UN SIRTAKI

Un sirtaki,

lo balliamo un sirtaki?

Ho cento vestiti d’organza nell’armadio

che attendono un ballo,

non dirmi di no,

non ora.

Ho camminato a lungo per le stesse strade,

ho pensato a noi due

mentre le percorrevo passo dopo passo,

salite e discese,

fiato che si spegne e ritorna,

ritmo,

vita immediata,

morte infinita.

Cosa ci facciamo così lontani?

Voglio stare seduta su un tronco secco di un albero

a guardarti mentre inventi intrecci disarmanti,

voglio crescere dal fuori al dentro come gli amanti.

Coltivami,

abbi pazienza.

Rinasco come l’erba selvatica,

come le rose che buttano i fiori

senza sapere che ci vorranno cinquant’anni

per capire che un fiore è un fiore,

un fiore,

un fiore.



Sabina



Trento 10, 02, 2024







NOSTALGIA

E’ morta una stella lontano.

Si è spenta una luce lontano,

accesa in un tempo lontano.

Una luce arriva oggi dal passato,

una luce di polvere nella polvere,

pulvis in pulvere,

lumen ex lumine.

Un libro contiene la vita e la morte,

l’Ecclesiaste contiene l’esperienza traumatica della perdita.

Cosa mi succede,

adesso,

soltanto perché ti ho profondamente amato?

Si spalanca un vuoto

e attendo una fatica gradevole

per ritornare a vivere,

per perdermi insieme a chi ho perduto.

Lutto e nostalgia sono grimaldelli

per restare vicini senza dolore

mentre m’inghiotte il passato.

mentre si esalta il futuro,

il progetto,

l’intraprendenza.

Il lutto e la nostalgia hanno lo sguardo rivolto all’indietro,

sono le risorse per essere capaci

di non smettere mai di nascere.



Salvatore Vallone



Harah Lagin, 04, 03, 2024



IL CUORE MALATO

Un cuore di pietra,

un cuore ferito,

un cuore bucato sulla sabbia della bieca Melilli

con tutto il suo sacro san Sebastianello,

la marina baciata dalle ciminiere infette

al dolce sapore di idrocarburo,

di gpl e nafta,

di benzina al dolce sapore di prugna,

come il confetto storico per la cacca.

Verrà la morte per il cuore offeso

e avrà gli occhi di Billy la Bella.

Due stent,

datemi due stent

per non morire di marlboro e multifilter,

di muratti bianche e nere per l’ambassador,

l’energumeno culatta arrivato con la piuma sul cappello

per annunciare agli idioti e ai beoti la bustina idrolitina,

il toccasana per l’acqua tossica di una città tragica,

Syracusae,

Syracusarum,

Syracusis,

Syracusas,

Syracusae,

Syracusis,

un nome pluralia tantum,

un perfido teatro dalle carni macellate dalla ybris greca,

una accidiosa città dalle strade sanguigne e insanguinate,

la urbs dal tombino killer e dalla popolazione inurbs.

Un cuore di pietra è stato bucato per amore,

per la morte che verrà anche senza i suoi occhi,

per quel caffè sospeso

che ancora attende di essere sorbito presso il bar di Francesco,

in pieno Hàrah Làgin e al civico 62

e con il resto di due.

Intanto baciami Ciccio

che la mamma non c’è,

altrimenti dirò alla mamma

che ieri mi hai toccato.



Salvatore Vallone



Harah Lagin, 24, maggio, 2024

CAREZZA DEL VENTO

07 / 12 / 2.000

Ieri, mentre ero in attesa del vaporetto sopra la zattera ballerina della laguna, ho visto davanti a me due maschi, maturi negli anni, che si tenevano per mano con una tenerezza infinita e senza destare particolare scandalo.

Era decisamente una coppia omosessuale anche per chi non voleva capirlo.

Ho subito pensato che una coppia normalmente eterosessuale non esprime la stessa semplicità negli affetti e la stessa tenerezza negli atteggiamenti.

L’amore trionfava con naturalezza e in maniera disinibita su tutti i cumuli di pregiudizi che riempiono il tempo della storia umana.

Mi sorprendevo nell’avvertire un vago sentimento di gelosia che sentivo affiorare di tanto in tanto dal confine della mia coscienza e quasi ad esprimere il desiderio di un amore felice, un amore di qualsiasi tipo, ma decisamente felice.

Ho pensato a Marcos e mi sono raffreddata; ho capito, allora, che anche questo gelo non era caduto a caso sopra di me e non era riposto a caso dentro di me.

La scena dei due uomini innamorati non era solo mia.

Una vecchietta mi stava a fianco e li guardava scotendo la testa in segno di disapprovazione o quanto meno di dubbio; quando il disgusto è arrivato sopra le orbite dei suoi occhi stanchi ed è scoppiato fuori dalle spesse lenti che incorniciavano il suo viso rattrappito, allora in perfetto dialetto veneziano e in cerca di consenso ha detto a se stessa con noncuranza e sicurezza: “lori i se ciama gay, ma par mi son sempre recia”.

Le sue idee e i suoi valori erano di nuovo in salvo; dopo di lei poteva anche arrivare il diluvio universale.

L’osservazione è stata gustosa per i presenti specialmente perché è uscita da quella bocca e in quel modo.

Niente di morale o tanto meno di moralistico si celava nell’espressione genuina della vecchia, ma dal suo sincero giudizio trapelava la giusta difesa del modo in cui era stata costretta a impostare la sua vita nella persona e nel modo di amare.

In questa circostanza ho avuto ancora una volta la conferma che gli occidentali sono malati nel profondo di quella parte che chiamano anima; a parole, soltanto a parole si dicono e si dichiarano evoluti, tolleranti e civili e ostentano l’orgoglio di questa loro pretesa emancipazione, ma nei fatti sono pieni di pregiudizi e di rancori come una suora in menopausa.

A loro giustificazione ho tirato in ballo il conflitto con cui vivono il corpo e la sessualità, un travaglio e un senso di colpa causati dalla religione che a modo loro praticano.

Di questi tormenti, oltretutto, ho avuto modo di diventare esperta nell’esercizio del mio primo lavoro.

