitoriale, oltretutto molto dannosa per i bambini. “Ogni male non viene per nuocere”, recita in preghiera il bambino insieme a un “amen”. Il bambino è preso e impegnato dalla sua evoluzione psicofisica e dalle sue dinamiche relazionali, per cui affronta la separazione dei genitori come un miglioramento della sua condizione e non come una perdita. La “sindrome e l’angoscia dell’abbandono” non scattano se non in pochissimi casi. I bambini, le femmine in particolare, hanno una buona capacità di razionalizzare e di adattarsi, hanno una buona intelligenza operativa sin dai quattro anni, sono particolarmente giudiziose. L’evento storico della separazione dei genitori non si traduce in un dramma interiore semplicemente perché i genitori sono vivi e vegeti e la famiglia è intera e salva. Il bambino concepisce che si è rotta la coppia e i giochini della mamma e del papà, ma non si è rotta la famiglia ed è convinto che adesso ha degli agi in più, adesso ha due case e due persone da manipolare con i suoi argomenti e con le sue strategie. Paradossalmente sono i figli che operano la “alienazione genitoriale” nel senso che intuiscono che possono godere meglio le figure dei genitori e usarle a proprio uso e consumo facendo perno sui loro fasulli sensi di colpa. Adesso la bambina in piena “posizione edipica” ha il papà tutto per lei e ha eliminato la conflittualità con la mamma che le procurava un inutile stress. Adesso il bambino edipico ha la mamma tutta per sé e senza l’ostacolo del padre rompiscatole. I figli si adattano alla nuova situazione psicofisica e logistica meglio di quanto i genitori e gli adulti pensano. Per loro ci sono tutte le opportunità di ben “alienare” il padre o la madre a loro vantaggio. Attenzione a non oltrepassare la misura della decenza, altrimenti dopo sono guai seri.

Domanda
Lei sta dicendo delle cose sconcertanti, sta ribaltando la frittata, sta dicendo che sono i figli ad approfittare della separazione per vivere meglio e di più i genitori. Ma è sicuro?

Risposta

Non è il genitore che aliena l’altro genitore, ma è il figlio che ha tutta la convenienza di vivere liberamente e senza vincoli sia la madre e sia il padre. E i genitori, in preda ai sensi di colpa di aver rotto il giocattolo della famiglia, li amano di più rispetto a prima, mentre i figli trovano davanti a loro una prateria dove scorrazzare con le mille richieste e le mille voglie che immancabilmente elaborano. Ma i genitori persistono nella perfida dialettica di coppia che li ha portati alla soluzione effimera della separazione e traslano vicendevolmente la loro aggressività adducendo che il bambino o l’adolescente ha subito l’alienazione parentale e che è malato di questo strano e neonato morbo, quando invece il figlio non è mai stato così bene in vita sua come da quando i genitori hanno smesso di rompere le scatole con i loro teatrini domenicali e non. Ripeto. Alla luce delle “posizioni psichiche” affettive o “orali”, aggressive o “anali”, autocompiacimento e potere o “fallico-narcisistiche”, conflittuali o “edipiche”, il bambino riceve meno danno di quello che si pensa, si adatta alla nuova situazione psicofisica e relazionale, vive la rottura della coppia e non della famiglia, sente di avere più potere contrattuale con entrambi i genitori. Cosa resta in questo bailamme? Restano pari pari i conflitti di coppia, il risentimento e l’odio. E qui cominciano i guai seri. Dopo la separazione si cerca la rivincita in base al senso di sconfitta umana che ogni membro della coppia ha vissuto. L’alienazione parentale è un’ulteriore aggressione dell’uno verso l’altro coinvolgendo i figli che sono, di certo, più intelligenti e capaci dei genitori. Maria, se mi dici che ti basta e posso fermarmi qui, mi fai un grande piacere.

Domanda

Assolutamente no. Mi dica qualcos’altro.

Risposta

Vado avanti, ma ci penserò due volte prima di richiamarti. L’alienazione parentale non ha motivo di essere e di esistere. L’alienazione è un concetto filosofico, economico, sociologico, psichiatrico, psicologico, giuridico: Feuerbach e Marx, scuola di Francoforte e Marcuse, Kraepelin e altri, Freud e Max Weber, Basaglia e l’Antipsichiatria. L’alienazione psichiatrica significa che una persona è fuori di se stessa, è mentalmente inferma, non applica il “principio di realtà” e ha perso il contatto con la realtà, è di danno a se stessa e agli altri, e chi più ne ha, più ne metta. Ma cosa c’entra una madre, un padre e un figlio, una famiglia, in tanta disgrazia di parole, di scienze e di ordinamenti giuridici? Ripeto: una madre o un padre possono lavorare psicologicamente un figlio in maniera che non riconosca uno dei genitori? E’ semplicemente impossibile alle condizioni di normalità date e supposte, ripeto, alle condizioni date e supposte di andamento psico-esistenziale normale. Ma è possibile la “proiezione” dell’odio, oltre che sul partner, anche sul figlio ritenendolo un emerito ebete o imbecille. Ma il figlio è più intelligente di quanto gli adulti di ogni professione pensano.

Domanda

Passo al sogno di Pulcino. Quando leggo quello che scrive a volte mi emoziono perché lei le cose le fa sentire sulla pelle e nello stomaco, come se accarezzasse e scavasse dentro nello stesso tempo. Ma voleva fare l’archeologo da piccolo?

