IL TRAVAGLIO DELL’ISTINTO MATERNO

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Io e mia madre eravamo sedute in giardino a parlare.
Viene fuori dalla terra un neonato che si muove come un lombrico. Era morto, sporco, deformato e strano.
Mia madre lo prende in braccio molto tranquillamente e inizia a raccontarmi che quello era un bambino morto molto tempo fa e che la famiglia di origine, non sapendo dove metterlo, lo aveva sepolto nel nostro giardino.
Non riuscivo a toccarlo. Avrei voluto prenderlo in braccio per calmarlo, ma non riuscivo a toccarlo. Invece mia madre lo accudiva tranquillamente.
Mia madre ha chiamato i genitori del bambino ed è arrivata la madre e anche lei, come se nulla fosse, lo ha preso in braccio mentre io ero sempre più scioccata per quello che stava succedendo e per la loro tranquillità inappropriata.
A questo punto iniziano a parlare e ad accordarsi per le onoranze funebri, ma il bambino era sempre più vivo.
Loro parlavano della sua morte e invece a me il neonato sembrava sempre più vivo e questo mi creava angoscia.
Il sogno si conclude con la signora che si porta via il neonato.”

Questo è il sogno di Carla.

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Il sogno di Carla oscilla tra l’angoscia del lutto per la morte di un bambino appena nato e l’onnipotenza di risuscitarlo, si consuma tra la “pietas” del giusto rito funebre e l’istinto femminile di far coincidere gli opposti della Vita e della Morte, possibilmente al fine di far trionfare la Vita.
Quest’ultima è la classica tematica archetipale intorno alle origini della Vita, quella che concilia gli opposti Eros e Thanatos incentrandoli sulla Dea Madre, la Signora della Vita e della Morte, la depositaria della Legge del Sangue. Per dirla in termini mitici il “Principio Femminile” contiene il “Principio Maschile” e lo partorisce relegandolo in posizione subalterna a Signore della Storia e della Cultura.
Ma, al di là degli archetipi, la tematica sulla Vita e sulla Morte è soprattutto la dimensione psicofisica di ogni donna che sin da bambina e da adolescente è chiamata a dare una risposta alle future possibili esperienze della fecondazione, della gravidanza e della maternità, un’evoluzione che inizia a livello psicologico con il “fantasma della maternità” elaborato nell’infanzia e che si attesta nello schema concettuale della maternità e nella disposizione alla possibilità reale di avere figli: “posizione psichica genitale” con investimenti di omonima “libido”.
Conoscere scientificamente il processo della maternità è freddo, ricco di distacco e di razionalità. Sentire e aver sapore della maternità è caldo, ricco di emozioni e di fantasie. La donna arriva all’età matura per diventare madre con un corredo articolato di ibridi vissuti e di ricche conoscenze. Se questo “iter” psichico è consequenziale e ben assimilato, la disposizione alla gravidanza e al parto è lineare e benefica. Se sono intercorsi ostacoli emotivi nella formazione alla maternità, subentrano le resistenze e le difese psichiche, nonché i pregiudizi e le remore culturali fino a sfociare nell’opposizione acritica e nella negazione drastica. Buona parte di questo psicodramma è recitato dall’evoluzione del “fantasma della maternità”, piuttosto che dal “concetto della maternità”. Quest’ultimo viene, più che altro, in soccorso delle donne in crisi e attenua le sferzate nefaste delle energie tralignate in tensioni girovaghe e in cerca di sballo: conversione isterica.
Vengo a spiegarmi ed esemplifico.
La bambina si imbatte prima o poi nella realtà della gravidanza sotto la forma dei discorsi educativi o sotto la forma concreta del pancione, crescente come la luna, della mamma o di un’altra donna. In maniera spontanea la bambina si chiede come farà il bambino a uscire dalla pancia senza lacerarla e quale destino è riservato alla povera madre. La proiezione nel suo futuro di donna è immediato e consequenziale. La bambina valuta la possibilità di essere madre e mette in discussione le precedenti teorie fantasiose che ha ricevuto dagli adulti intorno alla maternità. E allora si rammenta della teoria vegetariana dei cavoli, della teoria aerea della cicogna, delle altre fandonie che da ogni dove le hanno raccontato. Si sente tanto presa in giro dai genitori e dagli adulti a cui si era affidata, per cui matura la decisione di lasciarli nella loro ignoranza, di fare da sé, di istruirsi in proprio e magari con l’aiuto di qualche amichetta più scaltra e bonariamente navigata. E in questa ricerca si forma e si completa il “fantasma della maternità”, la rappresentazione emotiva del diventare madre, un quadro a metà tra il “sentire” e il “sapere”, tra la forza dei sensi e l’esigenza di conoscere, tra la fantasia e la realtà. Il “fantasma della maternità”, come dicevo in precedenza, non riguarda soltanto l’essere madre, ma contiene a suo supporto tutto il trambusto emotivo in riguardo alla sessualità, alla mestruazione, alla deflorazione, alla fecondazione, alla gravidanza e al parto. Il “fantasma della maternità” è continuamente nutrito dai “fantasmi” suddetti, per cui si può considerare la formazione finale come la sintesi emotiva e razionale del completamento dell’essere donna e della possibilità di diventare madre. Del resto, la maternità è l’esperienza naturale che completa le potenzialità psicofisiche dell’universo femminile.
Il discorso sui “fantasmi” si poteva concludere abbondantemente qua, ma non è così perché dalla possibile esperienza della maternità viene richiamato il famigerato “fantasma di morte” con la sua insanabile angoscia. Il parto avviene nel dolore e con il rischio di morire, almeno così scrivono nei libri inoppugnabili sin dall’antichità e così dicono le madri dopo averlo vissuto e inscritto nel loro corpo come il marchio del ranch nelle terga delle mucche argentine. Del resto, tra le fantasie della bambina e della donna incinta troviamo la funesta possibilità di essere lacerata dal feto durante il parto. La bambina si chiedeva tra sé e sé “da dove uscirà il bambino?” e “come farà a uscire?”. La donna, oltre alla paura della lacerazione, aggiunge la costrizione alla gravidanza e l’impossibilità di potersi liberare del feto in maniera accettabile e indolore. Specialmente la costrizione a portare avanti la gravidanza è tormentosa e struggente e produce una tensione costante che non fa di certo bene alla donna e al feto.
Non trascuriamo i fattori culturali in questa breve disamina sulla psicologia profonda della maternità. In passato, secoli che diventano millenni senza colpo ferire, il ruolo della donna era incentrato sulla maternità e sulla soccombenza dell’inferiorità. Nella famiglia patriarcale la donna faceva tutto e di tutto oltre alla figliolanza e qualora aveva la fortuna di sopravvivere alla tante reiterate e puntuali maternità. Gli schemi culturali, sociali, politici e religiosi, relegavano la donna negli angusti recinti della costrizione psicofisica, magari dopo averla esaltata come la depositaria dell’amore e della conservazione della Specie: Ontogenesi e Filogenesi. Era una magrissima consolazione, perché la donna dipendeva dal maschio per l’incremento demografico, per la non fornicazione, per l’amor di patria e per il bisogno di manodopera. L’educazione perpetuava a scuola i vecchi schemi in riguardo al pianeta donna. I grandi sacerdoti, senza saper né leggere e né scrivere su questi temi per ordine acquisito e per voto consacrato, prescrivevano di fare sesso soltanto per fare figli, altrimenti le porte della Geenna, la discarica di Gerusalemme sempre in fiamme, si sarebbero aperte per questa donna disobbediente e sgualdrina, come Lilith, la prima donna del Genesi, l’anti-Eva, quella che voleva stare sopra Adamo durante il coito, quella che simbolicamente competeva con il maschio intorno al tema del primato. Quanto la Religione maschile abbia inciso fino a poco tempo fa sulla soccombenza della donna, si condensa sul rito lustrale della madre dopo la quarantena in tante regioni italiane. La neo-madre era sottoposta alla purificazione per essere riammessa nella comunità cristiana. Ma di cosa doveva purificarsi? La risposta è immediata e apparentemente assurda: la donna doveva far “catarsi” della colpa, meglio del peccato di essere stata dipendente dal desiderio del maschio e doveva sanare le impurità del sangue. Quante madri hanno subito anche il trauma dell’esclusione dal gruppo e dalla comunità! Il dato più impressionante è che erano le stesse donne, le vecchie, a gestire e perpetuare il rito della purificazione e dell’umiliazione della donna dopo la missione felicemente compiuta. Perché se era morta di parto, serviva soltanto il funerale e avanti la prossima e la prossima volta. Impressiona sapere che fino all’altro ieri si viveva con tanta crudeltà e si giustificavano atti infami con un assurdo sentimento religioso.
L’evoluzione degli ultimi cinquant’anni fortunatamente è stata prospera e si profila degna di interesse per la donna e per le sorti dell’umanità, nonostante l’incremento demografico non dia segni di tregua a causa della tribalità libidica e della diseducazione demografica degli abitanti dei continenti meno progrediti e non soltanto a livello economico.
Il titolo del sogno di Carla, “il travaglio dell’istinto materno”, è ampiamente azzeccato e giustificato, oltre che utile a confermare che l’evoluzione verso la realizzazione della maternità è costellata di conflitti e di sofferenze che implicano la formazione psichica in riguardo alla sessualità e alla libera gestione dei diritti del proprio corpo e in barba, possibilmente, alla bacchettoneria religiosa e al sopruso politico.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Io e mia madre eravamo sedute in giardino a parlare.”

Due donne significative in primo piano: “Io e mia madre”. En passant, è anche il titolo del mio ultimo libro sullo psicodramma dell’anoressia mentale. Carla esordisce esibendo un buon rapporto con la madre, una relazione matura e “genitale” fatta di scambio di affetti tra le parole. Il “giardino” rappresenta la realtà sociale e civile in una forma ridente e artefatta. Lo stare “sedute” contiene l’istanza riflessiva e la consistenza delle proprie idee. “Parlare” è “libido genitale” in esercizio sotto forma di interesse e di dono, proprio un volersi bene. L’introduzione è accattivante e ottima per svolgere qualsiasi psicodinamica al femminile.

“Viene fuori dalla terra un neonato che si muove come un lombrico. Era morto, sporco, deformato e strano.”

Dalla distensione del primo quadretto familiare si passa, anzi si trapassa, direttamente nella dimensione della maternità, la versione esteticamente brutta e fantasiosamente negativa per l’appunto. Si presenta immediatamente assieme al problema anche il “fantasma della maternità” di Carla nella “parte negativa”. Ho sempre spiegato che il “fantasma” è una rappresentazione emotiva sottoposta al meccanismo della “scissione” o “splitting”, per cui ha una valenza “buona” e una valenza “cattiva”, Queste sono tutte scoperte di Melanie Klein nell’esercizio della sua attività clinica con i bambini. La “terra” è un classico simbolo della Madre, un “archetipo” della greca e mitica Gea, a riprova che Carla è tutta presa dalla dimensione psicofisica materna e in particolare dal parto e dalla nascita di un bambino che viene assimilato nel suo muoversi a un “lombrico”, un simbolo dello spermatozoo che in questo caso si estende a “un neonato” proprio per la sua interazione con la “terra”. Vediamo gli attributi di questo strano essere venuto alla luce. L’essere “morto” è in contraddizione con il “si muoveva” di prima, ma simbolicamente equivale una carica aggressiva molto forte, mortifera per l’appunto, scaricata sul feto a valida testimonianza della paura di Carla nei confronti del feto che deve essere partorito: angoscia da parto. L’essere “sporco” si traduce simbolicamente nella mole dei sensi di colpa che Carla vive nei riguardi del suo vissuto negativo e della sua aggressività nei riguardi della maternità e del figlio. L’essere “deformato” condensa ancora simbolicamente la carica aggressiva sullo stesso oggetto di prima, il neonato, il bimbo appena nato, in quanto Carla proietta le sue paure di avere un figlio e di non essere una madre perfetta, quella che non fa le cose per bene. L’essere “strano” traduce simbolicamente l’attrazione e la repulsione nei riguardi non del bambino appena nato, ma della sua possibile esperienza della maternità. Notevole è nell’immediato il conflitto che Carla vive in riguardo alla sua possibilità di diventare madre e all’uopo e per difesa tira fuori tutte le negatività del suo “fantasma”: “morto”, “sporco”, “deformato” e “strano”. Proseguendo nella decodificazione teniamo in considerazione questo esordio ambivalente tra istinto-desiderio ed esperienza-realtà.

