A EZIO

La Morte nulla toglie e tutto concede

a chi ha saputo lasciare un messaggio ai sopravvissuti,

a chi ha amorevolmente accettato il suo destino di uomo, “amor fati”,

a chi è stato attento e appassionato testimone del suo tempo e della sua cultura.

Thanatos è pietoso con l’uomo che è vissuto per la Musica e per l’Arte della Musica,

l’uomo che non aveva paura quando ascoltava la Musica,

l’uomo che invitava a onorare la Musica come il padre e la madre,

l’uomo che sosteneva che nella Musica c’è il Tutto, Dio, la Vita, l’Uomo,

l’uomo che invitava ad ascoltare la Musica per ascoltarci dentro e per ascoltare l’altro,

l’uomo che sosteneva che la Musica è necessaria come l’aria, l’acqua, la terra e il fuoco,

l’uomo che insegnava la Democrazia della Musica e il potere magico che rende gli uomini uguali e umani,

l’uomo che sentiva la Musica come un sussurro e un disvelamento della Verità,

l’uomo che suggeriva di vivere la Musica come se fosse la prima volta, la prima di tante prime volte,

l’uomo che alla Musica da dato il primo e l’ultimo respiro.

Quest’uomo si chiamava e si chiama ancora oggi Ezio.

Ezio avvolgeva la Musica di “libido genitale”, la regalava come un dono d’amore alla gente che ascoltava le note dalla tastiera del suo piano o dal suo scanno di direttore d’orchestra.

La sua Musica è affetto,

è forza,

è piacere,

è conflitto,

è tenerezza,

è riposo,

è andamento,

è sturm und drang,

è soprattutto un dono.

Oggi, per rendergli lieve il cammino, voglio raccontargli una storia antica,

la storia di Orfeo,

una storia che Ezio conosceva a menadito e che non va mai a male,

la storia immarcescibile dell’origine della Musica,

il mito di Orfeo.

Orfeo era un poeta e un musico della Tracia, il figlio del re Eagro e della musa Calliope, intrigata in qualche modo con lo stesso Febo.

Orfeo era abilissimo a suonare la Lira che Ermes in persona aveva costruito per lui con un guscio di tartaruga e sette corde di budello di bue.

Orfeo cantava e suonava in maniera così soave

che ammansiva le belve selvagge,

commuoveva le aride rupi,

fermava il corso dei fiumi e ne incantava le acque.

La Natura si commuoveva al suono della sua Lira,

si muoveva insieme e muoveva i suoi insiemi.

La sua Musica era la voce del Tutto,

rievocava l’essenza della Vita,

toccava le corde interiori dell’universo.

Orfeo sapeva disoccultare la Verità e la regalava agli uomini elaborando

il Suono della Vita,

la Parola della Natura,

la Musica del Tutto.

Toccava le corde della Lira con l’abilità maieutica del musico che evoca le armonie profonde della Madre natura, figlio compreso.

La sua Musica ha preceduto Socrate e la metodologia antropologica nella ricerca della Verità.

Egli così pregava.

“In principio era la Musica

e la Musica era presso Dio

e la Musica era Dio.

Tutto in principio era Musica

e ogni cosa è stata creata per mezzo di Lei.

Nella Musica era la Vita

e la Vita era la Luce

che illumina ogni uomo

che viene in questo Mondo.

La Musica era nel Mondo

e il Mondo la riconobbe

e a tutti quelli che operano nel suo nome

diede il diritto di diventare figli di Dio.”

Era questa la mitica età dell’oro,

quando l’Uomo si concepiva parte della Natura e vivente tra i viventi,

“ilozoismo”,

“tutto vivente”,

quando la Vita era anche e soprattutto nell’apparente inanimato,

nel mondo degli atomi e delle molecole.

E Orfeo?

Cosa fa Orfeo?

Orfeo si innamora di Euridice, ma gli eventi gli remano contro.

Accade che il pastore Euristeo si invaghisce della bella donna e la insidia. Nel fuggire Euridice è morsa da un serpente velenoso e muore proprio nel giorno delle nozze.

Orfeo è sconvolto,

canta e suona il suo dolore ai mari e ai monti.

Con il suo pianto bagna la terra su cui cammina,

con i suoi lamenti commuove la Natura.

La sua Musica è in parte cambiata,

la sua Musica si è arricchita.

Rievoca le armonie del Tutto e risuona anche dell’angoscia di un uomo che non si rassegna a perdere la donna amata.

Anche gli Inferi ascoltano la crudele Musica di Orfeo mentre scende con la sua Lira nell’Oltretomba per cercare e per riportare Euridice alla luce del Sole.

E così Caronte si addolcisce,

Cerbero non abbaia,

Issione ferma la sua ruota,

Sisifo riposa sul suo macigno,

Tantalo non soffre la fame e la sete.

Si commuovono tutti i grandi del Mito e della Natura.

Anche Ades, il dio degli Inferi, e Persefone, la diletta sposa, sentono il tremolio dei sentimenti e lo struggimento del cuore, gustano il cordoglio.

E così concedono a Orfeo di ricondurre la sua amata Euridice nel mondo dei vivi, a patto che nella risalita non si volti a guardarla fino all’uscita dall’Averno.

Ma Orfeo non resiste alla tentazione.

Si volta a mirare Euridice e in quel momento la perde per sempre.

Orfeo tenta di abbracciarla, ma riporta vuote le braccia al petto perché Euridice è ormai ombra e nell’evanescenza scompare.

L’uomo appassionato ritorna sui suoi passi e tenta invano di convincere Caronte a traghettarlo al di là dell’Acheronte.

Orfeo rimane sulle rive del fiume per sette giorni senza toccare cibo.

Di poi, stremato ritorna nel mondo dei vivi e si ritira nel monte Rodope.

Per tre anni si chiude nel suo infinito dolore e giura di non voler amare più donna mortale.

Modifica la sua Lira,

toglie due corde alle sette volute da Ermes e rende il suono più triste e più cupo.

La Musica è cambiata,

non è più la rievocazione delle essenze della Natura,

non è più la rivelazione della Verità del Tutto Vivente,

non è più l’eco delle armonie naturali.

La Musica è l’espressione del dolore,

della sofferenza,

dell’angoscia degli uomini,

della loro Natura di viventi avulsi dall’universo

e dal godimento del Bene cosmico.

La Musica è l’espressione del Pessimismo umano,

della Natura matrigna

e Orfeo è l’artefice di questo nuovo Male.

La sua avversione è rivolta alle donne,

in particolare alle Dionisiache,

le seguaci del culto di Dioniso,

quelle che nei riti tendono alla fusione con il dio,

quelle che cercano il crepuscolo della coscienza,

quelle del capro e del pasto cruento,

quelle che mangiano la stessa divinità in maniera traslata,

quelle dell’orgia e dell’orgasmo,

quelle che insegnano i mirabili doni del cervello antico e della Follia,

quelle che uccidono il superbo Orfeo,

quelle che lo sbranano,

quelle che gettano la sua testa ancora cantante nel fiume Ebro.

E la testa del cantore giunge ad Antissa nell’isola di Lesbo.

Le Muse, la madre Calliope in prima fila, mosse a compassione, la raccolgono e la depongono graziosamente nel firmamento,

là dove ancora brilla la costellazione della Lira,

là dove ancora si offre allo sguardo stupito del viandante durante le serene notti di Agosto.

