GRAZIE ZIA !

TRAMA DEL SOGNO

“Ho sognato la zia che è mancata a gennaio che, con un aspetto più giovane e in forma, mi dava una piccola scatola dicendo: “Ne ho uno caldo per tutti i parenti”; si trattava di un piccolo panettone.”

Questo e così ha sognato Frisona.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

La “zia” occupa da sempre e massicciamente l’Immaginario collettivo e viene rappresentata come una figura ambivalente, un familiare che non è poi tanto familiare e su cui si possono “spostare”, “traslare” e “proiettare” le pulsioni più disparate e i bisogni di ogni qualità, i propri “fantasmi”, le rappresentazioni primarie dell’infanzia ripescate e rafforzate durante l’adolescenza.

La “zia” appare come un palcoscenico di periferia su cui si può recitare a soggetto in ogni emergenza della vita psichica. Come tutti i “fantasmi” ha una “parte positiva” e una “parte negativa” e si giostra secondo gusto e a volontà nelle varie e variopinte vesti che può assumere un oggetto di per se stesso ibrido e multicolore.

La “zia” è il prolungamento della figura materna e come tale viene investita di virtù e di vizi, di valori e di disvalori, di sacro e di profano, di lecito e di illecito, di principi e di tabù.

La “zia” è un oggetto psichico polivalente e buono per tutte le stagioni della vita, una figura che soccorre il coraggio e la vigliaccheria, l’avventura e la trasgressione, l’amore e l’odio, l’imprevedibile e lo scontato. Spesso manifesta nel teatro delle passioni la veste psichica di una donna sorniona che è abbastanza parente e rasenta la legge del Sangue senza tingere di rosso le pareti della stanza come faceva Riccardo con Margherita.

La “zia” è, quindi, oggetto polivalente d’investimento di “libido”, riduce le angosce e aizza desideri, crea fantasie e desta pulsioni, compensa tutto il precario che si accompagna al senso della vita quando la riflessione traligna nella crisi.

“La “zia” accorre e soccorre di volta in volta e sempre in base ai bisogni psicofisici di chi la invoca prima del naufragio e della necessità di nuotare con le braccia e con le gambe nel gran mare della “storia” personale.

Ed è così che Frisona, una donna importante chiamata mucca pregiata, sogna la “zia” e a lei ricorre per “spostare” e “traslare” il suo piccolo e “caldo panettone” rigorosamente racchiuso in una “scatola” come quelli della rinomata pasticceria “Girlando” in quel di Avola di quel di Siracusa, la città più sporca del mondo dopo i sobborghi di Bogotà e Caracas, la città patrimonio dell’umanità dove le erbe e gli sterpi crescono spontanei e prosperano sui monumenti di qualsiasi età e cultura in grazie ai cittadini e agli amministratori e specialmente sul Barocco.

Bontà universale!

Dimenticavo: anche qualche fico è cresciuto sulla barocca pietra della chiesa della Spirito santo in Ortigia.

Ho sognato la zia che è mancata a gennaio che, con un aspetto più giovane e in forma, mi dava una piccola scatola dicendo:”

Della famigerata “zia” ho detto l’essenziale psichico e simbolico. Ricordo ancora che è un prolungamento della figura materna e che questa “traslazione” consente lo scarico delle pulsioni aggressive, di stampo sadomasochistiche e qualitativamente variabili come il tempo nel mese di aprile, che si sono accumulate nel corso dell’evoluzione e della formazione nei riguardi di una figura così massiccia e presente come la madre. Frisona si rivolge alla “zia” per non disturbare la madre, meglio per non disturbare il suo equilibrio rievocando e appellandosi direttamente alla madre, quella figura deputata alla sua identità femminile e quella persona a cui avrebbe voluto fare quelle mille domande e le altre mille che non sono mai uscite dalla sua bocca.

La “zia” è una nostalgia della “madre” nel caso di Frisona e di maternità si parla in questo breve sogno dal sapore tenero e confidenziale. Il fatto che la zia “è mancata a gennaio” è una perdita depressiva e un lutto che inducono i soliti sensi di colpa del sopravvissuto alla “malattia mortale” e quelli legati alle mancanze e alle omissioni in parole e opere, i peccati mortali della religione cristiana di cui recita ancora oggi l’atto di dolore. La morte della zia rende il sogno carismatico e affidabile, quasi degno di fede, pregno e foriero di una verità che viene da lontano, meglio, dall’Aldilà. Quest’ultimo può essere inteso come la regione psichica profonda di Frisona o come la regione variamente paradisiaca del dopo la morte. Per ingraziarsela la fa rivivere “con un aspetto più giovane” e la rimette “in forma” come nelle migliori tradizioni delle favole e dei racconti popolari.

A questo punto Frisona, la mucca più bella e dolce del mondo, rievoca il suo desiderio di maternità, più che il Natale in famiglia allargata, e lo condensa come una buona crema pasticciera dentro “una piccola scatola”, un dono della “zia” con cui condivide la dimensione psicofisica femminile e un bisogno ancora vivo e pulsante, dal momento che si presenta sulla scena onirica.

“Ne ho uno caldo per tutti i parenti”; si trattava di un piccolo panettone.”

“Un piccolo panettone”, oltretutto “caldo”, non è soltanto un simbolo dell’affettività, dal momento che si tratta di un oggetto che scatena la “libido orale” e il gusto di un dolce appetitoso, ma racchiude un feto da amare con tutta la forza del destino favorevole e avverso, contiene un figlio tanto ricercato e capriccioso. Il “piccolo panettone caldo dentro la scatola” è il vitellino della mucca Frisona, l’oggetto del desiderio materno proiettato nella Provvidenza di una “zia” pronuba come la greca Era o la latina Giunone e prospera come la greca Demetra e la latina Venere. Nell’esperienza vissuta in riguardo alla “zia” da parte di Frisona domina la valenza materna e la prospera possibilità di realizzare il desiderio di diventare madre. La “zia” è buona con “tutti i parenti” e in tal senso acquista i connotati della sacralità legata alla sua persona e alla sua morte: una buona madre e una giusta donna. Ricordo che la simbologia del calore, “un piccolo panettone caldo”, avvalora la vita e la vitalità e consente al dolce impasto di traslarsi in un embrione ben attaccato all’utero di una mucca desiderosa di mostrarsi una donna e una madre degna del regalo familiare e universale di una Madonna laica o di una Dea popolana.

Il sogno di Frisona contiene una nota lieve di ironia nella scelta del nome, una nota e prosperosa mucca della Frisia, e nella formulazione pacata e nostalgica di un passato vissuto in pieno con tutti i colori dell’arcobaleno e senza nulla ferire e con tutto da vivere: una donna che “sa di sé” e anche delle sue aspirazioni non sempre realizzate.

Il breve sogno di Frisona è la sana e composta allegoria del desiderio di maternità.

ALLE MIE ZIE

Morbido amore corvino

con le forme della madre terra

ho conosciuto.

Abbondante amore senza interesse,

senza requisiti,

legame profondo,

il sangue.

Calmo amore che gode della vita,

piacere nelle piccole cose,

in ogni cosa.

Il tempo si dilata e diventa eterno

nella bellezza di questo momento.

A questo amore ho aperto il mio cuore,

ne sono usciti fiori,

petali e foglie delle più belle,

di ogni colore,

ne sono uscita io,

ne è uscito il mio mondo.

Lucia

GLI ALIENI E LA GUERRIERA

TRAMA DEL SOGNO

“E’ estate. Sono vicina a casa mia e sto visitando una grande chiesa su una altura insieme a qualcuno che non vedo. Ne sento solo la voce quando fa commenti sulla bellezza della chiesa.

A tratti è il mio fidanzato n°due, (ho due relazioni), a tratti mia madre e a tratti qualcun altro. Ma non sono tutte e tre le persone presenti. E’ come se si alternassero nel sogno.

Dopo aver percorso all’esterno tutto il perimetro della chiesa (in sogno mi capita sempre di restare solo all’esterno delle chiese) mi soffermo a guardare la vista dall’alto sul lago Maggiore.

Riscendo, (? riscendiamo), a piedi fino all’altezza del lago e io e mia madre questa volta saliamo su una canoa, (secondo sogno con canoa), e prendiamo il lago e poi un fiume che porta alla Svizzera. Io guido la canoa.

Ad un certo punto tiro fuori dal mio zaino un piatto di pasta che ho cucinato per mia mamma, (nel sogno c’è anche una parentesi in cui mi rivedo nella preparazione del piatto di spaghetti allo scoglio) e glielo do da mangiare.

Dopo un po’ mi accorgo, guardando dalla canoa, che i paesi sulle sponde del lago sono allagati. Lo percepisco come un problema, quindi prendo in mano l’azione, lascio mia madre a continuare la gita da sola e scendo nelle strade allagate, ma l’atmosfera è tranquilla con la luce del sole sulle case.

In giro non c’è nessuno. Entro in una casa e salgo al secondo piano come se fossi in autoplay di un video gioco e lì dentro, in un ambiente fresco e oscuro, ci sono delle persone che non riconosco ma so essere mie amiche.

C’è anche una camera con un letto mio e oggetti miei. In particolare ci sono moltissime pietre preziose che appartengono tutte a me, molte incise con disegni di scorpioni e di nasi.

Vado al bagno della mia camera in cui non c’è la porta ma solo una tenda di perline e, mentre mi sto sistemando, intravedo la figura di una ragazza che conosco ed è mia amica, l’unica del sogno, a parte mia madre, che vedo bene in faccia, che sta in piedi ferma nella mia stanza a guardarmi attraverso la tenda. Le dico “Samantha che fai?”, poi muovo un passo per uscire dal bagno e lei mi si butta addosso per aggredirmi.

Sopraggiunge un ragazzo dalla cucina per salvarmi e non so bene che fine faccia Samantha. Mi metto a parlare con questo ragazzo che però è un’ombra, non lo distinguo bene e stiamo un po’ in un abbraccio intimo e io percepisco la presenza del mio fidanzato n°uno che però nel sogno non c’è.

A questo punto salta fuori che c’è un’invasione di Alieni in atto (sogno molto speso gli Alieni ma non mi spaventano, nei miei sogni sono sempre una guerriera) e che essi sono in grado di assumere le sembianze di chi vogliono.

Io mi metto a cercare una pietra in particolare che non salta fuori. E’ una pietra nera con dei puntini azzurri che ha la capacità di curarmi e farmi cogliere l’origine dei problemi.

La cerco invano ovunque dentro la casa insieme a questo mio salvatore, finché non appare un alieno nella stanza ed io lo sconfiggo in uno scontro corpo a corpo.”

Questo è quanto ha sognato Giglio.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

E’ estate. Sono vicina a casa mia e sto visitando una grande chiesa su una altura insieme a qualcuno che non vedo. Ne sento solo la voce quando fa commenti sulla bellezza della chiesa.”

Giglio è nei pressi di se stessa, della “parte psichica” adibita alla “sublimazione della libido”. E’ tempo di nobilitare le proprie pulsioni e di dar loro un fine generoso al fine di non avvertire gli eventuali sensi di colpa destati dal pensiero di essere egoisti e bisognosi. La “chiesa su un’altura” è un rafforzamento simbolico di quanto affermato. “L’estate” aiuta a sentire il calore delle pulsioni e la consapevolezza di una donna che si accompagna al padre: “qualcuno che non vedo”. Questa figura è simbolicamente e universalmente sempre il padre “edipico”, quello con cui non sono stati sciolti i legami ambigui e ambivalenti, le pulsioni seduttive ed erotiche di una bambina che cerca la sua dimensione psichica femminile. Giustamente Giglio ha sublimato a suo tempo la “libido edipica” e si porta a spasso per il sogno il padre in versione di abile commentatore della Bellezza. La figlia riconosce al padre una sensibilità estetica, fatta di tanta ammirazione e di consapevole stupore. Giglio sublima l’attrazione verso il padre per non colpevolizzarsi, ma riconosce nello stesso tempo al padre quella propensione alla Bellezza, “della chiesa” nel caso specifico. Sintetizzo e chiarisco: Giglio riesuma e rievoca la figura paterna e assolve i sensi di colpa legati all’attrazione psicofisica e approfitta della circostanza per mettere in luce la sensibilità al Bello e all’Arte dell’augusto genitore.

A tratti è il mio fidanzato n°due, (ho due relazioni), a tratti mia madre e a tratti qualcun altro. Ma non sono tutte e tre le persone presenti. E’ come se si alternassero nel sogno.”

I conti “edipici” tornano tutti: il fidanzato numero due, la madre o una figura anonima e indifferenziata, sempre un “qualcun altro” dentro, una figura “introiettata” e nel sogno tirata fuori, “proiettata”. Il “fidanzato numero uno” è sempre il padre per tutte le bambine, il “fidanzato numero due” è quello che segue e consegue alla complessità dei vissuti in riguardo alla figura paterna. Poi, arrivano anche gli altri fidanzati, i numero enne, nella speranza che siano tanti per depurare i vissuti “edipici” e scegliere il proprio uomo senza i condizionamenti subdoli dell’infanzia e dell’adolescenza, senza sposare la “traslazione” del padre insomma. Giglio non mette in scena la “triade edipica”, si limita a visitare i singoli protagonisti e li alterna sul palco a simboli dei suoi vissuti e della sua evoluzione psicofisica, dall’infanzia all’età adulta. Degna di nota è la poligamia di Giglio, “(ho due relazioni)”, la sua naturalezza a vivere il maschio senza i limiti imposti dalla Morale pubblica, il “Super-Io” collettivo, e dal suo “Super-Io”, la sua istanza psichica censoria. Giglio manifesta una disinibizione nella gestione delle relazioni amorose, affettive e sessuali, a testimonianza della sua capacità di alternare nella vita, non soltanto nel sogno, situazioni di coppia varie e variopinte. La caratteristica si spiega con una riduzione dell’investimento di “libido” nei suoi uomini e del coinvolgimento amoroso. Insomma, Giglio non s’innamora abbastanza o teme di legarsi troppo e per questa paura si difende da quello che lei vive come un coinvolgimento minaccioso della sua autonomia. Il prosieguo del sogno darà le ragioni di questa nota caratteristica della protagonista. Possibilmente c’è ancora un ristagno “edipico”, per cui Giglio non si è evoluta degnamente nella “posizione psichica genitale” e non investe appieno le sue energie e i suoi sentimenti secondo le naturali norme della disposizione donativa e della generosità altruistica, della “comprensione” e dell’abbraccio psichico dell’altro.

Dopo aver percorso all’esterno tutto il perimetro della chiesa (in sogno mi capita sempre di restare solo all’esterno delle chiese) mi soffermo a guardare la vista dall’alto sul lago Maggiore.”

Il processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido” non trova Giglio disponibile al cento per cento dal momento che percorre “tutto il perimetro esterno della chiesa”, non entra nel tempio sacro per depositare le sue cariche istintive e le sue pulsioni in attesa di essere purificate dalla grazia della Psiche. Giglio è una donna che non si coinvolge del tutto nelle operazioni di recupero e di rimessa in atto del vietato e dei tabù. Giglio salta di palo in frasca e travalica dalla “sublimazione” alla contemplazione estetica, anzi predilige tranquillamente quest’ultima e trova nella Bellezza la risoluzione idonea e congrua. Giglio sente il bisogno di “catarsi” dell’illecito e della colpa, ma fa tutto a metà e si ricovera sempre in “alto”, nel culto della madre che ristagna, il “lago Maggiore”. Dal sacro passa con disinvoltura all’umano, dal carisma alla concretezza estetica. Giglio le sta provando tutte le operazioni di ripulitura di eventuali traumi o fantasie, di pulsioni e desideri. Predilige non investire totalmente su azioni che nella Borsa del sacro hanno un valore, mentre nella Borsa dell’umano presentano una vitale consistenza. Vediamo dove procede dopo questo preambolo introduttivo.

Riscendo, (? riscendiamo), a piedi fino all’altezza del lago e io e mia madre questa volta saliamo su una canoa, (secondo sogno con canoa), e prendiamo il lago e poi un fiume che porta alla Svizzera. Io guido la canoa.”

Dopo il “qualcuno che non vedo” del primo capoverso, decisamente decodificato come la figura paterna, ecco che si presenta in tutta evidenza e in pompa magna la figura molto importante nella formazione psichica di Giglio, la madre. A quest’ultima la figlia associa il processo psichico di difesa della “materializzazione” e il principio annesso della “realtà”. Giglio ama la concretezza e si è tenuta a fianco della “chiesa”, non è entrata nel luogo del sacro e della censura morale, ha preso atto e ha apprezzato l’aspetto culturale, filosofico ed estetico, La compagnia era la figura del padre. Adesso arriva la madre e la materia vivente, il “lago”, e Giglio si sente alla sua “altezza”, si è ben identificata nella madre durante la sua formazione ed evoluzione psicofisiche, per cui va da sé che ci sia la “canoa”, il grembo, la culla anatomica adibita alla sessualità e alla maternità. “Saliamo sulla canoa” attesta “l’identificazione” nella madre che ha portato Giglio a maturare nel tempo la sua “identità” femminile. Il padre non si è evidenziato abbastanza semplicemente perché è la figura conflittuale della “triade edipica” ed allora Giglio per difendersi non gli ha dato un volto e l’ha lasciato nell’anonimato. Guardate che bel quadretto al femminile: madre e figlia in canoa sul lago. Questa è una buona e originale allegoria con il rafforzamento dei simboli femminili, “lago” e “canoa”, ma Giglio non dimentica il padre e allora se lo porta dietro sotto forma classica del “fiume”. Non dimentica nemmeno di essere lei la protagonista della sua femminilità e si mette alla guida della sua “canoa” in buona e completa compagnia “edipica”. Ritorna la figura paterna in veste simbolica a testimonianza di una delicatezza e paura verso la figura maschile. E allora andiamo in “Svizzera”, il luogo simbolico delle libertà e dell’autonomia.