“Mia madre lo prende in braccio molto tranquillamente e inizia a raccontarmi che quello era un bambino morto molto tempo fa e che la famiglia di origine, non sapendo dove metterlo, lo aveva sepolto nel nostro giardino.”

Il quadro e lo psicodramma si completano e si spiegano. Carla è brava nel razionalizzare il materiale che sta allucinando in sogno. La comunicazione della madre ha tutta l’evidenza della realtà, come se fosse un fatto veramente successo a cui non si può dare una valenza simbolica anche se la contiene. Carla ha già proiettato sul bambino la sua aggressività mortifera e adesso può soltanto recuperare la “parte positiva” del suo “fantasma”. La madre insegna alla figlia la “pietas” nei riguardi della morte e nello specifico del bambino, l’accettazione e il riconoscimento dell’ineludibile “sora nostra morte corporale” alla Franceso d’Assisi o “Thanatos” alla greca. La sepoltura e il ritorno nel grembo della dea Madre, la terra del giardino della casa, sono il compimento e il culmine di questo rito culturale e civile, indice di evoluzione storica di un popolo e di esorcismo dell’angoscia della fine. “Mater docet”, “mater et magistra”, la madre insegna alla figlia, meglio Carla si fa insegnare dalla madre, donna di esperienza, come si fa a perdere un figlio appena nato e a congedarsi da lui senza angoscia della perdita e razionalizzando il lutto. Ricordo che la psicodinamica del sogno di Carla verte sull’istinto materno e sull’ambivalenza del “fantasma della maternità”, per cui l’insegnamento della madre rappresenta l’identificazione psicofisica che la figlia deve operare per essere a sua volta madre, una “identificazione” contrastata a causa della paura della gravidanza e del parto. Le contraddizioni saranno evidenti nel prosieguo del sogno. Degna di nota è la difesa dall’angoscia operata da Carla nel formulare il bambino come un estraneo e non un suo fratello e nel coinvolgere la madre come aiuto di un’altra madre nell’atto del congedo. Il “nostro giardino” rappresenta la possibilità reale di vivere la stessa esperienza luttuosa. Lo “spostamento” è evidente come “meccanismo di difesa” dall’angoscia.

“Non riuscivo a toccarlo. Avrei voluto prenderlo in braccio per calmarlo, ma non riuscivo a toccarlo. Invece mia madre lo accudiva tranquillamente.”

L’esperienza fa la differenza. L’anelito della figlia si evidenzia nell’incapacità di “toccare” il bambino che per la madre è morto e per la figlia è vivo. L’accudimento della figlia si attesta nel “prenderlo in braccio per calmarlo”, mentre quello della madre nel toccarlo e comporre il piccolo feretro nella tomba. Questo è un altro bel contrasto che ritorna nella psicologia della maternità di Carla. A tutti gli effetti si ripresenta l’istinto materno e l’angoscia di diventare madre. Carla si dice: “mia madre sa di sé, io non so di me semplicemente perché non ho partorito un figlio, ma in compenso ho un bel “fantasma” che si sdoppia nell’istinto-desiderio e nell’angoscia di morte, il parto che mi realizza e il parto che mi uccide”. L’identificazione nella figura materna è andata in porto per quanto riguarda l’esser femmina e la femminilità, ma ancora non si completa nell’esser madre. In questo spaccato domina l’allucinazione del tatto nel reiterato “non riuscivo a toccarlo”. Il sogno di Carla si snoda più sul versante narrativo che sul versante simbolico, svolge la psicodinamica di base in maniera discorsiva.

“Mia madre ha chiamato i genitori del bambino ed è arrivata la madre e anche lei, come se nulla fosse, lo ha preso in braccio mentre io ero sempre più scioccata per quello che stava succedendo e per la loro tranquillità inappropriata.”

Come dicevo, il racconto prevale e si complica con l’inserimento nella scena dei genitori del bambino morto. Continua anche l’equivoco sullo stato biologico di quest’ultimo e si inasprisce nell’angoscia perché si rischia di seppellire un bambino vivo. Carla non sa che pesci pigliare di fronte alla “tranquillità inappropriata” di sua madre e della madre del bambino. La distonia logica ed emotiva è lampante ed è tutta intera dentro la protagonista del sogno. Carla si proietta a destra e a manca per confermare il suo dilemma di donna che desidera un figlio e che teme per la sua incolumità. Carla chiama in causa, dopo sua madre, anche i genitori del bambino per confermare che non è giusto seppellire un bambino vivo: “scioccata per quello che stava succedendo e per la loro tranquillità inappropriata.” In questo capoverso ci sono tutti i richiami alla modalità di essere madre nel bene e nel male.

“A questo punto iniziano a parlare e ad accordarsi per le onoranze funebri, ma il bambino era sempre più vivo.”

E’ pregevole notare come il procedimento del sogno sia segnato dall’opposto e dall’opposizione. Carla stima vivo il bambino all’incontrario di sua madre e dei genitori. Il bambino si vivacizza in maniera direttamente proporzionale all’avvio delle onoranze funebri. Cresce in Carla il bisogno e il desiderio di diventare madre e di dare realtà all’istinto materno. Si attenua l’angoscia di morte nel pensare che “il bambino era sempre più vivo”. Carla si sta chiarendo e sta prendendo posizione sul tema dissociandosi dalle infide madri, dalla “parte negativa” del suo “fantasma della maternità”. Carla vuole chiudere risolvendo il suo conflitto con l’amore della Specie, la Filogenesi.

“Loro parlavano della sua morte e invece a me il neonato sembrava sempre più vivo e questo mi creava angoscia.”

Questo si era già capito e il ridirlo attesta di un rafforzamento della convinzione che la maternità è un’esperienza possibile e passibile di essere vissuta abbandonando l’angoscia di morte legata alla gravidanza e al parto. Loro hanno già superato questa fase evolutiva, loro sono madri, mentre Carla deve ancora fare questa esperienza e disporsi all’esercizio della “libido genitale”. Magari Carla ha un uomo con cui condivide l’esistenza e nel cammino della vita si profila la possibilità di avere un figlio, ma decisamente il sogno dice che ancora non è pronta. L’angoscia della morte del bambino è la “proiezione” della sua angoscia di partorire e di morire. Un neonato vivo sottoterra è l’allegoria della gravidanza e non della morte per soffocamento.

“Il sogno si conclude con la signora che si porta via il neonato.”

Tutti i salmi finiscono in gloria e i sogni spesso seguono questa regola veterotestamentaria. I sogni propongono, indicano, riparano il materiale emerso ed elaborato con i “processi primari”, materiale altamente nobile trattato con gli strumenti della poesia e con le armi della saggezza, dotazione psichica spesso inconsapevole nella veglia e che si manifesta quando la ragione va a dormire. Carla ha vinto la sua battaglia e ha risolto in parte la sua angoscia. La madre si porta via il figlio e giustamente “a ciascuno il suo” parodiando Leonardo Sciascia con il titolo di un suo romanzo. Carla può aspettare e disporsi meglio alla “razionalizzazione” del suo istinto materno e del suo “fantasma” per approdare al momento opportuno nel Regno delle Madri, nella sacra realtà di coloro che hanno formato la vita con il sano orgoglio di chi sa di avere una marcia in più e di essere vicino al cielo di mille spanne rispetto all’universo maschile. Carla potrà dire a se stessa “adesso anch’io so” mostrando al mondo il frutto della sua laboriosa opera e il coraggio del suo viatico di donna amante. Il mistero si è dischiuso e si può andare in pace.
Questo è quanto dovevo a Carla.

PSICODINAMICA

Il sogno di Carla svolge e sviluppa, portandola a buon fine, la psicodinamica conflittuale dell’esperienza psicofisica della maternità. Nello specifico porta in parziale risoluzione la “parte positiva” del “fantasma” attraverso il superamento dell’angoscia di morte legata al parto. Inoltre, il sogno di Carla sviluppa ampiamente il conflitto conclamato con le madri sull’ambigua valutazione della vita e della morte, dissidio in gran parte dovuto all’esperienza non ancora vissuta. L’istinto materno di Carla è incarnato e rappresentato emotivamente nel dritto e nel rovescio della medaglia, i “pro” e i “contro”, in attesa di essere ben considerato e valutato dalla ragione.

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

Il sogno di Carla presenta la simbologia ricorrente della madre e della figlia, della gravidanza e della maternità, della vita e della morte: “giardino”, “sedute”, “parlare”, “terra”, “lombrico”, “morto”, “sporco”, “deformato”, “strano”.

Sono presenti gli “archetipi” della Madre, della Vita e della Morte: ”Viene fuori dalla terra un neonato che si muove come un lombrico. Era morto, sporco, deformato e strano.”

Il “fantasma della maternità” domina il sogno insieme al “fantasma di morte”: “Viene fuori dalla terra un neonato che si muove come un lombrico. Era morto, sporco, deformato e strano.”

L’istanza psichica “Io” è presente in “Non riuscivo a toccarlo. Avrei voluto prenderlo in braccio per calmarlo, ma non riuscivo a toccarlo.”
L’istanza psichica “Es” è presente in “Viene fuori dalla terra un neonato che si muove come un lombrico. Era morto, sporco, deformato e strano.”
L’istanza psichica “Super-Io” è presente in “A questo punto iniziano a parlare e ad accordarsi per le onoranze funebri,”.

Il sogno di Carla svolge la “posizione psichica genitale”: “Viene fuori dalla terra un neonato che si muove come un lombrico.”

I “meccanismi di difesa” presenti nel sogno di Carla sono la “condensazione” in “terra” e in “lombrico” e in altro, lo “spostamento” in “la famiglia di origine, non sapendo dove metterlo, lo aveva sepolto nel nostro giardino.”, la “drammatizzazione” in “io ero sempre più scioccata per quello che stava succedendo e per la loro tranquillità inappropriata.”, la “proiezione” in “Loro parlavano della sua morte”, la “figurabilità” in “Viene fuori dalla terra un neonato che si muove come un lombrico. Era morto, sporco, deformato e strano.”, la “conversione nell’opposto” in “lo ha preso in braccio mentre io ero sempre più scioccata”.
Il processo psichico di difesa della “regressione” è presente nei termini funzionali del sogno. Non compare la “sublimazione”.

Il sogno di Carla presenta un tratto marcatamente “genitale” all’interno di una “organizzazione psichica reattiva genitale”. Il sogno tratta della maternità anche se nella versione conflittuale.

Le “figure retoriche” formate da Carla nel sogno sono la “metafora” o relazione di somiglianza in “terra” e in “lombrico”, la “metonimia” o nesso logico in “parlare” e in “toccarlo” e in “accudirlo” la “enfasi o forza espressiva in “scioccata”. L’allegoria del parto si trova in “Viene fuori dalla terra un neonato che si muove come un lombrico.”

La “diagnosi” dice semplicemente di un conflitto psichico tra l’istinto materno e la realizzazione dell’esperienza della maternità.

La “prognosi” impone Carla di “razionalizzare” la sua angoscia di morire durante il parto attraverso una migliore consapevolezza dei “fantasmi” e un approccio umile verso una delle tante esperienze naturali a cui l’universo femminile va incontro: vedi le mestruazioni, la deflorazione, la gravidanza e il parto. La riduzione e l’abbandono dell’onnipotenza porta all’accettazione di quella normalità biologica tanto temuta e contrastata.

