IL MIO AMICO GIORDANO

LA LETTERA

“Ciao Salvatore,

sono il bambino Giordano e ho nove anni. La mamma mi ha detto che sei amico dei bambini e di scriverti. Devo dirti che non riesco a dormire perché ho troppi pensieri (compiti, scuola, paura di dormire).

Vorrei che qualcuno dormisse vicino a me, ma non mio fratello. Di solito prendo sonno e dopo mi sveglio senza motivo e non riesco più a dormire. Ho paura che c’è qualcuno giù e che venga su a farmi male.

A me piace sentire la tv accesa perché mi fa addormentare. Sentire i rumori dei canali belli mi tranquillizza. Mi piace sentire la mamma che parla, che manda i messaggi alle sue amiche e manda i messaggi vocali.

Mi piace se alza a tutto volume la tv e quando tira lo sciacquone del bagno. Non prendo sonno quando qualcuno mi fa vedere brutti canali e una volta mi è rimasta impressa una cosa che la nonna mi ha fatto vedere. Adesso voglio che mi si toglie dalla mente questa cosa e prego la mamma di togliermela dalla testa.

Non riesco a dormire perché ho paura. Ieri mi era entrato fumo negli occhi e avevo paura di non poter aprire gli occhi e mio fratello era preoccupato per me.

Quando vado a dormire e non riesco a dormire, ho paura di essere sveglio soltanto io.

Dopo un po che sono sveglio, ho paura che sento i rumori e che entrano i ladri in casa e vengono su a farmi male e a prendermi. Ho paura che vengono su i mostri quando vado a dormire e chiudo gli occhi e mi sento un bruciore e non riesco a dormire.”

LA RISPOSTA

Amico mio Giordano,

ti ringrazio per le belle parole e per avermi regalato le tue paure. Io sono amico dei bambini perché sono cresciuto fuori, ma dentro sono rimasto un piccolo mascalzone. Vedrai che in qualche modo ti spiegherò quello che ti succede e così riuscirai a capire le tue paure e le butterai giù nel cesso tirando lo sciacquone, come fa la mamma ogni sera con tuo grande sollievo. Intanto tu non sei un bambino. A nove anni sei promosso “ragazzo” perché stai crescendo e il tuo corpo e la tua mente sono in evoluzione.

Hai visto quante cose pensi appena vai a letto?

Da sveglio e anche mentre dormi la tua mente e il tuo corpo continuano a lavorare, a sognare e a vivere. I pensieri ci sono sempre perché sei un ragazzo sano, i pensieri sono i tuoi pensieri e li devi amare e curare come fai con il tuo corpo dandogli da mangiare e facendo la doccia. Anche quelli che tu definisci pensieri brutti, il ladro, il mostro, le paure, i canali, sono soltanto pensieri che produci tu con la tua mente e che ti fanno paura soltanto perché pensi che potrebbero realizzarsi. Ma sono l’energia della tua mente, quella che usi anche per fare i compiti e per ragionare con la gente.

A proposito di compiti, devi essere uno scolaro bravo e diligente, devi imparare quello che ti insegnano le maestre e i maestri, ma soprattutto devi essere un buon figlio e imparare dai tuoi genitori e dai tuoi nonni. Più impari e meglio è per la tua vita futura. E’ meglio essere istruito piuttosto che un felice ignorante.

I compiti sono tanti e troppi?

Ce la fai, perché tu non sei una “mammoletta”, sei un ragazzo in gamba, uno che sta crescendo sano e bello, uno che si vuole bene, che non si lamenta e che vuole mettersi sempre alla prova. I compiti non sono il problema e tu non devi confondere le capre con i cavoli, non devi mischiare le tue paure con le azioni che ti servono per diventare “grande” in ogni senso. Allora i compiti e la scuola non devono farti paura semplicemente perché sono parte della tua vita di ragazzo che sta imparando e che sta crescendo. Lo studio non è fatica, è piacere, è la gioia di conoscere te stesso e quello che ti circonda. Come ti dicevo prima, più impari e più potere avrai nella tua vita futura. Devi essere curioso e chiedere, chiedere e ancora chiedere, devi sfruttare tutti gli adulti che ti circondano a cominciare dal papà e dalla mamma.

Passiamo adesso a tuo fratello, quello che non vorresti che dormisse vicino a te e che non può aiutarti a superare le tue paure. E’ vero che tuo fratello non ti può essere d’aiuto perché, diciamoci la verità, tu vorresti la mamma al tuo fianco in quel letto e non il fratello che in qualche modo ti porta via una parte delle attenzioni e dell’affetto dei tuoi genitori, quel fratello che spesso vivi come un rivale e un rompiscatole. In effetti è tuo fratello e ci sta bene anche lui nella famiglia.

Riesci a immaginare la tua casa senza tuo fratello?

Sì, ma per un minuto e mezzo e dopo lo cercheresti come amico, compagno di giochi e complice quando ci si deve difendere dai genitori brontoloni e stanchi e a volte anche distratti. Con tuo fratello puoi e devi soprattutto parlare, regalargli i tuoi pensieri rivestiti delle tue parole.

Sai quanto ti serve e ti fa bene parlare?

Tantissimo, perché ti scarica le tensioni e ti libera dalle paure. E poi, le tue parole sono i regali che tu fai agli altri. Stai però attento a non esagerare e a diventare antipatico. Abbandona quindi il sentimento di rivalità verso tuo fratello e vivilo come un complice, un ragazzo che ha i suoi pensieri e le sue paure, i suoi pregi e i suoi difetti, il tuo unico e irripetibile fratello insomma.

Ma che cos’è la paura di dormire?

Cosa significa il fatto che vado a letto e mi vengono in mente i brutti pensieri?

Facendo i conti all’ingrosso, caro Giordano, tu hai ancora tanto bisogno della mamma, una mamma in carne e ossa, tutta ciccia e tutta massiccia, quella che ti cura e che non ti fa mancare niente, quella che ha anche un altro figlio, quella che deve anche darsi da fare con il papà, quella che va a lavorare e che porta a casa i soldini per non farti mancare niente, quella a cui sei tanto legato e di cui sei quasi innamorato. Questo è il vero problema. Ed ecco che, quando scende la sera e arriva il buio e bisogna andare a dormire, ti viene fuori questo bel sentimento e la vorresti al tuo fianco e tutta per te. Questo è il vero problema da risolvere e non il mostro, il ladro e i brutti canali. Il tuo bel problema è la mamma e, aggiungo, anche il papà. Le tue paure sono queste: “cosa farei io se non avessi la mamma?”, “e se restassi solo?”, “e se mi abbandonassero?”. Ecco che la tua testolina matta allora pensa al ladro, al mostro e alle altre brutte cose.

Così, caro amico mio, come puoi dormire?

Se pensi alle tue paure, ti innervosisci e basta. La soluzione è questa. Non potendo eliminare il pensiero, cambia la paura in qualcosa di bello e di buono. Pensa a quanto sei legato alla mamma, alle sue abitudini, alla casa, alla famiglia, alle tue cose, ai tuoi amici, alle tue amichette, al tuo cane, al tuo gatto e al tuo elefante immaginario. Non dimenticare mai di prenderti cura della mamma e di farla contenta, ma non dimenticare che il papà ha bisogno del tuo affetto anche se è tanto impegnato nel lavoro e lo vedi poco. Cerca di frequentarlo di più e così prenderai da lui quel coraggio e quella sicurezza che adesso ti mancano soltanto perché sei un ragazzo che sta crescendo nel corpo e nella mente. Le paure falle diventare belle, trasformale come un mago in pensieri affettuosi e in fantasie, in sogni da vivere e in progetti da realizzare. Vai a letto con tutta l’allegria della tua giovane età e con tutta la spensieratezza dei tuoi desideri.

Concludo dicendoti che tutto quello che tu stai vivendo, lo vivono tutti i bambini e i ragazzi di questo mondo e senza alcuna distinzione, lo ha vissuto la mamma e il papà, lo abbiamo vissuto tutti e nello stesso modo.

Anche il tuo amico Salvatore è stato un bimbo e un ragazzo pieno di paure e di pensieri. Anch’io ho avuto una mamma bellissima e buonissima. Si chiamava Tita, era figlia di un macellaio ed era tutta ciccia e tutta trippa. Aveva il solo difetto di avere sei figli: Giovanni, Lucia, Franca, Ines, Pia e Salvatore. Io ero il più piccolo. Pensa quanto avrei dovuto soffrire se fossi stato geloso dei miei fratelli, se mi fossi lasciato prendere dal sentimento della rivalità fraterna. Anch’io sono stato innamorato della mia mamma e ho cercato sempre di godermela a più non posso insieme ai miei fratelli. Con loro ho fatto il patto di non lottare anche perché me le avrebbero date di santa ragione. Ti devo confidare che anch’io ho scritto una lettera alla mia mamma Tita nel lontano 1953.

