CIAO FERNANDO

Ciao Fernando,

oggi mi sento triste e completamente assente.

Mi sento estranea a me stessa

e sto cercando con questa lettera

un punto d’incontro tra la me stessa esterna e la me stessa interna.

La cosa è difficile,

tremendamente difficile.

Significherebbe la risoluzione della schizofrenia,

la guarigione da un male oscuro,

uno dei tanti mali oscuri,

ammesso e non concesso che la scissione sia una malattia.

Mi hanno detto

che star bene significa impegnarsi e fare le cose.

Allora dovrei star bene

perché partecipo alle attività del Centro diurno dei matti

e a casa mi do da fare anche se in maniera fantasiosa,

il solito mio modo creativo,

quello che alla lunga mi ha fottuto.

E invece non sto bene,

non sto per niente bene, porca paletta.

Ma se non mi ritrovo,

dove sono andata allora?

Dove sono andata a finire?

Perché ci deve essere sempre questa distinzione tra interno ed esterno

per essere normali e soprattutto per stare bene?

E allora perché quando sono completamente esterna,

come in questo periodo,

mi sento triste

e sento che mi manca qualcosa,

sento che mi manca una me stessa,

una partecipazione emotiva,

un coinvolgimento?

E perché quando sono completamente interna,

come in altri periodi,

sto male

e non riesco più a partecipare alla vita di tutti i giorni?

Dove sta la modulazione?

Dove sta la via di mezzo?

Dove sta l’equilibrio?

Dove sta l’incastro?

Dove si può trovare?

Si compra?

Si impara?

Si capisce?

Si sente?

Si sente dove?

Sono forse i farmaci che te lo danno?

Io, di certo, no!

Io non riesco a trovarlo e tanto meno a darmelo.

Non so,

non so proprio.

Mi sento triste

perché tutto è come un battito d’ali di farfalla

e niente si ferma,

niente si fa sentire

come vera partecipazione di una me stessa,

una me stessa qualsiasi,

in tutte le cose che faccio.

Forse m’incasino la vita per niente.

In fondo, se non fosse per questi momenti di tristezza,

le cose andrebbero abbastanza bene.

Se non fosse per questi momenti di tristezza,

non potrei dire che mi sento triste.

Meno male,

perché almeno un pochino mi sento,

almeno un pochino sono viva.

Eppure a volte le distanze si fanno enormi

e quasi mi spaventano.

Mi spaventa l’assenza,

la mia assenza

o meglio l’assenza di una parte di me.

Può spaventare l’assenza di chi va in ferie e ti lascia sola?

Forse questa non spaventa affatto,

ma rende soltanto tristi e malinconici.

Forse è normale sentirsi così.

Magari non va bene

essere troppo in contatto con se stessi

perché si perdono delle occasioni,

le occasioni di stare con gli altri,

di viverla questa vita

per quanto a volte possa sembrare piatta e superficiale.

Tutto questo non mi piace,

Fernando,

non mi piace affatto.

Mi è molto difficile scegliere,

visto che in certi momenti ho la fortuna e la disgrazia di scegliere.

Mi è difficile scegliere

quella che chiamano la salute mentale.

In certi momenti preferisco rifugiarmi nella malattia

e questi momenti arrivano proprio quando sto meglio.

A volte preferisco rifugiarmi nei miei pensieri

per quanto a un certo punto il livello d’angoscia sale

e allora non penso più

e questo vuoto mentale mi spaventa.

Non so se la sensazione che ho alla testa

sia causata dal dormire male o dai farmaci,

ma di certo adesso penso troppo poco

e mi sento rallentata nel pensiero.

La fluidità che c’è,

invece,

quando non sto molto bene,

per quanto confusa o isterica,

questa fluidità mi riempie

e allora mi sento

come quando ero incinta per la prima volta,

come quando aspettavo mia figlia.

Non mi sento sola

e le ore passano

perché i pensieri le fanno passare.

Invece adesso sono praticamente annegata nella banalità della vita

e, tutto sommato, ci si sta bene, sai.

Eppure mi sento triste,

non so esattamente perché a dire il vero,

ma mi sento triste,

profondamente triste.

La tristezza è l’unico contatto

che ho con la me stessa interna,

quella che abita dentro.

E quella che abita fuori,

la me stessa esterna,

che fine ha fatto?

Ma in quanti sono io?

Due, più di due, forse uno?

In quanti si deve essere?

In quanti siete voi?

Nei momenti in cui sono una soltanto

mi sento estremamente sola.

Nei momenti in cui sono due

mi sento meno sola.

Nei momenti in cui siamo tante

mi sento così e così.

Vedi,

oggi abbiamo fatto una riunione

con lo psichiatra e i familiari degli abitanti del Centro diurno

e queste due realtà,

unità sanitaria locale e famiglie dei matti,

mi sembravano distanti tra loro,

molto distanti,

quasi senza possibilità di alcun collegamento.

Io so già che sarò,

se tutto va per il meglio,

per metà giornata Unità sanitaria locale

e per l’altra metà Cooperativa di famiglie infelici.

Ci dovrebbe essere una complementarità,

ma non c’è

o meglio io non riesco a trovarla.

E poi le attività non dovrebbero essere negli stesi orari,

perché creano il conflitto di scegliere.

Credi forse che non mi piacerebbe far pallavolo?

Certo che sì,

ma non posso

perché è nell’orario della seduta di gruppo.

Mi sono presa quest’impegno

e non posso prendermi altri impegni.

Io non ho il dono dell’ubiquità

e la capacità di scegliere mi manca da sempre,

altrimenti non sarei in questo stato di ebete.

Mi sembra che in questa guerra

o in questo quello che è

mi devo schierare e,

piuttosto di farlo,

mi faccio in due, in tre e anche in tante.

Forse non è una guerra,

manca soltanto la comunicazione

e questa è una realtà,

la vera realtà.

Certi segnali purtroppo li leggo

e non vorrei.

Alcuni operatori del centro sono un po’ ostili

e io non vorrei perché mi sento in colpa.

Mi chiedo in che cosa ho sbagliato

e mi tormento

e dopo mi massacro.

E allora mi faccio in tanti pezzi,

piccole parti di me che funzionano ovunque io sono.

Ma io,

io nel mio complesso,

dove sono andata?

Dove mi attesto?

Dove consisto?

Chissà!

Forse dovrei starmene zitta

e non parlare mai,

ma, anche se non parlo,

è sempre così che funziona,

chi sta sopra di me fa di tutto

per far funzionare le cose a modo proprio

e così io non valgo un fico secco neanche a Natale.

E io?

Io mi do da fare,

vado avanti

e tutto il resto lo lascio stare.

E io faccio i bigliettini di auguri

e tutto il resto lo lascio stare,

io faccio il regalo di Natale

e tutto il resto lo lascio stare,

io scrivo nel giornalino “Penso positivo”

e allora penso anche positivo

e tutto il resto lo lascio stare.

Però sai una cosa, mio caro Fernando?

Mi sento triste e amareggiata lo stesso,

ma non fa niente,

lascio stare anche questo,

fumiamoci sopra una sigaretta

e tutto il resto lo lascio stare,

anzi lo lasciamo stare

visto che non sono da sola.

Scusami

se ancora una volta ti ho travolto con le mie paranoie,

ma è che mi sentivo triste

e mi sono partite tutte queste cose,

non so da dove,

visto che avevo la sensazione di vuoto alla testa.

Forse sono partite dalla penna,

forse sono partite dalla mano,

forse sono partite da chissà.

E allora?

Allora tutto il resto lo lasciamo stare.

Salvatore Vallone

Pieve di Soligo, (TV), 20, aprile, 1992

LA CORONCINA DI PRATOLINE

Lei aveva una coroncina di pratoline sui neri capelli,

lei aveva freschi pensieri nella sua anima novella,

lei sognava la favola bella della sua vita.

La porta finalmente si è aperta

e Diana è volata lontano,

lontano da qui,

lontano dalle umane miserie,

perché l’anima vola,

mica si ferma,

tanto meno ristagna o si adombra,

l’anima contempla l’ignominia della mente

di una madre assente,

assolve la pochezza di un padre ignoto

e le bagna di sacra pietas.

E stato così.

Adesso Diana si ama da sola

e rimboccandosi ogni sera le coperte,

troverà quell’amore gentile,

quell’amore dolce e sincero

nella notte che la invita a dormir.

Ho detto su di te le orazioni,

ho bagnato le pratoline,

ho sistemato la coroncina sulla tua testina,

adagio,

per non farti male.

Lei aveva una coroncina di pratoline sui neri capelli,

lei aveva freschi pensieri nella sua anima novella,

lei sognava la favola bella della sua vita.

Salvatore Vallone pose queste parole nel dolce ricordo di Diana.

