AKHTER MABIA 6

Savar, mag mash, 200…

A mia figlia Mabia giungono tanti saluti e tanti baci dal suo baba.

Il nostro Allah è Misericordioso e Provvidente, da Lui tutto ha inizio e in Lui tutto trova la sua giusta fine.

La Sua grazia è infinita e la Sua mente è onnisciente, Lui conosce il corso dei nostri eventi e segue i suoi figli devoti uno per uno e senza dimenticarli mai.

Cara Mabia abbi fede nel Giusto e nell’Onnipotente e affidati a Lui come quando eri piccola e pregavi nella nostra piccola moschea con devozione e con modestia.

Ho ricevuto la tua lettera e sono rimasto sorpreso soltanto in parte per quello che ti sta succedendo con tuo marito Joshim perché io avevo già capito che non era l’uomo giusto per te e che aveva un carattere prepotente come tutti i militari.

Penso che è tutta colpa mia e che sono stato stupido quando mi sono lasciato convincere dalla mia famiglia a dare in sposa la mia preziosa figlia a una persona che non mi convinceva.

Io non avevo una figlia in più da dare a un uomo falso che non è timorato di Allah e che usa le mani al posto del cervello e del cuore.

Questa settimana andrò a trovare la sua famiglia a Dakka e farò presente la situazione in cui ti trovi e le malvagità del loro stupido figlio.

Io sono sicuro che tu non hai mai sbagliato nei confronti di tuo marito e che gli sei stata sempre fedele con il cuore e premurosa con la mente, che ti sei sempre sottoposta al suo desiderio e che non gli hai fatto mai mancare niente, ma se tu hai sbagliato in qualche modo vorrei che me lo dicessi per poter capire meglio come stanno le cose tra te e tuo marito.

Ricordati sempre quali sono i tuoi doveri di moglie e i tuoi compiti di donna musulmana e non lasciarti abbagliare dalle luci del mondo in cui vivi e ricordati che la vera luce è quella del nostro Allah e i veri valori sono quelli del nostro Misericordioso.

Io sin da piccola ti ho insegnato come comportarti e sono sicuro che tu hai rispettato il patto del matrimonio, per cui devi resistere ed essere fedele e devota a tuo marito anche se lui non si comporta bene con te e ricordati che all’ingiustizia non si deve mai rispondere con un’altra ingiustizia.

E ricordati ancora che bisogna sempre fare la volontà di Allah anche quando la strada è in salita e i piedi soffrono tanto nel camminare.

Vedrò subito cosa si può fare per risolvere la questione nel migliore dei modi, ma intanto scriverò anche una lettera a Joshim per metterlo di fronte alle sue responsabilità e per ricordargli di portare fede al patto che ha contratto di fronte ad Allah quando ti ha scelta, ti ha voluta e ti ha sposata.

Tu, intanto, stai calma e non prendere nessuna decisione e sappi che, se ti trovi in questa situazione, è soltanto e solamente per colpa mia perché non sono stato al momento opportuno un padre previdente e un uomo esigente, ma ti prometto che adesso io cercherò di rimediare alla mia stupidità e sistemerò le cose nel migliore dei modi per te e per Pervez.

Mi raccomando di non fare colpi di testa e ti raccomando di pregare tanto in questo brutto momento della tua vita e vedrai che con l’aiuto di Allah tutto si ripara e ogni problema ritorna a prendere la sua giusta dimensione.

Scrivimi e dimmi sempre come vanno le cose perché io sono preoccupato e non mi rassegno a sapere che tu sei in terra straniera senza l’aiuto e il conforto del tuo baba e della tua famiglia.

La tua ma sta tanto male e dopo aver letto la tua lettera è peggiorata e allora io penso che la prossima volta non gliela farò leggere se la tua situazione è ancora brutta, ma se le cose tra te e Joshim si sistemeranno, come io spero, la metterò al corrente della buona notizia.

Perdonami sempre se involontariamente ho mancato in qualcosa nei tuoi confronti e tienimi stretto al tuo cuore con tutto l’affetto di una figlia generosa.

Il tuo arrabbiato e infelice ba.

Credimi !

E credimi sempre !

AKTHER MABIA 5

San Biagio di Callalta, 24 maggio 200…

Carissimi ma e ba,

finalmente trovo il coraggio di scrivervi.

Avevo bisogno di tanto coraggio per dirvi le cose brutte che mi sono successe in questi ultimi otto mesi.

Mi sono chiesta se era giusto dirle ai genitori e dare loro inevitabilmente un forte dolore, ma alla fine, dopo le vostre insistenze e le tante preoccupazioni, mi sono decisa di comunicarvi le mie disgrazie.

Voi volevate una mia lettera per stare bene e io invece vi scrivo una lettera per farvi star male ancora di più di quello che già patite per la mia lontananza.

Caro ba, la fede in Allah è tanta e le mie preghiere non mancano ogni giorno al nostro Dio Misericordioso, ma purtroppo il dolore resta perché questo è il mio destino e questa è la volontà dell’Onnipotente.

Del resto noi non apparteniamo a noi stessi o al nostro sangue, ma soltanto e solamente al nostro Buon Allah, l’Unico e il Giusto, l’Inizio e la Fine.

Sapeste quante volte al giorno, recitando le preghiere, mi ripeto amin e ancora amin e ancora una volta amin per trovare la forza di sopportare le violenze e per continuare a vivere.

Cara ma, sono d’accordo con te quando mi scrivi che purtroppo la vita non è poi tanta bella anche se si vive in Italia con tanti taka in tasca e quando manca l’amore e il rispetto verso la moglie da parte del marito.

Ma anche i taka alla fine non sono tanti e tanto meno quelli giusti, quelli che servono per vivere decorosamente, perché i taka della nostra felicità sono andati in malora o sono finiti dentro le tasche bucate degli altri.

Joshim ormai da tanto tempo non è più quell’uomo gentile e onesto che si era presentato a casa nostra con i suoi genitori per chiedermi in moglie; nel tempo è diventato quell’uomo strano che tu, caro ba, non mi volevi dare perché non ti convinceva.

E adesso non posso riconoscere che avevi ragione, una sacrosanta ragione.

Joshim mi maltratta in ogni modo e sicuramente non sta bene, ma io soffro più di lui perché sono trattata come una bestia e tutto questo nonostante il fatto che gli abbia dato un figlio maschio come era nei suoi desideri e come è nei desideri di ogni uomo della nostra terra, nonostante il fatto che l’abbia seguito all’estero e l’abbia sempre servito con devozione e riconoscenza.

Pervez è un bambino buono e adorabile, ma ha un padre cattivo che si comporta molto male e non si prende minimamente cura di lui.

Con le lamentele e le disgrazie mi fermo qui e spero che voi capirete leggendo tra le righe anche quello che non vi ho scritto.

Voglio dirvi ancora che le legnate sono come il riso che mangiamo ogni giorno, non mi mancano né al mattino e neanche alla sera.

Quanto prima manderò le scarpe per le mie sorelle e tante altre cose che vi fanno comodo in Bangladesh e che in Italia costano poco e sono di buona qualità.

Appena qualcuno ritorna nel nostro paese vi manderò un bel pacco e così sarete tutti contenti e io potrò dire a me stessa di aver fatto qualcosa per voi che meritate tanto bene, ma tanto di quel bene che non mi basterebbe una vita per ricompensarvi.

Per quanto riguarda me e Pervez non ci sono possibilità di tornare in Bangladesh durante le ferie perché il viaggio costa moltissimo e non è colpa mia se il nostro Buon Dio ha voluto che la mia terra fosse così lontana dall’Italia e mio marito tanto stupido.

Come vedete la minestra è ben condita e le sorprese non mancheranno per migliorarne il gusto, ma voi state tranquilli perché io me la so cavare da sola in queste brutte situazioni e di questa capacità devo ringraziare baba che mi ha insegnato a essere forte come un maschio e intelligente più di un maschio, proprio lui che voleva da sempre un figlio maschio e ha infilato la mentalità giusta nel mio corpo di donna.

Grazie ba, anche di questo ti sono grata.

Vi scriverò ancora, di più e al più presto.

La medicina amara è meglio prenderla a piccole dosi.

Per il momento vi bacia con affetto, devozione e riconoscenza la vostra figlia Mabia.

Credetemi !

Credetemi perché non sono bugie e perché io non sono bugiarda.

AKHTER MABIA 4

Savar, mag mash, 200…

Cara figlia Mabia, Allah, il Consolatore, ti benedica sempre e non ti dimentichi mai.

Ricordati che il Perdonatore aiuta sempre chi a Lui si affida e specialmente i figli dispersi nel mondo tra gli infedeli e che corrono ogni giorno il rischio di diventare miscredenti.

Il nostro Dio è come una madre buona che custodisce i propri figli per non perderli e li tiene sotto la Sua protezione.

E’ la tua ma che scrive alla sua cara e preziosa e dolce figlia Mabia.

Cara ma Mabia, a te e a tutti gli altri io mando baci e saluti dalla mia lontananza e dalla mia solitudine.

Spero che tu, Pervez e Joshim stiate bene.

Anche noi stiamo bene, ma io sento molto la vostra mancanza.

Da tanto tempo non ricevo una tua lettera e ogni notte non riesco a dormire pensando a te, figlia mia preziosa e mamma felice di un figlio maschio, quel figlio maschio che la volontà di Allah a me non ha voluto mai tenere in vita.

Ti ho spedito due lettere, ma non ho ricevuto una tua risposta e per questo motivo sono ancora più preoccupata.

Non so perché tu non mi scrivi più, ma io so che senza tue notizie io sto male, tanto male e che mi ammalerò sempre di più.

Non mi resta che attendere ogni giorno quella tua lettera che non arriva mai, ma quando arriverà la leggerò cinque volte al giorno dopo la preghiera per ringraziare il Giusto e per curare questo mio dolore.

Io leggo sempre tante volte quello che tu mi scrivi e così mi sento meno sola e meno lontana.

Ormai sono passati tanti anni da quando sei partita e spero che nel mese di agosto tu ritornerai da me, perché mi hanno detto che in questo mese in Italia non si lavora e finalmente ci si riposa e allora tutti ritornano nella casa del loro paese.

Non posso pensare che tu non verrai perché io non riesco ad attendere un altro anno.

Credimi, io non voglio neanche pensare di dover aspettare ancora un altro anno senza rivederti.

Credi alla tua ma: io non posso più attendere di riabbracciare mia figlia Mabia e mio nipote Pervez e sono sicura che di questo dolore morirei in un batter d’occhio.

La tua nana vai è venuta trovarmi e mi ha detto che ti ha sognato e che tu le dicevi che nel mese di agosto saresti venuta e lei ha anche visto che voi tre arrivavate a casa felici e contenti.

Di questo sogno siamo rimaste soddisfatte e abbiamo pianto di gioia come due stupide bambine che avevano ricevuto in dono tanti shart e tanti pent.

Figlia Mabia, come puoi dimenticare quello che c’è stato tra noi due, il nostro stare sempre insieme come amiche e il nostro bel parlare; anche per questo motivo sento tanto la tua mancanza.

Noi due eravamo madre e figlia e nello stesso tempo eravamo due amiche.

Tu non puoi capire cosa prova una mamma nell’avere una figlia da tanti anni lontana in terra straniera, ma, se lo vuoi capire, manda Pervez per tanti anni da me in Bangladesh e tu resta pure in Italia senza di lui.

Soltanto così capirai e imparerai la lezione.

Allora io già aspetto Pervez e così saremo pari.

Di una cosa sono sicura: io non mi sento bene.

Forse per curare questa mia malattia basterà che tu mi scrivi una lettera al mese.

So che ci tieni alla salute della tua ma e allora mi manderai la medicina che ti ho chiesto; io sono già in attesa di tue notizie e così mi sento già meglio e forse sono anche quasi guarita.

Ieri sono andata a Dakka a casa della tua shashuri e ho saputo che una persona porterà la moglie in Italia e ho pensato di mandare qualcosa per te, per Pervez e per Joshim.

Spero di vivere tanti anni per goderti più che posso, ma se le cose vanno così, per me è meglio morire.

Un bacio forte forte al mio piccolo Pervez e auguri a tuo marito.

A te va tutta la mia gioia di essere la tua povera ma.

AKHTER MABIA 3

Savar, boishac mash, 200…

Allah, l’Unico e il Vero Dio, ti benedica e sia Generoso e Consolatore con te, così come tu sarai fedele e devota a Lui per tutta quella vita che il Suo grande amore ti ha donato.

Alla mia cara figlia Mabia mando tanti auguri e tanti baci.

E’ un baba addolorato nel cuore che scrive questa lettera e spera che voi tutti almeno stiate bene perché la stessa cosa non posso dire di me e di ma.

Il tempo passa e il cibo non manca, ma questa non è la ragione della nostra vita e tanto meno della nostra felicità.

Il mio pensiero è sempre rivolto a coloro che non vedo ormai da tanto tempo e soprattutto al piccolo Pervez, il nipote maschio che il Provvidente ha voluto dare alla mia famiglia attraverso il sangue di mia figlia e che bacio con tutto il calore del mio cuore.

Mia cara Mabia, figlia rara del tuo infelice baba, da mesi ormai purtroppo io non ricevo una tua lettera e sono preoccupato per questo tuo silenzio, perché non avere notizie delle persone che tu vuoi bene é sempre motivo di grande sofferenza.

Il tuo baba è addolorato anche se come capo della famiglia dovrebbe essere forte in ogni momento e non dovrebbe dimostrare i sentimenti fragili delle donne, ma io non ci riesco e non me ne vergogno e comunque non sono come tua ma che piange sempre e per niente.

Non so se ho sbagliato in qualche cosa con te; se é così, allora tu mi devi subito perdonare e mi devi mandare al più presto una lunga lettera perché io non riesco a stare bene senza avere tue notizie.

Ho saputo di voi da altre persone che sono tornate in Bangladesh e da quello che mi hanno detto io sono convinto che voi non state molto bene.

Di notte faccio brutti sogni e questa è la conferma che voi non siete felici.

Cara Mabia sono tanto preoccupato e soltanto una tua lettera farà di nuovo sorridere il mio povero e vecchio cuore.

Immagino che lasciare il proprio paese deve essere tanto duro; io posso solo pensarlo perché non mi sono mai mosso da Savar se non quando ho combattuto sulla Via di Allah e quelle volte che sono andato a Dakka per pregare nella grande Moschea o per comprare qualche inutile cianfrusaglia.

Credo che vivere in un altro paese sia una cosa brutta e così io sto male per voi che siete lontani.

La tua ma sta male e piange sempre perché vi vuole vedere, ma io le dico che non si può perché siete troppo lontani, ma lei non capisce niente perché è testarda e continua a insistere su cose impossibili e dice cose senza senso che non stanno né in cielo e né in terra.

Ti prego di farmi sapere se hai bisogno di qualcosa: profumi, vestiti, dolci e forse un pacco pieno di misti, seloarkamis, shari, holud, goromosla ti farà sentire meno la lontananza e io potrò finalmente essere perdonato del fatto che ti ho lasciato partire senza poter fare niente, anche se questa debolezza non me la perdonerò fino a quando avrò la memoria per ricordarla.

Avrei dovuto impedirtelo e così saremmo rimasti tutti insieme, ma sono stato uno stupido e adesso non posso fare più nulla per farti tornare indietro.

La tua ma vi pensa sempre e ha comprato un paio di orecchini d’oro per te, un anello d’argento per tuo marito, shart e pent per il piccolo Pervez.

Sono sicuro che sarete contenti di ricevere le cose del vostro paese e i doni dei vostri genitori e quanto prima ve li spedirò.

Io ho sempre voglia di mandarvi tante cose e anche quella frutta che da tanto tempo non mangiate come il mango, la papaia, il kadal, quei frutti che io ancora coltivo nel mio campo e che a te piacevano tanto quando da bambina rallegravi la mia casa con la tua presenza e la tua felicità.

Cara Mabia, com’è potuto succedere questa separazione tra me e te e che senso ha questa nostra lontananza ?

Certo che quella volta che ho deciso di farti sposare Joshim ero malato e non ragionavo bene perché altrimenti non lo avrei permesso e soprattutto non ti avrei fatto andare via dalla tua casa.

Anche la tua ma pensa sempre a te e a Pervez e chiede quando ritornate a casa; la poverina non riesce a capire perché siete andati via dal vostro paese dove si mangiava dignitosamente e si viveva con gioia.

Vi mando tanti saluti, vi auguro di stare bene e per questo prego ogni giorno Allah, il Misericordioso, che dappertutto vede e sempre provvede.

Mabia cara, ho saputo che non stai tanto bene, ma ricordati di pregare ogni giorno perché pregare fa soltanto e sempre bene al cuore, per cui nella felicità e nella disgrazia prega e così ti sentirai più tranquilla.

Allah aiuta sempre chi a Lui si affida con il cuore puro.

Ancora tanti saluti e tanti baci per te e per Pervez.

Il tuo inquieto baba.

Credimi !

E credimi sempre !

AHKTER MABIA 2

Savar, ashar mash, 200…

Cara Mabia,

è la tua sorella Jasmina che finalmente trova la forza e il coraggio di scriverti e di rispondere alla tua lettera e di ringraziarti per avermi detto che sono bella.

Prima di tutto mando saluti e auguri a te, a tuo marito e un bacio al piccolo Pervez.

Non posso dirti che noi stiamo tutti bene, ma io spero che voi stiate bene.

Quando prego, io non vi dimentico mai e chiedo ad Allah di aiutare sempre mia sorella maggiore e la sua famiglia che vivono lontano da noi.

Io sento tanto la vostra mancanza, così pure baba, ma e Rita.

Mabia, perché non scrivi a ma ?

Lei è sempre tanto preoccupata per te e aspetta ogni giorno una tua lettera.

Tu non sai che quando arriva una tua lettera, ma la legge dieci o venti volte e dice che vi vede e che vi ascolta; le piace leggerla tante volte perché sente meglio come voi state.

Secondo me in queste situazioni la povera ma impazzisce e per l’amore che ha per te e per Pervez il suo cervello non funziona bene.

Anche ba è sempre contento quando riceve una tua lettera e la legge una sola volta di giorno, ma di notte, quando non riesce a dormire, io ho visto che legge di nascosto la tua lettera cento volte.

Tu sai che ba vuole apparire sempre forte e a volte ci riesce talmente bene che sembra duro e cattivo, ma in effetti è un povero baba che deve soffocare le sue emozioni e i suoi dolori per fare il forte.

Una donna deve piangere, un uomo deve essere freddo e insensibile, ma queste cose tu le conosci bene e non sono una novità per te.

Devi però pensare che noi non possiamo vedervi e per questo motivo è importante che tu scrivi qualche lettera e devi fare presto questo per ma e per baba perché loro vivono male se non hanno tue notizie.

Credimi che ma si era anche ammalata di una malattia del cuore e non riusciva più a mangiare e il fochir ha detto che era piena di gin maligni, ma non è riuscito a guarirla con i suoi sortilegi perché i gin cattivi sono rimasti nella pancia di ma e non sono mai diventati gin buoni.

Tu non ci crederai, ma da quando sei partita ma e baba sono invecchiati tanto e si sono ammalati di crepacuore.

Quando incontro le tue vecchie compagne di scuola mi chiedono di te e non mancano mai di salutarti con tanto affetto e io non posso fare a meno di vedere nei loro occhi tanta invidia per te e per il coraggio che hai avuto nel lasciare la nostra povera terra e andare nel cuore del mondo dove ci sono tante possibilità di vivere sicuramente meglio, maggiore libertà e maggiore dignità per le donne e soprattutto il rispetto per i loro diritti.

Tu sai che il nostro paese è per le donne una miserabile prigione e che noi viviamo in attesa di essere scelte da un uomo come un animale e di morire di parto, perché l’unica cosa che devi saper fare è quella di restare incinta e di fare un figlio maschio.

Se non sei capace di fare figli, sei del tutto inutile e puoi anche crepare, ma se non sei capace di fare figli maschi vali quasi niente, ma sei sempre buona per riprovare come una capra a essere ancora montata dal caprone e tutto questo fino a quando non muori di emorragia come è successo anche a te quando hai avuto Pervez e per fortuna hai avuto un figlio maschio.

In ogni caso a quarant’anni sei già una vecchia senza denti e con il corpo ridotto come un sacco tutto rotto.

Vedi il destino che ha avuto la nostra ma con le sue tante gravidanze e la morte di tutti i suoi figli maschi appena nati; quasi per dispetto le morivano e quasi per dispetto le sono rimaste soltanto le figlie femmine, proprio quelle che forse baba non voleva.

Ma questo non è vero, perché il nostro ba, Mabia tu lo sai e me lo hai anche scritto, ci ha voluto più bene di un figlio maschio, ma certo che di questa mancanza ha sempre sofferto, anche se lo ha fatto capire e non lo ha mai detto a noi figlie direttamente.

Io so che a ma lo dice ogni volta che è arrabbiato e con tanta cattiveria, ma poi so anche che gli passa tutto e ritorna buono come prima.

Non resta che consolarci dicendo, come dice ma, che così ha voluto Allah e sia fatta sempre la volontà del Misericordioso; io ti dirò in confidenza e tu non lo devi dire a nessuno e tanto meno a ma e a baba, che a me questa consolazione non basta più e che non sopporto più questa differenza tra maschi e femmine e mi dico spesso che noi siamo più importanti dei maschi e mi chiedo come farebbero a nascere i maschi senza le femmine.

E poi il dottore di Dakka mi ha detto, quando sono andata perché per un po’ di tempo non ero impura e non avevo il sangue, che non siamo noi mogli a stabilire se un figlio è maschio o femmina, ma sono i mariti.

Ma questo non dobbiamo dirlo a baba, perché non ci crederebbe e si arrabbierebbe e direbbe come sempre che è la femmina che per nove mesi fa i figli nella pancia e che è colpa sua se non nasce maschio, ma quando nasce maschio non è merito suo.

Gira e rigira è sempre la solita storia; noi donne nel nostro paese valiamo poco più di niente e non abbiamo gli stessi diritti degli uomini, ammesso che abbiamo qualche diritto, ma di doveri e di umiliazioni ne abbiamo sempre tanti e per non dire troppi.

Eppure noi sorelle siamo state fortunate perché ba, dopo la delusione che ha avuto, ci ha voluto bene e ci ha fatto crescere senza sacrifici inutili.

Tu sei stata tanto fortunata perché hai subito avuto Pervez e non hai mai perso un figlio dopo averlo partorito, ma forse questo merito non è bastato agli occhi di tuo marito se, come ci scrivevi, oggi ti maltratta e ti fa soffrire.

Hai visto che brutto destino è quello di nascere femmina, ma solo nei nostri paesi e nella nostra religione, perché in Occidente è tutto diverso per la donna e in meglio, perché viene rispettata e ha lo stesso potere di un uomo, si fa desiderare e si veste come vuole, si trucca e si fa vedere anche nuda, ma soprattutto non è sottomessa a un uomo e fa tutto quello che può fare perché lavora e guadagna i dollari come un maschio.

Da noi, se una donna non vuole l’uomo che la chiede in moglie, il giorno dopo le gettano addosso l’acido, quello che vendono nei negozi di Dakka, le bruciano il viso e così tutti possono vedere che sei sfregiata e segnata per tutta la vita come una donna cattiva e infedele che non si è sottomessa all’uomo.

Ti ricordi di Namira, la nostra vicina di casa ?

E’ stata sistemata per sempre con l’acido perché non voleva l’uomo che i suoi le avevano scelto e adesso vive in una baracca nella periferia di Dacca facendo ai soldati le cose che loro vogliono.

E’ stata abbandonata da tutti e ha il viso e il collo bruciati dall’acido; dimmi tu se questa è una cosa giusta e i colpevoli non sono neanche stati ricercati perché è una cosa frequente che diventa normale e giusta.

Noi donne abbiamo questo diritto di essere sfregiate e poi ci lamentiamo di non avere diritti, ma non c’è solo Namira, ci sono tante giovani donne che sono state vittime di questa violenza e il nostro governo non fa niente per la giustizia e non mette in carcere questi delinquenti e forse anche li difende.

Adesso Mabia, tu che sei in Italia e conosci tante cose, dimmi se questa è una cosa giusta !

Lasciamo perdere le cose brutte e ti dico subito che tu hai fatto bene ad andare via dal Bangla, perché qui non è cambiato e non cambia niente e per noi donne non ci sono diritti, ma solo i doveri del Corano.

Gli uomini pregano cinque volte al giorno rivolti verso Makka, ma non si ricordano niente di quello che leggono e di quello che dicono.

Ma sia sempre fatta la volontà di Allah e andiamo avanti così perché non si può fare niente per cambiare le cose e altrimenti bisogna scappare via come hai fatto tu nella speranza di trovare il paese giusto per non soffrire.

Io ricordo che tu eri la figlia preferita di ba e forse in te lui ha visto quel figlio maschio che la povera ma non gli ha potuto dare ed eri ribelle perché sei cresciuta femmina con la testa di un maschio.

Come sta Pervez ?

Come va a scuola ?

Che scuola sta facendo ?

E’ bene che studi tanto perché così può diventare importante ed è fortunato a trovarsi in Italia e speriamo che diventi un dottore come quelli di Dakka.

E tu, Mabia, come stai e cosa fai ?

Scrivimi e parlami dell’Italia, di questa terra generosa che, secondo quello che mi dici e che sento, dà tanti taka agli operai stranieri al punto che riescono anche a mantenere le famiglie che hanno lasciato nel loro paese e possono anche comprarsi la macchina.

Parlami delle tue nuove abitudini, di cosa mangi, di come vivi, di che lavoro potresti fare, di come ti trovi con gli italiani e dimmi se in Italia ci sono i nostri cibi e le nostre spezie.

Se ti serve qualcosa, scrivimi e io ti spedisco quello che ti manca.

Ma sono sicura che non hai bisogno di niente e che ti trovi nel centro del mondo.

Nella nostra famiglia succedono sempre le stesse discussioni e le stesse liti e sempre per i soliti motivi; lo zio si comporta male con ma e l’accusa di non aver saputo fare un maschio e di avere sfornato solo figlie femmine.

Anche la nonna si comporta male con ma e sempre per lo stesso stupido motivo.

Sembra che nella nostra famiglia la cosa più importante sia quella di riavere indietro quei figli maschi che sono morti.

Ma risponde che lei i figli maschi li ha saputo fare e che il Misericordioso li ha voluti con sé nel Giardino e glieli ha tolto per una vita migliore.

Mi ricordo che, quando tu eri a casa, sapevi rispondere bene allo zio e alla nonna dicendo quello che pensavi e che era giusto dire a queste persone cattive.

Io, invece, non ho il coraggio di parlare e di ribellarmi e non posso fare niente per impedire che ma pianga; io capisco che ba dovrebbe difenderla, ma questo non succede e la povera ma è ormai malata per tutte queste cose stupide.

Tu sei fortunata perché sei in Italia e vai avanti nella tua vita; tu potresti lavorare e mantenerti senza dipendere da un uomo che non ti ama specialmente dopo tutto quello che fai e hai fatto per lui.