Risposta

Mi compiaccio di questo tuo trasporto. Pensa quanto sono potenti le parole e i discorsi. Non sei andata molto lontano dalla realtà dei fatti. Io sono nato a Siracusa, una città bellissima che pessimi amministratori, in sequela dagli anni cinquanta, hanno resa quella che è oggi, una città sporca, inquinata, disordinata e fatiscente, una città non vivibile. Negli anni cinquanta le sue bellezze naturali sono state svendute per un pugno di dollari alle industrie chimiche e petrolifere italiane e americane. Pensa che hanno impiantato nel meraviglioso litorale i macchinari dismessi nel Texas e fino al duemila hanno permesso ai petrolieri russi di costruire una pericolosissima raffineria a ridosso della città. Tutto per un pugno di miseri salari e per morire di tumore vario e variopinto a tutte le età. Ma non basta. Il ministro dell’ambiente è stato per tanti anni una donna di Siracusa, ma l’inquinamento e la “munnizza” hanno continuato a dominare e a prosperare insieme all’incuria e all’indolenza. Dicevo che sono nato e abitavo in Ortigia, lo scoglio o l’isoletta su cui era stato costruito il centro storico e ho vissuto quotidianamente tra rovine di templi greci su cui si era insediata la cultura romana, cristiana, araba, normanna, angioina, spagnola, savoiarda italica, un crogiolo di tratti culturali e di dominatori da cui il popolo di Ortigia non si è mai liberato in onore alla sua storica indolenza e accidia: vedi il Gattopardo. Mio padre era profugo dalla Libia ed era impiegato presso la Sovrintendenza alle antichità, il Museo per intenderci. Mi ha imposto di frequentare il Liceo classico, mentre io avrei preferito imparare il mestiere di macellaio dai miei zii o in ultima istanza sarei diventato anche prete pur di sfuggire al suo autoritarismo. Quindi l’Archeologia mi ha seguito ogni giorno e, quando mi affacciavo dal balcone, vedevo i resti del tempio di Apollo e, se andavo in cattedrale, mi trovavo dentro un tempio greco, un “peripteros” per la precisione dedicato ad Athena. Vengo alla tua domanda. L’interpretazione dei sogni è come uno scavo archeologico secondo Freud, perché si riportano alla luce non i resti, ma i vissuti din base della nostra formazione psichica. Poi, se io li descrivo bene, è merito di una buona sensibilità e di tanto esercizio. Comunque, l’allegoria dello scavo archeologico in riguardo al sogno è appropriatissima.

Domanda

Se mi spiega una volta per tutte che cos’è il “fantasma di morte”, giuro che non glielo chiederò più. Del resto fra poco partirà e allora non ci si vedrà.

Risposta

Il “fantasma di morte” si colora in base alla “posizione psichica” che si vive e che si sta elaborando. Nella “posizione orale” ha i colori dell’abbandono e della dipendenza affettiva e l’angoscia è di solitudine: primo anno di vita. Nella “posizione anale” l’angoscia è di frammentazione e il colore è dell’aggressività sadomasochistica all’interno della ricerca dell’autonomia: dal secondo al terzo anno di vita. Questa è una situazione molto delicata e pericolosa per il futuro e bisogna superarla bene perché si sperimenta e s’incamera la possibilità della violenza. Nella “posizione fallico-narcisistica” l’angoscia è di mutilazione e ha i colori dell’auto-gratificazione e dell’esaltazione, nonché dell’isolamento: quattro e cinque anni. Nella “posizione edipica” l’angoscia è di “castrazione” e i colori sono quelli della colpa e dell’espiazione: dal quinto al dodicesimo anno di vita. Nella “posizione genitale” l’angoscia è di perdita depressiva dell’oggetto d’investimento e d’amore con caduta nell’indeterminato psichico. Il colore è quello del riconoscimento dell’altro e si avanti dalla pubertà a vita natural durante. In questa posizione si matura il sentimento d’amore e di cura dell’altro e, se si forma una coppia, bisogna ricordarsi sempre che la “libido genitale” si esercita e si rimpinza sempre, non è una ricchezza che si consuma e finisce e specialmente se ci sono figli. Riflettete gente, riflettete!

Domanda

Quella della bambina era angoscia di perdita dell’affetto dei suoi genitori ed era causata dal fatto che l’avevano mandata in colonia. Invece di divertirsi ha rischiato di ammalarsi di depressione. Ma non le sembra esagerato?

Risposta

Assolutamente no. Hai un’altra spiegazione? La bambina Pulcino ha detto che piangeva senza sapere perché e che dopo lo ha collegato all’angoscia che provava nella colonia al pensiero della sua famiglia e della sua casa. La somatizzazione è stata il pianto e le è andata bene, perché poteva essere più pesante qualora avesse avuto delle lacune psichiche di altro tipo.

Domanda

Mi spieghi questa che non l’ho capita.

Risposta

Metti il caso che le altre “posizioni psichiche” fossero state vissute malamente e ci fossero stati altri traumi, allora la situazione psicofisica della colonia avrebbe scatenato un marasma più intenso.

Domanda

Lei è molto suscettibile e permaloso. Non le si può dire niente che subito si inalbera. O le dico quello che penso o altrimenti andiamo a prendere il cappuccino e la treccia all’uvetta da Ceschin.

