EMPATIA E SIMPATIA “ANCH’IO SONO MADRE”

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“Miky sogna la proprietaria del suo bar, seduta sui gradini fuori che piangeva perché era stanca e perché non aveva tempo per sé.

Miky prova molto dolore nel vedere la sua sofferenza e piange con lei.

I gradini erano tre.”

“Miky sogna di parlare con la madre di una ragazza che conosce e che è vissuta con lei e di cui conosceva i problemi.

La madre è gentile con lei e le dà ragione.

Miky, allora, si chiede perché fino a quando la figlia era con lei, la odiava e, ora che si è rotto tutto, ragiona cordialmente. Si sveglia in lacrime.”

 

I sogni sono anche semplici descrizioni di quel che si vive e di quel che è successo nel giorno precedente e si sviluppano non necessariamente con colossali simbologie e non si raccontano con enfasi retorica. Quest’ultima caratteristica appartiene al sistema difensivo della persona che sogna e non al sogno. Quest’ultimo è di per se stesso complicato nei suoi meccanismi e nelle sue difese, ma spartano nel contenuto perché la gran parte non viene ricordata e quindi viene irrimediabilmente perduta. Ma perché il sogno a volte viene composto come una piccola “divina commedia” o come una breve  “odissea”? Si mettono in atto da svegli le difese dall’angoscia di essere dominati dal sogno durante il sonno e il bisogno di dominare il sogno: un problema di eccessiva vigilanza finalizzata a tenere sotto controllo il proprio materiale psichico traumatico che urge dal profondo e che vuole vedere la luce. La “logorrea” nel sistemare un sogno attesta di una struttura psichica particolarmente angosciata che si cura da sé con il tanto parlare senza chiedersi se l’altro lo segue o è interessato al suo dire.

Il sogno di Miky è il classico esempio di semplicità nella forma e di linearità nel contenuto, ha la sua bella psicodinamica madre-figlia e i suoi giusti meccanismi di difesa. Il sogno di Miky è profondo nel tema evocato e si può sintetizzare in questo modo: “empatia e simpatia”, “sono madre anch’io”, “identità al femminile completata e riconoscimento della madre portato a buon fine”.

Non è decisamente poco e allora avanti con la decodificazione!

Miky condensa nella proprietaria del bar la figura materna e la sua condizione di madre, collocandosi nello stesso tempo come figlia e come madre. Tratta il classico tema della madre stanca e addolorata perché si sente sacrificata  per il benessere dei figli e della famiglia, oltretutto senza essere riconosciuta nel suo ingrato e umile ruolo: il classico tema della donna che ha abdicato al suo benessere e al suo successo per i figli.

Chi non ricorda le lamentele della mamma e le litanie intese a colpevolizzare i figli? “Dopo tutto quello che fatto per te, tu mi ripaghi in questo modo” recita una diffusa lagna dell’augusta genitrice non riconosciuta e non abbastanza amata. Ma c’è di più! Spesso ricorre alla formula della sua frustrazione “tu mi farai morire”, una formula tremenda che lascia strascichi profondi nel tratto paranoico e depressivo dei figli. Le mamme tendono a colpevolizzare i figli e specialmente le figlie, perché con il maschio hanno un vissuto diverso e spesso stabiliscono una relazione edipica all’incontrario.

“Miky prova molto dolore nel vedere la sua sofferenza e piange con lei.”

Il processo d’identificazione nella madre e d’identità al femminile, insieme alla soluzione della pendenza edipica, in Miky  è definito e compiuto. Guarda caso, i gradini erano tre: io, lui e lei. Il numero “tre” condensa la posizione edipica e la famiglia. La simbologia del “pianto” è catartica e rafforza il ruolo acquisito: le lacrime sono parole liquide che liberano il “non nato di sé” ossia quello che si sente dentro e non trova espressione. La prima realtà del “non nato di sé” è l’emozione, di poi la lacrima che si tradurrà in parola. Il “dolore per il “non nato di sé” attesta il meccanismo psichico della “empatia” e della “simpatia, vissuti complessi fatti di senso e sentimento che si possono definire processi.