Tu sai che noi donne in Bangladesh non possiamo lavorare e dobbiamo solo aspettare qualcuno che ci sceglie come una capra per avere un figlio maschio e ci ingravida di anno in anno fino a quando possibilmente moriamo dissanguate durante il parto o restiamo sterili e non serviamo più a niente.

Ma queste cose te le ho già scritte e perdonami se le ho ripetute.

Cara Mabia mi rendo conto che gira e rigira cado sempre sugli stessi argomenti, ma si vede che queste ingiustizie mi fanno soffrire e che io sono tanto infelice.

Ma la cosa più importante adesso è che tu scriva a ma per farla stare bene e a ba per tranquillizzarlo; noi non possiamo fare niente per dare la felicità e la salute a ba e a ma.

Ti ho già detto cosa fa ma quando riceve una tua lettera e se tu la vedessi, io sono sicura che scriveresti una lettera al giorno tutta per lei.

Cara fortunata e sfortunata sorella, cosa devo dirti io che sono rimasta ad ammuffire in questa povera nostra terra e che non vedo un futuro giusto per me.

Sei fortunata perché hai avuto il coraggio di partire e sfortunata perché sei partita con l’uomo sbagliato.

Del resto in Bangladesh tutti gli uomini sono sbagliati perché sono stati educati dalla religione e dalle madri a essere i primi; la cosa più strana è che siamo noi donne che prima li partoriamo e poi li facciamo sentire grandi, siamo noi donne che prepariamo le nostre future disgrazie.

E allora che senso ha lamentarsi e ribellarsi ?

Non mi resta che dirti di comportarti bene con tuo marito, di non farlo arrabbiare e se fa qualcosa di male, cerca di sopportare: voi due dovete stare bene perché altrimenti ma e ba stanno male.

Mabia devi accettare il fatto che sei nata donna e che donna vuol dire essere inferiore e devi sempre portare pazienza con tuo marito: questo ha insegnato ma a Jasmina, a Rita e a Mabia.

Però pensa anche che sei in Italia e che puoi lavorare ed essere indipendente, pensa che sei fortunata perché puoi anche separarti se tuo marito continua a maltrattarti perché la legge italiana ti difende: questo dice Jasmina a Mabia e ricordati che in Italia i maschi non ti buttano l’acido in faccia per segnarti di disonore per tutto il resto della tua vita.

Ti dico delle cose che ti sembreranno strane, come strana è ma senza le tue lettere, ma sono le cose che penso e che mi girano nella testa ogni giorno e specialmente quando mi annoio a fare sempre le stesse cose.

Quanto desidero partire dal Bangla e venire in Europa e possibilmente in Italia dove si vive meglio, ma ancora non sono riuscita ad avere il permesso neanche come turista; per una donna non sposata e che ha soli quindici anni esiste soltanto la possibilità di avere il visto dell’ambasciata quando sei sposata ed è veramente difficile partire da clandestina e io ho anche paura.

Forse ci vogliono tanti taka per avere il visto, ma io non ne ho e quindi non mi resta altro da fare che sognare e aspettare che qualcuno mi scelga in moglie, ma sia ma che ba non vogliono darmi a nessuno specialmente dopo lo sbaglio che hanno fatto con te.

Tu non puoi immaginare quanto desidero vedere con i miei occhi l’Occidente con il suo modo di pensare e di vivere; sono sicura che per una donna significa finalmente la libertà.

Sono sicura che non tornerei più a Savar e infatti tanta gente non torna più in Bangla una volta che ha conosciuto cosa significa vivere meglio.

Potrei lavorare anch’io e sentirmi finalmente una persona libera nella testa e nel cuore.

E’ finita la carta e malvolentieri devo chiudere questa lettera, ma in compenso non ripeterò sempre le stesse cose e tu ti sentirai libera dalle mie inutili chiacchiere.

Tanti saluti da tua sorella Jasmina e speriamo di rivederci presto e possibilmente in Italia.

Perdonami per le tante cose stupide che ti ho detto, ma io sono fatta così e vedo in te il mio esempio e speriamo che il Buon Allah non legga mai questa lettera e, se la leggerà, speriamo che mi perdoni, altrimenti mi aspetta il Fuoco eterno.

Ma quello che sento è anche giusto che io lo dica almeno alla persona a cui posso dirlo, invece di tenermi tutto dentro e di costringermi da sola a sognare quel mondo che non c’è e che appartiene soltanto ai miei poveri desideri.

Ti risaluta la chiacchierona sorella Jasmina.

L’AEREO TUTTO MATTO

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Una settimana fa ho fatto questo sogno che mi è rimasto impresso e ho deciso di raccontarlo sperando di averne un’interpretazione che mi possa alleggerire l’inquietudine che mi ha lasciato.

Ero in una città straniera, forse sud America, con mia moglie e mio figlio, che nel sogno ha l’età della realtà, 24 anni.

Dobbiamo prendere l’aereo per il ritorno.

Questo sogno è pieno di tunnel e gallerie. Il primo tunnel è trasparente, mio figlio lo attraversa ballando, ma quando esce è visibilmente drogato (qui la droga sembra libera, a disposizione).

Saliamo sull’aereo, io solo a fianco del pilota, ma non c’è una cabina di pilotaggio, né il secondo pilota.

Mia moglie e mio figlio sono seduti dietro qualche posto, come in corriera.

L’aereo inizia un percorso pazzesco, infila una galleria dove passa a stento, poi uno scivolo con acqua ma non decolla, continua fino ad un hangar dove io, non so per quale motivo, scendo e quando faccio per risalire l’aereo è decollato.

Un uomo che mi sembra un ufficiale mi dice di aspettare l’aereo alla tabaccheria che si trova a 10 minuti in fondo al corridoio.

Una rivenditrice di giornali mi dice che in realtà sono 20 minuti.

Mi sveglio.”

Peter

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Il sogno è da sempre, più che inquieto, inquietante perché non si comanda e non si può giostrare a piacimento in riguardo ai contenuti. Lo subiamo e temiamo che sia foriero di chissà quali ambigui messaggi. Nel tempo matura una larvata idea che si possa trattare di materiale psichico personale e allora aumentano le “resistenze” a voler conoscerne il vero significato.

Tutti vogliono “sapere di sé” o tutti non vogliono “sapere di sé”?

In questi dubbi amletici ci sostiene la simbologia che ci consente di non capire il vero significato del sogno, per cui spesso lo liquidiamo con la famigerata frase “chissà cosa voleva dire”. E chiaro che ci siamo imbattuti nelle nostre “resistenze”.

Cos’è la “resistenza”?

Trattasi di una difesa dell’Io intenzionata a impedire la consapevolezza del materiale psichico rimosso. Così disse Freud dopo la cosiddetta scoperta dell’Inconscio, dopo il ritrovamento di questa dimensione psichica dove andavano a finire e si sedimentavano tutti i vissuti ingestibili dalla Coscienza a causa del loro carico di angoscia. Freud era partito dalla pratica occasionale e fortuita dello stato ipnotico e con la paziente di Breuer, Anna O. e al secolo Bertha Papphenaim. Si era accorto che Anna o Bertha andava in uno stato di “trance” e ricordava esperienze dell’infanzia che la vedevano al fianco e in accudimento del padre malato. E dopo queste “abreazioni”, scariche nervose associate alla verbalizzazione del ricordo, Bertha stava bene. Questa fenomenologia e questa psicodinamica si esplicano anche nella veglia, ma sono contenute da un meccanismo di difesa dell’Io vigilante e cosciente che Freud chiamò “rimozione”. Per continuare a vivere ogni uomo non può sostenere il materiale psichico con tutto il suo carico emotivo, per cui naturalmente accantona e dimentica formando la dimensione psichica “Inconscio” che tanto inconscia non è semplicemente perché può essere ricordata dietro a stimoli e a pressioni. Siamo alla fine dell’Ottocento.

Insisto: che cos’è la “resistenza”?

Sir Fancis Bacon, agli inizi del Seicento e nell’intento di fornire all’Occidente una metodologia alla ricerca scientifica, professò in primo luogo l’assoluto bisogno di sgombrare la “Mente” umana dagli errori, dalle abitudini, dai condizionamenti, dalle illusioni, da quelle che definì “eidola”. Nel “Novum organon” ingiunse all’uomo occidentale di liberarsi dagli “idola tribus”, dagli “idola specus”, dagli “idola fori” e dagli “idola teatri” al fine di procedere, dopo la pulizia psichica e mentale, al procedimento scientifico basato sul processo logico dell’aristotelica “induzione”, “passaggio dal particolare all’universale”, l’opposto della “deduzione”, “passaggio dall’universale al particolare” per l’appunto. Cominciamo dagli errori della “tribù umana”, gli idoli psicologici e metodologici, passiamo agli errori legati alla “spelonca” di Platone, gli idoli delle sensazioni e delle percezioni, procediamo con gli errori del “foro”, gli idoli prodotti dalle relazioni e dalle comunicazioni umane, concludiamo con gli errori del “teatro”, gli idoli insiti nei sistemi filosofici. Questo è il sistema delle “resistenze” che impedisce l’avvento della verità secondo Francesco Bacone, una vera “piazza pulita” dei condizionamenti psico-culturali e delle metodologie religiose e filosofiche sedimentate nel corso dei millenni. Bisogna far “tabula rasa” per cominciare a costruire le verità scientifiche, quelle veramente oggettive e sperimentabili. Non è poco, se ci pensate, quello che che propone un uomo del Seicento per cominciare a costruire un “Uomo Nuovo” come il suo “Organon”, lo strumento antropologico. L’esigenza alla “catarsi” dagli errori e dalle false immagini sull’Uomo e sulla Realtà è stata sempre viva e regolarmente uccisa dalle strutture imperanti, il famigerato Potere.

E cosa si può dire in conclusione di quell’uomo che non scrisse nulla e che tutto lasciò dire ai suoi discepoli?

Sul problema delle “resistenze” Socrate ebbe da dire e da proporre in contrapposizione ai suoi colleghi Sofisti. La teoria orale coincide con la metodologia praticata: la “ironia”, la perdita progressiva delle false verità e convinzioni su se stessi e sulle proprie conoscenze. L’obiettivo del “conosci te stesso” è possibile soltanto con la destrutturazione progressiva dell’uomo, con la messa in discussione degli schemi culturali e la critica dei valori imperanti per procedere alla costruzione di una base umana su cui impiantare l’uomo nuovo, quello che “sa di sé” dopo aver saputo di “non sapere di sé e dell’altro”. La metodologia antropologica socratica è un esempio antico sulla necessità evolutiva di procedere da parte dell’uomo verso la ricerca e la scoperta degli autentici valori etici e sociali nella vera “agorà” e nell’autentica “polis”, città stato. Le “resistenze” sono sempre in agguato per fissare e consolidare le conquiste fatte negando l’essenza evolutiva dei processi psico-bio-culturali.

In tanta compagnia sta bene anche Epicuro con il suo lapidario tetra-farmaco per raggiungere l’ataraxia: bisogna liberarsi dell’angoscia che nasce dal pensiero degli dei, dal pensiero della morte, dai desideri eccessivi, dagli ideali politici. La Religione, la Psicologia, l’Etica e la Politica di vecchio stampo lasciavano il posto alla costruzione dell’uomo a-tarattico, privo di inutili angosce semplicemente perché aveva razionalizzato il suo quadro esistenziale e la sua collocazione nella Realtà.

Adesso tutto quello che ho detto adattatelo ai tempi attuali e “occhio ai dissennatori e ai dissennati”, mediatici e non.

E dopo Carosello tutti a nanna, come una volta!

Arriviamo e serviamo il sogno di Peter: un uomo separato rievoca la moglie possessiva e il figlio in piena crisi nascondendo tra le pieghe della moglie la propria madre, la figura da cui non ha saputo emanciparsi, una madre fagocitante o assente, in ogni caso una madre critica nell’abbondanza e nella penuria. Quest’uomo, divorato dal problema con la madre e con la moglie, non ha saputo collocarsi in maniera adeguata ed efficace nei riguardi del figlio e lo ha abbandonato all’alleanza conflittuale con la madre. Resta nel quadro un uomo solo che non riesce a realizzare ciò che desidera e di cui ha bisogno, un legame affettivo corretto e utile. Il prosieguo sarà di aiuto e supporto a quanto drasticamente affermato. Si sa che i sogni non te le mandano a dire le loro verità e, allora, non resta che far tesoro di questi salvifici e diretti messaggi.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

Ero in una città straniera, forse sud America, con mia moglie e mio figlio, che nel sogno ha l’età della realtà, 24 anni.”

Peter esordisce alla Camus, da “straniero” in casa sua e in special modo da estraneo nelle relazioni importanti e significative con la moglie e con il figlio ormai adulto. Peter ha qualche conto sospeso con queste due figure che, a giusto titolo, possiamo definire inquiete e inquietanti nei suoi vissuti. Il prosieguo del sogno darà il giusto conforto a questo disagio psichico ed esistenziale di Peter. Del resto, chissà quante volte un marito e un padre si è trovato in conflitto con la moglie e con il figlio. Importante è venirne fuori al meglio possibile nelle condizioni date e, come sempre, la “coscienza di sé”, non dico che aiuta, è indispensabile.

I simboli dicono che la “città straniera” rappresenta la parte psico-relazionale non condivisa e poco assimilata, il “sud America” nasconde la vitalità esotica e trasgressiva, “mia moglie” e “mio figlio” sono gli oggetti conflittuali d’investimento, “l’età della realtà” dimostra che il contrasto è ancora in atto.

Dobbiamo prendere l’aereo per il ritorno.”

La figura privilegiata e protagonista del conflitto di Peter è la figura femminile nella duplice versione di madre e di moglie. “L’aereo” è una chiara simbologia della figura materna nella valenza “fagocitatrice”, una donna oltremodo affermativa nel suo essere protettiva e nel destare sensi di colpa proprio per il fatto che, a modo suo, è di essenziale aiuto ai familiari. Questa è una madre di cui i figli hanno bisogno da piccoli perché risolve tanti problemi ed è anche una donna che spesso prende il posto del marito assente. Insomma, questo “aereo” è da prendere soltanto se necessario semplicemente perché condensa la “parte negativa” del “fantasma della madre”, quella possessiva e colpevolizzante, quella che crea dipendenze psicofisiche senza fine e al solo fine di appagare il suo esasperato narcisismo. Eppure l’importanza della madre in questo contesto è fuori discussione, sia nel viaggio di andata e sia nel viaggio di “ritorno”, sia nel fare e sia nel riflettere sul fatto compiuto e anche con una vena di nostalgia. La madre possessiva fa sempre le cose a puntino e al completo, non lascia mai niente al caso e tutto prevede anche per controllare i suoi “fantasmi” persecutori. E’ come il Principe del Machiavelli che nel buon governo e nella tirannia deve sempre prevedere l’imprevedibile.

Questo sogno è pieno di tunnel e gallerie. Il primo tunnel è trasparente, mio figlio lo attraversa ballando, ma quando esce è visibilmente drogato (qui la droga sembra libera, a disposizione).”

Nella sua psicodinamica con la moglie e con il figlio Peter riflette e rievoca i suoi “tunnel” e le sue “gallerie”, le sue costrizioni profonde e i suoi obblighi sociali, i suoi vissuti intimi e le sue emozioni non adeguatamente riconosciute, il suo mondo interiore ricco di contrasti e di conflitti a cui non ha saputo dare piena consapevolezza. Eppure Peter sa dell’esperienza profonda e coatta del figlio, il bisogno impellente a variare lo stato di coscienza e a far uso di sostanze stupefacenti. In ogni caso, questo figlio, che padre e madre non a caso accompagnano in tanta malora sudamericana, accusa qualche trauma psichico e non sta per niente bene, almeno nel vissuto paterno. Nello specifico Peter ritiene che il figlio sia vittima consapevole della madre, “trasparente”, e che abbia riconosciuto la sua dipendenza da cotanta figura senza riuscire a venir fuori dal “tunnel” della droga: esce ballando dal tunnel, un chiaro simbolo del cordone ombelicale materno. La droga è la chiara “traslazione” della figura materna, uno “spostamento” della dipendenza dalla madre alla sostanza. Tutto questo trambusto psicofisico avviene sempre secondo la buona novella onirica di Peter.

La simbologia esige che “ballando” si traduca in una disinibizione psicomotoria e in una espressione linguistica del corpo, “trasparente” in lucida consapevolezza e sindrome di convenienza, il “tunnel” in legame materno, la “droga” in variazione dello stato di coscienza inteso alle sfere subliminali.

Saliamo sull’aereo, io solo a fianco del pilota, ma non c’è una cabina di pilotaggio, néil secondo pilota.”

Anche Peter ha bisogno di salire nell’aereo, anche Peter non ha risolto del tutto la dipendenza da sua madre, dalla figura materna oltremodo protettiva e colpevolizzante, il suo “aereo” di origine. Anche Peter non ha scelto a caso questo tipo di donna come moglie. Peter ha ripetuto lo schema familiare e da una “madre” possessiva è passato a una “donna” possessiva da prendere in “moglie” e da farci famiglia. La questione psicofisica del figlio nella sua criticità viene totalmente presa in carico dalla madre. Trattasi di un costume familiare molto diffuso: il marito e il padre godono di un potere effimero, nonostante le apparenze ufficiali e sociali. Il quadro dice che in questa famiglia, perché di questo si tratta quando è presente la triade “madre-padre-figlio”, vige un profondo matriarcato, vige la “legge del sangue”: la “donna-madre” è al potere al di là della sua invisibilità e della sua visibilità. Tutti sono sull’aereo e dipendono dalla “moglie-madre”. Peter, nonostante il tentativo di raddoppiarsi nel pilota, non ha la cabina di regia e, quindi, non può occuparla, e non ha neanche l’ausilio del secondo pilota. Peter è proprio in netta minoranza in questa gestione totale della “moglie-madre”. Si arguisce anche che l’Io di Peter esercita un potere effimero nelle deliberazioni e tanto meno nelle decisioni da prendere nell’ambito della politica familiare. Insomma il potere maschile del padre e del marito è stato completamente assorbito in questa psicodinamica familiare dalla “moglie-madre” e in riguardo a una questione clinica del figlio.

I simboli si traducono in questo modo: “pilota” o gestione razionale dell’istanza psichica Io, “cabina di pilotaggio” o rafforzamento della funzione Io, “secondo pilota” o idem.

Mia moglie e mio figlio sono seduti dietro qualche posto, come in corriera.”

Il meccanismo di difesa della “conversione nell’opposto” si evidenzia immediatamente, a conferma di quanto si diceva in precedenza. Moglie e figlio formano una diade all’interno della Madre e appaiono docili e remissivi: “sono seduti dietro”. Tutto il contrario, ma Peter non può in sogno dirsi la verità e, per continuare a dormire, la camuffa a suo apparente vantaggio: io sono il capo e loro dipendono da me. La corriera è una ulteriore simbologia del potere materno nel suo essere un grande grembo con annesso un apparato sessuale. La divisione e la sperequazione della “madre-figlio” e del “padre-marito” sono oltremodo segnate. Questa determinazione psichica è spesso la causa della rottura dell’unità familiare, così come queste alleanze psichiche, apparentemente naturali, sono motivo di conflitto tra i vari membri della famiglia. La suscettibilità della “legge del sangue” impone il dettame mafioso “o con me o contro di me” senza alcuna possibilità di mediazione come in tutte le dittature sociopolitiche.

L’aereo inizia un percorso pazzesco, infila una galleria dove passa a stento, poi uno scivolo con acqua ma non decolla,”

Ed ecco a voi, signore e signori, lo psicodramma tanto atteso!

Peter vive malissimo la figura della moglie. Questa santa donna ne combina di tutti i colori e ne sa una più del diavolo. A livello di logica concettuale e consequenziale è oltremodo fuori di testa. Si mette in situazioni anguste di sofferenza e si procura emozioni a dir poco negative. Quando si lascia andare non arriva mai al dunque. In ogni caso questa madre è sempre estremamente realista e oggettiva, concreta e pragmatica e non si lascia mai prendere da idee e da ideali, da sublimazioni e da spiritualismi. Questa donna è massiccia e materialista, coatta e azzardata, pratica e pragmatica. Peter non è per niente contento di sua moglie e del suo carattere così affermativo. Non sa che fare con una una donna “fallico-narcisistica”, una donna che concepisce ed esercita il potere nella versione prevaricatrice.

I simboli traducono “percorso” in schema logico, “pazzesco” in ardito e non condivisibile, “galleria” in profondità e oscurità psichiche femminili, “a stento” in costrizione, “scivolo con acqua” in abbandono e lubrificazione sessuale, “non decolla” in non sublima e non si abbandona.

continua fino ad un hangar dove io, non so per quale motivo, scendo e, quando faccio per risalire, l’aereo è decollato.

Peter è colpito dalle stranezze della moglie e sta tessendo l’elogio dei difetti e delle eccentricità di questa donna. Comunica anche che è stato scaricato dalla signora. Peter conclude in gloria, suo malgrado o suo bengrado, la storia matrimoniale e familiare lasciando che la moglie vada per le sue tangenti e rimanendo a piedi dentro un hangar che sembra essere il polo di discordia della coppia e della rottura della famiglia. L’aereo decollato senza il pilota, il copilota e l’assistente rappresentano proprio la simbolica libertà conquistata da Peter nei riguardi della moglie e della madre del figlio ventiquattrenne e con problemi di dipendenza da sostanze.

I simboli dicono che “l’hangar” è la casa dell’aereo, “scendo” è una dissociazione ideologica e un volontario e benefico processo di perdita, “risalire” è un ravvedimento e un ripristino di equilibri turbati, “l’aereo” è la parte negativa del fantasma della madre-donna, “decollato” è la fuga risolutiva più che una “sublimazione di libido”.

I due coniugi hanno attraversato un periodo critico e si sono separati inciampando, come sempre, anche su questioni di divisione di beni materiali. Resta un figlio con il problema psicofisico dell’assunzione di sostanze che non è da poco nella rottura della famiglia.

Un uomo che mi sembra un ufficiale mi dice di aspettare l’aereo alla tabaccheria che si trova a 10 minuti in fondo al corridoio.”

Ecco che interviene il “Super-Io”, l’istanza psichica censoria e limitante, nonché guardiana del “principio del dovere”, nella figura dell’ufficiale, un militare oltremodo preciso e che suggerisce un collegamento con la moglie in un luogo per loro significativo, la “tabaccheria”, là dove simbolicamente si acquista la possibilità di variare lo stato di coscienza, là dove si smercia la sostanza che sbalordisce. Il tempo fissato nei “10 minuti” è generico o è un riscontro personale di cui sa Peter, mentre “in fondo al corridoio” dispone per un’ultima istanza di ritrovamento e di conciliazione.

Il senso del dovere di Peter ha fatto qualcosa per appianare il conflitto delle diversità caratteriali con la moglie e delle strategie nella gestione del figlio e del suo problema. Peter tenta di stabilire degli accordi da cui non derogare. Questo capoverso ricorda quello che solitamente succede nei conflitti di coppia e nelle separazioni a opera del giudice.

Una rivenditrice di giornali mi dice che in realtà sono 20 minuti.”

Il senso del dovere, degnamente rappresentato dalla figura militare dell’ufficiale, ha i suoi tempi. L’Io mediatore e realistico, nonché sociale, ha bisogno di un tempo di attesa più lungo, a conferma che con il dovere ci si impone una soluzione e non si discute, mentre, parlando e deliberando in ambito sociale, i tempi di una possibile riconciliazione si allungano.

I simboli dicono che la “rivenditrice di giornali” è la pubblica opinione, “in realtà” attesta che si tratta del principio omonimo a cui ubbidisce l’istanza psichica razionale “Io”.

A questo punto Peter ha sviluppato in sogno la sua bella psicodinamica di divergenza e di separazione dalla moglie, per cui svegliarsi è anche opportuno.

Questo è quanto si è potuto desumere dal sogno di Peter.

PSICODINAMICA

Il sogno di Peter sviluppa in maniera oltremodo simbolica ed emotivamente pacata la psicodinamica del dissidio di coppia e della rottura dell’unità familiare. Introduce un figlio in crisi di dipendenza e comunque in forte disarmonia psichica come concausa del dissidio che porta alla separazione. Evidenzia nella moglie e nella madre una caratteristica fortemente negativa: la parte possessiva e manipolatrice del “fantasma della madre”, nonché un forte pragmatismo utilitaristico che è in conflitto con l’apparente bonarietà del protagonista.

PUNTI CARDINE

Il sogno di Peter si lascia ben capire e decodificare in “Mia moglie e mio figlio sono seduti dietro qualche posto, come in corriera. L’aereo inizia un percorso pazzesco, infila una galleria dove passa a stento, poi uno scivolo con acqua ma non decolla, continua fino ad un hangar dove io, non so per quale motivo, scendo e quando faccio per risalire l’aereo è decollato.”

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

Dei “simboli” si è già ampiamente detto e soprattutto dello “aereo” come “parte negativa” del “fantasma della madre”. Mi tocca rilevare che questo “fantasma” appartiene a Peter e ha le sue radici nel modo in cui ha vissuto sua madre. Di poi, lo stesso “fantasma” è stato ridestato dal modo di apparire e di comportarsi della moglie con lui e con i figli.

“L’archetipo della Madre” è presente.

Il “fantasma” presente riguarda la “madre” nella “parte negativa”.

Nel sogno di Peter sono presenti le istanze psichiche “Io”, “Es” e “Super-Io”. L’istanza vigilante e razionale “Io” si individua in “pilota” e in “cabina di pilotaggio” e in “secondo pilota”. L’istanza pulsionale “Es”, rappresentazione dell’istinto” si manifesta in “Dobbiamo prendere l’aereo per il ritorno.” e in “tunnel” e in “gallerie” e in “hangar” e in “mai decolla”. L’istanza limitate e censoria “Super-Io” si vede nella figura di “un ufficiale”.

La “posizione psichica genitale” è dominante nel sogno di Peter: “Ero in una città straniera, forse sud America, con mia moglie e mio figlio,” e in “Mia moglie e mio figlio sono seduti dietro qualche posto, come in corriera.”

Il sogno di Peter usa i seguenti “meccanismi psichici di difesa”: la “condensazione” in “aereo” e in “tunnel” e in “galleria” e in “hangar” e in “ufficiale”, lo “spostamento” in “città straniera” e in “ballando” e in “droga” e in “seduti dietro” e in “decollato”, la “conversione nell’opposto” in “sono seduti dietro”, la “figurabilità” in “aereo”, la “drammatizzazione” in “L’aereo inizia un percorso pazzesco, infila una galleria dove passa a stento, poi uno scivolo con acqua ma non decolla, continua fino ad un hangar dove io, non so per quale motivo, scendo e quando faccio per risalire l’aereo è decollato.”

Il “processo psichico di difesa della “sublimazione della libido” non si evidenzia, mentre la “regressione” appare nei termini richiesti dalla funzione onirica. La “compensazione” non figura.