Carancino di Belvedere, 06, 08, 2022

“IL BIAVER”

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Sono nella casa di mia nonna.

Dietro c’è il biaver e sotto la cantina.

Dall’altra parte c’è una rimessa per le macchine.

Faccio per andare nel biaver, dove da bambina andavo a fantasticare, e trovo la porta murata.

Ci rimango male.”

Questo è il sogno di Mariannina.

DECODIFICAZIONE – CONTENUTO LATENTE

Sono nella casa di mia nonna.

Mariannina ha decisamente un buon rapporto con la nonna, si è anche identificata in alcuni tratti psichici della sua figura, visto che si trova “nella casa” della nonna, anzi “nella casa di mia nonna”. “Sono” si traduce in “mi attesto”, in “consisto”, in “ho il mio fondamento”, in un’affermazione positiva di tipo strutturale fatta di sicurezza affettiva e di note psichiche consone all’infanzia. La “casa” condensa la struttura psichica evolutiva o la “organizzazione psichica reattiva”, insomma quella che tradizionalmente si definisce la “personalità” o il “carattere”. “Mia” indica magistralmente il senso del possesso e della sicurezza implicita all’affermazione decisa di appartenenza. La “nonna” rappresenta simbolicamente la “madre” saggia e positiva, la “parte buona” del “fantasma della madre”. La “nonna” è una madre vicina all’archetipo Madre anche perché la vecchiaia l’avvicina alla sacralità della morte: il valore etico della senescenza. Mariannina è cresciuta con la nonna, ha trascorso la sua infanzia con tanta figura. Magari è figlia di gelatai veneti emigrati in Germania che hanno appoggiato, non lasciato, la figlia alla madre di uno dei due, come spesso avveniva nel contesto rurale del laborioso e tenace Veneto degli anni sessanta. Tra un cantiere edile della boriosa e fredda Svizzera e la gelateria di una tollerante e accogliente Germania era di gran lunga preferibile il dio “Marco” rispetto al dio “Franco”. E così una generazione di bambini e di bambine è cresciuta senza la presenza dei genitori e con le solerti figure del nonno e della nonna in trepida attesa che i genitori facessero i soldini per costruire una bella villa nel paese d’origine. Questi genitori mercanti hanno coltivato la ricchezza e hanno mietuto traumi psichici per se stessi e per i figli.

Fine del papocchio morale e del pistolotto etico.

In sintesi, allora, risulta che Mariannina si è identificata al femminile nella nonna e sta rievocando in sogno questa figura per lei così importante, direi determinante per la sua formazione psichica.

Dietro c’è il biaver e sotto la cantina.”

Questo di Mariannina è un sogno spaziale, parla di luoghi e di punti cardinali, di “dietro” e di “sotto”, di una “casa” che si trova in un luogo e occupa uno spazio. La protagonista proietta i suoi vissuti negli spazi reali che automaticamente acquistano un significato simbolico. Poche parole tagliate con l’accetta e tanti significati simbolici tirati fuori anche con compiacenza.

Allora vediamo cosa dice Mariannina.

La nonna mi ha fato da madre, la nonna mi ha amata, protetta e cresciuta. Dalla nonna ho imparato a rimuovere le mie angosce di abbandono e di solitudine, il mio bel “fantasmino di morte”. La mia psicologia profonda è ricca e piena di idee e di vissuti che da bambina non potevo gestire. Il “biaver” è il posto dove si mettono le pannocchie di granoturco, la biada, l’oggetto simbolico dell’amore materno, la polenta, quel pane antico e giallo dei contadini veneti che, strofinato su una benedetta aringa affumicata, si poteva buttare giù nello stomaco con una incerta soddisfazione. Per la bambina abbandonata dalla madre e dal padre il “biaver” è consolazione e sopravvivenza, così come la “cantina” è quella vitalità immaginativa che temprava l’animo alle angosce presenti e future. Niente di inconscio in Mariannina, soltanto materiale profondo da approfondire magari quando diventa grande.

Dall’altra parte c’è una rimessa per le macchine.”

Il tempo passa e la bambina cresce sotto gli occhi attenti e vigili della nonna fino a diventare signorina. Non bastano gli affetti, servono anche le pulsioni e i desideri. La vita procede e la “libido” la sostiene nella leggerezza del suo essere che da adolescente si ritrova donna a pieno titolo. Quest’evoluzione psicofisica avviene sotto l’egida della nonna, nella casa della nonna. L’identificazione di Mariannina verte sulla figura femminile della nonna dal momento che della mamma non si vede l’ombra. La nonna è sempre una donna anche se in età matura. La simbologia delle “macchine” verte sul sistema neurovegetativo che governa la sessualità e la “rimessa” attesta di una particolare difesa e protezione della propria identità femminile. Mariannina distribuisce nello spazio le sue parti psichiche in via di evoluzione e opera quella gelosa tutela di se stessa dal momento che è stata toccata realmente dall’abbandono dei genitori.

Faccio per andare nel biaver, dove da bambina andavo a fantasticare, e trovo la porta murata.”

Mariannina ha bisogno di essere amata e cerca il cibo simbolico proprio in quel “biaver” che tanto ha scatenato in lei di bisogni, di pulsioni, di fantasie, di desideri, tanto ha stimolato l’immaginazione. Ma ormai è cresciuta ed è cresciuta in fretta, troppo in fretta per non trovare la porta ancora aperta. La porta è addirittura “murata”, il “biaver” si è trasformato in una tomba, gli affetti sono andati e possibilmente anche la nonna è morta. La fantasia di Mariannina in quell’angolo elaborava mondi e persone che compensavano la magrezza affettiva di quel periodo in cui sapeva della mamma e del papà senza poterli gustare. Quell’infanzia è perduta definitivamente anche perché Mariannina l’ha completamente rimossa e la nonna non abita più in quella casa. Chissà che nel tempo arrivi qualche stimolo e qualche grimaldello per riaprire il “biaver”, per demolire quel muro che ancora divide un triste passato e un triste presente. Mariannina è condannata alla tristezza, a essere triste nel suo fondo psichico per l’ingiustizia subita quand’era bambina anche se con la nonna nel “biaver” non mancava nulla.

Ci rimango male.”

Un eufemismo, “ci rimango male” è un semplice e facile eufemismo che serve a indicare il danno subito senza far sentire in colpa la mamma e il papà, quei genitori maldestri che adesso sono tornati dall’Eden per sbarcare il lunario nell’ingrata terra natia. La consapevolezza di Mariannina adulta associa il “male” sentimento e sensazione con il “male” essenza e apparenza. Un nostalgico “si poteva vivere meglio” chiude le scelte del tempo andato e del tempo presente dentro le ciglia chiuse di Mariannina che dorme e ancora sogna quel “biaver” della nonna pieno di pannocchie di granturco e di topi che razzolavano e rosicchiavano anche loro una razione d’amore o una manciata d’affetto.

Il breve sogno di Mariannina trova qui il suo giusto riposo.

OGNI TRENO MI PORTA DA TE

Croce sulle spalle.
Corona di spine.
Cadde una prima volta.
Parlò con la madre.
Cadde una seconda volta.
Simone lo soccorre.
Veronica lo asciuga.
E una terza.
Consola le pie donne.
Si affida al Padre.
In croce.
Golgota, chiodi, sete, aceto, invocazione, abbandono.
Elì, elì, lama sabactani!
Il cielo si fa plumbeo dall’ora sesta all’ora nona,
la terra trema.
Il Padre non ti ha abbandonato.
Ogni stazione è stata raggiunta e intensamente vissuta,
ogni treno mi porta da te.
Il sepolcro era aperto all’alba del terzo giorno.
Un angelo vi sedeva accanto.
La madre si avvicina
e chiede dove hanno portato il figlio.
Ha i profumi e le bende per onorare il corpo ferito.
“Colui che tu cerchi,
o donna,
è risorto,
ha sconfitto la Morte
e ora siede alla destra del Padre.”
E noi miseri mortali?
Che sarà di noi?
Ogni treno mi porta da te.
Il dolore avvicina,
l’amore è sempre tragedia.
Dolore, amore, amore, dolore.
Che ci hanno fatto?
Da soli deposti nel sepolcro.
Ultima stazione.
Vittime di un inganno,
siamo umani,
siamo in balia dell’attesa di un ritorno,
un venerdì santo granitico in mezzo a tutta questa precarietà.
Improvvisavano
e hanno ucciso diecimila anziani questi assassini di merda,
questi impostori del circo,
questi imbecilli di sempre.
Giocavano,
giocavano al rimbalzo da un canale all’altro dell’etere tossico.
Non hanno vaccinato subito i vecchi,
quelli che viaggiavano dai settanta ai settantacinque.
Erano tutti amici miei.
Li conoscevo tutti.
Li sentivo addosso.
Erano sessantottini.
Sfogliavo i loro petali uno per uno,
giorno dopo giorno.
Eran belli e forti,
ma sono morti.
Una strage di Stato,
un’altra strage di Stato.
Sul crinale del Golgota e di Bergamo
le ombre delle croci sono le insegne
per precipitare nel baratro della vergogna,
nel precipizio dell’ignominia,
nel grande peccato mortale.
Ogni treno mi porta da te.
Intanto,
intanto tutt’intorno sboccia la lussuria della primavera.
Eppur io amo.

