PREGHIERA PER GLI SCONOSCIUTI

Invoco invano la mia immaginazione

per rievocare la tua immagine.

Il mio cuore è un manto erboso

mosso dai caldi venti di caduta,

la mia testa una fitta foresta di pensieri,

alcuni fedeli,

altri mercenari e altri prigionieri.

Io sono un mistero per me stessa.

Si fa buio,

si ammassano i ricordi.

Mi abbandono alla malinconia,

che è nemica dei sogni.

Nelle infruttuose speculazioni notturne

frugo all’interno dell’anima

per capire se ti ho inventato

solo per stare dentro lo sguardo di qualcuno.

L’eco delle nostre conversazioni rimbalza

sui tronchi dei miei alberi secolari

e si perde nel fiato che espiro.

L’erba si muove, sei arrivato.

Respiro.

Polmoni, sangue, cuore.

Devo aver letto

che attendere significa aspettarsi qualcosa

che non succederà,

ma ho letto molte cose

e ho perso il filo.

Mi visitano i personaggi dei romanzi,

i loro discorsi riempiono le distanze,

sovrapponendosi in epoche disuguali.

Ho risentito Anna Karenina

che insegna la preghiera della sera al suo bambino:

“Proteggi tutti i conoscenti e gli sconosciuti”.

Non c’è altro da dire,

altro da fare.

Tutto questo tempo,

tanto e tutto uguale,

troppo per poter creare.

Ho bisogno di non avere tempo

per fare quello che voglio fare,

di ritagli di minuti tra la fine del pasto

e il letto per poterti scrivere.

Ho bisogno di rubarlo, questo tempo.

Invece adesso lo perdo soltanto

e non sono in grado di mettere sul banco

il fardello delle mie passioni.

Forse non c’è bisogno di quello che posso creare,

è tutto fermo,

permane l’assenza,

scompare l’illusione che sia reciproca.

Ma esiste sempre un elemento imprevisto

e torneremo nel continuo esordio.

Voglio lasciare andare i morti.

Voglio che tu stia in ascolto mentre piango.

Sara

Treviso, lunedì 20 del mese di Aprile dell’anno 2020

UCCIDI IL PADRE

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Ero in una piscina coperta insieme a un conoscente e parlavamo di una lista di persone che sarebbero dovute morire.
D’un tratto, lui uccide un uomo, molto rapidamente e senza fare nessun rumore.
Io rimango impassibile, non ero né spaventato, né agitato.
Era tutto normale per me.
A quel punto mi tuffo in acqua e nuoto molto in profondità.
Raggiungo la parte opposta della piscina e, appena esco dall’acqua, trovo una persona ad aspettarmi (forse si trattava di una ragazza).
Lei mi chiede come mai fossi rimasto impassibile dinanzi all’uccisione di quell’uomo, ma io non provo neppure a giustificarmi.
Cercavo solo di concludere il prima possibile quella conversazione per potermene andare.”

Questo sogno appartiene a Dia.

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

La “tragica” trilogia psicoanalitica in riguardo alla “posizione edipica” si snoda tra “onora il padre e la madre”, “uccidi il padre e la madre” e “riconosci il padre e la madre”. “Onorare il padre e la madre” ti fa restare dipendente e infante, “uccidere il padre e la madre” ti induce un senso di colpa aggravato dalla solitudine, “riconoscere il padre e la madre” ti rende autonomo in ogni senso. Trascuro il successivo comandamento “adotta il padre e la madre”, il sentimento della “pietas” di cui anticamente Enea era antesignano portatore.
Quando si è bambini i genitori appaiono come le figure eroiche e monumentali della nostra sicurezza esistenziale. Di poi, si cresce e i conflitti dentro e fuori non mancano giorno dopo giorno. Quando si è cresciuti abbastanza, sempre dentro e fuori, ci si carica il fardello psicosomatico e si parte per il gran mare mediterraneo, quello che sta in mezzo alle terre e al di là del padre e della madre.
Il sogno di Dia sviluppa il tema del conflitto con i genitori, la “posizione psichica edipica”, con il sentimento d’ostilità nei confronti del padre e, per natural compenso con il sentimento di amore e devozione nei riguardi della madre.
Procediamo a vantaggio non soltanto di Dia, ma di tutti quelli che sono nati da padre e da madre.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Ero in una piscina coperta insieme ad un conoscente e parlavamo di una lista di persone che sarebbero dovute morire.”

Il “conoscente” rappresenta l’alleato, l’altro da sé che esorcizza l’angoscia legata alla drammatica psicodinamica del sogno. La “piscina” condensa la figura materna nell’essere acqua e il “coperta” attesta di uno stato affettivo e protettivo rafforzato, quello che si vive nei confronti della madre e a lei si riserva in esclusiva.
Subentra naturalmente e con naturalezza la “libido sadomasochistica” classica della “posizione anale” all’interno del triangolo padre, madre e figlio: “sarebbero dovute morire”. “Morire” comporta lo scarico di una forte aggressività e si colloca in una risoluzione violenta del conflitto secondo i meccanismi psichici di difesa della “negazione” e della “forclusione”: inesistenza e rimozione estrema. Tanto psicodramma è finalizzato a una forma di autonomia psicofisica.

“D’un tratto, lui uccide un uomo, molto rapidamente e senza fare nessun rumore.”

Si consuma d’impeto il mitico parricidio dei primordi umani nel sogno di un singolo uomo che in atto ha nome Dia. L’alleato, “lui”, allevia il senso di colpa di tanto sacrilego gesto, l’uccisione del padre. Il sonno può continuare perché non scatta l’incubo. “Senza fare nessun rumore” attesta della naturalezza e della consequenzialità tra il sentimento d’avversione e la vendetta: senza alcuna meraviglia e senza alcuna eclatanza sociale, quasi fatalmente. Il “rumore” riguarda la società e la legge, la condanna e la colpa, mentre l’uccisione è una soluzione psichica sadomasochistica finalizzata alla negazione del capo e alla totale dimenticanza del suo potere.