Il sogno mostra un tratto “orale” all’interno di una “organizzazione psichica reattiva genitale”: Peter manifesta problematiche affettive pregresse che ostacolano la sua collocazione in famiglia e i suoi “investimenti di libido”.

Il sogno di Peter forma del seguenti figure retoriche: la “metonimia” o relazione di somiglianza in “aereo” e in “tunnel” e in “galleria” e in “hangar”, la “metonimia” o relazione logica in “ufficiale” e in “decolla” e in “tabaccheria” e in “città straniera” e in “droga” e in “seduti dietro”.

La “diagnosi” dice che Peter presenta lacune conflittuali pregresse nella sua formazione affettiva e che ha ben maturato nella sua “organizzazione psichica reattiva”. Tale corredo e specifiche esigenze “orali” Peter ha portato in carico nella sua vita di coppia e familiare, candidandosi a una figura femminile similare alla figura materna o al suo contrario. La conflittualità affettiva con la madre si è riverberata nella moglie e nella madre di suo figlio, nonché in quest’ultimo in quanto figura in cui ha rivisto parti di sé.

La “prognosi” impone a Peter una proficua psicoterapia al fine di ben razionalizzare la sua formazione affettiva e i tratti caratteristici della sua “organizzazione psichica reattiva”. Nello specifico Peter deve capire quanti “fantasmi” ha proiettato nella donna, nella moglie, nella madre e nel figlio. Di poi, potrà cominciare a riappropriarsi dell’alienato e riprendere le fila della sua vita e delle sue relazioni significative e importanti, “in primis” il figlio e la moglie, “in secundis” le relazioni affettive e sociali. La madre di tutte le guerre psichiche si profila ancora una volta essere la relazione conflittuale con i genitori: “posizione psichica edipica”. Partire da lontano per arrivare vicino è più che mai fondamentale in questo caso.

Il “rischio psicopatologico” si attesta nella “sindrome depressiva” e nell’acuirsi dei “fantasmi di perdita affettiva”. E anche in questo caso sarà importante capire e diagnosticare il tipo di depressione. Il sogno lo individua in uno “stato limite”.

Il “grado di purezza onirica” è “buono” perché il sogno non ha subito contaminazioni logiche e si è mantenuto su piani narrativi comprensibili e altamente simbolici.

La causa scatenante del sogno di Peter, “resto diurno” del “resto notturno”, si attesta nell’esacerbarsi di una questione familiare o di coppia.

La “qualità onirica” può essere stimata nell’ordine del “surreale”.

Il sogno di Peter può appartenere alla seconda fase del sonno REM alla luce della sua carica emotiva e della sua acrobatica descrizione simbolica.

Il “fattore allucinatorio” si attesta nell’esaltazione della globale “cenestesi”, stasi e movimento: “esce” e “saliamo” e “c’è” e “sono seduti” e “infila” e “scivolo dietro” e “non decolla” e “decollato”.

Il “grado di attendibilità” del sogno di Peter è “buono” alla luce della chiarezza dei simboli e della loro lineare interazione. Il “grado di fallacia” è “minimo”.

DOMANDE & RISPOSTE

La decodificazione del sogno di Peter è stata letta da un collega, nonché grande amico, di Siracusa. Sono conseguite le seguenti riflessioni.

Collega

Un sogno decisamente importante e delicato. Si presta a una lettura profonda che riguarda l’infanzia, il primo anno di vita direi, di Peter e si presta a una lettura relazionale successiva che riguarda la coppia e la famiglia. Sto sintetizzando a modo mio quello che tu hai scritto. Il bambino Peter ha trasportato i suoi vissuti affettivi e le sue modalità d’amare e d’investire “libido genitale” nella moglie e nel figlio. Dalla madre si è sentito poco o troppo amato, ignorato o divorato. In ogni caso la donna, la moglie e la madre le ha vissute allo stesso modo. Nel sogno la madre si mangia il figlio e il marito, sempre secondo i vissuti di Peter. Due piani e due letture si riconfermano, una antica e l’altra successiva nel tempo. I due piani sono presenti nella psiche di Peter e lo condizionano ancora oggi nella maniera di voler bene e di amare. Ha bisogno di essere affettivamente divorato o ignorato e di collocarsi come figlio, ma cerca anche di essere autonomo e adulto e non sempre ci riesce. Insomma è un sogno ricco di implicazioni e di riferimenti, ma il piano di lettura resta quello iniziale: un bambino e un adulto ai ferri corti con l’affettività. Lo definirei un sogno “orale” più che “genitale” e semplicemente perché riguarda l’infanzia di Peter.

Salvatore

I riferimenti al presente possono essere i problemi del figlio. Ma chi è il figlio di Peter? Peter stesso o suo figlio? Entrambi. Magari il figlio ha avuto problemi di dipendenza, oltretutto legati nella radice alla sfera affettiva e a disturbi della stessa, e da lì Peter è partito per rispolverare i suoi mobili antichi con la formula fenomenale del sogno. Dalla dipendenza affettiva alla dipendenza da sostanze o dal gioco la distanza è breve, molto breve, quasi collima. Non dimentichiamo anche che i problemi seri dei figli, tipo la tossicodipendenza o la disabilità, spesso separano i coniugi, piuttosto che avvicinarli e rafforzarli nel comune impegno di affrontare situazioni delicate e a volte angoscianti.

Collega

La tossicodipendenza è la traslazione di un forte disturbo della sfera affettiva, è un tentativo fai da te di cura, un’auto-terapia, come le soluzioni alcoliche delle depressioni, quando un uomo o una donna ricorrono all’alcool o al vino o ai farmaci per non sentire l’angoscia di morte bussare alla porta. La depressione è la malattia non soltanto filosoficamente mortale, ma è soprattutto il fantasma primario che somatizziamo come prima conoscenza associandolo alla funzione materna del nutrirci. Stiamo parlando di esordio nella vita e non di riflessioni senili o di speculazioni mature. Abbasso i filosofi e viva gli psicologi, anzi e meglio, spazio alle Psicologie filosofiche.

Salvatore

Quando il problema della tossicodipendenza da eroina si presentò negli anni settanta in maniera acerba nel Veneto, le neonate famiglie borghesi si trovarono impreparate a tanta disgrazia sociale e a tanto disagio psichico. Le strutture sociosanitarie erano impreparate all’evento traumatico e i vari preti d’assalto e di cosiddetta “sinistra” più o meno operaia si arruffarono per carpire i milioni messi a disposizione dai ricorrenti governi democristiani & “company”. La vecchia e protettiva famiglia patriarcale si era scrollata di dosso il parassita feudatario di turno e si era smembrata in piccoli gruppi neocapitalisti con tanto di campi da coltivare e di fabbrichette da accudire. I figli non erano più protetti dai nonni e dalla vecchie, dagli zii e dai compari, dal gruppo familiare allargato. Specialmente i disabili in ogni senso furono emarginati e non trovarono una collocazione e un ruolo. Ecco che la famiglia borghese, anteponendo il profitto all’economia psichica, di fronte alla tossicodipendenza dei figli si smembrava e non riusciva a trovare il bandolo della matassa per ricostituirsi in maniera efficace. In quel periodo tanti erano i casi di giovani abbandonati a se stessi e agli effetti letali delle droghe pesantissime perché tagliate in maniera rocambolesca e con tanta fantasia. Quanti morti non riconosciuti dai familiari e quanti funerali evasi anche dalle suore per vergogna! Il sogno di Peter mi ha ricordato quel periodo eroico per tanti aspetti del Veneto, il miracolo del nord-est, e tanto doloroso per le giovani vite perdute nel tunnel della coazione a variare lo stato di coscienza per non cadere nelle spire della depressione. Infatti i giovani coinvolti nella tossicodipendenza erano i più deboli, psicologicamente parlando, ed era facile individuare la famigerata sindrome depressiva nelle loro trame psichiche. Cadevano nell’assunzione di droga i giovani che avevano un tratto o una organizzazione psichica a risonanza depressiva. Se era nevrotica ne uscivano dopo la prima batosta se non incorrevano in una “overdose” per ignoranza. Se erano fondamentalmente depressi non ne venivano fuori perché usavano l’eroina come farmaco antidepressivo che li faceva star bene e così non avvertivano l’angoscia di base. E le famiglie non sapendo che pesci pigliare li lasciavano al loro destino o a qualche comunità di varia natura e di varia cultura. Il novanta per cento sono in cimitero.

Collega

Certamente le varie comunità erano benemerite nell’aiutare alla meglio i giovani dipendenti da sostanze stupefacenti, ma tante erano approssimative. Mancavano la Psicoterapia e la Psicologia. La Psichiatria aveva soltanto strumenti chimici e costrittivi. La Cultura condannava e non capiva. La Religione condannava e si divideva in due. Tornando al sogno di Peter si può affermare senza ombra di dubbio e di smentite che non era semplice e non era indolore. In ogni caso è servito quanto meno a responsabilizzare Peter e indurlo a una sana razionalizzazione per vedere meglio nella sua vita passata e presente per costruirsi un futuro degno di un sano benessere e di un prospero equilibrio.

Salvatore

Aggiungo che, se poi riesce anche a ricucire le relazioni troncate o distorte, avrà fatto, per se stesso in primo luogo, un bel lavoro e un buon cammino.

In conclusione della travagliata interpretazione del sogno di Peter e in sollievo alla delicata psicodinamica propongo l’ironia sorniona sul tema delle difficoltà relazionali e soprattutto delle dinamiche familiari. All’uopo ho scelto la canzone di Stefano Rosso “Una storia disonesta”. Correvano gli anni settanta.

TRA PASSATO & PRESENTE

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“E’ estate e sono al mare, in piedi sulla parte alta di uno scoglio che a gradoni scoscesi penetra nell’acqua. Ci sono molte coppie di giovani e sono ragazza anch’io; siamo tutti in costume da bagno, ho un filarino con un ragazzo molto bello che mi bacia e sfiora con naturalezza. Sto bene, sono a mio agio con me stessa e con quello che c’è intorno (mi sento come mi sentivo realmente da ragazza, il corpo in mostra, baluardo di un infinito presente, e la mente proiettata di diritto su un futuro certo). Scendiamo in gruppo a vedere com’è il mare e lo trovo bellissimo. Ad un tratto noto che in realtà c’è un fiume che entra ad estuario in questo mare e porta con sé un’acqua verdastra e limacciosa, ma mi piace anche questo, sono estasiata da tutto quello che vedo.

Sono nel mio presente, ora, e cammino (ma a momenti guido) con la mia nipote adorata lungo l’argine di un ampio torrente in piena, sebbene con l’acqua calma e chiara; nel paesaggio c’è anche un grande fiume, incantevole. Proseguo ed arrivo ad un bivio: sulla destra scende una strada che porta al tratto di mare visto in precedenza e sulla sinistra un’altra arriva ad un pontile che dà sul lago di Garda. Vado da entrambe le parti, mi sento serena, c’è una bella luce, il paesaggio e la natura mi riempiono di felicità. Sono in compagnia di alcune donne, credo componenti della mia famiglia o care amiche.

Poi ritorno ragazza sullo scoglio ed è calata la sera. Con me c’è il gruppo di giovani di inizio sogno e ci stiamo divertendo, si ride, forse ci stiamo preparando per una festa. Mi giro e sulla sinistra vedo avanzare mio padre; il suo viso nel sogno non è affatto quello di mio padre: ha gli occhiali e una chierica, indossa un vestito elegante ma ordinario, grigio chiaro, sembra un travet. Sono così contenta di vederlo, mi si riempie il petto di gioia. Lo abbraccio forte e lui mi sorride e mi stringe a sé. Mi siedo su uno dei gradoni naturali dello scoglio e lui è su quello sottostante, mi gira la schiena e io allargo le mie gambe e le mie braccia e lo cingo forte nell’incavo del mio corpo. Provo un potente sentimento di amore che mi appaga pienamente. Non ho mai amato mio padre con il sentimento che provo nel sogno; ho amato mia madre così, vorrei dire “in modo così puro”. Era come se nel sogno provassi per la prima volta per un uomo un sentimento deprivato del suo potere seduttivo.”

Mi sono svegliata.

Questo è il sogno di Sabina

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Possono convivere in sogno passato e presente magari in una notte di mezza estate?

Certo, nel “breve eterno”!

Il sogno di Sabina è l’esempio di come la Psiche riesce a tenere nell’arco consapevole del suo orizzonte i “fantasmi” e le esperienze vissute al di là della loro qualità. La “coscienza di sé” è la consapevolezza di questo materiale psico-esistenziale fermata nel momento storico considerato. Il Vivere porta a trascurare la Psiche a vantaggio del Pragma, il vissuto psicologico rispetto al fatto occorso nella sua concretezza. Il sistema delle “resistenze” è funzionale alla difesa dell’equilibrio tra corpo e mente con il suo impedire l’afflusso alla coscienza del materiale psichico dimenticato o “rimosso”, così come il sistema dei “processi e meccanismi di difesa” opera in maniera articolata per lo stesso fine omeostatico: il contenimento dell’angoscia.

E così, vivendo e sin dal primo vagito, il trauma e l’angoscia scandiscono i tempi e i modi della riflessione su se stessi e sulla propria formazione. Il bambino infante usa i seguenti “meccanismi di difesa”, definiti per l’appunto “primari”: il “ritiro primitivo” che consiste nel non vivere l’angoscia fuggendo dalla realtà e disinvestendo, il “diniego” che si attesta nel rifiuto dell’angoscia e nella negazione della perdita, il “controllo onnipotente” che si esplica nel potere esercitato nel conflitto con la realtà traumatica, la “idealizzazione e svalutazione primitive” che si esercita nell’esaltazione della protezione da parte dei genitori e nella successiva delusione, la “proiezione” e la “introiezione” e la “identificazione proiettiva” che si giustificano con la difficoltà del bambino di capire la dialettica tra mondo interiore e mondo esterno e nell’attribuire all’altro il proprio passato psichico, la “scissione delle imago” e la scomposizione dei “fantasmi” nella “parte positiva” e nella “parte negativa”, la “dissociazione” che si attesta nella difesa dall’angoscia attraverso lo sdoppiamento dell’Io.

Questo è il corredo psichico difensivo del bambino. L’adulto userà “meccanismi e processi” sofisticati ed evoluti per difendersi dall’angoscia che è la “malattia mortale” secondo le Religioni monoteistiche, la filosofia di Epicuro, di Kierkegaard, di Schophenauer, di Heidegger, di Sartre e di altri filosofi che hanno posto l’accento sulla consapevolezza umana intorno alla fine e all’uopo hanno ricercato il fine della vita in base alla loro formazione psichica, ai loro “fantasmi” e alle loro esperienze vissute. Anche i filosofi hanno proiettato nelle loro opere il corredo composto dei loro turbolenti “fantasmi” e i tratti caratteristici delle loro “formazioni psichiche reattive”. Il processo difensivo è ancora più evidente nelle opere poetiche. Quindi, anche i poeti non sono esenti da “proiezioni” catartiche e da contaminazioni tra il privato e il pubblico. Provate a leggere Leopardi in chiave psicodinamica e ne vedrete delle belle.

Il sogno di Sabina si snoda narrativamente ponendo di tanto in tanto, quasi per gradire, qualche simbolo consistente e massiccio a testimoniare che il “processo primario” è in funzione, qualora qualcuno non se ne fosse accorto. E così tra il racconto e la rievocazione del passato la Fantasia immette i “fantasmi” per condire al meglio la minestra, di per se stessa gustosa e piccante sullo stile anni settanta. Sarà interessante scindere la narrazione descrittiva dalla simbologia dei “fantasmi” e tra ricordi e desideri, tra pulsioni ed emozioni il piatto della nostalgia sarà alla fine ben ricolmo di ricche e sfiziose primizie che il Tempo non è riuscito a consumare con le sue tinte grige e le sue sfumature altrettanto grige.

Il film di Sabina è in tre tempi e si svolge con un rimando temporale rincorrendo la figura paterna e materna. Il fine è quello di sistemare la “posizione edipica” partendo dall’adolescenza e arrivando alla maturità. Sabina non accettava il padre e si sentiva rifiutata. Nel sogno non solo lo recupera e lo riconosce, ma lo adotta al fine di integrare la sua identità psichica e di migliorare la comprensione della sua storica relazione con l’universo maschile.

Il tragitto interpretativo è diviso in tre parti ed è oltremodo interessante.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

IL SOGNO DEL PASSATO

E’ estate e sono al mare, in piedi sulla parte alta di uno scoglio che a gradoni scoscesi penetra nell’acqua. Ci sono molte coppie di giovani e sono ragazza anch’io; siamo tutti in costume da bagno, ho un filarino con un ragazzo molto bello che mi bacia e sfiora con naturalezza.”

La vena narrativa non manca nel disegnare questo quadretto anni settanta della serie “un giorno d’estate al mare”. Sabina è una ragazza tra le tante, ma è super, come la benzina e le sigarette di allora. Guarda caso, lei si trova tra le altre adolescenti accoppiate, ma è in piedi e sulla parte alta dello scoglio. Il senso dell’alto-locazione, più che dell’ipertrofia, dell’Io, è appariscente in questa seducente e sedicente “ragazza” che non si fa mancare il “filarino con un ragazzo molto bello”. Sabina non si limita al corteggiamento di un liceale, procede verso la naturalezza della “libido orale” ed epiteliale. Questo spaccato da “Sapore di sale” del mitico Gino Paoli è talmente delicato e semplice da diventare eccitante nella lettura e nell’attraversamento di desideri ed emozioni universalmente vissute tra i meridiani e i paralleli dell’inquinato pianeta. E l’incauto lettore debitamente ringrazia la ragazza che con naturalezza sogna e si descrive mentre attraversa la penultima fase REM del suo sonno.

Sto bene, sono a mio agio con me stessa e con quello che c’è intorno (mi sento come mi sentivo realmente da ragazza, il corpo in mostra, baluardo di un infinito presente, e la mente proiettata di diritto su un futuro certo).”

L’esibizione del benessere e della sicurezza avviene in maniera pacata ma decisa. Sabina rievoca e commenta orgogliosamente una fase importante della sua vita e della sua formazione psichica, l’adolescenza o “il tempo delle mele”. Il passato ritorna al presente nelle posture psicofisiche di base per proiettarsi in un gratificante futuro: il “breve eterno” è servito su una insalatiera d’argento come quella della coppa Davis. Quest’operazione è resa possibile dal “corpo in mostra” e disposto all’altro, nonché dalla “mente” certa del “futuro” e sicura del suo diritto naturale. Sabina è il suo corpo, Sabina è la sua mente, il corpo è baluardo e la mente è progetto. Su queste fondamenta Sabina costruisce la sua casa nella fusione dei tempi del ricordo, della vita in atto e dell’attesa. Vedi cosa combinano il Corpo e la Mente quando sono a briglia sciolta e in un attimo di distrazione dell’Io.

Scendiamo in gruppo a vedere com’è il mare e lo trovo bellissimo. Ad un tratto noto che in realtà c’è un fiume che entra ad estuario in questo mare e porta con sé un’acqua verdastra e limacciosa, ma mi piace anche questo, sono estasiata da tutto quello che vedo.”

Fino a questo punto il sogno di Sabina si è lasciato spiegare tra narrazione e riflessione senza ricorrere a pericolose e strane acrobazie simboliche. Del resto, la ragazza è semplice e sofisticata al punto giusto, per cui si lascia cogliere nelle sue linee e nei suoi archi, nelle sue rotondità e nelle sue piramidi. Socializza bene Sabina, non ha remore e blocchi nel suo giovanile motore di adolescente che cerca di conoscersi nel gruppo. Ma il vero gruppo è la sua “gruppalità” interna, il complesso delle sue istanze e la rete delle sue relazioni, i mille modi di rappresentare le sue pulsioni e gli altrettanto mille nodi che intesse tra le varie parti di sé.

“Il mare è bellissimo”.

Ecco la simbologia tanto attesa e tanto ampia!

Sul mare si è tanto discusso, tanto si discute e tanto si discuterà, come è giusto nel consorzio dell’umana ignoranza e della recidiva presunzione.

E’ il simbolo dell’Inconscio freudiano?

E’ il simbolo della Vita e del Vivere?

Rappresenta la parte fascinosa e misteriosa della Madre?

Raffigura l’ardimento e la sfida umana all’apparente Indefinito?

E’ quello che ognuno di noi vuole?

Ecco, è sicuramente il nostro “significante”!

Di certo il Mare è un po’ di tutto, ma per Sabina è soprattutto il suo presente che si infutura. Ma lei non si accontenta della normalità rassicurante, non si appaga di ammirare il mare e di viverlo come il suo spazio d’investimento. Sabina cerca la simbologia complessa e fa interagire il mare con l’estuario di un fiume, rappresenta il Principio Maschile e il Principio Femminile nella fusione di un meraviglioso e poetico coito primordiale. Il Fiume è maschio e rappresenta il Padre e il suo estuario è l’orgasmo che acquieta la tensione dello scorrimento e la ricerca della fine, mentre il Mare è femmina e rappresenta la Madre che accoglie e annega lo spasmo del nobile consorte nelle sue ampie anse. Sabina tocca apici mitologici in questa poetica quanto inconsapevole descrizione proprio rappresentando in maniera originale la scena del “Coito primordiale”. Ma attenzione, è tutta farina del suo sacco semplicemente perché non risulta immagine mitologica simile tra le mie conoscenze e le mie erudizioni. Non mi risulta che Zeus si sia trasformato in “potamos”, fiume, per accoppiarsi con la Dea di turno frutto delle sue brame erotiche e dei suoi istinti sessuali. Ma la meraviglia non è ancora finita. State attenti che Sabina, introducendo l’amplesso primario della coppia genitoriale, sta rispolverando la sua conflittualità con i suoi genitori, “posizione psichica edipica”, ed evidenzia i suoi sensi di colpa nelle acque limacciose e verdastre. Ma non è finita la storia perché Sabina dimostra di aver risolto la sua scomoda collocazione tra padre e madre e dichiara “apertis verbis” che è “estasiata da quello che vede” e non lesina di aggiungere che le piace, prova godimento nella visione del padre e della madre in simbiosi. Certo che il Mare è più grande del Fiume, certo che la Madre domina nel vissuto della Figlia, certo che la figura materna è maestosa nella visione della figlia, certo che la mamma è tanta per Sabina. Il Padre Fiume viene accolto nel suo disperdersi i mille rivoli neurovegetativi nell’ampio e misterico Grembo della Madre. La madre è dominante nella psicologia formativa di Sabina.

Sintetizzo questo ampio quadro allegorico. Sabina rievoca la sua “posizione edipica” rappresentando in maniera personale la mitica fusione maschio-femmina. In quest’operazione dimostra di aver riconosciuto il padre e la madre, per cui il benessere psicofisico necessariamente consegue.

I simboli e gli archetipi sono il “mare” o l’esercizio del vivere al femminile, il “fiume” o l’insinuazione maschile, “l’estuario” o la dilatazione maschile, “l’acqua verdastra e limacciosa” o dei sensi di colpa, “estasiata” o la caduta della vigilanza e la variazione dello stato di coscienza, “vedo” o sono consapevole

IL SOGNO DEL PRESENTE

Sono nel mio presente, ora, e cammino (ma a momenti guido) con la mia nipote adorata lungo l’argine di un ampio torrente in piena, sebbene con l’acqua calma e chiara; nel paesaggio c’è anche un grande fiume, incantevole.”

Passata è in sogno l’adolescenza e la donna si manifesta nel suo splendore e nella sua controllata irruenza psicofisica mentre lascia scorrere la sua vita senza farsi mancare l’amor proprio e tenendo in grande considerazione la figura maschile nella persona del padre idealizzato. Nell’hic et nunc, nell’aqui y ahora, nel suo presente Sabina vive e si vive rafforzandosi nell’amor proprio tramite la giovane nipote che si porta a spasso come se fosse la Sabina adolescente del precedente sogno. La vitalità della “libido” è in eccesso ed è da gestire con giudizio. Ma la “libido” non è mai in eccesso, come la femminilità evidente e il bel portamento. L’uomo ideale si insinua in questo quadro bucolico come l’eredità della “parte buona” del padre. L’adolescente è diventata donna e ha razionalizzato la sua “posizione edipica” riconoscendo il padre e sistemandolo secondo norma e secondo dovere.

Proseguo ed arrivo ad un bivio: sulla destra scende una strada che porta al tratto di mare visto in precedenza e sulla sinistra un’altra arriva ad un pontile che dà sul lago di Garda.”

Come Edipo, giovane e intraprendente, piomba con il suo carro nel quadrivio di Tebe dove incontra Laio, il padre sconosciuto, e lo uccide per una questione apparente di precedenza, anche Sabina nel corso della vita arriva a un bivio, perviene a una presa di coscienza sulla sua “destra” e sulla sua “sinistra”. Sabina è chiamata a deliberare sul futuro basato sulla storia psico-familiare e sulla sua formazione o a decidere di tornare indietro sui suoi passi e ristagnare ancora sul padre e sulla madre, sul pontile e sul lago, sul maschio e sulla femmina, sulla sua relazione conflittuale con i genitori e le loro enigmatiche figure. Anche Edipo era di questa pasta e si avviava a consumare la tragedia a lui dedicata e ampiamente voluta dagli dei dell’Olimpo anche per dare l’opportunità a un certo doctor Sigmund Freud di dare sfogo alla sua genialità creativa e alla sua grafomania. Nel sogno sul tempo passato di Sabina c’era l’estuario di un fiume e il mare, nel sogno sul tempo presente c’è un pontile e un lago. La simbologia è la stessa, ma manca la monumentalità della scena e l’entità dei componenti.

Vuoi mettere un misero pontile che si insinua sia pur nel lago di Garda con il mare che assorbe e dona la pace a un fiume in piena dilatazione dei sensi? Eppur la Madre domina sempre sia nel suo essere “mare” e sia nel suo essere “lago”.

Potenza dei suoi insegnamenti e delle sue virtù!

Cosa suggerisce la simbologia del pezzo considerato?

Il “bivio” rappresenta la deliberazione e la scelta, la “destra” rappresenta il maschile e il futuro e la ragione e la realtà, la “sinistra” rappresenta il femminile e il sistema neurovegetativo e il passato e il crepuscolo della coscienza, il “pontile” rappresenta la protuberanza e l’insinuazione maschili, il “lago” rappresenta la ponderatezza oscura del femminile o l’acqua cheta.

Vado da entrambe le parti, mi sento serena, c’è una bella luce, il paesaggio e la natura mi riempiono di felicità. Sono in compagnia di alcune donne, credo componenti della mia famiglia o care amiche.”

Onnipotenza e ubiquità sono le doti dell’infanzia, quell’età che in Sabina non è mai fortunatamente tramontata e che si trasporta dietro nel cammin di sua vita quasi dicendo che è riuscita a comporre in armonia il passato con il presente e che attualmente la sua vita gode ottima salute secondo l’ultimo bollettino meteopsicorologico. Sabina riconosce il suo passato e il suo presente perché ha composto il padre e la madre nel “simbolo delle sue origini”. Tale nobile e proficua operazione ha maturato i frutti di una buona armonia psicofisica. La carta d’identità psichica di Sabina è la seguente: riconoscimento e “sapere di sé”, disinibizione e disimpegno. Una lucida razionalità si accompagna a una buona emotività, un buon demone governa le fattezze e le movenze del corpo. Finalmente Sabina è in compagnia di se stessa e degli altri, sa relazionarsi con le sue “parti psichiche” e con gli oggetti dei suoi investimenti di buona “libido”.

