L’AEREO TUTTO MATTO

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Una settimana fa ho fatto questo sogno che mi è rimasto impresso e ho deciso di raccontarlo sperando di averne un’interpretazione che mi possa alleggerire l’inquietudine che mi ha lasciato.

Ero in una città straniera, forse sud America, con mia moglie e mio figlio, che nel sogno ha l’età della realtà, 24 anni.

Dobbiamo prendere l’aereo per il ritorno.

Questo sogno è pieno di tunnel e gallerie. Il primo tunnel è trasparente, mio figlio lo attraversa ballando, ma quando esce è visibilmente drogato (qui la droga sembra libera, a disposizione).

Saliamo sull’aereo, io solo a fianco del pilota, ma non c’è una cabina di pilotaggio, né il secondo pilota.

Mia moglie e mio figlio sono seduti dietro qualche posto, come in corriera.

L’aereo inizia un percorso pazzesco, infila una galleria dove passa a stento, poi uno scivolo con acqua ma non decolla, continua fino ad un hangar dove io, non so per quale motivo, scendo e quando faccio per risalire l’aereo è decollato.

Un uomo che mi sembra un ufficiale mi dice di aspettare l’aereo alla tabaccheria che si trova a 10 minuti in fondo al corridoio.

Una rivenditrice di giornali mi dice che in realtà sono 20 minuti.

Mi sveglio.”

Peter

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Il sogno è da sempre, più che inquieto, inquietante perché non si comanda e non si può giostrare a piacimento in riguardo ai contenuti. Lo subiamo e temiamo che sia foriero di chissà quali ambigui messaggi. Nel tempo matura una larvata idea che si possa trattare di materiale psichico personale e allora aumentano le “resistenze” a voler conoscerne il vero significato.

Tutti vogliono “sapere di sé” o tutti non vogliono “sapere di sé”?

In questi dubbi amletici ci sostiene la simbologia che ci consente di non capire il vero significato del sogno, per cui spesso lo liquidiamo con la famigerata frase “chissà cosa voleva dire”. E chiaro che ci siamo imbattuti nelle nostre “resistenze”.

Cos’è la “resistenza”?

Trattasi di una difesa dell’Io intenzionata a impedire la consapevolezza del materiale psichico rimosso. Così disse Freud dopo la cosiddetta scoperta dell’Inconscio, dopo il ritrovamento di questa dimensione psichica dove andavano a finire e si sedimentavano tutti i vissuti ingestibili dalla Coscienza a causa del loro carico di angoscia. Freud era partito dalla pratica occasionale e fortuita dello stato ipnotico e con la paziente di Breuer, Anna O. e al secolo Bertha Papphenaim. Si era accorto che Anna o Bertha andava in uno stato di “trance” e ricordava esperienze dell’infanzia che la vedevano al fianco e in accudimento del padre malato. E dopo queste “abreazioni”, scariche nervose associate alla verbalizzazione del ricordo, Bertha stava bene. Questa fenomenologia e questa psicodinamica si esplicano anche nella veglia, ma sono contenute da un meccanismo di difesa dell’Io vigilante e cosciente che Freud chiamò “rimozione”. Per continuare a vivere ogni uomo non può sostenere il materiale psichico con tutto il suo carico emotivo, per cui naturalmente accantona e dimentica formando la dimensione psichica “Inconscio” che tanto inconscia non è semplicemente perché può essere ricordata dietro a stimoli e a pressioni. Siamo alla fine dell’Ottocento.

Insisto: che cos’è la “resistenza”?

Sir Fancis Bacon, agli inizi del Seicento e nell’intento di fornire all’Occidente una metodologia alla ricerca scientifica, professò in primo luogo l’assoluto bisogno di sgombrare la “Mente” umana dagli errori, dalle abitudini, dai condizionamenti, dalle illusioni, da quelle che definì “eidola”. Nel “Novum organon” ingiunse all’uomo occidentale di liberarsi dagli “idola tribus”, dagli “idola specus”, dagli “idola fori” e dagli “idola teatri” al fine di procedere, dopo la pulizia psichica e mentale, al procedimento scientifico basato sul processo logico dell’aristotelica “induzione”, “passaggio dal particolare all’universale”, l’opposto della “deduzione”, “passaggio dall’universale al particolare” per l’appunto. Cominciamo dagli errori della “tribù umana”, gli idoli psicologici e metodologici, passiamo agli errori legati alla “spelonca” di Platone, gli idoli delle sensazioni e delle percezioni, procediamo con gli errori del “foro”, gli idoli prodotti dalle relazioni e dalle comunicazioni umane, concludiamo con gli errori del “teatro”, gli idoli insiti nei sistemi filosofici. Questo è il sistema delle “resistenze” che impedisce l’avvento della verità secondo Francesco Bacone, una vera “piazza pulita” dei condizionamenti psico-culturali e delle metodologie religiose e filosofiche sedimentate nel corso dei millenni. Bisogna far “tabula rasa” per cominciare a costruire le verità scientifiche, quelle veramente oggettive e sperimentabili. Non è poco, se ci pensate, quello che che propone un uomo del Seicento per cominciare a costruire un “Uomo Nuovo” come il suo “Organon”, lo strumento antropologico. L’esigenza alla “catarsi” dagli errori e dalle false immagini sull’Uomo e sulla Realtà è stata sempre viva e regolarmente uccisa dalle strutture imperanti, il famigerato Potere.

E cosa si può dire in conclusione di quell’uomo che non scrisse nulla e che tutto lasciò dire ai suoi discepoli?

Sul problema delle “resistenze” Socrate ebbe da dire e da proporre in contrapposizione ai suoi colleghi Sofisti. La teoria orale coincide con la metodologia praticata: la “ironia”, la perdita progressiva delle false verità e convinzioni su se stessi e sulle proprie conoscenze. L’obiettivo del “conosci te stesso” è possibile soltanto con la destrutturazione progressiva dell’uomo, con la messa in discussione degli schemi culturali e la critica dei valori imperanti per procedere alla costruzione di una base umana su cui impiantare l’uomo nuovo, quello che “sa di sé” dopo aver saputo di “non sapere di sé e dell’altro”. La metodologia antropologica socratica è un esempio antico sulla necessità evolutiva di procedere da parte dell’uomo verso la ricerca e la scoperta degli autentici valori etici e sociali nella vera “agorà” e nell’autentica “polis”, città stato. Le “resistenze” sono sempre in agguato per fissare e consolidare le conquiste fatte negando l’essenza evolutiva dei processi psico-bio-culturali.

In tanta compagnia sta bene anche Epicuro con il suo lapidario tetra-farmaco per raggiungere l’ataraxia: bisogna liberarsi dell’angoscia che nasce dal pensiero degli dei, dal pensiero della morte, dai desideri eccessivi, dagli ideali politici. La Religione, la Psicologia, l’Etica e la Politica di vecchio stampo lasciavano il posto alla costruzione dell’uomo a-tarattico, privo di inutili angosce semplicemente perché aveva razionalizzato il suo quadro esistenziale e la sua collocazione nella Realtà.

Adesso tutto quello che ho detto adattatelo ai tempi attuali e “occhio ai dissennatori e ai dissennati”, mediatici e non.

E dopo Carosello tutti a nanna, come una volta!

Arriviamo e serviamo il sogno di Peter: un uomo separato rievoca la moglie possessiva e il figlio in piena crisi nascondendo tra le pieghe della moglie la propria madre, la figura da cui non ha saputo emanciparsi, una madre fagocitante o assente, in ogni caso una madre critica nell’abbondanza e nella penuria. Quest’uomo, divorato dal problema con la madre e con la moglie, non ha saputo collocarsi in maniera adeguata ed efficace nei riguardi del figlio e lo ha abbandonato all’alleanza conflittuale con la madre. Resta nel quadro un uomo solo che non riesce a realizzare ciò che desidera e di cui ha bisogno, un legame affettivo corretto e utile. Il prosieguo sarà di aiuto e supporto a quanto drasticamente affermato. Si sa che i sogni non te le mandano a dire le loro verità e, allora, non resta che far tesoro di questi salvifici e diretti messaggi.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

Ero in una città straniera, forse sud America, con mia moglie e mio figlio, che nel sogno ha l’età della realtà, 24 anni.”

Peter esordisce alla Camus, da “straniero” in casa sua e in special modo da estraneo nelle relazioni importanti e significative con la moglie e con il figlio ormai adulto. Peter ha qualche conto sospeso con queste due figure che, a giusto titolo, possiamo definire inquiete e inquietanti nei suoi vissuti. Il prosieguo del sogno darà il giusto conforto a questo disagio psichico ed esistenziale di Peter. Del resto, chissà quante volte un marito e un padre si è trovato in conflitto con la moglie e con il figlio. Importante è venirne fuori al meglio possibile nelle condizioni date e, come sempre, la “coscienza di sé”, non dico che aiuta, è indispensabile.

I simboli dicono che la “città straniera” rappresenta la parte psico-relazionale non condivisa e poco assimilata, il “sud America” nasconde la vitalità esotica e trasgressiva, “mia moglie” e “mio figlio” sono gli oggetti conflittuali d’investimento, “l’età della realtà” dimostra che il contrasto è ancora in atto.

Dobbiamo prendere l’aereo per il ritorno.”

La figura privilegiata e protagonista del conflitto di Peter è la figura femminile nella duplice versione di madre e di moglie. “L’aereo” è una chiara simbologia della figura materna nella valenza “fagocitatrice”, una donna oltremodo affermativa nel suo essere protettiva e nel destare sensi di colpa proprio per il fatto che, a modo suo, è di essenziale aiuto ai familiari. Questa è una madre di cui i figli hanno bisogno da piccoli perché risolve tanti problemi ed è anche una donna che spesso prende il posto del marito assente. Insomma, questo “aereo” è da prendere soltanto se necessario semplicemente perché condensa la “parte negativa” del “fantasma della madre”, quella possessiva e colpevolizzante, quella che crea dipendenze psicofisiche senza fine e al solo fine di appagare il suo esasperato narcisismo. Eppure l’importanza della madre in questo contesto è fuori discussione, sia nel viaggio di andata e sia nel viaggio di “ritorno”, sia nel fare e sia nel riflettere sul fatto compiuto e anche con una vena di nostalgia. La madre possessiva fa sempre le cose a puntino e al completo, non lascia mai niente al caso e tutto prevede anche per controllare i suoi “fantasmi” persecutori. E’ come il Principe del Machiavelli che nel buon governo e nella tirannia deve sempre prevedere l’imprevedibile.

Questo sogno è pieno di tunnel e gallerie. Il primo tunnel è trasparente, mio figlio lo attraversa ballando, ma quando esce è visibilmente drogato (qui la droga sembra libera, a disposizione).”

Nella sua psicodinamica con la moglie e con il figlio Peter riflette e rievoca i suoi “tunnel” e le sue “gallerie”, le sue costrizioni profonde e i suoi obblighi sociali, i suoi vissuti intimi e le sue emozioni non adeguatamente riconosciute, il suo mondo interiore ricco di contrasti e di conflitti a cui non ha saputo dare piena consapevolezza. Eppure Peter sa dell’esperienza profonda e coatta del figlio, il bisogno impellente a variare lo stato di coscienza e a far uso di sostanze stupefacenti. In ogni caso, questo figlio, che padre e madre non a caso accompagnano in tanta malora sudamericana, accusa qualche trauma psichico e non sta per niente bene, almeno nel vissuto paterno. Nello specifico Peter ritiene che il figlio sia vittima consapevole della madre, “trasparente”, e che abbia riconosciuto la sua dipendenza da cotanta figura senza riuscire a venir fuori dal “tunnel” della droga: esce ballando dal tunnel, un chiaro simbolo del cordone ombelicale materno. La droga è la chiara “traslazione” della figura materna, uno “spostamento” della dipendenza dalla madre alla sostanza. Tutto questo trambusto psicofisico avviene sempre secondo la buona novella onirica di Peter.

La simbologia esige che “ballando” si traduca in una disinibizione psicomotoria e in una espressione linguistica del corpo, “trasparente” in lucida consapevolezza e sindrome di convenienza, il “tunnel” in legame materno, la “droga” in variazione dello stato di coscienza inteso alle sfere subliminali.

Saliamo sull’aereo, io solo a fianco del pilota, ma non c’è una cabina di pilotaggio, néil secondo pilota.”

Anche Peter ha bisogno di salire nell’aereo, anche Peter non ha risolto del tutto la dipendenza da sua madre, dalla figura materna oltremodo protettiva e colpevolizzante, il suo “aereo” di origine. Anche Peter non ha scelto a caso questo tipo di donna come moglie. Peter ha ripetuto lo schema familiare e da una “madre” possessiva è passato a una “donna” possessiva da prendere in “moglie” e da farci famiglia. La questione psicofisica del figlio nella sua criticità viene totalmente presa in carico dalla madre. Trattasi di un costume familiare molto diffuso: il marito e il padre godono di un potere effimero, nonostante le apparenze ufficiali e sociali. Il quadro dice che in questa famiglia, perché di questo si tratta quando è presente la triade “madre-padre-figlio”, vige un profondo matriarcato, vige la “legge del sangue”: la “donna-madre” è al potere al di là della sua invisibilità e della sua visibilità. Tutti sono sull’aereo e dipendono dalla “moglie-madre”. Peter, nonostante il tentativo di raddoppiarsi nel pilota, non ha la cabina di regia e, quindi, non può occuparla, e non ha neanche l’ausilio del secondo pilota. Peter è proprio in netta minoranza in questa gestione totale della “moglie-madre”. Si arguisce anche che l’Io di Peter esercita un potere effimero nelle deliberazioni e tanto meno nelle decisioni da prendere nell’ambito della politica familiare. Insomma il potere maschile del padre e del marito è stato completamente assorbito in questa psicodinamica familiare dalla “moglie-madre” e in riguardo a una questione clinica del figlio.

I simboli si traducono in questo modo: “pilota” o gestione razionale dell’istanza psichica Io, “cabina di pilotaggio” o rafforzamento della funzione Io, “secondo pilota” o idem.

Mia moglie e mio figlio sono seduti dietro qualche posto, come in corriera.”

Il meccanismo di difesa della “conversione nell’opposto” si evidenzia immediatamente, a conferma di quanto si diceva in precedenza. Moglie e figlio formano una diade all’interno della Madre e appaiono docili e remissivi: “sono seduti dietro”. Tutto il contrario, ma Peter non può in sogno dirsi la verità e, per continuare a dormire, la camuffa a suo apparente vantaggio: io sono il capo e loro dipendono da me. La corriera è una ulteriore simbologia del potere materno nel suo essere un grande grembo con annesso un apparato sessuale. La divisione e la sperequazione della “madre-figlio” e del “padre-marito” sono oltremodo segnate. Questa determinazione psichica è spesso la causa della rottura dell’unità familiare, così come queste alleanze psichiche, apparentemente naturali, sono motivo di conflitto tra i vari membri della famiglia. La suscettibilità della “legge del sangue” impone il dettame mafioso “o con me o contro di me” senza alcuna possibilità di mediazione come in tutte le dittature sociopolitiche.

L’aereo inizia un percorso pazzesco, infila una galleria dove passa a stento, poi uno scivolo con acqua ma non decolla,”

Ed ecco a voi, signore e signori, lo psicodramma tanto atteso!

Peter vive malissimo la figura della moglie. Questa santa donna ne combina di tutti i colori e ne sa una più del diavolo. A livello di logica concettuale e consequenziale è oltremodo fuori di testa. Si mette in situazioni anguste di sofferenza e si procura emozioni a dir poco negative. Quando si lascia andare non arriva mai al dunque. In ogni caso questa madre è sempre estremamente realista e oggettiva, concreta e pragmatica e non si lascia mai prendere da idee e da ideali, da sublimazioni e da spiritualismi. Questa donna è massiccia e materialista, coatta e azzardata, pratica e pragmatica. Peter non è per niente contento di sua moglie e del suo carattere così affermativo. Non sa che fare con una una donna “fallico-narcisistica”, una donna che concepisce ed esercita il potere nella versione prevaricatrice.

I simboli traducono “percorso” in schema logico, “pazzesco” in ardito e non condivisibile, “galleria” in profondità e oscurità psichiche femminili, “a stento” in costrizione, “scivolo con acqua” in abbandono e lubrificazione sessuale, “non decolla” in non sublima e non si abbandona.

continua fino ad un hangar dove io, non so per quale motivo, scendo e, quando faccio per risalire, l’aereo è decollato.

Peter è colpito dalle stranezze della moglie e sta tessendo l’elogio dei difetti e delle eccentricità di questa donna. Comunica anche che è stato scaricato dalla signora. Peter conclude in gloria, suo malgrado o suo bengrado, la storia matrimoniale e familiare lasciando che la moglie vada per le sue tangenti e rimanendo a piedi dentro un hangar che sembra essere il polo di discordia della coppia e della rottura della famiglia. L’aereo decollato senza il pilota, il copilota e l’assistente rappresentano proprio la simbolica libertà conquistata da Peter nei riguardi della moglie e della madre del figlio ventiquattrenne e con problemi di dipendenza da sostanze.

I simboli dicono che “l’hangar” è la casa dell’aereo, “scendo” è una dissociazione ideologica e un volontario e benefico processo di perdita, “risalire” è un ravvedimento e un ripristino di equilibri turbati, “l’aereo” è la parte negativa del fantasma della madre-donna, “decollato” è la fuga risolutiva più che una “sublimazione di libido”.

I due coniugi hanno attraversato un periodo critico e si sono separati inciampando, come sempre, anche su questioni di divisione di beni materiali. Resta un figlio con il problema psicofisico dell’assunzione di sostanze che non è da poco nella rottura della famiglia.

Un uomo che mi sembra un ufficiale mi dice di aspettare l’aereo alla tabaccheria che si trova a 10 minuti in fondo al corridoio.”

Ecco che interviene il “Super-Io”, l’istanza psichica censoria e limitante, nonché guardiana del “principio del dovere”, nella figura dell’ufficiale, un militare oltremodo preciso e che suggerisce un collegamento con la moglie in un luogo per loro significativo, la “tabaccheria”, là dove simbolicamente si acquista la possibilità di variare lo stato di coscienza, là dove si smercia la sostanza che sbalordisce. Il tempo fissato nei “10 minuti” è generico o è un riscontro personale di cui sa Peter, mentre “in fondo al corridoio” dispone per un’ultima istanza di ritrovamento e di conciliazione.

Il senso del dovere di Peter ha fatto qualcosa per appianare il conflitto delle diversità caratteriali con la moglie e delle strategie nella gestione del figlio e del suo problema. Peter tenta di stabilire degli accordi da cui non derogare. Questo capoverso ricorda quello che solitamente succede nei conflitti di coppia e nelle separazioni a opera del giudice.

Una rivenditrice di giornali mi dice che in realtà sono 20 minuti.”

Il senso del dovere, degnamente rappresentato dalla figura militare dell’ufficiale, ha i suoi tempi. L’Io mediatore e realistico, nonché sociale, ha bisogno di un tempo di attesa più lungo, a conferma che con il dovere ci si impone una soluzione e non si discute, mentre, parlando e deliberando in ambito sociale, i tempi di una possibile riconciliazione si allungano.

I simboli dicono che la “rivenditrice di giornali” è la pubblica opinione, “in realtà” attesta che si tratta del principio omonimo a cui ubbidisce l’istanza psichica razionale “Io”.

A questo punto Peter ha sviluppato in sogno la sua bella psicodinamica di divergenza e di separazione dalla moglie, per cui svegliarsi è anche opportuno.

Questo è quanto si è potuto desumere dal sogno di Peter.

PSICODINAMICA

Il sogno di Peter sviluppa in maniera oltremodo simbolica ed emotivamente pacata la psicodinamica del dissidio di coppia e della rottura dell’unità familiare. Introduce un figlio in crisi di dipendenza e comunque in forte disarmonia psichica come concausa del dissidio che porta alla separazione. Evidenzia nella moglie e nella madre una caratteristica fortemente negativa: la parte possessiva e manipolatrice del “fantasma della madre”, nonché un forte pragmatismo utilitaristico che è in conflitto con l’apparente bonarietà del protagonista.

PUNTI CARDINE

Il sogno di Peter si lascia ben capire e decodificare in “Mia moglie e mio figlio sono seduti dietro qualche posto, come in corriera. L’aereo inizia un percorso pazzesco, infila una galleria dove passa a stento, poi uno scivolo con acqua ma non decolla, continua fino ad un hangar dove io, non so per quale motivo, scendo e quando faccio per risalire l’aereo è decollato.”

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

Dei “simboli” si è già ampiamente detto e soprattutto dello “aereo” come “parte negativa” del “fantasma della madre”. Mi tocca rilevare che questo “fantasma” appartiene a Peter e ha le sue radici nel modo in cui ha vissuto sua madre. Di poi, lo stesso “fantasma” è stato ridestato dal modo di apparire e di comportarsi della moglie con lui e con i figli.

“L’archetipo della Madre” è presente.

Il “fantasma” presente riguarda la “madre” nella “parte negativa”.

Nel sogno di Peter sono presenti le istanze psichiche “Io”, “Es” e “Super-Io”. L’istanza vigilante e razionale “Io” si individua in “pilota” e in “cabina di pilotaggio” e in “secondo pilota”. L’istanza pulsionale “Es”, rappresentazione dell’istinto” si manifesta in “Dobbiamo prendere l’aereo per il ritorno.” e in “tunnel” e in “gallerie” e in “hangar” e in “mai decolla”. L’istanza limitate e censoria “Super-Io” si vede nella figura di “un ufficiale”.

La “posizione psichica genitale” è dominante nel sogno di Peter: “Ero in una città straniera, forse sud America, con mia moglie e mio figlio,” e in “Mia moglie e mio figlio sono seduti dietro qualche posto, come in corriera.”

Il sogno di Peter usa i seguenti “meccanismi psichici di difesa”: la “condensazione” in “aereo” e in “tunnel” e in “galleria” e in “hangar” e in “ufficiale”, lo “spostamento” in “città straniera” e in “ballando” e in “droga” e in “seduti dietro” e in “decollato”, la “conversione nell’opposto” in “sono seduti dietro”, la “figurabilità” in “aereo”, la “drammatizzazione” in “L’aereo inizia un percorso pazzesco, infila una galleria dove passa a stento, poi uno scivolo con acqua ma non decolla, continua fino ad un hangar dove io, non so per quale motivo, scendo e quando faccio per risalire l’aereo è decollato.”

Il “processo psichico di difesa della “sublimazione della libido” non si evidenzia, mentre la “regressione” appare nei termini richiesti dalla funzione onirica. La “compensazione” non figura.

Il sogno mostra un tratto “orale” all’interno di una “organizzazione psichica reattiva genitale”: Peter manifesta problematiche affettive pregresse che ostacolano la sua collocazione in famiglia e i suoi “investimenti di libido”.

Il sogno di Peter forma del seguenti figure retoriche: la “metonimia” o relazione di somiglianza in “aereo” e in “tunnel” e in “galleria” e in “hangar”, la “metonimia” o relazione logica in “ufficiale” e in “decolla” e in “tabaccheria” e in “città straniera” e in “droga” e in “seduti dietro”.

La “diagnosi” dice che Peter presenta lacune conflittuali pregresse nella sua formazione affettiva e che ha ben maturato nella sua “organizzazione psichica reattiva”. Tale corredo e specifiche esigenze “orali” Peter ha portato in carico nella sua vita di coppia e familiare, candidandosi a una figura femminile similare alla figura materna o al suo contrario. La conflittualità affettiva con la madre si è riverberata nella moglie e nella madre di suo figlio, nonché in quest’ultimo in quanto figura in cui ha rivisto parti di sé.

La “prognosi” impone a Peter una proficua psicoterapia al fine di ben razionalizzare la sua formazione affettiva e i tratti caratteristici della sua “organizzazione psichica reattiva”. Nello specifico Peter deve capire quanti “fantasmi” ha proiettato nella donna, nella moglie, nella madre e nel figlio. Di poi, potrà cominciare a riappropriarsi dell’alienato e riprendere le fila della sua vita e delle sue relazioni significative e importanti, “in primis” il figlio e la moglie, “in secundis” le relazioni affettive e sociali. La madre di tutte le guerre psichiche si profila ancora una volta essere la relazione conflittuale con i genitori: “posizione psichica edipica”. Partire da lontano per arrivare vicino è più che mai fondamentale in questo caso.

Il “rischio psicopatologico” si attesta nella “sindrome depressiva” e nell’acuirsi dei “fantasmi di perdita affettiva”. E anche in questo caso sarà importante capire e diagnosticare il tipo di depressione. Il sogno lo individua in uno “stato limite”.

Il “grado di purezza onirica” è “buono” perché il sogno non ha subito contaminazioni logiche e si è mantenuto su piani narrativi comprensibili e altamente simbolici.

La causa scatenante del sogno di Peter, “resto diurno” del “resto notturno”, si attesta nell’esacerbarsi di una questione familiare o di coppia.

La “qualità onirica” può essere stimata nell’ordine del “surreale”.

Il sogno di Peter può appartenere alla seconda fase del sonno REM alla luce della sua carica emotiva e della sua acrobatica descrizione simbolica.

Il “fattore allucinatorio” si attesta nell’esaltazione della globale “cenestesi”, stasi e movimento: “esce” e “saliamo” e “c’è” e “sono seduti” e “infila” e “scivolo dietro” e “non decolla” e “decollato”.

Il “grado di attendibilità” del sogno di Peter è “buono” alla luce della chiarezza dei simboli e della loro lineare interazione. Il “grado di fallacia” è “minimo”.

DOMANDE & RISPOSTE

La decodificazione del sogno di Peter è stata letta da un collega, nonché grande amico, di Siracusa. Sono conseguite le seguenti riflessioni.

Collega

Un sogno decisamente importante e delicato. Si presta a una lettura profonda che riguarda l’infanzia, il primo anno di vita direi, di Peter e si presta a una lettura relazionale successiva che riguarda la coppia e la famiglia. Sto sintetizzando a modo mio quello che tu hai scritto. Il bambino Peter ha trasportato i suoi vissuti affettivi e le sue modalità d’amare e d’investire “libido genitale” nella moglie e nel figlio. Dalla madre si è sentito poco o troppo amato, ignorato o divorato. In ogni caso la donna, la moglie e la madre le ha vissute allo stesso modo. Nel sogno la madre si mangia il figlio e il marito, sempre secondo i vissuti di Peter. Due piani e due letture si riconfermano, una antica e l’altra successiva nel tempo. I due piani sono presenti nella psiche di Peter e lo condizionano ancora oggi nella maniera di voler bene e di amare. Ha bisogno di essere affettivamente divorato o ignorato e di collocarsi come figlio, ma cerca anche di essere autonomo e adulto e non sempre ci riesce. Insomma è un sogno ricco di implicazioni e di riferimenti, ma il piano di lettura resta quello iniziale: un bambino e un adulto ai ferri corti con l’affettività. Lo definirei un sogno “orale” più che “genitale” e semplicemente perché riguarda l’infanzia di Peter.

Salvatore

I riferimenti al presente possono essere i problemi del figlio. Ma chi è il figlio di Peter? Peter stesso o suo figlio? Entrambi. Magari il figlio ha avuto problemi di dipendenza, oltretutto legati nella radice alla sfera affettiva e a disturbi della stessa, e da lì Peter è partito per rispolverare i suoi mobili antichi con la formula fenomenale del sogno. Dalla dipendenza affettiva alla dipendenza da sostanze o dal gioco la distanza è breve, molto breve, quasi collima. Non dimentichiamo anche che i problemi seri dei figli, tipo la tossicodipendenza o la disabilità, spesso separano i coniugi, piuttosto che avvicinarli e rafforzarli nel comune impegno di affrontare situazioni delicate e a volte angoscianti.

Collega

La tossicodipendenza è la traslazione di un forte disturbo della sfera affettiva, è un tentativo fai da te di cura, un’auto-terapia, come le soluzioni alcoliche delle depressioni, quando un uomo o una donna ricorrono all’alcool o al vino o ai farmaci per non sentire l’angoscia di morte bussare alla porta. La depressione è la malattia non soltanto filosoficamente mortale, ma è soprattutto il fantasma primario che somatizziamo come prima conoscenza associandolo alla funzione materna del nutrirci. Stiamo parlando di esordio nella vita e non di riflessioni senili o di speculazioni mature. Abbasso i filosofi e viva gli psicologi, anzi e meglio, spazio alle Psicologie filosofiche.

Salvatore

Quando il problema della tossicodipendenza da eroina si presentò negli anni settanta in maniera acerba nel Veneto, le neonate famiglie borghesi si trovarono impreparate a tanta disgrazia sociale e a tanto disagio psichico. Le strutture sociosanitarie erano impreparate all’evento traumatico e i vari preti d’assalto e di cosiddetta “sinistra” più o meno operaia si arruffarono per carpire i milioni messi a disposizione dai ricorrenti governi democristiani & “company”. La vecchia e protettiva famiglia patriarcale si era scrollata di dosso il parassita feudatario di turno e si era smembrata in piccoli gruppi neocapitalisti con tanto di campi da coltivare e di fabbrichette da accudire. I figli non erano più protetti dai nonni e dalla vecchie, dagli zii e dai compari, dal gruppo familiare allargato. Specialmente i disabili in ogni senso furono emarginati e non trovarono una collocazione e un ruolo. Ecco che la famiglia borghese, anteponendo il profitto all’economia psichica, di fronte alla tossicodipendenza dei figli si smembrava e non riusciva a trovare il bandolo della matassa per ricostituirsi in maniera efficace. In quel periodo tanti erano i casi di giovani abbandonati a se stessi e agli effetti letali delle droghe pesantissime perché tagliate in maniera rocambolesca e con tanta fantasia. Quanti morti non riconosciuti dai familiari e quanti funerali evasi anche dalle suore per vergogna! Il sogno di Peter mi ha ricordato quel periodo eroico per tanti aspetti del Veneto, il miracolo del nord-est, e tanto doloroso per le giovani vite perdute nel tunnel della coazione a variare lo stato di coscienza per non cadere nelle spire della depressione. Infatti i giovani coinvolti nella tossicodipendenza erano i più deboli, psicologicamente parlando, ed era facile individuare la famigerata sindrome depressiva nelle loro trame psichiche. Cadevano nell’assunzione di droga i giovani che avevano un tratto o una organizzazione psichica a risonanza depressiva. Se era nevrotica ne uscivano dopo la prima batosta se non incorrevano in una “overdose” per ignoranza. Se erano fondamentalmente depressi non ne venivano fuori perché usavano l’eroina come farmaco antidepressivo che li faceva star bene e così non avvertivano l’angoscia di base. E le famiglie non sapendo che pesci pigliare li lasciavano al loro destino o a qualche comunità di varia natura e di varia cultura. Il novanta per cento sono in cimitero.

Collega

Certamente le varie comunità erano benemerite nell’aiutare alla meglio i giovani dipendenti da sostanze stupefacenti, ma tante erano approssimative. Mancavano la Psicoterapia e la Psicologia. La Psichiatria aveva soltanto strumenti chimici e costrittivi. La Cultura condannava e non capiva. La Religione condannava e si divideva in due. Tornando al sogno di Peter si può affermare senza ombra di dubbio e di smentite che non era semplice e non era indolore. In ogni caso è servito quanto meno a responsabilizzare Peter e indurlo a una sana razionalizzazione per vedere meglio nella sua vita passata e presente per costruirsi un futuro degno di un sano benessere e di un prospero equilibrio.

Salvatore

Aggiungo che, se poi riesce anche a ricucire le relazioni troncate o distorte, avrà fatto, per se stesso in primo luogo, un bel lavoro e un buon cammino.

In conclusione della travagliata interpretazione del sogno di Peter e in sollievo alla delicata psicodinamica propongo l’ironia sorniona sul tema delle difficoltà relazionali e soprattutto delle dinamiche familiari. All’uopo ho scelto la canzone di Stefano Rosso “Una storia disonesta”. Correvano gli anni settanta.

TRA PASSATO & PRESENTE

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“E’ estate e sono al mare, in piedi sulla parte alta di uno scoglio che a gradoni scoscesi penetra nell’acqua. Ci sono molte coppie di giovani e sono ragazza anch’io; siamo tutti in costume da bagno, ho un filarino con un ragazzo molto bello che mi bacia e sfiora con naturalezza. Sto bene, sono a mio agio con me stessa e con quello che c’è intorno (mi sento come mi sentivo realmente da ragazza, il corpo in mostra, baluardo di un infinito presente, e la mente proiettata di diritto su un futuro certo). Scendiamo in gruppo a vedere com’è il mare e lo trovo bellissimo. Ad un tratto noto che in realtà c’è un fiume che entra ad estuario in questo mare e porta con sé un’acqua verdastra e limacciosa, ma mi piace anche questo, sono estasiata da tutto quello che vedo.

Sono nel mio presente, ora, e cammino (ma a momenti guido) con la mia nipote adorata lungo l’argine di un ampio torrente in piena, sebbene con l’acqua calma e chiara; nel paesaggio c’è anche un grande fiume, incantevole. Proseguo ed arrivo ad un bivio: sulla destra scende una strada che porta al tratto di mare visto in precedenza e sulla sinistra un’altra arriva ad un pontile che dà sul lago di Garda. Vado da entrambe le parti, mi sento serena, c’è una bella luce, il paesaggio e la natura mi riempiono di felicità. Sono in compagnia di alcune donne, credo componenti della mia famiglia o care amiche.

Poi ritorno ragazza sullo scoglio ed è calata la sera. Con me c’è il gruppo di giovani di inizio sogno e ci stiamo divertendo, si ride, forse ci stiamo preparando per una festa. Mi giro e sulla sinistra vedo avanzare mio padre; il suo viso nel sogno non è affatto quello di mio padre: ha gli occhiali e una chierica, indossa un vestito elegante ma ordinario, grigio chiaro, sembra un travet. Sono così contenta di vederlo, mi si riempie il petto di gioia. Lo abbraccio forte e lui mi sorride e mi stringe a sé. Mi siedo su uno dei gradoni naturali dello scoglio e lui è su quello sottostante, mi gira la schiena e io allargo le mie gambe e le mie braccia e lo cingo forte nell’incavo del mio corpo. Provo un potente sentimento di amore che mi appaga pienamente. Non ho mai amato mio padre con il sentimento che provo nel sogno; ho amato mia madre così, vorrei dire “in modo così puro”. Era come se nel sogno provassi per la prima volta per un uomo un sentimento deprivato del suo potere seduttivo.”

Mi sono svegliata.

Questo è il sogno di Sabina

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Possono convivere in sogno passato e presente magari in una notte di mezza estate?

Certo, nel “breve eterno”!

Il sogno di Sabina è l’esempio di come la Psiche riesce a tenere nell’arco consapevole del suo orizzonte i “fantasmi” e le esperienze vissute al di là della loro qualità. La “coscienza di sé” è la consapevolezza di questo materiale psico-esistenziale fermata nel momento storico considerato. Il Vivere porta a trascurare la Psiche a vantaggio del Pragma, il vissuto psicologico rispetto al fatto occorso nella sua concretezza. Il sistema delle “resistenze” è funzionale alla difesa dell’equilibrio tra corpo e mente con il suo impedire l’afflusso alla coscienza del materiale psichico dimenticato o “rimosso”, così come il sistema dei “processi e meccanismi di difesa” opera in maniera articolata per lo stesso fine omeostatico: il contenimento dell’angoscia.

E così, vivendo e sin dal primo vagito, il trauma e l’angoscia scandiscono i tempi e i modi della riflessione su se stessi e sulla propria formazione. Il bambino infante usa i seguenti “meccanismi di difesa”, definiti per l’appunto “primari”: il “ritiro primitivo” che consiste nel non vivere l’angoscia fuggendo dalla realtà e disinvestendo, il “diniego” che si attesta nel rifiuto dell’angoscia e nella negazione della perdita, il “controllo onnipotente” che si esplica nel potere esercitato nel conflitto con la realtà traumatica, la “idealizzazione e svalutazione primitive” che si esercita nell’esaltazione della protezione da parte dei genitori e nella successiva delusione, la “proiezione” e la “introiezione” e la “identificazione proiettiva” che si giustificano con la difficoltà del bambino di capire la dialettica tra mondo interiore e mondo esterno e nell’attribuire all’altro il proprio passato psichico, la “scissione delle imago” e la scomposizione dei “fantasmi” nella “parte positiva” e nella “parte negativa”, la “dissociazione” che si attesta nella difesa dall’angoscia attraverso lo sdoppiamento dell’Io.

Questo è il corredo psichico difensivo del bambino. L’adulto userà “meccanismi e processi” sofisticati ed evoluti per difendersi dall’angoscia che è la “malattia mortale” secondo le Religioni monoteistiche, la filosofia di Epicuro, di Kierkegaard, di Schophenauer, di Heidegger, di Sartre e di altri filosofi che hanno posto l’accento sulla consapevolezza umana intorno alla fine e all’uopo hanno ricercato il fine della vita in base alla loro formazione psichica, ai loro “fantasmi” e alle loro esperienze vissute. Anche i filosofi hanno proiettato nelle loro opere il corredo composto dei loro turbolenti “fantasmi” e i tratti caratteristici delle loro “formazioni psichiche reattive”. Il processo difensivo è ancora più evidente nelle opere poetiche. Quindi, anche i poeti non sono esenti da “proiezioni” catartiche e da contaminazioni tra il privato e il pubblico. Provate a leggere Leopardi in chiave psicodinamica e ne vedrete delle belle.

Il sogno di Sabina si snoda narrativamente ponendo di tanto in tanto, quasi per gradire, qualche simbolo consistente e massiccio a testimoniare che il “processo primario” è in funzione, qualora qualcuno non se ne fosse accorto. E così tra il racconto e la rievocazione del passato la Fantasia immette i “fantasmi” per condire al meglio la minestra, di per se stessa gustosa e piccante sullo stile anni settanta. Sarà interessante scindere la narrazione descrittiva dalla simbologia dei “fantasmi” e tra ricordi e desideri, tra pulsioni ed emozioni il piatto della nostalgia sarà alla fine ben ricolmo di ricche e sfiziose primizie che il Tempo non è riuscito a consumare con le sue tinte grige e le sue sfumature altrettanto grige.

Il film di Sabina è in tre tempi e si svolge con un rimando temporale rincorrendo la figura paterna e materna. Il fine è quello di sistemare la “posizione edipica” partendo dall’adolescenza e arrivando alla maturità. Sabina non accettava il padre e si sentiva rifiutata. Nel sogno non solo lo recupera e lo riconosce, ma lo adotta al fine di integrare la sua identità psichica e di migliorare la comprensione della sua storica relazione con l’universo maschile.

Il tragitto interpretativo è diviso in tre parti ed è oltremodo interessante.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

IL SOGNO DEL PASSATO

E’ estate e sono al mare, in piedi sulla parte alta di uno scoglio che a gradoni scoscesi penetra nell’acqua. Ci sono molte coppie di giovani e sono ragazza anch’io; siamo tutti in costume da bagno, ho un filarino con un ragazzo molto bello che mi bacia e sfiora con naturalezza.”

