UN PADRE DA CONFORTARE

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Ero in mezzo a tanta gente a un funerale.
Fra le persone, a un certo punto, vedo mio padre che sta piangendo e si appoggia con il capo sulla spalla di un altro uomo, suo amico, per cercare conforto.
Appena lo scorgo, corro da lui per essergli vicino.”
Poi mi sveglio.

Questo sogno appartiene a Magritte.

DECODIFICAZIONE – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Il “funerale” ricorre spesso nei nostri sogni. E’ un rito primordiale e misura la differenza culturale tra gruppi umani e tra uomini e animali. La modalità in cui si svolge attesta del grado di civiltà di un popolo. La Civiltà è la sintesi qualitativa della Cultura. Quest’ultima si attesta nell’insieme degli schemi interpretativi ed esecutivi della realtà che un popolo storicamente elabora. I pregi di una Cultura sono l’accessibilità mentale e il pragmatismo, la facilità a comprendere gli schemi e a dare la risposta utile ai bisogni della gente. E’ importante che gli schemi siano “cartesianamente” chiari e distinti in maniera di essere capiti e agiti da tutti.
Il “funerale”, come si diceva in precedenza, è uno schema culturale atavico che si è tradotto storicamente in un rito sacro o profano, religioso o laico, ma non ha variato il suo valore simbolico, a conferma dell’universalità nel tempo e nello spazio del suo significato profondo: il “funerale” è un esorcismo e una “catarsi” dell’angoscia di morte, una benefica e salutare “razionalizzazione” del “memento mori” o “ricordati che devi morire”, il tormentone dei frati “trappisti”. Nell’evoluzione storica cambia la Cultura ma resta il significato simbolico dei riti e delle procedure formali. La parola “funerale” deriva dal latino “funus” che si traduce nell’italiano “fune” e si riferisce al rituale di depositare la bara del defunto nella fossa proprio calandola con delle funi.
Il sogno di Magritte sviluppa fondamentalmente l’angoscia legata alla possibilità della morte del padre all’interno di una cornice “edipica”, un sentimento d’amore verso il padre riverberato sulla futura e fatale morte. In tale contesto psicodinamico Magritte non trova di meglio che assumere il ruolo di “confortatrice” del padre nel seguirlo in vita verso il suo funerale.
Ricordo che il “conforto” traduce dal latino il “portare insieme”, quei doni alimentari che concretamente si offrono ai familiari sopravvissuti del defunto in segno di preoccupazione per l’affanno della morte e di sollievo per consentire loro il naturale decorso del dolore. In senso traslato e, di poi, simbolico il “conforto” e un tentativo di assimilazione del dolore altrui che consente la riduzione e il sollievo dell’angoscia globale legata alla morte e alla perdita depressiva. Voglio significare che ogni funerale evoca la nostra morte e la morte in generale o “nostra sora morte”. La figlia si preoccupa per il padre e vorrebbe assumere su di sé parte del suo dolore e parte della sua angoscia.
Ricordo, di passaggio, la differenza psicologica tra “dolore” e “angoscia”. Il dolore ha un oggetto preciso e richiede la consapevolezza, l’angoscia non conosce l’oggetto e non ha consapevolezza per cui si somatizza con la morsa alla gola e le agitazioni neurovegetative. Ho paura di un qualcosa e la “razionalizzazione” mi aiuta a stemperare la tensione e possibilmente a superarla. L’angoscia, invece, la subisco e devo farla diventare dolore per ridurre la sua consistenza neurovegetativa. L’angoscia di morte si compiace di manifestarsi nel simbolo, nel sintomo e nel sogno, in quei fenomeni psicofisici spontanei che non possono essere controllati. Secondo il filosofo danese Kierkegaard l’angoscia era la malattia mortale dell’uomo, la sua essenza da espiare nella sua esistenza superando la materia e ricollegandosi senza alcuna sicurezza e garanzia a quel Dio da cui in origine il capostipite Adamo si era distaccato peccando e guadagnando proprio la morte per tutto il seme umano. Leggete al proposito “Il concetto dell’angoscia e la malattia mortale”. Per la Psicoanalisi l’angoscia è legata al materiale psichico, in specie sessuale, ingestibile dalla coscienza dell’Io e di conseguenza rimosso o trattato dai “meccanismi psichici di difesa” in attesa di essere razionalizzato e che l’Io si riappropri dell’alienato. Sull’angoscia di morte è necessaria la consapevolezza del “memento mori”, non reiterato a ogni incontro come sadicamente operato dai Cistercensi, ma come diceva Epicuro: bisogna liberarsi dall’angoscia con la consapevolezza che l’esperienza della morte è impossibile e che la morte fisica non può essere esperienza vissuta: “quando c’è la morte, non c’è la vita e quando c’è la vita, non c’è la morte”. Pur tuttavia, l’unica morte possibile in vita è la morte psichica, la depressione, la maligna e infausta sindrome legata al distacco e alla perdita affettive, quella legata all’ampliamento del primario “fantasma di abbandono” elaborato mentalmente durante il primo anno di vita. Su queste linee psichiche profonde va anche ricondotta la psicodinamica dell’autismo.
Mi sono dilungato abbastanza, per cui non mi resta che procedere con la decodificazione del sogno di Magritte.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Ero in mezzo a tanta gente a un funerale.”

Magritte è una donna che socializza e riconosce se stessa in mezzo alla gente, “tanta gente”, tanti altri da sé, tanti oggetti possibili d’investimento della sua “libido”. La sua collocazione spaziale è nel “mezzo” a testimonianza di una totale assenza di fobie e di una totale presenza di disinibizioni sociali. Magritte ama essere al centro e si riconosce tra “tanta gente”. Mi piace precisare quanto importante è per l’evoluzione e la formazione psichiche del bambino la socializzazione e le persone che lo circondano, la gente che va e viene, gli altri che permettono un confronto e un riscontro sano e profondo. La gente siamo noi e noi siamo figli della gente semplicemente perché gli altri ci permettono di individuarci come soggetti già soltanto per il fatto di starci attorno. Dopo lo “stadio dello specchio”, dopo aver riconosciuto se stesso e il suo “Io”, il bambino abbisogna di distinguersi dagli altri e nell’individuarsi riconosce l’importanza di relazionarsi. Questo cenno teorico serve ad allargare la visuale del sogno di Magritte verso l’interesse di chi legge. La nostra protagonista ama la gente e il primato sociale, la compartecipazione e la solidarietà, ma si trova in un evento culturale e psichico molto preciso e drammatico, il “funerale” di cui ho già detto abbondantemente nelle “Considerazioni”. La folla e la gente celebra un esorcismo e una “catarsi” dell’angoscia di morte e si riconcilia con la vita e la vitalità per riprendere alla grande le normali attività dell’esistere: “fantasma del sopravvissuto”. Magritte introduce immediatamente il suo “fantasma di morte” e il suo controllo difensivo dell’angoscia di perdita depressiva a esso collegata. Da un esordio ambivalente viene fuori il buono della “tanta gente” e il dramma del rito della morte. Vediamo dove Magritte va a parare con il suo sogno e con la sua psicodinamica.

“Fra le persone, a un certo punto, vedo mio padre che sta piangendo e si appoggia con il capo sulla spalla di un altro uomo, suo amico, per cercare conforto.”

Magritte prende consapevolezza della figura paterna, “vedo mio padre”, della sua carica relazionale, della sua predilezione a stare con la gente, “fra le persone”, della sua umanità solidale, della sua debolezza o forza nel “cercare conforto” in un “suo amico”. Magritte prende anche coscienza della sua gelosia nei riguardi della vita sociale del padre e della rete degli affetti che ha intessuto. Sicuramente si tratta di una “regressione” e di una “fissazione” all’infanzia e alla “posizione edipica” nello specifico, a quando lei bambina era particolarmente attratta da questa figura maestosa e umile, forte e debole, un uomo che doveva condividere non soltanto con amici e conoscenti, ma anche con la madre. Ma di quest’ultima figura non c’è traccia. Degna di nota è la romantica postura del capo sulla spalla di un amico nella ricerca del “conforto”. Quest’ultimo si attesta nel portare un qualcosa di concreto sotto forma di solidarietà e di condivisione. Il padre di Magritte “sta piangendo”, libera emozioni profonde di fronte al funerale operando la “catarsi” dell’angoscia di morte. Dimenticavo: “l’amico” è la “traslazione” difensiva del desiderio affettivo di una Magritte in versione maschile che attesta di una buona identificazione nel padre e di un apprezzamento consistente dell’universo maschile.

“Appena lo scorgo, corro da lui per essergli vicino.”

L’attrazione fatale verso il padre si manifesta in maniera delicata e arriva alla consapevolezza di Magritte, “lo scorgo”, per concludersi in una romantica corsa verso di lui per essere il suo conforto al posto di un anonimo amico. La figlia brama essere il soggetto privilegiato delle relazioni paterne e questo è un “fantasma” dell’infanzia e dell’adolescenza, una pulsione “edipica” molto delicata nelle sue movenze e molto graziosa nei suoi desideri. Nulla di volgare è presente in questo desiderio della figlia di essere l’oggetto privilegiato delle pulsioni e degli investimenti del padre. Questa è la versione adulta della “posizione edipica”, quella che si presenta nel teatro psichico verso i quarant’anni, una relazione d’affetto in vista del fatto che si avvicina il funerale del padre. Magritte è apprensiva di fronte al tempo che passa e che avvicina la perdita del padre. In vita vuole godere del padre, vuole goderselo come se fosse il suo nume tutelare e vuole approfittare di ogni momento per stargli vicino. Alla paura di perderlo si associa il sentimento della gelosia verso l’amico o le persone anonime che sono ammesse alla presenza del padre.
Questo è quanto dovevo al sogno di Magritte.

PSICODINAMICA

Il sogno di Magritte svolge la psicodinamica “edipica”, relazione conflittuale, e compone il “fantasma di morte” con l’amore sublimato nei riguardi del padre. Il sentimento della gelosia non travalica nel bisogno di possesso, ma si purifica nel desiderio di vivere con dolcezza affettiva e di godere la figura paterna vita natural durante.

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

Il sogno di Magritte contiene i seguenti “simboli” che ribadisco per una migliore comprensione della decodificazione e della interazione analitica: “gente” o altro da sé e relazione sociale, “funerale” o fantasma di morte e distacco e perdita depressiva e rito e memoria, “padre” o archetipo e posizione edipica e istanza “Super Io”, “piangendo” o scarica isterica e catarsi del dolore, “capo sulla spalla” o condensazione di ragione e coraggio, “amico” o oggetto transferale e alleato psichico, “conforto” o affettività concreta, “scorgo” o istanza razionale intuitiva dell’Io, “corro da lui” o relazione di soccorso con investimento di libido, “vicino” o prossimità affettiva.

Il sogno di Magritte elabora gli “archetipi” del “Padre” e della “Morte”.

I “fantasmi” chiamati in causa da Magritte nel suo sogno sono del “padre” e di “morte” all’interno di una cornice “edipica”.

Le istanze psichiche presenti nel sogno di Magritte sono le seguenti: “Io” o vigilanza razionale in “vedo” e in “scorgo”, “Es” o rappresentazione dell’istinto in “funerale” e in “piangendo”, “Super-Io” o censura morale e limite in “mio padre”.

La “posizione psichica” richiamata e usata da Magritte nel sogno è chiaramente quella “edipica”: “vedo mio padre che sta piangendo e si appoggia con il capo sulla spalla di un altro uomo, suo amico, per cercare conforto. Appena lo scorgo, corro da lui per essergli vicino.”

I “meccanismi psichici di difesa” dall’angoscia sono i seguenti: la “condensazione” in “funerale” e in “padre” e in “gente” e in altro, lo “spostamento” in “amico” e in “capo sulla spalla” e in “corro da lui”, la “drammatizzazione in “corro da lui per essergli vicino.”, la “traslazione” ancora in “amico”.

I “processi psichici di difesa” dall’angoscia sono la “sublimazione” in “corro da lui per essergli vicino.”, la “regressione” nei termini richiesti dalla funzione onirica ossia “topica” e “formale” e “temporale” con le allucinazioni e l’aspetto immaginifico, nonché con la “posizione edipica”.