Che Giglio stia risolvendo la sua “posizione psichica edipica”, la sua relazione conflittuale con i genitori, e stia maturando la sua autonomia psichica riconoscendo il padre e la madre e risolvendo le pendenze maturate nel corso della vita?

Chi vivrà vedrà.

Ad un certo punto tiro fuori dal mio zaino un piatto di pasta che ho cucinato per mia mamma, (nel sogno c’è anche una parentesi in cui mi rivedo nella preparazione del piatto di spaghetti allo scoglio) e glielo do da mangiare.”

La figlia dispensa amore per la madre. Dal suo grembo, lo “zaino”, il luogo della femminilità e della “genitalità”, Giglio partorisce da sola e senza aiuto dell’ostetrica, “tiro fuori”, tutti gli affetti possibili nei riguardi della figura materna, “un piatto di pasta che ho cucinato per mia mamma”, tutto l’amore verso la madre. Questa operazione di riconoscimento e di riconoscenza avviene con una preziosa nota narcisistica, “mi rivedo nella preparazione del piatto di spaghetti allo scoglio”, una pietanza non da morti di fame o da profani, oltretutto condita con tutto il trasporto affettivo di una figlia che si prende cura della madre dopo averla riconosciuta come la sua origine e la sua identità femminile: “glielo do da mangiare” e “io guido la canoa”. Degna di nota è l’assenza della stessa premura nei riguardi del padre, che, pur tuttavia, è presente in forma traslata e anonima. Ricapitolando: Giglio sviluppa in sogno la sua “relazione edipica” e mostra di averla superata, soprattutto in riguardo alla madre. Il padre resta una mina vagante nel mare psichico della formazione evolutiva della protagonista. Con la madre Giglio ha assunto un atteggiamento di cura e premura che si può definire “adozione”, una forma concreta e massiccia di “libido genitale” sublimata. La figura sacra della madre viene investita di affetti e atti che attestano riconoscimento e gratitudine.

Dopo un po’ mi accorgo, guardando dalla canoa, che i paesi sulle sponde del lago sono allagati. Lo percepisco come un problema, quindi prendo in mano l’azione, lascio mia madre a continuare la gita da sola e scendo nelle strade allagate, ma l’atmosfera è tranquilla con la luce del sole sulle case.”

Giglio rievoca il momento della sua evoluzione psicofisica in cui ha operato il distacco dalla madre e ha risolto la sua dipendenza psichica dal momento che aveva ampiamente accettato e razionalizzato la sua identità femminile. Trascorso il periodo dell’identificazione e superato il bisogno di adottarla accudendo i bisogni di lei e prendendosi una cura speciale della sua persona, risolta questa benefica e matura operazione umana, Giglio riacquista la sua autonomia e indipendenza dal momento che “i paesi sulle sponde del lago” erano “allagati”. Giglio percepisce “come un problema questo trasporto e “prende “in mano l’azione”, le redini della sua vita “per continuare la gita” della sua vita “da sola”. In questa presa di coscienza dei vissuti complessi nei riguardi della madre Giglio razionalizza che non ha subito alcun danno e che la “razionalizzazione” di questo rapporto speciale con la madre è stato positivo e costruttivo al massimo, dal momento che ha apportato la tranquillità dell’animo, una forma di “atarassia” individuale da completamento d’opera e da scelta di se stessa dopo il periodo di dipendenza a vario titolo, o perché bambina o perché moralmente portata al sollievo dell’augusta figura materna. Traduco meglio e pari pari: Giglio, del tutto consapevole della sua femminilità e della sua persona, “guardando dalla canoa”, dopo aver temuto di aver corso il rischio di dipendere dalla madre, riacquista la sua autonomia psichica e vive la sua vita di donna e di femmina senza alcun turbamento e con tanta consapevolezza. Meglio di così non poteva andare.

In giro non c’è nessuno. Entro in una casa e salgo al secondo piano come se fossi in autoplay di un video gioco e lì dentro, in un ambiente fresco e oscuro, ci sono delle persone che non riconosco ma so essere mie amiche.”

Giglio è con se stessa, in dolce compagnia di se stessa e della sua autonomia psicofisica. Giglio ha risolto i legami di figlia nei riguardi della madre e ha provveduto al suo accudimento: “in giro non c’è nessuno”. La figlia ha riconosciuto la madre dopo averla onorata e odiata e non è rimasta schiava e sola in questa improba controversia sull’identità e sul possesso dei beni affettivi. Sul padre il discorso è sospeso e la figura del genitore vaga come le mine nei mari durante il tempo di guerra in cerca della nave su cui esplodere. Giglio rientra in se stessa e per la precisione nella “sublimazione narcisistica del suo Io”, nel luogo riservato all’auto-gratificazione e all’auto-compiacimento, per rivivere i momenti di questa sua crescita personale. Giglio si ripensa come persona compiuta, ma non riconosce nella sua dimensione relazionale alcune figure o “parti psichiche di sé” che ancora aspettano una risoluzione congrua. Ritorna questa tendenza di Giglio all’incompiuta con alcune “persone” e con alcune esperienze della sua vita dove avrebbe voluto essere più decisa e incisiva. Si accontenta di un “autoplay” che si riduce a un “autoreplay”, a un rivedersi e a un riconsiderarsi narcisistici che lasciano l’amaro dell’incompiuta in bocca. Purtuttavia, ha il buon senso di ritenere “amiche” queste persone e manifesta quell’ottimismo non esagerato che non guasta, se confrontato con il pessimismo bieco della disperazione e del rancore di chi avrebbe voluto cambiare le carte in tavola. Tra le persone ci mettiamo d’ufficio il padre. Vediamo dove si dirige Giglio nel suo sogno. Adesso è ferma in una Svizzera calvinista e protestante, isolata e libera, ligia al dovere e alle leggi morali, ricca di buona cioccolata e di emmental, di orologiai e di orologi, di cucù e di mucche viola.

C’è anche una camera con un letto mio e oggetti miei. In particolare ci sono moltissime pietre preziose che appartengono tutte a me, molte incise con disegni di scorpioni e di nasi.”

Giglio entra nell’intimità, nel personale, nel privato, nel proprio. La “camera da letto” condensa i vissuti interiori e indicibili, quelle “pietre preziose” che riguardano soltanto Giglio e nessun altro, la sua sfera anatomica e sessuale da non condividere e da stimare con grande perizia, i vissuti intimi e le esperienze erotiche che vertono sul versante sessuale maschile come i “disegni di scorpioni e di nasi”, una vasta gamma di simboli fallici, fecondanti al negativo i primi, penetranti con decisione i secondi. Lo “scorpione” rappresenta simbolicamente il pene che emette lo sperma temuto dalla donna che ha una tosta fobia della fecondazione e della gravidanza, mentre il “naso” condensa l’invadenza del pene e le sue ben note competenze erotiche e sessuali. Tra “pietre preziose” femminili e “scorpioni e nasi” maschili Giglio si compiace narcisisticamente delle sue doti erotiche e delle sue qualità sessuali, nonché delle sue paure e delle sue fobie, estendendo questi “oggetti” ai suoi ricordi sotto la forma di amuleti che esorcizzano l’angoscia di fecondazione e di gravidanza. Si conferma sempre con maggiore evidenza quel sano “narcisismo” che si snoda a metà tra l’amor proprio e il culto di sé. Non è da meno il senso del possesso e i due fidanzati con la loro umana gestione. Giglio è una donna che si compiace del suo potere erotico e sessuale, una femmina che sa gestire il maschio di turno. Il suo “narcisismo” prevale sulla “genitalità” di un sentimento d’amore donativo. L’evoluzione psichica di Giglio oscilla tra la “posizione edipica” e la “posizione narcisistica” e trascura la “posizione genitale”. Decisamente è una donna che non si innamora follemente di un uomo, è una donna che avanza con giudizio e temperanza verso gli investimenti sugli altri, è una donna che si compiace delle sue capacità, è una donna che ha due uomini e oltretutto generici e anonimi, uomini senza qualità.

Vado al bagno della mia camera in cui non c’è la porta ma solo una tenda di perline e, mentre mi sto sistemando, intravedo la figura di una ragazza che conosco ed è mia amica, l’unica del sogno, a parte mia madre, che vedo bene in faccia, che sta in piedi ferma nella mia stanza a guardarmi attraverso la tenda. Le dico “Samantha che fai?”, poi muovo un passo per uscire dal bagno e lei mi si butta addosso per aggredirmi.”

Il passaggio dalla zona intima degli affetti speciali e dei segreti pensieri alla zona erotica e sessuale è breve, del resto come sempre e come giusto. Giglio si era imbattuta in precedenza nei suoi gioielli femminili e nei suoi trofei maschili, le “pietre preziose” e gli “scorpioni” e i “nasi”, adesso va proprio in “bagno” dove, oltretutto, “non c’è la porta, ma solo una tenda di perline”, si coinvolge direttamente con il suo corpo e i suoi bisogni, “mentre mi sto sistemando”. La disinibizione narcisistica della donna ritorna venata di esibizionismo e di competizione al femminile, “intravedo la figura di una ragazza che conosco ed è mia amica”, una figura equiparabile alla madre in quanto oggetto di presa di coscienza. Giglio “sa di sé” attraverso la madre e l’amica, “sa di sé” come donna e come corpo perché si è identificata nella prima e ha assunto identità psicofisica tramite la seconda, l’altra da sé, una persona che esiste nella realtà esterna, ma che, a tutti gli effetti, è l’immagine di sé, il fantasma del suo corpo, la rappresentazione primaria dei suoi desideri e bisogni di bambina che si accinge a evolversi in donna. Questa “amica” la spia nella sua intimità, questa “parte psichica di sé” è in conflitto con l’immagine globale che Giglio ha maturato nel corso della sua evoluzione psicofisica. Samantha è la controfigura di Giglio, quella che si assume la parte aggressiva e che aggredisce, meglio si auto-aggredisce, quella che non si piace e che non si è mai piaciuta, quella “parte psichica di sé” che si schiera per il sacro e odia il profano o viceversa, la “parte psichica oppositiva” di Giglio rivolta contro se stessa, la parte “sadomasochistica”, quella che fa male e subisce il male. Giglio conosce molto bene se stessa “Samantha” e la madre. E’ proprio vero, perché sono i personaggi e le figure che la riguardano in prima persona, sono “l’introiezione” e la “proiezione” della madre e di se stessa nella versione non gradita e rifiutata, quella parte che non piace e che non si accetta. Qualcosa della sfera intima e privata del corpo e della mente non va proprio giù a Giglio e in questo modo ricorre a Samantha per evidenziare questa suo conflitto intrapsichico.

Ma cosa scarica Giglio su Samantha?

Quale materiale psichico traumatico Giglio addossa alla povera Samantha?

Importante continuare a vivere per sapere anche questo.

Sopraggiunge un ragazzo dalla cucina per salvarmi e non so bene che fine faccia Samantha. Mi metto a parlare con questo ragazzo che però è un’ombra, non lo distinguo bene e stiamo un po’ in un abbraccio intimo e io percepisco la presenza del mio fidanzato n°uno che però nel sogno non c’è.”

Giglio scarica su Samantha tutta l’aggressività incamerata nell’evoluzione della sua “posizione psichica edipica”, della sua conflittualità ambivalente nei riguardi del padre e della madre, della sua psicodinamica evolutiva in riferimento ai genitori. Samantha condensa gli affetti legati alla “parte negativa” del “fantasma della madre”, quella che censura e impedisce i vissuti affettivi nei riguardi del padre, la figura in cui si è in qualche modo costretta a identificarsi per acquisire la sua identità femminile, quella che limita e vieta, la madre che impone i tabù e istilla il “Super-Io” sostituendosi al padre. Ricapitolando, Giglio sta sviluppando in sogno l’iter e la risoluzione della sua “posizione psichica edipica”, sta riesumando una tappa altamente formativa della sua evoluzione e mostra chiaramente la conflittualità ambivalente nei confronti della madre e dispone in discrezione il padre come figura importante e in parte rimossa nel suo “fidanzato n°uno”, come si diceva ampiamente nei precedenti iniziali capoversi. Mostra, inoltre, il suo distacco risolutivo nei riguardi della madre lasciando che prosegua la gita in Svizzera e riaggancia il padre nella figura del fidanzato n°uno di cui percepisce la presenza mentre sta in intimità con il nuovo ragazzo che la salva dalle grinfie di una invadente e aggressiva Samantha di cui non sa bene la fine che fa. Ricapitolando ancora e meglio di prima: Giglio si stacca dalla madre attraverso l’affidamento a un uomo, “il ragazzo che sopraggiunge dalla cucina” ossia dalla zona degli affetti condivisi e da condividere. Purtroppo, questo “ragazzo” seduttivo è evanescente, è “un’ombra”, viene dal suo Profondo psichico, dall’aldilà subcosciente, emerge dai suoi desideri di bambina e di adolescente e si porta sempre dietro la figura del padre, la prima ombra del fidanzato n°uno, quello che ancora non sa riconoscere come figura formativa della sua femminilità e delle sue arti erotiche e seduttive. Giglio “percepisce una presenza” come nei migliori film gialli, un fidanzato che in qualche modo tradisce e di cui dispone le fila. Proprio vero che il primo amore non si scorda mai e non si sposa. Giglio sta in intimità con un ragazzo “ombra” che la salva dalle grinfie della madre: questo ragazzo è l’erede della prima ombra, il padre. Quest’ultimo ha contribuito nell’economia psichica di Giglio alla formazione della strategia di approccio all’universo psicofisico maschile.

A questo punto salta fuori che c’è un’invasione di Alieni in atto (sogno molto speso gli Alieni ma non mi spaventano, nei miei sogni sono sempre una guerriera) e che essi sono in grado di assumere le sembianze di chi vogliono.”

Ah, gli Alieni!

Ah, l’alienato, tutto quello che volevamo vivere di noi e non abbiamo fatto nascere in noi!

Ah, i mille personaggi in cerca d’autore che non siamo e che sappiamo ben interpretare per difesa dal coinvolgimento con gli altri!

Spuntano le difese sociali di Giglio. Scendono dall’astronave alla moda gli Alieni, arrivano i modi di essere e di esistere che la protagonista voleva incarnare e che per l’angoscia dell’indeterminato ha lasciato andare nell’evanescenza del Nulla e del “non se ne fa niente”. Gli Alieni “sono in grado di assumere le sembianze di chi vogliono”, hanno capacità mimetiche e mistificatorie, sono dei grandissimi bugiardi e non dicono mai la verità del “chi sono” e del “cosa vogliono”, sono degli impostori e degli imbroglioni di vasta portata che inquinano la società. Questa è la versione negativa dell’umana capacità psichica di empatia e di simpatia, di partecipazione e condivisione. Questa è la “parte psichica negativa” del “fantasma dell’altro”, quella che mi inganna e mi porta via sempre qualcosa e a cui non bisogna rivolgere la parola e addirittura affidarsi, questo è lo Straniero di Camus, la parte straniera di noi stessi che abbiamo definitivamente debellato criminalizzandola per paura e su suggestione dei nostri incauti e superficiali genitori. E così Giglio è cresciuta “guerriera” per difendersi da se stessa, dalle sue giuste paure e dalle altrui ingiuste angosce. La mamma istilla, suggerisce, mette dentro il cuoricino della bambina a mo’ di insegnamento i suoi traumi di donna adulta e le sue esperienze andate a male come il latte fresco di giornata il giorno dopo. Il padre c’è e non c’è, il padre ha fatto meno danno, il padre è rimasto nel limbo delle figure da salvare per amore indicibile, mai detto, mai profferito. Una Giglio censurante e oltremodo “superegoica” mostra in questo siparietto finale i suoi tabù, i suoi divieti, i suoi “verboten”, le sue difese inutili verso il resto del mondo e proprio quando le aperture all’esterno sono costruttive e necessarie per una giusta evoluzione psicofisica. E’ come se Giglio andasse contro corrente e si rinchiudesse nel mondo di Narciso per non coinvolgersi con i fidanzati n°tre, n°quattro, n°cinque, n°enne. “Giglio nei sogni è sempre una guerriera”, ma sicuramente è arrivato il tempo di far riposare questa “guerriera” dopo tanto inutile stress. Ben vengano gli Alieni a portare la loro buona novella se serve a “sapere di sé”, a una migliore autocoscienza. Giglio non deve combattere contro se stessa e le sue produzioni psichiche innovative ed evolutive, contro i suoi “Alieni”, non deve alienare il suo prodotto psichico interno lordo per paura di coinvolgersi nelle stranezze di una vita alla grande e spericolata. Gli insegnamenti della mamma e i silenzi del padre devono lasciare il posto alla normalità dell’anormale, alla convivenza con gli Alieni dentro e fuori, alla condivisione delle esperienze e delle avventure.

