NOSTALGIA

E’ morta una stella lontano.

Si è spenta una luce lontano,

accesa in un tempo lontano.

Una luce arriva oggi dal passato,

una luce di polvere nella polvere,

pulvis in pulvere,

lumen ex lumine.

Un libro contiene la vita e la morte,

l’Ecclesiaste contiene l’esperienza traumatica della perdita.

Cosa mi succede,

adesso,

soltanto perché ti ho profondamente amato?

Si spalanca un vuoto

e attendo una fatica gradevole

per ritornare a vivere,

per perdermi insieme a chi ho perduto.

Lutto e nostalgia sono grimaldelli

per restare vicini senza dolore

mentre m’inghiotte il passato.

mentre si esalta il futuro,

il progetto,

l’intraprendenza.

Il lutto e la nostalgia hanno lo sguardo rivolto all’indietro,

sono le risorse per essere capaci

di non smettere mai di nascere.



Salvatore Vallone



Harah Lagin, 04, 03, 2024



REGINELLA

O Reginella,

mia salvezza eterea e celestiale,

donna delle mie brame e del mio reame in quel di Napoli,

oggi distrattamente ti penso in Ortigia

e inevitabilmente ripenso al fior caduco dei tuoi gentili anni,

un fiore reciso nel pieno rigoglio della giovinezza

dalla furia omicida di un bieco assassino.

Non hai avuto il tempo di cantare con me

mentre si mangiava pane e cirase,

non abbiamo avuto il tempo di baciarci con i pizzilli e senza.

Che vase, che vase!

La gelosia porta soltanto ghirlande intrecciate a lutto

e crisantemi di tutti i colori.

Bum, bum,

la rivoltella di un pazzo ha fatto bumbum

e ancora bumbum.

O Immacolatella napoletana,

o Madonna del Carmelo siracusana,

hanno ucciso Reginella in via Claudio Mario Arezzo al civico 32.

Correva il malefico 1948.

Salvatore Vallone

Karancino, 20, giugno, 2023

FIAT LUX

FIAT LUX

Così ritorni al punto di partenza per la nuova corsa,

sudato come un ragazzo e con le scarpe stracce,

che, tanto, a cosa servono ora?

Non più piedi,

né gambe,

né volto,

che regali al ricordo di chi resta.

Ora il pensiero diventa sguardo,

si sofferma su un paesaggio caro,

sui volti storditi dall’assenza,

sul tempo che sembrava sempre poco

e che adesso ti si spalanca dentro.

Un po’ ti invidio,

se non facesse male.

Sab

Trento, 17,11, 2020

ET LUX FACTA EST

E così sono tornato al punto di partenza,

pronto per la nuova corsa,

come disse Gautama Buddha,

sudato come un ragazzo e con le scarpe stracce,

come disse mia madre,

che tanto,

a cosa servono le scarpe?

Non ho più piedi per camminare,

né gambe possenti per pedalare la bici verde di Salvatore

sulla strada che porta a Floridia,

né volto da regalare al ricordo di chi resta

e invoca un mio segno,

un mio messaggio da spalmare nell’album di famiglia,

come la Nutella,

e per lenire le angosce della fine,

come un disperato che si vota al sacerdozio.

Il mio sguardo è diventato pensiero,

i miei occhi cerulei sono ancora vispi

come quelli di un bambino assetato di vita.

Sono energia,

Verbo,

e mi posso soffermare su un paesaggio caro,

sui volti storditi dall’assenza,

sul tempo che sembrava sempre poco

e che, adesso, mi si è spalancato dentro,

sullo spazio che si riduceva nei teoremi di Talete e di Pitagora

e che, adesso, mi si stende all’infinito.

Un po’ mi invidio,

se non facesse tanto male la dipartita.

Adesso penso

e penso che c’è qualcosa di nuovo oggi nel sole,

anzi d’antico,

io vivo altrove

e sento che da te,

nella valle dell’Anapo,

il fiume che non si vede,

sono nati i cardi mariani e le cicoriette selvatiche.

Penso che tu non sai,

che tu ignori,

che tu arranchi.

Cosa sai, tu, della notte che si affida alla luce?

Cosa sai, tu, del buio che si sposa con la bionda chioma di Aurora?

Cento paia di scarpe ho consumato per Lei ritrovare,

per ritrovarmi con Lei e con il sole in fronte

a cantare beatamente le dolci nenie di quella madre

che da bambino mi pettinò con i bei capelli a onda,

adagio,

adagio per non farmi male.

Sappi che io sono partito

e ho lasciato sul tavolo della cucina,

là dove la Morte non può entrare,

i resti di un pasto di lenticchie consumato nella luce della Sicilia

con i versi di pochi vati e di alcuni poeti,

con le foto dei miei cari vicino alla stufa economica

che bruciava la legna dell’ulivo e dell’arancio,

del limone e del mandorlo.

Ho lasciato sul vecchio canterano di legno antico,

tra il pianoforte restaurato da mio padre Paolo

e la credenza di faggio della nonna Agata,

quel poco che mi serviva a respirare

in quella stagione di fame e di inedia.

Tutto questo adesso non c’è e non serve.

L’assenza è la sorellastra dell’eternità,

te l’assicuro

e te lo dico adesso che so

quanto languore si stende ogni notte sui cuscini di seta

per la mia breve presenza sotto il tetto della mia casa,

passando tra Omero e l’ira funesta di Achille,

soggiornando presso il benemerito Istituto nautico di piazza san Giuseppe,

costruendo con pazienza solerte e creativa i miei intramontabili amori.

Ho contato dodici giorni di agonia

per colmare una vita di pensiero e di azione.

Adesso non mi servono le gambe

per arrivare all’ora che volge al desio

e ai naviganti intenerisce il core,

quel cuore che non invidio

e che si è spento tra le pareti di una casa buona

per ritrovare finalmente colei che solo a me par donna,

per dire grazie a nostra sora morte corporale.

Sal

Carancino di Belvedere, 20, 11, 2020

LE OTTO BECCACCE DI MIO FRATELLO

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Ho sognato mio fratello, che è mancato a fine agosto, che mi faceva vedere con soddisfazione il suo bottino di caccia: 8 beccacce e sorridendo mi ha detto “dai, vieni anche tu!”
Stefano