La simbologia dice che “serena” equivale a mancanza di nubi o ataraxia e assenza di affanni, “luce” o ragione e processi secondari, “paesaggio” o “status” psichico in atto, “natura” o ciò che nasce, “felicità” o buon demone o spirito vitale, “donne” o del potere femminile, “famiglia” o “gruppalità” interiore e parti psichiche in relazione, “amiche” o confidenza tra sé e sé.

RITORNO AL SOGNO DEL PASSATO

Poi ritorno ragazza sullo scoglio ed è calata la sera. Con me c’è il gruppo di giovani di inizio sogno e ci stiamo divertendo, si ride, forse ci stiamo preparando per una festa.”

Il sognare consente di giocare con il Tempo e magari di beffarlo con una innocente manovra della memoria che permette alla saltimbanco Sabina di spostarsi a suo piacimento tra le pieghe dei ricordi più gratificanti e intimi. L’animo si muove tra le note di una musica scandita dalle pulsioni e dalle emozioni di una donna matura che rievoca la sua adolescenza e il suo corpo alla ricerca della giusta identità. L’adolescenza viene rivissuta da Sabina nello spazio temporale di un giorno: “sullo scoglio è calata la sera”, il momento del passaggio da uno stato di entropia ormonale a uno stato di migliore consapevolezza del proprio patrimonio genetico. Sabina celebra in sogno il passaggio dall’adolescenza alla prima giovinezza, dal “tempo delle mele” al “tempo delle albicocche”, dall’acerba adolescente alla pienezza della donna. Vediamo come si vive e si descrive Sabina: socievole, gioviale, disponibile, gioiosa.

La simbologia conforta l’interpretazione affermando che “divertendo” equivale a stabilisco una dialettica relazionale o socializzo mantenendo la mia personalità, “si ride” equivale a si amoreggia, “festa si traduce in “dies festus” o giorno solenne e atto alle cerimonie e alle condivisioni pubbliche.

Mi giro e sulla sinistra vedo avanzare mio padre; il suo viso nel sogno non è affatto quello di mio padre: ha gli occhiali e una chierica, indossa un vestito elegante ma ordinario, grigio chiaro, sembra un travet.”

Sabina non è contenta e si complica la vita psichica continuando a sognare temi consistenti e di grande spessore: il padre e la sua “posizione edipica”. Ma quanto importante è stata questa figura nell’economia e nella dinamica evolutiva di questa benedetta e sacrosanta donna?

Sabina rivive il passato e sulla scena onirica fa arrivare “mio padre”: “mio” indica un possesso significativo. Ma non può rappresentare il padre reale con i suoi pregi e i suoi difetti, le sue virtù e i suoi disvalori, Sabina deve presentare il padre ideale e idealizzato. I tratti del viso non sono affatto quelli del padre reale, è un uomo calibrato, razionale, avveduto ed è soprattutto un uomo sublimato, un gran sacerdote dalla “chierica” che ha rinunciato al mondo materiale con il taglio di cinque ciocche dei capelli. Per il resto il padre è un “monsù Travet”, un uomo qualunque con la distinzione dell’ordinario grigiore di una figura che ha attratto per quello che non possiede e che la figlia ha immaginato che avesse e fosse dotato. Degna d’interesse è la “sublimazione” del padre nella “chierica”: l’impedimento difensivo dall’attrazione sessuale. Sabina si difende in sogno dal coinvolgimento erotico con la figura paterna provvedendo alla sua svirilizzazione. Così marcia la “posizione edipica” secondo la “buona novella” della protagonista.

Vediamo i simboli. La “sinistra” è regressione e ritorno al passato, il “viso” è il complesso dei tratti caratteristici esibiti nel sociale, gli “occhiali” sono la versione ambivalente della razionalità nel rafforzamento e compensazione di debolezza, la “chierica” è la “sublimazione della libido”, il “vestito” è l’insieme dei modi psichici di apparire, “elegante” equivale a essere suo padre e fuori dal gregge, “ordinario” è tutto ciò che non è straordinario, “grigio” è privo di slancio vitale, “travet” è rafforzamento di ordinario e grigio.

Sabina non ha una buona opinione del padre e lo vive come una figura di poco spessore, ma ha operato tutte le difese del caso come tutte le bambine, lo ha accettato e se ne è staccata.

Sono così contenta di vederlo, mi si riempie il petto di gioia. Lo abbraccio forte e lui mi sorride e mi stringe a sé. Mi siedo su uno dei gradoni naturali dello scoglio e lui è su quello sottostante, mi gira la schiena e io allargo le mie gambe e le mie braccia e lo cingo forte nell’incavo del mio corpo. Provo un potente sentimento di amore che mi appaga pienamente.”

La psicodinamica “edipica” in riguardo alla figura paterna non si è conclusa e Sabina la porta avanti dal rifiuto all’accettazione, dalla razionalizzazione al riconoscimento, dall’inclusione all’adozione. Il quadro non si era composto durante l’adolescenza e le pennellate si sono spiattellate ancora sulla tela. Come sosteneva e insegnava Carlo Ravasini, “l’Edipo non si risolve mai del tutto e meno male”. Vediamo come e in che modo Sabina è andata avanti nel suo amorevole travaglio. La donna associa il sentimento alla consapevolezza, la gioia all’immagine interiore o alla “parte positiva” del “fantasma del padre”. L’empatia e la simpatia diventano di casa. Il padre e la figlia ormai si capiscono e soffrono insieme di quella dolorosità nostalgica basata sul tempo perduto e su quello che potevamo mangiare e per pudore non hanno consumato. Lo stare insieme diventa intrigante e seduttivo, acquista un colore erotico che va dal rosso passione al giallo gelosia per sfumarsi definitivamente sul verde vitale della realtà in atto. Il pudore ancora è vincente e la “sublimazione” si colora di tinte delicate che sfumano dalla recezione sessuale traslata all’avvolgimento in un abbraccio protettivo pudicamente posizionato di spalle e in una forma di ingravidamento. Sabina incorpora il padre nel suo grembo come quel figlio che avrebbe voluto nelle sue fantasie avere dal padre e che adesso è diventato accudimento materno del padre, l’adozione di un uomo che a suo tempo fu figlio e oggetto di multicolori sensazioni e di indicibili emozioni, di losche fantasie e di foschi pensieri, un padre che adesso è oggetto di cura e di premura.

I simboli dicono che “contenta di vederlo” si traduce in piena e soddisfatta della mia consapevolezza nei riguardi del padre, “riempie il petto di gioia” si traduce in appagata nel sentimento e nell’emozione, “abbraccio forte” si traduce in lo assimilo e lo faccio mio, “mi sorride e mi stringe a sé” si traduce in mi scatena pulsioni e desideri, “mi siedo su uno dei gradoni naturali dello scoglio” si traduce in ho potere, “lui è su quello sottostante” si traduce in ha bisogno di me, “mi gira la schiena” si traduce in ho pudore e mi difendo dal coinvolgimento diretto, “allargo le gambe e le mie braccia” si traduce in mi dispongo alla fusione erotica e al coinvolgimento affettivo, “lo cingo forte nell’incavo del mio corpo” si traduce nella traslazione dell’ingravidamento, “provo un potente sentimento d’amore” si traduce nella sublimazione della libido, “mi appaga pienamente” si traduce in pieno funzionamento della difesa psichica.

Questo è il paragrafo più allegorico e poetico perché contiene ed esprime la psicodinamica edipica completa di Sabina nei riguardi del padre. Non è da meno per le donne di qualsiasi parte del globo terracqueo.

Non ho mai amato mio padre con il sentimento che provo nel sogno; ho amato mia madre così, vorrei dire “in modo così puro”. Era come se nel sogno provassi per la prima volta per un uomo un sentimento deprivato del suo potere seduttivo.”

Nel sogno si fanno anche riflessioni e quest’operazione richiede che il sonno non sia pesante, che le fasi REM o nonREM siano blande e che magari Sabina si stia svegliando dolcemente emozionata dal vissuto tenero e materno verso il padre. Sabina si prende cura del padre ed è pronta ad amarlo “in modo così puro”. La “sublimazione della libido” soccorre la figlia adulta nel capire che lo stesso trattamento affettivo e sentimentale che aveva riservato alla madre, adesso lo può vivere con il padre. I corollari erotici e seduttivi del potere femminile si sono evoluti nella capacità di amare il genitore con la stessa moneta della madre. Sabina non vuole ripetere con i suoi uomini la modalità erotica e affettiva che in passato riservava al padre, per cui introduce la benefica presa di coscienza, “razionalizzazione”, che le permette di liberarsi dalla “coazione a ripetere” e di liberare l’inventiva sulle altre svariate modalità di “investimento di libido” sull’oggetto del proprio desiderio. E’ importante che la donna non scarichi sul partner quello che ha vissuto nei confronti del padre e che da lui non pretenda la compensazione delle sue frustrazioni erotiche e affettive. Sabina ha ben razionalizzato la sua psicodinamica edipica e adesso è una donna libera di amare l’uomo senza essere condizionata dalla ricerca nell’uomo del padre buono o del padre cattivo, del padre vissuto secondo il “fantasma”.

Vediamo i simboli: “in modo così puro” equivale alla sublimazione della libido o desessualizzazione, “deprivato del suo potere seduttivo” significa che ho abbandonato la “posizione fallico-narcisistica” e mi sono evoluta nella “posizione psichica genitale”.

Questo è quanto dovuto al sogno di Sabina.

PSICODINAMICA

Il sogno di Sabina svolge la psicodinamica edipica in riguardo alla figura paterna secondo le linee guida di un processo evolutivo che viaggia dalla conflittualità al riconoscimento per poi adire all’adozione e all’accudimento amoroso e sublimato del padre.

PUNTI CARDINE

I punti cardine dell’interpretazione del sogno di Sabina s’incentrano in “c’è un fiume che entra ad estuario in questo mare e porta con sé un’acqua verdastra e limacciosa,” e in “Proseguo ed arrivo ad un bivio: sulla destra scende una strada che porta al tratto di mare visto in precedenza e sulla sinistra un’altra arriva ad un pontile che dà sul lago di Garda.” e in “mi gira la schiena e io allargo le mie gambe e le mie braccia e lo cingo forte nell’incavo del mio corpo.”

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

Dei simboli si è detto lungo il tragitto. Tra il narrativo e discorsivo il sogno di Sabina offre simbologie allargate in allegorie. La più creativa è l’allegoria del coito edipico: “c’è un fiume che entra ad estuario in questo mare e porta con sé un’acqua verdastra e limacciosa,”.

L’archetipo del “Padre” si manifesta nella sua maestosità in “c’è un fiume che entra ad estuario in questo mare”. L’archetipo della “Madre” si evidenzia in “mare” e in “lago”.

Il “fantasma” dominante riguarda il padre.

Sono ampiamente distribuite nel sogno di Sabina l’istanza vigilante “Io”, l’istanza “Es” rappresentazione dell’istinto, l’istanza censurante e limitante “Super-Io”.

La “posizione psichica edipica” trova la sua epifania e il suo trionfo attraverso le fasi globali. La “posizione genitale” consegue naturalmente.

I meccanismi psichici di difesa sono la “condensazione”, lo “spostamento”, la “simbolizzazione”, la “figurabilità”. Quest’ultima si esalta in “c’è un fiume che entra ad estuario in questo mare e porta con sé un’acqua verdastra e limacciosa”. Il “processo psichico di difesa della “regressione” appare nelle esigenze psicofisiche oniriche, ma è la “sublimazione della libido” a trovare la sua forza nelle varie circostanze descritte dal sogno.

Il sogno di Sabina esibisce un deciso tratto “edipico” all’interno di una “organizzazione psichica reattiva genitale”.

Sabina elabora nel sogno le figure retoriche della “metafora”, “metonimia”, “enfasi”, ma dominante è la “allegoria”.

La “diagnosi” dice di un’evoluzione completa della “posizione edipica” e nello specifico della relazione con la figura paterna: dalla conflittualità alla razionalizzazione, dal riconoscimento all’adozione.

La “prognosi” impone a Sabina di integrare e compattare le conquiste fatte, nonché di disporle a buon fine nei riguardi della figura maschile che ammette alla sua condivisione e allo scambio dei doni psicofisici.

Il “rischio psicopatologico” si attesta in una “psiconevrosi edipica”: isteria, angoscia, fobica e ossessiva, depressiva.

Il “grado di purezza onirica” è “buono” nel suo conciliare la narrazione con la logica consequenziale attraverso il ricamo dei pezzi da novanta, i simboli.

La “causa scatenante” del sogno di Sabina è un riferimento al padre o a una figura similare, nonché la nostalgia del bel tempo vissuto.

Le “qualità oniriche” sono decisamente l’atemporalità e la diacronia. Il “breve eterno” si sposa con il rivivere il passato.

Il sogno di Sabina si è svolto nella terza fase del sonno REM alla luce della spedita conciliazione del fattore narrativo con il fattore simbolico.

Il “fattore allucinatorio” trova riscontro nell’esaltazione del senso della vista. Le sensazioni di movimento sono presenti in maniera progressiva e senza alta incidenza.

Il “grado di attendibilità” dell’interpretazione del sogno di Sabina è sicuramente “buono” perché i simboli sono evidenti e interagiscono senza stridore. Il “grado di fallacia” è veramente minimo.

DOMANDE & RISPOSTE

La decodificazione del sogno di Sabina è stata valutata da un lettore che di mestiere fa il ragioniere in un’impresa di pompe funebri e per hobby recita in commedie dialettali. So che si chiama Tatai, rifacimento di Gaetano, e che si vanta in giro di essere mio amico.

Tatai

Innanzitutto voglio sfatare il fatto che il mio lavoro porti sfortuna. Questo pregiudizio è frutto della paura della gente di aver bisogno di questo servizio. Ma lei deve sapere che la mia azienda sponsorizza una squadra di calcio amatoriale e i giocatori portano sulla maglietta la dicitura “con …asso hai un buon trapasso” e il prossimo anno faremo pubblicità all’urna ecologica con l’immagine di una bambina bionda seduta su un prato verde e con la dicitura “nonno raccontami ancora”. Cosa pensa lei, che è bravo nella pubblicità, di questa bella mia trovata?

Salvatore

Che tu fossi un personaggio eccentrico, mi era chiaro e risaputo. Confermi la tua eccezionalità e la tua sicilianità nel raccontare e nel chiedere, ma ti ricordo che poi dobbiamo parlare del sogno di Sabina e non delle tue bravate. Comincio. Una volta c’era il becchino, ma oggi è giusto che ci sia l’impresa dell’aldilà con tutti i “confort” che possono alleviare i sensi di colpa dei cari parenti sopravvissuti. Voi beccamorti siete operatori del “fantasma di morte”, siete benemeriti funzionari del triste congedo, sapete di psicologia e di sociologia, di semiotica e di psicoanalisi, di finanza e di speculazione e anche di malaffare nello spartirvi le povere salme fuori dagli obitori. Siete destinati a funzionare sempre e vi siete organizzati anche a livello di corporazione e non soltanto. La pubblicità sulle magliette della squadra di calcio era stata fatta negli anni settanta, mentre l’altra l’ho già vista presso il cimitero di Siracusa qualche anno fa. Quindi non mi resta che dirti che sei un imbroglione e un istrione, un ciarlatano e un millantatore. So che per te sono tutti complimenti, mentre per una persona normale sarebbero soltanto offese.

Tatai

Come mi conosce bene! Quando mi dice queste cose mi fa accapponare la pelle. Lei è sempre sul pezzo ed è difficile prenderlo per il culo. Allora il sogno di Sabina è semplice e l’ho capito all’ingrosso e al dettaglio. Ho capito anche cosa vuol dire adottare il padre o la madre. Lei sa della mia situazione di figlio che accudisce il padre paralitico e quindi ha sfondato una porta aperta. Non c’è cosa più bella di vedere mio padre ogni giorno ridere per le mie sciocchezze e sorridere per il fatto che non gli faccio pesare i servizi più intimi. Mio padre è sempre fresco e odoroso come una rosa di maggio e la zagara dell’arancio quando è sbocciata. La sfortuna dell’incidente sul lavoro, poteva essere morto fulminato dalla corrente elettrica, ha cambiato la sua vita, ma ha avuto il merito di avere educato dei buoni figli e in particolare il sottoscritto.

Salvatore

L’accudimento materiale e pratico è la degna conseguenza del riconoscimento psichico. Prendersi cura dei genitori significa umana premura e disposizione all’altro in assimilazione non solo del comune “amor fati”, ma soprattutto dell’essenza empatica e simpatica dell’essere umano. Lenisce i nostri sensi di colpa e la nostra angoscia di perdita. E’ una psicoterapia laica che induce ancora una volta a dire grazie all’altro e in questo caso al padre e alla madre.

Amico

Essenza empatica e simpatica? Comunque, dottor Vallone mi ricordo che quand’ero piccolo non c’era l’INPS e non esisteva la pensione. I figli mantenevano i genitori e se ne facevano carico e, se vuole, i maschi davano i soldi e le femmine provvedevano al sostentamento dei nostri vecchi. Ma lei non immagina come si stava bene in questa nobiltà d’animo e, mi creda, non era una nobile miseria. Io so di avere avuto un rapporto difficile con mia madre perché non mi dava la libertà di cui avevo bisogno. Era una donna paurosa, ma comunque è stata forte nell’affrontare la disgrazia di suo marito, mio padre. Che campino cent’anni ancora. Io ci sto e sono sicuro che ci sarò sempre per loro.

Salvatore

Sei un istrione, ma, quando non ti nascondi, sai tirare fuori il bravo ragazzo. Ti dico che empatia e simpatia significano sentire e condividere emozioni e sentimenti. So che lo sai e che è un tuo modo naturale e congenito di scassare i “cabbasisi” alla Montalbano di Camilleri.

Tatai

Lo sapevo. Vuole che io, attore dilettante sopraffino, non sappia cosa significano empatia e simpatia? Dunque a Sabina io dico dal profondo della Sicilia di campare tranquilla e di non farsi problemi inutili. Se viene in Sicilia, non solo la ospitiamo, ma le insegniamo pure a capire meglio tutto quello conta nella vita. Il sole e la luce aiutano tanto a vivere bene e a dare il giusto peso alle cose. Il mare è uno splendore. Se poi consideriamo una buona pasticceria e una gustosa tavola calda, il capolavoro dell’esistenza è bello e fatto.

Salvatore

E io aggiungo per Sabina che si nasce maschi o femmine, ma si diventa maschi e femmine attraverso il gioco delle identificazioni. Le dico ancora che il maschile e il femminile, androginia, sono tratti psichici simbolici che si ascrivono a tutti gli uomini e al di là della loro identità sessuale. Mi spiego: se Sabina si mostra forte, sta realizzando un tratto psichico simbolicamente maschile. Se, per converso, è dolce e remissiva, sta agendo un tratto psichico simbolicamente femminile. L’androginia psichica si realizza nell’esercizio di caratteristiche simboliche ascritte all’universo maschile e femminile. Noi siamo il precipitato anche di questi tratti che assorbiamo in famiglia e filtriamo criticamente in seguito, lasciando per noi quelli che si confanno alla nostra formazione e che sono stati assorbiti nella nostra “organizzazione psichica reattiva”.

Tatai

Ho capito e non ho capito. Comunque è una cosa tra voi due, questo l’ho capito e sono affari vostri.

Salvatore

Oltre che un “grillino” dell’ultim’ora, sei anche un ruffiano gentile. Sappi che resti il siciliano più gradevole del mondo perché conosci mezza Divina commedia a memoria, perché sei un attore dialettale dilettante, perché sei catanese e perché vendi casse da morto con il sorriso sulle labbra e la battuta sempre pronta per sdrammatizzare. Sarà quel che sarà, ma ancora una volta mi hai fatto sorridere di gusto e mi hai fatto capire le giuste regole del buon vivere insieme agli altri.

Tatai

Certo e se non ha capito bene, le spiego meglio tutto quanto magari davanti a una pasta al forno o a un timballo di melanzane, quello con le polpettine di mia madre s’intende. Per quanto riguarda il “grillino”, pensi che non mi sono iscritto alla Lega e così dormirà sonni tranquilli. Alla sua età dormire è un buon segno di salute. Se poi sogna, meglio ancora. Comunque non voglio certo salutarla dicendole “sempre a sua disposizione” perché le voglio bene e lo voglio vivo e arzillo, ma comunque non si sa mai. Ah, dimenticavo di dirle che le urne ecologiche sono il nostro pezzo forte e che fino a luglio sono in offerta speciale. Alla prossima, ma sono certo che non mi chiamerà.

Salvatore

Tu sei un gran figlio di “buttana”, nel senso che sei un gran simpaticone. E invece ti chiamerò per sdrammatizzare. Salutami il papà e digli che lo penso sempre e che gli voglio tanto bene. Appena passo da Catania vengo a trovarvi.

Cara Sabina,

al posto della signora Maria di Col San Martino, ti è toccato un burlone siciliano che non è da meno. Ogni male non viene per nuocere. Comunque, “baciamo sempre le mani” e specialmente a una donna eccezionale.

GLI SCENARI DI “ONIRIC WOMEN” 1

IL PREAMBOLO DELLA LETTERA

Caro Maestro,

approfitto del suo sprone a sottoporLe i miei sogni e Le chiedo di darmi lumi sul significato dell’ultimo in ordine di tempo.”

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Sabina mi dà del “Maestro”, “sua bontade”, mi vive come “Maestro” nell’interpretazione dei sogni, mi ritiene “Maestro” nell’analisi dei poliedrici prodotti psichici della funzione onirica. L’investimento e il riconoscimento sono gratificanti e impegnativi.

Ma perché da sempre abbiamo bisogno di “Maestri”?

Il Buddismo esortava ed esorta a cercare un maestro per addomesticare la nostra millenaria e travagliata “anima” e per meditare sulle verità che portano al ritorno nella Grande Luce, la Madre di tutte le scintille viventi.

Dioniso, semidio della Tracia, figlio di Zeus e di donna Semele, insegnava e insegna ai suoi seguaci l’ardore dell’estasi e la liberazione dei sensi attraverso i riti in suo ricordo e in suo onore: la tragedia e il dramma satiresco.

Pitagora era ed è il depositario delle verità dello Spazio, colui che insegnava e insegna i segreti del “punto-numero”, la Geometria e l’essenza matematica della Realtà. I suoi discepoli lo ammantavano di un mistico e acritico “Ipse dixit”, “lo ha detto lui stesso” e non si discute, e ancora oggi i teoremi parlano in suo favore con il famigerato “come volevasi dimostrare”.

Il metodo antropologico di Socrate induceva e induce a cercare un maestro per l’esercizio della “ironia” e della “maieutica” nella sempiterna ricerca del “conosci te stesso”, quella “coscienza di sé” che è resa possibile dalla destrutturazione delle false verità intorno al “vecchio Io” e nel parto mascolino del “nuovo Io”. Questa psicodinamica era istruita ventitré secoli prima che un certo Sigmund Freud rimescolasse le carte da laborioso ebreo.

Un greco “dalle spalle larghe”, Platone, maestro dell’Accademia, (il boschetto di ulivi sacro ad Athena, la dea della sapienza e delle arti), dopo i vani tentativi di realizzare lo Stato ideale nell’infida colonia di Siracusa, insegnava in Atene e insegna ancora oggi l’arte del buon governo dei Filosofi.

Un uomo umile che amava le donne nella inimitabile Grecità del lontano quarto secolo a.C., Aristotele, era il maestro del Liceo, il bosco consacrato ad Apollo Licio, e insegnava ai suoi discepoli la scienza del formare e del combinar concetti: “A è uguale ad A”, “A non è nonA”, “o è A o è nonA”, il “sillogismo”, principi e metodi che non sono tramontati.

Il buon Epicuro insegnava e insegna a lenire le angosce dell’uomo razionalizzandole con il “tetrafarmaco”, le quattro pillole filosofiche contro la paura della morte e degli dei, contro l’amore della patria e dei desideri innaturali.

Gesù Cristo, luminoso nella sua splendida veste di Figlio del Dio ebraico, era di necessità “Maestro” e insegnava e insegna a tutti gli uomini le verità etiche radicate nei diritti naturali del corpo vivente: un gius-naturalista “ante litteram”, prima di Ugo Grozio e di Alberico Gentile.

La ricerca del Maestro si può fermare nei “Saperi” che questi uomini hanno fondato e rappresentano: la Metafisica, l’Estetica, la Scienza matematica e fisica, la Psicologia, la Politica, la Logica, l’Etica, la Morale.

L’elenco è appena abbozzato. Mi piace ricordare Darwin e i “Padri” di tutti i bambini del mondo che nella pratica del quotidiano vivere insegnano e rassicurano i loro figli.

Tutti i Maestri sono benefattori dell’umanità e trovano il loro prototipo in Prometeo, l’uomo che regalò agli uomini il fuoco secondo la mitologia greca, un eroe elaborato secondo i meccanismi simbolici universali, i “processi primari”.

Maestro è colui che lenisce l’angoscia di morte offrendo in dono ai suoi simili un valido significato di vita.

La parola “maestro” deriva dal latino “magis” e “alter” e si traduce “il di più di un altro”, colui che è più forte di un altro o di tanti altri.

Dopo questo nobile “excursus” mi tiro fuori da tanta compagnia e posso dire a Sabina che qualsiasi conoscenza funzionale ad alleviare l’angoscia di morte, l’essenza dell’umano vivere secondo filosofi e poeti, comporta il riconoscimento “honoris causa” di “magister” nell’autore di una parziale e momentanea verità. Del resto, l’interpretazione del sogno è funzionale al “sapere di sé” e al conseguente benessere psicofisico, ma io gradisco l’etichetta di “scrittore di storie psicologiche”. Aggiungo che la parola “verità” si radica nel greco “a-letheia” e si traduce “senza nascondimento”. La verità si nasconde e il maestro la disocculta e la mostra ai discepoli.

“Avanti con il santo e senza che la processione si ingrumi”, diceva il buon prete durante la festa dell’amato san Sebastiano in quel di Avola.

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Prima mi permetto una rapida spiegazione dei miei meccanismi rappresentativi.

I miei sogni si svolgono spesso in scenari inventati o esistenti ma riadattati.”

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Hai perfettamente ragione, cara Sabina. I sogni sono sempre realtà psichiche, sia nella forma di rielaborazioni e riadattamenti dell’esistente e sia nella forma di creazione di scenari non elaborati a caso ma significativi. In quest’ultimo caso il meccanismo psichico principe è la “figurabilità”, l’umana capacità di dare immagine al vissuto, di rappresentare il “fantasma”, di allucinare la psicodinamica. Risulta determinante la selezione operata tra le diverse immagini che traducono una rappresentazione psichica e che meglio si prestano alla sua espressione visiva. Inoltre, la “figurabilità” consente di operare “spostamenti” da un concetto astratto a un’immagine concreta.

