LE EREDITA’ DEL CORONAVIRUS

TRAMA DEL SOGNO

“Sono a casa in una stanza simile a una camera, ma non è proprio la mia camera.

Insieme a me ci sono due giovani uomini, uno è dottore sicuramente.

Ho preso delle gocce per dormire e uno dei due si accorge che la macchina a cui sono attaccata non funziona bene.

Dice all’altro che c’è qualcosa che non va e che non sto tanto bene.”

Questo è il sogno di Cosetta ed è lampantemente un sogno da coronavirus.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

PREAMBOLO RIFLESSIVO

Tra le tante eredità della “PANDEMIA SEVERA”,

– quella che ci ha chiuso in casa appena tornati dal lavoro e mentre cenavamo,

– quella che ci ha lentamente logorato per l’ignoranza della causa e dell’effetto,

– quella che ci ha messo di fronte a un nemico invisibile e cattivo,

– quella che ci ha inoculato la paura della morte e l’angoscia della fine,

– quella che ci ha fatto sentire il bisogno di avere una buona guida per traghettare l’Acheronte,

– quella che ci ha fatto sentire il bisogno di uno Stato preparato ed efficiente,

– quella che ci ha fatto sentire il bisogno di una Europa solidale,

– quella che ci ha fatto progressivamente capire l’inettitudine della classe politica, passata e presente, e il fanatismo di tanti media,

– quella che ha messo in evidenza l’assenza di un piano epidemiologico e di una strategia sanitaria a misura d’uomo e d’anziano,

– quella che ha messo tragicamente in moto l’improvvisazione e l’ignoranza,

– quella che equiparava la persona dimessa dall’ospedale a una persona definitivamente guarita,

– quella che ha spazzato ignobilmente troppi anziani per l’etica sanitaria privata del capitalismo spinto,

– quella che ha acceso i motori in una notte piovosa di tanti camion mimetizzati del pio Esercito italiano, gravidi di morti da trasferire nel forno crematorio più vicino,

– quella che ha messo quotidianamente alla ribalta televisiva i tristi virologi e l’orgoglio impenitente dei virus,

– quella che ha costretto il papa a una benedizione urbi et orbi verso una piazza san Pietro deserta,

– quella che ha lasciato sul campo di battaglia duecentodue operatori sanitari,

– quella che ci è costata ufficialmente trentatremila morti,

– quella che immancabilmente ha mostrato lo sciacallaggio della corruzione anche nelle migliori famiglie di moralisti italici,

– quella che ci ha esaltato come un popolo coeso e orgoglioso di Mameli e di Modugno,

– quella che ci ha fatto piano piano amare la scuola e i professori proprio per l’assenza,

– quella che ci ha indotto a recuperare i miti e i riti del passato,

– quella che ci ha fatto conoscere il vicino di casa e le virtù del lavoro sanitario e non solo: vedi le commesse del supermercato e gli operatori ecologici,

– quella che ci fatto capire la relatività della questione dei migranti e la stupidità della concezione dello straniero come nemico,

– quella che ci ha fatto riscoprire gli affetti e a rivalutare le inimicizie,

– quella che ci restituito l’aria pura senza il biossido di carbonio, il cielo e il mare azzurri,

– quella che ci ha fatto ridere, piangere, pensare, divertire, scoprire, riscoprire, fare, cosare, rifare, brigare, sognare, intrallazzare…,

– quella che ci fatto ammalare e immaginare malati,

tra le tante eredità della PANDEMIA SEVERA,

– quella che ha indotto il semplice e umanissimo sogno di Cosetta,

– QUELLA CHE HA SOVRACCARICATO LE DONNE DI RUOLI, DI MANSIONI, DI COMPETENZE, DI LAVORI, DI FATICHE E DI SOGNI DI GLORIA,

di fronte a questa “PANDEMIA SEVERA” è importante non abbassare la guardia e soprattutto di fronte all’ultima eredità.

Dopo tanto preambolo procedo con l’interpretazione del sogno di Cosetta.

Sono a casa in una stanza simile a una camera, ma non è proprio la mia camera.”

Cosetta sogna un evento possibile e all’ordine del giorno nel periodo della pandemia. A distanza di tre mesi emerge la preoccupazione reale di Cosetta di infettarsi e di essere ricoverata in ospedale per essere curata. La “stanza della sua casa simile a una camera” è proprio la stanza anonima di un ospedale, tutta da conoscere perché sconosciuta. Questa esperienza non è eccitante per Cosetta, è ignota e disarmante perché la trova passiva, alla mercé degli altri e degli eventi. “La mia camera” si traduce in “non è proprio un’esperienza che volevo fare” e che ho potuto fare in sogno a distanza di tempo, a conferma che il sogno non realizza soltanto i desideri, come voleva Sigmund, ma anche le paure, e dà immagine anche alle angosce recondite di ogni persona. Nella nostra “casa” psichica non c’è la stanza dell’ospedale, ma sicuramente in qualche sgabuzzino c’è il “fantasma di morte”. In ogni modo bisogna attrezzare dentro di noi anche la camera dell’ospedale per essere pronti agli eventi patologici. Importante non costruire un ospedale inutile magari in quindici giorni per scimmiottare i cinesi, sempre dentro di noi s’intende.