Resta aperta la questione sulla Musica,

sulla concezione della Musica come Natura,

sulla concezione della Musica come Artificio umano,

come riproposizione delle armonie cosmiche da parte dell’uomo,

come strumento della gioia e del dolore,

sulla Musica come la Lira di Orfeo con le sette corde,

sulla Musica come la Lira di Orfeo con le cinque corde.

Ezio ha ben combinato nella sua breve vita il contrasto, distribuendo all’Uomo quel che è dell’Uomo e alla Natura quel che è della Natura, sapendo restare in una cornice concreta di sacralità e di mistero.

Questa è stata ed è la Musica di Ezio, il suo Evangelo, la sua Buona Novella per i credenti e per i miscredenti.

Necesse est gratias agere.

Dovunque tu non sei e qualunque cosa tu non fai in questo nostro momento, “cura ut valeas”, amico mio!

Salvatore Vallone

pose in Pieve di Soligo, (TV), in Sua grata memoria, nel triste venerdì 15 del mese di maggio odoroso e dell’anno bisestile 2020.

A MIA MADRE

“Tutta sfolgorante è la vetrina,

piena di balocchi e profumi,

entra un dì la mamma e il suo bambino

tra lo sfolgorio di quei lumi:

“comandi signora,

ciprie e colonie coty”.

 

Da bambino volevo comprarti un cane,

un pastore tedesco,

per difenderti da tutti i mali del tempo e della storia,

perché si accucciasse sui tuoi piedi sopraffini di donna pensierosa

e li scaldasse nelle giornate di tramontana e di scirocco,

affinché ti fosse fedele nel tempo e nella storia

come un soldatino solerte e ubbidiente del ‘99,

come avrei voluto essere io per te.

 

Da bambino volevo comprarti una scimmietta,

uno scimpanzé africano,

per farti ridere di tutto e di niente

quando i tuoi pensieri da soavi diventavano severi

e le ciglia si aggrottavano dentro le orbite dei tuoi trasognati occhi neri,

quasi come prima di piangere,

uno scimpanzé dispettoso per farti ridere di tutto e di niente,

come avrei voluto essere io per te.

 

Da bambino volevo comprarti una saponetta,

una saponetta al gelsomino,

Lux o Palmolive o Camay,

perché odorassi di quella dolce essenza nel bene e nel male,

dopo il risveglio e prima del sonno,

dopo la realtà e prima del sogno,

una saponetta profumata tutta per te.

L’avrei comprata nel mercato di Ortigia,

nel luogo all’aroma d’impostura

dove tu andavi nell’ora dell’addio

quando i mercanti erano disposti a vendere il bene e il male.

L’avrei regalata a te

a mo’ di “non ti scordar di me, la vita mia legata è a te”,

il pegno di un tenero amante,

come avrei voluto essere io per te.

 

Da bambino volevo comprarti le parole più belle

e le parole più argute,

le parole di un vate o di un fanciullino,

per inanellarti una poesia immortale,

per ricordarti anche dopo il big bang,

magari parole prese in prestito

in una vecchia antologia della quinta elementare,

tipo

“Contessa che è mai la vita?

E’ l’ombra di un sogno che fugge.

La favola bella e breve è finita,

il vero immortale è l’amor.”

 

Da bambino volevo…come avrei voluto essere io per te.

Quante cose avrei voluto da bambino.

Quante cose avrei voluto dire e fare da bambino con te.

Ma tu,

mia adorabile e adorata madre,

te ne sei andata da sola e in silenzio nel giorno di san Lorenzo,

mentre le stelle cadevano senza esser viste.

Sei partita verso il chissà dove,

verso il chissà quando,

senza disturbo e senza impiccio.

Sei andata in qualche parte dall’altra parte

senza la banda e senza rumore.

Tu,

donna di popolo,

ti sei alzata senza salutare

lasciandomi addosso tutto quello che avrei voluto dare a te,

tutto quello che avrei voluto fare per te:

un pastore tedesco,

uno scimpanzé africano,

una saponetta al gelsomino,

le parole più belle e più argute.

Oggi, nel congedare una disperata speranza,

ti penso e ti ripenso

mentre Luciano Tajoli canta ancora

dallo sgangherato grammofono al civico 15 di via Savoia

per ricordarmi che

“Tutta sfolgorante era la vetrina,

piena di balocchi e profumi,

entrava un dì la mamma e il suo bambino

tra lo sfolgorio di quei lumi:

“comandi signora,

ciprie e colonie coty”.

 

Salvatore Vallone pose in dolce ricordo di Lei

 

Siracusa, 20 agosto 2010

 

TUTTO VA E ANDRA’ BENE

TRAMA DEL SOGNO

“Ho sognato che ero a casa dei nonni paterni.

Io dormivo e mi squillava il cellulare, rispondeva mia cugina e al telefono c’era una mia zia defunta.

Le diceva di dirmi di stare tranquilla, che tutto va bene e che tutto andrà bene.”

Io sono Catarina.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Ho sognato che ero a casa dei nonni paterni.”

Il ricorso ai nonni è un’operazione psicoterapeutica di inaudita portata e non costa niente. Serve a storicizzare e rafforzare l’identità psichica, a rivedere le figure dei genitori, ad alleviare i sensi di colpa, a sperimentare la psicodinamica dell’alleanza, a elaborare un approccio temperato con lo scorrere del Tempo. E altro, tanto di altro e a volontà dei nipoti che operano investimenti psichici su queste figure notevoli con un buon riscontro e tornaconto. I nonni fanno soltanto bene all’economica psichica delle emozioni e dei sentimenti e alla psicodinamica affettiva. Ripeto, tutto a gratis, anzi con il vantaggio di un bonbon o di una mancia e senza il ricatto di “fare i bravi”.

Catarina è esempio di questo benefico riscontro e ricorso ai nonni. Li vuole talmente bene ed è tanto attaccata, li può capire perché ha preso tanto da loro al punto di affidarsi in una forma meravigliosa di empatia e simpatia: “ero a casa dei nonni”. Catarina li ha frequentati nell’infanzia e nel periodo formativo in cui le paure e le angosce evolutive sono più forti e si ha bisogno di una valvola di sfogo e di un veicolo di comprensione. Catarina si conosce anche attraverso l’influenza che ha consentito ai nonni di esercitare su di lei in base ai suoi bisogni emergenti nel corso dell’evoluzione psicofisica. La protezione e l’affettività si sposano simbolicamente in questo “ero a casa dei nonni”.

Perché quelli paterni?

Per affinità storiche e psichiche elettive. Erano i nonni a portata di mano e l’esercizio degli affetti si è dimostrato proficuo. Può incidere anche una predilezione di Catarina per il padre, ma non si evince dal sogno. Adesso bisogna individuare la contingenza e l’urgenza per cui Catarina, sognando, ricorre ai nonni.

Io dormivo e mi squillava il cellulare, rispondeva mia cugina e al telefono c’era una mia zia defunta.”

Catarina non aveva una piena coscienza di sé, “io dormivo”, anzi era in uno stato di obnubilamento e di “rimozione”, per dirla con un meccanismo di difesa principe.

Ma da cosa si sta difendendo Catarina dopo aver cercato la protezione dei nonni nel precedente quadretto onirico?