Il sogno di Magritte evidenzia un tratto consistente ed essenziale “edipico” all’interno di una “organizzazione psichica reattiva genitale”: amore sublimato nei confronti del padre e capacità di investimento attraverso il “conforto”, il prendersi cura di lui e goderlo mentre è in vita.

Le “figure retoriche” formate dal sogno di Magritte sono la “metafora” o relazione di somiglianza in “funerale”, la “metonimia” o nesso logico in “capo sulla spalla” e in “conforto” e in “corro da lui” e in “vicino”, la “enfasi” o forza espressiva in “Appena lo scorgo, corro da lui per essergli vicino.” Il sogno di Magritte si snoda con una vena narrativa e logica consequenziale secondo una poetica realista.

La “diagnosi” dice di una sindrome edipica all’interno di un “fantasma di morte”. L’angoscia della morte del padre rievoca il forte legame conflittuale, vissuto nell’infanzia e nell’adolescenza, senza le punte critiche dell’angoscia depressiva, ma secondo le coordinate di una “sublimazione della libido” da parte di una figlia che aspira a prendersi gelosamente cura del padre.

La “prognosi” impone a Magritte di assecondare il bisogno di accudire la figura paterna in prospettiva della morte e di goderne la persona con la frequenza adatta ai suoi bisogni di recupero. Più padre, meno colpe: meno colpe, meno sintomi.

Il “rischio psicopatologico” si attesta nei sensi di colpa irreparabili che possono diventare sintomi in attesa di espiazione: “conversione isterica” e “formazione di sintomo” con il “ritorno del rimosso”.

Il “grado di purezza onirica” si attesta nell’ordine del “buono” nonostante la narrazione discorsiva. Il sogno è intriso di simboli che garantiscono la purezza della trama.

Il sogno di Magritte può essere scatenato da una preoccupazione nei riguardi della salute del padre o dalla visione o partecipazione a un funerale.

La “qualità onirica” è nettamente “simbolico discorsiva”.

Il sogno di Magritte si è svolto nella terza fase del sonno REM alla luce della sua chiarezza discorsiva e del suo contenuto simbolico. Le emozioni in atto giustificano la fase suddetta.

Il “fattore allucinatorio” si attesta nel senso della “vista” in “vedo mio padre” e in “lo scorgo”. La sensazione del movimento si attesta in “corro da lui”.

Il “grado di attendibilità” della decodificazione del sogno di Magritte può essere stimato nell’ordine del “buono”: si avvicina all’oggettività. Il grado di fallacia è, di conseguenza “scarso”.

DOMANDE & RISPOSTE

La decodificazione del sogno di Magritte è stata sottoposta alla lettura e all’analisi di una collega anonima che alla fine ha posto le seguenti domande.

Domanda
Lei ritiene che i genitori nella loro vecchiaia vanno adottati dai figli. Perché?
Risposta
La “posizione edipica” non si risolve mai del tutto, si evolve e si ripropone camuffandosi alla ricerca di una sistemazione risolutiva che non può esistere. Siamo costretti dalla nostra formazione psichica a portarci dentro e dietro i genitori con un senso di sacro e di mistero incorporato nei loro corpi e nelle loro menti, come erano fatti e cosa pensavano. Le pulsioni edipiche vanno sempre dirigendosi verso la migliore “sublimazione” possibile e i sensi di colpa si alleviano cammin facendo. Adottare non significa essere fusi e confusi e tanto meno esercitare un potere, significa prendersi cura della loro persona secondo le linee direttive di un “riconoscimento” psichico sempre più completo delle loro figure, del simbolismo delle origini e della nostra identità psichica. Inoltre, la presa in carico psicofisico dei genitori da parte dei figli provvidi impedisce ai sensi di colpa, che inevitabilmente chi muore lascia in eredità, di convertirsi in sintomi psicosomatici e in disturbi nevrotici. In passato, quando non esisteva l’INPS, i figli provvedevano al mantenimento materiale dei genitori e maturavano in maniera veramente solidale e “genitale” le pulsioni edipiche vissute nell’infanzia.
Domanda
E’ una teoria psicologica ed è anche un suo consiglio?
Risposta
Ha perfettamente ragione, cara collega. E’ un vissuto mio che ho esteso alla sensibilità della gente che ho frequentato e spesso con riscontri positivi. Si vede chiaramente nel sogno di Magritte che la sua esigenza profonda è quella di prendersi cura del padre nella vecchiaia, sia per affetto e sia per alleviare i suoi sensi di colpa, un’evoluzione del sentimento d’amore, una “sublimazione” delle pulsioni di un tempo. Le faccio io una domanda: cosa pensa delle case di riposo per anziani?
Domanda
Sono strumenti moderni per i nostri tempi. Quando sono ben gestite sono positive.
Risposta
Sono l’anticamera della morte. Accorciano la vita perché ridestano il “fantasma di morte e di abbandono”. Queste persone, anche quando sembrano senza consapevolezza, hanno sprazzi di lucidità sulla loro fine e si difendono con le varie forme della demenza. Le racconto un episodio che mi è appena successo. Passeggiavo nel lungomare della lucente cittadina di Avola, famosa per le mandorle e il vino “nero” nonché per i cannoli alla ricotta della famosa e famigerata pasticceria Girlando, una strada ampia e fiancheggiata da una miriade di case di riposo per anziani, l’affare dei nostri giorni assieme alle case vacanza. Comunque per farla breve, un vecchietto, chiuso nell’elegante recinto della sua nobile dimora, mi ha gridato “assassino, assassino!” con forte enfasi. Era in fase delirante per chi l’accudiva e in “demenza senile” per lo psichiatra. Niente affatto! Il vecchietto diceva la sua verità, era molto lucido e profondo, dava voce al suo “fantasma di morte” ridestato e rivissuto in quel lussuoso lager e lo traslava su di me. Io ero colui che l’aveva ucciso relegandolo in quell’anticamera della morte al posto dei figli o dei parenti che avevano fatto la scelta. In effetti, usava i “processi primari” e il meccanismo psichico di difesa dall’angoscia della “traslazione”. Sono ripassato dopo alcuni giorni e l’ho rivisto tranquillo, pardon sedato, seduto su una poltrona con lo sguardo rivolto alla luce accecante del mezzogiorno siciliano. Avrei voluto conoscere i suoi parenti, quelli che hanno disposto la sua reclusione dorata e la sua morte accelerata, per spiegare loro la crudeltà di una decisione apparentemente migliorativa e proficua.
Domanda
Quale intervento lei avrebbe voluto fare a questo signore?
Risposta
Semplicemente parlare con lui alla luce del fatto che qualcuno l’aveva ucciso e farlo ragionare su questo tema, farlo riappropriare dell’alienato interpretando gentilmente la sua accusa nei miei confronti. Sono sicuro che mi avrebbe detto: “mi stanu facennu muriri, aiutami”, “mi stanno facendo morire, aiutami”.
Domanda
Lei è ottimista, ma dimentica che la persona anziana ha anche un cervello vecchio e una mente conseguentemente degenerata. Non è solo una questione psicologica, è anche una questione di invecchiamento degli organi e delle funzioni.
Risposta
La “coscienza di sé” cessa nel momento in cui l’elettroencefalogramma è piatto. Anche quando ci troviamo di fronte al delirio di un anziano, bisogna considerare che si tratta di una produzione psichica che lo riguarda direttamente e che parla di lui e della sua storia. Se si decodifica il delirio si capisce che l’attività mentale è basata sui “processi primari”, quelli che formano il sogno”, ed è al servizio di un equilibrio psicofisico migliore possibile. Interpretare comporta il restituire una persona la vita e la vitalità anche nel dolore di una contingenza disgraziata come la malattia.
Domanda
Le sue sono ipotesi e convinzioni personali. Il delirio è una perdita di contatto con la realtà e, anche se si può capire, non apporta alcun vantaggio e sollievo per un anziano. Cambio argomento e le chiedo: la folla e la gente fanno bene alle persone, ma come la mettiamo con l’agorafobia?
Risposta
Non rispondo alla prima parte della sua domanda perché sarei volgare. “Avanti con il santo che la processione si ingruma”, dicono i Veneti sapienti. L’agorafobia si attesta nel timor panico che prende un soggetto di fronte a spazi aperti e a confusione di persone. Lo spazio è diventato il vendicatore delle colpe e il soggetto si sente braccato ed è convinto che deve rendere conto delle sue malefatte con la morte. L’angoscia lo attanaglia, il respiro non è fluido, i sintomi maligni conseguono secondo le proprie propensioni formative. Una forte componente psichica, che riguarda la relazione con i genitori, è contenuta nelle cause profonde degli attacchi di panico agorafobico. Per il resto, come ho detto nelle “Considerazioni”, la gente e la folla sono salutari perché consentono a una persona di dire a se stesso “io sono io e gli altri sono gli oggetti di investimento della mia libido”. Un bambino che cresce tra la gente corre meno rischi di malessere psichico rispetto a un bambino isolato che vive con le poche e le solite presenze fisiche.
Domanda
Lei ha sostenuto che la “posizione edipica” in versione adulta si attesta nella cura dei genitori. E i genitori come si atteggiano dentro?
Risposta
Sono pochissimi gli studi sulla Psicologia senile. I vecchi si maltrattano facilmente con gli psicofarmaci e non meritano di essere conosciuti meglio nelle loro umanissime psicodinamiche. Ai vecchi non si prescrive la psicoterapia, è tempo perso: così si pensa comunemente. Niente di più sbagliato. Alla sua domanda rispondo dicendo che il genitore anziano rispolvera la sua formazione psichica e il patrimonio di esperienze che ha accumulato e continuerà ad usare i suoi prediletti “meccanismi di difesa”. In ogni caso il genitore anziano gradirà qualsiasi attenzione nei suoi riguardi e non rifiuterà, di certo, la premura e la cura degli altri sempre restando nel suo ambiente e tra le sue cose, non in un lucido ospizio a duemila euro al mese.
Domanda
Grazie!
Risposta
Prego!

Per il sogno di Magritte ho trovato giusto ricordare un poeta della canzone, Charles Aznavour, lo chansonnier recentemente scomparso. Il testo scelto è “La mamma”, una lirica neorealista che tratta la prossimità a morire di una madre secondo la cultura armena di cui Charles era figlio. Degni di nota sono i modi affettivi e i riti sociali che accompagnano l’agonia della donna. La morte, secondo la cultura armena, va onorata e rispettata nel riconoscimento del valore della Madre e non di una madre qualunque. Si tratta dell’archetipo Madre, del simbolo universale calato in un rituale di riconoscimento e di comprensione emotiva. Nella mia infanzia siciliana ricordo perfettamente l’agonia e lo spirare di una madre in quel di Siracusa, in via Resalibera, mamma Gesualda. Non mancavano neanche le “maiare”, le vecchie che gridavano e si lamentavano a pagamento. Non c’è bisogno di andare in Armenia, si può restare a casa nostra: stessi miti e stessi riti. Vi propongo il testo della canzone per la sua vena descrittiva, creativa nel linguaggio popolare, un testo che non perde tanto nella traduzione italiana: una perla poetica incastonata in un riconoscimento psicoanalitico della figura materna. Purtuttavia, preferisco la versione francese per la dolcezza e l’autenticità del testo.

“La mamma” di Charles Aznavour

Son tutti lì, accanto a lei,
da quando un grido li avvertì:
Sta per morire la mamma!

Son tutti lì, accanto a lei.
Tutti i suoi figli sono lì,
con quello che lei maledì,
tornato a braccia aperte a lei.

Tutti i bambini sono là,
intorno a lei che se ne va.
Nei loro occhi più non c’è
Il gioco bello dei “perché?”, alla mamma.

E la riscaldano di baci,
di sguardi dolci ed infelici…
Sta per morire la mamma.

Santa Maria, piena di grazia,
la statua è là, giù nella piazza
E voi tendendole le braccia, cantate già:
“Ave Maria, Ave Maria !”

C’è tanto amore, tanto dolore,
intorno a te, la mamma
Amore che non finirà,
intorno a te, la mamma.

