LE GROSSE TRECCE

TRAMA DEL SOGNO

“Ho sognato che il mio amico aveva dei capelli neri, bellissimi e lunghi.

Io gli facevo due grosse trecce e poi gliele tagliavo.”

Mukuruzza.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Ho sognato che il mio amico aveva dei capelli neri, bellissimi e lunghi.”

Il sogno è breve, anzi brevissimo, e limpido nella sua simbologia, ma è tanto, tanto complesso nella sua apparente sinteticità.

Vediamolo subito.

“Il mio amico” cela sempre tanto di più di una semplice amicizia. “Il mio amico” è sempre tanto più di un amico normale, un alleato, un complice, un innamorato, un amante.

“Il mio amico” è una persona intima con cui si condividono intimità e segrete cure, desideri ardenti e sospirosi affanni.

“Il mio amico” è una persona privilegiata e non certo scelta a caso tra i tanti conoscenti, è un uomo con affinità psichiche elettive d’attrazione e convergenze parallele d’interessi.

Mukuruzza ha un uomo speciale con cui scambia materiale intimo e privato anche grazie al fatto che non ha un rapporto istituzionale e ufficiale che logora la qualità degli investimenti affettivi e libidici.

Tutti abbiamo un “amico” manifesto o latente, ufficiale e ufficioso, esibito o segreto, in fondo al cuore o dentro il cuore, una persona che è l’esatta “proiezione” dei nostri desideri in riguardo alle nostre attese di crescita individuale e alle nostre paure di esibizione sociale. “L’amico” è in primo luogo il nostro alleato, un “oggetto transferale” che esorcizza le nostre angosce in riguardo ai temi evolutivi della Mente e del Corpo, della nostra unita “psiche e soma”.

“L’amico” è il serbatoio del nostro bene e del nostro male, il deposito delle nostre colpe e delle nostre ambizioni, il complice dei nostri peccati indicibili e delle nostre gioie inconfessabili.

“L’amico” è la condensazione del Decalogo laico, quello che sta a metà tra la Filosofia morale ed estetica di un rigido Kant e il Pessimismo solidale e compassionevole di un indianeggiante Schopenhauer.

Veniamo al sogno, decisamente intrigante con i suoi doppi simboli e i suoi umani sotterfugi.

Mukuruzza ha un “amico” personale e privato su cui riversa, di volta in volta e alla bisogna, le “parti psichiche di sé” che aspirano a vedere la luce della realtà sempre in base ai bisogni contingenti della vita corrente.

Se poi questo “mio amico” ha i “capelli neri, bellissimi e lunghi”, il ricco patrimonio mentale ed estetico è in piena fusione nucleare senza strafare dalle leggi della Fisica delle particelle minime e dei sistemi massimi, senza derogare dai principi essenziali del microcosmo e del macrocosmo.

“L’amico” di Mukuruzza è un uomo che consente l’esibizione della Bellezza e della Consistenza delle Idee, una forza mentale di analisi che colpisce e affascina, avvince e incatena per la forza logica e per i contenuti originali. L’Estetica si sposa e si coniuga con la Logica secondo le coordinate della Oratoria e della Retorica, l’arte del bel parlare e l’arte del buon convincere. I “capelli neri, bellissimi e lunghi”, non sono l’oggetto della perizia di un abile parrucchiere, sono la “proiezione” dei bisogni di Mukuruzza di avere valore ideologico e abilità discorsiva, sono idee di sostanza e processi dialettici di persuasione in un mondo così povero di sostanza e semplificato nell’ignoranza. Mukuruzza aspira a un uomo che condensi i suoi bisogni di Logica discorsiva e i suoi desideri di convinzione e persuasione. Aggiungerei la terza arte della Logica e della Parola, l’Eristica, l’arte del convincere con il discorso ferreo e con la suggestione ipnotica. Si tratta sempre di proprietà e di doti del Pensiero che si traducono nel Verbo senza sconquassi emotivi e senza salti di logica.

Così Mukuruzza ha immaginato se stessa proiettandosi in questo benemerito e sostanzioso “amico”.

Io gli facevo due grosse trecce e poi gliele tagliavo.”

La cura e l’amabilità di Mukuruzza si mostra nella combinazione ideologica delle tante idee e dei valori logici dell’amico, meglio “proiettati” nell’amico, nell’emersione di quella “parte intellettiva di sé” che aspira a essere considerata e valutata nei bisogni e nei desideri profondi.

Eppure c’è una valenza erotica e sessuale nelle “due grosse trecce” che la donna “faceva” all’amico, un’induzione amorosa all’erezione del fallo. La simbologia dei “capelli” viene assolta dal meccanismo onirico e primario della “figurabilità”: la treccia grossa richiama il membro eretto come nei migliori affreschi delle falloforie e dei riti annessi. I meccanismi della “condensazione” e dello “spostamento” evocano catene associative di ordine mentale e ideale. In sostanza Mukuruzza elabora in sogno tutta la sua ammirazione e la sua attrazione nei riguardi dell’intelligenza e dei prodotti mentali del suo “amico”, la simbologia del “capelli bellissimi e lunghi”, e in questa reverenza non esulano il sentimento dell’invidia e una forma di aggressività verso colui che sa di più e sa meglio comporre il suo Sapere, la sua erudizione e la sua saggezza fino al punto di raggiungere l’Amore del Sapere, quello che si associa all’Amore per la Bellezza, la Filosofia, “filos kai sophia” per l’appunto e per la precisione.

Si spiega in tal modo anche la “castrazione” del fallo del Sapere, la decurtazione della potenza e della forza concesse a colui che sa di sé e dell’altro, la “castrazione” del Filosofo, dell’amante del Sapere come conoscenza psicologica ed estetica. Mukuruzza ha un amico saggio e apprezza la sua Filosofia di vita e di scienza. Di queste proprietà e di questa virtù è invidiosa e manifesta questa aggressività proprio nell’atto di tagliare le “grosse trecce” per incorporarle in un momento della sua vita e in una contingenza psichica e mentale in cui accusa un deficit di vigilanza e di conoscenze, di esperienza e di reattività. L’amico offre a Mukuruzza di colmare questa momentanea lacuna attraverso la simbologia onirica dei capelli belli, delle trecce interessanti e del taglio invidioso quanto virtuoso.

Questo è quanto e anche in abbondanza, ma ancora non basta.

Se avessi interpretato il sogno di Mukuruzza con la valenza erotica e sessuale, il discorso sarebbe stato più facile e consequenziale, nonché banale e semplicistico. Avrei detto freudianamente che le pulsioni erotiche e sessuali di Mukuruzza avevano investito il membro del suo amico procurando una notevole erezione, doppia rispetto a quella consentita da madre Natura. Non appagata di questo effetto naturale, Mukuruzza avrebbe ridestato la sua “invidia del pene” e avrebbe operato la “castrazione” dell’amico in pieno ossequio alla sua mancata e a suo tempo desiderata fuoruscita dell’organo sessuale, secondo la convinzione infantile che esiste un solo sesso, quello maschile per l’appunto.

La “traslazione” del membro eretto nella Filosofia trova conferma anche nelle antiche mitologie sul tema della Scienza e dell’Amore del Sapere.

Per rafforzare l’interpretazione del sogno di Mukuruzza e per renderla più degna e completa, richiamo il mito di Eros secondo le linee culturali e filosofiche di Platone nel dialogo titolato il “Convito”. Il concetto di Filosofia racchiude l’emozione sentimentale dell’Amore, “filos” e “filia”, e la coscienza razionale della Scienza, “sophos” e “sophia”.

Parliamo di Eros.

Eros nasce da Poros, colui che sa come procurarsi la ricchezza e che possiede l’intelligenza operativa, e da Penia, la povertà nel senso pieno di una forma di ricchezza, la pienezza del nulla.

Eros fu concepito per espressa e consapevole manovra della madre quando il padre era ubriaco di nettare dopo la festa in onore di Afrodite. Dai genitori matura il “giusto mezzo”, quello di non essere né buono e né bello, né ricco e né povero, né cattivo e né brutto. Nella sua vera essenza Eros non è un dio, è un “daimon”, uno spirito vitale, un’energia, una “libido”, un desiderio, un messaggero tra il cielo e la terra, una forza cosmica che unisce, una carica empatica che simpatizza, una fusione tra empatia e simpatia alla greca, una forza magnetica che attrae, un’eccitazione che cerca l’appagamento, una carica elettrica che esiste in grazie ai poli opposti. Per essere stato concepito nella festa di Afrodite, Eros si porta addosso la Bellezza, così come dalla madre Penia si porta dietro la forza della povertà e dal padre Poros si trascina il coraggio. La combinazione di questi divini attributi fa di Eros un originale “daimon” che esalta con facilità e naturalezza le doti dell’Amore e del Sapere, dell’Es e dell’Io per dirla secondo un registro psicoanalitico.

Eros tende alla “coscienza di sé” attraverso il bisogno di crescere, di arricchirsi, di coinvolgersi, di escogitare sotterfugi, di sperimentarsi, di esserci nelle varie forme e modalità che possiede e che sa mettere bene in atto. Non possiede niente, come la Madre Penia, e può possedere tanto seguendo le strategie del padre Poros. Eros può essere amante, bello e saggio secondo le dinamiche di una tensione psicofisica che contempla e coniuga l’azione del “Pathos”, l’istinto, con le armonie del Logos, la “Filia”. Questa “Sofia” appare sotto l’insegna luminosa di Afrodite, la Bellezza. Ma non basta. Quest’ultima è coniugata con l’Ethos, la “Kalokagatia”: il Bello e il Bene secondo Natura stanno insieme. Questa Natura non è “dionisiaca”, immanente al sistema neurovegetativo, né “religiosa”, trascendente la Realtà, ma è una Natura vivente che abbraccia il Tutto, “ilozoismo”. L’Ethos è dell’Uomo, secondo l’insegnamento di Socrate, e non si traduce nelle prescrizioni acritiche della Morale e fideistiche della Religione.

Convergendo su Eros, si può attribuire a questa energia vitale, “daimon”, il senso e il sentimento dell’Amore, l’erotismo e la sessualità, la “eudaimonia”, la Felicità legata a un buon demone, la seduzione e soprattutto la Bellezza in onore ad Afrodite e in onore alla Logica, armonia tra le parti. Ma la straordinaria duttilità e la poliedrica valenza di Eros si allargano nella nostalgia del Tutto e nella possibilità di perpetuarlo proprio rigenerandolo, la “genitalità”, freudianamente la “libido genitale” che contraddistingue l’uomo nella sua individualità e universalità. Eros esalta il dono della Vita e la generosità del dare la Vita nel suo essere la versione maschile della Dea Madre. La Filosofia è la trasmissione altruistica del Sapere, come il Padre è la versione fallica dell’Amore della Specie. Eros è il Padre buono che ama i figli e non li divora, li tutela e non li manda allo sbaraglio, li esalta e non li castra, li accompagna senza esser visto e facendo sentire la sua presenza nel messaggio e nei valori trasmessi: la Cultura. Ogni uomo e ogni donna sono Eros quando elaborano e vivono la “posizione genitale” nel corso della loro evoluzione psicofisica. Eros mette d’accordo il Maschile e il Femminile nel suo essere “androgino”. Eros insegna l’innocenza indiscriminata del donare, dell’investire “libido” nella sua qualità massima.

Meritava tutto questo mostruoso papello il sogno breve, anzi brevissimo, di una parsimoniosa e profonda Mukuruzza.

IL TENERO CALAMARO

TRAMA DEL SOGNO

“Mia madre mi ha preparato un fritto misto di pesce.

C’era un calamaro e provo a staccare i tentacoli.

Era ancora vivo.

E’ scappato e si è nascosto sotto la tovaglia e si vedevano gli occhietti.

Guardo per terra e c’erano tanti gattini piccoli.”

Angelina ha composto questa sua trama psichica in sogno.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Mia madre mi ha preparato un fritto misto di pesce.”

Il legame affettivo di Angiolina con la madre e di immediata rilevanza. La figlia lo esibisce subito a conferma della sua dipendenza e della sua devozione. Il possessivo “mia” rientra nel gergo linguistico e nella modalità affettiva. La “Madre” è una figura universalmente suggestiva ed enigmatica. Si tratta di un “archetipo”, un simbolo universale atavico e di scuola junghiana, a conferma che la nascita è un fenomeno ontogenetico e filogenetico che trova nel vissuto di ogni donna la sua versione personale. Tutti i vissuti sulla “mamma” sono identici nella base e diversissimi nei tratti. Anche tra fratelli vige la dinamica dell’identità e della diversità nel vissuto introno alla “madre” e questa difformità si spiega con l’elaborazione nei primi mesi di vita del “fantasma di morte” da parte di ogni figlio, per cui le variabili affettive variano con le sensazioni e i sentimenti vissuti. Angiolina parte alla riscossa nel suo sogno con la dipendenza affettiva dalla madre. Niente di pericoloso, tutto nella norma perché senza danno. La simbologia del “fritto misto di pesce” si attesta nella sfera affettiva più che sessuale. E’ un cibo consono alla tradizione familiare e ai gusti della figlia, almeno in questo esordio del sogno, perché nel prosieguo questo prelibato “fritto misto di pesce” si può colorare di una valenza simbolica importante. Provo ad andare avanti e a calibrare bene la semplicità apparente delle parole e la complessità dei simboli.

C’era un calamaro e provo a staccare i tentacoli.”

Angiolina viene colpita da un “calamaro” e si concentra su questo mollusco cefalopode bello e fritto per un suo personale “fantasma”, a conferma di quanto dicevo in precedenza: il simbolo universale si riempie di connotati psichici personali. Da un “calamaro”, morto da frittura in olio extravergine d’oliva bollente, Angiolina procede verso il suo simbolico “calamaro” a cui prova “a staccare i tentacoli”.

Ricapitolo.

Angiolina è in pieno feeling affettivo con la madre e nello specifico sta rispolverando la sua dimensione materna, l’identificazione psichica al femminile che ha operato a suo tempo nella madre e che l’ha portata a scegliere la possibilità di gustare i frutti della maternità. La maniera in cui procede è particolarmente traumatica perché “stacca i tentacoli al calamaro”, opera una mutilazione vitale a un organismo che tanto echeggia il feto e la sua conformazione fisiologica. Inoltre, la scelta di un mollusco che vive nel mare conferma la dimensione materna e nello specifico la gravidanza. Qualcosa non è andato a buon fine, per cui questa gravidanza va incontro a un aborto indesiderato che lascia il segno nelle dimensioni profonde della psiche di Angiolina. Tra il gusto di una frittura mista di pesce e la rievocazione di un aborto il passo è simbolicamente consequenziale, grazie ai meccanismi della “condensazione”, dello “spostamento” e della “figurabilità”.

Portento numinoso dell’umano sognare!

Era ancora vivo.”

Il feto “era ancora vivo”. Miracolo dell’istinto materno, del “fantasma della maternità” che ogni bambina coltiva nel suo corpo e nella sua psiche, del desiderio di Angiolina di portare al culmine la sua femminilità con l’avere un figlio, di completare la sua personale evoluzione psicofisica con l’esercizio completo della “posizione genitale”. Perché di questo si tratta, di vivere appieno e secondo natura la psicobiologia della maternità, la “genitalità”, senza ricorrere a “processi e meccanismi di difesa” per risolvere la frustrazione della maternità e l’angoscia dell’incompiuta e dell’indeterminato. Se poi la donna ha subito una perdita indesiderata del feto, un aborto spontaneo e naturale, allora lo psicodramma si complica e acquista spessore. In questo caso bisogna operare la “razionalizzazione della perdita, come se si trattasse di un “lutto”, in quanto si è rievocato e messo in circolazione il “nucleo psichico depressivo” elaborato nella prima infanzia. La delicatezza di questa impietosa situazione è oltremodo evidente negli strascichi emotivi e nelle psicosomatizzazioni che innesca in rievocazione del trauma subito. Il processo psichico di difesa della “sublimazione” della maternità è il più usato e naturale, almeno nel mondo contemporaneo e nella cultura occidentale. Proseguendo in questo excursus legato al sogno di Angiolina e destato dalla psicodinamica della maternità, un cenno sull’interruzione volontaria della gravidanza è opportuno, dal momento che si tratta di un fenomeno complesso che va letto su registri diversi. Mi limito a sensibilizzare sul danno psicofisico subito dalla donna quando si trova a scegliere se proseguire o interrompere la gravidanza. L’importanza dell’educazione sessuale e dell’uso degli anticoncezionali è la prognosi giusta e la tutela massima per evitare congestioni oltremodo traumatiche e complicate, a causa della delicatezza di un nucleo così sensibile come quello della maternità.