Insieme a me ci sono due giovani uomini, uno è dottore sicuramente.”

La terminologia semplice e accessibile apre un contesto inequivocabile nella Logica della simbologia e della razionalità. I dottori servono per curare una donna ammalata che ha anche bisogno di rassicurazione. La disposizione di Cosetta verso l’universo maschile è generosa e si vede chiaramente nel concepire gli “uomini” che sono in “due” e “giovani” e con il beneplacito, per almeno uno di loro, di essere “dottore sicuramente”. Il medico in tempo di pandemia è una panacea non soltanto onirica, ma anche reale, dal momento che cura i mali del corpo e dell’anima con la sua presenza e la sua competenza, con il suo abito e il suo sapere. Cosetta ha elaborato da sveglia la possibilità di ammalarsi di coronavirus e di essere ricoverata in ospedale con tutte le conseguenze del caso, tra cui quella di imbattersi in un infermiere e in un dottore. La preferenza per l’elemento maschile è legata alla formazione psichica di Cosetta e al suo privilegio verso la figura protettiva e sapiente del padre quando era bambina. I due giovani uomini sono la “proiezione” dei suoi bisogni e della sua elezione verso l’affidamento alle figure maschili. Come dicevo in precedenza, Cosetta ha vissuto il padre come una pietra miliare da seguire e un’ancora di salvezza da gettare nel gran mare della vita durante le tempeste.

Ho preso delle gocce per dormire e uno dei due si accorge che la macchina a cui sono attaccata non funziona bene.”

Cosetta in tanta incertezza psicofisica sa già che deve variare lo stato di coscienza e che non può affrontare in maniera vigilante la malattia, per cui ricorre all’alleato ansiolitico e sonnifero, uno psicofarmaco a testimonianza della criticità patologica in cui versa. La ricerca di una leggera anestesia non basta. Cosetta corre ai ripari dal pericolo di morte attaccandosi alla “macchina” che pessimisticamente “non funziona bene”. Prevale in Cosetta, nella sua formazione e nella sua “organizzazione” psichiche, la paura di morire più che di guarire. Non si tratta di vedere il solito bicchiere mezzo vuoto, è un tratto “orale” di perdita che prevale sul tratto “genitale” di acquisto. Cosetta non aspira a vivere l’esperienza della malattia per incamerare nella sua casa psichica anche questa avventura, ma per mettere alla prova il suo bisogno di aiuto e di non restare sola. Sia pur con tanta dignità la sua richiesta è ineccepibile quanto esplicita e suadente. Ma la sfiga non arriva mai da sola, per cui il pessimismo di Cosetta non si ferma al contagio perché travalica nella sfortuna di un respiratore artificiale che “non funziona bene”. Tra il sopravvivere al dramma e il restarci dentro Cosetta sceglie il secondo.

Dice all’altro che c’è qualcosa che non va e che non sto tanto bene.”

Ed ecco la conferma nella scena onirica dei due uomini di turno che disquisiscono sullo stato precario di salute e sull’inaffidabilità delle macchine sanitarie. E’ quasi una tresca, quanto meno una complicità tra i due uomini devoluti da Cosetta in sogno alla sua salute e alla sua sopravvivenza. L’affidamento non è acritico, ma ben ponderato trattandosi di figure sanitarie.

In effetti, cosa c’è che non va in Cosetta?

Perché non sta tanto bene?

Quale materiale psichico ha riesumato la pandemia, oltre al famigerato “fantasma di morte”?

Il sogno non lo dice, ma afferma che la “componente sacrificale” di Cosetta ha una buona consistenza. Si aggiunga che il “pessimismo” fa da degna cornice a questo tratto psichico della protagonista. Ricordare che il “tratto sacrificale” ha una grossa motivazione affettiva, non fa mai male. Cosetta è alle prese con la sua “posizione psichica orale”, amare ed essere amata, e si candida alla perdita depressiva in questa evenienza storica della pandemia e soprattutto del dopo pandemia.

Del resto, tutti siamo stati costretti in questi tre mesi a reagire agli stimoli ricevuti con i tratti specifici della nostra “organizzazione psichica” e progressivamente abbiamo incamerato i vari vissuti. Vedremo il resto del nostro film man mano che procederemo verso una nuova normalità.

Che sia la buona visione di un film interessante e profondo!

Tenete duro perché ce la racconteremo ancora sul blog dei sogni.