La religione cristiana dichiara peccato mortale qualsiasi atto che rientra nell’erotismo, mentre la sessualità è ammessa soltanto se serve a ingravidare una donna o almeno se c’è l’intenzione precisa, da parte del maschio naturalmente, di essere un fedele servitore del genio della specie.

Il vero valore è la verginità e la scelta sessuale migliore è l’astinenza; se proprio non sei capace e ti si rivoltano gli ormoni dentro le ghiandole, dimostra almeno tutta la tua fertilità.

Maman Immè era atea, ma in questo settore era una perfetta cristiana.

Io, invece, per i miei trascorsi burrascosi sono da spedire direttamente all’inferno passando per la porta principale e senza attenuanti.

Eppure io, una povera negra africana, ho sempre capito la scelta omosessuale e sono felice di essere stata e di essere ancora oggi priva di incrostazioni morali sul corpo e di pregiudizi religiosi sulla sessualità.

Ricordo che nella mia tribù con la solita indifferenza si lasciava agli adolescenti la possibilità di trovare naturalmente la propria identità sessuale e nessuno interveniva di fronte alla scelta da parte di un maschio di solidarizzare con le femmine.

Nel gioco dei ruoli e delle identificazioni i bambini avevano anche il privilegio di scegliere e gestire la propria sessualità, mentre le bambine erano costrette a essere femmine; per loro non c’era spazio alcuno per la ribellione e la diversità.

Io, una povera negra africana, sono decisamente più aperta nel capire l’omosessualità rispetto ai bianchi, bigotti, retrogradi, incivili e intolleranti.

Nella mia lunga missione di puttana ho maturato una specializzazione “honoris causa” in psicologia clinica e in psicoterapia.

Uomini soli, impauriti e in qualche modo malati si presentavano davanti alla mia persona per avere il mio corpo e inizialmente parlavano tantissimo, di poi si lasciavano fare da me perché non sapevano farmi da sé, pagavano soddisfatti, andavano via tristi, ritornavano sempre e prima o poi immancabilmente si innamoravano di brutto o alla grande soltanto perché questo era il loro bisogno profondo, la loro malattia e la loro cura.

Io avevo cura della loro persona in ogni senso e attraverso il mio corpo disinibito e nudo filtravo la coscienza del loro corpo umiliato, oggetto di dolore, e facevo maturare il riconoscimento di un desiderio senza colpa e senza peccato in un corpo oggetto finalmente di amore e di piacere e non di odio e di disprezzo.

Tutti gli uomini che mi seguivano nel trasporto dei sensi assaporavano questo tragitto, dimenticavano anche quella ricchezza con la quale si illudevano di comprarmi e che in effetti serviva loro soltanto per mettere insieme i pezzi e ricomporre la carcassa.

Io sento di aver sempre dato tanto affetto e non solo quel piacere sessuale che ognuno di loro si era negato per educazione o per stupidità.

A volte era difficile capire dove cominciava il dono dell’affetto e dove finiva la tariffa del sesso, ma insieme si sentiva che la cosa era bella e non si riduceva allo squallore di una nuda e reciproca prostituzione.

Con queste riflessioni dentro la mente mi sono imbarcata sul vaporetto e sono anche approdata nel punto giusto per infilarmi nella calle che sfocia in campo san Polo e in perfetto orario per l’appuntamento con il solito notaio Marino Martini al numero civico duemila settecentosessantaquattro di campo san Polo.

Il pessimo tanfo di tabacco mi ha accolto insieme alle dita ingiallite del legale rappresentante dello stato italiano, il funzionario che viaggia a fior di quattrini senza fare alcuna fatica e soltanto per il fatto che esiste al posto di un altro che c’è, ma non si vede.

So che gli strizzacervelli sono imperturbabili e tremano soltanto di fronte a un film di Paolo Villaggio o di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, per cui passo a leggere la copia della lettera che ho depositato presso il notaio Martini, un atto destinato anche alla sua persona dopo l’eventuale mia morte.

Sono commossa solo per ciò che significa dentro di me quello che vado a comunicarle.

Venezia 01. 12. 2.000

Io sottoscritta Jasmine Ainè in Tirindelli, detta Ascingha, nata a Marsiglia il nove (9) dicembre (12) del millenovecentosessantuno (1961), cittadina italiana e residente in Venezia nel sestriere Canaregio presso il sottoportego Corte Nova al numero civico settecentosessantanove (769), nella piena facoltà di intendere e di volere mi sono presentata presso lo studio del dottore Martini Marino, notaio in Venezia, situato in Campo san Polo al numero civico duemilasettecentosessantaquattro (2.764) e in sua presenza con testimoni la signorina Martignago Marina e Benedetti Carla ho dettato le seguenti volontà limitate temporalmente a nove mesi dalla data apposta in alto a sinistra del presente documento.

Dispongo

che in caso di mio decesso per suicidio lungo la linea ferrata che da Venezia porta a Conegliano, il dottor Vallone Salvatore, psicologo e psicoterapeuta in Pieve di Soligo, via Aldo Moro al numero civico trentotto (38) con codice fiscale VLLSVT47A19I754U, provveda per la cremazione della mia salma, per il trasporto delle ceneri in vaso di terracotta grezza in Sierra Leone e per la loro dispersione presso le foreste dei monti Loma e possibilmente nelle adiacenze di una grotta.

Per tale necessità consento al suddetto il prelievo della somma di lire trenta milioni, (30.000.000), e degli interessi maturati dal conto corrente numero settantasettemila ottantanove, (77.089) da me acceso e intestato a mio nome presso la banca popolare di Venezia, agenzia numero quattordici, (14), situata in Campo dei santi Pietro e Paolo e munito di parola d’ordine per la riscossione.”

Seguono la mia firma, quella delle testimoni e del notaio in attestazione dell’autenticità e della legalità dell’atto; trascuro i bolli e il costo dell’operazione.

Il suo codice fiscale l’ho prelevato dalle fatture e so che non è un reato.

Adesso non mi resta che comunicarle la parola di accesso al conto: “pinguin”.

Ha capito bene ?

Pinguin” !

Se lo fissi bene nella memoria: ”pinguin”.

