IL MASCHILISMO

TRAMA DEL SOGNO

“Sono in montagna e sto camminando lungo un sentiero.

Intorno a me c’è gente che non conosco.

Sono legato nella cintola con una fune.

Mi giro e vedo che all’altro capo della fune c’è mia moglie che mi sorride.

Mi rendo conto che facevo fatica a tirarla dietro.”

Questo sogno appartiene ad Alex.

INTERPRETAZIONE

Sono in montagna e sto camminando lungo un sentiero.”

Alex è un uomo che sublima tanta “libido”, si trova “in montagna”, nei luoghi alti dove si respira l’aria pura e avulsa dalle competizioni e dalle risse, dove il sacro è a portata di mano e dove basta un salto per parlare con Zeus o con qualsiasi altro dio. Stazionare in montagna nobilita l’uomo e attenua la bestia e l’istinto, evolve i buoni sentimenti e riduce l’odio e il rancore, edulcora le sensazioni e abbassa la passione e il dolore. La “montagna” è veramente un buon “topos”, meglio luogo, psichico per il linguaggio dei simboli e consente di liberarsi dalle pastoie insane della materia e dalle menate infami della materialità.

Viva la montagna e chi la popola e la sostiene!

Viva i religiosi e i misogini!

Alex è un uomo che cammina, “sto camminando”, non è un sornione millantatore che vanta per sé gli allori del nulla politico e televisivo o del niente mentale degli onnipresenti serali e seriali. Alex è un uomo compatto e tutto di un pezzo che con la sua mole calpesta le strade della vita e che porta il suo peso nelle deliberazioni da fare e nelle decisioni da prendere. Alex è aldilà e avanti rispetto a tutti quelli che vivono la vita senza gusto e che camminano soltanto, Alex è consapevole di camminare, sa di quello che gli succede perché “sa di sé” e non subisce le pulsioni subconsce e tanto meno inconsce che gli saltano addosso dai meandri inestricabili di una psiche inferocita. Alex è quel cosiddetto matto che cammina e non si ferma nel film “Novecento” del grande Bernardo Bertolucci, quello che esce dalla scena portandosi dietro il fegato ancora caldo del povero maiale appena scannato.

Alex percorre un “sentiero”, si muove “lungo un sentiero”, agisce in una direzione in maniera pragmatica e ben precisa alla ricerca di un obiettivo che non è un traguardo. Alex è un uomo da “sentiero”, un uomo che risolve seguendo un percorso fisico e mentale, un certosino ricercatore di funghi o di tartufi che non conosce fallimento. Alex non è un uomo da “strada” che si affatica nella polvere e tra la gente qualunque, tanto meno è un uomo da “marciapiede” alla Dustin Hofmann e convinto di poter fare una vita da gigolò in una metropoli anonima e inquinata.

Qualunque sia la destinazione, buon viaggio Alex!

Intorno a me c’è gente che non conosco.”

Alex non è un capo e tanto meno un leader. Alex fa capo a se stesso e non ha bisogno di gregari fedeli e di soldatini di piombo. Non si relaziona facilmente con gli altri, preferisce se stesso come interlocutore privilegiato e da privilegiare, ma vive tra la gente e non si isola narcisisticamente per costruire realtà irreali e tutte personali. Alex predilige l’anonimato altrui, lui sa chi è e si circonda di gente qualunque, di avventori che vanno e vengono senza identità precisa e senza connotati degni d’interesse. Questa gente gli fa corona senza esagerare con i coinvolgimenti e gli gira attorno e intorno senza empatia e simpatia. Gli altri esistono, Alex lo sa e non ha bisogno di approfondire legami possibili e tanto meno “maieutici”, relazioni da parto di un qualcosa di sé, da presa di coscienza. Alex nulla si aspetta dall’altro anche se vive con gli altri. E’ uno strano animale sociale che concilia Narciso e Dioniso, lo stare con sé e lo stare con la gente anonima. Alex non è anonimo a se stesso e vuole essere anonimo agli altri.