Procedo con l’interpretazione del sogno di Angiolina.

E’ scappato e si è nascosto sotto la tovaglia e si vedevano gli occhietti.”

Da truce il linguaggio diventa tenero e il “calamaro” da cefalopode si trasforma in un tenero bambino che si nasconde impaurito sotto la coperta del lettone della madre in cerca d’aiuto e in attesa che il pericolo sia passato. L’allucinazione onirica di Angiolina rievoca il suo trauma di donna che tenta l’avventura gioiosa della maternità con esito negativo, nonostante “gli occhietti” espressivi del calamaro sotto la tovaglia della tavola. Dalla morte alla vita e alla sopravvivenza, questo è il viaggio del povero “calamaro bambino”, questo era il desiderio infranto di Angiolina. Le capacità figurative del sogno trovano la rappresentazione giusta per alternare la realtà del trauma alla realtà del desiderio nel povero “calamaro” che acquista le sembianze di un “bambino” impaurito. “E’ scappato” attesta anche della fuga dalla dolorosa realtà da parte di Angiolina, che è chiamata ad archiviare e a razionalizzare una mancata maternità anche se il cuore si ribella e ridà la vita a un “calamaro” fritto nella sua vera forma di un “bambino”. In questo caso il sogno ha anche la funzione di lenire il dolore attraverso la manifestazione del desiderio: un prendersi avanti con la “razionalizzazione del lutto”.

Guardo per terra e c’erano tanti gattini piccoli.”

Il sogno di Angiolina sembra saltare di palo in frasca, ma il simbolismo poetico consente con la sua Logica di rafforzare la psicodinamica in maniera lineare e consequenziale. Angiolina prende coscienza che ha ancora altre possibilità di diventare mamma, “per terra ci sono tanti gattini piccoli”, nella materialità del suo corpo. Angiolina ha ancora altre uova da fecondare. Il “gattino” è simbolo della femminilità e condensa nello specifico la fecondazione, il feto. Dopo il “calamaro” subentra il “gattino” in questo sogno di Angiolina che usa la sua sensibilità verso il mondo animale per attestare anche i suoi drammi personali. La consolazione resta sempre il nuovo tentativo di una gravidanza che compensa, ma non risolve, il senso depressivo della perdita vissuta. Angiolina viaggia in un sentiero lastricato di calamari e gattini sulla scia di un istinto materno che non molla e si ripresenta a ogni piè sospinto con tutte le credenziali delle esperienze vissute.

Il sogno di Angiolina tocca con la sua stravaganza figurativa una problematica dei tutte le donne che s’imbattono nella possibilità di evolvere la propria “libido” nella “genitalità” massima che soltanto una donna può vivere proprio dando la vita a un altro essere vivente, il figlio. Quest’esperienza è negata all’universo maschile e la sua “libido genitale” si dirige verso altre forme sublimate di creatività.

Così si dice in giro, ma io non ne sono del tutto convinto. L’esperienza vissuta di una fecondazione, di una gravidanza e di un parto sono e restano il maestoso capolavoro che soltanto una donna concepisce, compone e può vivere.

AUTORITRATTO 2

“Santu deu,

santu deu,

a sto mundu

ghe sum eu

e ni so cuntentu eu.”

Ci sono anch’io in questo mondo,

io e la mia follia,

io ed Erasmo che mi elogia.

Siamo in due,

siamo sempre in due,

il me savio e il me matacin,

mi che son dentro e mi che son fora,

mi che me manca un bojo e una poenta brustolada,

mi che son just e mi che son sbalià.

Il me perbenino fu rapito sul monte con il cappello in mano

dal paron che dispensa ananassi e satanassi,

il me sacranone e sacrarmenta viaggiò nei pascoli eterni

con la schiena dritta senza piegarsi davanti a nisuni,

neanche con l’ammollo o con il pizzo.

“Santu deu,

santu deu,

a sto mundu

ghe sum eu

e ni so cuntentu eu.”

Ci sono anch’io in questo mondo,

io e la mia follia,

io e me mare Concetta Giudice,

detta Tita o Titina,

mia madre che m’annaca,

che mi dondola cantando la ninna nanna,

insomma.

Siamo ancora in due,

il me bambinello e il me mentecatto,

il me picciriddru con la sucalora in mano

che si tocca il pisello,

il me in astinenza da rete quattro

con il cervello freddo di Libeccio,

il me amoroso e niuru infame,

fortemente abbronzato da madre natura

sotto i colpi micidiali dello Scirocco,

il me affetto da lasette nei bronchi umidi di catarro

e odorosi alla menta del benemerito vicks vaporub.

“Santu deu,

santu deu,

a sto mundu

ghe sum eu

e ni so cuntentu eu.”

Ci sono anch’io in questo mondo,

io e la mia radice,

io e me pare Concetto,

detto ‘Nnittulu,

ridetto ‘Nzuliddru.

Siamo ancora in due,

il me derelitto e il me gran sior,

io e il resto in saldo degli spermatozoi del dopoguerra

di un padre provato dalla caduta dell’amato Fascismo,

io e il derivato di un relitto militare,

formato cacciatorpediniere,

io e l’escremento infetto di una nave spitalera

ferocemente bombardata dagli Inglesi ubriachi,

io e le quattro travi portanti di un bastimento

ricolmo di migranti che coltivavano un sogno,

una chimera,

un’illusione,

un miraggio,

un pane condito con il sangue degli avi,

trasportati a suo tempo dalla mia Africa nel mondo civile

per l’Etica protestante e lo spirito del Capitalismo,

per la Camorra e la Mafia dell’uomo bianco miricano.

Sia sempre lodato e ringraziato Salvuccio Kunta Kinte,

quel tzeno innalzato al cielo africano dalla pietas del padre.

Sia maledetto il machete dello yankee bastardo

che non riuscì a tagliare le dita dei suoi piedi.

“Santu deu,

santu deu,

a sto mundu

ghe sum eu

e ni so cuntentu eu.”

Ci sono anch’io in questo mondo,

io e la mia follia,

io e Alex Haley che m’incanta.

Siamo ancora e sempre in due,

io e Kunta Kinte dei Mandinka,

il me siculo e il me veneto,

il me libero e il me schiavo,

il me dotor e il me contadin.

Siamo ancora e sempre in due,

io e le varianti del mio virus,

così personali,

così vitali per l’aldiqua e l’aldilà,

io incoronato il 19 di gennaio dell’anno gentium 1947

dalla levatrice signorina Calvo Carmela

al civico 23 di via Emanuele Giaracà,

io poeta terrone e patriot italiano,

nonché capo del carrarmato M113,

dono natalizio degli Usa all’italica plebe in quel 1945,

me contastorie e contaballe,

io e le mie fave tarde a spuntare

in quest’inverno da favola noir,

io e i miei ciciri migna restii alla luce

sotto questo cielo che oggi sposa Saturno e Giove,

sotto la solita buona stella ‘mbriaca,

la stella cometa stordita e sperduta dentro un cielo limpido

come la luce di Lucifero,

Venere,

stella del mattino,

stella maris,

l’astro d’argento che brilla lassù

e indica ai saggi la strada della vera vita

sotto l’augusta volta celeste tibetana.

“Santu deu,

santu deu,

a sto mundu

ghe sum eu

e ni so cuntentu eu.”

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 31, 12, 2020

IN VIAGGIO CON IL PADRE E LA MADRE

TRAMA DEL SOGNO

“Sto guidando per andare a Verbania, credo che sono sola e sto pensando che è una bella zona e vorrei mostrarla a V. (un mio amico tedesco che sto ospitando a casa).

Arrivo davanti a un complesso di chiese di pietra, le osservo bene tutte dalla più antica alla più recente, fino ad una la cui costruzione è stata bloccata secoli fa ed ora il comune sta completando l’opera con strutture di cemento che formano figure astratte, tipo parco artistico contemporaneo.

Risalgo in macchina, forse non sono più da sola, ma proprio non so chi ci sia con me, nemmeno se è femmina o maschio, potrebbe essere V come mia nonna (nel sogno da qualche parte la presenza di mia nonna c’è).

Guido lungo una strada tutta curve sulle colline costeggiate da numerosi resort con spa e piscine all’aperto bellissime. Penso che ho un problema di artrite al mignolo (??? ho venticinque anni) e mi decido ad entrare in una spa per farmi fare un massaggio, intanto comincio già da sola a massaggiarmi il mignolo contratto fino a distenderlo del tutto.

Mi accoglie un signore anzianissimo e buffo in costume che mi guida nuotando attraverso una piscina fino alla zona massaggi, lo seguo nell’acqua e poi aspetto in piedi in corridoio…sempre forse in compagnia di qualcuno, ma non so.

Mentre attendo la massaggiatrice, arriva una coppia, un uomo che ho già visto nella mia infanzia (Giacomo o Jacopo) insieme ad una ragazzina. Quando arriva la massaggiatrice offre loro un caffè, la ragazzina fa per prenderlo, ma poi la donna lo ritrae dicendo che il caffè non fa bene ai bambini.

Sono in una camera d’albergo seduta sul letto con mia madre, guardando il telegiornale in tv. Un servizio mostra l’uomo di prima arrestato per pedofilia e si vedono le immagini di lui assieme a molte bambine e adolescenti.

Inizio a parlare con mia madre e dico di conoscere quell’uomo, lei mi conferma che era un suo amico e di avermelo fatto incontrare, io mi agito e le chiedo diretta se lui abbia abusato di me, lei mi dice “non credo, perché eri molto piccola e non parlavi, a lui piacciono le bambine che parlano”…

Comincio a incazzarmi e disperarmi e le chiedo se mi ha mai lasciato sola con lui, lei mi risponde che è successo, allora io chiedo cosa sa di quella volta…lei mi risponde “so che ti ha accarezzata dappertutto e che non riusciva a entrare ma nemmeno a staccarsi”…

Inizio un lungo pianto isterico, mi sento schifata e mi allontano da mia madre…esco di lì, ma sono piegata in avanti dal dolore…vado verso il mio fidanzato, non so quale dei due, poi prendo il telefono chiamo F (primo fidanzato) voglio raccontargli, ma riesco solo a piangere in una maniera strana, lui non riesce a capirmi e dopo un po si stanca mi prende in giro e riattacca…

Mi sveglio facendo versi disperati. Al risveglio ripenso all’uomo, ma non sono più sicura di averlo visto per davvero o lo confondo con un’altra persona.”

Giglio

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Sto guidando per andare a Verbania, credo che sono sola e sto pensando che è una bella zona e vorrei mostrarla a V. (un mio amico tedesco che sto ospitando a casa).”

Giglio guida, Giglio crede di essere sola, Giglio amoreggia con se stessa e non disdegna di affidarsi a un uomo che non c’è e che è dentro di lei, un uomo straniero che l’attrae, un tipo di maschio. Giglio non è per tutti e di tutti, Giglio sa di sé e sa dove andare, Verbania per l’appunto, sa quello che desidera perché l’ha immaginato da bambina. Giglio pensa alle sue bellezze e le vuole condividere, vuole mostrarle. Siamo sull’apparente vago e sul decisamente certo, siamo nel corpo e nel suo patrimonio di pulsioni ben organizzate e di bisogni ben calibrati. Lo straniero dentro la casa di Giglio non è tanto “tedesco”, è una persona familiare e ha radici antiche: un ospite degno e giusto, santo come una figura sacra. Procedere in questo lungo sogno è veramente poetico, un prodotto psichico tutto da scoprire e da inventare.

Arrivo davanti a un complesso di chiese di pietra, le osservo bene tutte dalla più antica alla più recente, fino ad una la cui costruzione è stata bloccata secoli fa ed ora il comune sta completando l’opera con strutture di cemento che formano figure astratte, tipo parco artistico contemporaneo.”

“Un complesso di chiese di pietra” rappresenta la difesa dal coinvolgimento affettivo e il raffreddamento della “libido”. Tale operazione titanica viene eseguita attraverso il processo di difesa dall’angoscia della “sublimazione”, “le chiese”, e il meccanismo di “conversione”, “di pietra”. Giglio ha una buona consapevolezza analitica della sua evoluzione psicosessuale, “le osservo bene tutte dalla più antica alla più recente”, e si sofferma all’attualità dei suoi blocchi e delle sue remore, attribuendo al suo “Super-Io” la censura morale della sua vita erotica e riconvertendo la suddetta con la vena creativa e la Fantasia. La Bellezza e i suoi sensi soccorrono Giglio in quest’adeguamento esistenziale della sua vitalità e della sua energia vitale, la “libido”. Nonostante “le strutture di cemento” non dispongano bene per la sessualità, si può apprezzare l’astrattezza delle figure e il “parco artistico contemporaneo”. Giglio conferma la sua evoluzione psicosessuale verso forme estetiche di buona fattura che riducono le difese della “sublimazione”. La Bellezza è sempre fonte di godimento globale. Confermo: Giglio ha ben chiara la sua evoluzione psicosessuale da sublimata e contratta a bella e degna, nonché etica e sana. Impressiona la Poetica del Sognare, la “figurabilità” in primis.

Risalgo in macchina, forse non sono più da sola ma proprio non so chi ci sia con me, nemmeno se è femmina o maschio, potrebbe essere V come mia nonna (nel sogno da qualche parte la presenza di mia nonna c’è).”

Le tappe evolutive della formazione sessuale di Giglio si alternano tra una guida alla “sublimazione” con giudizio e una ripresa matura verso l’appagamento intimo e privato. Soprattutto subentrano nel sogno le figure femminili che hanno portato la protagonista a identificarsi dalla parte a lei consona e confacente, “se è femmina o maschio”, ma non sa chi ci sia con lei, perché anche il versante maschile è stato curato nella propria formazione nel senso della “parte psichica maschile”, vedi “Androginia”. Giglio è una donna completa e si ritrova nella figura femminile della nonna e nel desiderio latente del maschio che c’è, non si vede, ma si sente tanto, il famigerato V. Meglio di così non poteva andare. Siamo sempre in un ambito di assoluta correttezza psico-evolutiva e lo stesso Darwin non disdegna l’applauso a una donna chiamata Giglio che se la dorme e si sogna.

Guido lungo una strada tutta curve sulle colline costeggiate da numerosi resort con spa e piscine all’aperto bellissime. Penso che ho un problema di artrite al mignolo (??? ho venticinque anni) e mi decido ad entrare in una spa per farmi fare un massaggio, intanto comincio già da sola a massaggiarmi il mignolo contratto fino a distenderlo del tutto.”