DECODIFICAZIONE – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Appena ho ricevuto questo breve sogno, mi son detto: “troppo poco, non si può tirare fuori un granché anche se la psicodinamica è abbastanza chiara”. Avevo deciso, allora, di rispondere in privato a Stefano tramite mail, ma poi mi sono ancora detto: “se provo ad andare a ruota libera sul tema, può venir fuori qualcosa di interessante”.
Ed eccomi qua, ma prima chiedo venia delle tante digressioni.
Il fratello di Stefano “è mancato a fine agosto”. Dopo tre mesi Stefano è in pieno cordoglio: “cuore dolente”. La sua Psiche ha appena percepito la perdita e si sta difendendo dall’angoscia di morte, quella collegata al “fantasma” personale, quello che Stefano ha elaborato da bambino in riguardo all’abbandono, quel vissuto depressivo di perdita in riguardo a coloro che lo accudivano e lo proteggevano in quel momento della sua vita, i suoi genitori, quelli che in seguito sono stati oggetto di conflitto durante la lunga “posizione edipica”. L’evento della morte del fratello è stato elaborato dall’Io razionale, depositario e gestore del “principio di realtà”, ma non è ancora efficacemente pervenuto nelle sfere profonde della Psiche a causa dell’azione dei “meccanismi” e dei “processi” di difesa dall’angoscia. Mi spiego: Stefano sa della morte di suo fratello, ma non ha ancora sistemato il “fantasma della perdita” e ha appena iniziato a “razionalizzare il lutto”. Stefano è tutto preso dalla reazione emotiva al fenomeno psicofisico della morte, piuttosto che dalla reazione emotiva alla perdita del fratello. E’ stato colpito dal fatto che la Morte ha bussato alla sua porta e si è difeso mettendo una barriera tra l’evento reale e l’emozione, in attesa di organizzare al meglio la perdita del fratello e il dolore collegato. Possibilmente ha usato il meccanismo di difesa dall’angoscia dello “isolamento” scindendo il sentimento dalla conoscenza e dimostrando una certa freddezza di fronte al lutto. Oppure ha rimosso l’evento, ha intellettualizzato la perdita ricorrendo alla filosofia sulla morte degli Esistenzialisti, ha esorcizzato l’angoscia in mille rituali e in altrettanti riti, ha scelto di volgersi contro se stesso ossia di colpevolizzarsi e di espiare la colpa con un disturbo psicosomatico, ha spostato l’angoscia di morte in un oggetto da adorare o feticcio, si è dato da fare in maniera isterica nell’attività lavorativa o del volontariato, ha sublimato l’angoscia in attività socialmente utili. Questi “meccanismi” e questi “processi” di difesa sono “psiconevrotici”, inducono un conflitto più o meno pesante che non porta alla perdita del contatto con la realtà. Ma esistono e si possono istruire meccanismi di difesa dall’angoscia più pericolosi, “psicotici”, perché inducono la perdita temporanea del “principio di realtà” e la formazione del delirio. Esemplificando, nella risoluzione dell’angoscia del lutto si può usare la “negazione” che la persona è morta, la “fuga dalla realtà” che non si può accettare, il “controllo onnipotente”, la “dissociazione dell’Io”. Una perdita di autocontrollo e un’evasione dalla verità oggettiva di fronte a un evento luttuoso e a un impatto tragico con la morte rientrano nella cosiddetta “normalità”. Importante è il progressivo rientro e ripristino delle funzioni dell’Io e del “principio di realtà”, magari istruendo un “meccanismo di difesa” psiconevrotico e procedendo verso la salvifica “razionalizzazione” del lutto. Il “processo secondario”, l’uso della ragione e dei principi logici di aristotelica memoria, deve fare la sua parte e avere il sopravvento per la riconquista dell’equilibrio psicofisico migliore possibile nelle condizioni esistenziali date.
Questo è un breve riepilogo di quali “meccanismi” e “processi” psichici ci difendono dall’angoscia. Resta aperta la ricerca di quali modalità di difesa ha istruito Stefano in reazione al lutto del fratello, un evento tragico che ha scatenato emozioni e vissuti pregressi maturati nei suoi riguardi. Fermo restando che Stefano è in cammino verso la “razionalizzazione” del lutto, verso la presa di coscienza della morte effettiva del fratello e che sta stemperando l’angoscia nel dolore, è opportuno rispiegare meglio come avviene questo naturale decorso. La persona colpita da un grave lutto e da una significativa perdita elabora immediatamente il suo “fantasma” depressivo di morte e vive le sensazioni d’angoscia in riguardo alla sua morte. Ma siccome non è la sua morte e la propria morte è l’unica esperienza umana che non può essere vissuta, inizia il decorso di un trambusto psicofisico che nello spazio temporale di circa due anni viene portato a piena consapevolezza. L’angoscia lascia il posto al dolore per opera progressiva dell’azione dell’Io attraverso il “processo secondario” e la “razionalizzazione”. Si evolve la consapevolezza della perdita proprio superando la sfera personale, la mia morte, e passando alla sfera reale, la sua morte. Si è proceduto dalla sfera del “fantasma” alla sfera della conoscenza logica, emotivamente dall’angoscia al dolore. Quindi, va da sé che l’angoscia è la reazione emotiva e nervosa del “fantasma”, mentre il dolore è la reazione emotiva e nervosa della conoscenza di un evento e della presa d’atto di un dato reale.
Ancora: ma che cos’è il dolore nell’esperienza del lutto, come si risolve e cosa ci insegna?
Il sentimento e il senso del dolore si attestano non soltanto nella consapevolezza della perdita, ma soprattutto nella consapevolezza di quello che non è stato vissuto e che poteva essere vissuto con la persona defunta. Il dolore si risolve con la progressiva “razionalizzazione” e insegna a godere al massimo possibile le nostre relazioni e i nostri affetti durante il naturale decorso della vita. In tal modo si attutiscono e si risolvono anche i sensi di colpa che immancabilmente ci lascia in eredità la persona che muore e non per suo volere, ma per nostro automatico processo. L’esercizio quotidiano degli affetti lascia poco spazio e poco tempo all’angoscia e favorisce il decorso del dolore. Nelle esperienze ineluttabili della morte, una malattia incurabile, è terapeutico per chi sopravvive godere e gustare la persona che attende la dipartita. Risolti i rimpianti, i rancori e le nostalgie, il vissuto verso la persona defunta è umanamente corretto e psicologicamente sano. I sensi di colpa non avranno motivo di circolare nei circuito psichico e di non essere espiati con le crisi di panico e le somatizzazioni delle energie nervose scappate al controllo dell’Io.
Ancora una domanda è lecita e opportuna, propriamente indicata al nostro caso: “i processi primari che elaborano il sogno come compongono e manifestano l’esperienza del lutto? Cade proprio a fagiolo questa domanda proprio perché Stefano ha sognato il fratello defunto da pochi mesi e ha elaborato una trama particolarmente eccentrico e originale: ”mi faceva vedere con soddisfazione il suo bottino di caccia: 8 beccacce e sorridendo mi ha detto “dai, vieni anche tu!”.
Di poi verrà l’interpretazione, ma è ancora opportuno dire che il sogno è terapeutico perché organizza e indirizza l’angoscia verso la presa di coscienza attenuandone notevolmente la carica nervosa. Quest’operazione di purificazione e di stemperamento avviene nel sonno e durante il sogno proprio perché quest’ultimo è camuffato dai “processi primari” e l’autore non capisce il vero significato e può continuare a dormire e a scaricare le tensioni. Il sogno pone il problema, rievoca il trauma, riesuma il dolore e induce a riflettere. Il sogno dice anche del progressivo grado di “razionalizzazione del lutto” e dei vissuti che hanno contraddistinto la conoscenza e la frequenza del caro estinto. Il sogno non si esime dal dire anche i vissuti intimi e privati, quelli che opportunamente decodificati servono a portare avanti la presa di coscienza.
Questa benefica opera di “pulizia del camino” mi accingo a fare nell’interpretare il breve sogno di Stefano.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Ho sognato mio fratello, che è mancato a fine agosto, che mi faceva vedere con soddisfazione il suo bottino di caccia:

Stefano ha subito un grave lutto e sogna dopo alcuni mesi il fratello in versione vivente e attiva, in piena lena e nel pieno delle sue conquiste, pienamente appagato e orgoglioso. Lo sogna in una “posizione psichica narcisistica”, in una decisa esibizione delle sue capacità e del suo potere. Stefano rivive in sogno il suo vissuto, l’immagine psichica introiettata e dominante del fratello: l’uomo capace, volitivo, ottimista, esibizionista, pieno di sé, aggressivo e affermativo. Usa il “meccanismo psichico di difesa” della “proiezione” per comunicare il suo desiderio e il suo bisogno di padroneggiare meglio l’amor proprio e l’autostima, per migliorare il suo naturale narcisismo e per essere aggressivo nel modo giusto verso il mondo esterno e nelle relazioni intriganti.
Vediamo i simboli: “mi faceva vedere” condensa l’esibizionismo narcisistico, la “soddisfazione” contiene la capacità di pienezza psicofisica, “bottino” significa pragmatismo e utilitarismo, “caccia” rappresenta l’aggressività e la pulsione sadomasochistica nonché gli investimenti di libido di qualità seduttiva.
I simboli confermano l’immagine descritta in precedenza e, nello specifico, la capacità affermativa e il primato riconosciuti da Stefano al fratello defunto, un vero leader e non certo un gregario, un uomo che insegna e in cui si può identificare. Il “sentimento della rivalità fraterna” si è sublimato nel sentimento benefico dell’invidia, del “vedo in te” quello che mi piacerebbe avere.

“8 beccacce e sorridendo mi ha detto “dai, vieni anche tu!”

Stefano ha maturato una proficua stima e un valido apprezzamento nei confronti del fratello nel corso della sua adolescenza e giovinezza. Ha anche istruito una buona “identificazione” in alcuni tratti psichici caratteristici del fratello e nello specifico l’abilità aggressiva e la capacità seduttiva. Le “beccacce” rappresentano simbolicamente nel contesto il frutto di un’opera di seduzione operata da un maschio narcisista. Stefano si fa dire in sogno dal fratello di associarsi a lui nell’esercizio della seduzione e nell’esibizione della virilità. La beccaccia ha una simbologia fallica “in primis”, ma “in secundis” coniuga l’aggressività sessuale con l’arte della seduzione. A Stefano, che sta sognando, si pone il dubbio di cosa il fratello defunto ha voluto comunicargli, ma, in effetti, la domanda corretta è la seguente: “cosa ho fatto dire a mio fratello e cosa ho proiettato di mio in lui?” La risposta è la seguente: “ho sognato le caratteristiche psichiche che ho sempre apprezzato in lui e che ho desiderato per me.” Un altro risvolto del sogno è legato alla superstizione e all’immediato pensiero sul “dai, vieni anche tu!” Si tratta di un sogno metafisico in cui mio fratello mi vuole con lui e mi esorta a morire per andarlo a trovare? Anche questo pensiero è legittimo nell’immediato risveglio, ma si sa che il sogno non ha proprietà metapsichiche e metafisiche, tanto meno magiche e stregonesche. Abbiamo detto che Stefano ha proiettato i suoi bisogni di assimilare le doti maschili del fratello. Si tratta di una “identificazione” desiderata e maturata in vita e, nello specifico, di somigliargli nell’arte della seduzione, nella virilità e nell’aggressività. Aggiungo che Stefano colora il fratello con tinte narcisistiche accese e direttamente proporzionali alla sua umana ambizione di emergere socialmente e di avere successo con le donne.
Vediamo i simboli: “otto beccacce” rappresentano un rafforzamento della virilità e dell’affermatività aggressiva maschile, “sorridendo” condensa la seduzione e l’ammiccamento finalizzati al coito, “detto” comporta il dono della parola e la libido genitale, “dai” è un rafforzamento psichico e un alleato, “vieni anche tu” esprime il desiderio di assimilazione e di identificazione.
Questo è abbondantemente quello che dovevo al breve ma succoso sogno di Stefano.

PSICODINAMICA

Il sogno di Stefano svolge la psicodinamica dell’apprezzamento e dell’identificazione nell’abilità seduttiva e nella virilità del fratello defunto. Si suppone che ci sia stato nell’infanzia il sentimento della “rivalità fraterna”, ma il sogno verte sul rilievo dei tratti narcisistici del fratello e sul desiderio di assimilarli.

