PREGHIERA ALLA MADONNA

Ieri pregavo in chiesa la Madonna…e ho capito…mi ha aiutato a capire. La situazione contingente d’isolamento totale dai miei cari ha per me una funzione potentissima: mi serve a capire la mia vera essenza, il mio valore, il mio fine intrinseco. Cioè non nelle relazioni, non Giulia mamma di Marco, figlia di Anna, compagna di Michele…Io non valgo per ciò che valgo nelle relazioni, ma per ciò che sono. Non è l’importanza che rivesto per loro che mi dà valore. Non valgo di più o di meno di qualcuno, ho semplicemente un mio valore intrinseco, svincolato dagli altri. E ciò che sono posso capirlo solo nel momento in cui mi stacco da tutti e invece di guardare loro con il binocolo, guardo me con il microscopio. Via tutti da torno e m’immergo.

Sono stata in uno stagno, dove da fuori mi veniva buttato il mangime…io lo chiedevo con le preghiere alla Madonna e lei me lo dava con pazienza, aspettando che io avessi il coraggio di immergermi nel mare grande.

Nel mare ci si arriva attraverso il cuore, come il velo di Maya, è attraverso il cuore che si può squarciare e unirsi al tutto. Ma prima di unirmi al tutto, io devo capire esattamente chi sono, sentire la mia come singolarità e non solitudine…altrimenti nel mare mi spavento e mi perdo. Devo sentire fortissimo chi sono.

La Madonna, che io amo, mi ha detto sostanzialmente…ti ho dato gli strumenti, o meglio, ti ho aiutato a vederli e tenerli vivi, ora usali e va…

Ho capito…questo momento contingente si declina su di me con questa connotazione positiva…ha la sua funzione o semplicemente mi ha aiutato a riconoscere la mia strada…

Non so cosa troverò, ma so che la mia vita ha senso solo attraverso questo passaggio stretto dentro al mio cuore per poi, forse, se sarò brava, rinascere al di là nel mare grande…

Una rinascita… come tutte le nascite, attraverso un condotto stretto verso la luce…

Giulia

Conegliano, martedì 17 del mese di Marzo dell’anno 2020

UN MOMENTO DI CRESCITA

“Volevo chiederle se ci può aiutare con il sentimento d’angoscia che prende in alcuni momenti chi, come me, non può vedere il figlio, la mamma, il compagno.

Io sono sola in casa, faccio mille cose, mi sono data dei programmi e nuovi interessi da curare, ma in alcuni momenti mi sento sopraffatta.

Sembra assurdo, sembra di vederli al di là di un vetro, ma non posso afferrarli. Se fossero in viaggio e il virus non ci fosse, sarei tranquilla.

Quali e quanti fantasmi aleggiano in queste giornate lunghe?

Penso alla guerra, penso che siamo immensamente più fortunati, penso che forse qualche lettura potrebbe aiutare.

Può suggerire qualche titolo?

La ringrazio tanto e facciamo di questo momento un momento di crescita.”

Mariella

Comincio dalla fine.

“Facciamo di questo momento un momento di crescita.” Sarà necessariamente così e al di là della nostra espressa volontà e adesione. Siamo tutti toccati dalla Morte, dalla possibilità di essere infettati dal virus e di morire. Thanatos ha bussato alla nostra porta e noi non dobbiamo aprire, dobbiamo tenerla chiusa e restare in casa insieme a Eros. Dobbiamo volerci tanto bene e voler altrettanto bene a quelli che sono nella stessa barca, familiari e non, sicuramente persone non estranee perché condividiamo lo stesso drammatico momento storico.

Riprendo dall’inizio.

La Psiche individuale non fa distinzione tra le gradazioni della paura o dell’angoscia. La Psiche riceve un messaggio di fine e di distacco e si appresta a elaborare questo materiale depressivo in base alla sua organizzazione, alla sua formazione, alla sua struttura evolutiva. Ogni persona reagisce in base a come si è formata ed evoluta, in base ai suoi traumi e alle sue esperienze vissute. Di conseguenza, la paura della morte o l’angoscia di morte sono modulate secondo la tipologia di “organizzazione psichica”: a prevalenza orale, anale, fallico-narcisistica, edipica, genitale.

Questo è il processo della Psiche individuale.

La Psiche collettiva è colpita dallo stesso messaggio di morte ed elabora la paura e l’angoscia stemperandole con il vissuto della condivisione. Da un lato la paura e l’angoscia hanno un’intensità inferiore, dall’altro lato si colorano delle tante caratteristiche sociali che vengono comunicate e immesse nel circuito psichico.

Siamo tutti chiamati a elaborare i nostri vissuti individuali e collettivi. I primi, come dicevo prima, riguardano i tratti della nostra formazione psichica come nel caso di Mariella, i secondi si amplificano e perdono una parte delle loro caratteristiche imbevendosi della panacea sociale. All’aumento della quantità corrisponde una riduzione della qualità. La paura e l’angoscia si annacquano proprio allargando i loro confini. Questa è la bontà terapeutica della condivisione, del mal comune che è un mezzo gaudio, della consolazione di vivere insieme emozioni e tensioni, sensazioni e sentimenti, riflessioni e ragionamenti. Questa paura e questa angoscia non sono soltanto dolorose e drammatiche, ma hanno una valenza “etica”, tendono al Bene individuale e collettivo proprio perché sono socializzate e accrescono il senso di appartenenza e di condivisione. L’Etica usa gli schemi culturali accessibili alla massa e, quindi, maggiormente comprensibili e facili da tradurre in atto. Se poi questi schemi sono emotivi, l’effetto di aggregazione è immediato e maggiore. Questa è l’Etica collettiva.

L’Etica individuale è più complessa e sofisticata proprio perché riguarda le sfaccettature personali e la storia irripetibile di un singolo. L’angoscia di Mariella riguarda, a conferma di quello che dicevo, il non poter vedere “il figlio, la mamma e il compagno”, verte sulla sua solitudine e sulla lontananza degli affetti più cari, riguarda l’assenza di soggetti investiti da “libido genitale”, dal sentimento d’amore, insomma. La permanenza in casa scatena in Mariella il suo conflitto affettivo, il “fantasma di morte” scatenato dal “coronavirus” si colora d’affettività, del tratto “orale” caratteristico di Mariella. E’ come se dicesse a se stessa: “vedi, devo amare di più e meglio, devo esternare di più i miei sentimenti, non devo trattenermi nel comunicare l’affetto che mi lega a loro, non devo avere conflitti inutili da portare avanti con risentimento e tante meno con astio, devo amare meglio mio figlio, mia madre, il mio compagno, devo coinvolgermi di più e soprattutto esprimere con atti e parole quello che sento.” La madre Mariella vuole proteggere il figlio, la figlia Mariella vuole proteggere la madre, la donna Mariella vuole proteggere il compagno. Quando Mariella immette questo suo materiale psichico nel sociale, si rende conto che è nella stessa barca affettiva e allevia la sua paura e la sua angoscia perché le vede condivise. Le sensazioni dolorose sono sublimate nella consapevolezza del bisogno di amare e nel desiderio di essere amata. Questa “coscienza di sé” è originata dall’insoddisfazione della sua carica affettiva e dei suoi investimenti sentimentali. In alcuni momenti Mariella si sente sopraffatta da quella che vive come una sua incapacità a lasciarsi andare nella cura e nell’esibizione degli affetti. “Vederli al di là di un vetro” e non poterli afferrare è il conflitto di Mariella che emerge sotto la sferzata dell’angoscia di morte destata dallo stato di pericolo individuale e collettivo. Toccati dalla Morte reagiamo con noi stessi e insieme agli altri, una reazione “etica” perché impostata nella condivisione, nell’arrecare sollievo e nel sentirsi sollevati. Aleggia il “fantasma di morte” e tutte le variabili fantasmiche depressive a esso collegate, come l’inanimazione, la perdita, l’anaffettività, la frammentazione, la mutilazione, l’abbandono, la castrazione, la perdita d’oggetto e l’indeterminato. Questi sono i colori dell’arcobaleno depressivo del “fantasma di morte”. A ognuno il suo.

Continuando l’analisi della lettera di Mariella, bisogna considerare che l’invisibilità del virus è più angosciante della guerra. Un conflitto bellico lo vedi e puoi fuggire mettendoti in salvo. Il fatto che sei chiuso in casa in attesa di eventi positivi e di una remissione clinica della malattia pandemica, comporta uno sforzo importante per operare la “razionalizzazione” dello stato psicofisico e logistico in cui ti trovi. Devi capire i tuoi “fantasmi” in riguardo alla morte e allo spazio ristretto. Sei chiamato a controllare le tue pulsioni profonde e a convertire la “fobia” del chiuso in una “filia” del chiuso attraverso il processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione”: la claustrofobia in claustrofilia e il tutto in favore della continuazione della vita. Rispetto ai profughi di guerra siamo svantaggiati semplicemente perché siamo in condizioni più angosciose proprio per la subdola presenza e per la mortale azione del “coronavirus”. Il disagio psicologico prolungato è motivo di stress anche se la condivisione sociale è di notevole aiuto. Circola un breve spot in cui si vede una infermiera in camice, cuffietta e mascherina che tiene in braccio la penisola e le isole con in alto a sinistra la scritta “andràtuttobene”. Il sottofondo musicale è il brano “all’alba vincerò” tratto dalla romanza di Giacono Puccini “Turandot”. Tra abbracci commossi e condivisioni altamente emotive lo spot ha una carica terapeutica individuale e collettiva di enorme portata, a conferma anche del genio italico di colui o di coloro che lo hanno ideato e realizzato. E’ vincente questo processo psicosociale di “identificazione” nel “popolo nazione” per arrestare il propagarsi del virus attraverso la soluzione apparentemente rudimentale ma efficacissima del chiudersi in casa, del benefico isolamento per isolare la bestia molesta. Questa è la migliore psicoterapia collettiva sul mercato odierno. Non dobbiamo reagire al virus con l’onnipotenza o l’impotenza, il fatalismo o il narcisismo. Dobbiamo usare la prudenza e la cautela, la pazienza e la remissione, in attesa che decresca l’azione del virus grazie alla benefica rudimentale fuga da lui, quella che stiamo operando su prescrizione della Scienza prima che della Politica.

Viva la Scienza, viva la Medicina, viva la Chimica, viva la Biologia, viva tutti gli operatori sanitari che ci stanno aiutando a uscire fuori dal tunnel dell’angoscia con il loro coraggioso lavoro e con la loro abnegazione. Una menzione d’onore va ai politici che hanno ascoltato gli scienziati e hanno anteposto la Salute pubblica all’Economia e alla Finanza. Non dimentichiamoci dei fornai e delle commesse dei supermercati.

Viva Platone che voleva i filosofi al potere e viva Aristotele che voleva la Scienza al potere in tutte le manifestazioni dell’uomo.

A buon intenditor poche parole.

I libri, oltre quelli che ho già consigliato nel precedente post, sono i seguenti: le Novelle di Pirandello, le prime opere di Camilleri, le novelle di Verga, il Vocabolario italiano, l’Atlante geografico, la Psicologia delle masse e analisi dell’io di Freud, i Dialoghi di Platone e in particolare il Convito, la Repubblica, il Timeo, il Fedone.

I film di Bernardo Bertolucci e di Sergio Leone aiutano perché sono belli e lunghi, così come i film di Fellini. In ogni caso avete il tempo di spulciare nella vostra libreria i film che vi hanno regalato in chissà quale Natale e che regolarmente avete accantonato in attesa di vederli. L’occasione trasognata è arrivata. Datevi da fare.

Un libro di cucina regionale vi aiuterà a passare all’azione dopo averlo letto e a cimentarvi con l’arte culinaria che va tanto di moda e che ci viene tanto invidiata dal mondo infame.

“Andràtuttobene”, parola di Aristotele!

Intanto “ammuttamu e caminamu”!