Risposta

Ti chiedo scusa. Comunque dopo andiamo in pasticceria, ci mancherebbe altro. Dopo tutta questa scarpinata è il minimo che possa succedere tra me e te.

Domanda

Lei ha parlato di Medicina psicosomatica. Ne so qualcosa anch’io con i problemi che ho sulla pelle e che passano soltanto con il cortisone e soltanto per un giorno. Me la spiega.

Risposta

La pelle è il teatro preferito dai “fantasmi” e della angosce per esibirsi. La psiche trova la pelle a portata di mano e pronta alla necessità di parlare con i sintomi. Ti spiego. Quanto subiamo un trauma o viviamo un’esperienza dolorosa, non potendoci stare dietro con la riflessione, usiamo il “meccanismo psichico di difesa” della “rimozione” e ce ne dimentichiamo. L’energia nervosa che non abbiamo espresso e consumato e che era legata a quel fatto, viene ingoiata e, quando il sistema non ce la fa più a tenerla giù, si somatizza e si scarica su qualche organo e su qualche funzione. Questa scarica non avviene a caso, ma viene colpito l’organo debole o quello che ha una significato simbolico con la qualità del vissuto o del trauma. Tecnicamente: il “ritorno del rimosso” porta alla “formazione di sintomi”. Si passa da un fattore psicologico a un fattore corporeo. Tecnicamente: quando la tensione nervosa è forte, deve in qualche modo scaricarsi e allora abbiamo una “conversione isterica”. E’ tutta salute perché ti consente di continuare a vivere.

Domanda

Bene, ho capito. Ma quanti sono questi disturbi?

Risposta

Bisogna essere cauti nella diagnosi di disturbo psicosomatico, perché spesso concorrono altri fattori in via di scoperta, come i disturbi alimentari e altro, e può essere la punta dell’iceberg di una malattia seria. Del resto, a cosa serve sapere se è psicosomatico? Se passa con il trattamento psicoterapeutico ed è un disturbo che viene dopo tanto stress, vuol dire che era d’origine psichica. Importante che si conoscano le cause e si sappia gestire con il cervello e con la presa di coscienza. Comunque non è soltanto la “razionalizzazione” a risolvere un disturbo psicosomatico, possono essere utilissimi anche gli altri “meccanismi di difesa”. E aggiungo che le cosiddette malattie organiche hanno sempre un concorso psicologico.

Domanda

Lei sta complicando le carte. Si guarisce in tanti modi da un disturbo psicosomatico?

Risposta

Certo, dipende da quali meccanismi di difesa usi. Se usi la “sublimazione” e la tua aggressività la scarichi nello sport o nel volontariato e ti assolvi al meglio, le tensioni decrescono e non riescono a ferire l’organo bersaglio. Il disturbo decresce, ma l’organo resta sempre debole. Altri “meccanismi” ti daranno intanto una remissione del sintomo, ma il problema si evolve e non si risolve del tutto.

Domanda

Mi spiega l’organo debole?

Risposta

L’organo e la funzione che nel corso dell’evoluzione psicofisica sono stati interessati da traumi e hanno risentito di malattie si definiscono per comodità “organo debole” o “organo bersaglio”. Bisogna anche considerare la cultura della famiglia per quanto riguarda la malattia, cultura nel senso degli schemi di interpretazione in vigore nella realtà familiare. Se in casa la mamma ha sempre mal di testa e il papà accusa bronchite a nastro, anche il bambino sarà sensibile a questi disturbi anche se è perfettamente sano. L’organo debole è individuale, ma è anche familiare. Spesso i bambini per non andare a scuola accusano una serie di disturbi che non hanno ma che ben conoscono in famiglia. Per un vantaggio secondario si danno malati e non godono dei vantaggi primari di essere in buona salute. Succede spesso che l’organo debole familiare diventi organo debole individuale non per ereditarietà, ma per trasmissione culturale. Si è sensibili a certi tipi di malattie e non si conoscono altri tipi di disturbi. Si può anche stabilire in una famiglia la scala delle sensibilità d’organo o di funzione. Ripeto, la suggestione e l’immedesimazione, così come il vantaggio secondario, hanno importanza nell’economia psico-culturale del gruppo familiare. In sintesi e dopo questa tiritera ti dico che l’organo debole può essere malato ma può essere sano.

Domanda

Ma la colonia fa così tanto male? E il servizio militare faceva bene o male?

Risposta

Maria, tu sei tanto curiosa e poni domande che meritano un’ampia discussione, ma io mi limito alla sintesi. Il bambino non può essere mandato in colonia senza subire un danno psicologico, un trauma e senza rafforzare un disturbo che magari ha già in famiglia. E’ un’esperienza da non far vivere ai bambini. Dai dieci anni in poi si può favorire l’autonomia e il distacco dalla famiglia per un periodo breve. Anche in questo caso il piano e il progetto devono essere ponderati. Non si può mandare un ragazzino da solo a Londra per tre settimane affidandolo alla hostess di un college. La Psiche viene forzata e il danno si presenta in seguito. Meglio non conoscere la lingua inglese, piuttosto che portarsi dietro fobie e crisi di panico.

Domanda

Ma lei è troppo protettivo.