Il sogno con molta diplomazia e delicata accortezza svolge il tema del corpo e della “libido”, nonchè con espresso riferimento all’erotismo e, nello specifico, all’autoerotismo e senza nulla togliere alla seduzione e alle arti sorelle. E’ un sogno da “spa”, da “resort” e da “piscine”, è un sogno bellissimo perché dedicato al benessere psicofisico passando attraverso la base nobilmente materiale del Corpo. Giglio guida, Giglio è in amore, Giglio è partita per il pianeta Venere, Giglio è eccitata: “guido lungo una strada tutta curve sulle colline”. Giglio sceglie e non si lascia scegliere anche quando lascia che scelga l’altro, ma in questo frangente Giglio è in piena masturbazione: “comincio già da sola a massaggiarmi il mignolo contratto fino a distenderlo del tutto.” A venticinque anni il “mignolo” in questione è proprio il clitoride e non non certo il dito, oltretutto affetto da artrite. Il meccanismo della “figurabilità” ancora una volta ha ben provveduto a rappresentare anche attraverso lo “spostamento” la dinamica psicofisica in atto. L’artrite si riduce a uno stato di buona salute colpevolizzata e il capoverso si può catalogare tra le allegorie della masturbazione femminile con annesso orgasmo. Il senso di colpa è connesso alla vita sessuale ed è destato in prima istanza dal sistema educativo e culturale: sessuofobia.

Mi accoglie un signore anzianissimo e buffo in costume che mi guida nuotando attraverso una piscina fino alla zona massaggi, lo seguo nell’acqua e poi aspetto in piedi in corridoio…sempre forse in compagnia di qualcuno, ma non so.”

In un ambito d’intimità subentra una figura maschile, “un signore anzianissimo e buffo”, un educatore, un padre, uno che insegna, uno che mi guida nuotando attraverso una piscina fino alla zona massaggi”. Giglio sta rievocando in sogno la tematica evolutiva del suo erotismo e della sua sessualità e giustamente immette la figura paterna bonaria e buffa per stemperare l’angoscia dell’illecito e dell’incesto, dell’immoralità e della trasgressione acuta.

Una domanda è obbligatoria: la figura paterna contribuisce nella formazione della vita sessuale dei figli e nello specifico delle figlie?

La risposta è affermativa.

Il processo educativo è soprattutto auto-educativo e non rientra esclusivamente nella “posizione psichica edipica”, la conflittualità con i genitori, ma si spalma dalla posizione orale”, affettività, fino alla “posizione narcisistica” per influenzare la “posizione genitale” ossia la modalità di offerta e di relazione in funzione del proprio godimento e dell’altrui piacere. Questo processo e queste modalità sono rievocate in sogno da Giglio: l’influenza del padre nella sua formazione psichica e, nello specifico, in riguardo al corpo, l’erotismo e la sessualità. E’ questo il senso e il significato di “lo seguo nell’acqua e poi aspetto in piedi in corridoio”. Giglio ha ben calibrato la figura paterna sin dall’infanzia e l’influenza che ha avuto, meglio che lei ha dato, nella sua evoluzione psicofisica. L’attesa “in corridoio” attesta del tempo necessario a tale processo formativo, così come “la compagnia di qualcuno che non so” attesta dell’aleggiare della figura materna nel quadro onirico e dentro la psiche di Giglio, un tratto “edipico” in funzione della propria evoluzione. La madre non si vede chiaramente in sogno, ma è presente perché il padre è evidente nel suo essere figurato “vecchio e buffo” per non incorrere nell’incubo e nel risveglio immediato nel momento in cui i significati, “latente” e “manifesto”, del sogno coincidono.

Riepilogando: Giglio elabora l’importanza del padre nella conoscenza del corpo e della vita sessuale, la sua femminilità, proprio distraendola dalla figura materna: uscita dalla piscina e l’attesa in zona massaggi. Adesso il corpo è degno di essere amato e vissuto. È stato auto-battezzato.

Mentre attendo la massaggiatrice, arriva una coppia, un uomo che ho già visto nella mia infanzia (Giacomo o Jacopo) insieme ad una ragazzina. Quando arriva la massaggiatrice offre loro un caffè, la ragazzina fa per prenderlo, ma poi la donna lo ritrae dicendo che il caffè non fa bene ai bambini.”

Un ricordo personale trova posto in questo sogno poliedrico e universale di Giglio. Le madri siciliane tutelavano le figlie non soltanto dai maschi adulti, ma soprattutto dai padri, vissuti dalle mogli per natura violenti e incestuosi, nonché determinati da pulsioni sessuali irrefrenabili, affetti da un grado erotico e pulsionale di ferinità.

Una domanda si pone: si trattava di un vissuto traumatico irrisolto delle madri che avevano subito violenza durante l’infanzia o era un dato di fatto storico e culturale legato alla repressione sessuale e all’anaffettività dominante?

In medio stat veritas.

Ricordo che non lasciavano mai in casa le figlie sole con il padre e tanto meno permettevano loro di andare, sempre da sole, nei giardinetti, un luogo classico della pedofilia e dei maniaci sessuali. La guerra miserabile e la miseria morale avevano prodotto un imbarbarimento dei costumi e una tolleranza reverenziale da parte delle donne verso l’universo maschile, contrassegnato da una ferinità che esigeva lo scarico della “libido” al di là delle relazioni di sangue. Il maschio era larvatamente considerato un bruto a cui tutto era concesso e permesso. Anche il “tabù dell’incesto” poteva essere violato e non fungeva da barriera nei maschi in preda al raptus anche di fronte alle giovani figlie.

Stendo un velo pietoso su queste tragedie collettive e contemporanee e torno volentieri da Giglio e dal suo sogno così interessante e variegato.

Si presentano in scena la “massaggiatrice”, la mamma che fa tante carezze rilassanti e rassicuranti specialmente nell’infanzia, “una coppia”, la coppia “edipica”, il padre e la figlia, “l’uomo visto nell’infanzia” e Giglio, la “ragazzina” tanto innamorata e attratta dalla figura paterna: “Giacomo o Jacopo”. Arriva a questo punto la tentazione “edipica” di un legame forte e totale con il padre, ma la madre massaggiatrice, il “Super-Io” di Giglio, provvede a raffreddare i bollenti spiriti del “caffè” con il divieto del “caffè che non fa bene ai bambini”. Il capoverso è denso ma non irto di difficoltà interpretative, per cui lo spiego meglio onde evitare confusioni. La figlia è attratta dal padre, ma la madre pone il suo divieto a un legame morboso con il padre: così ragiona sempre Giglio bambina. In effetti è proprio lei che si è vietato il trasporto globale verso il padre e verso l’universo maschile adulto. Giglio ricorda la sua bambina che tanto sentiva, altrettanto desiderava e quasi tutto censurava. I personaggi sono sempre i tre soliti compari: “io, mammeta e papeta”, per dirla alla napoletana, un dialetto, quasi una lingua, che tanto esprime nel suo tratto universale.

Sono in una camera d’albergo seduta sul letto con mia madre, guardando il telegiornale in tv. Un servizio mostra l’uomo di prima arrestato per pedofilia e si vedono le immagini di lui assieme a molte bambine e adolescenti.”

Il “significato latente”, disoccultato in precedenza tramite l’interpretazione dei simboli, diventa quasi “manifesto”: “mia madre”, l’uomo di prima”, “arrestato per pedofilia”, le “molte bambine adolescenti”. Il “servizio del telegiornale in tv” comporta un raffreddamento emotivo e una istanza censoria compatibile con la continuazione del sogno. Non è da trascurare la gelosia di Giglio nell’attribuire al padre il trasporto affettivo verso le “molte bambine adolescenti”: sentimento della “rivalità fraterna”, scatenato dalla presenza di sorelle o fratelli e anche in assenza di questi immaginato dalla stessa Giglio e attribuito al padre tramite il meccanismo psichico di difesa dall’angoscia della “traslazione”. Giglio si è riconciliata con la madre a cui aveva tolto il marito: “sono in camera d’albergo seduta sul letto con mia madre”. La solidarietà al femminile ricompone il quadro familiare e il padre resta un “fantasma edipico” che aleggia nelle psicodinamiche, oniriche e non, di Giglio. Notate l’anonimato della “camera d’albergo”. Il lettone dei genitori, trofeo ambito di tutti i bambini, sarebbe stato troppo compromettente e smascherante. Questo capoverso spiega il travaglio psicofisico di Giglio bambina nella sua “posizione edipica”.

Ma a cosa serve tanto trambusto universale evolutivo?

La risposta insiste sulla formazione psichica dei figli e, nello specifico, sulla formazione della “organizzazione” dei vissuti e dei “fantasmi” che reagiscono e interagiscono determinando con il vario dosaggio la struttura psichica, la, cosiddetta volgarmente, personalità. La risoluzione della “posizione edipica” implica il passaggio evolutivo alla “posizione genitale” matura e destinata all’investimento sull’altro, alla donazione amorosa che concilia la vita affettiva con la vitalità sessuale. Tramite quest’esperienza contrastata e intima con le figure genitoriali si formano individui caratterialmente e strutturalmente completi. Ma questo viaggio universale è sempre riempito dalle mille caratteristiche individuali e predilige destinazioni particolarmente gradevoli e gradite: i tratti psichici sono variazioni individuali sul tema universale della varia e ampia conflittualità con i genitori.

Inizio a parlare con mia madre e dico di conoscere quell’uomo, lei mi conferma che era un suo amico e di avermelo fatto incontrare, io mi agito e le chiedo diretta se lui abbia abusato di me, lei mi dice “non credo, perché eri molto piccola e non parlavi, a lui piacciono le bambine che parlano”…”

Giglio si riconcilia con la madre al fine di rafforzare la sua identità psicofisica e di viversi al meglio come la bambina evoluta in donna: identificazione e identità. La riconciliazione comporta il riconoscimento della figura femminile materna e del suo ruolo specifico di genitrice e di donna. Durante la pubertà la bambina si stacca dal padre e si avvicina alla madre riconoscendo che “il suo amico” era suo marito, nonché suo padre. Il ridestarsi dei sentimenti e delle sensazioni “edipiche” procura una certa agitazione in Giglio che non trova di meglio che ripescare i suoi desideri e le sue pulsioni di insidia da parte del padre elaborate e vissute quando era bambina. Giglio, in questa difesa estrema dal senso di colpa di aver tanto osato e altrettanto desiderato durante la sua formazione infantile, proietta sul padre la sua pulsione incestuosa e sulla madre la sua responsabilità incestuosa. In effetti, era lei e soltanto lei che desiderava in mille modi quell’uomo, Giacomo o Jacopo in precedenza, e che adesso chiede a se stessa ragione del suo vissuto di uso ed abuso di lei bambina proiettandola sulla madre che avrebbe dovuto difenderla da tanto mostro e da cotanta mostruosità. Non basta tutto questo trambusto sentimentale ed emotivo, Giglio dice a se stessa la sua spiegazione logica: ero infante, ero senza la parola, ero dominata dalle pulsioni e dai bisogni che tendevano al desiderio, ero senza il potere della parola, non avevo il verbo, non avevo il potere di una donna, avevo soltanto l’innocenza di una bambina, non sapevo tradurre i miei vissuti interiori in parole, non sapevo dare parola ai miei “fantasmi”, alle rappresentazioni emotive dei miei istinti, non avevo il fallo del verbo. Di conseguenza, senza il potere della parola mi era impossibile la consapevolezza e la coscienza di me stessa, il “sensus mei” eccedeva la presa di coscienza e la traduzione logica dei miei vissuti edipici e, nello specifico, la trama delle vaste relazioni con mio padre e con mia madre. La “parola” è il potere della comunicazione e della seduzione: “non parlavi e a lui piacciono le bambine che parlano”, le donne adulte che hanno un grado di auto-consapevolezza. Il padre non era incestuoso e gradiva le sue pari, quelle che sapevano conquistarlo con le armi creative del linguaggio. Giglio se la racconta tanto bene che quasi quasi crede a se stessa e si sente nel giusto che più giusto non si può, neanche con il candeggio del super disinfettante in voga. Nel momento in cui Giglio permette al padre di tradirlo con le altre si è liberata dell’ingombro edipico e può procedere verso la sua identificazione psicofisica, si concede di crescere dopo aver superato gli scogli edipici di Scilla e Cariddi e l’illusione di essere una Sirena, la creatura più infelice che l’uomo abbia mai potuto immaginare e descrivere.

Comincio a incazzarmi e disperarmi e le chiedo se mi ha mai lasciato sola con lui, lei mi risponde che è successo, allora io chiedo cosa sa di quella volta…lei mi risponde “so che ti ha accarezzata dappertutto e che non riusciva a entrare ma nemmeno a staccarsi”…”

Ma ancora la misura non è colma, Giglio ha ulteriore bisogno di “catarsi del senso di colpa edipico” e all’uopo è costretta a rispolverare-rivivere la sua contrastata avventura-disavventura con il padre, deve dare alla madre le sue responsabilità, sue di Giglio per intenderci, come si dà a Cesare, meglio si restituisce, quello che notoriamente gli appartiene. Giglio si difende in sogno “proiettando” e “spostando” sulla figura materna la responsabilità “edipica” che lei vive a metà tra la pedofilia e l’incesto, la violenza e l’impeto. La vena erotica si esalta nella rabbia imperante: “so che ti ha accarezzata dappertutto”, la cruda vena sessuale si manifesta in “non riusciva a entrare”, la vena conflittuale e affettiva si evidenzia in “ma nemmeno a staccarsi”. Man mano che Giglio procede nel sogno, il contrasto profondo tra il mondo pulsionale dell’Es e la repressione morale del Super-Io si fa sempre più stringente e struggente. Giglio non riesce a staccarsi dall’attrazione fatale vissuta nei riguardi del padre e l’ambivalenza psichica nei riguardi della madre, una figura importantissima in cui identificarsi per maturare la sua identità femminile senza trascurare i migliori tratti maschili del padre. Prevale in questa “posizione edipica” l’erotismo e la sessualità che normalmente si colpevolizzano tramite la degenerazione in pedofilia e incesto. Giglio sogna che il padre non riusciva a entrare, mantiene una dirittura morale o meglio una difesa dall’angoscia dell’incesto per non risvegliarsi e una resistenza a riesumare nei particolari più scabrosi i suoi vissuti verso la maschilità del padre. L’ambivalenza psichica si colora di affettività quando la figlia non fa staccare il padre immorale che voleva entrare ma non riusciva, padre morale. Il mancato distacco di “non riusciva a staccarsi” ha una valenza affettiva: la figlia non fa staccare il padre perché il suo amore è importante per la sua economia psichica evolutiva.