Un capitano di lungo corso, un triestino e un mio affezionato amico oltre che puntuale cliente ogni volta che il suo traghetto gettava le ancore nel porto di Venezia, mi raccontò durante una notte d’amore che, quando una nave risponde a un S.O.S. e accorre in aiuto di quella che si trova in pericolo, i marinai ricevono un premio chiamato per l’appunto “pinguin”.

Questo nome mi ha colpito e ho pensato di attribuirlo al conto corrente, ma la scelta non è avvenuta, come al solito, a caso.

In questo studio penso di aver trovato la chiave per la comprensione della mia persona e della mia vita; in questo studio ho conquistato il premio per il salvataggio della nave che mi ha trasportata schiava in Italia.

Sembrava necessario e pronto un bel naufragio per il puzzolente “suregai”, ma anche quel bastimento ha recuperato nel tempo un senso positivo.

Eppure sento ancora molto forte il richiamo della morte e lo vivo come una liberazione dal male oscuro della depressione, quel dolore dentro che mi annienta e non so fronteggiare.

Ma il suicidio non è il giusto premio per i guerrieri più valorosi, non è un “pinguin” per i marinai più coraggiosi: la morte non è un premio, ma una condanna.

La morte vera e giusta è quella che fa rinascere a nuova vita.

Io sono convinta di aver fatto un bel viaggio tra le colline trevigiane e di essere pronta a camminare con le mie fragili gambe di gazzella tra le calli di Venezia e tra le piste della Sierra Leone.

Che queste mie affermazioni siano un delirio, non lo escludo, ma è sicuro che questo è l’ultimo che esterno in questa stanza e in sua presenza.

Chiudo la mia cosiddetta terapia e non verrò più a trovare il suo studio e la sua persona, oltretutto mi sono innamorata dei suoi rispettosi silenzi e rischio di soffrire ancora di più, per cui preferisco ritornare in laguna e porre fine ai miei viaggi nella terraferma e nella memoria.

Il tempo, nove mesi ossia il tempo di una gravidanza, dirà se lei è stato il mio Salvatore di nome e di fatto o se sarà il mio becchino.

Mi creda, solo lei poteva capire questo mio desiderio e ho intuito che dietro il suo silenzio si cela un uomo libero, ricco di spirito e di ironia.

Mi mancheranno le tante parole rimaste dentro le sue labbra carnose e il sorriso sornione di chi ascolta con la sicurezza consapevole che la rotta intrapresa è quella giusta.

Sono pronta a riscuotere il mio “pinguin”.

Quello che voleva dirmi lo lasci anche oggi dentro la sua bocca e possibilmente dentro il suo cuore in ricordo di Ascingha la negra.

So che la dimenticherò facilmente e so anche che mi mancherà moltissimo.

E’ stato bello ricordare in sua compagnia.

La saluto ed esco da questa stanza, un luogo che mi era diventato addirittura familiare, senza aver la pretesa di stringerle finalmente la mano.

Adieu, monsieur le docteur, adieu, adieu !

CAREZZA DEL VENTO

16 / 11 / 2.000

Mio marito è un vecchio di ottantacinque anni, limpido come l’acqua di fonte e sano come un’anguilla del Piave; il generale Biagio Tirindelli può ancora insegnare tanto e di tutto a quegli uomini che sono giovani fuori e vecchi dentro, uomini malati di pigrizia mentale e precocemente decaduti nella società del benessere per mancanza di desiderio.

Il consumismo logora in primo luogo coloro che agiscono nel circolo vizioso del prendere e del gettare.

Questi uomini, che io ho conosciuto molto bene nella mia ambigua missione di santa e di puttana, si illudono di aver vissuto e desiderato tutto quello che si poteva vivere e desiderare, ma alla fine si accorgono che non sono mai usciti dall’orbita delle loro pupille o al massimo non si sono mai allontanati dalla montatura dei loro occhiali.

Questa è la depressione e la depressione conduce con naturalezza al suicidio, tanto per gradire e tutto il resto per continuare.

Se sei arrivato al capolinea della tua vita, per affermarti non ti resta altro che ucciderti in maniera eclatante o con un gesto eroico; adesso sei costretto a recitare la sceneggiata napoletana della tua fine, ma non ti basta una morte discreta perché tu cerchi una strage di te stesso che faccia testo sui quotidiani e colpisca l’immaginario di tutti quelli che ti conoscevano, i quali immancabilmente inebetiti diranno: “era una brava persona, sempre allegra e affabile; proprio da lui questo gesto insano non me lo sarei mai aspettato.”

E così, arrivato al capolinea della tua vita, ti sei sistemato da solo e ti sei fatto anche sistemare dagli altri; sei stato veramente bravo, non c’è che dire, meriti un applauso nel festival della demenza o un premio nel quiz show di turno.

La gente senza desiderio o con il desiderio ormai al lumicino si uccide lentamente o alla grande con l’eroina e con megadosi di ballantines, con le pasticche di estasi e con dieci tequila bum-bum e due kaipirigna, con le marlboro inzuppate di hascisc e con mezzo litro di grappa del contadino, con il lavoro e con il denaro, con il cocktail di psicofarmaci e con una corsa pazza a centoventi all’ora verso un incrocio e con un semaforo che deve restare necessariamente verde, pena le tante scuse da porgere nell’aldilà a quei poveri disgraziati che per puro caso si sono trovati al momento giusto nel posto sbagliato.

La gente senza desiderio o con il desiderio ormai al lumicino si uccide così e ogni giorno la vedi vacillare vicino a te o camminare al tuo fianco: il salumiere del supermercato, il macellaio della bottega all’angolo, la commessa di Luisa Spagnoli, il direttore della banca commerciale di qualche santo, il professore di ragioneria di tua figlia, tua figlia stessa e forse anche il compagno della tua vita.

Sembra che la malattia depressiva sia contagiosa e molto diffusa.

La gente che non desidera più si uccide lentamente, non sa quando ha cominciato a distruggersi e non conosce il perché di questa progressiva autocombustione.

Una puttana malata di “aids” è preferibile a un uomo senza desiderio, perché lei almeno combatte per vivere e non vuole morire.

