MA L’AMORE NO – ATTO SECONDO

Ma l’amore no, l’amore mio non può

disperdersi nel vento con le rose,

tanto è forte che non cederà,

non sfiorirà.”

Le rose al vento,

la rosa scarlatta,

le rose hanno le spine,

la rosa s’incarna,

la rosa è anche rossa.

Ma cos’è questa rosa?

Cos’è questa rosa

che deve disperdersi nel vento insieme all’amore?

Questa rosa così forte non perderà i petali,

non invecchierà lentamente fino a morire,

resterà viva,

sempre viva,

è eterna e onnipotente,

omnia potest

perché questo amore è mio,

è il mio amore,

quello di un uomo che ama una donna,

ama la rosa,

ama la sua rosa.

Ma tutto questo non è amore.

Il vento soffia e nevica la frasca,

ma le rose non sfioriscono,

la rosa bianca,

la rosa gialla,

la rosa rossa,

la rosa nera,

la rosa scarlatta,

la rosa mulatta,

la rosa rosata,

la rosa.

Io, tu e le rose.

Quante rose attorno a noi

che ammicchiamo e accattoniamo,

che odoriamo e slinguazziamo.

Finalmente un po’ di coraggio!

Sursum corda,

animo ragazzi,

in alto i calici,

andiamo alla conquista delle rose.

Rosa dolze e aulentissima

c’apari in ver la state,

le donne ti desiano pulzelle e maritate.

Forte è la focora

che spinge il testosterone

verso la Botanica simbolica di una donna d’amare.

Ma tutto questo, oggi, non è amore.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 20, 08, 2022

MA L’AMORE NO

ATTO PRIMO

Guardando le rose fiorite stamani,

io penso che domani saranno appassite.

E tutte le cose son come le rose

che vivono un giorno, un’ora e non più.

Quanto pessimismo individuale e cosmico!

Quanta sfiga personale e collettiva!

Quale disgrazia incombe su questi uomini di ieri,

su queste donne appassionate e devote,

sempre di ieri cinquanta,

baffute e naturali,

senza trucco e senza inganno,

che si facevano sognare loro malgrado,

che ci facevano desiderare nostro malgrado.

Povere donne e poveri uomini di ieri!

Il Pessimismo è alla Jacopo e alla Giacomo,

alla Arthur e alla Arturo inculato da Zoe la sciancata,

alla Soeren il matto dopo il rifiuto di Regina,

alla Francoise ben parodiata da Catherine,

la sensual garbata partita dianzi per le Langhe infernali.

Tous le garcons e les filles de mon age

hanno tutti qualcuno da amare,

tutti i ragazzi e le ragazze della mia età

fanno insieme progetti d’amore

e la mano nella mano

se ne van piano piano,

se ne van per le strade a parlare dell’amore.

Solo io devo andare sola sola

senza uno straccio di uomo che mi ami.

Allora era così.

Guai a dire uno straccio di donna.

E la Juliette dove la mettiamo?

Tutta vestita di nero la Greco

avec Jean Paul e Simone al Bec de Graz de Paris,

i due menagrami dell’Esistenza filosofica

con le Gauloises eternamente

tra le labbra smunte e ossidate dalla nicotina,

con le dita gialle di impudicizia carnale,

trasgressivi e maledetti in attesa del Rien,

du Rien de rien,

toujours sans regretter rien,

ostinati nel rifiuto dei santi e delle statuette di gesso,

della pittura sacra nelle gallery del boulevard de la Seine.

L’Esistenzialismo è un Umanismo?

L’Essere è veramente il Niente?

Mancava lo Straniero di Albert

per completare l’opera dei Pupi francesi.

Carissimi stramaledetti,

Orlando e Rinaldo e Angelica,

vengo a voi e vi dico che

la Vita non è dolore,

non è angoscia sacra o profana,

la Vita non è una colpa da espiare,

non è un peccato mortale,

non è ubris e tantomeno condanna.

La Vita è alla Orazio,

al carpe diem e alla va in mona.

Tutto è nulla,

ma l’Amore è Tutto e sempre,

l’Amore vincerà sull’Odio,

checchè ne dica Empedocle di Akragas

e le sue quattro radici,

l’acqua, l’aria, la terra e il fuoco,

le sostanze famose di Silvanetta da Barcellona

in quell’alberghetto bordello di Onè di Fonte.

Eppure si desiderava,

ma eravamo i tabù a quadretti di liquirizia pura,

gli eredi di quei fascisti e di quella cultura

che non era morta nel 1943.

Albergava nei nostri cuoricini ignudi

e nelle nostre menti infanti.

Eccome albergava!