Inizio un lungo pianto isterico, mi sento schifata e mi allontano da mia madre…esco di lì, ma sono piegata in avanti dal dolore…vado verso il mio fidanzato, non so quale dei due, poi prendo il telefono chiamo F (primo fidanzato) voglio raccontargli, ma riesco solo a piangere in una maniera strana, lui non riesce a capirmi e dopo un po si stanca mi prende in giro e riattacca…”

L’isteria e la scarica purificatrice esordiscono in questo capoverso a testimonianza del quadro dominante di natura e qualità “edipiche”, risalgono ai trambusti profondi e agli sconquassi relazionali che Giglio ha vissuto da bambina e che si è portata dentro maturando in età adulta i tratti psichici erotici e seduttivi, nonché una buona fattura relazionale. Del resto, l’isteria è la conversione di conflitti rimossi a suo tempo e che nel tempo trovano la valvola di sfogo quando una causa occasionale scatena il materiale accatastato e sedimentato. Il sogno è la via maestra per l’emergere dei conflitti psichici e relazionali e di tutto il vissuto dei sensi e dei sentimenti. Giglio “si allontana da sua madre” perché si sente schifata” dal suo vissuto “edipico”, rifiuta e non riconosce la sua naturale “posizione edipica”, per cui allontana la madre e il padre dalla sua scena onirica in quanto responsabili del suo psicodramma esistenziale e relazionale. Giglio è “piegata in avanti dal dolore” come se avesse subito una violenza sessuale, più che per un normale malore possibilmente allo stomaco, nella zona degli affetti, tanto meno per una dismenorrea. Giglio razionalizza la figura materna andando via da lei, ma l’operazione è frettolosa. Il disgusto non è foriero di buone novità. Giglio si è staccata dai genitori risolvendo la “posizione edipica” ed è pronta per i suoi uomini, è disposta alle relazioni mature e adulte. Giglio è cresciuta e si è partorita, “maieutica di Socrate, attraverso la presa di coscienza che la sua vita si incanala verso le relazioni maschili dopo lo spazio concesso al padre e verso le relazioni femminili dopo aver mal digerito la filosofia screditante e spartana della madre. Quest’ultima è stata poco protettiva nell’evoluzione educativa della figlia, almeno così l’ha vissuta, o, meglio ancora, Giglio aveva bisogno di tanto sazio per viversi il padre senza la presenza invasiva della madre che giustamente averebbe recriminato i suoi diritti di proprietà e di esercizio nei riguardi del marito, il padre di Giglio. Quest’ultima non sa che farsene degli uomini, il primo e il secondo, “F” e “il secondo”, figure poco importanti e significative rispetto al padre. La nostra protagonista ha tanto vissuto da bambina e, adesso che è adulta, anche i suoi uomini sono superficiali come la mamma che a suo tempo e, sempre nei suoi vissuti, l’ha lasciata in balia del padre. Questo era chiaramente il suo desiderio. Anche il suo secondo uomo non riesce a capirla, “si stanca, mi prende in giro e riattacca”. Un’ultima domanda seria si pone nel finale di questa lunga decodificazione del sogno di Giglio: “riesco solo a piangere in una maniera strana”, che vuol dire?. Vuol dire che Giglio ha acquisito una maniera diversa di scaricare le sue tensioni. Il pianto è una salutare “catarsi” delle tensioni nervose accumulate. Giglio non piange più come una bambina, adesso si libera come donna. E’ maturata e ha maturata nuove modalità espressive e liberatorie.

Ancora un appunto mi sento di fare: come la mettiamo con il fatto che il primo fidanzato di tutte le bambine del mondo è il papà?

Forse il papà non c’è più e Giglio non può comunicargli tutto il bene che gli ha voluto, un bene completo e fatto di tutto quello che è inesprimibile nella realtà ed esprimibile con naturalezza nel sogno attraverso i simboli e la Bellezza. E’ proprio vero che la funzione onirica è foriera di prosperità estetica mostrando i nostri inconsapevoli capolavori.

Bonne chance, Gigliò!

Mi sveglio facendo versi disperati. Al risveglio ripenso all’uomo, ma non sono più sicura di averlo visto per davvero o lo confondo con un’altra persona.”

In precedenza Giglio piangeva “in una maniera strana”, adesso fa “versi disperati”. Questa donna è proprio sull’orlo di una crisi di nervi o è ancora in piena scarica isterica, si sta liberando delle ultime scorie nevrotiche di qualità “edipica”, è ancora fortemente arrabbiata con la madre e il padre perché l’hanno buggerata e poco protetta nelle disavventure costruttive della sua evoluzione psicofisica. Giglio è in piena teatralità creativa e attira l’attenzione su di sé e sui suoi trascorsi: un classico comportamento dei bambini cosiddetti normali. Insomma, Giglio ha maniere alternative di esprimersi e tenta di farsi capire con le sue personali e creative espressioni. Una bambina incompresa suggella la fine del sogno, ma questo l’aveva già detto. Convergendo ancora su se stessa, Giglio si riprende tutto il materiale che aveva alienato nel padre e tenta di convincersi che forse non l’ha del tutto razionalizzato questo padre così importante e ingombrante. Resta il dubbio di aver messo insieme, “confuso”, il proprio con l’altrui, di aver usato il meccanismo di difesa dall’angoscia dello “spostamento”, della “traslazione” e della “proiezione”. Ma tutto questo è ancora assolutamente normale e naturale. Resta una figlia che ha vissuto un intenso travaglio con il padre e con figure maschili equivalenti. Ho anche pensato che Giglio possa aver subito molestie e violenza durante la sua infanzia, ma anche questo dato è frequente a causa della repressione sessuale della società e della cultura sessuofobica del passato e del presente più che mai.

La verità psichica e fisica di questo sogno è stata depositata nel grembo della dea Giglio e a lei, soltanto a lei, spetta il responso.

IL SOGNO A MATRIOSCA 4

RIASSUNTO DEL TERZO SOGNO A MATRIOSCA

Il sogno a matriosca numero 3 è dedicato alla madre e si conclude con l’incontro e la conferma che restiamo sempre nella psicodinamica della maternità e dell’identificazione al femminile. Persiste pacato il rammarico e la consapevolezza della mancata esperienza e del persistente desiderio di avere un figlio.

Il filo conduttore dei tre sogni a matriosca di Saba è la contrastata dimensione materna. Non resta che analizzare il quarto sogno e trarre gli auspici da questa libera e originale associazione onirica.

TRAMA DEL QUARTO SOGNO A MATRIOSCA

“E vado nel mio quarto sogno, al mare con mia sorella, su un’alta scogliera da cui si vede l’acqua, più limpida sulla riva e più scura al largo.

L’immagine dall’alto è molto bella, c’è una specie di barriera corallina, anche se non ci sono colori ad evidenziarla, ma forme.

Scendiamo velocemente e dico a mia sorella (che solo per quell’attimo è diventata mia madre) che voglio bagnarmi i piedi nell’acqua.

Corro ed entro nel mare, la sabbia è come velluto sotto i piedi, ci sono animaletti simili a piccoli pesciolini vermiformi ovunque e mi piace tanto.

Mia sorella intanto raccoglie granchietti, dice che collezionarli è la sua passione.

Mi stupisco, non lo sapevo. Stiamo bene assieme, esco dall’acqua e le voglio far vedere una torre saracena che sta in alto.

Saliamo, ma la torre è un campanile. Allora le spiego che è perché i cristiani combatterono e vinsero contro i mori e trasformarono la torre in una chiesa.

Lei cerca granchi sulle pareti della torre e io cerco coccinelle.”

INTERPRETAZIONE DEL QUARTO SOGNO A MATRIOSCA

E vado nel mio quarto sogno, al mare con mia sorella, su un’alta scogliera da cui si vede l’acqua, più limpida sulla riva e più scura al largo.”

E siamo fortunatamente approdati al quarto sogno, la matriosca più piccola ma sempre altamente significativa nel suo essere un valido condensato. Si spera di incontrare il tema della femminilità e della maternità al fine di confermare la tesi he i sogni non procedono per salti: anche se cambiano i simboli, non cambia la psicodinamica in ballo. In ogni caso il “lavoro onirico” tratta sempre nel suo spazio e nel suo tempo il materiale psichico che occupa lo stato di coscienza in maniera più o meno consapevole e che viene attivato da una causa scatenante minima occorsa nel giorno precedente.

Andiamo al dunque e al sodo.

Saba chiama nuovamente in scena la “sorella” con la funzione di alleata psichica che permette al sogno di scorrere e al sonno di continuare. La “sorella” è pari pari la “proiezione” di Saba, lo strumento di cui si serve per portare avanti i suoi disegni psichici. Saba si trova “su un’alta scogliera”, in un ambito di netta “sublimazione della libido” senza sensi di colpa nell’immediato e con qualche pendenza nel pregresso. E’ questo il significato della scena che Saba ha costruito: “l’acqua, più limpida sulla riva e più scura al largo.” Il “mare” è simbolo della dimensione psichica profonda, nonché della vita e dell’attività creativa, del deposito vitale dei desideri e delle pulsioni, una zona giustamente oscura e densa di significati. Saba sta contemplando dall’alto la sua dimensione profonda e più o meno consapevole.

L’immagine dall’alto è molto bella, c’è una specie di barriera corallina, anche se non ci sono colori ad evidenziarla, ma forme.”

La bellezza estetica è la sublimazione della “libido” più cruda. Ci mancava la “barriera corallina” in questa parata del sistema psichico difensivo e meno male che “non ci sono i colori” a tormentare gli argini della scogliera, l’acqua scura e l’acqua chiara di cui in precedenza ci siamo occupati. Saba è in piena difesa dal coinvolgimento e dall’investimento delle sue energie più genuine e si è installata “su un’alta scogliera” insieme alla sua alleata sorella o meglio si è raddoppiata per non svegliarsi e per continuare a sognare questo splendido isolamento in cui si relegata con la sua vena estetica e il suo culto della bellezza, ma non la bellezza con la “b” minuscola, la Bellezza con la “B” maiuscola. Saba si rifugia nell’Arte per non vivere la Materia e opera a trecentosessanta gradi con il processo psichico difensivo della “sublimazione”. I “colori”, che “non ci sono”, rappresentano le emozioni e le pulsioni che si sono stemperati in tanta opera di bonifica dell’agro psichico. Le “forme”, che “ci sono”, condensano l’assenza di contenuto emotivo o meglio l’unicità del contenuto emotivo fissato nel sentimento della bellezza, la metodologia estetica del Barocco. Saba e la sorella sono paghe di cotanto freddo natural calcare sotto forma di barriera corallina che le tempeste del mare dal cuore escludono. Ognuno si difende come sa.

Ma da cosa si sta difendendo Saba?

Scendiamo velocemente e dico a mia sorella (che solo per quell’attimo è diventata mia madre) che voglio bagnarmi i piedi nell’acqua.”

Saba è irrequieta, non è una donna qualsiasi, è degna figlia della madre e non si appaga di sublimare, non vive soltanto del Sublime kantiano, sa e vuole concretizzare, imbeversi di materia vivente ed energizzarsi tra maschile e femminile con i suoi “piedi” bagnati “nell’acqua”. “Scendiamo” è simbolo del processo di difesa opposto alla “sublimazione”, la “materializzazione”, il ricorrere alla concretezza della “libido” nella sua accezione più carnale. La “sorella” è l’alleata che consente la discesa in tanta materia e “velocemente”. “ Voglio bagnarmi” rappresenta l’atto consapevole dell’eccitazione volitiva, il desiderio di vivere l’intensità sensoriale ed emotiva del corpo, un’abbondante lubrificazione vaginale. “I piedi” sono simboli fallici che rappresentano il potere maschile dell’incidere e del penetrare, il potere di Afrodite o dell’universo psichico femminile con la seduzione e la perdizione del maschio in una con le strategie mitologiche delle povere e infelici Sirene. “L’acqua” è il classico simbolo della Madre e delle madri, il corredo essenziale del “principio femminile” e di tutte le donne. Il pusillis della questione per l’interpretazione corretta del sogno è la frase messa da Saba tra parentesi e come se fosse un lapsus, “(che solo per quell’attimo è diventata mia madre)”. Saba è in compagnia di una figura materna perché si sta ancora portando dietro la maternità, il “fantasma” di avere un figlio, di realizzare la sua pulsione a procreare e il suo istinto materno. Dalla “sublimazione” alla “materializzazione” si snoda in alto e in basso il viaggio di Saba intorno alla prerogativa classicamente femminile della fecondazione e della gravidanza. Anche la quarta matriosca evidenzia la stessa psicodinamica delle altre tre sorelle maggiori e sicuramente la rappresenta con la ricchezza poetica del contenuto psicofisico. Un figlio è materia vivente e non è un angelo con le ali.

Corro ed entro nel mare, la sabbia è come velluto sotto i piedi, ci sono animaletti simili a piccoli pesciolini vermiformi ovunque e mi piace tanto.”

Saba istruisce un rito propiziatorio e liberatorio, “corro ed entro nel mare”, come se fosse stata bloccata nelle sue capacità di espansione psichica e di investimento della sua “libido”. Saba va verso la vita e la vitalità, investe le sue energie fisiche e mentali, i suoi muscoli e i suoi progetti. Il potere su se stessa e sulla realtà è cresciuto ed è libidico, “velluto sotto i piedi”. Saba si dispone alla gravidanza e a gestire il potere della madre. Gli “animaletti simili a pesciolini vermiformi” son gli spermatozoi che vanno a fecondarla. E il lasciarsi andare a questa invasione vitale è tanto piacevole. Il quadro iniziale della “sublimazione della libido” si è ribaltato e la “libido” in prima persona si è messa al servizio diretto del Genio della Specie senza trascurare il piacere erotico e orgasmico del coito fecondante.

Mia sorella intanto raccoglie granchietti, dice che collezionarli è la sua passione.”

Ecco la “passione” di cui si diceva prima, ecco il godimento della recezione sessuale e dell’orgasmo: “patior” latino si traduce sono affetto e subisco, mi lascio andare al moto naturale del sistema neurovegetativo, mi affido alle sensazioni intense del mio corpo. La sorella alleata, la stessa Saba, è una donna che con la passione ci va a spasso, è disinibita e orgasmica, è attratta dal mettere insieme le sue emozioni e sensazioni senza disdegnare il rischio di rimanere incinta, di raccogliere nel suo grembo dei “granchietti”. Il meccanismo onirico della “figurabilità” in questo caso fa un gran figurone così come viene usato. Il granchietto si avvicina figurativamente al feto nei primi mesi di vita. Comunque e per farla breve, il tema del sogno è sempre lo stesso anche se trattato in maniera diversa e secondo formule estetiche, mistiche, realistiche o surreali. Saba è una donna sessualmente disposta al maschio e alla fecondazione. Eppure qualcosa mi dice che il sogno di Saba va a complicarsi, piuttosto che risolversi in tanto benessere. Chi vivrà vedrà e godrà.

Mi stupisco, non lo sapevo. Stiamo bene assieme, esco dall’acqua e le voglio far vedere una torre saracena che sta in alto.”

Qualcuno penserà che io sono un profeta e invece non è così, sentivo che Saba poteva introdurre ancora con la sua creatività onirica qualche altro tema importante e compatibile con la psicodinamica trattata.

E chi ti arriva?

Il padre in carne e ossa, anzi sotto forma di “una torre araba che sta in alto”. E, del resto, la “posizione edipica” esige che sia il padre la prima figura con cui una figlia si accoppia anche per avere un figlio. Un figlio dal padre è stato desiderato da tutte le figlie che si rispettano e che si possono definire tali. Traduco con dovizie di particolari e chiarezza. Saba sta bene con se stessa e soprattutto con i suoi stupori, le sue cadute della vigilanza e l’abbandono fiducioso alle fantasie e ai ricordi della famiglia, del padre, della madre, della sorella, del tempo dell’infanzia e dell’adolescenza quando maturavano le nespole e le mele. Appena evoluta in donna, Saba ha riscoperto la figura paterna anche perché costretta a riformulare il vissuto edipico per conquistare la sua autonomia psicofisica. “La torre saracena che sta in alto” è da “vedere”, da prendere consapevolezza, il padre è da razionalizzare per sistemarlo nel posto giusto e all’uopo necessita il processo di difesa della “sublimazione”, “in alto”.

E perché è proprio “saracena” questa torre?

Saba rievoca un tratto caratteristico del padre che verte sulle culture arabe e mediterranee. Di più il sogno non dice, almeno per il momento.

Saliamo, ma la torre è un campanile. Allora le spiego che è perché i cristiani combatterono e vinsero contro i mori e trasformarono la torre in una chiesa.”

“Saliamo”, ritorna quella “sublimazione della libido” che nei riguardi del padre e della “posizione edipica” è più che mai indicata e opportuna come difesa dall’angoscia di aver tanto desiderato e tanto osato con il pensiero e la fantasia. Dopo la madre in diretta nel sogno precedente, la terza matriosca per intenderci, adesso tocca alla figura paterna per completare l’opera onirica e il capolavoro estetico. Il padre da mediterraneo e saraceno diventa ebraico cristiano, “trasformarono la torre in una chiesa”, acquista attributi e caratteristiche sempre in linea con il processo di “sublimazione” e non esenti dalla sofferenza e dal martirio, a testimonianza del trasporto affettivo ed erotico della figlia adolescente verso di lui. “Combatterono e vinsero” offre il senso tragico del conflitto intrapsichico a cui Saba si è naturalmente sottoposta con i suoi vissuti nel corso dell’infanzia e dell’adolescenza. Saba archivia il padre con il carisma a lui dovuto e questa è una forma di riconoscimento della figura e di risoluzione della “posizione edipica”.