Il “rischio psicopatologico” si attesta nel persistere dell’angoscia della gravidanza e del parto. Il conflitto psiconevrotico tra il desiderio di maternità e il “fantasma di morte” può portare alla caduta della relazione con se stessa e con gli altri, nonché della qualità della vita.

Il “grado di purezza onirica” è “buono” perché il sogno è narrativo e la trama è stata accomodata consequenzialmente come era stata elaborata in uno stato di sonno REM e in uno stato di ansia.

La causa scatenante, “resto diurno”, del sogno, “resto notturno”, è dichiarata dalla stessa Carla: “inizia a raccontarmi che quello era un bambino morto molto tempo fa e che la famiglia di origine, non sapendo dove metterlo, lo aveva sepolto nel nostro giardino.”: non certo nel giardino, ma nella tomba di famiglia. La notizia è emersa e il sogno si è composto sulle spalle della protagonista.

La “qualità” del sogno di Carla è “ansiogena” e “surreale”.

Il sogno di Carla può essere stato effettuato nella “seconda fase del sonno REM”, alla luce della tensione vissuta dalla protagonista nonostante la placida versione narrativa che ha dato da sveglia al suo istinto materno.

Il fattore allucinatorio vede coinvolti i seguenti sensi: il “tatto” in “non riuscivo a toccarlo”, la “vista” è dominante e intensa in “Viene fuori dalla terra un neonato che si muove come un lombrico.”, “l’udito” in inizia a raccontarmi” e in “iniziano a parlare”, la globalità sensoriale in “scioccata”.

Il “grado di attendibilità” della decodificazione del sogno di Carla è “buono”, per cui la fallacia è “minima”. La chiarezza della simbologia e la discorsività hanno reso agevole l’interpretazione.

DOMANDE & RISPOSTE

La decodificazione del sogno di Carla è stata analizzata da una lettrice anonima che di mestiere fa la cassiera. Sono emerse le seguenti domande.

Domanda
Una donna che non diventa madre è incompleta nella sua formazione psichica?

Risposta
Nessuno è completo o incompleto a livello psichico. Ogni persona è il risultato o il precipitato dei “meccanismi e dei processi psichici di difesa” dall’angoscia che ha istruito e istruisce in riguardo ai “fantasmi” e alle esperienze vissute nel momento storico considerato. Ogni persona è la sua “organizzazione psichica reattiva” in atto e nell’equilibrio migliore possibile delle cariche nervose. Una donna che non ha vissuto l’esperienza psicofisica della maternità, gravidanza e parto, ha risolto l’istinto materno con altre modalità reattive servendosi naturalmente e sempre dei “meccanismi e dei processi psichici di difesa”. Esempio classico, sublima la “libido genitale” dedicandosi al servizio del prossimo, sposta la “libido genitale” crescendo un nipotino, rimuove la “libido genitale” annegando nel lavoro o in altri modi e secondo altri meccanismi. Chiediti: perché le suore si chiamano madri? La madre ha investito la sua “libido genitale” direttamente nella procreazione. In ogni caso la maternità chiude il cerchio delle possibilità psico-biologiche di una donna.

Domanda
Ma i fantasmi sono necessari? Non se ne potrebbe fare a meno visto che fanno tanto soffrire? E, una volta capiti, si possono abbandonare?

Risposta
I “fantasmi” sono i prodotti necessari della modalità psichica infantile di pensare e rappresentare la realtà interna ed esterna, i “vissuti”. Questi ultimi sono esperienze e si attestano nelle sensazioni, nelle percezioni, nelle fantasie, nei pensieri, nelle emozioni, nelle paure, nelle fobie, nelle angosce, in tutto il materiale psicofisico che comporta la relazione con il “sé” del “corpo-mente” e con oggetti esterni e persone. I “fantasmi” sono la nostra vita e la nostra vitalità dalla nascita alla morte. Anche se la loro elaborazione si attenua con l’esercizio della ragione, l’uomo non cessa di produrre fantasmi e di usare la fantasia. Durante la vecchiaia si ha un ritorno all’elaborazione di “fantasmi”. La loro esasperazione o la loro mancata “razionalizzazione” può indurre una forma di distacco dalla realtà dovuto alla caduta, per l’appunto, dell’esercizio del “principio di realtà” da parte dell’Io della persona anziana. Se succede che un vecchio è sovrastato dai suoi “fantasmi” si può anche diagnosticare una forma di demenza senile.

Domanda
Allora, se uno come lei interpreta i “fantasmi”, può aiutare il vecchio a stare meglio?

Risposta
Proprio così, ma bisogna evitare che il vecchio si lasci andare ai propri “fantasmi” tenendolo occupato nella realtà di tutti i giorni e non abbandonandolo al proprio destino di solitudine e magari in un albergo della morte a cinque stelle.

Domanda
Torniamo al sogno di Carla. Cosa significa la paura della donna incinta che il bambino sia morto o deforme?

Risposta
Si tratta di una “proiezione” d’aggressività nei riguardi del feto. Mi spiego meglio. La futura madre è incalzata dall’angoscia della sua morte e, non potendola verbalizzare per vari e ovvi motivi culturali, la colloca nel bambino immaginandolo in qualche modo malato o disabile, quando addirittura morto. Questa paura è indice della sofferenza occulta o manifesta della donna in riguardo al parto.

Domanda
Si poteva interpretare in altro modo questo sogno. Ad esempio, chi mi dice che il bambino morto non sia un aborto?

Risposta
Il trauma da aborto si evidenzia in sogno con simboli nettamente diversi da quelli che ha usato Carla.

Domanda
Mi può dire quali?

Risposta
In linea con i tempi moderni è classico il sogno di tirare fuori un pezzo di carne dal congelatore.

Domanda
Quello di Carla è un sogno personale o comune?

Risposta
Carla ha evoluto un suo “fantasma” estendendolo naturalmente a tutte le donne e trovando eco nelle lettrici di questo articolo. Si tratta di una tematica universale, archetipica, che si esprime in un breve sogno di una giovane donna della provincia di Treviso.

Domanda
Ho sentito spesso le mie amiche dire che la maternità rovina la coppia e soprattutto la sessualità. Cosa mi dice lei?

Risposta
Il parto è spesso vissuto dalla donna come un morire e le sale travaglio sono piene di lamenti e di grida, piuttosto che di sorrisi e di giovialità. L’intensità dell’angoscia di morte è direttamente proporzionale all’intensità e alla durata della perdita di contatto con la realtà durante il travaglio e dopo il parto: trauma puerperale e “psicosi post partum”. Si dice erroneamente che dopo tutto passa anche alla vista miracolosa del figlio. E’ un antico e poetico schema culturale sulla maternità. La realtà è più prosaica e drammatica a volte. Gli esiti del trauma del parto, perché sempre di trauma si tratta, si inscrivono nella donna e si riverberano nella sua sessualità e nella vita di coppia, oltre che nella sua filosofia di vita. A livello profondo la donna matura paura verso la vita sessuale e verso colui che l’ha messa nella condizione di tanta sofferenza, l’uomo a cui si è sessualmente accompagnata per la gravidanza. Si scatenano i “meccanismi di difesa” per alleviare l’angoscia e il primo e il più sicuro è quello di astenersi dalla vita sessuale. La coppia risente di questa forzata innaturale astinenza ed entra in crisi fino allo smaltimento dell’angoscia da parte della donna. La gente usa dire che il matrimonio è la tomba dell’amore e della sessualità. Il popolo non ha fortunatamente sempre ragione, ma un fondo di verità esiste nel rilevare la crisi che subentra nella coppia genitoriale.

Domanda
Da quello che dice mi sembra che lei non è favorevole alla presenza del compagno nella sala del travaglio e del parto.

Risposta
Non è rassicurante e consolatorio per la donna avere davanti nel massimo imprevisto della sofferenza la causa di tanto drammatico evento. Oltretutto è traumatico anche per l’uomo assistere a tanta scena cruenta e non è proficuo per la sua sessualità. Tanti uomini hanno accusato un trauma che ha ridestato traumi pregressi e ha prodotto disturbi della sessualità e non soltanto.

Domanda
Ho capito e non vorrei sbagliare di aver capito. Mi spiega meglio?

Risposta
E’ sempre una questione di “fantasmi”. Se l’uomo ha un “fantasma depressivo di perdita” abbastanza nutrito, questa è l’occasione giusta perché venga fuori. Se ha un trauma che riguarda la morte, l’equilibrio psicofisico va in crisi e dopo qualche tempo si manifestano le prime psicosomatizzazioni. Anche in questo caso bisogna conoscersi bene e volersi bene.

Domanda
Più che una domanda vorrei dirle che io sono stata madre due volte e sottoscrivo tutto quello che lei ha detto, anzi aggiungerei di più. Grazie per avermi dato questa possibilità di parlare con lei di argomenti così importanti.

Risposta
Ci saranno tante prossime volte, intendo le possibilità di parlare di Psicoanalisi. Grazie a te e alla tua concretezza.

A questo punto inizia la ricerca nel vasto e ricco panorama della musica leggera del prodotto culturale “pop” riguardante il tema del sogno di Carla, il “travaglio dell’istinto materno”. Tre canzoni sono papabili. La prima è “Viva la mamma” di Edoardo Bennato perché elabora e riassume la “parte positiva” del “fantasma della madre”. La seconda è “Balocchi e profumi” perché elabora e riassume la “parte negativa” del “fantasma della madre”. La terza è “Mamma” perché esalta la figura archetipale della Madre. Si riscontra facilmente la “mamma buona” nella prima canzone, la “mamma cattiva” nella seconda e la “Mamma” per eccellenza nella terza. Si capisce concretamente l’essenza psichica del “fantasma” nelle elaborazioni vigili degli autori che scrivono le canzoni rivolgendosi a un pop-olo che li capisce e li osanna. Le propongo tutte e tre. Buon ascolto e buona meditazione.

 

 

IL MIO BAMBINO DENTRO

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Mi trovavo in una casa davanti a un bambino che mi era stato affidato. Era quasi un neonato e se ne stava disteso mentre io lo osservavo.
Ad un tratto sentivo come una voce narrante dire che il piccolo avrebbe preso in mano un biberon, e così accadeva. La voce continuava dicendo che, disgraziatamente, dentro c’era un forte veleno.
Vedevo il bambino mangiare il contenuto del biberon, che somigliava a un favo di miele dalla consistenza morbida. Provavo paura per quello che avevo udito, tanto più che dopo poco il bambino iniziava a dare segni di sofferenza.
Mi era chiaro che il bimbo sarebbe morto e questo mi dispiaceva e spaventava.
Vedendo che cominciava a piangere, mi sforzavo di sorridergli, riuscendo a farlo calmare e mettergli addirittura allegria.
Poi il bambino cambiava aspetto, sembrava come cresciuto rapidamente. Non mi era chiaro, ma sembrava una ragazzina con capelli corti e ricci.
Le prendevo le mani e le dicevo che mi dispiaceva per quello che era successo. Ci dicevamo che, ad ogni modo, saremmo rimasti amici per sempre ed era come se ci stessimo dicendo addio.
Poi mi svegliavo.”

Questo sogno porta la firma di Sabino.