Freud afferma che nell’attività primaria della “figurabilità” viene richiamato un aspetto arcaico e filogenetico del pensiero e del linguaggio umani.

In origine il pensiero e le parole avevano un significato concreto: essi si traducevano in fatti reali e oggetti sperimentabili. Soltanto in seguito all’evoluzione culturale il pensiero e le parole hanno assunto un significato e un contenuto astratti. Il linguaggio del sogno non conosce le opposizioni logiche dei pensieri e delle parole, così come all’origine il linguaggio designava in un unico oggetto concetti diversi e opposti.

Quindi, è tutto ok, almeno fino a questo punto. Apprezziamo la creatività plastica di Sabina e procediamo con le sue parole.

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Ognuno di questi luoghi il più delle volte ha a che fare con il protagonista del mio sogno; ogni persona cardine del mio contesto affettivo ha una sua scenografia, una sorta di rappresentazione pittorica in cui li calo per definirli.”

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La funzione onirica distribuisce quotidianamente il pane come il buon poeta di Pablo Neruda e attribuisce a ogni sognatore il giusto corredo emotivo e affettivo da investire nel suo “lavoro” notturno. Il luogo, “topos”, evoca il “fantasma” e il vissuto, Il luogo è il teatro su cui si recitano le psicodinamiche di Sabina, la tela su cui si proiettano le figure pittoriche di Sabina, il materiale psichico incamerato al meglio e allucinato secondo un contesto ordinato che denota una buona autocoscienza, un proficuo “sapere di sé”. Il “topos” si è alleato con il “logos”, la “razionalizzazione”, e abitano in Sabina semplicemente perché vanno a braccetto in questo suo resoconto.

Una domanda nasce malevola e si pone spontanea: siamo sicuri che queste riflessioni non sono resistenze razionali e tentativi di addomesticare il sogno?

Sabina deve aver fatto un buon cammino psicoanalitico per poter affermare quanto comunica, Mostra una buona confidenza con le sue libere associazioni e con il meccanismo della “condensazione”. Definisco quest’ultimo per venire in aiuto a Sabina. La “condensazione” è una modalità del funzionamento dei processi onirici in base alla quale un’unica rappresentazione costituisce l’intersecazione di catene associative formate da altre rappresentazioni; su questa unica rappresentazione vengono investite e conglobate le energie psichiche relative a ciascuna rappresentazione. Un’unica rappresentazione, quindi, condensa tutte le altre rappresentazioni per via associativa.

Il mio compito è di chiarire il quadro anche complicando gli elementi della questione. Sarà Sabina a tirare le somme. Procedere è interessante e motivo d’orgoglio.

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Mi è difficile essere più essenziale nella narrazione dei miei sogni, perché la quantità di particolari presente nei luoghi in cui si svolgono cattura la mia attenzione mentre mi ci trovo, quindi al risveglio è tutto (o quasi) impresso nell’immediata memoria.

Le dovevo questa premessa.”

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L’analisi è una capacità intellettiva che si forma nel tempo con l’esercizio e con il concorso difensivo dei “fantasmi” personali. L’analiticità contiene e coniuga un bisogno di sicurezza e un gusto di chiarezza mentale. Ogni pregio ha il suo risvolto che non è necessariamente un difetto. In questo caso è una sensibilità intellettiva che denota una ricchezza dei dati e una propensione al gusto del particolare. Chi ha tanto fantasticato, ha tanto temuto e ha tanta capacità di analisi. Il sogno, quindi, propone un tratto della carta d’identità psichica di Sabina. Il “luogo” è il teatro o lo schermo in cui socialmente agiamo e traduciamo i pensieri e i progetti, i “fantasmi” e i desideri. Il “topos” è il “tramite” che consente la “proiezione” difensiva dei nostri vissuti. Dal mio “dizionario psicoanalitico dei simboli” desumo alla voce “luogo”: istanze psichiche Io, Es, Super-Io, prerogativa strutturale e vissuto in atto. Alla voce “analisi” risulta un tratto ossessivo e una ricerca difensiva dei nessi logici e dei particolari, nonché una resistenza alla consapevolezza del materiale psichico rimosso. “Luogo” e “analisi”, essendo presenti nella funzione onirica, sono tratti psichici caratteristici di Sabina, note che la individuano e ne fanno una persona irripetibile. La “memoria immediata” al risveglio attesta che il sogno è stato elaborato nelle fasi finali del sonno REM, quando, specialmente al mattino, il sogno è vivo e lucido.

RESTO DIURNO – CAUSA SCATENANTE

E ora il sogno, che ho riportato sul cellulare appena sveglia. L’unico resto diurno a cui posso riferirmi è una chiacchierata fatta ieri pomeriggio con mia sorella su quanto avesse avuto una sua importanza formativa positiva l’aver vissuto l’infanzia in anni in cui la povertà era comune a molti, nella nostra Italia degli anni ’60, e di quanto in fondo i bambini sappiano gioire del gioco e non del giocattolo.”

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Come non condividerti?

Io potrei parlarti degli anni ‘50 e ti illuminerei sulla fame dell’immediato dopoguerra e sui giochi di strada tra monelli, su quanto era gustoso il formaggino “Fanfulla” o quello bicolore della “Ferrero”, su quanto sapeva di buono il sapone Palmolive o Lux sulla pelle di mia madre, sugli orfanelli e sulle vedove dei pescatori saltati in aria a causa di un siluro impigliato nelle loro reti,…insomma io ti potrei rafforzare la convinzione del buon tempo andato e dei bambini gioiosi di agire insieme agli altri giocando a nascondino, a bandiera, ad acchiappa acchiappa, a mosca cieca, al pallone con la palla bianca e puzzolente di gomma.

La “causa scatenante” è aggiudicata e la nostalgia è ben sistemata.

Inizia il sogno.

TRAMA DEL SOGNO E DECODIFICAZIONE

Io spettatrice. Questo fa sì che la visione sia speculare: ciò che io vedo alla mia sinistra, nella scena del sogno è a destra.”

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Sabina mette in atto il meccanismo psichico di difesa della “scissione”, si stacca emotivamente dalla trama del sogno per continuare a dormire e guarda le scene come in uno specchio ossia convertite nello Spazio. Il movimento nello Spazio richiama simbolicamente il Tempo: quello che è collocato nel suo futuro appare nel suo passato e quello che appare nel suo passato è collocato nel suo futuro, quello che desidera è condensato nelle esperienze vissute, quello che è “da vivere” è sistemato nel “già vissuto”. Sabina mette in atto i “meccanismi e i processi psichici di difesa” che descriverò in seguito.

I simboli dicono che la “spettatrice” desidera acquisire una migliore consapevolezza e accrescere il “sapere di sé”, prendere coscienza del suo passato senza coinvolgersi in maniera diretta e convertendo la dimensione temporale e collocando spazialmente il “già vissuto” nel “da vivere” e il “da vivere” nel “già vissuto”: “visione speculare”. La coscienza del suo passato in sogno è il suo presente. Sabina è paga della sua autocoscienza. La “sinistra” è simbolo del passato e della “regressione”, mentre la “destra” è simbolo del presente e dell’evoluzione. Il movimento “da sinistra a destra” è simbolo del progresso, il movimento “da destra a sinistra” è simbolo del processo difensivo della “regressione”: questa è in parte la simbologia dinamica della spazio. Sabina fa coincidere la nostalgia con l’appagamento in atto, la consapevolezza del passato con lo stato di coscienza presente.

Il prosieguo darà i lumi necessari.

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È giorno. Condominio a sinistra, pareti esterne bianche. Accesso all’appartamento attraverso un balcone esterno con ringhiera che dà sul piazzale. Piano alto, forse terzo o quarto.”

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Sabina è consapevole del suo passato in famiglia e dell’offerta della sua innocenza agli occhi della gente. Oscilla tra il sociale e la difesa del personale e, a tal uopo, si serve del “processo psichico di difesa” dall’angoscia della “sublimazione della libido”. Sabina è in bilico tra l’esibizione nella società e la giusta difesa della sua intimità, ma propende tanto verso gli altri.

I simboli: “giorno” o consapevolezza, “condominio” o società, “sinistra” o passato, “pareti esterne” o difese dagli altri, “bianche” o innocenza, “accesso all’appartamento” o disponibilità, “balcone esterno” o offerta sociale di sé, “ringhiera” o difesa dagli altri, “piazzale” o relazioni sociali, “piano alto” o “sublimazione della libido”.

Più chiaro di così!

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Nell’appartamento abita una coppia di coniugi con tre bambini: due sono gemelline femmine e uno forse è un maschietto, ma a tratti è una femmina.”

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Ecco la classica famiglia italiana del “boom” economico negli anni sessanta! Ecco il gruppo familiare di Sabina “mutatis mutandis”, dopo aver cambiato le cose che devono essere cambiate!

Sapete lei chi è?

E’ il “maschietto che a tratti è una femmina”: “androginia psichica”. Sabina esordisce ponendo in ballo la sua collocazione all’interno della famiglia tra il “sentimento della rivalità fraterna”, le sorelle “gemelline”, e la sua latente e larvata conflittualità con i genitori, la sua “posizione edipica”. Prevedo che ne vedremo delle belle.

I simboli: “appartamento” o luogo psichico, “abita” o possesso, “coppia di coniugi” o rafforzamento dei genitori, “tre bambini” o figliolanza e fratellanza, “gemelline femmine” o rafforzamento del tratto femminile, “maschietto a tratti femmina” o androginia psichica. Ricordo che l’androginia psichica vale per tutti come la legge che esige a livello psichico la compresenza e l’azione di tratti psichici simbolicamente attribuiti all’universo maschile e di tratti psichici simbolicamente attribuiti all’universo femminile.

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La mamma è in casa da sola con i bambini. Ha un aspetto disordinato, agisce senza impegno, frettolosamente. Il volto tradisce l’ansia, la noia.”

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Sabina mostra il suo vissuto in riguardo alla famiglia: una madre sacrificata e lasciata sola con i figli. Una scena “già vista” e “già vissuta” nella realtà e che in sogno si presenta come attuale. La desolazione familiare è tutta in questo quadretto: “la mamma è in casa da sola con i bambini”. Ma non basta. Sabina affonda in sogno il colpo nella sua visione della madre: una donna disordinata, meccanica, ansiosa e annoiata. Si capisce il motivo per cui Sabina si è scissa tra spettatrice e attrice protagonista della scena familiare. Questo capoverso è fortemente descrittivo e la simbologia non serve. La scena ricorda i romanzi del Naturalismo francese dell’Ottocento, ha tanto di Emile Zola.

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Arriva il padre, giovane, aggressivo. Bello, braccia muscolose, sembra Marlon Brando in “Un tram che si chiama desiderio” (nota aggiunta da me mentre scrivo il sogno appena sveglia, perché così mi appare nell’immediatezza del ricordo).”

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La scena si completa e la psicodinamica, sempre più edipica, si complica. Il padre è vissuto da Sabina nella versione opposta della madre: un vero maschio e un vero uomo, un uomo affermativo e realizzato, volitivo e forte, la classica figura maschile che occupa i desideri proibiti e leciti di tutte le donne desiderose di protezione e di appagamento. La bellezza si coniuga con la giovinezza e l’aggressività muscolare.

Quant’è bella questa immagine del papà che la bambina Sabina ha introiettato a suo tempo!

E’ un classico dell’innamoramento e dell’attrazione edipica.

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Non capisco, sembra che abbia ammazzato una delle bambine. Trambusto. Lui è il cattivo. Ma poi vedo tutti e tre i bambini, sono con lui, nessuno è morto. È un padre amorevole, nessuno l’ha capito e io che osservo sono felice che adesso lo vedano tutti.”

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La compostezza estetica e sentimentale della scena e dell’allegoria è turbata all’improvviso da un’allucinazione tragica, il padre assassino. In un capoverso Sabina illustra il meccanismo dello “splitting”, scissione, del “fantasma del padre”, il padre edipico, quello “buono” da cui si è sentita amata e quello “cattivo” da cui si è sentita respinta in un conflitto ricco di emozioni, struggimenti e tormenti, come nei migliori innamoramenti dei migliori film proiettati nei cinema di periferia. Sabina si è ricreduta sulla figura paterna e sulla sua funzione, non aveva saputo sistemare il padre dentro di lei e non aveva capito quanti investimenti aveva operato su quest’uomo del “tram desiderio”, su questo contrastato Marlon Brando dei giorni del dopoguerra che non aveva nulla da invidiare all’omonimo americano. La famiglia si è ricomposta nei vissuti di Sabina e il “fantasma” si è acquietato nella sua funzione vitale di adescare la creatività e di consentirle le migliori immagini: “figurabilità”.

Vi illustro i simboli.

“Non capisco” o obnubilamento della coscienza, “abbia ammazzato” o esercizio della “libido anale sadomasochistica”, “una delle bambine” o Sabina l’androgina, “trambusto” o forte carica emotiva in atto, “lui” o distacco, “il cattivo” o “parte negativa” del “fantasma del padre”, “vedo” o sono consapevole, “tutti e tre i bambini sono con lui” o rassicurazione tramite la “parte positiva” del “fantasma del padre”, “nessuno è morto” o nessuna perdita affettiva, “padre amorevole” come volevasi dimostrare o rafforzamento della “parte positiva” del “fantasma del padre”, “nessuno l’ha capito” o prima non avevo preso coscienza del fantasma paterno, “io che osservo” o scindendomi ho raffreddato i vissuti e sono andata indietro alla mia infanzia e adolescenza e ho recuperato la mia “posizione edipica” che è rimasta sempre viva in me e nella dimensione temporale presente pur appartenendo al passato. I conti tornano. Ancora: “io sono felice” o ho un buon demone dentro ossia “eudaimonia” greca legata alla presa di coscienza e alla condivisione del bene comune che aumenta la gioia. “Che lo vedano tutti” significa che Sabina si pone come la figlia che aiuta le sorelle a recuperare la figura paterna e l’immagine distorta che si erano formate. Manca la madre, ma ci sono buone speranze di un suo recupero e di una sua riapparizione nella scena familiare.

Bellissimo questo pezzo, degno del migliore Verismo italiano!

Brava Sabina!

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Non ricordo più la madre, è scomparsa dal sogno.”

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Mancava la madre, mancava l’altra protagonista della “posizione edipica” di Sabina, ed eccola!

Eccola nell’assenza e nella “rimozione” del “non ricordo”, una amnesia funzionale alla rielaborazione della contrastata figura paterna, un uomo sballottato, come i vasi di don Abbondio nel carro, tra il sentimento dell’amore e il sentimento dell’odio. La madre è stata rimossa dalla bambina quando era particolarmente affascinata dall’enigmatico padre e interessata a vivere i tragitti ormonali del suo giovane corpo, la “libido”. La madre “è scomparsa”, è stata esclusa anche dal sogno, così come il marito l’aveva esclusa dalla vita affettiva e sociale, relegandola nella dimensione coniugale del tipo Cenerentola. Sabina non mostra una visione positiva della madre e della figura femminile in generale semplicemente perché non si è voluta identificare in una donna sacrificata e ristretta a mansioni culturalmente obsolete. Sabina ha lottato per essere all’incontrario di sua madre e anche in questa operazione ha usato la sua tendenza onirica a ribaltare nell’opposto le psicodinamiche oniriche. “Scomparsa” si traduce in una carica aggressiva che elimina, “non ricordo” significa “rimozione”. Per completare l’opera spiego il meccanismo di difesa principe delle scoperte freudiane o meglio del lavoro di Freud, dal momento che la “rimozione” era stata scoperta già dai filosofi e nello specifico dal grande Anassimandro, da Cartesio e da Leibniz, nonché dagli Idealisti e nello specifico Schelling. Ma questa è tutta un’altra storia. Vado a delucidare. La “rimozione” è un meccanismo psichico di difesa che espleta la funzione attiva di bandire e di espellere dalla coscienza idee e impulsi inaccettabili da quest’ultima. Per tale necessità li relega nella dimensione profonda.

Procedo in pompa magna.

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Resta il padre a prendersi cura dei figli e a dare disposizioni sul loro accudimento dopo che lui sarà morto.”

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Sabina ha riconosciuto il padre dopo tante traversie emotive e conclude secondo i canoni popolari della sceneggiata napoletana: il padre dispone la cura dei figli dopo la sua morte.

Ma cosa vuol dire questo canovaccio alla Mario Merola?

La “posizione edipica”, l’aspra conflittualità di Sabina con il padre e la madre, è stata risolta con la presa di coscienza che la figura paterna è stata ben razionalizzata e liquidata come il simbolo della sua origine. Sabina ha riconosciuto il padre come l’altro da sé, come la figura sacra con tanto di carisma e di mistero, come il suo “significante” e non come il suo “significato”, come il “dux” romano portatore delle sue insegne militari, come il maestro che le ha indicato la direzione, come il “segno” semiotico del grande Umberto Eco di cui tanto si sente la mancanza in questi tempi tristi e grami. Sabina ha recuperato affettivamente il padre, “resta il padre a prendersi cura dei figli”, e allarga ai fratelli la sua conquista non per pudore ma per difesa, per spalmare la sua “angoscia di castrazione”, la sua “psiconevrosi edipica”. Sabina ricorre alla morte del padre, “quando lui sarà morto”, costruendolo come un eroe tragico di Eschilo, un uomo mortale che dispone l’accudimento dei figli affinché le sue colpe non ricadano sul suo seme. Tutto questo trambusto serve a Sabina per dire in poche parole che ha iniziato ad amare il padre come il suo simbolo. E nell’elaborazione del simbolo individuale, “suo padre”, quest’ultimo si eleva ala rango universale di “archetipo”, il “Padre”.

La simbologia dice che “resta” o “redde rationem” o resa dei conti, il “padre” o l’origine e il mistero, “prendersi cura” o risolvere l’affanno e lenire l’angoscia, “figli” o dipendenza, “dare disposizioni” o potere del dispensare “genitale” e autorevolezza del “Super-Io”, “accudimento” o affettività e protezione materne, “morto” o razionalizzazione del padre e riconoscimento.

Allacciate le cinture di sicurezza perché il sogno di Sabina ancora viaggia, sulle ali del successo ottenuto, con la sistemazione dell’ingombrante figura paterna e della sacrificata figura materna. Sabina ha trovato pane per i suoi denti nell’identificazione al femminile nella madre e nell’assimilazione della “parte positiva” del “fantasma del padre”: il padre buono e affettuoso che si prende cura della sua bambina e la rassicura nella navigazione tra le infide scogliere di Scilla e Cariddi.

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Fine della scena: anche il padre è scomparso e io da spettatrice passo ad essere protagonista del sogno. Termina così anche la mia visione speculare. Ora i riferimenti spaziali sono corretti.”

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Sabina si era scissa senza alcun pericolo psichiatrico perché il “meccanismo psichico di difesa” della “scissione” è stato usato in sogno e non nella veglia. Del resto, si sa che la funzione onirica usa anche “processi” e meccanismi” psichici delicati. Abbandonate le difese, Sabina può sognare secondo i criteri della sua correttezza, quelli che ritiene condivisi con gli altri.

Questa è la prima parte del sogno. Il prosieguo è rimandato alla prossima pubblicazione.

PSICODINAMICA

Il sogno di Sabina svolge la psicodinamica della “posizione edipica” con particolare predilezione nei riguardi della figura paterna, usa il meccanismo della “scissione” per non incorrere nell’incubo e nel risveglio immediato e per gestire le angosce legate ai virulenti “fantasmi” del padre e della madre, mostra una buona risoluzione della relazione psichica con il padre attraverso il recupero della componente affettiva e affermativa, tralascia la relazione con la madre e non ne condivide il ruolo. Sabina si serve del meccanismo psichico della “figurabilità” in un contesto speculare rafforzando la presa di coscienza sulla “posizione edipica” e usa la simbologia dello Spazio e del Tempo facendo coincidere la nostalgia con l’appagamento in atto, la consapevolezza del passato con lo stato di coscienza presente.

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

Dei “simboli” si è analiticamente detto.

Gli “archetipi” richiamati sono il “Padre” e la “Madre”.

I “fantasmi” presenti sono quelli del “padre” e della “madre”, il primo nelle due “parti”, positiva e negativa, e il secondo soltanto nella “parte negativa”. Ve li mostro:“La mamma è in casa da sola con i bambini. Ha un aspetto disordinato, agisce senza impegno, frettolosamente. Il volto tradisce l’ansia, la noia.” e ancora “Arriva il padre, giovane, aggressivo. Bello, braccia muscolose, sembra Marlon Brando in “Un tram che si chiama desiderio” e ancora “Non capisco, sembra che abbia ammazzato una delle bambine. Trambusto. Lui è il cattivo. Ma poi vedo tutti e tre i bambini, sono con lui, nessuno è morto. È un padre amorevole, nessuno l’ha capito e io che osservo sono felice che adesso lo vedano tutti.”

Ho riportato i brani per mostrare chiaramente sul campo il “fantasma” e le sue “parti”.

Il sogno di Sabina contiene l’azione dell’istanza “Io” o consapevolezza vigilante e razionale in “Io spettatrice. Questo fa sì che la visione sia speculare: ciò che io vedo alla mia sinistra, nella scena del sogno è a destra.” Si vede chiaramente il meccanismo di difesa della “razionalizzazione”, quella benefica che produce la consapevolezza del rimosso e ripulisce la “coscienza di sé”: quello che è nel mio passato è nel mio presente anche se mi difendo con la “scissione” dell’attrice e della spettatrice. Lacan aveva elaborato lo stadio dello “specchio” per indicare che il bambino acquista un rudimentale senso dell’Io nel momento in cui riconosce se stesso nel riflesso dello specchio. Sabina istruisce la stessa impalcatura e opera con la visione speculare a tutto vantaggio del suo “Io”. Notate ancora un intervento attivo dell’Io in “nessuno l’ha capito e io che osservo sono felice che adesso lo vedano tutti.”

L’istanza pulsionale “Es”, rappresentazione dell’istinto, si manifesta in “Non capisco, sembra che abbia ammazzato una delle bambine. Trambusto. Lui è il cattivo. Ma poi vedo tutti e tre i bambini, sono con lui, nessuno è morto. È un padre amorevole,”.

Il “Super-Io”, limite e senso del dovere, nonché censura morale, agisce visibilmente in “Resta il padre a prendersi cura dei figli e a dare disposizioni sul loro accudimento dopo che lui sarà morto.”

Il sogno di Sabina elabora a iosa la “posizione psichica edipica”, la conflittualità con il padre e in parte con la madre.

Sabina usa in sogno i seguenti “meccanismi e processi psichici di difesa” dall’angoscia e dal risveglio:

la “scissione dell’Io” in “Io spettatrice.”, la “rimozione” in “Non ricordo più la madre, è scomparsa dal sogno.”,

la “condensazione” in “sinistra” e in “destra” e in altro,

lo “spostamento” in “uno forse è un maschietto, ma a tratti è una femmina.” e in altro,

lo “splitting” o “scissione delle imago” in “Non capisco, sembra che abbia ammazzato una delle bambine. Trambusto. Lui è il cattivo. Ma poi vedo tutti e tre i bambini, sono con lui, nessuno è morto. È un padre amorevole, nessuno l’ha capito e io che osservo sono felice che adesso lo vedano tutti.”,

la “sublimazione” in “Piano alto, forse terzo o quarto.”,

la “figurabilità” in “È giorno. Condominio a sinistra, pareti esterne bianche. Accesso all’appartamento attraverso un balcone esterno con ringhiera che dà sul piazzale. Piano alto, forse terzo o quarto.” e in “Io spettatrice. Questo fa sì che la visione sia speculare: ciò che io vedo alla mia sinistra, nella scena del sogno è a destra.”,

la “regressione” nei termini previsti dalla funzione onirica e nella simbologia spaziale del movimento che da destra va verso sinistra.

Il sogno di Sabina mette in mostra un tratto psichico nettamente “edipico” all’interno di una “organizzazione psichica reattiva” di stampo “fallico-narcisistica”e intenzionata alla “genitalità”, autocompiacimento e amor proprio in direzione all’investimento di “libido” nell’altro.

Il sogno di Sabina forma le seguenti “figure retoriche”:

la “metafora” o relazione di somiglianza in “È giorno. Condominio a sinistra, pareti esterne bianche.” e in altro,

la “metonimia” o relazione di senso logico in “nessuno è morto” e in altro,

la “iperbole” o esagerazione espressiva, in “Non capisco, sembra che abbia ammazzato una delle bambine.”,

la “enfasi” o forza espressiva in “Trambusto. Lui è il cattivo”,

la “allegoria” o combinazione simbolica dinamica in “Arriva il padre, giovane, aggressivo. Bello, braccia muscolose, sembra Marlon Brando in “Un tram che si chiama desiderio”.

La “diagnosi” dice di una risoluzione della “posizione psichica edipica” tramite la “razionalizzazione del rimosso” e l’esito del miglioramento della “coscienza di sé”.

La “prognosi” impone a Sabina di porre tanta attenzione nel mantenimento di una consapevolezza lucida della sua formazione psichica e dei suoi “fantasmi edipici”. Soprattutto quello materno abbisogna di essere ulteriormente elaborato nella “parte positiva”.

Il “rischio psicopatologico” si attesta nel mancato funzionamento del meccanismo della “razionalizzazione” e nell’offuscamento della limpidità della coscienza: psiconevrosi edipica, ansioso-depressiva e fobico-ossessiva.

Il “grado di purezza” del sogno di Sabina è “discreto” al di là della discorsività narrativa con cui viene offerto. Sabina è molto creativa in sogno e compone quasi un romanzo o un dramma in esaltazione della sua vena creativa. Sabina si gusta il sogno e lo elabora come il romanzo di una parte della vita da scrivere nel migliore dei modi. Sabina, quando sogna, compone i quadretti estetici in ottemperanza alla sua vena creativa e alle sue fantasie dell’infanzia. Sabina si è tanto pensata narcisisticamente a suo tempo per compensare l’avarizia affettiva della realtà familiare.

La “qualità onirica” è decisamente “estetica” e “analitica”: culto della bellezza in un quadro informato di particolari gustosi.

Il sogno di Sabina si è svolto dalla seconda fase REM del sonno a causa della carica emotiva di medio spessore.

Il “fattore allucinatorio” si esalta nel senso della “vista” e soprattutto in “Io spettatrice. Questo fa sì che la visione sia speculare: ciò che io vedo alla mia sinistra, nella scena del sogno è a destra.” e in“Fine della scena: anche il padre è scomparso e io da spettatrice passo ad essere protagonista del sogno. Termina così anche la mia visione speculare. Ora i riferimenti spaziali sono corretti.”

Il “grado di attendibilità” dell’interpretazione del sogno di Sabina è “buono” alla luce dell’evidenza della psicodinamica “edipica” e della chiarezza collaudata dei simboli. Il “grado di fallacia” è, di conseguenza, “minimo”.