“Io rimango impassibile, non ero né spaventato, né agitato.”

Senza “pathos”, senza senso e senza sentimento, senza gioia e senza sofferenza: “impassibile”. Dia in sogno ha operato una “traslazione” sul “conoscente” per procurarsi la “atarassia”, l’assenza di affanni e di paure: “né spaventato, né agitato”. Il suo escludersi da un possibile intervento attesta che il “conoscente” coincide con il “conosciuto”, Dia per l’appunto. Era necessaria tanta freddezza affettiva per compiere un atto contro natura e contro diritto ma psicologicamente possibile, un “omicidio” che simbolicamente condensa il “parricidio”.

“Era tutto normale per me.”

L’impassibilità si coniuga con l’essere “tutto normale per me”, con l’osservanza della legge, la “norma”.
Ma quale legge?
La “legge positiva” scritta dagli uomini o la “legge del sangue” iscritta nella carne?
La “legge del sangue”, quella che atavicamente si ascrive alla Madre e che abbisogna di un “Es” pulsionale, di un “Super-Io” rigido e di un “Io” deciso, le istanze psichiche molto sollecitate nelle persone che vivono a contatto con la quotidiana possibilità della morte come nello stato di guerra. In guerra è lecito l’esercizio della violenza, anzi è un merito uccidere il nemico, oltre che un atto di coraggio. Dia ritiene normale la violenza come se vivesse l’esperienza della guerra e la possibilità della morte, brutte bestie con cui fare confidenza e a cui reagire con l’onnipotente ”io ce la farò”.
Ma l’interpretazione del sogno va al al di là della Sociologia dei processi culturali e decodifica con precisione nel nemico il padre. Dia ha un conflitto esasperato con il padre, una psicodinamica acuta che vuole risolvere “uccidendolo”, negandolo e non riconoscendolo.
Adesso vediamo se Dia converge in sogno verso la madre e che movimento simbolico esegue per giustificare la “posizione edipica” in cui si sta muovendo, anzi in cui sta nuotando.

“A quel punto mi tuffo in acqua e nuoto molto in profondità.”

“Come volevasi dimostrare” o ancor meglio “tutti i salmi finiscono in gloria”! Dia non soltanto si libera del padre, ma si dedica alle profondità sentimentali e psichiche della madre ritornando al grembo con devozione e sacralità.
Il “mi tuffo in acqua” ha un ché di magico e di regressivo, di mistico e di culto in onore e servizio della dea Madre. Il “molto” attesta della sensibilità dell’amore filiale verso la madre. Si tratta di culture mediterranee e questo devoto senso del sacro e del culto della madre e del sangue sono una legge impetuosa e inscritta. Il “nuoto” attesta di una consapevolezza di questo atavico legame e di un sapersi destreggiare nel gran mare della figura materna. Sensibilità è “profondità”. Dia è consapevole di questo suo trasporto sanguigno verso la madre e verso l’universo femminile: un buon gran sacerdote.

“Raggiungo la parte opposta della piscina e, appena esco dall’acqua, trovo una persona ad aspettarmi (forse si trattava di una ragazza).”

Ti pareva?
Dalla madre “piscina” alla donna “ragazza” il passo è breve e consequenziale, oltre che di gran classe e altamente naturale.
La consapevolezza di Dia si evince dal fatto che la sua donna sarà come sua madre, il classico desiderio “edipico” di tutti i bambini dopo la frustrazione dell’ambizione di possedere la madre: ”da grande sposerò una donna come la mamma”.
La “parte opposta” rappresenta il distacco dall’ambito familiare e il trasloco in un ambito squisitamente femminile. Ripeto: la mia donna deve somigliare a mia madre, la quale resta sempre la prima donna della mia vita.
“Una persona ad aspettarmi” attesta di un’esigenza di Dia a carico della sua donna di non inferire sulla relazione con la madre. “Persona” significa “maschera”, quel tipo di donna, quella donna con quelle caratteristiche. Il sogno di Dia tratta il classico “iter” simbolico del dopo aver ucciso il contendente, il padre, e senza essersi riconciliato con lui attraverso l’identificazione. Dia ha risolto la “posizione edipica”, ma ha un conto sospeso con il padre e con la donna. Da quest’ultima esige le caratteristiche migliori della madre. L’imprinting materno è molto forte, ripeto, come nelle culture mediterranee: “ amo mamma” si leggeva nei tatuaggi dei carcerati negli anni cinquanta.

“Lei mi chiede come mai fossi rimasto impassibile dinanzi all’uccisione di quell’uomo, ma io non provo neppure a giustificarmi.”

Ecco la conferma della spiegazione esposta in precedenza!
La donna, se esige spiegazioni sulla “posizione edipica”, se interferisce nelle psicodinamiche familiari, trova in Dia un muro d’impassibilità. Soprattutto “l’uccisione di quell’uomo” in particolare, il padre, trova un “no comment” per manifesto non sapere e, di conseguenza, nulla da aggiungere perché si tratta di fantasmi e di vissuti iscritti e depositati nelle profondità psichiche. Giustificare razionalmente è attività specifica dell’istanza psichica “Io”, ma le emozioni profonde sono di competenza dell’istanza “Es” e Dia non ha nessuna intenzione e bisogno di spiegarsele. Queste ultime sono giuste di per se stesse e prevalgono su qualsiasi Logica e Morale.
Si conferma l’impassibilità di Dia di fronte a certi vissuti profondi sacri e indiscutibili. L’amore e l’attaccamento che Dia prova per sua madre è pura emozione ed è, di conseguenza e per il momento, al di sopra di qualsiasi freddo e arido trattamento razionale.

“Cercavo solo di concludere il prima possibile quella conversazione per potermene andare.”