IL SOGNO METAFISICO

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

Mi scrive Maurizia.
“Questo è un sogno che risale alla notte tra il 7 e l’8 aprile 2004, ma che per la sua particolarità ho ben impresso nella memoria.
Ho sognato il fratello di una mia cara amica che, guardandomi con uno sguardo molto dolce e con un sorriso sulle labbra, mi dettava dei numeri.
Io gli rispondo sorridendo che sono i morti che danno i numeri in sogno.
La mattina seguente mi ha telefonato l’amica dicendomi che il fratello era morto durante la notte.”

DECODIFICAZIONE – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI
Il titolo pone un interrogativo, più che sulla premonizione, sulla natura metafisica del sogno, nello specifico sulla comunicazione tra i defunti e coloro che sognano in pieno sonno.
Questo è il problema.
Un conoscente di Maurizia è appena morto e si è presentato in sogno comunicandole in maniera traslata, tramite i numeri del gioco del lotto, la sua dipartita.
Questo è il fatto.
Esiste una sensibilità onirica in Maurizia che porta a una “simpatia”, “sun pathos” ossia “soffriamo insieme”, e a una “sintonia”, sun tònos” ossia “concordanza di frequenza”, che si traducono nell’abilità e capacità di entrare in contatto con i defunti attraverso la convinzione popolare o la “metonimia” (nesso) della comunicazione dei numeri del gioco del lotto.
Questo è il dato psicologico.
Ma queste doti paranormali non sono di competenza soltanto di Maurizia, ma anche e soprattutto di tanta gente che crede nella dea bendata, quella Fortuna che non ci vede ma che sa benissimo dove andare.
Questo è il dato culturale.
Queste dimensioni metafisiche appartengono alla Psicologia perché sono prodotti della Mente autocosciente e sono inserite nella Cultura di un popolo e amplificate dalle sub-culture regionali. Questi prodotti storici e psico-culturali hanno una loro spiegazione e si lasciano inquadrare in precise decodificazioni di “fantasticherie” o “sogni a occhi aperti”.
Questo è il dato ermeneutico.
Tutto si spiega in base alle metodologie presenti sul mercato storico e scientifico, ma non si esclude alcunché.
Anzi tutt’altro!
Si gradirebbero ulteriori ricerche e compartecipazioni. Ma questo non è il tempo dei filosofi poveri in canna e interessati ai temi popolari, per cui si attendono i ricchi mercanti del settore.
Bando alle sterili osservazioni, risulta con valide giustificazioni che i sogni trattano soltanto e solamente della nostra psicologia in atto, dei nostri conflitti e dei nostri fantasmi, delle nostre gioie e dei nostri dolori, di tutto quel materiale psichico personale che si muove dentro di noi in quel momento della nostra vita.
Questa è la tesi di fondo e non potrebbe essere diversamente dal momento che noi siamo gli autori e gli attori dei nostri sogni.
Ma è anche vero che i sogni sono stati addebitati agli dei e ai demoni come nella cultura greca e nella cultura cristiana, che sono inquieti e terrificanti, che non ci riguardano e che non li possiamo controllare, che sono immorali e indecorosi e tutto quel bene e quel male che ci va dietro. Sui sogni, insomma, è stato detto quasi tutto, compresa la nobile versione di essere irrazionali del grande filosofo francese Renè Descartes, latino Cartesius, italiano Cartesio.
E chi più ne ha, più ne metta perché fa sostanza e fa colore.
Andiamo al dunque.
Maurizia presenta un sogno inquietante per il suo essere metafisico e drammatico. Ripeto: il giovane appena morto si è presentato in sogno a Maurizia dormiente per comunicare la sua dipartita nei termini simbolici e traslati del “dare i numeri”. Spesso compare un defunto nella panoramica psicologica del dormiente.
Come si spiega questa inquietante coincidenza?
C’è una relazione tra la morte del giovane e il sogno di Maurizia oppure non sussiste alcun nesso?
I due eventi, la morte e il sogno, sono indipendenti nei loro ordini, il reale e lo psichico.
E’ possibile l’associazione tra i due eventi?
Certamente sì.
Si può predicare il nesso temporale nell’associazione tra i due eventi?
Certamente sì, in quanto avvengono nello spazio di un tempo limitrofo e compatibile: la stessa notte.
Riepilogando.
L’esperienza suggerisce che l’associazione tra i due eventi è possibile, ma non costringe a porre un rapporto aristotelico di “causa ed effetto”: il sogno è stato scatenato dal giovane morto. La Logica non ci aiuta, ma la Metafisica certamente ci soccorre.
La questione è complessa e interessante quanto la sua vetusta età.
Cosa si può dire?
Trattasi di casualità fortuita, quella coincidenza possibile e legata al fatto che magari Maurizia aveva percepito o saputo qualcosa intorno all’uomo in questione, una qualche notizia o un qualche pensiero che era rimasto in superficie e che durante la notte è stato elaborato nel sogno: il “resto diurno”.
Fino a questo punto abbiamo soltanto discusso sul “significato manifesto” del sogno di Maurizia, per cui si può passare tranquillamente alla decodificazione del “contenuto latente”.
Il significato del breve e intenso sogno di Maurizia lo scopriremo solo procedendo con la solita cautela e la consueta analiticità. Tutto quello che è in più si può tralasciare secondo l’anonima locuzione latina “melius abundare quam deficere”.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Ho sognato il fratello di una mia cara amica che, guardandomi con uno sguardo molto dolce e con un sorriso sulle labbra, mi dettava dei numeri.”