DOMANDE & RISPOSTE

L’interpretazione del sogno di Sabina è stata letta e analizzata dalla signora Maria, donna di popolo e madre di tre maschi, nonché orgogliosamente fornita di una valida terza media.

Domanda

Questo sogno l’ho capito meglio degli altri perché mi ci sono ritrovata e specialmente nella relazione con il padre, ma anche la madre non mi è indifferente perché la mia era poco considerata, viveva in una famiglia patriarcale e contadina, lavorava in casa e fuori casa e doveva tacere.

Risposta

Quello che dici conferma che il padre e la madre sono figure importanti per tutti. La nostra formazione psichica è impensabile senza la loro presenza e la loro funzione perché sono figure imprescindibili. Anche gli orfanelli trovano il loro papà e la loro mamma nelle persone che li accudiscono e li circondano. Mi dispiace per tua madre, ma penso che sia stata tanto brava e duttile perché si è ben adattata al contesto familiare del Veneto prima patriarcale e poi borghese.

Domanda

Mi spieghi che non ho capito bene. Anzi, le dico io quello che mia madre mi ha sempre raccontato con un certo dolore ma senza piangere. La famiglia dei nonni era allargata e patriarcale. Tutti i membri lavoravano la terra del conte di Collalto nella pianura di Susegana. Vivevano in trenta dentro una casa colonica umida e scaldata dal “larin”. La casa era contrassegnata dalle insegne del conte, striscia rossa parallela in un fondo giallo. Erano servi della gleba marchiati per essere riconosciuti dal padrone. In quella famiglia comandava il vecchio più abile nell’organizzazione del lavoro, mentre la donna più anziana, la “vecia”, amministrava i pochi soldi. I bambini erano trattati come bestioline ed erano legati all’albero con il guinzaglio quando le madri andavano a lavorare nei campi. C’era una gran confusione di maschi e di femmine e di notte vigeva una gran confusione sessuale. C’erano i matti e i disabili in questo contesto familiare, et cetera, et cetera, et cetera. Questa era la famiglia contadina sfruttata dai nobili fancazzisti e parassiti. Dopo, con la riforma agraria della Repubblica italiana, ogni membro è andato per i fatti suoi con la sua famiglia e ha iniziato a emanciparsi e a lavorare i campi che aveva ereditato o comprato. Lavorava anche in fabbrica e ha creato con la fatica e il sudore il miracolo economico del “nord est”. Le risulta tutto questo?

Risposta

Tua madre era duttile a livello psicologico nell’adattarsi a simili tremende situazioni e intelligente nel capirle e nel metterci riparo per sopravvivere nel migliore dei modi.

Domanda

Ho dimenticato di dirle che la sera c’era il “filò” e si riunivano nella stalla per stare al caldo e per divertirsi insieme agli altri. Logicamente puzzavano di merda. Poi i figli e i fratelli hanno litigato e si sono divisi. Così dalla miseria sono passati a stare meglio lavorando tantissimo e guadagnando tanto di più. Mia madre ha lavorato sempre e ha avuto poche soddisfazioni, però mio padre le voleva bene e non le ha fatto mancare niente. Secondo me i tempi erano fatti in questo modo. C’era tanta ignoranza.

Risposta

La cultura è sempre in evoluzione e la maniera in cui intendiamo noi stessi e gli altri va sempre migliorando.

Domanda

Questo lo dice lei. A me sembra che le cose e le persone vanno sempre peggio. Comunque, mi può spiegare meglio questa signora Sabina e la famiglia in cui è cresciuta?

Risposta

Il sogno dice che Sabina è cresciuta in una famiglia dove il padre era dominante e poco presente e, se era presente, era poco affettuoso. La bambina ha sofferto tanto di questa freddezza paterna e si è curata da sola compensandosi con il volersi bene e cercando di farsene una ragione. Facendo così ha aumentato il suo amor proprio e ha tanto fantasticato, per cui da adulta si è trovata con una buona capacità di pensare e di esprimere le tante idee e le tante esperienze. Resta una donna affermativa che non è andata molto lontano dal “fantasma del padre” e che si è identificata più nel padre che nella madre. E’ una donna di potere e non una femminuccia qualsiasi: una donna fallica e narcisistica nella giusta dose e senza essere prevaricatrice, una donna che sa il fatto suo e che non te le manda adire, anzi te le viene a contare.

Domanda

Quando parla così, le darei un bacio. Ho capito e non solo ho capito, ma lei ha detto la stessa cosa che avevo pensato io.

Risposta

Due teste sono meglio di una e quattro occhi sono meglio di due.

Domanda

Ma il sogno non è finito?

Risposta

Il sogno continua, ma era troppo lungo e troppo prezioso per bruciarlo in una sola puntata, per cui ho preferito spezzarlo in due senza mutilarlo.

Domanda

Ma quanto tempo ci mette per analizzare un sogno?

Risposta

Dieci ore, qualche minuto più o meno.

Domanda

Ma siamo sicuri che è tutto gratis?

Risposta

Sicurissimo e tu lo sai bene.

Domanda

Certo che lo so. Mi sembra così strano.

Risposta

Ho scritto e ho sempre detto che io restituisco in termini di conoscenze scientifiche o pseudoscientifiche quello che ho imparato dalle persone che ho aiutato a superare le difficoltà della loro vita in un preciso momento e semplicemente dando loro un metodo per inquadrarsi meglio e per ridurre le tensioni nervose, insomma per essere padroni a casa loro.

Domanda

Allora quello che lei scrive non è sempre scientifico?

Risposta

Il discorso si fa intrigante, ma io te lo faccio lo stesso. Il concetto di Scienza è complesso e variegato. Ogni tempo e ogni cultura elabora e afferma il suo concetto di Scienza. Aristotele diceva nel quarto secolo avanti Cristo che la Scienza è conoscenza delle cause. Se noi conosciamo di qualsiasi parte della realtà o di qualsiasi attività umana quattro cause, allora abbiamo la conoscenza scientifica. Le quattro cause erano e sono queste: la “causa formale” che risponde alla domanda “che cosa è questo”, la “causa materiale” che risponde alla domanda “di che cosa è fatto questo”, la “causa efficiente” che risponde alla domanda “da chi è fatto questo”, la “causa finale” che risponde la domanda “per quale scopo è fatto questo”. La Scienza doveva obbedire alla Logica, ai suoi principi e ai suoi procedimenti, e doveva formularsi secondo un discorso comprensibile e giustificato nelle sue affermazioni e nelle sue conclusioni. I “principi logici” era i seguenti: “identità” (A è A) in base al quale ogni concetto è uguale a se stesso, “non contraddizione” (A non è nonA)in base al quale ogni concetto non è uguale al suo opposto, “terzo escluso” (o è A o è nonA) in base al quale ogni concetto non è uguale al suo opposto. Il procedimento logico della Scienza era ed è il sillogismo, il mettere insieme concetti diversi in maniera compatibile e per aumentare le conoscenze. Questo concetto di Scienza si definisce “determinismo” ossia è così e non si discute perché la Logica non è opinione individuale ed è universale, valida per tutti gli uomini al di là delle culture a cui appartengono. Mi fermo, ma la prossima volta ti spiegherò il concetto di scienza di Cartesio, poi di Galilei, poi di Bacone, poi dei filosofi moderni e contemporanei.

Domanda

Ho capito e non ho capito. Lei segue Aristotele?

Risposta

Sì, sono determinista, ma ci sono altri tipi di scienza. Ma comunque io resto uno scrittore e uno psicologo che elabora il sognare e i sogni secondo una griglia fatta di tanti pezzi di tante teorie di altri: un eclettico o un sincretista. Mettila come ti pare meglio.

Domanda

Quando parla difficile lo ammazzerei. Insomma lei non è originale per niente, ma è uno che ha preso di qua e di là e ha messo su un’impalcatura per fare quello che fa, spiegare come si sogna e i sogni.

Risposta

Hai visto che hai capito benissimo. Perché ti sottovaluti?

Domanda

Avrei voluto tanto andare a scuola, ma non c’erano i soldi e poi io ero una femmina e non serviva perché mi sarei sposata, come dicevano in quel tempo le persone ignoranti e specialmente le mie nonne. Ma i miei figli studiano e due sono scritti all’Università di Padova, il grande in Legge e il secondo in Medicina, e sono tanto bravi. Il più piccolo vuole fare il contadino nei campi del padre, ma io gli ho già detto che senza laurea in Agronomia o in Enologia non va da nessuna parte. Ai miei figli ho sempre insegnato che la mangiatoia sta in alto e che per mangiare bisogna far fatica e allungare il collo.

Risposta

Tu sei una grande donna.

Domanda

Si ricordi che mi deve spiegare quelle cose sulla Scienza.

Risposta

Ogni promessa è un debito.

Per il sogno analitico e narrativo di Sabina propongo una storia di creativa amministrazione, non certo di ordinaria follia.

CARO SEBASTIANO

Caro Sebastiano,

c’è qualcosa che non va,

ma non in casa,

né fuori casa,

c’è qualcosa non va dentro di me

e non sono i pensieri o l’agitazione,

ma è qualcosa d’impalpabile,

qualcosa che non ha parole.

L’ineffabile!

Ecco, l’ineffabile, proprio l’ineffabile!

Tu sai cos’è l’ineffabile?

L’ineffabile è ciò che non si può dire

perché è stato detto.

Ma da chi è stato detto?

Chi ha detto l’ineffabile se non si poteva dire?

E come l’ha detto?

Con abito firmato o semplici jeans?

Sai, Sebastiano, queste non sono questioni da poco,

ma ne va di mezzo la mia dignità di malata mentale.

Almeno questa lasciatemela, vi prego,

voi che mi avete tolto anche i fiammiferi di legno,

quelli puzzolenti di zolfo,

gli zolfanelli per l’appunto.

Ma forse Sebastiano,

sai,

c’è che non c’è proprio niente che non va.

Va tutto bene.

Sto bene

e non è il Serenase che mi fa star bene

visto che lo prendo soltanto da tre giorni.

Non è il Clopixol che mi fa star bene

visto che l’iniezione l’ho fatta stamattina.

C’è quel qualcosa che non va che mi fa star bene.

Hai capito?

Mi sento senza corpo

perché il mio corpo non mi appartiene più

e non perché l’ho dato a qualcuno,

ma perché agisce per conto suo,

insomma va per i cazzi suoi.

Il mio corpo birichino è finalmente autonomo

e non mi fa paura.

A volte ha ansia,

a volte è tranquillo,

tre minuti dopo si agita,

all’improvviso vuole la Nutella

o vuole essere toccato.

E il mio Io?

Il mio Io è perplesso,

confuso,

sereno,

pacifico,

di merda.

Come vedi,

caro Sebastiano,

è tutto un casino

e niente è affidabile.

Ma sai cos’è?

C’è qualcosa che non va,

ma non c’è proprio niente che non va

e io non so più come sto.

Forse sto prendendo in giro tutti,

me compresa.

Ma come si fa a smettere?

In questo momento non c’è più nessuno attorno a me,

non c’è più nessuno vicino a me,

non ho un punto di riferimento,

non ho un viso da guardare,

ma ho un qualcosa di confuso,

un viso confuso con gli occhi di tutti,

un assembramento di occhi.

Ho ansia,

ma basta che ci penso un attimo e passa.

Chi stiamo prendendo in giro?

Recitiamo allora!

Oh, ciao, come va?

Non c’è male, grazie.

Si va sempre avanti e voi, invece, come state?

Beh, così così,

cosa volete,

sono gli acciacchi del tempo,

un giorno si ama,

un giorno si odia,

un giorno si cazzeggia,

un giorno ci si incazza.

In fondo siamo vivi.

Siamo vivi ogni giorno di giorno in giorno.

Così, Sebastiano, può andare?

Eppure c’è qualcosa che non va

anche se non c’è niente che non va.

Adesso comincia il dramma.

Caro Pinocchio,

il grillo te l’aveva detto

che a fare i monellacci si finisce in prigione o in ospedale,

ma tu non l’hai ascoltato,

tu l’hai ammazzato.

Ma non è stato Pinocchio.

E’ stata Luana che ha giocato con il grillo

e che l’ha ammazzato.

Ma non è stata Luana.

E’ stata Mara che ha giocato con il grillo

e che l’ha ammazzato.

Ma non è stata Mara.

E’ stato Vincenzo che ha giocato con il grillo

e che l’ha ammazzato.

Ma non è stato Vincenzo.

E’ stata Mafalda che ha giocato con il grillo

e che l’ha ammazzato.

Ma non è stata Mafalda.

Allora chi è stato?

Perbacco, voglio sapere chi è stato!

Intanto pensiamo al povero grillo.

Corri grillo,

corri lontano,

gioca,

salta

e tendi una mano,

sorridi alla gente che ti passa davanti,

nasconditi a Luana che vuol farsi avanti.

E’ Luana che ha giocato con il grillo

e che l’ha ammazzato.

Luana ha le sbarre,

Luana è nelle sbarre,

Luana ha le sbarre nella mente e nel cuore.

Luana ha le sbarre dove il sangue scorre lento.

E’ Luana che ha giocato con il grillo

e che l’ha ammazzato.

Povera Luana!

Tu grillo nascondi Luana,

falla dormire.

Tu grillo gioca,

tu salta,

tu non devi morire.

Chi grida?

E’ Luana che ha gridato,

ma neanche il vento l’ha ascoltata.

Nascondi Luana,

falla dormire,

tu grillo gioca,

tu salta,

tu non devi morire.

Ma queste sono tutte soltanto parole.

Il grillo è morto e non farà più cri, cri, cri.

Povero grillo e povera Luana!

Caro Sebastiano,

pensi ancora

che non c’è proprio niente che non va?

Salvatore Vallone

in Pieve di Soligo (TV) e nel mese di Marzo dell’anno 1996

LE BARE DI VETRO

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Premetto che poco tempo fa ho visitato il cimitero di Lisbona e sono rimasta molto colpita dalle bare a vista nelle cappelle con porte di vetro trasparente.

Stanotte ho sognato di essere davanti alle bare mia, di mia madre e di mio padre.

La mia e quella di mia madre erano nel ripiano alto della cappella, erano bare di vetro trasparente e vedevo solo i miei piedi con scarpe scure ed avevo un vestito lungo bianco a balze.

A guardare questa scena c’era a fianco a me mia madre alla quale esprimo il mio disappunto sul fatto che le bare siano di vetro; non mi va proprio che il mio corpo possa essere visto!

Sotto è steso mio padre, ma non è dentro una bara. Noto dei suoi movimenti quasi impercettibili e lo faccio notare a mia madre la quale cerca di convincermi che è morto, ma mio padre fa un movimento visibilissimo e allora lo chiamo a gran voce “Papà! Papà! Svegliati!”.

Lui apre gli occhi e si alza, inconsapevole di essere stato creduto morto.”

Lisbona

DECODIFICAZIONE – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Ho scelto come titolo “Le bare di vetro” per confermare la vena macabra del sogno e lo stupore che la stessa Lisbona ha sottolineato anche come possibile causa scatenante: “poco tempo fa ho visitato il cimitero di Lisbona e sono rimasta molto colpita dalle bare a vista nelle cappelle con porte di vetro trasparente.” Questo titolo è adatto a un buon film “horror”, quelli del migliore Dario Argento, e conferma la plasticità creativa dell’umana funzione onirica, il meccanismo della “figurabilità”, in base al quale a ogni idea si addice la giusta immagine. Noi, uomini viventi, siamo capaci di “impressionarci” fotograficamente con le nostre esperienze e con le nostre riflessioni. Non basta, perché riusciamo anche a tradurle in fantasie e in allucinazioni con assoluta naturalezza e spontaneità, senza aver deliberato da svegli alcunché di preciso al riguardo e senza sapere di avere dentro il regista giusto per girare il nostro film e lo sceneggiatore abile a dare le parole adatte al capitolo del nostro romanzo.

Federico Fellini aveva ragione, ma questo è un altro discorso.

Se il cammino psicoanalitico è arduo e si può definire “le parole per dirlo”, il sogno è più complesso semplicemente perché elabora da solo e senza il concorso diretto della nostra volontà “le immagini simboliche per dirlo”.

Il titolo del sogno di Lisbona poteva essere anche questo: “Papà, papà svegliami!”, riprendendo e modificando secondo dettami psicoanalitici la parte finale del sogno, il punto in cui Lisbona, in preda al giusto “raptus” e a un buon demone, dice “lo chiamo a gran voce “Papà! Papà! Svegliati!”, proiettando sul padre la sua intuizione e la sua conquista psichica: il “sapere di sé” e il “far da sé”, l’autonomia del pensiero e dell’azione, la buona novella di ogni bambino e adolescente.

Mi preme sottolineare che Lisbona ha vissuto il padre come “liberatore” delle sue energie psicofisiche più genuine dopo il ristagno difensivo nella protezione materna e dopo l’identificazione nella figura della madre, una psicodinamica della prima adolescenza e di quando il “corpo” è in distonia con la “mente” a causa dell’immediato risveglio degli ormoni e degli orologi biologici, il cosiddetto sviluppo “genitale” durante la turbolenta pubertà.

Questo vissuto del padre “libertador” da parte di Lisbona è una tappa universale e si estende a tutte le bambine in odore di donna. Ma la madre non è da meno in questo dolce psicodramma andato a buon fine e gustoso come le ciambelle della nonna cucinate nel forno a legna. La madre di Lisbona è di ostacolo, sempre nei vissuti della figlia, alla libera espansione delle energie psicofisiche che “odorano di futuro”, “adolescenza”. La madre di Lisbona è di blocco, sempre nei vissuti della figlia, all’avvento della “libido genitale”, quella che consegue alla “libido fallico-narcisistica”, all’isolamento compiaciuto e alla masturbazione psicofisica.

Nella “Politica” familiare il “Padre” è colui che apprezza e consente, propone e autorizza, apre e definisce, libera e condiziona, limita e impone. Il “Padre” è il simbolo dell’istanza psichica “Super-Io” e intorno alla sua figura si condensano la “Morale” e la “Legge”. Ma attenzione, perché di troppo “Padre” si resta schiavi.

Quello di Lisbona è il sogno di una figlia che è legata al padre a filo doppio; il primo è quello “edipico”, l’innamoramento della bambina, il secondo è quello conflittuale con la madre che, dopo essere stata la sua alleata e la sua maestra, viene vissuta come prevaricatrice nei riguardi del padre.

Un’esperienza significativa è quella di Lisbona che va a Lisbona, visita il cimitero, viene colpita dalla novità delle ultime dimore portoghesi e adatta il suo vissuto, a metà tra il trauma e la curiosità culturale, al simbolismo e all’allegoria della sua relazione pregressa e in atto con i genitori.

Operazione acrobatica brillante!

Le premesse sono promettenti e il seguito ancora di più, per cui non resta che metterci in cammino per seguire passo dopo passo il regalo psichico che Lisbona si è fatto.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

…ho sognato di essere davanti alle bare mia, di mia madre e di mio padre.”

L’esordio non poteva essere più inquietante. Lisbona fa di tutta l’erba un fascio e democraticamente si aggredisce e aggredisce i suoi genitori, si vede e li vede inanimati dopo aver operato la “scissione” difensiva per non incorrere nell’angoscia, nell’incubo e nel risveglio. Lisbona è “davanti alle bare”, le osserva stando con i piedi ben piantati a terra e con gli occhi ben vigili di fronte a tanta elegante desolazione. Abbiamo due Lisbone che non denotano alcuna pericolosa sindrome psichiatrica, bensì la solita difesa della funzione onirica per ottenere l’autorizzazione a procedere. Lisbona attesta del suo forte legame con i genitori nel bene e nel male e si vede in sogno unita a loro anche nella morte. Appare evidente che non si tratta di morte fisica, ma di qualcosa di altro che si andrà ad appurare cammin facendo.

La “bara” è il simbolo femminile del grembo che opprime la vitalità e rende inanimato il suo contenuto, la “parte negativa” del “fantasma della madre”, quella mortifera che opprime e uccide, una “tanatocrazia” classica dell’archetipo Madre, la Signora che ha il potere della Vita e della Morte. La famiglia è unita e accomunata nella oppressione della vitalità e nella mancata nascita di “parti psichiche” che potevano vedere la luce. Rileviamo la presenza immediata in sogno della triade edipica, il triangolo “figlia-madre-padre”. Lisbona sta decisamente navigando durante il sonno nella “posizione psichica edipica”. Non ci sono dubbi in proposito. Si trova “davanti alle bare” ed è pronta all’analisi della psicodinamica del “fantasma d’inanimazione”, il “non nato di sé”, tutte le pulsioni e i bisogni che non hanno visto la luce o a cui non ha dato realtà.

La mia e quella di mia madre erano nel ripiano alto della cappella, erano bare di vetro trasparente e vedevo solo i miei piedi con scarpe scure ed avevo un vestito lungo bianco a balze.”

Se l’esordio era repentino e impressionante, il prosieguo non è da meno. Lisbona si colloca in questo luogo d’inanimazione insieme alla madre nei luoghi alti della “sublimazione” e della superiorità, l’alto-locazione psichica, il “complesso di superiorità” che è sempre un problema e semplicemente perché è una difesa dalla “angoscia d’inferiorità”. Lisbona si è identificata nella madre e prende le sue parti per necessità psicofisica. In mezzo a tante difese, più o meno consapevoli, Lisbona ha piena consapevolezza del suo potere di donna e della sua ieratica figura, del suo marcato tratto narcisistico in occultamento di tutto quello che sarebbe dovuto conseguire ed esserci, la “genitalità”, la disposizione a vivere concretamente le relazioni sociali e l’investimento di “libido” sugli altri. E, invece, Lisbona insieme alla madre fa buona e bella mostra di sé e si appaga di questa surreale esibizione.

Ma quante cose si son perse e quante se ne perderanno queste due donne! Sono entrambe “morte” agli altri, paghe del loro potere di donne asettiche pure e caste, tutto fallo e niente arrosto, tutte belle e inanimate.

La parola va ai simboli.

Il “ripiano alto della cappella” è il luogo del “processo psichico di difesa” della “sublimazione della libido”, la difesa dall’angoscia del “non nato di sé”. Le “bare di vetro trasparente” attestano simbolicamente della consapevolezza difensiva che qualcosa dentro è inanimato o non è nato e aspirava a nascere. “Vedevo” conferma la presa di coscienza, mentre “i miei piedi con scarpe scure” rappresentano simbolicamente il potere fallico e il potere recettivo femminile, l’allegoria dell’androginia psichica, del “maschio-femmina” che Lisbona si porta dentro dall’assimilazione della madre: una forma accentuata di “identificazione”, una forma di “introiezione” della madre a scopo esorcistico dell’angoscia dell’indeterminato. “Avevo un vestito lungo bianco a balze”, un vestito ieratico, un abito sacro, un paramento della sacerdotessa di Demetra, un vestito classico delle signorinelle appena uscite dall’infanzia nelle famiglia della buona borghesia. Trattandosi di un abito indossato dentro la bara di vetro, l’opzione è decisamente per la sacralità dell’angoscia di non essersi espressa e di non esprimersi nelle proprie potenzialità, il senso di avere represso e incarcerato la parte migliore di sé che voleva nascere e che Lisbona non ha avuto il coraggio di lasciar uscire alla luce del sole. La sofferenza è maggiore perché la consapevolezza è limpida, “di vetro trasparente”.

Il riepilogo impone di dire che Lisbona sta attraversando in sogno la sua adolescenza, il periodo in cui si era identificata totalmente nella madre per difesa dall’angoscia dell’indeterminato ed era ricorsa al processo di difesa della “sublimazione della libido” per evitare le relazioni e il coinvolgimento. La sua “libido fallico-narcisistica” era servita per supportare la sua difesa e per evitare di evolversi nella “posizione psichica genitale” e nell’investimento della omonima “libido”. La giovanissima Lisbona è pienamente consapevole di tanto sacrificio e di tanto disagio, ma non riesce a fare altrimenti e a lasciarsi andare in abiti femminili adulti tra l’ammirazione tentatrice della gente. L’adolescente persiste e ruba tempo alla donna.

A guardare questa scena c’era a fianco a me mia madre alla quale esprimo il mio disappunto sul fatto che le bare siano di vetro; non mi va proprio che il mio corpo possa essere visto!”

Ed ecco il “busillis” della questione!

Ecco il conflitto di Lisbona!

Ecco l’angoscia dell’adolescente e procace donnina che deve aprirsi alle danze sociali con abiti femminili adulti!

Questa è l’allegoria del drammatico e bellissimo passaggio dall’infanzia all’adolescenza, dall’essere fisicamente indeterminata all’essere donna con annessi e connessi psicofisici ben evidenti. E’ il momento bellissimo in cui l’epifania femminile avviene e la giovane donna si mostra nel tempio.

Ma come ha vissuto questo trambusto psicofisico la bambina di prima?

Lisbona lo sa, ne è consapevole e opera un ritiro dagli investimenti della crescita e del nuovo traguardo. Lisbona vive male la sua evoluzione psicofisica e si rappresenta in sogno “dentro una bara di vetro” a esibire la sua “androginia”, il potere di donna fallica che ha esercitato nell’isolamento. E più si isola e più Lisbona si difende nel sentirsi bella. Il narcisismo aumenta in maniera direttamente proporzionale al ritiro dalla realtà e alla chiusura nella “tomba di vetro”.

Quante cose potevano nascere e quante esperienze si potevano vivere!

Se chiedete alle donne, in gran percentuale diranno di avere tanto sofferto questo passaggio dall’infanzia informe all’adolescenza formata, dal corpo senza forme al corpo con le forme.

Analizzo le simbologie.

L’alleanza con la madre è manifesta come la contrastata “identificazione” per alleviare il dolore della presa di coscienza dell’inanimato e del non vissuto e del “non nato”: “a guardare questa scena c’era a fianco a me mia madre”. “Esprimo” si traduce in sono consapevole e do parola al mio conflitto e al mio dramma di non aver saputo far agire la mia donna nella scena del mondo sociale tra le tavole del teatro comune. Il “disappunto sul fatto che le bare siano di vetro” esprime ancora il dolore della consapevolezza, il contrasto e il conflitto interiore sulla trasparenza razionale del mio stato innaturale di inanimazione e di blocco psicofisico, anche se ben supportato dal narcisismo dell’isolamento e dalla beatitudine della bellezza solipsistica e non condivisa. “Non mi va proprio che il mio corpo possa essere visto”.

Cosa vi avevo preannunciato?

Il problema dell’adolescente procace e cresciuta è l’essere vista dagli altri, il non riconoscersi per difesa dagli altri e per difesa da se stessa in primo luogo, dagli altri che appetiscono e da se stessa che ancora non è educata alle novità del suo corpo. Sono i suoi occhi e gli occhi degli altri a essere messi in ballo e in discussione. Lisbona signorina non ha confidenza con il suo corpo degnamente evoluto e non vuole essere guardata dalla gente.

Sotto è steso mio padre, ma non è dentro una bara.”