Non si discutono, conferma Dia, certi vissuti inscritti nella carne e nella storia personale e culturale: la madre in primo luogo, non sono degni di essere portati all’arida luce della ragione. Di poi, la donna godrà di un affetto e di un trasporto diverso, ma il culto nei confronti dell’universo femminile sarà identico.
La “conversazione” si basa sulle parole e le parole non possono esprimere e tradurre certe arcaiche espressioni affettive e certi sentimenti primari. Dia deve uscire dall’imbarazzo di una “conversazione” su un tema per lui inspiegabile e indicibile.
Del resto, come si fa a spiegare la propria storia agli altri se ancora non la si conosce al punto giusto
Ma attenzione, perché Dia vuole riproporre la sua storia evolutivamente nella sua donna con le qualità migliori della madre in maniera che la figura di quest’ultima sia inscritta ed evocata. La fuga dal problema è opportuna e salutare: “potermene andare”.

PSICODINAMICA

Il sogno di Dia svolge a tutto tondo nel contenuto e senza mezzi termini simbolici la psicodinamica della “posizione edipica” e esprime un’esigenza a carico della sua futura donna. La relazione con il padre non è stata risolta dal momento che Dia non è passato al “riconoscimento” e si è limitato semplicemente a non accettarlo, una forma blanda di “negazione” psichica.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Il sogno di Dia richiama le tre istanze psichiche in maniera forte e chiara. L’Es appare nella sua valenza emotiva ed affettiva in “lui uccide un uomo” e in “mi tuffo in acqua e nuoto molto in profondità”. L’Io appare nella sua valenza di consapevolezza e razionale in “parlavamo di una lista di persone” e in “Era tutto normale per me” e in “Lei mi chiede” e in “Cercavo”. Il Super-Io appare in “Era tutto normale per me”. La posizione psichica evocata è quella “edipica”, la relazione con i genitori. La posizione psichica richiamata è quella “anale” con la “libido sadomasochistica”, “lui uccide un uomo”. La “posizione psichica genitale” si manifesta con la sua “libido” in “trovo una persona ad aspettarmi (forse si trattava di una ragazza).”

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

I meccanismi psichici di difesa dall’angoscia usati da Dia nel sogno sono “l’isolamento” ossia la scissione dell’emozione dall’idea in “Io rimango impassibile, non ero né spaventato, né agitato.”, la “condensazione” in “piscina coperta” e in “morire” e in “uccidere” e in “acqua” e in “nuotare” e in “profondità”, lo “spostamento” in “lui uccide un uomo”, la “drammatizzazione” in “lui uccide un uomo” e in “A quel punto mi tuffo in acqua e nuoto molto in profondità.” Il processo psichico di difesa dall’angoscia della “regressione” si presenta in “A quel punto mi tuffo in acqua e nuoto molto in profondità.” Il processo della “sublimazione della libido” non si mostra in alcun modo a conferma della concretezza psico-culturale del protagonista del sogno.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Dia evidenzia un forte tratto “sadomasochistico” all’interno di una “organizzazione psichica reattiva anale”: una carica aggressiva in cerca di naturale investimento.

FIGURE RETORICHE

Nel sogno di Dia sono presenti la “metafora” o relazione di somiglianza in “piscina” e “acqua”, la “metonimia” o relazione logica in “tuffo” e “nuoto” e “profondità”, la “enfasi” in “D’un tratto, lui uccide un uomo, molto rapidamente e senza fare nessun rumore.”

DIAGNOSI

La diagnosi dispone sulla conflittualità acuta nei confronti del padre da parte di Dia e di un attaccamento sacrale nei riguardi della madre corredato da un senso di culto nei confronti dell’universo femminile. L’eredità materna si manifesta nelle esigenze a carico del modello femminile introiettato da Dia: una figura che abbia tanto delle doti migliori della madre e che non interferisca sul suo vissuto negativo nei riguardi del padre.

PROGNOSI

La prognosi impone necessariamente a Dia di rivedere la “posizione edipica” e di evolvere l’aggressività verso la figura paterna in “riconoscimento” del padre. Automaticamente vivrà in maniera realistica e meno idealizzata la figura materna e comporrà le necessità a carico della sua donna allargando lo spettro psico-culturale dell’universo femminile. Del resto, riconoscere il padre significa riattraversare i propri vissuti al riguardo e riattualizzarli alla luce della comprensione matura del ruolo altrettanto sacro del padre.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta in una recrudescenza della “posizione edipica” con le conseguenti psiconevrosi: isterica, fobica ossessiva e depressiva. Inoltre Dia può incorrere nella compressione delle emozioni e dei sentimenti in riguardo all’universo maschile nel suo cercare un padre autorevole e non autoritario.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “simboli” e dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Dia è “4” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.

RESTO DIURNO

Il “resto diurno” del “resto notturno”, la causa scatenante del sogno di Dia si può attestare in una riflessione o in un ricordo del giorno antecedente o in una esperienza in atto.

QUALITA’ ONIRICA

La qualità del sogno di Dia è cenestetica e ansiosa con il suo ipotizzare oggetti persecutori da cui difendersi e contro cui rimediare e oggetti buoni in cui affondare e sprofondare.

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

Mario Merola è stato il cantante napoletano che ha portato in auge la forma d’arte popolare della “sceneggiata”. Al riguardo la filosofia del popolo contiene una forma di “Profondità psichica collettiva” da cui si possono trarre le tracce più autentiche della Psiche e delle angosce, come ad esempio le modalità di pensiero e di vita, le movenze posturali e i proverbi. La sacralità dei genitori e il riconoscimento finale del padre e della madre si vedono chiaramente in questa opera d’arte popolare incalzante e inanellata in un dialetto
napoletano italianizzato al punto da poterlo capire anche in Palestina. Mario Merola incarna l’anima popolare ed è molto bravo nel disimpegnarsi tra arte e cultura. Il figlio ingrato dopo aver negato il padre e la madre si inginocchia e bacia le mani al padre nel gesto sacro più forte che l’uomo abbia concepito, un gesto che si fa con i padri veri e i padri fittizi come i papi e i mammasantissima.
Questo è il testo.
Leggetelo con certosina pazienza e ascoltatelo con mistico approccio perché ci riguarda e ci tocca nel profondo se non opponiamo resistenza.