SOLO PER FAR SESSO

TRAMA DEL SOGNO

“Non ricordo dove sono, incontro il mio ex , è bruttissimo, capelli lunghi un po’ rossicci, barba lunga e bianca con un elastico nel mezzo che forma come un codino, gli occhi stanchi ed un po’ lucidi.

Ci mettiamo a parlare e dopo un po’ lui mi propone di venire a casa mia, capisco che questa offerta è una proposta di far sesso, ma mi dico “tanto che ho da perdere? Ci vado e poi ognuno per la sua strada”

Mentre andiamo verso casa, io davanti e lui di dietro, mi viene il dubbio che se facciamo sesso poi non riesco più a sganciarmi da lui, perché magari si farà insistente. Mi chiedo se sia stata una buona idea accettare la proposta e ci rimugino fino a casa.

Arrivati a casa non mi ricordo da che parte salire al mio piano. Ed invece di andare dietro alla casa, vado sul davanti. Mentre passo davanti alla porta di mia madre, sento che si apre ed io in quel momento non voglio che mi veda con il mio ex. Vedo sgattaiolare fuori qualcosa di nero, ma non capisco cosa e poi la porta si richiude.

Io continuo a camminare verso una scala e ci salgo, mentre faccio gli scalini continuo a pensare se sto facendo la cosa giusta.

Arrivata sopra non riesco a salire sul terrazzo se non arrampicandomi su una struttura in legno traballante e mi siedo in cima, ha un fondo in compensato che sembra stia cedendo e continua ad oscillare, procedo da seduta spingendomi con fatica.

Penso: guarda che lavoro fatto male che ho fatto senza di lui e da quando lui non c’è, mi dirà che non so fare niente.

Ma non importa, continuo ad avanzare con la paura di cadere, finché non salto sul terrazzo. Mi giro per avvisarlo di stare attento, ma lui è già sceso ed è al mio fianco.

A quel punto dobbiamo entrare in casa, ma io sono ancora assalita dal dubbio di fare la cosa giusta, anche perché lui è brutto, io ho paura … ma non mi viene di dirgli di no.

Una volta entrati, lui mi chiede se può andare in bagno. Io gli dico di si, e lui mi risponde “sai, io devo andare anche a far la cacca.”

Intanto io vado a preparare la camera. Ma mentre sono là penso a come fare per mandarlo via, allora prendo il cellulare per mandare un messaggio all’amico con cui mi vedo ora per avvisarlo di dove e con chi sono (una forma di sicurezza se dovessi aver bisogno).

Però quando apro il cellulare c’è un gioco che gira e non mi permette di accedere ai messaggi ed io provo e riprovo ma non riesco ad uscire da quella modalità gioco e non potendo fare il messaggio mi prende la paura.

Sento che la porta del bagno si apre e nascondo il telefonino sopra all’armadio in modo che il mio ex non vada a controllare se ho mandato messaggi a qualcuno.

A quel punto aspetto che arrivi in camera … e là finisce il sogno.”

Questo lungo sogno appartiene a Merigiò.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Non ricordo dove sono, incontro il mio ex , è bruttissimo, capelli lunghi un po’ rossicci, barba lunga e bianca con un elastico nel mezzo che forma come un codino, gli occhi stanchi ed un po’ lucidi.”

Merigiò esordisce con la descrizione del suo “ex”, un uomo “ex” e fuori di lei, fisicamente, ma sicuramente “in” e dentro di lei, psichicamente, per quello che ha rappresentato e per tutto quello che ha vissuto con lui. I connotati fisici attestano di una precisa diffusione nello spazio psichico di questa figura di uomo, una presenza caratteristica che Merigiò si è portata dietro nel corso della sua vita non senza tentennamenti e rimpianti. Magari non riusciva a trovare di meglio o magari non aveva la giusta consapevolezza del suo valore e per questa carenza si è accontentata di un uomo che, all’emergere della sicurezza in se stessa, ha giustamente e figurativamente abbandonato per strada con tutti i suoi connotati fisici e psichici. Infatti, la descrizione dell’ex è proprio originale, ricca di elementi specifici e simbolici. Traduco: l’ex di Merigiò non è una bella persona, ha idee tutte sue di stampo persecutorio, è un attaccabrighe che pone tra sé e gli altri soltanto barriere, ha una visione della realtà coatta e una filosofia di vita ristretta a poche idee anche se chiare. Ma si sa che “ogni scarafone è bello a mamma soia” e, se questo soggetto critico è piaciuto a Merigiò, si prende atto che l’originalità estetica e caratteriale l’ha colpita a suo tempo. Di poi, quando si è riconciliata con se stessa, Merigiò ha preteso per sé una relazione migliore e più rassicurante, rispetto a una storia d’amore con un diavolo ambulante.

Ci mettiamo a parlare e dopo un po’ lui mi propone di venire a casa mia, capisco che questa offerta è una proposta di far sesso, ma mi dico “tanto che ho da perdere? Ci vado e poi ognuno per la sua strada”

Merigiò sognando si sta dicendo che l’attrazione vissuta nei riguardi del mostro descritto in precedenza si giustifica con la sessualità, con il “far sesso”, con l’istinto e la pulsione che non hanno bisogno della ragione e dei ragionamenti, con la forza dell’Es che non ha bisogno del divieto del Super-Io per essere messa in atto. Merigiò aveva una buona intesa sessuale con il suo ex e su questo trasporto dei sensi basava l’essenza del rapporto. E fin qui va bene, semplicemente perché una buona relazione di coppia deve avere come base un buon esercizio della “libido”; altrimenti che coppia è, di che coppia stiamo parlando? Di una coppia sublimata o di una coppia eterea che sta in cielo e non in terra. Merigiò in sogno riesuma il suo ex per l’attrazione sessuale e per la vita erotica che ha vissuto con un uomo che somiglia tanto al buon selvaggio allo stato di natura di rousseauiana memoria. La possibile contingente unione si sposa con la successiva separazione, l’incontro è possibile se basato sugli opposti del prendersi e del lasciarsi, sulla finalità esclusivamente godereccia e casereccia come il pane buono degli uomini primitivi. Una scopata alla grande “e poi ognuno per la sua strada” è un programma soddisfacente e un progetto di grande valore e di massima libertà anche se resta da chiedere il perché Merigiò sta sognando questa soluzione primitiva di sesso per la sua preziosa e bella persona. La risposta può attestarsi nella nostalgia di avere un maschio che sappia far bene l’amore come il suo “ex e sulla crisi di maschi di questo tipo nella panoramica esistenziale di Merigiò. Magari è in una situazione di crisi relazionale e di astinenza sessuale, per cui il corpo di notte chiede in sogno l’appagamento erotico e magari un orgasmo per culminare nel cielo delle stelle cadenti. Comunque, Merigiò è una donna libera e disinibita che dispone del suo corpo e della sua sessualità come le aggrada e le conviene. Questo è un dato notevole di autonomia psicofisica, ma non sempre tutte le ciambelle vengono con il buco. Vediamo come procede questo sogno descrittivo e con pochi connotati simbolici: una “fantasia a occhi chiusi” in forma narrativa come un fotoromanzo degli anni sessanta nel giornale del popolo che si titolava “Grand hotel”.

Mentre andiamo verso casa, io davanti e lui di dietro, mi viene il dubbio che se facciamo sesso poi non riesco più a sganciarmi da lui, perché magari si farà insistente. Mi chiedo se sia stata una buona idea accettare la proposta e ci rimugino fino a casa.”

Come dicevo, quello di Merigiò è un sogno quasi a occhi aperti dal momento che si serve di una vena narrativa e di una verve descrittiva che aggiungono chiarezza alla tensione che via via la protagonista costruisce su questo meraviglioso incontro del suo tipo: un rapporto sessuale, una storia di sesso, punto e basta. L’andare “verso casa” attesta della familiarità e della condivisione vissute in precedenza e “l’io davanti e lui dietro” conferma la direttività consapevole e volitiva di Merigiò durante il precedente menage di coppia, proprio quel menage sessuale che era il fiore all’occhiello e che la protagonista teme perché può rievocare una forma di dipendenza e un desiderio di ritorno al passato. Merigiò teme di riattaccarsi al suo ex proprio per quello che rappresentava nella coppia, un uomo che fa bene il sesso e che sa ben percorrere le località limitrofe. Non è messa bene a questo riguardo la donna e rimugina se aderire alla pulsione che la vuole eccitata o aderire al divieto che la vuole a rischio dipendenza. Riepilogando: un uomo e una donna si sono incontrati a suo tempo e hanno vissuto una buona intesa sessuale che è stata la parte costitutiva del loro rapporto. Dopo la separazione la donna vive una frustrazione sessuale e in sogno rievoca il suo partner con la gioia di rivivere l’eccitazione sessuale del passato e con il timore di ricadere nella storia a causa delle frustrazioni del tempo presente.

Arrivati a casa non mi ricordo da che parte salire al mio piano. Ed invece di andare dietro alla casa, vado sul davanti. Mentre passo davanti alla porta di mia madre, sento che si apre ed io in quel momento non voglio che mi veda con il mio ex. Vedo sgattaiolare fuori qualcosa di nero, ma non capisco cosa e poi la porta si richiude.”

Merigiò ragiona e valuta perdendo in attrazione e crescendo in riflessione. Merigiò aumenta le sue resistenze a lasciarsi andare alla trasgressione e al ritorno della fiamma erotica. Merigiò istruisce le sue difese dal coinvolgimento e tira fuori i tabù materni e familiari che hanno contrassegnato la sua formazione psichica e sessuale nel caso specifico. L’educazione di Merigò ha conosciuto l’intolleranza e la condanna della sessualità e della vitalità che a essa si ascrive, almeno prima del matrimonio. La figura materna è stranamente il “Super-Io” di Merigiò, perché di solito è il padre a investire questo ruolo di censore della mente e di torturatore del corpo delle figlie. Possibilmente l’ombra scura, “vedo sgattaiolare fuori qualcosa di nero”, è quel padre che non supera la prova repressiva perché l’istinto sessuale e la pulsione erotica della figlia sono decisamente più forti del divieto familiare e del tabù culturale dominanti. Il “salire” in questo caso non si traduce simbolicamente nel processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido”, ma rientra nella costruzione della scena onirica e nel fomentare il quadro con l’effetto sorpresa, in maniera che l’eccitazione prenda il sopravvento con giusta causa e buon effetto di claque. Le porte che si aprono e si chiudono, la madre che c’è e non c’è, il davanti e il didietro, il vedere e il non vedere sono elementi costitutivi della sceneggiatura onirica e sono funzionali ad accrescere la tensione erotica della trasgressione e il rischio dell’avventura tra riedizione del “già vissuto” e dipendenza sempre dal “già vissuto”. Merigiò non riesce a liberarsi dalla morsa di eccitazione che sta elaborando in sogno e nello stesso tempo la fomenta attraverso il ricorso a tappe e a momenti di preparazione della scena finale con l’evento clou: fare sesso, vivere una contingenza di sesso. Il quadro costruito da Merigiò sa di ormoni in movimento, ha un sapore adolescenziale fatto di desiderio e repressione, di eccitazione e contenimento, di sblocco e di argine.

Io continuo a camminare verso una scala e ci salgo, mentre faccio gli scalini, continuo a pensare se sto facendo la cosa giusta.”