Sono legato nella cintola con una fune.”

Alex è autonomo, basta a se stesso, conosce se stesso alla greca e secondo metodologia socratica, ma questo corredo soggettivo non risponde a verità oggettiva perché Alex è “legato nella cintola con una fune”. Il sogno esordisce con le qualità individuali e si approfondisce a conferma, qualora ce ne fosse bisogno, che Alex è un animale sociale, anzi più che sociale, è un uomo impegnato e degnamente coinvolto in un legame da cintola e non da gola, da traino e non da soffocamento. Alex sa delle sue scelte ponderate e delle sue decisioni calibrate, sa di avere un legame da “fune”. Quest’ultima rievoca simbolicamente il cordone ombelicale materno, il mitico fallo della Vita e della Morte di cui è depositaria la dea Madre e le sue degne eredi. Ci si chiede la collocazione di Alex in riguardo alla “fune”. Il sogno è puntuale e preciso nel chiarire anche questo ambizioso dilemma. Ricordo che la “cintola” ha una simbologia ambivalente ma non ambigua, in quanto divide lo spazio corporeo in due parti, l’insù e l’ingiù, la “sublimazione” e la materia, la ragione e la pulsione, l’Io e l’Es, il sistema nervoso centrale e il sistema neurovegetativo, la vigilanza realistica e l’obnubilamento della coscienza, Apollo e Dioniso per dirla in termini mitologici. La “cintola” è una zona di confine, una terra di mezzo, una zona franca dove si possono comprare libri e alcolici a buon prezzo e senza le imposte del Super-Io. Alex ha una realtà di coppia, è “legato nella cintola con una fune”.

Mi giro e vedo che all’altro capo della fune c’è mia moglie che mi sorride.”

Alex guarda il passato, “mi giro”, e ha la consapevolezza di essere legato alla donna che ha scelto come compagna di vita e sollievo alla Specie e alle angosce dell’esistenza, mia moglie o latinamente “mea mulier”, la mia femmina con l’avvallo della donna, “domina” o padrona, e della madre, semplicemente “mater”. Degno di nota è il possessivo “mia” perché attesta di fronte al tribunale dei diritti dell’uomo della qualità del legame e del grado di bisogno presente nel coinvolgimento. E questa “mia moglie” “sorride” ad Alex da questa posizione di dipendenza e di inferiorità, “all’altro capo della fune” legata anche lei alla cintola in questo andare incontro all’autenticità della vita e nel desiderio di un superamento della vita banale. Alex è freddo e autonomo nell’apparenza fenomenica, ma non certo nella sostanza dal momento che in sogno si pensa legato a questa “moglie” che fa sorridere per attestare di sicuro del suo gradimento della donna che lo segue gioiosa e appagata di essere la sua compagna di cordata nella scalata di un sentiero che sale o che scende. Dalla cintola in su e dalla cintola in giù si vedrà, come Farinata degli Uberti nella divina commedia nella versione in su, la qualità del vissuto di Alex in questo rapporto di per se stesso buono da mangiare come i porcini delle Dolomiti nel mese di Luglio. Alex ha un buon vissuto verso la moglie proprio perché la fa sorridere, proietta su di lei il suo benessere e il suo fascino. Ricordo che simbolicamente il “sorridere” è un ammiccare pregno di intesa sessuale e di complicità erotica. Presso gli esquimesi significa avere un rapporto sessuale come gradimento e in segno d’ospitalità. Ricordo che nel film “Ombre bianche” il missionario che rifiutò di “ridere” con la donna del capo famiglia, fu ucciso proprio per l’offesa arrecata alla dignità delle persone coinvolte e alla qualità naturale del dono. Sintetizzando: Alex ha un buon vissuto verso la sua moglie e si colloca in una posizione di superiorità in quanto traino in questa simpatica metafora della cordata a due. In questo Alex esercita quello che viene chiamato nei tempi moderni “maschilismo”, la pulsione a dominare nella relazione maschio-femmina e a non viverla come simmetrica privilegiando la complementarietà. Proprio di questi tempi è la frase incauta di un presentatore televisivo che si è fatto scappare una frase di subalternità del femminile rispetto al maschile. E si è fatto un gran bordello con esagerazioni metodologiche da parte dei sostenitori della tesi che vuole la donna complementare al maschio e di quelli che predicano la simmetria come panacea di tutti i mali sociali. Non dimentichiamo il prezzo che le donne stanno pagando sulla loro pelle in questo periodo storico e culturale. La questione del ruolo sociale del maschile e del femminile merita un approfondimento saggistico e non una semplice affermazione di quel che è giusto e di quel che è sbagliato.