O zappatore

Felicissima sera
a tutte ‘sti signur e ‘ncravattate
e a chesta cummitiva accussi allera
d’uommene scicche e femmene pittate
chesta e’ ‘na festa ‘e ballo
tutte cu ‘e fracchisciasse ‘sti signure
e’ i’ ca so’ sciso ‘a coppa sciaraballo
senza cerca’ o permesso abballo i’ pure
chi so che ve ne ‘mporta
aggio araputa ‘a porta
e so’ trasuto cca’
musica musicante
fatevi mordo onore
stasera miezo a st’uommene aligante
abballa un contadino zappatore
no signore avvocato
sentite a me nu ve mettite scuorno
io pe’ ve fa’ signore aggio zappato
e sto’ zappanno ancora notte e ghiuorno
e so’ duje anne duje
ca nun scrive nu rigo a casa mia
vossignuria se mette scuorno ‘e nuje
pur’i mme metto scuorno ‘e ‘ossignuria
chi so’ dillo a ‘sta gente
ca i’ songo nu parente
ca nun ‘o puo’ caccia’
musica musicante
ca e’ bella ll’alleria
i’ mo ve cerco scusa a tuttuquante
si abballo e chiagno dint’ ‘a casa mia
mamma toja se ne more
o ssaje ca mamma toja more e te chiamma
meglio si te ‘mparave zappatore
ca o zappatore nun s”a scorda ‘a mamma
te chiamma ancora “gioia”
e arravugliata dint’ ‘o scialle niro
dice “mo torno core ‘e mamma soia
se venne a piglia ll’urdemo suspiro”
chi so vuje mme guardate
so’ ‘o pate i’ songo ‘o pate
e nun mme po’ caccia’
so’ nu faticatore
e magno pane e pane
si zappo ‘a terra chesto te fa onore
addenocchiate e vaseme ‘sti mmane.

 

“COMUNQUE ANDARE” O “AMOR FATI”

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Alle ore 11.26 del giorno 17 luglio dell’anno 2016 la canzone “Comunque andare”, interpretata da Alessandra Amoroso e scritta insieme a Elisa, altra valente cantautrice, aveva registrato su “facebook” 33.893.599 visualizzazioni. Sono rimasto due volte colpito. Il primo scossone me l’ha dato l’ascolto di questa canzone magistralmente eseguita dalla fascinosa voce dell’Alessandra Amoroso, il secondo scossone è venuto dal numero elevato di fruitori. Mi sono chiesto da cosa potesse dipendere tanto ascolto e, tralasciando i tanti meccanismi di diffusione pubblicitaria, ho rivolto l’attenzione al testo, ai fantasmi che poteva contenere e scatenare negli ignari ascoltatori. Ho rilevato che il testo della canzone ha una sua logica consequenziale e discorsiva. Tratta della scelta esistenziale di riscattarsi dal dolore del passato e di vivere intensamente le varie esperienze del presente sotto l’egida dell’amore: una strategia di vita, un riscatto dal dolore, una visione ottimistica. Questo contenuto è espresso in una valenza gradevolmente “ermetica” e si snoda dinamicamente tra “significato” e “significante”, comunica una trama di grande interesse lasciando a chi ascolta la possibilità di riversare nel testo letterario e nel contesto musicale del materiale psichico personale, il “significante” per l’appunto. “Comunque andare” può essere, quindi, considerata una canzone poetica molto ricettiva perché consente all’ascoltatore di trovarsi dentro una situazione di vita conflittuale e segnata da un amore in atto e vissuto in una cornice ottimistica dell’uomo e dell’esistenza. Ho pensato, allora, di trattare il testo come un “sogno a occhi aperti”, una “fantasticheria” poetica molto prossima alla realtà, un prodotto psichico con i suoi “fantasmi” che provocano e riverberano fantasmi altrui facendo eco e creando fascino e tanto ascolto. Alla particolare struttura psico-poetica del testo bisogna aggiungere il veicolo fortemente emotivo della musica, dei personaggi Amoroso ed Elisa, della diffusione capillare e organizzata. A questo punto non resta che procedere nella decodificazione del “sogno a occhi aperti” che fa sognare, sempre “a occhi aperti”, milioni di persone che lo ascoltano in ritmo musicale e offerto da una bella presenza e da una poderosa voce. Procedo nel cogliere la psicodinamica e i “fantasmi”, i responsabili profondi del coinvolgimento emotivo, a riprova che a livello psichico esiste una buona democrazia e una giusta tirannia: ognuno viene pilotato dal testo e ci mette del suo materiale psichico. Del resto, l’uomo è un animale condizionato sin dal grembo e può aspirare soltanto a una libertà condizionata.

“Comunque andare”: “amor fati”, amore del proprio destino di uomini, accettazione consapevole dell’essenza umana e altrettanto consapevole esercizio del vivere in maniera attiva e fattiva, una vita non spericolata alla Vasco Rossi, ma sicuramente aliena da noia e da depressione: una vita da protagonista. “Homo faber suae fortunae”, l’uomo è artefice del proprio destino, secondo la lezione psico-culturale del Rinascimento italiano.

“Anche quando ti senti morire”: ecco l’istanza psichica depressiva, il “fantasma di perdita”, il morire in vita, l’impedimento a far nascere dalla propria interiorità i progetti pensati e le parti migliori di sé, l’angoscia di non sapere dare realtà a ciò che ancora di noi stessi non è nato e che aspira ardentemente a vedere la luce.