Dal suo “fantasma di morte” associato alla “zia defunta”. In questa operazione si fa aiutare dalla “cugina” che equivale pari pari alla “traslazione” difensiva di se stessa anche per non incorrere nell’incubo e per non svegliarsi. Nonostante lo squillo del “cellulare”, ossia uno stimolo comunicativo di buona portata, Catarina non si svegliava, non aveva la forza per essere consapevole della sua angoscia di morte. Ha tirato in ballo la cugina come alleata e come tramite per continuare a dormire e a sognare. La “zia” morta cerca un collegamento con la nipote viva per comunicare essenzialmente il ridestarsi dell’angoscia legata al “fantasma di morte” che qualche evento ha riesumato. Vediamo cosa precisa il sogno.

Le diceva di dirmi di stare tranquilla, che tutto va bene e che tutto andrà bene.”

L’angoscia depressiva è collegata al “fantasma di morte” e all’evento drammatico e tragico della pandemia da “coronavirus”. Catarina fa un giro largo per dire a se stessa tramite la cugina, se stessa, di “stare tranquilla” e per ripetersi il motto ufficiale che esorcizza l’angoscia di morte destata dalla pandemia e che recita “tutto andrà bene”, rafforzato dalla constatazione di fatto che “tutto va bene”. Il messaggio ben augurante della zia viene dall’aldilà e, quindi, è massimamente credibile, come a suo tempo credibili sono stati i nonni per Catarina.

Riepilogando: Catarina tiene in vita i nonni e li presenta come persone affidabili e protettive. Di poi lascia emergere il suo “fantasma di morte” e l’angoscia annessa. Nella terza scena si collega alla causa del suo disagio, la pandemia e le aspettative di un esito prospero. Attraverso il sogno Catarina elabora tematiche personali e collettive, la paura di morire, la speranza che la drammatica situazione si concluda al più presto e in maniera fausta.

Anche le figure dei nonni hanno una valenza individuale e collettiva, per cui tutti insieme incrociamo le dita e in coro gridiamo “in culo alla balena”, anzi “in culo al virus”. Anche questo gesto goliardico aiuta a vivere meglio un tempo ingrato e pesante.

IL DONO

All’alba,

dopo la notte,

dopo la breve morte,

esulta il mio cuore e sospira

al pensiero di vedere ancora una volta

la tua aura diventare aurora

prima delle prime pavide ombre.

Salvatore Vallone

Pieve di Soligo (TV), giovedì 30 del mese di aprile dell’anno 2020

LE FASI DELLA VITA, LA VITA IN FASI

Dobbiamo rinunciare all’armonia del caos,

nessuna attrazione,

nessuna gravità,

pianeti allo sbando in deserte autostrade siderali.

Le ombre non si incrociano,

un unico solitario riflesso di se stessi

stampato sulla strada nel raggio del proprio metro,

misura di solitudine,

vessillo di indifferenza.

Scompaio a voi,

priva di germi,

sterile.

L’intimità del tatto giace dentro guanti di plastica

e la paura di morire spia di sottecchi l’altro,

volti occultati da maschere funebri,

sospetto,

pericolo,

vittoria della ragione.

Non ci contempliamo più,

gli orizzonti sono chiusi,

il nostro corpo in sicurezza,

la nostra solitudine decretata.

Quando si fa la cosa giusta

il cuore è felice,

ma se sto facendo la cosa giusta

perché il mio cuore è così triste?

La sera arriva sempre in fretta,

ripetuta e senza promesse.

Sto cercando di trasformare il presente in un ricordo,

sto cercando di fidarmi.

Il cuore stretto nella sua gabbia d’ossa

batte al tocco di campane

che annunciano il passare delle ore

o il passaggio della morte,

il tempo che fugge e quello eterno insieme,

sottofondo di musica nei giorni dolorosi,

il tragico vuoto delle rose sopra assi di legno tutte uguali.

E tu che cerchi di dimenticare

l’attesa inutile della tua terra irraggiungibile.

Quanto è lontano il mare?

Quanto la nostra Africa ancestrale?

Oh, non si può raccontare,

non si può raccontare,

si deve stare in silenzio davanti ad un dolore.

L’esausta età dell’oro dorme lontana

e appoggiata al tronco di un ulivo

la faretra di Eros mostra le sue frecce arrugginite.

Nel viaggio senza peso l’aria trasporta carezze,

tutto è possibile,

l’onda ritorna,

nulla è perduto.

Trascorro settimane di sei giorni.

Il settimo è per me,

devo inventare l’incantevole maggio.

Sabina

Trento, domenica 26 del mese di Aprile dell’anno 2020

IL PADRE E IL BAMBINO

TRAMA DEL SOGNO

“Il sogno è il seguente: dapprima la visione parziale e notturna di un vecchio cimitero (pressoché monumentale, come in genere in altri miei sogni) consistente in una scala di pietra circondata da fittissimi arbusti. Alla base di essa, a destra, una cappelletta; in alto a sinistra un viottolo conduce ad un’altra cappelletta.

I miei genitori, specie mio padre che lavora al comune, mi raccontano un recente caso piuttosto strano, che molto rumore ha fatto nella nostra città: due morti, nello specifico quelli che riposano nelle due cappellette di cui sopra, hanno iniziato a decomporsi in modo abnorme.

Pare che abbiano essudato una placenta (?) la quale ha travalicato la cassa in cui sono racchiusi deteriorando orrendamente perfino le pareti interne delle rispettive cappellette, umide e scalcinate come per un lungo periodo di infiltrazioni.

I cadaveri stessi devono puzzare in maniera indicibile. Tutto ciò mi viene raccontato in Via Cavour, un viottolo del centro storico di ***. Da lì stesso, come nel pensiero, ho visione del cimitero. Provo addirittura a controllare sul mio cellulare come sia avvenuto un fatto del genere: leggo che è si raro, ma possibile.

Poi mi raccontano di un esperto chiamato da fuori per ovviare all’incidente dei cadaveri. Devono essere riesumati per potergli praticare l’asportazione degli organi interni, in particolare il cuore.

Mio padre immagina con commozione le esalazioni pestifere, di gran lunga superiori a quelle di un ordinario cadavere, che l’esperto dovrà affrontare.

Infine arriva quella che deve essere la rivelazione, ma che per la verità non mi scuote oltremodo, quasi ne fossi intrinsecamente a conoscenza: uno di quei morti, quello della cappelletta in alto è proprio mio figlio, mio figlio che è vivo, lo so, ma che ha pure un cadavere in quel cimitero.

Nutro ugualmente per lui gran pena. Penso infatti all’esperto, su come potrà mettere mano su quel corpicino decomposto, per strappargli il cuore, provando infine compassione anche per lui.

Vedo anche in scorcio l’interno della cappelletta. Quella che racchiude il corpo di mio figlio non è propriamente una cassa, ma una scatola quadrangolare piuttosto malridotta e rivestita da un foglio del genere pacchi regalo, di un azzurro a fiori sbiadito.

Come in una radiografia gialla riesco per giunta a vederne all’interno, pur se in maniera incerta, gli ossicini.

Rimprovero bonariamente i miei di non avermi detto subito la verità, anche se per il mio bene.

L’angoscia soffocante di questo sogno molto dettagliato, mi ha accompagnato per tutta la notte, in cui altri sogni, altrettanto chiari, mi riportavano alla mente il precedente, quasi ne fossero il proseguimento, ma in essi non sono più comparsi né cimiteri, né cadaveri.”

