A EZIO

La Morte nulla toglie e tutto concede

a chi ha saputo lasciare un messaggio ai sopravvissuti,

a chi ha amorevolmente accettato il suo destino di uomo, “amor fati”,

a chi è stato attento e appassionato testimone del suo tempo e della sua cultura.

Thanatos è pietoso con l’uomo che è vissuto per la Musica e per l’Arte della Musica,

l’uomo che non aveva paura quando ascoltava la Musica,

l’uomo che invitava a onorare la Musica come il padre e la madre,

l’uomo che sosteneva che nella Musica c’è il Tutto, Dio, la Vita, l’Uomo,

l’uomo che invitava ad ascoltare la Musica per ascoltarci dentro e per ascoltare l’altro,

l’uomo che sosteneva che la Musica è necessaria come l’aria, l’acqua, la terra e il fuoco,

l’uomo che insegnava la Democrazia della Musica e il potere magico che rende gli uomini uguali e umani,

l’uomo che sentiva la Musica come un sussurro e un disvelamento della Verità,

l’uomo che suggeriva di vivere la Musica come se fosse la prima volta, la prima di tante prime volte,

l’uomo che alla Musica da dato il primo e l’ultimo respiro.

Quest’uomo si chiamava e si chiama ancora oggi Ezio.

Ezio avvolgeva la Musica di “libido genitale”, la regalava come un dono d’amore alla gente che ascoltava le note dalla tastiera del suo piano o dal suo scanno di direttore d’orchestra.

La sua Musica è affetto,

è forza,

è piacere,

è conflitto,

è tenerezza,

è riposo,

è andamento,

è sturm und drang,

è soprattutto un dono.

Oggi, per rendergli lieve il cammino, voglio raccontargli una storia antica,

la storia di Orfeo,

una storia che Ezio conosceva a menadito e che non va mai a male,

la storia immarcescibile dell’origine della Musica,

il mito di Orfeo.

Orfeo era un poeta e un musico della Tracia, il figlio del re Eagro e della musa Calliope, intrigata in qualche modo con lo stesso Febo.

Orfeo era abilissimo a suonare la Lira che Ermes in persona aveva costruito per lui con un guscio di tartaruga e sette corde di budello di bue.

Orfeo cantava e suonava in maniera così soave

che ammansiva le belve selvagge,

commuoveva le aride rupi,

fermava il corso dei fiumi e ne incantava le acque.

La Natura si commuoveva al suono della sua Lira,

si muoveva insieme e muoveva i suoi insiemi.

La sua Musica era la voce del Tutto,

rievocava l’essenza della Vita,

toccava le corde interiori dell’universo.

Orfeo sapeva disoccultare la Verità e la regalava agli uomini elaborando

il Suono della Vita,

la Parola della Natura,

la Musica del Tutto.

Toccava le corde della Lira con l’abilità maieutica del musico che evoca le armonie profonde della Madre natura, figlio compreso.

La sua Musica ha preceduto Socrate e la metodologia antropologica nella ricerca della Verità.

Egli così pregava.

“In principio era la Musica

e la Musica era presso Dio

e la Musica era Dio.

Tutto in principio era Musica

e ogni cosa è stata creata per mezzo di Lei.

Nella Musica era la Vita

e la Vita era la Luce

che illumina ogni uomo

che viene in questo Mondo.

La Musica era nel Mondo

e il Mondo la riconobbe

e a tutti quelli che operano nel suo nome

diede il diritto di diventare figli di Dio.”

Era questa la mitica età dell’oro,

quando l’Uomo si concepiva parte della Natura e vivente tra i viventi,

“ilozoismo”,

“tutto vivente”,

quando la Vita era anche e soprattutto nell’apparente inanimato,

nel mondo degli atomi e delle molecole.

E Orfeo?

Cosa fa Orfeo?

Orfeo si innamora di Euridice, ma gli eventi gli remano contro.

Accade che il pastore Euristeo si invaghisce della bella donna e la insidia. Nel fuggire Euridice è morsa da un serpente velenoso e muore proprio nel giorno delle nozze.

Orfeo è sconvolto,

canta e suona il suo dolore ai mari e ai monti.