Sava

Carancino di Belvedere, 01, 04, 2021

IL SOGNO DI PENTEO

TRAMA DEL SOGNO

“Mia madre veniva a chiamarmi una notte, diceva che il popolo aspettava un mio discorso. E allora la stringevo forte, le dicevo che no, che non so farli, io, i discorsi.

Ma la mamma tra le mie braccia diventava sempre più fredda e sottile. Aprivo gli occhi e mi ritrovo abbracciato all’asta di un microfono che neanche riuscivo a vedere, tanto era alto. Si perdeva incontro alla luna. O forse era il microfono e sembrava la luna.

Come che sia, mi facevo coraggio, mi attorcigliavo attorno all’asta e cominciavo ad arrampicarmici sopra. Ma più salivo e più l’asta si faceva calda ed era come se le gorgogliasse dentro qualche umore bollente.

Fu quando vidi due grandi bocchettoni sputarmi in faccia un profumo bruciante che compresi: l’asta del microfono era anche la torretta di una caffettiera.

Mi lasciavo cadere nel vuoto, inseguito da un fiotto di caffè bollente, ma invece di sfracellarmi sul pavimento sono caduto su una distesa di cotone, senza rumore, come farebbe un petalo di gelsomino.

Mi sentivo come tra le mie lenzuola la mattina presto, quando non c’è nessuna fretta. Mi guardavo intorno, c’era ancora la luna – è una ficcanaso, la luna -, e attorno a me era cresciuto un muro candido a forma di anello.

Affondavo la testa nel cotone e da sotto i batuffoli sentivo come i rintocchi di una campana nascosta. Ma sì, ero dentro una pipa di marmo bianco, caricata con quintali di cotone caldo, e sotto di me cantava di lontano una campana.

Facevo in tempo a sentirmi a casa. Ma d’un tratto il cotone si faceva stopposo e scuro, diventava un cumulo di tabacco sfilacciato. Dovevo dimenarmi a perdifiato per stare a galla, cercavo l’aria boccheggiando verso il cielo, ma ecco, veniva giù un colossale fiammifero acceso e la sua fiamma era un groviglio di riccioli biondi.

Il tabacco pareva non vedesse l’ora di bruciare e fremeva mentre il fuoco veniva giù, sempre più giù!

Qui sono stato saggio e mi sono svegliato.”

Questo è il sogno molto creativo di Penteo.

CONSIDERAZIONE

Quando il sogno è una poesia, una lirica in prosa vestita, la ratifica dello scorrere e dello sciabordare della “libido”, un “ecoulement” dello “slancio vitale” fissato nelle parole improvvide e inopportune che bloccano e cristallizzano l’energia che, oltre l’uomo, muove nel cielo il sole e tutte le altre stelle.

Quando il Sogno richiama la Fantasia con tutti i suoi ghirigori e meccanismi, orpelli e processi, gioielli e figure, allora il Sogno è quel discorso tra me e me che non potrò raccontare agli altri, se non sciupando la magia di quel mio momento psichico che aspira a diventare universale in quel “breve eterno”, quando il Tempo si ferma sull’orizzonte del mare Ionio e lascia il posto a un’allucinazione di verità proveniente dalla prospiciente Grecia, la Grecia di allora e di quelli che raccontavano tra di loro le cose umane con il dire divino del vate e del poeta cieco che tutto rammendava e tutto nobilitava: il “contastorie”.

Il sogno di Penteo è la ratifica dell’Immaginazione al potere e della creatività umana quando sa di divino. In un piccolo uomo s’aduna quantunque in creatura è di bontade, non certo misericordia e neanche pietade, ma soltanto la complicazione dei giochi poetici istruiti con le semplici parole e innestati su un ceppo fantasioso di mandorlo in fiore nel mese di febbraio e nelle terrazze del fiume Anapo, quello che non si vede perché s’inabissa e che poi appare e scorre in mollicci argini dove i pastori lavano le “cavagne” di canna ancora odorose di ricotta.

Questo sogno si può interpretare soltanto in poesia, brano dopo brano, accento dopo accento, singulto dopo singulto, cazzata dopo cazzata e secondo le umane posture della Psiche e della Mente, mentre il Corpo, di certo, non sta a guardare in tanto rosso-scarlatto “bendidio”.

Che Tiresia e Omero mi tengano la mano sul capo!

Qualche nota mitologica su Penteo non guasta, tutt’altro, aiuta a concepire l’Olimpo intelligente e così umano, troppo umano, dei Greci, i nostri avi, quelli che s’imbarcavano senza essere poveri migranti e portavano là dove c’era la barbarie i loro prodotti culturali sopraffini. Penteo fu re di Tebe e figlio di Agave, colei che aveva calunniato la sorella Semele per quell’intesa sessuale truffaldina che aveva portato alla nascita di Dioniso. Semele era l’amante nientepopodimenoche di Zeus, il capo dei capi, colui che si era sbarazzato del padre Crono ed era assunto al trono del sempre nebbioso monte Olimpo. Dioniso, il figlio trasgressivo e della colpa, volle vendicare il torto fatto alla madre Semele dalla rognosa e moralista sorella Agave. La indusse a ubriacarsi, non a caso era il dio della balla e della controballa, il dio della variazione dello stato di coscienza, il dio della vite quando ancora il Prosecco era nella mente di Zeus e del governatore del Veneto. Agave ebbra e in estasi sbranò il figlio Penteo, re di Tebe, scambiandolo per un cinghiale o per un capro, come da rituale dionisiaco. A consapevolezza avvenuta, dopo la tragica estasi, la povera Agave si uccise per non vivere l’inestimabile dolore di madre tragica. Eros e Thanatos si abbracciano ancora nelle membra dell’infelice eroina. Penteo, quindi, rappresenta quel bigotto moralista e quel bacchettone leghista-clericale che si oppone alla diffusione degli scandalosi e immorali “riti dionisiaci” nella città di Tebe. Così lo pensò e ne scrisse in versi il tragico Euripide. Penteo è il simbolo della repressione della “libido” e dell’energia vitale, mentre Dioniso resta in eterno il sostenitore dei diritti del sistema neurovegetativo e dell’estasi orgasmica, della variazione e della caduta reversibile dello stato di coscienza. Per la precisione ricordo che Agave non era sola nel rito di sbranamento del figlio Penteo. La sfortunata madre, nel momento in cui fa prevalere il suo ferino essere femminile, era in compagnia delle altre donne seguaci del folle dio, le “dionisiache”. En passant ricordo che le feste greche per eccellenza e le più gettonate erano le “piccole e le grandi Dionisiache”. Sempre en passant ricordo le virtù terapeutiche dell’agave, in particolare quella di cicatrizzare e di alleviare il decorso delle scottature in associazione alle mille virtù minerali e antiossidanti. Il tutto in onore a una mitica donna sensibile oltremodo a se stessa al punto di negare la propria maternità e incapace di curare le sue ferite.

INTERPRETAZIONE

Mia madre veniva a chiamarmi una notte, diceva che il popolo aspettava un mio discorso. E allora la stringevo forte, le dicevo che no, che non so farli, io, i discorsi.”

Quanto sei importante, o Penteo!

Quanto sei narciso, o Penteo!

La madre Agave ti toglie dal buio della notte

per insegnarti a parlare

e tu ti neghi alle parole,

alle parole messe in fila,

alle parole che scivolano persino

lungo la lingua degli stolti e dei fanatici,

degli imbelli e degli inetti,

degli accidiosi e dei codardi.

Tu, o Penteo, vuoi restare senza parole,

senza doni per gli altri.

Figuriamoci se può interessarti il popolo.

Gli altri ancora non esistono per te.

Eppure, negandoti, stringi forte la madre

in un bisogno e in un desiderio di simbiosi.

Ma quando crescerai, o bambino di perla dorata?

Ma la mamma tra le mie braccia diventava sempre più fredda e sottile. Aprivo gli occhi e mi ritrovo abbracciato all’asta di un microfono che neanche riuscivo a vedere, tanto era alto. Si perdeva incontro alla luna. O forse era il microfono e sembrava la luna.”

Prima ti neghi a lei

e adesso ti stacchi da lei

nascondendo il tuo imbarazzo nella freddezza e nell’evanescenza.