Mi rendo conto che facevo fatica a tirarla dietro.”

Alex è pienamente consapevole di quanto complessa sia la dialettica psico-culturale con se stesso e sia il vissuto relazionale con sua moglie. “Mi rendo conto” equivale alla presa di coscienza, come un “redde rationem” a se stesso sia della difficoltà e sia del vantaggio, sia dell’utile e sia del dilettevole. “Facevo fatica” si traduce in ero contrastato e in affanno psichico nel vivere la differenza e la diversità di mia moglie rispetto alla mia persona. Non è una intolleranza o una forma perversa di prevaricazione, perché Alex sa quello che vive e gli succede nella relazione significativa con la sua donna, meglio “moglie. Il “tirarla dietro” è sgamante del vissuto misogino di base psichica e socioculturale che Alex si porta dentro e dietro. Questo ultimo dato giustifica il titolo del sogno, “Il maschilismo”, questo ultimo dato qualifica la verità profonda di un uomo che è legato alla sua donna e moglie e che la vive come subalterna o complementare per la “introiezione” di un “fantasma” in riguardo alla madre nella prima infanzia e di uno schema culturale dominante in riguardo alla donna nella vita sociale.

Cosa ha messo in gioco psichico Alex di suo e d’importante in questo sogno?

La risposta è il “fantasma” materno e lo “schema” culturale, due elementi trattati dal meccanismo di difesa della “introiezione”, del mettere dentro per sostenere la struttura psichica e per formare la “organizzazione psichica reattiva”. Il primo, il “fantasma”, lo ha elaborato nel primo anno di vita in riferimento alla persona che lo accudiva e proteggeva, la madre, il secondo lo ha elaborato nel corso dell’infanzia e dell’adolescenza vivendo nella famiglia e nella società. Alex ha introiettato un’immagine ambivalente della madre come di donna possessiva e tirannica, unica e indispensabile, importante e fagocitatrice, il “fantasma” per l’appunto nella sua versione “positiva” e “negativa”, il “seno buono” che nutre e dà la vita e il “seno cattivo” che coarta e soffoca. Questa era la modalità del suo pensiero nel primo anno di vita, quella dello “splitting” ossia di scindere un vissuto complesso, per motivi difensivi dall’angoscia di abbandono e di morte, in parti, la mamma buona e la mamma cattiva e non di concepirlo nella sua interezza concettuale, la mia mamma nel bene e nel male. A quest’ultimo traguardo lo porterà nel tempo la funzione razionale dell’Io. Per quanto riguarda lo “schema” culturale, è oltremodo semplice rilevare il prevalere della “concezione pessimistica della donna” da parte delle masse sin dai tempi atavici delle religioni bibliche e coraniche, nonché delle civiltà antiche. La cultura dominante nei tempi della formazione psichica di Alex collocava la donna nella sfera della complementarietà subalterna, piuttosto che nella giusta e dovuta simmetria. Ricordo che lo schema culturale si forma sempre in base ai “fantasmi” collettivi di un popolo, quelle concezioni suggestive che ancora oggi popolano la scena sociale. La donna inferiore e sottomessa al maschio è la concezione più infame nel suo essere pregna di deliranti pulsioni che chiedono spesso il loro appagamento omicida nelle persone fortemente compromesse a livello di equilibrio mentale. “Maschilismo” è il termine morbido che il vocabolario della lingua italiana fornisce per descrivere una psicodinamica individuale e relazionale veramente delicata e importantissima.