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

La simbologia è stata abbondantemente trattata in corso d’opera.

Il sogno di Stefano rievoca l’archetipo della sessualità maschile in versione narcisistica.

Il “fantasma” in circolazione riguarda il corpo e l’esercizio degli investimenti di “libido narcisistica” e in prospettiva anche “genitale”. Non dimentichiamo che le beccacce sono “otto” e che l’identificazione è fortemente sollecitata.

Il sogno di Stefano presenta in atto le seguenti istanze psichiche: “Es” pulsionale rappresentazione dell’istinto in “ il suo bottino di caccia: 8 beccacce” e in “e sorridendo mi ha detto “dai, vieni anche tu!”, “Io” razionale e vigilante in “Ho sognato mio fratello, che è mancato a fine agosto, che mi faceva vedere”. Il “Super-Io” censorio e gestore del limite non è pervenuto.

Il sogno di Stefano snocciola la “posizione psichica narcisistica” con un occhio ben proteso verso la “posizione psichica genitale” e con un richiamo alla “posizione anale” e alla “libido sadomasochistica”: “mi faceva vedere il suo bottino di caccia: otto beccacce”.

Stefano usa nel sogno i seguenti “meccanismi psichici di difesa”: la “condensazione” in “bottino” e in “caccia” e in “beccacce” e in “sorridendo”, lo “spostamento” in “mi faceva vedere” e in “dai, vieni anche tu”, la “proiezione” in “il suo bottino di caccia”, la “identificazione” in “vieni anche tu”.

Il processo psichico di difesa della “regressione” è presente nei termini previsti dalla funzione onirica: azioni al posto dei pensieri e allucinazioni. Non è dato di rilevare nessun tentativo di “sublimazione”.

Il sogno di Stefano presenta uno spiccato tratto “narcisistico” all’interno di una organizzazione psichica reattiva “genitale”: “otto beccacce” e “sorridendo”.

Le figure retoriche elaborate da Stefano nel suo sogno sono la “metafora” o relazione di somiglianza in “bottino di caccia” e in “beccacce”, la “metonimia” o nesso logico in “otto” e in “sorridendo”.

Il sogno di Stefano può essere stimato la “allegoria del narcisismo”: “mi faceva vedere con soddisfazione il suo bottino di caccia: 8 beccacce”.

La “diagnosi” dice di un processo di “identificazione” ancora in corso ed emerso nella contingenza drammatica del lutto: desiderio e bisogno di aggressività affermativa e di volitività seduttiva.

La “prognosi” impone a Stefano di portare avanti la “razionalizzazione del lutto” risolvendo progressivamente l’angoscia e lasciando emergere il dolore della perdita, ma soprattutto di gradire il dono attribuito al fratello defunto di raggiungere la consapevolezza della sua ammirazione verso le abilità seduttive e di portarle a buon fine per il miglioramento della qualità delle relazioni significative e importanti. L’apprezzamento nasconde il desiderio.

Il “rischio psicopatologico” si attesta nella frustrazione del desiderio e del bisogno e in una psiconevrosi isterica con conversione delle tensioni inappagate e non scaricate in sintomi fastidiosi che abbassano la qualità della vita corrente.

Il “grado di purezza onirica”, la contaminazione del sogno da parte della ragione vigilante appena Stefano si sveglia e immette la logica narrativa nel ricordare quello che ha sognato, é “buono” semplicemente perché il prodotto e breve e dal sapore metafisico: comunicazione inquietante dall’aldilà.

Il “resto diurno” del “resto notturno”, la causa scatenante del sogno di Stefano, si attesta in una sofferenza in riguardo al lutto e in un ricordo spontaneo dei modi di essere e di esibirsi del fratello.

La “qualità onirica” si attesta nella tendenza metafisica che rende il sogno particolarmente “metapsichico”: al di là della scienza psicologica e delle teorie conclamate e sperimentate nella pratica clinica: “dai, vieni anche tu!”.

Stefano ha sognato nella “seconda fase del sonno REM” alla luce del contenuto tensivo, il lutto, e della stranezza della trama. Per inciso, ricordo che le teorie scientifiche contemporanee affermano che il sogno avviene anche nelle fasi del sonno NONREM nonostante la catatonia e la quasi assenza di memoria. Già la trama si ricorda male nelle fasi REM, figuriamoci nelle fasi catatoniche.

Il “fattore allucinatorio” o l’esaltazione delle funzioni sensoriali si manifestano nel senso della “vista” in “mi faceva vedere” e dello “udito” in “mi ha detto”. Per il resto Stefano sogna in maniera composta le stranezze inquietanti della sua elaborazione psichica.

Il “grado di attendibilità” della decodificazione del sogno di Stefano è “buona” alla luce della chiarezza della simbologia e della psicodinamica, per cui il “grado di fallacia” é minimo.

DOMANDE & RISPOSTE

L’interpretazione del sogno di Stefano è stata analizzata da un lettore anonimo che non si è voluto qualificare. Alla fine ha posto le seguenti domande.

Domanda
Certo che il sogno era breve e lei ci ha tirato fuori un casino di roba, tanta roba, troppa roba per essere vera.

Risposta
Eppure ti dirò che mi sono moderato e che tutto quello che ho scritto risponde a verità, nel senso che si poteva dire e scrivere. Non era un sogno difficile da interpretare, era un sogno ricco di agganci e di riferimenti. La tanta roba che ho tirato fuori attesta quanto siamo ricchi dentro e quanto siamo semplici e complessi nello stesso tempo.

Domanda
E’ sicuro che i sogni non hanno niente a che vedere con i morti? Io ho sentito dire che i nostri defunti vivono accanto a noi in una dimensione parallela e che ci guidano, ci aiutano e ci assistono mentre viviamo e quando moriamo. Sognandoli entriamo nella loro dimensione e comunichiamo con loro in maniera difficile da capire a volte.

Risposta
Ho sentito anch’io questa storiella che è frutto dei desideri dei vivi o dei superstiziosi, di chi ha tanti sensi di colpa o di chi è rimasto dipendente dai propri morti. Insomma posso considerarla una “fantasticheria” o un “sogno a occhi aperti” o un “delirio” e potrei interpretarla o decodificarla.

Domanda
Addirittura! E che cosa significa questa fantasticheria?

Risposta
In soldoni e in sintesi significa che il morto ce l’hai dentro e te lo porti dietro perché è tutta roba che ti riguarda, conflitti psichici che riguardano tutto quello che non riesci a far nascere di te, il “non nato di te”. Stai attento anche perché si usano meccanismi psichici di difesa pericolosi per l’equilibrio psichico come la “scissione”.

Domanda
Anche le fantasie si possono spiegare adesso come se fossero delle cose reali. Ma se sono fantasie? Lo dice la parola stessa che non esistono nella realtà.

Risposta
Le fantasie sono dei prodotti psichici più reali del re e della realtà messi insieme. Fantasia significa allucinazione, ciò che appare nella luce e la parola deriva dal greco antico. Le fantasie sono realissime e sono strumenti di diagnosi e di conoscenza psicologica proprio perché risalgono dal profondo psichico, dalla parte sommersa dell’icesberg, quella che non si vede e che sostiene la parte emersa. La fantasia sfugge al controllo dell’Io razionale perché quest’ultimo nell’immediato non la capisce e non la sa interpretare. La fantasia tradisce il materiale psichico indicibile e censurato, condensa quello che non si può dire e comunicare. La fantasia è come il sogno, un sogno a occhi aperti.

Domanda
Io sono una persona semplice e vado con il senso comune. Ma perché la beccaccia è simbolo del sesso maschile?

Risposta
Non si può sapere tutto, ma la domanda che fai non ha una risposta semplice perché la spiegazione affonda le sue radici nella notte dei tempi. Mi spiegherò al meglio possibile. La beccaccia è un condensato del fallo perché in un’unica rappresentazione si intersecano molte catene associative e le energie relative. I “processi psichici primari” elaborano la beccaccia riscontrando una similarità o una somiglianza con l’organo sessuale maschile e associano le emozioni collegate all’attività sessuale maschile. La cultura ufficiale popolare usa il termine “uccello” per intendere lo stesso oggetto genitale. Esistono varianti sul tema degli uccelli che volando cercano di posarsi nel posto giusto. La beccaccia becca e viene associata alla funzione penetrativa del pene. Anche a livello figurativo ha una certa somiglianza alla struttura del sesso. In ogni caso è difficile rispondere alla tua semplice domanda e spiegare bene il perché della simbologia della beccaccia.

Domanda
Io so che con il termine uccello si intende l’organo, ma capisco anche che la storia si tramanda ed è ricca. Comunque ho capito. Mi dica se Stefano può essere contento di quello che lei ha scritto.

Risposta
Contentissimo e semplicemente perché può sapere qualcosa di più di sé e dei vissuti e dei sentimenti verso il fratello. Può tranquillizzarsi. Stefano sa che i sogni non sono banali nella loro apparente assurdità e tanto meno superstiziosi. Sono sicuro che ne farà tesoro.

Domanda
Senta, io ho dei simboli che lei non potrebbe mai spiegare perché li ho inventati io quand’ero bambino. Come la mettiamo?