“Per non restare a fare niente aspettando la fine”: si precisa ulteriormente il “fantasma depressivo della perdita”, l’inerzia del nulla in attesa della morte, la fine temporale del vivere senza investire la naturale “libido”. E’ una meravigliosa sintesi clinica della depressione. Facciamo le cose che ci sono da fare in questa vita: questa è una buona psicoterapia.

“Andare perché ferma non sai stare”: contro la pulsione depressiva e contro l’angoscia di perdita si conferma la risoluzione del “fantasma” nell’agire e nel fare, nel trionfo risolutivo del vivere investendo le migliori energie.

“Ti ostinerai a cercare la luce sul fondo delle cose”: la “luce” condensa la razionalità, il senso logico della propria realtà, la visione ottimistica della vita: il “divino umano”. La “luce” scruta il “fondo” profondo e lo illumina, la “luce” rischiara il materiale psichico profondo e rimosso, la “luce” avvolge i vissuti caratteristici del vivere e dell’essere uomini. La “luce” è in alto, ma scende a illuminare l’essenza della realtà e l’importanza della materia. La “luce” è una tenace ricerca della “coscienza di sé” attraverso la reintegrazione delle parti psichiche profonde e non adeguatamente riconosciute.

“Comunque andare”: “amor fati”, amor proprio, amorosa cura di se stessi e del proprio destino, “la cura” di Franco Battiato, l’investimento gradevole e salutare della propria “libido”.

“Anche solo per capire”: la vita vale la pena di essere vissuta anche per la consapevolezza di se stessi e per la comprensione della realtà. “Capire” condensa il senso e il significato, il metter dentro di noi e il prendere, un “capire carpire” con una valenza intellettiva. La ricerca della razionalizzazione e dell’integrazione del “fantasma di perdita” continua con l’incalzare del registro musicale e del gioco delle tonalità.

“O per non capirci niente”: una forma di comprensione, la coscienza dell’impossibilità di cogliere la verità, quella verità che si nasconde sempre e che si deve disoccultare, quella verità che può anche non venire alla luce. La consapevolezza di sé è risolutiva anche nell’ignorare. Il “saper di non sapere”, di socratica memoria e antitetico all’arroganza intellettuale dei Sofisti, è una consapevolezza propedeutica a una migliore “coscienza di sé”. La parola “verità” si collega etimologicamente al greco “aletheia” e si traduce “senza nascondimento”. La verità, quindi, si nasconde e spetta all’uomo toglierle il velo, quel “velo di Maia” che la copre e la confonde e di cui scrisse Schopenhauer. Quant’è faticosa la strada che porta all’autocoscienza!

“Però all’amore poter dire ho vissuto nel tuo nome”: un tema apparentemente obsoleto quello dell’amore, ma che s’inserisce molto bene nel contesto musical poetico. L’amore simbolicamente equivale alla fusione psicofisica, alla comprensione emotiva e non necessariamente logica, al senso di abbracciare, alla “libido genitale” del dare con piacere e trasporto, al coinvolgere e comprendere. “Eros” prevale su “Thanatos”, il piacere dell’aver un buon demone dentro, “eudaimonia”, supera il dolore e l’angoscia. Inoltre, il vivere nel suo “nome” appare simbolicamente inquietante, dal momento che viene battezzato il senso della vita. “Sia santificato il tuo nome”: il nome al posto di una filosofia di vita e di un riconoscimento dell’altro, il culto della “pietas” come valore di vita. In effetti, l’amore evocato è l’amore di se stessi e del proprio destino, “amor fati”. Quanti aspettavano un uomo in carne e ossa per Alessandra e per Elisa restano delusi, ma il testo non è banale, come banali non sono le donne che l’hanno concepito.

“E ballare”: la terapia del fare, l’investimento della “libido”, l’isteria del vivere. Il “ballo” è la condensazione simbolica dell’armonia psichica in riferimento all’unità “psiche-soma”, il nostro “tutto” quotidiano. Il “ballare” è una scarica purificatrice, una “catarsi” aristotelica delle angosce che contraddistinguono l’essere umano nella sua evoluzione psichica ed esistenziale. “Ballare” è sensazione di leggerezza e di armonia nei movimenti del corpo e nei voli della mente. “Ballare” evoca il culto di Dioniso nell’antica Grecia del sesto secolo “ante Cristum natum” e la variazione dello stato di coscienza legato al movimento ritmico.

“E sudare sotto il sole”: s’intensifica la valenza catartica dell’angoscia nella conversione isterica del sudore, della nobilitazione dell’ansia e della “sublimazione “della paura, un meccanismo psichico di difesa naturalmente disponibile nella sua immediatezza ed efficacia. “Sudare sotto il sole” ha un nesso logico consequenziale, dal momento che il calore del secondo favorisce l’effetto del primo, ma ha soprattutto ha un nesso simbolico nell’esprimere poeticamente l’atto faticoso del vivere nella consapevolezza di sé e della propria realtà. Il “sole” resta sempre il simbolo della luce razionale, della consapevolezza dell’”Io”, del principio di realtà e della realtà psichica in atto.

“Non m’importa se mi brucio la pelle”: un richiamo alla “libido epiteliale, “la pelle”, in funzione di un eccesso di vitalità e di lucidità. La “pelle” bruciata rievoca l’intensità del vivere in base al “comunque andare”, ma mentre quest’ultimo in precedenza era un naturale andare in onore all’amore del proprio destino di vivente, adesso il “comunque andare” si è esaltato in una vita intensamente vissuta. “Non importa” la conseguenza sulla pelle, “transeat”, passi pure, sia concessa in deroga ai divieti e ai dettami morali del “Super-Io”, perché la pelle bruciata sa di esperienza affettiva ed erotica, di un affidamento a se stessi e alla vita dei sensi.