Con il suo pianto bagna la terra su cui cammina,

con i suoi lamenti commuove la Natura.

La sua Musica è in parte cambiata,

la sua Musica si è arricchita.

Rievoca le armonie del Tutto e risuona anche dell’angoscia di un uomo che non si rassegna a perdere la donna amata.

Anche gli Inferi ascoltano la crudele Musica di Orfeo mentre scende con la sua Lira nell’Oltretomba per cercare e per riportare Euridice alla luce del Sole.

E così Caronte si addolcisce,

Cerbero non abbaia,

Issione ferma la sua ruota,

Sisifo riposa sul suo macigno,

Tantalo non soffre la fame e la sete.

Si commuovono tutti i grandi del Mito e della Natura.

Anche Ades, il dio degli Inferi, e Persefone, la diletta sposa, sentono il tremolio dei sentimenti e lo struggimento del cuore, gustano il cordoglio.

E così concedono a Orfeo di ricondurre la sua amata Euridice nel mondo dei vivi, a patto che nella risalita non si volti a guardarla fino all’uscita dall’Averno.

Ma Orfeo non resiste alla tentazione.

Si volta a mirare Euridice e in quel momento la perde per sempre.

Orfeo tenta di abbracciarla, ma riporta vuote le braccia al petto perché Euridice è ormai ombra e nell’evanescenza scompare.

L’uomo appassionato ritorna sui suoi passi e tenta invano di convincere Caronte a traghettarlo al di là dell’Acheronte.

Orfeo rimane sulle rive del fiume per sette giorni senza toccare cibo.

Di poi, stremato ritorna nel mondo dei vivi e si ritira nel monte Rodope.

Per tre anni si chiude nel suo infinito dolore e giura di non voler amare più donna mortale.

Modifica la sua Lira,

toglie due corde alle sette volute da Ermes e rende il suono più triste e più cupo.

La Musica è cambiata,

non è più la rievocazione delle essenze della Natura,

non è più la rivelazione della Verità del Tutto Vivente,

non è più l’eco delle armonie naturali.

La Musica è l’espressione del dolore,

della sofferenza,

dell’angoscia degli uomini,

della loro Natura di viventi avulsi dall’universo

e dal godimento del Bene cosmico.

La Musica è l’espressione del Pessimismo umano,

della Natura matrigna

e Orfeo è l’artefice di questo nuovo Male.

La sua avversione è rivolta alle donne,

in particolare alle Dionisiache,

le seguaci del culto di Dioniso,

quelle che nei riti tendono alla fusione con il dio,

quelle che cercano il crepuscolo della coscienza,

quelle del capro e del pasto cruento,

quelle che mangiano la stessa divinità in maniera traslata,

quelle dell’orgia e dell’orgasmo,

quelle che insegnano i mirabili doni del cervello antico e della Follia,

quelle che uccidono il superbo Orfeo,

quelle che lo sbranano,

quelle che gettano la sua testa ancora cantante nel fiume Ebro.

E la testa del cantore giunge ad Antissa nell’isola di Lesbo.

Le Muse, la madre Calliope in prima fila, mosse a compassione, la raccolgono e la depongono graziosamente nel firmamento,

là dove ancora brilla la costellazione della Lira,

là dove ancora si offre allo sguardo stupito del viandante durante le serene notti di Agosto.

Resta aperta la questione sulla Musica,

sulla concezione della Musica come Natura,

sulla concezione della Musica come Artificio umano,

come riproposizione delle armonie cosmiche da parte dell’uomo,

come strumento della gioia e del dolore,

sulla Musica come la Lira di Orfeo con le sette corde,

sulla Musica come la Lira di Orfeo con le cinque corde.

Ezio ha ben combinato nella sua breve vita il contrasto, distribuendo all’Uomo quel che è dell’Uomo e alla Natura quel che è della Natura, sapendo restare in una cornice concreta di sacralità e di mistero.

Questa è stata ed è la Musica di Ezio, il suo Evangelo, la sua Buona Novella per i credenti e per i miscredenti.

Necesse est gratias agere.