E’ opportuno soffermarci su questi fenomeni psichici perché ci riguardano quotidianamente. La “empatia” significa letteralmente “dentro l’emozione o il sentimento”o meglio “dentro il senso e il sentimento”. Trattasi della capacità d’immedesimarsi in un’altra persona fino a coglierne, più che i pensieri, gli stati d’animo, i movimenti del senso e del sentimento. Si tratta di un processo d’immedesimazione e di “proiezione” in cui si conserva la coscienza della propria identità. Freud tratta l’”empatia” come una forma psichica che dall’identificazione giunge all’immedesimazione passando per l’imitazione, un meccanismo mediante il quale è possibile partecipare le sensazioni, i sentimenti e le emozioni, il “pathos” di un’altra vita psichica. Fin qui l’empatia!

La “simpatia” si traduce letteralmente “un sentimento e un senso vissuti insieme”, “una sensazione vissuta insieme”, “una partecipazione a uno stato affettivo” che denota un’affinità tra persone e una  comunicazione nel “sentire” sensazioni e sentimenti. In filosofia gli Stoici, (Grecia e quarto secolo “ante Cristum natum”) avevano bellamente esteso questo circuito psichico a tutte le parti dell’universo, un’attrazione magnetica che governava la realtà vivente, uomini compresi. Questo riferimento serve a capire come e quanto la sapienza di oggi è antica.

Tornando al sogno, possiamo affermare che Miky si è immedesimata nella madre perché si è identificata in lei, completando il tormentato viaggio edipico e rafforzando la sua identità femminile. Di poi, la maternità ha portato Miky alla parità dell’esperienza e del vissuto, anche se la madre deve restare una figura carismatica nel bene e nel male e non una semplice figura. Eppure Miky è vissuta con lei e ne ha conosciuto i disagi e le sofferenze, oltre che i pregi e le virtù, ma non l’ha mai colta in questa dimensione umanamente solidale: “Miky sogna di parlare con la madre di una ragazza che conosce e che è vissuta con lei e di cui conosceva i problemi.”

Nel secondo sogno esprime il suo conflitto con la madre legato alla sua visione della madre sofferente nell’accudire i figli e alla sua incapacità di poterla aiutare. La maternità si capisce con la maternità a tre livelli:  fisiologico, psichico e culturale. Il livello fisiologico si attesta nel travaglio, nel parto e nella fatica dello svezzamento e dell’educazione. Il livello psichico si attesta nello sforzo di capire e di alleviare e nella gioia di capire e di alleviare. Il livello culturale si attesta nel ruolo che alla madre viene riservato dalla società in cui vive.

Tornando al sogno di Miky si vede come il rapporto conflittuale con la madre si evolve nel rapporto di “empatia” e “simpatia”: anche Miky piange liberando il passato conflittuale. Le lacrime sono acqua che pulisce i sensi di colpa e libera nuovo benessere.

“La madre è gentile con lei e le dà ragione. Miky, allora, si chiede perché fino a quando la figlia era con lei, la odiava e, ora che si è rotto tutto, ragiona cordialmente. Si sveglia in lacrime.”

“La odiava” conferma un sentimento edipico universale o meglio costante in tutti quelli che hanno bisogno di vivere un padre e una madre: le radici.

“Ora che si è rotto tutto” offre il senso traumatico del distacco, il passaggio dalla dipendenza all’autonomia.  Che termini forti e veri, ragazzi!

La prognosi impone a Miky di allargare la “empatia” e la “simpatia” nei confronti della madre e di prendersi cura di lei quando il tempo sarà severo.

Il rischio psicopatologico si attesta nel senso di colpa in riguardo ai sentimenti negativi verso la figura materna con struggimento per la mancata comprensione di quel tempo in cui era figlia adolescente. Il logorio ossessivo consegue e contribuisce a far cadere la qualità della vita: una psiconevrosi.

Riflessioni metodologiche: la questione che si pone con il sogno di Miky è  come si deve giostrare una mamma nell’accudire se stessa e i figli. La prima condizione è non vivere i figli come limiti ma come variazioni evolutive. In questo modo si riduce la carica aggressiva già implicita nella gravidanza e nel parto. I figli variano la qualità della libertà. Di poi, la mamma non deve assolutamente smarrire l’amor proprio e l’autostima. Deve considerare adeguatamente la sua evoluzione psicofisica nella maternità e farne un fiore all’occhiello della sua natura femminile. La mamma non deve proiettare sui figli i propri vissuti in riguardo ai suoi genitori. Dei suoi vissuti deve mettere in atto quelli positivi e accantonare quelli negativi. La frustrazione materna nasconde altri disagi e quindi è opportuno rivolgersi alla loro soluzione.

Una buona mamma ha tempo per sé e per il servizio amoroso dei figli specialmente se è affiancata da un uomo degno di lei.