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere 01, 05, 2022

LA CORONCINA DI PRATOLINE

Lei aveva una coroncina di pratoline sui neri capelli,

lei aveva freschi pensieri nella sua anima novella,

lei sognava la favola bella della sua vita.

La porta finalmente si è aperta

e Diana è volata lontano,

lontano da qui,

lontano dalle umane miserie,

perché l’anima vola,

mica si ferma,

tanto meno ristagna o si adombra,

l’anima contempla l’ignominia della mente

di una madre assente,

assolve la pochezza di un padre ignoto

e le bagna di sacra pietas.

E stato così.

Adesso Diana si ama da sola

e rimboccandosi ogni sera le coperte,

troverà quell’amore gentile,

quell’amore dolce e sincero

nella notte che la invita a dormir.

Ho detto su di te le orazioni,

ho bagnato le pratoline,

ho sistemato la coroncina sulla tua testina,

adagio,

per non farti male.

Lei aveva una coroncina di pratoline sui neri capelli,

lei aveva freschi pensieri nella sua anima novella,

lei sognava la favola bella della sua vita.

Salvatore Vallone pose queste parole nel dolce ricordo di Diana.

Carancino di Belvedere, 06, 08, 2022

A PROPOSITO

Domani ti comprerò un orsacchiotto di pelouche

per i tuoi giorni bianchi e neri,

per le tue notti brave,

per i tuoi dì tutti da venire a visitarti.

Ti meraviglierai

del fatto che mi sono ricordato di te in tanta tempesta virale,

perché dovrei pensare a non tirare le cuoia in tanto bordello,

ti ricorderai del gioioso nocchiero

che ti ha condotto per mari e per monti

in mezzo alle tempeste della vita

senza trovare porti utili per un approdo funesto.

Mai approdare, ricordati o Lucifera!

A proposito,

sai che la bestia umana,

il capolavoro della creazione secondo gli illusi della fede,

ha ucciso novantasette milioni di squali

per mutilarli delle pinne a favore di un membro umano

già morto nel cervello insano del portatore ignoto,

ha trainato ventisette miliardi di tonnellate di pesce azzurro

per la frittura mista di paranza

da consumare anche in un fetido antro di Ortigia,

ha ucciso Graziella e Lello per il bene della razza,

per poter procreare esseri superiori,

quasi come gli dei che ancora onoro e adoro

presso la cappella dello Spirito santo

nella chiesa di riviera Dionisio il grande.

A proposito,

domani ti porterò un piccolo dio

da mettere nel tuo altare di casa,

un Lare a perpetuo ricordo di quello che eravamo

e di quello che siamo,

a profonda ignominia di quello che saremo.

L’idolo avrà muscoli da palestra

nel petto rubicondo e nel costato tartassato,

avrà la tartaruga intatta e sopraelevata come il ponte Morandi,

sarà avvolto da un medioevale drappo rosso

negli organi dell’orgoglio,

almeno fino a quando l’iconoclasta Matteo & Matteo

non deciderà di far cadere il governo.

A proposito,

tieniti sempre forte

tra i deliri della televisione e le prediche dei giornali,

pecca fortiter, sed crede fortius,

strafottitene,

tieni spento l’elettrodomestico infausto in questi tempi duri

perché i dissennatori impazzano sulla scia del grande Puffo,

rincorrendo l’esca del grande Buffo,

mentre i bambini neri aspettano il pittore in mezzo al mare

per dipingere il loro altare.

Niente ipocrisie e idiosincrasie,

tanto meno mestrui inopportuni.

Amami alla luce del sole e senza scommesse,

perché nunc bibendum est,

dum loquimur, fugerit invida aetas,

amami così,

come faccio io in uno dei tanti carpe diem

mandandoti parole & parole in dono perpetuo e perenne,

come il fiore che non marcisce ancora nelle chiese dei preti,

quelli che, se muore la signora Morte corporale,

rischiano di chiudere per sempre bottega.

Assolvimi e assolvi le mie debolezze di uomo frustrato

che vive in mezzo ai prosperi campi

tra pecore odorose e maiali obesi.

Cura ut valeas

e così domani sarà un altro giorno da via col vento.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere 28, 01, 2022

 

ELLA O ELLO FU

La Globalizzazione?

Chi è costui o costei?

Un Carneade o una Carneade?

Costui o costei era,

non è e non sarà.

Magari!

La Globalizzazione è finita.

Ella o Ello fu,

passò,

transiit,

ha statu,

s’inni fuiu cu Cammela a cinisi o cu Cammelu u rumenu

e non è più tornata o tornato,

c’est fini.

La troia o il troio è andata o andato

in gran stramona di bagascia o di bagascio.

Magari!