Io mi metto a cercare una pietra in particolare che non salta fuori. E’ una pietra nera con dei puntini azzurri che ha la capacità di curarmi e farmi cogliere l’origine dei problemi.”

Giglio sa di non stare bene e di avere bisogno di una cura che verta sulla consapevolezza delle cause dei suoi mali, “l’origine dei problemi”, una psicoterapia psicoanalitica che, risalendo per libere associazioni alle esperienze significative della sua vita, le dia quell’equilibrio e quella sicurezza insieme a quella tranquillità dell’animo che non guasta mai come lo zucchero nel caffellatte dei bambini. E allora Giglio tira in ballo la sua bambina dentro e il suo pensiero magico, i “processi primari” che che usava nell’infanzia e che si chiamavano con una sola parola la “Fantasia”, il pensare per allucinazioni e per fantasmi, l’andare contro il “principio di realtà” a favore del “principio del piacere”, l’esaltare le pulsioni e abolire i divieti, tira fuori il suo Harry Potter e la sua “pietra” filosofale “nera con dei puntini azzurri”, quella che ha la capacità taumaturgica della presa di coscienza, della riflessione su se stessa e sugli eventi della propria formazione ed evoluzione: il possesso mentale delle cause. Giglio estrae dal suo cilindro di prestigiatrice la magia, per arrivare alla “interpretazione” e alla “razionalizzazione” delle cause insieme al suo analista, al suo “salvatore”, che, come Ermes, comunica la volontà degli dei ai mortali. La magia è una pratica antichissima che ha il sapore dell’eternità semplicemente perché è la prima forma mentale di tutti gli infanti, di tutti coloro che sono ancora senza parola ma pensano e pensano tanto e di tutto. La Magia si basa sul meccanismo di difesa dall’angoscia dello “annullamento”, che si attesta nella conversione accettabile e gestibile dell’angoscia attraverso il rito, attraverso l’esorcismo di un divieto. La Magia si basa sul meccanismo di difesa dall’angoscia dello “spostamento” attraverso la costruzione del “feticcio”, la “pietra nera con dei puntini azzurri”, quella “che non salta mai fuori” e che esiste da qualche parte del culo del mondo, quella che, semplicemente usando la Ragione” deterministica, arriva alla “atarassia” per la via preferita dalla Cultura occidentale, la “razionalizzazione”, il meccanismo principe di difesa dall’angoscia che non è mai abbastanza, a conferma dell’umana debolezza che connota la creatura privilegiata di Dio o di Madre Natura, l’uomo, il solo animale vivente che soffre della malattia mortale, che è malato della consapevolezza della fine, della coscienza della morte e dell’assurdità della vita che si conclude nel niente. Eppure Giglio ritorna bambina e rispolvera il suo pensiero magico per risolvere le sue angosce. Vediamo la conclusione di questa lunga cavalcata nelle praterie psichiche durante il sonno, nel pensiero del sonno, il sogno.

La cerco invano ovunque dentro la casa insieme a questo mio salvatore, finché non appare un alieno nella stanza ed io lo sconfiggo in uno scontro corpo a corpo.”

Giglio cerca “invano” la sua “kaba”, la pietra nera della sua religione psichica “dentro la sua casa” psichica insieme al suo “salvatore”, ed ecco che appare un “alieno”, un trauma, un non vissuto, un fantasma, un conflitto, una semplice fantasia o un semplice fatto, su cui Giglio insieme al suo salvatore analista può esercitare e far pesare la forza della Ragione e della “razionalizzazione”. Inizia lo scontro corpo a corpo con se stessa e in particolare con quelle “parti di sé” che si sono opposte alla sua integrità e armonia psichiche, gli Alieni per l’appunto, che aspirano a essere capite e riassorbite nel tessuto connettivo di un Corpo fatto di carne e ossa e di una Mente fatta di fantasmi e di ragionamenti. Alla fine del tragitto e dei tanti conflitti a Giglio resterà l’ultimo combattimento, la risoluzione del “transfert” esperito verso il suo analista, la liquidazione del vissuto emotivo e affettivo maturato nel corso del viaggio insieme al suo navigatore al fine di acquistare definitivamente la sua autonomia psicofisica.

E’ possibile tutto questo?

Decisamente “non potest” e “non possumus”, ma tentar non nuoce. Non è possibile liquidare relazioni e vivere da soli, a meno che non ci si trovi nel carcere della follia. E allora ben vengano le dipendenze e tutti i tentativi di liberazione che nel corso dell’esistenza intentiamo contro e a favore di noi stessi.

Il sogno di Giglio merita ulteriori riflessioni, ma si può concludere qui.

Buon viaggio!

DALLA BOCCA … NESSUN SUONO

TRAMA DEL SOGNO

“Andavo a fare una camminata. Il tempo era nuvoloso, le strade erano bagnate perché aveva appena piovuto.

In un punto un fosso era straripato.

Ho proseguito preoccupata, ma ad un certo punto l’acqua saliva dappertutto inondando la strada.

Ho cominciato a correre verso casa impaurita.

Sentivo, però, che qualcuno mi stava inseguendo. Quando mi sono voltata indietro, un uomo alto mi ha afferrato stringendomi.

Terrorizzata ho provato a urlare, ma dalla bocca non usciva nessun suono.

Mi sono svegliata urlando.”

Miriam

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Domanda: chi di voi non ha mai sognato, anzi, non ha mai vissuto l’incubo di essere inseguito, di essere afferrato, di essere terrorizzato e di urlare senza emettere alcun suono?

La risposta è la seguente: tutti abbiamo fatto questo sogno.

Altro giro e altra domanda: chi di voi non si è mai svegliato gridando?

La risposta è la seguente: tutti ci siamo svegliati gridando.

Il sogno di Miriam, incubo incluso, è universale semplicemente perché è il prodotto psichico classico della “posizione psichica edipica”, della conflittualità con i genitori, della competizione con la madre e della seduzione del padre per quanto riguarda la figlia, della competizione con il padre e della conquista della madre per quanto riguarda il figlio. Universalmente siamo figli di padre e madre. I Latini dicevano che “mater semper certa est, pater nunquam” in grazie alla gravidanza e al parto e ammiccando sulla correttezza seduttiva e operativa della madre. Anche in assenza di padre e madre avviene il miracolo “edipico”, una “posizione” psichica evolutiva e altamente formativa. Essa viene vissuta ed elaborata dai quattro anni in poi e si trascina per quasi tutta la vita con alterne vicende tra l’onore, l’amore, il riconoscimento da portare ai genitori. Il bambino andrà dagli Appennini alle Ande per ritrovare l’amato Bene di una Madre, così come la bambina non sarà e farà da meno senza ricorrere a tanti trasferimenti orografici e allo spreco di tante utili energie.

Andiamo avanti con l’interpretazione del sogno di Miriam, meglio, con l’interpretazione del sogno di tutti quelli nati da madre e padre sotto la volta celeste.

Andavo a fare una camminata. Il tempo era nuvoloso, le strade erano bagnate perché aveva appena piovuto.”

Miriam cammina e fa camminate, vive e osserva la vita. Questa donna è una fine indagatrice di se stessa e del mondo che la circonda, dei suoi umori e delle sue risoluzioni. Miriam non sta vivendo una buona contingenza esistenziale e la sua capacità introspettiva non l’aiuta, anzi le rema contro, così come la sua abilità a leggere gli altri e i segnali della gente non la sostiene nel verso auspicato. Le nuvole coprono il sole e offuscano il cielo: la lucidità mentale è in crisi. Non sempre si può e si deve ragionare e, allora, ben venga la pioggia che bagna “le strade” e le connota al femminile. Chi cammina cerca e anche con il cattivo tempo si possono fare eccezionali scoperte. Quando il sole è coperto, Miriam procede verso gli eventi che prepara e costruisce. Pensiero e azione si coniugano in lei in maniera proficua, come nell’azione sovversiva di un affiliato alla Giovine Italia. Aggiungo per amore della pace che la creatività non manca nel crepuscolo dei figli degli dei, gli uomini.

In un punto un fosso era straripato.”

Tanta madre tracima dal Profondo psichico, emerge dagli argini del canale fino a straripare: tanta madre e tanta femmina, tanta madre e tanta femminilità. Il sogno di Miriam si orienta verso l’esaltazione univoca dell’universo femminile ed eccede nell’allagamento del terreno circostante imbevendo le zolle di un’energia “genitale”. Dentro Miriam si profila la figura materna ed emerge con tutta la sua naturale energia inondando la personalità, i modi della donna e le modalità femminili. Da qualche parte e all’improvviso le scappa la mamma, a suo tempo introiettata per bisogni di identificazione psichica, e si profila la consistenza di un’operazione difensiva, sempre a suo tempo, salvifica: “io sono come la mia mamma e posso andare nel mondo con i miei connotati precisi e gentili”. Di tanta madre si vive, di troppa madre si muore: energia e identità si scontrano con la necessità dell’autonomia psicofisica.

Quante madri hanno ingabbiato le figlie?

Tantissime.

Trascuro il tragico risultato in riguardo ai figli, perché meriterebbe un trattato di ottocento pagine.

Ho proseguito preoccupata, ma ad un certo punto l’acqua saliva dappertutto inondando la strada.”

La vita va e avanza con l’energia e la finalità che ogni figlia ha succhiato dal seno materno e ha maturato nel corso delle esperienze e dei travagli occorsi. La preoccupazione è a metà affanno e desiderio in una cornice d’attesa. Miriam sente la madre “dentro” venire “fuori” con quella forza che necessita al fine di essere utile. La figlia acquista la progressiva consapevolezza di quanto a suo tempo si è “imprittata” della figura materna, di quanta madre ha ingoiato e di quanta madre ha vomitato man mano che il prosieguo del cammino della vita si intervallava con le camminate della riflessione. Miriam “sa di sé” proprio in riferimento alla figura materna in un momento significativo e particolare della sua vita e della vita di lei. La sua vita è invasa dalla madre proprio quando quest’ultima offre il destro per l’impugnazione della causa di fronte al tribunale dei diritti delle figlie bambine. E Miriam risponde da perfetto avvocato che sa difendere le sue cause. Certo che l’inondazione della “strada” attesta di una emergenza materna veramente architettonica. Miriam è avvolta dalla madre, una donna che emerge imperiosa come Afrodite dalle acque del mare Ionio dopo essere stata formata dal seme di Urano e dalla schiuma dell’acqua salata.

Le bambine sanno come in certe circostanze dell’evoluzione psicofisica “sa di sale lo pane altrui”, specialmente se è quello materno, semplicemente perché non viene offerto al momento giusto per superficialità difensiva dell’augusta genitrice.

Ho cominciato a correre verso casa impaurita.”

Miriam ha paura dell’invadenza psicofisica materna per cui è rientrata in se stessa, si è chiusa in una difesa introspettiva alla ricerca di dare senso e significato al volto materno che si stava profilando dentro di lei, al come e al quando qualcosa era sfuggita dalle sue maglie per andare chissà dove in quel chissà quando. La paura riguarda sempre un qualcosa di reale e di visibile, altrimenti si chiama angoscia e viene dopo il panico. Miriam ha paura di non aver bene riconosciuto e sistemato dentro la madre, quella figura importante che l’ha sostentata e dalla quale ha attinto le energie buone per evolversi nel corpo e nella mente. Questo ripiego verso “casa”, questa fuga dentro se stessa è una difesa psichica intesa a reperire la ragione di tanto conflitto con la madre e di tanta paura di lei. Del resto, l’invadenza materna è stata consentita dalla figlia, per cui Miriam sa che non può mancare alla prova della presa di coscienza di tanto trambusto del corpo e della mente. La domanda utile in questa contingenza del sogno è la seguente: cosa è successo fuori di Miriam per avere tanta eco dentro?

Sentivo, però, che qualcuno mi stava inseguendo. Quando mi sono voltata indietro, un uomo alto mi ha afferrato stringendomi.”

Il padre, il padre “edipico” in prima fila!

Nel teatro psichico di Miriam dopo tanta Madre esordisce il Padre nella veste anonima di “qualcuno”. Miriam non può guardare in faccia il padre, altrimenti si sveglia perché il “contenuto manifesto” del sogno coincide con il “contenuto latente” e scatta l’incubo come difesa psicofisica. E se poi questo “qualcuno mi stava seguendo”, meglio. Se poi Miriam si fa inseguire da questo qualcuno senza volto, completamente anonimo come in un film di Hitchcock, la figura paterna da anonima diventa enigmatica. E se poi questo “qualcuno” che “mi sta seguendo” è “un uomo alto” che mi afferra “stringendomi”, come in un film di Dario Argento, ebbene, allora si tratta di un padre anche violento, meglio immaginato e vissuto tale dalla figlia Miriam. Quest’ultima, del resto, si è “voltata indietro”, simbolicamente si è rivolta al suo passato e ha ripescato la sue relazione “edipica” con il padre, i suoi vissuti per lungo tempo sperimentati nell’infanzia in riguardo alla figura dell’augusto genitore, “un uomo alto” come tutti i padri agli occhi e secondo il linguaggio simbolico dei figli piccoli. Anche secondo i desideri e i bisogni dei figli il padre è “alto” perché aristocratico e carismatico, un padre sublimato che assolve le mansioni semplici di garantire la sopravvivenza dei figli, di Miriam nel nostro caso. Anche un padre fisicamente basso è altissimo per i suoi figli. Eppure questo padre, che protegge e detta le regole del gioco, è soprattutto l’oggetto oscuro del desiderio e dell’angoscia dei figli, l’oggetto ambivalente della funzione fantasmica, l’oggetto immaginato dai sensi e indagato dalla modalità “primaria” del pensiero infantile. E come ogni buon “fantasma” il padre si scinde nella “parte buona”, quello che protegge, e nella “parte cattiva”, quello che punisce. Fondamentalmente resta una figura buona perché non divora i figli e non distrugge il proprio seme. Non è il gran sacerdote di Thanatos ed è distante dalla brutta Morte. Miriam sogna il padre amato e odiato, l’uomo che ha desiderato e temuto, sedotto e abbandonato. Miriam è partita dalla madre per concludere il suo viaggio “edipico” con il padre. Possibilmente la madre è stata la causa scatenante del sogno e dopo la partenza al femminile la figlia ha naturalmente evocato il padre nella sua nobiltà e nella sua plebea consistenza. E pensare che Miriam bambina desiderava essere stretta dal padre con tenerezza, quella stessa Miriam bambina che si puniva convertendo nell’opposto il suo istinto e il suo desiderio e facendosi punire dal padre giudice e censore. Miriam adulta ha possibilmente razionalizzato la figura paterna e l’ha riconosciuta, nel bene e nel male, come la sua ineffabile origine naturale, la radice psico-bio-socio-culturale.

Terrorizzata ho provato a urlare, ma dalla bocca non usciva nessun suono.”

E’ il solito, universale, classico thriller: un uomo che ti insegue e l’urlo che non viene fuori dalla bocca.

Che non sia coinvolto anche Munch in questa operazione di scarico delle angosce edipiche e familiari?

L’urlo scarica la tensione nervosa accumulata durante il sogno e legata alla relazione ambigua e ambivalente con le figure genitoriali e, nello specifico, con la figura paterna. Quest’uomo vuol punire Miriam del suo interesse psichico e delle sue pretese di possesso. Meglio: Miriam espia i sensi di colpa legati all’espansionismo incestuoso nei riguardi del padre e alla competizione impari con la madre. Infatti, il sogno di Miriam parte dalla figura materna come causa scatenante per approcciarsi in maniera inequivocabile nel legame erotico e affettivo con la figura paterna.

Ma perché dalla bocca non esce mai “nessun suono” quando ci si trova in similari condizioni?

Tecnicamente perché, se si grida, si scaricano le tensioni e si può continuare a dormire e a sognare. Psicologicamente perché, se si grida, la psicodinamica “edipica” può essere portata avanti fino agli ulteriori e delicati vissuti. Miriam era satura delle tensioni legate alla sua “posizione psichica edipica” e il suo sistema psichico ha detto basta all’inquieto onirismo. Miriam è ancora giovane nel suo complesso di Edipo semplicemente perché si ripresenta senza mai definitivamente comporsi a livello emotivo e a livello razionale. Anche se nella vita da sveglia Miriam ha riconosciuto il padre e la madre, ottemperando al principale comandamento greco mitico e psicoanalitico, nella vita da dormiente conserva questo strascico benefico di una vitalità erotica e affettiva che ancora aspira a un suo appagamento anche traslato e a una sua compensazione anche questa traslata magari in altre figure del quotidiano e corrente vivere.