Ti racconto.

C’era stata la guerra e c’era tanta povertà, ma noi bambini eravamo contenti di stare insieme a giocare di giorno nella strada senza macchine e, anche se avevamo tanta fame, bastava non pensarci e l’appetito passava subito. Ma la notte cominciavano i guai. Quelle paure che tu mi hai raccontato le avevo non soltanto io, ma anche tutti i miei compagni. E così ho scritto alla mia mamma Tita e le ho detto che la notte mi spaventavo per i ladri, per gli zingari, per i vecchi senza denti, per le vecchie brutte e anche per i fantasmi di cui raccontava la zia Carmela. Lei prima mi ha rassicurato e consolato, dopo mi ha portato da una vecchietta buona che mi ha spalmato l’olio santo d’oliva nella pancia e ha recitato le sue preghiere in latino. Mia madre l’ha pagata con un pugno di ceci e io sono guarito per sempre.

Ma sai perché?

Non perché credevo a quello che aveva fatto la maga, ma perché ho capito quanto mi voleva bene la mia mamma e quanto desiderava che io stessi bene. Di fronte a tutto questo mare di amore non potevo fare altro che nuotare sicuro e senza annegare. Sono diventato grande a otto anni. Da allora mi sono preso cura della mia mamma e quando avevo dieci lire compravo dieci caramelle di carrubba, cinque per lei e cinque per me. Quando avevo cento lire, compravo un arancino di riso fritto per me e uno per lei e, se avevo duecento lire, compravo un cannolo alla ricotta per me e uno per lei. Poi mi sono avvicinato a mio padre e gli ho chiesto di portarmi con lui allo stadio per la partita di calcio e, tu non ci crederai, quell’anno la squadra del Siracusa ha vinto il campionato di serie C ed è stata promossa in serie B. Pensa che gioia!

E allora, caro amico mio, vedi che stai perdendo tempo con le tue paure?

Vedi che non ti stai godendo la vita, la tua bella persona, la tua mamma, tuo fratello, tuo papà, i nonni e tutte le persone che ti vogliono bene?

E allora, “su con le recie” e “in culo alla balena”!

Mi raccomando di voler bene anche agli animali e alle piante. E se cominci a innamorarti di qualche ragazzina, ricordati che è tutta salute per te e per la mamma.

E sai ancora cosa ti dico?

Per festeggiare la tua vittoria sulle paure, pianta un albero nel terreno del nonno, un melo o un pero o quello che tu vuoi, e così ti vedrai crescere sicuro e sereno insieme a lui. Da parte mia quando andrò in Sicilia, pianterò due ulivi nel mio giardino e li chiamerò Giordano e Gregorio. Come prova manderò la foto alla tua mamma.

Caro Giordano, caro amico mio, questo è il prezzo che bisogna pagare per crescere e per crescere bene. Se adesso tu pensi alle tue paure e a quello che ti ho detto, ti accorgi che le cose più importanti sono volersi bene e voler bene, esprimere sempre le proprie emozioni e i propri sentimenti. Le altre cose sono tutte stronzate. E ricordati sempre che hai avuto un gran “culo” nascendo nella tua famiglia.

Ti voglio bene.

Credimi!

Salvatore

P.S. Ogni tanto qualche parolaccia puoi dirla. Ti fa soltanto bene scaricare i nervi quando immancabilmente arrivano. Stai lontano dal fumo che giustamente fa male agli occhi.

Concludo dicendoti che, quando non riesci a dormire, sveglia pure la mamma e tuo fratello e insieme recitate questa divertente scenetta. Sarà un problema trovare gli asini, ma so che in qualche modo ce la farai.

E se non hai capito bene le parole, ascolta questa versione.

LE BRIOCHES SECCHE E L’UCCELLO STUPENDO

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

Mi trovo con mia mamma e cerchiamo cibo all’interno di un magazzino.

Mia mamma mi dà delle brioches al cioccolato piene di zucchero, buone in apparenza ma un po’ secche.

Mi chiedo perché mi dà brioches poco biologiche.

Mia madre scompare, mi trovo in casa e sto guardando da una finestra il cortile.

Si avvicina e si attacca alla finestra un uccello stupendo coloratissimo.

Le piume sono piene di fiori rosa e azzurri. Il corpo è colorato come l’arcobaleno.

Poi arriva un altro animale più brutto.

L’uccello colorato era un gufo simpatico come il pupazzo che ho in casa.”

Questo è il sogno di Lexeiandra.

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Il sogno di Lexeiandra verte sui temi dell’affettività e della maternità. L’esordio propone gli affetti pregressi, normalmente evoluti e utili alla situazione esistenziale in atto: l’affetto della madre.

Di poi, il sogno elabora la situazione psichica e affettiva che Lexeiandra sta vivendo, le aspettative, i desideri, le esigenze di dare: i classici temi della “libido genitale”.

Il sogno di Lexeiandra si può proprio definire un monumento in onore della “libido genitale”, dell’amore materno nella dolce attesa di essere vissuto ed esercitato.

Il sogno viene elaborato da un ”Io” mezzo vigile e mezzo addormentato che rievoca e racconta formulando, nonostante la veglia, una simbologia interessante.

SIMBOLI ARCHETIPI FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

Mi trovo con mia mamma e cerchiamo cibo…”

Manifesta è la dimensione affettiva: “mia mamma” e il “cibo”. Lexeiandra non poteva fare un’associazione così potente e chiara. Ma riattraversando l’amore materno lo trova inadeguato al presente: “mi dà brioches poco biologiche”. Lexeiandra si è identificata a suo tempo nella madre e ha maturato la sua identità femminile e la sua femminilità. Adesso sta procedendo per la sua strada secondo i suoi progetti di vita e le sue emergenze esistenziali. Le brioches “un po’ secche” attestano del tempo trascorso e dell’amore materno evoluto, nonché della ricerca di nuovi amori e di nuovi affetti. Aggiungo che il “secche” e il successivo “poco biologiche” possono attestare anche dell’età matura della madre e della conseguente sterilità: “Mi chiedo perché mi dà brioches poco biologiche.”

Questa è la prima parte del sogno di Lexeiandra secondo una versione immediata e appariscente. Andiamo a cogliere i successivi simboli alla luce dell’evoluzione del sogno.

Mia madre scompare e… sto guardando da una finestra il cortile.”

Lexiandra è cresciuta, è autonoma e socializza, ha saldato le dipendenze psichiche dalla madre e guarda il suo avvenire prossimo, nonché cosa succede attorno a lei. Il “cortile” rappresenta la realtà relazionale e sociale in atto, così come la “finestra”, oltre a ricordare il titolo di un famoso film di Hitchcock, è una naturale apertura verso il mondo e le sue tentazioni.

Si avvicina e si attacca alla finestra un uccello stupendo coloratissimo”

Ecco il registro altamente simbolico! Arriva la prospettiva futura della maternità sotto forma di “un uccello stupendo coloratissimo”, un chiaro simbolo della capacità procreativa maschile. Si profila dalla finestra un uomo secondo la figura retorica della “sineddoche”, “la parte al posto del tutto”, l’organo sessuale al posto della persona. Ma si sa che il sogno, usando le modalità di pensiero del “processo primario”, elabora i contenuti psichici in maniera poetica. L’uomo maschio “si attacca alla finestra” secondo altra figura retorica, la “metafora”, per simboleggiare il rapporto sessuale. L’attributo “stupendo” condensa una caduta della vigilanza della coscienza e un abbandono psicofisico degno del migliore orgasmo, mentre “coloratissimo” attesta la multiforme vitalità e la variegata gioia di vivere. Il “colore” condensa la vivacità psichica nelle sue diverse espressioni, nonché la varietà e la variabilità dell’umore. In ultimo bisogna notare la delicatezza della simbologia sessuale del coito: “si avvicina e si attacca alla finestra”. Il sogno, oltre che poetico, non è assolutamente volgare. “Si attacca” condensa affetto e desiderio, sentimento e pulsione.

Le piume sono piene di fiori rosa e azzurri. Il corpo è colorato come l’arcobaleno.”