Valentino

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Il sogno è il seguente: dapprima la visione parziale e notturna di un vecchio cimitero (pressoché monumentale, come in genere in altri miei sogni) consistente in una scala di pietra circondata da fittissimi arbusti. Alla base di essa, a destra, una cappelletta; in alto a sinistra un viottolo conduce ad un’altra cappelletta.”

Valentino è una persona attenta e precisa, intellettivamente analitica e sensibile al particolare spaziale, sentimentalmente legato alla sua storia e alla sua formazione, affettivamente controllato nell’espressione della sua interiorità. Valentino sa anche essere formale, in linea con l’ambiente temperato delle tradizioni, con i valori annessi e connessi. La sua sensibilità si sposa senza stridore con l’autocontrollo e la freddezza, quando serve e quando non guasta, come lo zucchero nel caffè degli intenditori. Con questo bagaglio psico-culturale di fondo Valentino s’imbatte in sogno nella “visione parziale e notturna di un vecchio cimitero monumentale”. Traduco l’interazione dinamica dei simboli. Valentino ha una consapevolezza crepuscolare, razionalmente poco lucida e nei fatti incompleta, del suo materiale psichico “rimosso” e pervenuto, nel corso della sua esistenza, soltanto in parte alla coscienza dell’Io e all’opera di “razionalizzazione”, sempre dell’Io, semplicemente perché le sue “resistenze” psichiche lo hanno impedito al fine di mantenere un equilibrio psicofisico e la “omeostasi” tra pulsioni opposte. In questo modo si è stabilito, in certe congrue circostanze e sotto determinati stimoli, un conflitto nevrotico dovuto al “ritorno del rimosso” e alla necessità che quest’ultimo sia gestito dai vari “processi e meccanismi psichici di difesa” dall’angoscia, sempre per garantire il miglior equilibrio psicofisico e per continuare a vivere. “La scala di pietra circondata da fittissimi arbusti” conforta l’interpretazione proprio con l’ambivalenza del salire e dello scendere, così come i “fittissimi arbusti” attestano del materiale psichico “rimosso” che non riesce a vedere la luce della coscienza e della consapevolezza. Valentino può “sublimare” la sua angoscia se sale questa “scala” e può “materializzare” la sua angoscia se scende questa “scala” che condensa la psicodinamica del suo cimitero interiore, il suo “fantasma di morte” e di inanimazione, di perdita e d’inerzia. Valentino sta sognando di sé, della sua “organizzazione psichica reattiva” e dei suoi conflitti psichici, al di là delle cause scatenanti che hanno portato all’elaborazione della trama del sogno. Ma ancora non è finita la “condensazione” del cimitero di Valentino. La sua attenta analisi precisa che “alla base a destra” c’è “una cappelletta”. Traduco: ho piena consapevolezza nei pensieri e nei fatti di un mio “fantasma di morte”, mentre dell’altro “fantasma di morte” che ho sublimato, la “altra cappelletta in alto a sinistra”, devo ancora avere consapevolezza perché in parte è rimosso e il processo di presa di coscienza non è spedito e agevole. Valentino ha bonificato la sua angoscia depressiva di morte con la “materializzazione” realistica e la “sublimazione”. Questi processi hanno funzionato nel contenere l’angoscia, ma non bastano perché dalle sue maglie sfuggono tensioni e conflitti che decisamente non dispongono a una buona salute psicofisica. Simbolicamente il “viottolo” non è la bella strada aperta della “razionalizzazione” di cui Valentino ha bisogno per risolvere il materiale “rimosso” ed evitare il “ritorno del rimosso”.

I miei genitori, specie mio padre che lavora al comune, mi raccontano un recente caso piuttosto strano, che molto rumore ha fatto nella nostra città: due morti, nello specifico quelli che riposano nelle due cappellette di cui sopra, hanno iniziato a decomporsi in modo abnorme.”

Il padre, autorità in proposito, accorre in aiuto a un figlio perplesso che ha vissuto traumaticamente le sue due perdite, “cappellette”, e ha usato “processi” di difesa dall’angoscia diversi. Valentino “proietta” sul padre la sua funzione razionale per capire i traumi che si stanno profilando in queste due perdite, in queste “due cappellette”. Il sogno si compiace di precisare che due lutti sono occorsi con due “fantasmi di morte” identici: l’inanimazione traligna nella decomposizione. Un lutto è stato “sublimato”, quello “sopra”, e l’altro lutto è stato concretamente vissuto, quello “sotto”. Un lutto è stato razionalizzato, quello a “destra”, l’altro lutto tende al dimenticatoio della rimozione, quello a “sinistra”. Le due “cappellette” sono ben servite. Pur tuttavia, Valentino non si accontenta dell’angoscia di morte come perdita della vitalità, ha bisogno di introdurre l’aggravante della decomposizione, un’angoscia che appartiene ai suoi vissuti dell’infanzia, che non è un’angoscia nevrotica di “castrazione” in superamento e risoluzione della “posizione psichica edipica”, conflitto con il padre, che non è un’angoscia borderline da “perdita d’oggetto”, solitudine interiore, ma è una pericolosa angoscia di “frammentazione”, disgregazione dell’Io, vissuta ed elaborata nei primi anni di vita. Decisamente Antonello si dice in sogno che nella sua prima infanzia sono intercorsi dei traumi che hanno favorito l’elaborazione di fantasie abnormi che avevano come tema un bambino morto e chiuso in una bara e dentro una “cappelletta”. In effetti non è “abnorme” la decomposizione naturale dei corpi, ma il racconto del padre e il “molto rumore” che ha fatto non nella città, ma dentro il piccolo Valentino, l’eco psichico che è risuonato durante l’evoluzione del bambino. Uno dei “due morti” è Valentino in persona, la rappresentazione fantasmica del suo corpo inanimato. Chiediamoci il perché di questo “fantasma di morte” così pericoloso. La risposta è duplice nella sua semplicità: o Valentino da piccolo ha assistito al funerale e alla tumulazione di un bambino e ha ricamato un bel trauma, o Valentino è stato sollecitato a elaborare progressivamente il trauma sullo stimolo dei racconti macabri dei genitori improvvidi, il padre “in primis”, che si trastullavano a terrorizzare il bambino e i suoi affini e simili. Il secondo è più pericoloso del primo perché ha innescato la Fantasia e l’amplificazione dei temi mortiferi, ha allargato a dismisura il “fantasma di morte”, che di per se stesso è assolutamente naturale nel primo anno di vita perché è il prodotto della modalità di pensiero dell’universo infantile. Eppure Valentino sogna il “modo abnorme” in cui un “trauma” di morte ha nutrito e nutre il “fantasma” di morte.

Pare che abbiano essudato una placenta (?) la quale ha travalicato la cassa in cui sono racchiusi deteriorando orrendamente perfino le pareti interne delle rispettive cappellette, umide e scalcinate come per un lungo periodo di infiltrazioni.”

La precisione semantica e la puntualità linguistica attestano del lavorio costante che la Fantasia di Valentino ha operato su questi temi della morte e dei corpi in orrenda metamorfosi. Crescendo, il bambino ha apportato le pezze giustificative al suo trauma e lo ha reso complesso e sofisticato con le normali e difensive esagerazioni del caso. Queste “cappellette” e queste “bare” sono dei contenitori e, di conseguenza, hanno una simbologia femminile e materna, appartengono al corredo psicofisico della Dea Madre, la Signora della Vita e della Morte. La “placenta” che essuda e che viene fuori dal grembo è la perfetta allegoria della Morte per parto, la metafora di un aborto che lascia conseguenze non soltanto psicologiche, ma anche fisiche nella persona che l’ha vissuto, la madre in primo luogo.