E fuori là, dietro la porta,
la gente attende sotto il sole.
Sta per morire la mamma.

Il vino buono viene offerto,
non c’è nessuno che ne vuole
Però è l’omaggio per chi muore,
per chi ha vissuto come lei.
È strano a dirsi, ma è così:
Nessuno piange ma c’è chi
una chitarra prenderà
La ninna nanna suonerà, alla mamma.

E l’aria è piena di canzoni
e di dolcissimi altri suoni
Sta per morire la mamma.

Le donne intanto a bassa voce,
perché si possa addormentare,
come un bambino quando è sera,
cantano già “Ave Maria, Ave Maria !”

C’è tanto amor, tanto dolor,
intorno a te, la mamma
Amore che non finirà,
intorno a te, la mamma
Che giammai, giammai, giammai
ci abbandonerà.

 

ANCORA SULLA RAZIONALIZZAZIONE DEL LUTTO

“MANGIA, MANGIA !”

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Offrivo da mangiare a due persone, ma le mie premure erano rivolte all’uomo che era mio marito morto da tanti anni.
Aveva un volto diverso che non mi stupiva perché non lo vedevo da tanto tempo.
Era serio in viso, quasi inespressivo, e io gli offrivo un ragù di carne e gli dicevo premurosamente “mangia, mangia”, come si fa con una persona stanca e affamata che aveva affrontato un lungo cammino.
Rivolgevo, a questo punto, l’attenzione alla donna che l’accompagnava, una presenza indistinta di cui non vedevo il volto e l’aspetto fisico.
Chiedevo a mio marito chi fosse e lui mi faceva capire con cenni e con naturalezza che era la sua compagna.
A questo punto gli toglievo il cibo che gli avevo offerto e gli dicevo di andarsene.
Lui non ha mai parlato.
Uscendo di casa vedevo prima una mia cugina anziana e dopo mia sorella e mi dicevo: “ma guarda, loro si sono già trasferite e io no”.
Mi riferivo a una casa di villeggiatura e mi dicevo che presto mi sarei trasferita anch’io.
A questo punto mi sono svegliata.”

DECODIFICAZIONE – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Il marito, morto da tempo, si presenta in sogno. Meglio: la moglie vede in sogno il marito morto da tempo.
Niente di metafisico e di metapsichico!
Si tratta semplicemente di un’ulteriore e ricorrente “razionalizzazione del lutto”.
Degna d’interesse è la modalità in cui Maria Pia squaderna tra realtà e simboli la triste psicodinamica della morte del marito e della sua solitudine, della perdita di una persona amata e del forzato acquisto dell’autonomia psicofisica.
A proposito del meccanismo psichico di difesa dall’angoscia della “razionalizzazione del lutto”, si può affermare che si tratta di un processo universale, un “archetipo” funzionale valido per tutte le umane genti e colorato di tradizioni specifiche e di riti particolari. Non nuoce ricordare che il funerale e il culto dei morti hanno contraddistinto l’uomo e il grado di civiltà del gruppo di appartenenza. L’esorcismo dell’angoscia di morte si esercita in un rito sempre avvolto di sacralità e nel mistico divieto naturale di non procurare la morte, di non uccidere insomma.
Ricordo che il tempo necessario a razionalizzare il lutto è di circa due anni e che le reazioni psicofisiche alla perdita non sono da giudicare soltanto moralmente o culturalmente, ma soprattutto in base alla formazione di ogni persona in riguardo al depressivo “fantasma di perdita”, secondo la “organizzazione psichica reattiva” per l’appunto.
In ogni caso le reazioni psicofisiche al lutto sono sempre presenti nella diversità della formazione e della qualità del “fantasma” richiamato.
A questo punto è opportuno procedere nell’interpretazione del sogno di Maria Pia e riservare ulteriori considerazioni nella sezione “domande & risposte”.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Offrivo da mangiare a due persone, ma le mie premure erano rivolte all’uomo che era mio marito morto.”

Maria Pia è in piena “posizione psichica genitale” con l’esercizio dell’omonima “libido”: due persone da amare e da investire con premure, una in particolare degna di affetto e riconoscimento, il marito defunto. Maria Pia rievoca in sogno il trauma della perdita e la psicodinamica del lutto senza trascurare la valenza simbolica del cibo, l’affettività e il sentimento d’amore. Analizziamo i simboli.
“Offrivo da mangiare a due persone” tratta il classico simbolo del sentimento d’amore, il cibo. “Chi mi ama, mi nutre” recita il motto psicoanalitico assimilato sin dalla primissima infanzia. Maria Pia si offre in maniera “genitale” donando il cibo, i simbolici affetti. Le “persone” sono simbolicamente e latinamente “maschere” difensive in attesa di essere individuate.
“le mie premure erano rivolte all’uomo che era mio marito morto da tanti anni.”
La “genitalità” si precisa nella fusione di apprensione e di cura, “premure”, nella solerzia invadente e benefica del “premere”, così come si precisa una persona e si individua nella maschera del marito defunto. Maria Pia in sogno esibisce il suo sentimento d’amore verso il marito e offre un’informazione reale nel dato di fatto che quest’ultimo è “morto da tanti anni”. Simbolo e realtà sono combinati dalla protagonista sognante in maniera di stemperare le angosce e per continuare a dormire senza cadere nell’incubo e nel risveglio immediato.

“Aveva un volto diverso che non mi stupiva perché non lo vedevo da tanto tempo.”

Maria Pia riconosce il marito e ne giustifica l’atteggiamento e l’offerta con l’allentamento della “razionalizzazione del lutto”. Da tempo non aveva pensato in maniera terapeutica al trauma subito, magari aveva pensato di aver risolto la perdita. Si era abituata all’assenza irreparabile del marito, per cui ne giustifica la novità del modo di porsi e di offrirsi. Gatta ci cova, ma procediamo con la decodificazione puntuale dei simboli.
Il “volto diverso” condensa la nuova modalità di relazionarsi e di offrirsi in maniera difensiva agli altri.
“Non mi stupiva” attesta di una resistenza della protagonista a prendere coscienza di una “parte psichica di sé” emergente dai suoi drammatici vissuti del trauma subito con la morte del marito e dalle sue convinzioni sul tema.
“Non lo vedevo da tanto tempo” si traduce in “non ci pensavo da tempo”, avevo “rimosso” il trauma e non lo avevo mantenuto nella memoria consapevole anche per tenere sotto controllo le angosce collegate e non adeguatamente risolte.

“Era serio in viso, quasi inespressivo,”

Maria Pia sta parlando del suo vissuto e lo proietta nel marito defunto. Rievoca la sua psicoterapeutica riduzione del vissuto del marito a freddezza emotiva e affettiva. La “razionalizzazione del lutto” di Maria Pia è stata portata avanti nella maniera più naturale e ovvia, riducendo e raffreddando gli investimenti affettivi al fine di stemperare le emozioni legate al dramma della morte. I simboli confermano questa operazione psicofisica difensiva.
“Serio in viso” equivale a un’assenza di emozione e all’aumento dell’autocontrollo.
“Inespressivo” traduce la difesa di Maria Pia nel “razionalizzare il lutto” deprivandolo di angosce più che di emozioni, di inutili struggimenti più che di dolore. Il meccanismo psichico di difesa usato da Maria Pia, oltre la “razionalizzazione”, è “l’isolamento”, la scissione del sentimento dal fatto luttuoso.

“e io gli offrivo un ragù di carne e gli dicevo premurosamente “mangia, mangia”, come si fa con una persona stanca e affamata che aveva affrontato un lungo cammino.”

Maria Pia reagisce maternamente di fronte al marito tornato in vita e lo accudisce con le premure affettive e con la classica sollecitazione delle madri e in particolare delle madri siciliane, le “matriarche”. Maria Pia rievoca il suo atteggiamento materno nei confronti del suo uomo e realizza il desiderio di riportarlo in vita e di ritornare a vivere con lui. La stanchezza, la fame e il lungo cammino sono il risultato di un desiderato ritorno alla vita in compensazione di tanta perdita e di tanto dolore. I simboli chiariranno meglio questi temi.
“e io gli offrivo un ragù di carne” attesta della “libido orale” e “genitale”, della sfera affettiva, oralità, e della sfera donativa, “genitalità”. “Offrivo” denota la sacra devozione che trabocca o travalica nella “sacrificalità”, l’esagerazione della dedizione e la riduzione dell’amor proprio quando il dare e darsi non comporta un rinforzo narcisistico. Il “ragù di carne” non è un semplice cibo e un semplice simbolico attaccamento affettivo, è un condensato ben curato di energia, di investimento psichico, di “libido” per l’appunto. Forte è il bisogno di amare di Maria Pia e altrettanto forte è il vissuto di debolezza nei riguardi del marito.
“gli dicevo premurosamente “mangia, mangia”, conferma la cura anticipata, quella premura materna che toglie al figlio la possibilità di esprimere e di esprimersi. La disposizione, oltremodo “genitale”, si rafforza nel dono delle parole, “gli dicevo”, “hai tanto bisogno di essere amato per amare”, precisa traduzione simbolica di “mangia, mangia”. Ricordo che il cibo è il classico e primario simbolo dell’investimento affettivo, dell’appagamento della “libido orale” ed è legato alla figura materna o all’equivalente nutrice. Ricordo che in Sicilia da sempre per dirti che ti vogliono bene, ti offrono tanto e succulento cibo, dolci in particolare.
“come si fa con una persona stanca e affamata che aveva affrontato un lungo cammino.” La “stanchezza” attesta simbolicamente della caduta depressiva della “libido” e di una psicoastenia infausta che coinvolge la mente e il corpo secondo le linee programmatiche di una perdita di vitalità. La “fame” condensa simbolicamente il bisogno di essere amato e l’incapacità di investire la “libido” necessaria alla propria sopravvivenza, una dipendenza psicofisica classica del bambino. Maria Pia conferma il suo vissuto di provvedere a un “marito bambino” che non ha raggiunto l’autonomia. A tanta “libido genitale” corrisponde in maniera direttamente proporzionale il vissuto di una persona cara che ha tanto bisogno di cura e di premura. Il “lungo cammino” conferma, sempre simbolicamente, la difficoltà esistenziale in cui si incorre nel tragitto della vita. Maria Pia esprime il vissuto che giustifica tanto investimento nei confronti del marito, una vita irta di sacrifici e di asperità, insomma una vita non segnata dalla fortuna e dalla felicità.

“Rivolgevo, a questo punto, l’attenzione alla donna che l’accompagnava, una presenza indistinta di cui non vedevo il volto e l’aspetto fisico.”

Maria Pia complica la trama del sogno allargandola al sentimento della gelosia, psicologia, e alla dimensione metafisica, al di là della Natura. Focalizza la sua attenzione, dirige la sua coscienza, converge sulla figura femminile che associa nel sogno al marito defunto e tornato in vita secondo i suoi desideri, totalmente femminili, di donna, di moglie e di madre. Maria Pia s’imbatte nel suo sogno in immagini femminili che la riguardano e che si riferiscono alla sua “posizione edipica” e alla sua cultura metafisica. Da un lato rievoca la figura materna edipica, quella conflittuale con cui ha formato il suo essere femminile seguendo l’istinto che la portava nell’infanzia verso la figura paterna, dall’altro lato elabora l’effigie classica della Morte, una figura femminile senza volto e indistinta. Il ritorno del marito morto la mette di fronte alla sua “posizione psichica edipica” e alla sua immagine metafisica della Morte. I simboli spiegheranno meglio tanta intensità simbolica e dinamica del breve brano.
“Rivolgevo, a questo punto, l’attenzione” tratta il principio di Brentano della “intenzionalità della coscienza” ossia il fatto che la psiche si dirige sempre verso un oggetto specifico.
“alla donna che l’accompagnava,” la questione di Maria Pia verte sul suo essere la donna che ha accompagnato il marito fino alla morte e sul suo avere avuto a che fare con una donna, la madre, nel corso della sua formazione psichica. Una donna ha rubato il marito, la morte, e una donna lo ha tenuto per sé, la madre: due sconfitte al narcisismo e provvidenziali per la formazione del femminile.
“una presenza indistinta di cui non vedevo il volto e l’aspetto fisico.”
Il sogno viaggia tra passato e presente perché la persona delineata nel sogno è la figura materna che per resistenza e per continuare a dormire non si vede a causa dell’angoscia che evocherebbe perché rispolvera la “posizione edipica”. Maria Pia sta allucinando la madre o la figura mitica e mitologica della Morte, quella donna che le ha portato via il marito. La prima, la madre, le ha portato via l’affetto del padre, la seconda, la morte, le ha portato via il marito. Analizziamo i simboli.
La “presenza indistinta” è tale perché evoca angoscia. Si tratta della madre e della morte. Si cade nell’indistinto per difesa e per continuare a dormire, pena l’incubo e il risveglio immediato.
Il “non vedevo il volto e l’aspetto fisico.” attesta che ha un conto sospeso verso la morte e l’angoscia sottesa e verso la madre e la colpa sottesa. Maria Pia non ha razionalizzato adeguatamente la madre e la morte del marito. Il “volto” significa l’identità sociale e psichica, l’esibizione e la connotazione psicofisica. L’aspetto è la persona, la maschera che si porta nel sociale, alcune caratteristiche formali e non sostanziali.