E voi, o popolo popolano e popolare, cosa fate qui?

Cosa aspettate babbo Pasquale con la colomba al napalm?

Cosa aspettate la colomba con il ramoscello d’olivo al plutonio?

Ite,

ite,

andate in pace,

come dice don Giuseppe della Borgata alla fine della messa

a quei poveri borgatari tutti a pois e a colori.

Non ferite gli ulivi per la signora Pace.

E tanto meno le Palme.

Pax fuit et pax facta est.

Omnia turpia turpibus.

Non lo sapete?

Il Mondo è cambiato.

Non c’è più il Mondo di una volta.

Figuriamoci l’Uomo!

Non c’è più spazio

per i minchioni di omnia munda mundis,

tanto meno per i coglioni e le coglionate

della solita sera con i popcorn americani passata in tivvu,

per i pivelli nostrani dalle uova d’oro all’improvviso

dopo una vita di fame e di puttanesimi,

per i professori esibizionisti alla panna montata

dopo l’espulsione dai sommi Licei,

per i filosofi e le filosofesse narcisisti

all’odor di varechina della nonna e di naftalina,

per i nuovi Sofisti e Sofiste dell’italiota agorà

malati di fantasia e di sogni a occhi aperti,

per quelli e quelle che hanno girato

e girano le sette parrocchie in una sola volta e a ginocchioni,

per le galline e i galli imbellettati al sapore di prugna,

come il buon confetto di una volta,

quello che faceva veramente cagare tanto e di gusto.

Animo, orsù, manica di picchiatelli!

Lo sballo è passato,

il manicomio è chiuso,

i folli si sono sciolti nell’acido mafioso

della notorietà occulta e manifesta,

la guerra è cominciata e impazza dalle Alpi alle Piramidi,

dal Manzanarre al Reno,

la bomba guizza in un baleno,

l’oppio è sempre dei popoli

per lenire l’angoscia di morte,

ma Karl non c’è più.

Al barbone hanno da tempo tagliato il barbone.

Quanti barboni in questa via delle vecchie maestranze!

Il fantasma però c’è,

è rimasto in casa,

ha cambiato solo tunica,

è davanti alla statua di una donna in gesso,

prega una madre celeste per i figli di Eva,

una imperdonabile Eva.

I popipopi eterodossi condannano ancora i figli di Lilith,

una adorabile Lilith,

e sono davanti al grande Capo tutta cacca

con abiti d’oro e diamanti in testa

al suono di una nenia da neo impero dell’Est.

Eva ha partorito il buon Abele.

Eva ha partorito l’intoccabile Caino.

Eva ha partorito tutti noi.

Noi siamo gli esuli figli di Eva

gementi e piangenti in hac lacrimarum valle,

in hoc mundo furenti

colmo di uomini ferini e di mercanti in fiera,

ricolmo di guerrieri mercenari e ortodossi ministri della Morte,

di lanzichenecchi oculati e pieni di scolo,

affollato di gentaglia senza pietas con la sifilide e l’aids,

fottuti in hoc mundo furenti sine pietate,

sine bontade,

sine beltade,

sine poetica.

Viviamo in un mondo sine pueris et puellis,

in un pianeta adescato da osceni banchieri

e violentato dal Mercato banderuola,

quel Mercato girovago che sta sopra la onesta Nazione,

quella buona Nazione che sta sotto il Mercato assurdo.

Povero Giuseppe!

Una, libera, indipendente e repubblicana,

Ah, questa Giovine Italia!

Cosa volete, o picchiatelli?

E’ il prezzo della Storia,

quella Storia che potrebbe anche ribassare i prezzi

vista l’inflazione di storici e filosofi,

vedi Cugin e cuginastri,

vedi qualche professore nostrano sedicente filosofo,

vedi i politicanti e i pressaioli allo sbando bellico,

vedi chicchessia in sonoro e in video

alla ricerca del pezzo eccezionale

per stare sul pezzo e sul mercato con il pezzo.

Lilith non vuole.

La fanciulla proletaria non vuole stare sotto.

Eva ci sta,

Eva vuole stare sotto,

è una costola clerico-capitalistica,

una costoletta imperialista

rifatta al meglio da un chirurgo abusivo

che ha l’ambulatorio in una traversa di Trebaseleghe,

una buona donna,

una donna troppo buona

per essere di cartapesta e al botulo.

Eppure, ha labbra enormi e tette ingombranti.

E allora?

Allora tutti in Cina,

tutti in Cina,

andiamo in Cina a prenderlo tra le chiappe chiare.

Gridiamo, orsù, “Trade”,

commercio, commercio,

gridiamo tutti in coro “evviva il libero commercio”,

osanna al Liberismo”,

osanna nel più basso dei mercatini rionali.