Lei cerca granchi sulle pareti della torre e io cerco coccinelle.”

Saba cerca i ricordi che la legano al padre e, in particolare, al desiderio dell’infanzia di avere un figlio da lui, “granchi sulle pareti”, e per difesa li attribuisce alla sorella alleata. Saba, di poi, ha cercato il seme giusto per essere fecondata e diventare madre. Chiarisco: il sogno di Saba rievoca il travaglio psichico adolescenziale nei riguardi del padre e il successivo tentativo della donna di diventare madre, presentando un feto abortito e la ricerca degli spermatozoi atti all’ingravidamento. Saba ha incamerato questi vissuti nel corso della sua esistenza e li presenta a se stessa dormendo e sognando.

L’interpretazione del quarto sogno a matriosca si può concludere con questo chiaro e netto richiamo dei temi trattati nel primo sogno.

Il cerchio onirico si chiude mirabilmente.

Buona fortuna!

IL SOGNO A MATRIOSCA 3

RIASSUNTO DEL SOGNO PRECEDENTE

Saba conclude il secondo sogno a matriosca con la piena consapevolezza delle sue psicodinamiche e precisa anche il metodo psicoterapeutico che segue, quello più antico e vicino al Buddismo, la metodologica socratica. Nella prima parte del sogno Saba elabora il suo distacco sublimato dalle psicodinamiche sessuali della maternità e manifesta una soglia di tolleranza della frustrazione molto alta in grazie alla buona ed esibita auto-consapevolezza.

TRAMA DEL TERZO SOGNO A MATRIOSCA

“Esco di casa e sono nel mio terzo sogno, in giro con mia madre rediviva, tornata dal regno dei morti in splendida forma, vestita di rosso, ma sportiva, pantaloni anziché gonna.

È molto attiva, si muove con sveltezza. Ovviamente ha l’ultima età che le è stata consentita, io non posso sapere come sarebbe diventata, quindi la sogno in un tempo immobile, che ora coincide col mio tempo in corsa: ho la sua età di allora o lei la mia di adesso.

Vuole andare in banca a depositare un assegno e mi chiede se di pomeriggio le banche sono aperte.

“Certo, mamma”, le dico. Mi piace chiamarla mamma, al risveglio è una delle sensazioni più appaganti che mi porto dietro.

Le dico che ci rivediamo la sera stessa e me ne vado.”

Saba

INTERPRETAZIONE DEL TERZO SOGNO A MATRIOSCA

Esco di casa e sono nel mio terzo sogno, in giro con mia madre rediviva, tornata dal regno dei morti in splendida forma, vestita di rosso, ma sportiva, pantaloni anziché gonna.”

“Simile simili cognoscitur” sentenziavano gli antichi Romani, i nostri saggi e valorosi progenitori: “il simile si assimila al simile e riconosce il simile”. I Veneti dicono ancora oggi che “la ghianda caduta non va al di là della chioma della quercia”, resta nel raggio della pianta madre. E così nel terzo sogno Saba esordisce con la figura materna e ci presenta una donna in forma e dalle mille variegate sfumature di rosso, il colore della reattività e della vitalità estrema, nonché della rabbia. Saba esce dalla psicodinamica del sogno precedente, la maternità sublimata e la coscienza di sé, per immettersi nelle acque tempestose della figura materna “rediviva”, morta fuori ma viva dentro di lei, e si porta a spasso una madre riesumata dal dimenticatoio, la difesa della “rimozione”, oltre che dal regno dei morti. Saba in sogno elabora la maternità spostandola e condensandola nella madre.

Quale migliore operazione difensiva poteva fare, se non questa per continuare a dormire e a sognare?

In questo terzo sogno la macchina motrice è sempre la stessa dei primi due, la maternità, sia pur con le sfaccettature necessarie all’evoluzione del conflitto vissuto da Saba, che di getto si proietta nella madre e descrive se stessa nell’essere “sportiva” e giovanile e affermativa, “pantaloni anziché gonna”. Saba descrive una “virago”, una donna di potere che ha risolto i suoi conflitti psichici e relazionali con quell’affermatività e quella petulanza che non guastano nel grembo e nella mente di una donna arzilla. Saba si descrive, si piace e si compiace del suo essere femminile nel corpo e maschile nella psiche. Saba descrive una figura androgina molto brillante e mitica, una donna a cui non si raccontano frottole e che non costruisce castelli in aria. La “splendida forma” si attesta proprio in questa vitalità aggressiva e in questo valido pragmatismo; fatti e non chiacchiere.

È molto attiva, si muove con sveltezza. Ovviamente ha l’ultima età che le è stata consentita, io non posso sapere come sarebbe diventata, quindi la sogno in un tempo immobile, che ora coincide col mio tempo in corsa: ho la sua età di allora o lei la mia di adesso.”

Il quadro psicofisico era stato annunciato ed è stato ampiamente descritto in precedenza: “molto attiva e si muove con sveltezza”. La madre, meglio la stessa Saba si vive in sogno “molto attiva” nel fare e pragmatica più degli Inglesi positivisti in “si muove con sveltezza”. Aggiungo che la “sveltezza” è simbolicamente l’abilità mentale nei processi di intuizione e di sintesi. Corpo e mente sono in buona sintonia. Si tratta di attributi che Saba ha prelevato dalla madre durante il processo di “identificazione” per acquisire la sua “identità” psichica di donna abile e capace, non certo di donnetta lessa nel doppio brodo Star. Di poi, Saba passa a precisare le questioni temporali e in ciò denota che il suo sonno è leggero e agitato, la terza fase REM, dal momento che ragiona con la lucidità di una donna in sul primo mattino o dopo aver sorbito una buon beverone di caffè Lavazza. La madre ha l’età che aveva quando è morta, ma non ha l’età degli ultimi istanti vissuti perché Saba la ringiovanisce e la porta alla sua età e completa l’opera di giocare con il Tempo, possibile solo in sogno o nelle fantasie, invecchiandosi all’età in cui la mamma è morta. E’ la stessa tematica che Edmondo De Amicis tratta nella sua poesia dedicata alla madre, che comincia “Non sempre il tempo la beltà cancella o la sfioran le lacrime e gli affanni” per concludere “Vorrei veder me vecchio e lei dal sacrificio mio ringiovanita”. Mi spiego meglio. La madre è nel “Tempo immobile”, mentre Saba è nel “Tempo in corsa”, condividono due modalità del Tempo, lo scorrere evolutivo e lo stare fermo o il “breve eterno”, il Tempo psichico che riporta in vita le nostre presenze interiori. Quello che sta facendo Saba, dopo essersi identificata nella madre, è proprio questo, la madre “viva” dentro di lei e la madre “morta” fuori di lei. La madre “viva” è nel suo “breve eterno” o “Tempo immobile”, la madre “morta” è nello scorrere temporale o “Tempo in corsa”. Si spiega in tal modo “ho la sua età di allora e lei la mia di adesso”. L’identificazione nella figura materna è particolarmente brillante nel sogno di Saba. La presenza è stata importante e l’assenza altrettanto.

Vuole andare in banca a depositare un assegno e mi chiede se di pomeriggio le banche sono aperte.”

Decodificare “l’assegno” nel suo simbolo è determinante per il prosieguo del sogno e per la sua comprensione. “L’assegno” è la traslazione del denaro, il denaro si traduce in potere sessuale, in capacità d’investimento di “libido”, in affermazione sociale e valore femminile in questo caso. Saba rievoca della madre la sua capacità di essere affermativa e di essere una figura reale e concreta più che astratta e carismatica, un donnone con il libretto degli assegni in tasca e sempre pronta a metterci del suo nella rete delle relazioni che intercorrono nella quotidiana pratica esistenziale. La madre vuole andare in banca a depositare un assegno e non sa se le banche sono aperte di pomeriggio: Saba ha potere, ma dubita sui tempi e sulle modalità d’investimento. Saba si è proiettata nella madre e come lei ritiene di essere una donna di gran valore, un donnone, ma, ancora una volta come lei, non sa trovare le occasioni e le condizioni per esternare e rendere oggettivo quel “ben di dio” che si porta addosso in riguardo al corpo e alla mente, nonché alle sue arti seduttive, erotiche e sessuali. Saba sente di avere dentro una banca, un potenziale esplosivo di capitali e di talenti umani, ma, come il vissuto che lei ha della mamma, si vive come una donna sacrificata che non ha realizzato quel che vale e che si è costretta a non investire i suoi valori mobili.

Viva le banche aperte, viva le donne che spendono tutti i loro quattrini non soltanto in balocchi e profumi, ma anche nella piena convinzione del “sapere di sé”, quell’auto-coscienza salvifica che aiuta a investire quintali di “libido” senza alcuna paura e titubanza.

“Certo, mamma”, le dico. Mi piace chiamarla mamma, al risveglio è una delle sensazioni più appaganti che mi porto dietro.”

Anche qui ci sta bene il solito “come volevasi dimostrare” perché Saba rassicura se stessa tramite la mamma sulla possibilità di versare in banca un assegno anche nelle ore pomeridiane. La banca delle virtù e del potere è aperta anche nell’età matura. Saba si consola con la consapevolezza del valore e della dignità di donna matura. La predilezione di “chiamarla mamma” annuncia il bisogno e desiderio della maternità che Saba si sta portando dietro e dentro i suoi sogni a matriosca. Una donna è completa come la mia mamma quando diventa madre. Questa consapevolezza aiuta a vivere e riempie in questo risveglio psichico quello che è mancato a Saba.

Le dico che ci rivediamo la sera stessa e me ne vado.”

Le dico che le voglio tanto bene e vado avanti nella mia vita. Saba congeda la madre temporaneamente e dice a se stessa che la partita si gioca nella sua interiorità dove la figura materna non mancherà, il suo “breve eterno”, e soprattutto non mancherà la piena coscienza di quanto Saba abbia desiderato la maternità e di come abbia sistemato l’assenza di un figlio che l’avrebbe chiamata mamma o maman alla francese. Degno d’interesse il buon dialogo che Saba ha con se stessa: “le dico che ci rivediamo”.

Il sogno a matriosca numero 3 è dedicato alla madre e si conclude con l’incontro e la testimonianza che restiamo sempre nella psicodinamica della maternità e dell’identificazione al femminile. Persiste pacato il rammarico insieme alla consapevolezza della mancata esperienza e del persistente desiderio.

Il filo conduttore dei tre sogni a matriosca di Saba è la contrastata dimensione materna. Non resta che analizzare il quarto e trarre gli auspici di questa libera e originale associazione onirica.

GRAZIE ZIA !

TRAMA DEL SOGNO

“Ho sognato la zia che è mancata a gennaio che, con un aspetto più giovane e in forma, mi dava una piccola scatola dicendo: “Ne ho uno caldo per tutti i parenti”; si trattava di un piccolo panettone.”

Questo e così ha sognato Frisona.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

La “zia” occupa da sempre e massicciamente l’Immaginario collettivo e viene rappresentata come una figura ambivalente, un familiare che non è poi tanto familiare e su cui si possono “spostare”, “traslare” e “proiettare” le pulsioni più disparate e i bisogni di ogni qualità, i propri “fantasmi”, le rappresentazioni primarie dell’infanzia ripescate e rafforzate durante l’adolescenza.

La “zia” appare come un palcoscenico di periferia su cui si può recitare a soggetto in ogni emergenza della vita psichica. Come tutti i “fantasmi” ha una “parte positiva” e una “parte negativa” e si giostra secondo gusto e a volontà nelle varie e variopinte vesti che può assumere un oggetto di per se stesso ibrido e multicolore.

La “zia” è il prolungamento della figura materna e come tale viene investita di virtù e di vizi, di valori e di disvalori, di sacro e di profano, di lecito e di illecito, di principi e di tabù.

La “zia” è un oggetto psichico polivalente e buono per tutte le stagioni della vita, una figura che soccorre il coraggio e la vigliaccheria, l’avventura e la trasgressione, l’amore e l’odio, l’imprevedibile e lo scontato. Spesso manifesta nel teatro delle passioni la veste psichica di una donna sorniona che è abbastanza parente e rasenta la legge del Sangue senza tingere di rosso le pareti della stanza come faceva Riccardo con Margherita.

La “zia” è, quindi, oggetto polivalente d’investimento di “libido”, riduce le angosce e aizza desideri, crea fantasie e desta pulsioni, compensa tutto il precario che si accompagna al senso della vita quando la riflessione traligna nella crisi.

“La “zia” accorre e soccorre di volta in volta e sempre in base ai bisogni psicofisici di chi la invoca prima del naufragio e della necessità di nuotare con le braccia e con le gambe nel gran mare della “storia” personale.

Ed è così che Frisona, una donna importante chiamata mucca pregiata, sogna la “zia” e a lei ricorre per “spostare” e “traslare” il suo piccolo e “caldo panettone” rigorosamente racchiuso in una “scatola” come quelli della rinomata pasticceria “Girlando” in quel di Avola di quel di Siracusa, la città più sporca del mondo dopo i sobborghi di Bogotà e Caracas, la città patrimonio dell’umanità dove le erbe e gli sterpi crescono spontanei e prosperano sui monumenti di qualsiasi età e cultura in grazie ai cittadini e agli amministratori e specialmente sul Barocco.

Bontà universale!

Dimenticavo: anche qualche fico è cresciuto sulla barocca pietra della chiesa della Spirito santo in Ortigia.

Ho sognato la zia che è mancata a gennaio che, con un aspetto più giovane e in forma, mi dava una piccola scatola dicendo:”

Della famigerata “zia” ho detto l’essenziale psichico e simbolico. Ricordo ancora che è un prolungamento della figura materna e che questa “traslazione” consente lo scarico delle pulsioni aggressive, di stampo sadomasochistiche e qualitativamente variabili come il tempo nel mese di aprile, che si sono accumulate nel corso dell’evoluzione e della formazione nei riguardi di una figura così massiccia e presente come la madre. Frisona si rivolge alla “zia” per non disturbare la madre, meglio per non disturbare il suo equilibrio rievocando e appellandosi direttamente alla madre, quella figura deputata alla sua identità femminile e quella persona a cui avrebbe voluto fare quelle mille domande e le altre mille che non sono mai uscite dalla sua bocca.

La “zia” è una nostalgia della “madre” nel caso di Frisona e di maternità si parla in questo breve sogno dal sapore tenero e confidenziale. Il fatto che la zia “è mancata a gennaio” è una perdita depressiva e un lutto che inducono i soliti sensi di colpa del sopravvissuto alla “malattia mortale” e quelli legati alle mancanze e alle omissioni in parole e opere, i peccati mortali della religione cristiana di cui recita ancora oggi l’atto di dolore. La morte della zia rende il sogno carismatico e affidabile, quasi degno di fede, pregno e foriero di una verità che viene da lontano, meglio, dall’Aldilà. Quest’ultimo può essere inteso come la regione psichica profonda di Frisona o come la regione variamente paradisiaca del dopo la morte. Per ingraziarsela la fa rivivere “con un aspetto più giovane” e la rimette “in forma” come nelle migliori tradizioni delle favole e dei racconti popolari.

A questo punto Frisona, la mucca più bella e dolce del mondo, rievoca il suo desiderio di maternità, più che il Natale in famiglia allargata, e lo condensa come una buona crema pasticciera dentro “una piccola scatola”, un dono della “zia” con cui condivide la dimensione psicofisica femminile e un bisogno ancora vivo e pulsante, dal momento che si presenta sulla scena onirica.