“Chiedevo a mio marito chi fosse e lui mi faceva capire con cenni e con naturalezza che era la sua compagna.”

Si presenta immancabilmente l’infausto sentimento della gelosia, quello vissuto sin da bambini come un forte bisogno di possesso e come un esorcismo dell’angoscia legata al senso di colpa di aver tanto desiderato e preteso. La “posizione narcisistica” si coniuga con la “posizione edipica”, il sentimento della gelosia si sposa con lo struggimento del rifiuto e con la tensione della competizione con persone dello stesso sesso. I “cenni” e la “naturalezza” confermano che si tratta di un contesto naturale e di un sentimento affermato, si tratta della famiglia e delle cose giuste. Maria Pia frappone il piano antico, la famiglia, al piano successivo, la perdita del marito. Come se la madre facesse capire alla bambina che quello era il padre di cui ha avuto bisogno in qualche modo e da cui si allontana. Ora la bambina sa e può reagire. Il marito morto ha evocato il passato edipico per il tipo di rapporto che aveva con lui. Analizziamo i simboli.
“Chiedevo a mio marito chi fosse” equivale a chiedersi e a chiedere da bambina che figura era la madre e che cos’è la morte e il distacco affettivo.
“lui mi faceva capire con cenni e con naturalezza che era la sua compagna.” attesta della “razionalizzazione del lutto” alla convinzione che il marito ormai è tra le braccia della Morte e che tale unione è naturale. I cenni attestano del linguaggio efficacissimo e “naturalissimo” dei gesti.
“A questo punto gli toglievo il cibo che gli avevo offerto e gli dicevo di andarsene.”
Come dire: a questo punto ho razionalizzato il lutto e ho ridotto l’investimento affettivo. Necessariamente ha dovuto fare a meno del marito e

ha ridotto l’investimento affettivo. Non è un rifiuto per gelosia, ma soltanto un normale e naturale processo di distacco per continuare a vivere senza l’angoscia della morte in giro per la psiche.

“Lui non ha mai parlato.”

La parola è un simbolo affettivo e si traduce in un dono vitale. Appartiene alla “posizione psichica genitale” ed è un investimento classico della “libido” matura. “In principio era il Verbo” inizia il Vangelo di Giovanni a testimoniare del prodigi energetici della Parola di un Dio che ama e che crea. Il marito di Maria Pia non ama più. Meglio, Maria Pia è convinta che il marito non può regalarle affetto e non può investire alcunché. Il marito appartiene ai morti.

“Uscendo di casa vedevo prima una mia cugina anziana e dopo mia sorella e mi dicevo: “ma guarda, loro si sono già trasferite e io no”.

Cambia radicalmente la scena. Maria Pia torna alla realtà di tutti i giorni e si vede negli altri. Si trova avanti negli anni e reagisce alla sua staticità psichica muovendosi, trasferendosi, investendo “libido” su se stessa. Dalla “libido genitale” enorme di “mangia mangia” e del servizio agli altri, recuperare “libido narcisistica” e pensare a se stessa è importante per Maria Pia nello smaltimento psichico del lutto. Ritorno al presente e alla realtà è compito dell’Io e il parlare a se stessi aiuta a capirsi e a convincersi.

“Mi riferivo a una casa di villeggiatura e mi dicevo che presto mi sarei trasferita anch’io.”

Maria Pia cerca il suo disimpegno psicofisico nella “casa di villeggiatura” dove alberga per rilassarsi e per divertirsi, quanto meno per cambiare modo di vivere per un breve periodo. La “proiezione” e “l’identificazione” nella sorella e nella cugina trova una Maria Pia affermativa nella conclusione del sogno e decisa a non soffrire per gli assenti giustificati, il marito morto, e rubati da quella “Morte” che simbolicamente è rappresentata da sempre in sembianze femminili. Le Moire greche erano tre donne: Lachesi, Atropo, Cloto.

“A questo punto mi sono svegliata.”

Il sogno ha compiuto completamente il suo viaggio di rievocazione e di reintegrazione del lutto. Dopo aver riattraversato un aspetto e una qualità della relazione con il marito defunto, la sua protezione e il suo affetto materno nello specifico, Maria Pia converge su e stessa e rafforza la “razionalizzazione” della perdita irreparabile, restaura il “fantasma di perdita” personale, la sua angoscia di morte, attraverso un processo di integrazione nella vita e di continuazione al meglio possibile della quotidianità, recupera “libido narcisistica” dall’infanzia per rafforzare l’amor proprio. Questa operazione è necessaria per tutti gli anziani. Dopo tanto esercizio “genitale”, dopo aver tanto amato e voluto bene, ogni persona deve affrontare la vecchiaia volendosi tanto bene, ma veramente tanto. “Svegliata” equivale a “ho preso ulteriormente coscienza di me come persona e delle mie esperienze vissute in riguardo al lutto”.
Buon viaggio Maria Pia nel cammino della vita!

PSICODINAMICA

Il sogno di Maria Pia sviluppa la psicodinamica della “razionalizzazione del lutto” e della reintegrazione della perdita all’interno della sua “organizzazione psichica reattiva”, struttura evolutiva in atto. Di fronte al personale “fantasma di morte” la protagonista reagisce affermando con volitività la migliore vita e vitalità possibili alle condizioni date: una vecchiaia attiva.

ULTERIORI RILIEVI TECNICI

I simboli importanti e presenti nel sogno di Maria Pia sono “mangiare”, “volto”, casa di villeggiatura”, “affamata”, “stanca”, “cammino”, “compagna”.
L’archetipo dominante è la “Morte” ed è visibile in “”una donna che l’accompagnava”.
Il “fantasma di morte” è richiamato e gira in tutto il sogno.
Il sogno di Maria Pia lascia agire fondamentalmente l’istanza “Io” con la sua ricerca di razionalità e di presa di coscienza, ma non manca l’azione dell’istanza pulsionale “Es” nella rielaborazione della perdita e del lutto: “mangia, mangia” in primo luogo. L’istanza limitante e censoria del “Super-Io” agisce in “A questo punto gli toglievo il cibo che gli avevo offerto e gli dicevo di andarsene.” E’ un’espressione a metà tra pulsione e censura a conferma che l’elasticità e la duttilità regolano le combinazioni psichiche.
Le posizioni psichiche richiamate nel sogno sono in progressione la “orale”, la “genitale” e la “fallico-narcisistica”: “mangia mangia” e “la casa di villeggiatura”.
I meccanismi e i processi di difesa usati da Maria Pia nel sogno sono la “condensazione”, lo “spostamento”, la “razionalizzazione” e la “regressione” onirica al lutto, la “proiezione” e la “identificazione”. Non è presente la “sublimazione” dell’angoscia della perdita.
La “organizzazione psichica reattiva” evidenziata nel sogno di Maria Pia è classicamente “genitale” con una forte incidenza “orale: dono e affettività in eccesso. La struttura psichica in atto e in attesa di evoluzione è rivolta verso la soluzione e l’integrazione degli affetti e dell’amor proprio.
Il sogno di Maria Pia contiene le figure retoriche della “metafora” in “mangia mangia, della “metonimia” in “una presenza indistinta di cui non vedevo il volto e l’aspetto fisico.” L’elaborazione non è poetica ma prosaica.
La “diagnosi” dice della riedizione di un processo completo di “razionalizzazione del lutto”: fantasma di perdita e riparazione dell’angoscia in base al “principio di realtà” e a opera dell’istanza “Io”.
La “prognosi” impone a Maria Pia di tenere nel cuore il ricordo del marito scomparso e di non smettere mai di volersi bene.
Il “rischio psicopatologico” si attesta in una sindrome depressiva legata alla riedizione dell’angoscia di perdita.
Il “grado di purezza” del sogno di Maria Pia è buono, nonostante la sua discorsività consequenziale.
La causa scatenante del sogno è il ricordo del marito o una qualsiasi associazione alla sua figura: “resto diurno”.
La “qualità onirica” è simbolico-discorsiva.
Il sogno è stato effettuato nella terza fase REM del sonno alla luce del fatto che possiede una sua linea logica consequenziale.
Il “fattore allucinatorio rivela la preponderanza attiva del senso della “vista”.
Il “grado di attendibilità” dell’interpretazione del sogno di Maria Pia è buono.
Il lettore anonimo ha posto le seguenti domande dopo aver letto con interesse la decodificazione del sogno di Maria Pia.

DOMANDE & RISPOSTE

Domanda
Dopo tanti anni può ritornare l’angoscia per la morte di una persona cara?
Risposta
Certamente, ma in maniera sempre più blanda. Tutto dipende da come è stato portata avanti la “razionalizzazione del lutto”, con quali “meccanismi e processi” di difesa è stata operato lo smaltimento del dolore e dell’angoscia, con quale intensità emotiva e spessore psicologico era costituito il nostro “fantasma di morte”.
Domanda
Capisco e non capisco e mi piacerebbe capire di più, visto che il lutto coinvolge prima o poi tutti.
Risposta
Giustissimo. La morte di una persona, cara e non, evoca il nostro “fantasma di morte”, ci pone la triste verità che anche noi moriremo, ci mette nella condizione psicologica e sociale dei sopravvissuti, ci costringe a rivedere come ci siamo formati sin dal primo anno di vita nei riguardi dei vissuti di perdita. Di fronte alla morte istruiamo “meccanismi e processi di difesa” dall’angoscia e a tal proposito vedi il sogno di Fernanda sulla “razionalizzazione del lutto”, dove spiego l’azione dei vari meccanismi e dei processi di difesa. Importantissima e determinante è la presa di coscienza progressiva dell’esperienza di morte altrui e dell’ineludibilità della nostra: la “razionalizzazione del lutto e del fantasma”. Ricordo che il sogno aiuta a integrare l’esperienza depressiva della morte nella cornice psichica e a riparare eventuali sensi di colpa indicando le specifiche posizione affettive nei riguardi della persona defunta. Il sogno “docet”, è sempre un insegnamento per chi vuol capire.
Domanda
Mi è consentita un’ultima domanda impertinente?
Risposta
Certamente.
Domanda
E se quello che si è presentato nel sogno di Maria Pia fosse stato proprio lo spirito di suo marito?
Risposta
In questo caso siamo nel parapsicologico, nel metafisico, nell’esoterico e nel magico. Siamo in un campo da cui Freud volle a suo tempo esulare. Il sogno spazia, e non liberamente, nel settore squisitamente psichico. Il sogno siamo noi con il nostro personale bagaglio, la nostra formazione in evoluzione, la nostra “organizzazione psichica reattiva”, la nostra struttura “in fieri”. Il marito di Maria Pia era quello da lei vissuto in quel momento storico e psichico della sua vita. Il sogno ratifica, suggerisce, integra, abbellisce, aiuta e fa tanto di altro sempre a vantaggio del sognatore. Sognare è uno strumento di equilibrio psichico proprio perché evidenzia e organizza quei conflitti che sono la nostra sostanza, a prescindere dal fatto che ricordiamo o non ricordiamo il sogno.
Domanda
Quale canzone ha scelto per questo sogno?
Risposta
Scelgo “Quando una stella muore” di una Giorgia allegoricamente usignolo che rievoca poeticamente un lutto molto sentito e tragico, quell’incidente stradale che ha rapito il suo compagno. La canzone è una perfetta “razionalizzazione” del lutto con punte di “sublimazione”. In questo modo l’angoscia resta ai margini del territorio psichico. Di rilievo è anche il sollievo dai sensi di colpa nel ricordo di un lutto pubblico e privato.
Quando una stella muore

Cambia il cielo,
cambia la musica dell’anima,
ma tu resti qui con me
tra lo stomaco e i pensieri più invisibili
e da li non te ne andrai.