La Fantasia non ti è amica

e la Ragione ti restituisce la bocca di un altro

che con le parole tende all’infinito

e ripete la tiritera antica del figlio innamorato.

Ma la madre scacciata rientra nella scena di un teatro sublimato

che fonde e confonde desiderio e passione

con le parole meccaniche, ancora una volta, di un altro.

Ah, la luna!

Ancora la luna.

Ma cos’è questa luna

che tutti invocano nelle liriche e nelle vie del centro

per parlare del Femminile e del Femminino,

per parlare di donne nei convegni asettici di ginecologia e ostetricia,

per parlare di donnine nei saloni profumati dei barbieri di una volta,

per parlare di sante negli altari e di streghe nei sabba,

per parlare dell’origine del Tutto.

La luna non parla,

guarda,

capisce,

sa e si addolora.

Come che sia, mi facevo coraggio, mi attorcigliavo attorno all’asta e cominciavo ad arrampicarmici sopra. Ma più salivo e più l’asta si faceva calda ed era come se le gorgogliasse dentro qualche umore bollente.”

Che fatica crescere!

Il coraggio premia i forti in cerca di certezze e di successi,

ma la sublimazione della libido non basta

e la masturbazione è a due passi dall’eiaculazione,

mio caro infante

che continui a parlare con le parole dell’altro,

che persisti nel salire in alto

e ti attesti nello scaldare il basso.

Cosa gorgoglia dentro di te?

Gli umori non sono stati d’animo,

sono liquidi vitali da non deviare in un binario morto.

Orsù,

prendi in mano il tuo destino

e con un moto d’impeto cavalca la rabbia

che hai in corpo

e portala sul monte Bianco

per sciogliere la neve

e gustare una pozione al dolce sapore di coffee.

Ormai è fatta,

ormai sei a due passi dall’orlo dello sboro,

de lo sborar, se ti garba l’infinito.

Fu quando vidi due grandi bocchettoni sputarmi in faccia un profumo bruciante che compresi: l’asta del microfono era anche la torretta di una caffettiera.”

Che confusione e che leggera follia tormenta

il bambino che non sa parlare

e che attende la forza del caffè a marca Dioniso

per prendere coscienza dell’asta che parla

e della torretta che sputa.

Le allegorie del membro e della masturbazione

sono servite in un piatto di rame greco antico

e sono intenzionate alla sempiterna figura materna,

a quella dea madre bramata come la polenta con gli osei

e misconosciuta dal pretendente ingrato,

da un figlio che non si chiama Edipo e neanche Sigmund,

da un figlio che si chiama Penteo.

Perché ti ostini a combattere Dioniso e il suo culto?

Sai che la follia è la punizione del dio per tanta colpa.

La madre e le Menadi ti sbraneranno

e le tue membra vivranno nel grembo delle donne invasate.

Il linguaggio del corpo è appassionato e bruciante.

Come parla bene il corpo!

Non si può, di certo, dire

che gli manca la parola.

Mi lasciavo cadere nel vuoto, inseguito da un fiotto di caffè bollente, ma invece di sfracellarmi sul pavimento sono caduto su una distesa di cotone, senza rumore, come farebbe un petalo di gelsomino.”

L’orgasmo alienante e il seme caldo accompagnano il rito.

Il dio bambino si lascia andare al dondolio dei profumi,

al rito del silenzio di una chiesa tibetana

e cade in una culla di petali afgani senza farsi male.

La regressione è ben servita,

mio caro bebè,

proprio quando si celebra l’età adulta.

Bontà del menarsi!

Altro che diventare cieco nella bocca degli infidi preti!

Bontà del traffico e del trafficare.

Bontà di un fiotto di caffè bollente

che cade senza far rumore,

come la neve nella val Brembana,

come il cotone nei fiocchi dei bambini

a riscaldare il verde prato delle speranze,

come un gelsomino che odora tanto di donna,

di madre civettuola che riempie la greppia dell’ampio seno

di fragranze esotiche e rinfrescanti.

Madonna quanto caldo fa stasera!

Mi sentivo come tra le mie lenzuola la mattina presto, quando non c’è nessuna fretta. Mi guardavo intorno, c’era ancora la luna – è una ficcanaso, la luna -, e attorno a me era cresciuto un muro candido a forma di anello.”

Finalmente ti sei accorto che non sei solo

e che prima eri con la perfida mamma

e adesso sei con una infida donna.

Le lenzuola odorano di fresco bucato

e avvolgono le membra odorose di un bambino innocente e perverso

che spia la luna che sorge sopra i canali

e che tramonta in mezzo ai mandarini marzaioli,

un infante che vuole richiudersi in boccia nella culla di una donna.

Quante lune esistono nel cielo dei bambini e degli adolescenti?

Tante quante sono i desideri di protezione

e i bisogni di possesso.

Dove ti trovi bel bambino

che adeschi le donne e carpisci gli anelli?

Tra le mie fresche lenzuola e senza fretta.

Un muro,

datemi un muro ancora per il mio regno

e io saprò farne una candida luna a forma di anello

per i giorni senza fine,

quando sarò senza di te,

mia cara madre,

in un mare tra le terre

che tende all’infinito le corde di questa mia vita agra.

Totem della mia tribù,

proteggimi dagli ignoranti con le gote a pagnotta

e dai malandrini senza arte e senza parte.

Così sia in saecula, saeculorum!

Affondavo la testa nel cotone e da sotto i batuffoli sentivo come i rintocchi di una campana nascosta. Ma sì, ero dentro una pipa di marmo bianco, caricata con quintali di cotone caldo, e sotto di me cantava di lontano una campana.”

Il mio battacchio affonda nella morbidezza della campana

e sento dentro il ritmo erotico del rintocco.

Caldo è il cotone dei batuffoli

dentro le carezze partorite con desiderio dalla testa,

mentre l’orologio scandisce il tempo e lo spazio,

il moto e la sosta

il sussulto del moribondo e il riposo del guerriero,

la strana agonia del malato immaginario.

Sono dentro una vagina vietata e calda

che vibra al suono di campana

dentro una marmorea pipa riscaldata dal sole d’estate

nella campagna di un indefinito paesaggio

fatto di maschio e fatto di femmina,

imprittato di Adamo e di Eva

nel correre vertiginoso di un calore

che si sposa volentieri con l’umidità dello scirocco

secondo le linee oblique di un desiderio

che sale verso le nuvole

e scende sul bianco marmo

della statua di Venere di Cnido,

quella firmata da un certo Prassitele di Atene.

Quale pipa ancora invocherai

per gabellare un androgino o un coito ben fatto,

o vecchio marrano di un bimbo mai cresciuto?

Facevo in tempo a sentirmi a casa. Ma d’un tratto il cotone si faceva stopposo e scuro, diventava un cumulo di tabacco sfilacciato. Dovevo dimenarmi a perdifiato per stare a galla, cercavo l’aria boccheggiando verso il cielo, ma ecco, veniva giù un colossale fiammifero acceso e la sua fiamma era un groviglio di riccioli biondi.”

O mamma, o mamma,

deh, come si sta bene con te

nell’illusione della libertà effimera

che gareggia nel cortile di un carcere barocco!

Perché adesso mi abbandoni sul Golgota insanguinato

tra cumuli di emozioni vissute, stoppose e scure,

tra grumi e torsoli di sangue rappreso?

Perché di tanto inganni il figlio tuo?

Nella culla di bianco rivestita piange un bambino

e l’aria si riempie del tanto fiato

consumato a invocare colei che non c’è.

Mamma, mamma, perché mi hai abbandonato?

Coraggio giovane,

suvvia impenitente bambino,

c’è un groviglio di riccioli biondi per te.

Boccheggia verso il cielo per un’ultima volta

prima di scendere dalle stelle,

o re del cielo,

ad acchiappare tanto ben di dio

con il tuo colossale fiammifero acceso.

Vai,

sdurrubbati,

sduvachiti!

Il tabacco pareva non vedesse l’ora di bruciare e fremeva mentre il fuoco veniva giù, sempre più giù!”

L’infanzia è passata

e la parola ha da arrivare nella stazione dei balbuzienti,

là dove gli autobus gareggiano

a sputare gli scarichi dei testicoli,

là dove fuoriesce il seme,

il degno patrimonio di ghiandole endocrine.

L’allegoria della masturbazione è finita,

vai in pace,

ma non in quella dei sensi,

perché la voglia di variare lo stato di coscienza è ancora tanta,

così come la frenesia di Eros brucia le sostanze

mentre i fremiti del membro in fiore

sputano lapilli e lava da un monte generoso in odor di vulcano.

Qui sono stato saggio e mi sono svegliato.”

Io che so,

io che ho sapore di me,

res venereae quae sapiunt,

quattro parole latine per coniugare i sensi,

mentre la coscienza non sta a guardare come le stelle

e pone fine al dolce e caldo idillio con te stesso.