INTERPRETAZIONE – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

L’evoluzione psicofisica è un processo naturale apparentemente semplice e realmente complesso. Un uomo adulto si porta sempre dentro un bambino, il suo essere stato “bambino”, una creatura che deve costantemente curare, considerare e amalgamare con la realtà “in fieri” del suo presente, con le mille sfaccettature della sua quotidianità e con le tante novità agognate nel bene e nel male. L’ infanzia è la radice psichica della vita adulta: leggi a proposito il testo omonimo di Melanie Klein. I “fantasmi”, elaborati quando eravamo senza parola (“in-fante”) e con i sensi esaltati (“allucinazioni)”, si riversano massicciamente nell’età adulta, si rielaborano in maniera sofisticata e si evolvono in una “organizzazione psichica reattiva”, la sostanza o la struttura della varia fenomenologia umana, la base dei diversi modi di apparire a noi stessi e agli altri. Quella che chiamiamo con un termine antico e nobile “Psiche” (“Vivente animato”), può essere considerata il “precipitato” di una serie di “fantasmi”, più o meno organizzati e sempre in via di evoluzione, che esige nella progressione della vita cosiddetta adulta di essere razionalizzata per essere agita con il massimo equilibrio e con il massimo profitto possibili alle condizioni date. La “consapevolezza” è essenziale in questa operazione di crescita che termina con l’elettroencefalogramma piatto, con la morte del cervello per l’appunto. Conoscere i propri “fantasmi” equivale alla “coscienza di sé” e si traduce in un’azione utile: pragmatismo psichico. Ogni età ha la sua dose progressiva e giusta di “razionalizzazione”. L’eccesso è psicopatologico e porta alla caduta della creatività e nel peggiore dei casi alle formazioni deliranti. La necessità psicologica di dare alla funzione razionale “Io” la grande responsabilità di “sapere dei fantasmi” è anche in funzione di dare equilibrio alle spinte pulsionali dell’Es e alle spinte repressive del “Super-Io”, alle rappresentazioni dell’istinto e ai divieti della legge morale. L’Io è determinante nel corso della vita e la sua azione va sempre dosata giustamente senza il sacrificio delle pulsioni e dei limiti, senza che le prime tralignino nelle inibizioni e i secondi nelle repressioni. Questa è la tesi di fondo di quella Psicoanalisi dell’Io che il secondo Freud portò avanti ridimensionando le varie cospirazioni dell’Inconscio.
Ritornando al tema del “bambino dentro” e dei “fantasmi” primari, una giusta riflessione sulla vecchiaia considera un ritorno e una rimessa in atto delle linee psichiche caratteristiche della prima formazione: “da vecchi si ritorna bambini”, recita degnamente un antico adagio. Questo fenomeno regressivo non è basato soltanto sul sentimento d’invidia verso la gioventù degli altri o sulla legittima nostalgia di un passato che non può tornare e non può essere rivissuto, si attesta soprattutto sul ritorno all’uso delle modalità di pensiero del “processo primario”. La “Fantasia” ritorna al potere nella vita quotidiana con il preciso compito di lenire e frastornare l’angoscia di una morte avvertita sempre più vicina e sentita questa volta come la propria. Dopo avere assistito a tanti traumatici funerali, risolti con l’onnipotenza della sopravvivenza e con l’ingiustizia del sopravvissuto, ci si dispone all’impossibilità di assistere alla propria cerimonia funebre e funerea.
Questa “regressione” del vecchio all’infanzia comporta l’uso dei “meccanismi psichici di difesa” arcaici, quelli più pericolosi per l’età adulta ma non per il bambino. Essi sono il “ritiro primitivo” in base al quale si fugge dalla realtà sotto le frustate dell’angoscia di morte, il “diniego” in base al quale si rifiuta e si nega la realtà della morte perché carica d’angoscia, il “controllo onnipotente” in base al quale si esercita un potere a dismisura sulla morte entrando in conflitto con la realtà e i suoi principi, la “idealizzazione” e la “svalutazione” in base alle quali si esalta e si sublima al massimo la morte per poi incorrere in pesanti delusioni, la “proiezione” e “introiezione” e “identificazione proiettiva” in base alle quali si ha una notevole difficoltà nella dialettica interno-esterno e si vede nell’altro la propria angoscia di morte, la “scissione delle imago” o “splitting” in base alla quale si sdoppiano le parti del “fantasma di morte” in “buono” e “cattivo” per incapacità a concepire la fine della vita nella sua naturale interezza, la “dissociazione” o “scissione dell’Io” in base alla quale e sempre dietro le sferzate dell’angoscia di morte l’Io si sdoppia in due persone diverse.
Questi sono i meccanismi di difesa che usa il bambino e che spesso ritornano nella vecchiaia, soprattutto nelle demenze e nei vari morbi scoperti da Tizio, da Sempronio, da Caio e anche da Bortolo. Ripeto: in effetti, si tratta del ripristino di modalità psichiche di difesa, intrise di pensiero e di affettività, che vengono ripristinate secondo poderose “regressione” e “fissazione” proprio all’età infantile. Quindi, ai suddetti “meccanismi di difesa” dall’angoscia dobbiamo aggiungere il “processo di difesa” della “regressione” che consiste nel tornare indietro e nell’ancorarsi esclusivamente a “posizioni psichiche” già vissute e sperimentate, quella “orale” nel nostro caso. In tal modo la Psiche si restringe e perde l’integrazione e l’amalgama con le altre “posizioni psichiche” (“anale”, fallico-narcisistica”, “genitale”) pur continuando ad evolversi. La “fissazione” è proprio questo attestarsi alla roccaforte della prima infanzia per perdere la consapevolezza della morte imminente e sfuggire ai morsi dell’angoscia depressiva di perdita.
Mi sono dilungato su nozioni di clinica psicopatologica accennando ad alcune psicodinamiche delle più “strane” malattie della vecchiaia.
Adesso convergo sul sogno di Sabino, questa rivisitazione della prima infanzia non nel ricordo dei fatti occorsi, ma proprio nel ripristino di un atteggiamento verso la propria “parte bambina”. Sintetizzerei, celiando, il sogno di Sabino in questo modo: “perbacco sono cresciuto e non posso essere più bambino, ho perso i processi creativi e adesso mi tocca soltanto ragionare e non più fantasticare”. La perdita dell’infanzia e di quel corredo mentale e sensoriale, di tutto quello che si poteva fare e che adesso è socialmente interdetto, trova nel sogno di Sabino una notevole espressione e denuncia: il protagonista alla fine riesce ad amalgamare nell’adulto la sua “parte bambina”.
L’interpretazione ci dirà tanto di più.
Buona lettura!

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Mi trovavo in una casa davanti a un bambino che mi era stato affidato. Era quasi un neonato e se ne stava disteso mentre io lo osservavo.”

Sabino è in una fase di introspezione, di auto-rielaborazione, di riflessione, di autoanalisi, sta ripiegando e convergendo su se stesso, insomma Sabino sente in questo momento della sua vita il bisogno di guardarsi dentro, di guardare dentro “casa” sua. E in questa benefica operazione si imbatte in “un bambino”, scopre nella sua “casa” il suo essere stato bambino, una parte preziosa della sua infanzia, la parte primaria, quella dove si forma e si gioca soprattutto la qualità della vita affettiva. Nel suo presente psichico ritrova in atto alcuni vissuti e alcune modalità della sua infanzia e ha bisogno di riformularli per le emergenze della sua contingenza storica ed esistenziale. Non è il passato che ritorna magicamente pari pari nel “già vissuto”, ma sono alcune “modalità” del pensiero e del sentimento, che risalgono al passato e che si sono evolute nell’uomo adulto, a chiedere di essere ammesse alla consapevolezza e integrate meglio nella “coscienza di sé”. L’evoluzione comporta, infatti, che i vissuti del bambino si amalgamino e si trasmettano in maniera organizzata e compatta nella struttura psichica dell’uomo adulto. Questo processo è ottimale, ma non sempre avviene in maniera omogenea e distribuita. Spesso “parti psichiche” della nostra infanzia sono rimosse o espulse o estromesse o negate, insomma sono oggetto di difesa dall’angoscia da parte dei “meccanismi psichici” e non sempre questi ultimi sono prosperi. Il bambino era stato “affidato” a Sabino: meccanismo di difesa della “proiezione”. Non riuscendo in sogno a gestire l’angoscia di trovarsi davanti “parti” traumatiche e “vissuti” delicati della sua infanzia, Sabino istruisce la “proiezione” sul bambino di “parti psichiche” che lo riguardano. La “proiezione” può essere considerata una forma aggravata di “spostamento” o una forma salvifica di “traslazione”, ma è sempre un meccanismo psichico di difesa dall’angoscia. Si presenta nella osservazione riflessiva di Sabino un trauma arcaico e precoce: “un neonato” disteso. L’essere “disteso” è simbolicamente ambiguo, perché da un lato indica una forma di rilassamento e dall’altro lato condensa una forma di astenia, una caduta delle forze prossima alla morte. Trattandosi della primissima infanzia viene chiamata in causa la “posizione psichica orale” con la “libido” corrispondente. Siamo in ambito squisitamente affettivo, in assenza di lingua e a tutto favore del linguaggio del corpo, bocca e stomaco in maniera privilegiata. La Psiche di Sabino “infante” e neonato funziona in maniera allucinatoria elaborando “fantasmi”, conoscenze primarie formate da forti sensazioni. Il meccanismo psichico di difesa dall’angoscia è lo “splitting” o “scissione dell’imago” perché il bambino non concepisce l’oggetto intero e lo sdoppia: “seno buono” o madre che accudisce e “seno cattivo” o madre che abbandona. La sindrome psichica, patologica per gli adulti e non per i bambini, è la “paranoia” il sentirsi perseguitato dall’angoscia di abbandono e, di poi, la depressione per la perdita dell’oggetto d’amore. Gran parte di queste teorie sono ascritte alla grande Melanie Klein.
Dopo tanta spiegazione procedo con il sogno di Sabino al meglio possibile nelle condizioni date, come nella migliore formula e forma psicofisiche di benessere.

“Ad un tratto sentivo come una voce narrante dire che il piccolo avrebbe preso in mano un biberon, e così accadeva.”

La repentinità nella presentazione del trauma si associa alla “scissione dell’Io” di Sabino nella “voce narrante”. Il senso dell’udito è allucinato nell’ascolto del messaggio della “voce” efficace in campo e fuori campo. Sabino si scinde per alleviare l’angoscia destata dal bisogno intenso del suo bambino di essere amato e di non essere abbandonato. Il “biberon” è strumento del nutrimento e simbolo dell’affetto, ma è anche un simbolo fallico, il potere della madre di nutrire o di affamare, di dare la vita o la morte. Questo bambino ha subito qualcosa in riguardo alla sfera affettiva: questo psicodramma si rappresenta nella platea onirica. Questo bambino ha sofferto tanto e non lo può riconoscere in sogno, per cui si scinde e costruisce per difesa dall’angoscia la “voce narrante”, la sua componente storica, quella che è apparentemente più fredda e può consentire il prosieguo del sonno senza che scatti l’incubo. Una valida riflessione è necessaria per capire il funzionamento della Psiche. Anche i “meccanismi di difesa” più arcaici e pericolosi sono usati nel sonno, indistintamente dalla cosiddetta normalità e dalla cosiddetta psicopatologia. “Il sogno è uguale per tutti”. Così recita, nel suo campeggiare alto sopra lo scanno della Psiche, il primo principio onirico. Ritornando a Sabino, bisogna ridire che sta cercando la sua verità e non poteva essere diversamente. Il “biberon” come simbolo fallico rievoca il potere affettivo della madre, dal momento che non può condensare alcunché di “genitale”, sessuale per intenderci. “Così accadeva” contiene il senso dell’ineluttabilità degli eventi che il bambino era costretto a vivere e su cui strutturava un buon senso di costrizione e una precoce rigidità. “Amen” equivale a “così accadeva”. Il senso del sacro è dettato dalla stato infante di Sabino e dalla situazione psicofisica in cui si è messo dormendo e sognando.

“La voce continuava dicendo che, disgraziatamente, dentro c’era un forte veleno.”

