“CREOLA”

Presento agli audaci marinai un “riattraversamento” e una “contaminazione” di Creola”, una canzone a ritmo di tango scritta nel 1926 da Luigi Liaglia su testo di Anacleto Francini, due uomini del tempo storico che celebrava l’affermazione del fascio italiano.

La prima lettura del testo colpisce per la lirica decadente e per la chiara sensualità che esterna nel descrivere le arti seduttive di una donna meticcia, figlia di un colono europeo e di una donna dell’America latina, la Creola per l’appunto. Chiaramente la donna è culturalmente considerata per le sue proprietà erotiche e per l’effetto sessuale che suscita nel maschio. Altro non si poteva pretendere anche perché si era appena usciti con un bagno di sangue dalla “bella epoque” e si stava approdando alla “brutta epoque”, il tempo degli autoritarismi e delle dittature.

In Italia il Fascismo gradì molto questa canzone e soprattutto il suo contenuto, nonché la musica fortemente carezzevole nella forma ritmata del tango. Tutto era in linea con la filosofia culturale del tempo. Gentile e D’Annunzio insegnavano modi di pensare e maniere di agire e tutto il resto non faceva una piega. Il dissidente Croce elaborava l’Estetica e la Storia come pensiero e azione.

Il riferimento alla “coca” è del tutto legittimo perché la sostanza non era fuorilegge ed era normalmente usata in Medicina e nella pratica quotidiana. Vedi il testo breve di Freud sulla “Cocaina” e anche i consigli che l’egregio doctor dava alla fidanzata per colorare le guance e per gettare alle ortiche la tristezza. La labilità delle umane convinzioni sconcerta ancora oggi chi dal tempo passato non trae giovamento.

La “bruna aureola” riguarda il seno e l’ampia aria del capezzolo nello specifico: un tratto somatico caratteristico delle “creole” e particolarmente gradito al voyeurismo dei maschi per l’esoticità scopofiliaca del dato epiteliale. Una curiosità importante, quasi un “lapsus mentis”, è il seguente: il testo usa la parola “aureola” e non “areola” e l’autore tradisce la sacralità che investe nel seno femminile di quelle more fattezze. Infatti “aureola” è la luce che investe l’effigie dei santi e nello specifico il cerchio luminoso sopra la testa dei suddetti. Altro che tette, a meno che non sia stata usata la metafora della “aureola” dei santi per elogiare il carisma del seno meticcio, come dicevo in precedenza.

Il testo induce a diffidare dell’apparente collocazione di soccombenza da parte del maschio alle virtù estetiche e sessualmente miracolose delle Creole. E’ soltanto una sottomissione interessata e contingente.

Mi piace pensare il nome di Yuneisy per questa Creola.

La canzone si snoda riportando due voci: le ragioni erotiche e culturali delle Creole, le ragioni mistiche e sessuali dei maschi frequentatori di profani bordelli. Eppure il testo appartiene al suo tempo e non dispiace la chiara ispirazione maschilista. Meglio sapere e vedere in faccia il nemico, piuttosto che ipotizzarlo nelle conventicole politiche e religiose.

Signore e signori, dopo questo variopinto preambolo ecco a voi il libero “riattraversamento” e la libera “contaminazione” di “Creola”.

CREOLA

Che bei fiori carnosi son le donne dell’Avana:”

Siamo a Cuba, nella capitale per la precisione. Le donne dell’Avana sono prosperose in carne e sono signore della sensualità e del corredo sessuale implicito. Il simbolo del “fiore carnoso” è più che mai facile da tradurre nella sua evidenza metaforica. La donna è il suo corpo e nello specifico il suo organo sessuale, la sua rosa che si allarga nei petali sotto i raggi interessati del sole di maggio. La sua intelligenza è la seduzione legata a filo doppio al suo erotismo. Le donne dell’Avana sono veramente “in” e vanno alla grande in un mondo esotico di laiche virtù e di nobili pruriti.

hanno il sangue torrido come l’Ecuador.”

La geografia sessuale aiuta e non è di ostacolo alla diffusione culturale. L’Ecuador è un paese climaticamente caldo e assolato in maniera abnorme. Il sangue delle donne cubane è torrido, intriso di un calore tutto fisiologico e poco psicologico: tutto sesso e poca testa. La terra, l’Ecuador per l’appunto, è un simbolo femminile, rappresenta la grande Madre. La Gea greca abita anche in Ecuador. Miracolo dell’aviazione o della umana Psiche? La seconda, per favore!