La vena narrativa non manca nel disegnare questo quadretto anni settanta della serie “un giorno d’estate al mare”. Sabina è una ragazza tra le tante, ma è super, come la benzina e le sigarette di allora. Guarda caso, lei si trova tra le altre adolescenti accoppiate, ma è in piedi e sulla parte alta dello scoglio. Il senso dell’alto-locazione, più che dell’ipertrofia, dell’Io, è appariscente in questa seducente e sedicente “ragazza” che non si fa mancare il “filarino con un ragazzo molto bello”. Sabina non si limita al corteggiamento di un liceale, procede verso la naturalezza della “libido orale” ed epiteliale. Questo spaccato da “Sapore di sale” del mitico Gino Paoli è talmente delicato e semplice da diventare eccitante nella lettura e nell’attraversamento di desideri ed emozioni universalmente vissute tra i meridiani e i paralleli dell’inquinato pianeta. E l’incauto lettore debitamente ringrazia la ragazza che con naturalezza sogna e si descrive mentre attraversa la penultima fase REM del suo sonno.

Sto bene, sono a mio agio con me stessa e con quello che c’è intorno (mi sento come mi sentivo realmente da ragazza, il corpo in mostra, baluardo di un infinito presente, e la mente proiettata di diritto su un futuro certo).”

L’esibizione del benessere e della sicurezza avviene in maniera pacata ma decisa. Sabina rievoca e commenta orgogliosamente una fase importante della sua vita e della sua formazione psichica, l’adolescenza o “il tempo delle mele”. Il passato ritorna al presente nelle posture psicofisiche di base per proiettarsi in un gratificante futuro: il “breve eterno” è servito su una insalatiera d’argento come quella della coppa Davis. Quest’operazione è resa possibile dal “corpo in mostra” e disposto all’altro, nonché dalla “mente” certa del “futuro” e sicura del suo diritto naturale. Sabina è il suo corpo, Sabina è la sua mente, il corpo è baluardo e la mente è progetto. Su queste fondamenta Sabina costruisce la sua casa nella fusione dei tempi del ricordo, della vita in atto e dell’attesa. Vedi cosa combinano il Corpo e la Mente quando sono a briglia sciolta e in un attimo di distrazione dell’Io.

Scendiamo in gruppo a vedere com’è il mare e lo trovo bellissimo. Ad un tratto noto che in realtà c’è un fiume che entra ad estuario in questo mare e porta con sé un’acqua verdastra e limacciosa, ma mi piace anche questo, sono estasiata da tutto quello che vedo.”

Fino a questo punto il sogno di Sabina si è lasciato spiegare tra narrazione e riflessione senza ricorrere a pericolose e strane acrobazie simboliche. Del resto, la ragazza è semplice e sofisticata al punto giusto, per cui si lascia cogliere nelle sue linee e nei suoi archi, nelle sue rotondità e nelle sue piramidi. Socializza bene Sabina, non ha remore e blocchi nel suo giovanile motore di adolescente che cerca di conoscersi nel gruppo. Ma il vero gruppo è la sua “gruppalità” interna, il complesso delle sue istanze e la rete delle sue relazioni, i mille modi di rappresentare le sue pulsioni e gli altrettanto mille nodi che intesse tra le varie parti di sé.

“Il mare è bellissimo”.

Ecco la simbologia tanto attesa e tanto ampia!

Sul mare si è tanto discusso, tanto si discute e tanto si discuterà, come è giusto nel consorzio dell’umana ignoranza e della recidiva presunzione.

E’ il simbolo dell’Inconscio freudiano?

E’ il simbolo della Vita e del Vivere?

Rappresenta la parte fascinosa e misteriosa della Madre?

Raffigura l’ardimento e la sfida umana all’apparente Indefinito?

E’ quello che ognuno di noi vuole?

Ecco, è sicuramente il nostro “significante”!

Di certo il Mare è un po’ di tutto, ma per Sabina è soprattutto il suo presente che si infutura. Ma lei non si accontenta della normalità rassicurante, non si appaga di ammirare il mare e di viverlo come il suo spazio d’investimento. Sabina cerca la simbologia complessa e fa interagire il mare con l’estuario di un fiume, rappresenta il Principio Maschile e il Principio Femminile nella fusione di un meraviglioso e poetico coito primordiale. Il Fiume è maschio e rappresenta il Padre e il suo estuario è l’orgasmo che acquieta la tensione dello scorrimento e la ricerca della fine, mentre il Mare è femmina e rappresenta la Madre che accoglie e annega lo spasmo del nobile consorte nelle sue ampie anse. Sabina tocca apici mitologici in questa poetica quanto inconsapevole descrizione proprio rappresentando in maniera originale la scena del “Coito primordiale”. Ma attenzione, è tutta farina del suo sacco semplicemente perché non risulta immagine mitologica simile tra le mie conoscenze e le mie erudizioni. Non mi risulta che Zeus si sia trasformato in “potamos”, fiume, per accoppiarsi con la Dea di turno frutto delle sue brame erotiche e dei suoi istinti sessuali. Ma la meraviglia non è ancora finita. State attenti che Sabina, introducendo l’amplesso primario della coppia genitoriale, sta rispolverando la sua conflittualità con i suoi genitori, “posizione psichica edipica”, ed evidenzia i suoi sensi di colpa nelle acque limacciose e verdastre. Ma non è finita la storia perché Sabina dimostra di aver risolto la sua scomoda collocazione tra padre e madre e dichiara “apertis verbis” che è “estasiata da quello che vede” e non lesina di aggiungere che le piace, prova godimento nella visione del padre e della madre in simbiosi. Certo che il Mare è più grande del Fiume, certo che la Madre domina nel vissuto della Figlia, certo che la figura materna è maestosa nella visione della figlia, certo che la mamma è tanta per Sabina. Il Padre Fiume viene accolto nel suo disperdersi i mille rivoli neurovegetativi nell’ampio e misterico Grembo della Madre. La madre è dominante nella psicologia formativa di Sabina.

Sintetizzo questo ampio quadro allegorico. Sabina rievoca la sua “posizione edipica” rappresentando in maniera personale la mitica fusione maschio-femmina. In quest’operazione dimostra di aver riconosciuto il padre e la madre, per cui il benessere psicofisico necessariamente consegue.

I simboli e gli archetipi sono il “mare” o l’esercizio del vivere al femminile, il “fiume” o l’insinuazione maschile, “l’estuario” o la dilatazione maschile, “l’acqua verdastra e limacciosa” o dei sensi di colpa, “estasiata” o la caduta della vigilanza e la variazione dello stato di coscienza, “vedo” o sono consapevole

IL SOGNO DEL PRESENTE

Sono nel mio presente, ora, e cammino (ma a momenti guido) con la mia nipote adorata lungo l’argine di un ampio torrente in piena, sebbene con l’acqua calma e chiara; nel paesaggio c’è anche un grande fiume, incantevole.”

Passata è in sogno l’adolescenza e la donna si manifesta nel suo splendore e nella sua controllata irruenza psicofisica mentre lascia scorrere la sua vita senza farsi mancare l’amor proprio e tenendo in grande considerazione la figura maschile nella persona del padre idealizzato. Nell’hic et nunc, nell’aqui y ahora, nel suo presente Sabina vive e si vive rafforzandosi nell’amor proprio tramite la giovane nipote che si porta a spasso come se fosse la Sabina adolescente del precedente sogno. La vitalità della “libido” è in eccesso ed è da gestire con giudizio. Ma la “libido” non è mai in eccesso, come la femminilità evidente e il bel portamento. L’uomo ideale si insinua in questo quadro bucolico come l’eredità della “parte buona” del padre. L’adolescente è diventata donna e ha razionalizzato la sua “posizione edipica” riconoscendo il padre e sistemandolo secondo norma e secondo dovere.

Proseguo ed arrivo ad un bivio: sulla destra scende una strada che porta al tratto di mare visto in precedenza e sulla sinistra un’altra arriva ad un pontile che dà sul lago di Garda.”

Come Edipo, giovane e intraprendente, piomba con il suo carro nel quadrivio di Tebe dove incontra Laio, il padre sconosciuto, e lo uccide per una questione apparente di precedenza, anche Sabina nel corso della vita arriva a un bivio, perviene a una presa di coscienza sulla sua “destra” e sulla sua “sinistra”. Sabina è chiamata a deliberare sul futuro basato sulla storia psico-familiare e sulla sua formazione o a decidere di tornare indietro sui suoi passi e ristagnare ancora sul padre e sulla madre, sul pontile e sul lago, sul maschio e sulla femmina, sulla sua relazione conflittuale con i genitori e le loro enigmatiche figure. Anche Edipo era di questa pasta e si avviava a consumare la tragedia a lui dedicata e ampiamente voluta dagli dei dell’Olimpo anche per dare l’opportunità a un certo doctor Sigmund Freud di dare sfogo alla sua genialità creativa e alla sua grafomania. Nel sogno sul tempo passato di Sabina c’era l’estuario di un fiume e il mare, nel sogno sul tempo presente c’è un pontile e un lago. La simbologia è la stessa, ma manca la monumentalità della scena e l’entità dei componenti.

Vuoi mettere un misero pontile che si insinua sia pur nel lago di Garda con il mare che assorbe e dona la pace a un fiume in piena dilatazione dei sensi? Eppur la Madre domina sempre sia nel suo essere “mare” e sia nel suo essere “lago”.

Potenza dei suoi insegnamenti e delle sue virtù!

Cosa suggerisce la simbologia del pezzo considerato?

Il “bivio” rappresenta la deliberazione e la scelta, la “destra” rappresenta il maschile e il futuro e la ragione e la realtà, la “sinistra” rappresenta il femminile e il sistema neurovegetativo e il passato e il crepuscolo della coscienza, il “pontile” rappresenta la protuberanza e l’insinuazione maschili, il “lago” rappresenta la ponderatezza oscura del femminile o l’acqua cheta.

Vado da entrambe le parti, mi sento serena, c’è una bella luce, il paesaggio e la natura mi riempiono di felicità. Sono in compagnia di alcune donne, credo componenti della mia famiglia o care amiche.”

Onnipotenza e ubiquità sono le doti dell’infanzia, quell’età che in Sabina non è mai fortunatamente tramontata e che si trasporta dietro nel cammin di sua vita quasi dicendo che è riuscita a comporre in armonia il passato con il presente e che attualmente la sua vita gode ottima salute secondo l’ultimo bollettino meteopsicorologico. Sabina riconosce il suo passato e il suo presente perché ha composto il padre e la madre nel “simbolo delle sue origini”. Tale nobile e proficua operazione ha maturato i frutti di una buona armonia psicofisica. La carta d’identità psichica di Sabina è la seguente: riconoscimento e “sapere di sé”, disinibizione e disimpegno. Una lucida razionalità si accompagna a una buona emotività, un buon demone governa le fattezze e le movenze del corpo. Finalmente Sabina è in compagnia di se stessa e degli altri, sa relazionarsi con le sue “parti psichiche” e con gli oggetti dei suoi investimenti di buona “libido”.

La simbologia dice che “serena” equivale a mancanza di nubi o ataraxia e assenza di affanni, “luce” o ragione e processi secondari, “paesaggio” o “status” psichico in atto, “natura” o ciò che nasce, “felicità” o buon demone o spirito vitale, “donne” o del potere femminile, “famiglia” o “gruppalità” interiore e parti psichiche in relazione, “amiche” o confidenza tra sé e sé.

RITORNO AL SOGNO DEL PASSATO

Poi ritorno ragazza sullo scoglio ed è calata la sera. Con me c’è il gruppo di giovani di inizio sogno e ci stiamo divertendo, si ride, forse ci stiamo preparando per una festa.”

Il sognare consente di giocare con il Tempo e magari di beffarlo con una innocente manovra della memoria che permette alla saltimbanco Sabina di spostarsi a suo piacimento tra le pieghe dei ricordi più gratificanti e intimi. L’animo si muove tra le note di una musica scandita dalle pulsioni e dalle emozioni di una donna matura che rievoca la sua adolescenza e il suo corpo alla ricerca della giusta identità. L’adolescenza viene rivissuta da Sabina nello spazio temporale di un giorno: “sullo scoglio è calata la sera”, il momento del passaggio da uno stato di entropia ormonale a uno stato di migliore consapevolezza del proprio patrimonio genetico. Sabina celebra in sogno il passaggio dall’adolescenza alla prima giovinezza, dal “tempo delle mele” al “tempo delle albicocche”, dall’acerba adolescente alla pienezza della donna. Vediamo come si vive e si descrive Sabina: socievole, gioviale, disponibile, gioiosa.

La simbologia conforta l’interpretazione affermando che “divertendo” equivale a stabilisco una dialettica relazionale o socializzo mantenendo la mia personalità, “si ride” equivale a si amoreggia, “festa si traduce in “dies festus” o giorno solenne e atto alle cerimonie e alle condivisioni pubbliche.

Mi giro e sulla sinistra vedo avanzare mio padre; il suo viso nel sogno non è affatto quello di mio padre: ha gli occhiali e una chierica, indossa un vestito elegante ma ordinario, grigio chiaro, sembra un travet.”

Sabina non è contenta e si complica la vita psichica continuando a sognare temi consistenti e di grande spessore: il padre e la sua “posizione edipica”. Ma quanto importante è stata questa figura nell’economia e nella dinamica evolutiva di questa benedetta e sacrosanta donna?

Sabina rivive il passato e sulla scena onirica fa arrivare “mio padre”: “mio” indica un possesso significativo. Ma non può rappresentare il padre reale con i suoi pregi e i suoi difetti, le sue virtù e i suoi disvalori, Sabina deve presentare il padre ideale e idealizzato. I tratti del viso non sono affatto quelli del padre reale, è un uomo calibrato, razionale, avveduto ed è soprattutto un uomo sublimato, un gran sacerdote dalla “chierica” che ha rinunciato al mondo materiale con il taglio di cinque ciocche dei capelli. Per il resto il padre è un “monsù Travet”, un uomo qualunque con la distinzione dell’ordinario grigiore di una figura che ha attratto per quello che non possiede e che la figlia ha immaginato che avesse e fosse dotato. Degna d’interesse è la “sublimazione” del padre nella “chierica”: l’impedimento difensivo dall’attrazione sessuale. Sabina si difende in sogno dal coinvolgimento erotico con la figura paterna provvedendo alla sua svirilizzazione. Così marcia la “posizione edipica” secondo la “buona novella” della protagonista.

Vediamo i simboli. La “sinistra” è regressione e ritorno al passato, il “viso” è il complesso dei tratti caratteristici esibiti nel sociale, gli “occhiali” sono la versione ambivalente della razionalità nel rafforzamento e compensazione di debolezza, la “chierica” è la “sublimazione della libido”, il “vestito” è l’insieme dei modi psichici di apparire, “elegante” equivale a essere suo padre e fuori dal gregge, “ordinario” è tutto ciò che non è straordinario, “grigio” è privo di slancio vitale, “travet” è rafforzamento di ordinario e grigio.

Sabina non ha una buona opinione del padre e lo vive come una figura di poco spessore, ma ha operato tutte le difese del caso come tutte le bambine, lo ha accettato e se ne è staccata.

Sono così contenta di vederlo, mi si riempie il petto di gioia. Lo abbraccio forte e lui mi sorride e mi stringe a sé. Mi siedo su uno dei gradoni naturali dello scoglio e lui è su quello sottostante, mi gira la schiena e io allargo le mie gambe e le mie braccia e lo cingo forte nell’incavo del mio corpo. Provo un potente sentimento di amore che mi appaga pienamente.”

La psicodinamica “edipica” in riguardo alla figura paterna non si è conclusa e Sabina la porta avanti dal rifiuto all’accettazione, dalla razionalizzazione al riconoscimento, dall’inclusione all’adozione. Il quadro non si era composto durante l’adolescenza e le pennellate si sono spiattellate ancora sulla tela. Come sosteneva e insegnava Carlo Ravasini, “l’Edipo non si risolve mai del tutto e meno male”. Vediamo come e in che modo Sabina è andata avanti nel suo amorevole travaglio. La donna associa il sentimento alla consapevolezza, la gioia all’immagine interiore o alla “parte positiva” del “fantasma del padre”. L’empatia e la simpatia diventano di casa. Il padre e la figlia ormai si capiscono e soffrono insieme di quella dolorosità nostalgica basata sul tempo perduto e su quello che potevamo mangiare e per pudore non hanno consumato. Lo stare insieme diventa intrigante e seduttivo, acquista un colore erotico che va dal rosso passione al giallo gelosia per sfumarsi definitivamente sul verde vitale della realtà in atto. Il pudore ancora è vincente e la “sublimazione” si colora di tinte delicate che sfumano dalla recezione sessuale traslata all’avvolgimento in un abbraccio protettivo pudicamente posizionato di spalle e in una forma di ingravidamento. Sabina incorpora il padre nel suo grembo come quel figlio che avrebbe voluto nelle sue fantasie avere dal padre e che adesso è diventato accudimento materno del padre, l’adozione di un uomo che a suo tempo fu figlio e oggetto di multicolori sensazioni e di indicibili emozioni, di losche fantasie e di foschi pensieri, un padre che adesso è oggetto di cura e di premura.

I simboli dicono che “contenta di vederlo” si traduce in piena e soddisfatta della mia consapevolezza nei riguardi del padre, “riempie il petto di gioia” si traduce in appagata nel sentimento e nell’emozione, “abbraccio forte” si traduce in lo assimilo e lo faccio mio, “mi sorride e mi stringe a sé” si traduce in mi scatena pulsioni e desideri, “mi siedo su uno dei gradoni naturali dello scoglio” si traduce in ho potere, “lui è su quello sottostante” si traduce in ha bisogno di me, “mi gira la schiena” si traduce in ho pudore e mi difendo dal coinvolgimento diretto, “allargo le gambe e le mie braccia” si traduce in mi dispongo alla fusione erotica e al coinvolgimento affettivo, “lo cingo forte nell’incavo del mio corpo” si traduce nella traslazione dell’ingravidamento, “provo un potente sentimento d’amore” si traduce nella sublimazione della libido, “mi appaga pienamente” si traduce in pieno funzionamento della difesa psichica.

Questo è il paragrafo più allegorico e poetico perché contiene ed esprime la psicodinamica edipica completa di Sabina nei riguardi del padre. Non è da meno per le donne di qualsiasi parte del globo terracqueo.

Non ho mai amato mio padre con il sentimento che provo nel sogno; ho amato mia madre così, vorrei dire “in modo così puro”. Era come se nel sogno provassi per la prima volta per un uomo un sentimento deprivato del suo potere seduttivo.”

Nel sogno si fanno anche riflessioni e quest’operazione richiede che il sonno non sia pesante, che le fasi REM o nonREM siano blande e che magari Sabina si stia svegliando dolcemente emozionata dal vissuto tenero e materno verso il padre. Sabina si prende cura del padre ed è pronta ad amarlo “in modo così puro”. La “sublimazione della libido” soccorre la figlia adulta nel capire che lo stesso trattamento affettivo e sentimentale che aveva riservato alla madre, adesso lo può vivere con il padre. I corollari erotici e seduttivi del potere femminile si sono evoluti nella capacità di amare il genitore con la stessa moneta della madre. Sabina non vuole ripetere con i suoi uomini la modalità erotica e affettiva che in passato riservava al padre, per cui introduce la benefica presa di coscienza, “razionalizzazione”, che le permette di liberarsi dalla “coazione a ripetere” e di liberare l’inventiva sulle altre svariate modalità di “investimento di libido” sull’oggetto del proprio desiderio. E’ importante che la donna non scarichi sul partner quello che ha vissuto nei confronti del padre e che da lui non pretenda la compensazione delle sue frustrazioni erotiche e affettive. Sabina ha ben razionalizzato la sua psicodinamica edipica e adesso è una donna libera di amare l’uomo senza essere condizionata dalla ricerca nell’uomo del padre buono o del padre cattivo, del padre vissuto secondo il “fantasma”.

Vediamo i simboli: “in modo così puro” equivale alla sublimazione della libido o desessualizzazione, “deprivato del suo potere seduttivo” significa che ho abbandonato la “posizione fallico-narcisistica” e mi sono evoluta nella “posizione psichica genitale”.

Questo è quanto dovuto al sogno di Sabina.

PSICODINAMICA

Il sogno di Sabina svolge la psicodinamica edipica in riguardo alla figura paterna secondo le linee guida di un processo evolutivo che viaggia dalla conflittualità al riconoscimento per poi adire all’adozione e all’accudimento amoroso e sublimato del padre.

PUNTI CARDINE

I punti cardine dell’interpretazione del sogno di Sabina s’incentrano in “c’è un fiume che entra ad estuario in questo mare e porta con sé un’acqua verdastra e limacciosa,” e in “Proseguo ed arrivo ad un bivio: sulla destra scende una strada che porta al tratto di mare visto in precedenza e sulla sinistra un’altra arriva ad un pontile che dà sul lago di Garda.” e in “mi gira la schiena e io allargo le mie gambe e le mie braccia e lo cingo forte nell’incavo del mio corpo.”

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

Dei simboli si è detto lungo il tragitto. Tra il narrativo e discorsivo il sogno di Sabina offre simbologie allargate in allegorie. La più creativa è l’allegoria del coito edipico: “c’è un fiume che entra ad estuario in questo mare e porta con sé un’acqua verdastra e limacciosa,”.

L’archetipo del “Padre” si manifesta nella sua maestosità in “c’è un fiume che entra ad estuario in questo mare”. L’archetipo della “Madre” si evidenzia in “mare” e in “lago”.

Il “fantasma” dominante riguarda il padre.

Sono ampiamente distribuite nel sogno di Sabina l’istanza vigilante “Io”, l’istanza “Es” rappresentazione dell’istinto, l’istanza censurante e limitante “Super-Io”.

La “posizione psichica edipica” trova la sua epifania e il suo trionfo attraverso le fasi globali. La “posizione genitale” consegue naturalmente.

I meccanismi psichici di difesa sono la “condensazione”, lo “spostamento”, la “simbolizzazione”, la “figurabilità”. Quest’ultima si esalta in “c’è un fiume che entra ad estuario in questo mare e porta con sé un’acqua verdastra e limacciosa”. Il “processo psichico di difesa della “regressione” appare nelle esigenze psicofisiche oniriche, ma è la “sublimazione della libido” a trovare la sua forza nelle varie circostanze descritte dal sogno.

Il sogno di Sabina esibisce un deciso tratto “edipico” all’interno di una “organizzazione psichica reattiva genitale”.

Sabina elabora nel sogno le figure retoriche della “metafora”, “metonimia”, “enfasi”, ma dominante è la “allegoria”.

La “diagnosi” dice di un’evoluzione completa della “posizione edipica” e nello specifico della relazione con la figura paterna: dalla conflittualità alla razionalizzazione, dal riconoscimento all’adozione.

La “prognosi” impone a Sabina di integrare e compattare le conquiste fatte, nonché di disporle a buon fine nei riguardi della figura maschile che ammette alla sua condivisione e allo scambio dei doni psicofisici.

Il “rischio psicopatologico” si attesta in una “psiconevrosi edipica”: isteria, angoscia, fobica e ossessiva, depressiva.

Il “grado di purezza onirica” è “buono” nel suo conciliare la narrazione con la logica consequenziale attraverso il ricamo dei pezzi da novanta, i simboli.

La “causa scatenante” del sogno di Sabina è un riferimento al padre o a una figura similare, nonché la nostalgia del bel tempo vissuto.

Le “qualità oniriche” sono decisamente l’atemporalità e la diacronia. Il “breve eterno” si sposa con il rivivere il passato.

Il sogno di Sabina si è svolto nella terza fase del sonno REM alla luce della spedita conciliazione del fattore narrativo con il fattore simbolico.

Il “fattore allucinatorio” trova riscontro nell’esaltazione del senso della vista. Le sensazioni di movimento sono presenti in maniera progressiva e senza alta incidenza.

Il “grado di attendibilità” dell’interpretazione del sogno di Sabina è sicuramente “buono” perché i simboli sono evidenti e interagiscono senza stridore. Il “grado di fallacia” è veramente minimo.

DOMANDE & RISPOSTE

La decodificazione del sogno di Sabina è stata valutata da un lettore che di mestiere fa il ragioniere in un’impresa di pompe funebri e per hobby recita in commedie dialettali. So che si chiama Tatai, rifacimento di Gaetano, e che si vanta in giro di essere mio amico.

Tatai

Innanzitutto voglio sfatare il fatto che il mio lavoro porti sfortuna. Questo pregiudizio è frutto della paura della gente di aver bisogno di questo servizio. Ma lei deve sapere che la mia azienda sponsorizza una squadra di calcio amatoriale e i giocatori portano sulla maglietta la dicitura “con …asso hai un buon trapasso” e il prossimo anno faremo pubblicità all’urna ecologica con l’immagine di una bambina bionda seduta su un prato verde e con la dicitura “nonno raccontami ancora”. Cosa pensa lei, che è bravo nella pubblicità, di questa bella mia trovata?

Salvatore

Che tu fossi un personaggio eccentrico, mi era chiaro e risaputo. Confermi la tua eccezionalità e la tua sicilianità nel raccontare e nel chiedere, ma ti ricordo che poi dobbiamo parlare del sogno di Sabina e non delle tue bravate. Comincio. Una volta c’era il becchino, ma oggi è giusto che ci sia l’impresa dell’aldilà con tutti i “confort” che possono alleviare i sensi di colpa dei cari parenti sopravvissuti. Voi beccamorti siete operatori del “fantasma di morte”, siete benemeriti funzionari del triste congedo, sapete di psicologia e di sociologia, di semiotica e di psicoanalisi, di finanza e di speculazione e anche di malaffare nello spartirvi le povere salme fuori dagli obitori. Siete destinati a funzionare sempre e vi siete organizzati anche a livello di corporazione e non soltanto. La pubblicità sulle magliette della squadra di calcio era stata fatta negli anni settanta, mentre l’altra l’ho già vista presso il cimitero di Siracusa qualche anno fa. Quindi non mi resta che dirti che sei un imbroglione e un istrione, un ciarlatano e un millantatore. So che per te sono tutti complimenti, mentre per una persona normale sarebbero soltanto offese.

Tatai

Come mi conosce bene! Quando mi dice queste cose mi fa accapponare la pelle. Lei è sempre sul pezzo ed è difficile prenderlo per il culo. Allora il sogno di Sabina è semplice e l’ho capito all’ingrosso e al dettaglio. Ho capito anche cosa vuol dire adottare il padre o la madre. Lei sa della mia situazione di figlio che accudisce il padre paralitico e quindi ha sfondato una porta aperta. Non c’è cosa più bella di vedere mio padre ogni giorno ridere per le mie sciocchezze e sorridere per il fatto che non gli faccio pesare i servizi più intimi. Mio padre è sempre fresco e odoroso come una rosa di maggio e la zagara dell’arancio quando è sbocciata. La sfortuna dell’incidente sul lavoro, poteva essere morto fulminato dalla corrente elettrica, ha cambiato la sua vita, ma ha avuto il merito di avere educato dei buoni figli e in particolare il sottoscritto.

Salvatore

L’accudimento materiale e pratico è la degna conseguenza del riconoscimento psichico. Prendersi cura dei genitori significa umana premura e disposizione all’altro in assimilazione non solo del comune “amor fati”, ma soprattutto dell’essenza empatica e simpatica dell’essere umano. Lenisce i nostri sensi di colpa e la nostra angoscia di perdita. E’ una psicoterapia laica che induce ancora una volta a dire grazie all’altro e in questo caso al padre e alla madre.

Amico

Essenza empatica e simpatica? Comunque, dottor Vallone mi ricordo che quand’ero piccolo non c’era l’INPS e non esisteva la pensione. I figli mantenevano i genitori e se ne facevano carico e, se vuole, i maschi davano i soldi e le femmine provvedevano al sostentamento dei nostri vecchi. Ma lei non immagina come si stava bene in questa nobiltà d’animo e, mi creda, non era una nobile miseria. Io so di avere avuto un rapporto difficile con mia madre perché non mi dava la libertà di cui avevo bisogno. Era una donna paurosa, ma comunque è stata forte nell’affrontare la disgrazia di suo marito, mio padre. Che campino cent’anni ancora. Io ci sto e sono sicuro che ci sarò sempre per loro.

Salvatore

Sei un istrione, ma, quando non ti nascondi, sai tirare fuori il bravo ragazzo. Ti dico che empatia e simpatia significano sentire e condividere emozioni e sentimenti. So che lo sai e che è un tuo modo naturale e congenito di scassare i “cabbasisi” alla Montalbano di Camilleri.

Tatai

Lo sapevo. Vuole che io, attore dilettante sopraffino, non sappia cosa significano empatia e simpatia? Dunque a Sabina io dico dal profondo della Sicilia di campare tranquilla e di non farsi problemi inutili. Se viene in Sicilia, non solo la ospitiamo, ma le insegniamo pure a capire meglio tutto quello conta nella vita. Il sole e la luce aiutano tanto a vivere bene e a dare il giusto peso alle cose. Il mare è uno splendore. Se poi consideriamo una buona pasticceria e una gustosa tavola calda, il capolavoro dell’esistenza è bello e fatto.

Salvatore

E io aggiungo per Sabina che si nasce maschi o femmine, ma si diventa maschi e femmine attraverso il gioco delle identificazioni. Le dico ancora che il maschile e il femminile, androginia, sono tratti psichici simbolici che si ascrivono a tutti gli uomini e al di là della loro identità sessuale. Mi spiego: se Sabina si mostra forte, sta realizzando un tratto psichico simbolicamente maschile. Se, per converso, è dolce e remissiva, sta agendo un tratto psichico simbolicamente femminile. L’androginia psichica si realizza nell’esercizio di caratteristiche simboliche ascritte all’universo maschile e femminile. Noi siamo il precipitato anche di questi tratti che assorbiamo in famiglia e filtriamo criticamente in seguito, lasciando per noi quelli che si confanno alla nostra formazione e che sono stati assorbiti nella nostra “organizzazione psichica reattiva”.

Tatai

Ho capito e non ho capito. Comunque è una cosa tra voi due, questo l’ho capito e sono affari vostri.

Salvatore

Oltre che un “grillino” dell’ultim’ora, sei anche un ruffiano gentile. Sappi che resti il siciliano più gradevole del mondo perché conosci mezza Divina commedia a memoria, perché sei un attore dialettale dilettante, perché sei catanese e perché vendi casse da morto con il sorriso sulle labbra e la battuta sempre pronta per sdrammatizzare. Sarà quel che sarà, ma ancora una volta mi hai fatto sorridere di gusto e mi hai fatto capire le giuste regole del buon vivere insieme agli altri.

Tatai

Certo e se non ha capito bene, le spiego meglio tutto quanto magari davanti a una pasta al forno o a un timballo di melanzane, quello con le polpettine di mia madre s’intende. Per quanto riguarda il “grillino”, pensi che non mi sono iscritto alla Lega e così dormirà sonni tranquilli. Alla sua età dormire è un buon segno di salute. Se poi sogna, meglio ancora. Comunque non voglio certo salutarla dicendole “sempre a sua disposizione” perché le voglio bene e lo voglio vivo e arzillo, ma comunque non si sa mai. Ah, dimenticavo di dirle che le urne ecologiche sono il nostro pezzo forte e che fino a luglio sono in offerta speciale. Alla prossima, ma sono certo che non mi chiamerà.

Salvatore

Tu sei un gran figlio di “buttana”, nel senso che sei un gran simpaticone. E invece ti chiamerò per sdrammatizzare. Salutami il papà e digli che lo penso sempre e che gli voglio tanto bene. Appena passo da Catania vengo a trovarvi.

Cara Sabina,

al posto della signora Maria di Col San Martino, ti è toccato un burlone siciliano che non è da meno. Ogni male non viene per nuocere. Comunque, “baciamo sempre le mani” e specialmente a una donna eccezionale.

GLI SCENARI DI “ONIRIC WOMEN” 1

IL PREAMBOLO DELLA LETTERA

Caro Maestro,

approfitto del suo sprone a sottoporLe i miei sogni e Le chiedo di darmi lumi sul significato dell’ultimo in ordine di tempo.”

***************

Sabina mi dà del “Maestro”, “sua bontade”, mi vive come “Maestro” nell’interpretazione dei sogni, mi ritiene “Maestro” nell’analisi dei poliedrici prodotti psichici della funzione onirica. L’investimento e il riconoscimento sono gratificanti e impegnativi.

Ma perché da sempre abbiamo bisogno di “Maestri”?

Il Buddismo esortava ed esorta a cercare un maestro per addomesticare la nostra millenaria e travagliata “anima” e per meditare sulle verità che portano al ritorno nella Grande Luce, la Madre di tutte le scintille viventi.

Dioniso, semidio della Tracia, figlio di Zeus e di donna Semele, insegnava e insegna ai suoi seguaci l’ardore dell’estasi e la liberazione dei sensi attraverso i riti in suo ricordo e in suo onore: la tragedia e il dramma satiresco.

Pitagora era ed è il depositario delle verità dello Spazio, colui che insegnava e insegna i segreti del “punto-numero”, la Geometria e l’essenza matematica della Realtà. I suoi discepoli lo ammantavano di un mistico e acritico “Ipse dixit”, “lo ha detto lui stesso” e non si discute, e ancora oggi i teoremi parlano in suo favore con il famigerato “come volevasi dimostrare”.

Il metodo antropologico di Socrate induceva e induce a cercare un maestro per l’esercizio della “ironia” e della “maieutica” nella sempiterna ricerca del “conosci te stesso”, quella “coscienza di sé” che è resa possibile dalla destrutturazione delle false verità intorno al “vecchio Io” e nel parto mascolino del “nuovo Io”. Questa psicodinamica era istruita ventitré secoli prima che un certo Sigmund Freud rimescolasse le carte da laborioso ebreo.

Un greco “dalle spalle larghe”, Platone, maestro dell’Accademia, (il boschetto di ulivi sacro ad Athena, la dea della sapienza e delle arti), dopo i vani tentativi di realizzare lo Stato ideale nell’infida colonia di Siracusa, insegnava in Atene e insegna ancora oggi l’arte del buon governo dei Filosofi.

Un uomo umile che amava le donne nella inimitabile Grecità del lontano quarto secolo a.C., Aristotele, era il maestro del Liceo, il bosco consacrato ad Apollo Licio, e insegnava ai suoi discepoli la scienza del formare e del combinar concetti: “A è uguale ad A”, “A non è nonA”, “o è A o è nonA”, il “sillogismo”, principi e metodi che non sono tramontati.

Il buon Epicuro insegnava e insegna a lenire le angosce dell’uomo razionalizzandole con il “tetrafarmaco”, le quattro pillole filosofiche contro la paura della morte e degli dei, contro l’amore della patria e dei desideri innaturali.

Gesù Cristo, luminoso nella sua splendida veste di Figlio del Dio ebraico, era di necessità “Maestro” e insegnava e insegna a tutti gli uomini le verità etiche radicate nei diritti naturali del corpo vivente: un gius-naturalista “ante litteram”, prima di Ugo Grozio e di Alberico Gentile.

La ricerca del Maestro si può fermare nei “Saperi” che questi uomini hanno fondato e rappresentano: la Metafisica, l’Estetica, la Scienza matematica e fisica, la Psicologia, la Politica, la Logica, l’Etica, la Morale.

L’elenco è appena abbozzato. Mi piace ricordare Darwin e i “Padri” di tutti i bambini del mondo che nella pratica del quotidiano vivere insegnano e rassicurano i loro figli.

Tutti i Maestri sono benefattori dell’umanità e trovano il loro prototipo in Prometeo, l’uomo che regalò agli uomini il fuoco secondo la mitologia greca, un eroe elaborato secondo i meccanismi simbolici universali, i “processi primari”.

Maestro è colui che lenisce l’angoscia di morte offrendo in dono ai suoi simili un valido significato di vita.

La parola “maestro” deriva dal latino “magis” e “alter” e si traduce “il di più di un altro”, colui che è più forte di un altro o di tanti altri.

Dopo questo nobile “excursus” mi tiro fuori da tanta compagnia e posso dire a Sabina che qualsiasi conoscenza funzionale ad alleviare l’angoscia di morte, l’essenza dell’umano vivere secondo filosofi e poeti, comporta il riconoscimento “honoris causa” di “magister” nell’autore di una parziale e momentanea verità. Del resto, l’interpretazione del sogno è funzionale al “sapere di sé” e al conseguente benessere psicofisico, ma io gradisco l’etichetta di “scrittore di storie psicologiche”. Aggiungo che la parola “verità” si radica nel greco “a-letheia” e si traduce “senza nascondimento”. La verità si nasconde e il maestro la disocculta e la mostra ai discepoli.

“Avanti con il santo e senza che la processione si ingrumi”, diceva il buon prete durante la festa dell’amato san Sebastiano in quel di Avola.

***************

Prima mi permetto una rapida spiegazione dei miei meccanismi rappresentativi.

I miei sogni si svolgono spesso in scenari inventati o esistenti ma riadattati.”

***************

Hai perfettamente ragione, cara Sabina. I sogni sono sempre realtà psichiche, sia nella forma di rielaborazioni e riadattamenti dell’esistente e sia nella forma di creazione di scenari non elaborati a caso ma significativi. In quest’ultimo caso il meccanismo psichico principe è la “figurabilità”, l’umana capacità di dare immagine al vissuto, di rappresentare il “fantasma”, di allucinare la psicodinamica. Risulta determinante la selezione operata tra le diverse immagini che traducono una rappresentazione psichica e che meglio si prestano alla sua espressione visiva. Inoltre, la “figurabilità” consente di operare “spostamenti” da un concetto astratto a un’immagine concreta.

Freud afferma che nell’attività primaria della “figurabilità” viene richiamato un aspetto arcaico e filogenetico del pensiero e del linguaggio umani.

In origine il pensiero e le parole avevano un significato concreto: essi si traducevano in fatti reali e oggetti sperimentabili. Soltanto in seguito all’evoluzione culturale il pensiero e le parole hanno assunto un significato e un contenuto astratti. Il linguaggio del sogno non conosce le opposizioni logiche dei pensieri e delle parole, così come all’origine il linguaggio designava in un unico oggetto concetti diversi e opposti.

Quindi, è tutto ok, almeno fino a questo punto. Apprezziamo la creatività plastica di Sabina e procediamo con le sue parole.

***************

Ognuno di questi luoghi il più delle volte ha a che fare con il protagonista del mio sogno; ogni persona cardine del mio contesto affettivo ha una sua scenografia, una sorta di rappresentazione pittorica in cui li calo per definirli.”

***************

La funzione onirica distribuisce quotidianamente il pane come il buon poeta di Pablo Neruda e attribuisce a ogni sognatore il giusto corredo emotivo e affettivo da investire nel suo “lavoro” notturno. Il luogo, “topos”, evoca il “fantasma” e il vissuto, Il luogo è il teatro su cui si recitano le psicodinamiche di Sabina, la tela su cui si proiettano le figure pittoriche di Sabina, il materiale psichico incamerato al meglio e allucinato secondo un contesto ordinato che denota una buona autocoscienza, un proficuo “sapere di sé”. Il “topos” si è alleato con il “logos”, la “razionalizzazione”, e abitano in Sabina semplicemente perché vanno a braccetto in questo suo resoconto.

Una domanda nasce malevola e si pone spontanea: siamo sicuri che queste riflessioni non sono resistenze razionali e tentativi di addomesticare il sogno?