“Se brucio i secondi, le ore”: s’introduce il tempo, il “fantasma del tempo” nella sua valenza positiva, il concetto particolare di tempo antidepressivo, quello che non incorre in processi di perdita, il tempo fatto di “secondi”, l’immediato del “carpe diem” e l’eternità psichica del “momentum”, e il tempo storico, “le ore”, quello della continuità, dell’esercizio della vita e dell’affettività. In precedenza ha bruciato la pelle e il suo erotismo, adesso è naturale vivere con la stessa intensità il tempo nel suo scorrere e nel suo fermarsi, nella storia e nell’attimo.

“M’importa se mi vedi e cosa vedi”: si presenta apparentemente “l’altro da sé”, la realtà esterna fatta di cose e soprattutto di persone. In effetti si tratta di una proiezione di se stessa, delle parti psichiche rimosse e conflittuali. La vista arriva come il senso giusto dopo il tatto esaltato dal sole che brucia. L’investimento libidico su se stessa è stato fatto e il riscontro è quasi necessario: “mi vedo e cosa vedo”. Cosa ho allucinato di me stessa? Come ho esaltato la mia consapevolezza? Mi sono accorta che esisto per me? E ancora… le domande fatidiche e gettonatissime: cosa mi sembra e cosa mi piace di me? Importante parlare di me, di come mi vedo e di cosa vedo, sempre di me. La relazione amorosa con se stessa è servita da Alessandra e da Elisa su un piatto simbolico d’argento: un investimento di “libido” maturativa più che narcisistica, una forma di “amor proprio” più che un egocentrismo, un amore gratificante e gaudente verso se stessa.

“Sono qui davanti a te”: l’offerta di sé a se stessa si completa, la “libido” si esalta nell’amor proprio, la seduzione erotica si allarga al corpo che si fa vedere e si dispone. “Redde rationem!” Adesso “rendimi conto” di quello che hai investito e seminato in riguardo a te stessa. Così avrebbero detto gli antichi Romani in un impeto di sicurezza. Dopo titubanze e conflitti la disposizione e l’offerta si esplicitano nella loro completezza. Il “sono qui davanti a te” evoca il fantasma dell’offerta sacrale, non certo sacrificale, del proprio “corpo-mente”, il senso della preziosità dell’oggetto e della sua delicatezza nello stesso tempo. Importante non fuggire da sé e dalla presa di coscienza delle parti psichiche emergenti dal profondo. “Sono qui davanti a te” non tratta dell’uomo giusto secondo natura e secondo cultura, ma di se stessa con se stessa e condensa anche l’ambivalenza dell’essere indifesa e dell’essere sicura, un “timore e tremore” insieme a un “eccomi tutta per me” per prendere coscienza del mio “fantasma di perdita” rimosso e per integrarlo nella mia persona.

“Coi miei bagagli ho radunato paure e desideri”: il quadro emotivo si esplicita nei simboli del “bagaglio”, della “paura” e del “desiderio”. Il “bagaglio” rappresenta la “resistenza”, il materiale psichico che impedisce l’autocoscienza, il peso della vita nella consapevolezza, l’impegnativo peso dell’autocoscienza, quel “sapere di sè” che coinvolge e responsabilizza specialmente nella vita relazionale. La “paura” condensa la giusta emozione legata sempre alla consapevolezza della propria irripetibile individualità che viene sondata, una tensione consapevole in riguardo a un oggetto preciso, un oggetto interiore. Il “desiderio” scende etimologicamente dalle stelle, de sideribus”, e rappresenta la concretizzazione materiale di vissuti e sensazioni sublimate in precedenza per senso d’indegnità o per una naturale insicurezza. Mettiamo simbolicamente in cielo e in attesa di viverlo tutto ciò a cui aspiriamo e che vogliamo vivere. La partita si gioca sempre tra i poli psichici dei naturali conflitti con se stessi, il valore e la dignità, la coscienza e la capacità.

“Comunque andare”: ritorna per esigenza dell’insieme “testo-musica” la cura amorosa di se stessi e del proprio equilibrio psicofisico, una sollecitazione terapeutica che impone di non incorrere in processi depressivi di perdita.

“Anche quando ti senti svanire”: nei precedenti versi era “morire”, adesso si è evoluto malignamente in “svanire” per attestare che il testo ha un sottofondo psichico pessimistico, un sottobosco crepuscolare. Decisamente si tratta di un peggiorativo a livello di fantasma, perché lo “svanire” si attesta in un consistente “fantasma di morte” associato a un profondo e filosofico “nichilismo”. “Svanire” condensa la “vanitas vanitatum”, la concezione della vita come “vanità delle vanità”, come vuoto, come nulla, come assenza di un progetto e, quindi, impossibilità d’investimenti dell’energia vitale, la “libido”. La depressione più bieca si presenta nel “quando ti senti svanire” sotto la forma di nullificazione della vitalità.

“Non saperti risparmiare”: ecco l’antidoto alla depressione che bussa alla porta. Ecco la soluzione alla “vanità delle vanità”: investire al massimo e vivere alla grande. Non si tratta di generosità nei riguardi del prossimo, bensì di una scelta di vita che vuole la realizzazione del proprio “sé” attraverso l’agire e il fare. Si tratta di amor proprio, quel buon “sentire di sé” che sta nel mezzo tra l’egoismo e il narcisismo. Il “non saperti risparmiare” arriva all’isteria del vivere? Certamente evoca un benefico coinvolgimento orgasmico che allieta la vita di chi sa coinvolgersi e non lesinarsi con il metro di un modesto ragioniere.