Il generale Biagio Tirindelli può ancora insegnare a tutta questa gente viziosa o viziata l’amor proprio di una doccia calda, il decoro di una scelta erotica, la bellezza di una tavola imbandita con i fiori e l’onore di sentire le vibrazioni di una donna soddisfatta sotto il proprio corpo.

Come ho già detto in un’altra seduta, mio marito, suo bengrado e mio malgrado, da buon soldato ha un’attività sessuale soddisfacente ed è orgoglioso di fare ancora il suo dovere dentro la mia trincea; egli è, inoltre, molto esigente e pretende il mio orgasmo.

Non ho mai provato a spiegargli il dramma della mia infanzia, per cui, da brava attrice ed esperta nel settore, mi tocca fingere sospiri, gridolini e sobbalzi per non umiliarlo e per regalargli la soddisfazione di sentirsi ancora un uomo integro, generoso e felice.

In queste circostanze il mio pensiero senza alcuna fatica vola verso la mia infanzia e verso le maledette vecchie del villaggio che con una lama di latta mi scavarono il clitoride e le grandi labbra soltanto perché mille anni fa i maschi Isciu avevano deciso che per le donne l’orgasmo doveva essere un tabù: le femmine non devono godere, ma solo procreare nel dolore e con il rischio costante di morire in qualche modo.

L’orgasmo era una prerogativa del maschio: stop !

Non chiedere il perché di tutto questo, perché di tutto questo non si discute.

Così fu mille anni or sono e così è ancora oggi: esempio classico della serie “che cos’è la tradizione”.

Ma di tutto questo ho già detto e ampiamente parlato; il ripetermi è sintomo di qualcosa che ancora non gira bene dentro di me.

Quanto odio ristagna nelle mie budella e soltanto perché mi sento ancora castrata !

E così tornando a mio marito, questa mattina, prima di prendere il treno per venire in seduta, il mio grande generale ha recitato la solita gustosa scenetta di gelosia, oltretutto condita con le mille domande di un uomo che teme la possibilità che io non ritorni più da lui e magari fugga in Africa tra i poveri selvaggi con l’osso al naso, gli occhi gialli di tifo e pieni di cispe, il gonnellino di paglia, le tette a pera e il “bilingo” a becco d’aquila.

Mio marito è molto buono, gentile, generoso, un signore d’altri tempi che mi ama veramente con tutta l’anima e con tutto l’affetto di cui dispone il suo cuore; io sono sua moglie e devo riconoscere che non mi ha fatto mai sentire la sua serva.

In tutto e per tutto mi tratta da buona moglie e questo lo ha anche insegnato e imposto ai figli, alle nuore, ai generi e ai nipoti, a tutta quella gente che ci circonda e che ancora pensa che io sia l’ultima merda della strada, possibilmente la più puzzolente, e a Venezia le merde nelle calli non mancano.

Io lo ricambio con tutto il mio affetto e lo rispetto come una persona molto importante per la mia sicurezza giuridica ed economica.

Tutti i suoi parenti da un lato avevano comprensibilmente diffidato del nostro matrimonio e avevano tirato in ballo l’oscurità del mio passato soltanto per umiliarmi e ridurmi a un quasi niente o alla sottomissione del “sì badrone”, ma dall’altro alto erano ovviamente riconoscenti a trecentosessanta gradi nei miei confronti per il fatto che Ascingha la negra risolveva i problemi di cura e di assistenza del caro vecchio.

Quando tocchi le tasche e gli interessi costituiti, gli avari e i miserabili si ribellano e allora i migliori complimenti che sanno affibbiare sono un delinquente per te e un rincoglionito per lui.

Ma il generale in questa circostanza, come in tante altre situazioni dov’era necessario tirare fuori i cosiddetti coglioni, è stato giustamente irremovibile e ha messo tutti i suoi parenti, compresi quelli della povera moglie, sull’attenti e in dest-riga.

Buon sangue non mente e la deformazione professionale, del resto, non è acqua fresca da bere in un assolato pomeriggio d’estate.

Quanta soddisfazione mi ha dato !

Anche per questo motivo sono tanto legata a lui e non riuscirei a fargli un torto in nessun caso.

Tutti i parenti sapevano che Biagio si intratteneva con me a vario titolo sin da quando maman Immè era viva e di questa intraprendenza giovanile del loro congiunto nutrivano invidia e ammirazione allo stesso tempo; tutti i parenti sapevano che frequentava la casa di maman soltanto per la mia presenza e per le dolci premure che gli riservavo e non certo per ascoltare le poesie di Orazio decantate direttamente in latino dalle candide labbra della nobile professoressa.

Non nego di essere stata furbescamente interessata in un primo tempo a una mia decorosa sistemazione con il generale, alla luce del fatto che diceva di amarmi alla follia e che gli regalavo quarantacinque anni di differenza e tutto il resto del mio corpo; pur tuttavia, nel tempo mi sono veramente affezionata a lui, al punto che oggi non saprei vivere senza la sua splendida persona e mi mancherebbe tantissimo, appena entrata in casa, il profumo amaro del suo dopobarba e il ticchettio dei suoi perfidi orologi.

Maman Immè è stata sempre all’oscuro della nostra relazione e questa mia scelta è stata giustificata dal fatto che non l’avrebbe mai capita e tanto meno approvata; la gentildonna è morta nell’ignoranza e io per questa stupida truffa non mi sono mai sentita e non mi sento in colpa.

Eppure ricordo che alcuni giorni prima di morire, mentre fuori la pioggia ripuliva le tegole e i campielli dalle cacche dei piccioni veneziani, maman mi aveva raccomandato, forse temendo qualcosa o forse come ultimo messaggio d’amore, di rimanere sempre Ascingha, quell’Ascingha che avevo ritrovato dopo tante difficoltà, la donna della foresta, la donna orgogliosamente libera.

Per questo suo desiderio maman aveva disposto nel testamento quello che sarebbe servito alla mia vita e a quella di Aggun, qualora l’avessi finalmente ritrovata.

Come progetto di vita maman mi proponeva il suo modello e la sua storia, ma voleva fortemente che io non mi sentissi più una povera negra.

Ma chi resta al mondo, ogni volta che qualcuno invece parte, è costretto a consolarsi e a sopravvivere; il dolore passa e la vita ritorna fortunatamente sempre a scorrere nelle strade di tutti i continenti anche dopo l’ultimo funerale.