Sabina deve aver fatto un buon cammino psicoanalitico per poter affermare quanto comunica, Mostra una buona confidenza con le sue libere associazioni e con il meccanismo della “condensazione”. Definisco quest’ultimo per venire in aiuto a Sabina. La “condensazione” è una modalità del funzionamento dei processi onirici in base alla quale un’unica rappresentazione costituisce l’intersecazione di catene associative formate da altre rappresentazioni; su questa unica rappresentazione vengono investite e conglobate le energie psichiche relative a ciascuna rappresentazione. Un’unica rappresentazione, quindi, condensa tutte le altre rappresentazioni per via associativa.

Il mio compito è di chiarire il quadro anche complicando gli elementi della questione. Sarà Sabina a tirare le somme. Procedere è interessante e motivo d’orgoglio.

***************

Mi è difficile essere più essenziale nella narrazione dei miei sogni, perché la quantità di particolari presente nei luoghi in cui si svolgono cattura la mia attenzione mentre mi ci trovo, quindi al risveglio è tutto (o quasi) impresso nell’immediata memoria.

Le dovevo questa premessa.”

***************

L’analisi è una capacità intellettiva che si forma nel tempo con l’esercizio e con il concorso difensivo dei “fantasmi” personali. L’analiticità contiene e coniuga un bisogno di sicurezza e un gusto di chiarezza mentale. Ogni pregio ha il suo risvolto che non è necessariamente un difetto. In questo caso è una sensibilità intellettiva che denota una ricchezza dei dati e una propensione al gusto del particolare. Chi ha tanto fantasticato, ha tanto temuto e ha tanta capacità di analisi. Il sogno, quindi, propone un tratto della carta d’identità psichica di Sabina. Il “luogo” è il teatro o lo schermo in cui socialmente agiamo e traduciamo i pensieri e i progetti, i “fantasmi” e i desideri. Il “topos” è il “tramite” che consente la “proiezione” difensiva dei nostri vissuti. Dal mio “dizionario psicoanalitico dei simboli” desumo alla voce “luogo”: istanze psichiche Io, Es, Super-Io, prerogativa strutturale e vissuto in atto. Alla voce “analisi” risulta un tratto ossessivo e una ricerca difensiva dei nessi logici e dei particolari, nonché una resistenza alla consapevolezza del materiale psichico rimosso. “Luogo” e “analisi”, essendo presenti nella funzione onirica, sono tratti psichici caratteristici di Sabina, note che la individuano e ne fanno una persona irripetibile. La “memoria immediata” al risveglio attesta che il sogno è stato elaborato nelle fasi finali del sonno REM, quando, specialmente al mattino, il sogno è vivo e lucido.

RESTO DIURNO – CAUSA SCATENANTE

E ora il sogno, che ho riportato sul cellulare appena sveglia. L’unico resto diurno a cui posso riferirmi è una chiacchierata fatta ieri pomeriggio con mia sorella su quanto avesse avuto una sua importanza formativa positiva l’aver vissuto l’infanzia in anni in cui la povertà era comune a molti, nella nostra Italia degli anni ’60, e di quanto in fondo i bambini sappiano gioire del gioco e non del giocattolo.”

***************

Come non condividerti?

Io potrei parlarti degli anni ‘50 e ti illuminerei sulla fame dell’immediato dopoguerra e sui giochi di strada tra monelli, su quanto era gustoso il formaggino “Fanfulla” o quello bicolore della “Ferrero”, su quanto sapeva di buono il sapone Palmolive o Lux sulla pelle di mia madre, sugli orfanelli e sulle vedove dei pescatori saltati in aria a causa di un siluro impigliato nelle loro reti,…insomma io ti potrei rafforzare la convinzione del buon tempo andato e dei bambini gioiosi di agire insieme agli altri giocando a nascondino, a bandiera, ad acchiappa acchiappa, a mosca cieca, al pallone con la palla bianca e puzzolente di gomma.

La “causa scatenante” è aggiudicata e la nostalgia è ben sistemata.

Inizia il sogno.

TRAMA DEL SOGNO E DECODIFICAZIONE

Io spettatrice. Questo fa sì che la visione sia speculare: ciò che io vedo alla mia sinistra, nella scena del sogno è a destra.”

******************

Sabina mette in atto il meccanismo psichico di difesa della “scissione”, si stacca emotivamente dalla trama del sogno per continuare a dormire e guarda le scene come in uno specchio ossia convertite nello Spazio. Il movimento nello Spazio richiama simbolicamente il Tempo: quello che è collocato nel suo futuro appare nel suo passato e quello che appare nel suo passato è collocato nel suo futuro, quello che desidera è condensato nelle esperienze vissute, quello che è “da vivere” è sistemato nel “già vissuto”. Sabina mette in atto i “meccanismi e i processi psichici di difesa” che descriverò in seguito.

I simboli dicono che la “spettatrice” desidera acquisire una migliore consapevolezza e accrescere il “sapere di sé”, prendere coscienza del suo passato senza coinvolgersi in maniera diretta e convertendo la dimensione temporale e collocando spazialmente il “già vissuto” nel “da vivere” e il “da vivere” nel “già vissuto”: “visione speculare”. La coscienza del suo passato in sogno è il suo presente. Sabina è paga della sua autocoscienza. La “sinistra” è simbolo del passato e della “regressione”, mentre la “destra” è simbolo del presente e dell’evoluzione. Il movimento “da sinistra a destra” è simbolo del progresso, il movimento “da destra a sinistra” è simbolo del processo difensivo della “regressione”: questa è in parte la simbologia dinamica della spazio. Sabina fa coincidere la nostalgia con l’appagamento in atto, la consapevolezza del passato con lo stato di coscienza presente.

Il prosieguo darà i lumi necessari.

****************

È giorno. Condominio a sinistra, pareti esterne bianche. Accesso all’appartamento attraverso un balcone esterno con ringhiera che dà sul piazzale. Piano alto, forse terzo o quarto.”

***************

Sabina è consapevole del suo passato in famiglia e dell’offerta della sua innocenza agli occhi della gente. Oscilla tra il sociale e la difesa del personale e, a tal uopo, si serve del “processo psichico di difesa” dall’angoscia della “sublimazione della libido”. Sabina è in bilico tra l’esibizione nella società e la giusta difesa della sua intimità, ma propende tanto verso gli altri.

I simboli: “giorno” o consapevolezza, “condominio” o società, “sinistra” o passato, “pareti esterne” o difese dagli altri, “bianche” o innocenza, “accesso all’appartamento” o disponibilità, “balcone esterno” o offerta sociale di sé, “ringhiera” o difesa dagli altri, “piazzale” o relazioni sociali, “piano alto” o “sublimazione della libido”.

Più chiaro di così!

***************

Nell’appartamento abita una coppia di coniugi con tre bambini: due sono gemelline femmine e uno forse è un maschietto, ma a tratti è una femmina.”

***************

Ecco la classica famiglia italiana del “boom” economico negli anni sessanta! Ecco il gruppo familiare di Sabina “mutatis mutandis”, dopo aver cambiato le cose che devono essere cambiate!

Sapete lei chi è?

E’ il “maschietto che a tratti è una femmina”: “androginia psichica”. Sabina esordisce ponendo in ballo la sua collocazione all’interno della famiglia tra il “sentimento della rivalità fraterna”, le sorelle “gemelline”, e la sua latente e larvata conflittualità con i genitori, la sua “posizione edipica”. Prevedo che ne vedremo delle belle.

I simboli: “appartamento” o luogo psichico, “abita” o possesso, “coppia di coniugi” o rafforzamento dei genitori, “tre bambini” o figliolanza e fratellanza, “gemelline femmine” o rafforzamento del tratto femminile, “maschietto a tratti femmina” o androginia psichica. Ricordo che l’androginia psichica vale per tutti come la legge che esige a livello psichico la compresenza e l’azione di tratti psichici simbolicamente attribuiti all’universo maschile e di tratti psichici simbolicamente attribuiti all’universo femminile.

***************

La mamma è in casa da sola con i bambini. Ha un aspetto disordinato, agisce senza impegno, frettolosamente. Il volto tradisce l’ansia, la noia.”

***************

Sabina mostra il suo vissuto in riguardo alla famiglia: una madre sacrificata e lasciata sola con i figli. Una scena “già vista” e “già vissuta” nella realtà e che in sogno si presenta come attuale. La desolazione familiare è tutta in questo quadretto: “la mamma è in casa da sola con i bambini”. Ma non basta. Sabina affonda in sogno il colpo nella sua visione della madre: una donna disordinata, meccanica, ansiosa e annoiata. Si capisce il motivo per cui Sabina si è scissa tra spettatrice e attrice protagonista della scena familiare. Questo capoverso è fortemente descrittivo e la simbologia non serve. La scena ricorda i romanzi del Naturalismo francese dell’Ottocento, ha tanto di Emile Zola.

***************

Arriva il padre, giovane, aggressivo. Bello, braccia muscolose, sembra Marlon Brando in “Un tram che si chiama desiderio” (nota aggiunta da me mentre scrivo il sogno appena sveglia, perché così mi appare nell’immediatezza del ricordo).”

***************

La scena si completa e la psicodinamica, sempre più edipica, si complica. Il padre è vissuto da Sabina nella versione opposta della madre: un vero maschio e un vero uomo, un uomo affermativo e realizzato, volitivo e forte, la classica figura maschile che occupa i desideri proibiti e leciti di tutte le donne desiderose di protezione e di appagamento. La bellezza si coniuga con la giovinezza e l’aggressività muscolare.

Quant’è bella questa immagine del papà che la bambina Sabina ha introiettato a suo tempo!

E’ un classico dell’innamoramento e dell’attrazione edipica.

***************

Non capisco, sembra che abbia ammazzato una delle bambine. Trambusto. Lui è il cattivo. Ma poi vedo tutti e tre i bambini, sono con lui, nessuno è morto. È un padre amorevole, nessuno l’ha capito e io che osservo sono felice che adesso lo vedano tutti.”

***************

La compostezza estetica e sentimentale della scena e dell’allegoria è turbata all’improvviso da un’allucinazione tragica, il padre assassino. In un capoverso Sabina illustra il meccanismo dello “splitting”, scissione, del “fantasma del padre”, il padre edipico, quello “buono” da cui si è sentita amata e quello “cattivo” da cui si è sentita respinta in un conflitto ricco di emozioni, struggimenti e tormenti, come nei migliori innamoramenti dei migliori film proiettati nei cinema di periferia. Sabina si è ricreduta sulla figura paterna e sulla sua funzione, non aveva saputo sistemare il padre dentro di lei e non aveva capito quanti investimenti aveva operato su quest’uomo del “tram desiderio”, su questo contrastato Marlon Brando dei giorni del dopoguerra che non aveva nulla da invidiare all’omonimo americano. La famiglia si è ricomposta nei vissuti di Sabina e il “fantasma” si è acquietato nella sua funzione vitale di adescare la creatività e di consentirle le migliori immagini: “figurabilità”.

Vi illustro i simboli.

“Non capisco” o obnubilamento della coscienza, “abbia ammazzato” o esercizio della “libido anale sadomasochistica”, “una delle bambine” o Sabina l’androgina, “trambusto” o forte carica emotiva in atto, “lui” o distacco, “il cattivo” o “parte negativa” del “fantasma del padre”, “vedo” o sono consapevole, “tutti e tre i bambini sono con lui” o rassicurazione tramite la “parte positiva” del “fantasma del padre”, “nessuno è morto” o nessuna perdita affettiva, “padre amorevole” come volevasi dimostrare o rafforzamento della “parte positiva” del “fantasma del padre”, “nessuno l’ha capito” o prima non avevo preso coscienza del fantasma paterno, “io che osservo” o scindendomi ho raffreddato i vissuti e sono andata indietro alla mia infanzia e adolescenza e ho recuperato la mia “posizione edipica” che è rimasta sempre viva in me e nella dimensione temporale presente pur appartenendo al passato. I conti tornano. Ancora: “io sono felice” o ho un buon demone dentro ossia “eudaimonia” greca legata alla presa di coscienza e alla condivisione del bene comune che aumenta la gioia. “Che lo vedano tutti” significa che Sabina si pone come la figlia che aiuta le sorelle a recuperare la figura paterna e l’immagine distorta che si erano formate. Manca la madre, ma ci sono buone speranze di un suo recupero e di una sua riapparizione nella scena familiare.

Bellissimo questo pezzo, degno del migliore Verismo italiano!

Brava Sabina!

***************

Non ricordo più la madre, è scomparsa dal sogno.”

****************

Mancava la madre, mancava l’altra protagonista della “posizione edipica” di Sabina, ed eccola!

Eccola nell’assenza e nella “rimozione” del “non ricordo”, una amnesia funzionale alla rielaborazione della contrastata figura paterna, un uomo sballottato, come i vasi di don Abbondio nel carro, tra il sentimento dell’amore e il sentimento dell’odio. La madre è stata rimossa dalla bambina quando era particolarmente affascinata dall’enigmatico padre e interessata a vivere i tragitti ormonali del suo giovane corpo, la “libido”. La madre “è scomparsa”, è stata esclusa anche dal sogno, così come il marito l’aveva esclusa dalla vita affettiva e sociale, relegandola nella dimensione coniugale del tipo Cenerentola. Sabina non mostra una visione positiva della madre e della figura femminile in generale semplicemente perché non si è voluta identificare in una donna sacrificata e ristretta a mansioni culturalmente obsolete. Sabina ha lottato per essere all’incontrario di sua madre e anche in questa operazione ha usato la sua tendenza onirica a ribaltare nell’opposto le psicodinamiche oniriche. “Scomparsa” si traduce in una carica aggressiva che elimina, “non ricordo” significa “rimozione”. Per completare l’opera spiego il meccanismo di difesa principe delle scoperte freudiane o meglio del lavoro di Freud, dal momento che la “rimozione” era stata scoperta già dai filosofi e nello specifico dal grande Anassimandro, da Cartesio e da Leibniz, nonché dagli Idealisti e nello specifico Schelling. Ma questa è tutta un’altra storia. Vado a delucidare. La “rimozione” è un meccanismo psichico di difesa che espleta la funzione attiva di bandire e di espellere dalla coscienza idee e impulsi inaccettabili da quest’ultima. Per tale necessità li relega nella dimensione profonda.

Procedo in pompa magna.

***************

Resta il padre a prendersi cura dei figli e a dare disposizioni sul loro accudimento dopo che lui sarà morto.”

***************

Sabina ha riconosciuto il padre dopo tante traversie emotive e conclude secondo i canoni popolari della sceneggiata napoletana: il padre dispone la cura dei figli dopo la sua morte.

Ma cosa vuol dire questo canovaccio alla Mario Merola?

La “posizione edipica”, l’aspra conflittualità di Sabina con il padre e la madre, è stata risolta con la presa di coscienza che la figura paterna è stata ben razionalizzata e liquidata come il simbolo della sua origine. Sabina ha riconosciuto il padre come l’altro da sé, come la figura sacra con tanto di carisma e di mistero, come il suo “significante” e non come il suo “significato”, come il “dux” romano portatore delle sue insegne militari, come il maestro che le ha indicato la direzione, come il “segno” semiotico del grande Umberto Eco di cui tanto si sente la mancanza in questi tempi tristi e grami. Sabina ha recuperato affettivamente il padre, “resta il padre a prendersi cura dei figli”, e allarga ai fratelli la sua conquista non per pudore ma per difesa, per spalmare la sua “angoscia di castrazione”, la sua “psiconevrosi edipica”. Sabina ricorre alla morte del padre, “quando lui sarà morto”, costruendolo come un eroe tragico di Eschilo, un uomo mortale che dispone l’accudimento dei figli affinché le sue colpe non ricadano sul suo seme. Tutto questo trambusto serve a Sabina per dire in poche parole che ha iniziato ad amare il padre come il suo simbolo. E nell’elaborazione del simbolo individuale, “suo padre”, quest’ultimo si eleva ala rango universale di “archetipo”, il “Padre”.

La simbologia dice che “resta” o “redde rationem” o resa dei conti, il “padre” o l’origine e il mistero, “prendersi cura” o risolvere l’affanno e lenire l’angoscia, “figli” o dipendenza, “dare disposizioni” o potere del dispensare “genitale” e autorevolezza del “Super-Io”, “accudimento” o affettività e protezione materne, “morto” o razionalizzazione del padre e riconoscimento.

Allacciate le cinture di sicurezza perché il sogno di Sabina ancora viaggia, sulle ali del successo ottenuto, con la sistemazione dell’ingombrante figura paterna e della sacrificata figura materna. Sabina ha trovato pane per i suoi denti nell’identificazione al femminile nella madre e nell’assimilazione della “parte positiva” del “fantasma del padre”: il padre buono e affettuoso che si prende cura della sua bambina e la rassicura nella navigazione tra le infide scogliere di Scilla e Cariddi.

***************

Fine della scena: anche il padre è scomparso e io da spettatrice passo ad essere protagonista del sogno. Termina così anche la mia visione speculare. Ora i riferimenti spaziali sono corretti.”

***************

Sabina si era scissa senza alcun pericolo psichiatrico perché il “meccanismo psichico di difesa” della “scissione” è stato usato in sogno e non nella veglia. Del resto, si sa che la funzione onirica usa anche “processi” e meccanismi” psichici delicati. Abbandonate le difese, Sabina può sognare secondo i criteri della sua correttezza, quelli che ritiene condivisi con gli altri.

Questa è la prima parte del sogno. Il prosieguo è rimandato alla prossima pubblicazione.

PSICODINAMICA

Il sogno di Sabina svolge la psicodinamica della “posizione edipica” con particolare predilezione nei riguardi della figura paterna, usa il meccanismo della “scissione” per non incorrere nell’incubo e nel risveglio immediato e per gestire le angosce legate ai virulenti “fantasmi” del padre e della madre, mostra una buona risoluzione della relazione psichica con il padre attraverso il recupero della componente affettiva e affermativa, tralascia la relazione con la madre e non ne condivide il ruolo. Sabina si serve del meccanismo psichico della “figurabilità” in un contesto speculare rafforzando la presa di coscienza sulla “posizione edipica” e usa la simbologia dello Spazio e del Tempo facendo coincidere la nostalgia con l’appagamento in atto, la consapevolezza del passato con lo stato di coscienza presente.

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

Dei “simboli” si è analiticamente detto.

Gli “archetipi” richiamati sono il “Padre” e la “Madre”.

I “fantasmi” presenti sono quelli del “padre” e della “madre”, il primo nelle due “parti”, positiva e negativa, e il secondo soltanto nella “parte negativa”. Ve li mostro:“La mamma è in casa da sola con i bambini. Ha un aspetto disordinato, agisce senza impegno, frettolosamente. Il volto tradisce l’ansia, la noia.” e ancora “Arriva il padre, giovane, aggressivo. Bello, braccia muscolose, sembra Marlon Brando in “Un tram che si chiama desiderio” e ancora “Non capisco, sembra che abbia ammazzato una delle bambine. Trambusto. Lui è il cattivo. Ma poi vedo tutti e tre i bambini, sono con lui, nessuno è morto. È un padre amorevole, nessuno l’ha capito e io che osservo sono felice che adesso lo vedano tutti.”

Ho riportato i brani per mostrare chiaramente sul campo il “fantasma” e le sue “parti”.

Il sogno di Sabina contiene l’azione dell’istanza “Io” o consapevolezza vigilante e razionale in “Io spettatrice. Questo fa sì che la visione sia speculare: ciò che io vedo alla mia sinistra, nella scena del sogno è a destra.” Si vede chiaramente il meccanismo di difesa della “razionalizzazione”, quella benefica che produce la consapevolezza del rimosso e ripulisce la “coscienza di sé”: quello che è nel mio passato è nel mio presente anche se mi difendo con la “scissione” dell’attrice e della spettatrice. Lacan aveva elaborato lo stadio dello “specchio” per indicare che il bambino acquista un rudimentale senso dell’Io nel momento in cui riconosce se stesso nel riflesso dello specchio. Sabina istruisce la stessa impalcatura e opera con la visione speculare a tutto vantaggio del suo “Io”. Notate ancora un intervento attivo dell’Io in “nessuno l’ha capito e io che osservo sono felice che adesso lo vedano tutti.”

L’istanza pulsionale “Es”, rappresentazione dell’istinto, si manifesta in “Non capisco, sembra che abbia ammazzato una delle bambine. Trambusto. Lui è il cattivo. Ma poi vedo tutti e tre i bambini, sono con lui, nessuno è morto. È un padre amorevole,”.

Il “Super-Io”, limite e senso del dovere, nonché censura morale, agisce visibilmente in “Resta il padre a prendersi cura dei figli e a dare disposizioni sul loro accudimento dopo che lui sarà morto.”

Il sogno di Sabina elabora a iosa la “posizione psichica edipica”, la conflittualità con il padre e in parte con la madre.

Sabina usa in sogno i seguenti “meccanismi e processi psichici di difesa” dall’angoscia e dal risveglio:

la “scissione dell’Io” in “Io spettatrice.”, la “rimozione” in “Non ricordo più la madre, è scomparsa dal sogno.”,

la “condensazione” in “sinistra” e in “destra” e in altro,

lo “spostamento” in “uno forse è un maschietto, ma a tratti è una femmina.” e in altro,

lo “splitting” o “scissione delle imago” in “Non capisco, sembra che abbia ammazzato una delle bambine. Trambusto. Lui è il cattivo. Ma poi vedo tutti e tre i bambini, sono con lui, nessuno è morto. È un padre amorevole, nessuno l’ha capito e io che osservo sono felice che adesso lo vedano tutti.”,

la “sublimazione” in “Piano alto, forse terzo o quarto.”,

la “figurabilità” in “È giorno. Condominio a sinistra, pareti esterne bianche. Accesso all’appartamento attraverso un balcone esterno con ringhiera che dà sul piazzale. Piano alto, forse terzo o quarto.” e in “Io spettatrice. Questo fa sì che la visione sia speculare: ciò che io vedo alla mia sinistra, nella scena del sogno è a destra.”,

la “regressione” nei termini previsti dalla funzione onirica e nella simbologia spaziale del movimento che da destra va verso sinistra.

Il sogno di Sabina mette in mostra un tratto psichico nettamente “edipico” all’interno di una “organizzazione psichica reattiva” di stampo “fallico-narcisistica”e intenzionata alla “genitalità”, autocompiacimento e amor proprio in direzione all’investimento di “libido” nell’altro.

Il sogno di Sabina forma le seguenti “figure retoriche”:

la “metafora” o relazione di somiglianza in “È giorno. Condominio a sinistra, pareti esterne bianche.” e in altro,

la “metonimia” o relazione di senso logico in “nessuno è morto” e in altro,

la “iperbole” o esagerazione espressiva, in “Non capisco, sembra che abbia ammazzato una delle bambine.”,

la “enfasi” o forza espressiva in “Trambusto. Lui è il cattivo”,

la “allegoria” o combinazione simbolica dinamica in “Arriva il padre, giovane, aggressivo. Bello, braccia muscolose, sembra Marlon Brando in “Un tram che si chiama desiderio”.

La “diagnosi” dice di una risoluzione della “posizione psichica edipica” tramite la “razionalizzazione del rimosso” e l’esito del miglioramento della “coscienza di sé”.

La “prognosi” impone a Sabina di porre tanta attenzione nel mantenimento di una consapevolezza lucida della sua formazione psichica e dei suoi “fantasmi edipici”. Soprattutto quello materno abbisogna di essere ulteriormente elaborato nella “parte positiva”.

Il “rischio psicopatologico” si attesta nel mancato funzionamento del meccanismo della “razionalizzazione” e nell’offuscamento della limpidità della coscienza: psiconevrosi edipica, ansioso-depressiva e fobico-ossessiva.

Il “grado di purezza” del sogno di Sabina è “discreto” al di là della discorsività narrativa con cui viene offerto. Sabina è molto creativa in sogno e compone quasi un romanzo o un dramma in esaltazione della sua vena creativa. Sabina si gusta il sogno e lo elabora come il romanzo di una parte della vita da scrivere nel migliore dei modi. Sabina, quando sogna, compone i quadretti estetici in ottemperanza alla sua vena creativa e alle sue fantasie dell’infanzia. Sabina si è tanto pensata narcisisticamente a suo tempo per compensare l’avarizia affettiva della realtà familiare.

La “qualità onirica” è decisamente “estetica” e “analitica”: culto della bellezza in un quadro informato di particolari gustosi.

Il sogno di Sabina si è svolto dalla seconda fase REM del sonno a causa della carica emotiva di medio spessore.

Il “fattore allucinatorio” si esalta nel senso della “vista” e soprattutto in “Io spettatrice. Questo fa sì che la visione sia speculare: ciò che io vedo alla mia sinistra, nella scena del sogno è a destra.” e in“Fine della scena: anche il padre è scomparso e io da spettatrice passo ad essere protagonista del sogno. Termina così anche la mia visione speculare. Ora i riferimenti spaziali sono corretti.”

Il “grado di attendibilità” dell’interpretazione del sogno di Sabina è “buono” alla luce dell’evidenza della psicodinamica “edipica” e della chiarezza collaudata dei simboli. Il “grado di fallacia” è, di conseguenza, “minimo”.

DOMANDE & RISPOSTE

L’interpretazione del sogno di Sabina è stata letta e analizzata dalla signora Maria, donna di popolo e madre di tre maschi, nonché orgogliosamente fornita di una valida terza media.

Domanda

Questo sogno l’ho capito meglio degli altri perché mi ci sono ritrovata e specialmente nella relazione con il padre, ma anche la madre non mi è indifferente perché la mia era poco considerata, viveva in una famiglia patriarcale e contadina, lavorava in casa e fuori casa e doveva tacere.

Risposta

Quello che dici conferma che il padre e la madre sono figure importanti per tutti. La nostra formazione psichica è impensabile senza la loro presenza e la loro funzione perché sono figure imprescindibili. Anche gli orfanelli trovano il loro papà e la loro mamma nelle persone che li accudiscono e li circondano. Mi dispiace per tua madre, ma penso che sia stata tanto brava e duttile perché si è ben adattata al contesto familiare del Veneto prima patriarcale e poi borghese.

Domanda

Mi spieghi che non ho capito bene. Anzi, le dico io quello che mia madre mi ha sempre raccontato con un certo dolore ma senza piangere. La famiglia dei nonni era allargata e patriarcale. Tutti i membri lavoravano la terra del conte di Collalto nella pianura di Susegana. Vivevano in trenta dentro una casa colonica umida e scaldata dal “larin”. La casa era contrassegnata dalle insegne del conte, striscia rossa parallela in un fondo giallo. Erano servi della gleba marchiati per essere riconosciuti dal padrone. In quella famiglia comandava il vecchio più abile nell’organizzazione del lavoro, mentre la donna più anziana, la “vecia”, amministrava i pochi soldi. I bambini erano trattati come bestioline ed erano legati all’albero con il guinzaglio quando le madri andavano a lavorare nei campi. C’era una gran confusione di maschi e di femmine e di notte vigeva una gran confusione sessuale. C’erano i matti e i disabili in questo contesto familiare, et cetera, et cetera, et cetera. Questa era la famiglia contadina sfruttata dai nobili fancazzisti e parassiti. Dopo, con la riforma agraria della Repubblica italiana, ogni membro è andato per i fatti suoi con la sua famiglia e ha iniziato a emanciparsi e a lavorare i campi che aveva ereditato o comprato. Lavorava anche in fabbrica e ha creato con la fatica e il sudore il miracolo economico del “nord est”. Le risulta tutto questo?

Risposta

Tua madre era duttile a livello psicologico nell’adattarsi a simili tremende situazioni e intelligente nel capirle e nel metterci riparo per sopravvivere nel migliore dei modi.

Domanda

Ho dimenticato di dirle che la sera c’era il “filò” e si riunivano nella stalla per stare al caldo e per divertirsi insieme agli altri. Logicamente puzzavano di merda. Poi i figli e i fratelli hanno litigato e si sono divisi. Così dalla miseria sono passati a stare meglio lavorando tantissimo e guadagnando tanto di più. Mia madre ha lavorato sempre e ha avuto poche soddisfazioni, però mio padre le voleva bene e non le ha fatto mancare niente. Secondo me i tempi erano fatti in questo modo. C’era tanta ignoranza.

Risposta

La cultura è sempre in evoluzione e la maniera in cui intendiamo noi stessi e gli altri va sempre migliorando.

Domanda

Questo lo dice lei. A me sembra che le cose e le persone vanno sempre peggio. Comunque, mi può spiegare meglio questa signora Sabina e la famiglia in cui è cresciuta?

Risposta

Il sogno dice che Sabina è cresciuta in una famiglia dove il padre era dominante e poco presente e, se era presente, era poco affettuoso. La bambina ha sofferto tanto di questa freddezza paterna e si è curata da sola compensandosi con il volersi bene e cercando di farsene una ragione. Facendo così ha aumentato il suo amor proprio e ha tanto fantasticato, per cui da adulta si è trovata con una buona capacità di pensare e di esprimere le tante idee e le tante esperienze. Resta una donna affermativa che non è andata molto lontano dal “fantasma del padre” e che si è identificata più nel padre che nella madre. E’ una donna di potere e non una femminuccia qualsiasi: una donna fallica e narcisistica nella giusta dose e senza essere prevaricatrice, una donna che sa il fatto suo e che non te le manda adire, anzi te le viene a contare.

Domanda

Quando parla così, le darei un bacio. Ho capito e non solo ho capito, ma lei ha detto la stessa cosa che avevo pensato io.

Risposta

Due teste sono meglio di una e quattro occhi sono meglio di due.

Domanda

Ma il sogno non è finito?

Risposta

Il sogno continua, ma era troppo lungo e troppo prezioso per bruciarlo in una sola puntata, per cui ho preferito spezzarlo in due senza mutilarlo.

Domanda

Ma quanto tempo ci mette per analizzare un sogno?

Risposta

Dieci ore, qualche minuto più o meno.

Domanda

Ma siamo sicuri che è tutto gratis?

Risposta

Sicurissimo e tu lo sai bene.

Domanda

Certo che lo so. Mi sembra così strano.

Risposta

Ho scritto e ho sempre detto che io restituisco in termini di conoscenze scientifiche o pseudoscientifiche quello che ho imparato dalle persone che ho aiutato a superare le difficoltà della loro vita in un preciso momento e semplicemente dando loro un metodo per inquadrarsi meglio e per ridurre le tensioni nervose, insomma per essere padroni a casa loro.

Domanda

Allora quello che lei scrive non è sempre scientifico?

Risposta

Il discorso si fa intrigante, ma io te lo faccio lo stesso. Il concetto di Scienza è complesso e variegato. Ogni tempo e ogni cultura elabora e afferma il suo concetto di Scienza. Aristotele diceva nel quarto secolo avanti Cristo che la Scienza è conoscenza delle cause. Se noi conosciamo di qualsiasi parte della realtà o di qualsiasi attività umana quattro cause, allora abbiamo la conoscenza scientifica. Le quattro cause erano e sono queste: la “causa formale” che risponde alla domanda “che cosa è questo”, la “causa materiale” che risponde alla domanda “di che cosa è fatto questo”, la “causa efficiente” che risponde alla domanda “da chi è fatto questo”, la “causa finale” che risponde la domanda “per quale scopo è fatto questo”. La Scienza doveva obbedire alla Logica, ai suoi principi e ai suoi procedimenti, e doveva formularsi secondo un discorso comprensibile e giustificato nelle sue affermazioni e nelle sue conclusioni. I “principi logici” era i seguenti: “identità” (A è A) in base al quale ogni concetto è uguale a se stesso, “non contraddizione” (A non è nonA)in base al quale ogni concetto non è uguale al suo opposto, “terzo escluso” (o è A o è nonA) in base al quale ogni concetto non è uguale al suo opposto. Il procedimento logico della Scienza era ed è il sillogismo, il mettere insieme concetti diversi in maniera compatibile e per aumentare le conoscenze. Questo concetto di Scienza si definisce “determinismo” ossia è così e non si discute perché la Logica non è opinione individuale ed è universale, valida per tutti gli uomini al di là delle culture a cui appartengono. Mi fermo, ma la prossima volta ti spiegherò il concetto di scienza di Cartesio, poi di Galilei, poi di Bacone, poi dei filosofi moderni e contemporanei.

Domanda

Ho capito e non ho capito. Lei segue Aristotele?

Risposta

Sì, sono determinista, ma ci sono altri tipi di scienza. Ma comunque io resto uno scrittore e uno psicologo che elabora il sognare e i sogni secondo una griglia fatta di tanti pezzi di tante teorie di altri: un eclettico o un sincretista. Mettila come ti pare meglio.

Domanda

Quando parla difficile lo ammazzerei. Insomma lei non è originale per niente, ma è uno che ha preso di qua e di là e ha messo su un’impalcatura per fare quello che fa, spiegare come si sogna e i sogni.

Risposta

Hai visto che hai capito benissimo. Perché ti sottovaluti?

Domanda

Avrei voluto tanto andare a scuola, ma non c’erano i soldi e poi io ero una femmina e non serviva perché mi sarei sposata, come dicevano in quel tempo le persone ignoranti e specialmente le mie nonne. Ma i miei figli studiano e due sono scritti all’Università di Padova, il grande in Legge e il secondo in Medicina, e sono tanto bravi. Il più piccolo vuole fare il contadino nei campi del padre, ma io gli ho già detto che senza laurea in Agronomia o in Enologia non va da nessuna parte. Ai miei figli ho sempre insegnato che la mangiatoia sta in alto e che per mangiare bisogna far fatica e allungare il collo.

Risposta

Tu sei una grande donna.

Domanda

Si ricordi che mi deve spiegare quelle cose sulla Scienza.

Risposta

Ogni promessa è un debito.

Per il sogno analitico e narrativo di Sabina propongo una storia di creativa amministrazione, non certo di ordinaria follia.

CARO SEBASTIANO

Caro Sebastiano,

c’è qualcosa che non va,

ma non in casa,

né fuori casa,

c’è qualcosa non va dentro di me

e non sono i pensieri o l’agitazione,

ma è qualcosa d’impalpabile,

qualcosa che non ha parole.

L’ineffabile!

Ecco, l’ineffabile, proprio l’ineffabile!

Tu sai cos’è l’ineffabile?

L’ineffabile è ciò che non si può dire

perché è stato detto.

Ma da chi è stato detto?

Chi ha detto l’ineffabile se non si poteva dire?

E come l’ha detto?

Con abito firmato o semplici jeans?

Sai, Sebastiano, queste non sono questioni da poco,

ma ne va di mezzo la mia dignità di malata mentale.

Almeno questa lasciatemela, vi prego,

voi che mi avete tolto anche i fiammiferi di legno,

quelli puzzolenti di zolfo,

gli zolfanelli per l’appunto.

Ma forse Sebastiano,

sai,

c’è che non c’è proprio niente che non va.

Va tutto bene.

Sto bene

e non è il Serenase che mi fa star bene

visto che lo prendo soltanto da tre giorni.

Non è il Clopixol che mi fa star bene

visto che l’iniezione l’ho fatta stamattina.

C’è quel qualcosa che non va che mi fa star bene.

Hai capito?

Mi sento senza corpo

perché il mio corpo non mi appartiene più

e non perché l’ho dato a qualcuno,

ma perché agisce per conto suo,

insomma va per i cazzi suoi.

Il mio corpo birichino è finalmente autonomo

e non mi fa paura.

A volte ha ansia,

a volte è tranquillo,

tre minuti dopo si agita,

all’improvviso vuole la Nutella

o vuole essere toccato.

E il mio Io?

Il mio Io è perplesso,

confuso,

sereno,

pacifico,

di merda.

Come vedi,

caro Sebastiano,

è tutto un casino

e niente è affidabile.

Ma sai cos’è?

C’è qualcosa che non va,

ma non c’è proprio niente che non va

e io non so più come sto.

Forse sto prendendo in giro tutti,

me compresa.

Ma come si fa a smettere?

In questo momento non c’è più nessuno attorno a me,

non c’è più nessuno vicino a me,

non ho un punto di riferimento,

non ho un viso da guardare,

ma ho un qualcosa di confuso,

un viso confuso con gli occhi di tutti,

un assembramento di occhi.

Ho ansia,

ma basta che ci penso un attimo e passa.

Chi stiamo prendendo in giro?

Recitiamo allora!

Oh, ciao, come va?

Non c’è male, grazie.

Si va sempre avanti e voi, invece, come state?

Beh, così così,

cosa volete,

sono gli acciacchi del tempo,

un giorno si ama,

un giorno si odia,

un giorno si cazzeggia,

un giorno ci si incazza.

In fondo siamo vivi.

Siamo vivi ogni giorno di giorno in giorno.

Così, Sebastiano, può andare?

Eppure c’è qualcosa che non va

anche se non c’è niente che non va.

Adesso comincia il dramma.

Caro Pinocchio,

il grillo te l’aveva detto

che a fare i monellacci si finisce in prigione o in ospedale,

ma tu non l’hai ascoltato,

tu l’hai ammazzato.

Ma non è stato Pinocchio.

E’ stata Luana che ha giocato con il grillo

e che l’ha ammazzato.

Ma non è stata Luana.

E’ stata Mara che ha giocato con il grillo

e che l’ha ammazzato.

Ma non è stata Mara.

E’ stato Vincenzo che ha giocato con il grillo

e che l’ha ammazzato.

Ma non è stato Vincenzo.

E’ stata Mafalda che ha giocato con il grillo

e che l’ha ammazzato.

Ma non è stata Mafalda.

Allora chi è stato?

Perbacco, voglio sapere chi è stato!

Intanto pensiamo al povero grillo.

Corri grillo,

corri lontano,

gioca,

salta

e tendi una mano,

sorridi alla gente che ti passa davanti,

nasconditi a Luana che vuol farsi avanti.

E’ Luana che ha giocato con il grillo

e che l’ha ammazzato.

Luana ha le sbarre,

Luana è nelle sbarre,

Luana ha le sbarre nella mente e nel cuore.

Luana ha le sbarre dove il sangue scorre lento.

E’ Luana che ha giocato con il grillo

e che l’ha ammazzato.

Povera Luana!

Tu grillo nascondi Luana,

falla dormire.

Tu grillo gioca,

tu salta,

tu non devi morire.

Chi grida?

E’ Luana che ha gridato,

ma neanche il vento l’ha ascoltata.

Nascondi Luana,

falla dormire,

tu grillo gioca,

tu salta,

tu non devi morire.

Ma queste sono tutte soltanto parole.

Il grillo è morto e non farà più cri, cri, cri.

Povero grillo e povera Luana!

Caro Sebastiano,

pensi ancora

che non c’è proprio niente che non va?

Salvatore Vallone

in Pieve di Soligo (TV) e nel mese di Marzo dell’anno 1996

LE BARE DI VETRO

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Premetto che poco tempo fa ho visitato il cimitero di Lisbona e sono rimasta molto colpita dalle bare a vista nelle cappelle con porte di vetro trasparente.

Stanotte ho sognato di essere davanti alle bare mia, di mia madre e di mio padre.

La mia e quella di mia madre erano nel ripiano alto della cappella, erano bare di vetro trasparente e vedevo solo i miei piedi con scarpe scure ed avevo un vestito lungo bianco a balze.

A guardare questa scena c’era a fianco a me mia madre alla quale esprimo il mio disappunto sul fatto che le bare siano di vetro; non mi va proprio che il mio corpo possa essere visto!

Sotto è steso mio padre, ma non è dentro una bara. Noto dei suoi movimenti quasi impercettibili e lo faccio notare a mia madre la quale cerca di convincermi che è morto, ma mio padre fa un movimento visibilissimo e allora lo chiamo a gran voce “Papà! Papà! Svegliati!”.