Gridiamo, orsù, “Adam”,

viva Smith”,

evviva Adam”

che ci dà il gas e la luce

come se fosse un duce,

che ci dà un mondo inquinato al sapore di plastica,

i supermercati strapieni al gusto di niente

che esondano la merda di caciocavalli

negli ampi orinali di seduttivi casini commerciali.

Hai visto cosa hai combinato tu che non c’eri?

Plutocrati,

oligarchi,

timocrati,

panfili a cinque stelle stesi al sole in Marina di Pietrasanta,

a Portofino e a Pozzallo.

Le sette sorelle sono diventate sette fratelli,

si sposano sempre e lo stesso tra di loro,

mutatis mutandum e come i nobili deficienti,

ci danno un gioco del Calcio senza fosforo

negli stadi della fascinosa Europa,

non quella stuprata dall’infoiato Zeus,

quella del nuovo toro bianco di tutte le Russie

e dell’imbellettato con il sacro cirillo,

con in testa la crocetta d’oro.

E noi?

Noi chi siamo?

Da dove veniamo?

Dove andiamo?

Cosa portiamo?

Quanto dazio paghiamo?

Noi,

noi siamo i figli di quelle stelle tramontate

che da lassù ci guardano ancora stupefatte

dalla coca e dal grattaevinci

e da quaggiù si lasciano ancora amare.

Cronin non era russo,

non era bielorusso,

non era ceceno,

non era siciliano,

Cronin era scozzese,

un modesto e parsimonioso scozzese senza la gonna,

era un medico ippocrateo

che aveva giurato il giuramento di Ippocrate,

aveva giurato sulla testa di Zorba il greco.

Cronin era un profeta

che parlava prima e a favore della gente normale,

prae et pro for faris, fatus sum, fari.

Ita locutus est per prophetis pro plebe.

Cronin non era maritato con Maria Maddalena.

E allora, cossa vu tu?

Lo Stato è finito nel cesso,

la Nazione è morta di diarrea,

il Popolo è allo sbando mediatico,

la Res pubblica è l’Internazionale del Quattrino,

non quella Socialista dell’Inno “Noi siamo dei lavoratori”,

salariati e plusvaloristi,

non valorizzati e inflazionisti,

Internet è cresciuta in verticale senza Netiquette,

il Mercato è un Mercatismo dentro un pugno di uomini,

un pugno di ferro con la maschera di Zorro,

un supereroe metallico di un metro e mezzo

con la Zeta tracciata su un petto senza cervello,

un veritiero che impone di negare la realtà

a tutti quelli che conoscono l’imbroglio

di un Impero russasiatico nuovo di zecca e vecchio di zucca.

E il Poeta?

Il poeta vuole soltanto morire di sballo,

se la ride tra i limoni e le patate della famigerata Siracusa,

il femminello e la femminella,

una città greca,

famosa per la spazzatura nostrana e l’incuria politica,

per le sue strade bucate ad arte e per la cultura mancata,

un’isola affollata di nuovi barbari e di eterni mercanti importati

che ne combinano di tutti i colori.

Io e la mia famiglia abitavamo in Ortigia,

la quaglia greca,

con i veri Siracusani di quel tempo che fu

e in quel tempo che non sarà mai più.

Che finale travolgente!

 

Salvatore Vallone

 

Carancino di Belvedere, 04, 04, 2022

 

 

CARA JULIETTE

Juliette,

ma chère,

ma chère Juliette,

me le cali le tue scalette

perché io voglio salire,

voglio esaudire i tuoi desideri di maitresse e di putain,

voglio appagare i miei bisogni di leccaculo e di ruffiano,

voglio soddisfare le tue voglie insane di aspirante strega

e di strega in carriera,

il tuo trasporto sconsiderato verso il Diavolo,

le Diable,

il prof. Woland,

il mago teatrante,

l’ipnotista dinamico che flagella i vizi sociali con il telecomando.

Cala la tua scaletta,

o novella Lilith,

io vengo

e ti porto il mio cuore

che pulsa d’amore,

d’amore per te.

Tu mi dai un bacetto,

io do un bacillo a te

e così di Juliette e Pompeo resterà per sempre l’idea,

la spensierata e pazza idea della Patty,

quella di desiderare la donna e l’uomo d’altri,

quella che va contro il nono emendamento del nostro mandamento,

mentre tutti stanno a guardare sul Bosforo

la luna rossa vicina vicina alle tue labbra,

il perigeo,

il perineo,

il periperi,

il tutti in giro e poi giù per terra

come nel girotondo di una volta nei cortili dei preti.