Dovunque tu non sei e qualunque cosa tu non fai in questo nostro momento, “cura ut valeas”, amico mio!

Salvatore Vallone

pose in Pieve di Soligo, (TV), in Sua grata memoria, nel triste venerdì 15 del mese di maggio odoroso e dell’anno bisestile 2020.

LA CRISI DEL SACRO

TRAMA DEL SOGNO

“Ho sognato di passare vicino alla chiesa della mia città e di sentire una musica non adatta ad un luogo sacro.

Decido di entrare per vedere chi sta suonando l’organo con musiche “blasfeme” e capisco che hanno collegato una radio all’altoparlante che però si sente più fuori che dentro.

Resto attonita nel constatare che stanno svuotando la chiesa; fuori ci sono dei furgoni che stanno caricando con tutto ciò che c’era in chiesa.

Non c’è più l’altare, né i quadri, né i banchi… È quasi vuota! E la chiesa sembra molto più piccola.

Chiedo ad un sacerdote cosa stia succedendo; lui, sorridendo, mi risponde che hanno deciso di chiudere quella chiesa.

Esco sconvolta con l’intenzione di segnalare sui social quello che sta accadendo all’insaputa di tutti. Come possono chiudere un luogo sacro, simbolo di tanti momenti importanti della comunità?!”

Questo è il sogno di Rasia.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Ho sognato di passare vicino alla chiesa della mia città e di sentire una musica non adatta ad un luogo sacro.”

In tempo di “coronavirus” abbiamo assistito alla crisi della “sacralità” ufficiale. In particolare la Chiesa cattolica è stata oscurata nelle chiese e nelle funzioni. Le chiese sono state chiuse e le cerimonie sacre sono state sospese. I sacramenti non sono stati amministrati. I morti hanno ricevuto una benedizione sommaria quando era possibile. L’Eucaristia non ha nutrito bene i seguaci di Cristo. Questo è un dato psico-culturale che ha colpito la “Coscienza collettiva”, al di là delle fede convinta o tiepida nei riguardi dei misteri religiosi. Rasia avverte questa caduta del sacro, del culto, del rito e la rappresenta in sogno come un’anomalia musicale all’interno di una chiesa qualsiasi, una chiesa tra le tante che condensa il bisogno di sacro di tutti gli uomini, al di là dell’appagamento che ognuno di poi concede a se stesso. La “musica non adatta al luogo sacro” attesta del linguaggio e della comunicazione religiose che si sono trasformate all’improvviso. Rasia è sensibile alla “religione” e nota il cambiamento della “religiosità”. Non si può più pregare in chiesa, non si può rivolgere lo sguardo all’altare nella ricerca di una consolazione e di un conforto, non si può ricevere un sacramento. I tempi sono tristi e assurdi e la Chiesa ha dovuto seguire le ingiunzioni della Scienza in funzione della risoluzione della tragica pandemia. Ricordo che “la chiesa” e il “luogo sacro” sono simboli della “sublimazione della libido”, ma per il momento questo dato non è importante. Ci si può limitare al cambiamento sociale e alla nuova destinazione d’uso che si profila per i credenti in riguardo alla chiesa ufficiale. In ogni caso la preghiera individuale non abbisogna di luoghi sacri, perché, dove si esterna, porta il carisma della fede.

Decido di entrare per vedere chi sta suonando l’organo con musiche “blasfeme” e capisco che hanno collegato una radio all’altoparlante che però si sente più fuori che dentro.”

Rasia è stata colpita da questa metamorfosi del luogo e del costume, da questa blasfema commutazione di un luogo sacro e adibito al culto in un luogo irriverente e peccaminoso. Rasia si sente dentro cristiana anche se fuori la fede è stata destituita dei suoi fondamenti, la chiesa e i sacramenti. “L’altoparlante” dà il senso della fanfara e delle fanfaronate, del rumore fine a se stesso e per niente significativo. Rasia taglia la testa al toro, “decido”, ed esige spiegazioni in maniera direttamente proporzionale all’intensità del suo bisogno di fede. La distonia tra il “fuori” e il “dentro” la rasserena e la dispone a ulteriori riflessioni. Se “fuori” la fede è inappagata e blasfema, “dentro” vibra ancora con una buona e solita tonalità. Questa dialettica tra “interno-esterno” è sorprendente per la maniera figurata formulata in sogno da Rasia. L’organo”, il classico strumento musicale delle cerimonie sacre, è usato da Rasia nel suo significato greco “organon”: lo strumento che contiene il sacro, la summa teologica del Cristianesimo.