Lui apre gli occhi e si alza, inconsapevole di essere stato creduto morto.”

Lisbona

DECODIFICAZIONE – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Ho scelto come titolo “Le bare di vetro” per confermare la vena macabra del sogno e lo stupore che la stessa Lisbona ha sottolineato anche come possibile causa scatenante: “poco tempo fa ho visitato il cimitero di Lisbona e sono rimasta molto colpita dalle bare a vista nelle cappelle con porte di vetro trasparente.” Questo titolo è adatto a un buon film “horror”, quelli del migliore Dario Argento, e conferma la plasticità creativa dell’umana funzione onirica, il meccanismo della “figurabilità”, in base al quale a ogni idea si addice la giusta immagine. Noi, uomini viventi, siamo capaci di “impressionarci” fotograficamente con le nostre esperienze e con le nostre riflessioni. Non basta, perché riusciamo anche a tradurle in fantasie e in allucinazioni con assoluta naturalezza e spontaneità, senza aver deliberato da svegli alcunché di preciso al riguardo e senza sapere di avere dentro il regista giusto per girare il nostro film e lo sceneggiatore abile a dare le parole adatte al capitolo del nostro romanzo.

Federico Fellini aveva ragione, ma questo è un altro discorso.

Se il cammino psicoanalitico è arduo e si può definire “le parole per dirlo”, il sogno è più complesso semplicemente perché elabora da solo e senza il concorso diretto della nostra volontà “le immagini simboliche per dirlo”.

Il titolo del sogno di Lisbona poteva essere anche questo: “Papà, papà svegliami!”, riprendendo e modificando secondo dettami psicoanalitici la parte finale del sogno, il punto in cui Lisbona, in preda al giusto “raptus” e a un buon demone, dice “lo chiamo a gran voce “Papà! Papà! Svegliati!”, proiettando sul padre la sua intuizione e la sua conquista psichica: il “sapere di sé” e il “far da sé”, l’autonomia del pensiero e dell’azione, la buona novella di ogni bambino e adolescente.

Mi preme sottolineare che Lisbona ha vissuto il padre come “liberatore” delle sue energie psicofisiche più genuine dopo il ristagno difensivo nella protezione materna e dopo l’identificazione nella figura della madre, una psicodinamica della prima adolescenza e di quando il “corpo” è in distonia con la “mente” a causa dell’immediato risveglio degli ormoni e degli orologi biologici, il cosiddetto sviluppo “genitale” durante la turbolenta pubertà.

Questo vissuto del padre “libertador” da parte di Lisbona è una tappa universale e si estende a tutte le bambine in odore di donna. Ma la madre non è da meno in questo dolce psicodramma andato a buon fine e gustoso come le ciambelle della nonna cucinate nel forno a legna. La madre di Lisbona è di ostacolo, sempre nei vissuti della figlia, alla libera espansione delle energie psicofisiche che “odorano di futuro”, “adolescenza”. La madre di Lisbona è di blocco, sempre nei vissuti della figlia, all’avvento della “libido genitale”, quella che consegue alla “libido fallico-narcisistica”, all’isolamento compiaciuto e alla masturbazione psicofisica.

Nella “Politica” familiare il “Padre” è colui che apprezza e consente, propone e autorizza, apre e definisce, libera e condiziona, limita e impone. Il “Padre” è il simbolo dell’istanza psichica “Super-Io” e intorno alla sua figura si condensano la “Morale” e la “Legge”. Ma attenzione, perché di troppo “Padre” si resta schiavi.

Quello di Lisbona è il sogno di una figlia che è legata al padre a filo doppio; il primo è quello “edipico”, l’innamoramento della bambina, il secondo è quello conflittuale con la madre che, dopo essere stata la sua alleata e la sua maestra, viene vissuta come prevaricatrice nei riguardi del padre.

Un’esperienza significativa è quella di Lisbona che va a Lisbona, visita il cimitero, viene colpita dalla novità delle ultime dimore portoghesi e adatta il suo vissuto, a metà tra il trauma e la curiosità culturale, al simbolismo e all’allegoria della sua relazione pregressa e in atto con i genitori.

Operazione acrobatica brillante!

Le premesse sono promettenti e il seguito ancora di più, per cui non resta che metterci in cammino per seguire passo dopo passo il regalo psichico che Lisbona si è fatto.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

…ho sognato di essere davanti alle bare mia, di mia madre e di mio padre.”

L’esordio non poteva essere più inquietante. Lisbona fa di tutta l’erba un fascio e democraticamente si aggredisce e aggredisce i suoi genitori, si vede e li vede inanimati dopo aver operato la “scissione” difensiva per non incorrere nell’angoscia, nell’incubo e nel risveglio. Lisbona è “davanti alle bare”, le osserva stando con i piedi ben piantati a terra e con gli occhi ben vigili di fronte a tanta elegante desolazione. Abbiamo due Lisbone che non denotano alcuna pericolosa sindrome psichiatrica, bensì la solita difesa della funzione onirica per ottenere l’autorizzazione a procedere. Lisbona attesta del suo forte legame con i genitori nel bene e nel male e si vede in sogno unita a loro anche nella morte. Appare evidente che non si tratta di morte fisica, ma di qualcosa di altro che si andrà ad appurare cammin facendo.

La “bara” è il simbolo femminile del grembo che opprime la vitalità e rende inanimato il suo contenuto, la “parte negativa” del “fantasma della madre”, quella mortifera che opprime e uccide, una “tanatocrazia” classica dell’archetipo Madre, la Signora che ha il potere della Vita e della Morte. La famiglia è unita e accomunata nella oppressione della vitalità e nella mancata nascita di “parti psichiche” che potevano vedere la luce. Rileviamo la presenza immediata in sogno della triade edipica, il triangolo “figlia-madre-padre”. Lisbona sta decisamente navigando durante il sonno nella “posizione psichica edipica”. Non ci sono dubbi in proposito. Si trova “davanti alle bare” ed è pronta all’analisi della psicodinamica del “fantasma d’inanimazione”, il “non nato di sé”, tutte le pulsioni e i bisogni che non hanno visto la luce o a cui non ha dato realtà.

La mia e quella di mia madre erano nel ripiano alto della cappella, erano bare di vetro trasparente e vedevo solo i miei piedi con scarpe scure ed avevo un vestito lungo bianco a balze.”

Se l’esordio era repentino e impressionante, il prosieguo non è da meno. Lisbona si colloca in questo luogo d’inanimazione insieme alla madre nei luoghi alti della “sublimazione” e della superiorità, l’alto-locazione psichica, il “complesso di superiorità” che è sempre un problema e semplicemente perché è una difesa dalla “angoscia d’inferiorità”. Lisbona si è identificata nella madre e prende le sue parti per necessità psicofisica. In mezzo a tante difese, più o meno consapevoli, Lisbona ha piena consapevolezza del suo potere di donna e della sua ieratica figura, del suo marcato tratto narcisistico in occultamento di tutto quello che sarebbe dovuto conseguire ed esserci, la “genitalità”, la disposizione a vivere concretamente le relazioni sociali e l’investimento di “libido” sugli altri. E, invece, Lisbona insieme alla madre fa buona e bella mostra di sé e si appaga di questa surreale esibizione.

Ma quante cose si son perse e quante se ne perderanno queste due donne! Sono entrambe “morte” agli altri, paghe del loro potere di donne asettiche pure e caste, tutto fallo e niente arrosto, tutte belle e inanimate.

La parola va ai simboli.

Il “ripiano alto della cappella” è il luogo del “processo psichico di difesa” della “sublimazione della libido”, la difesa dall’angoscia del “non nato di sé”. Le “bare di vetro trasparente” attestano simbolicamente della consapevolezza difensiva che qualcosa dentro è inanimato o non è nato e aspirava a nascere. “Vedevo” conferma la presa di coscienza, mentre “i miei piedi con scarpe scure” rappresentano simbolicamente il potere fallico e il potere recettivo femminile, l’allegoria dell’androginia psichica, del “maschio-femmina” che Lisbona si porta dentro dall’assimilazione della madre: una forma accentuata di “identificazione”, una forma di “introiezione” della madre a scopo esorcistico dell’angoscia dell’indeterminato. “Avevo un vestito lungo bianco a balze”, un vestito ieratico, un abito sacro, un paramento della sacerdotessa di Demetra, un vestito classico delle signorinelle appena uscite dall’infanzia nelle famiglia della buona borghesia. Trattandosi di un abito indossato dentro la bara di vetro, l’opzione è decisamente per la sacralità dell’angoscia di non essersi espressa e di non esprimersi nelle proprie potenzialità, il senso di avere represso e incarcerato la parte migliore di sé che voleva nascere e che Lisbona non ha avuto il coraggio di lasciar uscire alla luce del sole. La sofferenza è maggiore perché la consapevolezza è limpida, “di vetro trasparente”.

Il riepilogo impone di dire che Lisbona sta attraversando in sogno la sua adolescenza, il periodo in cui si era identificata totalmente nella madre per difesa dall’angoscia dell’indeterminato ed era ricorsa al processo di difesa della “sublimazione della libido” per evitare le relazioni e il coinvolgimento. La sua “libido fallico-narcisistica” era servita per supportare la sua difesa e per evitare di evolversi nella “posizione psichica genitale” e nell’investimento della omonima “libido”. La giovanissima Lisbona è pienamente consapevole di tanto sacrificio e di tanto disagio, ma non riesce a fare altrimenti e a lasciarsi andare in abiti femminili adulti tra l’ammirazione tentatrice della gente. L’adolescente persiste e ruba tempo alla donna.

A guardare questa scena c’era a fianco a me mia madre alla quale esprimo il mio disappunto sul fatto che le bare siano di vetro; non mi va proprio che il mio corpo possa essere visto!”

Ed ecco il “busillis” della questione!

Ecco il conflitto di Lisbona!

Ecco l’angoscia dell’adolescente e procace donnina che deve aprirsi alle danze sociali con abiti femminili adulti!

Questa è l’allegoria del drammatico e bellissimo passaggio dall’infanzia all’adolescenza, dall’essere fisicamente indeterminata all’essere donna con annessi e connessi psicofisici ben evidenti. E’ il momento bellissimo in cui l’epifania femminile avviene e la giovane donna si mostra nel tempio.

Ma come ha vissuto questo trambusto psicofisico la bambina di prima?

Lisbona lo sa, ne è consapevole e opera un ritiro dagli investimenti della crescita e del nuovo traguardo. Lisbona vive male la sua evoluzione psicofisica e si rappresenta in sogno “dentro una bara di vetro” a esibire la sua “androginia”, il potere di donna fallica che ha esercitato nell’isolamento. E più si isola e più Lisbona si difende nel sentirsi bella. Il narcisismo aumenta in maniera direttamente proporzionale al ritiro dalla realtà e alla chiusura nella “tomba di vetro”.

Quante cose potevano nascere e quante esperienze si potevano vivere!

Se chiedete alle donne, in gran percentuale diranno di avere tanto sofferto questo passaggio dall’infanzia informe all’adolescenza formata, dal corpo senza forme al corpo con le forme.

Analizzo le simbologie.

L’alleanza con la madre è manifesta come la contrastata “identificazione” per alleviare il dolore della presa di coscienza dell’inanimato e del non vissuto e del “non nato”: “a guardare questa scena c’era a fianco a me mia madre”. “Esprimo” si traduce in sono consapevole e do parola al mio conflitto e al mio dramma di non aver saputo far agire la mia donna nella scena del mondo sociale tra le tavole del teatro comune. Il “disappunto sul fatto che le bare siano di vetro” esprime ancora il dolore della consapevolezza, il contrasto e il conflitto interiore sulla trasparenza razionale del mio stato innaturale di inanimazione e di blocco psicofisico, anche se ben supportato dal narcisismo dell’isolamento e dalla beatitudine della bellezza solipsistica e non condivisa. “Non mi va proprio che il mio corpo possa essere visto”.

Cosa vi avevo preannunciato?

Il problema dell’adolescente procace e cresciuta è l’essere vista dagli altri, il non riconoscersi per difesa dagli altri e per difesa da se stessa in primo luogo, dagli altri che appetiscono e da se stessa che ancora non è educata alle novità del suo corpo. Sono i suoi occhi e gli occhi degli altri a essere messi in ballo e in discussione. Lisbona signorina non ha confidenza con il suo corpo degnamente evoluto e non vuole essere guardata dalla gente.

Sotto è steso mio padre, ma non è dentro una bara.”

Ecco che nella scena onirica irrompe il padre con la giusta autorità e il giusto cipiglio che deve avere nei vissuti della figlia bambina. Il padre è disteso nel mondo della materia, nella realtà della concretezza: questa è la simbologia del “sotto”. Oltretutto il padre non è imprigionato nelle sue energie vitali, “non è dentro una bara”, appartiene alla famiglia ma non partecipa ai “fantasmi di inanimazione” della famiglia. Il padre è una figura positiva per la figlia che, dopo essersi identificata nella madre, si è sentita bloccata nel ruolo di donna che condivideva con la madre, una figura vissuta come rigida e bigotta nell’espletamento e nel disbrigo del corredo psicofisico femminile. Il padre, all’incontrario, è “maieutico” perché aiuta la figlia bambina a partorire la donna con travaglio spedito e lineare.

I simboli dicono che “steso” evoca un “fantasma di morte” e di distacco dalla realtà. Ma la sua diversità positiva si attesta nel fatto che è “sotto”, un simbolo filosofico del “pessimismo esistenziale” di un uomo che partecipa allo stesso destino delle sue donne, ma un uomo concretamente vivo e impegnato. “Mio padre” è il simbolo delle origini, delle radici e della trasmissione psicofisica, la figura da cui si eredita anche la colpa di essere nati nel peccato. “Non è dentro una bara” equivale a “non è come noi donne che ci sentiamo oppresse da un fardello d’isolamento e inanimate da un cumulo di tratti contenuti in un corpo da occultare e da non vivere bene”. Questa non è la cultura e la morale familiare, ma è la difesa psichica che Lisbona ha addebitato in sogno alla madre: meccanismo psichico dello “spostamento”.

Noto dei suoi movimenti quasi impercettibili e lo faccio notare a mia madre la quale cerca di convincermi che è morto;”

La figlia ha trovato nel padre la sua Pasqua di resurrezione e la sua migliore epifania: due piccioni con una fava.

Bel colpo!

Il padre è elemento positivo, si muove, è vivo ed è alleato della figlia, un maestro che le insegna a muoversi nel mondo e ad agire in esso. L’oppressione materna è stata ridotta e superata. L’identificazione nella madre, operata durante l’infanzia e l’adolescenza, è stata ridimensionata da Lisbona grazie al padre e al ricorso alla sua figura dinamica e alla sua diversità. Lisbona ha trovato nel padre quello che le mancava per iniziare a muoversi nello spazio e nel tempo, ha reperito la forza che le serviva per lasciare l’infida palude materna. In un contesto familiare disciplinato, bloccato nella cultura ufficiale e incapsulato nella formalità del comportamento, in un ambito sociale vissuto come contrario alla sua vitalità espressiva, l’adolescente Lisbona trova nel padre la possibilità di passare dal “narcisismo” al “genitale”, dall’isolamento compiaciuto all’offerta della sua persona, dall’investimento della “libido” non più in se stessa ma nell’altro, il tanto temuto oggetto esterno. Il giudizio nei riguardi della madre bloccante è severo. E’ proprio lei che mi ha suggerito che il papà non è da condividere come modello e da seguire come maestro, che mi ha quasi convinto che anche lui è inerte, passivo e inanimato. E’ proprio lei che mi ha ingiunto di non lasciarmi suggestionare da lui e dalla sua pretesa di essere nel giusto. Questa madre prevaricatrice, questa donna che inganna la figlia e vuole perpetuare i suoi maligni “fantasmi”, questa seguace dell’immutabilità della Nutella, sta tutta dentro i vissuti di Lisbona e si colloca con naturalezza dentro la storia e la cultura della famiglia. Quante madri hanno trasmesso alle figlie il senso di rassegnazione al ruolo e di immutabilità del destino femminile, un tragico insegnamento dettato da un fatalismo arabo e da una sadica compensazione della loro sofferenza: “mal comune è mezzo gaudio”. Queste donne non hanno fatto alleanza contro il nemico, ma hanno fatto alleanza con il nemico.

Benedette l’evoluzione storica e la rivoluzione culturale!

Benedette le “chat” che in tempo reale collegano il polo nord al polo sud!

Vediamo i simboli cosa dicono e cosa significano.

“Noto” è funzione dell’Io razionale e benefica presa di coscienza. “Movimenti quasi impercettibili” si traducono nella constatazione della figlia che il padre è punto inequivocabile di riferimento per la sua formazione sociale e punto essenziale di partenza per il suo distacco progressivo dalla figura materna in cui si è pienamente identificata. Lisbona sa che con giudizio e con discrezione deve cercare la sua strada e la sua dimensione psicofisica proprio alleandosi con il padre. “Lo faccio notare a mia madre” significa che Lisbona dialoga con se stessa e prende coscienza di essere troppo vincolata alla madre e di aver bisogno della figura maschile del padre per accostarsi alle altre figure maschili del mondo. E’ solo questo il modo di superare i suoi pudori e le sue vergogne di adolescente che ha da esibire un corpo maturo al punto giusto. “Cerca di convincermi che è morto “ equivale a una concezione negativa della madre, la “parte negativa” del “fantasma materno”, la donna prevaricatrice immaginata dalla figlia quando pensava secondo il meccanismo della “scissione” o “splitting”. Lisbona, in effetti, è sempre la ragazzina che si difende per l’ultima volta dalla madre, meglio da se stessa, dicendosi che non è cosa buona e proficua far ristagnare la vitalità e che, allora, bisogna superare le ultime resistenze alla presa di coscienza e convincersi che il padre è la figura a cui appellarsi per uscire dalle carceri e per non lasciare mai più imputridire le buone energie.

ma mio padre fa un movimento visibilissimo e allora lo chiamo a gran voce “Papà! Papà! Svegliati!”.

Ecco la conferma del quadro nella sua psicodinamica. Lisbona resuscita il padre e lo fa diventare il perno della sua rinascita. Questo è il travaglio di Lisbona. E’ lei l’autrice e la protagonista del sogno, il padre serve per consentirle di esprimere il suo vissuto al riguardo: come lei si è vissuta, si vive e risolve la questione relazionale. Il padre è il “deus ex machina” della tragedia greca, serve per risolvere definitivamente la questione tra gli uomini e il conflitto con gli dei. Per rinascere, la figlia adolescente scopre il padre come colui che l’aiuta a distaccarsi dal grembo materno e a superare le oscurità femminili per prendere luce e manifestarsi al mondo. Gli “altri” adesso sono le nuove allucinazioni del desiderio che prendono forma e diventano chiarezze. Lisbona ha avuto bisogno del padre per relazionarsi con il corpo adulto e con la mente adolescente e in via di evoluzione e di recupero della lentezza di assimilazione delle novità. Tutta colpa e tutto merito dei “meccanismi e dei processi psichici di difesa” dall’angoscia, se i tempi psicologici sono tanto più lunghi di quelli fisiologici.

I simboli dicono che “movimento visibilissimo” significa ho capito, ho preso coscienza che senza mio padre non vado da nessuna parte e che lo devo scoprire e portare con me per avanzare nella vita con l’amore del mio corpo da offrire agli altri e con il giusto amor proprio. Questo progresso è possibile dopo aver commutato il narcisismo in donazione e dopo essere uscita dall’isolamento accettando i rischi che comporta il vivere in società. Ecco che il padre da limite si evolve in colui che dà la forza, l’energia, il coraggio. Un po’ di padre fa bene sempre alle figlie adolescenti dopo aver congedato il complesso di Edipo. Un po’ di padre condisce bene la minestra come il sale marino. E’ questa la maniera migliore di viverlo e di viversi per fare il salto dal nido familiare alla società con tutto il corpo e tutta la mente e con tutti gli annessi e connessi.

I simboli dicono che “Papà! Papà! Svegliati!” è la “proiezione” pari pari del suo monito: “Lisbona! Lisbona” Svegliati!”, prendi coscienza della situazione in cui ti trovi. Ci vuole un padre da recuperare abbandonando le difese inutili e il ristagno delle energie. Dopo la madre ci vuole la forza del padre per vivere in maniera degna e apprezzabile: “in nome del padre, dopo quello della madre e della figlia”. Il triangolo edipico si è magicamente aperto e Pitagora inorridisce seduto sulle sue ceneri al pensiero di non aver previsto le malefatte di Edipo. “Movimento visibilissimo” equivale alla consapevolezza che il “principio di realtà” dinamico è basato sul padre e che esige azione pragmatica e attiva, utile e dilettevole. “lo chiamo a gran voce” è la parola simbolo di vita, gli do la vita dentro di me e lo investo di energia “genitale”, gli voglio bene intanto e dopo mi disporrò a chi verrà.

Lui apre gli occhi e si alza, inconsapevole di essere stato creduto morto.”

Questa frase è l’allegoria del “meccanismo psichico di difesa” dall’angoscia della “proiezione”. Lisbona attribuisce al padre la presa di coscienza della sua inanimazione e della sua inconsapevolezza di essere sbagliata per quanto riguarda il corpo la mente e le relazioni, gli investimenti di “libido”, il passaggio dal narcisismo alla genitalità, dall’isolamento all’offerta e al dono di sé agli altri. Lisbona ha scoperto, grazie alla “introiezione” operata della figura paterna, di avere corso il rischio di restare evoluta a metà, di ristagnare nella “posizione fallico-narcisistica” e isolata dagli altri, ma adesso che “sa di sé”, si può alzare e andare in giro tra la gente a dispensare il meglio di sé come una buona befana nel senso letterale della parola: “epifania” si traduce “mi mostro”. L’augurio è che quello di Lisbona sia sempre un bel vedere. Lisbona è pronta a esibire le parti migliori di sé. “Alzati e cammina”, come Lazzaro, si addice alla nostra resuscitata protagonista del sogno. Il miracolo è stato possibile grazie al padre, anzi grazie al ricorso al padre. Quando la madre la bloccava e la costringeva nelle ristrettezze solipsistiche, Lisbona adolescente ha scoperto la funzione del padre, quella di aiutare ad aprire gli occhi sul mondo, di indurre ad agire con forza e sicurezza, di dare le regole e i limiti del gioco sociale, di interagire nelle tortuose dinamiche relazionali: funzione dell’istanza psichica “Super-Io”. Se la Madre rappresenta simbolicamente la casa e gli affetti familiari, l’istanza psichica pulsionale “Es”, il Padre rappresenta l’azione fuori dalla casa. L’allegoria ricorrente nella creatività infantile è la seguente: il buon padre è il cacciatore che ogni sera torna a casa e porta il cibo ai suoi figli.

Vediamo i simboli.

“Lui apre gli occhi” equivale a “Lisbona prende coscienza” perché gli occhi rappresentano simbolicamente la visione logica e razionale e l’apertura agli altri, gli occhi rafforzano l’operazione di consapevolezza razionale, il “sapere di sé”. “Si alza” si traduce in si desta dall’inanimato e inizia ad agire, a prendere forza. E’ un termine sessuale maschile che sottintende l’erezione del pene, il simbolo del potere e dell’investimento di “libido”, la fierezza e l’azione. “Inconsapevole di essere stato creduto morto” dice chiaramente che Lisbona adolescente non sapeva di sé e della vitalità che aveva e poteva esprimere. Il risveglio è avvenuto attraverso il padre e abbandonando la madre che l’addormentava e che rappresentava per lei la chiusura al mondo in cambio della protezione, il carcere familiare e l’impossibilità di volare.

Questo è quanto potevo dire e ripetere sul sogno di Lisbona. Ne è valsa decisamente la pena.

PSICODINAMICA

Il sogno di Lisbona svolge la psicodinamica della figlia che va dalla madre per la “identificazione” e passa dal padre per l’azione in superamento del “fantasma di inanimazione” adolescenziale che porta a vivere male il corpo e ad aver paura di essere guardata con malizia. Tutto il travaglio edipico sul padre e sulla madre viene vissuto in maniera psicologica e non sfacciata, senza grandi accuse e senza furbesche inquisizioni. La funzione educatrice dei genitori è inserita nell’evoluzione psicofisica di Lisbona e viene risolta concretamente nella pronta esibizione al mondo e agli uomini del proprio corpo vitale e ricco di tesori. Questo sogno non è la solita rappresentazione della “posizione edipica” o di qualche sua variante, ma mostra la parte utile del padre e della madre in versione estetica. Senza acrimonia e senza polemica il sogno raggiunge la sfera di bellezza che lo rende universale e ben accetto alla pubblica coscienza e opinione. Inoltre, il sogno di Lisbona attesta che le esagerazioni sessuali sulla universale “posizione edipica” sono da abbandonare totalmente a favore di un consistente recupero della dimensione affettiva ed educativa.

PUNTI CARDINE

L’interpretazione del sogno di Lisbona si incentra e poggia sulle seguenti interazioni simboliche: “erano bare di vetro trasparente e vedevo solo i miei piedi con scarpe scure ed avevo un vestito lungo bianco a balze.” e “c’era a fianco a me mia madre” e “non mi va proprio che il mio corpo possa essere visto!” e “lo chiamo a gran voce “Papà! Papà! Svegliati!”.”

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

Dei “simboli” si è ampiamente detto e ripetuto nel corso dell’interpretazione del sogno.

Il sogno di Lisbona richiama l’archetipo “Madre” in “bara” e “Padre” in “Lui apre gli occhi e si alza.

I “fantasmi” evocati da Lisbona in sogno riguardano la “madre” nella “parte negativa” della “inanimazione”.

E’ degnamente presente l’istanza “Es”, rappresentazione delle pulsioni, in “essere davanti alle bare mia, di mia madre e di mio padre.” e in “erano bare di vetro trasparente e vedevo solo i miei piedi con scarpe scure ed avevo un vestito lungo bianco a balze.” e in “lo chiamo a gran voce “Papà! Papà! Svegliati!”.

Altrettanto degna nella sua presenza è l’istanza “Io”, vigilanza e realtà” in “esprimo il mio disappunto” e in “non mi va proprio” e in “noto” e in “le faccio notare”.

L’istanza “Super-Io”, limite e censura, è manifesta in “Sotto è steso mio padre, ma non è dentro una bara.” e in “mio padre fa un movimento visibilissimo”.

Il sogno di Lisbona rielabora a piene mani la “posizione psichica edipica”: conflittualità con i genitori. “essere davanti alle bare mia, di mia madre e di mio padre.” e in “a fianco a me mia madre alla quale esprimo il mio disappunto” e in “lo faccio notare a mia madre la quale cerca di convincermi che è morto” e in ““Papà! Papà! Svegliati!”. La “posizione fallico-narcisistica” si manifesta in “vedevo solo i miei piedi con scarpe scure ed avevo un vestito lungo bianco a balze.” e in “non mi va proprio che il mio corpo possa essere visto!”

Il sogno di Lisbona si serve dei seguenti “meccanismi e processi psichici di difesa”:

la “condensazione” in “bara” e in “vetro trasparente” e in “piedi” e in “scarpe” e in “vestito” e in “sotto” e in “svegliati” e in “occhi”,

lo “spostamento” e la “proiezione” in “c’era a fianco a me mia madre alla quale esprimo il mio disappunto” e in “lo faccio notare a mia madre la quale cerca di convincermi che è morto;” e in “Lui apre gli occhi e si alza, inconsapevole di essere stato creduto morto.” e in “lo chiamo a gran voce “Papà! Papà! Svegliati!”.,

la “figurabilità” in “erano bare di vetro trasparente e vedevo solo i miei piedi con scarpe scure ed avevo un vestito lungo bianco a balze.”,

la “identificazione” in “A guardare questa scena c’era a fianco a me mia madre”,

la “sublimazione” in “nel ripiano alto della cappella”,

la “regressione” è presente nei termini necessari alla funzione onirica.

Il sogno di Lisbona evidenzia un tratto decisamente “edipico” intenzionato verso una “organizzazione psichica genitale” e in superamento evolutivo delle pulsioni difensive narcisistiche.

Le “figure retoriche” elaborate da Lisbona nel suo sogno sono le seguenti:

la “metafora” o relazione di somiglianza in “bara” e in “vetro trasparente” e in “vestito” e in “occhi”,

la “metonimia” o relazione di senso in “piedi” e in “scarpe” e in “sotto” e in “steso” e in “svegliati” e in “si alza”,

la “sineddoche” o parte per il tutto e viceversa in “vedevo solo i miei piedi con scarpe scure ed avevo un vestito lungo bianco a balze.”,

la “enfasi” o forza espressiva in ““Papà! Papà! Svegliati!”,

la “allegoria” o rappresentazione traslata della androginia psichica in “vedevo solo i miei piedi con scarpe scure” e dell’innocenza infantile in “un vestito lungo bianco a balze.” e della inanimazione psichica in “bare di vetro trasparente” e in “inconsapevole di essere stato creduto morto.”, della presa di coscienza in “Lui apre gli occhi e si alza”.

Il sogno di Lisbona è ricco di simboli e di interazioni simboliche o allegorie. Questa caratteristica rivela sensibilità estetica e culto per il bello.

La “diagnosi” dice che Lisbona ha vissuto un conflitto durante l’evoluzione psicofisica dall’infanzia all’adolescenza e, nello specifico, nella risoluzione della figura materna e nell’assimilazione delle modificazioni corporee. Si sottolinea la funzione maieutica del padre.

La “prognosi” impone a Lisbona di tenere sempre in considerazione questa tendenza alla dipendenza da figure femminili ritenute altolocate, ingiunge di approcciarsi alla figura maschile in maniera paritaria ritenendo superata la relazione “maieutica” con il padre.

Il “rischio psicopatologico” si attesta nella “regressione” difensiva con il ripristino della “posizione fallico-narcisistica” e nell’isolamento orgoglioso e superbo: “psiconevrosi ansioso-depressiva”. La folla e la gente sono il test di benessere psicofisico da propinarsi quotidianamente appena fuori casa e dopo il sonno e il sogno.

Il “grado di purezza onirico” è “buono”. Pur essendo formulato in maniera logica consequenziale, il sogno di Lisbona è ricco di simboli e di allegorie come si è rilevato in precedenza.

La causa scatenante del sogno, “resto diurno” del “resto notturno”, si attesta nel ricordo del viaggio a Lisbona, come ha ben precisato la stessa Lisbona.

La “qualità onirica” è decisamente “surreale”, a metà tra la parapsicologia e la vena “horror”. Fai un viaggio e tra i souvenir ti porti a casa le fotografie impresse nella mente e nel corpo, idee e sensazioni.

Il sogno di Lisbona presenta una lucidità e una compostezza che lo collocano come possibile dalla seconda fase del sonno REM.

Il “fattore allucinatorio” si attesta nell’esaltazione dei seguenti sensi:

la “vista” in “vedevo” e in “guardava questa scena” e in “noto” e in “lo faccio notare”,

l’ “udito” in “lo chiamo a gran voce: “Papà! Papà! Svegliati!”

Il “grado di attendibilità” dell’interpretazione del sogno di Lisbona è “buono” semplicemente perché l’abbondanza dei simboli si è integrata nell’interazione logicamente corretta. La traduzione si è connessa alla psicodinamica senza pieghe e forzature. Il “grado di fallacia” è “minimo”.

DOMANDE & RISPOSTE

L’interpretazione del sogni di Lisbona è stata sottoposta all’attenzione di una donna che ha voluto mantenere l’anonimato e che ha posto le seguenti domande.

Domanda

Come dev’essere una famiglia per fare bene ai figli?

Risposta

La famiglia è la cellula della società e deve essere “aperta” e “dinamica” come l’insieme sociale che andrà a costituire. Di conseguenza, la famiglia non deve essere monolitica e repressiva, statica e bloccata, deve incarnare il principio dell’evoluzione ed essere al passo con il progresso dei tempi storici e culturali. I figli sono la parte indifesa da tutelare e da sostenere nella loro irripetibile individualità psichica. Nell’ambito familiare i figli reagiscono agli stimoli interni ed esterni, formano i fantasmi, vivono le esperienze e organizzano i vissuti. L’infanzia è tutta da vivere all’interno di una famiglia rassicurante e aperta che fa scorrere linfa vitale, “libido”, e “insegna” nel senso latino di “indicare la direzione”.

Domanda

Da quali errori ci si deve guardare nell’educazione dei figli? Nella risposta sia meno complicato, altrimenti non capisco.

Risposta

Giusto! Mi dico sempre di essere semplice e che non mi trovo in un palloso congresso di strizzacervelli, ma in mezzo alla brava gente che popola il mercato rionale di Ortigia, il luogo dove ho trascorso la mia infanzia. Gli errori tremendi da evitare in assoluto da parte dei genitori e che ho rilevato spesso nella mia pratica clinica sono i seguenti:

il “possessivismo”, vivere i figli come un bene personale e non riconoscerli come individui e persone uniche e irripetibili a livello psichico,

la “colpevolizzazione”, indurre sensi di colpa in reazione a quello che fanno o che non fanno, ai loro pensieri e alle loro azioni,

la “manipolazione”, servirsi dei figli per ottenere un risultato e usarli a proprio uso e consumo,

la “prevaricazione”, impedire con la forza e la minaccia la libera espressione psicofisica del bambino,

la “dipendenza”, strutturare una serie di limiti, di paure e di colpe che costringono il figlio ad aver paura di espandersi e di agire liberamente.

Aggiungo che, non rendendo autonomo un figlio, gli si fa del male, tanto male perché lo si lascia bambino per il resto della sua vita.

Adesso ti elenco quello che i bambini non vogliono dai loro genitori:

le bugie, perché perdono la fiducia e non sanno a chi affidarsi,

l’abbandono, perché l’angoscia li opprime,

la lite tra genitori, perché non sanno quale parte prendere,

la derisione, perché si sentono quasi nulla,

le minacce dell’uomo nero o del barbazucon, perché non sanno difendersi,

l’esclusione, perché si sentono tremendamente soli,

la freddezza affettiva, perché amano le coccole prima dei dolciumi,

le punizioni, perché fanno male al cuoricino,

il silenzio della mamma, perché si sentono impazzire dalla risposta che non viene per una punizione di merda,

essere lanciati in alto ed essere ripresi al volo dal papà, perché non si divertono e ridono per l’angoscia che stanno incamerando e per il trauma che maturerà in fobia.

I bambini voglio mangiare a tavola con la famiglia al completo perché si sentono parte di un gruppo coalizzato e forte.

Potrei continuare, ho un quaderno pieno di queste torture, ma mi fermo.

Domanda

Mi fa un esempio del male maggiore?

Risposta

La “colpevolizzazione” è sottile e tremenda, oltre che dannosissima per l’economia psichica del bambino. Spesso le mamme usano la seguente espressione per punire l’eccessiva vivacità del figlio: “tu mi farai morire”. Non commento e non aggiungo altro perché mi si accappona la pelle al ricordo di tutte le volte che in psicoterapia ho affrontato questi drammi sotto la veste di pericolosi disturbi.

Domanda

Scusi se insisto, mi spieghi meglio?

Risposta

Il bambino si fa i suoi sensi di colpa sottili e incisivi, se poi si aggiunge la madre a confermare la sua capacità maligna di procurare la morte della persona che ama e da cui in certo modo dipende, il dramma è completo. Il bambino cresce e da adulto e alla prima occasione gli si scatena il “fantasma” di essere la causa della morte delle persone care. E se poi viene a mancare la madre, la tragedia è totale e si trascina per tutta la vita. La psiconevrosi fobico-ossessiva può tralignare in disturbi “borderline”, se va bene. E tutto questo per quattro parole improvvide che ti ripeto in dialetto veneto” “ti me farai morir”.

Domanda

E se dico scemo a mio figlio?

Risposta

E’ una violenza sottile che nel tempo paga e paga tanto caro.

Domanda

E se gli do una sberla?

Risposta

E’ una violenza bella e buona, da codice penale e con l’aggravante che è avvenuto da parte di un genitore.

Domanda

Lei sta esagerando.

Risposta

Non sto esagerando. I traumi apparentemente minori sono i peggiori. Bisogna calcolare la sensibilità del bambino di fronte ai messaggi dell’ambiente, quindi è meglio essere amorevoli e non cattivi, autorevoli e non autoritari, realisti e non carnefici. Quelli della mia generazione ricordano molto bene la cinghia di cuoio del papà dopo le accuse della nonna o dopo un’innocente e creativa “infantil cazzata”. Quelle cinghiate sono stimmate, veri segni sulla carne che restano nella psiche a vita. E i maestri? Dove li mettiamo i maestri che con la bacchetta di bambù ti colpivano le nocche ed erano tutelati dai genitori e dalla legge? Io avrei gradito un padre cazzuto piuttosto che un padre ligio e prono al dovere e al riconoscimento dell’autorità più bieca che va contro il suo sangue. E i preti, quelli con le tonache nere svolazzanti, dove li mettiamo? E le suore, le vergini che si chiamavano madri senza aver avuto un figlio, dove le mettiamo? Facevano meno paura i comunisti, quelli che secondo i democristiani mangiavano i bambini. Quante storie! Potrei scrivere un romanzo alla Camilleri o una breve enciclopedia delle stronzate di merda, ma mi fermo per non incazzarmi. Non fa bene al cuore e alle arterie.

Domanda

La punizione non ci vuole allora, ma come si fa a educarli questi figli? Non possono fare quello che vogliono, bisogna metterci un limite.

Risposta

La spiegazione e il dialogo sono più importanti di qualsiasi punizione. E l’ironia e il paradosso non guastano mai in queste circostanze. Il genitore creativo che non fa quello che il bambino si aspetta è un poeta e merita il premio Nobel per la Felicità.

Domanda

Ma come avviene la formazione del carattere nel bambino? C’entra l’eredita in qualche modo?

Risposta

Il neonato non eredita niente a livello psichico, è una “tabula rasa” che si dispone a vivere, a registrare e a organizzare le varie esperienze, quelle che provengono dal suo interno e quelle che provengono dal suo esterno. Mentre a livello biologico il neonato ha ereditato un corredo genetico dai genitori, a livello psicologico si viene a trovare in un corpo e in una famiglia da vivere e da interpretare in prima persona e nel tempo successivo con l’ausilio dei genitori. La formazione psichica avviene progressivamente per libero vissuto del bambino e per insegnamento del padre e della madre e delle figure socialmente preposte, nonché per incidenza educativa di quella che chiamiamo, genericamente ma significativamente, “la Vita”. Questo processo evolutivo consente e giustifica l’irripetibilità psichica anche dei gemelli monozigotici, quelli simili nelle fattezze ma non nel cosiddetto carattere, meglio nella “organizzazione psichica reattiva”. La formazione viene prima dell’educazione. Quest’ultima deriva dal latino “ex ducere”, “tirare fuori da”, e presuppone la formazione psichica. Il bambino, parzialmente formato, è sollecitato dai genitori e dagli educatori a manifestare le sue tendenze e le sue inclinazioni. Questo è il vero significato di educazione e l’autentico processo dell’educare. Mi fermo, altrimenti non andiamo all’infinito e non finiamo più questo articolo. Mi scuso con te e con i marinai per le poderose sintesi. Sicuramente servono a stimolare ulteriori approfondimenti.

Domanda

Quando mi devo preoccupare per la salute psicologica dei miei figli piccoli?