Maurizia mostra un apprezzabile interesse verso quest’uomo, “il fratello di una mia cara amica”, e si colloca nei suoi confronti secondo i suoi bisogni affettivi, più che estetici: “con uno sguardo molto dolce e con un sorriso sulle labbra”. Maurizia squaderna tutta la sua dolcezza e il suo desiderio di un uomo ideale, si colloca da donna ma in maniera materna come verso un figlio indifeso. In tanta dolcezza e infinito garbo stona nettamente il “mi detta i numeri”, un atto magico e volgare che non è in linea con lo sguardo accattivante e il sorriso suadente delle labbra. Una distonia logica che simbolicamente non deve esistere e deve, quindi, giustificarsi.
Decodifico e allargo i simboli.
“Ho sognato il fratello di una mia cara amica”. Quante storie d’amore hanno avuto origine e iniziano a casa dei nostri amici e delle nostre amiche con le loro sorelle o i loro fratelli. E’ un classico sociologico diventare cognati dei nostri amici più cari. Maurizia è attratta da quest’uomo proprio perché lo sogna, perché lo fa oggetto d’investimento nella veglia e lo ripresenta tra le pieghe del sonno nel suo sogno. Una situazione apparentemente ingenua e innocente nasconde le fantasie e i desideri di una donna che si lascia andare proprio perché esclude qualsiasi interesse che esuli dalla frequentazione di un’amica.
“guardandomi con uno sguardo molto dolce e con un sorriso sulle labbra,”. La fregatura arriva quando meno te l’aspetti. La piacevolezza estetica e la tenerezza affettiva del quadro dipinto in poche parole da Maurizia attraversano le maglie della “censura” e si fermano in un’attrazione delicata e innocente che esclude coinvolgimenti di altro genere da parte di “mamma” Maurizia. Gli attributi dello sguardo e del sorriso sono decisamente dell’infanzia e degli infanti, di coloro che ancora non sanno parlare con le parole e si esprimono con gli atteggiamenti: linguaggio universale del corpo. Maurizia proietta per difesa i suoi tratti prediletti per un innamoramento.
“mi dettava dei numeri.” Il “numero” simbolicamente si traduce nella funzione razionale dell’Io e si riduce alla difesa operata dal ricorso all’ordine logico da parte di Maurizia. Da un precedente quadro idilliaco si passa, meglio si trapassa, a un arido quadro prosaico, si invocano i ragionamenti generici per rassicurasi che tra me e lui non c’è niente e niente può succedere per vari motivi. Maurizia è in chiara e conclamata posizione difensiva. Le emozioni e le tenerezze precedenti lasciano il posto alla sicurezza di Maurizia che tra loro due non può succedere alcunché e che soprattutto non può innamorarsi di questo giovane suadente e dolce come un bambino. Un quadro affettivo si trasla in un quadro logico con il netto riferimento a un scala numerica.
Ma come si concilia la “madre” Maurizia con Pitagora?
Come si sposa la piacevolezza estetica con la razionalità?
Ripeto: Maurizia è attratta e si giustifica razionalmente da una possibile relazione amorosa. Si fa “dettare i numeri” dal giovane uomo che scatena tutta la sua tenerezza, per non “dare i numeri” con la consapevolezza di un innamoramento vissuto come inidoneo e inopportuno. Eppure il “dettare i numeri” è un atto di donazione, un vissuto legato alla “libido genitale” della “posizione psichica” omonima, una disposizione traslata di una pulsione amorosa e affettiva.
Oltre il meccanismo della “traslazione”, si rileva il limite psichico e la censura morale dell’istanza “Super-Io”.
Un’ultima osservazione sia consentita.
Quante donne s’innamorano facendo perno sulla loro “maternalità”?
Tante, perché è un buon modo di investire “libido” doppiamente “genitale”. Bambine cresciute con un forte senso della maternità e identificate in “tanta” madre tendono a legarsi a uomini che hanno bisogno di essere accuditi e possibilmente salvati da direzioni esistenziali traviate.

“Io gli rispondo sorridendo che sono i morti che danno i numeri in sogno.”