La vita cambia idea, cambia le intenzioni
e mai nessuno sa come fa.

Quando una stella muore,
che brucia ma non vuole,
un bacio se ne va,
l’universo se ne accorgerà.
Quando una stella muore fa male,
fa male.

Troppe notti sotto agli occhi porto lividi,
ho imparato a modo mio
a leccarmi le ferite più invisibili
perché è così che si fa.

Ma la vita cambia idea e cambia le intenzioni
e mai nessuno sa come fa.

Quando una stella muore,
che brucia ma non vuole,
un bacio se ne va,
l’universo se ne accorgerà.
Quando una stella muore, fa male
a metà tra il destino e casa mia
arriverà la certezza che non è mai stata colpa mia
non è stata colpa mia.

Un bacio se ne va,
l’universo se ne accorgerà.
Quando una stella muore
fa male.

 

LA RAZIONALIZZAZIONE DEL LUTTO

MI SCRIVE FERNANDA

Buongiorno Vallone,
come promesso le invio la sintesi di un sogno che ho fatto proprio questa notte e che, tra l’altro, la vede pure come attore.
Il sogno consiste in questo.
La chiamo al telefono per prendere un appuntamento di analisi, ma lei mi risponde che è in Sicilia per un bel po’ di tempo e che potrei recarmi presso un suo studio dove potremmo comunicare via Skype (video conferenza).
Mi reco presso questo studio (non ha nulla a che vedere con lo studio di Pieve di Soligo), entro, ovviamente non c’è nessuno, mi siedo dietro la scrivania davanti al p. c. ed inizio a guardare tra le sue carte sopra la scrivania trovando delle mie foto risalenti a 18 anni fa, foto che le ho dato io, foto di me giovane anche con Barbara, mia figlia, piccola.
Poco dopo dalla porta entra lei (che doveva essere in Sicilia), le chiedo piacevolmente stupita come mai è arrivato e lei mi risponde che comunque aveva degli impegni qui al Nord.
In realtà io capisco che è arrivato per me.
Quello che a me arriva è un tentativo di nascondere che in realtà è innamorato di me.
Si siede accanto a me e mi parla di lato, ma da vicino. Io provo una sensazione di protezione e di benessere.
Il sogno non ha nessuna sfumatura di carattere sessuale o fisico. Si ferma a questa sensazione di legame platonico.
Cosa mi sta succedendo?
Dopo tutti questi anni sembra più forte il passato del presente, ma vorrei anche avere un altro figlio.
Buona giornata,
Fernanda
P. S. Dimenticavo di dirle che l’anno scorso mio padre è morto.

CONSIDERAZIONI

Proseguo sulla linea della semplificazione massima senza scadere nell’approssimazione.
Fernanda chiede cosa le sta succedendo e la risposta immediata è la seguente: la “razionalizzazione del lutto” legato alla perdita del padre.
La notizia finale è la chiave di comprensione del sogno di Fernanda e la Psiche birichina la comunica nel “post scriptum” a testimoniare di una blanda “rimozione” o ingenua dimenticanza.
Cosa comporta a livello psichico il lutto?
Reazioni psicosomatiche, mentali e fisiche, nonché pratiche e ritualistiche, tutte dettate dalla “organizzazione psichica reattiva” maturata e dall’uso dei meccanismi di difesa dall’angoscia che hanno contraddistinto l’evoluzione psichica. Nell’impatto con l’esperienza della morte ogni persona reagirà alla perdita in maniera diversa, ma fondamentalmente secondo le direttive del suo corredo formativo.
Quanto tempo necessita la “razionalizzazione del lutto”?
Dopo due anni si evidenzia il processo innescato dal dolore e dall’angoscia, nonché il modo e la maniera in cui l’esistenza si è evoluta: il dolore riguarda la perdita, l’angoscia verte sulla morte.
La lettera di Fernanda ha un sogno incorporato e offre la possibilità di iniziare un percorso sul fenomeno inquietante della perdita e sulla conseguente riflessione sulla morte.
Presto le mie parole all’interpretazione del sogno di Fernanda.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Buongiorno Vallone,
come promesso le invio la sintesi di un sogno che ho fatto proprio questa notte e che, tra l’altro, la vede pure come attore.”

Fernanda mi conosce perché è stata in trattamento analitico. Con lo psicoterapeuta si stabilisce sempre una complessa relazione, umana e clinica, che viene definita “transfert”. Si tratta della riproposizione delle modalità psichiche, elaborate e vissute durante l’infanzia nei riguardi dei genitori, sulla poliedrica figura dell’analista, modalità relazionali che contraddistinguono come un marchio di fabbrica ogni persona. Il “transfert” è secondo Freud un potente strumento d’indagine perché verte sull’infanzia e sull’adolescenza e denota soprattutto i movimenti affettivi e le pulsioni sessuali vissuti durante l’evoluzione psichica del soggetto in trattamento. Sognare l’analista, quindi, comporta la “traslazione” difensiva della figura materna o paterna con le modalità psichiche emergenti. Ribadisco, figura materna e paterna secondo le emergenze elaborate nel corso dell’esperienza di destrutturazione e di razionalizzazione psichiche. Ricordo che l’analisi e la presa di coscienza del “transfert” concludono il trattamento psicoterapeutico psicoanalitico. Alla luce di queste considerazioni teoriche il mio “essere attore” nel sogno di Fernanda si spiega con la “traslazione” del padre defunto nella mia figura e con la riedizione della relazione transferale a suo tempo vissuta nel corso dell’esperienza psicoterapeutica.
Procedendo punto per punto, il discorso diventa più semplice e comprensibile.

“Il sogno consiste in questo: la chiamo al telefono per prendere un appuntamento di analisi, ma lei mi risponde che è in Sicilia per un bel po’ di tempo e che potrei recarmi presso un suo studio dove potremmo comunicare via Skype (video conferenza).”

Fernanda si relazione con me secondo le coordinate della psicoterapia e manifesta l’intenzione di una seduta di sostegno, ma non è molto convinta dal momento che mi allontana dal mio studio di Pieve di Soligo e, sapendo delle mie origini sicule e del mio costume nostalgico di ritornare spesso in Sicilia, mi colloca beneficamente nella mia terra. Ha un atteggiamento materno nei miei confronti, non vuole rinunciare alla seduta ma la desidera distaccata ed emotivamente meno intensa: “la chiamo al telefono” e “comunicare via Skype”. La modernità è al servizio della relazione e ben venga anche se pone diversi problemi nel settore delle psicoterapie. Comunque, Fernanda sta cercando un incontro e un impatto a bassa intensità emotiva con una figura maschile e ha spostato nell’analista una gentile connotazione paterna. Fernanda cerca un contatto in un distacco risolvibile, evita l’angoscia della perdita e la ripara con una soluzione mediata. Ma quale psicodinamica sta effettivamente istruendo Fernanda nel suo sogno?

“Mi reco presso questo studio (non ha nulla a che vedere con lo studio di Pieve di Soligo), entro, ovviamente non c’è nessuno, mi siedo dietro la scrivania davanti al p. c. ed inizio a guardare tra le sue carte sopra la scrivania trovando delle mie foto risalenti a 18 anni fa, foto che le ho dato io, foto di me giovane anche con Barbara, mia figlia, piccola.”

Fernanda in sogno sta riesumando la sua storia psicoterapeutica, la sua avventura analitica iniziata e proceduta nel tempo anche con il lieto evento della figlia, esperienze che ha vissuto nel suo “studio” interiore e che la trovano particolarmente in confidenza con la mia persona. Le “carte” sono ovviamente quelle sue, i fatti intercorsi nella vita di una giovane donna, la maternità e l’affidamento a un buon padre, l’analista. Fernanda ha maturato un “transfert” positivo e ha potuto procedere nella rivisitazione delle sue esperienze formative senza gravi travagli: “le mie foto risalenti” e “le ho dato io”. Fernanda aveva in apparenza una “posizione edipica” non eccessivamente conflittuale nei riguardi del padre e una relazione di dipendenza nei riguardi della madre. La figlia di Fernanda conta a tutt’oggi diciotto anni. La sintesi di tanti anni di vita e di lavoro su se stessa è quasi perfetta, per cui il sogno può passare all’elaborazione di materiale psichico più sostanzioso e congruo.

“Poco dopo dalla porta entra lei (che doveva essere in Sicilia), le chiedo piacevolmente stupita come mai è arrivato e lei mi risponde che comunque aveva degli impegni qui al Nord.”

Fernanda rievoca la sua relazione conflittuale con il padre, “posizione edipica”, tramite la mia persona e la mia figura e adatta mirabilmente la parte fisica con la parte psichica: “piacevolmente stupita”. Per i bisogni psichici emersi in sogno si serve della magia dello spazio e rapidamente si colmano le distanze tra il Sud e il Nord. Emerge un tratto “fallico narcisistico” dell’adolescenza, quando la conquista affettiva del padre era importante per il futuro e per l’evoluzione. Il pensiero magico dell’infanzia si ridesta per assolvere i desideri di una figlia che ha bisogno d’importanza e di potere, di valutazione e di prestigio. Il sogno viaggia nel discorsivo, con pochi simboli espliciti e con dinamiche realistiche perché Fernanda lo accomoda e lo acconcia dopo il risveglio e anche perché tanto tempo è passato dalla fine della terapia. Si rilevano i bisogni di potere e la “proiezione” di onnipotenza magicamente condita: “piacevolmente stupita come mai è arrivato” dal Sud al Nord. E’ altamente poetica la fantasia seduttiva della bambina nella ricerca del privilegio e dell’attenzione del padre. Questa è una radice psichica del futuro destar fascino nella conquista dell’altro.

“In realtà io capisco che è arrivato per me.”

Quanti sentimenti sono condensati in questa breve frase! A riprova di quanto detto in precedenza, si evidenziano il bisogno di possesso esclusivo, il sentimento della rivalità fraterna, la sete d’affetto, il desiderio della conquista, il fascino e il potere della seduzione. Fernanda bambina nutriva naturalmente il suo “Io” con una buona dose di fantasie falliche e narcisistiche. Questa breve frase è anche un condensato di psicologia della seduzione edipica. Fernanda riesuma desideri e i bisogni di bambina, nonché le titubanze di adolescente, nei riguardi del padre. “Capisco” equivale a “mi riempio” e “contengo”, a “mi imbevo” e ho la consapevolezza che il maschio dice le bugie per non tradire i suoi affetti e il suo sentimento d’amore. La “proiezione” difensiva è oltremodo evidente. Fernanda ha vissuto tutto questo trambusto in passato, non lo ha detto e non lo ha fatto capire, l’ha tenuto nella sua interiorità per evolversi. L’intimo e il privato sono sempre beni da tutelare e non si offrono al primo venuto: le perle non si danno in pasto ai porci. Non dimentichiamo che il padre di Fernanda è morto da quasi un anno e che lei sta necessariamente razionalizzando il lutto. “Per me”, ribadisco, è tutto un programma d’investimento di “libido fallico-narcisistica”.

“Quello che a me arriva è un tentativo di nascondere che in realtà è innamorato di me.”