“Ne ho uno caldo per tutti i parenti”; si trattava di un piccolo panettone.”

“Un piccolo panettone”, oltretutto “caldo”, non è soltanto un simbolo dell’affettività, dal momento che si tratta di un oggetto che scatena la “libido orale” e il gusto di un dolce appetitoso, ma racchiude un feto da amare con tutta la forza del destino favorevole e avverso, contiene un figlio tanto ricercato e capriccioso. Il “piccolo panettone caldo dentro la scatola” è il vitellino della mucca Frisona, l’oggetto del desiderio materno proiettato nella Provvidenza di una “zia” pronuba come la greca Era o la latina Giunone e prospera come la greca Demetra e la latina Venere. Nell’esperienza vissuta in riguardo alla “zia” da parte di Frisona domina la valenza materna e la prospera possibilità di realizzare il desiderio di diventare madre. La “zia” è buona con “tutti i parenti” e in tal senso acquista i connotati della sacralità legata alla sua persona e alla sua morte: una buona madre e una giusta donna. Ricordo che la simbologia del calore, “un piccolo panettone caldo”, avvalora la vita e la vitalità e consente al dolce impasto di traslarsi in un embrione ben attaccato all’utero di una mucca desiderosa di mostrarsi una donna e una madre degna del regalo familiare e universale di una Madonna laica o di una Dea popolana.

Il sogno di Frisona contiene una nota lieve di ironia nella scelta del nome, una nota e prosperosa mucca della Frisia, e nella formulazione pacata e nostalgica di un passato vissuto in pieno con tutti i colori dell’arcobaleno e senza nulla ferire e con tutto da vivere: una donna che “sa di sé” e anche delle sue aspirazioni non sempre realizzate.

Il breve sogno di Frisona è la sana e composta allegoria del desiderio di maternità.

ALLE MIE ZIE

Morbido amore corvino

con le forme della madre terra

ho conosciuto.

Abbondante amore senza interesse,

senza requisiti,

legame profondo,

il sangue.

Calmo amore che gode della vita,

piacere nelle piccole cose,

in ogni cosa.

Il tempo si dilata e diventa eterno

nella bellezza di questo momento.

A questo amore ho aperto il mio cuore,

ne sono usciti fiori,

petali e foglie delle più belle,

di ogni colore,

ne sono uscita io,

ne è uscito il mio mondo.

Lucia

GLI ALIENI E LA GUERRIERA

TRAMA DEL SOGNO

“E’ estate. Sono vicina a casa mia e sto visitando una grande chiesa su una altura insieme a qualcuno che non vedo. Ne sento solo la voce quando fa commenti sulla bellezza della chiesa.

A tratti è il mio fidanzato n°due, (ho due relazioni), a tratti mia madre e a tratti qualcun altro. Ma non sono tutte e tre le persone presenti. E’ come se si alternassero nel sogno.

Dopo aver percorso all’esterno tutto il perimetro della chiesa (in sogno mi capita sempre di restare solo all’esterno delle chiese) mi soffermo a guardare la vista dall’alto sul lago Maggiore.

Riscendo, (? riscendiamo), a piedi fino all’altezza del lago e io e mia madre questa volta saliamo su una canoa, (secondo sogno con canoa), e prendiamo il lago e poi un fiume che porta alla Svizzera. Io guido la canoa.

Ad un certo punto tiro fuori dal mio zaino un piatto di pasta che ho cucinato per mia mamma, (nel sogno c’è anche una parentesi in cui mi rivedo nella preparazione del piatto di spaghetti allo scoglio) e glielo do da mangiare.

Dopo un po’ mi accorgo, guardando dalla canoa, che i paesi sulle sponde del lago sono allagati. Lo percepisco come un problema, quindi prendo in mano l’azione, lascio mia madre a continuare la gita da sola e scendo nelle strade allagate, ma l’atmosfera è tranquilla con la luce del sole sulle case.

In giro non c’è nessuno. Entro in una casa e salgo al secondo piano come se fossi in autoplay di un video gioco e lì dentro, in un ambiente fresco e oscuro, ci sono delle persone che non riconosco ma so essere mie amiche.

C’è anche una camera con un letto mio e oggetti miei. In particolare ci sono moltissime pietre preziose che appartengono tutte a me, molte incise con disegni di scorpioni e di nasi.

Vado al bagno della mia camera in cui non c’è la porta ma solo una tenda di perline e, mentre mi sto sistemando, intravedo la figura di una ragazza che conosco ed è mia amica, l’unica del sogno, a parte mia madre, che vedo bene in faccia, che sta in piedi ferma nella mia stanza a guardarmi attraverso la tenda. Le dico “Samantha che fai?”, poi muovo un passo per uscire dal bagno e lei mi si butta addosso per aggredirmi.

Sopraggiunge un ragazzo dalla cucina per salvarmi e non so bene che fine faccia Samantha. Mi metto a parlare con questo ragazzo che però è un’ombra, non lo distinguo bene e stiamo un po’ in un abbraccio intimo e io percepisco la presenza del mio fidanzato n°uno che però nel sogno non c’è.

A questo punto salta fuori che c’è un’invasione di Alieni in atto (sogno molto speso gli Alieni ma non mi spaventano, nei miei sogni sono sempre una guerriera) e che essi sono in grado di assumere le sembianze di chi vogliono.

Io mi metto a cercare una pietra in particolare che non salta fuori. E’ una pietra nera con dei puntini azzurri che ha la capacità di curarmi e farmi cogliere l’origine dei problemi.

La cerco invano ovunque dentro la casa insieme a questo mio salvatore, finché non appare un alieno nella stanza ed io lo sconfiggo in uno scontro corpo a corpo.”

Questo è quanto ha sognato Giglio.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

E’ estate. Sono vicina a casa mia e sto visitando una grande chiesa su una altura insieme a qualcuno che non vedo. Ne sento solo la voce quando fa commenti sulla bellezza della chiesa.”

Giglio è nei pressi di se stessa, della “parte psichica” adibita alla “sublimazione della libido”. E’ tempo di nobilitare le proprie pulsioni e di dar loro un fine generoso al fine di non avvertire gli eventuali sensi di colpa destati dal pensiero di essere egoisti e bisognosi. La “chiesa su un’altura” è un rafforzamento simbolico di quanto affermato. “L’estate” aiuta a sentire il calore delle pulsioni e la consapevolezza di una donna che si accompagna al padre: “qualcuno che non vedo”. Questa figura è simbolicamente e universalmente sempre il padre “edipico”, quello con cui non sono stati sciolti i legami ambigui e ambivalenti, le pulsioni seduttive ed erotiche di una bambina che cerca la sua dimensione psichica femminile. Giustamente Giglio ha sublimato a suo tempo la “libido edipica” e si porta a spasso per il sogno il padre in versione di abile commentatore della Bellezza. La figlia riconosce al padre una sensibilità estetica, fatta di tanta ammirazione e di consapevole stupore. Giglio sublima l’attrazione verso il padre per non colpevolizzarsi, ma riconosce nello stesso tempo al padre quella propensione alla Bellezza, “della chiesa” nel caso specifico. Sintetizzo e chiarisco: Giglio riesuma e rievoca la figura paterna e assolve i sensi di colpa legati all’attrazione psicofisica e approfitta della circostanza per mettere in luce la sensibilità al Bello e all’Arte dell’augusto genitore.

A tratti è il mio fidanzato n°due, (ho due relazioni), a tratti mia madre e a tratti qualcun altro. Ma non sono tutte e tre le persone presenti. E’ come se si alternassero nel sogno.”

I conti “edipici” tornano tutti: il fidanzato numero due, la madre o una figura anonima e indifferenziata, sempre un “qualcun altro” dentro, una figura “introiettata” e nel sogno tirata fuori, “proiettata”. Il “fidanzato numero uno” è sempre il padre per tutte le bambine, il “fidanzato numero due” è quello che segue e consegue alla complessità dei vissuti in riguardo alla figura paterna. Poi, arrivano anche gli altri fidanzati, i numero enne, nella speranza che siano tanti per depurare i vissuti “edipici” e scegliere il proprio uomo senza i condizionamenti subdoli dell’infanzia e dell’adolescenza, senza sposare la “traslazione” del padre insomma. Giglio non mette in scena la “triade edipica”, si limita a visitare i singoli protagonisti e li alterna sul palco a simboli dei suoi vissuti e della sua evoluzione psicofisica, dall’infanzia all’età adulta. Degna di nota è la poligamia di Giglio, “(ho due relazioni)”, la sua naturalezza a vivere il maschio senza i limiti imposti dalla Morale pubblica, il “Super-Io” collettivo, e dal suo “Super-Io”, la sua istanza psichica censoria. Giglio manifesta una disinibizione nella gestione delle relazioni amorose, affettive e sessuali, a testimonianza della sua capacità di alternare nella vita, non soltanto nel sogno, situazioni di coppia varie e variopinte. La caratteristica si spiega con una riduzione dell’investimento di “libido” nei suoi uomini e del coinvolgimento amoroso. Insomma, Giglio non s’innamora abbastanza o teme di legarsi troppo e per questa paura si difende da quello che lei vive come un coinvolgimento minaccioso della sua autonomia. Il prosieguo del sogno darà le ragioni di questa nota caratteristica della protagonista. Possibilmente c’è ancora un ristagno “edipico”, per cui Giglio non si è evoluta degnamente nella “posizione psichica genitale” e non investe appieno le sue energie e i suoi sentimenti secondo le naturali norme della disposizione donativa e della generosità altruistica, della “comprensione” e dell’abbraccio psichico dell’altro.

Dopo aver percorso all’esterno tutto il perimetro della chiesa (in sogno mi capita sempre di restare solo all’esterno delle chiese) mi soffermo a guardare la vista dall’alto sul lago Maggiore.”

Il processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido” non trova Giglio disponibile al cento per cento dal momento che percorre “tutto il perimetro esterno della chiesa”, non entra nel tempio sacro per depositare le sue cariche istintive e le sue pulsioni in attesa di essere purificate dalla grazia della Psiche. Giglio è una donna che non si coinvolge del tutto nelle operazioni di recupero e di rimessa in atto del vietato e dei tabù. Giglio salta di palo in frasca e travalica dalla “sublimazione” alla contemplazione estetica, anzi predilige tranquillamente quest’ultima e trova nella Bellezza la risoluzione idonea e congrua. Giglio sente il bisogno di “catarsi” dell’illecito e della colpa, ma fa tutto a metà e si ricovera sempre in “alto”, nel culto della madre che ristagna, il “lago Maggiore”. Dal sacro passa con disinvoltura all’umano, dal carisma alla concretezza estetica. Giglio le sta provando tutte le operazioni di ripulitura di eventuali traumi o fantasie, di pulsioni e desideri. Predilige non investire totalmente su azioni che nella Borsa del sacro hanno un valore, mentre nella Borsa dell’umano presentano una vitale consistenza. Vediamo dove procede dopo questo preambolo introduttivo.

Riscendo, (? riscendiamo), a piedi fino all’altezza del lago e io e mia madre questa volta saliamo su una canoa, (secondo sogno con canoa), e prendiamo il lago e poi un fiume che porta alla Svizzera. Io guido la canoa.”

Dopo il “qualcuno che non vedo” del primo capoverso, decisamente decodificato come la figura paterna, ecco che si presenta in tutta evidenza e in pompa magna la figura molto importante nella formazione psichica di Giglio, la madre. A quest’ultima la figlia associa il processo psichico di difesa della “materializzazione” e il principio annesso della “realtà”. Giglio ama la concretezza e si è tenuta a fianco della “chiesa”, non è entrata nel luogo del sacro e della censura morale, ha preso atto e ha apprezzato l’aspetto culturale, filosofico ed estetico, La compagnia era la figura del padre. Adesso arriva la madre e la materia vivente, il “lago”, e Giglio si sente alla sua “altezza”, si è ben identificata nella madre durante la sua formazione ed evoluzione psicofisiche, per cui va da sé che ci sia la “canoa”, il grembo, la culla anatomica adibita alla sessualità e alla maternità. “Saliamo sulla canoa” attesta “l’identificazione” nella madre che ha portato Giglio a maturare nel tempo la sua “identità” femminile. Il padre non si è evidenziato abbastanza semplicemente perché è la figura conflittuale della “triade edipica” ed allora Giglio per difendersi non gli ha dato un volto e l’ha lasciato nell’anonimato. Guardate che bel quadretto al femminile: madre e figlia in canoa sul lago. Questa è una buona e originale allegoria con il rafforzamento dei simboli femminili, “lago” e “canoa”, ma Giglio non dimentica il padre e allora se lo porta dietro sotto forma classica del “fiume”. Non dimentica nemmeno di essere lei la protagonista della sua femminilità e si mette alla guida della sua “canoa” in buona e completa compagnia “edipica”. Ritorna la figura paterna in veste simbolica a testimonianza di una delicatezza e paura verso la figura maschile. E allora andiamo in “Svizzera”, il luogo simbolico delle libertà e dell’autonomia.

Che Giglio stia risolvendo la sua “posizione psichica edipica”, la sua relazione conflittuale con i genitori, e stia maturando la sua autonomia psichica riconoscendo il padre e la madre e risolvendo le pendenze maturate nel corso della vita?

Chi vivrà vedrà.

Ad un certo punto tiro fuori dal mio zaino un piatto di pasta che ho cucinato per mia mamma, (nel sogno c’è anche una parentesi in cui mi rivedo nella preparazione del piatto di spaghetti allo scoglio) e glielo do da mangiare.”

La figlia dispensa amore per la madre. Dal suo grembo, lo “zaino”, il luogo della femminilità e della “genitalità”, Giglio partorisce da sola e senza aiuto dell’ostetrica, “tiro fuori”, tutti gli affetti possibili nei riguardi della figura materna, “un piatto di pasta che ho cucinato per mia mamma”, tutto l’amore verso la madre. Questa operazione di riconoscimento e di riconoscenza avviene con una preziosa nota narcisistica, “mi rivedo nella preparazione del piatto di spaghetti allo scoglio”, una pietanza non da morti di fame o da profani, oltretutto condita con tutto il trasporto affettivo di una figlia che si prende cura della madre dopo averla riconosciuta come la sua origine e la sua identità femminile: “glielo do da mangiare” e “io guido la canoa”. Degna di nota è l’assenza della stessa premura nei riguardi del padre, che, pur tuttavia, è presente in forma traslata e anonima. Ricapitolando: Giglio sviluppa in sogno la sua “relazione edipica” e mostra di averla superata, soprattutto in riguardo alla madre. Il padre resta una mina vagante nel mare psichico della formazione evolutiva della protagonista. Con la madre Giglio ha assunto un atteggiamento di cura e premura che si può definire “adozione”, una forma concreta e massiccia di “libido genitale” sublimata. La figura sacra della madre viene investita di affetti e atti che attestano riconoscimento e gratitudine.

Dopo un po’ mi accorgo, guardando dalla canoa, che i paesi sulle sponde del lago sono allagati. Lo percepisco come un problema, quindi prendo in mano l’azione, lascio mia madre a continuare la gita da sola e scendo nelle strade allagate, ma l’atmosfera è tranquilla con la luce del sole sulle case.”