Mi sono svegliata urlando.”

Il “contenuto manifesto” era talmente tensivo e prossimo al “contenuto latente”, lo stress onirico era forte e di lunga durata, per cui il risveglio è salutare una volta raggiunti i termini della sopravvivenza e non esplodere dietro le sferzate della tensione nervosa. Non sto esagerando, meglio, sto esagerando per far capire che l’urlo è catartico come il risveglio ed è direttamente proporzionale alla carica nervosa d’angoscia accumulata nel formulare la trama del sogno. Dall’intensità dell’urlo si può misurare l’energia messa in moto e andata in prospera circolazione. Ma non basta. Dall’intensità nervosa dell’urlo si può valutare soprattutto l’intensità libidica della “posizione edipica”, quanto ancora resta in ballo della conflittualità con il padre e la madre in questa avventura delle umane passioni e in questa disavventura delle filiali pretese.

Questo e quanto.

L’interpretazione del sogno di Miriam si può acquietare.

LA MATRIARCA

RIFLESSIONI E APPROFONDIMENTI SUL SOGNO DI SIMONE

PSICOLOGIA PROFONDA DELLA MATRIARCA

In principio era la Madre: matriarcato.

La “matriarca” è quella “madre” che vive e ritiene il figlio una sua proprietà e tende a rafforzarne la dipendenza anche in maniera subdola e sofisticata, esercitando un “potere” assoluto di vita e di morte. La psicodinamica profonda della “matriarca” è basata sui processi psichici di difesa dall’angoscia della “regressione” e della “fissazione” alla posizione “orale”, alla dimensione affettiva primaria e all’angoscia della perdita. Questa operazione è dettata dal bisogno della “matriarca” di non incorrere nelle spire della “depressione severa”, con la perdita di senso e di significato della vita e del vivere, con la perdita di ruolo, di mansione e di riconoscimento. All’angoscia di perdita la “matriarca” reagisce con il meccanismo primario della “conversione nell’opposto” ed esibisce l’acquisto massimo di potere sui figli e sul figlio unico in maniera elettiva. Si ricostituisce la sacra diade “madre-figlio” delle religiose pitture in maniera esasperata e in relazione complementare. La maternità della “matriarca” si esalta in una psicoterapia autogena e si sviluppa in funzione del benessere psicofisico della “madre”. Il “figlio” è l’oggetto terapeutico, lo strumento su cui convogliare le proprie angosce di abbandono e solitudine, di perdita e di frammentazione. Il “figlio” è “l’organon” della catarsi della “madre”. Tramite il possesso e la gestione del “figlio” la “madre” degenera in “matriarca” e disconosce l’altro da sé, offrendosi a se stessa e agli altri come in uno stato perpetuo di gravidanza: il “figlio” è nel suo corpo, è una parte del suo corpo. Il suo corpo comprende il “figlio”. La “matriarca” non lo concepisce fuori di lei e, tanto meno, dalla sua orbita. Il corpo si è dilatato e abbraccia il “figlio” e, di conseguenza, la sua gestione psicofisica. La “matriarca” non investe nel “figlio” la “libido genitale”, quella che riconosce l’altro da sé e investe la giusta “libido”, quella che ama il figlio senza alcun bisogno di possesso del corpo e di coartazione della coscienza. La “matriarca” è una madre “regredita” e “fissata” nella “posizione psichica orale” e investe nella relazione questa qualità di “libido”, oltremodo affettiva e sensibile alla perdita, depressiva per l’appunto. La “matriarca” è attaccata all’oggetto della sua salute psichica e del suo equilibrio organico al punto di non riconoscerlo come esterno e di incorporarlo magicamente come si usa fare nei rituali sacri a base orale: Eucaristia. La oro-incorporazione del “figlio” allevierà magicamente le angosce depressive della “matriarca” attraverso il rituale della fagocitazione. L’investimento “genitale” non è contemplato dalla “madre” degenerata in “matriarca” e il suo comportamento psicofisico viene contrabbandato come l’esempio vivente del grande amore materno. La morte in vita del “figlio” si sublima nell’orgoglio della madre per quel che riguarda gli affetti e i sentimenti. La “matriarca” opera per difesa un contenimento del suo “nucleo psichico depressivo”, elaborato e incamerato nella sua prima infanzia, con il vissuto possessivo del “figlio”, proprio traslando nel “figlio” il nucleo, la sua potenziale depressione, e controllando il nucleo attraverso la gestione del “figlio”. Quest’ultimo non è vissuto come “figlio”, ma come la stessa angoscia di perdita, per cui la “matriarca” deve manipolarlo per sentirsi viva e in equilibrio psicofisico. La “matriarca” è l’esempio vivente e in esercizio dell’immaturità psichica di quelle madri che non hanno portato avanti la giusta evoluzione e sono rimaste ancorate alla prima “posizione”, quella “orale” della loro dipendenza dalla loro madre e da lì non si sono spostate nonostante lo scorrere del tempo e delle esperienze. I “processi psichici di difesa” dall’angoscia della “regressione e della “fissazione” fungono al massimo per la necessità e l’impellenza psicofisiche. Questa forma di immaturità va al di là dell’età anagrafica dell’attrice protagonista, la “madre”. E’ possibile, infatti, ad esempio presso le culture dei nomadi Sinti, che una ragazzina diventi madre a quattordici anni e investa sul figlio “libido genitale”. E’ altrettanto possibile nella cultura occidentale che una donna diventi madre a quarantanni e investa sul figlio “libido orale”. La prima ha evoluto la sua formazione psichica e viaggia di conseguenza verso la migliore relazione possibile con il figlio, la seconda è rimasta “fissata” alla “posizione orale” e fugge dalla depressione incombente controllando l’angoscia collegata e “traslandola” nel possesso e nella tirannica gestione del “figlio”.

E per quest’ultimo quali prospettive psichiche si aprono?

Il “figlio” attivo della “matriarca”, secondo i naturali parametri psicologici, si può ribellare alla “madre” scegliendo la sua autonomia psicofisica nel momento opportuno della sua crescita evolutiva e quando il danno psichico ed esistenziale in lui si fa manifesto. Deve progressivamente rifiutare di essere gestito dai voleri impetuosi e dai bisogni ricattatori della “madre” proprio stimandone la motivazione di fondo, la depressione latente e la difesa dall’emersione dei sintomi. Questa pacata e progressiva “ribellione” del figlio deve essere sempre controllata nei risvolti profondi, perché può produrre sensi di colpa e conseguenti espiazioni nei sintomi psicosomatici delle crisi di timor panico. Il cammino esistenziale del “figlio” attivo della “matriarca” si risolve benignamente nell’adozione della madre e nella devota cura della sindrome depressiva in agguato attraverso la presenza e la fermezza.

Se il “figlio” soccombe ai bisogni “orali” della “matriarca”, resta vittima vita natural durante e deve abdicare alla realizzazione personale e sociale. Il “figlio” passivo della “matriarca” non matura, come la madre, la “libido genitale” e, quindi, spesso non forma una famiglia. E’ cresciuto tra le angosce della madre ed è stato da lei manipolato per fini terapeutici di contenimento psichico del suo nucleo depressivo “orale”, quello severo. Questa soccombenza del “figlio” culmina nella morte della “madre” e prosegue nella progressiva esaltazione del nucleo depressivo, del figlio s’intende, fino all’esplosione della sindrome depressiva. Il “figlio” non ha il contenimento del suo nucleo in un “figlio”, per cui la catena, “coazione a ripetere”, si interrompe e l’isolamento e la solitudine prendono il sopravvento psicologico manifestandosi in uno stato depressivo da incapacità di investimenti di “libido genitale” e da esplosione dei bisogni “orali” di affetto e di protezione. Il “figlio” della “matriarca” rimane sempre “figlio” anche in assenza della “madre”. Oltretutto, il legame è rafforzato dalla psicodinamica della “posizione edipica” che la “madre” ha oltremodo fomentato con il suo attaccamento morboso al “figlio” e da quest’ultimo equivocato anche come relazione d’amore sublimata.

Questo quadro si spiega in assenza psichica della figura paterna ed è riferito espressamente al “figlio” e possibilmente unico.

Per quanto riguarda la “figlia”, la psicodinamica istruita dalla “madre matriarca” si diversifica notevolmente a causa della “posizione edipica” e dei vissuti di rivalità e di identificazione che scatenano nella “figlia” il bisogno di autonomia psicofisica.

Adduco qualche nota culturale antropologica traendola dalla mia infanzia vissuta a Siracusa.

Nella prima metà del Novecento la primogenita era destinata culturalmente all’accudimento dei genitori nella loro vecchiaia, mentre per il “figlio” si apriva la necessità del mantenimento materiale e finanziario dei genitori.

Ricordo che i primi tatuaggi avvenivano in carcere ed era privilegiata la scritta “AMO MAMMA”.

Ricordo ancora che il carcerato teneva esclusivamente al perdono della mamma e non dello Stato.

Le canzoni popolari e dialettali avevano questo tipo di richiesta verso la figura materna, a testimonianza della polivalenza psichica e simbolica della “Madre” archetipo e della “madre” reale anche se non necessariamente “matriarca”.

Ricordo ancora che quest’ultima è limitrofa e contigua alla classica “parte negativa” del “fantasma della madre”, la rappresentazione infantile della figura materna che il bambino opera attraverso il meccanismo di difesa dall’angoscia dello “splitting” o “scissione delle imago”. Nel caso della “matriarca” si è verificato un passaggio naturale dalla rappresentazione infantile, parte negativa del fantasma della madre, alla realtà e alla concretezza delle azioni e dei fatti. Il materiale psichico, elaborato autonomamente dalla bambina nei primi sei mesi di vita, ha visto la luce per la mancata evoluzione psichica e per la costante minaccia della depressione severa.

Va da sé che la psicopatologia depressiva ha le sue radici nella “posizione psichica orale”, nei vissuti fantasmici del primo anno di vita e nella loro mancata evoluzione, per cui si struttura il “nucleo” depressivo che nel tempo può esplodere con la sintomatologia. La “regressione” e la “fissazione” sono difese dall’angoscia, contengono il malessere anche spostando gli investimenti nel figlio. E’ questa la psicoterapia autogena della “matriarca”.

MIO FIGLIO E MIA MADRE

TRAMA DEL SOGNO

“Mi trovavo in un parco naturalistico con mio figlio.

C’erano tanti animali liberi che correvano, cervi e rinoceronti.

C’era anche un torrente di acqua limpida e ho sollecitato mio figlio a tuffarsi.

Lui si è tuffato e il torrente si è ridotto a una pozza d’acqua che piano piano l’ha inghiottito. Solo la mano era fuori.

Ho cercato di dargli la mia mano per tirarlo fuori.

Lui l’ha presa, ma non sono riuscito a tiralo fuori e ho visto che è stato inghiottito dalla terra.

Mi sono svegliato angosciato.”

Simone è il sognatore in questione.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Annuncio subito che questo sogno si decodifica secondo le coordinate simboliche di un doppio registro: “Simone e sua madre”, “il figlio di Simone e la madre”, ossia la moglie di Simone e sempre secondo i vissuti di Simone. Entrambe le interpretazione sono presenti e possibili. La prima è profonda, la seconda meno, ma funge da causa scatenante, “resto diurno”, del sogno. La prima risale all’infanzia, la seconda all’età matura.

Parto per questa ardua impresa.

Mi trovavo in un parco naturalistico con mio figlio.”

Il quadretto onirico presenta il padre e il figlio in una cornice di vera Natura. E’ veramente degno di menzione per l’eccezionalità qualitativa e comporta nell’immediato una riflessione. L’agiografia, la pittura dei santi e non soltanto, mostra sempre la Madonna con il bambino e quasi mai Giuseppe con Gesù infante. Anche la pittura laica ha scelto e preso questo orientamento culturale.

Avete mai visto un quadro o un affresco sul tema della paternità?

Un figlio e tanto meno una figlia in braccio al padre?

Io ignoro, almeno per il momento. La spiegazione antropologica culturale esige che la madre con il figlio condensi simbolicamente l’Origine e il primato occulto del “principio femminile”, mito greco di Gea. Il padre con il figlio contiene la simbologia del potere culturale e politico, nonché la trasmissione di questo potere.

La spiegazione psicoanalitica, sempre su “padre-madre-figlio-figlia”, richiama la “posizione psichica edipica”, la conflittualità tra padre e figlio e la “castrazione” psichica di quest’ultimo a opera del primo e sempre nei vissuti del figlio. La spiegazione psicoanalitica rievoca la primordiale ostilità verso il padre da parte dei figli e l’imposizione dei tabù per la convivenza sociale dopo il parricidio da parte di quei figli terribili. Mentre, per quanto riguarda la madre con il figlio, la Psicoanalisi ha un occhio di riguardo perché la relazione ha un contenuto etico e filogenetico di Amore della Specie che oscura il desiderio incestuoso del figlio: il primato femminile e la dipendenza dell’universo maschile. Se poi, per par condicio, consideriamo la diade “padre-figlia”, la dialettica psico-culturale s’imbatte nel tema dell’incesto e della violenza paterna almeno durante la giovinezza del padre, mentre nella vecchiaia la dialettica acquista i toni della devozione e dell’amore filiale, “pietas” verso il padre: il tema psico-culturale della figlia Antigone e del padre Edipo. Una figlia in braccio al padre in una tela pittorica, sacra e profana, risulta assente nella mia debole memoria e nella mia tanta ignoranza.

Questi accenni antropologici come inizio dell’interpretazione di un sogno non vanno proprio male. Del resto, ho sempre sostenuto che un sogno non è un semplice sogno, è tanto di più, è un prodotto psichico che contiene veramente tanto di altro. Evoca tanta Cultura, per esempio. Nulla di nuovo sotto il sole e la luna.

Convergo sul tema onirico di Simone.

La rara e preziosa diade “padre-figlio” si trova in un ambito di intimità affettiva e protettiva dove dominano, per l’appunto, i bisogni naturali e sono estromessi le artificialità formali, oltretutto destituite di carica emotiva e sentimentale. Simone si sta dicendo in sogno che sta bene con suo figlio e che vive bene il ruolo di padre anche nella veste familiare, quando le manifestazioni psichiche vertono sull’intimo e sul privato. Non si tratta della classica gita al parco del Gran Sasso o di Vindicari o di Pantalica, si tratta della simbolica solidarietà che si stabilisce tra padre e figlio quando si convive e, possibilmente nei casi di divorzio, quando il figlio soggiorna con il padre per obblighi di legge e soprattutto per bisogni formativi psichici. Insomma Simone ama suo figlio e sicuramente è molto attaccato alla sua creatura a tutti i livelli. Questo è il significato psichico di “mi trovavo con mio figlio in un parco naturalistico”: il senso intimo e vitalistico della paternità.

Consideriamo anche la tesi che Simone rievoca la sua infanzia e il suo bambino dentro. Quel figlio è quel se stesso proteso nel desiderio di un padre ideale. Simone si “sposta” in suo figlio e si attesta come quel padre che è e come un buon modello di padre che cura il figlio nel versante psicofisico e che avrebbe desiderato.

C’erano tanti animali liberi che correvano, cervi e rinoceronti.”

Questa è la classica descrizione simbolica dell’universo degli affetti, delle pulsioni e dei bisogni allo stato puro, quando gli istinti sono liberi di esprimersi nel migliore teatro e nelle forme diverse. Tutta la fenomenologia dell’amore parte dal basso e, di poi, include l’alto, parte dal sistema neurovegetativo e arriva alla consapevolezza dell’Io e alla razionalizzazione. La base dell’amore paterno è l’istinto di investire nel figlio liberamente la “libido”, quell’energia vitale del padre che occupa i suoi spazi pulsionali e sentimentali. Il padre provvede alla sopravvivenza e al benessere del corpo del figlio e in questo compito filogenetico non è da meno della madre. Queste sono situazioni che richiedono un intervento sanguigno e ancestrale. Simone ama suo figlio con quel trasporto sensoriale ed emotivo che rievoca le frustrazioni della paternità e i sensi di colpa legati all’assenza. Il padre sta compensando ampiamente con il figlio tutta una serie di istinti e di pulsioni che si traducono nei bisogni consapevoli di un uomo devoto al suo ruolo e al suo compito per profonda convinzione. Gli “animali” rappresentano simbolicamente gli istinti e sono tutti maschi e “liberi” come in una prateria naturale e ricca di vita. Niente è addomesticato dalla Cultura o dall’abitudine, tutto il sistema neurovegetativo è allo stato puro o quasi. Simone è orgoglioso del suo essere maschile e del figlio maschio. Si tratta di corrispondenza di amorosi sensi, di empatia e di simpatia, si tratta di “filia” e di “pathos”.

Quello che Simone ha descritto per il figlio, vale anche per se stesso nell’infanzia.