Ma perché questo avvenga,

senza rumors et senza tremors,

devi strofinare il manico della lampada del cretino di turno,

del puffo e del buffo e del pacioccone,

nonché le tettine della vispa Teresa,

devi immaginare che verrà la vita e non la morte

in questa nottata di vacche nere e smunte dopo munte,

come voleva Georg Wilhelm Friedrich Hegel,

quello che pensava nel mitico Ottocento

secondo il suo genio in quel di Stuttgard,

devi pensare che non avrai gli occhi

per guardare e per piangere,

per guardare il sole nascente dei socialisti democratici,

per piangere la luna calante dei fasci di combattimento.

C’è una fessura tra i rami del cespuglio di mirto

in fondo al vallone di Carancino

dove i carrettieri lasciano quintali di merda,

la loro exlinfa sopravvissuta al colera e ai suoi tempi.

Aprila con discrezione e con ardore

ed entra nella Wunderkammer del kaiser Franciose,

nella camera delle meraviglie e del consenso,

dans la chambre de Juliette la madame,

quella dell’agenzia dei viaggi di sogno per l’Aldiqua,

l’Aldisu e l’Aldigiù.

Dell’Aldilà ce ne fottiamo,

tanto con i razzi lo bombardiamo,

X-22 per la precisione e direttamente dal mar Nero.

E gira e gira l’elica,

romba il motor,

questa è la bella vita del poeta contadino,

dello scrittore dell’assurdo e del pur vero,

del piccolo scrivano di testi senza contesti,

la bella vita di Michail Bulgakov,

il compagno russo,

il Maestro senza nome,

il Maestro come il Nazareno o il Nepalese.

Evviva,

goditi il viaggio caldo,

o vecchio puttaniere di Notre Dame e della Graziella,

su e giù per le montagne tra boschi e valli,

su e giù per ritrovare la montanara

mentre canta canzoni stonate d’amore

che parlano di un tempo vicino nel tempo,

quando Gabriele a suo plaisir scriveva il suo Piacere.

Era il 1889,

milleottocentoottantanove,

era proprio ieri

e tutto era al caldo nella cucina di madame,

nel suo forno a legna della regina Clementi,

nella sua stube a calore radiante e democratico

di via della Concordia e dell’Armonia,

proprio ieri defunte entrambi sulle coste isolane del Giglio.

Sì,

è stata una donna moderna la nostra Juliette,

ma Margherita non è, non è stata e non sarà da meno,

tanto più se insieme al suo Maestro,

il povero Michail che scrive e riscrive per vent’anni

la sua storia di vita indegna per l’editore,

finisce in manicomio ante temporibus del grande Franco,

tesse e disfa la tela di Penelope

che non era lieta di suo marito Ulisse,

dell’amor di cui doveva godere,

per cui con la penna in bocca

giorno e notte stuzzicava l’inchiostro appiccicoso

fino a sentire la sua lingua parlare una lingua universale,

la speranza di un Esperanto

da mandare giù con facilità fonetica e lessicale

giù,

sempre più giù,

come un sorso d’acido lisergico in flacone aspergico,

come un sorso di sornione assenzio.

Su, su, su,

giù, giù, giù,

glu, glu, glu

e rien ne va plus.

 

Sava

 

Crancino di Belvedere, 21, 06, 2022

 

MURATTI AMBASSADOR

So,

so che Mara ha un amore segreto per Renato,

un sentimento grande,

tanto grande da farci il bagno a Lasparano

quando viene Natale

tra le scogliere ancora calde di sole antico.

So,

so che Renato fuma ottanta,

dico e scrivo 80 e non sono balle,

Muratti al giorno,

Muratti rosse e Muratti blu,

Muratti Ambassador di ogni tipo,

ma sempre della famigerata Phlip Morris,

quella International e Multinational del cancro ai polmoni,

ottanta o 80 maliarde battone

che dipingono l’aria di volute d’oro e d’argento

come un monumento anche quando l’aria è infetta

dalla Spagnola con la scura aureola,

dalla Creola con la bruna aureola,

dalla Russa con la bionda aureola,

dall’Asiatica con la gialla aureola,

dalla Cinese con la bianca aureola.

Mara è variopinta e varia nei capelli e nelle movenze,

svarionata come la grande Sofia

con il conte e il marchese,

affabile con Tamarindo e sor Cipolla,

nonché con i nobili del colle Vaticano

del tipo di Torlonia e del Grillo e dei Farnese,

e la famiglia reale del principato di Monaco,

Monaco Monacò,

non Monaco Munchen,

del tipo Charles e Marlene messi insieme.