Sarà giusto, sarà sbagliato ?

Chi lo può dire; certamente è una legge di natura e un dato di fatto.

E così, dopo la morte di maman, avvenne che il dottor Marini Martino, notaio in Venezia, convocò parenti, affini e acquisiti per leggere le volontà testamentarie di quella meravigliosa gentildonna che nella sua vita aveva poco vissuto e anche poco speso; maman si era ricordata in quelle fredde carte di tutti quelli che in un modo o nell’altro le avevano fatto festa e l’avevano servita durante la sua vita.

Io ero sistemata con l’epiteto di figlia: “eleggo figlia adottiva la mia diletta Ascingha, nominata Jasmine Ainè, e a lei lascio…” vitto e alloggio, pane e companatico, il necessario e il superfluo per il resto dei suoi giorni.

Forse era troppo e immeritato, ma di fronte alla volontà dei defunti è sempre opportuno per i superstiti e per le persone di buon senso il più profondo rispetto, un niente da dire e un niente da aggiungere.

La grande vecchia era rimasta tale anche da morta e aveva ben precisato, oltretutto in maniera inequivocabile, il delicato riconoscimento della mia persona al punto che sono uscita indenne da ben tre processi che i parenti delusi hanno intentato nei miei confronti, impugnando il testamento e sostenendo che io avessi plagiato ben bene la loro congiunta.

Come non la conoscevano !

E del resto la gran parte dei parenti si era presentata soltanto all’apertura del testamento, rito avvenuto presso lo studio del solito notaio Marini Martino in Campo san Polo al numero 2.764 di Venezia, nella misera speranza di beccare qualche pannocchia di granturco o di portarne addirittura un sacco nel proprio pollaio.

Maman era a modo suo originale ed eccentrica, ma aveva una testa talmente buona per pensare e talmente limpida per giudicare che sfiorava, senza offesa per la sua memoria, l’arroganza e l’ostinazione.

Rabbrividisco ancora al ricordo di quel momento in cui finalmente anche a livello formale avevo trovato una madre sia pur adottiva e a quel regalo a cui lei sapeva che io tenevo tanto; maman, ancora una volta, non mi aveva tradito.

Sento ancora la voce del notaio, resa roca dalle tante marlboro, che in maniera perentoria dice: “eleggo figlia adottiva la mia diletta Ascingha, nominata Jasmine Ainè,”; “eleggo”, “diletta”, termini solenni, degni di lei e riservati a me.

Eleggo”.

Mi ha scelto !

Diletta”.

Mi ha voluto bene !

Finalmente mi aveva scelto e riconosciuto in ogni senso.

E io, di conseguenza, volavo alto come l’avvoltoio dei monti Loma sul cielo dell’Africa lontana, mentre tutti gli altri faticavano a capire e rifiutavano anche l’aria viziata che respiravano in quello studio umido e odoroso degli aromi di un micidiale tabacco.

Maman rifiutava le formalità burocratiche e la serie infinita delle carte più o meno bollate, una trafila che riteneva inventata dalla legge soltanto per arricchire gli addetti ai lavori; alla freddezza della carta scritta preferiva quella legge del sangue che senza essere stata mai madre non aveva conosciuto, sentimenti che il suo essere femminile aveva sempre conservato insieme al corredo verginale dentro le cassapanche, lenzuola e vestaglie che nel tempo erano diventate cibo gustoso per le tarme.

Quando la sua vita aveva tragicamente imboccato l’angolo in fondo a sinistra, quello che porta alla ratifica che di definitivo in questo mondo per l’essere umano esiste soltanto la morte, la sua sensualità repressa, il suo invidiabile imene ancora integro, la sua formidabile femminilità, il triste ricordo delle sue uova sempre marcite in un pannolino di cotone, tutto questo e altro ancora rivendicavano i loro diritti e io le ho dato la possibilità di sentirsi madre nella maniera a lei più congeniale, senza trauma e con tutta la dolcezza del rispetto di un istinto mai sopito.

E così fu madre anche la mia maman.

In quel momento della vita, l’ultimo, quando tutto è concesso perché ti stai staccando dalle cose del mondo e dalla gente che con violenza le possiede, ti resta ancora la possibilità di essere grande e generosa nel lasciare ai sopravvissuti un messaggio finale a coronamento dei tanti errori che inevitabilmente si sono conficcati nel tuo cuore e nel tuo corpo marchiandoli a fuoco come una mucca argentina.

E così fu per la mia maman.

Nella sua ultima possibilità di libertà era riuscita a essere grande e generosa, al di là della taccia d’infamia che sapeva benissimo le avrebbero appioppato i suoi consanguinei, tutti coloro che avrebbero dovuto naturalmente amarla senza alcun compenso e senza la spasmodica attesa della sua morte.

A tutta questa gente della domenica, coloro che attendono e soltanto attendono la festa della vita, maman aveva tirato un bidone megagalattico per la bocca inquinata di un vecchio notaio di Venezia, un uomo ricco di quattrini e ai ferri corti con la vita.

Devo riconoscere che io avevo conquistato il suo amore con la tenacia e la forza che sono necessarie sul fronte di guerra, perché maman non era una donna facile e malleabile, non era certo “farina da far ostie”, come si dice nel gergo veneziano.

E così e in quell’occasione i parenti di maman ebbero la possibilità di pensare che io ero una sporca negra e una fottuta puttana, un scena destinata a ripetersi nel giorno delle nozze con il generale Tirindelli, ma non si limitarono alle insolenze e passarono all’accusa di truffa e di plagio, impugnando il testamento nell’ultimo vano tentativo di raccogliere senza sudore e senza pudore quello che in vita non avevano seminato per incapacità di amare.

E gli anni fortunatamente passano e la Giustizia italiana ti aiuta a farli trascorrere senza angoscia proprio educandoti all’indolenza; e così, dicevo, dopo cinque lunghi anni quella marmaglia, i parenti prossimi e la compagnia degli affini, si è trovata con tanto dolore un bel “bilingo” nella parte più profonda del loro miserabile essere, non quell’anima che non possiedono, ma quel buco del culo che è l’unica garanzia della vera uguaglianza tra gli uomini, al di là del colore della pelle e dell’intestino retto.