Maurizia si difende con leggera ironia commentando tra sé e sé che questa storia sentimentale non è possibile, questo matrimonio “non s’ha da fare” avrebbero detto i bravi al povero don Abbondio. La relazione è da “realtà sogno” e non da “realtà reale”, è un degno prodotto della Fantasia e non della Razionalità.
Decodifico.
“Io gli rispondo sorridendo” equivale a “rispondo a questa mia emozione d’amore con l’ironia, per favorire il distacco progressivo dal coinvolgimento”. Maurizia dice a se stessa di riderci sopra, ma “il dado è tratto” e la difesa è più che mai necessaria.
“che sono i morti che danno i numeri in sogno.” La “realtà reale” conferma questo costume culturale e questa pratica popolare, ma dormendo Maurizia può permettersi di elaborare in sogno la sua attrazione vissuta e può nuovamente censurarla. Maurizia è attrice protagonista in ogni senso del suo prendere e del suo lasciare, del suo vivere e del suo abbandonare. Ha “dato i numeri” su un moto sentimentale e fisico da lei stessa destinato per difesa a non nascere e a restare morto: il “non nato di sé” perché non fatto nascere e soltanto vissuto in sogno come appagamento di un desiderio sentito e di un’emozione avvertita.
Qui finiscono il sogno e l’interpretazione.
Il resto, “La mattina seguente mi ha telefonato l’amica dicendomi che il fratello era morto durante la notte.”, è stato ampiamente discusso nelle iniziali “Considerazioni”.

PSICODINAMICA

Il sogno di Maurizia sviluppa la psicodinamica di un innamoramento sublimato e associato alla coincidenza di un evento luttuoso. Questa associazione ha impedito la “rimozione” e ha favorito l’enigma della relazione tra defunti e viventi tramite il sogno.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Il sogno di Maurizia denota la presenza e l’azione delle seguenti istanze psichiche: l’Io vigilante e razionale in “mi dettava dei numeri.” e in “Io gli rispondo”, l’Es pulsionale e rappresentante dell’istinto in “ guardandomi con uno sguardo molto dolce e con un sorriso sulle labbra,” il Super-Io limitante e censorio in “dettava i numeri” e in “sorridendo”.
La “posizione psichica genitale” di Maurizia è dominante e in particolare in “guardandomi con uno sguardo molto dolce e con un sorriso sulle labbra, mi dettava dei numeri.” Altre “posizioni psichiche”non si evidenziano.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

Il sogno di Maurizia usa i seguenti meccanismi psichici di difesa dall’angoscia: la “condensazione” in “numeri” e “i morti”, lo “spostamento” in “mi dettava i numeri”, la “proiezione” in “sguardo molto dolce e sorriso sulla labbra”.
Il processo psichico di difesa della “sublimazione della libido” si mostra in “guardandomi con uno sguardo molto dolce e con un sorriso sulle labbra”, mentre il processo della “regressione” si presenta nella funzione onirica ripristinando allucinazione e azione al posto dell’esercizio normale dei sensi e del pensiero.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Maurizia presenta un tratto “genitale” all’interno di una “organizzazione psichica reattiva genitale”. E’ manifesta la disposizione alla donazione sentimentale e affettiva.

FIGURE RETORICHE

Il sogno di Maurizia forma le seguenti figure retoriche: la “metafora” o relazione di somiglianza in “sguardo” e in “sorriso”, la “metonimia” o nesso logico in “numeri” e in “dettare”. La brevità del sogno non consente voli poetici.

DIAGNOSI

La diagnosi dice di un innamoramento vissuto in maniera conflittuale e oscillante tra emozione e ragione. L’ironia ridimensiona l’angoscia del “non nato di sé”. La “sublimazione” è sottesa nella psicodinamica.

PROGNOSI

La prognosi impone di non cadere nei meandri dolorosi della nostalgia. Maurizia deve controllare il dolore della perdita dell’uomo verso il quale il suo sentimento si era mosso naturalmente e dolcemente.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta nel ripristinare i meccanismi difensivi che portano ad evitare coinvolgimenti affettivi e disposizioni sentimentali: “proiezione”, “traslazione”, “annullamento” ed “evitamento”. In ogni caso si resta in un ambito di psiconevrosi mista, ansioso-depressiva.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Maurizia è “4” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.
Il simbolismo prevale di gran lunga sul fatto narrato.

RESTO DIURNO

Mi ripeto. La causa scatenante del sogno di Maurizia si attesta in una casualità fortuita, quella coincidenza possibile e legata al fatto che magari Maurizia aveva percepito o saputo qualcosa intorno all’uomo in questione, una qualche notizia o un qualche pensiero che era rimasto in superficie e che durante la notte è stato elaborato nel sogno.

QUALITA’ ONIRICA

Il sogno di Maurizia presenta una qualità inquietante e fascinosa a causa del suo riverberarsi su questioni metafisiche e culturali.