Fiori voluttuosi come coca boliviana…”

Ma qui si parla di coca e non di coca cola, qui di gasato c’è soltanto il maschio arrapato, qui si sente il profumo dei fiori e si respira la voluttà della rosa che si apre e si spande per il piacere maschile quando il maschio la coglie, la prende, la circuisce e la blandisce, così come fa la cocaina della Bolivia nel cervello degli uomini improvvidi che preferiscono l’estasi artificiale al naturale orgasmo di un corpo che vibra all’unisono con il rumore di fondo dell’universo. Voluptas è un micidiale mix di desiderio e di scelta che si traduce in “voglio il fiore e la coca femminile per il mio piacere”. Alla stoltezza non c’è mai fine, come alla saggezza dei vecchi.

Chi di noi s’inebria ci ripete ogn’or:”

Cantami, o diva, del tuo inebriarmi, del tuo frastornarmi, del tuo sbattermi, così come io ti canterò il mio sentirmi ebbro di te, il mio essere sazio di libido, il mio appoggiarmi a te nel fatale andare verso l’orgasmo, il mio ritorno a Itaca dopo essere stato con Circe e dopo aver ascoltato il canto armonioso delle tristi Sirene. Straziami, o donna, con il tuo fiore che non marcisce e anche la morte apparirà bella e degna di essere vissuta. Ripetimi la storia del cavaliere errante che cerca il suo perduto amore tra i fiori dell’Avana e tra le rose di un fatiscente bordello della periferia di Ravenna.

Creola, dalla bruna aureola,”

La sineddoche è servita, la parte per il tutto, l’areola mammaria per la donna, il seno esotico per la Creola. La figura retorica rende poetica la seduzione in corso e messa di verso in verso sulla bocca delle donne meticce e dei maschi affamati. L’areola bruna attorno al capezzolo turgido sembra un’aureola e ha una notevole carica di seduzione e di eccitazione secondo il vangelo estetico ed erotico dell’universo maschile. Le Creole seguono volentieri i dettami dell’evangelista a pagamento e di turno. Degna di nota è l’assenza di volgarità in questo richiamo a una parte del corpo solitamente avvolta dal pudore. I versi scorrono secondo una vena lirica oltremodo sostenuta dalla musicalità della musica, l’armonia per la precisione.

per pietà sorridimi, che l’amor m’assal…”

Non è, di certo, un versetto platonico. Non è, di certo, un versetto satanico. E’, di certo, un versetto erotico, del tipo Cantico dei cantici, con un suo carisma strano e una sua delicatezza amabile. L’uomo, devoto alla Creola e alla sua bruna areola, associa la pietà al sorriso, l’amore allo “sturm und drang”, all’impeto e all’assalto di stampo vagamente masochistico. La Creola ha un suo sadismo per le bellezze che si porta addosso in tutto il corpo e il pretendente si lascia volentieri fottere da cotanto assalto e da tanto trasporto dei sensi. La pietà non è di certo la “pietas” latina, il riconoscimento e il culto delle origini, la pietà della Creola, invocata dal maschio invasato, è quel sentimento di pena per la sofferenza da carenza erotica e da desiderio inappagato. Il sorriso è la richiesta di complicità e di generosità nel condividere i beni fisici sul tappeto della relazione tra un maschio prostrato e una femmina procace.

Straziami, ma di baci saziami;”

E qui si rasenta davvero il sadomasochismo di cui si diceva in precedenza. E qui si chiama in causa direttamente il dottor Freud con queste pulsioni della fase anale. Ma non basta l’analità, si richiama anche l’oralità, allo “straziami” si associa il “saziami” non soltanto per fare rima, ma soprattutto per riempire il vuoto procurato dalle ferite inferte alla carne da una Creola dalla bruna aureola che se la tira e ancora non concede le sue grazie psicofisiche alla fame aggressiva di un maschio in calore. Dal dolore dello strazio si passa alla sazietà, all’appagamento della pulsione e del desiderio sessuale da parte di una donna esotica particolarmente eccitante e potente. Il bacio orale è per il momento l’anticamera del vero bacio, quello genitale, quello che si adempie sempre con le labbra, ma con labbra diverse. La “traslazione” del tanto auspicato coito è avvenuta e ci si può ritenere soddisfatti dall’operazione psichica. Del resto, tutti i salmi devono finire in gloria, altrimenti che salmi sono.

mi tormenta l’anima uno strano mal.”

