PSICOLOGIA DEL GRUPPO E DELLE MASSE

Egregio dottor Vallone,

da tre settimane siamo chiusi in casa per lottare contro il coronavirus. Siamo nelle mani della scienza medica e va benissimo, ma vorrei sapere come reagisce psicologicamente la gente a questa strategia dei virologi seguita dal governo. Se mi può dire qualcosa, le sarei grato.

Cordiali saluti

Francesco

Pescara, martedì 31 del mese di marzo dell’anno 2020

La “Psicologia del gruppo e delle masse” analizza la formazione e l’azione di un insieme di individui: come appare, come pensa, come agisce. In questa dinamica di amalgama sono presenti alcuni fattori psicosociali che aiutano la coesione: la coscienza di classe, l’anima collettiva, l’imitazione, la suggestione, la regressione, la sublimazione, la coscienza collettiva, l’alienazione, la persuasione, l’alleanza, la condivisione. Queste sono le tesi di fondo delle “Psicologie della massa” che partono da Marx, passano da Freud, arrivano alla scuola di Francoforte, teorie considerate negli studi attuali della Psicologia sociale, della Psicologia dell’emergenza e della Sociologia. Questa introduzione serve per capire quanto la questione sia antica ed elaborata. Si parte, infatti, dalla tesi aristotelica dell’uomo “animale sociale”, “zoon polithicon”, dalla “Politica” di Aristotele, quindi, per passare alle teorie dei filosofi successivi.

SINTESI METODOLOGICA

Una sintesi metodologica permette di dire che non si è lontani dal vero se si ammette che nei gruppi e nella massa convivono processi razionali e irrazionali, consapevoli e inconsapevoli, suggestivi e critici.

Non si è lontani dal vero se si afferma che il modo di sentire, di pensare e di agire sono rielaborati fino a diventare uniformi e condivisibili dai componenti della massa e del gruppo.

Non si è lontani dal vero se si pensa che il processo di aggregazione parte dall’emozione e dal sentimento e tende sempre verso l’affermazione della razionalità e della consapevolezza.

LA RICHIESTA E LA VALUTAZIONE

Veniamo all’oggi e all’attualità, come chiede Francesco.

Alla sua domanda di chiarimento sulle reazioni della gente, io aggiungo la mia: “quanto si può resistere chiusi in casa senza dar di matto?”

Il popolo italiano ha reagito alla restrizione fisica in maniera egregia, ma vediamo quali reazioni psichiche si possono individuare in progressione e quali rimedi si possono apportare a tanta originale impresa.

In generale gli italiani hanno portato e porteranno in evoluzione le seguenti “posizioni psichiche” che per comodità esplicativa fisserò per settimane.

PRIMA SETTIMANA

All’annuncio della quarantena il “fantasma di morte” collettivo ha prodotto una notevole carica di “ansia” che in poco tempo si è evoluta benignamente nella “paura” attraverso l’opera di “razionalizzazione” della situazione logistica conseguente alla drammatica situazione clinica. L’ansia è una tensione nervosa, naturale e transitoria, che trova nella “paura” la consapevolezza della causa: l’oggetto giusto è la paura del contagio e la paura della morte. A questo punto è molto importante che la paura non traligni nell’angoscia. Quest’ultima è una reazione nervosa pesante e non ha oggetto consapevole, meglio, ha tanti oggetti che non sono consapevoli perché sono il risultato dei vissuti pregressi e sepolti nella memoria di ogni individuo nel corso dell’evoluzione psicofisica. L’angoscia è legata a filo doppio all’emersione del “fantasma di morte” e delle tensioni a suo tempo congelate, ma non può essere razionalizzata in quattro e quattrotto, per cui bisogna impedire a tutti i costi la riesumazione dei traumi e l’angoscia collegata. A questo compito terapeutico è adibito il gruppo con la sua carica di protezione e di rassicurazione, di fusione e di coesione. La prima settimana di quarantena serve a capire bene la situazione logistica in cui il gruppo si trova e la situazione psicologica conseguente alla minaccia di contagio e di morte e alla costrizione fisica imposta per legge. E’ una settimana di osservazione e per questo motivo ha un fascino ambiguo che va dalla curiosità alla titubanza.

SECONDA SETTIMANA

La seconda settimana si apre all’insegna del riconoscimento e della condivisione e appare il bisogno di “catarsi”, purificazione, al fine di evitare che le cariche nervose si possano convertire istericamente negli organi e nelle funzioni, al fine di non star male. Il gruppo si allarga e si consola e si identifica negli altri gruppi tramite il sentimento nazionale e l’esaltazione dell’italianità. Emergono come psicoterapia di gruppo le manifestazione della condivisione e gli strumenti dell’identificazione, come l’inno di Mameli e le canzoni classiche della musica leggera. La creatività e la fantasia sono in movimento insieme alle emozioni profonde del senso di appartenenza e cercano altri strumenti di rafforzamento del gruppo e di esorcismo dell’angoscia. E’ necessario pescare nella realtà di fatto e prendere coscienza degli attori protagonisti della nostra salvezza. E’ il tempo degli eroi e della valutazione oggettiva dei meriti e delle funzioni: il medico e l’infermiere emergono nella scala dei valori e del gradimento, lasciando in un gradino più basso gli scienziati che rassicurano e coordinano l’azione di salute e salvezza nazionale. Il popolo preferisce i prestatori d’opera, quelli che sono in trincea, che rischiano e che muoiono, ma non si dimentica dei fornai e delle commesse. I morti per il momento vengono rimossi, non considerati o dimenticati, perché riesumerebbero l’angoscia. Il governo è vissuto in maniera ambivalente come l’organo che mi protegge e mi costringe.

TERZA SETTIMANA

Nella terza settimana la Psiche collettiva matura un tratto paranoico e un tratto depressivo. E’ il momento più delicato per tutti quelli che aspettano il fausto evento della risoluzione del contagio e della sconfitta della morte. Ci si sente colpiti e perseguitati dal morbo e si reagisce con la perdita di quella calma necessaria al gruppo e di quella salvifica “razionalizzazione” che non deve mai mancare. Si perdono in parte il contatto con la realtà e l’uso del “principio di realtà” depositato nella funzione razionale del gruppo. Alla pulsione paranoica subentra la pulsione depressiva, il senso dell’impotenza e dell’incapacità, della perdita e della sconfitta di fronte alla minaccia del contagio e della morte. E’ una contingenza temporale e psichica veramente delicata. Si considerano con dolore le persone morte per coronavirus e i numeri sono vissuti come uomini e donne. L’anonimato della morte diventa un bisogno di chiarezza identitaria. E’ il tempo della sofferenza, del pianto e del senso di solitudine.

QUARTA SETTIMANA

Nella quarta settimana il gruppo ricorre ai “meccanismi psichici di difesa” dall’angoscia paranoica e depressiva attraverso il rafforzamento dell’identità nazionale e il processo di “sublimazione” dell’angoscia nella conversione religiosa. E’ il momento di ricorrere ai capi carismatici del gruppo e di trovare una motivazione civile, politica e miracolosa alla risoluzione del contagio. Il papa e il presidente della Repubblica sono i padri simbolici e costituiscono un rafforzamento notevole per il prosieguo del contenimento dell’angoscia. La restrizione nello spazio non ha più un valore protettivo, ma comincia a pesare nell’economia psichica e si presenta la sindrome ossessiva e fobica. Il gruppo sente vanificate le sue aspettative e ha bisogno di esplodere beneficamente convertendo la frustrazione e la rabbia nell’azione e nella trasgressione. Qualora non intercorrono dei rafforzamenti psichici, delle forme di solidarietà e delle prospettive benefiche, il gruppo reagisce con la disubbidienza perché vede vanificati i suoi sacrifici e la sua collaborazione a una situazione sanitaria ormai insostenibile. Alla frustrazione consegue aggressività.

Cosa si deve fare in tanta difficoltà?

Il gruppo deve trovare una quotidiana motivazione a procedere proprio operando una costante “razionalizzazione” tramite la figura del capo che immancabilmente si sarà costituito al suo interno. Non essendosi profilato in maniera netta il capo del gruppo nazionale italiano, analizziamo le abilità richieste al capo del piccolo gruppo, quello familiare, la cellula sociale dell’organismo collettivo.

Il capo deve contenere gli investimenti psichici e le aspettative dei membri del gruppo, deve capirli e dare una risposta chiara e solidale, ottimistica e protreptica, progettuale nell’immediato e nel breve.

Il capo deve costantemente rafforzare le motivazioni a resistere tramite suggestioni di originalità dell’evento e di orgoglio collettivo.

Il capo deve coinvolgere tutti i membri del gruppo secondo le loro abilità e competenze e deve favorire le loro pulsioni di affidamento e di fiducia.

Il capo deve essere generoso e preciso nell’individuare e censurare deroghe dal comportamento richiesto senza creare frustrazioni e tanto meno repressioni.

Il capo deve essere affettuoso, comprensivo, autorevole e non autoritario.

In un gruppo familiare ottimale di cinque persone questi attributi del capo si trovano facilmente nella figura materna.

Questo tipo di capo si definisce psicologicamente “genitale”.