Resto attonita nel constatare che stanno svuotando la chiesa; fuori ci sono dei furgoni che stanno caricando con tutto ciò che c’era in chiesa.”

Il “sacro” è svuotato del suo senso e del suo significato. Il sentimento acritico dell’affidamento e della fede non riceve appagamento dal luogo e dal contenuto. In assenza di “carisma” si rischia che si svuoti anche il bisogno prepotente di credere. I “furgoni” si caricano di morti. Sono i camion dell’Esercito italiano che trasportano le bare dei morti. I furgoni portano via il senso del sacro della Vita, la ragione per il cristiano di vivere e di soffrire. Lo Stato è intervenuto e ha svuotato la Chiesa e la Chiesa si è lasciata svuotare dallo Stato. “Attonita” si traduce simbolicamente “stordita dal tuono”. Rasia è stordita dall’eclatanza del fatto blasfemo e dalle sue conseguenze.

Come si può vivere senza la fede, “invisibilia”, e senza le tracce visibili, “visibilia”, del sentimento del divino?

Dio non è mai morto, se il Figlio è morto, è poi risorto. Tanto meno è morto da “coronavirus” anche se per tre mesi.

Non c’è più l’altare, né i quadri, né i banchi… È quasi vuota! E la chiesa sembra molto più piccola.”

Il luogo del “sacro” è stato ridimensionato e svuotato dei suoi simboli e dei suoi riti, del suo significato profondo e del suo collegamento con il mistero del divino. La memoria del sacrificio, la rappresentazione del trascendente, gli strumenti dei fedeli sono stati asportati e svuotati del loro senso e significato. Il “vuoto” domina in questa chiesa ulteriormente ridimensionata dalla vanità e dalla crudeltà dei tempi. Rasia è addolorata per la perdita del suo riferimento privilegiato, la fede e il sacro, ma è oltremodo arrabbiata contro questa spoliazione della religione da parte del potere temporale, lo Stato. Il Cristianesimo ha subito una violenza inaudita e terribile, peggiore della persecuzione, lo svuotamento dei suoi contenuti spirituali e mistici, più che teologici. Per questo motivo il sogno di Rasia abbraccia tutte le fedi presenti sul tappeto storico in questo tempo di pandemia. Rasia si chiede come è stato possibile abdicare alla Fede a favore della Scienza, meglio, come è stata subito esclusa la salvifica Fede dal concorso alla ripresa dal lutto e dal dolore. Proprio la Fede, che sconfigge la morte e muove le montagne, è stata accantonata a favore di strategie materiali, veramente corporee, tecniche e logistiche.

Chiedo ad un sacerdote cosa stia succedendo; lui, sorridendo, mi risponde che hanno deciso di chiudere quella chiesa.”

La crisi del sacro trova deboli difensori nei ministri del carisma, nei dispensatori della Grazia di Dio, a riprova che i tempi sono veramente eccezionali e che la Chiesa ufficiale si è subordinata a coloro che hanno deciso anche per lei, il potere temporale, lo Stato laico che dispone la chiusura delle chiese senza porsi il problema della Fede dei suoi cittadini e della consolazione all’angoscia di morte. Rasia è stata colpita dai morti senza funerale, più che dalla morte fisica. E’ rimasta “attonita” per il ridimensionamento della Chiesa e per la passività delle strutture ecclesiastiche nell’obbedire alla Legge dello Stato posponendo la Legge di Dio. Il “sorridendo” del chierico sa di intelligente accettazione e di sorniona fiducia sul primato dello spirito sulla materia. “Hanno deciso”, non i nemici della Chiesa, i legislatori per salvare il corpo dalla morte.