Ecco svelato o confermato l’arcano!
Si tratta della sfera affettiva. Il “biberon” contiene l’amore deteriorato della madre: “un forte veleno”. Sabino sta rievocando in sogno la sua affettività e nello specifico la sua prima infanzia in riferimento privilegiato alla figura materna e alla sensazione di freddezza e di solitudine, “fantasma depressivo di perdita”. La “voce” è la “proiezione” di una “parte di sé”, quella che ha sofferto e che continua a dire che non si è sentito amato e che ha provato una grande angoscia nel viversi solo e abbandonato come nelle migliori favole degli anni cinquanta, quelle che traumatizzavano i bambini e che venivano contrabbandate come preziosa letteratura per l’infanzia. “Forte” attesta dell’intensità del “seno cattivo”, quello che non nutre e che uccide. Melania Klein aveva visto bene nelle sue osservazioni sull’infanzia infelice dentro l’ospedale in cui prestava la sua umana e attenta opera. La “voce”, ricordo, è psicologicamente pericolosa perché è un classico indizio paranoico: il “sento le voci” è legato alla “scissione dell’Io”. Questo è il “fantasma” di Sabino in riguardo alla “parte cattiva” della madre. “Disgraziatamente” si traduce “contro la grazia”, contro il senso dell’amore materno e della compassione paterna.

“Vedevo il bambino mangiare il contenuto del biberon, che somigliava a un favo di miele dalla consistenza morbida.”

Adesso il sogno di Sabino procede chiaro e spedito dal momento che entra in funzione l’Io con le sue consapevolezze. Dopo il “biberon” ritorna un altro simbolo fallico, il “favo di miele dalla consistenza morbida”. Non è un pene in quiescenza e ricco del nettare della vita, ma è il solito “fantasma orale” degli affetti mancati e della “parte negativa della madre” o “seno cattivo”, nonché il potere fallico della possibilità di morte per abbandono. Ma il bambino mangia e meno male. Questo dato è importante non soltanto per le gioie delle madri ansiose, ma soprattutto per il prosieguo del sogno. I “fantasmi” troveranno la loro composizione emotiva e razionale.

“Provavo paura per quello che avevo udito, tanto più che dopo poco il bambino iniziava a dare segni di sofferenza.”

L’affettività di Sabino si è costruita in maniera contrastata e congloba l’angoscia dell’abbandono e la “paura” della solitudine nella normalità dei conflitti relazionali; questi sono i tratti psichici caratteristici del protagonista. La “paura” non deve mai far paura perché verte su un oggetto reale e comporta la consapevolezza. All’incontrario della “fobia” che verte su un oggetto traslato e di cui non si è consapevoli. La ”angoscia”, in conclusione, è uno stato psicofisico critico e comporta il dolore acuto di quel “qualcosa che non so” e che alla fine si riduce nell’imminenza della morte per espiazione del senso di colpa. Sabino, al di là di queste brevi linee teoriche, può continuare a sognare e a dormire perché il suo conflitto affettivo si sta risolvendo nel migliore modo possibile alle condizioni date. Questa è la funzione taumaturgica che la Psiche deve sempre esercitare molto bene e non soltanto in sogno. La “sofferenza” equivale a un portarsi dentro molte emozioni, tante paure e poca consapevolezza. La “sofferenza” è un viaggio con tante valigie piene di vestiti stropicciati e messi dentro alla rinfusa.

“Mi era chiaro che il bimbo sarebbe morto e questo mi dispiaceva e spaventava.”

Che bella notizia!
Sabino è adesso consapevole che l’Evoluzione deve fare la sua parte e come nella Chimica, “nulla si crea, nulla si distrugge e tutto si trasforma”. Anche la Psiche sa, “mi era chiaro” che la crescita comporta il superamento e non la perdita dei tratti caratteristici acquisiti nei vissuti delle “posizioni psichiche” precedenti e che alla “posizione orale”, affettività, consegue l’esperienza dell’aggressività, “posizione anale”, l’esperienza dell’amor proprio esagerato, “posizione fallico-narcisistica”, e l’esperienza della sessualità condivisa, “posizione genitale”. I privilegi e i doveri, le gioie e i dolori, insomma i vissuti del passato si conservano nell’evoluzione del crescere e dell’imparare a camminare con le proprie gambe e senza dipendenze inopportune. Evolvere i fantasmi dell’infanzia non si risolve nel morire, ma rientra nella normalità assoluta del divenire delle umane cose. Il grande Eraclito diceva “panta rei”, tutto scorre e non si può scendere due volte nelle acque dello stesso fiume”: rudimento metaforico dell’Evoluzione. Passiamo al sogno. Trionfa la consapevolezza dell’Io: “mi era chiaro”. Sabino sa che doveva crescere e che è cresciuto. “Sarebbe morto”? Sabino si sbaglia perché il “bambino” non muore, il bambino non deve morire, il bambino trascorre e si coniuga con l’adulto. Sabino comincia a sapere che il suo essere stato e il suo essere “bambino” possono essere isolati o addirittura negati, per cui è giusto che si spaventi della perdita depressiva di una “parte” fondamentale di sé. Il dispiacere e lo spavento contengono un’ambivalenza sentimentale, un conflitto tra desiderio e allucinazione, un giusto dolore che normalmente si accompagna alle imprese importanti della vita e soprattutto quando non tutto quello che volevamo ha visto la luce: il dolore per il “non nato di sé”.

“Vedendo che cominciava a piangere, mi sforzavo di sorridergli, riuscendo a farlo calmare e mettergli addirittura allegria.”

Traduco: ogni evoluzione ha il suo prezzo da pagare perché è un passaggio che porta alla maturazione. Sabino ha il consapevole dolore della crescita e cerca la giusta consolazione a ciò che si perde e a ciò che si acquista, la consolazione della bontà dell’evoluzione. Sabino ragiona con se stesso ed esercita la giusta ironia accettando il tempo che passa con i suoi acquisti e senza alcuna perdita.
Bravo Sabino!
L’escalation della consapevolezza, del pianto, del sorriso, della calma e dell’allegria sono un tutt’uno originale tra mediazione e integrazione.

“Poi il bambino cambiava aspetto, sembrava come cresciuto rapidamente.”

Come si diceva in precedenza e come si voleva dimostrare, si cresce e ci si evolve. La consapevolezza di questa intensità porta Sabino a riprendersi dopo la “regressione” sul suo “bambino dentro”, una dimensione psichica che pensava di aver perso e che in effetti ha conservato. Il suo timore si incentrava sulla difficoltà contingente di integrarlo nella vita e nella vitalità in atto. Fotogramma dopo fotogramma il bambino è ridiventato adulto, Sabino piccolo è diventato grande. Tanta paura per nulla.

“Non mi era chiaro, ma sembrava una ragazzina con capelli corti e ricci.”

Qualche confusione è legittima e intercorre in questo viaggio onirico di andata e ritorno. Subentra il “sentimento della rivalità fraterna” e la sorellina che è stata motivo di riflessione e di turbamento affettivo. Qualche tentennamento intercorre a dimostrare che la sorella è importante nel bene e nel male. Se questa spiegazione non soddisfa, “la ragazzina con capelli corti e ricci” può rappresentare la “parte femminile” di Sabino, quella che non ha perso e ha conservato anche dopo l’identificazione nel padre. La seconda interpretazione è più profonda, ma la prima è verosimile.

“Le prendevo le mani e le dicevo che mi dispiaceva per quello che era successo.”

Sabino si riconcilia con la sua sorellina o con la sua “parte femminile” possibilmente rimossa per difesa durante il travagliato periodo dell’identificazione al maschile e dopo aver risolto la conflittualità con il padre. L’atto di “prendere le mani” ha una sacra accoglienza e una religiosa ricomposizione, nonché un doveroso ripristino dell’equilibrio psicofisico. Ormai Sabino usa a piene mani gli schemi razionali dell’Io e ha una spiegazione per ogni dubbio di prima. La paura e il dolore hanno lasciato il posto all’accomodamento della funzione vigilante “Io”. Sabino ha ricomposto “il suo bambino dentro” nel migliore dei modi: massima diligenza e coscienza.

“Ci dicevamo che, ad ogni modo, saremmo rimasti amici per sempre ed era come se ci stessimo dicendo addio.”

E vissero tutti felici e contenti. Sabino si è riconciliato con il suo bambino e dice a se stesso che l’infanzia è passata e che non torna, ma sa che si porta dentro il suo “bambino”. Tutto questo è il prezzo dell’Evoluzione. Questo è il senso “dell’addio”. Sabino ha svolto il sogno della consapevolezza progressiva della sua formazione infantile, “il suo bambino dentro”, ed è riuscito a reintegrarlo dopo aver viaggiato nel dubbio e nel dolore di una possibile perdita o di un contingente smarrimento. La riesumazione del “fantasma della madre” è dovuta all’età in cui si è collocato in sogno.

PSICODINAMICA

Il sogno di Sabino svolge la psicodinamica depressiva dell’angoscia legata alla perdita della dimensione psichica dell’infanzia: “il bambino dentro”. Coinvolge la “posizione orale” con i carichi affettivi annessi e con il coinvolgimento della figura materna. Rievoca il “processo primario”: la creatività e la Fantasia. Mostra una “regressione” con “fissazione” alla prima infanzia e un’angoscia di perdita per contingente mancata integrazione delle “parti psichiche” a essa collegate. Nella parte finale avviene la ricomposizione della “organizzazione psichica” con il recupero adeguato. Trattasi di una psicodinamica diffusa e ricorrente non soltanto nella prima giovinezza, ma in tutti quei momenti della vita in cui ci si sente costretti a ragionare e a fare gli adulti.

ULTERIORI RILIEVI TECNICI

Il sogno di Sabino contiene i seguenti simboli: “casa”, “bambino”, “voce”, “biberon”, “veleno”, “favo”, “sarebbe morto”, “piangere”, “ragazzina”, “capelli ricci e corti”, “addio”, “mani”. La ricchezza dei simboli rende il sogno narrativo e denso di significati latenti.
I fantasmi presenti sono quelli di “morte”, di “perdita” e della “madre”: “forte veleno” e “favo di miele”.
L’archetipo richiamato nel sogno di Sabino è quello della “Morte”.
Le istanze psichiche presenti sono l’Io, l’Es e il Super-Io. La seconda parte del sogno di Sabino è improntata all’azione di consapevolezza dell’Io: “mi era chiaro” e “vedendo” e “le dicevo”. Le pulsioni dell’Es sono rappresentate in “Mi trovavo in una casa davanti a un bambino” e “Ad un tratto sentivo come una voce narrante” e “dentro c’era un forte veleno. Vedevo il bambino mangiare il contenuto del biberon,”. L’azione limitante e morale del “Super-Io” non si evidenzia.
Il sogno di Sabino vede il dominio della “posizione psichica orale” e della “libido” corrispondente e nello specifico in “neonato” e in “biberon e in “favo di miele”.
I meccanismi psichici di difesa dall’angoscia presenti nel sogno di Sabino sono la “condensazione” in “bambino” e “biberon” e “veleno”, lo “spostamento” in “voce”, la “proiezione” in “davanti a un bambino”, la “scissione dell’Io” in “voce narrante”. La “scissione delle imago o splitting” si desume in “veleno”.
I processi psichici di difesa dall’angoscia della “regressione” e della “fissazione” sono attivi in “Mi trovavo in una casa davanti a un bambino” e in “Era quasi un neonato” e nel prosieguo del sogno.
Chiaro segno del processo psichico di difesa della “sublimazione” si trova in “Ci dicevamo che, ad ogni modo, saremmo rimasti amici per sempre ed era come se ci stessimo dicendo addio.”
Il sogno di Sabino presenta un forte tratto “affettivo” all’interno di una “organizzazione psichica orale”. Nel reintegrare il “bambino dentro” nella struttura in atto si rileva un privilegio elettivo verso la sfera degli affetti.
Le figure retoriche elaborate dal sogno sono la “metafora” o relazione di somiglianza in “casa” e in “bambino” e in “biberon”, la metonimia” o relazione logica in “voce” e in “veleno”. Pur essendo ricco di simboli, il sogno di Sabino si snoda come un racconto.
La “diagnosi” dice di una crisi contingente riguardante la sfera affettiva, di un eccesso di razionalità nell’interpretazione della realtà e nello svolgimento della vita quotidiana, per cui viene operata una “regressione” con “fissazione” alla “posizione psichica orale” per esprimere i bisogni affettivi e l’esigenza di usare la fantasia e la creatività dei “processi primari. Di poi, assolto consapevolmente il quadro, Sabino procede alla reintegrazione della “oralità” nella “organizzazione psichica reattiva” attraverso il ripristino di una buona vigilanza logica dell’Io.
La “prognosi” impone a Sabino di tenere sotto controllo l’esercizio degli investimenti affettivi e creativi al fine di evitare nostalgie e ritorni regressivi di traumi e di carenze in riguardo alla “oralità”. Deve impegnarsi a tenere compatta la struttura psichica nella sua evoluzione.
Il “rischio psicopatologico” si attesta in una “regressione” e a un ritorno di bisogni affettivi del passato in un quadro di disarmonia: isolare il “bambino dentro” e non integrarlo nell’adulto. La creatività ha il suo prezzo e i suoi rischi.
Il “grado di purezza onirica” è buono. Sabino ha raccontato il suo sogno con l’ausilio di qualche pezza logica giustificativa, ma prevalentemente la narrazione ha seguito gli eventi del sogno.
Il “resto diurno” del “resto notturno”, la causa scatenante del sogno di Sabino riguarda una crisi dell’affettività o una riflessione sulla vita sentimentale.
La “qualità onirica” è narrativa.
Il sogno di Sabino ha richiesto una certa dose di veglia, per cui è stato elaborato nella seconda o terza fase REM alla luce della sua discorsività.
Il “fattore allucinatorio” vede in esercizio attivo il senso della “vista” in “Vedevo il bambino mangiare il contenuto del biberon” ed esalta il senso “udito” in “Ad un tratto sentivo come una voce narrante dire” e in “La voce continuava dicendo che”. Una coalizione dei sensi si esprime in “Provavo paura per quello che avevo udito,” e in “Vedendo che cominciava a piangere” e in “Le prendevo le mani e le dicevo” e in “Ci dicevamo che”. La massiccia presenza del senso dell’udito rafforza la qualità narrativa del sogno.
Il “grado di attendibilità e di fallacia” è “media” perché il sogno di Sabino contiene nella sua ricchezza evocativa qualche interferenza nei vissuti che comporta una complicazione interpretativa.