Quale psicodinamica e quale psicodramma si combinano in queste succose parole e in questi acrobatici concetti che descrivono e circoscrivono il sogno orrendo di Valentino?

Valentino ha subito un lutto e ha vissuto la frustrazione della sua paternità in maniera traumatica?

Valentino rievoca in maniera simbolica un episodio reale occorso nella sua infanzia alla madre o alla sua donna in età adulta?

Una “angoscia di frammentazione” è proiettata anche sulle “cappellette” con tutto il supporto della macabra decomposizione. Quest’ultima è una fantasia dominante di Valentino bambino sottoposto alle frustate del racconto degli adulti o a un fatto reale a cui ha assistito. E’ anche possibile nella ricchezza del sogno che Valentino abbia subito il trauma di una donna che faceva fatica a restare incinta e a darli un figlio, nonostante il lungo periodo di infiltrazioni, nonostante i tanti rapporti sessuali. E magari questa donna ha subito alcuni aborti che hanno reso l’attesa di un figlio tanto desiderata e contrastata. Il sogno dice chiaramente, senza precisare i particolari, la psicodinamica e il possibile svolgimento di questi fatti e di questi traumi. Resta assodata l’ambivalenza tra la realtà vissuta e l’elaborazione della Fantasia sul tema della maternità e della morte da parte di un contrastato e perplesso Valentino. Se consideriamo i “segni” linguistici, le parole e la semantica, i “significanti” e i “significati”, quello che vale per il solo Valentino secondo i suoi codici e quello che vale per tutti gli altri secondo la logica del vocabolario, si resta di stucco di fronte ad “abbiano essudato”, “ha travalicato la cassa”, “deteriorando orrendamente”, “cappellette umide e scalcinate” proprio per quei contenuti psicofisici a cui rimandano chi elabora e chi legge, Valentino e noi spettatori. E non si tratta soltanto di arte retorica in onore al “fantasma di morte”, di metafore, di metonimie, di sineddochi, di iperboli, di enfasi, è tutto anche secondo Natura, come Natura comanda Valentino ubbidisce e risponde.

A questo punto si spera in una migliore chiarezza della trama nel prosieguo del sogno per andare a bersaglio, almeno a un bersaglio grosso.

I cadaveri stessi devono puzzare in maniera indicibile. Tutto ciò mi viene raccontato in Via Cavour, un viottolo del centro storico di ***. Da lì stesso, come nel pensiero, ho visione del cimitero. Provo addirittura a controllare sul mio cellulare come sia avvenuto un fatto del genere: leggo che è si raro, ma possibile.”

Su queste due morti e su queste due “cappellette” Valentino ha maturato notevoli sensi di colpa che, purtroppo, non riescono a raggiungere la coscienza dell’Io per essere verbalizzati in maniera razionale e si fermano all’espressione simbolica: “i cadaveri devono puzzare in maniera indicibile”. Si conferma la tesi che Valentino da bambino ha sentito i racconti degli adulti su questi temi luttuosi e oltremodo impressionanti: “tutto ciò mi viene raccontato” in un luogo dove Valentino ha vissuto la sua infanzia. “via Cavour”. Il passaggio dal racconto all’allucinazione della Fantasia è immediato. Al racconto corrisponde in simultanea l’immagine del cimitero e l’elaborazione del tema tramite il controllo sul “cellulare”: passaggio dalla realtà alla sua allucinazione tramite la Fantasia e alla conferma tramite l’ausilio elettronico. La meraviglia di Valentino risiede sul fatto quasi magico che il pensiero e l’allucinazione vanno di pari passo. Al bambino raccontano un fatto tragico e il bambino ascolta, immagina, rappresenta dentro di sé, dà la luce alle scene e matura il suo personale “fantasma di morte”. E’ descritta in tal modo l’auto-confabulazione di Valentino infante sui temi traumatici raccontati dal padre e la ricerca di avvallo: “controllare sul mio cellulare”. Il ricorso ai tempi moderni e alla tecnologia dominante traduce il bisogno del bambino di capire e di razionalizzare. Ma Valentino non ha ancora gli strumenti logici perché è ancora un bambino. Valentino si è chiesto nel tempo come mai queste esperienze traumatiche siano capiate proprio a lui e si è reso conto dell’eccezionalità degli eventi e della verità dei fatti, siano essi racconti e siano essi allucinazioni. La Psiche è fatta così ed è anche ghiotta di narrazioni per riempirsi d’orgoglio e per pavoneggiarsi nel cortile di via Cavour.

Poi mi raccontano di un esperto chiamato da fuori per ovviare all’incidente dei cadaveri. Devono essere riesumati per potergli praticare l’asportazione degli organi interni, in particolare il cuore.”

Il bambino Valentino è stato affidato a uno psicologo, è stato portato da un “esperto” di traumi che possa curargli l’azione nefasta del “fantasma di morte” che tanto sconquasso ha procurato nel suo animo. Questi medici della psiche sono personaggi strani e non se ne vedono in giro specialmente nei tempi andati e in certi contesti refrattari alla Psicologia come l’Italia del recente passato. Questi esperti vengono “da fuori” e possibilmente dal Continente. Così diceva mia nonna Lucia negli anni sessanta in quella Sicilia fatta, come sempre, a modo suo in mezzo al Mediterraneo e con un piede in Africa e un piede in Italia. “L’incidente dei cadaveri” si può risolvere tramite la presa di coscienza del trauma subito: “devono essere riesumati”. Ma non basta, al trauma deve essere asportata la carica nervosa, l’intensità emotiva che lo tiene in vita. Ecco la psicoterapia analitica: la “razionalizzazione” del trauma o del lutto. Bisogna sviscerare i vissuti sul tema della morte e in particolare risolvere la paura e l’angoscia, i valori emotivi e neurovegetativi che tengono in vita il trauma subito e allucinato per naturale necessità difensiva. Bisogna raffreddare la carica allucinatoria e razionalizzare le esperienze che hanno portato il bambino a tanta sofferenza. A tal proposito ricordo che mia madre nel 1954 mi portò da una donna anziana per curarmi “u scantu”, la paura, e la pagò con mezzo chilo di pasta, ditalini rigati per la precisione del rinomato pastificio Conigliaro presso la borgata di Siracusa. Erano tempi eroici in cui l’infanzia era sottoposta a logorii psichici di varia natura e di una certa entità da una cultura rimasta fascista. Del resto non poteva essere diversamente perché la Cultura, come la Psiche, ha tempi evolutivi più lunghi di quelli politici. Eppure lo psichiatra e la maga erano presenti, sia pur nella loro stranezza e in concorrenza ai preti dalle nere tonache svolazzanti per le strade, a testimoniare le sponde opposte del mar Mediterraneo.

Mio padre immagina con commozione le esalazioni pestifere, di gran lunga superiori a quelle di un ordinario cadavere, che l’esperto dovrà affrontare.”