Merigiò a questo punto insiste sul “camminare” e sul salire la “scala” e sul fare “gli scalini”, per cui richiama il processo psichico di difesa della “sublimazione della libido” per aiutarsi a reprimere la voglia di sesso che si porta dietro sin dall’inizio del sogno e anche prima di andare a letto e dormire. Il ricorso alla valutazione del suo “Super-Io” attesta che la donna è anche disposta a sacrificare la sua “libido” pur di non sentirsi in colpa per il resto dei suoi giorni e per non avere l’amara sorpresa dell’ex che fraintende la finalità erotica dell’amplesso e magari la tarma a vita per tornare con lei. Merigiò sta giocando con il morto e lo sa, ma l’unico ostacolo allo sballo erotico può essere, almeno fin adesso, la censura morale del padre e della madre che poco prima sono sgaiattolati nell’ombra degli atavici tabù sessuali, quelli che rasentano la sessuofobia. Ma si sa che più reprimi e più ti ecciti, per cui Merigiò, per continuare a dormire e non svegliarsi in preda al desiderio inappagato, deve trovare l’espediente giusto e la forza di ascoltare i suoi bisogni erotici e le sue pulsioni sessuali senza ricorrere a frustrazioni inopportune e a dannose auto-castrazioni. Sta facendo la cosa giusta? A Merigiò prima il piacere e dopo l’ardua sentenza.

Arrivata sopra non riesco a salire sul terrazzo se non arrampicandomi su una struttura in legno traballante e mi siedo in cima, ha un fondo in compensato che sembra stia cedendo e continua ad oscillare, procedo da seduta spingendomi con fatica.”

La “sublimazione della libido” fortunatamente non funziona, dico fortunatamente perché la frustrazione di tanto desiderio sessuale avrebbe portato a una “conversione isterica”, a una somatizzazione delle tensioni inespresse con grave e contingente danno per l’equilibrio psicofisico di Merigiò. All’incontrario il fallimento della “sublimazione” scompensa meno il sistema economico e dinamico della psiche e apporta il vantaggio di usare la via diretta e non la via surrogata per espletare correttamente le funzioni sessuali. La “sublimazione della libido” traballa e si poggia su una base sottile che rischia di cedere e che oscilla. La fatica di Merigiò è tanta nel contenere il desiderio di fare sesso con il suo ex, per cui non le resta che abbandonarsi al moto degli organi vitali e al desiderio di avere un uomo adeguato al compito e collaudato nel tempo. Il quadro costruito da Merigiò è formidabile perché dà pienamente il senso dell’incertezza e del travaglio della scelta tra il prendere e il lasciare, una decisione tutta sua, un combattimento con se stessa e le istanze psichiche dell’Es che vuole, del Super-Io che impedisce e dell’Io che sta a guardare.

Penso: guarda che lavoro fatto male che ho fatto senza di lui e da quando lui non c’è, mi dirà che non so fare niente.”

Qualche senso di colpa Merigiò se l’è trascinato dopo la rottura con il suo ex e in particolare teme che lui la riprenda sul fatto che è rimasta una donna incompleta e non ha trovato un uomo equivalente a lui e tanto meno uno migliore. Merigiò ritiene che il suo ex le contesti la debolezza manifestata nel circuirlo e nell’accettare il suo invito a fare sesso, insomma non è tanto sicura della relazione che si può stabilire e dei discorsi che possono intercorrere in questo recidivo happening e soprattutto dopo. Merigiò teme anche la gelosia dell’uomo e la possibilità di sentirsi tradito in questo periodo in cui lei ha goduto della sua libertà e della sua autonomia. Merigiò non è tranquilla perché non è sicura della bontà della sua decisione di tornare sul luogo del delitto, si convince di non essere una buona assassina, ma la spinta pulsionale e gli ormoni indicano la direzione di una sana scopata.

Ma non importa, continuo ad avanzare con la paura di cadere, finché non salto sul terrazzo. Mi giro per avvisarlo di stare attento, ma lui è già sceso ed è al mio fianco.”

“Alea iacta est”, disse Cesare attraversando il Rubicone. “Il dado è tratto e la cosa si può fare”, dice Merigiò in sogno a se stessa e al suo ex: “non importa, continuo ad avanzare” anche con la sana paura di sbagliare. Merigiò riprende la seduzione e rilancia l’intesa anche se nei suoi desideri lui è già pronto al suo fianco per l’amplesso fatale. Marigiò non attribuisce al suo ex alcuna titubanza e segue la linea sperimentata di descrivere un maschio che riflette poco e che non ha paura di stare con una donna. La disinibizione, in effetti, appartiene a Merigiò, che la proietta su di lui per incentivare la sua spinta a sentirsi libera nella scelta e autonoma nella decisione. Decisamente si tratta di un invidiabile e auspicato traguardo. Il sogno continua e si compiace di accrescere la tensione come una forma di eccitazione preliminare.

A quel punto dobbiamo entrare in casa, ma io sono ancora assalita dal dubbio di fare la cosa giusta, anche perché lui è brutto, io ho paura … ma non mi viene di dirgli di no.”

Si conferma la decodificazione precedente. Merigiò è combattuta come Amleto e si chiede se scopare o non scopare. L’intimità è pronta e bella e fatta, la recezione sessuale è al punto giusto, bisogna sconfiggere le ultime resistenze che vorrebbero illegale e pericoloso il fattaccio e il tramaccio. Merigiò è assalita più dal desiderio che dal dubbio. In questo capoverso opera una traslazione dei significati ed è come se dicesse “che lo vuole e che è eccitata”. Convertendo le tensioni negative della paura e dell’incapacità a negarsi in positive, viene fuori quanto si diceva prima, uno stato di eccitazione sessuale che aspira a realizzarsi. “Brutto” si traduce eccitante. Merigiò non sa dirsi di no, non sa negarsi il benessere. E allora si va avanti verso il meglio, come prescrive il principio filosofico dell’ottimismo evoluzionistico.

Una volta entrati, lui mi chiede se può andare in bagno. Io gli dico di si, e lui mi risponde “sai, io devo andare anche a far la cacca.”

E’ la descrizione del coito desiderato: “entrare in casa”, “sono assalita”, “lui è brutto”, “io ho paura”, “una volta entrati”, “devo andare anche a fare la cacca”. Ho ripreso parti del precedente capoverso e del presente ed è venuta fuori l’allegoria del coito. I condimenti sono quelli giusti: la penetrazione, l’eccitazione, la forza dell’istinto, l’aggressività sessuale. In poche parole Merigiò ha tradotto mirabilmente in parole il suo desiderio sessuale e nelle sequenze in cui lo ha immaginato. I simboli dicono che “andare in bagno” significa intimità e ricerca di fusione, “fare la cacca” equivale allo scarico dell’aggressività anale, alla componente sadomasochistica della “posizione psichica anale” e propria della “libido” che si realizza nell’aggressività e nella passività del subire. Merigiò è una donna che vuole il maschio deciso e aggressivo, incisivo e determinato nell’esternare carezze inequivocabilmente condite di tollerabile sadismo. Ecco perché in sogno manda il suo ex a fare la cacca. La castità per Merigiò è veramente una sofferenza, ma ancora il sogno continua e può riservare sorprese oppure si può acquietare nel dopo l’orgasmo.

Intanto io vado a preparare la camera. Ma mentre sono là penso a come fare per mandarlo via, allora prendo il cellulare per mandare un messaggio all’amico con cui mi vedo ora per avvisarlo di dove e con chi sono (una forma di sicurezza se dovessi aver bisogno).”

Merigiò sta facendo di tutto, anche l’impossibile, per tenere sotto controllo i suoi istinti, ma non ci riesce e tra un prepararsi nella sua “camera” psicofisica e un pensiero di fuga elabora anche un senso di colpa nei riguardi dell’uomo che sta frequentando. Certamente Merigiò sta dicendo a se stessa che andare a letto con l’ex significa tradire l’altro, non è tanto sciocca da dover comunicare all’interessato il tradimento e oltretutto in diretta. Merigiò non si sente sicura solamente perché interviene a intermittenza il “Super-Io” a dirle che queste cose non si fanno tra la agente per bene e a prescriverle l’astinenza sessuale in cambio della virulenza della “libido”. “Una forma di sicurezza se dovessi aver bisogno” ricalca l’eccitazione tormentosa che Merigiò vuole vivere e che rientra nelle sue modalità eccitative e sessuali. Non è una donna che fa punto e basta, Merigiò è una donna che usa tanto la fantasia e che le cose le gusta fino in fondo, dall’inizio alla fine e nel mezzo ci mette tutti i condimenti necessari a un thriller di sessuale ispirazione.

Però quando apro il cellulare c’è un gioco che gira e non mi permette di accedere ai messaggi ed io provo e riprovo, ma non riesco ad uscire da quella modalità gioco e non potendo fare il messaggio mi prende la paura.”

Ritorna in versione amplificata e diretta il bisogno di Merigiò di complicare i preliminari psicofisici in vista di un’eccitazione che non tralascia alcun particolare nel midollo spinale e nella vagina, si manifesta ancora questa tendenza a fare di un volgare coito un poetico coito, di un prosaico amplesso un poetico amplesso, di una semplice scopata una accurata scopata. Merigiò non è donna che si fa mancare qualcosa quando fa le sue cose e questo capoverso onirico lo testimonia proprio con il bisogno di cercare aiuto e l’incapacità a trovarlo proprio perché non lo vuole, proprio perché non ne ha bisogno. Merigiò è sorniona e sa il fatto suo e, di certo, non ha paura di un uomo che già conosce e sa come prendere o di un uomo che si presenta nella scena della sua vita. Tutto questo semplicemente perché Merigiò sa di sé, ha una buona autocoscienza, una limpida auto-consapevolezza. Il “gioco” che le impedisce “di accedere ai messaggi” conferma quanto prima affermato. Merigiò sta giocando e si eccita con questi preliminari della seduzione e della conquista e non pensa minimamente di ragionare e di riflettere in questo trambusto dei sensi che aspira in progressione all’appagamento orgasmico. Se Merigiò cambiasse “la modalità di gioco”, andrebbe decisamente in crisi erotica e sessuale.

Sento che la porta del bagno si apre e nascondo il telefonino sopra all’armadio in modo che il mio ex non vada a controllare se ho mandato messaggi a qualcuno.”

Anche l’effetto sorpresa non manca in questo lungo e tormentato sogno di Merigiò. Il thriller non manca, con tutta l’eccitazione che si porta addosso, di testimoniare che il sentimento della gelosia è per lei una fonte di godimento. Non è il suo ex a essere geloso, ma lei che è gelosa e possessiva e non gode a condividere un uomo. Merigiò si difende con il meccanismo della “proiezione” e attribuisce al suo ex quello che è un suo precipuo vissuto, il sentimento della gelosia. E’ una donna che non vive in condominio e non concepisce la condivisione di un uomo, è una donna che le pensa tutte e ne pensa troppe, è una donna dal palato delicato e non si confonde con la massa anonima e asettica. Tutto è pronto per l’amplesso fatale e le ultime resistenze sono state debellate. Finalmente Merigiò è sola con se stessa e in compagnia del suo ex. Adesso si possono adempiere le scritture profane e laiche. Ora o mai più.

A quel punto aspetto che arrivi in camera … e là finisce il sogno.”

Merigiò ha combinato o non ha combinato?

Il lettore di questo testo deve farsene una ragione e deve prendere una posizione sul possibile prosieguo del sogno erotico di Merigiò. La mia risposta è la seguente: Merigiò si è fatto il suo ex abbondantemente durante il sogno, per cui non era necessario vivere narrativamente la fase finale del coito. Era giusto e naturale che si svegliasse senza cadere nell’incubo, proprio perché aveva tanto speso in eccitazione durante il “lavoro onirico” di costruzione delle varie sequenze. Anche l’attesa di lui, “aspetto che arrivi in camera”, dice dell’atmosfera seduttiva che Merigiò ha voluto costruire nel suo sogno elaborando scene magiche e umanissime allo stesso tempo.

Il sogno di Merigiò si può definire un sogno di sesso e si può degnamente concludere con il trionfo dei sensi di una donna fantasiosa e pratica.

AKHTER MABIA 16

Savar, ashar mash, 200…

Alla mia cara figlia Mabia arriva un triste saluto dalla sua addolorata ma.