Dal profano al sacro, ogni scusa è buona per giustificare la strategia di conquista tra una Creola che si fa desiderare e un maschio che ricorre anche al sacro per appagare il profano. Non è “l’anima” di Platone o dei cristiani o di Jung quella che s’invoca in questo verso che mette insieme il tormento fisico di “uno strano mal” con “l’anima”, trascurando il diretto interessato, il corpo, quel corpo che sembra nulla chiedere e tutto vivere senza ombra e senza colpo ferire. C’è qualcosa di divino oggi nel cielo, anzi d’antico, stanno sbocciando le rose delle Creole sotto l’egida della sacralità del coito, una simbiosi del femminile con il maschile non al fine di procreare, ma al fine di esaltare la donna per grazia e concessione ricevute. A quale santa o santo porteremo gli ex voto? A santa Creola, sicuramente. Un’ultima domanda è lecita: cos’è questo “strano mal” a cui s’appella il focoso e represso aspirante? Non è, di certo, il male oscuro degli anni sessanta. E’ tutt’altro che la depressione, anzi l’opposto, è l’erezione che tra l’anima e il corpo cerca il posto giusto dove albergare senza falsi riti e fasulli miti.

La lussuria passa come un vento turbinante,”

La “libido” ha un altro nome, un “flatus vocis” degenerato nella colpa mortale e capitale, “la lussuria”, l’eccesso vizioso e debosciato contemplato nei sette peccati dell’universalismo cristiano e nei tabù delle culture bigotte. Il vento dei sensi produce un turbinio dei neuroni e degli ormoni al fine di vivere una sana e consapevole libidine, quella che scatta e coinvolge il maschio che a lei si abbandona come un seguace di Dioniso nelle feste piccole e grandi in onore del folle dio che regala i doni dell’ebbrezza e dell’estasi. Cosa non riesce a fare una Creola dalla bruna aureola con la sua beltà e la sua bontà! Il tramonto della ragione si celebra con il turbinio della passione, la testa lascia il posto al bassoventre e stende un rosso tappeto all’incedere elegante del fortunato vincitore di questa lotteria dell’Eros nudo e crudo. Sono le Creole che menano la danza in questi versi, sono le dionisiache che ballano discinte menando il fallo vorace del dio delle voluttà.

ché gli odor più perfidi recan ogn’or con sé”

Anche l’olfatto vuole la sua parte in questa fiera del sesso sfrenato e a pagamento. Gli odori più perfidi sono quelli dell’intimità e dell’alcova, ma prima del fattaccio si sente nell’aria il profumo della donna, l’acre odor della rosa in fiore e in macerante ebollizione. La scienza ammette questo stimolo olfattivo per l’ormone in crisi e acconsente a trovare un rapporto di causa ed effetto tra il naso e i fiori interessati dal femminile al maschile. Il richiamo di questo verso si spinge verso la neurofisiologia e l’endocrinologia, i neuroni e gli ormoni gongolano sulla scia di tanta importanza nell’amplesso e nel talamo. La Creola fa sempre odore di donna e anche il suo afrore è perfido nel suo infilarsi tra i ricettacoli dei corpi cavernosi e le pieghe delle labbra inferiori.

ed i cuori squassa quella raffica fragrante”

Non c’è cosa più bella di una donna in amore, così come non c’è cosa più eccitante di una donna in calore. La Creola possiede la “raffica di fragranza” come il buon pane dei contadini e con quell’arma micidiale scuote i sensi, più che i sentimenti. Mai un quadro erotico si colorò di tanto corpo anche se dipinge il cuore tra i desideri violenti della “libido” maschile che la Creola sa ben eccitare e ben gestire. “Squassa” sa di vento e di querce, di sub-liminalità della coscienza e di ghiande per i porci, di caduta delle ultime foglie e di ricarico delle nuove gemme. La Creola “squassa” colui che a lei si affida in un provvido delirio, come la Sirena consuma con il suo canto il marinaio in crisi da astinenza sessuale. “Squassami” con la tua fragranza e poi mi dirai quante primavere hanno visto i tuoi occhi neri e le tue aureole brune. Tra il canto del vento e gli odori del sesso si squaderna un palcoscenico puzzolente di seduzione.

e inginocchia gli uomini sempre ai nostri piè.”