Esco sconvolta con l’intenzione di segnalare sui social quello che sta accadendo all’insaputa di tutti. Come possono chiudere un luogo sacro, simbolo di tanti momenti importanti della comunità?!”

La carenza di sacro e di carisma, il privilegio del laico e del profano hanno colpito la dimensione psichica di Rasia più a livello sociale, che a livello personale se sente il bisogno di alleanza e di comunicazione. La scoperta dell’inganno perpetrato dallo Stato ai danni della Chiesa, dal corpo ai danni dell’anima, dall’ospedale ai danni della chiesa, è una presa di coscienza da condividere e da regalare ai suoi simili, ai correligionari che si trovano all’improvviso mutilati dei luoghi sacri e dell’esercizio visibile della Fede religiosa. Il luogo è “sacro” perché è un simbolo della crescita individuale e collettiva. Uno spazio anonimo del Comune acquista carisma attraverso l’investimento sublimato dell’energia vitale che dal corpo che muore si riabilita nell’eternità dell’anima. Rasia è stata colpita da piazza San Pietro deserta e dal Papa che irradiava il divino ai fedeli del mondo e non soltanto, a tutti gli uomini che in quel momento hanno trovato nell’affidamento alla fede sollievo alle angosce della propria e altrui morte. Ed è proprio vero che la Chiesa impedita ha trovato nei “social” e nell’Elettronica un valido veicolo di compensazione per la trasmissione del suo messaggio di salvezza.

Nel tempo del virus dovevamo assistere anche a questo spettacolo desolante e depressivo e si fa anche questo sogno. Il “fantasma di morte” e la sua angoscia colpiscono le varie sensibilità e di sensibilità Rasia ne ha da vendere.

LIVIA IN ORGASMO

race-1503361__340 TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Livia sogna di essere vestita da jogging e che con il telefonino e le cuffiette  ascolta musica. Decide di correre per strada e incontra una mamma dell’asilo di suo figlio…

Livia prosegue, passa davanti casa e deposita un sacco di sabbia per gatti.

Alza la musica e comincia a correre provando una sensazione bellissima perché non accusa alcuna fatica.

Arriva sulle mura della sua città e non può passare perché c’è una manifestazione, forse un concerto.

Fa un po’ di strada e riesce a rientrare in città.

Tiene in mano una bellissima collana con un crocifisso di pietre verdi e rosse.

Nel tragitto incontra Alberto che vuole parlarle, ma lei non si ferma.

Incontra Francesco, un vicino di casa, ma lei non si ferma.

Va avanti e sale sulla giostra delle catenelle e continua a tenere in mano questo bellissimo crocifisso.

Va in alto sulle catenelle e gira cosi forte da essere felicissima.

Giù l’aspetta Mario, Alberto e un amico di Alberto che scherzando le lanciano dei sassi e lei ride tanto.

Alla fine si trova a letto con i suoi gatti e Mario la sveglia con la sensazione bellissima di girare ancora in alto sulle catenelle.”

Questo è il sogno di Livia.

 

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

 CONSIDERAZIONI

Il sogno di Livia è squisitamente “cenestetico”, sensuale e sensoriale: un sogno erotico. La disposizione del “sistema neurovegetativo” è indirizzata verso l’orgasmo e il simbolismo si è adeguato all’emergenza ormonale di Livia. Si tratta di un sogno di benessere psicofisico, un momento magico che conferma come il sogno sia la cartina di tornasole che evidenzia lo stato psicofisico nel bene e nel male. La “funzione cenestetica” del sogno si attesta nello scaricare le tensioni in eccesso e nel farle fluire secondo una via naturale al fine di non incorrere in patologici intasamenti. Il sogno ha

un’importante funzione filogenetica con il suo tutelare il sonno e con il suo disoccultare lo stato psichico in atto. Il sogno di Livia è elaborato prevalentemente dall’”Io” narrante logico e consequenziale, ma contiene una simbologia consistente che oltretutto funge da chiave interpretativa ed evidenzia la psicodinamica inscritta. Ancora: il sogno di Livia può essere definito “il trionfo della dea e del principio femminile” o “la lode della femmina e del femminile”. Inoltre: il sogno di Livia irride benevolmente l’universo maschile. Livia gode dei suoi uomini e dimostra la sua disinibizione sessuale dopo aver superato il trauma e la colpevolizzazione collegata alla vita erotica e sessuale. Livia mette i suoi uomini al suo servizio dimostrando una invidiabile autonomia psichica. Non dimentichiamo che Livia è padrona della sua vita sessuale e che è anche mamma. Non resta che procedere nello sviluppo puntuale del lavoro onirico di Livia.