REM – NONREM

l sogno di Maurizia si è svolto nell’ultima fase del sonno REM alla luce della compatibilità di una lettura simbolica con una lettura narrativa. La delicatezza e la semplicità delle emozioni dispongono per un equilibrio tra vigilanza e sonno.
Ricordo che nelle fasi REM il sonno è turbolento, mentre nelle fasi NONREM il sonno è profondo e catatonico ossia presenta una caduta del tono muscolare, senza movimenti e spasmi, senza agitazione psicomotoria. La memoria è presente nelle fasi agitate rispetto alle fasi di caduta muscolare e di sonno profondo dove è quasi assente.

FATTORE ALLUCINATORIO

Nel breve sogno di Maurizia i sensi espressamente allucinati sono la “vista” in “guardandomi” e “l’udito” in “mi dettava i numeri”. La cospirazione dei sensi, “sesto senso”, non è presente.

GRADO DI ATTENDIBILITA’ E DI FALLACIA

Per sondare la soggettività o l’oggettività, l’approssimazione o la verosimiglianza della decodificazione del sogno di Maurizia, per valutare se l’interpretazione risente di forzature, stabilisco la prossimità all’oggettività scientifica o alla soggettività mistificatoria in una scala che va da “uno” a “cinque” in cui 1 equivale all’oggettività auspicata e 5 denuncia una forzatura interpretativa verosimile. Tale valutazione è resa possibile dalla presenza di simboli chiari e forti e di psicodinamiche affermate ed esaurienti.
La decodificazione del sogno di Maurizia, alla luce di quanto suddetto, ha un grado di attendibilità e di fallacia “2” a causa della chiara simbologia e della evidente psicodinamica.

DOMANDE & RISPOSTE

Il lettore anonimo ha posto le seguenti domande in riguardo al sogno di Maurizia.

Domanda
Non c’entra niente con il sogno in questione, ma volevo sapere cosa pensa di quelli che dicono di non sognare o di non ricordare i sogni.
Risposta
Il sogno è l’attività psichica del sonno, quindi tutti sogniamo. Chi non ricorda i sogni incorre in alcune possibilità. Primo punto: ha una fase REM poco turbolenta e quasi simile a quella NONREM, dorme in catatonia per cui la memoria non ha possibilità di attivarsi nella dose giusta. Secondo punto: si sveglia all’improvviso e non vive il cosiddetto dormiveglia o progressivo risveglio dove avvengono i sogni narrativi e logicamente rattoppati. Terzo punto: ha pochi contenuti emotivi per far lavorare i “processi primari” in sonno e da sveglio. Quarto punto: si presenta nella veglia come una persona tendenzialmente fredda e molto controllata, con povertà di fantasie e di riflessioni, con una precaria capacità analitica.
Questi non sono difetti, ma modi di funzionare dei “meccanismi di difesa” adibiti a formare la “organizzazione psichica reattiva” o la struttura caratteriale o la personalità.
Domanda
Ma è una malattia?
Risposta
No. Denota una carenza psichica in riguardo alla sfera sentimentale e conoscitiva. Questi soggetti si caratterizzano per la staticità psichica e per la monotona ripetitività. Difettano in creatività e sono ligi al dovere. Hanno un “Super-Io” rigido che ha impedito la rappresentazione degli istinti deputata all’Es, avvertono poche emozioni e non sono ben consapevoli della vita affettiva. Non hanno avuto educazione in riguardo all’espressione fantasiosa di sé e dell’ambiente che li circonda. Sono stati dei bambini molto pacati ed educati, quasi bloccati dal terrore di non poter controllare se stessi e gli altri.
Domanda
Mi dica ancora qualcosa su questo tema.
Risposta
Si possono selezionare le “organizzazioni psichiche reattive” in base a quanto sognano. Sognano poco le personalità psicopatiche, depressive, masochistiche, ossessive, compulsive. Sognano tantissimo le personalità narcisistiche, schizoidi, paranoidi, maniacali, isteriche e dissociative. E ci sono le spiegazioni necessarie, ma mi fermo.
Domanda
Lo dice lei o ci sono altri studi?
Risposta
Magari fosse farina del mio sacco! Ci sono studi dei ricercatori americani e in particolare della grande Nancy Mc Williams.
Domanda
Ritorno al tema. Ma è possibile che i morti si manifestano in sogno? Mi pare di aver capito che lei non l’ha escluso.
Risposta
Negli anni settanta tanti miei colleghi si sono imbattuti negli indemoniati e nei fenomeni paranormali anche praticando l’ipnositerapia o addirittura operando in maniera improvvida la “regressione temporale” alla ricerca delle cause dei disturbi o di vite precedenti. Alcuni ci hanno perso la testa e hanno dato i numeri. Sono settori che vanno al di là della Psicologia, “parapsicologia”. S’incontrano già problemi ad ammettere una “meta-psicologia”, vedi Freud, per cui ritengo opportuno fermarmi a quel poco che conosco perché l’ho praticato. So che i morti ci lasciano sicuramente tanti sensi di colpa e tanta angoscia in previsione del nostro turno. In conclusione mi dichiaro agnostico, ma curioso sul tema specialmente nella visione buddista.
Domanda
Ma lei è buddista?
Risposta
Assolutamente no, purtroppo. E’ la filosofia antropologica basata su una concezione panteistica dell’uomo e dell’universo, sull’energia, sulla reincarnazione per catarsi e sulla crescita energetica per esperienza vissuta. Sul sogno ha una concezione specifica di cui mi sto addottrinando e che a Giugno conoscerò meglio.
Domanda
Interessante, ma mi dica ancora qualcosa sul Buddismo.
Risposta
Ti posso dare le coordinate filosofiche per quanto riguarda il nostro Occidente e la sua cultura. Tu parti dai misteri eleusini e orfici e passi alla reincarnazione pitagorica, riprendi dal mito di Er di Platone e passi alla teoria emanazionistica di Plotino, riparti dal pantesimo di Spinoza e approdi alla magia del Cinquecento, arrivi alla fisica quantistica di Planck e alla reflexologia e alla bioenergetica di Reik. Questo è un buon percorso.
Domanda
Troppo complicato. Torno all’argomento. Cosa pensa della cultura dei numeri del lotto avuti in sogno dal defunto soprattutto in quel di Napoli e dintorni?
Risposta
Mi sembra molto difficile che i morti siano interessati ai casi umani e ai numeri del gioco del lotto. Si tratta di sub-culture ben radicate storicamente. I napoletani hanno un concezione positiva del morto e cercano di sfruttarlo anche dopo la vita, visto che abita nei piani alti. E’ una concezione materialistica dell’immortalità dell’anima che fa colore e calore. Vedi i film neorealistici interpretati dal principe Antonio De Curtis e le commedie del grande Edoardo De Filippo.
Domanda
E allora il 48, morto che parla e dà i numeri, non riguarda il sogno di Maurizia?
Risposta
Poteva essere un titolo irrispettoso per un delicato innamoramento, quale quello vissuto dalla protagonista.
Domanda
Ma il numero non ha anche un simbolismo? Come mai non lo ha considerato nel sogno di Maurizia?
Risposta
Verissimo. Il numero nasce nella filosofia greca per merito di Pitagora e segue la scoperta del “punto”, l’unità di misura dello Spazio. Il “punto-numero” non è soltanto Geometria e Aritmetica, ma anche simbolo della realtà. Il “punto-numero” è il principio logico del Tutto, l’archè della Natura al posto dell’acqua, dell’aria, della terra e del fuoco. Il “punto-numero” apre le porte alla visione geometrica e matematica della Fisica, è l’anima razionale e dimostrabile della Natura. E’ divino e condensa simboli perché rappresenta tutta la realtà fisica e umana. Si parte dalle proprietà geometriche del 2 che definisce la retta o la linea più semplice, del 3 che definisce la più semplice figura piana ossia il triangolo, il 4 che definisce la più semplice figura solida o il tetraedro, per arrivare alla definizione della divina “tetractys”, il 10 che è ritenuto il numero perfetto perché la somma dei primi quattro numeri. Mi fermo o continuo?