Come si diceva in precedenza, i bisogni affettivi e affermativi sono una costante psichica che i figli rivolgono all’attenzione e alla sensibilità dei genitori. Essere valutati e rivalutati è molto importante nell’economia dell’evoluzione psicofisica. “Quello che a me arriva” dall’interno e non dall’esterno è la difesa del “proiettare” nell’altro i moti profondi del mio corpo e della mia mente. La “posizione edipica” è servita in un piatto d’oro e non d’argento. La bambina ha pensato allora e ripensa adesso tramite la donna adulta e la madre che un uomo, il padre, avesse investito “libido” su di lei. Il bisogno difensivo di non vivere l’angoscia di valere poco si sublima nella collocazione narcisistica di superiorità. Da questo spaccato di sogno si capisce la formazione dei complessi d’inferiorità e dei disturbi affettivi. In ogni caso genitori freddi e anaffettivi producono guasti psichici nei figli, che oltretutto producono da soli “fantasmi depressivi” di vasta portata per naturale necessità formativa ed evolutiva. Nascondere la verità è andare contro la realtà. Fernanda ha avuto bisogno che il padre si accorgesse di lei e di fare fantasie su questo rapporto. Lei ha fatto di tutto per occultare a se stessa e agli altri questo sentimento e questa attrazione, ma è costretta alla consapevolezza dopo la morte del padre e in sogno. Il lutto e il fantasma depressivo rimescolano alla grande la struttura psichica maturata e la costringono ad evolversi con la “razionalizzazione” della perdita. Convergiamo sul sogno e sulla simbologia: l’analista padre si è innamorato della figlia paziente. Il “transfert” seduttivo e affettivo è servito a Fernanda per tirare fuori al meglio la sua modalità relazionale. Adesso può risolvere il conflitto con il padre e compensare le frustrazioni necessariamente subite. Adesso si può consapevolmente relazionare con i suoi uomini in maniera autonoma anche se la modalità primaria resta sempre attiva. Fernanda può comandare a casa sua.

“Si siede accanto a me e mi parla di lato, ma da vicino. Io provo una sensazione di protezione e di benessere.”

Ecco svelati i bisogni della bambina nel sogno della donna adulta a conferma che il tempo non è passato, che il vissuto è ancora presente e si compensa altrove. La Psiche viaggia in una dimensione temporale assolutamente presente, un “breve eterno”. La vita psichica si riconduce all’attualità della coscienza. La “regressione” onirica offre l’immagine di una Fernanda bisognosa di vicinanza, di parole, di presenza, di protezione e di viversi bene. La “posizione edipica” è umanizzata senza colpe e senza eccessi. Fernanda edulcora in sogno le turbolenze emotive e le pulsioni e sublima il desiderio del padre vissuto a suo tempo e ripresentato nel trattamento analitico verso la figura dell’analista. “Accanto”, “di lato”, “da vicino” sono simboli spaziali pregni di affettività nelle loro diverse angolature: una sottile precisazione sul tema sentimentale. La “protezione” si lega mirabilmente al “benessere”: un degno connubio e un prezioso insegnamento per i futuri genitori.

“Il sogno non ha nessuna sfumatura di carattere sessuale o fisico. Si ferma a questa sensazione di legame platonico.”

Niente di aristotelico in questo sogno, tutto è platonico e l’atmosfera è rarefatta e pulita. Fernanda insiste anche da sveglia a ripulire il sogno da sfumature erotiche e dal complotto dei sensi. Tutto “si ferma a questa sensazione di legame platonico”. Lapsus freudiano: platonico e ideale razionale coincidono e non contemplano alcun tipo di sensazione. Fernanda sublima per difesa i vissuti dei sensi e li colloca nel mondo, sempre di Platone, che sta al di là del cielo, l’iperuranio per l’appunto. Nulla è materiale e tutto è spirituale. Questa è la profonda menzogna difensiva che sin da bambini i vecchi bacucchi propinano ai bambini che sono interessati soltanto alla pelle e alle coccole, allo stomaco e alle leccornie, al ventre e alla “libido”. I bambini vivono il corpo come la propria essenza e dal corpo traggono gli auspici per l’evoluzione psichica corretta, propria e non alienata. L’autocoscienza psicofisica è ancora una volta la soluzione vincente di tutti i conflitti nevrotici e non. Prendersi cura amorevole del proprio corpo e osservare attentamente i suoi diritti sono gli assunti di base per ogni persona che rifiuta l’imbroglio e il pregiudizio, nonché la sofferenza mentale. Un ultimo rilievo su “di carattere sessuale o fisico”: Fernanda distingue nella vita reale il corpo dalla psiche, nonché le attività vitali connesse. E’ questa un’ulteriore e manichea difesa mentale e culturale presente nella lettera, perché nella realtà Fernanda si è dimostrata aperta e moderna.

“Cosa mi sta succedendo?”

Il sogno e il commento lasciano il posto alla domanda. Fernanda si interroga e la risposta è semplice: stai razionalizzando il lutto legato alla perdita del tuo papà. L’operazione di purificazione e di presa di coscienza sta maturando anche attraverso il sogno e con il recupero della “posizione edipica”, la conflittualità dei vissuti in riguardo all’augusto genitore. Inoltre e sempre in sogno Fernanda ha sintetizzato le difese che ha usato nei confronti del padre e, di poi, degli uomini. Semplicemente: l’evento luttuoso ha scoperchiato la pentola ed venuta fuori la modalità psichica relazionale di Fernanda. La morte del padre ha reso possibile un ultimo regalo: la presa di coscienza evolutiva che consente di maturare e di progredire nella normalità e senza grandi sconvolgimenti.

“Dopo tutti questi anni sembra più forte il passato del presente, ma vorrei avere anche un altro figlio.”

La psiche non ha tempo, la coscienza è un “breve eterno”. Freud al proposito si dichiarava ignorante e riteneva la dimensione temporale un settore di studio aperto e foriero di importanti implicazioni. Era sorpreso dell’effetto psicofisico del meccanismo principe di difesa della “rimozione” e della presenza di materiale rimosso e carico di tensioni congelate che esplodeva in ipnosi nel momento in cui l’evento emergeva alla coscienza e riacquistava tutta quella carica nervosa che a suo tempo non si era espressa perché relegata a livello profondo. Era nato l’Inconscio. Convergendo sul sogno di Fernanda, si evidenzia la convinzione che tutto si gioca nell’ambito della coscienza e sotto forma di elaborazione nell’attualità, come sostenevano a ragione i Filosofi e senza ricorrere a Inconsci e compagnia cantante. Il “fantasma del padre” è stato razionalizzato al tempo dell’analisi e si è scatenato e precisato quando è morto, quando ognuno di noi è chiamato a reagire istruendo i meccanismi e i processi di difesa elettivi, quelli consoni alla nostra struttura psichica o meglio “organizzazione psichica reattiva”. Si spiega in tal modo la diversa reazione dei membri della stessa famiglia di fronte alla perdita di una persona cara. I vissuti del passato si presentano al presente e condizionano le reazioni personali e le scelte esistenziali. Dopo il lutto si può anche sconfiggere la morte con una gravidanza: esorcismo dell’angoscia e affermazione di potenza del Genio della Specie e Filogenesi. La depressione della perdita del padre si può risolvere con il bisogno di avere un figlio. Il passato è forte e si presenta al presente. Un figlio ci infutura.

“P. S. Dimenticavo di dirle che l’anno scorso mio padre è morto.”

Come dicevo nelle “considerazioni”, questo evento luttuoso spiega gran parte del sogno di Fernanda ed è la causa scatenante del trambusto psicofisico in atto. La necessaria “razionalizzazione del lutto” porta a una riformulazione mentale e a una ricomposizione emotiva. La morte del padre è per tutti un momento drammatico da risolvere attraverso la comprensione logica della perdita e di quello che comporta e lascia in eredità. I padri non lasciano soltanto beni materiali da dividere in parti possibilmente uguali, ma lasciano soprattutto strascichi psicologici che aspirano a essere organizzati e reintegrati nella struttura psichica o “organizzazione psichica reattiva” per portare a quella maturazione che è sempre un fatto di coscienza.

PSICODINAMICA

Il sogno di Fernanda sviluppa il tema della “razionalizzazione del lutto” e rievoca l’esperienza conflittuale con la figura paterna. Ricordo che per “razionalizzazione” si intende il naturale esercizio della funzione logica di aristotelica memoria, basato sui principi logici e sulle categorie, e non il meccanismo di difesa della “razionalizzazione” che porta alla formazione di costruzioni mentali paranoiche, neo-realtà in giustificazione difensiva dei propri sensi di colpa. Fernanda rievoca il padre costretta dalla sua morte e dal bisogno di comporre il “fantasma” depressivo della perdita. Inoltre, il sogno di Fernanda mostra la funzione psicoterapeutica del “transfert” e ne evidenzia la proprietà evocativa dei fantasmi dell’infanzia e delle modalità affettive vissute e acquisite.

ULTERIORI RILIEVI TECNICI

Il sogno di Fernanda evidenzia i seguenti tratti caratteristici.
Formula e contiene la simbologia del “chiamare al telefono”, “comunicare via Skype”, della “foto”, “capisco”, “accanto”, “di lato”, “da vicino”.
E’ prevalentemente guidato dall’Io cosciente e la formulazione è narrante e discorsiva. L’istanza pulsionale “Es” è contenuta in “piacevolmente stupita”. Dell’istanza censoria e morale “Super-Io” si avverte presenza in “sensazione di legame platonico”.
Evidenzia una “organizzazione psichica reattiva”, struttura”, “fallico-narcisistica”: autocompiacimento e potere con difficoltà di apertura e di relazione.
Elabora la “posizione edipica”, relazione conflittuale con il padre, e non offre alcunché della madre.
Usa i meccanismi di difesa della “condensazione”, dello “spostamento”, della “traslazione”, della “proiezione”, della “sublimazione” in “legame platonico”. La “regressione” è visibile in “le mie foto risalenti a diciott’anni fa”. Il sogno è ispirato dal meccanismo della “razionalizzazione” di un evento, il lutto nel caso specifico.
Richiama il meccanismo psicoterapeutico del “transfert”.
Elabora le figure retoriche della “metafora” o relazione di somiglianza in “foto” e “telefono”, della “metonimia” o nesso logico in “legame platonico”. Il sogno non è formulato in maniera poetica, ma discorsiva e narrativa.
La “diagnosi” dice di un processo di “razionalizzazione del lutto” in evoluzione.
La “prognosi” impone di portare avanti la “razionalizzazione del lutto” e della “posizione edipica”, al fine di migliorare le relazioni e di liberare le emozioni.
Il “rischio psicopatologico” si attesta in una sindrome nevrotica d’angoscia legata alla mancata razionalizzazione della perdita del padre e del fantasma di morte collegato.
Il “grado di purezza onirico” è basso perché Fernanda ha elaborato e molato il sogno da sveglia.
La causa scatenante del sogno, “resto diurno”, è il ricordo della propria analisi e dell’analista con il bisogno di una seduta.
La “qualità” del sogno è la discorsività narrativa.
Il sogno è stato elaborato nell’ultima fase REM, verso il mattino e durante il risveglio.
I sensi allucinati sono la vista e l’udito. “Si siede accanto a me e mi parla di lato, ma da vicino. Io provo una sensazione di protezione e di benessere” richiede una cospirazione allucinatoria dei sensi.
Il “grado di attendibilità” dell’interpretazione del sogno di Fernanda è elevato e molto prossimo alla verità psichica oggettiva.

DOMANDE & RISPOSTE

Il lettore anonimo ha posto le seguenti domande dopo aver letto l’interpretazione del sogno di Fernanda.