Mara sa sulla sua gialla pelle

che Renato è un calloso tabagista,

ha i gattini che ronfano dentro il petto villoso,

ha un rospo incallito dall’enfisema polmonare,

un rospo che raspa con la ruspa quando respira,

ed è fiero di averlo,

guai a non averlo,

non sarebbe umano,

non sarebbe un uomo,

non sarebbe un maschio,

non sarebbe un maschio siciliano.

Un uomo sa di fumo

se è un vero uomo.

Lo diceva anche la Mina

quando cantava e quando non cantava.

Mara è musa delle Arti,

è Talia,

è Calliope,

pur essendo romana de Roma,

zoccoletta all’evenienza,

caciottara all’occasione.

Renato è nato a Palermo,

alla Vucciaria,

tra quarti penzolanti di vitellone insanguinato da spolpare,

tra salsicce di maiale intrecciate e incroccate,

tra vacche magre da ingrassare nei tempi futuri.

Renato fa ritratti per gli americani,

i soldati mezzi marinai e mezzi fanti,

che sono appena sbarcati con il chewingum in bocca

dalla Indianapolis prima di essere affondata dai giapponesi,

uomini nati da genti di tutte le parti,

di tutte le genti,

uomini senza arte e né parte,

pur sempre uomini di razza e di portafoglio,

di pancia e di cordoglio,

di libertà e di vecchi merletti,

di armi in casa e di proprietà privata.

Renato è uomo di arte e di parte.

Renato è comunista più di Antonio,

più di Palmiro,

ha la falce e il martello impresse sulle carni

come stimmate di un calvario del padre e della madre.

Renato è povero nel quartiere della Vucciaria,

ma fuma ottanta,

80,

dico e scrivo 80 e non sono balle,

Muratti blu e rosse al giorno

che dipingono l’aria di volute d’oro e d’argento,

come da prescrizione depressiva del suo medico curante,

dello psichiatra del manicomio,

la real casa dei matti Pietro Pisani,

barone delle due Sicilie.

Mara mangia tartine al caviale russo dello zar

e beve soltanto champagne,

quello francese e non quello dei colli del Soligo,

nel casino di via Teulada

e fotte i soldati americani

che continuano a masticare chewingum

anche quando mangiano spaghetti alla carbonara

dalla sora Clelia di Anzio

e fumano le Jesterfield senza filtro

per ostentare le palle e sfidare la morte,

per corteggiare l’agguato seduttivo di Lachesi,

di Atropo,

di Cloto.

Renato si è fatto grande

ed è corteggiato dai mercanti americani

di Brooklin e di Filadelphia,

di Nuova York e di Boston,

vende quadri a peso e a misura,

a chili e a metro quadro,

come gli attici di Madison Square.

Mara ama Renato,

nonostante sia ampiamente maritata,

una donna libera alla bisogna come l’Aulin,

una donna ante litteram,

post Cristum natam,

una femina feminarum,

una Lilith e non una Eva,

una domina di antiche virtù,

di novelli sfizi,

di ricci e capricci,

di forti incalliti vizi.

So che Mara ha un amore segreto per Renato.

So che Renato fuma ottanta,

dico e scrivo 80 e non sono balle,

Muratti Ambassador blu e rosse al giorno.

So che la loro vita scorreva tra le vie di Palermo bene,

tra le strade di una capitale dalle grandi bellezze.

Ma so anche che ieri Renato è morto

con la sigaretta a fianco,

la Muratti Ambassador rossa 

come la camicia dei garibaldini,

come la bandiera dei compagni russi.

La balorda gli è sopravvissuta,

ha continuato a bruciare incensi lugubri

e a esalare aromi osceni.

La troiona si è spenta tre minuti dopo il suo cuore.

 

Salvatore Vallone

 

Carancino di Belvedere, 15, 04, 2022

 

 

IL MORBO DI ALZHEIMER

Se non reggo l’angoscia di morte,

dimmi tu che male ti fò.

Se la morte la sento alle porte,

dimmi tu che male ti fò.

Se la fine mi bussa più forte,

dimmi tu che male ti fò.

Se la fine è per me senza un fine,

dimmi tu che male ti fò.

Se di giorno cincischio e m’inciampo,

dimmi tu che male ti fò.

Se al computer fraseggio e cazzeggio,

dimmi tu che male ti fò.

Se m’intrippo di trippa e m’intruppo,

dimmi tu che male ti fò.

Ho vissuto una vita beata,

ho sorriso alla gioia sfrenata,

ho abbracciato la truffa impensata,

ho viaggiato con i masnadieri,

ma se non reggo l’angoscia di morte,

dimmi tu che male ti fò.

Chiamami Alzheimer,

sarò il tuo morbo.

Chiamami anche Arturo o Zoe,

sarò sempre il tuo morbo.