La maternità non poteva essere celebrata in maniera più colorata e brillante. I “fiori rosa e azzurri” contengono i sessi del nascituro: la femminuccia è rosa, il maschietto è azzurro. La cultura popolare va fiera dei suoi simboli e anche il sistema commerciale non è da meno. “Le piume” contengono il calore affettivo che prelude l’amplesso genitale, quei rapporti sessuali consapevolmente finalizzati alla gravidanza, amplessi senza ansia e ricchi di tanto poetico mistero. Passiamo a “Il corpo è colorato come l’arcobaleno.” Il corpo è quello dell’uccello: trasposizione del corpo di un bimbo che nasce secondo arcobaleno, la gioia della luce, l’acqua e i raggi del sole. Lexeiandra è consapevole della sua pulsione sessuale e del suo desiderio di figliolanza. Il livello psicofisico è saturo. Si aspetta adesso che la natura biologica faccia il suo corso prima del decorso gravidico. Fin qui tutto è bello e poetico. Per completezza si ricordi che “l’arcobaleno” abbraccia a livello collettivo il valore culturale della pace e della fusione dei sessi, la tolleranza sessuale e la libertà di amare.

Poi arriva un altro animale più brutto.”

Ecco che immancabilmente nel sogno di Lexeiandra “arriva” il rovescio della medaglia. Dopo l’uomo buono e degno di fecondare si presenta l’uomo brutto, la “parte negativa del fantasma del maschio”, quello indegno di essere amato e di essere ammesso alla propria vita sessuale. Lexeiandra usa il meccanismo primitivo di difesa dello “splitting” e scinde il “fantasma del maschio” in “buono” e “cattivo” secondo la sua linea di difesa dal maschio. Lexeiandra non si abbandona al maschio, ma da lui vuole un figlio: questa è la sua verità profonda del sogno, questo è il conflitto psichico che si attesta nel desiderio o bisogno di avere un figlio e nel mancato affidamento a un uomo per motivi non soltanto estetici. Per Lexeiandra non esiste al mondo un uomo degno di lei e che possa essere il padre dei suoi figli. Può esistere un uomo strumento procreativo e allora deve essere stupendo, altrimenti gli mancherà sempre qualcosa. Questo è il senso e il significato di “un altro animale più brutto.” Estetica e genitalità, bellezza e fertilità sono doti importanti nel corredo della maternità di Lexeiandra.

L’uccello colorato era un gufo simpatico come il pupazzo che ho in casa.”

Traduzione immediata: l’immagine dell’uomo e il senso della maternità, il fantasma del maschio e il fantasma della genitalità sono dentro Lexeiandra e non sono agite perché sono inanimate, “il pupazzo che ho in casa.” Il “pupazzo” è un feticcio che esorcizza l’angoscia della sterilità e il conflitto con l’universo maschile per eccesso di esigenze a carico dell’uomo che deve essere bello e deve saper procreare. Lexeiandra si difende dal coinvolgimento con il “gufo simpatico” che da un lato stimola il ricordo e dall’altro esorcizza l’angoscia. Il “gufo” è un oggetto su cui Lexeiandra trasferisce i suoi investimenti ideali e materiali, i suoi pensieri e le sue pulsioni, le sue paure e i suoi desideri, e non è certo il simbolo della iettatura o della iella.

Ricordiamo che il sogno di Lexeiandra ha detto in precedenza che fuori dalla finestra, nel cortile, c’è l’uomo bello e capace con cui concepire un figlio o una figlia, per cui si è obbligati a ben sperare.

PSICODINAMICA

Il sogno di Lexeiandra svolge il bisogno di diventare madre e il conflitto psichico e relazionale di trovare l’uomo giusto e degno di diventare il padre dei suoi figli. Questa psicodinamica è inserita in una cornice affettiva contrastata a causa di un’inopportuna pulsione narcisistica.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

L’istanza “Io” elabora il sogno tra il sonno e il dormiveglia oscillando tra la “posizione psichica fallico-narcisistica” e la “posizione psichica genitale”: la “libido” al servizio di se stessa e la “libido al servizio della maternità. L’istanza “Es” si presenta nella pulsione affettiva, “posizione psichica orale”, e nel profilarsi contenuto e difeso dell’istinto materno. L’istanza “Super-Io” non è in funzione dal momento che non si trovano nel sogno censure morali e limiti sociali.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

I meccanismi psichici di difesa coinvolti nel sogno di Lexeiandra sono la “condensazione”, lo “spostamento”, la “drammatizzazione”, la “simbolizzazione”, la “traslazione”, lo “splitting” o scissione del fantasma: “pupazzo”, “gufo”, “animale”, “arcobaleno”, “piume”, “uccello stupendo”, “finestra”, “cortile”, “brioches”, “cibo”, “biologico”. Il sogno di Lexeiandra viaggia dal passato al presente psichico in atto senza “sublimazioni” e tanto meno “regressioni”.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Lexeiandra presenta tratti psichici marcatamente orali, narcisistici e genitali: affettivi, autocompiacenti, donativi. La “organizzazione psichica reattiva”, “ex carattere”, richiamata e prossima alla qualità “narcisistica”.

FIGURE RETORICHE

Le figure retoriche coinvolte sono la “sineddoche”, la “metafora”, la “metonimia”: “l’uccello”, la “finestra”, il “gufo” e altri simboli.

DIAGNOSI

La diagnosi dice che Lexeiandra sta maturando la possibilità della maternità e all’uopo si difende attraverso l’idealizzazione del maschio.

PROGNOSI

La prognosi impone a Lexeiandra di evolvere la pulsione narcisistica in “libido genitale”, di risolvere le sue resistenze alla relazione di coppia e alla maternità, di adire a una vita affettiva matura, di disporsi alla realizzazione dell’istinto materno.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta nella permanenza e nel rafforzamento del “narcisismo”, nella frustrazione dell’affettività e nello splendido isolamento con le conseguenti psiconevrosi depressive.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Lexeiandra è “3” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.

RESTO DIURNO

Il “resto diurno” del “resto notturno”, la causa scatenante del sogno di Lexeiandra, può attestarsi in un pensiero ricorrente legato a un progetto di gravidanza o alla visione concreta del suo desiderio in un’altra donna.

CONSIDERAZIONI METODOLOGICHE

Quanto incide la vita psichica nella dimensione biologica della maternità? La sterilità femminile può essere psicogena? La risposta immediata è negativa. Assodata e ribadita la concezione “olistica” per cui la psiche e il corpo, “psicosoma”, sono un “tutto” inscindibile, si può ritenere che un eccesso neurovegetativo, uno squilibrio tra le pulsioni organiche e i vissuti psichici, può influenzare negativamente le varie funzioni coinvolte: il respiro, l’appetito, la digestione, la sessualità, la deambulazione e altro ancora. La medicina psicosomatica e il meccanismo psichico di difesa della “conversione isterica” attestano della sensibilità del sistema neurovegetativo alle suggestioni psichiche e alle cariche nervose. La letteratura clinica ha riportato e riporta l’influenza dell’emozione patologica nella biologia della fecondazione. Si è detto e scritto che nella “sterilità psicogena” avviene la secrezione vaginale di sostanze spermicide, per cui l’ingravidamento risulta di difficile realizzazione. Nulla togliendo alla crisi della “omeostasi” e alle “conversioni isteriche” in base alle quali le cariche nervose in eccesso si scaricano nelle funzioni del corpo inibendole in parte e in qualche modo, la biologia della fecondazione e della gravidanza sono dei pilastri del “Genio della Specie” e difficilmente si possono contrastare o addirittura inibire. Oggi la scienza e la tecnologia mediche sono in grado non solo di accertare oggettivamente il quadro clinico di ogni donna, ma possono progettare e realizzare interventi finalizzati alla fecondazione e alla gravidanza. La scienza psicologica attesta giustamente la possibilità dei disturbi psicosomatici giustificati, come si diceva in precedenza, con lo squilibrio tra vissuto e organo, tra tensione nervosa e funzione, ma la “sterilità psicogena” non è da ammettere nel quadro della “medicina psicosomatica”. In sintesi: è sacrosanto essere equilibrati e non mandare in “tilt” il sistema neurovegetativo, ma non risulta che la sterilità di una donna sia causata dalla psiche o a essa deputata nonostante la gravidanza isterica, l’amenorrea, la dismenorrea e gli altri disturbi psicosomatici dell’endocrinologia femminile.

Vince sempre il “Genio della Specie”.