SIMBOLI ARCHETIPI FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

 “Livia sogna di essere vestita da jogging e che con il telefonino e le cuffiette ascolta musica. Decide di correre per strada e incontra una mamma dell’asilo di suo figlio…”

 L’abbigliamento è consono a una donna in vena di sballo: un’alienazione benefica, naturale e ricostituente. Questi sono gli attributi di un orgasmo. Livia si sta disponendo in sogno a vivere la sua dimensione neurovegetativa o per una prepotente “ormonella” o per lo strascico di un rapporto sessuale. La “musica” è il giusto simbolo di un benessere globale e di un’eccitazione erotica con il suo scandire ritmi e movenze psicofisiche.  Il “correre per strada” concilia il movimento erotico e la socializzazione. Livia non è certo misantropa, vive con gli altri e tra gli altri, gode delle relazioni sociali e ricorda che è mamma di un bambino che frequenta l’asilo. Le credenziali di donna in eccitazione e di mamma felice sono state presentate dal sogno di Livia.

 “Livia prosegue, passa davanti casa e deposita un sacco di sabbia per gatti.”

 E’ un capoverso simbolico. La “casa” rappresenta la sua “organizzazione psichica reattiva”, mentre i “gatti” condensano la femminilità di Livia nella valenza seduttiva ed erotica. L’identità psicofisica esibita è completa e ricca.

“Alza la musica e comincia a correre provando una sensazione bellissima perché non accusa alcuna fatica.”

La “musica” scandisce i ritmi neurovegetativi del piacere. Il “correre” accentua il ritmo psicofisico innescato e Livia conferma la “sensazione bellissima” e l’onda orgasmica in preparazione: “non accusa alcuna fatica”. La “valenza cenestetica”, sensoriale, del sogno è evidente ed evidenziata. La fatica si annulla quando il sistema “psicosoma” consuma “libido” e in questo caso quella “fallico-narcisistica” di qualità autoerotica.

“Arriva sulle mura della sua città e non può passare perché c’è una manifestazione, forse un concerto.

 In tanto incipiente godimento si presenta immancabilmente l’istanza psichica censoria del “Super-Io” con il senso di colpa che accompagna l’esercizio della “libido” a causa delle interferenze assurde dell’educazione, della cultura, della religione e altro, tutti quei fattori che non favoriscono la vitalità sessuale, oltretutto problematizzata dalla mancanza di un’adeguata educazione sui diritti del corpo. Il tutto è sintetizzato in un semplice “non può passare”, ma la questione non si ferma qui perché questo blocco e quest’inibizione s’intensificano in seguito in maniera più consistente.

“Fa un po’ di strada e riesce a rientrare in città.”

 Livia si compatta e supera il blocco e l’inibizione della “libido”. La consapevolezza della sua formazione è salvifica e vincente per superare l’interdizione sui diritti neurovegetativi del corpo e desideranti della mente. “Riesce a rientrare” in sé dopo essersi momentaneamente alienata.

“Tiene in mano una bellissima collana con un crocifisso di pietre verdi e rosse.”