Cara Mabia, la tua situazione è molto difficile e io non pensavo che questa disgrazia cadesse sulla nostra famiglia come un fulmine nel cielo sereno, ma al male non c’è mai fine perché tuo baba adesso è molto nervoso perché la gente in paese ha saputo tutto e parla e dice che tu hai torto e che devi ritornare da tuo marito perché ha ragione lui e che se ti ha maltrattato vuol dire che sei stata una moglie infedele ed empia, ma in ogni caso la gente dice che una moglie non può lasciare il marito e che soltanto il marito può ripudiare la moglie e che tu non sei una buona musulmana e che anzi non sei proprio musulmana e che hai cambiato fede o non credi più in nessuna fede da quando sei arrivata in Italia.

Quante cose cattive dice di te la gente a Savar !

Io ho tanta paura e non esco più di casa e così evito di stare male.

I genitori di Joshim hanno parlato e hanno detto che tu lo hai prima tradito con un uomo italiano e poi lo hai abbandonato e sono contro di te insieme a tutti gli altri parenti.

Quante volte ti ho detto e ti ho insegnato di portare pazienza perché noi siamo donne e dobbiamo stare sotto il marito e tu da testarda hai insistito nella tua posizione e forse ti sei montata la testa in Italia, ma noi non siamo italiani, noi siamo bengalesi e musulmani e abbiamo una nostra religione e un nostro modo di vivere e di intendere la vita e tu non puoi lasciare tuo marito perché da noi non si usa così e allora tu devi ritornare con tuo marito perché così anche baba si mette tranquillo perché adesso è anche lui che mi tratta male e mi accusa che io non ti ho saputo educare come donna e come moglie e che sono una madre inutile più che mai e mi sputa addosso tutto il rancore del passato, il fatto che non gli ho saputo dare un figlio maschio e che adesso non ho più il sangue per fare altri figli e che io sono veramente inutile e ha detto che mi vuole ripudiare e abbandonare se tu non riprendi tuo marito e ti rimetti con lui.

Ma almeno tu e Pervez tornate nel nostro paese e vediamo di sistemare le cose perché Joshim ha detto che è tutta colpa tua e che tu sei nel torto e che non eri una buona moglie perché eri intrigante e volevi mettere il becco dappertutto e lui ha portato pazienza, ma alla fine non ce l’ha più fatta e ti ha dato qualche bastonata e di questo si è pentito sinceramente e promette che non lo farà mai più per tutto il resto della sua vita ed è anche disposto a giurarlo davanti al molovì e di fronte ad Allah.

Ma poi, mia cara Mabia, cerca di ragionare; come puoi chiedere il divorzio se per noi musulmani il divorzio non esiste ?

Non lo sai che per noi esiste soltanto il ripudio e non il divorzio ?

Tu sai che il potere è sempre del maschio e non della donna e adesso che sei in Italia hai capovolto le cose e nessuno qui ci capisce più niente, ma sono io che ci vado di mezzo perché tuo padre è impazzito e si vergogna e non esce più di casa perché ha paura della gente che lo critica e proprio lui che era quello che metteva la pace dove c’era la guerra e che era considerato bene anche dal molovì, adesso proprio lui è diventato uno stupido perché non riesce a risolvere il problema di sua figlia e a rimettere la pace nella sua famiglia.

Ba aveva consultato il molovì di Savar e in un primo tempo gli aveva detto che Joshim aveva sbagliato e che non ci si comporta così con la propria moglie, ma adesso il molovì ha detto che bisogna sistemare la questione o con il ripudio o con la riappacificazione e così tutto ritorna come era prima.

Quindi tu adesso devi rientrare a casa di Joshim e così si sistema tutto intanto in Italia e poi venite in Bangladesh e si sistema tutto davanti al molovì di Savar.

Mi sembra di aver capito che anche il molovì più importante di Dakka ha detto a baba la stessa cosa, ma non sono sicura e penso di avere sentito così da baba.

Io non so cosa dirti perché sono abituata a soffrire e in tutta la mia vita ho sofferto e a questo punto non desidero altro che morire perché cosa vuoi che sia la mia vita da ripudiata e da vecchia, cosa posso fare, devo solo morire di fame e di vergogna.

Baba può risposarsi con tutte le donne che vuole e lui può ancora fare figli perché ha il seme ancora buono, ma io ormai non ho più il sangue neanche nelle vene.

Non mi resta altro che restare sola come un cane e proprio nella vecchiaia quando ho più bisogno di qualcuno che mi cura e mi protegge io devo restare sola come un cane in mezzo alla strada senza padrone e senza cibo.

Qui di donne che vorrebbero sposare baba ce ne sono tante anche perché in paese c’è la miseria e la miseria spinge le donne a farsi sposare da qualunque uomo per mangiare qualcosa e così chissà che fine farò io.

Le tue sorelle sono dalla tua parte e dalla mia parte, ma non possono parlare perché sono donne e allora non resta altro da fare che mettersi nelle mani di Allah e quello che succede dopo si vedrà.

Ma, dimmi cara Mabia, tu non puoi proprio tornare da tuo marito Joshim ?

Se torni con lui salvi la vita a me, non dico che mi salvi la dignità perché quella non l’ho mai avuta, ma mi salvi proprio la vita perché da sola e da vecchia e inoltre in mezzo alla strada che cosa mi resta da fare se non morire come un cane bastonato ?

Non è proprio bello per una vecchia finire i suoi giorni in mezzo alla strada a chiedere l’elemosina dal momento che nessuno ti vuole come prostituta.

Rita e Jasmina mi difendono, ma loro non possono far niente per me, solo tu mi puoi difendere tornando da tuo marito Joshim perché questa è l’unica condizione che ha messo il tuo baba per tenermi ancora con lui, altrimenti mi ripudia subito.

La mia vita dipende da te e io sono disperata e ti supplico in ginocchio di tornare da tuo marito Joshim e di farlo per la tua povera ma.

Che Allah ti illumini e ti benedica qualunque sia la tua decisione.

AKHTER MABIA 12

Savar, srabon mash, 200…

Allah il Grande ti benedica e ti custodisca sempre e dappertutto.

Tu in queste disgrazie affidati a Lui senza chiedere nulla per te, ma per esprimere all’Onnipotente soltanto tutta la tua fede.

Cara figlia Mabia è il tuo baba che ti scrive con la speranza che almeno quando arriverà questa lettera tu e Pervez stiate bene.

Io non sto tanto bene da quando ho saputo che sei andata via di casa perché Joshim ti ha maltrattata, ti ha fatto perdere la bambina, ti ha picchiato con una sbarra di ferro e sei finita in ospedale con le costole rotte.

Mi dicevi che per tanti anni hai vissuto male con tuo marito Joshim e ti chiedo perché non hai mai detto niente al tuo povero baba.

Sono forse un estraneo o una persona qualsiasi che non ti vuole bene e non si preoccupa per te ?

Mi rendo perfettamente conto che per natura non sono espansivo e preferisco tenere tutto dentro di me, ma tu sei mia figlia e hai sbagliato a fare come me e a non dirmi il tuo dolore di essere lontana dalla tua famiglia e di non essere amata da chi ti ha portato via da me promettendoti una vita migliore e al posto di cure e di premure ti ha dato soltanto lacrime e violenze.

O forse tu hai pensato che io sono uno stupido e che non capisco niente ?

Hai ragione, io sono uno stupido, perché ti ho fatto sposare un debosciato libertino e un ignorante, un uomo senza fede e pronto a rinnegare Allah e le sue leggi in ogni angolo del mondo.

E allora siccome sono stato uno stupido, io mi merito tutto il dolore che provo adesso.

A ma ho preferito non dire niente perché tu sai com’è fatta tua ma.

Se lei viene a sapere che tu stai male e che hai le costole rotte, piange di giorno e di notte perché non riesce a sopportare il fatto che tu soffri e che sei lontana da lei.

Ti ricordi che quando andavamo a Dakka per comprare qualche vestito lei stava in pena finché non tornavamo a casa e si preoccupava per niente e anche le macchine che corrono in città la facevano soffrire.

Era sempre in pensiero per quello che ti poteva succedere e alla fine Allah ha voluto che tu andassi così lontano in un paese differente dal nostro come il giorno dalla notte e con un uomo indegno e violento.

Per lei è tanto duro sapere che tu stai male e se glielo dico sono sicuro che non si riprende più dalle sue strane malattie e per questo motivo non le ho detto ancora niente.

Mabia, se ti senti tanto male, torna al tuo paese e dalla tua famiglia e io vedrò cosa è giusto fare per te e per Pervez.

Mabia, se sei rimasta sola con tuo figlio, torna a casa tua dove sai che c’è e ci sarà sempre chi ti vuole bene e chi ti nutre: tutto quello che abbiamo lo divideremo e vedrai che non ci mancherà niente con l’aiuto di Allah.

Così ritorneremo a essere felici come quando il poco ci bastava e non cercavamo altro e tutto quello che era in più era tutto per chi aveva di meno.

Che bisogno c’era che tu partissi se avevamo le cose più belle della vita, la fede e l’amore.

Tu sai che il denaro si spende e finisce facendo contento Iblis e che solo il Misericordioso e gli affetti restano e non si consumano con il trascorrere del tempo, anzi aumentano.

Non riesco a pensare a quello che ti sta succedendo e per questo mi viene sempre da piangere, ma quello che mi distrugge dentro è l’impossibilità di fare qualcosa per te e per Pervez.

Ma di una cosa sono sicuro: finché io vivrò in questo mondo, non ti lascerò soffrire.

Tu, però, torna al tuo paese e dalla tua famiglia insieme a Pervez.

Non riesco a pensarti sola con il bambino e finché io vivo in questo mondo non ti lascerò soffrire in terra straniera.

Le mie figlie io le amo e Allah non me le ha date per farle morire in terra straniera o per farle picchiare dagli estranei.

Se non vuoi tornare da tuo marito, torna da noi e io farò tutto quello che è meglio fare per te e per Pervez.

Tu sei per me un pezzo di cuore, un pezzo di cuore che mi è stato strappato quando sei partita e mi hai lasciato solo e senza un pezzo di cuore.

Senza di te io non posso vivere e se sento che tu stai male, sto male anch’io.

Tu sei ancora e sarai sempre la mia graziosa principessina, tu sei la mia ragione di vivere e la cosa più bella e più dolce che mi resta al mondo.

Quando Pervez è nato in questo mondo, io sono stato felice e adesso per me tutto è cambiato perché ho lasciato i miei tesori in mano a un selvaggio ignorante e a gente straniera.

Io ho sempre sentito dentro di me che non dovevo fidarmi di quella gente falsa e di quell’uomo dell’esercito che sotto la divisa pulita non aveva un cuore, ma soprattutto non dovevo fidarmi di un uomo senza fede e senza Dio.

Joshim si ubriaca e gioca d’azzardo perché la città e il denaro producono false illusioni negli uomini a metà, quelli che non distinguono il giorno dalla notte, gli uomini senza radici che non hanno rispetto di Allah, dei suoi figli e dei loro fratelli.

Io non lascerò soffrire Mabia e Pervez in terra straniera e lontani dalla loro vera terra e dalla loro vera casa, io non riesco a pensare che voi due siete soli in Italia, io non riesco a pensare a tutto questo e sono un povero baba, ma adesso tu, cara Mabia, devi pensarci bene e devi tornare in Bangladesh.

Domani vado a Dakka a casa della tua shashuri per parlare ancora di queste brutte cose, ma a tua ma non dico ancora niente per non farla piangere e morire di dolore.

Io non avevo mai pensato che la tua fortuna nella vita sarebbe stata questa, ma ho sempre pensato che tu sei parte della mia famiglia anche se sei lontana e specialmente per questo motivo ti devo amare di più e preoccuparmi per la tua salute.

Di notte non riesco più a dormire e mi sento tanto solo e ho tanta voglia di venire in Italia a prendervi e a portarvi via dopo avere spaccato la testa a Joshim per punizione, ma non posso fare questo passo e sono i gin maligni che mi fanno pensare così come se io fossi un piccolo dio.