C’era anche un torrente di acqua limpida e ho sollecitato mio figlio a tuffarsi.”

Dopo l’elogio della paternità Simone sposta, trasla, proietta sul figlio i suoi bisogni di assolvere eventuali sensi di colpa. E’ questo il senso del “torrente” e il significato della “acqua”. Quest’ultima, oltretutto, è “limpida”, è quasi pura, è esente da qualsiasi colpa e travaglio psicologico sulla colpevolezza. Simone non si sente in colpa nei confronti del figlio e si tuffa tramite il figlio in questo bagno che non può essere catartico per il motivo suddetto. Il sollecitare a “tuffarsi” indica la ricerca di un eventuale residuo di colpa, ma in ogni caso l’azione del “torrente” è forte e liberatoria da eventuali scorie psichiche non pienamente ripulite dalla consapevolezza e dalla razionalizzazione. Simone ha una buona e limpida “coscienza di sé”, almeno fino a questo punto. Il padre si sta gestendo con il figlio in maniera egregia e costruttiva, analizzando le sue pulsioni e le sue colpe. Le prime sono ottime e le seconde altrettanto. Meglio di così c’è il paradiso delle “uri”, le fanciulle dagli occhi neri di cui parla il Corano. Non dimentichiamo, comunque, che la simbologia del “torrente” e della “acqua limpida” indica l’energia vitale, la “libido” disinibita.

Lui si è tuffato e il torrente si è ridotto a una pozza d’acqua che piano piano l’ha inghiottito. Solo la mano era fuori.”

Da pieno e poderoso il sogno di Simone si colora all’improvviso di un drammatico evento: la fagocitazione materna. Mostra la “parte psichica negativa” del “fantasma della madre” elaborato nella primissima infanzia, la madre che annienta e divora il figlio, la madre che crea forti dipendenze e non libera, la madre che ama e ricatta, la madre che disconosce e uccide l’autonomia psicofisica del figlio. Si conferma la doppia lettura del sogno, una di superficie e l’altra profonda, una che riguarda il figlio di Simone e l’altra che riguarda lo stesso Simone.

Meglio: Simone sta rievocando la sua storia psichica o è preoccupato per la relazione del figlio con la madre?

Ci sono entrambe le possibilità e le problematiche. In ogni caso si privilegia Simone e la sua storia psichica e si afferma che il figlio e la sua relazione con la madre funge da “causa scatenante”, resto diurno”, del sogno di Simone. Mi spiego ancora meglio. Simone padre è preoccupato per la dipendenza eccessiva dal figlio dalla madre, sua moglie o ex moglie, e nel sogno elabora la sua storia psichica di dipendenza da sua madre. Chiarito ogni equivoco e dubbio, la simbologia dice che la “pozza d’acqua” rappresenta la “parte negativa” del “fantasma della madre”, quella che crea dipendenze e non favorisce l’autonomia: “Piano piano l’ha inghiottito”. “La mano” che “era fuori” rappresenta la sola relazione salvifica possibile dalle grinfie nefaste della madre, simbologia, rafforzata e inequivocabile, della terra e dell’acqua. Questa “mano”, che Simone lascia fuori dal fango nello psicodramma onirico del figlio, è la sua. Si cerca disperatamente a questo punto il salvatore, il “deus ex machina” della tragedia greca che risolveva alla fine tutti gli enigmi e i conflitti che agli uomini mortali non era data possibilità di soluzione e di ripartenza per il prossimo travaglio delle umane sorti, per la prossima tragedia.

Ho cercato di dargli la mia mano per tirarlo fuori.”

Cosa può fare un padre di fronte al figlio che viene divorato dalla madre?

Cosa può fare un figlio di fronte alla madre possessiva che non lo riconosce come l’altro da sé, come l’oggetto esterno da amare e non da distruggere, come l’oggetto esterno su cui investire la sua “libido genitale” e non “orale”, insomma come il figlio?

Chi ha dato a suo tempo una mano a Simone?

Di certo, al figlio è il padre in persona, Simone, a tentare il salvataggio. Quel padre è mancato a Simone bambino. Gli è mancata quella figura che poteva salvarlo dalle insidie della madre immatura e ferma all’esercizio della “libido orale”, una madre ferma a contenere il rischio depressivo e per questo motivo indotta naturalmente a tenere i figli con sé vita natural durante. Simone realizza con suo figlio il desiderio di un padre presente che a suo tempo lo avrebbe tirato fuori dalle sabbie mobili della madre possessiva e in odore di depressione per la sua immaturità psichica. Gli ha “dato la mano”, non lo ha afferrato con la “mano”. Il salvataggio del figlio non è energeticamente consono e proporzionale al pericolo della madre fagocitatrice e del pericolo di annientamento che sono sul drammatico tappeto. La simbologia riporta in auge la “mano” e il “tirarlo fuori”, lo strumento relazionale e la soluzione del dramma senza ricorrere al “deus ex machina” di prima o all’imponderabile di sempre. Sulla scena sono presenti una madre possessiva, un padre preoccupato che ricalca in parte la figura di suo padre, un figlio in piena crisi di dipendenza e alla ricerca di una possibile autonomia. Tutti questi personaggi sono lo stesso Simone, sia nell’essere traslati nel figlio e sia nell’essere attribuiti al figlio. Lo psicodramma è del padre e il figlio è lo strumento per rivivere e riattraversare le esperienze vissute a suo tempo.

Lui l’ha presa, ma non sono riuscito a tiralo fuori e ho visto che è stato inghiottito dalla terra.”

Simone ha fato di tutto per salvarsi dalle spirali maligne della madre, ma non c’è riuscito anche perché l’azione salvifica del padre non è stata a suo tempo incisiva e determinante. Simone adesso, vedendo il tipo di relazione del figlio con la madre, rivive la stessa psicodinamica e lo stesso dramma. La scena biblica dell’essere “inghiottito dalla terra” si risolve nella semplice dipendenza psichica dalla figura materna per bisogno della madre di avere un ruolo, una funzione, un compito, una collocazione storica al fine di evitare la perdita di senso, di significato e di valore, la sua larvata “depressione” da “oralità” non risolta e non superata perché non evoluta nelle successive “posizioni psichiche”. E in quest’ultima minaccia psicopatologica incide anche la solitudine della madre e l’angoscia della perdita, favorita da altre perdite subite, tra cui ci può essere un marito assente o un uomo superficiale. Certo che la dipendenza del figlio dalla figura materna non evoca soltanto l’adolescenziale “posizione edipica”, il conflitto con il padre e il bisogno di possesso della madre, evoca soprattutto il forte legame affettivo della prima infanzia che ha rasentato la morbosità, la quasi malattia.

Il meccanismo psichico del “processo primario” che gestisce la scenografia del sogno, la “figurabilità”, ha trovato la sua eccellenza nel rappresentare allegoricamente lo psicodramma in questione: “Lui l’ha presa, ma non sono riuscito a tiralo fuori e ho visto che è stato inghiottito dalla terra.”

Nulla da aggiungere, perché tutto si è compiuto nel migliore dei modi psicologici, nonostante la crudele atrocità del quadro finale.

Altro che il figlio in braccio al padre!

L’ANIMA CHE VOLA DI ELISA

E’ una canzone importante e premiata per il valore letterario del testo, fascinosa nella musicalità e suadente nel messaggio. Elisa l’ha dedicata al suo uomo e al padre dei suoi figli: una canzone d’amore composta dopo la seconda maternità. “L’anima vola” segna il primo lavoro discografico in lingua italiana della cantante friulana.

Ma cosa contiene di “Psichico profondo” questo testo di scuola ermetica?

La metodologia psicoanalitica trova pane per i suoi denti.

L’anima vola”

Il simbolo “anima” è antichissimo, risale ai primordi dell’umanità. L’antropologia culturale lo attribuisce alla magia, alla religione, alla mitologia, alla filosofia, alla psicologia, alla psicoanalisi, per cui al simbolo si associa anche il concetto. L’anima è il più diffuso ed efficace esorcismo all’angoscia di morte con il suo attributo dell’immortalità. Jung volle che “l’anima” fosse la componente inconscia femminile del maschio, così come “l’animus” era l’equivalente maschile nella femmina. Ci piace pensare che “l’anima” di Elisa sia il suo tratto psichico femminile, la “parte femminile” della sua psiche che si integra con la “parte maschile” per comporre la sua “androginia psichica”. Quest’ultima si attesta nel coniugare attributi psichici maschili e femminili simbolicamente e culturalmente ascritti all’universo maschile e femminile, al di là del loro essere biologico maschile o femminile. Questo per quanto riguarda l’anima. In riferimento alla sua immaterialità è possibile che che l’anima “vola”. Il “volo” richiama il meccanismo di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido” e si attesta simbolicamente nell’evoluzione della materia verso la spiritualità con il conseguente benessere psicofisico. L’emancipazione dalle dipendenze materiali riguarda “l’anima” e il “volare”. La liberazione dalla pesantezza del corpo e dalla dimensione materiale porta alla sfera eterea del mistero e del mistico. Nel prosieguo dell’analisi del testo si definirà “femminilità” l’anima e nello specifico la “femmina biologica” e la “femmina psichica”.

le basta solo un po’ d’aria nuova”

L’”aria” è simbolo della vita e della vitalità. Rievoca il soffio di Dio nel “Genesi” per animare il pupazzo “AdamEva” composto dal fango e chiamato uomo nel senso di maschile e femminile. L’”aria” è il principio cosmogonico, “arké”, secondo Anassimandro e secondo le teorie filosofiche dei Sumeri e dei popoli dell’area mesopotamica. Se l’”aria” rappresenta simbolicamente la vita, l’aria “nuova” condensa il dare la vita, la verità biologica della procreazione e dell’amore della Specie. La femminilità è vita e dà la vita.

se mi guardi negli occhi”

Gli “occhi” contengono la luce della ragione e della realtà, la verità di sé e la coscienza di sé, la relazione vigile con se stessi e con gli altri. Negli “occhi” si attesta una vena di consapevole “simpatia” nella partecipazione emotiva e nella condivisione emotiva. Il “guardare” condensa un’ispezione interiore dell’altro e può degenerare in un’istanza paranoica. Il “se mi guardi negli occhi” si traduce in “se indaghi nella mia vigilanza razionale”, “se mi vuoi conoscere nella realtà”, “se aspiri a una conoscenza formale e visibile”. E’ richiamata la funzione razionale dell’”Io” con l’esercizio del “principio di realtà”.

cercami il cuore”

Il “cuore” è simbolo della “vita neurovegetativa”, delle emozioni, dei sentimenti, degli affetti, delle pulsioni, dell’empatia e della simpatia. “Cercami” è un invito seduttivo alla fusione sentimentale, una “traslazione sublimata” di un amplesso erotico e sessuale, la ricerca d’intimità e d’interiorità mista alla ricerca dei corpi.

non perderti nei suoi riflessi”

Perderti” equivale all’abbandono psicofisico, all’affidamento acritico e fiducioso. Niente di depressivo, tutt’altro! Condensa la grande capacità di lasciarsi andare e la disposizione all’orgasmo insieme a una benefica caduta nell’indifferenziato senza squilibrio. I “riflessi” del cuore sono tutte le dimensioni sopra citate che vanno da Eros a Pathos, dal corpo che vive al sentimento che si vive.

non mi comprare niente”

La femminilità è aliena dalla materialità, si esalta nel senso mistico e si appaga delle atmosfere rarefatte. La femminilità si volge alla spiritualità. Il “comprare” equivale a un’acquisizione possessiva, a un potere di investire la “libido” per avere. La femminilità non chiede niente, è aliena dalla materia e dal potere.

sorriderò se ti accorgi di me fra la gente”

La femminilità esige attenzione e premura, la consapevolezza dell’importanza della complicità, del sorriso, dell’apertura, del piacere, della gioia che traspare nel riconoscimento e nella bellezza. Il “sorriderò” accattivante e ruffiano segna la seduzione e l’intesa. La “gente” sono gli altri, i senza nome, i senza individualità che fanno contorno e cornice a una relazione speciale, quella della femminilità con il suo interlocutore. Il “ti accorgi” attesta dell’afflusso del “rimosso” e della conseguente presa di coscienza.

sì che è importante”

Le cose che contano, quelle che hanno valore per la femminilità, sono la complicità seduttiva e il sorriso consenziente. “Importante” equivale all’amor proprio e all’autocoscienza, allo spirito affermativo e alla valorizzazione di sé, all’autostima dell’Io e del suo vissuto.

che io sia per te in ogni posto”

Onnipotenza e ubiquità dell’amore materno! Per il bambino la mamma è una dea. La femminilità esaltata nella maternità induce l’augurio che il pensiero possa annullare lo spazio. Il ruolo psichico assimilato è imprittato di sacro e lo schema culturale parla della femminilità come di un soggetto di maggior diritto.

in ogni caso quella di sempre.”

La sostanza della femminilità è “sempre” la stessa, quella” che non varia al variare delle apparenze. Dopo il superamento dei limiti della dimensione spaziale, l’essere femminile presenta l’immutabilità del tempo e sceglie per sé il tempo che non scorre perché è fermo, perché è un presente continuo, un “breve eterno”. L’essere della femminilità resta identico secondo le tracce di una onnipotenza psichica e secondo i bisogni affettivi.

Un bacio è come il vento”

La fusione orale, un bacio”, l’affettività trasporta, inebria, emoziona, è una pulsione incontrollabile, “come il vento”, è il simbolo della passione e la metafora della volitività, della vitalità, della “libido”, delle energie da investire, dell’umore. Tutto questo è contenuto in un ingenuo e tenero “bacio”.

quando arriva piano però muove tutto quanto”

La dolcezza si sposa con la passione che muove la femminilità e commuove la maternità. “Eros” e “pathos” si coniugano ed esaltano in trasporto sensuale e sentimento. La donna perde la testa in progressione con il cuore.

è un anima forte che sa stare sola”

L’essere femminile è autonomo e si appaga di sé. La forza significa che sa di sé e non ha bisogno di altro fuori di sé. La madre è autosufficiente e consapevole. Il sapere della propria solitudine è affermazione di potere, difesa dal coinvolgimento e rasenta l’onnipotenza narcisistica

quando ti cerca è soltanto perché lì ti vuole ancora”

La seduzione femminile è finalizzata al desiderio che cerca il maschio per appagare se stessa e il Genio della Specie. Istinto è pulsione a cercare, è aver bisogno di sé e dell’altro affermando un potere. Volere è desiderio passionale e coscienza di godimento.

e se ti cerca è soltanto perché l’anima osa”

“Memento audere semper” recita un motto latino invitando a vivere intensamente la vita e la vitalità. La femminilità ci prova sempre e si basa sui fatti e non sulle astrazioni. La femminilità osa nel senso di fare e con coraggio e nel senso di realizzarsi come una pulsione e di dare concretezza all’idea, ai pensieri, ai desideri, ai bisogni. L’osare simbolico è un investire con ardimento. La donna è ardita e va all’assalto della vita senza il coltello tra i denti.

è lei che si perde e poi si ritrova”

Passare dall’emozione alla ragione, dall’orgasmo alla vigilanza, dal crepuscolo della coscienza alla limpidezza della mente, è questo il passaggio della femminilità dall’Inconscio al Conscio, dal buio alla luce per ricomporsi e ricompattarsi dopo essersi smontata psico-analiticamente. Viva il principio femminile!

E come balla quando si accorge che sei tu a guardarla”

La femminilità si esalta con la consapevolezza di essere per te e di essere piaciuta a te. Tu la esalti con interesse affettivo e sessuale. “Guardare” equivale ad apprezzare la bellezza e la ragione, a metà tra il movimento sensuale di appagamento e il sentimento d’amore verso la femminilità.

non mi portare niente”

Non voglio materia, la femminilità e la maternità esigono movenze psicologiche, danze affettive, presenze amorose, perché la donna e la madre si appagano di sé e nulla chiedono.

mi basta fermare insieme a te un istante”

“Fermati, sei bello” dice all’attimo Schiller. Vivere fuori dal tempo insieme a te comporta una creatività che fa a meno della Storia, un’eternità che va contro la miseria del Tempo. La Bellezza della femminilità e della maternità si coglie nell’attimo e non nello scorrere dei secondi, dei minuti, delle ore.

e se mi riesce”

Se sono capace di fermare la mia femminilità, se è nei miei mezzi fermare il tempo e vivere l’attimo insieme a te con tutta la bellezza della dimensione eterna della maternità, io sarò pienamente appagata di questo traguardo.

poi ti saprò riconoscere anche nelle tempeste”.