Domanda
Come si reagisce al lutto?
Risposta
Come ho detto in precedenza, si reagisce in base alla “organizzazione psichica reattiva” che abbiamo formato ed evoluto e in base ai “meccanismi psichici di difesa” che usiamo in base alla nostra formazione.
Domanda
E’ una reazione condizionata e non libera?
Risposta
E’ una libertà condizionata dalle possibilità di scelta che abbiamo e sempre in base alla nostra formazione psichica.
Domanda
Di veramente libero non c’è niente a livello psicologico secondo lei.
Risposta
Proprio così. Neanche il concetto di Dio è stato elaborato dagli uomini con la libertà assoluta. Anche Dio è stato costruito nei primordi dell’umanità in maniera condizionata. Vedi Spinoza che costruisce Dio come sintesi di libertà e necessità.
Domanda
Condizionato da chi?
Risposta
Il concetto di Dio è stato condizionato dall’uomo che lo ha elaborato e che vi ha proiettato i suoi limiti. Senza uomo Dio non ha motivo di essere e di esistere. Questo è il primo condizionamento: deve creare e comporre AdamEva.
Domanda
Andiamo sul semplice e sul facile. Mi spiega la reazione al lutto secondo le organizzazioni psichiche?
Risposta
In sintesi, fermo restando che di fronte alla perdita si scatena in ognuno di noi la reazione del lutto e il fantasma di morte, la “organizzazione orale” scatta in maniera affettiva scatenando forti emozioni e convertendole in reazioni isteriche come il pianto, esternando il dolore e cercando protezione negli altri.
La “organizzazione anale” trattiene le emozioni e le tensioni per poi possibilmente esplodere in reazioni smodate e inconsulte quando il sistema psichico supera la soglia e l’equilibrio omeostatico si rompe.
La “organizzazione fallico-narcisistica” reagisce in maniera personale ed esibizionistica manifestando un interesse al potere derivato da una situazione di grande dolore.
La “organizzazione genitale” vive il dolore in maniera composta, lo condivide e si relaziona per lenirlo nelle persone care.
In termini semplici queste sono le reazioni e le manifestazioni emotive.
Domanda
Quindi una persona che non manifesta il dolore non è un insensibile ma ha una organizzazione anale.
Risposta
Giusto e con tutte le sfumature del caso. Le mie sono generalizzazioni utili a capire, ma la reazione psichica al lutto e alla nostra angoscia di morte sono composite e miste perché l’organizzazione psichica è in evoluzione e può pescare dalle varie stazioni. Mi riprometto di allargare questi concetti che ho semplificato per motivi di chiarezza.
Domanda
A proposito di chiarezza posso riepilogare quello che ho capito? Alla morte di una persona cara e di fronte alla paura della nostra morte reagiamo in base a come ci siamo formati psicologicamente. Gli “orali” esternano in maniera emotiva, gli “anali” trattengono il dolore e poi possono esplodere, i “fallico-narcisistici” esibiscono le loro emozioni in funzione di un loro tornaconto, i “genitali” esprimono le loro emozioni e consolano gli altri.
Risposta
Una sintesi poderosa e perfetta come tutte le cose semplici.
Domanda
Quali meccanismi di difesa si mettono in atto di fronte al lutto e all’angoscia di morte?
Risposta
Anche questo è un discorso complesso, ma lo semplifico. Si usano i meccanismi che con la nostra organizzazione psichica maturata siamo abituati a usare. Adesso li scorro e li descrivo.
Il meccanismo primario del “ritiro primitivo” consiste nel fuggire dalla realtà per non vivere l’angoscia che non si può gestire. Tale fuga e chiusura in se stessi sono pericolose perché non riconoscono la realtà della morte e del lutto.
Il “diniego” è un meccanismo primario e si attesta nel negare il lutto e la morte. E’ pericoloso perché, per rifiutare l’angoscia, non riconosce la realtà.
La “dissociazione” è sempre un meccanismo primario e pericoloso perché di fronte all’angoscia opera una scissione dell’Io, quello che vive l’angoscia e riconosce il lutto e quello che nega il tutto e si aliena in una realtà tutta sua proteggendosi da quel se stesso angosciato e impotente.
La “rimozione” consiste nel relegare a livello profondo perdita e angoscia. Ma questa modalità di dimenticare non è possibile se si è coinvolti direttamente nel lutto.
La “regressione” e la “fissazione” si attestano nel tornare indietro a modi primari di vivere l’angoscia e la perdita, modalità meno evolute e sofisticate di quella “genitale” di accettazione e di condivisione. Esemplificando chi si chiude in se stesso e non comunica, usa questi meccanismi di difesa.
“L’isolamento” consiste nel separare l’emozione dal fatto, il dolore dal lutto, l’angoscia dalla morte e nel vivere in maniera fredda, senza sentimenti e senza sensazioni, gli eventi drammatici. Questo è un meccanismo molto usato e non significa essere insensibili o tanto meno cattivi.
La “intellettualizzazione” si attesta nel razionalizzare in maniera sofisticata un carico emotivo. E’ una forma estrema della “razionalizzazione”. Fare filosofia sulla morte e sul lutto è l’esempio giusto.
La “razionalizzazione” paranoica significa sentirsi perseguitati dall’angoscia e dalla perdita, costruire neorealtà e formarsi delle convinzioni in tal senso. La morte ci perseguita perché qualcuno ci odia e ci colpisce in questo modo.
La “moralizzazione” comporta una estremizzazione del senso del dovere, per cui l’angoscia e la morte sono di per se stesse necessarie, bisogna affrontarle in maniera rigida e accettarle in maniera passiva come eventi e vissuti ineludibili. Lo stoicismo e la maniera di intendere la morte e il dolore sono il classico esempio di “moralizzazione”. Anche il Buddismo rientra in questa concezione di naturale necessità.
La “compartimentalizzazione” si attesta nel relegare la morte e il lutto in un settore psichico a parte e non integrato nel complesso della “organizzazione psichica”. Pensare che la morte riguarda sempre gli altri è una forma di “compartimentalizzazione” e porta all’ipocrisia.
“L’annullamento” comporta la soluzione dell’angoscia del lutto e della morte in un rito per operare una purificazione attraverso l’azione ritualistica programmata. Recito una preghiera e partecipo a una messa oppure eseguo un atto personale che mi scarica la tensione emotiva in eccesso. La magia comporta il meccanismo dell’annullamento.
Il “volgersi contro il sé” significa vivere il lutto e l’angoscia di morte come colpe da espiare. Siamo peccatori e moriremo. La cultura e le religioni sono piene di questo meccanismo autolesionistico. L’espiazione spesso comporta la somatizzazione di un sintomo o una malattia psicosomatica.
Lo “spostamento” si attesta nella traslazione dell’angoscia e dell’evento luttuoso in un oggetto investito magicamente o in un’azione altrettanto magica: il feticcio e l’esorcismo.
La “formazione reattiva” comporta il capovolgimento del lutto e dell’angoscia in accettazione positiva del destino di uomini: dall’angoscia di morte al desiderio di morte. Vedi il martire e il martirio.
Il “capovolgimento” è una forma di reazione all’angoscia di morte e si attesta nel convertirla in necessità quasi desiderata. Vado in cerca di quello che temo. La morte diventa una ricerca e una sfida.
“L’acting out” o italianamente “messa in atto” esige che l’angoscia si risolve in una azione o in un agire che impedisce di pensare e di riflettere, quasi un prevaricare se stessi per non vivere l’angoscia e alienarsi in tutt’altro.
La “sessualizzazione” comporta che l’angoscia si traduca in un investimento di “libido”. Il dolore si converte in erotismo ed edonismo: godiamoci la vita e la vitalità, tanto poi si muore.
La “sublimazione” comporta la conversione benefica e socialmente utile dell’angoscia di morte e del lutto. Nobilitare il dolore e rendere l’angoscia una energia da usare per fini positivi.
Ho quasi finito il quanto dovevo dire in sintesi, ma mi riprometto di allargare meglio in futuro questo argomento. Ultima precisazione: questi meccanismi di difesa spesso si richiamano, si combinano e non sono usati in maniera pura ed esclusiva.

UN’ALTRA VITA DOPO LA MORTE

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Ero con mia madre.
C’era anche mio padre che è morto.
“Sei tornato in vita?”, “Ma non eri morto?”, “Esiste un’altra vita dopo la morte?” gli chiedo.
Lui fa silenzio e poi con assoluta calma mi risponde e mi dice che c’è un’altra vita dopo la morte.”

Questo è il lineare sogno di Felix.

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Il sogno di Felix tocca con una semplicità estrema le delicate e sempiterne questioni psichiche della “razionalizzazione del lutto” e della “vita oltre la vita”. Felix ha perso il padre e lo sogna in carne e ossa, con la moglie a fianco e dentro un bel quadretto familiare che ricorda i migliori anni della loro vita umana. Felix lo interroga espressamente su quesiti personali e metafisici e non disdegna di farsi dare, meglio di darsi, la risposta adeguata ai suoi bisogni psichici in atto.
Quello di Felix sembra un sogno pacato e senza angoscia, il classico sogno che dispone verso la “razionalizzazione del lutto”, la consapevolezza della perdita, quando resta soltanto il dolore senza lacrime e il sorriso amaro del sopravvissuto. In effetti, in un primo tempo Felix scarica in sogno il suo “fantasma di morte” destato e riattivato dalla morte del padre, di poi esorcizza la sua “angoscia di morte” sublimandola in un “al di là” consolatorio e confortante.
A proposito di “razionalizzazione del lutto” è opportuno dire che passano minimo ben due anni prima di digerire a livello psichico un trauma di questa portata e che il decorso non è mai spedito anche in quei soggetti apparentemente forti, quelli che non piangono mai.
Il sogno di Felix pone ancora la questione metafisica del “dopo la morte”, la questione naturale su cui la cultura ha costruito e costruisce chiese e religioni, filosofie e teologie, cimiteri e templi.
Il sogno di Felix non è un semplice sogno depressivo di una persona che ha perso il padre e che è in travaglio per accettare la perdita, è un prodotto culturale perché riguarda la soluzione religiosa collettiva del “fantasma di morte”.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Ero con mia madre.”

Felix esordisce in sogno con la polivalente figura materna: “madre edipica”, “alleata psichica” del sogno e del sonno, moglie del padre defunto.
Analizziamo queste tre posizioni.
La madre è stata a suo tempo oggetto del contendere di Felix bambino durante la “posizione edipica”. In lei aveva investito tanta “libido” nella vana attesa di un riscontro del suo amore possessivo. Ancora oggi si deduce dal semplice “ero con mia madre” il sapore “edipico” del figlio inteso verso una donna sacra ed enigmatica.
La madre funge da “alleata” in sogno per non incorrere nell’incubo e nel risveglio, oltre che per sviluppare temi delicati come la perdita del padre, un lutto che nella realtà condivide dolorosamente con la madre.
La madre viene usata come rafforzamento e sostegno per mantenere negli argini i livelli emotivi senza che tralignino nell’angoscia dell’irreparabile.
La madre è stata la “moglie del padre”, la figura psichica simmetrica nell’evoluzione psichica di Felix, e con il marito ha condiviso il vivere quotidiano e ha costruito i valori della famiglia.
Chi meglio di lei può aiutarlo in questo arduo e semplice sogno?
Il bambino Felix si porta dietro la mamma, la persona e la figura con cui ha un rapporto privilegiato, per affrontare il travaglio del lutto.

“C’era anche mio padre che è morto.”

La famiglia è al completo e la triade si è costituita come nel massimo dei desideri di Felix: il figlio unico che dispone totalmente dell’amore e della cura dei genitori. Il padre è tornato in vita secondo il classico e universale desiderio umano di vincere l’inesorabilità della morte, una magia che soltanto il sogno può fare. Possiamo ricordare e immaginare i defunti, ma non possiamo rivederli e sentirli e toccarli se non in sogno. Soltanto il sogno scatena i sensi meglio di quando si era vivi e ci permette di vivere anche quell’impossibile che non è stato vissuto in vita. Le emozioni sono più intense e sottili nel sogno rispetto alla veglia. Il desiderio di Felix è stato realizzato dal sogno e il padre è tornato in vita. Per la Logica consequenziale vige la contraddizione di un padre vivo in sogno ma morto nella realtà. Quel che conta è la realtà onirica, le modalità del benefico e benemerito “processo primario”, la creatività democraticamente e universalmente depositata in tutti gli uomini al di là delle culture e dei suoi derivati. Da svegli la morte può essere investita dalla memoria, ma il ricordo allevia il dolore e non offre le sensazioni del sogno.
Felix ha il padre vivo dentro, ma ha anche qualche conto sospeso con se stesso, per cui pone delle domande di un certo spessore a testimonianza dei suoi bisogni profondi di “sapere” e di dare respiro ai suoi dubbi metafisici. Il sogno assolve essenzialmente la funzione di alleviare l’angoscia del suo “fantasma di morte”, ma non si esime dal comunicare le verità possibili, pulsioni e desideri di onnipotenza.

“Sei tornato in vita?”