DOMANDE & RISPOSTE

Il lettore anonimo ha posto le seguenti domande dopo aver letto attentamente l’interpretazione del sogno di Sabino.

Domanda
Ma qual’è in termini più chiari e popolani il problema di Sabino?
Risposta
Sabino ha una vita intensa ed è costretto a ragionare in tutto quello che fa. Sente il bisogno di disimpegnarsi dalla Logica, di affidarsi alla Fantasia e agli affetti e trova difficoltà ad appagare questa sua esigenza e a risolvere questa sua emergenza. Questa può essere la situazione esistenziale e psicologica del protagonista del sogno.
Domanda
La madre cosa c’entra?
Risposta
La vita affettiva è simbolicamente ascritta a quella figura che nutre e che accudisce il bambino dopo la nascita: si definisce “madre” per l’appunto. Qualsiasi conflitto nell’affidamento e nel lasciarsi andare richiama la figura primaria che ha educato e condizionato il bambino.
Domanda
E la madre di Sabino che responsabilità ha in questa crisi del figlio?
Risposta
La madre ha fatto del suo meglio e ha messo il figlio nelle condizioni ottimali, ma non ha potuto impedire al figlio di elaborare i suoi “fantasmi” in riguardo al modo di pensare, di viverla e di sentirsi amato: splitting, fantasmi e affettività.
Domanda
La madre può anche essere un uomo?
Risposta
Certamente. Per il bambino nei primi mesi di vita la madre non ha sesso. E’ una persona in carne e ossa e un simbolo. La madre contiene le mille pulsioni e le mille emozioni che il bambino vive. Non pensa, di certo, che la mamma è colei che mi ha generato.
Domanda
La vecchiaia è una regressione?
Risposta
La vecchiaia è sempre un’evoluzione psicofisica, a livello psicopatologico comporta la “regressione” e la fissazione” all’infanzia e a quelle modalità di pensiero e di affetto, nonché l’emergere dei conflitti latenti che i “meccanismi di difesa” hanno contenuto finché hanno potuto. Nel “Cato maior de senectute” di Marco Tullio Cicerone è già presente una psicoterapia dell’angoscia senile di morte.
Domanda
Qual’è la malattia psicologica del vecchio?
Risposta
La fuga dalla morte e per questo scopo cade a fagiolo la fuga dalla realtà: la follia.
Domanda
Cosa dovrebbe fare per evitare la demenza?
Risposta
Razionalizzare sempre la condizione psicofisica in cui si trova, amare la sua evoluzione o “amor fati”, sapere quali “meccanismi di difesa” sta usando in questo momento della sua vita, non smettere di fare “investimenti di libido”.
Domanda
E’ vero che il vecchio cerca la madre prima di morire?
Risposta
Verissimo! I vecchi si ricollegano a chi li ha generati per consolazione infantile e non perché la morte è mitologicamente femmina. La “regressione al grembo materno” è una modalità psichica di prepararsi a morire dolcemente.
Domanda
Non ho nulla da chiedere.
Risposta
Vuol dire che sono stato chiaro anche nel ripetermi.

In conclusione scelgo l’ironia di Marcello Marchesi nella canzoncina “Che bella età”, una sintesi goliardica dell’Evoluzione. Oggi avremmo tanto bisogno di mille Marcelli Marchesi per vivere meglio e avere pubblici divertimenti di buona intelligenza, ma all’orizzonte non se ne vedono. I comici si sono dati alla politica e i giornalisti fanno tanto spettacolo nel riso e nel pianto. La “satira” è un piatto ricolmo non di primizie, ma di tante frittate avariate. Non resta che esercitare una buona dose di spirito critico per mantenere la salute mentale.

 

LA MATERNITA’ ? “MAI PIU’ !”

PREAMBOLO

Grazie ai miei ineffabili “marinai” inizio un nuovo anno di ricerca sul “sogno”, il terzo. “Dimensionesogno.com” è per me un potente stimolo antidepressivo e un doveroso rendiconto a tutte le persone che con il loro prezioso contributo mi hanno insegnato tanto e mi indicano ancora una nuova meta.
Due anni fa pensavo che lo schema interpretativo elaborato per il sogno fosse esauriente, ma, cammin facendo, mi sono reso conto da buon contadino che il tempo matura non soltanto le nespole, ma anche chi ama mangiarle direttamente dall’albero, per cui inizio il nuovo anno di lavoro con uno schema allargato e ricco di nuove e importanti voci: il “fattore allucinatorio”, “REM-NONREM”, “grado di attendibilità e di fallacia”, le tanto gradite “domande e risposte”.
Quando pensavo di aver quasi finito, mi si è aperta una prateria.
Nel corso di quest’anno pubblicherò nella sezione dei lavori anche qualche testo teorico o narrativo inedito e i testi “Benetton dieci e lode” e “La stanza rosa”, difficili da reperire sul mercato per il fallimento e la fuga del distributore.
Ma questa è tutta un’altra storia.
Adesso per voi è pronta l’interpretazione di un sogno meraviglioso da tutti i punti di vista, da quello umano a quello tecnico, quasi che servisse un’ulteriore prova della poliedrica ricchezza della funzione onirica.
La bellezza del sogno di Madalina è direttamente proporzionale alla complessità, ai richiami, alle trasposizioni e alle integrazioni dei piani psichici.
Chi leggerà, capirà.

TRAMA DEL SOGNO E CONTENUTO MANIFESTO

“Mi è stato affidato un compito da qualcuno: ogni settimana devo affrontare un viaggio in treno per riconsegnare un neonato ai suoi genitori.
Mia figlia mi accompagna.
Ma il viaggio è faticoso: intanto sono in ritardo e rischio di perdere il treno, poi questo è uno di quei treni vecchi con le maniglie come quelle di una volta, e fa anche tante fermate.
E io avrei tante cose da fare.
Finalmente arriviamo a Orte, ma i genitori di questo bambino non sono lì.
Sento sempre di più la responsabilità e la fatica di dovermi occupare di questo neonato che tengo tra le braccia.
Decidiamo di incamminarci con mia figlia e camminiamo, camminiamo… Alla fine vedo in lontananza i genitori, li raggiungo e finalmente gli riconsegno il bambino.
Poi girandomi verso mia figlia le dico”Mai più!”.”

Questo sogno porta la firma di Madalina.

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

A questo punto è opportuno dare spazio a Madalina e al suo sogno.
Dopo aver ricordato che il protagonista di ogni sogno è l’Io sognante del sognatore e che le psicodinamiche sono quelle in atto e che vanno a lui ascritte, spiego il titolo “La maternità? Mai più!”.
Madalina esprime in sogno i suoi conflitti psichici in riguardo a questa tappa formativa che concretamente corona la “libido genitale” e rievoca immancabilmente i traumi e le angosce legati alla invidiabile e sublime esperienza della maternità.
Non dimentichiamo che quest’ultima è un attributo dell’archetipo Madre, che oscilla tra “Eros” e “Thanatos”, che viaggia in compagnia dei “fantasmi” della vita e della morte.
Fatto salvo il dolore del parto, non a caso definito “travaglio”, l’esperienza della maternità scatena nella donna l’ambiguo conflitto psicodinamico tra la propria sopravvivenza e la vita da donare al figlio, tra la “libido fallico-narcisistica” e la “libido genitale”. La donna scatena l’angoscia di morte, rudimentalmente elaborata nel primo anno di vita come “fantasma d’abbandono” e nel tempo accresciuta dal “fantasma di perdita”, di fronte all’evenienza dolorosa del travaglio e del parto, per cui reagisce in maniera aggressiva nei confronti del feto, vissuto come una minaccia letale.
Questo è un tema culturale atavico e primordiale. Vedi nel biblico Genesi la condanna di Eva dopo il simbolico consumo della mela, peccato dei progenitori altrimenti detto “originale” o delle origini, dopo la disobbedienza al Padre e la trasgressione all’ordine naturale da lui costituito nell’atto della mistica creazione dal nulla.
La condanna della donna suona direttamente dalla voce di Dio come sottomissione psicofisica al maschio e come moltiplicazione dei dolori nel parto.
Riporto direttamente dal testo.
“Alla donna disse: “Aumenterò grandemente la pena della tua gravidanza; con doglie partorirai figli e la tua brama si volgerà verso tuo marito ed egli ti dominerà”.”
Il sogno di Madalina non deroga da questi temi atavici e simbolici in universale e, nel suo essere un sogno breve e individuale, espone la ripetizione del sottile lavorio psicofisico dell’esperienza della maternità secondo le medesime direttive psicodinamiche.
Aggiungo che l’esperienza psicofisica della maternità ritira in ballo la formazione e l’evoluzione di tutta la sfera affettiva della futura madre, la “posizione psichica orale” vissuta sin dai primi giorni di vita e ulteriormente complicata con sensazioni e fantasmi.
Nel momento in cui la madre investe “libido orale” e si dispone ad amare il figlio, rievoca quanto amore ha ricevuto nella sua vita e il come lo ha vissuto.
Procedere nell’interpretazione del sogno renderà queste affermazioni più comprensibili e giustificate.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Mi è stato affidato un compito da qualcuno: ogni settimana devo affrontare un viaggio in treno per riconsegnare un neonato ai suoi genitori.”