L’imprinting è avvenuto, adesso puoi andare, se vuoi, perché io ormai so di te, ho il tuo sapore e saprò di te quando il mio corpo navigherà nel trambusto dei sensi, nei tempi meteorologici che cambiano in tempeste.

l’anima vola, mica si perde”

La femminilità e la maternità non condividono i processi d perdita, tutt’altro! Il bilancio è sempre attivo e prospero. La partita doppia vede sempre il rialzo nella voce “attivo”. La donna e la madre non conoscono la depressione e la caduta delle energie da investire, semplicemente perché sono fatte di “libido genitale”, quella che si dona e appaga nella cornice magica del sentimento d’amore.

l’anima vola, non si nasconde”

La femminilità e la maternità non si rimuovono, non si dimenticano, non si lasciano archiviare facilmente come una pratica burocratica o un vizio assurdo. La femminilità e la maternità vivono nel presente e nel breve eterno. Esigono la costante memoria e l’imperitura manifestazione dettate dalla consapevolezza di essere i veicoli della vita e della vitalità: filogenesi.

l’anima vola, cosa le serve”

La femminilità e la maternità bastano a se stesse, non hanno bisogno di alcunché, vivono di se stesse e si appagano della loro autonomia. Hanno solo bisogno di amare perché sono anima, essenza vitale che aleggia e nutre.

l’anima vola, mica si spegne.”

La femminilità e la maternità sono eterne, almeno quanto l’eternità della vita che ha coscienza di sé, che sa di sé e aspira a perpetuarsi grazie all’anima che vola e non si imbatte nella fine e tanto meno nella morte. C’è sempre un’anima che sorge come il sole giocondo e libero in sul primo albeggiare.

Questo è quanto e scusate se è una canzone di musica leggera.

Salvatore Vallone

Pieve di Soligo (TV), giovedì 14 del mese di maggio dell’anno 2020

NOI SIAMO DEI LAVORATORI

IL NOSTRO PANE QUOTIDIANO

Alla fine, come sempre del resto, il sentimento d’amore esce dal ghetto e trionfa tra la brava gente nei nobili gesti del quotidiano vivere.

Nonostante i menagrami, che dagli schermi televisivi pontificano sul loro nulla e soltanto per ritirare dal capo l’obolo serale, il popolo unito avanza e combatte il tiranno, il virus, la vanagloria degli imbecilli e la malasorte delle brutte compagnie.

E allora?

Allora tutti a fare il pane!

Noi siamo dei lavoratori, dei gran lavoratori, come diceva mia madre.

Non potendo andare in nessun luogo, tanto meno al mare a mostrar le chiappe chiare, si resta tutti in casa e si va in cucina a fare il pane insieme ai nostri affetti più veri.

Questo è il primo comandamento che spontaneo scatta dal sistema neurovegetativo appena si sente la costrizione del corpo in una gabbia di ferro o d’oro.

Il giorno si illumina d’immenso tra gli odori intimi della casa che amorosamente protegge e con la stessa facilità costringe.

Non tutte le case sono le stesse e diversi sono coloro che le abitano, ma tutti amano il pane, tutti vogliono il pane, tutti sono fornai. E tutti hanno i segreti familiari, quelli della nonna e della mamma, quelli del paesello natio o del borgo antico, quelli del signor Drago o della signora Romico. Tutti conservano la pozione magica, combinano le farine giuste, le impastano accortamente con l’acqua e il lievito, con il latte e le noci, con le olive e i pomodori secchi, le lasciano riposare nei tempi raccomandati da madre natura e dalla zia Assuntina. Tutti si sbizzarriscono nel dare forma all’impasto, nella perizia d’infornarlo e di sfornarlo secondo tradizione e necessità. Il travaglio del fare il pane è un arcobaleno variopinto sospeso nel tinello sulle memorie che ci portiamo addosso come il marchio di fabbrica. In compenso il modo di mangiare il pane è quasi universale. In ogni caso l’originalità del fornaio è sempre il prezzo da pagare al narcisismo.

Quale magnetismo scatta nel riappropriarsi del rito più antico del mondo e nel metterlo in moto con il concorso allegro di tutta la famiglia?

Ogni mito ha il suo rito e insieme esorcizzano un divieto, un tabù: vietato morire!

Il pane è corpo, il nostro corpo, la metafora del corpo, il sostituto magico del corpo, la causa della colpa, la riparazione dell’angoscia, il nutrimento spirituale della materia, la trasfigurazione della morte, la vita eterna. Il pane è la Pasqua dei poveri di spirito che si nutrono di quotidiane rinunce e di eterne virtù.

E allora avanti con il Santo, altrimenti la processione s’ingruma.

La corsa al supermercato è di quelle senza fiato. La ricerca della migliore farina è d’obbligo, almeno fino a quando gli scaffali sono pieni. Di poi, qualsiasi intruglio di grano e di cereali andrà bene per celebrare il laico rito e fino alla contesa dell’ultimo pacco e prima dello scaffale vuoto.

Il lievito!

Ci vuole il lievito per fare il pane.

Quello di birra o quello chimico?

Meglio il lievito madre, quello liofilizzato che costa tanto perché fatto come madre natura comanda.

E la farina?

La zero o la doppio zero, la semola rimacinata di grano tenero o di grano duro?

Meglio la semola rimacinata di grano duro della Sicilia o del Tavoliere della Puglia?

Meglio quella della Sicilia.

Nella Trinacria i contadini sono poeti e sono talmente poveri che non hanno i soldi per comprare il disseccante o il pesticida. I contadini siciliani sono all’antica, come lo zio Nino Schiavone, dalla schiena ricurva ad angolo retto per colpa del manico corto della sua zappa e della terra bassa, il pioniere dei pomodori genuini e rossi, quelli concimati con il letame e non con le polveri chimiche della Montedison.

Intanto, tra un discorso e l’altro, è finito anche il lievito, qualsiasi tipo di lievito, naturale e innaturale. Non si trova più il lievito. Non importa si va avanti.

E il sale?

Tradizionale o trattato, grosso o fino, forse oltremodo iodato?

E l’acqua deve essere naturale o frizzante, quella dell’acquedotto o quella di Fiuggi?

Basta con i dubbi e le perplessità!

Noi siamo dei lavoratori, specialmente oggi, e non dei pelandroni, tanto meno dei ciarlatani.

A questo punto serve soltanto olio di gomito e amore per la Specie, serve la fame di una volta, quando il pane era l’unico alimento che si accompagnava al salato di qualche oliva o di un filetto di acciuga o di aringa.

Adesso che siamo quasi tutti chiusi in casa, curiamo il nostro corpo pensando anche all’anima. Tutti vogliamo sopravvivere e dotarci del pane quotidiano. Le mamme sono adibite al corpo e ai suoi bisogni, le mamme sono le panificatrici, le impastatrici della sacra combinazione di farina, acqua, lievito e sale. Tutti abbiamo una mamma fuori o dentro di noi.

Questo è l’immediato vaccino, quello che basta. Questa è l’Eucarestia degli ultimi, il buon nutrimento. Questo è il grembo della madre che ci ingravida e ci dà il pane in segno di amore. Questo è il profano mistero che fa bene a tutti perché si condivide e non richiede la fede.

La febbre da panificazione ha colpito l’italianità.

Un’ultima nota è d’obbligo.

Ricordate che non si butta il pane e si mette sulla tavola sempre nel verso giusto, non si capovolge mai. Il pane è Provvidenza, come il bastimento dei Malavoglia. Il pane non si disprezza. Ricordatevi sempre di Pollicino, altrimenti le fiabe a cosa servono.

Un consiglio è altrettanto d’obbligo.

Quando ti sei calato un “paninazzo cunzatu” con olio extravergine di oliva, origano, sale, pecorino fresco, peperoncino rosso e datterino di Pachino, sei in pace con te stesso e con il virus. Ti sei calato anche le tradizioni, le radici, il Cristianesimo e i valori mai perduti.

Buon appetito e ricordate sempre che, finché inforniamo il pane, è severamente VIETATO MORIRE e soprattutto in guerra.

“…

pace per il fornaio e i suoi amori,

pace per la farina,

pace per tutto il grano che deve nascere

…”

Così parlò Pablo nell’Ode alla pace.

Salvatore Vallone

Pieve di Soligo (TV), giorno 1, del mese di Maggio odoroso, dell’anno 2020

IL PADRE E IL BAMBINO

TRAMA DEL SOGNO

“Il sogno è il seguente: dapprima la visione parziale e notturna di un vecchio cimitero (pressoché monumentale, come in genere in altri miei sogni) consistente in una scala di pietra circondata da fittissimi arbusti. Alla base di essa, a destra, una cappelletta; in alto a sinistra un viottolo conduce ad un’altra cappelletta.

I miei genitori, specie mio padre che lavora al comune, mi raccontano un recente caso piuttosto strano, che molto rumore ha fatto nella nostra città: due morti, nello specifico quelli che riposano nelle due cappellette di cui sopra, hanno iniziato a decomporsi in modo abnorme.

Pare che abbiano essudato una placenta (?) la quale ha travalicato la cassa in cui sono racchiusi deteriorando orrendamente perfino le pareti interne delle rispettive cappellette, umide e scalcinate come per un lungo periodo di infiltrazioni.

I cadaveri stessi devono puzzare in maniera indicibile. Tutto ciò mi viene raccontato in Via Cavour, un viottolo del centro storico di ***. Da lì stesso, come nel pensiero, ho visione del cimitero. Provo addirittura a controllare sul mio cellulare come sia avvenuto un fatto del genere: leggo che è si raro, ma possibile.

Poi mi raccontano di un esperto chiamato da fuori per ovviare all’incidente dei cadaveri. Devono essere riesumati per potergli praticare l’asportazione degli organi interni, in particolare il cuore.

Mio padre immagina con commozione le esalazioni pestifere, di gran lunga superiori a quelle di un ordinario cadavere, che l’esperto dovrà affrontare.

Infine arriva quella che deve essere la rivelazione, ma che per la verità non mi scuote oltremodo, quasi ne fossi intrinsecamente a conoscenza: uno di quei morti, quello della cappelletta in alto è proprio mio figlio, mio figlio che è vivo, lo so, ma che ha pure un cadavere in quel cimitero.

Nutro ugualmente per lui gran pena. Penso infatti all’esperto, su come potrà mettere mano su quel corpicino decomposto, per strappargli il cuore, provando infine compassione anche per lui.

Vedo anche in scorcio l’interno della cappelletta. Quella che racchiude il corpo di mio figlio non è propriamente una cassa, ma una scatola quadrangolare piuttosto malridotta e rivestita da un foglio del genere pacchi regalo, di un azzurro a fiori sbiadito.

Come in una radiografia gialla riesco per giunta a vederne all’interno, pur se in maniera incerta, gli ossicini.

Rimprovero bonariamente i miei di non avermi detto subito la verità, anche se per il mio bene.

L’angoscia soffocante di questo sogno molto dettagliato, mi ha accompagnato per tutta la notte, in cui altri sogni, altrettanto chiari, mi riportavano alla mente il precedente, quasi ne fossero il proseguimento, ma in essi non sono più comparsi né cimiteri, né cadaveri.”

Valentino

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Il sogno è il seguente: dapprima la visione parziale e notturna di un vecchio cimitero (pressoché monumentale, come in genere in altri miei sogni) consistente in una scala di pietra circondata da fittissimi arbusti. Alla base di essa, a destra, una cappelletta; in alto a sinistra un viottolo conduce ad un’altra cappelletta.”

Valentino è una persona attenta e precisa, intellettivamente analitica e sensibile al particolare spaziale, sentimentalmente legato alla sua storia e alla sua formazione, affettivamente controllato nell’espressione della sua interiorità. Valentino sa anche essere formale, in linea con l’ambiente temperato delle tradizioni, con i valori annessi e connessi. La sua sensibilità si sposa senza stridore con l’autocontrollo e la freddezza, quando serve e quando non guasta, come lo zucchero nel caffè degli intenditori. Con questo bagaglio psico-culturale di fondo Valentino s’imbatte in sogno nella “visione parziale e notturna di un vecchio cimitero monumentale”. Traduco l’interazione dinamica dei simboli. Valentino ha una consapevolezza crepuscolare, razionalmente poco lucida e nei fatti incompleta, del suo materiale psichico “rimosso” e pervenuto, nel corso della sua esistenza, soltanto in parte alla coscienza dell’Io e all’opera di “razionalizzazione”, sempre dell’Io, semplicemente perché le sue “resistenze” psichiche lo hanno impedito al fine di mantenere un equilibrio psicofisico e la “omeostasi” tra pulsioni opposte. In questo modo si è stabilito, in certe congrue circostanze e sotto determinati stimoli, un conflitto nevrotico dovuto al “ritorno del rimosso” e alla necessità che quest’ultimo sia gestito dai vari “processi e meccanismi psichici di difesa” dall’angoscia, sempre per garantire il miglior equilibrio psicofisico e per continuare a vivere. “La scala di pietra circondata da fittissimi arbusti” conforta l’interpretazione proprio con l’ambivalenza del salire e dello scendere, così come i “fittissimi arbusti” attestano del materiale psichico “rimosso” che non riesce a vedere la luce della coscienza e della consapevolezza. Valentino può “sublimare” la sua angoscia se sale questa “scala” e può “materializzare” la sua angoscia se scende questa “scala” che condensa la psicodinamica del suo cimitero interiore, il suo “fantasma di morte” e di inanimazione, di perdita e d’inerzia. Valentino sta sognando di sé, della sua “organizzazione psichica reattiva” e dei suoi conflitti psichici, al di là delle cause scatenanti che hanno portato all’elaborazione della trama del sogno. Ma ancora non è finita la “condensazione” del cimitero di Valentino. La sua attenta analisi precisa che “alla base a destra” c’è “una cappelletta”. Traduco: ho piena consapevolezza nei pensieri e nei fatti di un mio “fantasma di morte”, mentre dell’altro “fantasma di morte” che ho sublimato, la “altra cappelletta in alto a sinistra”, devo ancora avere consapevolezza perché in parte è rimosso e il processo di presa di coscienza non è spedito e agevole. Valentino ha bonificato la sua angoscia depressiva di morte con la “materializzazione” realistica e la “sublimazione”. Questi processi hanno funzionato nel contenere l’angoscia, ma non bastano perché dalle sue maglie sfuggono tensioni e conflitti che decisamente non dispongono a una buona salute psicofisica. Simbolicamente il “viottolo” non è la bella strada aperta della “razionalizzazione” di cui Valentino ha bisogno per risolvere il materiale “rimosso” ed evitare il “ritorno del rimosso”.

I miei genitori, specie mio padre che lavora al comune, mi raccontano un recente caso piuttosto strano, che molto rumore ha fatto nella nostra città: due morti, nello specifico quelli che riposano nelle due cappellette di cui sopra, hanno iniziato a decomporsi in modo abnorme.”

Il padre, autorità in proposito, accorre in aiuto a un figlio perplesso che ha vissuto traumaticamente le sue due perdite, “cappellette”, e ha usato “processi” di difesa dall’angoscia diversi. Valentino “proietta” sul padre la sua funzione razionale per capire i traumi che si stanno profilando in queste due perdite, in queste “due cappellette”. Il sogno si compiace di precisare che due lutti sono occorsi con due “fantasmi di morte” identici: l’inanimazione traligna nella decomposizione. Un lutto è stato “sublimato”, quello “sopra”, e l’altro lutto è stato concretamente vissuto, quello “sotto”. Un lutto è stato razionalizzato, quello a “destra”, l’altro lutto tende al dimenticatoio della rimozione, quello a “sinistra”. Le due “cappellette” sono ben servite. Pur tuttavia, Valentino non si accontenta dell’angoscia di morte come perdita della vitalità, ha bisogno di introdurre l’aggravante della decomposizione, un’angoscia che appartiene ai suoi vissuti dell’infanzia, che non è un’angoscia nevrotica di “castrazione” in superamento e risoluzione della “posizione psichica edipica”, conflitto con il padre, che non è un’angoscia borderline da “perdita d’oggetto”, solitudine interiore, ma è una pericolosa angoscia di “frammentazione”, disgregazione dell’Io, vissuta ed elaborata nei primi anni di vita. Decisamente Antonello si dice in sogno che nella sua prima infanzia sono intercorsi dei traumi che hanno favorito l’elaborazione di fantasie abnormi che avevano come tema un bambino morto e chiuso in una bara e dentro una “cappelletta”. In effetti non è “abnorme” la decomposizione naturale dei corpi, ma il racconto del padre e il “molto rumore” che ha fatto non nella città, ma dentro il piccolo Valentino, l’eco psichico che è risuonato durante l’evoluzione del bambino. Uno dei “due morti” è Valentino in persona, la rappresentazione fantasmica del suo corpo inanimato. Chiediamoci il perché di questo “fantasma di morte” così pericoloso. La risposta è duplice nella sua semplicità: o Valentino da piccolo ha assistito al funerale e alla tumulazione di un bambino e ha ricamato un bel trauma, o Valentino è stato sollecitato a elaborare progressivamente il trauma sullo stimolo dei racconti macabri dei genitori improvvidi, il padre “in primis”, che si trastullavano a terrorizzare il bambino e i suoi affini e simili. Il secondo è più pericoloso del primo perché ha innescato la Fantasia e l’amplificazione dei temi mortiferi, ha allargato a dismisura il “fantasma di morte”, che di per se stesso è assolutamente naturale nel primo anno di vita perché è il prodotto della modalità di pensiero dell’universo infantile. Eppure Valentino sogna il “modo abnorme” in cui un “trauma” di morte ha nutrito e nutre il “fantasma” di morte.