Nella mia vita allegra e sconclusionata

tutto sbambazza e nulla sorride più,

ho ancora una speranza nella morbata

e la malattia mia sei proprio tu.

A te io ricorro,

o Alois,

esule figlio di Eva,

a te io ricorro,

o Emil,

io che sono l’erede indegno di Adamo,

l’uomo che guadagnò la Morte anche per il suo Seme

desiderando la donna propria e la donna altrui,

desiderando,

desiderando la Roba di mastro don Gesualdo,

mangiando la mela tossica delle verdi vallate tirolesi

dove vivi tu,

mea magistra et domina,

mea nouvelle vague anzichenò e anzichesì.

Nulla mi mancherà,

se tu sei con me,

o sorella Morte corporale

che,

come il poeta,

fai un uso improprio delle parole e degli attributi,

della punteggiatura e dei segnali stradali,

del cannolo e dell’assenzio,

delle nobili figurine Miralanza,

quelle dei signori Lanza di Mira di Venessia,

del Bacco e del Tobacco,

Johnnie Walker e Muratti ambassador,

del Plutonio e del monte di Venere,

Pu 94 e pube impubato.

O Morte creativa

e accattivante come un cesto d’insalata iceberg

nella fredda stagione invernale,

quando l’angoscia bussa più forte alle porte

perché anche Lei ha freddo

e vuole entrare in un corpo caldo caldo

come il cappuccino del tuo bar preferito,

il bar da Ciccio,

ex Francesco,

in odore di santità per rinnovato voto di povertà,

nonostante la Multinazionale dei conventi a cinque stelle,

gli eredi di Francisco l’umbro.

E tu, adesso, mi ricoveri in hotel,

mi lusinghi e mi seduci,

mi adeschi in un motel

dicendomi che è un bordello di tipo maltese

per camionisti crapuloni in cerca di sballo

ogni sabato e ogni domenica

quando non cavalcano il proletario Iveco

o il nobile Mercedes

o il potente Mann

o il pragmatico Scania.

E tu, adesso, mi paghi la retta e la curva,

il quadrato e il triangolo,

mi segni le strisce bianche per terra

in ricordo della bionda zebra

che amai da ragazzo in un safari moldavo,

mi dici

che sono malato del morbo del dottor Alzheimer,

il degno compare di Kraepelin,

un signore illustre che ha scoperto la demenza senile

senza essere stato mai vecchio,

senza più figli e senza più voglie,

mai stato folle,

mai stato matto,

mai affiliato a Dioniso,

un pioniere del West malandrino di Germania targato 1933

a cavallo dell’asino di Sancho Panza

in questa vasta e incolta prateria

chiamata “casa serena” in via del Piscio

al numero civico 33

in questa Siracusa dalla mancata cultura,

un luogo pieno di umane cianfrusaglie disordinate.

Sappi,

mio caro imbroglione e mio caro somaro,

che io mangio ancora pane e panelle

per fare figlie belle

con tutto questo seme che mi pullula dentro le palle

e non sa dove andare a parare,

in quale ricettacolo anfrattuoso cercare la sua degna fortuna.

Io ti chiedo la tregua per senescenza acuta

e tu mi dai la guerra per codardia incallita,

o fratello,

io ti chiedo la pace

di fronte al cadavere del figlio e della figlia,

del fratello e della sorella,

della madre e del padre,

in questa guerra tra monaci e monache per l’Inferno,

in questa guerra dei bottoni tra bambini e bambine

nel boulevard du Montparnasse

in una Parigi piena di bonbon allicchittati e di filosofi travestiti,

io ti chiedo la semplice pace

e tu mi dai la guerra più bieca del candeggio per lavatrice.

Una vita sola vale più di una vittoria sonante

sul Bosforo a cavallo del mio cannone di latta

che ormai spara soltanto fiori di ghirlanda da morto.

Vanitas vanitatum,

caro erede di Quinto Orazio Flacco,

omnia turpia turpibus.

Memento vivere, non mori!

Se non reggo l’angoscia di morte,

dimmi tu che male ti fò.

Se la morte la sento alle porte,

dimmi tu che male ti fò.

Se la fine mi bussa più forte,

dimmi tu che male ti fò.

Se la fine è per me senza un fine,

dimmi tu che male ti fò.

Se di giorno cincischio e m’inciampo,

dimmi tu che male ti fò.

Se al computer fraseggio e cazzeggio,

dimmi tu che male ti fò.