Ecco che nella scena onirica irrompe il padre con la giusta autorità e il giusto cipiglio che deve avere nei vissuti della figlia bambina. Il padre è disteso nel mondo della materia, nella realtà della concretezza: questa è la simbologia del “sotto”. Oltretutto il padre non è imprigionato nelle sue energie vitali, “non è dentro una bara”, appartiene alla famiglia ma non partecipa ai “fantasmi di inanimazione” della famiglia. Il padre è una figura positiva per la figlia che, dopo essersi identificata nella madre, si è sentita bloccata nel ruolo di donna che condivideva con la madre, una figura vissuta come rigida e bigotta nell’espletamento e nel disbrigo del corredo psicofisico femminile. Il padre, all’incontrario, è “maieutico” perché aiuta la figlia bambina a partorire la donna con travaglio spedito e lineare.

I simboli dicono che “steso” evoca un “fantasma di morte” e di distacco dalla realtà. Ma la sua diversità positiva si attesta nel fatto che è “sotto”, un simbolo filosofico del “pessimismo esistenziale” di un uomo che partecipa allo stesso destino delle sue donne, ma un uomo concretamente vivo e impegnato. “Mio padre” è il simbolo delle origini, delle radici e della trasmissione psicofisica, la figura da cui si eredita anche la colpa di essere nati nel peccato. “Non è dentro una bara” equivale a “non è come noi donne che ci sentiamo oppresse da un fardello d’isolamento e inanimate da un cumulo di tratti contenuti in un corpo da occultare e da non vivere bene”. Questa non è la cultura e la morale familiare, ma è la difesa psichica che Lisbona ha addebitato in sogno alla madre: meccanismo psichico dello “spostamento”.

Noto dei suoi movimenti quasi impercettibili e lo faccio notare a mia madre la quale cerca di convincermi che è morto;”

La figlia ha trovato nel padre la sua Pasqua di resurrezione e la sua migliore epifania: due piccioni con una fava.

Bel colpo!

Il padre è elemento positivo, si muove, è vivo ed è alleato della figlia, un maestro che le insegna a muoversi nel mondo e ad agire in esso. L’oppressione materna è stata ridotta e superata. L’identificazione nella madre, operata durante l’infanzia e l’adolescenza, è stata ridimensionata da Lisbona grazie al padre e al ricorso alla sua figura dinamica e alla sua diversità. Lisbona ha trovato nel padre quello che le mancava per iniziare a muoversi nello spazio e nel tempo, ha reperito la forza che le serviva per lasciare l’infida palude materna. In un contesto familiare disciplinato, bloccato nella cultura ufficiale e incapsulato nella formalità del comportamento, in un ambito sociale vissuto come contrario alla sua vitalità espressiva, l’adolescente Lisbona trova nel padre la possibilità di passare dal “narcisismo” al “genitale”, dall’isolamento compiaciuto all’offerta della sua persona, dall’investimento della “libido” non più in se stessa ma nell’altro, il tanto temuto oggetto esterno. Il giudizio nei riguardi della madre bloccante è severo. E’ proprio lei che mi ha suggerito che il papà non è da condividere come modello e da seguire come maestro, che mi ha quasi convinto che anche lui è inerte, passivo e inanimato. E’ proprio lei che mi ha ingiunto di non lasciarmi suggestionare da lui e dalla sua pretesa di essere nel giusto. Questa madre prevaricatrice, questa donna che inganna la figlia e vuole perpetuare i suoi maligni “fantasmi”, questa seguace dell’immutabilità della Nutella, sta tutta dentro i vissuti di Lisbona e si colloca con naturalezza dentro la storia e la cultura della famiglia. Quante madri hanno trasmesso alle figlie il senso di rassegnazione al ruolo e di immutabilità del destino femminile, un tragico insegnamento dettato da un fatalismo arabo e da una sadica compensazione della loro sofferenza: “mal comune è mezzo gaudio”. Queste donne non hanno fatto alleanza contro il nemico, ma hanno fatto alleanza con il nemico.

Benedette l’evoluzione storica e la rivoluzione culturale!

Benedette le “chat” che in tempo reale collegano il polo nord al polo sud!

Vediamo i simboli cosa dicono e cosa significano.

“Noto” è funzione dell’Io razionale e benefica presa di coscienza. “Movimenti quasi impercettibili” si traducono nella constatazione della figlia che il padre è punto inequivocabile di riferimento per la sua formazione sociale e punto essenziale di partenza per il suo distacco progressivo dalla figura materna in cui si è pienamente identificata. Lisbona sa che con giudizio e con discrezione deve cercare la sua strada e la sua dimensione psicofisica proprio alleandosi con il padre. “Lo faccio notare a mia madre” significa che Lisbona dialoga con se stessa e prende coscienza di essere troppo vincolata alla madre e di aver bisogno della figura maschile del padre per accostarsi alle altre figure maschili del mondo. E’ solo questo il modo di superare i suoi pudori e le sue vergogne di adolescente che ha da esibire un corpo maturo al punto giusto. “Cerca di convincermi che è morto “ equivale a una concezione negativa della madre, la “parte negativa” del “fantasma materno”, la donna prevaricatrice immaginata dalla figlia quando pensava secondo il meccanismo della “scissione” o “splitting”. Lisbona, in effetti, è sempre la ragazzina che si difende per l’ultima volta dalla madre, meglio da se stessa, dicendosi che non è cosa buona e proficua far ristagnare la vitalità e che, allora, bisogna superare le ultime resistenze alla presa di coscienza e convincersi che il padre è la figura a cui appellarsi per uscire dalle carceri e per non lasciare mai più imputridire le buone energie.

ma mio padre fa un movimento visibilissimo e allora lo chiamo a gran voce “Papà! Papà! Svegliati!”.

Ecco la conferma del quadro nella sua psicodinamica. Lisbona resuscita il padre e lo fa diventare il perno della sua rinascita. Questo è il travaglio di Lisbona. E’ lei l’autrice e la protagonista del sogno, il padre serve per consentirle di esprimere il suo vissuto al riguardo: come lei si è vissuta, si vive e risolve la questione relazionale. Il padre è il “deus ex machina” della tragedia greca, serve per risolvere definitivamente la questione tra gli uomini e il conflitto con gli dei. Per rinascere, la figlia adolescente scopre il padre come colui che l’aiuta a distaccarsi dal grembo materno e a superare le oscurità femminili per prendere luce e manifestarsi al mondo. Gli “altri” adesso sono le nuove allucinazioni del desiderio che prendono forma e diventano chiarezze. Lisbona ha avuto bisogno del padre per relazionarsi con il corpo adulto e con la mente adolescente e in via di evoluzione e di recupero della lentezza di assimilazione delle novità. Tutta colpa e tutto merito dei “meccanismi e dei processi psichici di difesa” dall’angoscia, se i tempi psicologici sono tanto più lunghi di quelli fisiologici.

I simboli dicono che “movimento visibilissimo” significa ho capito, ho preso coscienza che senza mio padre non vado da nessuna parte e che lo devo scoprire e portare con me per avanzare nella vita con l’amore del mio corpo da offrire agli altri e con il giusto amor proprio. Questo progresso è possibile dopo aver commutato il narcisismo in donazione e dopo essere uscita dall’isolamento accettando i rischi che comporta il vivere in società. Ecco che il padre da limite si evolve in colui che dà la forza, l’energia, il coraggio. Un po’ di padre fa bene sempre alle figlie adolescenti dopo aver congedato il complesso di Edipo. Un po’ di padre condisce bene la minestra come il sale marino. E’ questa la maniera migliore di viverlo e di viversi per fare il salto dal nido familiare alla società con tutto il corpo e tutta la mente e con tutti gli annessi e connessi.

I simboli dicono che “Papà! Papà! Svegliati!” è la “proiezione” pari pari del suo monito: “Lisbona! Lisbona” Svegliati!”, prendi coscienza della situazione in cui ti trovi. Ci vuole un padre da recuperare abbandonando le difese inutili e il ristagno delle energie. Dopo la madre ci vuole la forza del padre per vivere in maniera degna e apprezzabile: “in nome del padre, dopo quello della madre e della figlia”. Il triangolo edipico si è magicamente aperto e Pitagora inorridisce seduto sulle sue ceneri al pensiero di non aver previsto le malefatte di Edipo. “Movimento visibilissimo” equivale alla consapevolezza che il “principio di realtà” dinamico è basato sul padre e che esige azione pragmatica e attiva, utile e dilettevole. “lo chiamo a gran voce” è la parola simbolo di vita, gli do la vita dentro di me e lo investo di energia “genitale”, gli voglio bene intanto e dopo mi disporrò a chi verrà.

Lui apre gli occhi e si alza, inconsapevole di essere stato creduto morto.”

Questa frase è l’allegoria del “meccanismo psichico di difesa” dall’angoscia della “proiezione”. Lisbona attribuisce al padre la presa di coscienza della sua inanimazione e della sua inconsapevolezza di essere sbagliata per quanto riguarda il corpo la mente e le relazioni, gli investimenti di “libido”, il passaggio dal narcisismo alla genitalità, dall’isolamento all’offerta e al dono di sé agli altri. Lisbona ha scoperto, grazie alla “introiezione” operata della figura paterna, di avere corso il rischio di restare evoluta a metà, di ristagnare nella “posizione fallico-narcisistica” e isolata dagli altri, ma adesso che “sa di sé”, si può alzare e andare in giro tra la gente a dispensare il meglio di sé come una buona befana nel senso letterale della parola: “epifania” si traduce “mi mostro”. L’augurio è che quello di Lisbona sia sempre un bel vedere. Lisbona è pronta a esibire le parti migliori di sé. “Alzati e cammina”, come Lazzaro, si addice alla nostra resuscitata protagonista del sogno. Il miracolo è stato possibile grazie al padre, anzi grazie al ricorso al padre. Quando la madre la bloccava e la costringeva nelle ristrettezze solipsistiche, Lisbona adolescente ha scoperto la funzione del padre, quella di aiutare ad aprire gli occhi sul mondo, di indurre ad agire con forza e sicurezza, di dare le regole e i limiti del gioco sociale, di interagire nelle tortuose dinamiche relazionali: funzione dell’istanza psichica “Super-Io”. Se la Madre rappresenta simbolicamente la casa e gli affetti familiari, l’istanza psichica pulsionale “Es”, il Padre rappresenta l’azione fuori dalla casa. L’allegoria ricorrente nella creatività infantile è la seguente: il buon padre è il cacciatore che ogni sera torna a casa e porta il cibo ai suoi figli.

Vediamo i simboli.

“Lui apre gli occhi” equivale a “Lisbona prende coscienza” perché gli occhi rappresentano simbolicamente la visione logica e razionale e l’apertura agli altri, gli occhi rafforzano l’operazione di consapevolezza razionale, il “sapere di sé”. “Si alza” si traduce in si desta dall’inanimato e inizia ad agire, a prendere forza. E’ un termine sessuale maschile che sottintende l’erezione del pene, il simbolo del potere e dell’investimento di “libido”, la fierezza e l’azione. “Inconsapevole di essere stato creduto morto” dice chiaramente che Lisbona adolescente non sapeva di sé e della vitalità che aveva e poteva esprimere. Il risveglio è avvenuto attraverso il padre e abbandonando la madre che l’addormentava e che rappresentava per lei la chiusura al mondo in cambio della protezione, il carcere familiare e l’impossibilità di volare.

Questo è quanto potevo dire e ripetere sul sogno di Lisbona. Ne è valsa decisamente la pena.

PSICODINAMICA

Il sogno di Lisbona svolge la psicodinamica della figlia che va dalla madre per la “identificazione” e passa dal padre per l’azione in superamento del “fantasma di inanimazione” adolescenziale che porta a vivere male il corpo e ad aver paura di essere guardata con malizia. Tutto il travaglio edipico sul padre e sulla madre viene vissuto in maniera psicologica e non sfacciata, senza grandi accuse e senza furbesche inquisizioni. La funzione educatrice dei genitori è inserita nell’evoluzione psicofisica di Lisbona e viene risolta concretamente nella pronta esibizione al mondo e agli uomini del proprio corpo vitale e ricco di tesori. Questo sogno non è la solita rappresentazione della “posizione edipica” o di qualche sua variante, ma mostra la parte utile del padre e della madre in versione estetica. Senza acrimonia e senza polemica il sogno raggiunge la sfera di bellezza che lo rende universale e ben accetto alla pubblica coscienza e opinione. Inoltre, il sogno di Lisbona attesta che le esagerazioni sessuali sulla universale “posizione edipica” sono da abbandonare totalmente a favore di un consistente recupero della dimensione affettiva ed educativa.

PUNTI CARDINE

L’interpretazione del sogno di Lisbona si incentra e poggia sulle seguenti interazioni simboliche: “erano bare di vetro trasparente e vedevo solo i miei piedi con scarpe scure ed avevo un vestito lungo bianco a balze.” e “c’era a fianco a me mia madre” e “non mi va proprio che il mio corpo possa essere visto!” e “lo chiamo a gran voce “Papà! Papà! Svegliati!”.”

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

Dei “simboli” si è ampiamente detto e ripetuto nel corso dell’interpretazione del sogno.

Il sogno di Lisbona richiama l’archetipo “Madre” in “bara” e “Padre” in “Lui apre gli occhi e si alza.

I “fantasmi” evocati da Lisbona in sogno riguardano la “madre” nella “parte negativa” della “inanimazione”.

E’ degnamente presente l’istanza “Es”, rappresentazione delle pulsioni, in “essere davanti alle bare mia, di mia madre e di mio padre.” e in “erano bare di vetro trasparente e vedevo solo i miei piedi con scarpe scure ed avevo un vestito lungo bianco a balze.” e in “lo chiamo a gran voce “Papà! Papà! Svegliati!”.

Altrettanto degna nella sua presenza è l’istanza “Io”, vigilanza e realtà” in “esprimo il mio disappunto” e in “non mi va proprio” e in “noto” e in “le faccio notare”.

L’istanza “Super-Io”, limite e censura, è manifesta in “Sotto è steso mio padre, ma non è dentro una bara.” e in “mio padre fa un movimento visibilissimo”.

Il sogno di Lisbona rielabora a piene mani la “posizione psichica edipica”: conflittualità con i genitori. “essere davanti alle bare mia, di mia madre e di mio padre.” e in “a fianco a me mia madre alla quale esprimo il mio disappunto” e in “lo faccio notare a mia madre la quale cerca di convincermi che è morto” e in ““Papà! Papà! Svegliati!”. La “posizione fallico-narcisistica” si manifesta in “vedevo solo i miei piedi con scarpe scure ed avevo un vestito lungo bianco a balze.” e in “non mi va proprio che il mio corpo possa essere visto!”

Il sogno di Lisbona si serve dei seguenti “meccanismi e processi psichici di difesa”:

la “condensazione” in “bara” e in “vetro trasparente” e in “piedi” e in “scarpe” e in “vestito” e in “sotto” e in “svegliati” e in “occhi”,

lo “spostamento” e la “proiezione” in “c’era a fianco a me mia madre alla quale esprimo il mio disappunto” e in “lo faccio notare a mia madre la quale cerca di convincermi che è morto;” e in “Lui apre gli occhi e si alza, inconsapevole di essere stato creduto morto.” e in “lo chiamo a gran voce “Papà! Papà! Svegliati!”.,

la “figurabilità” in “erano bare di vetro trasparente e vedevo solo i miei piedi con scarpe scure ed avevo un vestito lungo bianco a balze.”,

la “identificazione” in “A guardare questa scena c’era a fianco a me mia madre”,

la “sublimazione” in “nel ripiano alto della cappella”,

la “regressione” è presente nei termini necessari alla funzione onirica.

Il sogno di Lisbona evidenzia un tratto decisamente “edipico” intenzionato verso una “organizzazione psichica genitale” e in superamento evolutivo delle pulsioni difensive narcisistiche.

Le “figure retoriche” elaborate da Lisbona nel suo sogno sono le seguenti:

la “metafora” o relazione di somiglianza in “bara” e in “vetro trasparente” e in “vestito” e in “occhi”,

la “metonimia” o relazione di senso in “piedi” e in “scarpe” e in “sotto” e in “steso” e in “svegliati” e in “si alza”,

la “sineddoche” o parte per il tutto e viceversa in “vedevo solo i miei piedi con scarpe scure ed avevo un vestito lungo bianco a balze.”,

la “enfasi” o forza espressiva in ““Papà! Papà! Svegliati!”,

la “allegoria” o rappresentazione traslata della androginia psichica in “vedevo solo i miei piedi con scarpe scure” e dell’innocenza infantile in “un vestito lungo bianco a balze.” e della inanimazione psichica in “bare di vetro trasparente” e in “inconsapevole di essere stato creduto morto.”, della presa di coscienza in “Lui apre gli occhi e si alza”.

Il sogno di Lisbona è ricco di simboli e di interazioni simboliche o allegorie. Questa caratteristica rivela sensibilità estetica e culto per il bello.

La “diagnosi” dice che Lisbona ha vissuto un conflitto durante l’evoluzione psicofisica dall’infanzia all’adolescenza e, nello specifico, nella risoluzione della figura materna e nell’assimilazione delle modificazioni corporee. Si sottolinea la funzione maieutica del padre.

La “prognosi” impone a Lisbona di tenere sempre in considerazione questa tendenza alla dipendenza da figure femminili ritenute altolocate, ingiunge di approcciarsi alla figura maschile in maniera paritaria ritenendo superata la relazione “maieutica” con il padre.

Il “rischio psicopatologico” si attesta nella “regressione” difensiva con il ripristino della “posizione fallico-narcisistica” e nell’isolamento orgoglioso e superbo: “psiconevrosi ansioso-depressiva”. La folla e la gente sono il test di benessere psicofisico da propinarsi quotidianamente appena fuori casa e dopo il sonno e il sogno.

Il “grado di purezza onirico” è “buono”. Pur essendo formulato in maniera logica consequenziale, il sogno di Lisbona è ricco di simboli e di allegorie come si è rilevato in precedenza.

La causa scatenante del sogno, “resto diurno” del “resto notturno”, si attesta nel ricordo del viaggio a Lisbona, come ha ben precisato la stessa Lisbona.

La “qualità onirica” è decisamente “surreale”, a metà tra la parapsicologia e la vena “horror”. Fai un viaggio e tra i souvenir ti porti a casa le fotografie impresse nella mente e nel corpo, idee e sensazioni.

Il sogno di Lisbona presenta una lucidità e una compostezza che lo collocano come possibile dalla seconda fase del sonno REM.

Il “fattore allucinatorio” si attesta nell’esaltazione dei seguenti sensi:

la “vista” in “vedevo” e in “guardava questa scena” e in “noto” e in “lo faccio notare”,

l’ “udito” in “lo chiamo a gran voce: “Papà! Papà! Svegliati!”

Il “grado di attendibilità” dell’interpretazione del sogno di Lisbona è “buono” semplicemente perché l’abbondanza dei simboli si è integrata nell’interazione logicamente corretta. La traduzione si è connessa alla psicodinamica senza pieghe e forzature. Il “grado di fallacia” è “minimo”.

DOMANDE & RISPOSTE

L’interpretazione del sogni di Lisbona è stata sottoposta all’attenzione di una donna che ha voluto mantenere l’anonimato e che ha posto le seguenti domande.

Domanda

Come dev’essere una famiglia per fare bene ai figli?

Risposta

La famiglia è la cellula della società e deve essere “aperta” e “dinamica” come l’insieme sociale che andrà a costituire. Di conseguenza, la famiglia non deve essere monolitica e repressiva, statica e bloccata, deve incarnare il principio dell’evoluzione ed essere al passo con il progresso dei tempi storici e culturali. I figli sono la parte indifesa da tutelare e da sostenere nella loro irripetibile individualità psichica. Nell’ambito familiare i figli reagiscono agli stimoli interni ed esterni, formano i fantasmi, vivono le esperienze e organizzano i vissuti. L’infanzia è tutta da vivere all’interno di una famiglia rassicurante e aperta che fa scorrere linfa vitale, “libido”, e “insegna” nel senso latino di “indicare la direzione”.

Domanda

Da quali errori ci si deve guardare nell’educazione dei figli? Nella risposta sia meno complicato, altrimenti non capisco.

Risposta

Giusto! Mi dico sempre di essere semplice e che non mi trovo in un palloso congresso di strizzacervelli, ma in mezzo alla brava gente che popola il mercato rionale di Ortigia, il luogo dove ho trascorso la mia infanzia. Gli errori tremendi da evitare in assoluto da parte dei genitori e che ho rilevato spesso nella mia pratica clinica sono i seguenti:

il “possessivismo”, vivere i figli come un bene personale e non riconoscerli come individui e persone uniche e irripetibili a livello psichico,

la “colpevolizzazione”, indurre sensi di colpa in reazione a quello che fanno o che non fanno, ai loro pensieri e alle loro azioni,

la “manipolazione”, servirsi dei figli per ottenere un risultato e usarli a proprio uso e consumo,

la “prevaricazione”, impedire con la forza e la minaccia la libera espressione psicofisica del bambino,

la “dipendenza”, strutturare una serie di limiti, di paure e di colpe che costringono il figlio ad aver paura di espandersi e di agire liberamente.

Aggiungo che, non rendendo autonomo un figlio, gli si fa del male, tanto male perché lo si lascia bambino per il resto della sua vita.

Adesso ti elenco quello che i bambini non vogliono dai loro genitori:

le bugie, perché perdono la fiducia e non sanno a chi affidarsi,

l’abbandono, perché l’angoscia li opprime,

la lite tra genitori, perché non sanno quale parte prendere,

la derisione, perché si sentono quasi nulla,

le minacce dell’uomo nero o del barbazucon, perché non sanno difendersi,

l’esclusione, perché si sentono tremendamente soli,

la freddezza affettiva, perché amano le coccole prima dei dolciumi,

le punizioni, perché fanno male al cuoricino,

il silenzio della mamma, perché si sentono impazzire dalla risposta che non viene per una punizione di merda,

essere lanciati in alto ed essere ripresi al volo dal papà, perché non si divertono e ridono per l’angoscia che stanno incamerando e per il trauma che maturerà in fobia.

I bambini voglio mangiare a tavola con la famiglia al completo perché si sentono parte di un gruppo coalizzato e forte.

Potrei continuare, ho un quaderno pieno di queste torture, ma mi fermo.

Domanda

Mi fa un esempio del male maggiore?

Risposta

La “colpevolizzazione” è sottile e tremenda, oltre che dannosissima per l’economia psichica del bambino. Spesso le mamme usano la seguente espressione per punire l’eccessiva vivacità del figlio: “tu mi farai morire”. Non commento e non aggiungo altro perché mi si accappona la pelle al ricordo di tutte le volte che in psicoterapia ho affrontato questi drammi sotto la veste di pericolosi disturbi.

Domanda

Scusi se insisto, mi spieghi meglio?

Risposta

Il bambino si fa i suoi sensi di colpa sottili e incisivi, se poi si aggiunge la madre a confermare la sua capacità maligna di procurare la morte della persona che ama e da cui in certo modo dipende, il dramma è completo. Il bambino cresce e da adulto e alla prima occasione gli si scatena il “fantasma” di essere la causa della morte delle persone care. E se poi viene a mancare la madre, la tragedia è totale e si trascina per tutta la vita. La psiconevrosi fobico-ossessiva può tralignare in disturbi “borderline”, se va bene. E tutto questo per quattro parole improvvide che ti ripeto in dialetto veneto” “ti me farai morir”.

Domanda

E se dico scemo a mio figlio?

Risposta

E’ una violenza sottile che nel tempo paga e paga tanto caro.

Domanda

E se gli do una sberla?

Risposta

E’ una violenza bella e buona, da codice penale e con l’aggravante che è avvenuto da parte di un genitore.

Domanda

Lei sta esagerando.

Risposta

Non sto esagerando. I traumi apparentemente minori sono i peggiori. Bisogna calcolare la sensibilità del bambino di fronte ai messaggi dell’ambiente, quindi è meglio essere amorevoli e non cattivi, autorevoli e non autoritari, realisti e non carnefici. Quelli della mia generazione ricordano molto bene la cinghia di cuoio del papà dopo le accuse della nonna o dopo un’innocente e creativa “infantil cazzata”. Quelle cinghiate sono stimmate, veri segni sulla carne che restano nella psiche a vita. E i maestri? Dove li mettiamo i maestri che con la bacchetta di bambù ti colpivano le nocche ed erano tutelati dai genitori e dalla legge? Io avrei gradito un padre cazzuto piuttosto che un padre ligio e prono al dovere e al riconoscimento dell’autorità più bieca che va contro il suo sangue. E i preti, quelli con le tonache nere svolazzanti, dove li mettiamo? E le suore, le vergini che si chiamavano madri senza aver avuto un figlio, dove le mettiamo? Facevano meno paura i comunisti, quelli che secondo i democristiani mangiavano i bambini. Quante storie! Potrei scrivere un romanzo alla Camilleri o una breve enciclopedia delle stronzate di merda, ma mi fermo per non incazzarmi. Non fa bene al cuore e alle arterie.

Domanda

La punizione non ci vuole allora, ma come si fa a educarli questi figli? Non possono fare quello che vogliono, bisogna metterci un limite.

Risposta

La spiegazione e il dialogo sono più importanti di qualsiasi punizione. E l’ironia e il paradosso non guastano mai in queste circostanze. Il genitore creativo che non fa quello che il bambino si aspetta è un poeta e merita il premio Nobel per la Felicità.

Domanda

Ma come avviene la formazione del carattere nel bambino? C’entra l’eredita in qualche modo?

Risposta

Il neonato non eredita niente a livello psichico, è una “tabula rasa” che si dispone a vivere, a registrare e a organizzare le varie esperienze, quelle che provengono dal suo interno e quelle che provengono dal suo esterno. Mentre a livello biologico il neonato ha ereditato un corredo genetico dai genitori, a livello psicologico si viene a trovare in un corpo e in una famiglia da vivere e da interpretare in prima persona e nel tempo successivo con l’ausilio dei genitori. La formazione psichica avviene progressivamente per libero vissuto del bambino e per insegnamento del padre e della madre e delle figure socialmente preposte, nonché per incidenza educativa di quella che chiamiamo, genericamente ma significativamente, “la Vita”. Questo processo evolutivo consente e giustifica l’irripetibilità psichica anche dei gemelli monozigotici, quelli simili nelle fattezze ma non nel cosiddetto carattere, meglio nella “organizzazione psichica reattiva”. La formazione viene prima dell’educazione. Quest’ultima deriva dal latino “ex ducere”, “tirare fuori da”, e presuppone la formazione psichica. Il bambino, parzialmente formato, è sollecitato dai genitori e dagli educatori a manifestare le sue tendenze e le sue inclinazioni. Questo è il vero significato di educazione e l’autentico processo dell’educare. Mi fermo, altrimenti non andiamo all’infinito e non finiamo più questo articolo. Mi scuso con te e con i marinai per le poderose sintesi. Sicuramente servono a stimolare ulteriori approfondimenti.

Domanda

Quando mi devo preoccupare per la salute psicologica dei miei figli piccoli?