 

BETTINA … TRA MAMMA E PAPA’

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“Bettina sogna di trovarsi in macchina con suo padre, sua figlia e suo nipote, ma non li vede in viso. E’ seduta dietro, al volante c’è suo padre. La strada è lunghissima ed è un susseguirsi di dossi che a volte le impediscono di vedere la strada. Bettina segue con gli occhi la strada quando sale e quando scende.

Percorrono un bel po’ di strada, ma Bettina non sa dove stanno  andando.

A un certo punto si trova in una stanza con sua madre e guardano alla “tv”  quel percorso come fosse un “videogame”. Non vedono la macchina del  padre, ma soltanto ciò che accade davanti.

A questo punto la strada comincia a cedere e si formano dei buchi sull’asfalto. Bettina vede un uomo caduto dentro un buco, ma senza auto; un soccorritore lo aiuta e nel frattempo urla a sua madre che non riesce a capire se la macchina dietro a quell’uomo caduta nel buco è quella del padre :”ma non hai capito che la macchina che sta arrivando in quel posto è quella di papà con G. e M. a bordo?!!!!’

Bettina è agitata e si porta le mani alla bocca. E’ sconvolta, ma non ricorda quale espressione avesse sua madre.

A un certo punto si forma una voragine sulla strada. Prima di vedere chi fosse caduto dentro, ha preso il viso di sua madre e l’ha girato perché non voleva che vedesse la scena. Un istante dopo, girandosi a sinistra con il volto, guarda la “tv” e l’inquadratura fa vedere chi è caduto dentro. Bettina vede soltanto il volto di sua madre, praticamente già inghiottita dall’asfalto, con un po’ di rosso in viso e sembra impassibile mentre viene ricoperta dall’asfalto molto velocemente. Bettina urla mentre continua a tenere il viso della madre voltato verso la sua destra. Nel frattempo i soccorritori con le mani cercano di togliere a piena forza e velocemente l’asfalto che ormai l’ha interamente coperta. Bettina a questo punto si sveglia.”

Bettina visita in sogno la madre e il padre o meglio le sue “introiezioni” delle figure genitoriali, i fantasmi in riguardo alla mamma e al papà, i tratti psichici con cui ha incastonato i genitori dentro di lei.

Il sogno esordisce con tre generazioni dentro la “macchina”, il sistema procreativo: padre, Bettina, figlia e nipote. Indiscutibilmente si esibisce un  culto religioso della famiglia, un valore psichico e sociale veramente nobile.  Pur tuttavia Bettina “è seduta dietro” e“non li vede in viso”: Bettina non si è sentita particolarmente importante e valutata nella sua famiglia e non ha avuto piena consapevolezza della realtà psichica in atto man mano che la viveva: Bettina sa che c’è, ma non è particolarmente coinvolta. Riconosce il padre come figura importante della famiglia, “al volante”. La sua vita in famiglia è stata varia con alti e bassi psichici, con coinvolgimenti più o meno coscienti, con umori diversi e con una visione mentale non sempre lucida: “Bettina segue con gli occhi la strada quando sale e quando scende”,

“un susseguirsi di dossi che a volte le impediscono di vedere la strada”.

L’infanzia e l’adolescenza trascorrono insieme al padre che guida la famiglia, ma non dà quella sicurezza e quella chiarezza di cui Bettina ha bisogno:

“percorrono un bel po’ di strada, ma Bettina non sa dove stanno  andando.”

Bettina mostra un’introiezione ambivalente della figura paterna: riconosce il padre come guida, ma non lo ritiene autorevole e rassicurante.

Cambia la scena del sogno e Bettina visita la madre o meglio il modo in cui ha vissuto la madre e l’ha messa dentro: “si trova in una stanza con sua madre”.  La “televisione” e il “videogame” rappresentano una mediazione della tensione nervosa legata alla modalità psichica con cui ha vissuto la madre, così come il “non vedere la macchina del padre” rappresenta una difesa dal sentirsi coinvolta emotivamente nella dinamica familiare e anche  un mancato riconoscimento della funzione paterna rispetto alla figura della madre. Il sogno è particolarmente angosciante e la censura opera i giusti accorgimenti per far continuare a dormire Bettina.

A questo punto l’angoscia in riguardo alla figura paterna si manifesta nella sua interezza. Bettina teme che il padre possa cadere dentro la crepa aperta sull’asfalto della strada e che ci vadano dentro anche la figlia e il nipote. Si profila in Bettina tutta l’angoscia di perdita in riguardo al suo ruolo di figlia e in riguardo al suo ruolo di madre.