Domanda
Continui. E’ interessante.

Risposta
Dalla distinzione fondamentale tra il numero pari e il numero dispari e dalla loro opposizione dinamica i pitagorici spiegano il divenire dell’universo. Le altre opposizioni sono il limite e l’illimitato, l’uno e il molteplice, la sinistra e la destra, la femmina e il maschio, la stasi e il movimento, la curva e la retta, le tenebre e la luce, il male e il bene, il rettangolo e il quadrato. A queste opposizioni collegavano l’origine delle scienze: la Fisica, l’Astronomia, la Biologia, la Metafisica, la Morale, la Matematica, la Geometria. I Pitagorici costituivano una comunità aristocratica e gerarchica basata sulla conoscenza progressiva della dottrina del Maestro ritenuto quasi divino per il suo Sapere in riguardo alla Verità, “ipse dixit”. Ammettevano l’eternità e la divinità della Natura dovute al principio in essa presente. Il divenire che nasce da queste opposizioni è armonico e tutto il cosmo è armonico. Tale armonia è simboleggiata nell’ottava musicale. Ammettevano e credevano nella trasmigrazione delle anime da un corpo all’altro in occasione della morte, “metempsicosi” o meglio “metemsomatosi”. Consideravano la virtù dell’uomo come armonia tra le varie potenze. La scuola pitagorica era esoterica ed era passata naturalmente dalla “scienza del numero” alla “metafisica del numero” facendo ricorso ai “processi primari”, formando simboli. Dimenticavo: abitavano in Crotone e ritenevano che il 48 era quarantotto volte il numero 1 e un numero pari, ma non pensavano minimamente che avesse a che fare con un morto che parla e che nel parlare, oltretutto, potesse dare i numeri della lotteria della loro “polis”, città stato. Pensa alla civiltà che albergava nella magna Grecia del quinto secolo “ante Cristum natum”, meglio nel Meridione d’Italia. Adesso paragonalo al tempo presente. Incredibile!