Potere effimero, mia cara Creola, è questo che ti sta appiccicando addosso la penna dei maschi che hanno scritto questi versi e li hanno affidati a questa musica. Cosa puoi sapere tu, piccola donna dai tratti marcati di bruno che in Cuba attendi gli uomini che ti desiderano per una notte di sesso esotico. Tu, perla marrone, tu, mulatta, sai di giovinezza e non di potere. Sei esente dalle beghe politiche e delinquenziali di un mercato delle donne di colore da portare alla bramosia dei bianchi per la bramosia del dollaro e della sterlina. Tu sei una giovane donna che ai tuoi “piedi” non vuoi nessuno e tanto meno i ricchi bavosi in un nobile bordello dell’Avana. Dal mestiere più antico del mondo tu sei esclusa dalla tua innocenza di donna carnosa, odorosa e perfida. Avere uomini ai tuoi piedi per sempre, significa essere una bravissima prostituta, come avevano prescritto e come volevano dimostrare coloro che hanno scritto e musicato in quel tempo e in quella stagione questa lirica decadente a favore di quelli che vivevano in quel tempo e in quella stagione. Sarà cambiato qualcosa oggi? Di certo si è evoluto il quadro clinico e culturale dietro le effimere apparenze di emancipazione, se a tutt’oggi contiamo le tante e troppe donne sacrificate sull’altare di Demetra.

Cura ut valeas, mia adorata Creola!

IL MASCHILISMO

TRAMA DEL SOGNO

“Sono in montagna e sto camminando lungo un sentiero.

Intorno a me c’è gente che non conosco.

Sono legato nella cintola con una fune.

Mi giro e vedo che all’altro capo della fune c’è mia moglie che mi sorride.

Mi rendo conto che facevo fatica a tirarla dietro.”

Questo sogno appartiene ad Alex.

INTERPRETAZIONE

Sono in montagna e sto camminando lungo un sentiero.”

Alex è un uomo che sublima tanta “libido”, si trova “in montagna”, nei luoghi alti dove si respira l’aria pura e avulsa dalle competizioni e dalle risse, dove il sacro è a portata di mano e dove basta un salto per parlare con Zeus o con qualsiasi altro dio. Stazionare in montagna nobilita l’uomo e attenua la bestia e l’istinto, evolve i buoni sentimenti e riduce l’odio e il rancore, edulcora le sensazioni e abbassa la passione e il dolore. La “montagna” è veramente un buon “topos”, meglio luogo, psichico per il linguaggio dei simboli e consente di liberarsi dalle pastoie insane della materia e dalle menate infami della materialità.

Viva la montagna e chi la popola e la sostiene!

Viva i religiosi e i misogini!

Alex è un uomo che cammina, “sto camminando”, non è un sornione millantatore che vanta per sé gli allori del nulla politico e televisivo o del niente mentale degli onnipresenti serali e seriali. Alex è un uomo compatto e tutto di un pezzo che con la sua mole calpesta le strade della vita e che porta il suo peso nelle deliberazioni da fare e nelle decisioni da prendere. Alex è aldilà e avanti rispetto a tutti quelli che vivono la vita senza gusto e che camminano soltanto, Alex è consapevole di camminare, sa di quello che gli succede perché “sa di sé” e non subisce le pulsioni subconsce e tanto meno inconsce che gli saltano addosso dai meandri inestricabili di una psiche inferocita. Alex è quel cosiddetto matto che cammina e non si ferma nel film “Novecento” del grande Bernardo Bertolucci, quello che esce dalla scena portandosi dietro il fegato ancora caldo del povero maiale appena scannato.

Alex percorre un “sentiero”, si muove “lungo un sentiero”, agisce in una direzione in maniera pragmatica e ben precisa alla ricerca di un obiettivo che non è un traguardo. Alex è un uomo da “sentiero”, un uomo che risolve seguendo un percorso fisico e mentale, un certosino ricercatore di funghi o di tartufi che non conosce fallimento. Alex non è un uomo da “strada” che si affatica nella polvere e tra la gente qualunque, tanto meno è un uomo da “marciapiede” alla Dustin Hofmann e convinto di poter fare una vita da gigolò in una metropoli anonima e inquinata.

Qualunque sia la destinazione, buon viaggio Alex!

Intorno a me c’è gente che non conosco.”