Per il momento questo chiarimento può bastare. In seguito comunicherò i tratti psichici particolarmente critici dei gruppi, quelli che bisogna evitare o che bisogna risolvere.

Salvatore Vallone

Pieve di Soligo (TV), mercoledì 01 del mese di aprile dell’anno 2020

LA CLAUSURA

Mi dica,

quanto si può resistere chiusi in casa?

Mario

“Ubi maior, minor cessat.”

I padri latini in quattro parole risolvevano le questioni più delicate e applicavano questa formula anche alle situazioni più disparate, da quelle altamente spirituali, come l’Olimpo degli dei importati senza sforzo dalla Grecia, a quelle bassamente ferine, come la lotta tra i gladiatori nello stadio del Colosseo.

La scarna domanda di Mario è sacrosanta, ardua nella sua sintesi, drastica nella sua limpidezza, estesa nei suoi contenuti. A tanta semplice richiesta è possibile dare una complessa risposta. Di poi, si potrà scrivere un trattato sulla “clausura” coatta e volontaria, sui carcerati e sulle suore, sui fobici e sui mistici.

Comincio dal semplice per indicare la complessità dei temi.

“Ubi maior, minor cessat” è un principio evidente di qualità Logica ed Etica che travalica nella Sociologia e nella Politica. Applichiamolo alla situazione psico-socio-culturale e politica in atto.

C’è una “causa” di forza maggiore che costringe ad accettare gli “effetti”. Questi ultimi sono di gran lunga inferiori all’effetto letale della causa: la costrizione in casa è qualitativamente inferiore al rischio di contagio e di morte ed è etica perché nessuno vuol morire. Questo amore di se stesso e della Specie è da privilegiare al cento per mille senza alcuna ricerca di eroismi innaturali e narcisistici.

L’amor proprio è una pulsione organica prima di evolversi in un dato psicologico, etico, politico e giuridico. Il Corpo è fatto per vivere e per morire, il Corpo ha inscritta la morte, ma la Mente non vuole far morire il Corpo, esclusion fatta per alcune gravi psicopatologie. La consapevolezza della morte, sintetizzata crudamente nel motto dei frati trappisti “memento mori”, distingue l’Uomo. L’homo sapiens è al vertice di codesta cruda consapevolezza. Questo pregio lo rende elevato e infelice in vita natural durante.

Tornando alla domanda di Mario, si può tranquillamente affermare che la conservazione della Vita è un bene maggiore rispetto allo scorrazzare per le piazze o per i parchi o per i boschi o per i centri commerciali. Ergo, stiamo chiusi in casa, se vogliamo ancora campare.

Ma quanto si può durare chiusi in casa senza impazzire?

Questa formulazione della domanda di Mario è volgare, ma rende benissimo la sostanza della richiesta.

Rispondo in sintesi.

Dipende dalla motivazione individuale e sociale, dipende dalla “organizzazione psichica reattiva” individuale, dipende dalla “organizzazione psichica collettiva”, dipende dalla forma politica.

Analizziamole tutte e quattro.

LA MOTIVAZIONE INDIVIDUALE E SOCIALE

La motivazione “individuale” è varia perché ogni persona ha una sua irripetibile conformazione psichica. Di conseguenza, la diversità è anche mentale, per cui ognuno ha la sua ragione per giustificarsi la clausura.

La motivazione “sociale” è unica e si attesta nel sentimento della solidarietà e della condivisione dello stato di emergenza, nonché sui valori civili ed etici.

LA MOTIVAZIONE PSICHICA INDIVIDUALE

La “organizzazione psichica reattiva” individuale può essere “orale”, “anale”, “fallico-narcisistica”, “edipica”, “genitale”. Vediamo le reazioni psicologiche alla clausura secondo sintesi e con la chiarezza massima, dopo aver precisato che la classificazione è un ausilio interpretativo, ma, come tutti gli schematismi, è da prendere con le pinze: aiuta a capire, ma non è esaustivo e non è verità evangelica.

La persona a tratti prevalentemente “orali” privilegia gli affetti e ne teme la perdita, per cui risponde alla clausura con una pulsione depressiva e con paura. Quest’ultima è controllata tramite la motivazione costante della costrizione logistica, per cui ha una buona durata perché la “razionalizzazione” è in opera e i sentimenti sono facilmente appagati se le persone che si amano sono presenti o comunque in vita. Il rischio psicopatologico si attesta, dopo aver vissuto lo psicodramma, nella cura del tratto depressivo qualora si fosse allargato dietro tanto stimolo continuo. La persona “orale” si esalta e si deprime, è ottimista e pessimista, varia l’umore in base al vissuto che ha in circolazione da stimolo interno o esterno. Il rischio alimentare è a portata di mano, perché la persona “orale” scarica la tensione nervosa proprio mangiando di tutto e di più, appagando non la fame, ma una fame nervosa, non compulsiva. Bisogna stare attenti anche al respiro e alla conversione dell’angoscia nell’apparato respiratorio con le crisi della mancanza del fiato o dell’asma. La persona “orale”, pur tuttavia, dà una buona risposta alla clausura proprio perché dinamica, elastica e non rigida.

La persona a tratti prevalentemente “anali” reagisce alla clausura con la sua aggressività e la riversa sugli altri e su se stessa. Sono frequenti le esplosioni di rabbia. La persona si danneggia attraverso il logorio della rabbia espressa e inespressa. La costrizione fisica si riverbera sulla psiche attraverso le pulsioni aggressive e l’autolesionismo, le manie e i rituali, i dubbi e gli scrupoli, l’ossessione e la compulsione, la sensazione e il sentimento di persecuzione. Il rischio si attesta nell’esaltazione del nucleo fobico, ossessivo e paranoico. La persona “anale” si sente perseguitata dallo spazio ristretto e ha bisogno di uscire e di prendere aria: la claustrofobia. Si può sentire anche braccata e ha bisogno di scappare: timore panico. Questo caso è frequente nelle persone particolarmente sensibili alla colpa. L’irrequietezza e la fuga sono le soluzioni di difesa dall’angoscia messe in atto dalle persone “anali”. La rabbia non sfogata si può somatizzare nel sistema cardiocircolatorio e gastrointestinale. La clausura non s’addice per niente alla persona a prevalenza “anale”. La vulnerabilità psicofisica si manifesta nella qualità e nella quantità delle reazioni.

La persona a prevalenza “fallico-narcisistica” reagisce alla clausura in maniera del tutto individualistica, da protagonista unico perché gli altri non esistono. Il narcisista non ha bisogno di aiuto, è onnipotente ed eroico, è ambizioso e civettuolo. La clausura attizza il suo senso del potere e il suo protagonismo proprio perché reagisce alla situazione restrittiva negandola ed esaltando la sua boria individualistica e la sua onnipotenza. Il rischio si attesta nell’ansietà e nelle scariche isteriche causate dal senso di frustrazione provocato dalla costrizione. L’esplosione isterica lascia il posto alla depressione per l’intervento del senso di colpa e per l’attesa della punizione. La persona “fallico-narcisistica” è di danno a se stesso, autolesionismo, e soprattutto agli altri perché rende difficilissima la convivenza. I tic nervosi e i rituali nevrotici, tipo tormentare i capelli, scaricano le tensioni e sono indizio di un conflitto psichico con se stesso. L’isolamento del narcisista è costante anche se si trova in gruppo. La dipendenza da sostanze di varia qualità e tendenti a variare lo stato di vigilanza della coscienza è un rischio da evitare a causa della sua gravità e pesantezza.

La persona a prevalenza “edipica” reagisce alla clausura con la conflittualità interna ed esterna. Oscilla tra l’affermazione e la svalutazione di sé, tra l’isteria e la depressione. Si relaziona secondo gli opposti: relazioni troppo buone o troppo cattive. Non ha vie di mezzo con se stesso e con gli altri e per questo motivo risulta inaffidabile. Se si fida, diffida, se si affida, si ritira. La psiconevrosi e l’ambivalenza affettiva e umorale contraddistinguono la persona “edipica”. Vive la chiusura con ambiguità: l’intimità del carcere e la rivolta contro la costrizione. La persona “edipica” tende a ubbidire e trasgredire con la facilità vissuta in maniera ambivalente nella relazione con il padre e la madre. Il rischio si attesta nella costante conflittualità e insoddisfazione che disturbano le relazioni e la convivenza. La somatizzazione dell’ansia privilegia gli apparati gestiti dal sistema neurovegetativo in base al vissuto individuale sull’organo debole. La clausura è vissuta dalla persona “edipica” in maniera turbolenta e questa reazione crea problemi di tolleranza da parte dei conviventi.