Ieri tua madre ha saputo da tua sorella che mangi poco e mi ha chiesto cosa ti è successo; io ho risposto che non era niente e che eri solo stanca, ma lei ha capito che qualcosa non va e adesso mi chiede sempre se hai scritto e perché da tanto tempo non scrivi.

Se in questi giorni non riesci a mettere a posto il rapporto con tuo marito, torna in Bangladesh che sistemiamo insieme tutte le cose e per bene e per sempre.

Ascolta il tuo stupido baba, fai così che è meglio per tutti e, se non te la senti di tornare, rimani a casa della moglie del direttore.

Dai tanti saluti al direttore e a sua moglie e digli che io sono grato e riconoscente verso di loro e che recito sempre una preghiera ad Allah per loro perché hanno aiutato e aiutano te e Pervez.

La gente buona si trova dappertutto e non è necessario credere nello stesso Dio per essere umani e per capire le disgrazie degli altri.

Allah vede e provvede e non può essere diversamente perché il Misericordioso e anche Onnipotente.

Mabia, se riesci a telefonare, chiamami e così io sto tranquillo.

Ti mando tanti auguri e spero che Allah, il Grande, vi aiuti.

Oppure scrivimi una lettera e mi spieghi tutto quello che è successo e che sta succedendo.

Ho saputo che hai fatto anche fatica a mandare Pervez a scuola perché tuo marito non voleva e questo conferma che è un uomo ignorante: la violenza e l’ignoranza sono fratello e sorella.

Io sono contentissimo che Pervez studi e diventi un ingegnere, ma non deve dimenticare di studiare la nostra lingua e la nostra religione e di pregare ogni giorno rivolto verso Makka e di essere generoso con gli altri.

Allah non è contento di avere figli ingrati e tanto meno di perderli durante la vita per mancanza di fede.

Tu continua a farlo studiare e, se ci riesci, è bene per tutti, ma soprattutto è bene per lui che capirà anche il sacrificio di sua madre e ti sarà riconoscente per il resto della sua vita.

E poi se diventerà ingegnere potrà sempre venire in Bangladesh per mettere a posto i fiumi e per costruire le case con il cemento.

Quando esci stai attenta alla strada e alle macchine; mi rendo conto che anch’io ti raccomando le stesse cose di ma e vuol dire che, a furia di stare insieme, ci si influenza nel bene e nel male.

Se trovi un lavoro, ti prego di dirmelo e così io starò meglio e ti potrò anche consigliare su quello che devi fare.

Io ti dico un’altra volta che, se torni in Bangladesh, farò tutto quello che è bene per te e per tutti.

Spero che non cominci a lavorare e così torni da noi e fai contenti in un colpo solo la tua ma e il tuo baba.

Adesso ti saluta il tuo povero e infelice baba.

Credimi !

E credimi con tutto il cuore !

AKHTER MABIA 11

San Biagio di Callalta, 21 marzo 200…

Carissimo mio baba,

ti scrivo dopo tanto tempo per informarti di tutto quello che è successo nella mia vita e nel mio rapporto con Joshim.

Prima di cominciare la lettera vorrei pregare insieme a te, vorrei rivolgere un devoto pensiero al nostro Allah, vorrei scriverti un brano del Corano che ti farà capire meglio la brutta situazione in cui mi trovo.

Dice il Profeta parlando delle mogli oneste e del rispetto che a esse si deve portare da parte dei mariti: “Vi sono permesse come mogli le donne credenti e caste, le donne oneste di quelli cui fu data la Scrittura prima di voi, purché diate loro il dono nuziale sposandole, non come libertini debosciati ! Coloro che rinnegano la fede vanificano le loro opere e nell’aldilà saranno tra i perdenti.”

Tu ricordi che io avevo quindici anni quando sono venuti i parenti di Joshim a casa nostra per vedermi e per decidere se potevo essere una sposa degna per il loro figlio.

Ed io ero credente e casta perché non avevo ancora conosciuto il maschio e non avevo ancora perso il secondo sangue.

Tu ricordi anche che non eri molto convinto di questo matrimonio e dicevi che i militari hanno un carattere duro e stanno sempre lontani da casa; tu non volevi dare il consenso alle nozze ed è stato lo zio più vecchio che ti ha convinto dicendoti che Joshim era di buona famiglia e che rischiavo di restare senza marito perché poi la gente avrebbe parlato male di me e della nostra famiglia e che sarei rimasta nella tua casa come un peso per tutta la vita.

Tu ricordi che volevi sapere se Joshim aveva studiato e quale titolo aveva e ti ricordi anche che sua madre aveva detto che suo figlio era diplomato.

Come ti ho detto in un’altra lettera Joshim non sa né leggere e né scrivere perché da piccolo lavorava nei campi con la sua famiglia e soltanto quando aveva quindici anni si è trasferito a Dakka perché lo zio impiegato al ministero lo ha fatto arruolare nell’esercito e ha fatto trasferire anche i suoi familiari in città togliendoli dalla miseria.

Tu ricordi che i suoi genitori mi hanno portato come dono nuziale soltanto gli orecchini d’oro e che il bracciale e la collana li avevano presi in prestito dai parenti e che io dopo li ho dovuti restituire.

Capisci che erano dei mentitori e che non hanno rispettato la volontà e la legge di Allah e devi ancora sapere che non hanno mai avuto la fede e le loro opere sono soltanto bugie e cattiverie.

Io ho sposato un uomo senza fede, un ignorante, un libertino e un debosciato.

Adesso, mio carissimo baba, sai di più, ma non sai ancora tutto.

Sapessi quanto ho pregato il Misericordioso perché illuminasse Joshim e gli indicasse la via della conversione !

Ma il Perdonatore è stato troppo offeso e non mi ha concesso la grazia e non ha dato il premio sperato alla mia fede, per cui non mi resta altro che rimettermi alla Sua volontà e pensare che forse anch’io ho mancato in qualcosa e non sono una sua degna figlia.

Tu mi hai sempre insegnato il rispetto verso me stessa e verso gli altri e io non ho mai dimenticato la tua lezione e il tuo compito di uomo di pace nel nostro paese.

Mia madre mi ha sempre insegnato la pazienza e io ne ho avuta tanta e ho accettato di restare con Joshim per il bene di tutti e soprattutto per il bene di Pervez perché un bambino ha tanto bisogno di avere un padre che lo ami e lo protegga e che gli insegni con la parola e con l’esempio le cose giuste.

Ma adesso sono arrivata all’esasperazione perché Joshim ha rivelato la sua vera natura di bestia e di debosciato.

Joshim ha dimenticato la nostra religione e la nostra cultura e ha preso le cose peggiori che ci sono in Occidente, il vizio dell’alcool e il desiderio del denaro.

Ogni notte ritornava a casa ubriaco, mi picchiava perché non ero una buona moglie e poi mi faceva violenza minacciandomi con un coltello.

E cosi sono rimasta incinta e nella speranza che avessi un altro maschio ha cominciato a rispettarmi.

Quando mi ha portato dal dottore di Treviso per una visita e ha saputo che aspettavo una femmina è ricominciata la mia tragedia.

Mi diceva che dovevo abortire e che, se non l’avessi fatto, mi avrebbe costretto a morire di fame.

Io gli dicevo che Allah è Grande e ci ha insegnato ad amare i nostri figli al di là del fatto che siano maschi o femmine, ma soprattutto che il Misericordioso non vuole che una donna incinta uccida la propria creatura.

E gli ho anche letto il brano del Corano che prescrive di non uccidere, se non per giustizia, un’anima che Allah ha reso sacra, di non darsi alla fornicazione e di non uccidere i figli per timore della miseria, perché è Allah che provvede per il loro cibo così come provvede per i nostri cuori e gli ho ripetuto che uccidere i figli è veramente un peccato molto grave.

In Italia l’aborto è consentito dalla legge, ma è un peccato mortale per la religione cristiana e in questo noi musulmani siamo d’accordo con loro.

Tante donne vanno in ospedale ad abortire, ma poi pagano per tutta la vita il senso di colpa di avere ucciso i loro bambini così come è successo a una signora italiana che io conosco e che non sta molto bene con la testa.

Ma Joshim non capiva o non voleva capire ed era come se fosse impazzito e mi guardava con gli occhi rossi e pieni di rabbia e di odio.

E così ha ripreso a picchiarmi fino a quando una notte, tornato a casa ubriaco, mi ha scaraventata dalle scale dicendo che non ero buona a niente e che non sapevo neanche fare figli maschi.

Ero incinta di cinque mesi e mi sono trovata in fondo alle scale con la testa rotta e piena di sangue nel bassoventre.

I vicini di casa mi hanno portato all’ospedale e così ho perso la bambina che con tanto amore portavo nel mio grembo.

Ma la polizia dell’ospedale mi ha chiesto come era successo l’incidente e io ho dovuto mentire per non mandarlo in prigione e per non farlo espellere dall’Italia e ho rischiato di essere arrestata per aver detto il falso.

Ancora una volta ho preferito salvarlo nella speranza che cambiasse, ma ancora porto sul mio corpo i segni di quella tragica notte in cui Joshim ha ucciso la mia bambina.

Però mi sono rivolta alla moglie del direttore che abita vicino casa nostra e lei mi ha aiutato tantissimo, mi ha portato dall’assistente sociale e lei mi ha chiesto di denunciare Joshim per poter intervenire in mio aiuto e soprattutto in aiuto di Pervez.

Ma io ho detto ancora di no, non me la sentivo di denunciarlo e da stupida pensavo che potesse cambiare e diventare buono con me e con Pervez.

Purtroppo così non è stato e Joshim ha continuato a essere una bestia selvaggia, a ubriacarsi, a trascurare il bambino e a farmi del male; quando mi picchiava, Pervez lo supplicava in lacrime di non toccare la sua mamma, ma lui non si commuoveva neanche di fronte alle lacrime di suo figlio.

Un giorno la maestra della scuola mi ha chiamata e mi ha detto che Pervez ogni mattina arrivava in classe pieno di paura e che tremava tutto e mi ha chiesto il perché di questo malessere del bambino, ma io ho risposto che non stava bene e me ne sono andata in fretta perché mi vergognavo di dire quello che ci stava succedendo e non volevo offendere agli occhi della gente Joshim perché alla fine è sempre il padre di Pervez ed è sempre mio marito.

Non mi sono fidata e ho avuto paura che la maestra non mi volesse aiutare e che avesse soltanto voglia di chiacchierare con la gente e di parlare male degli stranieri.

Ma dopo qualche giorno Pervez ha detto alla maestra della scuola tutta la verità e ha raccontato quello che succedeva ogni notte in casa nostra, che il papà picchiava la sua mamma fino a farle uscire sangue, che aveva tanta paura di suo padre e che voleva fare qualcosa per difendere la sua mamma e per non vederla più piangere e che non sapeva cosa fare.

Ma quando quella notte Joshim è ritornato a casa ancora una volta ubriaco e mi ha picchiato con la sbarra del camino rompendomi le costole, io sono stata costretta a dire la verità alla polizia e a denunciarlo; il giudice ha deciso di affidarmi insieme a Pervez all’assistente sociale del comune e sono andata a vivere a casa di una signora vicina, la moglie del direttore di una fabbrica, che si è sempre interessata della mia grave situazione e adesso vivo a casa sua con Pervez e mi mantengo con il sussidio del comune.

Ma tutto questo non durerà per sempre e adesso devo cercare un lavoro che mi garantisce il futuro anche perché Pervez è piccolo ed è tanto bravo a scuola e dice sempre che da grande vuole fare l’ingegnere; intanto aiuto la moglie del direttore nelle faccende di casa e spero quanto prima di trovare un lavoro giusto per me.

So che la mia religione non ammette il lavoro per la donna e impone che la moglie deve essere mantenuta dal marito, ma Allah deve capire che io mi trovo in una situazione disperata di sopravvivenza e devo fare da madre e padre, da moglie e marito.

Di due cose oggi sono sicura: la prima è che non torno a casa da Joshim e la seconda è che non posso tornare in Bangla da voi.