Inizia la sequela delle domande, una maniera interessata di ridurre l’angoscia nel sogno e nella vita vigilante. Un padre defunto e tornato in vita ha da comunicare tante verità perché è più “avanti”, come si suol dire nel gergo giovanile, di chi ancora è rimasto nelle dimensioni spazio-temporali di questo misero mondo. Il “sei tornato in vita” è l’espressione del desiderio profondo e onnipotente di riavere il padre in carne e ossa. Ma purtroppo dall’aldilà sono tornati in pochi a raccontare le verità intorno alla morte: Er l’armeno nel dialogo Repubblica di Platone, Ulisse nell’Odissea di Omero, Dante nella sua Divina commedia e qualcun altro che in questo momento non ricordo.
Esiste in Felix la consapevolezza che il padre è morto e questa presa di coscienza dispone a dire che il processo di “razionalizzazione del lutto” è abbastanza avanti. Più che l’affetto, vige la sorpresa e la curiosità. Si ha la sensazione che il ritorno in vita del padre infastidisca Felix perché ripropone le difficoltà relazionali edipiche del passato.

“Ma non eri morto?”

Dubbio amletico o trionfo della Logica aristotelica!
Felix non proietta aggressività nei confronti del padre augurandogli la morte, ma ha la piena consapevolezza che il padre è partito e non può ritornare. Il sogno, pur tuttavia, gli offre la possibilità di riparare eventuali sensi di colpa e di rivisitare la figura paterna in funzione nostalgica. In ogni caso il rivedere il padre vivo in sogno assolve anche e soprattutto il bisogno di vincere la morte e l’angoscia collegata al non senso di una vita che si conclude nel nulla, anche se eterno.

“Esiste un’altra vita dopo la morte?”

Felix ha risuscitato in sogno il padre per assolvere i suoi dubbi e le sue perplessità. Pone una domanda metafisica sull’aldilà, sulla possibilità che la vita non finisca nella morte e che ci sia una continuazione nella vita terrena: un inferno, un paradiso, un purgatorio, una regione celeste contrassegnata dall’eternità, dall’assenza della morte, dal godimento più godereccio, dalla massima tranquillità dell’anima.

“Lui fa silenzio”

Il “silenzio” è un attributo crudele della morte in vita e forse della morte. Ma essendo vivo, il padre, secondo i bisogni di Felix, è costretto a rispondere e a dare una soluzione ai quesiti psichici e metafisici del figlio. In ogni caso è bene precisare ancora una volta che sono tutti bisogni di Felix quelli che evidenzia il sogno: rivedere il padre, risuscitarlo, risolvere l’angoscia del “nulla eterno” o del dopo la vita.

“e poi con assoluta calma mi risponde e mi dice che c’è un’altra vita dopo la morte.”

La “calma”, specialmente se è “assoluta”, è un altro attributo della morte o quanto meno della caduta della vitalità. Il “nirvana” o “l’atarassia”, assoluta assenza di affanni, sono doti sovrumane proprio nel senso letterale del termine, vanno sopra l’umanità dell’uomo. Felix, per esorcizzare la sua angoscia di morte e del nulla eterno, fa rispondere il padre con la verità allettante che esiste un’altra vita, che non si muore del tutto e che ci si evolve in altre dimensioni. Felix è un praticone e un utilitarista perché approfitta del sogno e della morte del padre per ridurre la sua angoscia di morte e per risolvere i sensi di colpa nei riguardi del padre. Non dimentichiamo che chi muore lascia inevitabilmente in eredità, oltre i beni materiali, i sensi di colpa del “cosa averei potuto fare e non ho fatto per lui o per lei” e similar compagnia cantante.

PSICODINAMICA

Il sogno di Felix svolge la classica psicodinamica in riguardo al senso del vivere e del morire approfittando dell’evento drammatico e luttuoso della morte del padre. Inoltre, esorcizza le angosce depressive della fine e le sublima nell’esistenza di un’altra vita dopo la morte, anzi dopo la vita.
Da rilevare che si tratta anche di una maniera di razionalizzare il lutto.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

L’istanza psichica razionale e basata sul principio di realtà dell’Io” è ben visibile in “mi risponde e mi dice”.
L’Es o istanza pulsionale è presente in “Sei tornato in vita?”, “Ma non eri morto?”, “Esiste un’altra vita dopo la morte?”.
L’istanza Super-Io si manifesta in “c’era anche mio padre”; il padre è il classico simbolo del limite e della censura.
Il sogno di Felix evoca la “posizione psichica edipica” con il suo ricostituire la triade “padre-madre-figlio”.
La “posizione genitale” si evince nelle convinzioni e convenzioni culturali in riguardo alla morte e al “post mortem”.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

Nel sogno di Felix sono presenti i meccanismi psichici di difesa della “condensazione” in “madre” e “padre”, dello “spostamento” in “morto” e “morte”, della “drammatizzazione” in “Lui fa silenzio”.
Il processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione” è presente in “c’è un’altra vita dopo la morte.”

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Felix evidenzia un tratto depressivo, sensibilità alla perdita, in una cornice prevalentemente “orale”: bisogno d’affetto e dipendenza psichica.

FIGURE RETORICHE

Il sogno di Felix è discorsivo e contiene pochi simboli e un solo fantasma, per cui le figure retoriche sono usate con parsimonia. La “metafora” si intravede in “madre” e “padre” al posto di affetto e potere, la “metonimia” è presente in “morte” e “vita” e “silenzio” e “calma assoluta”.

DIAGNOSI
Il sogno di Felix manifesta carenze e dipendenze affettive in associazione a una sindrome di angoscia depressiva.

PROGNOSI
La prognosi impone a Felix di acquistare autonomia psichica e di concepire la fine e la perdita come fattori naturali dell’evoluzione biopsichica. E’ necessario che tenga sotto controllo il “fantasma di morte” al fine di vivere la vita con la giusta filosofia: ottimismo e ironia.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta nella degenerazione del “fantasma di perdita” e nella sindrome depressiva con grave caduta della qualità della vita e pesante pregiudizio delle relazioni significative a causa di ossessioni paranoiche.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “simboli” e dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Felix è “2” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.

RESTO DIURNO

La causa scatenante del sogno di Felix, “resto diurno”, si attesta nel processo di “razionalizzazione del lutto” che è in corso. Inevitabilmente il ricordo del padre è deputato alla formazione del sogno.

QUALITA’ ONIRICA

La qualità del sogno di Felix è logico-discorsiva. Si nota la scarna simbologia a testimonianza della concretezza pragmatica del sognatore.

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

Il sogno di Felix propone il tema della morte e dell’ineludibilità della fine, nonché l’associata soluzione dell’onnipotenza.
Mi pregio di richiamare ancora una volta Epicuro e la sua terapeutica sintesi, “finché c’è la vita, non c’è la morte e quando c’è la morte, non c’è la vita”: la morte non è un’esperienza vissuta di cui poter dire e tanto meno parlare.
Ma la morte si può offrire in metafora, in metonimia, in allegoria…insomma della morte si possono occupare i benefici “processi primari”, quelli del sogno e della poesia.
Alla bisogna offro un mio riattraversamento in parole di “Samarcanda” e, di seguito, la canzone del professore cantautore Roberto Vecchioni nella versione eseguita in compagnia del menestrello Angelo Branduardi.
Ognuno viva, come gli pare e aggrada, la propria Samarcanda, ma… occhio all’onnipotenza!
Sempre!

A sinistra il testo di Vecchioni, a destra la mia versione.

DECODIFICAZIONE IN PAROLE
SAMARCANDA

Ridere, ridere, ridere ancora,                La vitalità era isteria di vivere,
ora la guerra paura non fa                    il conflitto è un buon pane casereccio
condito con le olive.
Brucian le divise nel fuoco, la sera;      Il gioco dei ruoli non funziona più;
tu dimentichi chi sei,
brucia nella gola vino a sazietà;           variando continuamente lo stato di
coscienza e ti frastorni
musica di tamburelli fino all’aurora.      fino a far nascere in te quella parte
che non hai mai recitato.
Il sodato che tutta la notte ballò,          La tua fu la guerra di Piero e a nulla
valse il fanatismo
vide tra la folla quella nera signora,     quando ti accorgesti che la morte
cercava proprio te.
vide che cercava lui e si spaventò.      La paura fu tanta e l’orgoglio quasi
niente.
Salvami, salvami grande sovrano.       Padre mio, aiutami!
Fammi fuggire, fuggire da qua.            Aiutami e non mi abbandonare!
Alla parata lei mi stava vicino              Nella mia vita mi sono sempre
ricordato della morte,
e mi guardava con malignità.              ma lei è stata tanto cattiva con me.
Dategli, dategli un animale,                Voglio la vitalità, tutta la forza dei
miei istinti,
figlio del lampo, degno di un re.          la follia di un uomo unico ed
eccezionale.
Presto, più presto perché possa scappare    Ancora una volta sia pronta la fuga
dategli la bestia più veloce che c’è.               in groppa all’anarchia.
Corri cavallo, corri, ti prego;                          Frastornati ancora, forza!
fino a Samarcanda io ti guiderò, –                 illuditi di avere trovato finalmente
l’amore di una donna,
non ti fermare, vola ti prego,                         buttati a capofitto in una vecchia
avventura
corri come il vento che mi salverò.               per subire nuovamente la vertigine
della vita.
Oh oh cavallo, oh oh cavallo,                      “Avia nu sciccareddru,
ma tantu sapuritu,
a’mia mi l’ammazzaru
poviru sceccu miu.
Chi beddra vuci avia,
paria nu gran tinuri,
sceccu beddru di lu mi cori
comu iu t’aia scurdà.”
Fiumi, poi campi, poi l’alba era viola,         Forza, coraggio e una realtà tutta da
vivere;
bianche le torri che infine toccò                  innocenti ed effimere sono le
conquiste,
ma c’era tra la folla quella nera signora     dal momento che non hai mai
dimenticato quella morte
e stanco di fuggire la sua testa chinò:        a cui indolente ormai ti inchini.
“Eri tra la gente nella capitale;                    Ma tu, o morte, non appartenevi agli
altri?
So che mi guardavi con malignità.             Perché sei stata così cattiva con me?
Son scappato in mezzo ai grilli                  Mi sono perso nell’utopia, nella triste
ricerca di un luogo
e alle cicale,                                              tanto decantato che non esiste;
son scappato via, ma ti ritrovo qua !”        adesso, da fallito, ti ritrovo fuori
dalla porta.
“Sbagli, t’inganni, ti sbagli soldato.           “Ti sei illuso anche in questo,
caro rivoluzionario.
Io non ti guardavo con malvagità;            Io non ho nessun motivo per essere
crudele con te;
era solamente uno sguardo stupito:        ero soltanto meravigliata del fatto
che tu mi cercavi
cosa ci facevi l’altro ieri là ? in ogni luogo e in ogni tempo.
T’aspettavo qui oggi a Samarcanda;       L’appuntamento giusto era proprio
questo
eri lontanissimo due giorni fa.                 e tu stavi quasi per mancarlo.
Ho temuto che per ascoltar la banda     Ho avuto paura che per frastornarti
ancora
non facessi in tempo ad arrivare qua.”  perdessi il tuo luogo e il tuo
momento.”
Non è poi così lontana Samarcanda,    Non è poi così difficile morire,
corri cavallo corri di là;                          la vita stessa ti ci porta naturalmente;
ho cantato insieme a te tutta la notte,  dopo il canto del cigno
corri come il vento che ci arriverà.        troverai la tua vera dimensione vitale.
Oh, oh cavallo, oh, oh cavallo…           “Avia nu scicareddru,
ma tantu sapuritu,
a ‘mia mi l’ammazzaru,
poviru sceccu miu.
Chi beddra vuci avia,
paria nu gran tinuri,
sceccu beddru ri lu mi cori
comu iu t’aia scurdà.”
“Avevo un asinello tanto grazioso,
me l`hanno ucciso,
povero il mio asinello.
Che bella voce aveva,
sembrava un grande tenore,
asinello bello del mio cuore
come posso dimenticarti.”

 

In Pieve di Soligo (TV), nel mese di marzo dell’anno 1987

Salvatore Vallone