La persona a prevalenza “genitale” reagisce alla clausura con disposizione e generosità verso se stessa e verso gli altri, Accetta e apprezza la realtà in atto con “amor fati”, l’amore per il proprio destino e per gli eventi. Usa la testa senza inficiare le emozioni e i sentimenti, anzi esaltandone il gusto. Tende a capire quello che vive dentro e quello che vive fuori, quel se stesso e quello degli altri in maniera equilibrata, senza rimuovere le emozioni e il dolore e facendo di necessità virtù. Le persone “genitali” sono disponibili e aiutano proprio perché hanno in abbondanza maturato i doni dell’auto-consapevolezza, per cui possono dispensare quello che, di volta in volta, è possibile e giusto investire delle loro energie. Un esempio di “genitalità” si condensa nell’azione benefica dei medici, degli infermieri, delle commesse, dei fornai e di tutte le persone che si stanno prodigando per la nostra sopravvivenza. E sono tante e sopratutto umili. La persona a prevalenza “genitale” ha evoluto la sua formazione psicofisica, in grazie alla presa di coscienza e alla “razionalizzazione”, fino alla “coscienza di sé”, la migliore e la possibile alle condizioni date. La persona “genitale” non rappresenta la perfezione che non esiste, ha soltanto completato un processo evolutivo che si migliora come il vino nelle botti della saggezza. Il rischio psicopatologico si attesta nella “regressione” e nel ripristino di modalità psichiche superate ma non tramontate. La persona “genitale”, avendo una buona “coscienza dei sè”, presenta un rischio inferiore all’insorgenza di nuclei conflittuali e psicopatologici.

LA MOTIVAZIONE PSICHICA COLLETTIVA

Passiamo all’azione della “organizzazione psichica collettiva” nella clausura. Il popolo è massa, la nazione è cultura, il popolo diventa nazione quando è Etico, quando condivide, non soltanto gli schemi culturali, ma anche e soprattutto la storia, la geografia e i valori. In questa operazione psichica il “popolo-nazione” acquista gli attributi della divinità. La costrizione viene vissuta come un dato etico proprio perché riguarda la collettività, il “popolo-nazione”. Questo processo di identificazione sociale fu elaborato dai Greci con il concetto di “koinè” o comunità, dai Romani con il concetto giuridico del “civis romanus sum”, da Agostino con la “città di Dio”, da Rousseau con il concetto etico della “volontà generale”, da Hegel con il concetto dell’”Ethos”, da Mazzini con il concetto di “Dio e popolo” e da tutti i teorici dei sistemi autoritari del Novecento, il Socialismo, il Fascismo, il Nazismo. Democrazia e autoritarismo si snodano nella storia con le diverse gradazioni. La clausura si può imporre d’autorità poliziesca o si può imporre da autorità democratica, perché tutti la sentiamo come il nostro dovere e la realizziamo con sacrificio ma naturalmente come un dovere civile. Ecco che allora ci affacciamo sul balcone e cantiamo l’inno di Mameli o le canzoni della nostra storia civile e musicale, le canzoni che ci rappresentano maggiormente e che si avvicinano al comune modo di vivere concretamente e di sentire nobilmente la nostra italianità.

LA FORMA POLITICA

La forma politica autoritaria o democratica è importante nell’accettazione delle restrizioni della libertà di movimento. La prima è imposta e sortisce i risultati grazie alla minaccia e alla punizione, la seconda sortisce il suo buon fine grazie all’introiezione etica dei valori civili. Meglio la nostra rispetto a quella dei Cinesi, meglio la nostra rispetto all’indifferenza degli anglosassoni.

Alla semplice domanda di Mario ho dato una risposta ampia, ma il tema si può ancora approfondire.

Grazie e alla prossima.

DEDICATO A FLAVIA

Oggi siamo tutti più soli.

Si dice così,

si dice sempre così anche nelle migliori famiglie,

anche nelle migliori parrocchie.

Flavia è partita per il chissàdove

lasciandoci imbambolati e di stucco

con il ricordo del miglior sorriso

aperto sul suo davanzale fiorito,

un sorriso lasciato in eredità come un dono dei nonni,

rivolto agli altri come la quotidiana offerta araba,

a quelli che l’elemosina di un piatto di lenticchie

la gustano con un cucchiaio dell’olio di un buon ulivo,

un sorriso dedicato a tutti quelli che non l’hanno conosciuta

e hanno potuto soltanto immaginarla.

Flavia non dilaterà le pupille dei nostri occhi

con la meraviglia del suo splendido splendente,

non rifletterà sui nostri visi il suo femminile ovale,

non ci regalerà le onorate parole

che protendeva con i suoi gesti

su un pubblico attonito al messaggio di mirabili virtù.

I suoi lineamenti di donna zampillano

dai valori della madre e della maestra,

come le verità tracciate

e nobilmente smerciate ai quattro cantoni

della vita che scorre,

sale,

s’inarca,

procede,

s’abbassa,

si compiace,

si bea,

si contorce,

finisce.

C’è qualcosa di stanco oggi nel sole,

nulla d’antico.

Tutto è come prima,

tutto è come la gioia e il dolore,

tutto è come il pane quotidiano del buon fornaio,

tutto è come i versi sgangherati del buon poeta,

tutto è come il padre e la madre

et in saecula saeculorum, amen.

In quest’oggi oscuro di un tempo inferiore e infame,

in cui la morte trionfa sui miseri trofei dell’uomo sapiente

annerendo la felicità di membra esauste

dal color della miniera e dal sorriso volgare di rame,

oggi,

in quest’oggi escono tentennando le poche risorse

che la Necessità ci lascia in forma di testamento

dopo che Ella fu per una vita al servizio della gente,

oggi,

in quest’oggi di elogio memore e duraturo

si celebra più che mai la lingua di un popolo infelice

che la sensibilità di Flavia nobilitava

con amorosi accenti e senza portenti.

Oggi la mia compagna è morta,

il Socialismo ringrazia la sua devota figlia,

la sua perspicace allieva,

mentre i soviet di Varese intonano l’Internazionale

alla diletta del cuore e alla prediletta della mente:

“Noi siamo dei lavoratori

e un rosso fiore è sfiorito nel nostro petto,

il fiore scarlatto di una donna onesta e giusta

allegra e impenitente,

gustosa e sapiente.”

L’aspro stendardo della libertà

ricopra con falce e martello le membra

di colei che tanto amò se stessa e il suo valore

per poter essere generosa con chi la conobbe

e gustò il nettare deposto sul suo vorace labbro.

Cura ut valeas, ignota compagna mia!

Salvatore

Pieve di Soligo (TV), mercoledì 25 del mese di Marzo dell’anno 2020

ALL’AMICA MIA

Vano e vario è il mondo,

esso è un’inutile corsa dietro il vento.

Oggi va così,

ho una lama che si fa spazio dentro il petto,

la mia Flavia è giunta alle porte dell’Ade

e attende di entrare.

Scrivere è il mio modo di andarla a trovare,

devo fermare il tempo per accettare il suo silenzio.

Ora che il tempo è abbondanza,

non posso partire alla volta del tuo tumulto,

amica cara di una vita,

amica mia.

Che beffa,

se ci pensi,

che maschera di scherno ha indossato il destino

sfidando la quaresima.

E così non posso venire a salutarti,

a trattenere la disperazione

che mi assale davanti ai tuoi occhi verdi da fata degli elfi.

Non posso tributarti il comportamento dignitoso

di chi non antepone il suo strazio alla tua morte.

Amica mia,

amica di una vita,

muori in una città che non è tua,

in una stanza ordinata dove l’emergenza,

che non ti ha sfiorata,

obbliga l’amore dei tuoi figli e di tuo marito ai turni.

Non ci sarà nemmeno il funerale,

non è tempo di riti e di asfodeli.

Hai chiesto di ricordarti con un rinfresco,

quando tutto sarà finito e tutto,

ora,

è anche questo tutto,

non solo la tua vita.

Mischiano il grande tutto,

ma io sono piegata dalla differenza

tra il tuo tutto e tutto il resto

e sono diventata brutta a forza di piangere.

Se mi vedessi!

Sembro un rospo.

Tu sei una principessa, come sempre.

Nessuna tempesta abbruttisce una rosa.

Oggi sono da te,

la mia mente è una stanza grande

dove parliamo fumando di nascosto.

Sei venuta a trovarmi nei miei sogni,

questa notte.

Lo so che lo sai.

Resta ancora un po’,

fammi compagnia.

Simona

Varese, sabato 21 del mese di Marzo dell’anno 2020

L’IMMUNITA’ DI GREGGE

Cosa pensa lei dell’immunità di gregge?

Giovanni

Questa domanda mi arriva tramite whatsApp e si riferisce alla ferina strategia “clinica” prospettata dal governo inglese e crudamente espressa dal premier Johnson: “molte famiglie perderanno i propri cari prematuramente”. La teoria “scientifica”, (?), si basa sull’immunità di gregge, meglio immunità di comunità, sul fatto che il “coronavirus” colpirà la maggioranza della popolazione inglese, che quest’ultima reagirà alla malattia polmonare o morendo o sopravvivendo. I sopravvissuti conserveranno gli anticorpi per la futura possibile incursione del virus. Questa strategia si può definire una vaccinazione collettiva per malattia sopraggiunta e superata, ma questa vaccinazione nel lungo tempo non è dimostrata scientificamente. Quelli che non ce la faranno, comunque, avranno degna sepoltura e saranno benemeriti perché hanno contribuito in qualche modo al benessere, più che al Bene, della nazione. I morti saranno in prevalenza le persone anziane e le persone malate. L’immunità di comunità è dettata essenzialmente da motivi economici e logistici. L’Inghilterra non può recludersi specialmente dopo l’uscita dall’Unione europea e non ha le strutture ospedaliere per ricoverare e curare tutti i malati da “coronavirus”.