Risposta

Sicuramente, ma questo mi risulta dal lavoro clinico. Meglio rimandare certe esperienze di distacco e di separazione all’età giovanile. Per quanto riguarda il servizio militare il distacco avveniva all’età di diciotto-venti anni, un periodo della vita in cui si gradisce fare da sé. In Italia il servizio militare coincideva con il primo viaggio fuori regione ed era una opportunità di crescita umana, più che militare.

Domanda

Lei ha fatto il servizio militare?

Risposta
Perbacco e ho girato l’Italia per colpa del “sessantotto” e della contestazione giovanile. Io avevo una laurea in filosofia ed ero ritenuto un rivoluzionario marxista-leninista-maoista già prima di aprir bocca e anche per il fatto che ero barbuto.

Domanda

Tanta carne sul fuoco, come sempre.

Risposta

Eh già.

La canzone adatta al tema della lontananza dagli affetti è una poesia di Paolo Conte, “Azzurro”, degnamente interpretata dall’autore.

L’AFFETTIVITA’ E LA NOSTALGIA

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IL SOGNO

“Luca sogna di trovarsi a Siracusa con Sissy, la sua donna, e con Gringo e Cucciola, i loro cani. Alle ore 17 dello stesso giorno deve andare a lavorare in una cittadina del Veneto. Arriva a casa di suo zio a Siracusa e incontra i suoi genitori che gli suggeriscono di suonare il campanello per entrare. Risponde il cugino che apre la porta e Luca porta Sissy a vedere il giardino con i sedili di pietra dove giocava da bambino con i cuginetti.

Vuole raccontare tante cose a Sissy, ma non riesce. Entra in casa dello zio e le fa vedere il piano terra della casa con le stanze enormi e la luce soffusa. Le dice che in Veneto non si potrebbero fare stanze di questo tipo e lei risponde che non è vero.

Sale con il suo cane Gringo al piano superiore e incrocia i cugini in accappatoio. Entra in salotto e vede la nonna, la zia, lo zio e il nonno seduti attorno a un tavolo. Il nonno ha una maglietta nera con le maniche corte. Luca saluta tutti e non sa se li deve baciare, perché non è la prima volta che li vede.

Il nonno lo saluta con indifferenza, mentre la nonna, che Luca era stupito di vedere, si alza in piedi e lo abbraccia e restano abbracciati per un po’ di tempo. Lei gli dice cose che non ricorda, ma del tipo di quelle che gli diceva sempre quand’era piccolo. Luca si sente in imbarazzo abbracciato alla nonna perché ci sono tante persone intorno. Nell’abbraccio non vede niente perché la nonna è imponente, alta e avvolgente.

Luca pensa anche che vuol far salire Sissy, poi pensa al cane Gringo e vede che è dietro di lui disteso per terra che gioca con un cuginetto. Si mette per terra con loro e pensa che deve andare a lavorare in Veneto, che poi sarebbe tornato a casa e che Sissy, Gringo e Cucciola l’avrebbero aspettato.”

 

I RIFERIMENTI

La parola “nostalgia” ha etimologia greca, si traduce “dolore del ritorno” e si associa a Ulisse, il classico eroe, sempre greco, che per ben dieci anni girovagò per il “mare nostrum”, il Mediterraneo, secondo la volontà degli dei e in espiazione della colpa di aver ordito l’inganno del cavallo di legno che aveva causato la distruzione della città di Troia e la morte dei suoi abitanti.  Ebbene, dopo tanti naufragi e lunghe traversie, dopo aver perso tutti i suoi compagni, Ulisse ritorna a Itaca dal padre Laerte, dal cane Argo, dal figlio Telemaco, dalla moglie Penelope e dal suo popolo. Questa è la versione di Omero nel mitico, nonché magnifico, poema “Odissea”.

Dante non farà ritornare Ulisse a Itaca e dai familiari, ma lo immetterà nel “folle volo” al di là delle Colonne d’Ercole  per “seguir virtute e canoscenza”, dopo averlo condannato all’Inferno e collocato nel girone dei fraudolenti. Nella visione morale di Dante “l’esistenza autentica” ambiva il sapere, “l’esistenza banale” esigeva il ritorno all’esercizio degli affetti; di conseguenza la “nostalgia” era assolutamente da risolvere in vista di un bene maggiore, la scienza.

Joyce farà smarrire Ulisse in un oceano di parole e forse Lacan, lo psicoanalista che individua la dimensione inconscia nella parola, lo avrebbe fatto naufragare nel “Profondo psichico”. Quest’ultima definizione mi appartiene.

 