Il sogno di Alex si può congedare con soddisfazione.

LA FAMIGLIA ALLARGATA E LA GENITORIALITA’ MUTILATA

 

LA FAMIGLIA ALLARGATA
E
LA GENITORIALITA’ MUTILATA

 

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Sono in montagna di sera con mio figlio, il mio compagno e i suoi figli.
Una macchina ci insegue.
Io e mio figlio abbiamo paura.
Poi la seminiamo.
Poi vedo dietro di me in bianco e nero delle presenze non fisiche: adulti schierati e bambini davanti.
Tutti hanno una croce in mano.
L’unica ad accorgersi sono io.
Poi ne parlo al mio compagno e mi dice di non preoccuparmi.
Arriviamo a un lago.
E’ chiaro, ma io ho l’ansia.”

Questo sogno è firmato Mikaela.

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Il titolo del sogno di Mikaela è doppio e si spiega in questo modo: “la famiglia allargata” come il frutto di separazioni tormentate e di figliolanze pregresse, “la genitorialità mutilata” collegata a un’angoscia desunta dalla massiccia presenza di un “fantasma di morte” in riguardo al tema dei figli e anche dei genitori privati dei figli.
Il sogno di Mikaela è molto delicato, per cui occorre procedere nella decodificazione con progressione lenta anche perché si toccano corde collettive e tonalità profonde.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Sono in montagna di sera con mio figlio, il mio compagno e i suoi figli.”

Mikaela esordisce in sogno con la “famiglia allargata”, quella che lei vive nella realtà di tutti i giorni e non soltanto nei momenti di festa: due genitori separati e i loro figli. Mikaela fa sodalizio “con suo figlio” a testimoniare che il suo affetto e la sua cura sono tutte per per lui. “In montagna” attesta di una “sublimazione della libido”, evidenzia investimenti affettivi sicuri e indiscutibili e al di là di ogni compromesso da parte di mamma Mikaela. La stessa psicodinamica amorosa si pensa e si spera per gli altri membri di questo “clan”. La “sera” condensa il sentimento e l’abbandono, il crepuscolo della coscienza vigilante e il rifugio nell’intimità.
Mikaela compone in sintesi un quadro efficace di storie e di affetti, di madri e di padri, di figli e di sentimenti, di un amore speciale come quello che lei nutre per suo figlio.

“Una macchina ci insegue.”

Ecco la “sublimazione della libido” di cui si diceva prima: “una macchina ci insegue”. La madre ha un’affettività intensa, quasi erotica, verso il figlio, fatti salvi i ruoli e rispettate le figure. La madre condensa la “legge del sangue” e a essa ubbidisce. L’amore materno esula da qualsiasi ragionamento o speculazione filosofica: “i figli so figli” e si amano tutti intensamente. Mikaela è sanguigna nell’investire “libido” nel suo ragazzo.

“Io e mio figlio abbiamo paura.”

La solidarietà affettiva porta all’esclusione degli altri e all’unicità di questa entità psicofisica “madre-figlio” e di questo amore così naturale.
Del resto, cosa c’entrano gli altri?
Noi due e basta!
Noi due condiamo anche le emozioni più forti come la “paura”.
L’empatia e la simpatia, il sentirsi e il soffrire “insieme” vanno all’unisono.
Mikaela proietta sul figlio la paura di una madre tenera e apprensiva.

“Poi la seminiamo.”