Questo è il vangelo blasfemo di Boris Johnson e del suo consulente virologo sir Patrick Vallance, nonché dal suo consulente politico Chris Whitty.

Il richiamo scientifico di tale tragica scelta verte sulle teorie di un grande britannico, Charles Darwin (1809–1882), padre riconosciuto delle dottrine evoluzionistiche, che pubblicò nel 1859 un’opera fondamentale per lo sviluppo della cultura laica e della scienza in Occidente: “L’origine della Specie per selezione naturale”. La tesi fondamentale è la seguente: la Specie si origina dalla “selezione” delle variazioni biologiche più idonee e dalla conseguente trasmissione. La “selezione” imprime un orientamento all’evoluzione. Dalla morte nasce la vita attraverso l’annientamento delle Specie e degli individui deboli e la trasmissione dei caratteri e dei tratti biologici forti. Dalla morte, dalla carestia, dalla malattia deriva l’esistenza di animali più elevati.

Questa è la sintesi del “Darwinismo”.

Ma cosa dice la Bioetica contemporanea?

I quattro principi etici dell’assistenza sanitaria sono la “beneficenza”, la “non malevolenza”, il “rispetto per l’autonomia”, la “giustizia”. La “beneficenza” prescrive l’obbligo di procurare il bene e di bilanciare i benefici contro i rischi. La “non malevolenza” prescrive l’obbligo di evitare di causare danno e dolore. Il “rispetto per l’autonomia” prescrive l’obbligo di rispettare la capacità di prendere decisioni da parte delle persone. La “giustizia” prescrive l’obbligo di onestà ed equità nella distribuzione dei benefici e dei rischi.

La strategia politica dell’ex giornalista Johnson e dei suoi degni compari non è assolutamente contemplata dalla Bioetica contemporanea. Questi quattro principi non sono minimamente assolti e tanto meno considerati, pur tuttavia bisogna riconoscere che nella strategia della “immunità di comunità” compare qualche rudimentale criterio dell’Etica utilitaristica inglese che prescrive il maggior bene per il maggior numero di persone. La moralità dell’azione dipende dalle conseguenze, non dalla singola azione in sé, dipende dall’azione in rapporto alla massimizzazione dell’utilità sociale.

Questo è quanto contengono le filosofie inglesi che da Locke e Hume arrivano a Bentham e Stuart Mill nella sezione Etica utilitaristica e a cavallo tra il Settecento e l’Ottocento.

La strategia dell’immunità di comunità avveniva per “necessità naturale”, principio filosofico di Democrito, prima della Chimica e della Biologia, prima della Farmacologia e della scoperta dei vaccini. Ricordo mia madre che ripeteva quello che le avevano detto i medici: “con sei figli è meglio che la rosolia e gli orecchioni li prendano tutti e sei in una sola volta e così lei è a posto per il futuro”. Peccato che, cammin facendo e lasciando fare alla Natura, tanta gente ci lasciava le penne. Ricordo che il mio fratellino Giovanni è morto nel 1935 per una gastroenterite all’età di un anno e mezzo, è morto per un’infezione e un’infiammazione e sarebbe bastato un antibiotico per salvargli la vita.

Procediamo con le riflessioni sull’immunità di comunità, al di là delle scelte criminali e spietatamente omicide che compaiono nelle bocche di tanti protagonisti del nostro tempo.

Il Giusnaturalismo prescrive la Vita e la conservazione della Vita in universale, senza distinzione di età, di sesso, di nazionalità, di cultura e di estrazione sociale. L’oggetto del Diritto naturale è il Corpo vivente. Là dove c’è un Corpo vivente, è implicito il diritto alla Vita e alla conservazione della Vita. E di questo ho già detto nei post precedenti.

Il Codice deontologico della Scienza medica condensa l’Etica giusnaturalistica e l’Etica religiosa, laicità e sacralità insieme: la Vita va preservata e tutelata e non può essere annientata. L’Etica della scelta del diritto alla sopravvivenza, in base alla quale si privilegia la potenzialità del vivente secondo criteri vitalistici, il giovane rispetto all’anziano, non è stata ancora attuata, è stata soltanto paventata. Il quesito è il seguente: se c’è un respiratore automatico e ci sono due malati, chi sarà sottoposto alla ventilazione meccanica? La scelta del medico verterà sul giovane. Sono casi estremi ma possibili, specialmente di questi tempi che difettano i posti in Rianimazione. La scelta verte anche su quale terapia è più indicata ai due soggetti al di là dell’età anagrafica.

Dopo aver allargato la questione, torno alla domanda di Giovanni: “cosa pensa lei dell’immunità di gregge?”

E’ una strategia naturale e antica come il cucco che vanifica il Progresso scientifico ed etico.

A cosa sono serviti il Progresso e il Positivismo?

A cosa sono serviti Gesù Cristo e Buddha?

La scelta regressiva è nettamente politica e degna di un rozzo conservatore che antepone la Vita all’Economia e al Mercato. Del resto, “questi sono gli Inglesi in pace e in guerra”, avrebbero detto mia madre e mio padre dopo averli tragicamente conosciuti nella loro ferocia durante la seconda guerra mondiale.

La scelta regressiva è degna di uno dei tanti mostri che sono al potere nel mondo.

La scelta regressiva è degna di uno dei tanti ignoranti e dei tanti folli che circolano nei media anche dalle nostre parti.

Non posso dire che la scelta è “cinica”, semplicemente perché offenderei i Cinici, Antistene e Diogene di Sinope in primo luogo, il loro rigore morale e la loro saggezza.

Magari la scelta fosse di scuola cinica!

LIBERTA’ E NECESSITA’

“Gentilissimo,

mi piacerebbe veder affrontato il tema della privazione della libertà, oltre a quello della paura del contagio. E’ un interrogativo che mi sono posta in questi momenti concitati: salute o libertà? Necessità o principio filosofico. Per cosa combatterei con maggior foga?”

Sabina

Andiamo sul semplice, accipicchia!

Eppure in questi tempi la riflessione filosofica ha la sua giustificazione per illustrare i criteri e i principi che nello scorrere quotidiano del tempo, di questo tempo critico, incarniamo senza averne piena consapevolezza: “incarniamo” mi piace di più del freddo “siamo portatori”.

La “privazione della libertà”, quella psicologica e non quella fisica, è un falso problema semplicemente perché l’uomo è un prodotto psico-socio-culturale “condizionato” e non gode della prerogativa divina di essere “assoluto”, sciolto da ogni legame e da ogni forma di dipendenza, per cui la sua unica libertà si attesta nella possibilità della scelta, la Politica. L’uomo è libero nel momento in cui opera una scelta tra le diverse tesi o visioni del mondo. Quando la scelta è fatta ed è imposta dalla Politica per motivi eccezionali, come di questi tempi nel nostro bel paese, l’Uomo deve farla sua attraverso la valutazione etica.

E’ giusta questa scelta del potere politico?

Risponde al criterio del Bene individuale e collettivo?

Con questa operazione riflessiva l’Uomo è libero pur restando all’interno del suo naturale contesto di Necessità.

Passiamo al secondo punto.

La contingente “privazione della libertà fisica” ubbidisce al “principio di convenienza” e al “principio del meglio”, in base ai quali l’uomo tende alla Vita e alla conservazione della Vita, Filogenesi, alle condizioni date nel contesto storico e culturale in cui agisce. I principi del Diritto naturale, elaborati nel Seicento da Grozio e Gentile e di poi ripresi da Locke e altri filosofi, affermano che la Vita e la conservazione della Vita sono diritti massimamente oggettivi perché risiedono nel Corpo, nel Vivente, (in tutto il Vivente, animali, vegetali e minerali compresi, aggiungo io buddisticamente) e si giustificano inconfutabilmente con la Materia Vivente, il Corpo. Se la privazione della libertà fisica ubbidisce alla Vita e alla conservazione della Vita, il Diritto naturale è pienamente rispettato e la scelta individuale e collettiva ha le prerogative di essere “etica”, di ubbidire al principio del Bene, e di essere universale perché sostenuto dalla Logica e, quindi, necessariamente valido e condivisibile da tutti in quanto basato sulla Ragione. Ottimismo illuministico.

Può bastare.

La “paura del contagio” oscilla tra la fobia e la paranoia. In quanto “paura” è giusta e salutare, fa soltanto bene perché offre un limite su cui riflettere prima di agire. Che tutti abbiano paura di essere contagiati senza tralignare nella fobia assurda e nella manie di persecuzione, va bene, anzi benissimo. Nessuno vuol morire, il Corpo vuole naturalmente vivere, la Mente non può essere birichina e annientare la vita.

Analizziamo il terzo punto.