SCRIVE MAMMA LIMPIDA…

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“Caro Salvatore,

Geg ha sette anni e da settembre frequenta la prima elementare: compagni nuovi, tutti i giorni fino alle sedici e il sabato a casa. E’ sempre andato volentieri a scuola senza manifestare malesseri di alcun tipo. Si è integrato bene, le maestre sono contente di lui, è buono e bravo, è sempre gentile con gli altri bambini.”

Analizzo questa lettera di mamma Limpida passo dopo passo, vista l’universalità dei temi trattati e l’utilità per le quotidiane relazioni “padri-madri- figli”. Innanzitutto dico e affermo: averne di bambini, meglio ragazzini, come Geg!  E’ quasi perfetto nella sua normalità specifica e nell’esordio descrittivo della sua mamma. Soprattutto “è sempre andato volentieri a scuola senza manifestare malesseri di alcun tipo.” E’ un primogenito di buona razza e sa ben inserirsi nel gruppo; del resto, ha dovuto adattarsi sin dalla tenera età al fratellino e la famiglia non gli ha risparmiato giustamente le relazioni sociali. Bene, anzi benissimo! I bambini devono vivere in mezzo alla gente e non isolati in una gabbia d’oro o in una casa tecnologica: servono il popolo e la dimora. Geg non somatizza disagi psichici profondi, né tanto meno disturbi di poco spessore: questo è importantissimo! Ripeto: se un bambino regredisce e somatizza, è da considerare in maniera adeguata perché non sta bene e non sta crescendo bene, sta accusando una disarmonia evolutiva negli investimenti della sua energia vitale, tecnicamente detta “libido”, e sta formando il carattere in maniera fortemente conflittuale. In questo caso e soltanto in questo caso è doveroso preoccuparsi “clinicamente” della salute psichica dei figli. Per il resto bisogna sempre lasciarli liberi di vivere i loro giusti conflitti e di formare il loro necessario carattere. Quest’ultimo si forma e non si eredita. Di psicologico non ereditiamo alcunché! Quindi, affermazioni del tipo “mio figlio mi somiglia nel carattere o somiglia a …” sono del tutto generiche e soggettive, non hanno alcun riscontro scientifico perché la “psiche” non è inscritta nel DNA. Procediamo: “le maestre sono contente di lui”. Sulle nobili e mai adeguatamente valutate figure delle maestre bisogna dire che per i bambini rappresentano il prolungamento sociale della figura materna e della figura paterna, in quanto essi proiettano su di loro i tratti psichici che hanno già conosciuto e sperimentato nei genitori. E’ anche vero che, a volte, le maestre esagerano nelle valutazioni psicologiche dei bambini, ma non dimentichiamo che la scuola primaria italiana è altamente qualificata ed è sicuramente la migliore almeno in Europa. Concludendo questa prima parte, è giusto affermare che Geg “è buono e bravo, è sempre gentile con gli altri bambini.” La parola va ancora a mamma Limpida.

“Per me è stata duretta abituarmi ad aiutarlo a fare i compiti per casa durante il fine settimana, perché richiede tanta pazienza e tanto tempo e riconosco che a volte sono nervosa e poco carina con lui. Poi con calma recupero e sono più paziente e meno pressante. L’ho lasciato abbastanza libero di gestirsi nel limite del possibile e soprattutto non l’ho minacciato e tanto meno terrorizzato.

Sia lode alla mamma! Limpida è consapevole di non essere nata madre e di non essere stata educata a tale arduo compito. Ha soltanto sperimentato in primo luogo la sua mamma e si è fatta un’idea della figura materna in base al “criterio del meglio” e abbandonando in parte il “criterio della Nutella”. Limpida ha vendemmiato dalla sua esperienza di figlia le “parti migliori” di sua madre, le ha assimilate e le mette in atto con i suoi figli. Le “parti negative”, quelle che non ha gradito e condiviso, le ha lasciate alla sua augusta genitrice e alla sua cultura. Il “criterio della Nutella” si attesta nell’ereditarietà della crema da spalmare senza alcun cambiamento degli ingredienti e soltanto nel cambiamento delle generazioni: “la nonna la dava alla mamma, la mamma la dava a me e io la darò ai miei figli”. La libera e proficua evoluzione del costume genitoriale si attesta nel conservare il “meglio educativo” e nel sostituire il “peggio educativo” con il proprio “meglio”. Limpida ha ripreso a fare i compiti dalla parte opposta del suo essere stata scolara e senza essere maestra, ma essendo tanto di più e di più complicato, l’essere “mater et magistra”. Notevole la consapevolezza dei suoi limiti e la disponibilità a imparare per amore dei figli. E poi vogliamo trascurare l’educazione all’autonomia “nei limiti del possibile”? Ma, il capolavoro educativo di Limpida è costituito dall’assenza di minacce e tanto meno di terrore, di ricatti e di manovre colpevolizzanti. E’ importantissimo per il futuro equilibrio del bambino non indurre sensi di colpa. Già di suo il bambino non si esime dal colpevolizzarsi per le scelte d’investimento della sua “libido” durante il periodo critico della formazione del suo carattere, se poi ci mettiamo anche la mamma che gli grida “tu sei cattivo e mi farai morire”, il pasticciaccio è benfatto e quasi completo. Fin qui mamma Limpida è ineccepibile e ammirevole per la consapevolezza del suo ruolo nel presente e soprattutto nel futuro prossimo. Non ci resta che procedere nella speranza d’incontrare qualche problema e qualche conflitto in Geg. Scrive ancora mamma Limpida.

“Tutto è andato bene fino a due settimane fa. Geg è venuto a casa con una nota della maestra perché aveva dato un pugno a un bambino, che tra l’altro è un suo amichetto. Gli ho parlato senza fargli pesare troppo la cosa. Lunedì aveva verifica d’inglese e si è messo a copiare e la maestra si è accorta. Aveva anche una poesia da imparare e non l’ha studiata. Io non lo sapevo, ma l’ho scoperto stamattina da un’altra mamma, altrimenti non avrei saputo niente. Per il resto Geg ha buoni voti, anche se per lui non è mai il momento giusto per fare i compiti. Fino a questo punto il capitolo scuola.”

Geg mi piace tanto, ma veramente tanto. A sette anni comincia a realizzare la sua aggressività con un pugno di bambino dato a un altro bambino, oltretutto amichetto a conferma che l’aggressività non guarda in faccia nessuno e tanto meno i familiari e gli affini. Geg avrebbe voluto dare questo pugno al fratellino impiccione che gli ha tolto il primato affettivo in famiglia o al padre che gli è di ostacolo nella relazione e gestione della madre. L’aggressività nel bambino non deve raggiungere i livelli di guardia, limiti che si possono fissare nella pulsione sadica fine a se stessa. Ossia, se ci si accorge che il bambino ha un gusto della violenza fisica, allora s’interviene e si corregge. Ad esempio, se un bambino scortica una lucertola, ebbene sì, preoccupiamoci! Ma chi non ha dato un pugno a un compagno di scuola, specialmente se provocato? Mamma Limpida parla con Geg e non induce sensi di colpa. Ottimo! Ancora. Copiare una verifica è un capolavoro. Geg si sta addestrando alla vita futura e alla giusta difesa di sé, come ha imparato a casa anche a causa del fratellino. Bisogna favorire nel bambino l’intelligenza operativa, la “truffa sociale”, perché questa è la vera intelligenza, quella che serve nell’esercizio del vivere, e non quella astratta e teorica. Propongo un premio a Geg  perché ha copiato e alla mamma e alla maestra perché non l‘hanno colpevolizzato. Il bambino è “di sinistra”, tendenzialmente in ebollizione e rivoluzionario, e spesso gli adulti si sono dimenticati il loro essere stati bambini e sono diventati moralisti e bacchettoni. Geg è assolutamente normale nel suo essere se stesso e sta crescendo bene. Arriviamo alle poesie da imparare a memoria, quelle che fanno odiare a vita la letteratura. Geg non l’ha imparata e non l’ha detto alla mamma. Limpida deve imparare a rispettare la “privacy” del figlio. Ogni bambino deve avere un mondo di cose per sé e può anche non condividerle. I genitori devono avere la giusta discrezione e il doveroso rispetto e non devono fomentare sensi di colpa per l’esclusione della mamma o del papà. Bisogna sempre favorire l‘emancipazione anche perché in questo momento della sua vita Geg è alle prese con altri conflitti ben più importanti, quelli legati alla formazione del carattere e nello specifico il complesso di Edipo e il “sentimento della rivalità fraterna”. Geg è promosso a pieni voti, fino a questo punto, dal sottoscritto, che è stato anche insegnante per quarant’anni, soprattutto perché non vive di scuola e sa districarsi da solo nelle vicissitudini personali e relazionali. Procediamo sempre nella ricerca di un conflitto evidente e consistente nella psiche di Geg e sempre secondo la versione di mamma Limpida.