“Ma giocartela fino alla fine”: ecco in gergo giovanile quanto detto prima in termini aulici. Il linguaggio popolare ha una formidabile capacità di sintesi e di resa psichica. La vita è un gioco e chi gioca rischia ma gode in ogni caso. Chi vive intensamente da qualche parte arriva sempre. La simbologia del “gioco” contiene anche le relazioni sociali di vario tipo e di vario genere, un gioco che può tralignare nella truffa, un gioco che può sublimarsi nel capolavoro. La tenacia del “fino alla fine” attesta di una volitività incredibile e classica delle persone che hanno maturato una buona autostima attraverso la sofferenza. La “fine” è intesa come il termine temporale di ogni singola azione e singolo progetto, ma anche come il processo naturale della fine della vita, la morte.

“E allora andare”: ritorna la formula dell’”amor fati” a confermare che la soluzione vincente per ogni uomo è vivere la vita intensamente giocando sempre e fino alla fine. Questa è la verità esistenziale!

“Che le spine si fanno sfilare”: una bellissima immagine e una buona metafora. Si tratta di una simbologia mista: da un lato fallica e dall’altro lato sensoriale, l’organo sessuale maschile e il sentimento sensuale del dolore. E’ ridotta la valenza erotica sessuale a vantaggio di quella sensoriale, emotiva e sentimentale. Il dolore passa e si risolve, il vivere e l’agire aiutano a non soffrire. I conflitti più acerbi si risolvono e senza grande danno. Si tratta della “sublimazione” di una simbologia sessuale verso sfere prevalentemente affettive, i dolori del cuore, le sofferenze dell’anima, le ferite psichiche da cicatrizzare.

“E se chiudo gli occhi sono rose”: per l’appunto, come si diceva in precedenza, al dolore subentra la consapevolezza e la crescita personale, all’oggetto parziale, la “spina”, subentra l’oggetto totale, la “rosa”, che resta a testimoniare dell’esperienza dolorosa vissuta ma con un senso compiuto. Ogni esperienza serve a farti crescere. La figura retorica della “sineddoche”, “spine-rosa”, è tanto opportuna quanto poetica. L’atto del “chiudere gli occhi” attesta simbolicamente di una volontaria sospensione della vigilanza razionale per adire a un abbandono alla vita crepuscolare della mente e all’esaltazione dei sensi.

“E il profumo che mi rimane”: non è ancora finita la compensazione psicofisica, perché le rose hanno anche un profumo, un buon profumo che resta a ricordare l’esperienza vissuta, sublimata e positivizzata. Il profumo è simbolicamente eccitazione sensoriale e traslazione di una presenza. Dalla “spina- dolore” alla “rosa- amore” e al “profumo- ricordo”: così si snoda la vita.

“Voglio ballare e sudare sotto il sole”: ritorna il vivere intensamente e l’isteria del vivere con la piena consapevolezza. Il “sole” fa sudare e illumina, un’apparente contraddizione, una buona convivenza simbolica che produce fascino nella combinazione delle figure retoriche e dei simboli, “ballare”, “sudare”, “sole”: vivere forte, vivere intenso, sapere di sé. Questa è una triade dialetticamente efficace.

“Non m’importa se mi brucio la pelle”: ritorna l’erotismo epiteliale, la “libido” vissuta e incentrata tra la consapevolezza e l’eccesso, l’abbandono e l’affidamento. La fallacia e l’errore, del resto, sono attributi umanissimi.

“Se brucio i secondi, le ore”: il tema del tempo, della vita che scorre e deve essere vissuta nell’attimo, i “secondi”, il “breve eterno” psichico, o nel trascorrere storico e istituzionalizzato delle “ore”. Una storia d’amore s’inanella tra l’uno e l’altro, mente una storia di sesso si svolge nell’attimo e non ha memoria, altrimenti richiama la sofferenza della nostalgia perché il presente è avaro di stimoli.

“M’importa se mi vedi e cosa vedi”: ehi, tu! Come mi vivi? Cosa t’interessa di me? Cosa ti fa impazzire di me? Io sono tanta e tante cose, ma tu quali parti di me prediligi? In che cosa ti colpisco, ti abbaglio, ti ammalio? Per me è molto importante sapere di me. Per me è essenziale non essere trasparente o tanto meno ignorata da me stessa. Tu dimmi, parlami, inondami di sguardi, regalami parole, tutte quelle parole e tutti quegli sguardi di cui io ho bisogno per fidarmi di me stessa e per affidarmi a me stessa. Questo sembra essere “l’altro da sé”, la realtà esterna fatta di cose e di persone, ma, in effetti, si tratta delle parti psichiche estromesse e conflittuali dell’Io, le parti psichiche alienate e che non hanno ancora visto la consapevolezza. La vista è il senso giusto per compattare la “coscienza di sé”. La storia psichica è completa e pronta per la complicità e la seduzione.

“Sono qui davanti a te”: un’offerta di sé a se stessa che sa di sacro e di profano. Sacro è il dono di sé, l’offerta totale e l’esposizione acritica per acquisire le parti conflittuali e rifiutate di se stessa; profano è il sotteso, quello che s’intende ma che ancora non si dice. La cultura occidentale e le religioni monoteistiche fanno fatica a concepire il sacro nella materia, ma questa immagine del “sono qui davanti a te” è altamente mistica, una teologia della materia, del corpo, del culto del corpo ossia l’erotismo. Il verso si corregge con “sono qui davanti a me” per superare le mie resistenze a incarnare l’autocoscienza.

“Coi miei bagagli ho radunato paure e desideri”: appunto,” sono qui davanti a me” con tutti i miei conflitti psichici, con tutte le zavorre culturali, con tutto quello che ha impedito la mia consapevolezza, con tutte le mie resistenze. Io mi offro le mie debolezze e le mie ambizioni, quello che ho temuto e temo, quello che ho voluto e voglio: la mia dimensione umana nei versanti più personali e interiori. Io mi offro tutto ciò che scende dalle stelle e che non ha trovato le parole giuste per dirlo per la maledetta paura di non essere capita e accolta.