Ricordiamoci sempre che “natura non procedit per saltus”: la Natura non procede per salti. Domani il sole sorgerà a oriente. Dalle tante constatazioni empiriche fu desunto nella Greci antica il “principio dell’uniformità della Natura” in base al quale esiste una Logica nella Natura che governa i suoi processi evolutivi. La Natura è libera perché non è limitata da un’altra Natura, è una e unica. La Natura è Necessità perché è vincolata dal suo progetto atomico evolutivo. La monade di Leibniz sviluppa il Logos che contiene e non altro. Necessità e Libertà non sono opposti, così come Salute e Libertà non sono inconciliabili. E’ un concetto “etico” scegliere liberamente la Salute. La Natura trasmette all’uomo, in quanto sua parte, la sua essenza logica ed etica. L’uomo ha una essenza logica in quanto parte della Natura ed è chiamato a sviluppare il suo progetto. Possiede, inoltre, un’essenza “etica” in quanto la sua azione è indirizzata verso il Bene. Se a tutto questo ben di dio si aggiunge all’uomo l’essenza estetica, la Bellezza, tocchiamo l’apice della civiltà e del progresso culturale e scientifico a misura antropologica.

Concludo questa sintetica e discutibile disamina.

Se noi assimiliamo gli obblighi di legge contingenti, è perché queste disposizioni politiche sono logiche ed etiche e le sentiamo come espressione attuale dei nostri bisogni di vivere e di continuare a vivere.

Trovare questa corrispondenza tra Ragione, Diritto, Etica, Politica è raro e in questo momento storico è meraviglioso. Il merito va al “fantasma di morte” individuale e collettivo che ha sfrondato l’albero della Vita e ha rifiutato i fronzoli e le sciocchezze dell’ignoranza. Dietro le sferzate depressive della possibilità della fine siamo stati costretti a ragionare e a essere essenziali, siamo stati fortunatamente costretti ad abbandonare i falsi problemi su cui per mesi e mesi si sono agitati gli interessati catastrofisti del sovranismo e del qualunquismo mediale.

Charles Darwin parodiando Karl Marx ci sta dicendo che “un virus si aggira per il mondo”, il coronavirus e non è monarchico, né capitalista, né proletario, né razzista, né patriottico, né nazista, né fascista, né comunista. E’ un semplice microcosmo cosmopolitico che mette tante idee e tante ambizioni narcisistiche al posto giusto in tutto il mondo e che ci fa ritrovare come “gruppo” umano legato dalla condivisione culturale, come “popolo” unito dal comune processo storico, come “nazione” abbracciata dal sentimento di solidarietà, come gli eredi di quell’homo sapiens curioso come una scimmia e generoso come un cane.

“Ammuttamu e caminamu!”

Spingiamo la carretta e andiamo avanti, magari cantando “o sole mio” e l’inno di Mameli.

Per tutto questo io combatterei con maggior foga, cara Sabina.

Domani è un altro giorno buono e utile, tutto da vivere.

“CAMINAMU”

Abituata ad affrontare subito i problemi pensando, cercando soluzioni, agendo, facendo cose, oggi mi sento spiazzata… e adesso cosa faccio se non posso fare, non posso andare… Dovrei solo riuscire ad andare oltre me stessa e riuscire a vedere le cose in modo diverso, a non farmi sovrastare dall’ansia del non poter fare.”

Prima eravamo nevrotici. La nevrosi è stata di moda. Chi non l’aveva correva il rischio di essere ripudiato. Così cantava Adriano il grande. Adesso siamo normali. Mai stati così normali, neanche nel dopoguerra, quando mia madre cucinava le bucce delle patate e i baccelli dei piselli.

Che minestre, cara amica!

Lascia che sia. Let it be. Ascolta i Beatles.

Se vai oltre te stessa, cadi nella sopravvivenza. Non essere violenta. Non andare sopra la vita. Non sei una dea onnipotente e meno male. Vivi quello che non hai mai vissuto, la libertà di gestire il Tempo come una fisarmonica: allargalo e contrailo. “Rientra in te stessa”, dice il saggio Siddharta Gautama. “Conosci te stessa” suggerisce lo scansafatiche Socrate.

L’ansia è vita, è vitalità. La paura ci sta. L’angoscia è da evitare come la peste.

Che bello avere finalmente la consapevolezza e la potenza del “non poter fare”!

Oggi ho paura, ma non capisco se di quello che c’è fuori o di quello che sento dentro…”

La paura ci sta e ci sta bene perché fa solo bene. La paura è dentro di noi ed è legata a un oggetto specifico. Curiamola con amore, accarezziamola con devozione come se fosse una preghiera laica e civile, ringraziamola perché ci rende umani e non divini, fragili e liberi dall’onnipotenza.

Viva, viva la Paura!

Fuori c’è un virus birichino che fa le sue cose secondo Natura. Noi non vogliamo ammetterlo alla nostra amicizia e tanto meno alla nostra tavola. Che se stia a casa sua anche se gli abbiamo in qualche modo rotto i coglioni. Ma non lo faremo più e dopo attrezzeremo anche gli ospedali e spenderemo tanti bei soldini per la Ricerca, per la Scienza e non per andare al Centro commerciale a comprare l’inutilità mortale nelle buste di plastica.

Mi spaventa non avere soluzioni da dare ai miei anziani genitori che sono spaventati e ancor più fragili in questo frangente.”

Se li hai adottati e li curi, quali altre soluzioni vuoi dare. Dialoga e ascoltali, falli parlare in maniera che scaricano le tensioni e restano connessi alla realtà, cazzeggia con loro, l’ironia fa bene a tutti. Anche loro reagiscono a questo frangente storico secondo le loro coordinate psichiche.

Ma sai cosa ti dico?

Attenta ai sensi di colpa!

Non ti servono, più che mai adesso. Lo sai che i genitori scatenano sensi di colpa. E’ una prerogativa e una specialità che i figli hanno donato loro. La fragilità è un onore e un vantaggio nel contesto drammatico che stiamo vivendo. Il “fantasma di morte” agisce in maniera più incisiva nei giovani e nelle folle, piuttosto che negli anziani che hanno in qualche modo maggiore confidenza con la partenza e il distacco.

Mi spaventano anche le cose futili e inutili: il parrucchiere ha chiuso e dovrò fare i conti con i capelli bianchi e sarò costretta a pensare alla vecchiaia, la mia! non solo a quella dei genitori o a quella che ho visto portarsi via i miei nonni, i miei zii. Ora tocca a me e dovrò pensare anche a questo.”

Tutto ciò che ci appartiene è importante perché è nostro, anche i capelli bianchi e il pensiero della vecchiaia con la paura annessa.

A cosa ti serve il “fantasma di morte”?

Sicuramente a stare male e a non pensare nella maniera giusta che la vita è adesso e che ti offre nella sua drammaticità un’opportunità interessante di crescita e di maturazione.

Sai quante discussioni farai con gli amici dopo la tempesta?

Sai quante riflessioni si possono fare dopo trenta anni di pressapochismo e di ignoranza nel nostro Belpaese?

Sai quanti ospedali faremo costruire e attrezzare fra qualche mese?

Sai quante evoluzioni faremo dopo l’impatto con la possibilità della morte e la ferocia del microcosmo di un virus?

L’evoluzione psichica richiede il suo tempo, ma quella culturale e politica avverrà nel breve tempo. Anche la visione della vita e del vivere sarà rivista e adeguata a queste esperienze vissute. Se ti angosci, ti impedisci di riflettere, di capire e di cambiare. Razionalizza i tuoi “fantasmi” e poi rimettili nel posto dove li hai trovati, così come puoi fare per passare il tempo con quei cassetti ripieni di fotografie e ricolmi di cianfrusaglie.

… Già mi mancano le giornate che “avevano solo 24 ore”.

Il dì e la notte non sono cambiati, sono sempre là, sono ancora dentro la rotazione della Terra. Il Sole è sempre dentro il suo sistema e dentro la sua casa, quella via fatta del latte di Era appena munto e sprizzato dal vivace Eracle. La Natura e il Cosmo vanno avanti con i loro progetti e non si affidano al Fato o alle acrobazie del circo cinese e americano, procedono secondo la loro Ragione, sviluppano le loro Logiche meccaniche, realizzano le loro finalità. Siamo noi uomini dalle mille ambivalenze e dalle tante ignoranze che stiamo cambiando. Questa benefica evoluzione non deve essere bloccata, dobbiamo curare la presa di coscienza che l’eccezionalità del momento induce e instilla, dobbiamo usare più che mai la testa e non la pancia, dobbiamo ridimensionare quella concupiscenza del ventre che Platone assegnava agli ignoranti della Verità, i mercanti e i produttori, la folla dei bisognosi e la massa dei sudditi. Le paure sono “resistenze” all’auto-consapevolezza e “resistenze” all’afflusso dei nostri “fantasmi” rimossi. E’ il momento di tirare fuori tutto quello che emerge dalle nostre profondità psicofisiche con decisione e senza ritegno. Abbiamo davanti tante “24 ore” per migliorarci e per sentire il bisogno degli altri, più che mai adesso che siamo costretti a tenerli lontani.

Nel tempo “spensierato”, durante le serate con gli amici, quanti discorsi teorici sulla “decrescita felice” che facevamo dall’alto delle nostre certezze e sicurezze. Eccoci accontentati! Abbiamo l’occasione per sperimentarlo… ma sarà davvero “felice”!