Risposta

Ti devi preoccupare e devi correre ai ripari quando il bambino accusa dei disturbi psicosomatici, perché vuol dire che le tensioni nervose superano il livello di guardia, “omeostasi”, e allora il sistema psicofisico si mette in azione per smaltire l’eccesso che non riesce a risolvere per vie naturali. Questo è l’indiscutibile segnale che il bambino sta soffrendo. E allora ha bisogno di essere curato dallo psicologo.

Domanda

Quali sono questi disturbi?

Risposta

Preoccupati se tuo figlio di tre anni fa la pipì di notte senza svegliarsi, “enuresi”, se balbetta, se non mangia adeguatamente, se vomita, se non respira bene, asma psicogena, se strizza gli occhi o manifesta altre forme di “tic” nevosi, se dice di avere mal di testa, se è stitico o diarroico e se ha altre forme di somatizzazioni d’angoscia. Accertato che il bambino è sano a livello organico tramite il pediatra, è certo che sta scaricando l’angoscia tramite le funzioni corporee. E questi apparati non vengono scelti a caso, ma secondo un significato simbolico elaborato e acquisito delle varie funzioni. Il bambino ha intuito che la bocca e lo stomaco sono gli organi degli affetti, il respiro riguarda la figura materna e il continuare a vivere, la cacca la sua aggressività e così via. Il bambino costruisce simboli personali in base ai suoi vissuti formativi e usa simboli collettivi in base all’educazione.

Domanda

Non sapevo queste cose. Grazie per avermele dette. Comunque, devo dire che il sogno di Eleonora mi ricorda la favola de “La bella addormentata nel bosco”. Eleonora aspetta il padre che la sveglia dal sonno in cui era piombata. Il padre è come il principe azzurro per le giovani donne, è una figura importante per la loro vita sentimentale e sessuale. Anche per me lo è stato. Da bambina lo temevo e dopo l’ho riscoperto e mi ha aiutato tanto a diventare donna. Ero orgogliosa di uscire con lui a spasso anche perché per me era tanto bello e maschio. Mi sto convincendo che quando lei parla di Edipo non va molto lontano da quello che io ricordo di aver vissuto nei confronti di mio padre e di mia madre. Mi meraviglio che non faccio fatica ad ammetterlo. Anzi mi piace sapere che i miei genitori erano tanto importanti per me.

Risposta

Proprio vero. Come non condividerti.

Domanda

Il rapporto con il padre ha poco di sessuale da quello che ho letto.

Risposta

Il “pansessualismo” freudiano è da superare se non è già superato. La “posizione edipica” è tanto di più e abbraccia molte manifestazioni della scena psichica dei figli. In passato si è tanto esagerato con la riduzione della Psicoanalisi alla teoria della sessualità. La “libido” è energia che consente l’evoluzione e non il motore esclusivo o il trapezio delle nostre acrobazie sessuali.

Domanda

Mi sembra di aver capito che le donne anziane e alcune madri sono cattive e si ripagano con le figlie e con le nipoti.

Risposta

La senilità accresce la cattiveria e quest’ultima è segno di vecchiaia e di angoscia di morte. Di fronte alle giovani donne alcune madri e alcune nonne vivono il sentimento dell’invidia della gioventù e della fertilità. Non basta, perché tendono a proporre la ripetizione degli errori che non hanno saputo correggere in loro stesse ed evitare nel loro comportamento. Le donne vecchie tendono a perpetuare lo status sociale e culturale della donna. All’uopo istillano una forma di rassegnazione nelle figlie e nelle nipoti. Se una donna è stata vittima del proprio uomo, dirà alla figlia di sopportare e di ripetere la sua storia di sottomissione con la famosa frase “gli uomini sono fatti così, ti tocca stare buona e portare pazienza”. Teoria della Nutella e della sua immutabilità: “la nonna la dava alla mamma e la mamma la dà alla figlia e la figlia la darà alla figlia e cosi via “in secula seculorum, amen”. Sarà anche per questo motivo che le maestranze della “Ferrero” continuano a usare l’olio di palma nella preparazione del gustoso impasto di cacao e nocciole.

Domanda

Concludo io senza alcuna presunzione. Allora, posso dire che padri freddi, indifferenti e assenti sono dannosi per i figli. I genitori sono importanti per la loro corretta crescita fisica e psichica e per le future storie d’amore e di sesso. L’adolescenza è un periodo di turbamento, ma serve per diventare forti e superare le difficoltà della vita.

Ok!

Voglio anche scegliere la canzone: “La vita” cantata dai giovani siciliani del Volo o da Shirley Bassey. Veda lei, ma faccia come ho detto io. Scelgo questa canzone per dire alle adolescenti che davanti a loro si prepara una vita bella e che non abbiano paura di goderla.

Risposta

Obbedisco meglio di Garibaldi e allego entrambe le canzoni per non far torto a nessuno. Preciso che il Volo ha al suo interno due siciliani e un abruzzese.

Alla prossima.

UN PESANTE FARDELLO

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Stavo scendendo una rampa in un luogo imprecisato.
A un certo punto una donna, non ricordo se fosse mia madre, mi ha chiesto se potevo caricarmela sulle spalle ed aiutarla a scendere perché lei non ce l’avrebbe mai fatta.
Cosi me la sono caricata, ma indossavo un paio di sandali e avevo paura di scivolare.
Il mio fardello era pesante e più volte sono stata sul punto di non farcela, ma sono arrivata alla fine della discesa contenta di esserci riuscita.”

Così e questo ha scritto Marianna.

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Il sogno di Marianna è esemplare per illustrare la relazione madre-figlia in riguardo all’identificazione e alla formazione dell’identità psichica. Nello specifico si tratta della giovane figlia che si identifica sessualmente nella madre.
Attenzione! Niente di definitivo in queste tappe psichiche, perché il processo avviene sempre per via evolutiva e all’Evoluzionismo si attesta. L’identificazione nelle figure genitoriali, o similari ed equivalenti, avviene sostanzialmente durante l’infanzia e l’adolescenza e si protrae in maniera blanda fino alle esperienze formative come la maternità e avanti ancora fino all’elettroencefalogramma piatto. La stessa psicodinamica vale per l’identità psichica: niente di rigido e di fisso, ma tutto in evoluzione maturativa. E’, pur tuttavia, vero che gran parte dell’identità psichica si abbraccia e si combina nell’età della pubertà. Identificazione non significa imitazione, ma libera e progressiva scelta consapevole di quei modi di essere e di agire che aggradano e che con naturalezza e spontaneità vengono assimilati ed evoluti. L’identificazione comporta anche il rifiuto consapevole di quei modi di essere e di agire che deliberatamente vengono accantonati proprio perché non capiti e non condivisi o perché hanno procurato danno e dolore. Questa psicodinamica dell’identificazione avviene attraverso un abile lavoro e un proficuo concorso dell’Io anche se la consapevolezza aumenta nel corso degli anni. La nostra “identità psichica” è in continuo divenire e si può fissare in una immagine soltanto nell’attimo, perché subito dopo si è evoluta come voleva l’oscuro Eraclito quando filosofava sul principio del “panta rei” e predicava agli stolti che “non si può scendere due volte nelle acque dello stesso fiume”. “Identità psichica” e “identificazione” sono collegati non soltanto come processi dell’Io individuale, ma anche come processi dell’Io collettivo. Leggete a tal proposito il testo del dottor Freud “Psicologia delle masse e analisi dell’Io” e vi divertirete un casino perché avrete acquistato un valido strumento di lettura anche dei tempi moderni.
Tornando al sogno di Marianna, ho desunto il titolo dal testo della stessa protagonista, “un pesante fardello”, proprio per sottolineare quanto sia importante la responsabilità di riassumere a livello psichico il meglio dei propri genitori, soprattutto dopo aver superato la conflittualità edipica e dopo averli riconosciuti come “mio padre” e “mia madre”, le mie sacre e misteriche origini.
Resterà aperto il problema dell’autonomia e della libertà umane, visto che le generazioni sono un prodotto condizionato a livello psichico e culturale. Si dirà che soltanto la consapevolezza dei condizionamenti assimilati rende liberi e che un sacco vuoto non sta in piedi. Tutto è lecito discutere quando si vuol soltanto comunicare e non risolvere alcunché.
Con questa onesta constatazione si può procedere nell’analisi del sogno di Marianna, lasciando alla lettrice anonima l’onere di porre le domande filosofiche e teologiche più oscene sul tema “Libertà e Determinismo”.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Stavo scendendo una rampa in un luogo imprecisato.”

Marianna esordisce con una simbologia ambivalente: “stavo scendendo”. In quest’atto motorio si nasconde un progressivo processo di perdita o un coinvolgimento per libera scelta nella sfera materiale e nei bisogni del corpo: un tratto psichico depressivo o un tratto psichico evolutivo. Marianna sceglie la direzione che porta verso il basso e la simbologia corrispondente per approfondire concretamente e praticamente una sua problematica ancora non ben definita e non chiara nella sua mente: “un luogo imprecisato”. La “rampa” qualifica il grado e la modalità della discesa, la progressione e la moderazione. Nessun trauma depressivo di perdita si preannuncia in questo percorso di “incarnazione” della nostra protagonista. Il sogno, procedendo, ci fornirà le coordinate più precise dell’interpretazione e della psicodinamica. Di certo Marianna ha tanta voglia di vivere la sua materia e il suo corpo e non certo di sublimare la sua “libido” e i suoi investimenti. Del resto, se scende, si suppone che si trovi in alto ossia che nella sua vita ha anche sublimato la sua “libido” e che adesso sente tanto il bisogno di incarnarla. Ricordo il processo di difesa della “materializzazione” che si attesta proprio nell’operazione di realizzare gli “investimenti della libido” esaltando la componente istintiva e la sfera pulsionale. Non a caso si definisce anche “sessualizzazione” e “istintualizzazione”. L’angoscia di base viene risolta all’incontrario della “sublimazione” e proprio vivendola nell’erotismo del corpo e accentuando la sensorialità e la vitalità isterica, una conversione erotica e difensiva di una pulsione dolorosa.

“A un certo punto una donna, non ricordo se fosse mia madre, mi ha chiesto se potevo caricarmela sulle spalle ed aiutarla a scendere perché lei non ce l’avrebbe mai fatta.”

Ecco che compare “una donna”, la “madre” proprio perché lo mette in dubbio e proprio perché fa difetto la memoria, proprio perché è della serie “excusatio non petita, accusatio manifesta”. Il “non ricordo” è una leggera “rimozione” difensiva di una figura molto importante nella formazione psichica di Marianna, tanto è vero che se la carica “sulle spalle” per i suoi bisogni evolutivi di identificazione e per maturare l’identità di donna amante e materna. Non è una richiesta insolita ed eccentrica il “caricarmela sulle spalle” e l’assumerla a modello, l’assimilarla e l’identificarsi in lei per essere più concreta, più materiale, più erotica e più disinibita. Marianna elabora in sogno l’inno alla materia, quella dimensione che non era nelle sue corde, si allea con la figura materna e assume la spintarella necessaria a superare le ultime resistenze a vivere la sua concretezza materiale e sessuale. Il sogno usa il meccanismo del “processo primario” della “rappresentazione per l’opposto” proprio perché è la madre che chiede di essere aiutata e che è bisognosa e sublimante rispetto alla figlia: tutto al contrario. La verità esige che sia Marianna a imparare dalla madre, in cui si è identificata, a essere concreta e senza tanti fronzoli inibitori.
Vediamo i simboli: “donna” o universo psichico femminile, “madre” o principio femminile e libido genitale, “non ricordo” o meccanismo psichico di difesa della rimozione, “mi ha chiesto” o intenzionalità della coscienza, “caricarmela” o identificazione e assimilazione psichiche, “spalle” o dimensione psichica subconscia e capacità di assorbire esperienze, “aiutarla” o rafforzamento psichico, “scendere” o processo di materializzazione.
Riepilogando: Marianna si è identificata nella madre e in particolare nella sua capacità a essere pratica e concreta, nella sua tendenza a non sublimare la “libido” e a viverla con gusto.

“Cosi me la sono caricata, ma indossavo un paio di sandali e avevo paura di scivolare.”

Ecco finalmente il simbolo che apre le porte della comprensione del sogno e precisa la psicodinamica: “un paio di sandali”, un simbolo sessuale femminile e una attività sessuale erotica a cui Marianna ha paura di abbandonarsi. Accusa una resistenza a lasciarsi andare e si rivolge alla madre per essere come lei e per questo motivo se l’è caricata sul groppone. Possibilmente Marianna ha cominciato a far sesso e ha smesso di sublimare, per cui si identifica nella madre e soprattutto nello sviluppo della dimensione cosiddetta materiale. La giovinezza di Marianna esige una spiccata sessualità rispetto alla madre ed ecco che se la carica sulla spalle per rafforzare la consapevolezza della sua vita vitalità erotica. Marianna sta bene e ha deciso di viversi al meglio possibile nelle condizioni esistenziali date e sopratutto di esaltare la sua umana materia. Non ha più “paura di scivolare” con i suoi “sandali” snelli e leggeri.
Vediamo i simboli: “indossavo” o consapevolezza di modi e atteggiamenti, “un paio di sandali” o organo sessuale femminile giovane e disinibito, “paura” o resistenza a conoscersi, “scivolare” o lubrificazione e coito.

“Il mio fardello era pesante e più volte sono stata sul punto di non farcela, ma sono arrivata alla fine della discesa contenta di esserci riuscita.”

Anch’io come mia madre! Questa è la parola d’ordine della giovane donna che ha portato avanti i processi di identificazione e di assimilazione della figura materna. L’identità psichica di Marianna ha voluto la madre come modello da imitare e non come rifugio e consolazione, una persona da sollevare di peso e imporre sulle spalle. Marianna ha materializzato la sua femminilità proprio vivendola senza paure e inibizioni. Pensava di non farcela, ma è riuscita a scendere la “rampa” e le è tanto piaciuto vivere il corpo e la sessualità come la madre. Del resto, a suo tempo Marianna ha elaborato con curiosità e paura le fantasie sulla vita sessuale materna.
Vediamo i simboli: “fardello” o complesso ordinato e complesso di vissuti e di azioni, “pesante” o paura e inibizione in atto e blocco della libido, “non farcela” o disimpegno dell’Io e difesa dal coinvolgimento, “sono arrivata” o soluzione delle tensioni, “alla fine della discesa” o disposizione all’orgasmo, “contenta” o piena e psicologicamente appagata, “riuscita” o appagamento psicofisico.
L’interpretazione del sogno di Marianna si può chiudere qui.

PSICODINAMICA

Si è ripetuto più volte che la psicodinamica verte sull’identificazione di Marianna nella figura materna in riguardo alla vita sessuale. Si deve precisare che l’operazione psichica è stata resa possibile dalla risoluzione del conflitto edipico e dalla “razionalizzazione” del “fantasma del corpo” e della “sessualità” nello specifico.

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

I “simboli” sono stati spiegati nel corso dell’interpretazione e in maniera puntuale per favorire la comprensione e giustificare l’analisi del contesto.

Non si evidenzia alcun “archetipo” in maniera diretta, ma si evocano gli archetipi della “madre” e della “sessualità”.

Il “fantasma del corpo” è richiamato nella sua componente libidica e sessuale.

Il sogno di Marianna manifesta in azione l’istanza razionale e vigilante “Io” in “mi ha chiesto” e in “avevo paura” e in “indossavo” e in “sono arrivata”, l’istanza pulsionale “Es” in “scendendo una rampa” e in “indossavo un paio di sandali” e in “il mio fardello era pesante”. L’istanza censoria e limitante “Super-Io” non appare.

Le “posizioni psichiche” richiamate dal sogno di Marianna sono la “edipica” e la “genitale” in “A un certo punto una donna, non ricordo se fosse mia madre,” e in “indossavo un paio di sandali e avevo paura di scivolare.”

I “meccanismi psichici di difesa” usati ed esibiti da Marianna nel sogno sono la “condensazione” in “rampa” e in “madre” e in “spalle” e in “paio di sandali” e in “fardello pesante”, lo “spostamento” in “scendendo” e in “caricarmela” e in “indossavo” e in “scivolare” e in “arrivata”, la “rappresentazione per l’opposto” in “mi ha chiesto se potevo caricarmela sulle spalle ed aiutarla a scendere perché lei non ce l’avrebbe mai fatta.”, la “figurabilità” in “Cosi me la sono caricata, ma indossavo un paio di sandali e avevo paura di scivolare.”, la “rimozione” in “non ricordo”.
E’ in azione il processo psichico di difesa della “materializzazione” o “sessualizzazione” in “Stavo scendendo una rampa”, mentre il processo psichico della “regressione” è in atto per permettere la funzione onirica con le allucinazioni e le azioni al posto dei pensieri. La “sublimazione” non è presente ma si lascia supporre in “stavo scendendo”.

Il sogno di Marianna presenta un tratto psichico “edipico” all’interno di una “organizzazione psichica genitale”.

Sono state elaborate le seguenti figure retoriche: la “metafora” in “madre” e in “spalle” e in “fardello”, la “metonimia” in “scendendo” e in “caricarmela e in “indossavo”, la “iperbole” in “caricarmela sulle spalle”. Il sogno di Marianna è lineare nella sua narrazione e non tocca picchi poetici.

La “diagnosi” dice di un processo di identificazione della figlia nella madre e in riguardo specifico alla vita sessuale.

La “prognosi” impone a Marianna di tenere sotto controllo la sua autonomia psichica al fine di migliorare la sua vita intima e di non regredire a qualsiasi forma di dipendenza psicofisica.

Il “rischio psicopatologico” si attesta nella dipendenza da qualsiasi figura importante e in una “psiconevrosi d’angoscia” a causa del ristagno della “libido” non appagata.

Il “grado di purezza onirico” è buono alla luce dell’esagerazione delle immagini che attesta di una latenza dei veri significati del sogno.

La “causa scatenante” del sogno di Marianna risiede in un incontro con la madre o in un ricordo sul tema della sessualità o in un bisogno di dipendenza.

La “qualità onirica” è l’iperbolicità dell’immagine della madre sulle spalle della figlia.

Il sogno di Marianna può essere avvenuto durante la seconda fase del sonno REM perché non presenta emozioni irruenti dentro una linearità narrativa.

Il “fattore allucinatorio” si attesta nel senso dell’udito in “mi ha chiesto” e in una sensazione globale di peso e di movimento in “stavo scendendo” e in “arrivata alla fine della discesa”.

Il “grado di attendibilità” dell’interpretazione del sogno di Marianna è “buono” semplicemente perché la simbologia è conclamata e accertata. Il “grado di fallacia” è “minimo”.

DOMANDE & RISPOSTE

La decodificazione del sogno di Marianna è stata letta e meditata da una casalinga anonima. Alla fine ha posto le seguenti domande.

Domanda
Ho capito gran parte di quello che ha scritto perché lo ha ripetuto parecchie volte, ma comunque più leggevo e più capivo. Volevo chiederle se il sogno di Marianna è diffuso.

Risposta
Sono ripetitivo e non ho voluto sintetizzare proprio per rafforzare la comprensione e vedo che ci sono riuscito a costo di rompere. La trama di questo sogno è molto diffusa e specialmente il “portarsi addosso” delle persone significative. La prima immagine di questo tipo è quella di Enea che si carica sulla spalle il padre Anchise per salvarlo dall’incendio di Troia. Si chiamerà “pietas” in Virgilio e nel suo inimitabile poema “Eneide”: riconoscimento e rispetto, devozione e sacralità, tutto in riguardo alle figure dei genitori. La “pietas” esprime a livello collettivo l’osservanza del culto delle divinità tradizionali. I Greci punivano con la pena di morte il mancato riconoscimento della sacralità dei simboli collettivi. Comunque in riposta alla domanda, la trama di questo sogno è diffusa perché la psicodinamica dell’identificazione psichica è necessaria, così come la formazione e l’organizzazione dell’identità.

Domanda
Se non ho capito male, io dovevo chiederle del Determinismo e del Finalismo, nonché della Libertà dell’uomo.

Risposta
E’ vero. L’avevo suggerito nelle Considerazioni. Parto, allora, con la Filosofia. Dal momento che a livello psichico siamo determinati dalle nostre esperienze e dai nostri fantasmi, quale possibile libertà ci si prospetta? Ci sono altre libere finalità oltre le cause scientifiche? Se dobbiamo tendere all’autonomia psichica nel cammin di nostra vita, come dobbiamo operare? Si tratta di questioni antropologiche che affondano le radici nella filosofia di Aristotele e nella sua metodologia scientifica basata sulla ricerca delle cause: “Determinismo”. Resta assodato che la consapevolezza della propria “organizzazione psichica reattiva” o “coscienza evolutiva di sé” è la condizione di base per la possibile libertà di scelta e per le finalità elettive. Si tratta sempre di una libertà condizionata dalla formazione psichica e culturale ricevute in famiglia e in società e assorbite ed evolute secondo i propri strumenti cognitivi e il proprio gradimento, nonché dall’uso dei meccanismi e dei processi di difesa dall’angoscia che inconsapevolmente sono stati istruiti. Le scelte risultano sempre dipendenti da fattori pregressi e in ogni caso sono passibili di decodificazione ossia si possono spiegare e capire. Su questi temi è utile rivedere la posizione filosofica di Kant nella “Critica della ragion pura” e nella “Critica del giudizio”.

Domanda
Non ho capito granché. Comunque, le chiedo perché i sandali sono simboli della sessualità femminile.

Risposta
La simbologia della recettività appartiene all’universo psichico femminile, così come la simbologia dell’incisività si ascrive all’universo psichico maschile. Tutto ciò che riceve è simbolicamente femmina e tutto ciò che si esterna è simbolicamente maschio: il concavo e il convesso. I sandali si calzano, ricevono il piede. Quest’ultimo è un simbolo fallico. I sandali calzati dal piede condensano simbolicamente il coito.

Domanda
Ma a cosa serve sapere tutto questo?

Risposta
Mi ripeto: serve a prendere coscienza, “sapere” o gustare, dei propri fantasmi e dei propri vissuti, della propria struttura evolutiva, di come si sono organizzate le esperienze vissute e di quali meccanismi e processi di difesa il nostro “Io” ha messo e mette in atto. Serve a conoscersi, a prendersi in considerazione al fine di star meglio e di essere autonomi e liberi, quell’autonomia e quella libertà che parte dalla consapevolezza di essere prodotti psico-culturali condizionati nella loro evoluzione esistenziale. La Psiche non procede per salti, come la Natura secondo gli antichi: “Natura non procedit per saltus”. Dal condizionamento nudo e crudo si può parzialmente uscire tramite la scelta degli schemi psichici e culturali che ci hanno condizionato e che vogliamo abbandonare o portare avanti: “tertium non datur”, una terza possibilità non è data perché anche il rifiuto di tutto rientra nella psicodinamica del condizionamento. Anche le attività umane più creative sono il precipitato di fantasmi e di esperienze organizzate dai meccanismi e dai processi di difesa dall’angoscia.

Domanda
Se mi risponde in termini semplici, io capisco di più. Ma quale angoscia?

Risposta
La malattia mortale è l’angoscia di morte che si evolve dal fantasma dell’abbandono e della solitudine affettiva alla consapevolezza della morte psicofisica, l’elettroencefalogramma piatto. Se quest’ultima non è ben razionalizzata, subentrano i meccanismi di difesa a risolverla e magari con una delle tante demenze senili in circolazione sul mercato psichiatrico.

Domanda
Ho capito che io non sono del tutto libera in quello che penso e che faccio e che la mia storia mi ha condizionato. E’ così?

Risposta
Perfettamente!

Domanda
Cambio argomento. Quanti simboli conosce?

Risposta
Teoricamente tutto il vocabolario italiano si può tradurre in simboli anche grazie alla storia delle parole e alla loro origine: etimologia. Quello del sogno è un Linguaggio dimenticato, come voleva Fromm, che si usa da svegli e da dormienti, in arte e in comunicazione, in salute e in malattia. Vi rimando alla lettura di questo buon testo divulgativo per meglio capire e capirvi: “Il linguaggio dimenticato”. Quantitativamente riesco a decodificare tutte le parole del vocabolario, sempre usando i principi del linguaggio simbolico di cui la Psicoanalisi di Freud e di Jung è stata abile artefice. Anche Lacan non è stato da meno con le sue intuizioni sulla vita psichica e sull’importanza della “Parola” per attestare che la dimensione Inconscia privilegia questo veicolo per la sua epifania, per manifestarsi insomma.

Domanda
A cosa serve praticamente a Marianna conoscere il significato del suo sogno?

Risposta
Ripeto, serve a migliorare la sua consapevolezza e a vivere meglio sapendo di cosa si tratta e come si è formata, quanto importante è stata la madre nella sua evoluzione e che tutto quello che le succede non avviene a caso o per volere di qualche divinità maligna. Marianna può essere più padrona in casa sua.

Domanda
Mi spiega il simbolo della materializzazione?

Risposta
Ti spiego tutti i simboli spaziali. Il movimento nello spazio verso l’alto condensa il processo psichico della “sublimazione della libido”, verso il basso condensa il processo psichico di difesa della “materializzazione”, verso sinistra condensa il processo psichico della “regressione”, verso destra condensa il processo psichico della “evoluzione”. La “materializzazione” consiste nel risolvere l’angoscia indirizzando la “libido” verso il corpo e le specifiche e personali forme di appagamento. E’ un processo molto umano e molto fisico che non si esime dal culto della concretezza e della sessualità: edonismo ed erotismo. Marianna deve vivere la sua sessualità e non deve sublimarla o rimandarla o viverla male perché è giunto il momento di eliminare i fronzoli inutili e di abbandonarsi al suo Eros.

Domanda
Mi basta. Ho fatto indigestione di tante cose che non sapevo e che in gran parte non ho capito. Le dirò che mi dispiace di non averle studiate e di essere ignorante di tante belle conoscenze.

Risposta
Inizia ora che non è mai troppo tardi, come diceva il maestro Alberto Manzi negli anni cinquanta quando insegnò a leggere e a scrivere a milioni di italiani tramite lo strumento televisivo, lo stesso che oggi perpetua l’ignoranza e la stupidità, lo stesso che oggi è in balia di giornalisti e politici, oltre che di sedicenti e volgari opinionisti.

Domanda
Ho capito che lei non guarda la televisione. Se mi invita ancora, io vengo perché mi piace collaborare con lei. Grazie!

Risposta

Di certo e con altrettanto piacere da parte mia. Alla prossima allora!

Visto che il sogno di Marianna dispone verso un’apertura disinibita alla vita sessuale, è d’obbligo ricorrere a una canzone sul tema della eccentrica Gianna Nannini intitolata “Fenomenale”. Ricordo che il prodotto culturale popolare è indice del grado di evoluzione di un gruppo umano e dei contenuti emersi e ricorrenti in un determinato momento storico. Oggi la musica leggera popolare ha buoni e variegati contenuti che vanno dal tema dell’amore ai temi sociali, dall’intimo e privato alla denuncia, dalla ripetizione e condivisione alla contestazione. Da circa vent’anni e dopo l’età dei cantautori, i nuovi attori del pop hanno acquisito gli strumenti e i contenuti della divulgazione e si esprimono nelle forme estetiche tradizionali e innovative, sia poetiche e sia prosaiche.

 

IL SENTIMENTO DELLA RIVALITA’ MATERNA

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Ho sognato di trovarmi con mia figlia in un piazzale dove abbiamo parcheggiato la macchina per andare a una conferenza.
Mia figlia ha preso dalla macchina tanti mazzi di banconote da 50 e 100 euro.
Vedendola in difficoltà e pensando che non era sicuro andare in giro con tutte quelle banconote in vista, mi sono avvicinata e le ho dato una vecchia borsetta bianca in pelle che si trovava in macchina.
Stavamo dirigendoci verso la sala conferenze quando abbiamo sentito il rumore della nostra macchina.
Sorprese ci siamo dirette verso la finestra e abbiamo visto che la macchina senza autista andava via.
Mentre pensavamo sul da farsi, la macchina è ritornata parcheggiandosi.
Contente ci dirigiamo verso la sala conferenze, quando la macchina è ripartita nuovamente senza ritornare.”
Mi sono svegliata chiedendomi il significato di questo sogno.

Anna Maria

DECODIFICAZIONE – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Dal sentimento della rivalità “fraterna” al sentimento della rivalità “materna” il passo è breve e veritiero.
Quante mamme si accompagnano ed esibiscono le figlie procaci nella ricerca narcisistica di un riscontro sociale anche della loro bellezza e giovinezza!
Quante volte abbiamo detto o sentito la famigerata frase “sembrate due sorelle” o altre litanie del genere!
Le relazioni sociali, anche le più innocenti e delicate, sono una mezza truffa e sono immancabilmente insidiate dai sentimenti dell’invidia e della rivalità.
Siamo abituati culturalmente a ritenere l’invidia un brutto sentimento, ma siamo costretti a ricrederci. Bisogna anche dire che in tanto pessimismo ha contribuito l’educazione religiosa di cui siamo stati infarciti sin dalla più tenera età. Il grande Agostino nel quarto secolo p. C. n. attribuiva al diavolo l’orgoglio e l’invidia. Spesso ci si imbatte in tre contrastati sentimenti, l’invidia, la rivalità e l’orgoglio. Ricordo che il sentimento è la “astrazione” e la “sublimazione” del senso e delle sensazioni. Tornando ai magnifici tre, invidia, rivalità e orgoglio, è evidente il fatto che psicologicamente hanno una loro consistenza oggettiva e, di conseguenza, “positiva” proprio perché cadono nella storia psicologica e si recitano quotidianamente nel teatro psichico con alterna fortuna. Colpevolizzare questi sentimenti è inizialmente opera dei genitori improvvidi e di tutti gli adulti imbrattati di cultura ufficiale e in vena repressiva per i loro bisogni psichici. Di poi, il bambino assorbe la lezione e sarà merito del suo “Super-Io” censorio e morale avallare tanta ignoranza e tanta ingiustizia.
Parliamo dei magnifici tre moschettieri.
Il “sentimento dell’invidia” si attesta nel “vedere nell’altro” un dato psichico ben preciso che gradiremmo possedere: latino “in video”, italiano “vedo dentro l’altro”. E’ un desiderio che non cade dalle stelle, “de sideribus”, e s’incarna in noi, perché è già caduto in un’altra persona. E’ una forma frustrazione che si compensa con la consapevolezza che quello che io non ho, appartiene a un altro. E’ una penosa sensazione che immancabilmente matura aggressività verso il prossimo. E’ un’alienazione inconsapevole e difensiva di un nostro tratto psichico che ci crea disagio e che volentieri proiettiamo su un’altra persona. Non vale più il “vedo nell’altro”, ma si afferma il “non voglio vedere in me”. L’invidia nella sua radice psichica è l’angoscia di vedere dentro di sé e di dover gestire tanto bagaglio fuori di sé. Ma attenzione, spesso il sentimento dell’invidia verte su oggetti benefici e di valore, come la bellezza, l’avvenenza, l’erotismo, la sessualità e l’orgasmo nel caso del sogno di Anna Maria.
Il “sentimento della rivalità” ha una natura squisitamente affettiva e nasce nell’infanzia dalla paura di non essere amato dai genitori per ipotetiche colpe e di perdere il loro affetto. La comparsa sulla scena di un fratello aggrava un quadro che di per se stesso è già problematico. La paura di non essere preferito porta a sentirsi soggetto di minor diritto e matura gravi complessi d’inferiorità. Si aggiunge la progressiva convinzione di non poter cambiare e migliorare la propria condizione umana. Nel tempo l’evoluzione porta il “sentimento della rivalità” a sublimarsi e a diventare una sana competizione migliorativa delle proprie qualità e prestazioni. Una bambina che ha sofferto l’angoscia della rivalità fraterna sarà una mamma che porterà il marchio di tanta infamia sociale e di tanto struggimento affettivo. Idem per il bambino. Ricordo sul tema il testo, uno dei pochi, di Louis Corman dal titolo “Psicopatologia della rivalità fraterna” dove si coglie l’incidenza maligna di questo sentimento nei disturbi psichici gravi.
Avanti il terzo, “il sentimento dell’orgoglio”. La parola deriva dalla lingua dei Franchi, “urgoli”, e si traduce “notevole”, mentre la voce tedesca antica “urgol” significa “rigoglio”: un “notevole rigoglio”. A livello psicoanalitico l’orgoglio è collegato alla “posizione fallico-narcisistica” e rappresenta la degenerazione difensiva dell’amor proprio e del potere dell’Io. E’ una difesa dal coinvolgimento e si attesta nell’isolamento. E’ un “complesso di superiorità” che serve a difendersi dagli altri assumendo una corazza altolocata di vero metallo e ponendo uno schermo verso il prossimo, ma resta sempre un complesso di tratti psichici che attende di essere razionalizzato e ridimensionato per adattarsi alla realtà delle persone e delle cose.
Convergendo sul sogno di Anna Maria si può affermare in sintesi che tratta dell’immagine sessuale di sé nel versante temporale del “com’ero” e del “come sono” e lo psicodramma si recita approfittando della figura della giovane e avvenente figlia. Insomma, la nostra Anna Maria si è imbattuta in sogno nei sani sentimenti dell’invidia e della rivalità senza travalicare negli eccessi della competizione e del disprezzo dell’avversario, ma mantenendo gli affetti degni di una madre che è alle prese con il tempo che scorre e con gli insulti dell’evoluzione psicofisica.
Non resta che constatare la bellezza dell’architettura e della “figurabilità” che Anna Maria senza consapevolezza e per via naturale ha immesso nel suo prodotto psichico notturno.
Si può partire.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Ho sognato di trovarmi con mia figlia in un piazzale dove abbiamo parcheggiato la macchina per andare a una conferenza.”

Anna Maria esordisce in sogno con spigliatezza ponendo subito in evidenza il conflitto latente “madre-figlia” in forma di solidarietà e di complicità, in forma sublimata se vi aggrada. Anna Maria ha un buon rapporto con la figlia e con lei frequenta luoghi e persone in maniera disinibita. Anna Maria tiene a precisare che condivide con la figlia la femminilità e la sessualità, che sono donne e che non disdegnano di manifestarlo. Questa è la traduzione di “parcheggiato la macchina”. Meglio di così è possibile soltanto per i mostri, ma qui siamo per il momento nell’assoluta normalità di una relazione madre-figlia costruttiva e benefica.
Vediamo i simboli: “ho sognato di trovarmi” si traduce oggettivamente consisto e mi manifesto con la mia realtà psichica in atto, “figlia” condensa la dipendenza psichica e l’universo psicofisico femminile, “piazzale” rappresenta la piazza e il foro nonché il luogo della socializzazione e della relazione, “parcheggiato” si traduce in esibito e messo in mostra e in una forma di vanità e di civetteria che tende al riconoscimento da parte degli altri, “la macchina” rappresenta il sistema nervoso autonomo o neurovegetativo e nello specifico l’apparato sessuale femminile, “conferenza” dal latino “portare insieme” traduce il possesso e lo scambio, l’avere e la transazione, una modalità di vivere le relazioni in maniera coperta e fascinosa.

“Mia figlia ha preso dalla macchina tanti mazzi di banconote da 50 e 100 euro.”

Anna Maria non ha mezzi termini in sogno e va sempre più al “dunque” e questo “dunque” riguarda il corpo e la sessualità, la femminilità e la femmina nella versione di gran valore e di gran potere: l’orgoglio di esser donne e “dominae” ossia padrone. La madre stima tantissimo la bellezza e la procacità della figlia, il fascino e l’attrazione che suscita nei maschi quando si relaziona e quando è composta nella sua condotta femminile. Questo gratificante rilievo è il prezzo che Anna Maria paga al tempo che passa e la lascia in lotta con lo sfiorire della gioventù e della bellezza. La nostra protagonista vede nella figlia la sua bellezza di un tempo e il suo potere di attrazione e di seduzione. Il sogno ha una vena nostalgica che procura una lieve tristezza e si ferma ai confini di un dolore abilmente sublimato. A proposito di orgoglio, non dimentichiamo che la “macchina” è associata a “tanti mazzi di banconote da cinquanta e cento euro”, un vero valore venale che attesta che l’avvenenza erotica e sessuale è di alto livello.
Vediamo i simboli: “ha preso” traduce la forza e la sicurezza affermative, “tanti mazzi” condensano l’entità del potere e la fallicità della seduzione, “banconote” si interpreta come potere psic-osessuale e relazionale.
La “posizione fallico-narcisistica” di Anna Maria in versione orgogliosa viene proiettata sulla figlia e rispecchia il suo vissuto conflittuale e possibilmente d’inferiorità: rivalità e soggetto di minor diritto.

“Vedendola in difficoltà e pensando che non era sicuro andare in giro con tutte quelle banconote in vista, mi sono avvicinata e le ho dato una vecchia borsetta bianca in pelle che si trovava in macchina.”

“Cuore di mamma non inganna”, recita il proverbio popolare utile al caso di Anna Maria. La madre è preoccupata per l’esibizione da parte della figlia delle bellezze e delle doti estetiche: “le banconote in vista” attestano di un potere legato al senso della vista e all’ambiguo voyeurismo della gente. Anna Maria tiene a precisare che la figlia ha qualcosa di lei, la femminilità e la sessualità. Infatti la “vecchia borsetta che si trovava in macchina” è un raddoppiamento della simbologia femminile, estetica e sessuale, e il concetto ribadito in sogno è che la bellissima figlia è stata “fatta” dalla madre e a lei somiglia, si è identificata nella madre e ne ha anche assimilato la femminilità, “la vecchia borsetta in pelle”. La madre non rassicura la figlia, rassicura se stessa e si consola con la somiglianza e l’identificazione della figlia nella sua figura e persona. Non si manifesta il “sentimento della rivalità” in maniera chiara, ma traspare tra le righe del quadro estetico di una figlia avvenente che ha un buon rapporto formale e sostanziale con la madre.
Vediamo i simboli: “in vista” condensa l’erotismo legato al senso della vista e al piacere voyeuristico, “borsetta” si traduce nella recettività sessuale femminile, “bianca” è anonimato, “in pelle” contiene l’erotismo o “libido” epiteliale.

“Stavamo dirigendoci verso la sala conferenze quando abbiamo sentito il rumore della nostra macchina.”

Anna Maria e la figlia socializzano portandosi dietro gelosamente il loro carico importante di femminilità. Meglio: Anna Maria è orgogliosa di sé e del suo esser donna e si vede nella figlia: “traslazione” da rafforzamento. La presenza della figlia evoca la sua giovinezza e la prestanza di una femminilità ben vissuta e ben accetta. Anna Maria si sente più sicura in compagnia della figlia, alleato psichico, e si relaziona meglio, piuttosto che da sola, perché ha bisogno per le sue contingenze esistenziali di recuperare quell’immagine di sé giovanile e attraente. Il testo del sogno dice chiaramente di questa unione e di questa solidarietà in “stavamo dirigendoci verso la sala conferenze”, ma a questo punto il discorso onirico e psichico si approfondisce nel “rumore della nostra macchina”.
Cosa vorrà mai significare?
Cosa si occulta simbolicamente in queste poche parole?
La risposta è semplice ed è la seguente: significa la funzionalità sessuale e occulta il “fantasma di castrazione” della protagonista del sogno. Anna Maria si è portata dietro l’alleata in questo suo excursus narcisistico verso il recupero del passato e tramite la bellezza della figlia ripara a questa suo senso di perdita adducendo il fatto che la sua “libido genitale” e sessuale è in crisi. Proprio per questo motivo fa questo sogno e lo compone in questo modo. Anna Maria si sente in emergenza e ripensa al tempo passato quando la giovinezza del corpo arrideva ai suoi sensi. La figlia in sogno è l’immagine di sé quand’era giovane e, come si diceva in precedenza, è la “proiezione” di parti psichiche di sé nella figlia. Degno di nota è “il rumore della nostra macchina”, un plurale maiestatis che testimonia il narcisismo e la castrazione che sono in simultanea circolazione psichica.
Vediamo i simboli: “il rumore” attesta chiaramente della funzionalità neurovegetativa sessuale, l’esito di una funzione e l’introduzione all’orgasmo.