Questo è il capoverso chiave del sogno di Livia, il condensato simbolico attorno al quale si è sviluppata la trama tra concetti logici e fantasticherie. La “collana” attesta simbolicamente dell’essere anatomico e biologico femminile di Livia, dei suoi attributi fisici e del narcisismo che li ricopre e li avvolge: “bellissima”. Livia è consapevole del suo corpo e del suo fascino, del suo valore e delle sue arti seduttive, ma l’associazione degli organi sessuali “con un crocifisso di pietre verdi e rosse” attesta del senso di colpa sublimato nella bellezza e nel piacere. “Eros” si sgancia da “Thanatos”, la “libido” è foriera di godimento e non di dolore. La sessualità colpevolizzata prova sempre a presentare i suoi diritti e a richiedere i suoi interessi, ma Livia non è più bambina, Livia è una donna adulta e psichicamente compiuta per cui il senso di colpa non attecchisce nel suo corpo e nella sua mente. Il “crocifisso” è un tragico e deleterio simbolo di morte ed evoca il fantasma collegato insieme alla colpa dell’assassinio. Nel sogno di Livia il crocifisso ha una simbologia mista tra colpa e “libido” in un contesto di vita e di trionfo dei sensi. Si viaggia simbolicamente per opposti in questo sogno fondamentalmente godereccio. Le “pietre” sono esteticamente belle, ma sono sempre pietre, un peggiorativo della colpa e della morte e dell’anorgasmia. La “pietra” è simbolo dell’inanimato perché rievoca la vitalità congelata.

 “Nel tragitto incontra Alberto che vuole parlarle, ma lei non si ferma.

Incontra Francesco, un vicino di casa, ma lei non si ferma.

Va avanti e sale sulla giostra delle catenelle e continua a tenere in mano questo bellissimo crocifisso.

Va in alto sulle catenelle e gira cosi forte da essere felicissima.”

 Ecco il tripudio dei sensi e il trionfo della “libido fallico-narcisistica” ! La chiave del brano riportato si attesta nel procedere neurovegetativo meravigliosamente reso dalle parole: “lei non si ferma”, lei non si ferma”, “va avanti”.  La ridicolizzazione del maschio è negli uomini che incontra, non cura, supera e archivia. Livia pensa a se stessa e asseconda il suo moto vitalistico verso il piacere e l’orgasmo. Livia “va avanti”. Ecco che arriva lo strumento del piacere: la “giostra delle catenelle” con il suo moto vorticoso che fa girar la testa, che fa perdere i sensi, che abbassa la vigilanza e permette di lasciarsi andare tra le braccia di “Eros” senza l’ambigua compagnia di “Thanatos”. Ma il trauma è superato e anche il senso di colpa è evaporato come nebbia al sole dal momento che Livia è sulla giostra della sua “libido” pur portando con sé la collana e il crocifisso, il diavolo e l’acqua santa. Il sacrificio e la colpa accrescono l’eccitazione e la trasgressione. C’è più gusto per cui Livia “continua a tenere in mano questo bellissimo crocifisso”. A questo punto ecco la sintesi onirica dell’orgasmo: “Va in alto sulle catenelle e gira cosi forte da essere felicissima. Ben venga il sogno perché ci dà la capacità di esprimere consapevolezze che da svegli non  sappiamo agire. In sogno siamo poeti e pirati, esperti in mille arti anche le più improbe e impossibili, arditi e curiosi; nella veglia scateniamo disistime, paure e inibizioni. Il trionfo del sistema neurovegetativo “va in alto sulle catenelle”. Livia è felicissima e senza pesi. Ritorna quello che aveva accennato prima correndo “senza alcuna fatica”. Il quadro del benessere globale è completo.

“Giù l’aspetta Mario, Alberto e un amico di Alberto che scherzando le lanciano dei sassi e lei ride tanto.”

Si rafforza l’autonomia di Livia dagli uomini. Lei è su altre dimensioni e loro sono “giù”, a terra e stanno combattendo con il peso della materia e con i blocchi del corpo. “Lei ride tanto” è questa la chiave di tutto il sogno, lei che se la gode come vuole e come le pare.

“Alla fine si trova a letto con i suoi gatti e Mario la sveglia con la sensazione bellissima di girare ancora in alto sulle catenelle.”

Tutti i salmi finiscono in gloria e il sogno si conclude con il trionfo della femminilità e della femmina, “i suoi gatti”, e con la “libido” appagata.