La “decrescita felice” sarà meglio discussa dopo questa esperienza drammatica, imprevista più che imprevedibile. Gli amici non faranno più discorsi teorici di alta scuola dopo quello che stanno vivendo. Le certezze e le sicurezze hanno toccato il basso, ma un basso tanto basso che più basso non si può. L’Etica, possibilmente quella venata di un laico Calvinismo, applicata all’Economia e alla Sociologia, dopo la strizza al culo del “coronavirus” o dell’assassino invisibile, ci dirà che la Felicità è in primo luogo una dimensione interiore che deve sposarsi prima o poi con la Ragione. E’ necessario un nuovo Rinascimento che metta la Natura al centro dell’universo e l’Uomo come sua parte, un uomo consapevole di essere più che mai “faber et arbiter fortunae suae”, un Rinascimento che si sposi con un nuovo Illuminismo, un’età dei Lumi arredata dalla sua bella e buona Ragione che dirime e dirige tutti i processi umani. E allora potrà arrivare a noi tutti, dopo aver esercitato il sacrosanto diritto di voto, anche il premio Nobel per tanta rivoluzione culturale. Basterebbe leggere il Marx dei “Manoscritti economici e filosofici”, quello giovane e pieno di entusiasmi antimetafisici e nobilmente materialistici, per cominciare a meditare sull’autogestione dei bisogni e sulla dose etica della proprietà pubblica e privata. Se non rimuoveremo l’esperienza psichica in atto e se non cadremo nelle spire degli incantatori di serpenti che dai media circuiscono i tontoloni, la rivoluzione felice potrà iniziare sotto la buona stella del pericolo corso e mai tramontato.

Intanto ho iniziato il mio primo giorno di pandemia con qualche lacrima dettata dall’ansia e mi attacco, come ad una fede, al mantra “andrà tutto bene! andrà tutto bene! andrà tutto bene!”…. ma andrà davvero tutto bene?”

Il Virus ritornerà nei suoi ambiti microcosmici, la Scienza scoprirà come addomesticarlo, l’Umanità riscoprirà la sua giusta dimensione di fronte alla Natura offesa e umiliata, la Politica farà le scelte giuste per il cittadino. Purtroppo la Psicologia continuerà a essere subalterna a tutte le altre discipline e la Psicoanalisi si divertirà a cazzeggiare con i suoi castelli in aria. La Vita continuerà la sua evoluzione e Darwin sorriderà sornione dietro le nuvole del cielo di questo Marzo così originale e così cagone. Le lacrime vanno sempre bene perché sono salate e qualsiasi minestra ha bisogno di sale per essere gustosa. Attacchiamoci a tutti i mantra e a tutte le sacralità catartiche perché

TUTTO ANDRA’ BENE PERCHE’ ANDRA’ COME NATURA ESIGE CHE VADA.

E TUTTO ANDRA’ SECONDO LA NECESSITA’ LOGICA DELLA NATURA E NEL PIENO RISPETTO DELLE LEGGI CHE REGOLANO IL SUO MECCANICISMO E IL SUO FINALISMO.

Questa garanzia è l’unica consolazione che ci solleva: “natura non procedit per saltus”: il principio greco dell’uniformità della Natura che esige il possesso di un iter che l’uomo può conoscere e prevedere tramite la SCIENZA.

Attualmente siamo tutti in fuga dal virus o lo stiamo bastonando per renderlo innocuo. La sua materia e il suo progetto in parte ci sfuggono, sappiamo che può farci tanto male, ma indubbiamente ha una grande bellezza dentro e merita tanto di cappello. Quando i ricercatori lo conosceranno ben bene, sarà un buon convivente come tutti i suoi fratelli che si sono presentati e che abbiamo esorcizzato nella loro cattiveria sin dall’età del vaccino e della farmacologia.

Intanto buona lettura del Decameron del Boccaccio, della Peste di Camus, dei Promessi sposi di Manzoni, dei Buddenbrook di Mann. Anche un buon Topolino aiuta a vivere una giornata strana perché naturale. Se ami le ampie volute del tuo divano, le commedie di Eduardo De Filippo sono indicate per sorridere e sorriderci sopra.

Io sto rileggendo Epicuro.

Grazie, Stefania!

“CAMINAMU !”

VIVERE

NON SOPRAVVIVERE

Egregi marinai,

il “blog dei sogni” si cala nella Realtà in atto e viene in soccorso di chi vorrà usare il suo supporto psicologico per navigare al meglio nel mare tempestoso che ci agita.

Viviamo un momento storico e culturale impensabile e destabilizzante e siamo chiamati a reagire con la riflessione dopo la naturale reazione emotiva di fronte alla minaccia clinica del “coronavirus”.

Bisogna elaborare l’emozione e filtrarla con la Ragione, è necessario “razionalizzare” il materiale psichico profondo che si è mosso in ognuno di noi nell’impatto con la possibilità di infettarsi e di morire.

E’ proprio un “fantasma di morte”, individuale e collettivo, quello che sottende alle nostre reazioni di fronte alla tragica possibilità. E’ come se all’improvviso si sia prospettata nella nostra panoramica mentale la possibilità di morire.

Il “fantasma” è una rappresentazione mentale primaria che tutti abbiamo elaborato nei primi anni di vita e prima di formulare nella successiva evoluzione mentale il “concetto” della morte. Ebbene questa rappresentazione emotiva, il “fantasma”, deve essere razionalizzata e assorbita dalla consapevolezza dell’Io per affrontare al meglio la dura realtà senza acerbe sofferenze.

Non basta. Al “fantasma” individuale si affianca il “fantasma” collettivo della morte, la rappresentazione sempre emotiva elaborata dalla cultura di massa. Anche in questo caso bisognerà ricondurre il “fantasma” alla Ragione e acquisire la consapevolezza delle modalità in cui viene trasmesso il doloroso tema della morte da parte delle istituzioni e dei sistemi di comunicazione.

Riepilogando: allo schema psichico individuale della morte si associa lo schema culturale della morte, l’insieme delle caratteristiche, schemi e segni, con cui viene propagata la rappresentazione della morte.

Se restiamo ancorati al “fantasma di morte” individuale, destato dall’evenienza “coronavirus”, matureremo una “tanatofobia” e vivremo le angosce collegate a questo nucleo primario della nostra formazione psichica. E’ necessario, quindi, evolvere benignamente la “tanatofobia” nella “tanatologia”, un discorso razionale sul fenomeno psicofisico della morte, una poderosa presa di coscienza del significato di quel materiale psichico che il virus ha destato in tutti noi.

Lo stesso processo di “razionalizzazione” si metterà in atto sul “fantasma” collettivo di morte attraverso il passaggio dalla rappresentazione emotiva della morte alla rappresentazione concettuale veicolata dalla gente. Anche in questo caso sarà necessaria la “tanatologia” di massa, una rappresentazione culturale razionale e condivisa.

E’ tempo di usare più che mai la Ragione individuale e collettiva.

E’ tempo di continuare a vivere e non di sopravvivere in attesa degli eventi.

E’ tempo di abbandonare l’onnipotenza o il fatalismo e di sostenersi con le capacità razionali al fine di reagire in maniera costruttiva al contesto storico in atto e che quotidianamente assorbe gran parte delle nostre energie.

“Dimensionesogno.com” si mette a disposizione di chi vuole porre domande e quesiti.

“Dimensionesogno.com” interagisce con la gente, come da sua vocazione popolare, in maniera chiara e assolutamente gratuita e secondo l’ottica del servizio sociale.

Di giorno in giorno verrà postato il materiale pervenuto ed elaborato sotto il significativo titolo “caminamu”, “camminiamo”.

Al fianco della Virologia è giusto che la Psicologia assuma la funzione di aiutare coloro che soffrono per una mancata “razionalizzazione” del materiale psichico scatenato dall’evento infettivo.

La mail è psicosoma_vallone@libero.it

Potete warzappare la richiesta, la riflessione, la questione al numero 349 5201079

La divulgazione del servizio è auspicabile e secondo la sensibilità dei tanti marinai che hanno già navigato e navigano ancora nel “blog dei sogni”.

Pieve di Soligo (TV), “zona rossa”, giorno 9 del mese di marzo dell’anno 2020

Salvatore Vallone

QUINTO ORAZIO FLACCO

POESIA D’AMORE E DI MORTE

EPODO XIII
Horrida tempestas…

Horrida tempestas caelum contraxit et imbres

nivesque deducunt Iovem; nunc mare, nunc siluae

Threicio Aquilone sonant. Rapiamus, amici,

occasionem de die, dumque virent genua,

et decet, obducta solvatur fronte senectus.

Tu vina Torquato move consule pressa meo.

Cetera mitte loqui: deus haec fortasse benigna

reducet in sedem vice. Nunc et Achaemenio

perfundi nardo iuvat et fide Cyllenea

levare diris pectora sollicitudinibus,

nobilis ut grandi cecinit Centaurus alumno:

“Invicte, mortalis dea nate puer Thetide,

te manet Assaraci tellus, quam frigida parvi

findunt Scamandri flumina lubricus et Simois,

unde tibi reditum certo subtemine Parcae

rupere, nec mater domum caerula te revehet.

Illic omne malum vino cantuque levato,

deformis aegrimoniae dulcibus alloquiis.