Giglio rievoca il momento della sua evoluzione psicofisica in cui ha operato il distacco dalla madre e ha risolto la sua dipendenza psichica dal momento che aveva ampiamente accettato e razionalizzato la sua identità femminile. Trascorso il periodo dell’identificazione e superato il bisogno di adottarla accudendo i bisogni di lei e prendendosi una cura speciale della sua persona, risolta questa benefica e matura operazione umana, Giglio riacquista la sua autonomia e indipendenza dal momento che “i paesi sulle sponde del lago” erano “allagati”. Giglio percepisce “come un problema questo trasporto e “prende “in mano l’azione”, le redini della sua vita “per continuare la gita” della sua vita “da sola”. In questa presa di coscienza dei vissuti complessi nei riguardi della madre Giglio razionalizza che non ha subito alcun danno e che la “razionalizzazione” di questo rapporto speciale con la madre è stato positivo e costruttivo al massimo, dal momento che ha apportato la tranquillità dell’animo, una forma di “atarassia” individuale da completamento d’opera e da scelta di se stessa dopo il periodo di dipendenza a vario titolo, o perché bambina o perché moralmente portata al sollievo dell’augusta figura materna. Traduco meglio e pari pari: Giglio, del tutto consapevole della sua femminilità e della sua persona, “guardando dalla canoa”, dopo aver temuto di aver corso il rischio di dipendere dalla madre, riacquista la sua autonomia psichica e vive la sua vita di donna e di femmina senza alcun turbamento e con tanta consapevolezza. Meglio di così non poteva andare.

In giro non c’è nessuno. Entro in una casa e salgo al secondo piano come se fossi in autoplay di un video gioco e lì dentro, in un ambiente fresco e oscuro, ci sono delle persone che non riconosco ma so essere mie amiche.”

Giglio è con se stessa, in dolce compagnia di se stessa e della sua autonomia psicofisica. Giglio ha risolto i legami di figlia nei riguardi della madre e ha provveduto al suo accudimento: “in giro non c’è nessuno”. La figlia ha riconosciuto la madre dopo averla onorata e odiata e non è rimasta schiava e sola in questa improba controversia sull’identità e sul possesso dei beni affettivi. Sul padre il discorso è sospeso e la figura del genitore vaga come le mine nei mari durante il tempo di guerra in cerca della nave su cui esplodere. Giglio rientra in se stessa e per la precisione nella “sublimazione narcisistica del suo Io”, nel luogo riservato all’auto-gratificazione e all’auto-compiacimento, per rivivere i momenti di questa sua crescita personale. Giglio si ripensa come persona compiuta, ma non riconosce nella sua dimensione relazionale alcune figure o “parti psichiche di sé” che ancora aspettano una risoluzione congrua. Ritorna questa tendenza di Giglio all’incompiuta con alcune “persone” e con alcune esperienze della sua vita dove avrebbe voluto essere più decisa e incisiva. Si accontenta di un “autoplay” che si riduce a un “autoreplay”, a un rivedersi e a un riconsiderarsi narcisistici che lasciano l’amaro dell’incompiuta in bocca. Purtuttavia, ha il buon senso di ritenere “amiche” queste persone e manifesta quell’ottimismo non esagerato che non guasta, se confrontato con il pessimismo bieco della disperazione e del rancore di chi avrebbe voluto cambiare le carte in tavola. Tra le persone ci mettiamo d’ufficio il padre. Vediamo dove si dirige Giglio nel suo sogno. Adesso è ferma in una Svizzera calvinista e protestante, isolata e libera, ligia al dovere e alle leggi morali, ricca di buona cioccolata e di emmental, di orologiai e di orologi, di cucù e di mucche viola.

C’è anche una camera con un letto mio e oggetti miei. In particolare ci sono moltissime pietre preziose che appartengono tutte a me, molte incise con disegni di scorpioni e di nasi.”

Giglio entra nell’intimità, nel personale, nel privato, nel proprio. La “camera da letto” condensa i vissuti interiori e indicibili, quelle “pietre preziose” che riguardano soltanto Giglio e nessun altro, la sua sfera anatomica e sessuale da non condividere e da stimare con grande perizia, i vissuti intimi e le esperienze erotiche che vertono sul versante sessuale maschile come i “disegni di scorpioni e di nasi”, una vasta gamma di simboli fallici, fecondanti al negativo i primi, penetranti con decisione i secondi. Lo “scorpione” rappresenta simbolicamente il pene che emette lo sperma temuto dalla donna che ha una tosta fobia della fecondazione e della gravidanza, mentre il “naso” condensa l’invadenza del pene e le sue ben note competenze erotiche e sessuali. Tra “pietre preziose” femminili e “scorpioni e nasi” maschili Giglio si compiace narcisisticamente delle sue doti erotiche e delle sue qualità sessuali, nonché delle sue paure e delle sue fobie, estendendo questi “oggetti” ai suoi ricordi sotto la forma di amuleti che esorcizzano l’angoscia di fecondazione e di gravidanza. Si conferma sempre con maggiore evidenza quel sano “narcisismo” che si snoda a metà tra l’amor proprio e il culto di sé. Non è da meno il senso del possesso e i due fidanzati con la loro umana gestione. Giglio è una donna che si compiace del suo potere erotico e sessuale, una femmina che sa gestire il maschio di turno. Il suo “narcisismo” prevale sulla “genitalità” di un sentimento d’amore donativo. L’evoluzione psichica di Giglio oscilla tra la “posizione edipica” e la “posizione narcisistica” e trascura la “posizione genitale”. Decisamente è una donna che non si innamora follemente di un uomo, è una donna che avanza con giudizio e temperanza verso gli investimenti sugli altri, è una donna che si compiace delle sue capacità, è una donna che ha due uomini e oltretutto generici e anonimi, uomini senza qualità.

Vado al bagno della mia camera in cui non c’è la porta ma solo una tenda di perline e, mentre mi sto sistemando, intravedo la figura di una ragazza che conosco ed è mia amica, l’unica del sogno, a parte mia madre, che vedo bene in faccia, che sta in piedi ferma nella mia stanza a guardarmi attraverso la tenda. Le dico “Samantha che fai?”, poi muovo un passo per uscire dal bagno e lei mi si butta addosso per aggredirmi.”

Il passaggio dalla zona intima degli affetti speciali e dei segreti pensieri alla zona erotica e sessuale è breve, del resto come sempre e come giusto. Giglio si era imbattuta in precedenza nei suoi gioielli femminili e nei suoi trofei maschili, le “pietre preziose” e gli “scorpioni” e i “nasi”, adesso va proprio in “bagno” dove, oltretutto, “non c’è la porta, ma solo una tenda di perline”, si coinvolge direttamente con il suo corpo e i suoi bisogni, “mentre mi sto sistemando”. La disinibizione narcisistica della donna ritorna venata di esibizionismo e di competizione al femminile, “intravedo la figura di una ragazza che conosco ed è mia amica”, una figura equiparabile alla madre in quanto oggetto di presa di coscienza. Giglio “sa di sé” attraverso la madre e l’amica, “sa di sé” come donna e come corpo perché si è identificata nella prima e ha assunto identità psicofisica tramite la seconda, l’altra da sé, una persona che esiste nella realtà esterna, ma che, a tutti gli effetti, è l’immagine di sé, il fantasma del suo corpo, la rappresentazione primaria dei suoi desideri e bisogni di bambina che si accinge a evolversi in donna. Questa “amica” la spia nella sua intimità, questa “parte psichica di sé” è in conflitto con l’immagine globale che Giglio ha maturato nel corso della sua evoluzione psicofisica. Samantha è la controfigura di Giglio, quella che si assume la parte aggressiva e che aggredisce, meglio si auto-aggredisce, quella che non si piace e che non si è mai piaciuta, quella “parte psichica di sé” che si schiera per il sacro e odia il profano o viceversa, la “parte psichica oppositiva” di Giglio rivolta contro se stessa, la parte “sadomasochistica”, quella che fa male e subisce il male. Giglio conosce molto bene se stessa “Samantha” e la madre. E’ proprio vero, perché sono i personaggi e le figure che la riguardano in prima persona, sono “l’introiezione” e la “proiezione” della madre e di se stessa nella versione non gradita e rifiutata, quella parte che non piace e che non si accetta. Qualcosa della sfera intima e privata del corpo e della mente non va proprio giù a Giglio e in questo modo ricorre a Samantha per evidenziare questa suo conflitto intrapsichico.

Ma cosa scarica Giglio su Samantha?

Quale materiale psichico traumatico Giglio addossa alla povera Samantha?

Importante continuare a vivere per sapere anche questo.

Sopraggiunge un ragazzo dalla cucina per salvarmi e non so bene che fine faccia Samantha. Mi metto a parlare con questo ragazzo che però è un’ombra, non lo distinguo bene e stiamo un po’ in un abbraccio intimo e io percepisco la presenza del mio fidanzato n°uno che però nel sogno non c’è.”

Giglio scarica su Samantha tutta l’aggressività incamerata nell’evoluzione della sua “posizione psichica edipica”, della sua conflittualità ambivalente nei riguardi del padre e della madre, della sua psicodinamica evolutiva in riferimento ai genitori. Samantha condensa gli affetti legati alla “parte negativa” del “fantasma della madre”, quella che censura e impedisce i vissuti affettivi nei riguardi del padre, la figura in cui si è in qualche modo costretta a identificarsi per acquisire la sua identità femminile, quella che limita e vieta, la madre che impone i tabù e istilla il “Super-Io” sostituendosi al padre. Ricapitolando, Giglio sta sviluppando in sogno l’iter e la risoluzione della sua “posizione psichica edipica”, sta riesumando una tappa altamente formativa della sua evoluzione e mostra chiaramente la conflittualità ambivalente nei confronti della madre e dispone in discrezione il padre come figura importante e in parte rimossa nel suo “fidanzato n°uno”, come si diceva ampiamente nei precedenti iniziali capoversi. Mostra, inoltre, il suo distacco risolutivo nei riguardi della madre lasciando che prosegua la gita in Svizzera e riaggancia il padre nella figura del fidanzato n°uno di cui percepisce la presenza mentre sta in intimità con il nuovo ragazzo che la salva dalle grinfie di una invadente e aggressiva Samantha di cui non sa bene la fine che fa. Ricapitolando ancora e meglio di prima: Giglio si stacca dalla madre attraverso l’affidamento a un uomo, “il ragazzo che sopraggiunge dalla cucina” ossia dalla zona degli affetti condivisi e da condividere. Purtroppo, questo “ragazzo” seduttivo è evanescente, è “un’ombra”, viene dal suo Profondo psichico, dall’aldilà subcosciente, emerge dai suoi desideri di bambina e di adolescente e si porta sempre dietro la figura del padre, la prima ombra del fidanzato n°uno, quello che ancora non sa riconoscere come figura formativa della sua femminilità e delle sue arti erotiche e seduttive. Giglio “percepisce una presenza” come nei migliori film gialli, un fidanzato che in qualche modo tradisce e di cui dispone le fila. Proprio vero che il primo amore non si scorda mai e non si sposa. Giglio sta in intimità con un ragazzo “ombra” che la salva dalle grinfie della madre: questo ragazzo è l’erede della prima ombra, il padre. Quest’ultimo ha contribuito nell’economia psichica di Giglio alla formazione della strategia di approccio all’universo psicofisico maschile.

A questo punto salta fuori che c’è un’invasione di Alieni in atto (sogno molto speso gli Alieni ma non mi spaventano, nei miei sogni sono sempre una guerriera) e che essi sono in grado di assumere le sembianze di chi vogliono.”

Ah, gli Alieni!

Ah, l’alienato, tutto quello che volevamo vivere di noi e non abbiamo fatto nascere in noi!

Ah, i mille personaggi in cerca d’autore che non siamo e che sappiamo ben interpretare per difesa dal coinvolgimento con gli altri!

Spuntano le difese sociali di Giglio. Scendono dall’astronave alla moda gli Alieni, arrivano i modi di essere e di esistere che la protagonista voleva incarnare e che per l’angoscia dell’indeterminato ha lasciato andare nell’evanescenza del Nulla e del “non se ne fa niente”. Gli Alieni “sono in grado di assumere le sembianze di chi vogliono”, hanno capacità mimetiche e mistificatorie, sono dei grandissimi bugiardi e non dicono mai la verità del “chi sono” e del “cosa vogliono”, sono degli impostori e degli imbroglioni di vasta portata che inquinano la società. Questa è la versione negativa dell’umana capacità psichica di empatia e di simpatia, di partecipazione e condivisione. Questa è la “parte psichica negativa” del “fantasma dell’altro”, quella che mi inganna e mi porta via sempre qualcosa e a cui non bisogna rivolgere la parola e addirittura affidarsi, questo è lo Straniero di Camus, la parte straniera di noi stessi che abbiamo definitivamente debellato criminalizzandola per paura e su suggestione dei nostri incauti e superficiali genitori. E così Giglio è cresciuta “guerriera” per difendersi da se stessa, dalle sue giuste paure e dalle altrui ingiuste angosce. La mamma istilla, suggerisce, mette dentro il cuoricino della bambina a mo’ di insegnamento i suoi traumi di donna adulta e le sue esperienze andate a male come il latte fresco di giornata il giorno dopo. Il padre c’è e non c’è, il padre ha fatto meno danno, il padre è rimasto nel limbo delle figure da salvare per amore indicibile, mai detto, mai profferito. Una Giglio censurante e oltremodo “superegoica” mostra in questo siparietto finale i suoi tabù, i suoi divieti, i suoi “verboten”, le sue difese inutili verso il resto del mondo e proprio quando le aperture all’esterno sono costruttive e necessarie per una giusta evoluzione psicofisica. E’ come se Giglio andasse contro corrente e si rinchiudesse nel mondo di Narciso per non coinvolgersi con i fidanzati n°tre, n°quattro, n°cinque, n°enne. “Giglio nei sogni è sempre una guerriera”, ma sicuramente è arrivato il tempo di far riposare questa “guerriera” dopo tanto inutile stress. Ben vengano gli Alieni a portare la loro buona novella se serve a “sapere di sé”, a una migliore autocoscienza. Giglio non deve combattere contro se stessa e le sue produzioni psichiche innovative ed evolutive, contro i suoi “Alieni”, non deve alienare il suo prodotto psichico interno lordo per paura di coinvolgersi nelle stranezze di una vita alla grande e spericolata. Gli insegnamenti della mamma e i silenzi del padre devono lasciare il posto alla normalità dell’anormale, alla convivenza con gli Alieni dentro e fuori, alla condivisione delle esperienze e delle avventure.

Io mi metto a cercare una pietra in particolare che non salta fuori. E’ una pietra nera con dei puntini azzurri che ha la capacità di curarmi e farmi cogliere l’origine dei problemi.”

Giglio sa di non stare bene e di avere bisogno di una cura che verta sulla consapevolezza delle cause dei suoi mali, “l’origine dei problemi”, una psicoterapia psicoanalitica che, risalendo per libere associazioni alle esperienze significative della sua vita, le dia quell’equilibrio e quella sicurezza insieme a quella tranquillità dell’animo che non guasta mai come lo zucchero nel caffellatte dei bambini. E allora Giglio tira in ballo la sua bambina dentro e il suo pensiero magico, i “processi primari” che che usava nell’infanzia e che si chiamavano con una sola parola la “Fantasia”, il pensare per allucinazioni e per fantasmi, l’andare contro il “principio di realtà” a favore del “principio del piacere”, l’esaltare le pulsioni e abolire i divieti, tira fuori il suo Harry Potter e la sua “pietra” filosofale “nera con dei puntini azzurri”, quella che ha la capacità taumaturgica della presa di coscienza, della riflessione su se stessa e sugli eventi della propria formazione ed evoluzione: il possesso mentale delle cause. Giglio estrae dal suo cilindro di prestigiatrice la magia, per arrivare alla “interpretazione” e alla “razionalizzazione” delle cause insieme al suo analista, al suo “salvatore”, che, come Ermes, comunica la volontà degli dei ai mortali. La magia è una pratica antichissima che ha il sapore dell’eternità semplicemente perché è la prima forma mentale di tutti gli infanti, di tutti coloro che sono ancora senza parola ma pensano e pensano tanto e di tutto. La Magia si basa sul meccanismo di difesa dall’angoscia dello “annullamento”, che si attesta nella conversione accettabile e gestibile dell’angoscia attraverso il rito, attraverso l’esorcismo di un divieto. La Magia si basa sul meccanismo di difesa dall’angoscia dello “spostamento” attraverso la costruzione del “feticcio”, la “pietra nera con dei puntini azzurri”, quella “che non salta mai fuori” e che esiste da qualche parte del culo del mondo, quella che, semplicemente usando la Ragione” deterministica, arriva alla “atarassia” per la via preferita dalla Cultura occidentale, la “razionalizzazione”, il meccanismo principe di difesa dall’angoscia che non è mai abbastanza, a conferma dell’umana debolezza che connota la creatura privilegiata di Dio o di Madre Natura, l’uomo, il solo animale vivente che soffre della malattia mortale, che è malato della consapevolezza della fine, della coscienza della morte e dell’assurdità della vita che si conclude nel niente. Eppure Giglio ritorna bambina e rispolvera il suo pensiero magico per risolvere le sue angosce. Vediamo la conclusione di questa lunga cavalcata nelle praterie psichiche durante il sonno, nel pensiero del sonno, il sogno.