Certo che io a casa non torno più perché ho tanta paura che lui mi uccida e quando lo vedo per strada mi sembra un mostro anche se ora lui dice che è cambiato, che ha capito tutto il male che ci ha fatto, che è diventato buono perché ha avuto tanta paura di perderci, che vuole tornare con noi e promette che non farà più niente di male.

Ma il dottore, a cui ho raccontato come si comportava Joshim con me e con Pervez, ha detto che lui è molto malato nel cervello e che io non posso fidarmi delle sue promesse.

So che Pervez è senza padre, ma è meglio così perché è peggio aver paura del proprio padre ed io cercherò di essere una buona madre e un buon padre per lui.

Adesso io e Pervez siamo tranquilli e allora voi non dovete preoccuparvi perché io me la cavo bene e sono nelle mani di brava gente e non mi dimentico mai di Allah.

Attendo soltanto che mi passi la paura che Joshim mi sfregi o mi faccia sfregiare da un suo amico con l’acido, ma questo non succederà perché Joshim sa che la legge italiana mi difende e che finirebbe in prigione se facesse una violenza del genere.

Non torno in Bangla da voi perché il futuro di Pervez è qui in Italia dove si è adattato molto bene e sono sicura che se ritornassimo a casa andrebbe verso il peggio e voi capite che dal peggio si va volentieri verso il meglio e che il contrario non va mai bene.

Pervez sarà un buon musulmano, questo ve lo assicuro perché io gli insegno bene a pregare e ha già letto tutto il Corano e lo ha ben capito e rispetta le leggi del Misericordioso.

Io spero che Allah mi perdoni se cercherò un lavoro e che tu, ba, mi capisca nelle scelte che sono costretta a fare.

Queste sono tutte le brutte cose che mi sono cadute addosso e capite che non potevo raccontarvele specialmente sapendo che stavate gia male per me.

Adesso, mio caro baba, sai tutto quello che mi è successo, sai tutta la verità e puoi stare tranquillo; decidi tu cosa dire a ma per non farla soffrire.

Tante grazie per avermi educato a essere forte e a non essere una piccola donna da niente e una moglie schiava.

Gradisci tanti baci da tua figlia Mabia e spero che tu sia orgoglioso di me come io lo sono di te e prego sempre Allah che ti mantenga a lungo in vita e solo per la delizia del mio cuore.

Credimi !

AKHTER MABIA 10

San Biagio di Callalta, 30 luglio 200…

Carissimi ba e ma,

ritorno a scrivervi dopo due mesi di silenzio per dirvi che purtroppo la mia situazione è ancora peggiorata e a questo punto è giusto che voi sappiate tutta la verità e tutto quello che effettivamente è successo tra me e Joshim.

Caro ba e cara ma, io prego ogni giorno Allah e ringrazio il Misericordioso e il Provvidente perché ha voluto che nascessi femmina, per tutta la fede e la forza che mi fa sentire ogni giorno dentro il cuore, per avermi dato voi come genitori e Lo invoco per la vostra salute e per le grazie che ancora vorrà concedervi.

La mia fede in Allah è più forte di quella di tanti uomini della mia terra che si sono dimenticati del loro vero Dio e dei Suoi comandamenti per la febbre del denaro e del lusso.

Sono sicura che l’Onnipotente li punirà come meritano e che si ricorderà di me che sono stata sempre a Lui devota da piccola quando potevo entrare nella Moschea e studiare la lingua araba e il Corano e da grande e dopo il primo sangue quando non mi era permesso entrare nella Moschea e sono rimasta casta a pregare nell’angolo riservato alle donne e in attesa di essere scelta e sposata da un uomo che mi volesse almeno un po’ di bene e almeno per il fatto che poteva, quando voleva, montarmi come una capra nella ricerca di avere un figlio maschio da Allah.

Così come dice la nostra Religione mettendo d’accordo la natura delle donne e la cultura degli uomini e tutto va bene così e può andare avanti così fino al Giorno del Giudizio.

Vengo alla mia situazione.

Le vostre lettere sono arrivate e Joshim ha chiesto a una suo amico di leggergliele perché lui in effetti è analfabeta, anche se per giustificarsi dice che ha dimenticato a leggere e a scrivere e che confonde il bengalese con l’italiano.

La verità è che, vivendo in campagna, non ha mai frequentato la scuola e la Moschea, per cui si comporta da ignorante e da infedele perché non prega mai, non digiuna, non fa l’elemosina, beve alcolici, gioca d’azzardo e ha imparato dagli italiani le cose peggiori.

Delle vostre lettere a me non ha detto niente, ma io ho riconosciuto la vostra scrittura e gliele ho consegnate come una moglie rispettosa e devota, ma lui non ha chiesto a me di leggergliele perché è molto diffidente e si sente perseguitato da tutti.

Io dovevo sapere cosa gli avevate scritto per difendermi meglio e allora le ho lette di nascosto e subito dopo ho chiesto perdono ad Allah, ho digiunato per tre giorni e ho raddoppiato le preghiere quotidiane.

E meno male che le ho lette per poter prevedere la sua reazione selvaggia.

Adesso vi parlo con tutto il cuore della brutta situazione in cui mi sono trovata e in cui ancora mi trovo nella speranza di non farvi soffrire molto, ma io non posso più nascondervi tutta la verità.

Ricomincio la lettera.

Cari ma e ba,

da pochi giorni sono tornata dall’ospedale di Treviso dopo che i dottori mi hanno curato le ferite alla schiena e le fratture alle costole che Joshim mi ha procurato picchiandomi con la sbarra di ferro del camino.

Ho trascorso quindici giorni immobile a letto e con tanti dolori, ma adesso sto meglio, la tempesta è passata e spero per sempre.

Come vi avevo detto nella precedente lettera, purtroppo l’uomo che mi ha voluto in moglie non mi ha mai voluto bene come sua moglie e, nonostante il figlio maschio che gli ho dato, ha continuato e continua a picchiami come se fossi un asino.

Da quando siamo arrivati in Italia Joshim ha cominciato a maltrattarmi prima con le parole dicendomi che non ero una buona moglie per lui e poi con le mani perché non dovevo rispondergli e dovevo soltanto stare zitta e ubbidire ai suoi ordini e ai suoi comodi.

Nonostante il fatto che siamo in Italia e si guadagna bene, Joshim ha fatto vivere me e Pervez da poveri perché i soldi li ha mandati e ancora li manda quasi tutti in Bangladesh ai suoi genitori.

Io e Pervez abbiamo fatto una vita di stenti e di sofferenze e spesso Joshim non mi dava neanche i taka per comprare il riso o il pane.

Cara ma e caro ba, sapete quante volte ho pensato che sarebbe stato tanto meglio per tutti rimanere in Bangladesh e così almeno saremmo stati insieme a volerci bene nella nostra comoda casa e nella nostra bella famiglia per il resto della vita.

Joshim, da quando è partito, ha cominciato a non pregare e a non fare la volontà di Allah, ha cominciato a bere i liquori e a mangiare nel mese del digiuno con la scusa che doveva lavorare e che aveva bisogno di essere in forza perché altrimenti i suoi padroni lo avrebbero licenziato e non avrebbe più potuto mantenere i suoi genitori.

Tante notti tornava a casa ubriaco, mi picchiava senza alcun motivo, mi vomitava addosso e mi insultava dicendo che ero una cattiva donna e che dovevo stare sempre zitta e mi minacciava di sfregiarmi il viso con l’acido muriatico se avessi parlato con qualcuno di lui e mi impediva di scrivervi perché temeva che parlassi di lui a voi e che dicessi tutta la verità.

Adesso potete capire in quale tragica situazione mi sono trovata e mi trovo, sola in un paese straniero, senza famiglia e senza il denaro per vivere, ma per fortuna ho la grande gioia di avere il mio Pervez, la consolazione del Grande Benefattore, la mia voglia di essere attiva e la generosità di tanta gente che mi aiuta e mi protegge.

Dovete sapere che in Italia per certi reati si va in carcere e la legge non permette di picchiare o di sfregiare le donne; la legge italiana mi protegge sempre e mi aiuta in ogni modo.

Dopo aver subito le violenze mi sono rivolta all’assistente sociale del comune di San Biagio di Callalta dove abito, una donna forte e comprensiva che mi ha assistito e mi ha difeso con i consigli giusti.

Joshim ha capito che adesso non sono sola e abbandonata e sa che se sbaglia un’altra volta prima va in galera e poi lo sbattono fuori dall’Italia.

Ma lui non è preoccupato per me, ma per i suoi genitori perché, se non lavora, non può spedire loro i taka per vivere; adesso anche suo fratello Massud è venuto in Italia e ha trovato una sistemazione e un lavoro, ma lui è una persona buona e timorata di Allah e ha capito subito che Joshim non è più quello di prima e ha paura di intromettersi.

La legge italiana adesso è più severa, perché al governo ci sono i razzisti, quelli che non vogliono gli stranieri, e allora chi sbaglia fa le valigie e se ne torna subito a casa e senza tanti complimenti.

Purtroppo chi parte dal proprio paese e conosce il benessere e il progresso che ci sono in Italia o in Francia o in Germania, si rende subito conto della povertà in cui viveva e non vuole più tornare indietro; dalla povertà si fugge volentieri come se fosse un male, ma dalla ricchezza si ritorna come se fosse una droga.

E pensate che noi islamici in Italia abbiamo il benessere materiale, ma non abbiamo una Moschea per pregare; io mi rivolgo ogni giorno al Benefattore dalla mia stanza e sopra la mia preghiera e faccio ogni giorno l’elemosina come vuole la nostra religione.

Ritornando a Joshim, caro baba, tu sai e ricordi che mi hai insegnato a essere una buona figlia e una buona persona e anche se non ero quel figlio maschio che hai sempre desiderato e che non hai mai avuto, mi hai educato a non essere sottomessa a nessuno, tu non mi hai mai picchiato e mi hai sempre trattato come la tua principessina.

Ricordo che, quando mi portavi in giro per il paese, mi mostravi alla gente con orgoglio e a chi ti diceva che ero femmina rispondevi in malo modo e gli dicevi che i figli sono un dono di Allah e lo trattavi da ignorante e da uomo senza fede.

Questo tuo amore io non l’ho mai dimenticato e me lo sono portato dentro il cuore anche in Italia assieme alla grande sofferenza di averti lasciato e mi sono sentita e mi sento ancora una figlia ingrata per non avere ricambiato il tuo grande amore come meritava.

Se poi penso che sono stata costretta a lasciarti per andare con Joshim, l’uomo che anche tu a suo tempo avevi voluto per me come marito, mi sento smarrita e ho la sensazione di avere sbagliato tutto nella mia breve vita.

La ragione di questo mio stato d’animo dipende dal fatto che purtroppo ogni giorno che passa ci allontana sempre più; sento che diventa sempre più difficile ritornare in Bangladesh, riabbracciarvi e vivere insieme a voi nella massima felicità dell’affetto che ci lega e anche perché Pervez si è abituato a vivere in Italia, vuole diventare un ingegnere ed è molto capace ed educato a scuola.

I professori gli vogliono tanto bene, lo elogiano per le sue capacità, per la sua bontà d’animo e per la sua gentilezza; purtroppo gli idioti non mancano anche in Italia e qualche stupido compagno gli fa notare che il colore della sua pelle è un po’ più scuro di quello degli altri.

Quando Pervez torna a casa e mi racconta in lacrime di avere subito queste offese, io lo consolo dicendogli che soltanto le persone ignoranti e i figli degli ignoranti possono ancora pensare in questo modo e dire queste cattiverie e gli suggerisco di rispondere al suo compagno dicendo che lui è soltanto invidioso perché la sua pelle ha un colore sbiadito come se fosse stata lavata con la varechina.