LA TEORIA

Ma chi è Ulisse nel registro psichico e nella teoria dei fantasmi? Ulisse è il simbolo riconosciuto dell’astuzia o dell’intelligenza operativa, include il sentimento della “nostalgia” proprio perché il poema “Odissea” è incentrato sull’umano sentimento del ritorno dai familiari e nella terra natia. E il “dolore del ritorno” di Ulisse fu tanto e tanto forte nella versione omerica. La “nostalgia” comporta un “oggetto dentro”, un’esperienza vissuta, e un “oggetto fuori”, una persona o una terra reali su cui si vuol affettivamente reinvestire. A questi “oggetti” si può e si vuole ritornare e nell’attesa si soffre. La “nostalgia” è un sentimento che non verte su un oggetto che non esiste fuori, un parente morto, perché questo è dolore nudo e crudo. La “nostalgia” s’incentra sul vissuto in riguardo al passato e su un oggetto reale, per l’appunto.  A livello psichico la “nostalgia” è un sentimento struggente legato al “fantasma di perdita” e appartiene al ricco corredo dell’umana e naturale dimensione depressiva. L’appagamento della “nostalgia” è soltanto un fatto psichico e avviene con la “fantasia” e con i “processi primari” che, da svegli o da dormienti, allucinano il desiderio di rivivere quel passato riattualizzandolo. La “nostalgia”, quindi, resta sempre “dolore del ritorno”, ma a livello psichico si realizza all’interno della “breve eternità” del tempo presente che contraddistingue la funzione psichica. La “fantasia” è un’attività psichica vigile e finalizzata alla realizzazione di pulsioni, di desideri, di bisogni più o meno coscienti. La parola “fantasia” deriva dal greco arcaico “phas” o “phaos” e si traduce con “allucinazione”, quindi la “fantasia” illumina da svegli la “fantasticheria” e allucina da dormienti il “sogno” e nello specifico il materiale psichico profondo riportandolo alla luce della coscienza in maniera traslata secondo i meccanismi di difesa e componendolo secondo le modalità del “pensiero primario”.

Ritornando a Ulisse e alla simbologia inerente al sentimento della “nostalgia”, bisogna decodificare gli oggetti reali del suo struggimento: il padre Laerte, il figlio Telemaco, il cane Argo, la moglie Penelope, l’isola di Itaca e il popolo di Itaca, per meglio intuire l’intensità dell’emozione legata alla benefica o malefica “nostalgia”. Il padre Laerte condensa le origini e il senso del sacro, il figlio Telemaco rappresenta l’investimento della “libido genitale” e l’oggetto della “pietas” paterna, il cane Argo simboleggia la dipendenza dell’alleato affettivo, la moglie Penelope attesta l’universo femminile e i valori del nucleo familiare, l’isola di Itaca condensa la formazione psichica, il popolo di Itaca rappresenta l’oggetto culturale e politico del potere benevolo. Ulisse, quindi, soffriva per la frustrazione continua degli affetti in riguardo agli oggetti psichici suddetti. Ecco la sintesi più chiara! La “nostalgia” è il dolore causato da una frustrazione affettiva. Questo è anche un cardine esplicativo: lo struggimento è prodotto dalla vanificazione dell’esercizio degli investimenti della “libido” e, in particolare, in riguardo all’affettività. La “libido” ristagna e degenera nel dolore acerbo di una maligna spira depressiva.

 

LA DECODIFICAZIONE DEL SOGNO DI LUCA

Quest’ampio preambolo serve a introdurre degnamente la valenza “nostalgia” del sogno di Luca, un sentimento sotteso e mai del tutto esplicitato. La “nostalgia” si evince dalle forti emozioni vissute nello svolgimento della psicodinamica affettiva, il lungo e avvolgente abbraccio con la nonna, e dai due piani topici e temporali, i luoghi del Veneto e della Sicilia, il tempo oggi e il tempo ieri. L’attualità psichica e il passato psichico si presentano nella cornice di un “breve eterno” grazie alle mirabili proprietà del sogno di riattualizzare le esperienze vissute e di comporle in maniera compatibile secondo le modalità del “processo primario”. Ma il sogno e le sue virtù non sono da meno in riguardo allo spazio. Luca mette insieme Veneto e Sicilia e oscilla con naturalezza tra il nord e il sud della bella Italia. Il sogno unifica lo spazio e il tempo in un’unica dimensione, lo “spaziotempo”, categoria ipotizzata e ricercata attualmente dai fisici e dagli astrofisici per l’universo. Lo stesso Freud aveva detto, a tal proposito, che la Psiche non riconosce lo spazio e il tempo così come sono determinati nella realtà dalla scienza fisica.

 

GRAZIE SOGNO PER LE MERAVIGLIE CHE CI OFFRI !

In effetti, i vissuti di Luca s’intersecano senza confondersi: il lavoro nel Veneto e la realtà affettiva del cane e della sua donna, le esperienze vissute da piccolo nel contesto familiare allargato e il confronto tra la sua esperienza siciliana e quella veneta. Il suo “ritorno al passato” si evolve dalla sua realtà psichica in atto e si conclude con il “ritorno al presente” con un unico biglietto di andata e ritorno.

 

UN “BREVE ETERNO” ! UNO “SPAZIOTEMPO” !

Luca non può, di certo, rivivere le parti psichiche intriganti del suo passato con un semplice ritorno a Siracusa, il luogo, dai parenti prossimi e rimasti in vita, gli affetti, ma può veramente rivivere in sonno e in sogno, senza le ristrettezze della vigilanza dell’”Io” e del “principio di realtà”, una parte importante della sua formazione affettiva. Mirabile è il “principio del piacere” che contraddistingue il sogno. Da sveglio Luca può elaborare con la “fantasia” quei momenti, quei luoghi e quei personaggi che hanno riempito la sua infanzia. Da dormiente Luca in sogno può riattualizzare e rivivere gli stessi temi in maniera allucinatoria con l’autenticità dei risvolti emotivi e appagando il suo desiderio: “processo primario” e “principio del piacere”.

 

IL SOGNO E’ AUTENTICO !