VERSIONE LETTERALE
Un’orribile tempesta…

Un’orribile tempesta chiuse il cielo e le piogge

e le nevi tirano giù Giove; ora il mare, ora le selve

risuonano del tracio Aquilone. Strappiamo, o amici,

l’occasione dal giorno, e mentre le ginocchia hanno vigore

ed è di decoro, la vecchiaia sia sciolta dalla fronte corrucciata.

Tu porta i vini spremuti sotto il mio console Torquato;

tralascia di parlare delle altre cose: un dio forse con propizia vicenda

riporterà a posto queste cose. Ora anche giova spargerci

con il profumo di Achemene e con la lira di Mercurio

sollevare i petti dai crudeli affanni,

come cantò il nobile centauro all’alunno adulto:

“O invincibile, nato fanciullo mortale dalla dea Tetide,

ti rimane la terra di Assaraco, che le fredde correnti

del piccolo Scamandro solcano, anche il rapido Simoenta,

da dove a te le Parche con il filo infallibile hanno troncato

il ritorno,né la madre azzurra ti riporterà in patria.

Laggiù ogni male allevierai con il vino e con il canto,

dolci consolazioni della deturpante tristezza.

VERSIONE LETTERARIA
Una terribile tempesta…

All’orizzonte si addensano nuvole minacciose

e una bufera di neve ci travolge; la tramontana

sibila tra gli alberi e sopra il mare. Prenditi, o amico mio,

tutto quello che la vita ti dà e, se ancora le forze decorosamente

ti sostengono, non angosciarti al pensiero della vecchiaia.

Versati un po’ di vino dell’anno in cui sono nato

e non parlare d’altro: forse, con il mutare della sorte,

un dio volgerà tutto verso il meglio. Adesso non rimane

che profumarci di essenze orientali e allontanare

dal cuore con la musica l’angoscia del domani.

Queste sono le parole di Chirone, il suo congedo per Achille:

“Giovane invincibile, nato mortale da una dea,

la terra di Assaraco, solcata dalle acque rapide

e gelide del Simoenta e del torrente Xanto, ti attende.

Ma con trama infallibile le Parche impediranno il tuo ritorno

e neppure tua madre, azzurra come il mare, potrà ricondurti in patria.

Laggiù ogni dolore dovrai consolare con il vino e con il canto,

la fugace tenerezza di un conforto

all’angoscia che ogni giorno ci sfigura.”

COMMENTO

Si pensa che Orazio abbia scritto questo epodo nell’anno 42 a.C. sul modello del greco Archiloco (nato a Paro nel VII° secolo a.C.) e sul campo di battaglia di Filippi, magari nell’intervallo tra la disfatta militare e la morte di Cassio o addirittura dopo la rotta definitiva dell’esercito di Bruto.

Un’altra ipotesi vuole che questa poesia sia stata scritta nel 41 a. C., proprio quando Orazio si trova in compagnia di altri reduci ed è angosciato dalla sua futura sorte, più che dei mali politici di Roma.

Probabile è il tempo e plausibile è l’occasione.

Il componimento è particolarmente originale e anomalo, dal momento che nel suo sviluppo è privo della violenza giambica, una poesia pacata dal tema epicureo, a lui tanto caro, dell’inesorabile trascorrere del tempo e dell’altrettanto inesorabile evento della morte.

Orazio tenta di sublimare quella tremenda angoscia di morte che esiste soltanto durante la vita, proprio quando la morte non c’è e sempre seguendo e sorbendo il potente farmaco del filosofo di Samo.

Il tempo, la vecchiaia, il vino, il canto e la sorte sono temi oltremodo ricorrenti nel sentire filosofico e poetico di Orazio, oltretutto presenti a larga vena nel suo universo psichico profondo sotto forma di energici fantasmi e di mitiche simbologie.

Orazio proietta le sue umane angosce nel paesaggio invernale dominato da una terribile, quanto naturale, tempesta.

L’inquietudine dei tempi successivi alla disfatta di Filippi, le drammatiche vicende politiche romane, la caduta degli ideali libertari e repubblicani destano un impetuoso ribollimento del suo animo e il furore giovanile si realizza nell’asprezza veloce del giambo.

Pur tuttavia negli “Epodi” il furore civile appare retorico e di poco spessore, così come l’avversione verso personaggi a lui ben noti per i vizi e le viltà, mentre sono sentiti e consistenti i temi dell’amicizia sincera, della trepidazione nei confronti delle persone care, della vita agreste, del pensiero della morte e della conseguente strategia esistenziale di cogliere l’attimo della gioia fugace, dell’oblio e del conforto che il vino offre nel variare lo stato di coscienza e nel risolvere l’angoscia profonda del momento.

Orazio avrà anche atteso durante la stagione invernale attorno al fuoco e insieme ai suoi commilitoni la fine della burrasca politica in Roma, ma nell’epodo considerato è pressante la richiesta all’amico di mettere in tavola buon vino vecchio per allontanare i tristi pensieri, il motivo della fugacità del tempo e della necessità di godere le poche gioie di una vita breve e incerta, richiesta e motivi che richiamano il saggio insegnamento del centauro Chirone, il precettore del piè veloce Achille, di obliare nel vino e nel canto ogni affanno prima di soggiacere alla dura legge del Fato, la tragica sentenza ratificata dalle Moire, Cloto, Atropo e Lachesi, le divinità femminili della morte.

Chirone predice, “cecinit” è un verbo classico delle profezie, al suo allievo la morte immatura nella terra di Troia, “te manet Assaraci tellus”, per favorire la presa di coscienza e l’accettazione della morte riducendo al minimo l’angoscia del figlio della dea marina Tetide e dell’umano Peleo.

Il testo poetico è costellato di motivi filosofici epicurei:

“………………………Rapiamus, amici,

occasionem de die, dumque virent genua

et decet…”,

“……………………………Strappiamo, o amici,

l’occasione dal giorno, e mentre le ginocchia hanno vigore

ed è di decoro…”.

Questi versi rievocano e rielaborano il farmaco di Epicuro sul tema della tirannia del tempo che inesorabilmente fugge e della crudeltà della giovinezza che inevitabilmente sfiorisce.

L’angoscia del domani si risolve nel terapeutico “carpe diem”, nel mancato affidamento al futuro e nel “Cetera mitte loqui…”, “Tralascia di parlare delle altre cose”, una rimozione parziale e metodica, quanto ardua da realizzare.

Si tratta del farmaco epicureo collegato al tempo e all’impossibilità di parlare di esperienze non vissute come la morte, un fantasma psichico dominante in Orazio e un tema poetico ricorrente nella sua poesia.

Ode I, 9, versi 13…18:

“Quid sit futurum cras fuge quaerere, et

quem fors dierum cumque dabit, lucro

appone, nec dulces amores

sperne, puer, neque tu choreas ,

donec virenti canities abest

morosa.”

“Evita di ricercare che cosa accadrà domani, e

ogni giorno che la sorte darà, ascrivilo

a guadagno, non disprezzare i dolci amori,

o giovane, e neanche le ritmate danze,

finché da te fiorente la vecchiaia lamentosa

è lontana.”

Si rileva in questi versi anche il tema della sorte, del destino o del caso che governa la vita di ogni uomo ancora prima dalla nascita, come si desume dal mito platonico di Er, l’eroe armeno morto in battaglia e ritornato sulla terra per riferire agli uomini sull’anima, sulla sorte, sulla scelta, sulla necessità fatale e sulla drammatica funzione delle terribili Moire, la filatrice Lachesi, la tessitrice Cloto e la drastica Atropo, le figlie della Necessità.

Ode I, 11, versi 7 e 8:

“…………………Dum loquimur, fugerit invida

aetas: carpe diem, quam minimum credula postero.”

“………………..Mentre noi parliamo, il tempo invidioso

sarà trascorso: cogli l’attimo, fidandoti il meno possibile del domani.”

L’invito è rivolto a Leuconoe, la donna reale o immaginaria “dalla limpida mente”, una donna innocente o ingenua che Orazio seduce con versi incisivi quanto sintetici.

Ma la mente del poeta non è certamente limpida come quella di Leuconoe, perché il contenuto rivela un atteggiamento epicureo apparentemente sereno di fronte al tempo mortifero, un vissuto ricco di sottile e struggente malinconia.

Ode II, 16, versi 25…28:

“Laetus in praesens animus quod ultra est

oderit curare et amara lento

temperet risu: nihil est ab omni

parte beatum.”

“Lieto del presente l’animo eviti di preoccuparsi

di ciò che è al di là del momento e stemperi le amarezze

con un sorriso sornione: in nulla esiste

una felicità compiuta.”

Un farmaco proficuo e decisamente epicureo sottende un pacato pessimismo e una blanda rassegnazione dettata da un’esperienza di vita ormai disillusa degna di un uomo precocemente invecchiato che ha saputo di sé: la vita è amarezza e la morte risolve prima o poi la sottile e prolungata sofferenza.

La felicità compiuta non appartiene all’uomo e l’atarassia si profila come la giusta terapia nella forma di una felicità imperfetta perché collegata al vissuto intenso del momento.

Ode III, 8, versi 17 e 18:

“dona praesentis cape laetus horae,

linque severa.”

“cogli lieto i doni del tempo presente,

tralascia le gravi cose.”

Orazio celebra la ricorrenza dello scampato pericolo di un albero caduto senza danno per la sua vita e invita Mecenate ad apprezzare i doni del presente come la vera amicizia, il bel conversare e la dolce alienazione del vino.