Ricordati di divorare un pezzo del capro di Dioniso,

di sacrificare un gallo a Esculapio,

di offrire al dio del mare le tue vesti bagnate di naufrago,

di prendere l’ostia consacrata nei riti dei seguaci di Cristo.

In ogni modo… deo gratias,

rendiamo grazie a qualsiasi dio si profila

in nome di Gea e di Narciso.

RILIEVO

Il sogno di Penteo possibilmente si conclude con una polluzione, in pieno ossequio allo struggimento erotico che consente di classificare il sogno nella seconda fase del sonno REM. Quando il sogno si carica di tensioni neurofisiologiche dovute allo sviluppo della trama, il meccanismo di difesa della “conversione nel sintomo” risolve questo eccesso psicofisico nella conversione somatica di natura isterica per difendere il sonno. Ma l’effetto erotico spesso causa il risveglio.

LE ALLEGORIE

Il rituale erotico della masturbazione maschile con annessa eiaculazione si esalta mirabilmente in “Il tabacco pareva non vedesse l’ora di bruciare e fremeva mentre il fuoco veniva giù, sempre più giù!” e compone le seguenti figure retoriche: metafora, metonimia ed enfasi.

Metafora o relazione di somiglianza in “fremeva” e “veniva giù”, metonimia o nesso logico in “tabacco” e in “fuoco”, l’enfasi o forza espressiva in “sempre più giù”. Il meccanismo dei “processi primari” della “figurabilità” viene usato ampiamente dal lavoro onirico per rappresentare poeticamente gli atti della masturbazione e dell’eiaculazione.

CONCLUSIONE PROVVISORIA E NON SCIENTIFICA

Questa sperimentazione si può definire “Quando il sogno diventa anche la poesia di un altro”.

Cosa hanno in comune i due malcapitati, Penteo e il sottoscritto, nell’umana Storia?

Entrambi condividono da dormienti la creatività mentre sognano, ognuno con le sue storie e le sue memorie, entrambi con la matrice di tutte le poesie del tempo andato e del tempo presente: l’individualità della Bellezza si sposa con l’universalità della funzione onirica.

Giambattista Vico e Immanuel Kant sorridono nell’alto dei cieli, nella regione perenne delle certezze e lontani dai torsoli e dal sangue, come voleva e predicava il principe di Lampedusa, nonché duca di Palma, nel suo “Gattopardo”.

Alla prossima e sempre “in bocca alla lupa”, là dove si è amati e protetti almeno fino a quando non si diventa lupi.

MI PRESENTO MIA FIGLIA

TRAMA DEL SOGNO

 

Ieri notte ho sognato di essere incinta.

Non si vedeva ancora la pancia.

Il sentimento che provavo era di timore per la mia età avanzata, misto a gioia pensando che a settantasei anni avrei avuto una figlia ventenne che mi avrebbe amato e che avrei amato incondizionatamente.

Nel sogno ho pensato che non avrei avuto bisogno di nessun altro legame sentimentale.
Questa notte ho sognato di aver avuto una figlia femmina e avevo il dubbio se avvertire o meno il mio ex marito (che nella realtà non frequento da vent’anni!), considerato che ne era il padre, per poi decidere di non dirglielo visto che lui ha già un’altra figlia.”

Commossa

 

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

 

Ieri notte ho sognato di essere incinta.”

 

Commossa è piena di sé.

Commossa si è riempita da sola con un gesto salvifico di autoconservazione, di trasmissione di se stessa, di affidamento a se stessa, di sano narcisismo.

Commossa ha maturato un naturale “fantasma di morte”, uno di quelli evolutivi che fanno solo bene.

Magari dietro la spinta di questa emergenza tanatocratica ha riesumato dal Profondo psichico il suo vissuto di bambina sul distacco e sulla “fine senza un fine”, di poi ha rielaborato la sua “posizione genitale” sublimandola nella “libido narcisistica” sotto forma di amor proprio e di autonomia psicofisica.

Ripeto.

Essere incinta” è una “formazione reattiva” all’angoscia della morte e all’irrazionale fine di tutto che tanto piede hanno preso in questa nefasta contingenza psichica collettiva. Commossa ne approfitta e tira fuori il suo materiale psichico rimosso, ci mette del suo in un ambito squisitamente personale e privato.

 

Non si vedeva ancora la pancia.”

 

Non si vedeva ancora la pancia” semplicemente perché non è un fatto di “pancia”. E’ un fatto di testa, di crescita personale, di auto-ingravidamento da rigurgito narcisistico che finalmente trova la sua giusta dimensione psichica ed esistenziale. Commossa realizza quello che in passato non ha saputo rendere concreto, la sua emancipazione e la sua autonomia. La “pancia” è potere e, in primo luogo, potere interiore, di poi diventa potere sociale e politico. Questa “pancia” è filosoficamente, secondo Platone, un attributo neurovegetativo e si addice ai commercianti e ai crapuloni, ai materialisti e ai lussuriosi, a quelli che crescono nel loro psicosoma senza preferenze e tanto meno esclusioni, senza censure e moralismi. Insomma la “pancia” è un coefficiente psichico universale d’uguaglianza, il massimo della democrazia, lo strumento giusto e ineludibile del proprio potere su se stesso e sugli altri.

 

Il sentimento che provavo era di timore per la mia età avanzata, misto a gioia pensando che a settantasei anni avrei avuto una figlia ventenne che mi avrebbe amato e che avrei amato incondizionatamente.”

 

Sessantasei e venti, due buoni numeri per la Cabala di Commossa, numeri suoi, personali e non cedibili tanto meno al miglior offerente in questo mondo di mercanti candidati anche al soglio di Pietro. Commossa si proietta nel tempo con un’operazione magica e concilia i suoi vent’anni con la sua età attuale, quarantasei, per immaginarsi così come è adesso nella sua piena maturità di donna e di madre. Due Commosse da amare incondizionatamente rappresentano nel simbolismo onirico una Commossa riconciliata con il suo passato attraverso un processo di “razionalizzazione” e di accettazione del proprio Sé esistenziale. A quarantasei anni Commossa ama il suo passato e il suo futuro, i suoi vent’anni e i suoi sessantasei anni. Commossa in sogno mette a posto le sue cose vecchie e nuove, pregresse e attuali, sistema i suoi tempi vissuti senza quell’angoscia del non detto e del non fatto che attanaglia e non permette di gustare la vita presente. Perché la vita, se riflettiamo, è sempre quella presente. La Psiche non ha tempo e non è nel Tempo, è un presente in atto, un breve eterno. Al di là di questa vita non c’è altro, checché ne dicano i fideisti e i materialisti, i giornalisti e i politici, gli opinionisti e i tecnici di turno. Commossa aveva paura di invecchiare con “l’angoscia dell’incompiuta” e, invece, prende coscienza che ha portato a buon fine il processo di compattamento della sua persona senza nostalgie e dolori di varia natura ed estrazione. Consegue la “gioia”. Gaudium sequitur.

 

Nel sogno ho pensato che non avrei avuto bisogno di nessun altro legame sentimentale.”

 

Come si diceva in precedenza, l’autonomia è raggiunta, è maturata, è in possesso di Commossa. L’amore di sé e la cura amorevole di se stessa sono le parti preziose del corredo psichico che la donna ha portato nel suo matrimonio con se stessa e nella nascita di quella armonia che è sempre frutto di guerra e di amore, di conflitto e di fusione, di Ares e di Afrodite, come da mitologia greca. Commossa ha raggiunto la base di partenza per amare anche gli altri in maniera corretta e proficua. Nel sogno conta 46 primavere. Decisamente è un buon traguardo che consente una buona partenza. Dimenticavo di dire che Commossa si è presa amorevole cura del suo destino di donna: “amor fati”, secondo dettame stoico ed epicureo.

 

Questa notte ho sognato di aver avuto una figlia femmina e avevo il dubbio se avvertire o meno il mio ex marito (che nella realtà non frequento da vent’anni!), considerato che ne era il padre, per poi decidere di non dirglielo visto che lui ha già un’altra figlia.”

 

Allora, torno a chiarire in maniera semplice la profondità complicata del quadro psichico ed esistenziale, nonché cabalistico, di Commossa. Venti è il numero magico che rievoca i suoi vent’anni e la fine del suo connubio, tira fuori ciò che è stato, le esperienze vissute in quell’epoca della sua vita, quando si era sposata con l’uomo che fungeva da padre, ma non della figlia, della stessa Commossa.