Dopo aver consultato tanti periti e dopo aver letto altrettante perizie, il giudice dall’alto del suo trespolo aveva sentenziato con noncuranza e nel suo accento rigorosamente siculo che la signora “Immè Eleonora era capace di intendere e di volere, essendosi presentata da sola di fronte al notaio Martini Marino in Campo san Polo al numero civico 2.764 di Venezia e avendo redatto testamento alla presenza del suddetto”; maman si era recata dal notaio con le sue floride gambe e aveva usato la sua bella testa ben cinque anni e dieci giorni prima di partire per la luna.

Ne ero più orgogliosa che mai; non mi restava che prendere atto e tacere.

Il silenzio è dei forti, ma indispone tantissimo anche i deboli.

E così i parenti e gli affini furono sistemati nell’indifferenza del silenzio e nella brutta sensazione del bassofondo, mentre il mio riscatto va ancora orgoglioso di questa giustizia stranamente giusta degli uomini.

Questo è stato soltanto il primo round dell’incontro di boxe.

La storia non viaggia mai da sola e non è originale; la storia si ripete e si ripete continuamente, per cui, se si è saggi o ci si picca di tale dono, non bisogna mai meravigliarsi o cantar vittoria prima del tempo.

Mi sto riferendo al testamento di mio marito; so che lo ha rivisto e per quanto riguarda le sue disposizioni, anzi i suoi ordini, io dico soltanto “chi vivrà, vedrà”.

Sono stanca di subire affronti alla luce del sole o nell’ombra di una calle da parte di gente che si ritiene civile e superiore.

Io sono stanca e non ho più voglia di lottare.

Non voglio neanche pensare alla morte di mio marito, perché è un uomo puro, degno di rispetto e di amore, un uomo all’antica e con i suoi valori, un uomo a cui sono molto legata e che non merita la cattiveria degli imbecilli o l’intelligenza degli idioti.

Chi ci sarà, suppongo, che potrà divertirsi tantissimo, perché in questo caso di fronte al notaio Martini Marino in Campo san Polo al numero civico 2.764 di Venezia non si è presentata una mamma putativa con il desiderio di riconoscere se stessa attraverso la mia persona, ma un uomo anziano e maritato a una giovane donna negra.

Per tutti i giudici c’è già materia di discussione e di perizia, per tutti i malevoli c’è già materia di odio e di calunnia.

In tanta miseria la sola verità che mi consola è la realtà di ogni giorno: il vecchio generale è ringiovanito di trent’anni da quando è insieme a me e io nutro nei suoi confronti, oltre a un grande affetto, una profonda gratitudine.

Biagio ricambia i miei sentimenti in abbondanza ed è talmente premuroso che rischia di diventare assillante, un uomo che non si assopisce neanche davanti ai programmi televisivi e che potrebbe darmi ancora un figlio alla condizione che io fossi a posto con le mie cose.

Per tante storie e per tante angosce io non ho nessun rimpianto e sottoscriverei a tutt’oggi presso il miglior Lloyd di Londra la polizza per assicurare la ripetizione della mia vita.

Bonjour monsieur le docteur.

 

CAREZZA DEL VENTO

21 / 09 / 2.000

Ho sofferto moltissimo durante questa settimana; il pensiero della morte mi ha seguito dappertutto, mi ha sempre ossessionato e, del resto, non poteva essere diversamente perché quello che hai dentro viene fuori prima o poi, non ti risparmia, anzi, ti logora di volta in volta e con gli interessi raddoppiati.

Io sono piena di morte.

Io sono stata sempre incinta di morte: uno splendido fantasma e un pessimo figlio.

In passato intuivo questa amara verità e sentivo questa indesiderata gravidanza; per non soffrire le abbandonavo entrambe immediatamente e proprio là dove le avevo incontrate o si erano proposte.

Mi rifiutavo di essere una tomba squallida o un sarcofago decorato.

Questa verità e questa gravidanza ricomincio a sentire sulla mia pelle; la conferma arriva sempre spietata nelle situazioni più disparate, ti fa bene e male allo stesso tempo, ti ossessiona il cervello, ti logora la materia grigia e ti sfrega le cellule senza risparmiarti un sordo dolore.

Nonostante la mia bellezza e la mia vitalità, io sento di essere un cadavere e di puzzare sempre e ovunque di morte.

Dentro questi seni a punta da negra della foresta non c’è latte per nutrire un bambino, c’è soltanto crudeltà, c’è soltanto morte.

Quello che sento non è il profumo della mia pelle e della mia casa, ma l’odore del marcio; quello che mi porto dentro è la puzza della morte, il tanfo di un corpo che vive una lenta inesorabile decomposizione.

Del resto, Ascingha è figlia dell’Africa e l’Africa odora di marcio, perché sotto il sole tutto marcisce e si trasforma in deserto, solitudine e rabbia.

L’Africa puzza di marcio, l’Africa imputridisce sotto i raggi di un sole che dà sempre la morte e soltanto la morte.

Come si capovolgono anche i simboli sulla scia del clima e dei vissuti degli uomini; per gli occidentali il sole è il simbolo della vita e la notte è il simbolo della morte, mentre per gli africani è tutto all’incontrario, la notte fresca e umida rappresenta la vita, mentre il sole uccide ed è l’immagine spietata della fine.

Maman Immè diceva sempre che l’unico uomo dell’Occidente che la pensava all’africana era il principe di Lampedusa e leggeva per consolarmi i brani più significativi del “Gattopardo”.

Come i raggi del sole la morte ti segue dappertutto ed è sempre una magra consolazione ritenersi fuori dalla mischia, almeno per quel momento; prima o poi tocca anche alle tue spalle portare il peso di quei tanti desideri che non ti sono mai caduti addosso dal cielo e che sono rimasti sornioni in alto a decorare l’albero di natale e a sbalordire i bambini infelici con il naso all’insù.

E così succede che di notte non riesci a dormire perché rivedi lo sguardo di chi hai in qualche modo ucciso e allora senti l’ombra della morte che avvolge il tuo corpo colpevole e disteso sul letto in attesa della giusta punizione.