“Comunque andare”: in ogni caso bisogna vivere e vivere al meglio possibile, vivere dentro e fuori il migliore dei mondi possibili.

“Perché ferma non so stare”: non amo l’indolenza e l’accidia, mi piace agire, fare e brigare. La depressione non fa per me. La sensibilità alla perdita rientra nella mia formazione psichica e per questo devo riconoscerla e tenerla sotto controllo come una parte naturale di me. Il “fantasma di perdita” va riconosciuto e controllato o meglio ancora sublimato nella sensibilità estetica, nella musica e nell’arte per esempio. Ma guarda caso!

“In piedi a notte fonda sai che mi farò trovare”: ecco che si disocculta ciò che si era intravisto, supposto e immaginato, l’uomo da amare, l’uomo che verrà a notte fonda e la troverà disponibile a essere per lui: un amplesso totale. Ma quest’uomo è la parte rimossa di lei che diventa consapevole. La notte rappresenta il crepuscolo della coscienza, l’assenza di ragione, il massimo di emozione, il trionfo neurovegetativo. In tutto questo tripudio lei sarà presente nel lasciarsi andare dopo il “sole”, dopo aver sudato e agito tanto, finalmente si rilasserà. C’è un contrasto tra “in piedi”, la vigilanza dell’Io, e la “notte fonda”, la dimensione psichica profonda e inconsapevole. La ricerca dell’autenticità e della completezza psicofisica passa attraverso un investimento d’amore su se stessa dopo essersi posta come oggetto di conquista. Amo il mio destino nella compattezza psichica, nella luce e nelle tenebre. La psiche si è integrata nelle parti rifiutate e rimosse, nelle parti conflittuali ed estromesse per difesa.

“E voglio ballare e sudare sotto il sole”: adesso è tempo di godere di sé. “Nunc bibendum est !” Il rito dionisiaco si può vivere in piena consapevolezza. Per il resto si tratta di una ripetizione funzionale al registro musicale, di un rafforzamento del vissuto e dell’induzione di un “significante” nel fruitore. Chi ascolta capisce, si commuove, rievoca, riempie il recipiente vuoto con i suoi vissuti.

“Non m’importa se mi brucio la pelle”: adesso si può anche azzardare, vivere le esperienze giuste con pienezza di presenza e di partecipazione, senza bagagli, senza paure e senza quei desideri che sono scesi dalle stelle e si sono realizzati.

“se brucio i secondi, le ore”: anche il tempo si può vivere pienamente e intensamente nelle sue sfaccettature storiche ed eterne, nelle sue dimensioni mediate e immediate, nelle “ore” e nei “secondi”.

“E voglio sperare quando non c’è più niente da fare”: “in extremis” si recupera e si manifesta ancora il “fantasma depressivo della perdita”, il “fantasma di morte” con cui il testo della canzone, il “sogno a occhi aperti”, la poesia, la “fantasticheria” è iniziata e con cui ha fatto l’amore entrando e uscendo da quel contesto psichico pessimistico, ponendo e risolvendo l’angoscia della perdita e della solitudine. Lo “sperare” è l’ultimo atto affermativo di fronte all’improvvida e infausta caduta nel “nulla eterno”, “quando non c’è più niente da fare”. Particolarmente intrigante ma altamente umana è questa dialettica tra la pulsione affermativa e la pulsione distruttiva, una psicodinamica che si sviluppa tra opposti e nella coincidenza degli opposti, rievocando umane debolezze e sicure virtù. Il simbolo “sperare” attesta la mortificazione degli investimenti della “libido”, l’affidamento acritico, la debolezza dell’Io, la dipendenza psicofisica, la crisi dell’autonomia psichica. Decisamente questo è il verso psicologicamente più critico del componimento di Elisa e Alessandra, ma resta sempre alta la proprietà del testo di dare a chi ascolta la possibilità di catapultarsi con l’emozione in una obsoleta dimensione di teatrale sofferenza. Si prova più gusto a soffrire che a godere.

“Voglio essere migliore finché ci sei tu”: ecco la giustificazione e la compensazione a tanto supposto disastro esistenziale. L’investimento affettivo e amoroso su se stessi rende migliori. La “libido” è nella fase matura dell’evoluzione psichica proprio dopo aver recuperato se stessi nella propria interiorità e completezza.

“E perché ci sei tu da amare”: sembra una caduta nel tema obsoleto delle canzoni e invece si tratta del recupero di sé e della giusta motivazione all’investimento della “libido” su se stessi in primo luogo. Di poi, si potrà amare “l’altro da sé”, la tanto attesa figura e la supposta persona.

“Dimmi se mi vedi e cosa vedi”: ritorna l’introspezione e l’autoanalisi.

“Mentre ti sorrido io coi miei difetti”: l’autoironia non guasta mai, così come la comprensione dei propri limiti e delle inevitabili mancanze. Il sorridere equivale simbolicamente alla compiacenza di chi si conosce nei meandri più segreti e ha potuto sperimentare la precarietà e la debolezza per farne la propria forza.

“Ho radunato paure e desideri”: per conoscersi ha dovuto vincere le sue resistenze, quelle false idee e convinzioni su se stessa che occultano la verità.

Bravissime le nostre formidabili donne!

In conclusione si può affermare che la decodificazione del testo di una complessa e gradevole canzone di musica, detta leggera ma che tanto leggera non è, ha colto la psicodinamica della reintegrazione psichica da parte dell’”Io” di parti conflittuali rimosse e nello specifico del “fantasma di perdita”. Il successo è legato a tanti fattori, ma in primo luogo all’evocazione profonda di pulsioni attrattive legate al rimescolamento dei fantasmi che formano la struttura della nostra storia psicofisica. Nel congedare questa ricerca invito il mio affezionato e paziente lettore a riascoltare la canzone per sentire l’effetto che fa dopo aver saputo della profondità del testo.