Madalina entra subito nel pezzo e si presenta come la sostituta della madre e del padre di “un neonato” e come la commessa viaggiatrice di questo strano “compito” filogenetico o di amore della Specie umana.
Un generico “qualcuno” è la “proiezione” difensiva della suo “fantasma di madre” e serve all’economia delle tensioni per stemperare con questo anonimato l’entità emotiva del simbolo dominante “ogni settimana devo affrontare un viaggio in treno”, un micidiale “fantasma di morte”, un condensato depressivo di distacco e di perdita affettiva.
La ripetizione settimanale del rituale depressivo di riconsegnare un neonato ai genitori attesta di un pesante e consistente trauma che Madalina ha subito e vissuto in riguardo alla maternità. Il “neonato” rappresenta a tutti gli effetti l’oggetto della sua maternità.
Ma perché questo viaggio e questa riconsegna?
Il primo avviene dentro se stessa con “coazione a ripetere” e la seconda esprime il desiderio di un recupero della perdita subita: il senso di colpa di un aborto?
Non passa giorno che Madalina non pensi e non ricordi questa esperienza traumatica. Il sogno aliena per difesa la maternità mancata “spostandola” in anonimi genitori.

“Mia figlia mi accompagna.”

Lupus in fabula!
Madalina presenta la sua maternità reale, ha una “figlia” che “l’accompagna” in questo compito che un “qualcuno” ha voluto per lei.
Si rafforza la possibilità di una maternità indesiderata e sospesa dopo quella degnamente realizzata nella “figlia che l’accompagna”.
La nobile missione di riconsegnare il neonato ai genitori si colora sempre più di tristi tinte personali.
Una domanda in corso d’opera è lecita.
Ma questi genitori avevano abbandonato questo figlio o l’avevano soltanto affidato?
Si intravede un “fantasma d’abbandono”, quello che segue e logora chi lo opera e chi lo subisce.
In tanto delicato trambusto psichico conviene procedere con giudizio.

“Ma il viaggio è faticoso:”

Il “viaggio” è il classico simbolo del cammino della vita, del procedere nell’esistenza con pensieri e azioni, con ragionamenti e fatti, con idee e vissuti, con desideri e realtà. Madalina accusa fatica non nel generico vivere la vita, ma nello specifico vivere questa esperienza traumatica che le è occorsa in sogno.
La “fatica” deriva dal latino “fatigare” che traduce l’italiano “affaticare” e “affannare” e sempre dal latino “fatisci” che traduce l’italiano “fendersi”, “spezzarsi” e “lacerarsi”.
Questa esperienza di Madalina è stata incisiva e l’ha segnata in maniera angosciante. La “fatica” è un’aggravante della “angoscia”, che di per se tessa è pesante con il suo blocco del respiro. In questo caso la “fatica” e la “angoscia” si tirano dietro la “scissione del fantasma” della maternità, quella “buona” che dà la vita e quella “cattiva” che dà la morte.
Speriamo che, procedendo con la decodificazione, non sia coinvolto in questa scissione, “splitting”, anche l’Io, perché in questo caso la situazione psichica diventerebbe pericolosa perché andrebbe in crisi il “principio di realtà” e subentrerebbe il delirio.

“intanto sono in ritardo e rischio di perdere il treno, poi questo è uno di quei treni vecchi con le maniglie come quelle di una volta, e fa anche tante fermate.”

Madalina rievoca in sogno tra simbolo e realtà il suo trauma: una gravidanza è condensata in “sono in ritardo” chiaramente mestruale, “rischio di perdere il treno” ossia di non poter abortire o per legge o per senso di colpa, “con le maniglie” in evocazione del lettino ostetrico adeguatamente attrezzato alla bisogna, le “tante fermate” equivalgono ai tanti ripensamenti e ai tanti sensi di colpa.
Riepilogo: Madalina sogna il suo aborto in termini reali e simbolici.
Il “treno” resta sempre un simbolo di morte e condensa il “fantasma”, il “treno vecchio” esprime il tempo passato quando l’esperienza traumatica è stata incamerata.

“E io avrei tante cose da fare.”

La vita si realizza nei fatti e temporalmente diventa vita corrente nelle mille esperienze vissute e da vivere, “cose” fatte e “da fare”. Questa è la “sindrome del coniglio” in “Alice nel paese delle meraviglie”, l’animaletto che aveva sempre qualcosa da fare e non poteva fermarsi a pensare.
Guai a chi si ferma!
Chi si ferma è perduto perché viene assalito dai sensi di colpa.
Ben venga, allora, la psiconevrosi del fare e la ergoterapia!
Frastornati pure con le cose “fuori di te” per non pensare al “te stesso dentro” e per non cadere nella vertigine e nelle insidie dell’interiorità latente.
I sociologi parlano di “sindrome del nord-est”, gli psicoanalisti parlano del meccanismo di difesa dall’angoscia della “messa in atto”, inglese “acting out”, della manipolazione propria e altrui attraverso una serie di azioni funzionali a sciogliere l’angoscia nell’azione, la vulnerabilità nella forza, l’impotenza nel potere.
Ci frastorniamo per impedire al materiale psichico rimosso di affiorare e di disturbarci, per evitarne il “ritorno”.

“Finalmente arriviamo a Orte, ma i genitori di questo bambino non sono lì.”

Orte non è nel sogno di Madalina la graziosa cittadina della provincia di Viterbo. Orte è un punto di arrivo ambiguo che rientra nella simbologia dell’autrice del sogno, un simbolo individuale come i tanti che elaboriamo specialmente nella nostra infanzia. I genitori sono latitanti, deficitari, assenti. La genitorialità è mutilata: “ma i genitori di questo bambino non sono lì.”. Orte è il luogo reale e simbolico della colpa e della perdita. Questi “genitori” sono la solita difensiva “proiezione” della mamma Madalina e del papà “di questo bambino” girovago.

“Sento sempre di più la responsabilità e la fatica di dovermi occupare di questo neonato che tengo tra le braccia.”

Le “braccia” e il “neonato” rappresentano il grembo gravido, quel complesso di cose che comporta “sempre di più la responsabilità e la fatica.” Madalina dice chiaramente nel sogno la sua perplessità nel gestire una gravidanza a causa del logorio psicofisico del parto e del dovere di accudire un figlio nel cammino della vita.
“Responsabilità” deriva da “respondere” e include la sacralità del responso oracolare e la qualità giuridica della norma: tutta roba del “Super-Io”.
La “fatica” condensa l’affanno della lacerazione psicofisica legata al senso di colpa.
“Dovermi occupare” esprime ancora l’istanza morale del “Super-Io” che impone il dovere dell’accudimento e dell’educazione. “Occupare” si attesta proprio nel riempire uno spazio psichico che altri hanno lasciato vacante. Madalina esibisce la sua solitudine e il suo isolamento.

“Decidiamo di incamminarci con mia figlia e camminiamo, camminiamo…”

La vita scorre con la figlia: “camminiamo, camminiamo…” è una metafora indicatissima e azzeccata per indicare il “principio della realtà” e il procedere esistenziale nella condivisione e nella solidarietà. Madalina è una buona mamma con la sua figliola, esibisce la “parte positiva” del “fantasma della madre”, il cosiddetto “seno buono” di kleiniana memoria.
La “figlia” conferma che il sogno tratta della maternità di Madalina e il dovere del “decidiamo” include il senso materno del “Super-Io”, la freddezza di una norma che è esente per difesa da coinvolgimenti intensi e pulsionali.
I puntini di reticenza “…” danno la sensazione di una psico-favola che procede verso il miglior esito.

“Alla fine vedo in lontananza i genitori, li raggiungo e finalmente gli riconsegno il bambino.”

La perdita è consumata.
Il “neonato” o “bambino” è stato “finalmente” riconsegnato ai genitori. Questa scena rappresenta simbolicamente l’alienazione della maternità. Madalina ha rinunciato all’esercizio del frutto della sua “libido genitale”, il “neonato”, il “bambino”.
La “lontananza” e il “raggiungo” e il “riconsegno” attestano rispettivamente di un obnubilamento mentale, di una presa di coscienza e di un’alienazione: stordimento, consapevolezza e scelta di recedere dall’impegno di un figlio, dalla “responsabilità” e dalla “fatica”.
Il trauma si è consumato e non si può andare in pace perché il senso di colpa incede e occupa lo spazio psichico. Manca la riparazione, la risoluzione e la prognosi, sempre in relazione alla famigerata colpa.

“Poi girandomi verso mia figlia le dico”Mai più!”.”

Ecco servite la soluzione e la verità del quadro psichico enucleato dal sogno di Madalina!
La realtà psichica in atto è la presenza di una figlia, “girandomi verso”, e la disposizione a non incorrere “mai più” nel rischio di una gravidanza.
“Mai più” alienare la maternità tramite un trauma abortivo o qualcosa di similare!
Da un lato Madalina ha realizzato la sua “libido genitale” e la sua pulsione materna con una figlia che l’accompagna nel sogno, dall’altro lato afferma la decisa chiusura a una riedizione della gravidanza e del parto.
Il finale del sogno di Madalina, “maternità mai più”, è un imperativo categorico di kantiana memoria che declina l’ambivalenza del prendere e del lasciare, dell’acquisizione e della perdita.

PSICODINAMICA

Il sogno di Madalina svolge la psicodinamica dell’interruzione della gravidanza, della vanificazione traumatica della genitalità e della maternità. All’interno di questa struttura portante si nasconde la tormentata e precaria sfera affettiva della protagonista: una bambina, una donna e una madre che non si sono sentite abbastanza amata nel corso della vita e delle relazioni importanti. Nel sognare un trauma immaginario o reale, Madalina collega e traspone i piani affettivi della sua infanzia e maturità quasi per integrarli e in qualche modo risolverli.
Mi spiego meglio.
Il sogno di Madalina sottende la sua affettività e rivela che è cresciuta con grosse carenze affettive: frustrazione continua e continuata della “libido orale”, nonché un consistente danno della “posizione orale” con conseguenti problematiche conflittuali nel ricevere e nel dare amore.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Il sogno di Madalina esibisce le istanze psichiche “Io”, “Es” e “Super-Io”.
L’Io razionale e consapevole è manifesto in “E io avrei tante cose da fare” e in “sono in ritardo” e in “rischio” e in “vedo” e in “Poi girandomi verso mia figlia le dico”Mai più!”.”
L’Es pulsionale è presente in “ogni settimana devo affrontare un viaggio in treno per riconsegnare un neonato ai suoi genitori.” e in “sono in ritardo e rischio di perdere il treno, poi questo è uno di quei treni vecchi con le maniglie come quelle di una volta, e fa anche tante fermate.”
Il Super-Io morale e censurante è implicito in “devo affrontare” e in “dovermi occupare” e in “decidiamo”.
La “posizione psichica” richiamata è quella “genitale” e si manifesta in “riconsegnare un neonato ai suoi genitori. Mia figlia mi accompagna.” e in “la fatica di dovermi occupare di questo neonato che tengo tra le braccia.”
La “posizione psichica orale” è supposta come condizione formativa pregressa per la fenomenologia onirica esposta.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

I meccanismi psichici di difesa dall’angoscia usati da Madalina nel suo sogno sono la “condensazione” in viaggio in treno” e in “neonato” e in “fatica” e in “perdere il treno” e in “questo neonato che tengo tra le braccia.”,
lo “spostamento” in “ai suoi genitori” e in “figlia” e in “fermate”, la “drammatizzazione” in “vedo in lontananza i genitori, li raggiungo e finalmente gli riconsegno il bambino.”, la “proiezione” in “qualcuno” e in “ma i genitori di questo bambino non sono lì.”, la “messa in atto” o “acting out” in “E io avrei tante cose da fare.” Il “processo psichico della “regressione” si individua in “Mi è stato affidato un compito da qualcuno: ogni settimana devo affrontare un viaggio in treno per riconsegnare un neonato ai suoi genitori.” Il “processo psichico della “sublimazione della libido” è assente.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Madalina esibisce un tratto “genitale”, sia pur contrastato e sofferto, all’interno di una cornice psichica “istero-fobica” legata alla frustrazione della sfera affettiva. La “organizzazione psichica reattiva” si è formata in maniera critica nelle sue varie ed evolutive “posizioni”, (orale, anale, edipica, fallico-narcisistica, genitale), ed è stata costretta a compensarsi a causa di traumi con meccanismi psichici di difesa particolarmente delicati come “l’acting out” e la “proiezione”.
Del resto, l’Io organizzato o la psiche è il risultato o il precipitato dei “meccanismi psichici di difesa” dall’angoscia istruiti e in atto nel corso dell’evoluzione vitale ed esistenziale.