Io ho tanta forza di lottare, caro baba, e sento che questa vitalità cresce dentro il mio cuore ogni giorno di più; alla fine di ogni giornata sono contenta di avere risolto i miei problemi e di aver superato le mie difficoltà, di essere stata una buona madre per Pervez e di aver vissuto le cose belle della vita quotidiana.

Ma non dimentico mai di ringraziare per queste mie capacità l’Onnipotente che mi ha voluto ricompensare in questo modo e indicare la strada giusta per reagire alla disgrazia e non dimentico mai di ringraziare il mio baba che da piccola mi ha portato con sé in mezzo alla gente del paese per conoscere il mondo e mi ha dato sempre i giusti insegnamenti.

A questo punto mi chiedo: cosa me ne faccio di un uomo che non mi ama, che non mi ha mai amata, che mi picchia e che non mi rispetta ?

Anch’io forse non l’ho mai amato e non lo amo, ma, caro ba, ti giuro che non l’ho mai tradito e che sono sempre stata con lui rispettosa, disponibile, giusta e pia.

Perché devo correre ogni giorno il rischio di essere uccisa in un suo momento di follia ?

Joshim, purtroppo, non mi è utile in ogni senso e a me non serve un uomo che è soltanto pericoloso, per cui a volte penso affidarmi alla legge italiana per essere difesa, ma senza dimenticare di essere musulmana e che la mia prima legge è sempre quella del Corano e che si deve adempiere la volontà del Grande Perdonatore.

Spero di non avervi dato un grande dolore e sono sicura che comprenderete le mie difficoltà e che sarete sempre orgogliosi di vostra figlia Mabia.

Adesso mi metto lo shari e vado in posta a spedire questa lettera e così vi arriva qualche giorno prima.

A ma e a ba tanti baci dalla devota e riconoscente figlia Mabia.

Credetemi !

AKHTER MABIA 9

Savar, boischac mash, 200…

A Joshim il suo shoshur manda saluti nel nome di Allah il Perdonatore e viene a spiegarsi con lui come aveva promesso nella precedente e tanto arrabbiata lettera.

Forse ho esagerato, ma non ritiro nulla di quello che ti ho scritto, anche se il molovì mi ha illuminato sulla questione, ha consolato le offese subite dal mio sangue, mi ha riportato sulla giusta fede, mi ha fatto ragionare sui fatti che sono successi e mi ha un po’ tranquillizzato.

Joshim, tu sai che Allah è Perdonatore, ma io sono un povero uomo di fede che ha tutte le debolezze dei suoi figli più devoti, per cui non posso perdonarti di avere offeso e colpito la mia famiglia e la lettera che ti ho scritto era in difesa del mio sangue e del mio onore.

Ma noi uomini apparteniamo soltanto al nostro Dio e questa è la verità più difficile da capire, da accettare e da mettere in pratica soprattutto come genitori che danno la vita ai propri figli, li curano, li proteggono e li vorrebbero vedere sempre felici.

La fede, la devozione e la disposizione a fare la volontà di Allah si misurano soprattutto quando sai staccarti dagli affetti terreni per riservare tutto il tuo amore di creatura al vero e unico Padre, Lui, il Grande, il Misericordioso, il Clemente, il Perdonatore.

Intanto devo dirti che non ho ricevuto una tua risposta alla mia lettera e la cosa mi fa pensare male e aggrava i miei sospetti perché non è sicuramente un buon segno.

Comunque io vado avanti e sono sempre di sentinella.

Ho informato i tuoi genitori del tuo vile comportamento nei confronti di Mabia e del piccolo Pervez e siccome non volevano credere a quello che dicevo, abbiamo litigato furiosamente e sono venuti i vicini a dividerci perché ci eravamo presi per i capelli e quando volevo fargli leggere la lettera di Mabia, mi hanno detto che non credevano a quello che scriveva mia figlia, ma io ho capito che la verità era un’altra e cioè che anche loro, come te, non sanno leggere e non sanno scrivere.

Io tornerò all’assalto al momento opportuno e anche lì sono di sentinella.

Mio fratello è stato informato di quello che è successo ed è rimasto sorpreso del tuo comportamento e ha detto che farà di tutto per sistemare la questione, ma io penso che lui è soltanto un incapace, il fratello più vecchio della famiglia ma un incapace e con l’età che avanza non ragiona più bene e poi Mabia non è sua figlia e questa non è una cosa di poco conto, specialmente perché lui ha avuto soltanto figli maschi e disprezza le donne e pensa che siano più o meno delle capre da vendere al mercato di Dakka.

E anche lui è stato sistemato e speriamo che si tenga lontano da questa storia, visto che ha già combinato abbastanza guai quando ha voluto che Mabia si sposasse con te.

E anche qui io sono di sentinella.

Il fochir mi ha liberato da tutti i gin maligni che avevo addosso e che giravano intorno alla mia casa e ne ha trovati talmente tanti che il poverino per scacciarli ha lavorato per una settimana e mi ha detto che erano dei gin veramente maledetti perché andavano via al mattino e tornavano di notte, per cui lui pensava di averli eliminati tutti, ma poi al mattino li ritrovava sempre al solito posto e ha dovuto cambiare le formule del rito e la forza dell’esorcismo.

Anche questo maleficio è stato sistemato e anche qui è importante che io sia sempre vigilante perché altrimenti rischio di essere preda dei gin di Iblis.

Sono sicuro che anche tu sei pieno di gin maligni ed è bene che tu vada dal fochir o da qualcuno in Italia che ti liberi dalle forze del male.

Questo è un consiglio giusto che un padre può dare a un figlio, ma io non ti vorrei come figlio e perciò ritiro tutto.

Adesso passo al molovì e ti dico quello che io già sapevo e quello che lui mi ha detto, quello che forse tu non hai mai saputo e quindi non potevi neanche ricordare.

Il matrimonio è un patto a cui portare rispetto e fedeltà di fronte ad Allah, perché Lui è informato di tutto e vede tutto e quindi bisogna stare molto attenti a onorare i patti perché non portare fede ai patti è un peccato molto grave.

Le doti di una moglie perfetta sono la fede e la sottomissione ad Allah, la devozione e la penitenza, l’adorazione di Allah e l’osservanza del digiuno, la purificazione e il servizio all’uomo che l’ha scelta e che a lei è stato preposto dalla volontà dell’Onnipotente.

Il molovì ha tirato fuori dal Corano le leggi di Allah e non le sue convinzioni o i miei desideri di padre.

Caro Joshim, è cosa buona che tu rilegga o legga le nostre leggi divine e, se non le hai mai studiate perché vivevi in campagna o non sei andato a scuola o a pregare nella moschea, adesso è giusto che tu conosca i doveri del patto matrimoniale.

Il molovì ha detto che se una donna teme maltrattamenti da parte del marito o teme la sua avversione non ci sarà problema se si accorderanno tra di loro perché l’accordo è la migliore soluzione e bisogna stare attenti a quello che si decide perché Allah è informato di tutto e vede tutto.

Anche se un uomo lo desidera, non può essere giusto con le sue mogli, ma non deve seguire la sua inclinazione e deve sempre alla fine riconciliarsi con loro perché Dio è Perdonatore Clemente e proprio per poter perdonare ha creato i suoi figli imperfetti.

Le spose sono un campo e l’uomo va nel suo campo quando vuole e si dispone in maniera pia verso le sue donne e deve temere sempre il giudizio di Dio perché Lo incontrerà nel Giorno del Giudizio.

I giuramenti non devono essere un ostacolo per la carità e la devozione ed è sempre gradito ad Allah l’uomo che si riconcilia e non quello che mantiene l’odio.

Allah tutto ascolta e tutto sa e non punirà l’uomo soltanto per una leggerezza nei suoi giuramenti, ma per ciò che il suo cuore avrà sentito e avrà inteso fare.

Ha concesso come mogli le donne credenti e caste, le donne oneste a cui è stato dato il dono nuziale e che sono state sposate con il cuore pio e non come libertini debosciati perché sarebbe come rinnegare la propria fede e costoro nell’aldilà saranno tra i perdenti.

E coloro che accusano le donne oneste senza portare quattro testimoni sono turpi e saranno fustigati con ottanta colpi di frusta e non sarà accettata la loro testimonianza, perché Allah li perdona solo se si pentono.

Quanto a quelli che accusano le loro mogli senza avere altri testimoni che se stessi, costoro non sono graditi ad Allah e meritano la punizione.

Coloro, invece, che rispettano i patti e i loro impegni sono graditi ad Allah e il Giardino sarà la ricompensa finale.

Allah ha ordinato agli uomini giustizia e benevolenza, generosità con i parenti e ha proibito la dissolutezza e la ribellione.

Ricordati, Joshim, che dopo avere accettato il patto del matrimonio, non puoi mancare ai giuramenti che hai prestato e che hai chiamato Allah a garanzia delle tue promesse e Allah non si scomoda per niente e soprattutto non dimentica.

Se Mabia non è stata infedele, tu non puoi in nessun modo maltrattarla perché commetteresti un’ingiustizia e un grande peccato e ne risponderesti direttamente a quel Dio che in questo caso non potrà essere Perdonatore e Clemente.

Questo io già sapevo da buon fedele di Allah e questo è quanto mi ha detto il molovì.

Questo era quello che ti avevo promesso e questo ti ho mandato.

Ravvediti e prega, ma soprattutto non fare violenza al mio sangue.

A Joshim manda saluti uno shoshur ancora arrabbiato e molto preoccupato.

Non dimenticare mai che io non dormo e sono sempre di sentinella.

AKHTER MABIA 7

Savar, boischac mash, 200…

Al caro Joshim la sua shashuri manda saluti e auguri nel nome di Allah, il Grande e il Misericordioso, ma soprattutto il Perdonatore.

Caro Joshim, io spero che tu stia bene, ma la stessa cosa non posso dire di mia figlia Mabia, di mio nipote Pervez, di me stessa e di tutta la mia famiglia.

Io sto male, sto tanto male, ma il fochir non mi ha trovato addosso nessun gin e il dottore di Dakka ha detto che sono ammalata nel cuore.

Io sono soltanto molto preoccupata per tutti voi e dentro mi sento molto arrabbiata e addolorata e sto male soltanto perché non posso scaricare la rabbia che ho dentro.

Joshim, ho saputo che non ti sei comportato e non ti comporti bene con Mabia, che la maltratti e che le hai fatto tanto male nel corpo e nel cuore.

L’altra cosa peggiore è che ti comporti male anche con tuo figlio Pervez, il sangue del tuo sangue, quel figlio maschio tanto invidiato e concesso dalla grazia di Allah.

Ba Joshim, io ti prego, pensa a quello che hai fatto, chiedi perdono ad Allah e comportati bene con mia figlia Mabia perché lei è tanto giovane e gentile, non ha mai sentito il suo baba e la sua ma gridare in casa e tanto meno è stata abituata nella sua famiglia a essere picchiata.

Tu devi sapere che io ho sempre amato mia figlia Mabia e non le ho mai dato neanche uno schiaffo in tutta la mia vita.

Mi viene da piangere e mi sento tanto male al pensiero che tu, un estraneo e un ignorante, faccia a Mabia quelle cattiverie e quelle crudeltà che i suoi genitori non le hanno mai fatto.

Tu hai i diritti di marito, io quelli di madre e i miei vengono sicuramente prima dei tuoi, caro Joshim l’infedele dalle mani lunghe, uomo senza timore di Allah.

Non hai mai letto nel nostro Libro che se una donna teme maltrattamenti dal marito o la sua avversione, non si sarà alcun male se si accorderanno tra loro poiché l’accordo è la migliore soluzione ?

Dice il Profeta che gli animi tendono all’avidità, ma, se noi agiremo bene, temeremo Allah perché Lui è ben informato su tutto ciò che noi facciamo.

Joshim tu vai contro la legge di Allah, non porti fede ai patti del matrimonio e per punizione non vedrai mai i Giardini che Dio ha preparato per i fedeli e per i giusti.

Che Dio ti illumini quando lo preghi e se ancora tu lo preghi e se lo hai mai pregato.