Alex non è un capo e tanto meno un leader. Alex fa capo a se stesso e non ha bisogno di gregari fedeli e di soldatini di piombo. Non si relaziona facilmente con gli altri, preferisce se stesso come interlocutore privilegiato e da privilegiare, ma vive tra la gente e non si isola narcisisticamente per costruire realtà irreali e tutte personali. Alex predilige l’anonimato altrui, lui sa chi è e si circonda di gente qualunque, di avventori che vanno e vengono senza identità precisa e senza connotati degni d’interesse. Questa gente gli fa corona senza esagerare con i coinvolgimenti e gli gira attorno e intorno senza empatia e simpatia. Gli altri esistono, Alex lo sa e non ha bisogno di approfondire legami possibili e tanto meno “maieutici”, relazioni da parto di un qualcosa di sé, da presa di coscienza. Alex nulla si aspetta dall’altro anche se vive con gli altri. E’ uno strano animale sociale che concilia Narciso e Dioniso, lo stare con sé e lo stare con la gente anonima. Alex non è anonimo a se stesso e vuole essere anonimo agli altri.

Sono legato nella cintola con una fune.”

Alex è autonomo, basta a se stesso, conosce se stesso alla greca e secondo metodologia socratica, ma questo corredo soggettivo non risponde a verità oggettiva perché Alex è “legato nella cintola con una fune”. Il sogno esordisce con le qualità individuali e si approfondisce a conferma, qualora ce ne fosse bisogno, che Alex è un animale sociale, anzi più che sociale, è un uomo impegnato e degnamente coinvolto in un legame da cintola e non da gola, da traino e non da soffocamento. Alex sa delle sue scelte ponderate e delle sue decisioni calibrate, sa di avere un legame da “fune”. Quest’ultima rievoca simbolicamente il cordone ombelicale materno, il mitico fallo della Vita e della Morte di cui è depositaria la dea Madre e le sue degne eredi. Ci si chiede la collocazione di Alex in riguardo alla “fune”. Il sogno è puntuale e preciso nel chiarire anche questo ambizioso dilemma. Ricordo che la “cintola” ha una simbologia ambivalente ma non ambigua, in quanto divide lo spazio corporeo in due parti, l’insù e l’ingiù, la “sublimazione” e la materia, la ragione e la pulsione, l’Io e l’Es, il sistema nervoso centrale e il sistema neurovegetativo, la vigilanza realistica e l’obnubilamento della coscienza, Apollo e Dioniso per dirla in termini mitologici. La “cintola” è una zona di confine, una terra di mezzo, una zona franca dove si possono comprare libri e alcolici a buon prezzo e senza le imposte del Super-Io. Alex ha una realtà di coppia, è “legato nella cintola con una fune”.

Mi giro e vedo che all’altro capo della fune c’è mia moglie che mi sorride.”

Alex guarda il passato, “mi giro”, e ha la consapevolezza di essere legato alla donna che ha scelto come compagna di vita e sollievo alla Specie e alle angosce dell’esistenza, mia moglie o latinamente “mea mulier”, la mia femmina con l’avvallo della donna, “domina” o padrona, e della madre, semplicemente “mater”. Degno di nota è il possessivo “mia” perché attesta di fronte al tribunale dei diritti dell’uomo della qualità del legame e del grado di bisogno presente nel coinvolgimento. E questa “mia moglie” “sorride” ad Alex da questa posizione di dipendenza e di inferiorità, “all’altro capo della fune” legata anche lei alla cintola in questo andare incontro all’autenticità della vita e nel desiderio di un superamento della vita banale. Alex è freddo e autonomo nell’apparenza fenomenica, ma non certo nella sostanza dal momento che in sogno si pensa legato a questa “moglie” che fa sorridere per attestare di sicuro del suo gradimento della donna che lo segue gioiosa e appagata di essere la sua compagna di cordata nella scalata di un sentiero che sale o che scende. Dalla cintola in su e dalla cintola in giù si vedrà, come Farinata degli Uberti nella divina commedia nella versione in su, la qualità del vissuto di Alex in questo rapporto di per se stesso buono da mangiare come i porcini delle Dolomiti nel mese di Luglio. Alex ha un buon vissuto verso la moglie proprio perché la fa sorridere, proietta su di lei il suo benessere e il suo fascino. Ricordo che simbolicamente il “sorridere” è un ammiccare pregno di intesa sessuale e di complicità erotica. Presso gli esquimesi significa avere un rapporto sessuale come gradimento e in segno d’ospitalità. Ricordo che nel film “Ombre bianche” il missionario che rifiutò di “ridere” con la donna del capo famiglia, fu ucciso proprio per l’offesa arrecata alla dignità delle persone coinvolte e alla qualità naturale del dono. Sintetizzando: Alex ha un buon vissuto verso la sua moglie e si colloca in una posizione di superiorità in quanto traino in questa simpatica metafora della cordata a due. In questo Alex esercita quello che viene chiamato nei tempi moderni “maschilismo”, la pulsione a dominare nella relazione maschio-femmina e a non viverla come simmetrica privilegiando la complementarietà. Proprio di questi tempi è la frase incauta di un presentatore televisivo che si è fatto scappare una frase di subalternità del femminile rispetto al maschile. E si è fatto un gran bordello con esagerazioni metodologiche da parte dei sostenitori della tesi che vuole la donna complementare al maschio e di quelli che predicano la simmetria come panacea di tutti i mali sociali. Non dimentichiamo il prezzo che le donne stanno pagando sulla loro pelle in questo periodo storico e culturale. La questione del ruolo sociale del maschile e del femminile merita un approfondimento saggistico e non una semplice affermazione di quel che è giusto e di quel che è sbagliato.