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

Si ascrive a merito di Sigmund Freud (1856-1939) la prima elaborazione scientifica della complessa e affascinante attività psicofisiologica del sogno; tra il 1896 e il 1900 il padre della Psicoanalisi formulò una teoria metodologicamente in sintonia con i principi fondamentali del Positivismo, la “Filosofia della Scienza” per l’appunto.
L’analisi dell’inquietante vita onirica dell’uomo fu pubblicata nel 1900 con il chiaro titolo ”Interpretazione dei sogni” e si pose a pieno diritto non soltanto come l’unico “Sapere” scientifico sull’enigmatico fenomeno, ma anche come una seria possibilità per la materia di uscire dagli angusti ambiti di una mistica magia o di una laica follia.
Freud completò la sua ricerca empirica inducendo dai numerosi dati analizzati una “Epistemologia”, una inequivocabile serie di leggi che determinava il fenomeno onirico, una “Metodologia”, un preciso processo che regolava la formazione dei sogni, una “Ermeneutica”, una griglia interpretativa che consentiva la decodificazione e la comprensione razionale dei contenuti.
Una teoria scientificamente compiuta conseguì alle contingenti e disorganiche intuizioni registrate da Freud nel corso della quotidiana pratica clinica; essa si pose come la prima e unica “Scienza” psicologica della magmatica attività onirica dell’uomo.
Infatti il sogno nel corso dello sviluppo storico e culturale dell’Occidente era stato vissuto come un fascinoso oggetto di ricerca, ma non si era emancipato dal senso del mistero e dalla superstizione per assurgere al rango di attività psichica degna di una esaustiva spiegazione scientifica e di un adeguato significato razionale.
La cultura greca antica aveva elaborato una sapienza mitica per spiegare il sogno, ritenendolo un dono degli dei che si manifestava in un invasamento dell’uomo durante il sonno o una forma di possessione finalizzata alla comunicazione di messaggi premonitori; a tal uopo essa aveva eletto i vati e gli auguri a depositari e interpreti di tanta sapienza divina.
I Greci avevano, inoltre, collocato in un Olimpo, mitico quanto intelligente, proprio i “Sogni”, divinità significativamente figli di Ipno (Sonno) e della Notte.
Fantaso, Fobetore e Morfeo uscivano ogni notte da una porta di corno se portavano agli uomini delle “verità” o da una porta d’avorio se erano forieri di “illusioni”.
Nei secoli intercorse la condanna religiosa del sogno da parte del Cristianesimo, che lo ritenne evocatore di peccaminose pulsioni sensoriali, e quella filosofica di Renato Cartesio, che lo relegò tra le inaffidabili attività irrazionali dell’uomo.
Gli studiosi, che hanno preceduto Freud in questa ricerca, si sono fermati a valide e isolate intuizioni.
Il sogno ha avuto in età romantica un’idonea rivalutazione ed é stato ritenuto un’attività creativa dell’uomo in netto contrasto con la faticosa e avara funzione razionale.
Freud nel corso della sua formazione scientifica e delle sue metodiche esplorazioni nelle profondità psichiche aveva sempre rivisto e allargato le sue teorie a eccezione di quelle sul sogno, le quali non subirono alcuna modificazione sostanziale rispetto alla prima formulazione.
Egli era partito dalla decodificazione dei suoi sogni durante l’ardua e unica impresa dell’Autoanalisi dopo la morte del padre avvenuta nel 1896, per cui
la ”Interpretazione dei sogni” si può a buon diritto definire il monumento funebre eretto dal figlio in onore dell’amato e odiato genitore.
L’evento luttuoso indusse Freud a razionalizzare l’angoscia della perdita e a sublimare i sensi di colpa; questa “catarsi” si realizzò anche nella ”Interpretazione dei sogni”, lo studio scientifico che testimonia non solo la bontà delle sue intuizioni ma anche una giustificata resistenza a riesumare il profondo dolore dell’irreparabile perdita.
Nonostante l’insuccesso editoriale e il derisorio rifiuto delle teorie da parte dell’ambiente accademico e medico di Vienna, il “Sapere” sul sogno era sufficientemente conchiuso al di là della variegata esemplificazione e della pedante articolazione del testo.
Il riconoscimento del merito arriverà nel tempo.
La formulazione teorica e clinica sulla vita onirica dell’uomo fornita da Sigmund Freud con tutte le implicazioni scientifiche conserva ancora oggi quella chiarezza e distinzione, quell’evidenza epistemologica, metodologica ed ermeneutica di un “Sapere” autonomo che non esclude, pur tuttavia, ulteriori ricerche in territori scientifici limitrofi e confinanti tra il noto e l’ignoto.

Salvatore Vallone – da “Sogno e fantasma” – Pieve di Soligo – 1992