Pare che abbiano essudato una placenta (?) la quale ha travalicato la cassa in cui sono racchiusi deteriorando orrendamente perfino le pareti interne delle rispettive cappellette, umide e scalcinate come per un lungo periodo di infiltrazioni.”

La precisione semantica e la puntualità linguistica attestano del lavorio costante che la Fantasia di Valentino ha operato su questi temi della morte e dei corpi in orrenda metamorfosi. Crescendo, il bambino ha apportato le pezze giustificative al suo trauma e lo ha reso complesso e sofisticato con le normali e difensive esagerazioni del caso. Queste “cappellette” e queste “bare” sono dei contenitori e, di conseguenza, hanno una simbologia femminile e materna, appartengono al corredo psicofisico della Dea Madre, la Signora della Vita e della Morte. La “placenta” che essuda e che viene fuori dal grembo è la perfetta allegoria della Morte per parto, la metafora di un aborto che lascia conseguenze non soltanto psicologiche, ma anche fisiche nella persona che l’ha vissuto, la madre in primo luogo.

Quale psicodinamica e quale psicodramma si combinano in queste succose parole e in questi acrobatici concetti che descrivono e circoscrivono il sogno orrendo di Valentino?

Valentino ha subito un lutto e ha vissuto la frustrazione della sua paternità in maniera traumatica?

Valentino rievoca in maniera simbolica un episodio reale occorso nella sua infanzia alla madre o alla sua donna in età adulta?

Una “angoscia di frammentazione” è proiettata anche sulle “cappellette” con tutto il supporto della macabra decomposizione. Quest’ultima è una fantasia dominante di Valentino bambino sottoposto alle frustate del racconto degli adulti o a un fatto reale a cui ha assistito. E’ anche possibile nella ricchezza del sogno che Valentino abbia subito il trauma di una donna che faceva fatica a restare incinta e a darli un figlio, nonostante il lungo periodo di infiltrazioni, nonostante i tanti rapporti sessuali. E magari questa donna ha subito alcuni aborti che hanno reso l’attesa di un figlio tanto desiderata e contrastata. Il sogno dice chiaramente, senza precisare i particolari, la psicodinamica e il possibile svolgimento di questi fatti e di questi traumi. Resta assodata l’ambivalenza tra la realtà vissuta e l’elaborazione della Fantasia sul tema della maternità e della morte da parte di un contrastato e perplesso Valentino. Se consideriamo i “segni” linguistici, le parole e la semantica, i “significanti” e i “significati”, quello che vale per il solo Valentino secondo i suoi codici e quello che vale per tutti gli altri secondo la logica del vocabolario, si resta di stucco di fronte ad “abbiano essudato”, “ha travalicato la cassa”, “deteriorando orrendamente”, “cappellette umide e scalcinate” proprio per quei contenuti psicofisici a cui rimandano chi elabora e chi legge, Valentino e noi spettatori. E non si tratta soltanto di arte retorica in onore al “fantasma di morte”, di metafore, di metonimie, di sineddochi, di iperboli, di enfasi, è tutto anche secondo Natura, come Natura comanda Valentino ubbidisce e risponde.

A questo punto si spera in una migliore chiarezza della trama nel prosieguo del sogno per andare a bersaglio, almeno a un bersaglio grosso.

I cadaveri stessi devono puzzare in maniera indicibile. Tutto ciò mi viene raccontato in Via Cavour, un viottolo del centro storico di ***. Da lì stesso, come nel pensiero, ho visione del cimitero. Provo addirittura a controllare sul mio cellulare come sia avvenuto un fatto del genere: leggo che è si raro, ma possibile.”

Su queste due morti e su queste due “cappellette” Valentino ha maturato notevoli sensi di colpa che, purtroppo, non riescono a raggiungere la coscienza dell’Io per essere verbalizzati in maniera razionale e si fermano all’espressione simbolica: “i cadaveri devono puzzare in maniera indicibile”. Si conferma la tesi che Valentino da bambino ha sentito i racconti degli adulti su questi temi luttuosi e oltremodo impressionanti: “tutto ciò mi viene raccontato” in un luogo dove Valentino ha vissuto la sua infanzia. “via Cavour”. Il passaggio dal racconto all’allucinazione della Fantasia è immediato. Al racconto corrisponde in simultanea l’immagine del cimitero e l’elaborazione del tema tramite il controllo sul “cellulare”: passaggio dalla realtà alla sua allucinazione tramite la Fantasia e alla conferma tramite l’ausilio elettronico. La meraviglia di Valentino risiede sul fatto quasi magico che il pensiero e l’allucinazione vanno di pari passo. Al bambino raccontano un fatto tragico e il bambino ascolta, immagina, rappresenta dentro di sé, dà la luce alle scene e matura il suo personale “fantasma di morte”. E’ descritta in tal modo l’auto-confabulazione di Valentino infante sui temi traumatici raccontati dal padre e la ricerca di avvallo: “controllare sul mio cellulare”. Il ricorso ai tempi moderni e alla tecnologia dominante traduce il bisogno del bambino di capire e di razionalizzare. Ma Valentino non ha ancora gli strumenti logici perché è ancora un bambino. Valentino si è chiesto nel tempo come mai queste esperienze traumatiche siano capiate proprio a lui e si è reso conto dell’eccezionalità degli eventi e della verità dei fatti, siano essi racconti e siano essi allucinazioni. La Psiche è fatta così ed è anche ghiotta di narrazioni per riempirsi d’orgoglio e per pavoneggiarsi nel cortile di via Cavour.

Poi mi raccontano di un esperto chiamato da fuori per ovviare all’incidente dei cadaveri. Devono essere riesumati per potergli praticare l’asportazione degli organi interni, in particolare il cuore.”

Il bambino Valentino è stato affidato a uno psicologo, è stato portato da un “esperto” di traumi che possa curargli l’azione nefasta del “fantasma di morte” che tanto sconquasso ha procurato nel suo animo. Questi medici della psiche sono personaggi strani e non se ne vedono in giro specialmente nei tempi andati e in certi contesti refrattari alla Psicologia come l’Italia del recente passato. Questi esperti vengono “da fuori” e possibilmente dal Continente. Così diceva mia nonna Lucia negli anni sessanta in quella Sicilia fatta, come sempre, a modo suo in mezzo al Mediterraneo e con un piede in Africa e un piede in Italia. “L’incidente dei cadaveri” si può risolvere tramite la presa di coscienza del trauma subito: “devono essere riesumati”. Ma non basta, al trauma deve essere asportata la carica nervosa, l’intensità emotiva che lo tiene in vita. Ecco la psicoterapia analitica: la “razionalizzazione” del trauma o del lutto. Bisogna sviscerare i vissuti sul tema della morte e in particolare risolvere la paura e l’angoscia, i valori emotivi e neurovegetativi che tengono in vita il trauma subito e allucinato per naturale necessità difensiva. Bisogna raffreddare la carica allucinatoria e razionalizzare le esperienze che hanno portato il bambino a tanta sofferenza. A tal proposito ricordo che mia madre nel 1954 mi portò da una donna anziana per curarmi “u scantu”, la paura, e la pagò con mezzo chilo di pasta, ditalini rigati per la precisione del rinomato pastificio Conigliaro presso la borgata di Siracusa. Erano tempi eroici in cui l’infanzia era sottoposta a logorii psichici di varia natura e di una certa entità da una cultura rimasta fascista. Del resto non poteva essere diversamente perché la Cultura, come la Psiche, ha tempi evolutivi più lunghi di quelli politici. Eppure lo psichiatra e la maga erano presenti, sia pur nella loro stranezza e in concorrenza ai preti dalle nere tonache svolazzanti per le strade, a testimoniare le sponde opposte del mar Mediterraneo.

Mio padre immagina con commozione le esalazioni pestifere, di gran lunga superiori a quelle di un ordinario cadavere, che l’esperto dovrà affrontare.”

Il padre di Valentino è stato sensibile alla Psicologia e alla psicologia del figlio, dal momento che era consapevole dei danni che i traumi in riguardo ai morti procurano ai bambini e a suo figlio nello specifico. Le “esalazioni pestifere” sono proprio gli effetti dolorosi che dal Profondo psichico affiorano alla coscienza quando la “rimozione” non funziona: “ritorno del rimosso”. Di poi, bisognerà “razionalizzare” e comporre il materiale emerso destituendo la carica nervosa implicita. Questo breve capoverso è l’allegoria di un trattamento psicoterapeutico a orientamento psicoanalitico: dall’Inconscio al Conscio del primo sistema psichico freudiano, dall’Es all’Io del secondo sistema psichico sempre freudiano, dal Profondo rimosso all’Io. Il comandamento esige di riportare alla luce della coscienza il trauma dimenticato ma presente sotto forma di sintomi nel bambino e nell’adulto. Il padre di Valentino ha avuto la sensibilità di far curare il figlio ammalato di un male per quei tempi ambiguo e avvolto dal pudore e spesso dalla vergogna. Quello di Valentino non è stato del resto un semplice trauma che ha maturato un “fantasma di morte”, è stato più intenso e delicato: “le esalazioni erano di gran lunga superiori a quelle di un ordinario cadavere”. Sia dato ulteriore merito alla sensibilità del padre di Valentino. Degna di nota è l’espressione linguistica “ordinario cadavere” a cui si associa la necessità di una figura straordinaria, di un “esperto” con i controcoglioni.

Infine arriva quella che deve essere la rivelazione, ma che per la verità non mi scuote oltremodo, quasi ne fossi intrinsecamente a conoscenza: uno di quei morti, quello della cappelletta in alto è proprio mio figlio, mio figlio che è vivo, lo so, ma che ha pure un cadavere in quel cimitero.”

Valentino è padre e non si “scuote” di fronte al riconoscimento del figlio morto che è vivo e che si trova nella “cappelletta in alto”. E’, oltretutto, consapevole di questa assurdità logica da film di Totò e Peppino nel meraviglioso Neorealismo italiano degli anni cinquanta. Valentino esterna ed esibisce una consapevolezza sbalorditiva su quello che sta dicendo e affermando. E ha pienamente ragione, perché, mentre dorme, sogna secondo la Logica onirica e non secondo la Logica di Aristotele, quella che usiamo da svegli, quella che afferma che A è A e non è B. Cerco di coordinare e sintetizzo al meglio il quadro psichico ed esistenziale tempestoso. Valentino è padre, Valentino ha un figlio verso il quale nutre una profonda aggressività per motivi che per il momento non si evidenziano e questa carica nervosa la sublima, tant’è vero che il figlio si trova nella “cappelletta in alto”, di cui si è detto al momento opportuno e in precedenza. Per questo motivo non si scompone e non si adombra, perché in sogno sa che il figlio è simbolicamente morto in quanto aggredito dal padre e nella realtà è pienamente vivo e non è ben vissuto sempre dal padre. Più chiaro di così non si può, neanche con il Vetril. Però, una domanda sorge spontanea presso il popolo moralista ed è la seguente: come fa un padre a essere aggressivo con il figlio? Nelle buone parrocchie è lecita, ma nel consorzio psicoanalitico la domanda è sciocca semplicemente perché i sentimenti di amore e odio contraddistinguono la psicologia dei genitori, madre e padre senza esclusione di colpi. E come si spiega? I genitori hanno ripetuto o commutato nell’opposto il comportamento e l’atteggiamento che i genitori hanno avuto nei loro riguardi quando erano bambini. I genitori ripetono o convertono le loro matrici dimostrando di non essere autonomi dalle figure genitoriali e di non aver cercato la loro dimensione libertaria dai condizionamenti del passato e di queste figure oltremodo importanti e significative. Ancora: Valentino nutre un sentimento d’odio e di aggressività nei confronti del figlio anche per la sua “organizzazione psichica”, per la sua formazione. Sappiamo che Valentino aveva un buon rapporto con il padre anche se quest’ultimo poteva essere inquisito per avere terrorizzato il figlio in maniera maldestra raccontando di morti, di decomposizioni magiche, di placente fuori dalla bara e altro materiale tempestoso che sta bene nei film di Dario Argento e non in una normale famiglia di una città italiana. Notiamo il processo di difesa della “sublimazione” che rende nobile il sentimento negativo del padre verso il figlio, vissuto che resta incarcerato nel Profondo e quando Valentino dorme e sogna viene fuori senza colpo ferire e specialmente se è trainato da una causa scatenante, da un “resto diurno” come lo definiva Freud. Inoltre, la rivalità padre-figlio richiama la “posizione edipica”, uno stato psichico che vede il figlio insidiare il padre nel possesso della madre. E’ un conflitto per il possesso e per l’esercizio psicofisico della figura femminile, il conflitto “edipico” di Valentino si riproduce nel conflitto edipico del figlio, psicodinamica che il padre conosce bene e che possibilmente non ha ancora risolto, per cui Valentino proietta nel figlio la sua insofferenza nei riguardi del padre al tempo in cui ambiva alla conquista della madre. Può anche succedere che il padre nutri invidia verso il figlio a livello affettivo e viva il figlio come l’oggetto degli investimenti della moglie e come il rivale che gli porta via una congrua razione di affetto. In ogni modo Valentino manifesta nel sogno questa sua dimensione affettiva immatura e questa competizione innaturale nei riguardi del figlio. Questa aggressività si manifesta nella “cappelletta” sublimata che contiene la bara, che a sua volta contiene il corpo del figlio in eccezionale decomposizione.

Questa è la vera Rivelazione, quella che “non scuote oltremodo” per la sua naturale consistenza.

Nutro ugualmente per lui gran pena. Penso infatti all’esperto, su come potrà mettere mano su quel corpicino decomposto, per strappargli il cuore, provando infine compassione anche per lui.”

Il padre ha portato dallo psicologo il figlio in piena crisi psichica per l’emergere del trauma legato alla morte e prova un sentimento di “compassione”, una sofferenza che condivide con il figlio e con lo psicologo per il compito arduo che ha quest’ultimo di “strappargli il cuore”, di deprivare l’emozione affettiva dal mero fatto della morte. Lo psicoterapeuta ha il compito di aiutare il bambino a raffreddare il trauma per consentirgli di riprendere le normali attività della sua vita senza l’aggravio emotivo del trauma della morte, la famigerata angoscia. La sensazione e il sentimento della “pena” sono simbolicamente le “proiezioni” della “pietas” nei riguardi del figlio, del riconoscimento del dolore del figlio per quanto gli è occorso di altamente traumatico nell’infanzia, per questo “fantasma di morte” che gli è capitato tra capo e collo nel momento in cui non poteva e non sapeva gestirlo a causa della sua età. Il padre si è messo sulle spalle il figlio strappandolo alla sicura morte nell’incendio di Troia. Il figlio si è messo sulle spalle il padre strappandolo alla sicura morte nell’incendio di Troia. Cambiando l’ordine dei fattori il sentimento della “pietas” non cambia.

Una domanda, a questo punto, sorge ancora spontanea: Valentino sta parlando di suo figlio o di se stesso e della sua storia traumatica?

Buona la seconda. Dimenticavo: il meccanismo psichico di difesa dall’angoscia che scinde l’affetto e l’emozione dal fatto e dalla rappresentazione si definisce “isolamento”. Lo psicologo esperto lo aiuterà a scindere il trauma nel fatto e nell’angoscia, meglio, aiuterà il bambino a rievocare e dare parola al trauma e a liberarsi delle sue emozioni dolorose: “catarsi” aristotelica di greca memoria. Procediamo in questo gioco onirico di rimpallo e di rimando tra padre e figlio, dialettica che ha sempre un unico attore protagonista, colui che sogna: Valentino.

Vedo anche in scorcio l’interno della cappelletta. Quella che racchiude il corpo di mio figlio non è propriamente una cassa, ma una scatola quadrangolare piuttosto malridotta e rivestita da un foglio del genere pacchi regalo, di un azzurro a fiori sbiadito.”

Valentino non è convinto della sua presa di coscienza e del processo di “sublimazione” che ha innescato sulla relazione con il figlio, che poi equivale alla sua relazione con il padre, psicodinamica che sta ripetendo in tutto e per tutto con suo figlio. Valentino vuole analizzare la qualità della relazione, chiaramente “edipica” a questo punto, e trova che la cassa del figlio morto per aggressione del padre è un oggetto sbiadito che si trova in casa e magari in uno sgabuzzino angusto e umido, una di quelle scatole dove si mettono le varie cianfrusaglie a metà tra ricordo e avarizia. L’azzurro sbiadito a fiori è il colore del maschile, un figlio maschio “rimosso” nello sgabuzzino e non adeguatamente immesso nella coscienza di padre. Valentino è un padre che ha rimosso in parte l’amore paterno perché non l’ha vissuto bene e conosciuto adeguatamente nella sua famiglia d’origine, con le sue figure genitoriali e nello specifico con la figura paterna. Valentino si è trovato ad avere un figlio e a viverlo come un rivale e un usurpatore degli affetti materni, lo stesso suo vissuto nella triangolazione edipica e riprodotto con la stampante “tridimensionale” laser. La presenza del figlio in famiglia è stimata ingombrante e il vissuto è di freddezza, gli affetti sono tralignati nell’ostilità e nell’avversione per esperienza vissuta. Questo è il figlio vivo ma morto e “sublimato” in una forma di rivalità compatibile con la politica familiare e tollerabile con le istanze sociali. Decisamente questo figlio non è stato per Valentino un buon e bel regalo da parte della moglie. Vedete cosa comportano la formazione e l’educazione psichiche dell’infanzia e come tutto il quadro appreso si tramanda e si trascina come la storia della Nutella? La nonna la dava alla mamma, la mamma alla figlia e andiamo avanti di questo passo senza cambiare gli ingredienti della saporita crema condita con l’olio di palma.