FIGURE RETORICHE

Il sogno di Madalina è particolarmente discorsivo, ma usa la “metafora” o rapporto di somiglianza in “camminiamo” e in “viaggio in treno” e in perdere il treno” e in “braccia”,
la “metonimia” o nesso logico o relazione concettuale in “fatica” e in “responsabilità” e in “mai più” e in “maniglie”,
la “enfasi” in “vedo in lontananza i genitori, li raggiungo e finalmente gli riconsegno il bambino.”.

DIAGNOSI

La diagnosi dice di un trauma da parto o da aborto e di una collegata “istero-fobia” con conversione in sintomi, timor panico compreso. La diagnosi pregressa dice di una frustrazione della “libido orale” e della capacità di dare e ricevere investimenti affettivi: una crisi della “posizione orale”.
Pur tuttavia, la “posizione genitale”, realizzata nella figlia, appare ampiamente appagata.

PROGNOSI

La prognosi impone a Madalina di razionalizzare il trauma e di comporre il “fantasma di morte” riconciliandosi con la sua “genitalità”, la parte psichica di sé alienata e rifiutata. Madalina deve lavorare sul naturale connubio tra la vita e la morte, sulla psicodinamica del travaglio e del parto e deve reintegrare l’estromesso e l’alienato nell’interezza e nell’armonia della sua “organizzazione psichica reattiva”, ex carattere o personalità o struttura. Inoltre, Madalina deve rivedere e riformulare la sua vita affettiva e la sua capacità di investimenti a forte intensità emotiva, “orali” per l’appunto.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta nell’insorgenza di pulsioni nervose tendenti all’abreazione ossia a somatizzarsi in fastidiosi sintomi e in una caduta della qualità della vita e del gusto della stessa. Infausta evoluzione può essere l’assommarsi all’istero-fobia di un “fantasma” depressivo.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Madalina è “3” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.
Il simbolismo si distribuisce con il realismo narrativo e discorsivo anche alla luce dell’intensità emotiva del trauma rappresentato nel sogno.

RESTO DIURNO

La causa scatenante del sogno di Madalina, “resto diurno” del “resto notturno”, si attesta in un malessere psicosomatico o in una solitudine interiore. Può anche incidere una riflessione ad alta voce con persone familiari sulle proprie difficoltà in atto.

QUALITA’ ONIRICA

La qualità del sogno di Madalina è decisamente ansioso-depressiva con il suo incalzare sul tema al punto da rasentare l’esibizione della sofferenza al fine di essere capita ed aiutata.

REM – NONREM

Il sogno di Madalina si è svolto nella fase seconda del sonno REM alla luce del simbolismo e della incalzante formulazione.
La consequenzialità logica e simbolica dispone per una fase REM mediana, dalle due alle quattro.
Ricordo che nelle fasi REM il sonno è turbolento, mentre nelle fasi NONREM il sonno è profondo e catatonico ossia presenta una caduta del tono muscolare, senza movimenti e spasmi, senza agitazione psicomotoria. La memoria è presente nelle fasi agitate rispetto alle fasi di caduta muscolare e di sonno profondo dove è quasi assente.

FATTORE ALLUCINATORIO

I sensi coinvolti con le corrispondenti allucinazioni nel sogno di Madalina sono i seguenti: la “vista” in tutto il sogno e nello specifico in “vedo in lontananza i genitori”, il “tatto” in “questo neonato che tengo tra le braccia.”, “l’udito” in “le dico”Mai più!”.”
La sintesi di sensi o “sesto senso” si ritrova in “Ma il viaggio è faticoso” e in “camminiamo, camminiamo”.

GRADO DI ATTENDIBILITA’ E DI FALLACIA

Per sondare la soggettività o l’oggettività, l’approssimazione o la verosimiglianza della decodificazione del sogno di Madalina, per valutare se l’interpretazione risente di forzature, stabilisco la prossimità all’oggettività scientifica o alla soggettività mistificatoria in una scala che va da “uno” a “cinque” in cui 1 equivale all’oggettività scientifica auspicata e 5 denuncia una forzatura interpretativa verosimile. Tale valutazione è resa possibile dalla presenza di simboli chiari e forti e di psicodinamiche affermate ed esaurienti.
La decodificazione del sogno di Madalina, alla luce di quanto suddetto, ha un grado di attendibilità e di fallacia “3” a causa della chiara simbologia e della complessa psicodinamica in atto e sottesa. Proprio quest’ultima attesta l’esito mediano.

DOMANDE & RISPOSTE

La lettrice anonima ha posto le seguenti domande dopo aver letto la decodificazione.

Domanda
Il sogno di Madalina sembrava semplice e invece si è rivelato complesso.

Risposta
Pienamente d’accordo!
La psicodinamica del trauma dell’aborto è simbolicamente chiara, ma sottende un’interpretazione occulta e profonda che riguarda la sfera affettiva di Madalina, un riattraversamento del suo sentirsi amata da bambina, da donna, da madre.

Domanda
Può essere più chiaro?

Risposta
Madalina non si è sentita abbastanza amata e ha delle carenze affettive, legate a una madre vissuta fredda e a un padre vissuto assente che l’hanno indotta a essere conflittuale nel dare e nel ricevere sentimenti d’amore. Da donna e da madre ha mantenuto un contrasto proprio nel vivere questa sfera sentimentale.

Domanda
Qual’è lo psicodramma del travaglio e del parto?

Risposta
Il “fantasma di morte”, la possibilità di morire durante il parto produce un’angoscia che supera la realtà del travaglio doloroso. Ma questo marasma psicofisico non avviene soltanto alla fine, ma si svolge durante la gravidanza e si accentua man mano che si avvicina il parto. Durante la gestazione il fantasma si presenta come rifiuto dell’invasività del feto e come desiderio di liberarsene e di ritornare allo stato normale. Lo “stato limite” è implicito in queste “sindromi” di rifiuto della gravidanza, perché la donna perde in parte il contatto con la realtà.

Domanda
C’è ancora altro?

Risposta
Certo. Bisogna considerare che la donna madre è chiamata a rievocare tutta la sua sfera affettiva e tende istintivamente a ripetere le modalità vissute o a fare l’esatto contrario. Questo modo è tutto da scoprire anche in base a quanto ha sofferto durante il parto e a come il “fantasma di morte” ha lavorato l’economia delle tensioni.

Domanda
Sta parlando della “psicosi post partum”?

Risposta
Sì! Il rifiuto del figlio e l’aggressività nei suoi confronti sono il risultato di un conflitto psicodinamico tra la pulsione di vita e la pulsione di morte, Eros e Thanatos. Dopo il parto il quadro psicopatologico rientra, ma resta nella donna una sensibilità paranoica perché la gravidanza, il travaglio e il parto ridestano il nucleo psichico incamerato nel primo anno di vita.

Domanda
Come si risolve l’angoscia di morte durante la gravidanza?

Risposta
Una seria psicoprofilassi al parto consente di elaborare l’angoscia di morte e di razionalizzarla magari in sedute di gruppo.

Domanda
Quali disturbi psicosomatici può avere Madalina?

Risposta
In riguardo all’affettività è naturale la bulimia, in riguardo al trauma e al senso di colpa è altrettanto naturale la crisi di panico.

Domanda
Può spiegare meglio la “scissione dell’imago” e la “scissione dell’Io”?

Risposta
Sono entrambi meccanismi di difesa dall’angoscia gestiti dall’Io. La “scissione dell’imago” consiste nell’attribuire allo stesso oggetto un’immagine positiva e rassicurante e un’immagine negativa e terrificante senza possibilità di conciliazione: seno buono e seno cattivo della madre che equivale alla madre vissuta come protettiva e alla madre vissuta come non accudente. La “scissione dell’Io” si attesta in una divisione tra un Io che resta in contatto operativo con la realtà non disturbante e in un’altra parte dell’Io che perde ogni contatto con la realtà per ciò che essa rappresenta di angosciante. La “scissione dell’imago è ai limiti tra nevrosi e psicosi, la “scissione dell’Io” è l’ultimo baluardo contro l’esplosione psicotica.

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

La “regressione” è un processo psichico di difesa che sviluppa un movimento libidico oggettuale invertito rispetto alla direzione normale ed evolutiva a causa di una frustrazione o di una angoscia ingestibili dalla coscienza e non passibili di “rimozione”, per cui si ripristinano forme mentali e comportamenti del passato non compatibili con la realtà psico-esistenziale in atto.
Esistono tre tipi di dinamica regressiva, la “topica”, la “temporale”, la “formale”.
La “regressione topica” consiste in un percorso retrogrado dell’eccitazione nervosa come nel sogno. Essendo negato all’energia l’accesso alla motilità, essa ritorna indietro ed attiva il sistema percettivo in una creazione di immagini sensoriali e allucinatorie (fantasmi ed aspetto immaginifico del sogno). Il cammino libidico invertito è sincronico e spaziale ossia avviene simultaneamente all’interno dell’apparato psichico.
La “regressione temporale” comporta la ripresa delle tappe superate del modo di organizzazione della “libido”. Questa tesi poggia sul postulato di uno sviluppo psichico diacronico ossia per tempi e fasi dell’individuo e di una relazione con i meccanismi di difesa predominanti in ciascuno stadio evolutivo. Implica anche diversi livelli di funzionamento dell’Io i quali si manifestano negli aspetti della relazione oggettuale.
La “regressione formale” presenta modi di espressione arcaici che sostituiscono modalità espressive più evolute come l’agire al posto di pensare, l’allucinazione al posto della rappresentazione del desiderio.
Queste sono le tre forme classiche della “regressione”. Esse comportano la presenza di un apparato psichico e di un processo maturativo evolutivo e di determinate modalità funzionali dell’attività psichica.
Il fenomeno del sogno comporta la regressione topica e la formale, la prima con le allucinazione, l’altra con i modi di espressione primari.

In conclusione…quale consolazione musicale e culturale per Madalina?
Quanto mai attiguo alla sua psicodinamica si rivela il testo musicato “L’amore mi perseguita” di Federico Zampaglione, cantato insieme a Giusy Ferreri e particolarmente significativo nel descrivere la paranoia benevola e ossessiva del sentimento d’amore.
Un’adeguata riflessione tra il testo del sogno e il testo della canzone è utile e sorprendente.

L’AMORE MI PERSEGUITA

La ragione cade giù
davanti ad un amore
che non sa capire più
dove vuole andare.
Sei per me,
sei per me
l’impossibile pensiero che mi porta via con sé
e non è, non è retorica
quando dico che il tuo amore mi perseguita,
mi perseguita.
L’amore mi perseguita
e mi perseguita,
l’amore mi perseguita.

Come è fredda la realtà
quando hai un chiodo dentro al cuore.
Io potevo averti qua,
ma il destino è andato altrove.
Sei per me,
sei per me
il costante desiderio che mi porta via con sé
e non c’è più una logica
quando dico che il tuo amore mi perseguita,
mi perseguita.
L’amore mi perseguita,
l’amore mi perseguita,
l’amore mi perseguita.

E nel traffico del cuore
cerco invano un po’ di pace,
ma l’amore è più tenace, più di me.
E dovrei lasciarmi andare
e così ricominciare,
ma è l’amore che mi tiene qui con sé
e mi riporta a te,
e mi riporta a te.

La ragione cade giù
davanti ad un amore.
L’amore mi perseguita,
l’amore mi perseguita
mi perseguita,
l’amore mi perseguita
e mi riporta a te.