“Sorprese ci siamo dirette verso la finestra e abbiamo visto che la macchina senza autista andava via.”

Anna Maria è in crisi d’orgasmo e di invecchiamento ed è sorpresa perché non se l’aspettava, non si era preparata psicologicamente ai drastici processi di perdita che madre Natura impone nell’evoluzione psicofisica, specialmente femminile: la menopausa e la riduzione della “libido”. “La finestra” è una consapevolezza sociale che Anna Maria esibisce quando si accorge che la “castrazione” è avvenuta e che la menopausa incombe inesorabilmente con i suoi vantaggi e si suoi svantaggi. Ha, purtuttavia, sempre in atto l’alleanza con la figlia e la porta come ausilio per prendere coscienza del tempo presente e del tempo passato, quando si era giovani e avvenenti e quando si è costretti a subire e ad accettare gli insulti sempre del famigerato tempo. In questo caso l’amore del proprio destino di donna, “amor fati”, è indispensabile per favorire e rafforzare la “razionalizzazione” del quadro esistenziale. “La macchina senza autista” rappresenta mirabilmente l’automatismo della funzionalità sessuale e il procedere neurovegetativo verso l’orgasmo: meccanismo psichico della “figurabilità”. Anna Maria ha vissuto una crisi in riferimento alla sua capacità di disporsi all’orgasmo e si è imbattuta nel dubbio del tempo che passa e nella nostalgia di quando tutto era spontaneo e naturale, automatico con un termine freddo. E allora il pensiero va al suo alleato in sogno, la figlia giovane e brillante di ormoni, nella ricerca di una magra consolazione e di rafforzamento per andare avanti con il sogno e con questa tematica forte.
Vediamo i simboli: “la macchina senza autista andava via” equivale all’orgasmo che necessita del mancato controllo dell’Io e dell’abbandono ai movimenti neurovegetativi, “l’autista” rappresenta l’istanza psichica vigilante e consapevole “Io”.

“Mentre pensavamo sul da farsi, la macchina è ritornata parcheggiandosi.”

E’ bastata una riflessione cosciente a bloccare l’orgasmo, cosi ben descritto in precedenza. E’ bastato l’autista, l’Io, a far tornare tutto sotto controllo e a ripristinare quella vigilanza che non fa bene alla vitalità sessuale. Anna Maria in sogno sta sempre parlando di sé e di una sua evoluzione psicofisica che la mette in crisi, ha addotto qualcosa di oggettivo che succede alle donne nell’esercizio del vivere. Il “sistema neurovegetativo” e il “sistema nervoso centrale” sono in funzione, anzi il secondo ha preso il sopravvento sul primo. Il “parcheggiandosi” attesta del ritorno alla norma e alla stato di quiescenza sessuale dopo l’eccitazione. Il tutto è in linea con la neurofisiologia e con il “principio di realtà” dell’istanza “Io”, nonché con i valori della formazione psichica e sociale di Anna Maria.
Vediamo i simboli: “pensavamo” rappresenta l’Io e la coscienza e la prima persona plurale è in funzione di rafforzamento, “da farsi” condensa il pragmatismo terapeutico dell’angoscia e la possibile “razionalizzazione” attraverso l’azione, “la macchina è ritornata” contiene il ritorno dallo stato neurovegetativo allo stato di consapevolezza, “parcheggiandosi” esprime il ritorno alla normalità dopo l’ebollizione orgasmica e al composto inquadramento sociale.

“Contente ci dirigiamo verso la sala conferenze, quando la macchina è ripartita nuovamente senza ritornare.”

Anna Maria ha appena espresso e realizzato il desiderio di riavere le sue pulsioni e il suo orgasmo e si sente appagata e piena di sé, “contenta”, per cui può riprendere in maniera disinibita i suoi ruoli sociali, “la sala conferenze”. Ma ecco che si manifesta la realtà dei fatti, “la macchina è ripartita nuovamente senza ritornare”: la sessualità neurovegetativa è presente e senza il controllo dell’Io, senza l’autista. L’allegoria dell’orgasmo è perfetta, ma l’interpretazione di quest’ultimo capoverso è “double face”. Da un lato si può intendere come la presenza di una disinibizione sessuale senza freni e dall’altro lato si può intendere come una perdita depressiva della vitalità sessuale legata a un trauma reale o alla caduta della “libido”. Il sogno di Anna Maria lascia in sospeso l’esito finale perché entrambe le interpretazioni possono essere aggiudicate. Il “senza ritornare” esprime una irreparabile caduta dell’orgasmo, ma la macchina ripartita lascia ben sperare. Il dubbio “amletico” lo può risolvere soltanto Anna Maria.
Vediamo i simboli: “dirigiamo” condensa il principio dell’intenzionalità della coscienza di Brentano in base al quale la psiche investe le sue energie su un oggetto ben preciso, “ripartita” esprime la ripresa degli investimenti di “libido”, “ritornare” rappresenta la reiterazione del rivivere e il sentimento della nostalgia.

“Mi sono svegliata chiedendomi il significato di questo sogno.”

I sogni strani inducono questo desiderio o bisogno di conoscere “il significato”. Ogni sogno racchiude una “parte psichica di sé” che lo qualifica come un incremento al “sapere di sé” e all’accrescimento dell’autocoscienza al punto che si può considerare una psicoterapia bella e buona la consapevolezza dei “fantasmi” e dei simboli che dominano il sogno. Quest’ultimo è “significante”, portatore di “segni”, latino “signa”, le insegne delle legioni romane che si devono interpretare e tradurre. Non basta, perché Anna Maria ha codificato senza esserne consapevole delle figure retoriche come l’allegoria dell’orgasmo in “la macchina senza autista andava via.” Svegliarsi con la curiosità di sapere è anche un legittima difesa psichica perché suppone cosa ci turba in questo preciso momento della nostra vita.
La decodificazione del sogno di Anna Maria si può concludere qui.

PSICODINAMICA

Il sogno di Anna Maria svolge la psicodinamica del “sentimento della rivalità” materna per concludersi con la rappresentazione allegorica della vitalità sessuale. La parte finale possiede una ambivalenza interpretativa che oscilla da una facilità a lasciarsi andare sessualmente a una inibizione della “libido” legata a trauma o a veicoli organici naturali come la menopausa. La relazione con la figlia risente del desiderio di Anna Maria di ringiovanirsi con la regressione alla “posizione psichica fallico-narcisistica”, precedente alla “genitale”, e con la competizione estetica e relazionale.

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

Dei “simboli” si è abbondantemente detto cammin facendo.

“L’archetipo” richiamato riguarda la sessualità.

Il “fantasma” presente è di “castrazione” e di perdita depressiva.

Le istanze presenti nel sogno di Anna Maria sono le seguenti: “Io” o vigilanza razionale in “Vedendola in difficoltà e pensando” e in “Mentre pensavamo” e in “Contente ci dirigiamo” e in “autista” e in altri punti, “Es” rappresentazione delle pulsioni in “parcheggiato la macchina” e in “tanti mazzi di banconote da 50 e 100 euro.” e in “la macchina senza autista andava via.” e in altri punti, “Super-Io” censura e moralità in “Vedendola in difficoltà e pensando che non era sicuro andare in giro con tutte quelle banconote in vista,” .

Il sogno di Anna Maria tira in ballo la “posizione psichica fallico-narcisistica”, autocompiacimento e amor proprio, e la “posizione genitale” e la “libido” corrispondente con i suoi sondaggi sulla vitalità sessuale.

I “meccanismi psichici di difesa” dall’angoscia innescati nel sogno di Anna Maria sono la “condensazione” in “figlia” e in “macchina” e in “borsetta” e in altro, lo “spostamento in “mazzi di banconote” e in “rumore” e in altro, la “proiezione” in “mia figlia” e in “vedendola in difficoltà”, la “figurabilità” in “macchina senza autista”.

Il “processo psichico di difesa” presente nel sogno di Anna Maria è la “regressione” nei termini funzionali onirici ossia nella introversione delle energie e nelle allucinazioni. La “sublimazione della libido” non risulta in azione.

Il sogno di Anna Maria attesta di una “organizzazione psichica reattiva”, carattere o struttura, a prevalenza “narcisistica” e all’interno di una cornice nettamente “genitale”, sessualità e maternità.

Le “figure retoriche” elaborate da Anna Maria nel suo sogno sono la “allegoria” o relazione di somiglianza in “la macchina senza autista andava via” e in “la macchina è ripartita nuovamente senza ritornare”, la “metafora” in “macchina” e in “borsetta”, la “metonimia” o relazione di senso logico in “rumore” e in “parcheggiata”. Il sogno di Anna Maria sorprende per la capacità naturale e inconsapevole della protagonista a coniare allegorie e a usare il “meccanismo della figurabilità”.

La “diagnosi” dice di un sentimento della rivalità materna in un ambito di recupero narcisistico della “libido genitale”. Anna Maria approfitta dell’alleata figlia per svolgere la sua psicodinamica di riduzione e caduta dell’avvenenza e del fascino giovanile. Tecnicamente Anna Maria reagisce al “fantasma di castrazione” con la rappresentazione compensatoria del fenomeno psicofisico dell’orgasmo.

La “prognosi” impone ad Anna Maria di recuperare la consapevolezza delle sue frustrazioni e di reagire in maniera realistica agli scompensi ormonali ed estetici. La competizione con il tempo e con la figlia non porta quei risultati di benessere a cui aspira, mentre l’accettazione amorosa del suo destino di donna può reperire ed esaltare nuove e non immaginate doti. La giusta collocazione sociale completerà l’opera di reinserimento dopo la crisi esistenziale. La vitalità erotica e sessuale è ampiamente compensata da madre natura e dalla psiche nell’età matura e dopo l’inesorabile perdita della fertilità.

Il “rischio psicopatologico” si attesta in una recrudescenza del “fantasma di castrazione” e in una “psiconevrosi istero-fobica- ossessiva”: conflitto e somatizzazione d’angoscia e idee ritornanti.

Il “grado di purezza onirico” rientra nell’ordine del “buono” proprio per la naturalezza descrittiva e narrativa che è prossima all’irrealtà.

La causa scatenante del sogno di Anna Maria, “resto diurno” del “resto notturno”, si attesta nella naturale frequentazione della figlia e nella loro splendida e umana relazione. Incide in ogni caso la quotidiana consapevolezza del tempo che che trascorre e lascia qualche ferita narcisistica.

La “qualità onirica” o attributo dominante nel sogno di Anna Maria è proprio l’irrealtà della simbologia dinamica della “macchina”.

Il sogno si è svolto nella seconda fase del sonno REM proprio per le caratteristiche di cui si diceva e alla luce della esigua carica tensiva. L’emozione si accompagna alla sorpresa in un crescendo di desiderio di capire il significato del prodotto psichico che Anna Maria sta confezionando.

Il “fattore allucinatorio” si attesta nel senso della vista e dell’udito: “quando abbiamo sentito il rumore della nostra macchina” e “abbiamo visto che la macchina senza autista andava via.” Degna di nota è l’allucinazione spaziale in “Stavamo dirigendoci” e in “ci siamo dirette”.

Il “grado di attendibilità” della decodificazione del sogno di Anna Maria è “buono” e, di conseguenza, il grado di fallacia è “scarso”. La simbologia è abbastanza scontata e diffusa per cui la psicodinamica si evidenzia in maniera lineare.

DOMANDE & RISPOSTE

La decodificazione del sogno di Anna Maria è stata analizzata da una lettrice anonima che nella vita svolge la professione di ragioniera. Alle fine ha posto le seguenti domande.

Domanda
Faccio un riepilogo di quello che ho capito. La madre e la figlia escono insieme per andare a una conferenza con la macchina e la parcheggiano. Tutto questo è possibile nella realtà. Che la figlia abbia banconote all’aria aperta senza una borsetta, è improbabile ma è possibile. Che la madre le dia una borsa dove metterle, può succedere. Ma che la macchina si muova da sola e che scompaia, mi sembra qualcosa di magico.
Risposta
Giusto, sono pienamente d’accordo. Nel contenuto del sogno ci sono pezzi realistici e pezzi irreali. Ma il sogno è tutto simbolico e deve essere tradotto.
Domanda
Ah! E’ tutto simbolico e allora lei lo ha interpretato. Ma è sicuro? Non può essere mezzo realistico e mezzo simbolico?
Risposta
IL sogno ha una sua realtà complessa e specifica e non può essere un riepilogo da dormiente degli stessi temi e degli stessi processi razionali che usiamo da svegli.
Domanda
E allora mi spieghi come può una mamma entrare in competizione con la figlia ed essere invidiosa?
Risposta
E’ assolutamente normale perché la mamma ha una sua storia psichica e ha elaborato i suoi “fantasmi” e in speciale modo quelli “narcisistici”. Di conseguenza, a un certo punto della sua vita può ricordare e vedere nostalgicamente se stessa nella figlia senza essere diagnosticata fuori di testa. Importante è che il narcisismo sia utile e pratico e non porti alla deleteria sopraffazione e alla sciocca competizione.
Domanda
Ma che tipo di coppia lei vede nella madre e nella figlia?
Risposta
Hai presente una madre che va da dai quaranta anni ai cinquant’anni e che va a spasso con la figlia che va dai venti a i trent’anni?
Domanda
Ne vedo tante di questa coppia in piazza Duomo o in corso Matteotti, specialmente il sabato sera. Sono donne che si sono sposate a vent’anni e che hanno avuto figli subito e che sono ancora giovani quando i figli sono grandi.
Risposta
Perfetto. Ma tu non hai visto quello che hanno dentro, meglio quello che la madre si porta dentro. Ecco questo il sogno ha detto.
Domanda
Il sogno ha detto cosa prova una madre a passeggio con la figlia o che va ad una conferenza in macchina.
Risposta
Benissimo.
Domanda
Lei ci ha tirato fuori tante robe intime. Ma come ha fatto ed è sicuro che è la verità?
Risposta
Ho interpretato i simboli e li ho messi insieme.
Domanda
Ma alla fine non era sicuro e ha dato due possibilità.
Risposta
Questo conferma che il sogno non era completo, che mancava qualche pezzo, che non sempre si capisce e che, quando non si capisce, non si può interpretare.
Domanda
Me lo può spiegare ancora?
Risposta
Volentieri. Siccome la macchina non è più tornata, significa che si è persa e, quindi, c’è un processo organico che non funziona bene. Oppure, al contrario, significa che Anna Maria è sessualmente sistemata meglio di prima dopo una crisi psicofisica che può essere stata la menopausa o un trauma chirurgico.
Domanda
Ma Anna Maria ha una buona relazione con la figlia?
Risposta
Ottima, direi, perché solidarizzano in ogni senso e non soltanto perché vanno alle conferenze. Anna Maria è una madre quasi perfetta perché vive anche queste sensazioni di rivalità. Importante che non abdichi al ruolo di madre anche in tanta apparente amicizia. La figlia ha bisogno della madre e non dell’amica. Fissare con chiarezza il ruolo e rispettare la collocazione sono le doti migliori di una madre. Le confusioni psico-sociali fanno solamente male a entrambe.
Domanda
Però nel suo ultimo libro sull’anoressia mentale la madre ha un’importanza notevole?
Risposta
Più che altro è la figlia che è in gran confusione mentale. Certo la madre non si è messa in discussione. Leggi sul blog il “Bollettino per i naviganti” sul testo “Io e mia madre” per capire meglio. Poi, sai, ognuno nelle lettura di un libro ci mette tanto del suo.
Domanda
Quale canzone ha scelto per questo sogno?
Risposta
Ho scelto una vecchia canzone di Guccini, “Un altro giorno è andato”, per razionalizzare meglio lo scorrere del tempo e per volergli bene perché consente l’evoluzione.
Domanda
Grazie di tutto.
Risposta
Sono io a ringraziarti per la semplicità che mi hai regalato.

 

UNA DONNA CON LE PALLE

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Nel sogno in bianco e nero c’era una scala che scende e nello scendere si trasforma in un tunnel corrugato che mi inghiotte e mi fa andare sempre più giù a gran velocità.
Mi trovo poi in un luogo dove vedo per terra un fuoco acceso, delimitato da sassi, come se mi trovassi in campagna e lo vedevo dall’alto.
Poi ho cambiato prospettiva e mi trovavo supina e vedevo sopra di me cime di alberi giganteschi e un peso sul torace che non mi faceva respirare.
Una voce di donna mi ha chiesto se ero un uomo o una donna e mi ricordo che le ho risposto senza pensarci che ero un uomo.
Mi sono svegliata con difficoltà.”

Così e questo ha sognato Verdiana.

INTERPRETAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Il sogno di Verdiana è “in bianco e nero”, come i migliori film del neorealismo italiano a firma Luigi Zampa o Roberto Rossellini, perché l’intensità nervosa è ridotta.
Ma come?
Verdiana è inghiottita da un tunnel corrugato che la fa andare sempre più giù a gran velocità, si trova supina e vede sopra di lei cime di alberi giganteschi e sente un peso sul torace che non la fa respirare, … come si fa a dire che questo sogno è in bianco e nero e non ha trambusti emotivi?
Questo sogno dovrebbe essere coloratissimo ed elettrico in base a quello che mette in scena.
Urge spiegazione a giusta obiezione.
Verdiana si trovava nella quarta fase del sonno REM o nel passaggio tra la REM e la NONREM e verso il risveglio, quando le scariche nervose della prima fase e la catatonia della seconda fase non sono intense. Verdiana aveva dormito abbastanza, si stava svegliando, magari erano le quattro del mattino e in piena libertà costruisce questo sogno, un prodotto psichico veramente particolare e interessante perché verte sulla sua “identità” psichica e richiama anche le “identificazioni” operate nel corso della sua esistenza.
Ma non basta!
Verdiana ha ben composto e ben razionalizzato i suoi “fantasmi” e i suoi vissuti e dall’alto di questa consapevole compostezza imbastisce il sogno in riedizione di quelle verità che abbondantemente possiede nel cervello. Verdiana “sa di sé” e soprattutto sa dei suoi traumi e, di conseguenza, non si è agitata, per cui non elabora un sogno a colori ma un sogno trito e ritrito e a basso voltaggio. Poi, per il resto, i vissuti onirici di Verdiana sono un capolavoro della Mente e del Corpo sia dal punto di vista descrittivo e sia dal punto di vista compositivo: testo e contesto. Il sogno conferma la funzione del sogno di reintegrare, qualora ce ne fosse bisogno, le “parti psichiche” più delicate e che vengono ridestate nel cammino della vita e che rischiano di essere rimosse, ossia di sfuggire al controllo dell’Io per costituire mine vaganti che minacciano non di certo la struttura o la “organizzazione psichica reattiva”, ma l’equilibrio tra le tensioni in quanto tendono a somatizzarsi: meccanismo di difesa della “conversione in sintomo” per il “ritorno del rimosso”. Di passaggio per i colleghi ricordo che i “meccanismi di difesa” che operano beneficamente sul “ritorno del rimosso”, sul materiale psichico apparentemente dimenticato o meglio escluso dalla coscienza perché ingestibile in quel momento, sono la “formazione reattiva”, la “formazione sostitutiva”, “formazione di compromesso” e la “formazione di sintomo” che si attesta in una “conversione isterica”.
Ritornando al sogno in questione, il titolo si giustifica con il rimando al versante maschile e femminile delle identificazioni e dell’identità. Verdiana si elogia dicendosi che è stata ed è una donna coraggiosa, che ha affrontato tanti disagi e tormenti e traumi nella su vita, che ha dimostrato di possedere tratti simbolicamente maschili simbolicamente e definibili in sintesi e in gergo “con le palle”. Ricordo che il “linguaggio del gergo” è più vicino alla verità profonda rispetto al linguaggio formale e affettato della società civile. La Psiche ama il simbolo e la concretezza, la ciarlataneria e il turpiloquio, è più vicina all’osteria che all’Università, predilige il rustico al forbito, l’ubriaco al professore, Baudelaire a Benedetto Croce, Verga a Manzoni.
Ancora: cosa accusa Verdiana alla fine del sogno quando dice “Mi sono svegliata con difficoltà.”?
Lei stessa ritiene di non aver tanto sofferto in tanta rievocazione del patrimonio intimo e interiore. Non resta che credere a colei che, come il suo sogno, non può mentire.
Un altro dato importante è il “tunnel corrugato che mi inghiotte” che può essere un simbolo di “madre”, di “ritorno al grembo materno”, di fagocitazione da parte della madre, un bisogno di dipendenza e di protezione. Non è così nel nostro caso, perché dice “mi fa andare sempre più giù a gran velocità”. Verdiana si libera dall’oppressione degli eventi che l’hanno mandata giù e che lei ha risolto. Da sola o in compagnia Verdiana è uscita da una situazione psicofisica di costrizione legata a un evento fortemente traumatico come la perdita di una persona importante e significativa.
Ancora: ragioniamo sul cambio dei piani scenografici che Verdiana stessa definisce in “Mi trovo” e in “Poi ho cambiato prospettiva”. Questo dato onirico denota la capacità di “figurare” il registro simbolico interattivo e il nesso che lega le diverse scenografie, tutti dati che Verdiana conosce e riconosce. Il nesso si attesta nella serie degli eventi traumatici di perdita e nella continuazione a vivere con la riedizione dei “tratti psichici” simbolicamente maschili del coraggio e della forza. Verdiana è una “combattente”, come ci canterà alla fine Fiorella Mannoia.
Queste considerazioni metodologiche possono bastare e allora… buona continuazione a chi legge.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Nel sogno in bianco e nero c’era una scala che scende”

Verdiana condensa in questo film in bianco e nero “una scala che scende”, il simbolo depressivo della perdita, un suo preciso e specifico “fantasma” elaborato naturalmente nel primo anno di vita e possibilmente rievocato e rafforzato cammin facendo nel quotidiano vivere. La “scala che scende” attesta di un generico processo di perdita ed essendo una comoda “scala” conferma che il “fantasma” relativo è stato ben “razionalizzato” a suo tempo. Comunque Verdiana è ben educata alle perdite e alle angosce collegate, per cui il film può essere girato in “bianco e nero”.
Procedere diventa oltre che necessario anche intrigante.

“e nello scendere si trasforma in un tunnel corrugato che mi inghiotte e mi fa andare sempre più giù a gran velocità.”

Come non detto!
La questione diventa pesante più che intrigante, lo psicodramma si profila con le sue note particolarmente delicate e tragiche. Traduco: questo processo di perdita è stato talmente forte e coatto che non ha consentito a Verdiana di poter controllare la psicodinamica e di agire in maniera opportuna per tutelarsi dal danno traumatico. Verdiana sta rievocando in sogno un evento particolarmente tragico su cui non ha potuto fare alcunché, se non subirlo. Questo evento si definisce morte di qualcuno, lutto imprevedibile e perdita irreparabile. Si spiegano in questa maniera la costrizione del “tunnel”, l’essere “corrugato” ossia particolarmente doloroso, l’essere inghiottita, il precipitare e l’intensità della caduta. Questa è la meravigliosa rappresentazione simbolica di un tragico evento luttuoso elaborata dai “processi primari”, dalla “condensazione” simbolica e soprattutto dalla “figurabilità”. Cosa riesce a fare l’umana Fantasia liberamente, quando non la si controlla e la si pilota. Nel sonno si sveglia il nostro poeta interiore e formula il sogno.

“Mi trovo poi in un luogo dove vedo per terra un fuoco acceso, delimitato da sassi, come se mi trovassi in campagna e lo vedevo dall’alto.”

Cambia la scena, ma non il nesso logico della trama di questo magmatico sogno. Verdiana, dopo il terribile trauma della perdita di una persona cara e significativa, mette i piedi per terra e si ancora alla realtà, diventa concreta e pragmatica ma non disdegna di usare la testa e la razionalità proprio in riferimento specifico al fatto tragico occorso: “vedo per terra un fuoco acceso”. La “delimitazione dei sassi” conferma la necessità di Verdiana di circoscrivere l’esperienza, di razionalizzarla, di ridurre la sua sensibilità diventando un sasso. Mai metamorfosi fu così acuta e precisa e mai il ricorso alla sapienza popolare fu così accurata: “sei freddo e insensibile come un sasso”. Ma attenzione alle sorprese oniriche che non finiscono mai di stupire. Verdiana osserva questa realtà psichica descritta egregiamente “dall’alto”, nel luogo simbolico della “sublimazione” dell’angoscia. Spiego: Verdiana ha affrontato il suo dramma umano inserendolo tra i fatti della vita e nobilitando la sua angoscia in carica vitale da usare per continuare a vivere: “lo vedevo dall’alto”. Verdiana usa la simbologia della “campagna” per attestare di una generica realtà in atto e inserita nel “principio di realtà” come in un richiamo alla concretezza e al pragmatismo dopo tanta tempesta dei sensi e dei sentimenti.

“Poi ho cambiato prospettiva e mi trovavo supina e vedevo sopra di me cime di alberi giganteschi e un peso sul torace che non mi faceva respirare.”

Questo è il sogno delle tante “prospettive”. Verdiana è scesa in un tunnel corrugato, ha visto dall’alto, si trova supina. Sono posture che a livello simbolico significano “perdita”, “sublimazione” e “realtà”, tutti “meccanismi” e “processi di difesa” dall’angoscia che Verdiana usa con disinvoltura e in barba alla legge di gravità. Verdiana razionalizza da tutte le parti, non si ferma a capire il trauma e a governarne secondo realtà l’intensità emotiva, ma è ancora in grado di analizzare e descrivere la sua condizione di persona in sofferenza. “Vedevo” si traduce in sapevo, capivo, comprendevo la mia situazione di essere vittima di un evento luttuoso di perdita e di una inadeguatezza e precarietà di fronte all’immane compito di continuare a vivere. Le “cime di alberi giganteschi” rappresentano simbolicamente la figura paterna e il desiderio di essere sostenuta in questa riscossa come un maschio di forte tempra psicofisica: un padre. Verdiana invoca suo padre e chiede a lui la forza di reagire proprio identificandosi nella sua figura.
Arriviamo al “peso sul torace che non fa respirare”.
Cosa significa?
Come si traduce?
Allora, il “torace” è la parte del corpo che condensa il coraggio e gli affetti estremi. Il “peso” rappresenta un blocco psichico e una caduta dell’energia vitale. Il “peso sul torace” significherà di conseguenza un blocco pesante della vita e della vitalità affettive. Verdiana non ha potuto soffrire ed esternare le sue emozioni profonde e sincere, è stata costretta e si è costretta a fare a meno della vita affettiva e degli investimenti vitali di questo tipo. Verdiana ha contenuto l’intensità del trauma attraverso la “razionalizzazione” e la “sublimazione”, ma ha operato una chiusura della sua affettività e del suo bisogno di amare e di essere amata. Questo è stato il prezzo pagato nel mercato psichico per continuare a vivere, queste sono le difese dall’angoscia che la nostra eroina ha dovuto naturalmente istruire nello scorrere del tempo e nella sua esistenza. Verdiana è andata avanti bloccata nella dimensione affettiva dal trauma della perdita e dal ridestarsi del fantasma depressivo e ha potuto fare questo attraverso il meccanismo provvido di difesa della “razionalizzazione” e il processo della “sublimazione”: “Poi ho cambiato prospettiva e mi trovavo supina e vedevo sopra di me…”.
Procediamo con cautela e curiosità perché questo sogno è veramente amletico e di “casa nostra” nello stesso tempo, un’esperienza drammatica che succede a tanti e che ognuno traduce in maniera diversa e sempre creativa.

“Una voce di donna mi ha chiesto se ero un uomo o una donna”

Verdiana chiede a se stessa se si è comportata da uomo o da donna in questa dolorosa contingenza della sua vita, chiede a se stessa della sua identità psichica alla luce del trauma subito e soprattutto del come lo ha vissuto e organizzato, non superato perché questa illusione sarebbe offensiva all’intelligenza di Verdiana. Nella vita non ci si supera e né si supera, si cammina inesorabilmente e anche con i pesi sul torace o sullo stomaco, senza affetti per dirla in un solo termine. Verdiana si scinde nella “voce di donna” che è la sua voce critica e razionale e tenta di valutarsi o forte e razionale, simbologia “uomo”, o sensibile ed emotiva, simbologia “donna”. Rilevo che Verdiana non sta elaborando in sogno l’androginia psichica, il fatto che a livello psichico vigono caratteristiche maschili e femminili in ogni persona, ma sta elaborando esperienze e soprattutto reazioni che le appartengono e che, sempre simbolicamente, sono ascritte all’universo maschile e femminile.

“e mi ricordo che le ho risposto senza pensarci che ero un uomo.”

“Mi ricordo” verte sul passato, su un evento o una serie di fatti che hanno confermato Verdiana sul fatto di essere una “donna con le palle”, una “virago”, un’amazzone. Alla “voce di donna”, la sua, alla riflessione finale di colei che “sa di sé” e della propria storia perché ha ben razionalizzato fantasmi e vissuti, fatti e misfatti che l’esercizio del vivere riserva e che ha sublimato le angosce di perdita contenendo il tratto depressivo infantile senza lasciarlo ampliare e amplificare, a questa “donna se stessa” Verdiana risponde d’istinto di essere “un uomo”, di appartenere all’universo maschile e di possedere gli attributi simbolicamente a esso ascritti.
Quali sono questi attributi?
Ve li trasporto dal mio dizionario dei simboli: il “maschile” è archetipo, razionalità, consapevolezza e vigilanza dell’Io, autocontrollo e affermatività, potere, forza, penetrazione, libido, principio ontogenetico, padre, Super-Io, censura e punizione.
Il “senza pensarci” è un moto d’impeto classico dell’universo femminile, l’emozione a cui non sempre segue la riflessione. Verdiana coniuga il femminile con il maschile in queste cinque parole “senza pensarci che ero un uomo”. Vuol significare che, per quello che ho vissuto e che mi è occorso, ho esibito forza e tenacia, le caratteristiche simbolicamente ascritte all’universo psichico maschile. E’ stata costretta dagli eventi a mettere in atto “tratti” psichici particolarmente efficaci e razionali, duri e utili.

“Mi sono svegliata con difficoltà.”

Dopo aver elaborato la sua trama saltando apparentemente di palo in frasca, dalla scala al tunnel corrugato, dal fuoco agli alberi, dal peso al torace alla voce femminile, dopo aver cambiato posizione e prospettiva psichiche, dopo tante contorsioni ed equilibrismi, Verdiana cade in piedi e si ritrova stanca e appagata di tante emozioni e di tanto riepilogo della sua vita. E’ questo il senso e il significato della “difficoltà” accusata nel risveglio. Del resto, Verdiana ha concluso il sogno dicendo a se stessa: “io sono una donna con le palle semplicemente perché ho reagito agli eventi della mia vita alla grande e ho dimostrato di farcela come averebbe potuto fare un maschio e tirando fuori quegli attributi che simbolicamente sono dei maschi”. Il “simbolicamente” è proprio azzeccato, perché nella realtà psichica e sociale l’universo maschile in questi tempi non gode una buona salute.
L’interpretazione del sogno di Verdiana si può chiudere con questo amaro e attuale rilievo.

PSICODINAMICA

Il sogno di Verdiana sviluppa la psicodinamica della risoluzione del trauma depressivo di perdita attraverso il ricorso a tratti simbolicamente maschili della propria identità psichica. Verdiana descrive la reazione agli eventi tragici della sua esistenza e conclude fiera delle sue reazioni affermative in superamento delle angosce collegate ai “fantasmi” evocati. Verdiana dimostra una compostezza psichica frutto di una buona “razionalizzazione” e presa di coscienza.

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

Il sogno di Verdiana elabora e contiene i seguenti simboli: “scala” nella versione del salire si traduce “sublimazione” e nella versione dello “scendere” in “perdita depressiva”, “tunnel” o coazione materna, “corrugato” accresce la sofferenza e il dolore, “inghiotte” o fagocitazione e possesso, “giù” o perdita, “fuoco” o vitalità e affetto, “sassi” o freddezza affettiva, “alto” o sublimazione della libido, “supina” o passività riflessiva, “sopra di me” o soccombenza, “cime di alberi giganteschi” o elaborazione di pensieri sublimati e riferimento al padre, “peso sul torace” o oppressione affettiva, “respirare” o libido e psiche, “voce” o energia e istanza Super-Io, “uomo” o tratto psichico maschile, “donna” o tratto psichico femminile.

Il sogno di Verdiana richiama l’archetipo del Maschile e del Femminile.

Il “fantasma” in circolazione è di perdita depressiva: “una scala che scende”.

L’istanza psichica “Io” è ben viva in “lo vedevo” e in “mi ricordo” e in “ho risposto”.
L’istanza pulsionale “Es” è ben visibile in ““Nel sogno in bianco e nero c’era una scala che scende e nello scendere si trasforma in un tunnel corrugato che mi inghiotte e mi fa andare sempre più giù a gran velocità.” e nel resto del sogno nei vari quadretti illustrati.
L’istanza limitante e censoria “Super-Io” non è presente in termini diretti e chiari, ma è incluso in “cime di alberi giganteschi”.

Il sogno di Verdiana sviluppa la “posizione psichica orale” trattando il versante affettivo e la “posizione psichica fallico-narcisistica” sotto la forma dell’amor proprio e sulla spinta della “razionalizzazione” del trauma.

Il sogno d Verdiana usa i “meccanismi psichici di difesa” della “condensazione” in “scendere” e in “tunnel” e in “inghiotte” e in altro, dello “spostamento” in “voce di donna” e in altro, della “figurabilità” in “nello scendere si trasforma in un tunnel corrugato che mi inghiotte e mi fa andare sempre più giù a gran velocità.” della “razionalizzazione” in “Poi ho cambiato prospettiva”.
La “sublimazione” è ben chiara in “dall’alto” e in “sopra di me”.

Il testo e il contesto del sogno di Verdiana lasciano propendere per una “organizzazione psichica reattiva genitale”, amor proprio e amore dell’altro. Verdiana non si è abbandonata al trauma coltivando la depressione, ma si è riscattata con la cura di sé e dell’altro, possibilmente della sua famiglia.

Le “figure retoriche” usate dalla simbologia sono la “metafora” o relazione di somiglianza in “scala” e in “scendere” e in “tunnel” e in “fuoco” e in “sassi”, la “metonimia” o nesso logico in “giù” e in “alto” e in “sopra” e in “uomo” e in “donna”, la “enfasi” o forza espressiva in “una scala che scende e nello scendere si trasforma in un tunnel corrugato che mi inghiotte e mi fa andare sempre più giù a gran velocità.”

La “diagnosi” dice di un trauma depressivo risolto attraverso la “razionalizzazione” della perdita e il rafforzamento dell’Io.

La “prognosi” impone a Verdiana di operare sempre la revisione del trauma attraverso la consapevolezza della sua sensibilità alla perdita e di mantenere attivi i tratti forti che l’hanno sostenuta e aiutata a uscire da periodi dolorosi della sua esistenza.

Il “rischio psicopatologico” si attesta nella sindrome di onnipotenza, una pericolosa convinzione di forza che esula dal “principio di realtà” per un autocompiacimento narcisistico.

Il “grado di purezza onirica” è buono alla luce della simbologia e dell’intreccio dei simboli. Verdiana non ha potuto tanto aggiungere o manipolare il suo prodotto psichico.

La causa scatenante del sogno di Verdiana si attesta in una riflessione su se stessa o in una provocazione legata a qualche episodio in cui ha dovuto affermarsi e imporsi.

La “qualità onirica” o l’attributo dominante è la logistica e la cenestesi, il cambiamento del luogo e la facilità a cambiare posizione e prospettiva, nonché le forti sensazioni implicite: un sogno spaziale nel suo andare contro le leggi fisiche.

Verdiana ha elaborato il suo sogno durante la quarta fase del sonno REM alla luce dei contenuti e dello stato di relativa agitazione.

Il “fattore allucinatorio” trova esaltato il senso della “vista” in “lo vedevo dall’alto” e in “vedevo sopra di me”, il senso del “tatto” in “peso sul torace che non mi faceva respirare”, il senso dello “udito” in “voce di donna mi ha chiesto”. L’allucinazione più importante e complessa è “mi inghiotte e mi fa andare sempre più giù a gran velocità.” Aggiungo, sempre a proposito di sensazioni, che il “non mi faceva respirare” è il classico sintomo dell’angoscia.

Il “grado di attendibilità e di fallacia” del sogno di Verdiana è buono, nonostante la possibilità di altre interpretazioni. Prevale la simbologia della caduta e il significato della perdita, per cui la valenza è di riparazione del lutto e di rafforzamento dell’Io.

DOMANDE & RISPOSTE

L’interpretazione del sogno di Verdiana è stata sottoposta a un lettore anonimo che alla fine ha posto le seguenti domande.
Domanda
Non riesco a immaginare Verdiana.
Risposta
Immagina una donna modesta, moderata, educata, impegnata, evoluta, immagina una donna molto femminile e assolutamente nella norma, una persona che vedi tutti giorni allo stesso bar mentre sorseggia un cappuccino e mordicchia un cornetto alla marmellata. Ecco quella è Verdiana con i suoi cinquant’anni di vita addosso e sempre sul collo. Una donna che ha sofferto un grave lutto, la perdita del compagno e magari ha uno o due figli che ha portato avanti fino agli studi universitari lavorando sodo.
Domanda
Ma lei la conosce? La descrive così bene che, di certo, la deve conoscere.
Risposta
Mi hai chiesto di immaginarla o mi sbaglio?
Domanda
E’ stata facile l’interpretazione di questo sogno?
Risposta
Il sogno di Verdiana era abbastanza difficile da decodificare semplicemente perché a una prima visione sembrava dominante la rinascita e la liberazione dalla madre, vedi il tubo corrugato e la voce di donna, ma è giustamente prevalso il dato depressivo della perdita nello scendere velocemente e andare sempre più giù. Madre, nascita, padre e autonomia al maschile sembravano una buona psicodinamica. Verdiana nasce con il trauma del parto, si trova in famiglia con il padre, si relaziona con la madre, si evolve come donna autonoma e forte: poteva andare anche così. Invece no, semplicemente perché la simbologia depressiva è forte e chiara.
Domanda
E’ possibile che lei ci abbia messo del suo in questo sogno?
Risposta
Perfetto e vero! Questo è il rischio che corro ogni volta che lavoro alla decodificazione di un sogno. Preferisco il termine “decodificazione”, perché voglio evitare di includere il fattore soggettivo contenuto nel termine “interpretazione”. Voglio a tutti i costi essere oggettivo e scientifico, ma temo che spesso ci metto del mio in quello che scrivo. Ma poi mi dico che sono appagato dallo scrivere piuttosto che dall’analizzare, mi alletta l’attività dello scrittore di cose altrui piuttosto che dello psicoterapeuta. Comunque hai colto nel segno. L’interpretazione dei sogni aspira a diventare decodificazione dei sogni, ma credo che non ci si riuscirà a breve anche se ci sono dei sogni che sembrano così chiari e ovvi. Sembrano, ma c’è sempre l’insidia del fattore soggettivo di chi sogna e della sua abilità naturale di costruire dei simboli, per cui credo che l’interpretazione dei sogni nella seduta con il paziente, come faceva Freud, è la più sicura e oggettiva.
Domanda
E’ pessimista oggi sulla sua attività di interprete o decodificatore?
Risposta
No, sono più realista del re, come si dice in gergo. Confrontandomi con i miei colleghi e soprattutto le colleghe, è venuta fuori la diversità, più che di interpretare, di analizzare e di descrivere lo stesso sogno. Magari si dicono le stesse cose in maniera diversa, ma la diversità resta e lascia pensare al fattore soggettivo di chi interpreta e di chi sogna. Possono conciliarsi? Non credo proprio. Qualcosa sfugge nonostante l’universalità dei simboli e del linguaggio simbolico. Il bello della ricerca è il non trovare mai. Magari trovi quello che non cercavi.
Domanda
E allora perché continua a lavorare in questo settore?
Risposta
Io sono nato a Siracusa, la città di Archimede, quell’uomo curioso che diceva a proposito della leva “datemi un punto di appoggio e vi solleverò il mondo”. Io ho bisogno di un sogno per descrivere un mondo. Sarà il mio mondo o sarà il mondo dell’altro, resta valida l’attività di scrittore di cose umane.
Domanda
Quale canzone ha scelto per il sogno di Verdiana?
Risposta
Scelgo “Combattente” di Fiorella Mannoia in onore a tutte le donne, con le palle e senza, che lottano per superare quotidianamente le loro difficoltà. Mi fermo qui e non aggiungo altro.