Nelle forti emozioni l’unione empatica e simpatica tra madre e figlio è in vigore, ma Mikaela sa anche razionalizzarla e riprendere il suo ruolo e la sua personalità. L’amore viscerale verso il figlio è risolto: la “macchina” inopportuna e pericolosa “la seminiamo”. Il simbolo del “seminare” condensa la fecondazione, ma in questo caso si tratta di una risoluzione dell’emozione “paura”. Mikaela non teme di vivere ed esternare il suo amore verso il figlio.

“Poi vedo dietro di me in bianco e nero delle presenze non fisiche: adulti schierati e bambini davanti.”

A questo punto il sogno di Mikaela scende nelle profondità psichiche della memoria e costruisce un quadro apparentemente surreale dal momento che lo si è storicamente visto e vissuto. Il “bianco e nero” attesta di una necessaria caduta delle tensioni, pena il risveglio dall’incubo, di fronte allo sbalordimento dell’ineluttabile. “Dietro di me” significa nel mio passato, un’esperienza personale da condividere e da tenere in memoria perché si tratta anche di un vissuto collettivo: una scena da campo di concentramento, “adulti” e “bambini” morti, “presenze non fisiche”, spiriti, energie, entità metafisiche, fantasmi interiorizzati. “Schierati” attesta una connotazione storica di persone storicamente vere e realmente esistite, gente che aveva un’identità e un ruolo, genitori e figli. Accanto a un “fantasma di morte” storico si coniuga un “fantasma di morte” individuale e traslato a tutti i bambini che non sono mai nati o che hanno perso i genitori e a tutti i genitori che che si sono separati o che hanno perso i figli. La morale del sogno di Mikaela enuncia, di certo, che i figli vanno vissuti e goduti a pieno e che non si può essere genitori a metà e a tempo determinato. L’amore per i figli deve essere incondizionato e superiore a un eventuale dissidio tra i genitori.

“Tutti hanno una croce in mano.”

La “croce” è il simbolo tragico della morte atroce in attesa della speranza di resurrezione, una concezione pessimistica della vita e un’alienazione totale nel segno di un’appartenenza: i figli di Dio, i cristiani. Ma quelli che Mikaela elabora in sogno sono ebrei, quelli che sono stati annientati nei campi di concentramento da parte dei tedeschi nella seconda guerra mondiale, morti incolpevoli per il loro stato civile e vittime della furia omicida di un bieco assassino, Hitler, e di un delirio paranoico collettivo, la milizia tedesca. “Tutti hanno una croce in mano” si traduce “tutti hanno una loro tragica identità” e tutti sono morti. Mikaela rievoca il suo “fantasma di morte” in riguardo alla maternità e ai figli non nati, ma non si ferma qui ed estende ai genitori “adulti”, padri e madri, la tragedia di non poter vivere i propri figli, oltre a una fiera condanna a quei genitori che non li accettano e li rifiutano. La sensibilità di Mikaela si è impossessata di questa delicata questione e la svolge secondo le coordinate della sua esperienza vissuta e in atto: “io e mio figlio”.

“L’unica ad accorgersi sono io.”

Trattandosi, come si diceva in precedenza, di un “fantasma di morte” legato all’esperienza psichica di Mikaela, va da sé che gli altri ne sono esclusi. Chi ha coscienza di questa infausta psicodinamica della genitorialità, maternità e paternità, mutilata è proprio la protagonista del sogno. Gli altri sono insensibili a queste esperienze ed estranei alla sensibilità di Mikaela sia come madre e sia come figlia, “unica”. La consapevolezza, “accorgersi”, attesta della presenza costante di questa paura nella sua panoramica psichica.

“Poi ne parlo al mio compagno e mi dice di non preoccuparmi.”