Luca ha due realtà affettive in atto, la pregressa che ha formato parte del suo carattere, l’attuale che lo appaga e lo completa nel suo divenire. Il sogno, come si è detto ampiamente in precedenza, verte chiaramente sul rimando temporale tra passato e presente, sul rimando geografico tra Veneto e Sicilia e sviluppa in maniera lineare queste apparenti discrepanze nella cornice di un presente affettivo e di un’attualità psichica senza ombre regressive e tanto meno dolorose.

 

IL FANTASMA

Il sogno di Luca è discorsivo e psicodinamico, ma non si esime dal porre un “fantasma” in riguardo alla figura materna. Il sogno si difende dall’eventuale angoscia tramite il meccanismo dello “spostamento” e della “condensazione”, la nonna al posto della madre. Luca trasla nella nonna il suo attaccamento affettivo di qualità avvolgente nei riguardi della madre e nel sogno lo può sviluppare tutto fino al sopravvento del pudore. Eccolo!

 

“…la nonna, che Luca era stupito di vedere, si alza in piedi e lo abbraccia e restano abbracciati per un po’ di tempo. Lei gli dice cose che non ricorda, ma del tipo di quelle che gli diceva sempre quand’era piccolo. Luca si sente in imbarazzo abbracciato alla nonna perché ci sono tante persone intorno.”

 

Si evince chiaramente l’intensità affettiva e il volume del “fantasma” materno.

Si manifesta eclatante un bisogno fusionale con la madre all’interno di un contesto sacrale. I bambini vedono sempre, nel sogno e nella veglia, i genitori come figure maestose, sia per un fatto fisico, l’essere adulti, e sia per un fatto psichico, la dipendenza. Ritornando al sentimento del pudore, ”Luca si sente in imbarazzo abbracciato alla nonna perché ci sono tante persone intorno”, si evidenzia in maniera netta il sentimento della “rivalità fraterna” nelle “tante persone intorno”. E’ chiaro che Luca non è figlio unico, il solo e il singolo e il privilegiato, l’erede universale dei beni materni. Luca condivide la madre e questa condivisione è un fattore responsabile nella formazione del carattere e nello specifico del “fantasma della madre” con la qualità di “imponente, alta e avvolgente”. Il fatto che “nell’abbraccio non vede niente” attesta della purezza di questa emozione e dell’autenticità di questo bisogno di Luca “infante”, “senza parole”. Nel presente del sogno si condensano i bisogni affettivi di allora sotto la benefica forma traslata della nonna; quest’ultima, a suo tempo, ha colpito nel segno e ha lasciato un ottimo “imprinting”, se può tranquillamente presentarsi gratificante e non conflittuale nel sogno. La nonna è il tramite e l’alleato che consente alla psiche di confezionare un bel sogno  senza patemi e senza angosce, senza regressioni e senza sublimazioni. Tutto questo accade al di là di come la madre si è offerta nella realtà. Il sogno siamo noi e, quindi, i vissuti vanno ascritti al sognatore.

 

IL SOGNO SIAMO NOI !

Questa è la parte affettiva pregressa del sogno di Luca, una parte importante del suo carattere, tecnicamente detto “formazione reattiva”. Andiamo a disoccultare la parte in atto: la resistenza a liberare l’affettività negli investimenti della “libido. All’uopo il sogno ci offre un consistente assaggio:

 

“Vuole raccontare tante cose a Sissy, ma non riesce.”

 

La psicodinamica con Sissy presenta un blocco nella parola, “infante”, Luca non sa parlare del suo passato a Sissy che rappresenta in primo luogo se stesso, difesa della “traslazione”, e di poi, soltanto di poi, l’altro da sé, Sissy e tutti gli altri. Luca non sa parlare di sé a se stesso in riguardo al suo trascorso affettivo e in atto nel suo presente psichico. Il sogno suggerisce con dolcezza a Luca di integrare in maniera proficua nella sua casa psichica la dimensione affettiva per farne un tutto armonico e atto alla migliore possibile “coscienza di sé”. Quest’operazione serve per favorire “l’autonomia”, il “far legge a se stesso”.

 

IL SOGNO E’ TERAPIA

Il blocco della parola si snoda subito in una paura che sembra un pregiudizio, ma che in effetti è soltanto una paura allo stato puro e viene risolta successivamente con il ripensamento.

 

“Entra in casa dello zio e fa vedere a Sissy il piano terra della casa con le stanze enormi e la luce soffusa.”

 

Luca sta riconoscendo una parte della sua formazione psichica, quella legata alla sua reiterata esperienza siracusana durante l’infanzia e l’adolescenza, stagioni di grande trambusto psicofisico in cui avviene e si completa la formazione del carattere. Luca attribuisce a Sissy la conoscenza di una sua esperienza esistenziale legata alla Sicilia, vissuti oggetto del sogno insieme all’altra parte della sua esperienza di vita, il teatro del Veneto. “Piano terra”, “stanze enormi”, “luce soffusa”: ecco i fantasmi con cui Luca ha condensato nel sogno la sua esperienza psichica nella terra di Archimede. Decodifichiamo: Il “piano terra” della casa rappresenta a livello intellettivo la concretezza pragmatica, l’intelligenza operativa, la fattività legata all’azione, la funzione attiva e deliberante dell’”Io”. A livello sentimentale condensa un legame alla terra e all’universo femminile, alle madri e all’isteria, alle pulsioni e alle emozioni: un tratto caratteriale uterino. Le “stanze enormi” sono il simbolo di una buona recettività psichica e di una variegata duttilità sentimentale, di un’abnorme generosità e di un’acritica disposizione. Le “stanze enormi” accolgono ma contengono, ricevono ma adattano: l’ospitalità è un simbolo femminile e ha un suo prezzo. La “luce soffusa” rappresenta la parte crepuscolare della coscienza, l’emotività in eccesso e la riduzione della funzione moderatrice dell’”Io” rispetto alle pulsioni dell’”Es”, la caduta della vigilanza razionale e l’avvento del senso-sentimento. Luca vuole comunicare a Sissy la diversità della sua formazione psichica facendole vedere e visitare la casa, simbolo della psiche, e sostenendo che esiste una maniera diversa di vivere ed esternare l’affettività in Sicilia rispetto al Veneto.