“Verso fine anno ha iniziato a essere insofferente in casa. Si annoia e non sa cosa fare, si stanca facilmente delle cose che fa. Il suo maggior desiderio è quello di andare dal nonno e stare a lavorare nei campi con lui. Il padre è un po’ geloso di questa cosa, perché la vive forse come se non volesse stare con lui.”

Finalmente si profila un problema, un problema serio: la “noia”. Cari genitori, quando vostro figlio vi dice che si annoia, cominciate a preoccuparvi e non sottovalutate quello che vi sta dicendo, perché è l’accusa di un disagio e la precisa richiesta di aiuto. La parola “noia” deriva dal greco “nous” che significa “mente”. Consegue che “noia” è la degenerazione di una delle funzioni della “mente” e nello specifico della dimensione del “desiderio”. Un bambino che accusa la “noia”, non solo non ha desideri, ma soprattutto non desidera. Geg sta vivendo il conflitto edipico con i genitori e il conflitto affettivo con il fratello. Ben venga la scelta di andare dal nonno, avendo capito l’importanza psichica del nonno e della nonna e il bisogno di Geg di spostare l’angoscia edipica dal padre, vissuto come un nemico cattivo che punisce, al nonno, il padre buono che rassicura e insegna soprattutto l’amore verso la natura. Bisogna favorire la terapia che Geg ha scelto per sé: viversi con il nonno amando, giocando e imparando. La formazione del carattere sta avvenendo e la figura del nonno consente possibilità d’identificazione in una figura maschile che coltiva passioni e ha tanto da dire e tanto da dare. Il padre non ha nessun motivo di essere geloso, anzi deve favorire e non proibire la terapia scelta dal figlio e deve intervenire proponendosi come padre allettante e non contro il nonno. Ecco cosa dice Geg alla nonna a  conferma del problema edipico e della rivalità fraterna.

“Geg ha raccontato alla nonna che il padre fa preferenze verso Gig. La cosa è un po’ vera. Gig ha un altro carattere e non si lamenta mai. Il padre ama i suoi bambini e loro vengono prima di tutto, però nei confronti di Geg è più severo, lo rimprovera e vorrebbe che fosse più docile. Ma Geg non lo è! Geg cerca tanto la complicità del padre, lo istiga, lo fa arrabbiare e poi va a farsi coccolare, però quando il padre gli propone di stare insieme lui, preferisce andare dal nonno.”

Gig ha un carattere diverso semplicemente perché i vissuti sullo stesso oggetto non possono essere identici: due caratteri identici non esistono neanche nei gemelli monozigotici. Anche Gig si sta formando e ha i suoi conflitti con il padre, con la madre, con il fratello e anche con il gatto di casa, ma al momento non si evidenziano in maniera teatrale perché Gig li elabora e li contiene usando meccanismi di difesa diversi rispetto al fratello Geg. Il padre è bravo, ma è severo con il figlio che in questo momento è in aperto conflitto con lui. All’incontrario deve essere suadente con Geg, il quale a sua volta non può essere docile con il padre perché la competizione è l’unica arma che in questo momento della sua vita la sua psiche concepisce. Il padre non deve punire e tanto meno colpevolizzare il figlio. La provocazione di Geg nei confronti del padre ha la finalità di constatare il legame affettivo di quest’ultimo nei suoi confronti. Meno male che c’è il sostituto del padre, il nonno venerando. Si vede chiaramente la psicodinamica edipica di Geg. Padre e figlio vivono la stessa psicodinamica in maniera diversa, uno come rifiuto da parte del figlio e l’altro come cattiveria del padre nei suoi confronti.

“Il padre lo punisce a volte vietandogli di andare dal nonno. Gli ho detto che secondo me è sbagliato e non ottiene niente, anzi peggiora la situazione. Dovrà essere Geg a decidere la domenica di star con noi e non con il nonno.
Ho parlato con Geg e ha detto che io non faccio preferenze, ma il papà sì.
Non pensavo fosse così difficile il ruolo dei genitori. Mi devo impegnare a essere più paziente, ma a volte la sera mi snerva perché non vuole fare niente di quello che gli dico. Come faccio? Non posso lasciargli fare quello che vuole! Grazie di tutto, intanto e aspetto i tuoi buoni consigli. Cordialità da mamma Limpida”

Sbagliatissimo e dannosissimo impedire al figlio l’esercizio degli affetti per motivi di gelosia da parte del padre. All’incontrario bisogna favorire la vita affettiva per dare a Geg la sicurezza dei suoi investimenti di “libido”, se vogliamo evitare che da adulto sia bloccato nell’espressione dei suoi sentimenti e nell’offerta erotica del suo corpo. Le preferenze sono il tema della rivalità fraterna. Geg sta dicendo che suo fratello è più amato di lui da parte del padre e che deve identificarsi nel padre, ma viene respinto e Geg provoca e, invece di un alleato amico e complice, si trova un padre che lo punisce confermando il senso di colpa di Geg e istigando in lui la conseguente espiazione. Certo che non bisogna consentire ai figli di fare quello che vogliono e i figli stessi non chiedono questo e non sarebbero capaci di chiedere e di fare questo. Bisogna ascoltarli, individuare il problema e agire sul conflitto nella maniera migliore. In questo caso il padre deve fare alleanza con il figlio due volte, una per il complesso di Edipo e l’altra per la rivalità fraterna, dimostrando a Geg che ha esagerato, che tutti stiamo bene in famiglia al posto giusto e facendo vedere i vantaggi dell’esser tanti e solidali. L’ostinazione di Geg conferma che il padre, non ha assunto la strategia giusta, perché è entrato in conflitto con il figlio e non l’ha capito. Ma la lettera di mamma Limpida non è finita.

 

“P.S. Mi sono dimenticata di dirti del peso. Geg ha sempre fame, mangerebbe sempre, anche per noia secondo me. Gig mangia poco e devo stare attenta a stimolarlo perché altrimenti non ha appetito. Geg è la mia fotocopia caratterialmente, forse per questo riesco a capirlo meglio del padre.

Anche con il peso non vorrei stressarlo troppo. Il padre, a volte, l’offende e gli dice che a dieci anni peserà più di un quintale. Aiutooooo!”

 

Se Geg ha sempre fame, sta chiedendo qualcosa di altro attraverso il cibo, una dose psichica maggiore di mamma e papà, un’attenuazione della conflittualità familiare, una comprensione a modo di avvolgimento psichico e di abbraccio fisico. Per il momento non ha gli strumenti psichici per fare da sé, quindi, cari genitori muovetevi con l’ascolto, con l’accudimento, con il nonno e fate in modo che possa tanto desiderare. Come si fa per farlo tanto desiderare? Non assillatelo con problemi banali e perbenistici, lasciatelo libero di scegliere il suo divertimento, lasciatelo fantasticare, lasciate che sorgano i bisogni legati al suo progressivo conoscersi e non siate impiccioni; soprattutto! Cosa vi chiede vostro figlio per stare e per crescere bene? Vi chiede di comunicare attraverso i sensi e di esaltarli: guardami, ascoltami, baciami, toccami, abbracciami, accarezzami. Il mio testo “Ma cosa sognano i bambini” sarà un ausilio psicopedagogico ogni qualvolta dialogherete con vostro figlio sul tema “cosa hai sognato stanotte”?

LA DONNA OLOGRAMMA E LA MAMMA IN CARNE E OSSA

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“Antonio sogna che la scuola sta per scoppiare.

Tocca un muro e vengono fuori delle lettere che dicono:“Benvenuto Antonio, è meglio che tu scappi con i tuoi amici.”

A questo punto compare una donna in ologramma, non in carne e ossa, ma fatta soltanto con un fascio di luce.

Antonio e i suoi amici si trovano in una capsula laboratorio che viene lanciata nello spazio e cade in un altro stato.”