Il sogno si compone ritornando alla visione della realtà dopo la fase altamente emotiva del “fantasma di morte” e, di conseguenza, anche l’angoscia non degenera e si attesta nella normalissima paura. Mikaela ritorna alla realtà in atto, alla gita in montagna con la famiglia allargata e la consolazione dell’uomo con cui conduce la sua vita, “compagno”, un uomo che la protegge nei suoi bisogni più intimi e reconditi. La “parola” libera le tensioni, “ne parlo”, la “parola” è catartica, purifica dai sensi di colpa e scarica le angosce. Non affannarti con questi ricordi e con questi fantasmi; “non preoccuparti”, il passato è passato, ma è giusto conoscerlo e tenerlo in mente per non ripeterlo.

“Arriviamo a un lago.”

Il “lago” è il classico simbolo della maternità che ristagna, la femminilità in attesa o sospesa nella scelta di avere un figlio. Il “lago” è acqua che condensa la caratteristica “genitale” dell’atavico Principio femminile. Mikaela vive il dilemma della sua maternità futura o della sua risoluzione sul tema. Mikaela ha già abbondantemente dato alla Dea Madre alla luce della sua sensibilità di femmina e di donna.

“E’ chiaro, ma io ho l’ansia.”

Non ci sono sensi di colpa nella maternità di Mikaela, “è chiaro”, dal momento che ha razionalizzato i suoi vissuti e le sue esperienze. Pur tuttavia, Mikaela resta una persona molto sensibile all’essere femminile e alle sue prerogative. L’ansia non è una paura, ma uno stato psicofisico di all’erta, una normalissima tensione sul tema e un intento a non abbassare la guardia in specie sulle questioni che riguardano i genitori e i figli. Mikaela c’è, non transige ed è vigilante, “è chiaro, ma io ho l’ansia”.

PSICODINAMICA

Il sogno di Mikaela svolge la psicodinamica della maternità nella sua versione drammatica della perdita e della morte e nella sua versione naturale dell’apprensione verso i figli e verso le figure dei genitori schietti e sensibili al benessere dei figli.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Nel sogno di Mikaela sono presenti le istanze psichiche “Es” e “Io”. La prima è contenuta in “una macchina ci insegue” e in “poi vedo dietro di me in bianco e nero delle presenze non fisiche”. L’istanza “Io” si esprime in “l’unica ad accorgersi sono io” e in “poi ne parlo al mio compagno”. La “posizione psichica” rievocata è quella “orale” e “genitale”, l’affettività e la maternità.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

I meccanismi psichici di difesa usati da Mikaela per confezionare il suo sogno sono la “condensazione” in “montagna” e “sera”, la “drammatizzazione” in “presenze non fisiche”, lo spostamento in “croce”, “lago” e “macchina”. Il processo psichico della “sublimazione della libido” è presente in “montagna”. Il meccanismo psichico di difesa della “proiezione” si mostra in “io e mio figlio abbiamo paura”.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Mikaela evidenzia un tratto psichico nettamente “orale”, affettivo, e “genitale”, materno, evidenziando una “organizzazione psichica orale”, bisognosa d’affetto, con una buona componente “fallico-narcisistica”, potere e orgoglio.

FIGURE RETORICHE

Le figure retoriche richiamate dal sogno di Mikaela sono la “metafora” in “croce” e “sera”, la “metonimia” in “presenze non fisiche” e in “lago” e “macchina”, la “enfasi” in “in bianco e nero presenze non fisiche”.

DIAGNOSI

Il sogno di Mikaela attesta la sensibilità verso i vissuti e i valori della maternità e della genitorialità, incalza i genitori a vivere i figli al massimo anche nella situazione di separazione e nella eventuale famiglia allargata, dove si rischia di non investire affetti profondi e intensi. Mikaela esprime il suo bisogno di amare il figlio con un buon grado di complicità.

PROGNOSI

Mikaela deve migliorare il suo vissuto nei confronti del figlio evolvendolo dal possesso al riconoscimento della sua identità e autonomia. Mikaela deve superare la dipendenza per non soffrire e per non far soffrire. Liberare il figlio per liberare se stessa e rendersi disponibile a nuovi investimenti affettivi consoni alla sua persona e alla sua dignità di donna e madre.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta nella difficoltà a relazionarsi in maniera significativa con il suo “altro” e nella possibilità di una “psiconevrosi isterica” legata alla mancata emancipazione dal figlio.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “simboli” e dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Mikaela è “4” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.