 

“Le dice che in Veneto non si potrebbero fare stanze di questo tipo e lei risponde che non è vero.”

 

Lei è lui. Luca sa le cose giuste, ma si difende dal prendere coscienza dell’importanza d’integrare la sua sfera psichica affettiva nel versante siculo e nel versante veneto. Luca deve capire che la diversità culturale è stata vissuta come una frattura nella sua “formazione reattiva”, il carattere, come una ferita legata allo sbalzo psichico, come un “fantasma di perdita”, prevalentemente affettiva in questo caso. Luca deve accomodare questi tre punti e operare una panacea alle sue difficoltà trasformandole in virtù.

Questo per quanto riguarda la relazione con se stesso. Per quanto riguarda la relazione con l’altro da sé, Sissy in prima istanza, serve la parola: il dono di parti di sé, l’investimento di “libido”, la comunicazione e la condivisione, la sicurezza e la generosità. La “parola mitica” è energia vitale, creazione, evoluzione, espressione della dimensione psichica profonda. La “parola fantasma” è “libido genitale”, piacere del dare, presenza e cura. La “parola sociologica” è retorica o arte del persuadere, oratoria o arte del bel dire, eristica o arte del convincere. Ricordiamo che il vangelo di Giovanni esordisce con “In principio era il Verbo” e tesse le lodi creative della parola divina. Il “fantasma della parola” si traduce in dimensione inconscia e creatività, isteria e catarsi, affetto e relazione, identità psichica. Ritornando al portentoso abbraccio con la nonna, Luca “non vede niente” ossia si abbandona all’emozione e al sentimento sospendendo le funzioni dell’”Io”; inoltre, attribuisce alla nonna le parole che non ricorda, ma che pensa riguardino i sentimenti d’amore esplicitati dalla nonna al suo essere bambino.

Procediamo con le figure genitoriali. All’inizio del sogno si erano profilate, ma Luca le aveva congedate in maniera rapida e chiara.

 

“Arriva a casa di suo zio a Siracusa e incontra i suoi genitori che gli suggeriscono di suonare il campanello.”

 

Non ci sono particolari simboli e tanto meno conflitti, ma soltanto genitori semplici e didattici che aiutano a risolvere problemi pratici. Di poi, subentra il “fantasma materno” nella figura della nonna e il “fantasma paterno” nella figura del nonno. Della “nonna-madre” si è detto ampiamente, mentre del “nonno- padre” il sogno offre i seguenti dati.

 

“Il nonno ha una maglietta nera con le maniche corte”, “Il nonno lo saluta con indifferenza”.

 

La figura paterna non è dominante anche perché simbolicamente la sfera psichica affettiva, di cui ampiamente il sogno di Luca tratta, si ascrive alla madre e all’universo femminile. Dominano nella figura paterna la dimensione spartana e giovanile nell’abbigliamento e l’assenza di conflitti nell’”indifferenza”, almeno per quanto riguarda la psicodinamica affettiva in questione. Il simbolo dell’indifferenza recita: difesa dal coinvolgimento emotivo e dagli “investimenti della libido”, ma nel sogno di Luca prevale la sfera affettiva e di conseguenza la madre. Il padre resta in questo caso una figura “a latere”.

 

Particolare attenzione merita il cane Gringo proprio per il tema dominante dell’affettività. Gringo è l’oggetto privilegiato su cui Luca investe al sicuro i suoi capitali affettivi, a cui si concede con naturalezza, a cui si affida e di cui si preoccupa e si prende cura.

 

“…e con i cani, Gringo e Cucciola”.

 

Gringo è l’”alter ego” affettivo di Luca, se stesso e l’altro da sé come oggetti d’amore, come campo d’amare. La “libido narcisistica”, a suo tempo non adeguatamente vissuta per la rivalità fraterna, viene recuperata e fusa con la “libido genitale”, quella donativa e a cui non mancano le parole, quella adulta e non infante, quella che si abbandona fiduciosa nel dare piacere e nel prendere godimento. Gringo è la condensazione di Luca, che non è il suo padrone, ma il suo equivalente o sostituto.

 

“Sale con il suo cane Gringo al piano superiore”.

 

Quest’ultimo rappresenta il processo di difesa della “sublimazione della libido”. Mai si potrà definire in maniera più appropriata l’amore verso il proprio cane: un investimento sublimato. Gringo lo segue come un’ombra, ma non è invadente ed esclusivo perché consente a Luca di distribuirsi nel sogno sicuro che lui c’è.