Risposta
Bella provocazione! E’ una questione che si dibatte anche tra gli specialisti. Ti dico e ti spiego cosa penso io. La funzione simbolica è umana e si usa abbondantemente nell’infanzia. E’ personale e io non potrei mai sapere che il tuo “ciuccino” è un tuo amuleto ed è simbolo di non so cosa. Siamo d’accordissimo. E allora, se tu vai in psicoterapia psicoanalitica spiegherai il tuo sogno e i tuoi simboli durante il trattamento e il tuo analista potrà capire e spiegarti meglio le psicodinamiche e i significati del tuo sogno. Ma tu hai formato questi simboli quando eri dentro una campana di vetro o mentre vivevi insieme agli altri? E non puoi essere stato condizionato o influenzato dalla cultura o dai genitori o dagli insegnanti? Certamente sì. E allora tu pensavi di essere originale, ma sei stato condizionato e hai seguito senza accorgertene e senza volerlo gli insegnamenti sociali. Resta però verissimo che tu hai una capacità creativa che io non potrò mai spiegare se tu non mi dici i significati dei tuoi simboli. Resta vero che durante i trattamenti analitici i sogni si spiegano in seduta e li spiega il paziente con l’aiuto dell’analista. Ma vuoi che in un sogno che tu fai ci sia tutta farina del tuo sacco e non ci sia un simbolo collettivo o un archetipo o simbolo universale? Io penso che un sogno è il risultato di un complesso lavoro simbolico dove l’individuale si sposa con il collettivo perché noi siamo animali sociali e culturali nel senso che formiamo e usiamo schemi e segni o significanti che hanno un significato individuale e collettivo. Esempio: il tuo “ciuccino” in ogni caso ti riporta alla figura materna e alla sfera affettiva, “posizione psichica orale”, anche se tu gli hai dato un altro significato simbolico.

Domanda
Ho capito quello che ha detto e sono d’accordo. A volte lei è difficile da capire, ma, se vuole, si sa spiegare anche bene. Non avrei altre domande. Anzi, le chiedo di chiarirmi la “posizione edipica” e di dirmi se bisogna andare d’accordo con i propri genitori sempre, anche quando ti hanno fatto del male.

Risposta
A suo tempo ho scritto e suggerito di adottare i genitori nell’età senile e di goderli al massimo per un nostro benessere psicologico. Ma esistono i genitori che fanno del male ai figli? Risposta affermativa. Esistono genitori che per loro scompenso psichico fanno tanto male ai figli. Pur tuttavia, bisogna riconoscerli sempre come le nostre origini e il nostro fondamento psichico, come i “segni” dei nostri “significanti” e dei nostri “significati”, come coloro che ci hanno istruito sin dalla tenera età. Rifiutarli è come rifiutare una parte psichica consistente e basilare di noi stessi. Bisogna essere migliori, se loro sono stati pessimi e aiutarli nella loro vecchiaia a morire bene. Bisogna che noi ci congediamo da galantuomini dai nostri genitori. Per quanto riguarda la “posizione edipica” dico che si attesta nella conflittualità che ogni figlio vive normalmente nei riguardi dei genitori. E’ un lungo periodo di turbolenza emotiva e sentimentale, ma è fondamentale per la formazione della “organizzazione psichica reattiva” ossia del carattere o della personalità o della struttura. Dalla risoluzione progressiva di questa dialettica emergono le modalità d’investimento della libido, di amare e di relazionarsi.

Domanda
Quale canzone ha scelto per il sogno di Stefano?

Risposta
Non potevo aver dubbi: “Mio fratello” cantata da Biagio Antonacci e scritta da un siciliano doc, Mario Incudine, uno che non compone canzoni e non scrive versi, ma “cunta i cunti”, “racconta i racconti”. L’argomento è pari pari quello del sogno: un fratello leader e innovativo, effervescente e creativo che desta sentimenti ambivalenti, interesse e repulsione proprio per la sua vena poetica.

Domanda
Cunta i cunti?

Risposta
Anche Camilleri racconta i racconti ascoltati dal nonno e dalla nonna o dalla gente che lo circondava nella sua infanzia. Scrivere non equivale a creare, ma a ripetere in maniera personale, una contaminazione di quello che è stato detto e che si può ripetere innovando soltanto la forma per essere capito. Ho tradotto il brano in dialetto siciliano per meglio afferrare il senso della poetica popolare di Mario Incudine, ma la musicalità del dialetto è già una poesia sonora che è messa dentro i significati del testo italiano, oltretutto esaltati dalla voce limpida di Biagio Antonacci.

“Tu che guardi me,
pensa a guardare te stesso.
Lasciami vivere,
nessuno mi può giudicare.
Tu che guardi me,
pensa a guardare te stesso.
Lasciami cantare,
questa è soltanto una canzone.
Abbassate tutti gli occhi,
se vi trovate davanti agli specchi,
perché tutto quello che non si può nascondere
brilla come la luce del sole.
Tira la pietra chi è senza peccato,
non c’è condanna,
non c’è condannato.
Ho visto il mondo rivoltato.
La pecora zoppa insegue il lupo.

 

ANCORA SULLA RAZIONALIZZAZIONE DEL LUTTO

“MANGIA, MANGIA !”

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Offrivo da mangiare a due persone, ma le mie premure erano rivolte all’uomo che era mio marito morto da tanti anni.
Aveva un volto diverso che non mi stupiva perché non lo vedevo da tanto tempo.
Era serio in viso, quasi inespressivo, e io gli offrivo un ragù di carne e gli dicevo premurosamente “mangia, mangia”, come si fa con una persona stanca e affamata che aveva affrontato un lungo cammino.
Rivolgevo, a questo punto, l’attenzione alla donna che l’accompagnava, una presenza indistinta di cui non vedevo il volto e l’aspetto fisico.
Chiedevo a mio marito chi fosse e lui mi faceva capire con cenni e con naturalezza che era la sua compagna.
A questo punto gli toglievo il cibo che gli avevo offerto e gli dicevo di andarsene.
Lui non ha mai parlato.
Uscendo di casa vedevo prima una mia cugina anziana e dopo mia sorella e mi dicevo: “ma guarda, loro si sono già trasferite e io no”.
Mi riferivo a una casa di villeggiatura e mi dicevo che presto mi sarei trasferita anch’io.
A questo punto mi sono svegliata.”

DECODIFICAZIONE – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Il marito, morto da tempo, si presenta in sogno. Meglio: la moglie vede in sogno il marito morto da tempo.
Niente di metafisico e di metapsichico!
Si tratta semplicemente di un’ulteriore e ricorrente “razionalizzazione del lutto”.
Degna d’interesse è la modalità in cui Maria Pia squaderna tra realtà e simboli la triste psicodinamica della morte del marito e della sua solitudine, della perdita di una persona amata e del forzato acquisto dell’autonomia psicofisica.
A proposito del meccanismo psichico di difesa dall’angoscia della “razionalizzazione del lutto”, si può affermare che si tratta di un processo universale, un “archetipo” funzionale valido per tutte le umane genti e colorato di tradizioni specifiche e di riti particolari. Non nuoce ricordare che il funerale e il culto dei morti hanno contraddistinto l’uomo e il grado di civiltà del gruppo di appartenenza. L’esorcismo dell’angoscia di morte si esercita in un rito sempre avvolto di sacralità e nel mistico divieto naturale di non procurare la morte, di non uccidere insomma.
Ricordo che il tempo necessario a razionalizzare il lutto è di circa due anni e che le reazioni psicofisiche alla perdita non sono da giudicare soltanto moralmente o culturalmente, ma soprattutto in base alla formazione di ogni persona in riguardo al depressivo “fantasma di perdita”, secondo la “organizzazione psichica reattiva” per l’appunto.
In ogni caso le reazioni psicofisiche al lutto sono sempre presenti nella diversità della formazione e della qualità del “fantasma” richiamato.
A questo punto è opportuno procedere nell’interpretazione del sogno di Maria Pia e riservare ulteriori considerazioni nella sezione “domande & risposte”.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Offrivo da mangiare a due persone, ma le mie premure erano rivolte all’uomo che era mio marito morto.”

Maria Pia è in piena “posizione psichica genitale” con l’esercizio dell’omonima “libido”: due persone da amare e da investire con premure, una in particolare degna di affetto e riconoscimento, il marito defunto. Maria Pia rievoca in sogno il trauma della perdita e la psicodinamica del lutto senza trascurare la valenza simbolica del cibo, l’affettività e il sentimento d’amore. Analizziamo i simboli.
“Offrivo da mangiare a due persone” tratta il classico simbolo del sentimento d’amore, il cibo. “Chi mi ama, mi nutre” recita il motto psicoanalitico assimilato sin dalla primissima infanzia. Maria Pia si offre in maniera “genitale” donando il cibo, i simbolici affetti. Le “persone” sono simbolicamente e latinamente “maschere” difensive in attesa di essere individuate.
“le mie premure erano rivolte all’uomo che era mio marito morto da tanti anni.”
La “genitalità” si precisa nella fusione di apprensione e di cura, “premure”, nella solerzia invadente e benefica del “premere”, così come si precisa una persona e si individua nella maschera del marito defunto. Maria Pia in sogno esibisce il suo sentimento d’amore verso il marito e offre un’informazione reale nel dato di fatto che quest’ultimo è “morto da tanti anni”. Simbolo e realtà sono combinati dalla protagonista sognante in maniera di stemperare le angosce e per continuare a dormire senza cadere nell’incubo e nel risveglio immediato.