Risposta

Ti devi preoccupare e devi correre ai ripari quando il bambino accusa dei disturbi psicosomatici, perché vuol dire che le tensioni nervose superano il livello di guardia, “omeostasi”, e allora il sistema psicofisico si mette in azione per smaltire l’eccesso che non riesce a risolvere per vie naturali. Questo è l’indiscutibile segnale che il bambino sta soffrendo. E allora ha bisogno di essere curato dallo psicologo.

Domanda

Quali sono questi disturbi?

Risposta

Preoccupati se tuo figlio di tre anni fa la pipì di notte senza svegliarsi, “enuresi”, se balbetta, se non mangia adeguatamente, se vomita, se non respira bene, asma psicogena, se strizza gli occhi o manifesta altre forme di “tic” nevosi, se dice di avere mal di testa, se è stitico o diarroico e se ha altre forme di somatizzazioni d’angoscia. Accertato che il bambino è sano a livello organico tramite il pediatra, è certo che sta scaricando l’angoscia tramite le funzioni corporee. E questi apparati non vengono scelti a caso, ma secondo un significato simbolico elaborato e acquisito delle varie funzioni. Il bambino ha intuito che la bocca e lo stomaco sono gli organi degli affetti, il respiro riguarda la figura materna e il continuare a vivere, la cacca la sua aggressività e così via. Il bambino costruisce simboli personali in base ai suoi vissuti formativi e usa simboli collettivi in base all’educazione.

Domanda

Non sapevo queste cose. Grazie per avermele dette. Comunque, devo dire che il sogno di Eleonora mi ricorda la favola de “La bella addormentata nel bosco”. Eleonora aspetta il padre che la sveglia dal sonno in cui era piombata. Il padre è come il principe azzurro per le giovani donne, è una figura importante per la loro vita sentimentale e sessuale. Anche per me lo è stato. Da bambina lo temevo e dopo l’ho riscoperto e mi ha aiutato tanto a diventare donna. Ero orgogliosa di uscire con lui a spasso anche perché per me era tanto bello e maschio. Mi sto convincendo che quando lei parla di Edipo non va molto lontano da quello che io ricordo di aver vissuto nei confronti di mio padre e di mia madre. Mi meraviglio che non faccio fatica ad ammetterlo. Anzi mi piace sapere che i miei genitori erano tanto importanti per me.

Risposta

Proprio vero. Come non condividerti.

Domanda

Il rapporto con il padre ha poco di sessuale da quello che ho letto.

Risposta

Il “pansessualismo” freudiano è da superare se non è già superato. La “posizione edipica” è tanto di più e abbraccia molte manifestazioni della scena psichica dei figli. In passato si è tanto esagerato con la riduzione della Psicoanalisi alla teoria della sessualità. La “libido” è energia che consente l’evoluzione e non il motore esclusivo o il trapezio delle nostre acrobazie sessuali.

Domanda

Mi sembra di aver capito che le donne anziane e alcune madri sono cattive e si ripagano con le figlie e con le nipoti.

Risposta

La senilità accresce la cattiveria e quest’ultima è segno di vecchiaia e di angoscia di morte. Di fronte alle giovani donne alcune madri e alcune nonne vivono il sentimento dell’invidia della gioventù e della fertilità. Non basta, perché tendono a proporre la ripetizione degli errori che non hanno saputo correggere in loro stesse ed evitare nel loro comportamento. Le donne vecchie tendono a perpetuare lo status sociale e culturale della donna. All’uopo istillano una forma di rassegnazione nelle figlie e nelle nipoti. Se una donna è stata vittima del proprio uomo, dirà alla figlia di sopportare e di ripetere la sua storia di sottomissione con la famosa frase “gli uomini sono fatti così, ti tocca stare buona e portare pazienza”. Teoria della Nutella e della sua immutabilità: “la nonna la dava alla mamma e la mamma la dà alla figlia e la figlia la darà alla figlia e cosi via “in secula seculorum, amen”. Sarà anche per questo motivo che le maestranze della “Ferrero” continuano a usare l’olio di palma nella preparazione del gustoso impasto di cacao e nocciole.

Domanda

Concludo io senza alcuna presunzione. Allora, posso dire che padri freddi, indifferenti e assenti sono dannosi per i figli. I genitori sono importanti per la loro corretta crescita fisica e psichica e per le future storie d’amore e di sesso. L’adolescenza è un periodo di turbamento, ma serve per diventare forti e superare le difficoltà della vita.

Ok!

Voglio anche scegliere la canzone: “La vita” cantata dai giovani siciliani del Volo o da Shirley Bassey. Veda lei, ma faccia come ho detto io. Scelgo questa canzone per dire alle adolescenti che davanti a loro si prepara una vita bella e che non abbiano paura di goderla.

Risposta

Obbedisco meglio di Garibaldi e allego entrambe le canzoni per non far torto a nessuno. Preciso che il Volo ha al suo interno due siciliani e un abruzzese.

Alla prossima.

UN PESANTE FARDELLO

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Stavo scendendo una rampa in un luogo imprecisato.
A un certo punto una donna, non ricordo se fosse mia madre, mi ha chiesto se potevo caricarmela sulle spalle ed aiutarla a scendere perché lei non ce l’avrebbe mai fatta.
Cosi me la sono caricata, ma indossavo un paio di sandali e avevo paura di scivolare.
Il mio fardello era pesante e più volte sono stata sul punto di non farcela, ma sono arrivata alla fine della discesa contenta di esserci riuscita.”

Così e questo ha scritto Marianna.

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Il sogno di Marianna è esemplare per illustrare la relazione madre-figlia in riguardo all’identificazione e alla formazione dell’identità psichica. Nello specifico si tratta della giovane figlia che si identifica sessualmente nella madre.
Attenzione! Niente di definitivo in queste tappe psichiche, perché il processo avviene sempre per via evolutiva e all’Evoluzionismo si attesta. L’identificazione nelle figure genitoriali, o similari ed equivalenti, avviene sostanzialmente durante l’infanzia e l’adolescenza e si protrae in maniera blanda fino alle esperienze formative come la maternità e avanti ancora fino all’elettroencefalogramma piatto. La stessa psicodinamica vale per l’identità psichica: niente di rigido e di fisso, ma tutto in evoluzione maturativa. E’, pur tuttavia, vero che gran parte dell’identità psichica si abbraccia e si combina nell’età della pubertà. Identificazione non significa imitazione, ma libera e progressiva scelta consapevole di quei modi di essere e di agire che aggradano e che con naturalezza e spontaneità vengono assimilati ed evoluti. L’identificazione comporta anche il rifiuto consapevole di quei modi di essere e di agire che deliberatamente vengono accantonati proprio perché non capiti e non condivisi o perché hanno procurato danno e dolore. Questa psicodinamica dell’identificazione avviene attraverso un abile lavoro e un proficuo concorso dell’Io anche se la consapevolezza aumenta nel corso degli anni. La nostra “identità psichica” è in continuo divenire e si può fissare in una immagine soltanto nell’attimo, perché subito dopo si è evoluta come voleva l’oscuro Eraclito quando filosofava sul principio del “panta rei” e predicava agli stolti che “non si può scendere due volte nelle acque dello stesso fiume”. “Identità psichica” e “identificazione” sono collegati non soltanto come processi dell’Io individuale, ma anche come processi dell’Io collettivo. Leggete a tal proposito il testo del dottor Freud “Psicologia delle masse e analisi dell’Io” e vi divertirete un casino perché avrete acquistato un valido strumento di lettura anche dei tempi moderni.
Tornando al sogno di Marianna, ho desunto il titolo dal testo della stessa protagonista, “un pesante fardello”, proprio per sottolineare quanto sia importante la responsabilità di riassumere a livello psichico il meglio dei propri genitori, soprattutto dopo aver superato la conflittualità edipica e dopo averli riconosciuti come “mio padre” e “mia madre”, le mie sacre e misteriche origini.
Resterà aperto il problema dell’autonomia e della libertà umane, visto che le generazioni sono un prodotto condizionato a livello psichico e culturale. Si dirà che soltanto la consapevolezza dei condizionamenti assimilati rende liberi e che un sacco vuoto non sta in piedi. Tutto è lecito discutere quando si vuol soltanto comunicare e non risolvere alcunché.
Con questa onesta constatazione si può procedere nell’analisi del sogno di Marianna, lasciando alla lettrice anonima l’onere di porre le domande filosofiche e teologiche più oscene sul tema “Libertà e Determinismo”.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Stavo scendendo una rampa in un luogo imprecisato.”

Marianna esordisce con una simbologia ambivalente: “stavo scendendo”. In quest’atto motorio si nasconde un progressivo processo di perdita o un coinvolgimento per libera scelta nella sfera materiale e nei bisogni del corpo: un tratto psichico depressivo o un tratto psichico evolutivo. Marianna sceglie la direzione che porta verso il basso e la simbologia corrispondente per approfondire concretamente e praticamente una sua problematica ancora non ben definita e non chiara nella sua mente: “un luogo imprecisato”. La “rampa” qualifica il grado e la modalità della discesa, la progressione e la moderazione. Nessun trauma depressivo di perdita si preannuncia in questo percorso di “incarnazione” della nostra protagonista. Il sogno, procedendo, ci fornirà le coordinate più precise dell’interpretazione e della psicodinamica. Di certo Marianna ha tanta voglia di vivere la sua materia e il suo corpo e non certo di sublimare la sua “libido” e i suoi investimenti. Del resto, se scende, si suppone che si trovi in alto ossia che nella sua vita ha anche sublimato la sua “libido” e che adesso sente tanto il bisogno di incarnarla. Ricordo il processo di difesa della “materializzazione” che si attesta proprio nell’operazione di realizzare gli “investimenti della libido” esaltando la componente istintiva e la sfera pulsionale. Non a caso si definisce anche “sessualizzazione” e “istintualizzazione”. L’angoscia di base viene risolta all’incontrario della “sublimazione” e proprio vivendola nell’erotismo del corpo e accentuando la sensorialità e la vitalità isterica, una conversione erotica e difensiva di una pulsione dolorosa.

“A un certo punto una donna, non ricordo se fosse mia madre, mi ha chiesto se potevo caricarmela sulle spalle ed aiutarla a scendere perché lei non ce l’avrebbe mai fatta.”

Ecco che compare “una donna”, la “madre” proprio perché lo mette in dubbio e proprio perché fa difetto la memoria, proprio perché è della serie “excusatio non petita, accusatio manifesta”. Il “non ricordo” è una leggera “rimozione” difensiva di una figura molto importante nella formazione psichica di Marianna, tanto è vero che se la carica “sulle spalle” per i suoi bisogni evolutivi di identificazione e per maturare l’identità di donna amante e materna. Non è una richiesta insolita ed eccentrica il “caricarmela sulle spalle” e l’assumerla a modello, l’assimilarla e l’identificarsi in lei per essere più concreta, più materiale, più erotica e più disinibita. Marianna elabora in sogno l’inno alla materia, quella dimensione che non era nelle sue corde, si allea con la figura materna e assume la spintarella necessaria a superare le ultime resistenze a vivere la sua concretezza materiale e sessuale. Il sogno usa il meccanismo del “processo primario” della “rappresentazione per l’opposto” proprio perché è la madre che chiede di essere aiutata e che è bisognosa e sublimante rispetto alla figlia: tutto al contrario. La verità esige che sia Marianna a imparare dalla madre, in cui si è identificata, a essere concreta e senza tanti fronzoli inibitori.
Vediamo i simboli: “donna” o universo psichico femminile, “madre” o principio femminile e libido genitale, “non ricordo” o meccanismo psichico di difesa della rimozione, “mi ha chiesto” o intenzionalità della coscienza, “caricarmela” o identificazione e assimilazione psichiche, “spalle” o dimensione psichica subconscia e capacità di assorbire esperienze, “aiutarla” o rafforzamento psichico, “scendere” o processo di materializzazione.
Riepilogando: Marianna si è identificata nella madre e in particolare nella sua capacità a essere pratica e concreta, nella sua tendenza a non sublimare la “libido” e a viverla con gusto.

“Cosi me la sono caricata, ma indossavo un paio di sandali e avevo paura di scivolare.”

Ecco finalmente il simbolo che apre le porte della comprensione del sogno e precisa la psicodinamica: “un paio di sandali”, un simbolo sessuale femminile e una attività sessuale erotica a cui Marianna ha paura di abbandonarsi. Accusa una resistenza a lasciarsi andare e si rivolge alla madre per essere come lei e per questo motivo se l’è caricata sul groppone. Possibilmente Marianna ha cominciato a far sesso e ha smesso di sublimare, per cui si identifica nella madre e soprattutto nello sviluppo della dimensione cosiddetta materiale. La giovinezza di Marianna esige una spiccata sessualità rispetto alla madre ed ecco che se la carica sulla spalle per rafforzare la consapevolezza della sua vita vitalità erotica. Marianna sta bene e ha deciso di viversi al meglio possibile nelle condizioni esistenziali date e sopratutto di esaltare la sua umana materia. Non ha più “paura di scivolare” con i suoi “sandali” snelli e leggeri.
Vediamo i simboli: “indossavo” o consapevolezza di modi e atteggiamenti, “un paio di sandali” o organo sessuale femminile giovane e disinibito, “paura” o resistenza a conoscersi, “scivolare” o lubrificazione e coito.

“Il mio fardello era pesante e più volte sono stata sul punto di non farcela, ma sono arrivata alla fine della discesa contenta di esserci riuscita.”

Anch’io come mia madre! Questa è la parola d’ordine della giovane donna che ha portato avanti i processi di identificazione e di assimilazione della figura materna. L’identità psichica di Marianna ha voluto la madre come modello da imitare e non come rifugio e consolazione, una persona da sollevare di peso e imporre sulle spalle. Marianna ha materializzato la sua femminilità proprio vivendola senza paure e inibizioni. Pensava di non farcela, ma è riuscita a scendere la “rampa” e le è tanto piaciuto vivere il corpo e la sessualità come la madre. Del resto, a suo tempo Marianna ha elaborato con curiosità e paura le fantasie sulla vita sessuale materna.
Vediamo i simboli: “fardello” o complesso ordinato e complesso di vissuti e di azioni, “pesante” o paura e inibizione in atto e blocco della libido, “non farcela” o disimpegno dell’Io e difesa dal coinvolgimento, “sono arrivata” o soluzione delle tensioni, “alla fine della discesa” o disposizione all’orgasmo, “contenta” o piena e psicologicamente appagata, “riuscita” o appagamento psicofisico.
L’interpretazione del sogno di Marianna si può chiudere qui.

PSICODINAMICA

Si è ripetuto più volte che la psicodinamica verte sull’identificazione di Marianna nella figura materna in riguardo alla vita sessuale. Si deve precisare che l’operazione psichica è stata resa possibile dalla risoluzione del conflitto edipico e dalla “razionalizzazione” del “fantasma del corpo” e della “sessualità” nello specifico.

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

I “simboli” sono stati spiegati nel corso dell’interpretazione e in maniera puntuale per favorire la comprensione e giustificare l’analisi del contesto.

Non si evidenzia alcun “archetipo” in maniera diretta, ma si evocano gli archetipi della “madre” e della “sessualità”.

Il “fantasma del corpo” è richiamato nella sua componente libidica e sessuale.

Il sogno di Marianna manifesta in azione l’istanza razionale e vigilante “Io” in “mi ha chiesto” e in “avevo paura” e in “indossavo” e in “sono arrivata”, l’istanza pulsionale “Es” in “scendendo una rampa” e in “indossavo un paio di sandali” e in “il mio fardello era pesante”. L’istanza censoria e limitante “Super-Io” non appare.

Le “posizioni psichiche” richiamate dal sogno di Marianna sono la “edipica” e la “genitale” in “A un certo punto una donna, non ricordo se fosse mia madre,” e in “indossavo un paio di sandali e avevo paura di scivolare.”

I “meccanismi psichici di difesa” usati ed esibiti da Marianna nel sogno sono la “condensazione” in “rampa” e in “madre” e in “spalle” e in “paio di sandali” e in “fardello pesante”, lo “spostamento” in “scendendo” e in “caricarmela” e in “indossavo” e in “scivolare” e in “arrivata”, la “rappresentazione per l’opposto” in “mi ha chiesto se potevo caricarmela sulle spalle ed aiutarla a scendere perché lei non ce l’avrebbe mai fatta.”, la “figurabilità” in “Cosi me la sono caricata, ma indossavo un paio di sandali e avevo paura di scivolare.”, la “rimozione” in “non ricordo”.
E’ in azione il processo psichico di difesa della “materializzazione” o “sessualizzazione” in “Stavo scendendo una rampa”, mentre il processo psichico della “regressione” è in atto per permettere la funzione onirica con le allucinazioni e le azioni al posto dei pensieri. La “sublimazione” non è presente ma si lascia supporre in “stavo scendendo”.

Il sogno di Marianna presenta un tratto psichico “edipico” all’interno di una “organizzazione psichica genitale”.

Sono state elaborate le seguenti figure retoriche: la “metafora” in “madre” e in “spalle” e in “fardello”, la “metonimia” in “scendendo” e in “caricarmela e in “indossavo”, la “iperbole” in “caricarmela sulle spalle”. Il sogno di Marianna è lineare nella sua narrazione e non tocca picchi poetici.

La “diagnosi” dice di un processo di identificazione della figlia nella madre e in riguardo specifico alla vita sessuale.

La “prognosi” impone a Marianna di tenere sotto controllo la sua autonomia psichica al fine di migliorare la sua vita intima e di non regredire a qualsiasi forma di dipendenza psicofisica.

Il “rischio psicopatologico” si attesta nella dipendenza da qualsiasi figura importante e in una “psiconevrosi d’angoscia” a causa del ristagno della “libido” non appagata.

Il “grado di purezza onirico” è buono alla luce dell’esagerazione delle immagini che attesta di una latenza dei veri significati del sogno.

La “causa scatenante” del sogno di Marianna risiede in un incontro con la madre o in un ricordo sul tema della sessualità o in un bisogno di dipendenza.

La “qualità onirica” è l’iperbolicità dell’immagine della madre sulle spalle della figlia.

Il sogno di Marianna può essere avvenuto durante la seconda fase del sonno REM perché non presenta emozioni irruenti dentro una linearità narrativa.

Il “fattore allucinatorio” si attesta nel senso dell’udito in “mi ha chiesto” e in una sensazione globale di peso e di movimento in “stavo scendendo” e in “arrivata alla fine della discesa”.

Il “grado di attendibilità” dell’interpretazione del sogno di Marianna è “buono” semplicemente perché la simbologia è conclamata e accertata. Il “grado di fallacia” è “minimo”.

DOMANDE & RISPOSTE

La decodificazione del sogno di Marianna è stata letta e meditata da una casalinga anonima. Alla fine ha posto le seguenti domande.

Domanda
Ho capito gran parte di quello che ha scritto perché lo ha ripetuto parecchie volte, ma comunque più leggevo e più capivo. Volevo chiederle se il sogno di Marianna è diffuso.

Risposta
Sono ripetitivo e non ho voluto sintetizzare proprio per rafforzare la comprensione e vedo che ci sono riuscito a costo di rompere. La trama di questo sogno è molto diffusa e specialmente il “portarsi addosso” delle persone significative. La prima immagine di questo tipo è quella di Enea che si carica sulla spalle il padre Anchise per salvarlo dall’incendio di Troia. Si chiamerà “pietas” in Virgilio e nel suo inimitabile poema “Eneide”: riconoscimento e rispetto, devozione e sacralità, tutto in riguardo alle figure dei genitori. La “pietas” esprime a livello collettivo l’osservanza del culto delle divinità tradizionali. I Greci punivano con la pena di morte il mancato riconoscimento della sacralità dei simboli collettivi. Comunque in riposta alla domanda, la trama di questo sogno è diffusa perché la psicodinamica dell’identificazione psichica è necessaria, così come la formazione e l’organizzazione dell’identità.

Domanda
Se non ho capito male, io dovevo chiederle del Determinismo e del Finalismo, nonché della Libertà dell’uomo.

Risposta
E’ vero. L’avevo suggerito nelle Considerazioni. Parto, allora, con la Filosofia. Dal momento che a livello psichico siamo determinati dalle nostre esperienze e dai nostri fantasmi, quale possibile libertà ci si prospetta? Ci sono altre libere finalità oltre le cause scientifiche? Se dobbiamo tendere all’autonomia psichica nel cammin di nostra vita, come dobbiamo operare? Si tratta di questioni antropologiche che affondano le radici nella filosofia di Aristotele e nella sua metodologia scientifica basata sulla ricerca delle cause: “Determinismo”. Resta assodato che la consapevolezza della propria “organizzazione psichica reattiva” o “coscienza evolutiva di sé” è la condizione di base per la possibile libertà di scelta e per le finalità elettive. Si tratta sempre di una libertà condizionata dalla formazione psichica e culturale ricevute in famiglia e in società e assorbite ed evolute secondo i propri strumenti cognitivi e il proprio gradimento, nonché dall’uso dei meccanismi e dei processi di difesa dall’angoscia che inconsapevolmente sono stati istruiti. Le scelte risultano sempre dipendenti da fattori pregressi e in ogni caso sono passibili di decodificazione ossia si possono spiegare e capire. Su questi temi è utile rivedere la posizione filosofica di Kant nella “Critica della ragion pura” e nella “Critica del giudizio”.

Domanda
Non ho capito granché. Comunque, le chiedo perché i sandali sono simboli della sessualità femminile.

Risposta
La simbologia della recettività appartiene all’universo psichico femminile, così come la simbologia dell’incisività si ascrive all’universo psichico maschile. Tutto ciò che riceve è simbolicamente femmina e tutto ciò che si esterna è simbolicamente maschio: il concavo e il convesso. I sandali si calzano, ricevono il piede. Quest’ultimo è un simbolo fallico. I sandali calzati dal piede condensano simbolicamente il coito.

Domanda
Ma a cosa serve sapere tutto questo?

Risposta
Mi ripeto: serve a prendere coscienza, “sapere” o gustare, dei propri fantasmi e dei propri vissuti, della propria struttura evolutiva, di come si sono organizzate le esperienze vissute e di quali meccanismi e processi di difesa il nostro “Io” ha messo e mette in atto. Serve a conoscersi, a prendersi in considerazione al fine di star meglio e di essere autonomi e liberi, quell’autonomia e quella libertà che parte dalla consapevolezza di essere prodotti psico-culturali condizionati nella loro evoluzione esistenziale. La Psiche non procede per salti, come la Natura secondo gli antichi: “Natura non procedit per saltus”. Dal condizionamento nudo e crudo si può parzialmente uscire tramite la scelta degli schemi psichici e culturali che ci hanno condizionato e che vogliamo abbandonare o portare avanti: “tertium non datur”, una terza possibilità non è data perché anche il rifiuto di tutto rientra nella psicodinamica del condizionamento. Anche le attività umane più creative sono il precipitato di fantasmi e di esperienze organizzate dai meccanismi e dai processi di difesa dall’angoscia.

Domanda
Se mi risponde in termini semplici, io capisco di più. Ma quale angoscia?

Risposta
La malattia mortale è l’angoscia di morte che si evolve dal fantasma dell’abbandono e della solitudine affettiva alla consapevolezza della morte psicofisica, l’elettroencefalogramma piatto. Se quest’ultima non è ben razionalizzata, subentrano i meccanismi di difesa a risolverla e magari con una delle tante demenze senili in circolazione sul mercato psichiatrico.

Domanda
Ho capito che io non sono del tutto libera in quello che penso e che faccio e che la mia storia mi ha condizionato. E’ così?

Risposta
Perfettamente!

Domanda
Cambio argomento. Quanti simboli conosce?

Risposta
Teoricamente tutto il vocabolario italiano si può tradurre in simboli anche grazie alla storia delle parole e alla loro origine: etimologia. Quello del sogno è un Linguaggio dimenticato, come voleva Fromm, che si usa da svegli e da dormienti, in arte e in comunicazione, in salute e in malattia. Vi rimando alla lettura di questo buon testo divulgativo per meglio capire e capirvi: “Il linguaggio dimenticato”. Quantitativamente riesco a decodificare tutte le parole del vocabolario, sempre usando i principi del linguaggio simbolico di cui la Psicoanalisi di Freud e di Jung è stata abile artefice. Anche Lacan non è stato da meno con le sue intuizioni sulla vita psichica e sull’importanza della “Parola” per attestare che la dimensione Inconscia privilegia questo veicolo per la sua epifania, per manifestarsi insomma.

Domanda
A cosa serve praticamente a Marianna conoscere il significato del suo sogno?

Risposta
Ripeto, serve a migliorare la sua consapevolezza e a vivere meglio sapendo di cosa si tratta e come si è formata, quanto importante è stata la madre nella sua evoluzione e che tutto quello che le succede non avviene a caso o per volere di qualche divinità maligna. Marianna può essere più padrona in casa sua.

Domanda
Mi spiega il simbolo della materializzazione?

Risposta
Ti spiego tutti i simboli spaziali. Il movimento nello spazio verso l’alto condensa il processo psichico della “sublimazione della libido”, verso il basso condensa il processo psichico di difesa della “materializzazione”, verso sinistra condensa il processo psichico della “regressione”, verso destra condensa il processo psichico della “evoluzione”. La “materializzazione” consiste nel risolvere l’angoscia indirizzando la “libido” verso il corpo e le specifiche e personali forme di appagamento. E’ un processo molto umano e molto fisico che non si esime dal culto della concretezza e della sessualità: edonismo ed erotismo. Marianna deve vivere la sua sessualità e non deve sublimarla o rimandarla o viverla male perché è giunto il momento di eliminare i fronzoli inutili e di abbandonarsi al suo Eros.

Domanda
Mi basta. Ho fatto indigestione di tante cose che non sapevo e che in gran parte non ho capito. Le dirò che mi dispiace di non averle studiate e di essere ignorante di tante belle conoscenze.

Risposta
Inizia ora che non è mai troppo tardi, come diceva il maestro Alberto Manzi negli anni cinquanta quando insegnò a leggere e a scrivere a milioni di italiani tramite lo strumento televisivo, lo stesso che oggi perpetua l’ignoranza e la stupidità, lo stesso che oggi è in balia di giornalisti e politici, oltre che di sedicenti e volgari opinionisti.

Domanda
Ho capito che lei non guarda la televisione. Se mi invita ancora, io vengo perché mi piace collaborare con lei. Grazie!

Risposta

Di certo e con altrettanto piacere da parte mia. Alla prossima allora!

Visto che il sogno di Marianna dispone verso un’apertura disinibita alla vita sessuale, è d’obbligo ricorrere a una canzone sul tema della eccentrica Gianna Nannini intitolata “Fenomenale”. Ricordo che il prodotto culturale popolare è indice del grado di evoluzione di un gruppo umano e dei contenuti emersi e ricorrenti in un determinato momento storico. Oggi la musica leggera popolare ha buoni e variegati contenuti che vanno dal tema dell’amore ai temi sociali, dall’intimo e privato alla denuncia, dalla ripetizione e condivisione alla contestazione. Da circa vent’anni e dopo l’età dei cantautori, i nuovi attori del pop hanno acquisito gli strumenti e i contenuti della divulgazione e si esprimono nelle forme estetiche tradizionali e innovative, sia poetiche e sia prosaiche.