Il padre di Valentino è stato sensibile alla Psicologia e alla psicologia del figlio, dal momento che era consapevole dei danni che i traumi in riguardo ai morti procurano ai bambini e a suo figlio nello specifico. Le “esalazioni pestifere” sono proprio gli effetti dolorosi che dal Profondo psichico affiorano alla coscienza quando la “rimozione” non funziona: “ritorno del rimosso”. Di poi, bisognerà “razionalizzare” e comporre il materiale emerso destituendo la carica nervosa implicita. Questo breve capoverso è l’allegoria di un trattamento psicoterapeutico a orientamento psicoanalitico: dall’Inconscio al Conscio del primo sistema psichico freudiano, dall’Es all’Io del secondo sistema psichico sempre freudiano, dal Profondo rimosso all’Io. Il comandamento esige di riportare alla luce della coscienza il trauma dimenticato ma presente sotto forma di sintomi nel bambino e nell’adulto. Il padre di Valentino ha avuto la sensibilità di far curare il figlio ammalato di un male per quei tempi ambiguo e avvolto dal pudore e spesso dalla vergogna. Quello di Valentino non è stato del resto un semplice trauma che ha maturato un “fantasma di morte”, è stato più intenso e delicato: “le esalazioni erano di gran lunga superiori a quelle di un ordinario cadavere”. Sia dato ulteriore merito alla sensibilità del padre di Valentino. Degna di nota è l’espressione linguistica “ordinario cadavere” a cui si associa la necessità di una figura straordinaria, di un “esperto” con i controcoglioni.

Infine arriva quella che deve essere la rivelazione, ma che per la verità non mi scuote oltremodo, quasi ne fossi intrinsecamente a conoscenza: uno di quei morti, quello della cappelletta in alto è proprio mio figlio, mio figlio che è vivo, lo so, ma che ha pure un cadavere in quel cimitero.”

Valentino è padre e non si “scuote” di fronte al riconoscimento del figlio morto che è vivo e che si trova nella “cappelletta in alto”. E’, oltretutto, consapevole di questa assurdità logica da film di Totò e Peppino nel meraviglioso Neorealismo italiano degli anni cinquanta. Valentino esterna ed esibisce una consapevolezza sbalorditiva su quello che sta dicendo e affermando. E ha pienamente ragione, perché, mentre dorme, sogna secondo la Logica onirica e non secondo la Logica di Aristotele, quella che usiamo da svegli, quella che afferma che A è A e non è B. Cerco di coordinare e sintetizzo al meglio il quadro psichico ed esistenziale tempestoso. Valentino è padre, Valentino ha un figlio verso il quale nutre una profonda aggressività per motivi che per il momento non si evidenziano e questa carica nervosa la sublima, tant’è vero che il figlio si trova nella “cappelletta in alto”, di cui si è detto al momento opportuno e in precedenza. Per questo motivo non si scompone e non si adombra, perché in sogno sa che il figlio è simbolicamente morto in quanto aggredito dal padre e nella realtà è pienamente vivo e non è ben vissuto sempre dal padre. Più chiaro di così non si può, neanche con il Vetril. Però, una domanda sorge spontanea presso il popolo moralista ed è la seguente: come fa un padre a essere aggressivo con il figlio? Nelle buone parrocchie è lecita, ma nel consorzio psicoanalitico la domanda è sciocca semplicemente perché i sentimenti di amore e odio contraddistinguono la psicologia dei genitori, madre e padre senza esclusione di colpi. E come si spiega? I genitori hanno ripetuto o commutato nell’opposto il comportamento e l’atteggiamento che i genitori hanno avuto nei loro riguardi quando erano bambini. I genitori ripetono o convertono le loro matrici dimostrando di non essere autonomi dalle figure genitoriali e di non aver cercato la loro dimensione libertaria dai condizionamenti del passato e di queste figure oltremodo importanti e significative. Ancora: Valentino nutre un sentimento d’odio e di aggressività nei confronti del figlio anche per la sua “organizzazione psichica”, per la sua formazione. Sappiamo che Valentino aveva un buon rapporto con il padre anche se quest’ultimo poteva essere inquisito per avere terrorizzato il figlio in maniera maldestra raccontando di morti, di decomposizioni magiche, di placente fuori dalla bara e altro materiale tempestoso che sta bene nei film di Dario Argento e non in una normale famiglia di una città italiana. Notiamo il processo di difesa della “sublimazione” che rende nobile il sentimento negativo del padre verso il figlio, vissuto che resta incarcerato nel Profondo e quando Valentino dorme e sogna viene fuori senza colpo ferire e specialmente se è trainato da una causa scatenante, da un “resto diurno” come lo definiva Freud. Inoltre, la rivalità padre-figlio richiama la “posizione edipica”, uno stato psichico che vede il figlio insidiare il padre nel possesso della madre. E’ un conflitto per il possesso e per l’esercizio psicofisico della figura femminile, il conflitto “edipico” di Valentino si riproduce nel conflitto edipico del figlio, psicodinamica che il padre conosce bene e che possibilmente non ha ancora risolto, per cui Valentino proietta nel figlio la sua insofferenza nei riguardi del padre al tempo in cui ambiva alla conquista della madre. Può anche succedere che il padre nutri invidia verso il figlio a livello affettivo e viva il figlio come l’oggetto degli investimenti della moglie e come il rivale che gli porta via una congrua razione di affetto. In ogni modo Valentino manifesta nel sogno questa sua dimensione affettiva immatura e questa competizione innaturale nei riguardi del figlio. Questa aggressività si manifesta nella “cappelletta” sublimata che contiene la bara, che a sua volta contiene il corpo del figlio in eccezionale decomposizione.

Questa è la vera Rivelazione, quella che “non scuote oltremodo” per la sua naturale consistenza.

Nutro ugualmente per lui gran pena. Penso infatti all’esperto, su come potrà mettere mano su quel corpicino decomposto, per strappargli il cuore, provando infine compassione anche per lui.”

Il padre ha portato dallo psicologo il figlio in piena crisi psichica per l’emergere del trauma legato alla morte e prova un sentimento di “compassione”, una sofferenza che condivide con il figlio e con lo psicologo per il compito arduo che ha quest’ultimo di “strappargli il cuore”, di deprivare l’emozione affettiva dal mero fatto della morte. Lo psicoterapeuta ha il compito di aiutare il bambino a raffreddare il trauma per consentirgli di riprendere le normali attività della sua vita senza l’aggravio emotivo del trauma della morte, la famigerata angoscia. La sensazione e il sentimento della “pena” sono simbolicamente le “proiezioni” della “pietas” nei riguardi del figlio, del riconoscimento del dolore del figlio per quanto gli è occorso di altamente traumatico nell’infanzia, per questo “fantasma di morte” che gli è capitato tra capo e collo nel momento in cui non poteva e non sapeva gestirlo a causa della sua età. Il padre si è messo sulle spalle il figlio strappandolo alla sicura morte nell’incendio di Troia. Il figlio si è messo sulle spalle il padre strappandolo alla sicura morte nell’incendio di Troia. Cambiando l’ordine dei fattori il sentimento della “pietas” non cambia.

Una domanda, a questo punto, sorge ancora spontanea: Valentino sta parlando di suo figlio o di se stesso e della sua storia traumatica?

Buona la seconda. Dimenticavo: il meccanismo psichico di difesa dall’angoscia che scinde l’affetto e l’emozione dal fatto e dalla rappresentazione si definisce “isolamento”. Lo psicologo esperto lo aiuterà a scindere il trauma nel fatto e nell’angoscia, meglio, aiuterà il bambino a rievocare e dare parola al trauma e a liberarsi delle sue emozioni dolorose: “catarsi” aristotelica di greca memoria. Procediamo in questo gioco onirico di rimpallo e di rimando tra padre e figlio, dialettica che ha sempre un unico attore protagonista, colui che sogna: Valentino.