“Aveva un volto diverso che non mi stupiva perché non lo vedevo da tanto tempo.”

Maria Pia riconosce il marito e ne giustifica l’atteggiamento e l’offerta con l’allentamento della “razionalizzazione del lutto”. Da tempo non aveva pensato in maniera terapeutica al trauma subito, magari aveva pensato di aver risolto la perdita. Si era abituata all’assenza irreparabile del marito, per cui ne giustifica la novità del modo di porsi e di offrirsi. Gatta ci cova, ma procediamo con la decodificazione puntuale dei simboli.
Il “volto diverso” condensa la nuova modalità di relazionarsi e di offrirsi in maniera difensiva agli altri.
“Non mi stupiva” attesta di una resistenza della protagonista a prendere coscienza di una “parte psichica di sé” emergente dai suoi drammatici vissuti del trauma subito con la morte del marito e dalle sue convinzioni sul tema.
“Non lo vedevo da tanto tempo” si traduce in “non ci pensavo da tempo”, avevo “rimosso” il trauma e non lo avevo mantenuto nella memoria consapevole anche per tenere sotto controllo le angosce collegate e non adeguatamente risolte.

“Era serio in viso, quasi inespressivo,”

Maria Pia sta parlando del suo vissuto e lo proietta nel marito defunto. Rievoca la sua psicoterapeutica riduzione del vissuto del marito a freddezza emotiva e affettiva. La “razionalizzazione del lutto” di Maria Pia è stata portata avanti nella maniera più naturale e ovvia, riducendo e raffreddando gli investimenti affettivi al fine di stemperare le emozioni legate al dramma della morte. I simboli confermano questa operazione psicofisica difensiva.
“Serio in viso” equivale a un’assenza di emozione e all’aumento dell’autocontrollo.
“Inespressivo” traduce la difesa di Maria Pia nel “razionalizzare il lutto” deprivandolo di angosce più che di emozioni, di inutili struggimenti più che di dolore. Il meccanismo psichico di difesa usato da Maria Pia, oltre la “razionalizzazione”, è “l’isolamento”, la scissione del sentimento dal fatto luttuoso.

“e io gli offrivo un ragù di carne e gli dicevo premurosamente “mangia, mangia”, come si fa con una persona stanca e affamata che aveva affrontato un lungo cammino.”

Maria Pia reagisce maternamente di fronte al marito tornato in vita e lo accudisce con le premure affettive e con la classica sollecitazione delle madri e in particolare delle madri siciliane, le “matriarche”. Maria Pia rievoca il suo atteggiamento materno nei confronti del suo uomo e realizza il desiderio di riportarlo in vita e di ritornare a vivere con lui. La stanchezza, la fame e il lungo cammino sono il risultato di un desiderato ritorno alla vita in compensazione di tanta perdita e di tanto dolore. I simboli chiariranno meglio questi temi.
“e io gli offrivo un ragù di carne” attesta della “libido orale” e “genitale”, della sfera affettiva, oralità, e della sfera donativa, “genitalità”. “Offrivo” denota la sacra devozione che trabocca o travalica nella “sacrificalità”, l’esagerazione della dedizione e la riduzione dell’amor proprio quando il dare e darsi non comporta un rinforzo narcisistico. Il “ragù di carne” non è un semplice cibo e un semplice simbolico attaccamento affettivo, è un condensato ben curato di energia, di investimento psichico, di “libido” per l’appunto. Forte è il bisogno di amare di Maria Pia e altrettanto forte è il vissuto di debolezza nei riguardi del marito.
“gli dicevo premurosamente “mangia, mangia”, conferma la cura anticipata, quella premura materna che toglie al figlio la possibilità di esprimere e di esprimersi. La disposizione, oltremodo “genitale”, si rafforza nel dono delle parole, “gli dicevo”, “hai tanto bisogno di essere amato per amare”, precisa traduzione simbolica di “mangia, mangia”. Ricordo che il cibo è il classico e primario simbolo dell’investimento affettivo, dell’appagamento della “libido orale” ed è legato alla figura materna o all’equivalente nutrice. Ricordo che in Sicilia da sempre per dirti che ti vogliono bene, ti offrono tanto e succulento cibo, dolci in particolare.
“come si fa con una persona stanca e affamata che aveva affrontato un lungo cammino.” La “stanchezza” attesta simbolicamente della caduta depressiva della “libido” e di una psicoastenia infausta che coinvolge la mente e il corpo secondo le linee programmatiche di una perdita di vitalità. La “fame” condensa simbolicamente il bisogno di essere amato e l’incapacità di investire la “libido” necessaria alla propria sopravvivenza, una dipendenza psicofisica classica del bambino. Maria Pia conferma il suo vissuto di provvedere a un “marito bambino” che non ha raggiunto l’autonomia. A tanta “libido genitale” corrisponde in maniera direttamente proporzionale il vissuto di una persona cara che ha tanto bisogno di cura e di premura. Il “lungo cammino” conferma, sempre simbolicamente, la difficoltà esistenziale in cui si incorre nel tragitto della vita. Maria Pia esprime il vissuto che giustifica tanto investimento nei confronti del marito, una vita irta di sacrifici e di asperità, insomma una vita non segnata dalla fortuna e dalla felicità.

“Rivolgevo, a questo punto, l’attenzione alla donna che l’accompagnava, una presenza indistinta di cui non vedevo il volto e l’aspetto fisico.”

Maria Pia complica la trama del sogno allargandola al sentimento della gelosia, psicologia, e alla dimensione metafisica, al di là della Natura. Focalizza la sua attenzione, dirige la sua coscienza, converge sulla figura femminile che associa nel sogno al marito defunto e tornato in vita secondo i suoi desideri, totalmente femminili, di donna, di moglie e di madre. Maria Pia s’imbatte nel suo sogno in immagini femminili che la riguardano e che si riferiscono alla sua “posizione edipica” e alla sua cultura metafisica. Da un lato rievoca la figura materna edipica, quella conflittuale con cui ha formato il suo essere femminile seguendo l’istinto che la portava nell’infanzia verso la figura paterna, dall’altro lato elabora l’effigie classica della Morte, una figura femminile senza volto e indistinta. Il ritorno del marito morto la mette di fronte alla sua “posizione psichica edipica” e alla sua immagine metafisica della Morte. I simboli spiegheranno meglio tanta intensità simbolica e dinamica del breve brano.
“Rivolgevo, a questo punto, l’attenzione” tratta il principio di Brentano della “intenzionalità della coscienza” ossia il fatto che la psiche si dirige sempre verso un oggetto specifico.
“alla donna che l’accompagnava,” la questione di Maria Pia verte sul suo essere la donna che ha accompagnato il marito fino alla morte e sul suo avere avuto a che fare con una donna, la madre, nel corso della sua formazione psichica. Una donna ha rubato il marito, la morte, e una donna lo ha tenuto per sé, la madre: due sconfitte al narcisismo e provvidenziali per la formazione del femminile.
“una presenza indistinta di cui non vedevo il volto e l’aspetto fisico.”
Il sogno viaggia tra passato e presente perché la persona delineata nel sogno è la figura materna che per resistenza e per continuare a dormire non si vede a causa dell’angoscia che evocherebbe perché rispolvera la “posizione edipica”. Maria Pia sta allucinando la madre o la figura mitica e mitologica della Morte, quella donna che le ha portato via il marito. La prima, la madre, le ha portato via l’affetto del padre, la seconda, la morte, le ha portato via il marito. Analizziamo i simboli.
La “presenza indistinta” è tale perché evoca angoscia. Si tratta della madre e della morte. Si cade nell’indistinto per difesa e per continuare a dormire, pena l’incubo e il risveglio immediato.
Il “non vedevo il volto e l’aspetto fisico.” attesta che ha un conto sospeso verso la morte e l’angoscia sottesa e verso la madre e la colpa sottesa. Maria Pia non ha razionalizzato adeguatamente la madre e la morte del marito. Il “volto” significa l’identità sociale e psichica, l’esibizione e la connotazione psicofisica. L’aspetto è la persona, la maschera che si porta nel sociale, alcune caratteristiche formali e non sostanziali.

“Chiedevo a mio marito chi fosse e lui mi faceva capire con cenni e con naturalezza che era la sua compagna.”

Si presenta immancabilmente l’infausto sentimento della gelosia, quello vissuto sin da bambini come un forte bisogno di possesso e come un esorcismo dell’angoscia legata al senso di colpa di aver tanto desiderato e preteso. La “posizione narcisistica” si coniuga con la “posizione edipica”, il sentimento della gelosia si sposa con lo struggimento del rifiuto e con la tensione della competizione con persone dello stesso sesso. I “cenni” e la “naturalezza” confermano che si tratta di un contesto naturale e di un sentimento affermato, si tratta della famiglia e delle cose giuste. Maria Pia frappone il piano antico, la famiglia, al piano successivo, la perdita del marito. Come se la madre facesse capire alla bambina che quello era il padre di cui ha avuto bisogno in qualche modo e da cui si allontana. Ora la bambina sa e può reagire. Il marito morto ha evocato il passato edipico per il tipo di rapporto che aveva con lui. Analizziamo i simboli.
“Chiedevo a mio marito chi fosse” equivale a chiedersi e a chiedere da bambina che figura era la madre e che cos’è la morte e il distacco affettivo.
“lui mi faceva capire con cenni e con naturalezza che era la sua compagna.” attesta della “razionalizzazione del lutto” alla convinzione che il marito ormai è tra le braccia della Morte e che tale unione è naturale. I cenni attestano del linguaggio efficacissimo e “naturalissimo” dei gesti.
“A questo punto gli toglievo il cibo che gli avevo offerto e gli dicevo di andarsene.”
Come dire: a questo punto ho razionalizzato il lutto e ho ridotto l’investimento affettivo. Necessariamente ha dovuto fare a meno del marito e

ha ridotto l’investimento affettivo. Non è un rifiuto per gelosia, ma soltanto un normale e naturale processo di distacco per continuare a vivere senza l’angoscia della morte in giro per la psiche.