E chissà se leggi il Corano o se lo hai mai letto.

Sono andata nella moschea di Dakka e mi sono rivolta a un sufi per chiedere il giusto consiglio sul fatto che tu maltratti Mabia e le fai del male, ma tanto male.

L’uomo santo e puro, l’illuminato di Dio, mi ha detto che nel Corano non è scritto che l’uomo può picchiare la moglie, ma si vede che tu lo hai dimenticato o non lo hai mai saputo da malvagio miscredente.

Nel Libro Sacro è scritto che l’uomo goda delle sue spose come se fosse un campo da coltivare e da rendere rigoglioso, che il marito vada nel suo campo quando vuole goderlo e che sia sempre pronto a qualche atto pio.

Joshim, la legge di Allah ti concede di avere altre spose, ma non di maltrattare quella che hai e a cui hai promesso rispetto e devozione.

Devi prima pregare e punire le tue colpe, devi purificarti per essere gradito ancora a quel Dio che ama i suoi figli specialmente lontani e ha loro insegnato l’amore e non la violenza verso i propri fratelli e specialmente verso le proprie mogli.

Joshim ragiona e non trattare mia figlia Mabia come se fosse un’infedele o una donna ingiusta.

Vuoi altre mogli ?

Puoi farlo, ma ricordati che mia figlia Mabia non ha mai tradito la sua fede e non ha mai sporcato il tuo onore.

Joshim, ti prego, ascolta la tua vecchia shashuri.

Non ti chiedo di amarla, ma rispetta e non picchiare mia figlia e tua moglie Mabia, quella donna che ha saputo darti un figlio maschio, il nostro caro e piccolo Pervez.

Io, purtroppo, so sulla mia pelle che nel nostro paese le donne valgono poco per gli uomini e che, se poi non riescono a fare un figlio maschio non servono a niente e che i mariti possono ripudiarle e gettarle in mezzo alla strada a chiedere l’elemosina o a fare di peggio, ma Mabia non merita il tuo odio e questo destino di donna ripudiata perché ti ha dato Pervez, un figlio maschio, e ti ha sempre onorato come l’uomo che Allah ha voluto per lei.

Tu non hai nessun diritto di farla soffrire nel corpo e nel cuore.

Nella mia vita ho imparato ad accettare la mia natura di donna e come madre ho perso diversi figli e tutti maschi e mi sono rimaste solo le femmine e tu, quindi, devi capire quanto io le amo e quanto sono legata a Mabia, la figlia che mi hai rubato, per cui non posso e non potrò mai accettare che un uomo estraneo, venuto a casa nostra a chiedere con gentilezza mia figlia in moglie, la maltratti e tanto meno le faccia violenza.

Il mio sangue di ma si ribella e scoppia dentro le vene; il mio cuore di ma è ormai a pezzi e chiede la sua vendetta e il suo bottino.

Mi sento male al solo pensiero che tu ti comporti male con la mia povera figlia e non so più come vivere sapendo che la mia adorata figlia è oltretutto lontana dalla sua terra e dalla sua famiglia ed è sola in mano a un uomo ignorante e prepotente che non la rispetta e non la tiene calda dentro il suo cuore.

Neanche una volta tu mi hai mandato una lettera dall’Italia e io posso pensare che tu sei orgoglioso o che non sai scrivere.

Poche volte ho pensato che tu eri un uomo saggio e rispettoso con Mabia, ma ormai io ho paura che tu possa essere arrabbiato anche con me.

E allora parliamoci chiaramente e dimmi se io ho mai sbagliato con te; se io ho sbagliato con te, perdonami e dimmi anche tu che mi hai perdonato e che ti comporterai bene con mia figlia Mabia e con tuo figlio Pervez.

Una donna, anche se vecchia, è sempre una buona madre non solo per le sue figlie, ma anche per gli uomini che le hanno volute e sposate e se a volte dice qualche cosa di sbagliato, lo fa solo per affetto o perché in quel momento non ragiona bene.

Ricordati che sei stato tu a scegliere Mabia, a prendertela in moglie e a portarmela via in un paese straniero e lontano.

Io pensavo di aver trovato in te quel figlio maschio che non ho mai avuto e se tu mi vedi come vedi la tua ma e mi rispetti come rispetti la tua ma, risponderai al più presto a questa mia triste lettera e aiuterai il mio cuore a guarire da tanto dolore.

Nella mia vita ho imparato ad attendere e ho la forza di attendere anche tanto tempo perché sono sicura che prima o poi il tuo cuore duro si commuoverà e risponderà al mio cuore debole, il cuore malato di una madre che è in pena per la sua amata figlia che è maltrattata dal padre di suo figlio.

Quanta disgrazia è capitata alla nostra famiglia per colpa tua !

La settimana scorsa sono andata a casa tua per salutare i tuoi genitori e li ho trovati bene in salute, per cui non devi preoccuparti, ma tu scrivi lo stesso una lunga lettera anche a loro.

Per noi genitori che siamo rimasti là dove siamo nati, una lettera dei nostri figli è una grande consolazione e di questo sia sempre ringraziato Allah, il Misericordioso e il Compassionevole.

Caro Joshim, ti raccomando di aiutare Pervez a crescere bene e mandalo a scuola perché domani diventerà una persona importante, ma ricordati di insegnargli la nostra religione e di pregare, perché la preghiera nella vita di un uomo è più importante del lavoro e della ricchezza.

Il lavoro è la miseria della vita terrena, la preghiera è la ricchezza che serve per la vita eterna.

Chiedo a te e a Mabia di tornare a casa in grismo, quando in Italia le fabbriche sono chiuse e ti chiedo di portarmi come regalo il piccolo Pervez.

So che i biglietti del viaggio costano molto e se io avessi i taka per pagarli, li avrei regalati a voi di vero cuore per farvi ritornare in Bangladesh.

Noi qui non abbiamo molti taka, ma solo la volontà di Allah e il riso che ci serve per vivere fino a quando il Misericordioso ci addormenterà per farci risvegliare nel Suo Giardino.

Ti raccomando di stare attento a non lasciare Pervez in mezzo alla strada e di averlo sempre davanti ai tuoi occhi come facevo io quando stava con me.

In quei tre anni ricordati che quando Pervez aveva fame chiamava la sua nana vai e di notte dormiva con la sua nana vai perché Mabia durante il parto aveva perduto molto sangue e aveva bisogno di riposare per rifare il giro.

Joshim, tu sai che Pervez è stato sempre un bambino molto buono e molto gentile, per cui non comportarti male con lui.

Ricordati che se lo picchi, io lo sento nella mia carne e nonostante la distanza che ci separa.

Stai attento, quindi, perché io sono di sentinella.

Stai attento, quindi, perché io faccio la strega e ti faccio punire dai gin maligni.

Io non chiedo niente alla mia vita e non voglio niente dalla mia vita, mi basta soltanto che voi tre stiate in armonia e vi vogliate bene.

Per questo prego sempre Allah, anche se ormai non ho più gli occhi buoni per leggere il Corano e non ho i taka per comprarmi gli occhiali nel negozio di Dakka.

Adesso in Bangladesh non è più come prima e abbiamo tanti dottori per le malattie e tanti negozi che vendono gli occhiali.

Quando tornerete, vedrete voi stessi il cambiamento che c’è stato nel nostro paese e sicuramente non sentirete il bisogno di ritornare in Italia.

Joshim non pensare al lavoro, cura il tuo corpo e il tuo cuore, mangia bene e non dimenticarti delle nostre tradizioni e del nostro Allah; ricordati che Gli sei ancora debitore anche del pellegrinaggio a Makka.

Non so se mi capirai e se mi ascolterai, perché sento che il tuo cuore è molto duro e il tuo cervello è tanto malato.

Comunque ricevi ugualmente alla fine di questa mia lunga lettera tanti saluti dalla tua disperata shashuri.

Ricordati che io non dormo mai e sono sempre di sentinella.

AKHTER MABIA 6

Savar, mag mash, 200…

A mia figlia Mabia giungono tanti saluti e tanti baci dal suo baba.

Il nostro Allah è Misericordioso e Provvidente, da Lui tutto ha inizio e in Lui tutto trova la sua giusta fine.

La Sua grazia è infinita e la Sua mente è onnisciente, Lui conosce il corso dei nostri eventi e segue i suoi figli devoti uno per uno e senza dimenticarli mai.

Cara Mabia abbi fede nel Giusto e nell’Onnipotente e affidati a Lui come quando eri piccola e pregavi nella nostra piccola moschea con devozione e con modestia.

Ho ricevuto la tua lettera e sono rimasto sorpreso soltanto in parte per quello che ti sta succedendo con tuo marito Joshim perché io avevo già capito che non era l’uomo giusto per te e che aveva un carattere prepotente come tutti i militari.

Penso che è tutta colpa mia e che sono stato stupido quando mi sono lasciato convincere dalla mia famiglia a dare in sposa la mia preziosa figlia a una persona che non mi convinceva.

Io non avevo una figlia in più da dare a un uomo falso che non è timorato di Allah e che usa le mani al posto del cervello e del cuore.

Questa settimana andrò a trovare la sua famiglia a Dakka e farò presente la situazione in cui ti trovi e le malvagità del loro stupido figlio.

Io sono sicuro che tu non hai mai sbagliato nei confronti di tuo marito e che gli sei stata sempre fedele con il cuore e premurosa con la mente, che ti sei sempre sottoposta al suo desiderio e che non gli hai fatto mai mancare niente, ma se tu hai sbagliato in qualche modo vorrei che me lo dicessi per poter capire meglio come stanno le cose tra te e tuo marito.

Ricordati sempre quali sono i tuoi doveri di moglie e i tuoi compiti di donna musulmana e non lasciarti abbagliare dalle luci del mondo in cui vivi e ricordati che la vera luce è quella del nostro Allah e i veri valori sono quelli del nostro Misericordioso.

Io sin da piccola ti ho insegnato come comportarti e sono sicuro che tu hai rispettato il patto del matrimonio, per cui devi resistere ed essere fedele e devota a tuo marito anche se lui non si comporta bene con te e ricordati che all’ingiustizia non si deve mai rispondere con un’altra ingiustizia.

E ricordati ancora che bisogna sempre fare la volontà di Allah anche quando la strada è in salita e i piedi soffrono tanto nel camminare.

Vedrò subito cosa si può fare per risolvere la questione nel migliore dei modi, ma intanto scriverò anche una lettera a Joshim per metterlo di fronte alle sue responsabilità e per ricordargli di portare fede al patto che ha contratto di fronte ad Allah quando ti ha scelta, ti ha voluta e ti ha sposata.

Tu, intanto, stai calma e non prendere nessuna decisione e sappi che, se ti trovi in questa situazione, è soltanto e solamente per colpa mia perché non sono stato al momento opportuno un padre previdente e un uomo esigente, ma ti prometto che adesso io cercherò di rimediare alla mia stupidità e sistemerò le cose nel migliore dei modi per te e per Pervez.

Mi raccomando di non fare colpi di testa e ti raccomando di pregare tanto in questo brutto momento della tua vita e vedrai che con l’aiuto di Allah tutto si ripara e ogni problema ritorna a prendere la sua giusta dimensione.

Scrivimi e dimmi sempre come vanno le cose perché io sono preoccupato e non mi rassegno a sapere che tu sei in terra straniera senza l’aiuto e il conforto del tuo baba e della tua famiglia.

La tua ma sta tanto male e dopo aver letto la tua lettera è peggiorata e allora io penso che la prossima volta non gliela farò leggere se la tua situazione è ancora brutta, ma se le cose tra te e Joshim si sistemeranno, come io spero, la metterò al corrente della buona notizia.

Perdonami sempre se involontariamente ho mancato in qualcosa nei tuoi confronti e tienimi stretto al tuo cuore con tutto l’affetto di una figlia generosa.

Il tuo arrabbiato e infelice ba.

Credimi !

E credimi sempre !