Il sogno di Antonio ha varie e interessanti sfaccettature. Attesta la funzione di appagamento dei bisogni affettivi, manifesta i desideri in attesa di essere realizzati e ripara i traumi elaborandoli con i meccanismi di difesa dall’angoscia della “proiezione”e dello “sdoppiamento dell’imago”. Nel sogno di Antonio il materiale umano più delicato e drammatico viene offerto dal suo sistema psichico in maniera composta, costruttiva e “protreptica”. Quest’ultimo è il termine giusto per qualificare i processi e i meccanismi della psiche di Antonio. “Protreptico” significa letteralmente esortazione, desiderio e sforzo di sapere; in senso traslato “spinta in avanti” verso la soluzione del trauma e del conflitto. Il termine è greco e risale al grande Aristotele e a una sua opera di esortazione allo studio della filosofia in quanto salvifica scienza delle scienze, madre di tutto il sapere, compreso il “sapere di sé” necessario per conseguire una vita felice.

Ecco! Ma come può essere il sogno di un adolescente “protreptico”?

La risposta è semplice: la Psiche è “protreptica” perché investe “libido” e la intende verso la realizzazione di un progetto in appagamento di un bisogno psicofisico. La Psiche tende con l’esercizio del vivere al “sapere di sé”, alla migliore autocoscienza possibile nel momento storico che sta vivendo, in quel “breve eterno” che la caratterizza come “psicosoma”. Qualsiasi età è “protreptica” perché il vivere è “protreptico” per quanto riguarda il “sapere di sé”, ma cambiano gli strumenti intellettivi e cognitivi: il “processo primario” per l’infanzia e il “processo secondario” non disgiunto dal “processo primario” per l’età adulta: la fantasia e la ragione.

Ritorniamo al sogno.

Nella sua spartana semplicità, nonostante la fantasia dell’ologramma, il sogno di Antonio attesta fondamentalmente del bisogno di avere una mamma, ma non una “capsula” evanescente e freddamente luminosa e con l’aggravante di essere anche laboratorio, ma una mamma concreta “in carne e ossa”, tutta ciccia da palpare e da mangiare.

Questo è il tema; non ci resta che seguire la traccia con le interpretazioni dei simboli e con i rilievi impliciti.

La “scuola” è il luogo freddo della pseudo famiglia allargata che esclude l’intimità e lo scambio affettivo pregnante e significativo. La “scuola” è il luogo sociale labile e contingente imposto dalle istituzioni e soprattutto è il luogo dove non c’è la mamma. Si pensi al dramma della scolarizzazione dei bambini piccolissimi e piccoli, si rifletta sulla delicatezza di quel momento evolutivo. La scuola rappresenta la trasmissione del sapere ufficiale costituito negli schemi culturali della società in cui si vive, una forma importante del processo educativo, ma a livello psichico la scuola viene vissuta dal bambino come una forma di “Super-Io”, un’imposizione, un limite psicofisico, una prepotenza anaffettiva del padre e della madre e in particolare un tradimento affettivo da parte della madre. Soltanto in un secondo tempo il bambino maturerà i benefici sociali della convivenza e allora sarà arrivato a spegnere la decima candelina e non è detto che sia del tutto convinto di questa presa di coscienza e di questa conquista.

Antonio propone il luogo “scuola” come freddo in ogni senso e lo vuole distruggere: “sta per scoppiare”. Lo “scoppiare” equivale all’emergere violento di una difesa da una violenza subita e reiterata e ancora possibile, una risposta pulsionale a una bomba esterna per evitare lo scoppio della boma interna fomentata dai tanti traumi subiti in un ambito di costrizione e di vessazione, in ogni caso un ambito di grande gelo affettivo, un “quasi ghiaccio”. L’aggressività è la bomba interna che da un lato può brillare in maniera distruttiva, ma dall’altro lato è positiva perché la psiche del bambino si scarica dall’angoscia, dalle tensioni accumulate e dalle paure introiettate. Il metodo è da correggere perché lo scarico dell’aggressività produce inevitabilmente sensi di colpa: a trauma si reagisce procurando trauma, la legge del taglione di barbarica memoria, una legge tribale e uno schema giuridico che non sono memoria, ma sono ancora in atto. Antonio distrugge il luogo della sua angoscia e del suo dolore: il collegio o l’orfanotrofio o qualsiasi posto che evoca la sua consapevole sofferenza. Queste sono le sequenze psichiche: l’angoscia di solitudine affettiva legata all’abbandono e la progressiva comprensione dolorosa della sua situazione a cui consegue il darsi da fare per trovare una soluzione dentro di sé e fuori di sé. Decisamente Antonio in certi settori psichici è cresciuto anzitempo ed ha una maturazione superiore a un ventenne cosiddetto normale.

Come risolve Antonio in sogno il suo travagliato problema esistenziale e psichico?

Ecco che giustamente in un bambino si presenta in soccorso la componente magica della fantasia. Basta toccare un muro e avviene il miracolo della soluzione: “vengono fuori delle lettere che dicono: “Benvenuto Antonio, è meglio che tu scappi con i tuoi amici.” Toccare un muro è la magia usata come una forma di sollievo e come risoluzione di fuga dalla realtà severa e drammatica. Antonio allucina fortunatamente il suo desiderio di affettività e il suo bisogno di sopravvivenza con il suo sano e benefico narcisismo: “Benvenuto Antonio”!  Antonio si autogratifica, si autostima, si ama, si propone nella sua chiarezza mentale come il leader che salverà anche gli altri, i suoi amici, coloro che sono come lui, coloro che hanno sofferto e soffrono come lui: “simile simili cognoscitur”, il simile riconosce il suo simile.

Antonio è il benefattore del caso, prospetta per sé e per i suoi amici la fuga dall’angoscia, dalla solitudine affettiva, dalla follia: da qualche parte del mondo ci sarà una mamma che ci amerà, ma una mamma vera e affettuosa, non un surrogato e tanto meno una mamma meccanica.

Antonio gestisce nel sogno in maniera semplice e non pesante la soluzione per sé e per gli altri abituati a pesanti vessazioni, a severe frustrazioni e a precarie situazioni esistenziali. Rileviamo la generosità del povero che “sa di sé” rispetto al ricco che “non sa di sé”: il primo aiuta, il secondo ignora anche se teme e critica.

Ecco il problema della mamma ed ecco lo “splitting” sul fantasma della mamma. La mamma in ologramma rappresenta la “parte negativa” e la madre “in carne e ossa” condensa la “parte positiva” del fantasma. Il meccanismo di difesa della “scissione” o “sdoppiamento dell’imago” risale ai primi sei mesi di vita come modalità del pensiero infantile. Il bambino è costretto a usare la sua modalità mentale primaria per capire quello che sente,l’”istinto di vita” e l’”istinto di morte”, istinti innestati sul vivente

corpo-mente. La suora o la cameriera o la maestra o l’infermiera o una figura femminile qualsiasi è stata assimilata come la “parte negativa della madre”, un fantasma di donna meccanica, sia pur nella sua funzione di assistenza e di educazione, ma la freddezza affettiva non risolve la figura materna nella sua interezza. Ad Antonio interessa la madre in “carne e ossa”, la mamma affettivamente buona, quella del suo desiderio, quella finalistica e non quella meccanica, quella cicciona da “sentire” e da “gustare” per “sapere” di lei e del suo sentimento. La trinità del bambino “infante”, senza parole, è la sacra materialità del “sentire”, del “gustare” e del “sapere”.

Ed ecco che il sogno si conclude ottimisticamente riparando un trauma e rafforzando la presa di coscienza del problema: la migliore risoluzione a tanta sofferenza.

“Antonio e i suoi amici si trovano in una capsula laboratorio che viene lanciata nello spazio e cade in un altro stato.”

La “capsula”, come dicevo all’inizio dell’interpretazione, condensa la figura materna in versione vincolante e oppressiva, ma per Antonio il simbolo si attenua in maniera direttamente proporzionale ai suoi bisogni e ai suoi desideri nella semplice figura materna che lo avvolge, lo ama e lo protegge. Del resto, Antonio ha realizzato il suo bisogno di essere amato dalla mamma giusta: “cade in un altro stato”. E’ proprio vero anche in sogno che i desideri cadono dalle stelle: “de siderribus”.

La presa di coscienza di scappare e di risolvere l’anonimato affettivo, di avere l’identità psichica valida e un padre in cui identificarsi, in cui investire sicurezze e non labilità occasionali, tutto questo è presente nella psiche di Antonio. Intanto domina la madre, di poi recupererà necessariamente la figura paterna, ma per il momento Antonio deve rifarsi di tutte le mancanze di madre e di tutte le esigenze affettive inappagate. A tal uopo non esiterà a ricorrere a ricatti e a provocazioni per mettere alla prova la madre sul tema “vediamo quanto e come mi ami e dopo vediamo ancora quanto mi ami”.