“Lui non ha mai parlato.”

La parola è un simbolo affettivo e si traduce in un dono vitale. Appartiene alla “posizione psichica genitale” ed è un investimento classico della “libido” matura. “In principio era il Verbo” inizia il Vangelo di Giovanni a testimoniare del prodigi energetici della Parola di un Dio che ama e che crea. Il marito di Maria Pia non ama più. Meglio, Maria Pia è convinta che il marito non può regalarle affetto e non può investire alcunché. Il marito appartiene ai morti.

“Uscendo di casa vedevo prima una mia cugina anziana e dopo mia sorella e mi dicevo: “ma guarda, loro si sono già trasferite e io no”.

Cambia radicalmente la scena. Maria Pia torna alla realtà di tutti i giorni e si vede negli altri. Si trova avanti negli anni e reagisce alla sua staticità psichica muovendosi, trasferendosi, investendo “libido” su se stessa. Dalla “libido genitale” enorme di “mangia mangia” e del servizio agli altri, recuperare “libido narcisistica” e pensare a se stessa è importante per Maria Pia nello smaltimento psichico del lutto. Ritorno al presente e alla realtà è compito dell’Io e il parlare a se stessi aiuta a capirsi e a convincersi.

“Mi riferivo a una casa di villeggiatura e mi dicevo che presto mi sarei trasferita anch’io.”

Maria Pia cerca il suo disimpegno psicofisico nella “casa di villeggiatura” dove alberga per rilassarsi e per divertirsi, quanto meno per cambiare modo di vivere per un breve periodo. La “proiezione” e “l’identificazione” nella sorella e nella cugina trova una Maria Pia affermativa nella conclusione del sogno e decisa a non soffrire per gli assenti giustificati, il marito morto, e rubati da quella “Morte” che simbolicamente è rappresentata da sempre in sembianze femminili. Le Moire greche erano tre donne: Lachesi, Atropo, Cloto.

“A questo punto mi sono svegliata.”

Il sogno ha compiuto completamente il suo viaggio di rievocazione e di reintegrazione del lutto. Dopo aver riattraversato un aspetto e una qualità della relazione con il marito defunto, la sua protezione e il suo affetto materno nello specifico, Maria Pia converge su e stessa e rafforza la “razionalizzazione” della perdita irreparabile, restaura il “fantasma di perdita” personale, la sua angoscia di morte, attraverso un processo di integrazione nella vita e di continuazione al meglio possibile della quotidianità, recupera “libido narcisistica” dall’infanzia per rafforzare l’amor proprio. Questa operazione è necessaria per tutti gli anziani. Dopo tanto esercizio “genitale”, dopo aver tanto amato e voluto bene, ogni persona deve affrontare la vecchiaia volendosi tanto bene, ma veramente tanto. “Svegliata” equivale a “ho preso ulteriormente coscienza di me come persona e delle mie esperienze vissute in riguardo al lutto”.
Buon viaggio Maria Pia nel cammino della vita!

PSICODINAMICA

Il sogno di Maria Pia sviluppa la psicodinamica della “razionalizzazione del lutto” e della reintegrazione della perdita all’interno della sua “organizzazione psichica reattiva”, struttura evolutiva in atto. Di fronte al personale “fantasma di morte” la protagonista reagisce affermando con volitività la migliore vita e vitalità possibili alle condizioni date: una vecchiaia attiva.

ULTERIORI RILIEVI TECNICI

I simboli importanti e presenti nel sogno di Maria Pia sono “mangiare”, “volto”, casa di villeggiatura”, “affamata”, “stanca”, “cammino”, “compagna”.
L’archetipo dominante è la “Morte” ed è visibile in “”una donna che l’accompagnava”.
Il “fantasma di morte” è richiamato e gira in tutto il sogno.
Il sogno di Maria Pia lascia agire fondamentalmente l’istanza “Io” con la sua ricerca di razionalità e di presa di coscienza, ma non manca l’azione dell’istanza pulsionale “Es” nella rielaborazione della perdita e del lutto: “mangia, mangia” in primo luogo. L’istanza limitante e censoria del “Super-Io” agisce in “A questo punto gli toglievo il cibo che gli avevo offerto e gli dicevo di andarsene.” E’ un’espressione a metà tra pulsione e censura a conferma che l’elasticità e la duttilità regolano le combinazioni psichiche.
Le posizioni psichiche richiamate nel sogno sono in progressione la “orale”, la “genitale” e la “fallico-narcisistica”: “mangia mangia” e “la casa di villeggiatura”.
I meccanismi e i processi di difesa usati da Maria Pia nel sogno sono la “condensazione”, lo “spostamento”, la “razionalizzazione” e la “regressione” onirica al lutto, la “proiezione” e la “identificazione”. Non è presente la “sublimazione” dell’angoscia della perdita.
La “organizzazione psichica reattiva” evidenziata nel sogno di Maria Pia è classicamente “genitale” con una forte incidenza “orale: dono e affettività in eccesso. La struttura psichica in atto e in attesa di evoluzione è rivolta verso la soluzione e l’integrazione degli affetti e dell’amor proprio.
Il sogno di Maria Pia contiene le figure retoriche della “metafora” in “mangia mangia, della “metonimia” in “una presenza indistinta di cui non vedevo il volto e l’aspetto fisico.” L’elaborazione non è poetica ma prosaica.
La “diagnosi” dice della riedizione di un processo completo di “razionalizzazione del lutto”: fantasma di perdita e riparazione dell’angoscia in base al “principio di realtà” e a opera dell’istanza “Io”.
La “prognosi” impone a Maria Pia di tenere nel cuore il ricordo del marito scomparso e di non smettere mai di volersi bene.
Il “rischio psicopatologico” si attesta in una sindrome depressiva legata alla riedizione dell’angoscia di perdita.
Il “grado di purezza” del sogno di Maria Pia è buono, nonostante la sua discorsività consequenziale.
La causa scatenante del sogno è il ricordo del marito o una qualsiasi associazione alla sua figura: “resto diurno”.
La “qualità onirica” è simbolico-discorsiva.
Il sogno è stato effettuato nella terza fase REM del sonno alla luce del fatto che possiede una sua linea logica consequenziale.
Il “fattore allucinatorio rivela la preponderanza attiva del senso della “vista”.
Il “grado di attendibilità” dell’interpretazione del sogno di Maria Pia è buono.
Il lettore anonimo ha posto le seguenti domande dopo aver letto con interesse la decodificazione del sogno di Maria Pia.

DOMANDE & RISPOSTE

Domanda
Dopo tanti anni può ritornare l’angoscia per la morte di una persona cara?
Risposta
Certamente, ma in maniera sempre più blanda. Tutto dipende da come è stato portata avanti la “razionalizzazione del lutto”, con quali “meccanismi e processi” di difesa è stata operato lo smaltimento del dolore e dell’angoscia, con quale intensità emotiva e spessore psicologico era costituito il nostro “fantasma di morte”.
Domanda
Capisco e non capisco e mi piacerebbe capire di più, visto che il lutto coinvolge prima o poi tutti.
Risposta
Giustissimo. La morte di una persona, cara e non, evoca il nostro “fantasma di morte”, ci pone la triste verità che anche noi moriremo, ci mette nella condizione psicologica e sociale dei sopravvissuti, ci costringe a rivedere come ci siamo formati sin dal primo anno di vita nei riguardi dei vissuti di perdita. Di fronte alla morte istruiamo “meccanismi e processi di difesa” dall’angoscia e a tal proposito vedi il sogno di Fernanda sulla “razionalizzazione del lutto”, dove spiego l’azione dei vari meccanismi e dei processi di difesa. Importantissima e determinante è la presa di coscienza progressiva dell’esperienza di morte altrui e dell’ineludibilità della nostra: la “razionalizzazione del lutto e del fantasma”. Ricordo che il sogno aiuta a integrare l’esperienza depressiva della morte nella cornice psichica e a riparare eventuali sensi di colpa indicando le specifiche posizione affettive nei riguardi della persona defunta. Il sogno “docet”, è sempre un insegnamento per chi vuol capire.
Domanda
Mi è consentita un’ultima domanda impertinente?
Risposta
Certamente.
Domanda
E se quello che si è presentato nel sogno di Maria Pia fosse stato proprio lo spirito di suo marito?
Risposta
In questo caso siamo nel parapsicologico, nel metafisico, nell’esoterico e nel magico. Siamo in un campo da cui Freud volle a suo tempo esulare. Il sogno spazia, e non liberamente, nel settore squisitamente psichico. Il sogno siamo noi con il nostro personale bagaglio, la nostra formazione in evoluzione, la nostra “organizzazione psichica reattiva”, la nostra struttura “in fieri”. Il marito di Maria Pia era quello da lei vissuto in quel momento storico e psichico della sua vita. Il sogno ratifica, suggerisce, integra, abbellisce, aiuta e fa tanto di altro sempre a vantaggio del sognatore. Sognare è uno strumento di equilibrio psichico proprio perché evidenzia e organizza quei conflitti che sono la nostra sostanza, a prescindere dal fatto che ricordiamo o non ricordiamo il sogno.
Domanda
Quale canzone ha scelto per questo sogno?
Risposta
Scelgo “Quando una stella muore” di una Giorgia allegoricamente usignolo che rievoca poeticamente un lutto molto sentito e tragico, quell’incidente stradale che ha rapito il suo compagno. La canzone è una perfetta “razionalizzazione” del lutto con punte di “sublimazione”. In questo modo l’angoscia resta ai margini del territorio psichico. Di rilievo è anche il sollievo dai sensi di colpa nel ricordo di un lutto pubblico e privato.
Quando una stella muore

Cambia il cielo,
cambia la musica dell’anima,
ma tu resti qui con me
tra lo stomaco e i pensieri più invisibili
e da li non te ne andrai.