La cerco invano ovunque dentro la casa insieme a questo mio salvatore, finché non appare un alieno nella stanza ed io lo sconfiggo in uno scontro corpo a corpo.”

Giglio cerca “invano” la sua “kaba”, la pietra nera della sua religione psichica “dentro la sua casa” psichica insieme al suo “salvatore”, ed ecco che appare un “alieno”, un trauma, un non vissuto, un fantasma, un conflitto, una semplice fantasia o un semplice fatto, su cui Giglio insieme al suo salvatore analista può esercitare e far pesare la forza della Ragione e della “razionalizzazione”. Inizia lo scontro corpo a corpo con se stessa e in particolare con quelle “parti di sé” che si sono opposte alla sua integrità e armonia psichiche, gli Alieni per l’appunto, che aspirano a essere capite e riassorbite nel tessuto connettivo di un Corpo fatto di carne e ossa e di una Mente fatta di fantasmi e di ragionamenti. Alla fine del tragitto e dei tanti conflitti a Giglio resterà l’ultimo combattimento, la risoluzione del “transfert” esperito verso il suo analista, la liquidazione del vissuto emotivo e affettivo maturato nel corso del viaggio insieme al suo navigatore al fine di acquistare definitivamente la sua autonomia psicofisica.

E’ possibile tutto questo?

Decisamente “non potest” e “non possumus”, ma tentar non nuoce. Non è possibile liquidare relazioni e vivere da soli, a meno che non ci si trovi nel carcere della follia. E allora ben vengano le dipendenze e tutti i tentativi di liberazione che nel corso dell’esistenza intentiamo contro e a favore di noi stessi.

Il sogno di Giglio merita ulteriori riflessioni, ma si può concludere qui.

Buon viaggio!

DALLA BOCCA … NESSUN SUONO

TRAMA DEL SOGNO

“Andavo a fare una camminata. Il tempo era nuvoloso, le strade erano bagnate perché aveva appena piovuto.

In un punto un fosso era straripato.

Ho proseguito preoccupata, ma ad un certo punto l’acqua saliva dappertutto inondando la strada.

Ho cominciato a correre verso casa impaurita.

Sentivo, però, che qualcuno mi stava inseguendo. Quando mi sono voltata indietro, un uomo alto mi ha afferrato stringendomi.

Terrorizzata ho provato a urlare, ma dalla bocca non usciva nessun suono.

Mi sono svegliata urlando.”

Miriam

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Domanda: chi di voi non ha mai sognato, anzi, non ha mai vissuto l’incubo di essere inseguito, di essere afferrato, di essere terrorizzato e di urlare senza emettere alcun suono?

La risposta è la seguente: tutti abbiamo fatto questo sogno.

Altro giro e altra domanda: chi di voi non si è mai svegliato gridando?

La risposta è la seguente: tutti ci siamo svegliati gridando.

Il sogno di Miriam, incubo incluso, è universale semplicemente perché è il prodotto psichico classico della “posizione psichica edipica”, della conflittualità con i genitori, della competizione con la madre e della seduzione del padre per quanto riguarda la figlia, della competizione con il padre e della conquista della madre per quanto riguarda il figlio. Universalmente siamo figli di padre e madre. I Latini dicevano che “mater semper certa est, pater nunquam” in grazie alla gravidanza e al parto e ammiccando sulla correttezza seduttiva e operativa della madre. Anche in assenza di padre e madre avviene il miracolo “edipico”, una “posizione” psichica evolutiva e altamente formativa. Essa viene vissuta ed elaborata dai quattro anni in poi e si trascina per quasi tutta la vita con alterne vicende tra l’onore, l’amore, il riconoscimento da portare ai genitori. Il bambino andrà dagli Appennini alle Ande per ritrovare l’amato Bene di una Madre, così come la bambina non sarà e farà da meno senza ricorrere a tanti trasferimenti orografici e allo spreco di tante utili energie.

Andiamo avanti con l’interpretazione del sogno di Miriam, meglio, con l’interpretazione del sogno di tutti quelli nati da madre e padre sotto la volta celeste.

Andavo a fare una camminata. Il tempo era nuvoloso, le strade erano bagnate perché aveva appena piovuto.”

Miriam cammina e fa camminate, vive e osserva la vita. Questa donna è una fine indagatrice di se stessa e del mondo che la circonda, dei suoi umori e delle sue risoluzioni. Miriam non sta vivendo una buona contingenza esistenziale e la sua capacità introspettiva non l’aiuta, anzi le rema contro, così come la sua abilità a leggere gli altri e i segnali della gente non la sostiene nel verso auspicato. Le nuvole coprono il sole e offuscano il cielo: la lucidità mentale è in crisi. Non sempre si può e si deve ragionare e, allora, ben venga la pioggia che bagna “le strade” e le connota al femminile. Chi cammina cerca e anche con il cattivo tempo si possono fare eccezionali scoperte. Quando il sole è coperto, Miriam procede verso gli eventi che prepara e costruisce. Pensiero e azione si coniugano in lei in maniera proficua, come nell’azione sovversiva di un affiliato alla Giovine Italia. Aggiungo per amore della pace che la creatività non manca nel crepuscolo dei figli degli dei, gli uomini.

In un punto un fosso era straripato.”

Tanta madre tracima dal Profondo psichico, emerge dagli argini del canale fino a straripare: tanta madre e tanta femmina, tanta madre e tanta femminilità. Il sogno di Miriam si orienta verso l’esaltazione univoca dell’universo femminile ed eccede nell’allagamento del terreno circostante imbevendo le zolle di un’energia “genitale”. Dentro Miriam si profila la figura materna ed emerge con tutta la sua naturale energia inondando la personalità, i modi della donna e le modalità femminili. Da qualche parte e all’improvviso le scappa la mamma, a suo tempo introiettata per bisogni di identificazione psichica, e si profila la consistenza di un’operazione difensiva, sempre a suo tempo, salvifica: “io sono come la mia mamma e posso andare nel mondo con i miei connotati precisi e gentili”. Di tanta madre si vive, di troppa madre si muore: energia e identità si scontrano con la necessità dell’autonomia psicofisica.

Quante madri hanno ingabbiato le figlie?

Tantissime.

Trascuro il tragico risultato in riguardo ai figli, perché meriterebbe un trattato di ottocento pagine.

Ho proseguito preoccupata, ma ad un certo punto l’acqua saliva dappertutto inondando la strada.”

La vita va e avanza con l’energia e la finalità che ogni figlia ha succhiato dal seno materno e ha maturato nel corso delle esperienze e dei travagli occorsi. La preoccupazione è a metà affanno e desiderio in una cornice d’attesa. Miriam sente la madre “dentro” venire “fuori” con quella forza che necessita al fine di essere utile. La figlia acquista la progressiva consapevolezza di quanto a suo tempo si è “imprittata” della figura materna, di quanta madre ha ingoiato e di quanta madre ha vomitato man mano che il prosieguo del cammino della vita si intervallava con le camminate della riflessione. Miriam “sa di sé” proprio in riferimento alla figura materna in un momento significativo e particolare della sua vita e della vita di lei. La sua vita è invasa dalla madre proprio quando quest’ultima offre il destro per l’impugnazione della causa di fronte al tribunale dei diritti delle figlie bambine. E Miriam risponde da perfetto avvocato che sa difendere le sue cause. Certo che l’inondazione della “strada” attesta di una emergenza materna veramente architettonica. Miriam è avvolta dalla madre, una donna che emerge imperiosa come Afrodite dalle acque del mare Ionio dopo essere stata formata dal seme di Urano e dalla schiuma dell’acqua salata.

Le bambine sanno come in certe circostanze dell’evoluzione psicofisica “sa di sale lo pane altrui”, specialmente se è quello materno, semplicemente perché non viene offerto al momento giusto per superficialità difensiva dell’augusta genitrice.

Ho cominciato a correre verso casa impaurita.”

Miriam ha paura dell’invadenza psicofisica materna per cui è rientrata in se stessa, si è chiusa in una difesa introspettiva alla ricerca di dare senso e significato al volto materno che si stava profilando dentro di lei, al come e al quando qualcosa era sfuggita dalle sue maglie per andare chissà dove in quel chissà quando. La paura riguarda sempre un qualcosa di reale e di visibile, altrimenti si chiama angoscia e viene dopo il panico. Miriam ha paura di non aver bene riconosciuto e sistemato dentro la madre, quella figura importante che l’ha sostentata e dalla quale ha attinto le energie buone per evolversi nel corpo e nella mente. Questo ripiego verso “casa”, questa fuga dentro se stessa è una difesa psichica intesa a reperire la ragione di tanto conflitto con la madre e di tanta paura di lei. Del resto, l’invadenza materna è stata consentita dalla figlia, per cui Miriam sa che non può mancare alla prova della presa di coscienza di tanto trambusto del corpo e della mente. La domanda utile in questa contingenza del sogno è la seguente: cosa è successo fuori di Miriam per avere tanta eco dentro?

Sentivo, però, che qualcuno mi stava inseguendo. Quando mi sono voltata indietro, un uomo alto mi ha afferrato stringendomi.”

Il padre, il padre “edipico” in prima fila!

Nel teatro psichico di Miriam dopo tanta Madre esordisce il Padre nella veste anonima di “qualcuno”. Miriam non può guardare in faccia il padre, altrimenti si sveglia perché il “contenuto manifesto” del sogno coincide con il “contenuto latente” e scatta l’incubo come difesa psicofisica. E se poi questo “qualcuno mi stava seguendo”, meglio. Se poi Miriam si fa inseguire da questo qualcuno senza volto, completamente anonimo come in un film di Hitchcock, la figura paterna da anonima diventa enigmatica. E se poi questo “qualcuno” che “mi sta seguendo” è “un uomo alto” che mi afferra “stringendomi”, come in un film di Dario Argento, ebbene, allora si tratta di un padre anche violento, meglio immaginato e vissuto tale dalla figlia Miriam. Quest’ultima, del resto, si è “voltata indietro”, simbolicamente si è rivolta al suo passato e ha ripescato la sue relazione “edipica” con il padre, i suoi vissuti per lungo tempo sperimentati nell’infanzia in riguardo alla figura dell’augusto genitore, “un uomo alto” come tutti i padri agli occhi e secondo il linguaggio simbolico dei figli piccoli. Anche secondo i desideri e i bisogni dei figli il padre è “alto” perché aristocratico e carismatico, un padre sublimato che assolve le mansioni semplici di garantire la sopravvivenza dei figli, di Miriam nel nostro caso. Anche un padre fisicamente basso è altissimo per i suoi figli. Eppure questo padre, che protegge e detta le regole del gioco, è soprattutto l’oggetto oscuro del desiderio e dell’angoscia dei figli, l’oggetto ambivalente della funzione fantasmica, l’oggetto immaginato dai sensi e indagato dalla modalità “primaria” del pensiero infantile. E come ogni buon “fantasma” il padre si scinde nella “parte buona”, quello che protegge, e nella “parte cattiva”, quello che punisce. Fondamentalmente resta una figura buona perché non divora i figli e non distrugge il proprio seme. Non è il gran sacerdote di Thanatos ed è distante dalla brutta Morte. Miriam sogna il padre amato e odiato, l’uomo che ha desiderato e temuto, sedotto e abbandonato. Miriam è partita dalla madre per concludere il suo viaggio “edipico” con il padre. Possibilmente la madre è stata la causa scatenante del sogno e dopo la partenza al femminile la figlia ha naturalmente evocato il padre nella sua nobiltà e nella sua plebea consistenza. E pensare che Miriam bambina desiderava essere stretta dal padre con tenerezza, quella stessa Miriam bambina che si puniva convertendo nell’opposto il suo istinto e il suo desiderio e facendosi punire dal padre giudice e censore. Miriam adulta ha possibilmente razionalizzato la figura paterna e l’ha riconosciuta, nel bene e nel male, come la sua ineffabile origine naturale, la radice psico-bio-socio-culturale.

Terrorizzata ho provato a urlare, ma dalla bocca non usciva nessun suono.”

E’ il solito, universale, classico thriller: un uomo che ti insegue e l’urlo che non viene fuori dalla bocca.

Che non sia coinvolto anche Munch in questa operazione di scarico delle angosce edipiche e familiari?

L’urlo scarica la tensione nervosa accumulata durante il sogno e legata alla relazione ambigua e ambivalente con le figure genitoriali e, nello specifico, con la figura paterna. Quest’uomo vuol punire Miriam del suo interesse psichico e delle sue pretese di possesso. Meglio: Miriam espia i sensi di colpa legati all’espansionismo incestuoso nei riguardi del padre e alla competizione impari con la madre. Infatti, il sogno di Miriam parte dalla figura materna come causa scatenante per approcciarsi in maniera inequivocabile nel legame erotico e affettivo con la figura paterna.

Ma perché dalla bocca non esce mai “nessun suono” quando ci si trova in similari condizioni?

Tecnicamente perché, se si grida, si scaricano le tensioni e si può continuare a dormire e a sognare. Psicologicamente perché, se si grida, la psicodinamica “edipica” può essere portata avanti fino agli ulteriori e delicati vissuti. Miriam era satura delle tensioni legate alla sua “posizione psichica edipica” e il suo sistema psichico ha detto basta all’inquieto onirismo. Miriam è ancora giovane nel suo complesso di Edipo semplicemente perché si ripresenta senza mai definitivamente comporsi a livello emotivo e a livello razionale. Anche se nella vita da sveglia Miriam ha riconosciuto il padre e la madre, ottemperando al principale comandamento greco mitico e psicoanalitico, nella vita da dormiente conserva questo strascico benefico di una vitalità erotica e affettiva che ancora aspira a un suo appagamento anche traslato e a una sua compensazione anche questa traslata magari in altre figure del quotidiano e corrente vivere.

Mi sono svegliata urlando.”

Il “contenuto manifesto” era talmente tensivo e prossimo al “contenuto latente”, lo stress onirico era forte e di lunga durata, per cui il risveglio è salutare una volta raggiunti i termini della sopravvivenza e non esplodere dietro le sferzate della tensione nervosa. Non sto esagerando, meglio, sto esagerando per far capire che l’urlo è catartico come il risveglio ed è direttamente proporzionale alla carica nervosa d’angoscia accumulata nel formulare la trama del sogno. Dall’intensità dell’urlo si può misurare l’energia messa in moto e andata in prospera circolazione. Ma non basta. Dall’intensità nervosa dell’urlo si può valutare soprattutto l’intensità libidica della “posizione edipica”, quanto ancora resta in ballo della conflittualità con il padre e la madre in questa avventura delle umane passioni e in questa disavventura delle filiali pretese.

Questo e quanto.

L’interpretazione del sogno di Miriam si può acquietare.