 

“…poi pensa al cane Gringo e vede che è dietro di lui disteso per terra che gioca con un cuginetto. Si mette per terra con loro…”

 

Il gioco crea fusionalità e complicità, le classiche e necessarie doti del sentimento d’amore e le parole veicolano questo sentimento. L’empatia è suggestiva, ma può essere un grosso equivoco, un fraintendimento magico, un’illusione conveniente. Luca fa con Gringo le cose giuste in attesa che di prendere coscienza e di attuarle con se stesso e, di poi, con gli altri. L’investimento e l’affidamento sono i sentimenti giusti della “libido donativa”.

 

LA CONCLUSIONE

Il sogno ha il suo epilogo nel “ritorno al presente” affettivo, ai legami e ai sentimenti in atto con il ritorno nel Veneto e con la vita di tutti i giorni, una quotidianità che può non essere brillante, ma che dà grande sicurezza.

 

“…pensa che deve andare a lavorare in Veneto, che poi sarebbe tornato a casa e che Gringo e Carmela l’avrebbero aspettato.”

 

“Aspettato” è la parola che denota l’interesse affettivo degli altri. Luca è  importante per Sissy, per Gringo e per la povera Cucciola che nel sogno è stata soltanto marginalmente coinvolta. Il sogno ha operato un bel servizio per dire e per prendere coscienza. Il sogno ha detto che, come Ulisse, la formazione affettiva si avvale di un ritorno al presente con Sissy, Gringo, Cucciola, i nonni genitori, i fratelli e altri personaggi non certo minori che vogliono, a diverso titolo e modo, bene a Luca. Per quanto riguarda la nostalgia, è auspicabile contenerla nelle giuste dimensioni emotive di un ritorno gratificante al passato, di una distensione dell’anima al passato, come voleva il grande Agostino di Tagaste in riguardo al tempo e all’eternità.

 

IL SOGNO E’ DIAGNOSI E PROGNOSI

La prognosi impone a Luca di comporre la formazione caratteriale integrando al meglio la componente affettiva, di non abdicare alla conoscenza di sé e degli altri, di fidarsi degli investimenti di “libido”, di conoscersi e di farsi conoscere, di usare il paradigma affettivo “Gringo” negli affetti in atto e in divenire. Inoltre, la prognosi sollecita la risoluzione del micidiale “sentimento della rivalità fraterna”, responsabile in gran parte della sfera affettiva e delle psicodinamiche conseguenti. Per quanto riguarda la “nostalgia”, il “dolore del ritorno”, bisogna comporla nell’eterno presente e viverla come la riattualizzazione della propria significativa esperienza formativa.

 

Il rischio psicopatologico si attesta nel tralignare della “nostalgia” e della “rivalità fraterna” nel “fantasma di perdita” con struggimenti legati alle frustrazioni della sfera affettiva e nel portare avanti psicodinamiche affettive insoddisfacenti che aspettano di essere completate.

 

Riflessioni metodologiche: mi preme precisare il simbolo del “cane”, al di là del trattamento riservato a Gringo da Luca nel sogno, un significato dettato dal contesto in cui il benedetto alleato era stato inserito, suo malgrado o suo bengrado. Il “cane” condensa l’affidamento acritico e la dipendenza psichica, l’alleato e l’oggetto su cui si possono trasferire i fantasmi, la traslazione di un investimento libidico di qualità prevalentemente affettiva. Altra precisazione teorica importante: la “nostalgia” non implica la “regressione” intesa clinicamente come “processo di difesa dall’angoscia”. La “nostalgia” sembra una regressione temporale in quanto riporta la psiche a svolgere psicodinamiche legate alle esperienze vissute, ma in effetti è un “ritorno al presente”, un rivivere e un rivisitare, un riattualizzare a conferma che la Psiche esula dalla categoria temporale in quanto gode di un “breve eterno”, breve perché dura soltanto una vita. Ancora: il sogno di Luca consente di formulare simbolicamente la “personalità mafiosa” a dispetto della benamata e benemerita Nancy McWillians e del suo formidabile libro “La diagnosi psicoanalitica. La struttura della personalità e processo clinico”. La “personalità mafiosa” si attesta simbolicamente nel “piano terra della casa con le stanze enormi e la luce soffusa.” oltre all’usanza del bacio: “…non sa se li deve baciare”. Chi mi sta leggendo penserà che sono un siciliano burlone, ma si sbaglia perché non mi sto riferendo all’organizzazione criminale, la mafia, ma alla cultura, a un dato culturale, a un’interpretazione di se stessi e della realtà, uno schema che alberga e impera. La riporto: il “piano terra” della casa rappresenta la concretezza pragmatica, l’intelligenza operativa, un legame all’universo femminile, alle madri, alle pulsioni isteriche, mammasantissima”, e alle emozioni forti. Le “stanze enormi” sono il simbolo di una buona recettività psichica e di una variegata duttilità sentimentale, di un’abnorme generosità e di un’acritica disposizione. Le “stanze enormi” accolgono ma contengono, ricevono ma adattano: l’ospitalità è un simbolo femminile e ha un suo prezzo. La “luce soffusa” rappresenta la parte crepuscolare della coscienza, l’emotività in eccesso e la riduzione della funzione moderatrice dell’”Io” rispetto alle pulsioni dell’”Es”, la caduta della vigilanza razionale e l’avvento del “senso-sentimento”. Questo è quanto.