Bisogna considerare che Antonio ha maturato anzitempo un carattere, meglio una “formazione reattiva”, molto sensibile ai temi dell’abbandono e della solitudine, un tratto depressivo che controllerà proprio convertendolo all’incontrario in un’iperattività. Del resto, Antonio ha maturato questi tratti e li porterà anche nella nuova e gratificante situazione di famiglia e li userà in attesa di acquisire i nuovi tratti del carattere e i nuovi meccanismi di difesa dall’angoscia. La Psiche è lenta nell’assimilare le novità e Antonio porta il vecchio nel nuovo con normali discrepanze per sé e per gli altri. I genitori e le maestre devono tenere in grande considerazione la reattività di Antonio al nuovo che sta vivendo e devono attendere con la giusta cautela che il nuovo si attesti e si componga nel carattere in atto. Il processo richiede tempo, ma Antonio conserverà i tratti basilari del suo carattere maturati in condizioni di grande precarietà e dovrà assimilarli sempre meglio per socializzare senza essere invadente e per essere padrone a casa sua. Antonio deve capire che non deve più salvare i suoi amici e che essere un eroico “leader” non serve più nella nuova situazione esistenziale.

La prognosi impone di portare in evoluzione l’assimilazione della figura materna e di adattarla alle nuove realtà e alle nuove esigenze. Antonio deve essere duttile nel sistemare il passato traumatico,visto che non lo può dimenticare, e deve evolvere il carattere evitando di regredire a tappe già vissute e superate. Antonio deve assimilare la nuova famiglia come la benefica palestra in cui liberamente agire nel rispetto degli altri. Antonio deve capire che non può usare in questo nuovo contesto gli stessi meccanismi di difesa che erano necessari nella vita del collegio o dell’istituto in cui era stato relegato e offeso. Antonio non deve ricattare con i suoi comportamenti provocatori la madre che ha tanto desiderato anche per non maturare successivamente sensi di colpa. Antonio deve anche concentrarsi sulla figura paterna e capirne la necessità al fine di una identificazione in lui e per acquisire la sua identità maschile. Il padre deve intervenire in maniera consistente sia per alleviare la figura materna da pesi formativi ed educativi, ma soprattutto perché Antonio in lui vede il senso del limite e maturerà un “Super-Io” non tirannico ma neanche eccessivamente liberale, oltre a trovare il suo presente psichico insieme al futuro prossimo. In sintesi Antonio deve razionalizzare la nuova gratificante situazione umana e psichica in cui si trova da quando “una capsula laboratorio” è stata lanciata “nello spazio” ed è caduta “in un altro stato.”

Il rischio psicopatologico si attesta nell’uso del processo di difesa  dall’angoscia della “regressione”, nel ripristinare tappe già vissute e non adeguatamente evolute come l’angoscia dell’abbandono e nella “fissazione” a questo traumatico passato.

Riflessioni metodologiche: i genitori adottivi incontrano normalmente  problemi nella relazione con i figli. Se sono infanti, i problemi sono quelli normali di tutti i genitori in quanto il “carattere” si forma con la loro presenza e la loro influenza, ma se il bambino ha più di cinque anni si presentano difficoltà, a volte anche notevoli, perché il “carattere” si è già formato in buona parte e non si può cambiare e tanto meno negare. Allora quale soluzione esiste? Il nuovo si deve innestare in maniera indolore nel vecchio: i tratti vecchi devono essere la base proficua per ricevere, assorbire ed evolvere i tratti nuovi. I genitori devono ben conoscere il quadro psichico pregresso del figlio e su questo devono inserirsi con il loro comportamento in maniera duttile e compatibile. In caso contrario il bambino maturerà un carattere conflittuale e oppositivo che lo porterà a soffrire e ad avere  difficoltà relazionali. Bisogna stare attenti a che il bambino non usi la “regressione” e la “fissazione” come strumenti di difesa dall’angoscia. Bisogna aiutarlo a razionalizzare la sua storia traumatica in maniera dolce e rispettosa  lasciandolo ricordare e parlare naturalmente e liberamente quando sente il bisogno. La figura dello psicologo è necessaria soltanto nel caso infausto della “regressione” e della “fissazione” e di sintomi psicosomatici, in particolare conversioni isteriche dell’angoscia. Altrimenti bastano i genitori e i parenti, in special modo i nonni, a portare avanti nel migliore dei modi l’evoluzione della formazione reattiva, il carattere per l’appunto. Questi ultimi devono ricordare sempre che la Psiche è lenta nel concepire le novità anche se belle e gratificanti. La Psiche si difende anche dalla gioia per paura di perderla e non assorbe la nuova realtà se non in un tempo relativamente lungo. Quello che state seminando oggi, vedrà la luce nel tempo e sempre in progressione fino al traguardo dell’autonomia psichica. Così sarà di Antonio e dei suoi sfortunati amici. Raccomando la benefica funzione dei nonni perché la loro mediazione psichica vale più di cento sedute di psicoterapia. Viva i nonni!

IL TRAUMA DELLA GRAVIDANZA

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“Francesca sogna di guardare il telegiornale e di sentire che una ragazza è  morta perché è stata punta da alcuni insetti che aveva nei capelli. Erano tre insetti neri.

La ragazza aveva i capelli biondi e lunghi.

Francesca va a dormire e si accorge che c’è una mosca nera e grossa, una mosca che sogna spesso, e ha paura di essere uccisa da quella mosca così grande e ha paura che va nei suoi capelli che ora sono lunghi e castani.

Non vuole ucciderla perché non è nella sua indole uccidere gli animali e pensa che, se la mosca si posa al suo fianco, non le farà nulla. Oltretutto ha troppo sonno per preoccuparsi.

Era sola in casa.”

Il sogno di Francesca verte su un tema molto diffuso nella veglia tra le donne, la paura della gravidanza indesiderata o non voluta o non programmata. Si tratta di un tema che coinvolge la donna sin dalla prima adolescenza, sin da  quando la giovane donna viene a sapere, per vie traverse o per vie dirette, del coito e della gravidanza. Il tema onirico è universale e riguarda, quindi, l’universo psichico femminile al di là delle varie culture. La paura della gravidanza richiama i dolori del travaglio e il rischio di morire durante il parto, un “fantasma di morte” per l’appunto. Non aver vissuto la paura della gravidanza e del parto è anomalo e anormale. L’antidoto al “fantasma di morte” e la ricetta a che la paura non traligni nella fobia e nell’angoscia sono l’educazione sessuale in famiglia e nelle istituzioni educative senza blocchi assurdi, senza moralismi culturali o tanto meno religiosi. In questo modo la normale paura non viene alimentata dalle angosce collegate al fantasma della perdita della vita proprio nel momento in cui si dona la vita. Nelle categorie fantasiose del “processo primario” gli opposti vita e morte coincidono, nella logica del “processo secondario” questi opposti sono inconciliabili. Il sogno merita di essere approfondito alla luce del tema che tratta e del vasto coinvolgimento che implica.

In una questione così traumatica l’atteggiamento immediato di Francesca nel sogno è il distacco tramite il telegiornale, la freddezza di una notizia, di un qualcosa che non la riguarda, una difesa dal coinvolgimento emotivo. La gravidanza indesiderata riguarda le altre donne e quindi “guardare il telegiornale e di sentire …” si spiega come una traslazione difensiva. Degno di nota è come il sogno esordisce in modo di consentire a Francesca di continuare a dormire senza che insorga l’angoscia della gravidanza e il fantasma di morte. Il sogno è la principale profilassi del sonno. Il sogno opera a favore del sonno perché senza sonno si muore: il sogno è una difesa biologica in primo luogo ed è reso possibile dai meccanismi che lo formano e dalla difesa per eccellenza che è la censura onirica.

Vediamo i simboli fondanti: gli insetti e i capelli. Gli insetti condensano gli spermatozoi, i capelli condensano i pensieri. Il tema si annuncia come il pensiero su una possibile gravidanza.  Attenzione, però, che il pensiero non degeneri nell’ossessione e che quest’ultima non si associ alla compulsione, alla necessità di compiere un’azione per esorcizzare l’angoscia. Francesca ha in mente la gravidanza e questo è assolutamente nella norma anche se la norma è soltanto una convenzione sociale utile alla convivenza. Ma la ragazza del telegiornale “è morta perche è stata punta da alcuni insetti che aveva nei capelli”. Ecco l’associazione: la morte si associa ai pensieri di gravidanza. La puntura richiama la penetrazione; la fecondazione degli insetti è succedanea. Una ragazza è morta di parto: questa è la paura di Francesca.