I “buchi nell’asfalto” della strada rappresentano i rischi nel cammino della vita, i momenti di crisi e di conflitto vissuti nell’ambito familiare nel corso della sua evoluzione psichica. Bettina rievoca nel sogno la conflittualità con cui ha vissuto i genitori e accusa l’angoscia della perdita del padre, oltre che della figlia.

Ci sono dei soccorritori, figure gratificanti e provvide, ma Bettina teme il peggio e invoca la madre ignara del pericolo incombente. Bettina è cresciuta con l’angoscia della perdita affettiva del padre e non ha trovato nella madre la consolazione che cercava e di cui aveva bisogno:” ma non hai capito che la macchina che sta arrivando”, “non ricorda quale espressione avesse sua madre”.

La simbologia di “cadere” in “una voragine” rievoca un fantasma di perdita affettiva e quindi il sogno di Bettina è dentro questa dimensione depressiva: angoscia legata alla possibile perdita del padre.

Ma, in effetti, la scena successiva dimostra che la madre è coinvolta nella proiezione aggressiva di Bettina: “Bettina vede soltanto il volto di sua madre, praticamente già inghiottita dall’asfalto, con un po’ di rosso in viso e sembra impassibile mentre viene ricoperta dall’asfalto molto velocemente.” Bettina manifesta tutta la sua aggressività nei confronti della madre seppellendola nell’asfalto. A nulla valgono i soccorsi, le giustificazioni per assolvere la figura materna nel suo ingrato e complicato ruolo, alla fine prevale l’aggressività: “velocemente l’asfalto che ormai l’ha interamente coperta.”

Il sogno di Bettina attesta i vissuti nei riguardi dei suoi genitori. Verso il padre vive l’angoscia di perdita, verso la madre vive l’aggressività. Questi sono i fantasmi dominanti del sogno di Bettina offerti in una cornice discorsiva con la presenza di alcuni simboli dominanti.

La prognosi impone a Bettina di mettere a posto le figure dei genitori dentro di lei e di portare a soluzione la posizione edipica riconoscendo i ruoli imposti dall’economia psichica della coppia e della famiglia. Se la madre è stata vissuta in maniera autoritaria e prepotente è anche perché il padre ha delegato e ha lasciato vuoto lo spazio che necessariamente la madre doveva beneficamente occupare nell’accudire i figli. Il solito discorso dei sociologi: dove c’è un vuoto di potere, qualcuno lo deve occupare. E’ necessario che Bettina si identifichi nelle parti migliori della madre per avere una sicurezza in se stessa e nella sua figura di madre. Il padre lo può anche lasciare nella tenerezza protettiva con cui lo ha avvolto. Ribadisco: curi la sua identità psichica, identificandosi nel meglio della madre.

Il rischio psicopatologico si attesta in un conflitto d’identità nel suo essere  figlia e nel suo essere madre, una psiconevrosi isterica con somatizzazioni qualora la tensione nervosa accumulata non viene scaricata per i giusti  canali. Sono, inoltre, possibili difficoltà affettive e relazionali per eccesso di autonomia o di dipendenza. Una via di mezzo è auspicabile.

Riflessioni metodologiche: il mio metodo di decodificare i sogni. Alla luce del buon gradimento avuto dal mio “blog” in segno di ringraziamento spiego come opero sin dal momento in cui ricevo un sogno. Lo leggo e lo lascio ristagnare una notte nella memoria. Di solito intuisco di notte la profondità e i significati nascosti e le psicodinamiche sottili. Di poi vomito sulla tastiera la prima vendemmia dei dati ricorrendo alla memoria della mia pratica clinica. Lascio decantare quello che ho volgarmente depositato. Dopo due giorni passo alla pulizia dei dati buttati giù in modo isterico e li elaboro in maniera accurata controllando la correttezza dei simboli con il mio personale “dizionario dei simboli onirici” che conta quasi trentamila voci. Alla fine del quarto giorno passo alla limatura estetica dell’eloquio e alla duttilità del dire le peggiori verità. In tutto questo trambusto mi sento mentalmente vivo e affettivamente appagato. Prossimamente pubblicherò la mia teoria sul sogno, un discorso più tecnico e meno discorsivo delle interpretazioni, ma la spiegherò in maniera democratica ossia accessibile anche agli appassionati e ai cosiddetti non addetti ai lavori. Intanto grazie a tutti quelli, meglio quelle, che hanno dimostrato interesse e partecipazione.