Ebbene sì, Commossa aveva sposato una figura paterna, non aveva adeguatamente composto la sua “posizione psichica edipica” e l’aveva rievocata e riattualizzata nella relazione con il marito. Dipendendo da lui, Commossa non era cresciuta e aveva subito l’autoritarismo dell’uomo scelto e che lei pensava essere l’uomo della Provvidenza. In effetti, ha svolto involontariamente la funzione di aiutare Commossa a superare la “posizione” conflittuale verso il padre e a diventare autonoma. In questo momento i due si possono separare, meglio Commossa può andare oltre, ma non sono nati figli per volontà del marito che si è mostrato egoista e insensibile nei riguardi della donna e della moglie. Del resto, lui aveva appagato la sua paternità, per cui poteva fare a meno di un altro figlio. Commossa si separa nel momento in cui sceglie se stessa e non la coppia. Quella figlia di vent’anni è Commossa in persona. Inoltre, riconosce anche la funzione maieutica che ha avuto il suo ex marito nella sua evoluzione psichica personale. Si conferma la psicodinamica che esige una risoluzione della “posizione edipica” per un buon andamento del matrimonio e della vita di coppia. Questo vale anche per le coppie arcobaleno, per qualsiasi coppia di maschi, di femmine, di maschi e femmine, tanto per essere chiari. Il silenzio di Commossa è la scelta ulteriore della sua acquistata autonomia e della sua crescita attraverso la “razionalizzazione” della “posizione edipica” che l’aveva vista soccombere a suo tempo, vent’anni, e la vede trionfante adesso e nei suoi quarantasei.

Certo che il sogno di Commossa ha altre implicazioni profonde perché tocca la figura paterna, ma in questa sede e con questa modalità interpretativa non riesco ad approfondire. Pensate se questo sogno fosse stato portato in un trattamento psicoanalitico. La decodificazione sarebbe durata mesi e mesi, proprio per tutte le associazioni e per tutti i richiami che contiene.

Ma questo è un altro discorso.

Del suo sogno Commossa può anche comporre una serie di versi che volentieri pubblicherei. Basta dare parola, superando il pudore difensivo, ai vissuti esposti nel sogno. Il resto vien da sé. I versi sono modi di sognare anche delle ragazze anni ottanta.

Aggiungo: tante donne sposano i padri, troppi uomini sposano le madri e questo è un evento tragico per le mogli e le compagne. Il matriarcato si basa sul possesso e sulla legge del sangue e induce al possessivismo più bieco. Dove manca il Padre la Ragione latita, l’emozione regna.

Per farla breve…donne analizzate sempre il rapporto del vostro uomo con l’augusta genitrice e poi consapevolmente scegliete.

 

 

LA SAGA DI GRAZIELLA

Graziella è una donna istruita

che in Sicilia parla in italiano.

Graziella è una donna del popolo

che studia per maestra dalle suore Orsoline.

Graziella è figlia di Pietro,

fratello di nonno Giovanni.

Graziella è una donna composta

che sposa Giuseppe, detto Pippino.

Graziella ama Pippino,

sergente della regia Marina italica.

Graziella è una mamma complessa

che ha quattro figli preziosi.

Graziella li chiama Maria, Lello, Maria e Piero

e la meningite ruba i tredici anni della prima Maria.

Graziella accudisce amorevolmente Lello

che nasce con il forcipe.

Graziella lo trascina in carrozzella

in questo grigio novembre del 1943.

Graziella è investita dal vento misto alla neve

in questo freddo novembre del ‘43.

Graziella è in fuga da Pola

in questo tragico novembre del ‘43.

Graziella è fermata da un povero soldato

tra Pola e Fiume in questo inumano novembre del ‘43.

Graziella copre Lello con il suo corpo

di fronte al mitra che spara la morte.

Graziella muore con Lello

e lascia sulla neve la rossa impronta della memoria.

Graziella ha il petto e il grembo squarciati

e Lello ha un foro nella testa e nel cuore.

La figlia Maria è testimone di questo terribile amore

fino a quando l’angoscia di morte le toglie l’identità.

Salvatore Vallone pone nel giorno della Memoria

e nel dolce ricordo di mamma Graziella e dell’incolpevole Lello.



Carancino di Belvedere 27, 01, 2022





L’ATTERRAGGIO SENZA LENZUOLO

TRAMA DEL SOGNO

“Volo e passo attraverso le nuvole.

A fianco c’è un mio amico che dice che dobbiamo atterrare e indica una piazza all’interno di una costruzione araba.

A un certo punto sento di perdere quota e qualcuno mi dice : “Occhio a non farti male”.

Capisco che devo atterrare. Un senso di angoscia e di vuoto mi colpisce e mi riporta alla luce le paure e le sensazioni di schiantarmi al suolo.

Cado a terra e rimbalzo varie volte e vengo riportato verso l’alto per poi schiantarmi ancora a terra rimbalzando nuovamente senza conseguenze fisiche, ma con una grande angoscia.

Mi sto preparando ad entrare in contatto con il suolo e ad essere rimbalzato. Sta subentrando la sensazione d’angoscia, ma con grande sorpresa riesco a fare un atterraggio perfetto in piedi senza cadere e provando una grande gioia.

Ricordo probabilmente che durante l’atterraggio ero appeso ad un grande lenzuolo bianco che mi par di avere rilasciato durante l’atterraggio.”

Questo sogno è ascritto a un certo Darietto.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Volo e passo attraverso le nuvole.”

Darietto esordisce con la magica fantasia di librarsi nel cielo e di volteggiare di nuvola in nuvola. La scena è tra le più semplici e poetiche, appartiene al corredo dei desideri di libertà e di leggerezza di ogni persona, possiede una notevole carica di disimpegno e di autonomia psicofisica, è istruita a tutte le età e si distribuisce nell’Immaginario collettivo come utopia fisica e sociale, fisica perché è impossibile, sociale perché viviamo in una mondo turbolento e a trazione anteriore. Darietto sogna la sua difesa principale, il processo psichico della “sublimazione della libido”, la sua tendenza a non coinvolgersi concretamente con i suoi investimenti e di mettersi a disposizione degli altri con la sua bontà e bonarietà. Darietto vive la sua carica erotica, la sua ormonella per intenderci, trasferendola nelle azioni e nelle disposizioni a vantaggio del prossimo sia per una paura della propria “libido” e sia al fine di essere accettato e apprezzato dal gruppo. Questo vantaggio secondario della “sublimazione” denota un complesso di inferiorità e di inadeguatezza, una precisa sensazione di essere soggetto di minor diritto e il figlio di un dio minore. Questa è la traduzione dei simboli del “volare” e del “passare attraverso le nuvole”. Darietto è un uomo poco concentrato sul pezzo e poco concreto.

A fianco c’è un mio amico che dice che dobbiamo atterrare e indica una piazza all’interno di una costruzione araba.”

“L’amico” è il solito alleato psichico che Darietto si porta in sogno per proiettare i suoi conflitti e i suoi “fantasmi”, per non impattarsi direttamente con quelle parti problematiche di sé che ancora non ha adeguatamente risolto. Inoltre l’amico caro serve per continuare a dormire e a sognare. Si stempera l’angoscia e si rende il materiale onirico gestibile per il sistema dinamico ed economico della psiche. E’ un “amico” che ha le idee chiare e che detta i tempi e le azioni, uno che comanda e non ci pensa due volte a essere anche preciso: bisogna essere concreti, smetterla di sublimare, bisogna incarnare la “libido” come natura comanda, bisogna prendere coscienza della propria sensibilità e diversità, nonché delle proprie difese dal coinvolgimento e dalla partecipazione. L’amico di Darietto conosce bene la lezione e la recita in maniera massimamente chiara a conferma che la pratica e la grammatica possono essere in sintonia e viaggiare insieme senza particolari idiosincrasie e pregiudizi. Il simbolo dell’atterraggio si risolve nel processo psichico di difesa dall’angoscia della “materializzazione”, il processo opposto della “sublimazione”. Il primo indica il godimento della “libido” nella sua valenza naturale e avulsa da coinvolgimenti sentimentali, il secondo è permeato dall’amore verso il prossimo come vero servizio e indirizzo. Darietto a un certo punto della sua esistenza decide di vivere il suo corpo e il piacere collegato in prima persona e non per riflesso della gioia altrui.

A un certo punto sento di perdere quota e qualcuno mi dice : “Occhio a non farti male”.