Gli assassini “erano tre insetti neri”. Il nero è il colore culturale del lutto, il tre è un numero significativo a livello simbolico, ma in questo caso attesta della vasta popolazione degli spermatozoi e della possibilità che a Francesca è capitato alcune volte di aver rischiato una gravidanza inopportuna e indesiderata. Ricordiamo che il tre è anche il simbolo della triangolazione edipica: io, il papà e la mamma. Ma di questo si parlerà avanti.

“La ragazza aveva i capelli lunghi e biondi.” La ragazza del telegiornale aveva tanti bei pensieri sulla gravidanza e desiderava avere un figlio. La gradevolezza del desiderio si evince dalla bellezza della ragazza ed è collegata per “conversione nell’opposto” alla sua morte.

A questo punto Francesca si coinvolge in prima persona ed entra in ballo:”va a dormire e si accorge che c’è una mosca nera e grossa, una mosca che sogna spesso …”. Il dormire equivale a una riduzione della vigilanza della coscienza, a un disimpegno dell’attività razionale, a un prevalere delle funzioni neurovegetative sulle funzioni del sistema nervoso centrale. In questo ritorno allo stato crepuscolare della coscienza Francesca rievoca la “mosca nera e grossa”, la prima pulsione desiderativa di un figlio” e quella volta avvenne in omaggio al padre nel pieno della tempesta edipica e in piena competizione con la figura materna. La mosca, in quanto insetto, condensa sempre il seme maschile, ma il simbolo si evolve nella gravidanza in grazie all’attributo “grossa”, alla caratteristica di essere unica e al fatto che la “sogna spesso”. Questa mosca grossa condensa uno spermatozoo andato a buon fine, fecondato ed evoluto in un feto e in un figlio, ma vertendo il sogno su tematiche fantasmiche si propende verso il desiderio di avere un figlio dal padre, classico delle bambine nel pieno della situazione edipica. Francesca “ha paura di essere uccisa da quella mosca così grande …”. Si presenta il travaglio mentale e il flusso dei pensieri più drammatici e addirittura funesti dell’età in cui la bambina pensa a come nascono i figli, a come avviene la deflorazione e la fecondazione, a come fa a entrare il pene in vagina e il figlio a uscire dal suo organo genitale. Di queste riflessioni prende paura dal momento che prevale il gioco delle dimensioni in atto. Il “fantasma di morte” è contenuto nella paura di essere uccisa da “quella mosca così grande”, una mosca decisamente anomala. La paura, in particolare, si concentra nei suoi pensieri di donna adulta, ”ha paura che va nei suoi capelli che ora sono lunghi e castani” e che allora erano “biondi e lunghi” come la ragazza del telegiornale, quella che è stata uccisa dagli “insetti che aveva nei capelli”. E questi insetti erano tre. Ma guarda caso! Questo è il numero del complesso di Edipo, io, il papà e la mamma: il triangolo basilarmente evolutivo per la formazione del carattere.

Francesca è a favore della vita, ha una vocazione femminile e un forte istinto materno, “non vuole ucciderla, perché non è nella sua indole uccidere gli animali”. Può correre il rischio di una gravidanza e superare le paure del travaglio e del parto. La Francesca bambina ha desiderato e ha provato angoscia, la Francesca donna ritiene che la maternità sia un evento naturale e pensa che “se la mosca si posa al suo fianco, non le farà nulla”. Nella realtà al suo fianco si possono posare un uomo o un bambino, i soggetti coinvolti dal tema del sogno. E poi, “oltretutto”, Francesca ha “troppo sonno per preoccuparsi”. Francesca si abbandona volentieri al piacere dell’orgasmo, prima di pensare alla fecondazione, alla gravidanza e al parto. Francesca vive bene il suo corpo e la sua sessualità.

Nel finale si presenta una nota apparentemente stonata, ma perfettamente in linea con il significato del sogno. “Era sola in casa.” Francesca non ha un uomo, ma non nell’attualità. Francesca non aveva un uomo nel passato, in quel passato in cui ha abbandonato le sue pretese sul possesso del padre e sulla fantasia di avere un figlio con il primo amore della sua vita, quell’amore che non i scorda mai, come dice saggiamente la voce popolare e le canzonette cosiddette leggere. Resta in lei la normalissima paura della gravidanza e del parto, ma questa non traligna in “angoscia di morte” e tanto meno in quella pericolosissima “angoscia di frammentazione” che fa perdere il contatto con se stessi e con la realtà.

La prognosi impone la perseveranza nell’emancipazione psichica dai genitori e il rafforzamento dell’autonomia anche dagli affetti significativi e importanti per un migliore gusto delle relazioni.

Il rischio psicopatologico si attesta nel degenerare della normale paura in dolore nel coito, in fobia del parto, in angoscia di morte.

Riflessioni metodologiche: il sogno di Francesca impone una breve digressione sulla fenomenologia psicopatologica pre-puerperale e puerperale, su cosa si manifesta a livello clinico in una donna che si accinge a diventare madre e dopo l’esperienza del parto: le “psicosi gravidiche” e le “psicosi post partum”. In ogni caso e al di là delle classificazioni nosologiche si tratta di reazioni al vissuto traumatico della gravidanza e del parto. Ripeto, si tratta di come la donna vive la gravidanza e il parto, di quali fantasmi si scatenano in questa meravigliosa ed eccezionale esperienza di dare la vita. Non a caso a livello simbolico l’universo femminile condensa “l’ontogenesi”, l’origine di ciò che è, e la “filogenesi”, l’amore della Specie. Le manifestazioni che si riscontrano dalla seconda metà della gravidanza fino al parto, anche in maniera acuta, possono essere a sfondo nevrotico e in particolare fobico-ossessivo, a sfondo psicotico, a sfondo depressivo. La donna può vivere il feto come un intruso e un pericolo per la propria vita e allora si scatena un “fantasma di morte”. Si verificano, quindi, situazioni conflittuali legate allo stato di gravidanza, al timore del travaglio e del parto, all’angoscia del prossimo ruolo materno, ma fondamentalmente è il “fantasma di morte” che la fa da padrone. Bisogna vedere come la donna riesce a gestire con la sua struttura psichica e i suoi meccanismi di difesa le pulsioni angoscianti del fantasma.  La psiconevrosi fobica e ossessiva esprime tale angoscia, ma la contiene in una dimensione conflittuale, per cui la donna soffre, ma non perde il controllo della realtà e a essa si attiene con la piena consapevolezza che si tratta di un problema da risolvere nel migliore dei modi. La psiconevrosi può tralignare e diventare “borderlines”, ai limiti tra la nevrosi e la psicosi; la donna perde il contatto con la realtà, ma poi si ricrede e critica il suo delirio. Le ”psicosi puerperali” si manifestano subito dopo il parto con ideazioni deliranti, disorganizzazione dell’esperienza della maternità, stati melanconici  maniacali, sensi di colpa abnormi, impulsi aggressivi verso il figlio e il marito e le persone intorno, fantasie proiettive sul neonato, stati confusionali contraddistinti da forme e contenuti onirici, come se la neomamma sognasse da sveglia. Trattasi di “psicosi reattive”, di sindromi scatenate dallo stato di gravidanza, dal dolore del travaglio e del parto, dall’angoscia di morte. La prognosi è sempre favorevole. Infatti, dopo un decorso di alcuni giorni la donna rientra nella sua normalità psichica vigilante e ritorna padrona a casa sua. Se esistono episodi psicotici precedenti, la remissione dei sintomi si allunga nel tempo. A livello psicologico le sindromi puerperali sono reazioni “post partum” legate anche alla rottura dell’unita madre-figlio e alla vulnerabilità psichica causata dal lieto evento. La terapia per eccellenza è la cura del figlio e l’allattamento. La prognosi impone la giusta educazione sessuale nell’adolescenza e la psicoprofilassi al parto e alla maternità. Quest’ultima non deve fermarsi a un’informazione su come avviene il travaglio e il parto e tanto meno a una visita della sala parto. La psicoprofilassi deve essere fatta da psicoterapeuti che hanno dimestichezza con i “fantasmi”, meglio con la psicologia del profondo. La psicoterapia è utilissima per ridurre i livelli d’ansia, per impedire che questi ultimi tralignino nella fobia e nell’angoscia, per accompagnare la donna al travaglio e al parto.

La preparazione al parto in ipnosi è indicata soprattutto per una catarsi psicofisica, per tranquillizzare e per rilassare. C’è tant’altro da dire e suggerire, ma mi fermo a questi elementi basilari. Buona fortuna alle aspiranti mamme!