La vita cambia idea, cambia le intenzioni
e mai nessuno sa come fa.

Quando una stella muore,
che brucia ma non vuole,
un bacio se ne va,
l’universo se ne accorgerà.
Quando una stella muore fa male,
fa male.

Troppe notti sotto agli occhi porto lividi,
ho imparato a modo mio
a leccarmi le ferite più invisibili
perché è così che si fa.

Ma la vita cambia idea e cambia le intenzioni
e mai nessuno sa come fa.

Quando una stella muore,
che brucia ma non vuole,
un bacio se ne va,
l’universo se ne accorgerà.
Quando una stella muore, fa male
a metà tra il destino e casa mia
arriverà la certezza che non è mai stata colpa mia
non è stata colpa mia.

Un bacio se ne va,
l’universo se ne accorgerà.
Quando una stella muore
fa male.

 

LA RAZIONALIZZAZIONE DEL LUTTO

MI SCRIVE FERNANDA

Buongiorno Vallone,
come promesso le invio la sintesi di un sogno che ho fatto proprio questa notte e che, tra l’altro, la vede pure come attore.
Il sogno consiste in questo.
La chiamo al telefono per prendere un appuntamento di analisi, ma lei mi risponde che è in Sicilia per un bel po’ di tempo e che potrei recarmi presso un suo studio dove potremmo comunicare via Skype (video conferenza).
Mi reco presso questo studio (non ha nulla a che vedere con lo studio di Pieve di Soligo), entro, ovviamente non c’è nessuno, mi siedo dietro la scrivania davanti al p. c. ed inizio a guardare tra le sue carte sopra la scrivania trovando delle mie foto risalenti a 18 anni fa, foto che le ho dato io, foto di me giovane anche con Barbara, mia figlia, piccola.
Poco dopo dalla porta entra lei (che doveva essere in Sicilia), le chiedo piacevolmente stupita come mai è arrivato e lei mi risponde che comunque aveva degli impegni qui al Nord.
In realtà io capisco che è arrivato per me.
Quello che a me arriva è un tentativo di nascondere che in realtà è innamorato di me.
Si siede accanto a me e mi parla di lato, ma da vicino. Io provo una sensazione di protezione e di benessere.
Il sogno non ha nessuna sfumatura di carattere sessuale o fisico. Si ferma a questa sensazione di legame platonico.
Cosa mi sta succedendo?
Dopo tutti questi anni sembra più forte il passato del presente, ma vorrei anche avere un altro figlio.
Buona giornata,
Fernanda
P. S. Dimenticavo di dirle che l’anno scorso mio padre è morto.

CONSIDERAZIONI

Proseguo sulla linea della semplificazione massima senza scadere nell’approssimazione.
Fernanda chiede cosa le sta succedendo e la risposta immediata è la seguente: la “razionalizzazione del lutto” legato alla perdita del padre.
La notizia finale è la chiave di comprensione del sogno di Fernanda e la Psiche birichina la comunica nel “post scriptum” a testimoniare di una blanda “rimozione” o ingenua dimenticanza.
Cosa comporta a livello psichico il lutto?
Reazioni psicosomatiche, mentali e fisiche, nonché pratiche e ritualistiche, tutte dettate dalla “organizzazione psichica reattiva” maturata e dall’uso dei meccanismi di difesa dall’angoscia che hanno contraddistinto l’evoluzione psichica. Nell’impatto con l’esperienza della morte ogni persona reagirà alla perdita in maniera diversa, ma fondamentalmente secondo le direttive del suo corredo formativo.
Quanto tempo necessita la “razionalizzazione del lutto”?
Dopo due anni si evidenzia il processo innescato dal dolore e dall’angoscia, nonché il modo e la maniera in cui l’esistenza si è evoluta: il dolore riguarda la perdita, l’angoscia verte sulla morte.
La lettera di Fernanda ha un sogno incorporato e offre la possibilità di iniziare un percorso sul fenomeno inquietante della perdita e sulla conseguente riflessione sulla morte.
Presto le mie parole all’interpretazione del sogno di Fernanda.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Buongiorno Vallone,
come promesso le invio la sintesi di un sogno che ho fatto proprio questa notte e che, tra l’altro, la vede pure come attore.”

Fernanda mi conosce perché è stata in trattamento analitico. Con lo psicoterapeuta si stabilisce sempre una complessa relazione, umana e clinica, che viene definita “transfert”. Si tratta della riproposizione delle modalità psichiche, elaborate e vissute durante l’infanzia nei riguardi dei genitori, sulla poliedrica figura dell’analista, modalità relazionali che contraddistinguono come un marchio di fabbrica ogni persona. Il “transfert” è secondo Freud un potente strumento d’indagine perché verte sull’infanzia e sull’adolescenza e denota soprattutto i movimenti affettivi e le pulsioni sessuali vissuti durante l’evoluzione psichica del soggetto in trattamento. Sognare l’analista, quindi, comporta la “traslazione” difensiva della figura materna o paterna con le modalità psichiche emergenti. Ribadisco, figura materna e paterna secondo le emergenze elaborate nel corso dell’esperienza di destrutturazione e di razionalizzazione psichiche. Ricordo che l’analisi e la presa di coscienza del “transfert” concludono il trattamento psicoterapeutico psicoanalitico. Alla luce di queste considerazioni teoriche il mio “essere attore” nel sogno di Fernanda si spiega con la “traslazione” del padre defunto nella mia figura e con la riedizione della relazione transferale a suo tempo vissuta nel corso dell’esperienza psicoterapeutica.
Procedendo punto per punto, il discorso diventa più semplice e comprensibile.

“Il sogno consiste in questo: la chiamo al telefono per prendere un appuntamento di analisi, ma lei mi risponde che è in Sicilia per un bel po’ di tempo e che potrei recarmi presso un suo studio dove potremmo comunicare via Skype (video conferenza).”

Fernanda si relazione con me secondo le coordinate della psicoterapia e manifesta l’intenzione di una seduta di sostegno, ma non è molto convinta dal momento che mi allontana dal mio studio di Pieve di Soligo e, sapendo delle mie origini sicule e del mio costume nostalgico di ritornare spesso in Sicilia, mi colloca beneficamente nella mia terra. Ha un atteggiamento materno nei miei confronti, non vuole rinunciare alla seduta ma la desidera distaccata ed emotivamente meno intensa: “la chiamo al telefono” e “comunicare via Skype”. La modernità è al servizio della relazione e ben venga anche se pone diversi problemi nel settore delle psicoterapie. Comunque, Fernanda sta cercando un incontro e un impatto a bassa intensità emotiva con una figura maschile e ha spostato nell’analista una gentile connotazione paterna. Fernanda cerca un contatto in un distacco risolvibile, evita l’angoscia della perdita e la ripara con una soluzione mediata. Ma quale psicodinamica sta effettivamente istruendo Fernanda nel suo sogno?

“Mi reco presso questo studio (non ha nulla a che vedere con lo studio di Pieve di Soligo), entro, ovviamente non c’è nessuno, mi siedo dietro la scrivania davanti al p. c. ed inizio a guardare tra le sue carte sopra la scrivania trovando delle mie foto risalenti a 18 anni fa, foto che le ho dato io, foto di me giovane anche con Barbara, mia figlia, piccola.”

Fernanda in sogno sta riesumando la sua storia psicoterapeutica, la sua avventura analitica iniziata e proceduta nel tempo anche con il lieto evento della figlia, esperienze che ha vissuto nel suo “studio” interiore e che la trovano particolarmente in confidenza con la mia persona. Le “carte” sono ovviamente quelle sue, i fatti intercorsi nella vita di una giovane donna, la maternità e l’affidamento a un buon padre, l’analista. Fernanda ha maturato un “transfert” positivo e ha potuto procedere nella rivisitazione delle sue esperienze formative senza gravi travagli: “le mie foto risalenti” e “le ho dato io”. Fernanda aveva in apparenza una “posizione edipica” non eccessivamente conflittuale nei riguardi del padre e una relazione di dipendenza nei riguardi della madre. La figlia di Fernanda conta a tutt’oggi diciotto anni. La sintesi di tanti anni di vita e di lavoro su se stessa è quasi perfetta, per cui il sogno può passare all’elaborazione di materiale psichico più sostanzioso e congruo.