Come in una radiografia gialla riesco per giunta a vederne all’interno, pur se in maniera incerta, gli ossicini.”

Si diceva all’inizio della tendenza di Valentino alla meticolosità e alla precisione analitica, quasi una pedanteria della serie “tanto per farmi male”. Questo tratto psichico “anale” di qualità ossessivo si era evidenziato, questo ritornare sul tema per guardarlo da altra prospettiva e con compiacimento. Valentino ha tanto immaginato e tanto pensato i vissuti affettivi verso il figlio dietro la memoria del suo trauma e dietro le sferzate del suo “fantasma di morte”. Di conseguenza ha maturato questa tendenza all’ossessione, al pensiero ritornante, all’idea circolare, per cui anche in sogno si presenta questo tratto psichico di qualità “anale”. La “radiografia gialla” è un compiaciuto macerarsi in se stesso, nel bagagliaio della sua coscienza che per natura e per essenza si dirige verso il trauma per analizzare con sadismo il particolare macabro e mortifero. La curiosità morbosa di Valentino non tralascia di appagarsi con l’osservazione dei particolari, “gli ossicini”, che destano orrore prima che tenerezza. Valentino guarda dentro se stesso e analizza il residuo traumatico del suo primario “fantasma di morte”. Ricordo che non è importante quello che trova, “gli ossicini”, ma l’azione e la direzione della sua coscienza: la “intenzionalità”.

Rimprovero bonariamente i miei di non avermi detto subito la verità, anche se per il mio bene.”

La voce narrante del sogno è il padre, è quest’ultimo che racconta al figlio la sua verità sul lugubre e orrido fatto, ma in effetti è Valentino che “proietta” e “sposta” nel padre la progressiva consapevolezza del suo trauma antico. Valentino adesso sa, ha una migliore “coscienza di sé”, ha un migliore “sapere di sé” come padre e come figlio, come padre-figlio e come figlio-padre. La partita del sogno si è giocata in questo continuo rimpallo tra Valentino padre e Valentino figlio. Nella scena finale si ha nuovamente sentore della madre, “i miei genitori” dell’inizio del sogno, di una figura femminile, “i miei” di questo capoverso. Per il resto il sogno è coniugato al maschile sia tra i morti e sia tra i vivi. Valentino ritiene giusto aver “rimosso” in gran parte il trauma e il “fantasma di morte” per continuare a vivere al meglio consentito dalle tensioni emergenti di volta in volta, accetta di essersi tutelato con i “meccanismi” e i “processi psichici di difesa” dall’angoscia, ma si “rimprovera bonariamente” di non avere operato prima la presa di coscienza del materiale psichico rimosso. La “verità” è la sua “verità, non quella supposta “verità” oggettiva che non esiste, ma la “sua verità” sui “suoi vissuti” di quel fatto traumatico. E il sogno agisce da galantuomo e gli restituisce una profonda verità sempre personale, le ritornanti riflessioni che emergono in sogno dietro uno stimolo che porta alla memoria il padre e il figlio, sempre quelli di Valentino. Del resto, è Valentino l’attore unico e protagonista del suo teatro onirico e l’unico spettatore della sua platea altrettanto onirica.

L’angoscia soffocante di questo sogno molto dettagliato, mi ha accompagnato per tutta la notte, in cui altri sogni, altrettanto chiari, mi riportavano alla mente il precedente, quasi ne fossero il proseguimento, ma in essi non sono più comparsi né cimiteri, né cadaveri.”

La funzione onirica ha bonificato con il sogno il territorio psichico per mezzo della “catarsi” delle tensioni e della consapevolezza embrionale dei vissuti messi in circolazione. Valentino ha potuto visitare e accettare il suo essere figlio e il suo essere padre, ha maturato una migliore consapevolezza della paternità, ha rivisitato il valore delle figure femminili per affermarle e non rimuoverle, ha rivalutato il “fantasma di morte” e la sua “intenzionalità” verso la vita e il vivere, più che verso il rimescolamento dei fatti traumatici che fuori non esistono più e dentro si riducono a questa energia primordiale della coscienza che ha bisogno di dirigersi sempre verso un oggetto che può esistere soltanto dentro di lei. Del suo essere fuori nel mondo, chissà, nulla e tutto possiamo dire, come i giornalisti e i politici che ci fanno indegna corona.

Perché non sono più comparsi cimiteri e cadaveri?

Perché l’energia implicita nella simbologia è stata in gran parte esaurita, magari la Psiche di Valentino provvederà a offrirle altri surrogati e “spostamenti.” Resta determinante la “presa di coscienza del rimosso”, a cui l’interpretazione del sogno ha dato una valida mano.

Il resto lo farà Valentino.

LA LEZIONE DI CLAUDIO

Il video, doppiamente “virale” in tempo di “coronavirus”, presenta il bambino Claudio che si lamenta in maniera accorata e dolente con la mamma della sua condizione psicofisica. Questa reazione è da inserire tra le lezioni più belle e interessanti della Psicologia dell’età evolutiva e della Psicoanalisi dell’infanzia. Più che mai degna di nota è la fenomenologia di Claudio, come si mostra e cosa dice questo prodigioso bambino con le sue genuine rimostranze in questa drammatica contingenza epidemiologica. Claudio ha dato parola a milioni di bambini che in questo momento stanno vivendo la medesima esperienza psicofisica.

Il video è stato eseguito dalla madre e sicuramente non soltanto per mostrare la condizione psicologica del figlio, ma per dare un riscontro alla condizione dell’infanzia tutta, per essere un punto di riferimento per tutti quei bambini che da un giorno all’altro si sono trovati chiusi in casa con la famiglia e privati delle relazioni sociali e delle strutture educative e ludiche. La madre di Claudio ha voluto mostrare il figlio per denunciare il disagio psichico dei bambini e il suo atto coraggioso e malinconico ha avuto l’effetto di destare una buona sensibilità sociale verso l’universo infantile. Il video è benemerito perché denuncia e insegna, denuncia alle autorità costituite a vari livelli che i bambini esistono e non sono imbecilli, insegna concretamente ai genitori come valutare il disagio inevitabile dei figli e come comportarsi di conseguenza.

Vediamo cosa ci insegna Claudio con la sua reazione da bambino equilibrato e armonico.

Ho estrapolato le frasi salienti per analizzarle e per indicare un paradigma psichico ottimale di un bambino in salute e non certo sull’orlo di una crisi di nervi. Questo paradigma vale anche per il bambino che ogni adulto sente scalpitare dentro.

Io non posso vivere tutta la giornata chiuso in casa.”

E’ la coscienza vigilante di Claudio, il suo “Io”, a dare parola e senso alla costrizione della sua bella persona al chiuso della casa. La reazione avviene dopo un mese, per cui è assolutamente giusto che l’Io di Claudio esprima e denunci la sua incapacità di vivere tra le quattro mura domestiche, protettive quanto vuoi, ma ormai degenerate in prigione. E vero che ci sono stati i vantaggi iniziali, tutti “secondari”, di vivere la novità di non andare a scuola e di avere la mamma a portata di mano. E’ vero che sono stati accantonati i vantaggi “primari” di una vita attiva e costruttiva, piena di vitalità e di stimoli, di scambi e di novità. Adesso Claudio non riesce più a nobilitare la clausura in un sistema protettivo e affettivo, non riesce più a sublimare i suoi conflitti e i suoi tormenti in una logica necessità di sopravvivenza, non gli basta la mamma e i suoi modi di essere maestra di una innaturale e drammatica evenienza. La claustrofilia, l’amore coatto per lo spazio angusto, ha fatto il suo tempo e dopo un mese Claudio comunica alla madre e a tutto il mondo che il tempo è scaduto, non soltanto il suo tempo, ma anche quello di tutti i bambini. Ed è scaduto ampiamente. Adesso si corre il rischio di ammalarsi, ma non di “coronavirus”, di nevrosi fobica, di mettere a dura prova la propria “organizzazione psichica”, di mettere le basi dell’angoscia da panico, di ingrossare il nucleo psichico dell’aggressività e del senso di colpa.

Chiede Claudio: “frega a qualcuno tutto questo o mi devo arrangiare da solo?”

Tu mi accompagni dal nonno.”

Claudio ha pronta la soluzione umana e clinica: il nonno, la figura sacra e giusta, l’uomo veramente salvifico, colui che capisce e protegge con la sua veste austera e bambina. Claudio è perentorio, “tu mi accompagni dal nonno” e così ho e abbiamo risolto il problema. Claudio ha perso fiducia non nella mamma, ma nel suo costante richiamo al dovere. Stenta ad affidarsi alla sua figura dopo tanta sofferenza sublimata, non vuole regredire a stati precedenti del suo sviluppo psichico, non vuole ricorrere alla somatizzazione dei suoi blocchi. Claudio sa dare parola al suo disagio e sa proporre anche la soluzione: il nonno, il padre saggio e comprensivo, la tradizione e il valore culturale, colui che sa e sa insegnare. Questo è l’uomo giusto in tanto trambusto dei sensi e dei sentimenti. Claudio ha le idee molto chiare e si sa voler bene da solo. La mamma fa perno sul “Super-Io” del figlio, “bisogna” e “si deve” e “dobbiamo” e “devi”, e necessariamente si rivolge al suo “Io” con i suoi giusti ragionamenti perché trasmetta all’istanza del dovere quanto necessario per sopravvivere, prima che per legge. Ma Claudio non può allargare il suo “Super-Io” all’infinito, è innaturale, ci ha provato, è un bambino e la misura è colma. Claudio conosce bene il “principio del piacere” e il “principio di realtà”. Il “principio del dovere” ha cominciato a concepirlo e adesso si trova a subirlo. Il bambino sta dicendo alla madre: “o mi fai uscire o io mi ammalo.” Il dilemma non è esistenziale e filosofico, il dilemma è clinico. La reazione del bambino è sana, così come la sua auto-terapia.

Mi prepari la valigia e io vado dal nonno.”

Claudio ha le idee veramente chiare e ci tiene alla sua salute psicofisica. Il nonno è la via di fuga dal dolore e dalla malattia, la salvezza per un bambino che usa le parole come frecce acuminate per la drastica chiarezza e per il sodo contenuto. Claudio è pronto a partire e a lasciare la mamma senza rancore. Chissà quante volte è andato dal nonno e ha vissuto con lui. Del resto, si tratta di una notevole figura costruttiva di riferimento e oltretutto prospera per la sua evoluzione. Il nonno è una ricchezza, un patrimonio dell’umanità e un valore aggiunto. Claudio non sta chiedendo niente di eccezionale e di straordinario. La sua richiesta rientra nella normale politica della famiglia e non trasgredisce nessuna legge psichica e sociale. Adesso bisogna uscire da quello spazio chiuso che opprime e blocca le migliori energie. Claudio vive sensazioni bruttissime di inanimazione depressiva. La sua auto-terapia è andare dal nonno.

Non ce la faccio a stare dentro casa, voglio un pochino uscire.”

Claudio è stato deciso e perentorio. A questo punto si ricrede e si chiede se è proprio sicuro di poter fare a meno della mamma. Ragiona e riflette con il suo “Io” e capisce che i suoi bisogni affettivi risiedono in lei. Lui è soltanto allergico alle imposizioni del “Super-Io” sociale, ai drastici divieti e alle inumane costrizioni. Del resto, Claudio chiede di voler uscire “un pochino”, la dose giusta per ripartire verso i nuovi tormenti. Il passaggio dallo spazio chiuso della sua casa allo spazio aperto della strada gli consentirà di prendere aria psichica e di vivere un po’ di libertà. La claustrofilia non funziona più e sta tralignando nella claustrofobia. Tra rabbia e pianto viene fuori il “non ce la faccio a stare dentro casa”, la diagnosi giusta. Tra rabbia e pianto viene fuori “voglio un pochino uscire”, la terapia giusta. Il resto va da sé e si porta dietro tutto il carico dello slancio vitale e delle relazioni benefiche con le persone e con gli oggetti. Il culmine è raggiunto nel desiderio di andare a scuola.

Sono stanco, me ne voglio andare via da qua.”

Non è una fuga dal problema, non è un sotterfugio furbetto per esimersi dal suo dovere, è la soluzione al suo malessere. La stanchezza paradossalmente attesta della classica “psicoastenia”, la stanchezza appartiene al sistema psichico che non è più in grado di desiderare e di tollerare lo stato d’inerzia del corpo e del pensiero.

Non voglio, non ce la faccio più.”

Il “non voglio” non è un capriccio, è proprio la malattia del desiderio, non ho voglie, non riesco a volere nient’altro che la fine di queste drammatiche ristrettezze. Non ho più energie per tirare avanti, per trascinarmi in questo doloroso calvario.

Voglio andare in piscina.”

Voglio cimentarmi con me stesso e con gli altri, voglio mettermi alla prova, voglio ritornare alle mie rassicuranti abitudini e ai miei riti pomeridiani.

Voglio andare nel campo a giocare.”

Voglio relazionarmi nel gioco, voglio essere libero di esprimermi e di muovermi, voglio sprizzare energia da tutti i pori, voglio essere creativo e geniale.

Voglio andare a scuola.”

Voglio condividere con i miei compagni e le mie maestre i doni dell’educazione e dell’istruzione. La scuola è palestra di vita più che mai.

Voglio andare in giro e vedere gli altri.”

“Voglio”, “voglio”, “voglio”, la restrizione ha bloccato le energie genuine della volitività, un “voglio” che si traduce ho bisogno e collima con la necessità di vivere in maniera naturale. Dopo i tanti “voglio” Claudio avverte la pesante frustrazione del suo corredo psichico e si trova a vivere un “tratto depressivo” che emerge proprio quando prende coscienza dell’impossibilità di realizzare i suoi desideri e di appagare i suoi bisogni. A questo punto può scaricare l’aggressività collegata alla frustrazione magari rompendo un giocattolo, ma Claudio si rende contro che può aggredire soltanto se stesso e che può farsi male. Si congeda dalla madre e si ritira nella sua stanza dicendo:

Voglio stare un pochino da solo.”

Claudio non ha manifestato in maniera indiretta il suo “fantasma di morte”, non ha parlato della possibilità della morte, non ha seguito il discorso della madre sulla forza maggiore che costringe a stare chiusi in casa e a non incontrare nessuno, neanche il nonno, pena il pericolo del contagio e della malattia. Il bambino rimuove l’angoscia di morte e la sposta nella casa e nella costrizione al chiuso e all’inanimato. La casa è la tomba di chi vuol restare vivo.

LA LEZIONE DI CLAUDIO

Cosa ci ha insegnato Claudio, un bambino come altri milioni di bambini che sono stati e sono costretti, per non ammalarsi e per continuare a vivere, nelle pareti domestiche più o meno sicure, più o meno protettive, più o meno familiari. Claudio ci ha offerto il parametro ottimale della salute mentale in tanta disgrazia, una situazione psichica individuale e collettiva di cui ancora non possiamo essere del tutto consapevoli. Claudio è un bambino sano perché si emoziona, parla, sa, si conosce e reagisce, percorre tutte le tappe del suo psicodramma. La rabbia si interseca con le parole, mentre la consapevolezza del dovere si espia con la leggera depressione del “voglio stare un pochino solo”. Claudio deve essere assunto a modello delle nostre reazioni a siffatte reclusione e frustrazione. Se noi adulti abbiamo mantenuto il nostro Claudio dentro, possiamo essere sicuri che stiamo reagendo bene a tanta malora e con il minor danno futuro possibile. Dobbiamo vivere le emozioni, il dolore, il pianto, dobbiamo tradurli in parole con piena consapevolezza, dobbiamo riflettere sulla necessità di così grande perdita di vita da vivere e di relazioni da gustare. Dobbiamo arrabbiarci senza vergogna, dobbiamo avere una mamma da amare anche senza condividerla, dobbiamo avere un nonno come il nostro rifugio, dobbiamo conoscere i nostri desideri, dobbiamo riflettere su quale vita ci piace fare, dobbiamo accettare e assecondare l’isolamento depressivo per rafforzare le nostre riflessioni e tornare fuori dalla stanza più forti di prima e convinti che a tanto male stiamo reagendo senza farci tanto male.

GRAZIE CLAUDIO !

E A BUON RENDERE