RESTO DIURNO

Il “resto diurno” del “resto notturno”, la causa scatenante del sogno di Mikaela si attesta su una riflessione sul legame con il figlio o su una discussione sul tema dei genitori separati. La visione di qualche filmato riguardante i campi di concentramento nazisti e l’olocausto degli ebrei è possibile che abbia ridestato la sensibilità dell’autrice e protagonista del sogno.

QUALITA’ ONIRICA

La qualità del sogno di Mikaela è drammaticamente autoreferenziale. Tratta di sé in maniera surreale.

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

Il sogno di Mikaela pone una delicata e attualissima questione culturale e sociale, la coppia e l’istituto familiare. La “coppia” è stata sempre intesa come l’unione naturale tra maschio e femmina con capacità e finalità procreative. Altrettanto dicasi della “famiglia”, la cellula vitale della società. La Politica e il Diritto hanno tenuto in massima considerazione la “coppia” che si evolve nella “famiglia”.
Consultiamo velocemente la storia del secolo scorso.
Si pensi alle esagerate leggi fasciste in difesa dell’istituto familiare e in riguardo all’incremento demografico dell’italianità imperiale: tante gravidanze e tanti lutti, tante donne morte di parto e tanti bambini non nati o morti anzitempo senza la possibilità di vivere da orfani.
Quanti mortali aborti clandestini procurati dalle mammane con gli aghi per intrecciare la lana!
Proseguendo in sintesi, si pensi al tragico mito tedesco della razza pura, l’ariana, biologica conseguenza dell’unione sessuale di uomini integri e di donne incontaminate.
Quale tragico olocausto!
Ma restiamo in casa nostra a piangere i nostri mali.
Dopo l’avventura disastrosa della perdita della libertà e della guerra, dopo il Fascismo, i Padri Costituenti pensarono bene di mantenere le migliori prerogative sociali ed economiche alla coppia e alla famiglia.
La “Costituzione italiana” contiene tra i massimi valori da tutelare la famiglia e intende la coppia nella sua forma biologica naturale di unione tra maschio e femmina. Tali valori furono un buon compromesso tra l’etica cristiana e l’etica socialista.
Il “boom” economico degli anni “sessanta” e le progressive leggi sociali di libertà e tutela della famiglia, associate alla progressiva emancipazione della donna e al progressivo smantellamento clericale, hanno portato alla conquista del diritto al divorzio e all’aborto, per cui l’istituto famiglia ha ricevuto un’evoluzione civile importante e in linea con i paesi oltremodo avanzati. Questo rapido sviluppo è in netto contrasto con l’assolutezza acritica del passato, di quel tempo in cui tutto era determinato dalla regola della tradizione e dal preservare l’intoccabile e l’inamovibile.
E’ vero che le conquiste civili e sociali comportano anche la perdita della sicurezza del passato e della tradizione, ma è anche vero che le novità esigono tempo per una buona assimilazione e realizzazione.
Oggi la coppia e la famiglia sono approdate alla grande rivoluzione omosessuale. Chi sceglie e ama, al di là della tradizione culturale ufficiale, può aspirare a essere civilmente coppia, ad avere figli e a costituire a tutti gli effetti una famiglia.
La coppia omosessuale è la novità dei nostri giorni e le problematiche connesse sono in via di elaborazione e discussione, ma consideriamo che il nostro paese è particolarmente bigotto, per cui i tempi di risoluzione si prospettano lunghi.
La Psicoanalisi è costretta ad aggiornare la sua griglia interpretativa sotto l’incalzare della Storia e della Cultura; quella dell’ebreo Freud non è più esauriente.
Ritornerò su questi argomenti in maniera puntuale strada facendo.