La morte è là, sopra di te e tu la senti nell’aria che non respiri per non fare rumore e per paura che lei, sempre la morte, si accorga di te, ti prenda e ti porti via come la strega, costringendoti a lasciare con dolore i quattro stracci che sei riuscita a racimolare nella tua vita e che ti circondano ormai con derisione e in segno di sfida.

A questo punto inizia il tragico film: Ascingha rivede Mutu, un bambino di qualche anno appena, una creatura che soffriva d’asma, Ascingha rivede se stessa mentre abbandona Mutu davanti una piccola grotta della foresta.

Alcune femmine della tribù mi avevano costretta ad abbandonarlo perché era malato.

Io non c’ero !

Alcune femmine snaturate della tribù costrinsero una povera bambina, che aveva soltanto la colpa di essere nata in quel posto ingrato e in mezzo a quella gente crudele, a uccidere un povero bambino che, a sua volta, aveva soltanto la colpa di essere asmatico.

L’assassina era una povera bambina.

Io non ero, perché io non c’ero !

Allora inutilmente fuggo e ancora inutilmente torno a fuggire, ma la scena crudelmente incalza e si ricompone di fotogramma in fotogramma, l’angoscia sale dallo stomaco, afferra e paralizza il cervello posato sopra il cuscino e io ho soltanto la possibilità di rivedere inesorabilmente la verità, sequenza dopo sequenza: Ascingha ha in braccio Mutu, sente il suo respiro affannato, si trova all’ingresso della grotta e con forza lo strappa dal suo corpo, lo mette a terra nel fango di una culla fatta da due pietre nere, vede il suo sguardo che implora pietà, sente che il suo respiro è diventato un rantolo e si allontana lasciandolo preda inerme prima dei topi e dopo dei serpenti.

L’assassina era una povera bambina.

Io non ero, perché io non c’ero !

I ricordi sono più angoscianti dei fatti.

Penso e ripenso a Mutu, alle sue pupille nerissime come l’ebano e lucide come il vetro dentro il colore bianchissimo degli occhi, quegli occhi che ancora oggi mi guardano dal cielo e mi chiedono la ragione di tanta crudeltà.

Quegli occhi bellissimi e soffocati dalla malattia mi perseguiteranno finché sarò viva.

Questa non è una suggestione paranoica, caro dottore, ma la verità, la sola verità che ritorna e si ripresenta ogni notte nella mia solitudine.

Mutu non doveva morire !

Mutu non doveva morire in quel modo: senza parlare e senza piangere.

Mutu aveva diritto di vivere e oggi deve sapere quello che io stessa allora non capivo, Mutu è quell’angoscia che ancora mi consuma come un rimorso assurdo, non si placa mai, mi urla dentro fino allo sfinimento e manda il mio cervello in tilt epilettico.

Quel rimorso oggi mi distrugge appena affiora alla mente con tutto il suo carico di irreparabilità.

E’ terribile per me prendere coscienza che tutto è stato in quel modo e non si può modificare di una virgola.

Ma cosa poteva fare una povera bambina negra e idiota ?

Cosa poteva fare e cosa poteva dare una bambina infelice che aveva rispetto a Mutu soltanto la fortuna di essere in salute almeno in quel momento ?

Cosa poteva fare quella bambina ?

Qualcuno mi dica e, se può, risponda a questa domanda che si rivoltola nel mio cervello e lo strizza come un tubetto di dentifricio.

Cosa poteva dare quella bambina ?

Io non so trovare a quest’incubo una soluzione che non sia il delirio della follia.

E dopo che tu lo hai ucciso senza coscienza e su ordine possibilmente di quella stessa femmina che si era fatta negligentemente ingravidare da qualche “bilingo” in calore e senza amore l’aveva partorito, così dopo questa tragedia arrivi nel vecchio continente e vieni a sapere che bastava una pastiglietta rosa di cortisone, un “bentelan” rosa, per salvare la vita a Mutu.

Bastava una pastiglietta rosa di cortisone e oggi il piccolo Mutu risponderebbe ancora al mio dolce richiamo e io non soffrirei più di un male veramente inguaribile.

Ma Mutu non risponde al mio richiamo: Mutu tace.

Mutu dorme ingiustamente il sonno degli innocenti.

Mutu è stato dato in pasto ai roditori e ai serpenti della foresta forse per scelta della stessa madre.

Mutu non voleva morire !

Quando mi guardava con i suoi occhi neri, Mutu chiedeva soltanto aiuto e non voleva di certo morire.

Mutu voleva vivere.

Quegli occhi, da allora, io sento conficcati nel mio cuore come una spina di acacia e da allora, per non odiare e distruggere me stessa, ho cominciato a odiare e distruggere le femmine del villaggio, per cui mi è stato sempre più naturale rifiutare la sottomissione e la passività delle madri, doti bastarde che stanno a metà tra il destino infame e la biologia ingrata.

Senza modelli da imitare e senza identità da ricercare, lentamente e senza rimpianti mi sono convinta che Ascingha non si poteva ridurre a quella “puta” che mi ritrovavo mio malgrado tra le gambe e per giunta mutilata del clitoride e delle grandi labbra; Ascingha non si poteva ridurre a un ruolo affibbiato dai maschi della tribù in onore di un “bilingo” da lasciar infilare a piacimento nel tuo buco per riempirlo in ogni senso.

Non volevo esser femmina e non volevo esser maschio.

Entrambi i sessi mi davano la nausea, per cui preferivo essere quell’odio che mi trovavo dentro e mi portavo in giro.

Le femmine africane sono inette e con il clitoride si sono tagliate da sole qualsiasi istinto e qualsiasi sentimento.

Io non sono mai stata e non voglio essere una di loro !

E così Ascingha, di sospiro in lacrima, si è illusa di poter dimenticare, si è illusa di dimenticare; di poi, di dolore in nostalgia, Ascingha ha cominciato a desiderare la morte per raggiungere il bene che non poteva più riavere tra le sue braccia, gli occhi neri dentro il bel viso e il corpicino vivo di Mutu.

La fuga è stata la mia prima morte !

La fuga dalla mia gente e dalla mia terra è stata l’esca per afferrare quel qualcosa di diverso che si offriva subito e a portata di mano.