ROGER ! CHI E’ COSTUI ?

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Si sta per celebrare il funerale di mio padre.
Nonostante sia primo pomeriggio, c’è il crepuscolo.
Il luogo è il paese in cui sono vissuta da bambina e da ragazzina e, come spesso accade nei sogni, è un insieme di spazi (casa della nonna, cortile di casa mia).
Ci siamo io e mia sorella, forse anche mio fratello. Mi sembra ci sia anche mio marito, ma la sua figura si confonde nel sogno con quella di mio padre.
Mentre portano la bara in chiesa, mio marito avvolge un pene in erezione con la pellicola trasparente. E’ staccato dal corpo a cui appartiene ed è piccolo, ma perfetto nelle proporzioni (nel sogno penso che possa sembrare lo stick di un lucidalabbra alla coca cola!).
Mio marito mi dice che appartiene a Roger, personaggio sconosciuto nella mia vita reale.
Capisco nel sogno che la morte di mio padre ha a che fare con quel simulacro che mio marito ha incartato affinché venga sepolto con lui.
La messa non viene celebrata subito, perché prima ci sono altre due funzioni funebri.
Non entro in chiesa, aspetto che la bara venga portata fuori.
Quando accade, vedo che la prima persona del corteo funebre è mio padre stesso.
La scena è in bianco e nero, piove. Dietro di lui non c’è nessuno, è solo e piange. E’ giovane, sui 40 anni, ed ha un completo nero.
A questo punto del sogno si inserisce, spostando la mia attenzione in un altro luogo fisico rappresentato da un dedalo di vicoli cittadini stile casba mediorientale, la figura di una giovane donna ammalata.
E’ una madre in fin di vita e attaccata a un respiratore.
In realtà è in una bara, che però ha una sorta di respiratore a soffietto attaccato al coperchio, per cui si capisce che la persona all’interno è viva, sta respirando anche se aiutata.
Io guardo la scena e vedo una bambina che soffre per questa situazione.
Quando i medici decidono di staccare il respiratore alla donna, la bambina si sdraia su un tavolo di metallo e accanto le si sdraia la madre.
La bambina si mette in posizione fetale, gira le spalle alla madre, in un incastro perfetto dove la testa poggia sul seno materno e il fondo-schiena si adagia nel ventre.
Attende con inquietudine, ma non priva di un senso tranquillizzante di ineluttabilità, l’esalazione dell’ultimo respiro della madre.
Mi sono risvegliata senza angoscia, ma con una memoria molto lucida delle immagini oniriche che ancora adesso permane.”

Così e questo ha sognato Sabina.

INTERPRETAZIONE – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Il sogno di Sabina spicca per l’uso “poetico”, creativo, dei meccanismi del “processo primario”, fantasia, della “figurabilità” e del “simbolismo”. C’è tanto di personale in questo sogno a livello di “condensazione”. Sabina introduce i suoi contenuti psichici e i suoi vissuti filtrandoli con la sensibilità estetica che la contraddistingue e che domina alcuni capoversi del suo sogno. Il risultato è un prodotto onirico altamente nobile e fortemente emotivo nella sua armonica compostezza. Il testo rimanda, inoltre, a contesti familiari vissuti e ricreati con gli strumenti espressivi in possesso della protagonista. Il “già visto” e il “già vissuto” sono oggetto di riformulazione, quasi un “ricrearli” nel senso di riattraversarli e di riviverli con desiderio da parte di una figlia sensibile e inappagata. Si può dire senza stridore che queste doti vengono a Sabina proprio dalla sua formazione in quel contesto familiare e da quelle esperienze psichiche, affettive nello specifico, che l’hanno indotta naturalmente a compensare le sue frustrazioni con l’uso della Fantasia in associazione spontanea con la riflessione razionale.
Ricordo che il meccanismo della “figurabilità” si attesta nell’abilità a dare un’immagine adeguata al “fantasma” in emersione e al vissuto in questione, si accosta, inoltre, alla figura retorica della “metafora”, relazione di somiglianza, della “metonimia”, relazione di senso, della “allegoria” o relazione tra il significato latente e quello letterale.
Insomma, il sogno di Sabina è estremamente interessante per lei che esprime catarticamente i suoi contenuti psichici e li integra nella sua “organizzazione psichica reattiva ed evolutiva”, ma soprattutto per la ricerca sul sogno e proprio per tutto quello che contiene e di cui estrarrò sicuramente una minima parte.
Ancora, il prodotto psichico di Sabina conferma la tesi che quando sogniamo siamo tutti indistintamente “poeti” perché usiamo naturalmente i meccanismi creativi della fantasia e i relativi strumenti espressivi. Da svegli spesso non ci stimiamo abili a creare emozioni con immagini o parole, per cui trascuriamo questa nostra capacità recondita che vede la luce proprio quando chiudiamo gli occhi per dormire.
Un accenno al mio travaglio interpretativo è opportuno, perché il sogno di Sabina interseca piani della realtà vissuta e della realtà onirica. Mi spiego meglio. Ci può essere qualche ricordo personale, ad esempio una malattia reale della madre seguita dalle fantasie di Sabina bambina e dalle paure e angosce collegate al triste evento, ma questo dato lo dovrà dedurre Sabina quando leggendosi sarà anche chiamata a districare i ricordi e i simboli personali dal contesto del sogno.
Dico subito che il “grado di attendibilità e di fallacia” dell’interpretazione si attesta nell’ordine della “sufficienza”, perché il sogno di Sabina è molto denso e, ripeto, trasvola con dolcezza e per via associativa su piani diversi e simbolicamente compatibili: storia delle diadi “padre-figlia” e “madre-figlia” secondo il vangelo degli affetti della protagonista.
Il sogno usa con disinvoltura il “processo psichico di difesa” dall’angoscia della “regressione” e della “fissazione”. Particolarmente efficace è il ritorno al grembo materno nell’immagine finale.
A questo punto non resta che procedere con l’interpretazione, più che con la meccanica decodificazione, perché questo sogno di Sabina ha una sua universalità, è fatto per tutti e vale per tutti.
E allora, grazie a Sabina anche da parte di tutti gli sconosciuti che frequentano il blog dei sogni.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Si sta per celebrare il funerale di mio padre.”

Sabina è in fase di liquidazione psichica della figura paterna e giustamente ne celebra il “funerale”. Evidenzia una carica aggressiva verso l’augusto genitore, ma niente di speciale e di grave, tutto secondo Natura. Sabina è cresciuta e da adulta ha razionalizzato e composto la conflittualità edipica in riguardo al “padre”. Questa è una naturale risoluzione della “posizione edipica”. Sabina “sa di sé” anche grazie a questa evoluzione psichica e a questa autonomia acquisita: “autonomia” significa “far legge a se stesso”.
Il simbolo del “funerale” si traduce nell’uso del “meccanismo psichico di difesa” dall’angoscia, nonché pilastro del “processo secondario”, della “razionalizzazione” in versione aggressiva perché scarica parte della rabbia maturata nell’esperienza vissuta con il padre.

“Nonostante sia primo pomeriggio, c’è il crepuscolo.”

E’ come dire in questa poetica sintesi che “nonostante ci sia luce, c’è una luce attenuata in attesa del buio.” Sembra logicamente assurdo, ma simbolicamente non fa una piega e soprattutto in riferimento alla relazione con il padre che Sabina sta elaborando. La giusta traduzione è la seguente: “nonostante io sia pienamente consapevole del rapporto che ho avuto con mio padre, permane una serie di vissuti che non riesco a portare alla luce della coscienza e non riesco a razionalizzare.”
Il simbolo del “crepuscolo” condensa la caduta della funzione razionale per dare spazio all’emergere delle emozioni, così come il “pomeriggio” dice della presenza della lucidità mentale in una realtà comprensibile.

“Il luogo è il paese in cui sono vissuta da bambina e da ragazzina e, come spesso accade nei sogni, è un insieme di spazi (casa della nonna, cortile di casa mia).”

Sabina è accorta e ci informa che sta operando una “regressione”, non soltanto quella legata alla funzione onirica, ma una “regressione” anche difensiva dall’angoscia con la “fissazione” all’infanzia e all’adolescenza: “vissuta da bambina e da ragazzina” La “casa” è la sua struttura psichica, “organizzazione psichica reattiva ed evolutiva”, il “cortile” rappresenta l’abilità di relazionarsi e la rete delle amicizie e anche la ciarla e il faceto, la “nonna” è un sostituto della figura materna. La psiche di Sabina è “un insieme di spazi” dove si svolgono le psicodinamiche, la vita intima e privata ma anche sociale e visibile, la fenomenologia o le modalità con cui la protagonista traspare e appare. “Come spesso accade nei sogni”: sensibilità e competenza nel commento di Sabina, degne di grande apprezzamento e in special modo per il processo della “regressione” e della “fissazione” a cui allude. Preciso che si tratta di “processi psichici difensivi” dall’angoscia.

“Ci siamo io e mia sorella, forse anche mio fratello. Mi sembra ci sia anche mio marito, ma la sua figura si confonde nel sogno con quella di mio padre.”

La famiglia storica è quasi al completo. Manca la madre, una figura con cui Sabina sembra non avere questioni psichiche sospese dal momento che la esclude dal contesto familiare. La psicodinamica certa ed esibita è quella della “rivalità fraterna”, mentre quella “edipica” si profila in maniera traslata proprio nel “marito” che “si confonde” con il “padre”. Sabina riconosce in sogno una similarità elettiva tra le due figure che quasi si sovrappongono e comunica che il suo compagno rievoca il padre o “in toto” o in parte o nell’opposto. Siamo sempre sotto l’influenza magnetica della “posizione edipica”: la scelta dell’uomo su cui investire “libido genitale” e a cui accompagnarsi è legata al modello paterno introiettato nell’infanzia. Per il resto, Sabina si trova nella morsa del fratello e della sorella e se li porta a spasso nel sogno per attestarne l’importanza del vissuto nella sua formazione psicologica. Altamente poetico è il gioco delle ombre che Sabina istruisce in “la sua figura si confonde”, come nelle discese agli inferi di omerica, virgiliana e dantesca memoria. A livello psicoanalitico è presente una “traslazione” con biglietto di andata e ritorno tra padre e marito. Ricordo ancora che, se non si è ben razionalizzata e risolta la “posizione edipica”, si è destinati a innamorarsi di un “fac simile” del padre o della madre anche nelle versioni opposte.
Riepilogo: Sabina è regredita all’infanzia e la figura paterna e le figure dei fratelli sono dominanti per motivi diversi: il conflitto edipico e il sentimento della “rivalità fraterna”. La scena onirica oscilla tra il passato e il barlume di un presente in cui figura il marito con la sua vaga similarità al padre.

“Mentre portano la bara in chiesa, mio marito avvolge un pene in erezione con la pellicola trasparente. E’ staccato dal corpo a cui appartiene ed è piccolo, ma perfetto nelle proporzioni (nel sogno penso che possa sembrare lo stick di un lucidalabbra alla coca cola!).”

Il padre e il marito ritornano ancora in questa “dialettica edipica”: il padre dentro “la bara” e il marito con l’avvolgere un piccolo “pene in erezione con la pellicola trasparente”.
Quali simbologie si muovono in questa equiparazione?
Il padre nella “bara in chiesa” condensa la “razionalizzazione” della sua figura e la carismatizzazione della sua influenza nella formazione di Sabina, il “pene” piccolo rappresenta la forza e il potere di poco spessore. Sabina ha ben razionalizzato l’esigua figura e la marginale funzione del padre in famiglia. Questa operazione l’attribuisce al marito o per difesa dall’angoscia di riconoscere l’effimera presenza del padre o perché il marito somiglia al padre e ha poco potere nella psicodinamica di coppia. La precisazione dello “stick di un lucidalabbra alla coca cola” attesta della capacità di Sabina di usare in sogno il meccanismo della “figurabilità” e non senza l’ironia del sapore americano dell’oggetto ambiguo. Non dimentichiamo che questo piccolo pene “è staccato dal corpo a cui appartiene”. Trattasi di una castrazione psichica legata alla “posizione psichica anale” e all’esercizio dell’annessa “libido sadomasochistica”. Sabina si prende le sue rivincite e riduce l’autorità paterna ai minimi termini con l’aiuto interessato del marito. Il sogno diventa complesso oltre che intrigante. Procedere è d’obbligo.
Dimenticavo di precisare la simbologia della “chiesa”: il luogo del sacro, del sacrificio, della “sublimazione della libido”, dell’archetipo Padre, del “Super-Io”. Evoca un “fantasma di morte” legato a un portentoso senso di colpa che esige l’espiazione per ripristinare l’equilibrio psichico turbato.

“Mio marito mi dice che appartiene a Roger, personaggio sconosciuto nella mia vita reale.”

Eppure Roger ha del padre e del marito, ma è soprattutto una creazione fantasiosa di Sabina, un oggetto transferale, un alleato, un sostegno, un amuleto, un esorcismo dell’angoscia, un suo “fantasma” in riguardo al maschio e all’uomo in generale. Sabina ha “rimosso” Roger, Sabina sa certamente di Roger, questo “personaggio sconosciuto nella vita reale”, ma ben vivo e vegeto nella sua fantasia e nei suoi fantasmi. Roger è un uomo senza le qualità di potere e di forza, non è virile nel suo essere “perfetto nelle proporzioni”, un piccolo uomo. La concezione pessimistica sull’universo maschile è oltremodo evidente e attesta di una collocazione critica di Sabina nei riguardi del padre e all’interno della famiglia: “posizione edipica” e “sentimento della rivalità fraterna”.

“Capisco nel sogno che la morte di mio padre ha a che fare con quel simulacro che mio marito ha incartato affinché venga sepolto con lui.”

Tanto è vero e sacrosanto quello che si è appena affermato su Roger, che il suo “simulacro”, incartato asetticamente dal marito, viene a essere “sepolto” con il padre. Quest’ultimo è stato vissuto “fantasmicamente” dalla figlia bambina ed è stato scisso, “splitting”, nella “parte positiva del padre”, quello che mi ama, e nella “parte negativa”, quello che non mi ama. Di poi, Sabina adulta ha ben razionalizzato la figura paterna, ha capito che non si è sentita amata e lo ha giudicato un uomo non eccelso, di poco spessore e di poco potere, Roger per l’appunto.
Resta aperta la questione del marito. Sabina si è “traslata” in lui per evitare l’angoscia del vissuto-giudizio negativo sul padre o ha sposato un uomo in qualche modo simile al padre?
Al prosieguo del sogno l’ardua verità e sentenza.

“La messa non viene celebrata subito, perché prima ci sono altre due funzioni funebri.”

Traduco: la “razionalizzazione” del “fantasma” della figura paterna, nel bene e nel male, non è stata subito seguita dal sentimento della “pietas” da parte di Sabina, dal riconoscimento del padre e del suo carisma, semplicemente perché si rendono necessarie altre due “razionalizzazioni” o “funzioni funebri”.
Quali?
La composizione della madre e dei “fratelli coltelli”. Sabina è chiamata dagli eventi della vita e dalle emergenze psichiche a rendersi precocemente autonoma senza restare sola e senza ridestare il nucleo depressivo della perdita che ha maturato nel primo anno di vita. Sabina deve liquidare con calma e piena consapevolezza le “parti negative dei fantasmi” della madre e dei fratelli, per arrivare a una composizione utile e realistica di queste importanti figure familiari.
Quali sono le “parti negative”?
La pendenza “edipica” con la madre e il sentimento della “rivalità fraterna”. La prima è necessaria per la sua identità femminile. Sabina deve vivere sacralmente la madre come colei che l’ha generata e accudita e non come un’alleata contro il padre o tanto meno come una nemica. Per quanto riguarda i fratelli, Sabina è chiamata a convergere su se stessa e a non far loro e ai genitori carico dei suoi diversi modi di sentire e di agire, oltre che dei suoi vissuti al riguardo. Non dimentichiamo che in prima linea ci sono sempre i “fantasmi” e i vissuti della protagonista. Aggiungo che lo psicodramma di Sabina si è svolto con il rischio dell’orgoglioso rifiuto e della conseguente solitudine e ha fatto bene a razionalizzare al tempo giusto e di volta in volta le sue emergenze psichiche.
Il simbolo della “messa” esige la ritualità macabra della rievocazione di un parricidio e di un’espiazione del senso di colpa, il tutto in funzione catartica o di purificazione.
Procedere, oltre che necessario, è fascinoso in tanto lineare simbolismo.

“Non entro in chiesa, aspetto che la bara venga portata fuori.”

Traduco: “dopo la razionalizzazione non procedo alla carismatizzazione della figura paterna, ma è opportuno che ragioni realisticamente sui vissuti e sui fatti intercorsi in me e in riguardo a lui.” Sabina prende tempo e non si inventa le soluzioni seguendo l’istinto e le pulsione, ma ha bisogno di ben capire e di assumersi tutto il materiale psichico alienato o spostato nella figura paterna e che a tutti gli effetti la riguarda come attrice e pubblico pagante.
I simboli: la “chiesa” è il luogo del sacro e della “sublimazione della libido”, della colpa e dell’espiazione, del sacrificio e della vittoria sul Male, mentre “la bara” condensa la drastica risoluzione e composizione del conflitto. “Portata fuori” attesta dell’esibizione sociale di una presa di coscienza.

“Quando accade, vedo che la prima persona del corteo funebre è mio padre stesso.”

Traduco: “sono sicura che tutti i miei vissuti riguardano mio padre e di non avere operato alcuna contaminazione con mia madre e con i miei fratelli.” Sabina ha spartito il pane con giudizio e ha dato a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio.
In nome del padre e così sia!
Simboli: “corteo funebre” condensa la risoluzione e la perdita. Attenzione a che quest’ultima non sia fortemente depressiva. Bisogna sempre vigilare sull’intensità della perdita prima di deliberare e di decidere.

“La scena è in bianco e nero, piove. Dietro di lui non c’è nessuno, è solo e piange. E’ giovane, sui 40 anni, e ha un completo nero.”

Quando il sogno diventa poesia. Questo è proprio il caso e il momento di affermarlo. Sabina usa i “processi primari” naturalmente e costruisce una scena altamente poetica, una breve lirica di scuola neorealistica. Quattro semplici pennellate con il “bianco e nero” del tempo andato servono a dire tutto in una “condensazione” di emozioni, di sentimenti e di riflessioni.
Eccezionale!
Il sentimento della “pietas” nei riguardi del padre è naturale a conclusione del travaglio della figlia. Sabina riconosce la solitudine e il dolore di un uomo che sin da giovane non ha saputo evolversi nei sentimenti e nei modi di essere e di manifestarsi. Nei vissuti della figlia il padre è morto a quarant’anni e non ha saputo godere le cose preziose che aveva costruito. Il “completo nero” è simbolo di un modo di vedere la vita e la realtà immodificabile e ineluttabile come la morte. Sabina ha fissato la monoliticità del padre quando i suoi tentativi di conquistarlo e di avere da lui un riscontro affettivo sono andati delusi. In sostanza Sabina sta elaborando in sogno il “quando” e il “come” ha iniziato a operare la sua autonomia psichica dalla figura paterna, il “quando” e il “come” ha stornato le energie dei suoi investimenti dal padre.
Un cenno chiarificatore sul concetto di “pietas” è opportuno per giustificare il quadro evidenziato. Il mitico Enea era “pius” perché aveva portato con sé da Troia in fiamme i Penati e il padre Anchise. “Pio” è quell’uomo che “riconosce” e tutela le radici sacre e umane: i numi tutelari della patria e della casa e le origini nella figura dell’augusto vecchio genitore.
Il pianto di “piange” simboleggia il “dolore per il non nato di sé”, tutto quello che poteva essere vissuto e non ha visto la luce. Il padre, sempre nei vissuti di Sabina, si è perso tantissimo nel non vivere la figlia con un adeguato trasporto affettivo, nel ridurre all’essenziale emozioni e sentimenti. Il padre era Roger, un uomo da poco in tutto.
Il “piove” aggiunge tristezza al quadro e simbolicamente si risolve nella “catarsi” o purificazione dei sensi di colpa legati con il senno di poi all’indolenza e all’ignoranza di un uomo solo in pianto.
Un ultimo commento estetico su questo capoverso: la scena di un film di Rossellini con Anna Magnani o Sabina come protagonista non in primo piano, defilata ma determinante.
Questo è quanto dovuto al padre da una figlia “pietosa” e ricca di nostalgie e rimpianti.

“A questo punto del sogno si inserisce, spostando la mia attenzione in un altro luogo fisico rappresentato da un dedalo di vicoli cittadini stile casba mediorientale, la figura di una giovane donna ammalata.”

Adesso si può cambiare registro e Sabina in sogno riesuma “la figura di una giovane donna ammalata”.
Capperi, chi è costei?
Dopo Roger Sabina tira fuori dal suo “dedalo di vicoli” o dalla sua “casba mediorientale la figura di una giovane donna ammalata”. Sabina predilige gli spazi, i “topoi”, ma non quelli senza significati, preferisce i “logoi”, i ragionamenti. “Topos” e “Logos” sono associati nella “Mente” della protagonista a testimoniare che la sua sensibilità a “sapere di sé” è maturata sin dalla giovane età. Inizia la dialettica “madre-figlia” all’interno dello psicodramma “edipico” di Sabina e dopo l’analisi acuta della relazione con la figura paterna. Vorrei sempre sottolineare la “figurabilità” e la plasticità della funzione onirica di Sabina, le capacità della sua Fantasia di essere “poetica”, creativa. E’ questo un segno di tanta sofferenza nell’infanzia e di tanta ricerca di compensazione psichica. Del resto, l’arte combinatoria delle parole e delle emozioni passa attraverso il dolore, “il non nato di sé” che aspira sempre a nascere e che pulsa fino a quando non ha visto la luce. Non dimentichiamo ancora che la protagonista del sogno è Sabina e che tutte le dinamiche evocate e abilmente descritte sono da ascrivere a lei, al di là dell’effettivo comportamento dei suoi genitori: il sogno siamo noi, siamo noi questo poema occulto e questo linguaggio dimenticato.
Tornando al sogno dopo questa necessaria digressione, Sabina si è “spostata” nei vissuti e nei fantasmi elaborati durante la relazione intensa e intrigata con la madre: “un dedalo di vicoli cittadini stile casba mediorientale”. “La figura di una giovane donna ammalata” è Sabina che ha operato in sogno uno “spostamento” difensivo nella madre. Due piccioni con una fava: Sabina analizza se stessa e la relazione con la madre.

“E’ una madre in fin di vita e attaccata a un respiratore.”

Ecco lo “spostamento” o la “traslazione” di cui si diceva prima: la “madre e Sabina” e il “fantasma depressivo di morte” per abbandono e per incuria, per anaffettività e indifferenza, per solitudine interiore. Non è la “morte” fisica, ma la “morte psicologica”, quella più sottile che ci si trasporta in vita con un micidiale tratto depressivo che tende a venire fuori a ogni esperienza e vissuto di perdita. Ricordo che l’aria è simbolo di energia e che il “respiratore” è un surrogato materno. Resta anche la possibilità che Sabina stia riesumando qualche malattia reale della madre, ma in ogni caso ne approfitta per parlare di sé e dei suoi vissuti. La “madre” è un archetipo, un simbolo universale, e condensa la “ontogenesi” e la “filogenesi”, l’origine e la conservazione amorosa della Specie, oltre agli attributi affettivi e protettivi, fusionali ed emotivi, sentimentali e poetici. La simbologia la vuole anche signora della morte.

“In realtà è in una bara, che però ha una sorta di respiratore a soffietto attaccato al coperchio, per cui si capisce che la persona all’interno è viva, sta respirando anche se aiutata.”

Anche la madre è “in una bara”, è suggellata dalla razionalità, è “compresa”, è messa dentro, come in precedenza il padre e il pene piccolo del tipo stick lucidalabbra alla coca cola. Sabina ha mantenuto in vita il padre e la madre, una vita condizionata da un respiro meccanico e non spontaneo. La madre resta una presenza importante nell’economia e nell’evoluzione psichiche di Sabina. Anche la madre è stata vittima di difficoltà affettive e non è stata di grande sollievo per la figlia. Così sembra probabile.
Ribalto il quadro: Sabina è perfettamente consapevole del poco affetto che le ha dato e potuto dare la madre, ma a quest’ultima ascrive minor danno rispetto al padre. Il sogno di Sabina è tanto bello quanto ricco, una ricchezza articolata e complicata. Il prosieguo del sogno spiegherà meglio qualche inghippo attuale.
Ancora: questo capoverso condensa una gravidanza con cordone ombelicale incorporato in “bara”, “coperchio”, “respiratore a soffietto”, “persona viva che sta respirando”. La capacità della “figurabilità” di Sabina è notevole nella sua naturale spontaneità: immagini giuste al “fantasma” in atto.
Anche questo simbolo ha bisogno di ulteriore conferma e spiegazione.
Non resta che procedere in tanta bellezza.

“Io guardo la scena e vedo una bambina che soffre per questa situazione.”

Sabina è spettatrice di se stessa, si guarda bambina che soffre per la situazione di una madre “in fin di vita e attaccata a un respiratore”, di una madre vittima dell’anaffettività del marito. Nel capoverso sono presenti i meccanismi psichici di difesa dall’angoscia della “traslazione” e “proiezione” e anche il “processo psichico di difesa della regressione” in “vedo una bambina”. Sabina si è identificata nella madre e ha sofferto gli stessi mali, quelli che contraddistinguevano le dinamiche familiari: oppressione delle energie e mancanza d’affetto. Si conferma l’identità di un padre apparentemente forte, ma nella sostanza di un uomo debole e di poca sostanza.
Il simbolo della “scena” si attesta nella realtà psichica in atto.

“Quando i medici decidono di staccare il respiratore alla donna, la bambina si sdraia su un tavolo di metallo e accanto le si sdraia la madre.”

Subentra l’alleanza tra madre e figlia per similarità di condizione. Quando la figlia prende coscienza di essere nelle stesse condizioni psico-affettive della madre, scatta l’identificazione e l’alleanza: “anch’io come te, vittima di un uomo anaffettivo, di poco potere e di poche qualità. Il sodalizio si mostra chiaramente in “le si sdraia accanto”. Ma la questione si complica.
Chi sono questi “medici”?
Di solito rappresentano simbolicamente l’istanza censoria del “Super-Io”, il senso del dovere e del limite, l’autorità che punisce i colpevoli e fa espiare i reati. Questi medici sono “il senso del dovere” della madre e della figlia, il “Super-Io” di Sabina in sogno esteso e attribuito anche alla madre e sempre per similarità di condizione: i membri emarginati della famiglia. Trionfa il “senso dell’esclusa” e la “sindrome di Cenerentola” in questo contesto del sogno. Il “tavolo di metallo” contiene simbolicamente la freddezza affettiva prossima alla morte, un “fantasma di solitudine” con angoscia incorporata. Ma Sabina è riuscita a sopravvivere grazie al “Super-Io” e al senso del dovere che l’ha contraddistinta nella sua formazione psichica. Il tutto in sogno viene esteso alla madre per un’alleanza atta a stemperare l’angoscia di abbandono e di solitudine o peggio ancora del rifiuto da parte del padre. Il sogno di Sabina tocca punti drammatici in una cornice di poetico dolore.
Ritornando alla possibile interpretazione di un grembo gravido e di una maternità mancata, il quadro disegnato è accuratamente idoneo a giustificare il trauma di un aborto: i medici, il tavolo metallico, staccare il respiratore, e la madre pietosa accanto alla figlia morta.
Misteri creativi del sogno!
Non mi resta che procedere tra queste possibilità.

“La bambina si mette in posizione fetale, gira le spalle alla madre, in un incastro perfetto dove la testa poggia sul seno materno e il fondo-schiena si adagia nel ventre.”

Si ricostituisce la “diade madre-figlia” in un ambito fusionale di dipendenza reciproca: uno stato gravidico extrauterino. Questa interpretazione vale sia che si tratti di un trauma d’aborto e sia che si tratti dell’alleanza affettiva con la madre in reazione a un padre-marito anaffettivo e di poco potere. Il “processo psichico della “regressione” e della “fissazione” al grembo materno è oltremodo evidente e merita un apprezzamento ulteriore la capacità di “figurabilità” di Sabina nel descrivere “l’incastro perfetto” della madre e della figlia. Il “seno” è simbolo della madre e degli affetti, il “fondo-schiena” e il “ventre” sono descrittivi della ricostituita unione.
Domanda: Sabina vuole riparare un trauma d’aborto o sta sviluppando lo psicodramma profondo dell’anaffettività paterna con il concorso della madre per identificazione con lei non soltanto nella femminilità, soluzione edipica, ma anche nella condizione affettiva?
In “tanto” sogno vado a concludere.

“Attende con inquietudine, ma non priva di un senso tranquillizzante di ineluttabilità, l’esalazione dell’ultimo respiro della madre.”

Traduco: il senso del dovere è servito a Sabina per concepire e giustificare la situazione affettiva sua e della madre. La convinzione dell’impossibilità a cambiare le cose in famiglia, dell’immodificabilità del padre e dell’economia psichica in atto ha dato tranquillità, per cui Sabina può attendere che le ultime speranze cessino e che la morte risolva la questione: la “razionalizzazione” è servita in un piatto d’argento. Far morire la madre significa per Sabina rendersi indipendente a livello psichico anche da lei e diventare donna adulta e autonoma. L’inquietudine si sposa con l’ataraxia e con l’amore del proprio destino, “amor fati”.
Questo è quanto dovevo.
Concludo dicendo che nel sogno si possono essere intersecate esperienze traumatiche diverse da quella affettiva, ma quest’ultima è la chiave interpretativa dominante.

“Mi sono risvegliata senza angoscia, ma con una memoria molto lucida delle immagini oniriche che ancora adesso permane.”

Perché Sabina si è “risvegliata senza angoscia”?
Perché la consapevolezza domina e quindi l’angoscia, questo stato psichico altamente doloroso e prodotto da ciò che non so, non ha motivo di essere perché Sabina sa di sé e della sua “organizzazione psichica”. L’angoscia lascia il posto soltanto al dolore, al sentimento nostalgico di ciò che poteva esserci e non ci è stato, una figlia amata dal padre e una famiglia armonica. La “memoria molto lucida” significa che Sabina ha lavorato sopra i suoi fantasmi e i suoi vissuti, li ha visti e rivisti, filtrati e amorosamente accolti nel crogiolo migliore della sua esistenza. E’ cosa giusta e sana che questo materiale permanga lucido e sempre da lucidare razionalmente in caso di opacità.
Ringrazio Sabina per avermi dato questa opportunità di approfondire le mie ricerche sull’inquietante e poliedrico fenomeno del sogno.
Alla prossima!

PSICODINAMICA

Il sogno di Sabina svolge la psicodinamica “edipica”, la relazione con i genitori e la risoluzione delle conflittualità. Evidenzia l’uso progressivo della “razionalizzazione” dei fantasmi e dei vissuti traumatici in riguardo al padre e alla madre. Accenna al sentimento della rivalità fraterna. Nello sviluppo del sogno inserisce simboli personali ed eventi possibilmente occorsi che nulla tolgono allo psicodramma progressivo e alle forti emozioni connesse. Si serve del processo psichico della “regressione” e “fissazione” fino a rappresentare simbolicamente il grembo materno e la ricostituzione della “diade madre-figlia”. Esibisce le due modalità del vissuto nei riguardi del padre e della madre e la loro comprensione è sempre finalizzata al “sapere di sé” tramite presa di coscienza. Integra i traumi eventuali e rafforza la “struttura psichica evolutiva”. Fa uso di un linguaggio altamente poetico nella sua naturalezza e spontaneità in grazie al veicolo dei “processi primari” e della fantasia.

ULTERIORI RILIEVI TECNICI

Il sogno di Sabina è ricco di “simboli collettivi” e metto in rilievo i più interessanti: “funerale” e “crepuscolo” e “cortile” e “chiesa” e “pene” e “messa” e “chiesa” e “bara” e “corteo funebre” e “dedalo di vicoli” e “casba” e “respiratore”. Ricordo il simbolo individuale e personale “Roger”.
L’archetipo richiamato ed esibito è quello della Madre in “E’ una madre”.
I “fantasmi” contenuti nel sogno di Sabina sono quelli del “padre”, della “madre”, della “morte”.
Il sogno di Sabina esibisce l’istanza psichica pulsionale “Es” in ““Si sta per celebrare il funerale di mio padre.” e in altro che segue, l’istanza censoria e morale “Super-Io” in “medici”, l’istanza razionale e vigilante “Io” in “capisco” e in “spostando la mia attenzione” e in “si capisce” e in “io guardo la scena e vedo”. Il sogno di Sabina è ricco di “Es” e di “Io” in quanto oscilla continuamente tra il ricordo e l’attualità, le “regressioni” e le prese di coscienza, l’emozione e la ragione. L’intervento del “Super-Io” è, purtuttavia, determinante per la comprensione del nesso basilare del sogno: il senso del dovere di riconoscere il padre anaffettivo e la similarità di condizione psichica ed esistenziale tra madre e figlia.

Le “posizioni psichiche” manifestate sono la “edipica” in “la sua figura si confonde” e in “la figura di una giovane donna ammalata”, la “anale” in “staccato dal corpo”, la “genitale” in “mio marito”, la “fallico-narcisistica” in “un pene in erezione”, la “orale” in “attaccata a un respiratore”. Il sogno di Sabina è basato sulla relazione con il padre e la madre: “edipico”.

I “meccanismi psichici di difesa” dall’angoscia presenti nel sogno di Sabina sono i seguenti: la “condensazione” in “funerale” e in “crepuscolo” e in “casa” e in “cortile” e in altro, lo “spostamento” in “nonna” e in “completo nero” e in altro, la “traslazione” in “la figura di una giovane donna” e in “vedo una bambina” e in “la sua figura si confonde”, la “rimozione” in “personaggio sconosciuto nella vita reale”, la “razionalizzazione” in “bara in chiesa” e in “attende con inquietudine”. Il “processo di difesa della regressione e fissazione” domina il sogno ed è ben visibile in “Il luogo è il paese” e in “vedo una bambina”. La “figurabilità”, capacità di dare immagine all’emozione e al fantasma, è possente ed è mirabilmente presente in “stick di un lucidalabbra alla coca cola” e in “dedalo di vicoli cittadini stile casba mediorientale” e in “respiratore a soffietto” e in “tavolo metallico”.

Il sogno di Sabina attesta di una valido tratto psichico “edipico” all’interno di una “organizzazione psichica reattiva ed evolutiva”, impropriamente struttura, “genitale”. Sabina nella sua traversia psichica ha maturato grazie alla “razionalizzazione” il superamento del “fantasma di perdita depressiva” e si è evoluta con investimenti di “libido” donativa, “genitale” per l’appunto. Da genitori egoisti ed egocentrici o narcisisti si evolvono figli di nobile generosità anche secondo il meccanismo della “conversione nell’opposto”.

Il sogno di Sabina è ricco di simboli e, di conseguenza, di figure retoriche: la “metafora” o relazione di somiglianza in “crepuscolo” e in “chiesa” e in “simulacro” e in “chiesa” e in “bara”, la “metonimia” o relazione logica in “messa” e in “bara” e in “corteo funebre” e in piove” e in “dedalo di vicoli” e in “stile casba”. Alcuni passi sono altamente poetici per la concentrazione simbolica intessuta di una estrema semplicità espressiva: “La scena è in bianco e nero, piove. Dietro di lui non c’è nessuno, è solo e piange. E’ giovane, sui 40 anni, e ha un completo nero.” e ancora in “un altro luogo fisico rappresentato da un dedalo di vicoli cittadini stile casba mediorientale, la figura di una giovane donna ammalata. E’ una madre in fin di vita e attaccata a un respiratore. In realtà è in una bara, che però ha una sorta di respiratore a soffietto attaccato al coperchio, per cui si capisce che la persona all’interno è viva, sta respirando anche se aiutata. Io guardo la scena e vedo una bambina che soffre per questa situazione.” Mi fermerei, ma voglio continuare. “… la bambina si sdraia su un tavolo di metallo e accanto le si sdraia la madre. La bambina si mette in posizione fetale, gira le spalle alla madre, in un incastro perfetto dove la testa poggia sul seno materno e il fondo-schiena si adagia nel ventre. Attende con inquietudine, ma non priva di un senso tranquillizzante di ineluttabilità, l’esalazione dell’ultimo respiro della madre.”
Mi fermo, ma sarebbe il caso di riprendere queste immagini, così naturali alla vista e così semplici nel linguaggio, e di contaminarle.

La “diagnosi” dice di un esito prospero nella liquidazione della “posizione edipica” attraverso il meccanismo di difesa della “razionalizzazione”, quello non psicopatologico ma quello del “processo secondario”, la ragione e la logica. Il sentimento della “rivalità fraterna” risulta composto nelle sue punte di frustrazione e di aggressività. Ricordo che la “razionalizzazione” pericolosa è quella che costruisce neo-realtà persecutorie all’interno di una “organizzazione psichica reattiva paranoica”, quella che esula dal “principio di realtà”.

La “prognosi” impone a Sabina di non smarrire il filo logico della sua storia psicologica con i genitori e di portarla avanti con la naturalezza dei semplici e dei gioiosi. Sabina, inoltre, deve farsi forte di questa esperienza di anaffettività paterna e deve muoversi da adulta verso gli “investimenti di libido” su persone e oggetti a cui tiene e che l’attraggono. Sabina bambina non poteva procedere in questo modo con il padre.