Anche in questi versi ritorna il tema del tempo ambiguo e dell’atarassia benefica.

Ode III, 29, versi 41…43:

“…………………Ille potens sui

laetusque deget cui licet in diem

dixisse: “Vixi”:……………“

E’ signore di sé

ed è felice chi può dire a se stesso ogni giorno:

“ho vissuto”………….”

L’autonomia psichica e la felicità pacata sono collegate all’intensità delle esperienze vissute giorno dopo giorno e in prima istanza alla capacità di saperle vivere con la giusta misura.

Epistola I, 4, versi 13…15:

“Inter spem curamque, timores inter et iras

omnem crede diem tibi diluxisse supremum;

grata superveniet quae non sperabitur hora.”

“Tra speranze e affanni, tra timori e rancori

pensa che ogni giorno sia l’ultima tua luce;

gradito giungerà il tempo che non hai sperato.”

In questa lettera all’umbratile poeta elegiaco Albio Tibullo, oltre al forte sentimento dell’amicizia, Orazio dona all’amico il giusto consiglio di non affidarsi al trascorrere storico del tempo, quel tempo a tre dimensioni fatto di passato, presente e futuro e necessariamente inaffidabile qualora l’uomo non riesca a ridurre al presente, il presente della coscienza in atto e della vigilanza riflessiva.

Albio Tibullo (nato presumibilmente nel 51 e morto nel 19 a.C.) soffriva di malinconia e nel presentimento della sua precoce morte Orazio tenta con questa epistola di alleviare quel male di vivere a cui non era insensibile per personale connotazione psichica.

Scherzosamente pensa di alleviare all’amico i morsi della depressione non certo promettendogli una vita sicura e beata nell’oltretomba, ma facendogli dono di alcuni precetti classicamente epicurei, la gioia irripetibile del momento, il rifiuto delle illusioni metafisiche e la lucida accettazione della travagliata condizione umana.

E’ anche vero che questa panacea sotto forma di consiglio è rivolta soprattutto a se stesso alla luce della costante ripetizione di questi temi nelle sue poesie, il luogo traslato della sua malinconia nonostante si definisca ironicamente un “porco lindo e curato del gregge di Epicuro”.

Orazio avverte ormai con maggiore insistenza la caduta della vitalità che tenta di compensare con l’acquisita esperienza di vita, per cui questa parabola discendente si sublima in una migliore accettazione del suo destino di uomo e nell’amorosa cura della sua persona.

L’amarezza più acuta e lo scherzo più affettuoso sono il degno tributo alla malinconia dell’amico Tibullo da parte di un amico esperto della vita, una vita a cui bisogna amaramente aderire anche nel momento del declino fisico, la famigerata vecchiaia o l’anticamera della temuta morte.

Convergendo all’analisi diretta dell’epodo XIII bisogna riconoscere che vano è lo sforzo dell’uomo di risistemare le cose che la divinità indifferente ha voluto nel disordine e nell’indeterminato.

Il dolore e la malinconia deformano l’uomo trasformandolo anche nel suo aspetto fisico, per cui il vino e il canto sono i dolci conforti di ogni pena e di ogni angoscia.

Nonostante la crudeltà della natura e della divinità, il farmaco epicureo del “carpe diem” e delle gioie del banchetto è il più indicato per l’angoscia residua legata al fantasma depressivo della progressiva caduta della condizione umana.

La variazione dello stato di coscienza procurata dal vino è purtroppo una momentanea risoluzione dell’angoscia di morte, una tappa a cui deve necessariamente conseguire la razionalizzazione sempre secondo la nota prescrizione epicurea: ”quando c’è la vita non c’è la morte e quando c’è la morte non c’è la vita”.

La morte non rientra tra le esperienze vissute che si possono elaborare e raccontare, per cui ogni uomo può soltanto vivere la morte in vita, l’angoscia depressiva della perdita affettiva.

Per un’esistenza connotata alla radice dalla malattia mortale il carme I, 7, nei versi 30…32 offre la giusta consolazione.

“O fortes peioraque passi

mecum saepe viri, nunc vino pellite curas:

cras ingens iterabimus aequor.”

“O forti uomini che avete sopportato insieme a me

mali peggiori, ora con il vino scacciate le angosce:

domani riprenderemo il viaggio attraverso il mare infinito.”

Traduzione, riattraversamento e commento di Salvatore Vallone

Pieve di Soligo, mese di maggio dell’anno 2000

L’ALDILA’ E LA PSORIASI

LA LETTERA E IL SOGNO

“Stanotte ho sognato che incontravo mio cugino, che è mancato poco più di un anno fa, per strada (vicino al posto dove un tempo c’era la casa della mia infanzia).

Ci siamo abbracciati con molto affetto ed io ho provato una gioia e una sensazione di serenità indescrivibile tanto da svegliarmi e pensare, sull’onda dell’emozione del sogno, che nell’aldilà si deve stare davvero bene.

Mi sono riaddormentata e ho sognato un signore russo di nome Vladimir conosciuto in vacanza che mi ha toccato la fronte e mi ha detto: “Come mai non ti è ancora sparita la psoriasi?!”

Nel sogno la sua statura fisica era notevolmente alta.”

Aldito

L’INTERPRETAZIONE

Stanotte ho sognato che incontravo mio cugino, che è mancato poco più di un anno fa, per strada (vicino al posto dove un tempo c’era la casa della mia infanzia).”

Aldito è una donna matura e ha subito un lutto particolarmente significativo, la morte del cugino a cui era particolarmente legata perché con lui aveva trascorso il periodo dell’infanzia, il tempo in cui le sovrastrutture psichiche e culturali si superano senza grandi difficoltà in grazie alla Fantasia creativa.

Il cugino è morto per strada in una situazione improvvisa e improvvida, ma Aldito coglie gli affetti e istruisce una psicodinamica sentimentale in tanta solitudine.

In ogni caso Aldito sogna una persona defunta e mette anche in discussione i suoi sensi di colpa e successivamente il suo “fantasma” depressivo di perdita come da copione universale, come succede a tutti gli uomini di questa terra, compresi i politici e i giornalisti.

Ci siamo abbracciati con molto affetto ed io ho provato una gioia e una sensazione di serenità indescrivibile tanto da svegliarmi e pensare, sull’onda dell’emozione del sogno, che nell’aldilà si deve stare davvero bene.”

Aldito, come si diceva, ha un buon vissuto nei riguardi del cugino e ha anche bisogno di dare una risposta alla sua angoscia di morte e alla possibilità di una vita futura dopo il decesso. L’entità e la qualità dell’abbraccio con il cugino hanno ridestato la questione metafisica del “post mortem” e Aldito ha formulato la sua tesi legandola alle sensazioni e alle emozioni: la serenità e la riflessione.

L’Aldilà è proprio quella zona metapsichica e metafisica tanto decantata dalle Religioni e dalla Filosofia, nonché tanto curata dalla Psicoanalisi.

Il sogno di Aldito è apparentemente bello e leggero, ha un suo spessore e si formula in questa consistenza proprio perché la “razionalizzazione del lutto” del cugino e del “fantasma di morte” personale hanno ricevuto un buon trattamento psichico e mentale, una “catarsi”, una purificazione dalle angosce inutili.

Mi sono riaddormentata e ho sognato un signore russo di nome Vladimir conosciuto in vacanza che mi ha toccato la fronte e mi ha detto: “Come mai non ti è ancora sparita la psoriasi?!”

Dopo il cugino arriva il ricordo del signore russo, Vladimir, un altro uomo che ricorda ad Aldito della sua psoriasi, come se ci fosse un legame tra la morte del cugino, la razionalizzazione del lutto, la convinzione di un Aldilà benefico e la volgare e profana psoriasi.

Cosa c’entra un disturbo psicosomatico della pelle con i temi suddetti?

Semplice!

Aldito mette un nesso psichico nell’eziologia o genesi della sua psoriasi e la lega a una esperienza di morte vissuta nell’infanzia.

Il sogno non ha soltanto capacità taumaturgiche, ma possiede anche una valenza diagnostica che indica le cause e induce alla ricerca degli eventi al fine di una buona razionalizzazione, la “fronte”. Vladimir è stato vissuto come una persona che sa e che s’intende, non è un uomo qualsiasi, è quella parte psichica di Aldito che ha le sue verità da non svendere e da tenere in serbo con grande considerazione. Per questo motivo

Nel sogno la sua statura fisica era notevolmente alta.”

Tutti abbiamo le nostre verità e le nostre convinzioni legate alla nostra infanzia, quando il nostro cervello e la nostra psiche erano libere dai condizionamenti e dalle coartazioni dell’età adulta.

Questo è il contenuto psichico del sogno di Aldito.

Ricordo che la psoriasi rientra tra le malattie cosiddette psicosomatiche, come gran parte delle malattie della pelle, ed è lo sviluppo di una psicodinamica erotica e sessuale. Da un decennio è stata presa in grande considerazione dalla scienza medica l’intolleranza alimentare. La pelle resta per la Psicoanalisi il teatro più importante in cui agisce e si esibisce la “Libido”, l’energia vitale.