Del resto la compagnia di Mutu non mi mancava perché lo portavo sempre dentro il mio cuore e pensavo che forse con la fuga anche la sua morte avrebbe acquistato un senso, un senso assurdo, ma pur sempre un senso almeno per la mia vita.

Mi sono volentieri costretta a morire in qualche modo e da qualche parte per espiare la mia infame colpa.

E ancora oggi, per giustificare la mia sopravvivenza, vado gridando in giro come una pazza: “un bentelan, datemi un bentelan, quello dal colore rosa, quello che avrebbe salvato la vita al mio piccolo Mutu.”

Pensi, dottore, bastava un “bentelan”, quel “bentelan” che adesso porto sempre nella borsetta senza essere asmatica, ma solo per salvare la vita a un altro piccolo Mutu, un bimbo dagli occhi neri che senza parlare sapeva chiedere molto bene.

Bonjour monsieur le docteur.

LA SOLITUDINE

 

Sono solo ormai.

Anche se sono ancora giovane,

sono solo ormai.

Credimi,

non c’è più nessuno accanto a me,

non ho più nessuno vicino a me.

L’ultimo uomo è andato via

lasciandomi più solo di prima,

più solo che mai.

L’ultima donna è andata via

lasciandomi più solo di prima,

più solo che mai.

Allora mi sono ricordato di te,

di te che, quando chiedevi, chiedevi troppo

e sapevi che chiedevi troppo.

Che esagerato!

Che esagerata!

Tu volevi da me quello che io non ero,

quello che non sapevo essere,

quello che non potevo essere.

Come potevo darti tutto questo vuoto?

Penso ancora l’assurdità di quello che chiedevi:

un nulla mischiato con il niente per stare in piedi.

Eppure, oggi ti vorrei ancora.

Forse non mi crederai,

ma ricordati lo stesso di me,

di me che sono ancora qui per te

e che non sono il Pio o la Pia,

non sono Paolo o dei Tolomei.

Eri come l’oro per me,

l’oro e l’argento nei paramenti sacri dei preti di una volta,

il monumento della città nella piazza del duomo.

Tutti hanno degli eroi

quando non lo sono,

tutti chiedono

quando vogliono qualcosa,

chiedono a chi può sentirli,

a chi ha orecchie per intendere,

a chi ha posperi e coglioni,

lo sai.

Vuoi cambiare vita?

La cambio io la vita a te,

quella vita che non ce la fa a cambiare me.

Bevi qualcosa.

Cosa volevi?

Vuoi fare l’amore con me?

La cambio io la vita

che mi ha deluso più di te.

Portami al mare,

fammi sognare

e dimmi che non vuoi più morire.”



Salvatore Vallone



Il Giardino degli Aranci, Harah Lagin, 31, 01, 2024







DEDICATO A ROSA

nella Natura dormiente,

Rosa aulente tra le croci delle viti odorose di zolfo,

Rosa silente tra i sudari quotidiani della buona curandera

che a luglio guarda il cielo d’agosto

nei grappoli acerbi di una travagliata orgogliosa vita.

Rosa aulente,

silente,

dormiente,

Rosa mater et pater,

femina et magistra,

hermosa e sapiente,

che sa e ha sapore,

Rosa senza posa adesso riposa.

O viandante,

o poeta,

o pellegrino,

o passeggere,

voi che della Bellezza cercate sempre il cammino,

piacciavi di scendere dal castello di Collalto

verso la piana di Colfrancui tra i geometrici filari

a salutar la Rosa,

Rosa la pia,

ancora calda di umori antichi e di suoni veritieri,

Rosa l’amara,

erta sulle zolle d’argilla opitergina

a ripiegare i magri elastici tralci,

sempre secondo quel che Natura comanda,

sempre secondo quel che Natura dispone,

semper nella buona e nella cattiva sorte

con Avana alla destra e Ratzum alla sinistra,

solitaria ma non sola,

dura come l’inverno trevisano che ogni giorno gela,

forte come la buona stagione che allegra ritorna,

fedele come la cavallina storna.

Un bianco mantello finalmente si staglia

sulle spalle stoiche e composte di Colei

che tanto ha osato nel quotidiano albeggiare

per ricomporsi ossequiosa in quella Natura

che sa di mosto e di radicchio.

O Rosa aulente,

adesso sei con la Madre dormiente

tra le riconosciute armonie dei tuoi giorni mortali,

ormai sei senza tempo e senza diaspora.



Il Giardino degli Aranci, 08, 01, 2024

Salvatore Vallone pose in devota memoria di una grande Donna del popolo e di campagna.

 







SILENZIO

Gelindo.

Vive!

Antenore.

Vive!

Aldo.

Vive!

Ovidio.

Vive!

Ferdinando.

Vive!

Agostino.

Vive!

Ettore.

Vive!

IN NOME DELLA PIA

In un letto di spine spinate giace la Pia.

E’ appena caduta dalle mura del maniero di Nello dei Pannocchieschi,

in quel Castel di Pietra,

in Maremma,

un castello arcinoto per i suoi fantasmi in ghingheri bianchi e neri.

Ricordati di me che son la Pia,

Siena mi fè,

disfecemi Maremma.

In un letto di fuoco il Sommo poetastro la colse

e la depose sopra la pubblica coscienza

mettendola in versi aulici e proletari,

tanto da far contente la destra e la sinistra.

Quando tornerò nel mondo dei morti,

dopo questo gran paradiso di plastica e di amianto,

appena avrò un minuto di tempo in quella terra,

di te mi ricorderò,

o donna Silvana

dal mento aggraziato e dalle tette grosse,

tu che, insieme alla gracile Francesca da Rimini, girovaghi

nei gironi dei bordelli maltesi dell’Inferno di Dante,

l’amica di Paolo,

la moglie di Gianciotto lo sciancato,

quello che firmava i pizzini di Totò lu curtu

a che più oltre il becco non si metta.

Quando finirà questa cruenta guerra tra maschi e femmine,

tra uomini e donne,

tra mariti e mogli?

Da lì trarrem gli auspici della civiltà e della nuova Armonia.



Salvatore Vallone



Giardino degli Aranci, 28, 10, 2023