Come dicevo, Darietto nel cammin della sua vita prende coscienza che deve anche pensare a se stesso e a soddisfare i suoi bisogni più genuini e vitali senza ricorrere a surrogati psichici di compensazione attraverso lo “spostamento” negli altri dei benefici delle sue azioni. Il “perdere quota” è una vera psicoterapia e una direzione esistenziale supportata dalla giusta filosofia di vita e dal benefico amor proprio. Il “perdere quota” significa atterrare e materializzare senza scadere in alcun volgare appagamento della propria “libido”. A questo punto del sogno subentra l’istanza psichica del “Super-Io” a limitare e a spegnere gli entusiasmi e le intraprendenze di Darietto, si presenta un “qualcuno” interiorizzato che minaccia e fa presente che il processo di “materializzazione” può essere controproducente e può avere effetti negativi. Si tratta degli insegnamenti morali e religiosi di cui i bambini sin dalla tenera età sono bombardati fino al punto che il loro animo si impregna di paure che possono nel tempo tralignare in vere e proprie fobie. Questo “qualcuno” non è l’amico, ma è il padre interiorizzato come divieto e dovere, limite e censura. Darietto è in compagnia di se stesso, dell’amico- alleato e del qualcuno-padre-Super-Io. In tanta solidarietà il sogno può procedere con le sue turbolenze. In tre è meglio che in uno. Ma quale danno può ricevere Darietto dall’esercizio del suo benessere psicofisico e del suo amor proprio? E’ ovvio che si tratta delle classiche paure di vivere il corpo e di affermarne i diritti, nonché delle angosce di abbandono e di solitudine collegate alla delusione indotta negli altri. Darietto conosce bene il processo di “sublimazione della libido”, “volo e passo attraverso le nuvole”, fa fatica a pensare al suo benessere come condizione dei suoi slanci sociali anche benefici. Il proverbio antico professa che se “sta bene la gallina, sta bene anche la vicina”. Procedere nell’interpretazione del sogno diventa oltremodo interessante e intrigante.

Capisco che devo atterrare. Un senso di angoscia e di vuoto mi colpisce e mi riporta alla luce le paure e le sensazioni di schiantarmi al suolo.”

Darietto ha preso coscienza della necessità, “devo”, di essere più generoso con se stesso e con il motore vitale, la sua “libido”, la sua energia, e che non può continuare a mettersi al servizio degli altri e del loro benessere, ha ben capito che non deve sentirsi inferiore e inadeguato rispetto agli altri. Darietto da creatura angelica deve commutarsi in un corpo che sente e che vive, il suo corpo, quel corpo che lo individua e lo sostiene con le mille irripetibili caratteristiche che Darietto si trova addosso. Appena l’Io indica la strada giusta, ecco che interviene l’Es e immette nel circuito psicofisico “un senso di angoscia e di vuoto”, un “fantasma” depressivo di perdita e di morte: “schiantarmi al suolo”. Senza il servizio generoso e benevolo agli altri Darietto non riesce a pensarsi e soprattutto non riesce a star bene, senza la “sublimazione della libido” Darietto si sente vuoto e smarrito, con la “materializzazione della libido” Darietto si sente privo di vita e di vitalità, tutto il contrario delle leggi psicofisiche. In sogno rievoca le sue angosce primarie, quelle che ha elaborato nel primo anno di vita, quel “fantasma di morte” destato dalla possibilità che la madre non lo accudisse e non appagasse i suoi istinti e i suoi bisogni vitali: angoscia del vuoto interiore e della morte da abbandono, la perdita di se stesso e della preziosa e provvida figura materna. Darietto “riporta alla luce” della coscienza dell’Io questo materiale psichico profondo e progressivamente rimosso e che ha condizionato la sua formazione psichica. Il sogno di Darietto tocca una punta veramente drammatica. Legittimo è chiedersi, a questo punto, quali pesci il nostro eroe andrà a pigliare per risolvere la tremenda situazione in cui si è messo.

Cado a terra e rimbalzo varie volte e vengo riportato verso l’alto per poi schiantarmi ancora a terra rimbalzando nuovamente senza conseguenze fisiche, ma con una grande angoscia.”

L’angoscia, di cui ancora Darietto parla e che definisce “grande” come la prima guerra mondiale, si trasforma in una farsa degna di un formidabile pagliaccio e in un senso di meraviglia degno di un grande illusionista. L’ilarità drammatica è inventata da Darietto come un nuovo genere letterario nel teatro psichico del sogno. L’ironia domina questa scena in cui l’attore protagonista si incarna e si sublima come fosse un Cicciobomba che rimbalza a ogni caduta e ricade a ogni rimbalzo, come un pagliaccio che ride e piange con la stessa indifferenza di un attore asettico. Darietto soffre d’angoscia senza “conseguenze fisiche”. In tanto “tira e molla” resta la versione psichica dell’incolumità onnipotente e non si contempla la logica e consequenziale versione fisica del farsi tanto male. Il corpo è preservato dal danno, la mente non riesce a liberarsi del carico emotivo legato al conflitto tra l’andare verso l’alto e lo scendere in basso, tra la “sublimazione” e la “materializzazione”, tra la strategia esistenziale di vivere il corpo in prima istanza e del mettersi al servizio degli altri come un solerte cameriere. Questo conflitto persiste perché Darietto non accetta del tutto sia il corpo e sia la mente, non vive bene qualche caratteristica fisica e qualche tratto psichico. “Schiantarmi ancora a terra” non è carico di morte, è un’esagerazione retorica. Questo punto del sogno è stracarico di enfasi.

Mi sto preparando ad entrare in contatto con il suolo e ad essere rimbalzato. Sta subentrando la sensazione d’angoscia, ma con grande sorpresa riesco a fare un atterraggio perfetto in piedi senza cadere e provando una grande gioia.”

Darietto è consapevole del suo deficit materiale e del suo eccesso spirituale, sa di sé in concreto e in astratto, conosce la sua tendenza al grasso e al magro. Conferma questa incapacità a scegliere il suo bene semplicemente perché sta abbastanza bene nelle due versioni. Gli manca quel salto di qualità che può cambiare il suo stile di vita, di viversi e di relazionarsi. Ed eccola l’auspicata conversione! Giustamente Darietto propende per la sua materia vivente e atterra perfettamente in piedi e senza sfracellarsi: “riesco a fare un atterraggio perfetto in piedi senza cadere e provando una grande gioia”. Manca ancora qualche dettaglio per stare bene e manca il chiarimento su tanto pregresso malessere: cosa bloccava Darietto tra il cielo e la terra?

Ricordo probabilmente che durante l’atterraggio ero appeso ad un grande lenzuolo bianco che mi par di avere rilasciato durante l’atterraggio.”

Meraviglia delle meraviglie!

Il sogno è auto-diagnosi e auto-terapia, come sostengono anche i seguaci della Psicologia della Gestalt. Darietto conosce la causa del suo conflitto e del suo disagio esistenziale e relazionale proprio perché se la porta dietro durante la caduta e se ne libera prima di atterrare: il cordone ombelicale della madre o la dipendenza dalla madre o la madre sotto forma di legame vitale. Il simbolo del “grande lenzuolo bianco” dice chiaramente di questa distorsione psichica relazionale che Darietto si porta dietro in tutto e per tutto, anche quando vola per il cielo azzurro e s’impatta con le nuvole traforandole. Questa dipendenza dalla figura materna non è per niente “edipica”, non è legata al conflitto “padre-madre-figlio”, ma è una dipendenza primaria e preedipica. Darietto ha avuto oltremodo bisogno della madre sin dalla tenerissima età a causa di qualche malattia o disturbo la cui terapia ha rafforzato la presenza benefica e tutrice di cotanta figura. La relazione è diretta e privilegiata a causa del protrarsi della frequenza e della funzione taumaturgica. Il “grande lenzuolo bianco” a cui Darietto è appeso durante la tormentata e struggente caduta è l’oggetto transferale del bambino che condensa magicamente la madre assente, rappresenta la possibilità e la necessità di abbandonare il paracadute del legame materno al fine di risolvere il suo conflitto psichico tra le opposte tendenze a “sublimare” o a “materializzare”. Il meccanismo onirico della “figurabilità” offre a Darietto il destro per rappresentare la madre nella forma intima di un lenzuolo a cui si aggrappa e da cui si stacca, almeno così gli sembra: “mi par di aver rilasciato durante l’atterraggio”. Darietto non mette in scena la figura paterna e alla fine presenta il conto alla madre a suo vantaggio e in risoluzione di una psicodinamica che ha toccato punte anche drammatiche in riguardo al bisogno di essere tutelato e accudito da cotanta figura, la Madre.

L’interpretazione del sogno inquieto di Darietto si può ritenere abbondantemente conclusa con questa chiosa finale di esaltazione della figura materna provvida e provvidente come la cristiana Madonna e come lo Spirito santo.

ALLA RICERCA DEL VERNACOLO

Ehilà tosa,

come eo ko ghe seo da e to parti?

Sta ti ben,

sta ti mal,

sta ti a tre tubet?

Noialtri in questa tera di terun magnem,

magnem sempre,

magnem tant.

Magnem el pan de Tony,

el pan de Bepy,

el pan de Bortolo.

Magnem anca el pan de tuti i dì,

el pan de casada,

el pan dei poeti morti di fame,

magnem el pan co a soppressa,

magnem el pan e vin come Marcellino.