Se m’intrippo di trippa e m’intruppo,

dimmi tu che male ti fò.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere 25, 03, 2022

OGNI TRENO MI PORTA DA TE

Croce sulle spalle.
Corona di spine.
Cadde una prima volta.
Parlò con la madre.
Cadde una seconda volta.
Simone lo soccorre.
Veronica lo asciuga.
E una terza.
Consola le pie donne.
Si affida al Padre.
In croce.
Golgota, chiodi, sete, aceto, invocazione, abbandono.
Elì, elì, lama sabactani!
Il cielo si fa plumbeo dall’ora sesta all’ora nona,
la terra trema.
Il Padre non ti ha abbandonato.
Ogni stazione è stata raggiunta e intensamente vissuta,
ogni treno mi porta da te.
Il sepolcro era aperto all’alba del terzo giorno.
Un angelo vi sedeva accanto.
La madre si avvicina
e chiede dove hanno portato il figlio.
Ha i profumi e le bende per onorare il corpo ferito.
“Colui che tu cerchi,
o donna,
è risorto,
ha sconfitto la Morte
e ora siede alla destra del Padre.”
E noi miseri mortali?
Che sarà di noi?
Ogni treno mi porta da te.
Il dolore avvicina,
l’amore è sempre tragedia.
Dolore, amore, amore, dolore.
Che ci hanno fatto?
Da soli deposti nel sepolcro.
Ultima stazione.
Vittime di un inganno,
siamo umani,
siamo in balia dell’attesa di un ritorno,
un venerdì santo granitico in mezzo a tutta questa precarietà.
Improvvisavano
e hanno ucciso diecimila anziani questi assassini di merda,
questi impostori del circo,
questi imbecilli di sempre.
Giocavano,
giocavano al rimbalzo da un canale all’altro dell’etere tossico.
Non hanno vaccinato subito i vecchi,
quelli che viaggiavano dai settanta ai settantacinque.
Erano tutti amici miei.
Li conoscevo tutti.
Li sentivo addosso.
Erano sessantottini.
Sfogliavo i loro petali uno per uno,
giorno dopo giorno.
Eran belli e forti,
ma sono morti.
Una strage di Stato,
un’altra strage di Stato.
Sul crinale del Golgota e di Bergamo
le ombre delle croci sono le insegne
per precipitare nel baratro della vergogna,
nel precipizio dell’ignominia,
nel grande peccato mortale.
Ogni treno mi porta da te.
Intanto,
intanto tutt’intorno sboccia la lussuria della primavera.
Eppur io amo.

Sava

Carancino di Belvedere, 01, 04, 2021

ESERCIZIO ERMETICO

Puto, as, avi, atum, are,

penso, pensi, pensai, pensato, pensare,

patia,

malattia,

pathos,

sentimento,

emozione,

peto, is, ivi, itum, ere,

chiedo, chiedi, chiesi, chiesto, chiedere,

petya,

malware,

virus,

codice maligno,

peto,

scoreggia,

correggia,

frustare,

fetore,

papè satan,

papè satan,

aleppe,

allippa,

allippatu,

subisci,

pitia,

sacerdotessa,

putia,

bottega,

mercato,

putel,

bambino,

bambin,

birichin,

furighel,

ladruncolo,

furigato,

fottuto,

petel,

linguaggio,

putan,

puttano,

putain,

puttana,

putes,

puttane,

putin,

piccolo,

molto piccolo,

petit,

petito,

pepito,

marionetta,

pepita,

oro,

puton,

pluto,

pluton,

plutonio,

94 pu,

plutone,

ricchezza,

ades,

inferno,

morte,

putun,

putunputin,

disgrazia,

putunel,

disgraziato,

putunet,

gaglioffo

putèo,

bambino,

putinòt,

pulcino,

putinèt,

pulcinetto,

pulcinella,

pantalone,

mezzachiappa,

pappus,

buccus,

maccus,

maschere,

mascherato,

pumpumpum,

morte,

pampampam,

morte,

pempempem,

botte,

pimpimpim,

pipì,

pompompom,

merda,

popò,

culo,

pepè,

trombetta,

peperepè,

ulteriore trombetta,

papà,

papa,

pope,

pipa,

pippa,

menata,

pugnetta,

mezzacartuccia,

potta,

figa,

pottaione,

vanaglorioso,

pupù,

cacca,

poppa,

seno che allatta,

alletta,

allippa,

uccide,

puppa,

seno toscano,

putinel,

galletto,

pappa a peppe con poppa

pimpirulin piangeva,

voleva mezza crimea,

la mamma aveva la mela,

pimpirulin piangeva,

pimpirulin rompeva,

pimpirulin uccideva,

pimpirulin sterminava,

a mezzanotte in punto

passò un aeroplano,

di sotto c’era scritto,

Pimpirulin sta zitto.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere 06, 03, 2022