Vedo anche in scorcio l’interno della cappelletta. Quella che racchiude il corpo di mio figlio non è propriamente una cassa, ma una scatola quadrangolare piuttosto malridotta e rivestita da un foglio del genere pacchi regalo, di un azzurro a fiori sbiadito.”

Valentino non è convinto della sua presa di coscienza e del processo di “sublimazione” che ha innescato sulla relazione con il figlio, che poi equivale alla sua relazione con il padre, psicodinamica che sta ripetendo in tutto e per tutto con suo figlio. Valentino vuole analizzare la qualità della relazione, chiaramente “edipica” a questo punto, e trova che la cassa del figlio morto per aggressione del padre è un oggetto sbiadito che si trova in casa e magari in uno sgabuzzino angusto e umido, una di quelle scatole dove si mettono le varie cianfrusaglie a metà tra ricordo e avarizia. L’azzurro sbiadito a fiori è il colore del maschile, un figlio maschio “rimosso” nello sgabuzzino e non adeguatamente immesso nella coscienza di padre. Valentino è un padre che ha rimosso in parte l’amore paterno perché non l’ha vissuto bene e conosciuto adeguatamente nella sua famiglia d’origine, con le sue figure genitoriali e nello specifico con la figura paterna. Valentino si è trovato ad avere un figlio e a viverlo come un rivale e un usurpatore degli affetti materni, lo stesso suo vissuto nella triangolazione edipica e riprodotto con la stampante “tridimensionale” laser. La presenza del figlio in famiglia è stimata ingombrante e il vissuto è di freddezza, gli affetti sono tralignati nell’ostilità e nell’avversione per esperienza vissuta. Questo è il figlio vivo ma morto e “sublimato” in una forma di rivalità compatibile con la politica familiare e tollerabile con le istanze sociali. Decisamente questo figlio non è stato per Valentino un buon e bel regalo da parte della moglie. Vedete cosa comportano la formazione e l’educazione psichiche dell’infanzia e come tutto il quadro appreso si tramanda e si trascina come la storia della Nutella? La nonna la dava alla mamma, la mamma alla figlia e andiamo avanti di questo passo senza cambiare gli ingredienti della saporita crema condita con l’olio di palma.

Come in una radiografia gialla riesco per giunta a vederne all’interno, pur se in maniera incerta, gli ossicini.”

Si diceva all’inizio della tendenza di Valentino alla meticolosità e alla precisione analitica, quasi una pedanteria della serie “tanto per farmi male”. Questo tratto psichico “anale” di qualità ossessivo si era evidenziato, questo ritornare sul tema per guardarlo da altra prospettiva e con compiacimento. Valentino ha tanto immaginato e tanto pensato i vissuti affettivi verso il figlio dietro la memoria del suo trauma e dietro le sferzate del suo “fantasma di morte”. Di conseguenza ha maturato questa tendenza all’ossessione, al pensiero ritornante, all’idea circolare, per cui anche in sogno si presenta questo tratto psichico di qualità “anale”. La “radiografia gialla” è un compiaciuto macerarsi in se stesso, nel bagagliaio della sua coscienza che per natura e per essenza si dirige verso il trauma per analizzare con sadismo il particolare macabro e mortifero. La curiosità morbosa di Valentino non tralascia di appagarsi con l’osservazione dei particolari, “gli ossicini”, che destano orrore prima che tenerezza. Valentino guarda dentro se stesso e analizza il residuo traumatico del suo primario “fantasma di morte”. Ricordo che non è importante quello che trova, “gli ossicini”, ma l’azione e la direzione della sua coscienza: la “intenzionalità”.

Rimprovero bonariamente i miei di non avermi detto subito la verità, anche se per il mio bene.”

La voce narrante del sogno è il padre, è quest’ultimo che racconta al figlio la sua verità sul lugubre e orrido fatto, ma in effetti è Valentino che “proietta” e “sposta” nel padre la progressiva consapevolezza del suo trauma antico. Valentino adesso sa, ha una migliore “coscienza di sé”, ha un migliore “sapere di sé” come padre e come figlio, come padre-figlio e come figlio-padre. La partita del sogno si è giocata in questo continuo rimpallo tra Valentino padre e Valentino figlio. Nella scena finale si ha nuovamente sentore della madre, “i miei genitori” dell’inizio del sogno, di una figura femminile, “i miei” di questo capoverso. Per il resto il sogno è coniugato al maschile sia tra i morti e sia tra i vivi. Valentino ritiene giusto aver “rimosso” in gran parte il trauma e il “fantasma di morte” per continuare a vivere al meglio consentito dalle tensioni emergenti di volta in volta, accetta di essersi tutelato con i “meccanismi” e i “processi psichici di difesa” dall’angoscia, ma si “rimprovera bonariamente” di non avere operato prima la presa di coscienza del materiale psichico rimosso. La “verità” è la sua “verità, non quella supposta “verità” oggettiva che non esiste, ma la “sua verità” sui “suoi vissuti” di quel fatto traumatico. E il sogno agisce da galantuomo e gli restituisce una profonda verità sempre personale, le ritornanti riflessioni che emergono in sogno dietro uno stimolo che porta alla memoria il padre e il figlio, sempre quelli di Valentino. Del resto, è Valentino l’attore unico e protagonista del suo teatro onirico e l’unico spettatore della sua platea altrettanto onirica.

L’angoscia soffocante di questo sogno molto dettagliato, mi ha accompagnato per tutta la notte, in cui altri sogni, altrettanto chiari, mi riportavano alla mente il precedente, quasi ne fossero il proseguimento, ma in essi non sono più comparsi né cimiteri, né cadaveri.”

La funzione onirica ha bonificato con il sogno il territorio psichico per mezzo della “catarsi” delle tensioni e della consapevolezza embrionale dei vissuti messi in circolazione. Valentino ha potuto visitare e accettare il suo essere figlio e il suo essere padre, ha maturato una migliore consapevolezza della paternità, ha rivisitato il valore delle figure femminili per affermarle e non rimuoverle, ha rivalutato il “fantasma di morte” e la sua “intenzionalità” verso la vita e il vivere, più che verso il rimescolamento dei fatti traumatici che fuori non esistono più e dentro si riducono a questa energia primordiale della coscienza che ha bisogno di dirigersi sempre verso un oggetto che può esistere soltanto dentro di lei. Del suo essere fuori nel mondo, chissà, nulla e tutto possiamo dire, come i giornalisti e i politici che ci fanno indegna corona.

Perché non sono più comparsi cimiteri e cadaveri?

Perché l’energia implicita nella simbologia è stata in gran parte esaurita, magari la Psiche di Valentino provvederà a offrirle altri surrogati e “spostamenti.” Resta determinante la “presa di coscienza del rimosso”, a cui l’interpretazione del sogno ha dato una valida mano.

Il resto lo farà Valentino.

URBI ET ORBI

Urbi et Orbi.

Che sorpresa!

che magnifica sorpresa!

È primavera,

è il rosa dei ciliegi,

è la gemma dell’acero che spinge,

la luce che sghemba trafigge lo sguardo puntato all’erba verdolina,

è la finestra spalancata sulle grida di bambini in gioco,

è una grande apertura in così poco,

la nuova vita che sconfigge le peggiori intenzioni di una natura stanca,

è tutto quello che da sempre manca e che sempre ritorna,

indifferente alle nefande promesse di un’epoca che arranca.