Il “rischio psicopatologico” si attesta in una semplice “psiconevrosi edipica” di tipo istero-fobico con somatizzazioni e crisi di panico qualora si riducesse la presa di coscienza e affluissero emozioni rimosse e congelate dietro uno stimolo vago ma significativo per Sabina. Nessun rischio borderline e tanto meno psicotico è presente nella psicodinamica del sogno.

Il “grado di purezza onirico” è buono. Il sogno nella sua formulazione non è stato intaccato dai “processi secondari” in maniera significativa perché la ricchezza simbolica era trasmissibile, comprensibile e compatibile con la logica della narrazione.

Il “resto diurno” del “resto notturno”, la causa scatenante del sogno di Sabina si attesta in una riflessione sulle figure dei genitori o in una associazione libera e spontanea durante il pomeriggio e magari discutendo del più e del meno con i familiari.

La “qualità onirica” è “poetica”. Il testo del sogno è fortemente creativo in maniera direttamente proporzionale alla semplicità del linguaggio e alla complessità dei contenuti.

Sabina ha elaborato questo sogno durante la seconda fase REM alla luce della compostezza e della lunghezza: linearità narrativa e ridotta tensione nervosa nonostante i temi particolarmente scottanti e delicati.

Il “grado di attendibilità e di fallacia” dell’interpretazione del sogno di Sabina è “sufficiente” a causa della ricca simbologia, anche individuale, e dell’improvviso cambiamento di scena: dal padre alla madre.

Il “fattore allucinatorio” si attesta nel senso della “vista” e nello specifico in “vedo che la prima persona…” e in “La scena è in bianco e nero…” e in “Io guardo la scena e vedo una bambina…”. Gli altri sensi e le cospirazioni interattive sono subordinate alla “vista”.

DOMANDE & RISPOSTE

La lettrice anonima ha posto le seguenti domande dopo avere attentamente letto l’interpretazione del sogno di Sabina.

Domanda
Un sogno tosto e impegnativo?
Risposta
Decisamente! Non sono del tutto soddisfatto della decodificazione, perché il sogno è molto ricco di echi, di richiami e di possibilità interpretative. Io ho preferito le interpretazioni più supportate dai simboli chiari e ricorrenti. Ma la possibilità che ci siamo ricordi ed eventi personali nel sogno spiega in parte la mia insoddisfazione. La sola persona che può sciogliere questi dubbi è Sabina. Del resto, il sogno era complesso e io mi sono imbattuto nel mettere insieme i nessi simbolici nel registro logico.
Domanda
In sostanza Sabina come la vede?
Risposta
Sabina è una donna che, a causa dell’indifferenza affettiva paterna e dell’alleanza benefica con la madre, ha fatto le cose giuste al momento giusto e meglio degli altri. Le resta soltanto il rimpianto di una relazione migliore con il padre. Se così fosse stato, la sua evoluzione psichica sarebbe stata diversa. I fratelli hanno inciso relativamente nell’economia psichica della nostra protagonista.
Domanda
Ma cosa avrebbe potuto fare Sabina bambina?
Risposta
Ben poco. Poteva amare il padre senza aspettative per quello che era e che dava, ma era una bambina e giustamente bisognosa. Questa cosa l’ha fatta da grande. Sabina è genitale e donativa, una donna che dà piuttosto che attendere di ricevere ciò che possibilmente non verrà: una donna generosa e molto matura. Deve smettere di sentirsi “figlia di un dio minore” e “soggetto di minor diritto” e deve pretendere di più da tutti quelli che la circondano e si onorano di conoscerla e di frequentarla.
Domanda
La immagina una bella persona?
Risposta
E’ una bella persona perché ha sofferto e ha saputo trarre un buon insegnamento dal dolore, ma soprattutto perché ha usato la testa e ha privilegiato il “sapere di sé” senza abbandonarsi alle tragedie greche.
Domanda
Ma lei la conosce?
Risposta
Assolutamente no.
Domanda
Mi pare di aver capito che non sempre il male viene per nuocere e che un genitore imperfetto può dare i suoi frutti positivi. Sai che consolazione!
Risposta
Noi reagiamo in base agli stimoli che provengono dal nostro interno e dal nostro esterno, endogeno ed esogeno, e così ci formiamo organizzando i fantasmi in vissuti e questi ultimi in modalità psichiche di interpretare noi stessi e il mondo che ci circonda. Tra il meglio e il peggio, l’utile e il dannoso, la gioia e il dolore, Sabina si è saputa ben organizzare ed è stata brava a evolversi al meglio nelle condizioni date.
Domanda
Quale canzone sceglie per questo sogno?
Risposta
Associo la canzone “Mama”, scritta nel 1966 da Sonny Bono per la moglie Cher, un testo che sviluppa semplicemente la nostalgia della relazione tra la madre e la figlia senza grandi drammi. Tradotta da Dossena per Iolanda Gigliotti, in arte Dalida, il testo si arricchisce di un pathos e di un pessimismo esistenziale perfettamente incarnati dalla cantante italo francese che in quel periodo viveva il dramma della morte per suicidio del compagno Luigi Tenco. Il testo si è imbevuto del ricordo sferzante della madre da parte di una figlia tormentata, una figlia che di poi ha preferito uscire dalla vita sotto i possenti stimoli della depressione. Ma a noi piace pensare che le canzoni siano solo canzonette, come sostiene il benamato e pur caro Bennato Edoardo.
Domanda
Perché questa canzone?
Risposta
E’ ricca di simboli e tratta l’identificazione della figlia nella madre tramite la bambola, “traslazione”.
Domanda
Ha detto che il testo del sogno di Sabina è poetico, lo riattraverserà per contaminarlo?
Risposta
La tentazione è fortissima. Sì! Eccolo!

PIAN PIANIN

Piove in bianco e nero su un uomo solo che piange
e trascina la sua gioventù in un completo nero.

E’ un padre in fin di vita
che camminando respira a fatica.

In un dedalo di vicoli a casba
si nasconde una giovane donna ammalata.

E’ una madre in fin di vita
che dentro una bara respira a fatica.

Una bambina che soffre,
inquieta attende l’ineluttabile
e confabulando sparge il suo dolore.

“Pian pianin,
pin pedin,
sangue rosso e birichin,
racconta, o mamma, al mio papà
la storia bella
della donzella
che oggi è donna
e ieri era damigella.
Pian pianin,
domenichin
e uni e dui e trini,
onze dunzi trinzi,
cala calinzi,
meli milinzi
e uni e dui e trini,
o mare dì tu ti a me pare
de la donnetta
la favola bea
di quando g’era putea.”

Libero riattraversamento del sogno di Sabina.
Traduzione dal dialetto veneto antico e contaminato degli ultimi quattro versi: “o madre, dì tu a mio padre della piccola donna la favola bella di quand’era bambina”.

 

LE COLLANE DI PERLE DELLA MIA MAMMA

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Raramente ricordo di aver sognato, ma la notte scorsa questo sogno mi sembrava talmente reale che mi ha lasciato una certa inquietudine.
Da circa un anno ho due collane di perle possedute da mia madre, defunta 20 anni fa. Ne sono molto affezionata e le conservo e uso con cura.
Nel sogno dormivo sul divano e sentivo che era un sonno profondo.
Mi ha svegliato un rumore non particolarmente forte e, volgendo lo sguardo nella stanza, vedevo e sentivo le perle sfilarsi dal filo.
Erano molte di più della realtà, sentivo una grande tristezza e impotenza, non riuscivo assolutamente a muovermi, ero certa di averle perse.
Continuavo a vederle spargersi irraggiungibili.

Grazie per la sua eventuale interpretazione.
Annamaria”

DECODIFICAZIONE – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

La parola “eventuale” mi ha colpito per la sua intrinseca discrezione e per il senso del mistero che evoca: evento si traduce “vengo da”.
Provvedo immediatamente a dare qualche dritta ad Annamaria.
Con questo sogno inizio una nuova metodologia: chiarezza massima e assenza di tecnicismi, apertura democratica, non populista, del linguaggio.
Dopo trenta mesi di ricerca sul sogno sono pervenuto a una griglia scientifica soddisfacente che non riesco ad evolvere, per cui mi ritengo pienamente soddisfatto dell’esito delle mie gradevoli e antidepressive fatiche.
Sento il bisogno di dedicarmi alla gente che ha collaborato con me affidandomi i sogni e voglio restituire un’interpretazione chiara.
Voglio, ancora, sondare la valenza psicoterapeutica del fenomeno sogno: la decodificazione migliora la coscienza di sé e aiuta l’evoluzione psichica?
Procedo con istinto e ragione, ma convinto di migliorare il quadro cammin facendo.

INTERPRETAZIONE E INDICAZIONI

“Raramente ricordo di aver sognato, ma la notte scorsa questo sogno mi sembrava talmente reale che mi ha lasciato una certa inquietudine.”

Non si ricordano i sogni a causa dell’assenza della vigilanza e della riduzione della memoria, ma tutti sogniamo perché il sogno è l’attività psichica del sonno.
I sogni vicini alla realtà hanno sempre un significato simbolico che nasconde la verità.
I sogni sono inquietanti per natura psicofisica e per la maniera in cui sono vissuti, ma non necessariamente sono turbolenti e misteriosi. Tanti sogni sono beneficamente piacevoli e chiari.

“Da circa un anno ho due collane di perle possedute da mia madre, defunta 20 anni fa. Ne sono molto affezionata e le conservo e uso con cura.”

Annamaria ha ereditato due collane di perle della madre morta da tempo e investe giustamente in questi oggetti tanto affetto e tanti sentimenti, al di là del valore materiale di gioielli. Annamaria era molto legata alla figura materna e nella veglia è pienamente cosciente di questo trasporto. La “cura” della figlia contiene una preoccupazione per le collane e una delicatezza nel ricordo della madre. “L’uso” è permeato del sentimento d’amore e di rispetto. Non sono oggetti comuni e volgari, ma sono cimeli impregnati di ricordi e di affetti.

“Nel sogno dormivo sul divano e sentivo che era un sonno profondo.”

Inizia il sogno e si evidenziano i simboli e le psicodinamiche. “Annamaria che dorme” si traduce nella riduzione della consapevolezza e nella disposizione ad abbandonarsi ai ricordi e alle emozioni collegate. Annamaria ha una buona confidenza con se stessa e con il suo corpo, per cui può sondare le dimensioni psichiche profonde e autentiche senza opporre inutili resistenze.

“Mi ha svegliato un rumore non particolarmente forte e, volgendo lo sguardo nella stanza, vedevo e sentivo le perle sfilarsi dal filo.”

Annamaria individua l’oggetto del suo sogno e del suo essere sognante: le sensazioni di progressiva perdita della sua femminilità. La collana è simbolo psicofisico dell’universo e del corredo femminili. La dolcezza dello sfiorire della femminilità si “avverte con animo perturbato e commosso”. “Vedevo” equivale a ero consapevole. “Sentivo” si traduce nel cospirare dei sensi che annunciano questa progressiva caduta. Il simbolo della “perla” esige il senso del prezioso e del personale, coniuga la bellezza con il valore, la purezza con il merito. Lo “sguardo nella stanza” equivale alla consapevolezza di questa perdita riguardante la femminilità psicofisica. Lo “sfilarsi” è un naturale “fantasma di morte” senza angoscia e senza inganno. Annamaria sente che il tempo trascorre e lascia i segni del suo ineluttabile andare.

“Erano molte di più della realtà, sentivo una grande tristezza e impotenza, non riuscivo assolutamente a muovermi, ero certa di averle perse.”

Annamaria si è identificata a suo tempo nella madre e ha riservato per sé i migliori tratti psichici della sua femminilità. Questo processo è stato effettuato in superamento del conflitto intrapsichico instaurato con i genitori quand’era bambina: “posizione edipica”. I tratti caratteristici e preziosi della sua femminilità, le “perle” delle “collane”, sono state ben calzati e incrementati. L’identificazione nella madre è andata a buon fine e ha maturato un buon profitto. La consapevolezza dello sfiorire della procace bellezza e della prosperità femminile è motivo di tristezza, così come l’inesorabilità del tempo porta la convinzione di non potersi opporre al corso naturale degli eventi: una convinzione buddista. Annamaria è immobile, “non riusciva assolutamente a muoversi”. Dal registro simbolico si desume che l’accettazione non produce angoscia e riduce il dolore della perdita al minimo. Annamaria è consapevole del tempo che passa e dei suoi naturali effetti in riguardo alla femminilità, non si oppone e vive soltanto il dolore della progressiva riduzione della vitalità. E’ “certa” di aver perso le perle e le collane, è consapevole della sua evoluzione psicofisica. Annamaria è pronta alle contromisure per ridurre al minimo i segni del tempo senza che tralignino in volgari insulti. E’ pronta per l’età matura.

“Continuavo a vederle spargersi irraggiungibili.”

Tener presente nella panoramica psichica l’evoluzione della propria identità femminile significa soffrire meno e non cadere nelle spire maligne della nostalgia. La consapevolezza di “vederle” salva ancora Annamaria dall’inutile conflitto con se stessi e con l’immagine ideale di sé. L’atto simbolico dello “spargersi” indica la delicata perdita di quel corredo di tratti giovanili che, evolvendosi, dice del passato nella maturità del presente.

COMMENTO

Il sogno di Annamaria è molto delicato e proficuo perché attesta della pacata consapevolezza che la protagonista ha immesso nell’accettazione dell’evoluzione della sua identità psicofisica femminile.
Oltremodo delicato è il riferimento alla madre nella forma delle “collane di perle”, così come altrettanto delicato è il quadro delineato della figura della donna alle prese con le consistenti e drastiche variazioni psicofisiche.
Interessante è la manifestazione del giusto amor proprio al posto di un bieco narcisismo. Annamaria non si oppone al progressivo trascorrere del tempo con i pregi annessi e i difetti connessi.
Il sogno è dominato dall’uso del meccanismo psichico di difesa della “razionalizzazione” della perdita ed è ricco di sensazioni nella parte finale: un sogno che dispensa equamente la ragione con il senso.
La “collana” è la metafora della recettività sessuale femminile. Le “perle” condensano tutto ciò che è bello e prezioso, delicato e ricco. Mai complimento migliore fu fatto alla complessa femminilità.
L’interpretazione del sogno di Annamaria in “versione chiara e distinta” si può concludere qui.
Si può dare spazio alla conversione fantasiosa o poetica delle movenze affettive.

LIBERO RIATTRAVERSAMENTO DEL SOGNO DI ANNAMARIA

LE COLLANE DELLA MIA MAMMA

Mia madre aveva una collana di perle bianca.
Bianca e di perle era la collana della mia mamma
quando suo padre l’ha sollevato innocente al cielo
come il dono gradito della Provvidenza
e ha invocato per lei la migliore Fortuna
tra vie fumanti di odoroso pane,
tra gente ignara con la valigia di cartone nel petto.
Era il 1947.

Mia madre aveva una collana di perle rossa.
Rossa e di perle era la collana della mia mamma
quando, tra maestre irte e bonarie
e pudori femminili ben studiati,
passeggiava in lungo e in largo
alla ricerca di un sentimento d’amore
tra vie odorose di bianchi gelsomini
e ridondanti di purpurei gerani.
Era il 1956.

Mia madre aveva una collana di perle amaranto.
Amaranto e di perle era la collana della mia mamma.
Quante corse all’impazzata tra i vicoli stretti del quartiere dei Giudei!
Quanti salti tra i quadrati disegnati sul selciato di via Savoia!
Quanti innamoramenti di ragazzini biondi dagli occhi cerulei!
Scorreva la vita adolescente
tra l’odore degli ormoni e del fritto di paranza,
dentro un paese che brulicava solidale
e un popolo che avanzava alla riscossa.
Era il 1959.

Mia madre aveva una collana di perle arancione.
Arancione e di perle era la collana della mia mamma.
Tra il verde delle tante attese
e il rosso del giovane sangue
si prendeva cura di me bambina
con la tenerezza ingenua dei suoi vent’anni
mentre sognava e mentre agiva.
Era il 1967.

Mia madre aveva una collana di perle blu.
Blu e di perle era la collana della mia mamma.
Era una donna seria, a volte quasi triste.
Quanti pensieri e quante preoccupazioni
in quella testa austera di donna antica e al passo con i tempi.
Mia madre era tranquilla nel suo essere moderna,
radicale e chic come una donna di classe,
di quella classe.
E che classe!
Era il 1968.

Mia madre aveva una collana di perle turchese.
Turchese e di perle era la collana della mia mamma.
“E gli anni passano e i figli crescono,
le mamme invecchiano,
ma non sfiorirà la loro beltà.”
Mia madre non può più essere mamma.
Mia mamma è di pasta antica ed è ancora sulla breccia.
Regala sorrisi e dispensa consigli
come una società ottocentesca di mutuo soccorso.
A destra e a manca mia madre sa,
sa dare e sa darsi
perché mia mamma è una donna saggia.
Era il 1999.

Mia madre aveva una collana di perle viola.
Viola e di perle era la collana della mia mamma.
“Non sempre il tempo la beltà cancella
o la sfioran le lacrime e gli affanni,
mia madre ha sessantanni
e più la guardo e più mi sembra bella.”
Composta ed elegante nella sua immensa discrezione
percorre la strada degli odorosi pittospori,
quella che dalla piazza di Archimede guarda l’umida marina,
un viale chiassoso dei pigolii di mille e mille passeri
saltellanti tra i rami arcuati dei ficus mediterranei,
quelli dalle foglie lucide e grasse di succulente siero.
Era il 2007.

Mia madre aveva una collana di perle nera.
Nera e di perle era la collana della mia mamma.
Addio donna importante,
piena di grazia e di eleganza,
chiaro splendore nel buio e nella luce,
maestosa ed esposta come una santa,
discreta e modesta come una madre,
donna di popolo e femmina di bottega,
tu,
tu che verace fede hai fatto della fama antica
che ha trovato un tesoro chi ti ha avuto amica.
Era il 2013.

Tua figlia pose questo dolce lamento a forma di nenia
e disse per te le orazioni,
quelle laiche,
quelle che ti piacevano tanto,
quelle che suonavano nella rossa bocca delle studentesse del ‘68.
Annamaria sparse leggera l’ultima rosea cipria
sulle tue bianche guance, a dispetto della morte,
e ti pettinò i bei capelli a onda,
adagio,
per non farti male.
Era il 2013.

Ah, mamma mia,
quando partisti come son rimasta,
come l’aratro senza buoi in mezzo alla maggese,
in un campo mezzo grigio e mezzo nero,
tra il vapor leggero
e con le tue collane nel mio collo,
un capolavoro che ancora oggi fa invidia alle ceneri di Modigliani.

Elaborazione effettuata da Salvatore Vallone in Siracusa,
nel mese di Maggio dell’anno 2018,
in libera associazione al sogno di Annamaria
e secondo la metodologia del flusso di coscienza e della “contaminatio”.

Il prodotto culturale idoneo al tema è “Come passa il tempo”, una significativa canzone a tre voci degli anni ottanta: Vandelli, Camaleonti, Dik dik.

 

 

BOLLETTINO PER I NAVIGANTI

PSICODRAMMA DELL’ANORESSIA MENTALE

Acquistabile anche su Amazon cliccando qui.

SINTESI ESPLICATIVA DI “IO E MIA MADRE”

Ho onorato il Padre e la Madre e sono rimasta schiava.
Ho ucciso il Padre e la Madre e sono rimasta sola.
Ho riconosciuto il Padre e la Madre e sono rimasta libera.

“Io e mia madre” condensa lo psicodramma dell’anoressia mentale. Tra saggio e riflessioni di un travaglio il libro snoda le figure dei genitori, il conflitto tra il corpo e la mente, la ricerca dell’identità psicofisica migliore possibile. Protagonisti sono il famigerato e benemerito “fantasma di morte”, la degenerazione della “posizione edipica”, il duro sentimento della rivalità fraterna: la solitudine affettiva, il conflitto acerbo con i genitori, l’odio verso la sorella. Il tutto in un quadro contrassegnato dall’angoscia di avere un corpo visibile che patisce e una mente invisibile che gestisce, chiare trasposizioni dei fantasmi dei genitori. “Io e mia madre” non è un semplice caso clinico tradotto in letteratura chissà per quali fini, “Io e mia madre” è una ricerca sull’origine dell’anoressia mentale e sul dramma esistenziale di chi s’imbatte in questo maligno conflitto con se stesso. Particolare importanza è stata data alla valenza affettiva legata alla degenerazione della “posizione edipica”. Vediamo qualche passo.

IL FANTASMA DI MORTE

“Non puoi sfuggire alla vita e alla morte sin dal momento in cui sei sputato su questa terra dal grembo di tua madre con tanto dolore.
Non puoi andare in Africa per evitarle e non puoi ingannarle camuffandoti da ippopotamo o da lucertola; la vita e la morte ti riconoscerebbero anche travestito da animale bulimico o anoressico.
Samarcanda è una pia illusione.”

L’anoressia è una sfida continua all’autodistruzione e arriva a picchi notevoli di onnipotenza. L’angoscia è nevrotica, ma spesso trasborda in somatizzazioni acute e dolorosissime. L’organizzazione psichica è complessa e oscilla tra l’ossessione e l’isteria non disdegnando la scissione dell’Io.

LA POSIZIONE EDIPICA

“Anch’io ho un padre e una madre.
Quando i miei genitori sono sereni e scherzano tra di loro, io, io tra di loro, mi sento soddisfatta e felice.
Poche volte i miei genitori sono stati sereni e poche volte io mi sono sentita soddisfatta e felice tra di loro.
Se litigano, so anticipatamente che vince mia madre; proprio l’opposto del mio desiderio.
Questa è un’altra grande ingiustizia che irrimediabilmente ho subito nel corso della mia strana vita: il modo infame con cui mia madre maltratta e disprezza suo marito.
Non mi resta che essere arrabbiata con lui e da delusa vado alla deriva in un mare di solitudine.”

Si pensava l’anoressia mentale come una psicodinamica privilegiata con la figura materna e legata a una frustrazione traumatica della “posizione orale” nel primo anno di vita con annessa “regressione”. In effetti, si riscontra questa collaudata tesi nella pratica clinica, ma si vede chiaramente come la “posizione edipica” sia dominante e determinante al punto di evolversi da “psiconevrosi” in “stato limite”.

“ODI ET AMO”

“Catullo dedicava questi versi allo struggimento d’amore nei confronti di Lesbia; io li affitto per la mia relazione con il cibo.
“Ti odio e ti amo. Forse tu ricerchi perché io faccio ciò. Non lo so, ma sento che accade e mi tormento.”
Mi odio perché ti mangio e ti amo perché ti fai mangiare.
Mi amo perché ti mangio e ti odio perché ti fai mangiare.
Io non conosco l’origine di questo psicodramma, ma lo vivo dentro e mi distruggo.

Le persone affette da anoressia mentale hanno una notevole intelligenza e perspicacia. Personalizzano le conoscenze e le adattano a loro uso e consumo in base al ruolo e all’identità che di volta in volta hanno bisogno di assumere. Inoltre hanno una notevole confidenza con i “processi primari” e la “fantasia”, pur non disdegnando l’esercizio spietato della razionalità.

IO SONO IL MIO CIBO, IO SONO IL MIO CORPO, IO SONO LA MIA MENTE

“La voce rivendica giustamente e con cortesia i diritti acquisiti dal corpo in tanti anni di vita, nonché gli accordi a suo tempo inscritti nella mia carne e intercorsi al momento del parto.
“Ricordi che tu eri il tuo corpo e non il tuo cibo ?
I am my body, i am not my food !
Ricordi l’angoscia dell’alienazione e l’idolatria del corpo ?
In preda all’angoscia e in maniera ossessiva tu ripetevi: I am my body, i am not my food ! I am my body, i am not my food ! I am my body, i am not my food !
E la cadenza era quella di una nenia araba, la paura era quella di una bambina smarrita, l’isteria era quella di una femmina invasata, l’estasi era quella di una santa disperata.
Adesso tu dici che sei innamorata della tua mente, sostieni che non la cambieresti con nessuna cosa al mondo e insisti sul desiderio di barattare per lei alcune parti ingombranti del tuo corpo, le due natiche da tanga e i due seni da spagnola.
Eh, cara mia, risucchiata da questo pericoloso vortice, arriverai un giorno a dire: I am my mind !
E poi, ancora: I am my mind, i am not my body !
E così sia !”

Lo “stato limite” è evidente in questa scissione dell’Io, ma il delirio non compare in quanto l’analisi dello psicodramma è molto lucido. La capacità di analizzarsi e di cogliere la propria verità psichica è notevole, ma non aiuta a risolvere il conflitto “corpo-mente” e a riportare integrità dove c’è scissione. Questa dote analitica diventa una resistenza al cambiamento, in quanto viene esercitata in maniera solipsistica, senza un esperto interlocutore, per cui la presa di coscienza non si obbiettiva e non si rafforza.

LA RIVALITA’ FRATERNA

“Io la odiavo al punto che, guardando in cucina l’affilato coltello con cui mio padre affettava la soppressa, mi abbandonavo di gusto all’idea e all’emozione di ucciderla.
Immaginavo il suo sangue scorrere dalla gola e disegnare sul vestito celeste una preziosa trama a cubi e avevo la precisa impressione di una tela di Picasso o di una morte estetica.”

Il sentimento della rivalità fraterna è presente nell’anoressia mentale e in assenza di un fratello o di una sorella viene spostato su figure similari e scelte di volta in volta in base alle emergenze psicologiche. Questa importantissima psicodinamica affettiva è stata poco curata e studiata, ma possiede una tremenda forza e si scatena in maniera pesante.

IL DOLORE DEL RITORNO AL PASSATO E LA GIOIA DEL RITORNO ALLA VITA

“Per non morire mai più nella mia vita e per cominciare finalmente a vivere mi sono distesa con cadenza periodica sull’abbozzo di un divano simile a un catafalco.
Il pendolo del tempo ha oscillato con armonia e il rituale profano si è ripetuto per anni secondo i pallidi cicli della bianca luna e in onore al mio nuovo essere femminile.
Il mio navigatore era uno strano cuculo e si chiamava Salvatore come il vecchio siracusano che a suo tempo mi aveva restituito alla vita chiamando una linda e solerte ambulanza.
Mi ha invitato ad andare a ruota libera con i miei pensieri e a tradurli da aborti di emozioni in rozzi suoni, da rozzi suoni in rudimenti di parole.
Sono andata a ruota libera con i miei pensieri e ho cercato la lingua giusta per il linguaggio del mio corpo e della mia mente.
Ho rivissuto il bisogno di potere e l’angoscia di morte, ho vissuto il progressivo “sapere di me” e il dolore per quei tanti qualcosa di mio che non avevo gustato semplicemente perché non ero riuscita a dar loro la vita, ho imparato il fare simbolico e ho assistito al morire della morte.
In questi esotici viaggi sono stata sempre protetta da una stanza bianca e sono stata seguita dai poster della necropoli di Pantalica, del teatro greco di Siracusa, di un balcone barocco con inferriata araba, della fonte Aretusa con il papiro egiziano, del tempio greco di Athena adattato in cattedrale cristiana e di un bambino voglioso che si tocca il pisello.
Sono riuscita a liberare la mia mente, a sentire il mio corpo, a ritrovare la lingua dimenticata e a inventare le parole giuste per il linguaggio di Mara.
Il mio “altro” era nato a Siracusa, non era vecchio e non era giovane, vestiva sempre in doppiopetto grigio senza essere mai elegante.
Del suo viso oggi ricordo soltanto i tratti marcati di uno strano Ulisse.”

“Senza l’altro” la risoluzione dell’anoressia mentale è difficile. “Con l’altro” si conserva l’organizzazione psichica acquisita, ma si diventa padroni a casa propria.

A PROPOSITO DI “IO E MIA MADRE”
di Salvatore Vallone

INCONTRO CON L’AUTORE

Come definirebbe “Io e mia madre” un romanzo, un saggio…?

“Io e mia madre” contiene lo psicodramma dell’anoressia mentale. Tra saggio e narrazione il libro svolge il conflitto della protagonista tra il Corpo e la Mente e con le figure dei genitori nella ricerca dell’identità e dell’equilibrio psicofisico migliore e possibile in quel momento storico della sua esistenza.
Quali sono gli argomenti trattati nel libro?
Protagonisti sono il famigerato “fantasma di morte”, il duro sentimento della rivalità fraterna, la solitudine affettiva, il conflitto acerbo con i genitori, l’odio verso la sorella. Il tutto si sviluppa dentro un quadro contrassegnato dall’angoscia di avere un Corpo visibile che patisce e una Mente invisibile che gestisce, chiare trasposizioni dei “fantasmi” dei genitori. “Io e mia madre” non è un semplice caso clinico tradotto in letteratura chissà per quali fini, “Io e mia madre” è una ricerca sull’origine dell’anoressia mentale e sul dramma esistenziale di chi s’imbatte in questo maligno conflitto con se stesso attraverso il cibo. Particolare importanza è data alla valenza affettiva ed emotiva legata alla degenerazione del conflitto con i genitori.

Come è strutturato il libro?

“Io e mia madre” è strutturato per quadri, una serie di paragrafi dal titolo specifico che sviluppa la psicodinamica dell’anoressia mentale nel corso dell’esistenza della protagonista. Il libro parte dalla crisi conclamata del Corpo e della Mente e arriva alla maturazione della scelta della psicoterapia. La protagonista si lascia cogliere attraverso le fantasie e le riflessioni, le idee e le emozioni, le pulsioni e i desideri che la contraddistinguono come persona unica e irripetibile. Il quadro clinico si evidenzia nella progressiva manifestazione dei sintomi e della cause, nonché nella delucidazione che la stessa protagonista offre a se stessa. Ogni paragrafo ha una sua autonomia, per cui “Io e mia madre” può essere letto anche in maniera libera per paragrafi.

Da cosa trae spunto?

Il libro è la trasposizione scritta di grammatica e di pratica, dello studio teorico e della pratica clinica. “Io e mia madre” conferma le tesi conosciute e amplia la psicodinamica dell’anoressia mentale. Soprattutto la funzione psicologica della figura paterna e la novità del “sentimento della rivalità fraterna” allargano il quadro clinico rispetto alle teorie del passato che inquisivano, più che il vissuto della figlia in riguardo alla madre, direttamente la figura materna come responsabile dell’anoressia mentale.

A chi si rivolge?

Nella sua forma saggistica e narrativa il libro può essere letto da chiunque ama conoscere i fenomeni e le dinamiche che coinvolgono l’inscindibile unione del Corpo e della Mente di un uomo. La lettura di “Io e mia madre” include lo specialista e l’appassionato e procede in maniera spedita e attraente anche grazie ai tanti riferimenti culturali ed eruditi che la protagonista esibisce insieme a un buon narcisismo.

Che cosa è l’anoressia mentale?

L’anoressia mentale è un grave e complesso disturbo psichico alimentare che si attesta in una sfida continua all’autodistruzione e arriva a picchi notevoli di onnipotenza. L’angoscia è “borderline” e trasborda in somatizzazioni acute e dolorosissime. La “organizzazione psichica reattiva” delle persone anoressiche è complessa e oscilla tra l’ossessione e l’isteria, non disdegnando la “scissione dell’Io”. L’anoressia mentale non è clinicamente soltanto un disturbo ossessivo compulsivo, “d.o.c.”, ma si attesta con facilità nello “stato limite” e spesso travalica nel delirio psicotico. In compenso ha ampi margini di rientro dalle crisi acute, per cui la persona anoressica si riconosce dalla magrezza ma non dalle cadute del “principio di realtà”. Il delirio è soprattutto agito in un ambito personale, tra sé e sé.

Chi sviluppa l’anoressia?

Si pensava che l’anoressia mentale fosse riservata all’universo femminile e che sviluppasse soltanto una psicodinamica privilegiata con la figura materna. Ma è una tesi parziale, perché il disturbo scatta a determinate condizioni e in specifiche “organizzazioni psichiche reattive” e anche nei maschi. L’anoressia mentale è legata in origine a una frustrazione traumatica della “posizione orale” durante il primo anno di vita e alla sfera affettiva connessa solitamente alla figura materna. In effetti, si riscontra questa collaudata tesi nella pratica clinica, ma si vede chiaramente come la “posizione edipica”, la conflittualità con i genitori, sia dominante e determinante nel prosieguo psichico evolutivo della persona e del pesante disturbo.

Come e cosa si cura?

La psicoterapia a orientamento psicoanalitico è elettiva per capire le cause dello “stato limite”, il meccanismo della “scissione dell’Io”, il significato profondo del delirio. Altre scuole psicoterapeutiche hanno sempre un buon esito nel lucido psicodramma dell’anoressia mentale. Quest’ultima non si cura da sé o per grazia ricevuta. Le persone affette dal disturbo manifestano una buona capacità di analizzarsi e di cogliere la propria verità psichica, ma queste abilità intuitive non aiutano a risolvere il conflitto “Corpo- Mente” e a riportare integrità dove c’è scissione. Addirittura queste doti analitiche diventano una “resistenza” al necessario cambiamento evolutivo, in quanto sono esercitate in maniera solipsistica, senza un esperto interlocutore, per cui la presa di coscienza non si obbiettiva e non si rafforza. Senza “l’altro”, lo psicoterapeuta, la risoluzione dell’anoressia mentale è letteralmente impossibile. “Con l’altro” si prende coscienza dell’organizzazione psichica acquisita e si diventa padroni a casa propria. Una guarigione dell’anoressia mentale senza psicoterapia può comportare una “traslazione dei fantasmi” interessati in un disturbo compatibile e magari meno drammatico in un primo momento. Quando il meccanismo di difesa non funzionerà in maniera adeguata, l’anoressia mentale ritornerà più acuta di prima.

Quali caratteristiche umane hanno le persone anoressiche?

Le persone affette da anoressia mentale hanno una notevole intelligenza e perspicacia. Personalizzano le conoscenze e le adattano a loro uso e consumo in base al ruolo e all’identità che di volta in volta hanno bisogno di assumere. Inoltre, hanno una notevole confidenza con i “processi primari” e la “fantasia”, pur non disdegnando l’esercizio spietato della razionalità. A livello affettivo ed emotivo contraggono le energie invece di investirle, provocando le somatizzazioni più dolorose e originali. Hanno tanto bisogno di essere amate, ma non sanno in primo luogo accudire amorevolmente se stesse.

Dopo la psicoterapia è possibile una ricaduta?

La psicoterapia lavora sulla “coscienza di sé”, migliora la consapevolezza della propria storia psichica evolutiva, rende padroni in casa propria, raggiunge la consapevolezza della propria formazione psichica, accresce la funzione equilibratrice dell’Io sulle pulsioni più istintive e sulle repressioni più spietate. La psicoterapia è essenziale e, se ha avuto un esito fausto, consente alla persona di essere sensibile alle proprie debolezze per farne una forza. Una ricaduta è impossibile nel divenire psichico, ma momenti di crisi, con o senza ritorno del sintomo, sono umani e non avvengono all’insaputa del protagonista. In ogni caso gli strumenti conoscitivi acquisiti rendono il malessere di rapida risoluzione.

Come comportarsi se si teme la presenza di un disturbo del
comportamento alimentare?

I disturbi del comportamento alimentare sono ben radicati nella storia psichica della persona, per cui non vengono fuori all’improvviso. Prima inizia il trattamento psicoterapeutico e minori saranno i danni psicofisici. Se lo trascuri o non lo curi, questo disturbo traligna e porta alla dolorosissima e lenta morte per inedia e consunzione.

Nel dramma dell’anoressia mentale che ruolo ha la famiglia?

Le figure del padre e della madre sono importanti per la formazione psichica dei figli e, di conseguenza, del disturbo, ma tutto il quadro clinico dipende esclusivamente dai vissuti della persona, figlio o figlia, e non dal comportamento dei genitori. Mi spiego meglio. Con gli stessi genitori non tutti i figli maturano lo stesso disturbo psicosomatico o la stessa “organizzazione psichica reattiva” o struttura caratteriale. Di poi, il sentimento della rivalità fraterna è presente nell’anoressia mentale e in assenza di un fratello o di una sorella viene spostato su figure similari e scelte di volta in volta in base alle emergenze psicologiche. Questa importantissima psicodinamica affettiva, che si attesta nel vivere il fratello o la sorella come tremendi rivali da eliminare perché portano via l’affetto dei genitori e i privilegi del figlio unico, è stata poco curata e studiata, ma possiede una tremenda forza e si scatena in maniera pesante nell’anoressia mentale. Anche nella cosiddetta “normalità” il sentimento della rivalità fraterna incide nella formazione psichica.

Nel libro si afferma: “Non puoi sfuggire alla vita e alla morte sin
dal momento in cui sei spuntato su questa terra dal grembo di tua madre
con tanto dolore. Non puoi andare in Africa per evitarle e non puoi ingannarle
camuffandoti da ippopotamo o da lucertola; la vita e la morte ti
riconoscerebbero anche travestito da animale bulimico o anoressico.
Samarcanda è una pia illusione.”

Perché nell’anoressia ricorre questa sfida continua all’autodistruzione?

Semplicemente perché l’anoressia mentale ha come basamento psichico il famigerato “fantasma di morte”, un vissuto traumatico di perdita e di qualità depressiva che si forma nel primo anno di vita durante la prevalenza determinante della “libido orale” e della funzione alimentare come appagamento. I bambini interpretano il sollievo dai morsi della fame come una forma di cura e premura di chi lo nutre ed elabora un sentimento interessato di gratitudine: un “imprinting” sublimato in sentimento d’amore, l’equivalenza del “chi mi ama mi nutre e chi mi nutre mi ama”. Ma non basta, perché l’anoressia mentale non sa fare a meno della “libido anale” e, quindi, dell’esercizio del sadomasochismo con manifestazioni aberranti dell’aggressività. Della relazione con i genitori e i fratelli, ho già detto. In questa psicodinamica si inserisce il “fare la corte alla morte”, nonché la sindrome del padreterno con il delirio dell’onnipotenza. L’anoressia mentale svolge una costante tenzone con la possibilità della morte: non mangio e vediamo fino a quanto tempo riesco a fare a meno del cibo per dimostrare agli idioti che io ce la faccio e non muoio. Su questi temi dinamici e conflittuali “Io e mia madre” è particolarmente ricco di significativi particolari e di apparenti curiosità.

La consapevolezza di sé e della propria sofferenza come vengono gestite da chi è affetto da anoressia? E le emozioni?

E’ molto diffusa la convinzione che il “sapere di sé” di socratica memoria sia affettivamente arido ed emotivamente freddo. L’autocoscienza si basa sulla funzione razionale dell’uomo, “processo secondario”, ed è stata sempre invocata dai filosofi della psiche e della conoscenza come la condizione di base o la categoria delle categorie. Il “conosci te stesso” non toglie nulla alla sfera affettiva ed emotiva, tutt’altro! Il “sapere di sé” esalta la dimensione neurovegetativa proprio perché la libera dalle inutili resistenze a lasciarsi andare che prima l’affliggevano con le censure e le difese. La consapevolezza di sé, della propria storia e della funzionalità psichica è per l’anoressia mentale la giusta ed efficace cura da portare avanti vita natural durante. Degno di nota al proposito è il quadro finale del libro dal titolo significativo “Il dolore del ritorno al passato e la gioia del ritorno alla vita”.
Queste sono soltanto risposte a domande. La lettura ordinata o disordinata di “Io e mia madre” completerà l’opera di comprensione.
La ringrazio.
Grazie a lei e a Segmenti per questa opportunità di comunicare con la gente.