Mi rendo conto che facevo fatica a tirarla dietro.”

Alex è pienamente consapevole di quanto complessa sia la dialettica psico-culturale con se stesso e sia il vissuto relazionale con sua moglie. “Mi rendo conto” equivale alla presa di coscienza, come un “redde rationem” a se stesso sia della difficoltà e sia del vantaggio, sia dell’utile e sia del dilettevole. “Facevo fatica” si traduce in ero contrastato e in affanno psichico nel vivere la differenza e la diversità di mia moglie rispetto alla mia persona. Non è una intolleranza o una forma perversa di prevaricazione, perché Alex sa quello che vive e gli succede nella relazione significativa con la sua donna, meglio “moglie. Il “tirarla dietro” è sgamante del vissuto misogino di base psichica e socioculturale che Alex si porta dentro e dietro. Questo ultimo dato giustifica il titolo del sogno, “Il maschilismo”, questo ultimo dato qualifica la verità profonda di un uomo che è legato alla sua donna e moglie e che la vive come subalterna o complementare per la “introiezione” di un “fantasma” in riguardo alla madre nella prima infanzia e di uno schema culturale dominante in riguardo alla donna nella vita sociale.

Cosa ha messo in gioco psichico Alex di suo e d’importante in questo sogno?

La risposta è il “fantasma” materno e lo “schema” culturale, due elementi trattati dal meccanismo di difesa della “introiezione”, del mettere dentro per sostenere la struttura psichica e per formare la “organizzazione psichica reattiva”. Il primo, il “fantasma”, lo ha elaborato nel primo anno di vita in riferimento alla persona che lo accudiva e proteggeva, la madre, il secondo lo ha elaborato nel corso dell’infanzia e dell’adolescenza vivendo nella famiglia e nella società. Alex ha introiettato un’immagine ambivalente della madre come di donna possessiva e tirannica, unica e indispensabile, importante e fagocitatrice, il “fantasma” per l’appunto nella sua versione “positiva” e “negativa”, il “seno buono” che nutre e dà la vita e il “seno cattivo” che coarta e soffoca. Questa era la modalità del suo pensiero nel primo anno di vita, quella dello “splitting” ossia di scindere un vissuto complesso, per motivi difensivi dall’angoscia di abbandono e di morte, in parti, la mamma buona e la mamma cattiva e non di concepirlo nella sua interezza concettuale, la mia mamma nel bene e nel male. A quest’ultimo traguardo lo porterà nel tempo la funzione razionale dell’Io. Per quanto riguarda lo “schema” culturale, è oltremodo semplice rilevare il prevalere della “concezione pessimistica della donna” da parte delle masse sin dai tempi atavici delle religioni bibliche e coraniche, nonché delle civiltà antiche. La cultura dominante nei tempi della formazione psichica di Alex collocava la donna nella sfera della complementarietà subalterna, piuttosto che nella giusta e dovuta simmetria. Ricordo che lo schema culturale si forma sempre in base ai “fantasmi” collettivi di un popolo, quelle concezioni suggestive che ancora oggi popolano la scena sociale. La donna inferiore e sottomessa al maschio è la concezione più infame nel suo essere pregna di deliranti pulsioni che chiedono spesso il loro appagamento omicida nelle persone fortemente compromesse a livello di equilibrio mentale. “Maschilismo” è il termine morbido che il vocabolario della lingua italiana fornisce per descrivere una psicodinamica individuale e relazionale veramente delicata e importantissima.

Il sogno di Alex si può congedare con soddisfazione.