 PSICODINAMICA

La psicodinamica del sogno di Livia si attesta nell’esercizio della “libido fallico-narcisistica” e svolge il benessere psicofisico e l’autonomia dal maschio.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Le istanze psichiche richiamate sono l’”Io” che accomoda il prodotto psichico nel progressivo risveglio e lo sistema razionalmente nella veglia, il “Super-Io” che blocca e inibisce “non si può passare“ e nel “crocifisso”. Una massiccia presenza connota la funzione pulsionale dell’”Es”: “sensazione bellissima di girare ancora in alto sulle catenelle”, “non accusa alcuna fatica”. Il sogno esalta la “posizione fallico-narcisistica” .

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

I meccanismi psichici di difesa presenti nel sogno sono la “condensazione”, lo “spostamento”, la “drammatizzazione”, la “conversione nell’opposto”: “musica”, correre”, “gatti”, collana”, “crocifisso”. Manca il processo di “sublimazione della libido” per cui il sogno ha una valenza cenestetica accentuata.

ORGANIZZAZIONE REATTIVA

Il sogno di Livia manifesta in maniera dominante un tratto isterico-maniacale

inserito in una “organizzazione reattiva” a prevalenza “fallico-narcisistica”: pulsione e potere espressivo del corpo.

FIGURE RETORICHE

Le figure retoriche innescate nel sogno di Livia sono le seguenti: la “metonimia” nel “correre” e nella “musica”, la “metafora” nella “collana”, la “sineddoche” sempre nella “collana”, la “enfasi” nelle “catenelle”.

DIAGNOSI

Il sogno di Livia mostra il bel rapporto tra le funzioni del “sistema neurovegetativo” e del “sistema nervoso centrale”, la buona proficua interazione tra il benessere della vitalità sessuale e l’autonomia psichica e relazionale.

PROGNOSI

La prognosi impone a Livia di mantenere questo stato fausto di benessere e di rafforzarlo attraverso la consapevolezza delle condizioni ricorrenti che lo determinano. Mantenere l’autonomia psicofisica e il proficuo rapporto con il corpo e le sue funzioni.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico in un sogno di benessere psicofisico si attesta nella perdita di questo stato psichico tramite un ritorno della colpevolizzazione della sessualità e un tralignare dell’autonomia in dipendenza e solitudine.

 GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Livia è “3” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.

RESTO DIURNO

La causa scatenante del sogno di Livia si può attestare nell’appagamento sessuale prima di dormire o nell’eccitazione in attesa di soddisfazione del giorno precedente. Essendo un “resto notturno cenestetico” il sogno di Livia  è associabile a desideri e a fantasie che trovano la loro realizzazione nel sogno.

CONSIDERAZIONI METODOLOGICHE

 La “posizione fallico-narcisistica” è un momento importante e delicato nell’evoluzione degli investimenti della “libido” e di conseguenza nella formazione della “organizzazione reattiva”, ex personalità e carattere. Il bambino, maschio e femmina, prosegue la scoperta del suo vitalismo corporeo e sperimenta il suo organo sessuale come erogeno: la masturbazione appaga l’eccitazione e la “libido” o energia vitale. La manipolazione degli organi sessuali evolve il suo solipsismo nei successivi investimenti della “libido genitale”, nella ricerca del partner a completamento di una relazione erotica e sessuale di coppia. Pur tuttavia, la “libido fallico-narcisistica”, la pulsione e la pratica masturbatoria, si conserva nel solipsismo erotico e si evolve nella “libido genitale” come parte del corredo erotico della coppia. Le due forme di “libido” sono qualitativamente diverse e la “genitale” è filogenetica rispetto alla “fallico-narcisistica”: ama la Specie ed è procreativa. Nell’esercizio della “libido genitale” la coppia può sperimentare tutte le forme di “libido” precedentemente esercitate e acquisite: “posizioni orale, anale e fallico-narcisistica”. Ogni “posizione” può avere una sua dominanza e questo privilegio si manifesta nella “organizzazione psichica reattiva”. Collegate alla esaltazione della “posizione fallico-narcisistica” sono la “organizzazione narcisistica” , la “organizzazione antisociale”, la “organizzazione maniacale”. Si consideri che non esiste una “organizzazione psichica pura”. La definizione è data dalla prevalenza di alcuni tratti psichici caratteristici di quella “posizione” e assimilati nell’evoluzione degli investimenti della “libido”.