Ci siamo,

eccoci qua,

file di fanti col moschetto pronti alla battaglia,

file di morti sul campo vermiglio di sangue,

occhi rivolti al cielo grigio

che soccombe allo squarcio azzurro della speranza.

Ci siamo,

ci siamo sempre stati,

eravamo solo soggiogati dall’abitudine e dalla buona sorte,

attenti al suono delle campane a festa,

pronti alla domenica di Pasqua,

sordi al lamento di un Cristo inchiodato alla croce dei potenti.

È venerdì, di nuovo.

È primavera.

Qualcuno paga il nostro biglietto, adesso.

Inchinati!

Fallo subito,

ci sono padri ed avi che hanno offerto il corpo e l’anima

perché potessimo avere tutto questo,

la nostra libertà,

la noia,

il progresso.

Dimmi che non è stato inutile,

dimmi che è il nostro turno

per dimostrare che la pioggia battente nella piazza grande di Roma

non ha scalfito il crocefisso

e che quel corpo piegato siamo noi,

un sacrificio piccolo come una goccia

in mezzo a questo mare di mani giunte.

È primavera, un’altra.

Non la prima, non l’ultima.

Ma quella nuova, quella che ci manca.

Abbi pietà di noi.

Alessia

Roma, venerdì 27 del mese di marzo dell’anno 2020

LA PIETAS E LA MORTE

LA MADRE DI CECILIA

“Scendeva dalla soglia d’uno di quegli usci, e veniva verso il convoglio, una donna, il cui aspetto annunciava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa; e vi traspariva una bellezza velata e offuscata, ma non guasta, da una gran passione, e da un languor mortale: quella bellezza molle a un tempo e maestosa che brilla nel sangue lombardo. La sua andatura era affaticata, ma non cascante; gli occhi non davan lacrime, ma portavan segno d’averne sparse tante; c’era in quel dolore un non so che di pacato e di profondo, che attestava un’anima tutta consapevole e presente a sentirlo. Ma non era il solo suo aspetto che, tra tante miserie, la indicasse così particolarmente alla pietà, e ravvivasse per lei quel sentimento ormai stracco e ammortito ne’ cuori.

Portava essa in collo una bambina di forse nov’anni, morta; ma tutta ben accomodata, co’ capelli divisi sulla fronte, con un vestito bianchissimo, come se quelle mani l’avessero adornata per una festa promessa da tanto tempo, e data per premio. Né la teneva a giacere, ma sorretta, a sedere su un braccio, col petto appoggiato al petto, come se fosse stata viva; se non che una manina bianca a guisa di cera spenzolava da una parte, con una certa inanimata gravezza, e il capo posava sull’omero della madre, con un abbandono più forte del sonno: della madre, ché, se anche la somiglianza de’volti non n’avesse fatto fede, l’avrebbe detto chiaramente quello de’ due ch’esprimeva ancora un sentimento.

Un turpe monatto andò per levarle la bambina dalle braccia, con una specie però d’insolito rispetto, con un’esitazione involontaria. Ma quella, tirandosi indietro, senza però mostrare sdegno né disprezzo, «no!» disse: «non me la toccate per ora; devo metterla io su quel carro: prendete». Così dicendo, aprì una mano, fece vedere una borsa, e la lasciò cadere in quella che il monatto le tese. Poi continuò: «promettetemi di non levarle un filo d’intorno, né di lasciar che altri ardisca di farlo e di metterla sotto terra così». Il monatto si mise una mano al petto; e poi, tutto premuroso, e quasi ossequioso, più per il nuovo sentimento da cui era come soggiogato, che per l’inaspettata ricompensa, s’affacendò a far un po’ di posto sul carro per la morticina.

La madre, dato a questa un bacio in fronte, la mise lì come su un letto, ce l’accomodò, le stese sopra un panno bianco, e disse l’ultime parole: «addio, Cecilia! riposa in pace! Stasera verremo anche noi, per restar sempre insieme. Prega intanto per noi; ch’io pregherò per te e per gli altri». Poi, voltatasi di nuovo al monatto, «voi», disse, «passando di qui verso sera, salirete a prendere anche me, e non me sola». Così detto, rientrò in casa, e, un momento dopo, s’affacciò alla finestra, tenendo in collo un’altra bambina più piccola, viva, ma coi segni della morte in volto. Stette a contemplare quelle così indegne esequie della prima, finché il carro non si mosse, finché lo poté vedere; poi disparve. E che altro poté fare, se non posar sul letto l’unica che le rimaneva, e mettersele accanto per morire insieme? Come il fiore già rigoglioso sullo stelo cade insieme col fiorellino ancora in boccio, al passar della falce che pareggia tutte l’erbe del prato.”

da “I promessi sposi, di Alessandro Manzoni

RESTARE IN SILENZIO

Ora conteremo fino a dodici
e tutti resteremo fermi.
Una volta tanto sulla faccia della terra,
non parliamo in nessuna lingua;
fermiamoci un istante,
e non gesticoliamo tanto.

Che strano momento sarebbe
senza trambusto, senza motori;
tutti ci troveremmo assieme
in un improvvisa stravaganza.

Nel mare freddo il pescatore
non attenterebbe alle balene
e l’uomo che raccoglie il sale
non guarderebbe le sue mani offese.

Coloro che preparano nuove guerre,
guerre coi gas, guerre col fuoco,
vittorie senza sopravvissuti,
indosserebbero vesti pulite
per camminare coi loro fratelli
nell’ombra, senza far nulla.

Ciò che desidero non va confuso
con una totale inattività.
È della vita che si tratta…

Se non fossimo così votati
a tenere la nostra vita in moto
e per una volta tanto non facessimo nulla,
forse un immenso silenzio interromperebbe la tristezza
di non riuscire mai a capirci
e di minacciarci con la morte.

Forse la terra ci può insegnare,
come quando tutto d’inverno sembra morto
e dopo si dimostra vivo.

Ora conterò fino a dodici
e voi starete zitti e io andrò via.

Pablo Neruda

E COSI’

E così non ti vedrò mai più.

E così non ascolterò più la tua voce

sussurrarmi “quando arrivi stasera”

o “casa vuoi da mangiare”,

le domande della vita di sempre,

della vita di noi due,

quelle segnate dalle ore sull’orologio della nostra cucina.

E così sei andato a trovare la mamma.

Come un ladro ti sei nascosto ai miei occhi dentro uno scafandro

e non sei venuto con me

a respirare la fresca brezza dell’Adda

dall’acqua grigia e lenta che scorre come il fango,

non sei venuto con me

a perdere il fiato per le lunghe corse

sugli argini segnati dai biancastri platani.

Mi hanno detto che il tuo corpo sopraffino è stato cremato in Friuli

e che avrò in dono un’anfora bianca ricolma del tuo nettare,

un’anfora di marmo bianco

da cui bere il sorso dei tuoi ultimi affannosi respiri,

un’anfora in cui versare i miei ultimi affannati sospiri.

Mio adorato padre,

ci ritroveremo sulle sponde dell’Adda

tra il fango e la melma che toglie il fiato

e che sporca le bianche carni di una figlia devota,

di una donna innamorata e abbandonata

da un futuro eroe nazionale degli Spedali civili di Brescia.

Silvia

…………. (BS), martedì 31 del mese di Marzo dell’anno 2020