En sto momento semo tuti Marselin,

spetemo sto Cristo

che sende de a crose

e vien bambin bambin

in de a staleta

col so mus e co a so mucheta,

co a so mama e so pare,

co tute le so robe a posto

e imbrigato ne so strasse de pura lana vergine.

Sperem ch’el vegna al più presto,

perché in tanta desgrassia non ne podemo pi.

E ti?

Cossa eo che ti fa su a brosa de i to monti

in questa normale giornata di ordinaria follia

alla ricerca disperata del mio linguaggio e della mia lingua,

in questo dì de merda

che piove e che nevica,

che tira vento e formeghea,

co e scarpe rotte e le bae girate

in sto paese de matacin,

de strilloni e de comedianti?

A ti fat el buset in te bras?

Mi sie

e stae un benon de dio.

Beata la sienza e li studiadi!

Noialtri semo gnurant e soli,

ma semo tuti anca patrioti

per i skei de a citadinansa.

Me manca me mare

che ogni meodì curava i so gerani sul balcon

co e so mani de perla

e parea che se basava con il moroso,

parea che basava el putel de alora,

de quando el pan de Tony nol ghe sera in casa e in hostaria,

de quando Bepy fasea el mona co e tose nostrane

senza andare in gattabuia per molestie e tanto di peggio,

de quando Bortolo se fracchea le bale davanti alla brava gente

per furegar la sfiga.

Oggi par mi la va cussì,

cussita la va e nol va nianca mal,

doman vedarem de farla andar megio

anca senza le ilusion de a tivù

e i sbaregament del rompicoioni de me pare.

A ti te augure i paneton e i ciucciament,

VINA LIQUES, QUAM MINIMUM CREDULA POSTERO.

Salvatore Vallone

Carancino di Belevedere, 11, 12, 2021

FILASCIOCCA

Pappentone evvivolancio,

la scarpetta ti porta in Francia,

occhimirè,

occhimirè,

spacca mezza tavola

evviva il re.

Mi buttai dal quinto piano

con cinquanta lire in mano,

occhimirè,

occhimirè,

a uscire tocca a te.

Eravamo bambini,

tu e io con altri dieci infanti in mezzo alla strada,

via Emanuele Giaracà,

letterato e poeta siracusano,

al civico 23.

Eravamo bambini,

io e te nell’isoletta di Ortigia,

lo scoglio in mezzo al mare nostrum,

la quaglia che odorava di intimo & privato,

tu e io con altri cento infanti sul lungomare

davanti al carcere barocco dei Borboni,

la casa con un occhio,

un solo occhio che ti guarda e ti sorveglia

e che non è quello della mamma,

è quello della lex,

dura lex,

sed lex.

Eravamo bambini,

tu e io con altri mille infanti nella piazzetta

davanti al tempio di un Apollo desolato,

un Febo non più splendente come nella sua Grecia

e signore del carro del Sole e dei suoi riottosi cavalli,

un dio incredulo di essere sopravvissuto alle grandi e piccole guerre

e di essere sfruculiato nei suoi massi squadrati di calcare

dai piedi puzzolenti di turisti improvvidi,

deriso dall’ignoranza miscredente dei marrani e dei cristiani,

abbandonato ormai dagli Elleni e dai Romani,

ma ancora in piedi in quello spaccato ventoso e opaco di pietra bianca,

fatto di colonne mozzate come la testa dei bestemmiatori

nelle moschee arabe e prossime ai bagni della bonaria Giudecca.

Eravamo infanti,

io e te con gli altri mille e centodieci,

millecentododici in tutto,

di cui dianzi e poco prima,

ma sapevamo parlare,

sapevamo parlare,

eccome sapevamo parlare,

E tutti bene!

Che dico bene: benissimo!

Non ci mancava la parola

e la loquela scorreva liscia e limpida dalle nostre labbra

senza essere toscani o trovatori provenzali

o del dolce stil novo o della lingua d’oca,

tanto meno della scuola poetica siciliana del secondo Federico,

un tedesco che amava la Sicilia più dei siciliani

che fortunatamente allora non c’erano,

che non ci sono mai,

che non ci sono mai stati

perché emigrati nelle colonie greche di Aristotele,

nell’Africa nera di Kunta Kinte,

nelle Americhe del sud e del nord,

nelle scuole e negli ospedali del tossico stivale.

Eravamo infanti,

ma non ci mancava la parola

senza essere Cielo d’Alcamo,

detto Ciullo,

quello del Contrasto,

quello di “Rosa fresca aulentissima ch’apari inver la state,

le donne ti disiano, pulzell’e maritate”,

tragemi d’este focora, se teste a bolontate;

per te ajo abento notte e dia,

penzando pur di voi, madonna mia.”,

il solito seduttore di bambine nei giardinetti pubblici della marina.

Insomma,

non ci mancava la parola,

il Verbo era presso di noi,

il Verbo eravamo noi,

il Verbo abitava in noi.

Venne nella nostra casa

e l’abbiamo riconosciuto e accolto

come il fratello maggiore bersagliere tornato vivo dal fronte russo,

come lo zio Ciccio clandestino e partigiano tornato vivo da Milano,

come lo zio Nunzio clandestino e fuggiasco tornato vivo da Taranto,

come padre Concetto sbandato in Libia e tornato vivo da Roma.

Non tutti erano tornati quella volta,

quella triste e dolorosa volta,

pochi erano tornati,

pochi rispetto ai molti che erano partiti.

La guerra era finita miseramente a Cassibile il 3 settembre del 43,

ma il disastro sfascista non era trapassato remoto,

era presente e presente in atto,

autoctisi,

come l’Assoluto del filosofo di Castelvetrano,

Giovanni,

Giovanni Gentile,

il teorico del Fascismo.

La brutta Morte, però, non era finita

e ricominciava a circolare per tutti,

maschi e femmine,

lunghi e corti,

sani e malati.

Gli Inglesi non avevano dismesso la sbornia assassina in terra straniera

anche se avevano lasciato duecentoventidue dei loro giovani

a dormire il sonno eterno degli ingiusti in un verde cimitero,

tutta gente che non sapeva né parlare,

né leggere e né scrivere in siciliano,

ragazzi che non sapevano perché erano lì e a far cosa.

Eppure erano tutti morti per il Nulla eterno anglosassone,

guidati da un vegliardo goffo con il sigaro in bocca,

giovani vite spente e affidate alla pietà degli uomini giusti e pii di Floridia

che vedi ancora oggi nei tanti cimiteri dall’erba verde e sempre fresca,

buona per le pecore straniere e le capre nostrane

dai mille volti ideologici e televisivi.

E i Tedeschi?

I Tedeschi se l’erano data a gambe a testa in giù

gridando “verrater, verrater”

alle povere mogli senza marito,

alle mamme ricche di sangue con otto figli,

agli increduli vecchi seduti sul secchio delle sventure,

ai bambini gridanti e di coccole aulenti nei cortili,

distruggendo il poco rimasto in piedi in corso Vittorio Emanuele,

in Floridia e al civico 23,

là dove si spegneva madonna Giovanna

sopra il piatto di sangue di un generoso chirurgo,

più bella di Maria e di Egizia.

Loro uccidevano per ferina e ottusa vendetta,

perché era stato detto dal capo:

ipse dixit e io eseguo.

Uomini da uccidere,

donne da stuprare,

vecchi da eliminare,

bambini da includere nel tragico conto della serva.

E gli yanchee?

I variopinti e misti uomini della Provvidenza?

Gli Americani cavalcavano da Palermo a Messina

con i loro Leopard dipinti verde e maculati marrone,

con i loro M112 dipinti di giallo e arancione,

distribuendo pessimo cioccolato e amare Jesterfield,

carne di capra in scatola e sego di maiale per le tartine,

masticando chewingum come gli ebeti nei manicomi,

quelli che abitavano presso gli elettrochoc e le catene,

ingravidando a destra e manca le nostre signorine

e con i napoletani pronti a scrivere la Tammuriata nera.

Ebbene,

in questa Sicilia,

in tanta mite donna di provincia o in tanto tragico bordello

i nostri genitori si erano abbandonati in una notte di maggio,

il tiepido maggio,

il mese delle rose e della Madonna,

ai piaceri della carne e in piena ubbidienza

ai dettami dell’imperante santa chiesa cattolica.

E noi bambini,

figli di tante virtù ed eredi di cotanta vigliaccheria,

noi già pensavamo in grande e alla grande,

aspettavamo il nostro turno per uscire

senza essere mai entrati nell’agone della vita.

E intanto giocavamo a

Pappentone evvivolancio,

la scarpetta ti porta in Francia,

occhimirè,

occhimirè,

spacca mezza tavola

evviva il re.

Mi buttai dal quinto piano

con cinquanta lire in mano,

occhimirè,

occhimirè,

a uscire tocca a te.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 08, 05, 2021