“Poco dopo dalla porta entra lei (che doveva essere in Sicilia), le chiedo piacevolmente stupita come mai è arrivato e lei mi risponde che comunque aveva degli impegni qui al Nord.”

Fernanda rievoca la sua relazione conflittuale con il padre, “posizione edipica”, tramite la mia persona e la mia figura e adatta mirabilmente la parte fisica con la parte psichica: “piacevolmente stupita”. Per i bisogni psichici emersi in sogno si serve della magia dello spazio e rapidamente si colmano le distanze tra il Sud e il Nord. Emerge un tratto “fallico narcisistico” dell’adolescenza, quando la conquista affettiva del padre era importante per il futuro e per l’evoluzione. Il pensiero magico dell’infanzia si ridesta per assolvere i desideri di una figlia che ha bisogno d’importanza e di potere, di valutazione e di prestigio. Il sogno viaggia nel discorsivo, con pochi simboli espliciti e con dinamiche realistiche perché Fernanda lo accomoda e lo acconcia dopo il risveglio e anche perché tanto tempo è passato dalla fine della terapia. Si rilevano i bisogni di potere e la “proiezione” di onnipotenza magicamente condita: “piacevolmente stupita come mai è arrivato” dal Sud al Nord. E’ altamente poetica la fantasia seduttiva della bambina nella ricerca del privilegio e dell’attenzione del padre. Questa è una radice psichica del futuro destar fascino nella conquista dell’altro.

“In realtà io capisco che è arrivato per me.”

Quanti sentimenti sono condensati in questa breve frase! A riprova di quanto detto in precedenza, si evidenziano il bisogno di possesso esclusivo, il sentimento della rivalità fraterna, la sete d’affetto, il desiderio della conquista, il fascino e il potere della seduzione. Fernanda bambina nutriva naturalmente il suo “Io” con una buona dose di fantasie falliche e narcisistiche. Questa breve frase è anche un condensato di psicologia della seduzione edipica. Fernanda riesuma desideri e i bisogni di bambina, nonché le titubanze di adolescente, nei riguardi del padre. “Capisco” equivale a “mi riempio” e “contengo”, a “mi imbevo” e ho la consapevolezza che il maschio dice le bugie per non tradire i suoi affetti e il suo sentimento d’amore. La “proiezione” difensiva è oltremodo evidente. Fernanda ha vissuto tutto questo trambusto in passato, non lo ha detto e non lo ha fatto capire, l’ha tenuto nella sua interiorità per evolversi. L’intimo e il privato sono sempre beni da tutelare e non si offrono al primo venuto: le perle non si danno in pasto ai porci. Non dimentichiamo che il padre di Fernanda è morto da quasi un anno e che lei sta necessariamente razionalizzando il lutto. “Per me”, ribadisco, è tutto un programma d’investimento di “libido fallico-narcisistica”.

“Quello che a me arriva è un tentativo di nascondere che in realtà è innamorato di me.”

Come si diceva in precedenza, i bisogni affettivi e affermativi sono una costante psichica che i figli rivolgono all’attenzione e alla sensibilità dei genitori. Essere valutati e rivalutati è molto importante nell’economia dell’evoluzione psicofisica. “Quello che a me arriva” dall’interno e non dall’esterno è la difesa del “proiettare” nell’altro i moti profondi del mio corpo e della mia mente. La “posizione edipica” è servita in un piatto d’oro e non d’argento. La bambina ha pensato allora e ripensa adesso tramite la donna adulta e la madre che un uomo, il padre, avesse investito “libido” su di lei. Il bisogno difensivo di non vivere l’angoscia di valere poco si sublima nella collocazione narcisistica di superiorità. Da questo spaccato di sogno si capisce la formazione dei complessi d’inferiorità e dei disturbi affettivi. In ogni caso genitori freddi e anaffettivi producono guasti psichici nei figli, che oltretutto producono da soli “fantasmi depressivi” di vasta portata per naturale necessità formativa ed evolutiva. Nascondere la verità è andare contro la realtà. Fernanda ha avuto bisogno che il padre si accorgesse di lei e di fare fantasie su questo rapporto. Lei ha fatto di tutto per occultare a se stessa e agli altri questo sentimento e questa attrazione, ma è costretta alla consapevolezza dopo la morte del padre e in sogno. Il lutto e il fantasma depressivo rimescolano alla grande la struttura psichica maturata e la costringono ad evolversi con la “razionalizzazione” della perdita. Convergiamo sul sogno e sulla simbologia: l’analista padre si è innamorato della figlia paziente. Il “transfert” seduttivo e affettivo è servito a Fernanda per tirare fuori al meglio la sua modalità relazionale. Adesso può risolvere il conflitto con il padre e compensare le frustrazioni necessariamente subite. Adesso si può consapevolmente relazionare con i suoi uomini in maniera autonoma anche se la modalità primaria resta sempre attiva. Fernanda può comandare a casa sua.

“Si siede accanto a me e mi parla di lato, ma da vicino. Io provo una sensazione di protezione e di benessere.”

Ecco svelati i bisogni della bambina nel sogno della donna adulta a conferma che il tempo non è passato, che il vissuto è ancora presente e si compensa altrove. La Psiche viaggia in una dimensione temporale assolutamente presente, un “breve eterno”. La vita psichica si riconduce all’attualità della coscienza. La “regressione” onirica offre l’immagine di una Fernanda bisognosa di vicinanza, di parole, di presenza, di protezione e di viversi bene. La “posizione edipica” è umanizzata senza colpe e senza eccessi. Fernanda edulcora in sogno le turbolenze emotive e le pulsioni e sublima il desiderio del padre vissuto a suo tempo e ripresentato nel trattamento analitico verso la figura dell’analista. “Accanto”, “di lato”, “da vicino” sono simboli spaziali pregni di affettività nelle loro diverse angolature: una sottile precisazione sul tema sentimentale. La “protezione” si lega mirabilmente al “benessere”: un degno connubio e un prezioso insegnamento per i futuri genitori.

“Il sogno non ha nessuna sfumatura di carattere sessuale o fisico. Si ferma a questa sensazione di legame platonico.”

Niente di aristotelico in questo sogno, tutto è platonico e l’atmosfera è rarefatta e pulita. Fernanda insiste anche da sveglia a ripulire il sogno da sfumature erotiche e dal complotto dei sensi. Tutto “si ferma a questa sensazione di legame platonico”. Lapsus freudiano: platonico e ideale razionale coincidono e non contemplano alcun tipo di sensazione. Fernanda sublima per difesa i vissuti dei sensi e li colloca nel mondo, sempre di Platone, che sta al di là del cielo, l’iperuranio per l’appunto. Nulla è materiale e tutto è spirituale. Questa è la profonda menzogna difensiva che sin da bambini i vecchi bacucchi propinano ai bambini che sono interessati soltanto alla pelle e alle coccole, allo stomaco e alle leccornie, al ventre e alla “libido”. I bambini vivono il corpo come la propria essenza e dal corpo traggono gli auspici per l’evoluzione psichica corretta, propria e non alienata. L’autocoscienza psicofisica è ancora una volta la soluzione vincente di tutti i conflitti nevrotici e non. Prendersi cura amorevole del proprio corpo e osservare attentamente i suoi diritti sono gli assunti di base per ogni persona che rifiuta l’imbroglio e il pregiudizio, nonché la sofferenza mentale. Un ultimo rilievo su “di carattere sessuale o fisico”: Fernanda distingue nella vita reale il corpo dalla psiche, nonché le attività vitali connesse. E’ questa un’ulteriore e manichea difesa mentale e culturale presente nella lettera, perché nella realtà Fernanda si è dimostrata aperta e moderna.

“Cosa mi sta succedendo?”

Il sogno e il commento lasciano il posto alla domanda. Fernanda si interroga e la risposta è semplice: stai razionalizzando il lutto legato alla perdita del tuo papà. L’operazione di purificazione e di presa di coscienza sta maturando anche attraverso il sogno e con il recupero della “posizione edipica”, la conflittualità dei vissuti in riguardo all’augusto genitore. Inoltre e sempre in sogno Fernanda ha sintetizzato le difese che ha usato nei confronti del padre e, di poi, degli uomini. Semplicemente: l’evento luttuoso ha scoperchiato la pentola ed venuta fuori la modalità psichica relazionale di Fernanda. La morte del padre ha reso possibile un ultimo regalo: la presa di coscienza evolutiva che consente di maturare e di progredire nella normalità e senza grandi sconvolgimenti.

“Dopo tutti questi anni sembra più forte il passato del presente, ma vorrei avere anche un altro figlio.”

La psiche non ha tempo, la coscienza è un “breve eterno”. Freud al proposito si dichiarava ignorante e riteneva la dimensione temporale un settore di studio aperto e foriero di importanti implicazioni. Era sorpreso dell’effetto psicofisico del meccanismo principe di difesa della “rimozione” e della presenza di materiale rimosso e carico di tensioni congelate che esplodeva in ipnosi nel momento in cui l’evento emergeva alla coscienza e riacquistava tutta quella carica nervosa che a suo tempo non si era espressa perché relegata a livello profondo. Era nato l’Inconscio. Convergendo sul sogno di Fernanda, si evidenzia la convinzione che tutto si gioca nell’ambito della coscienza e sotto forma di elaborazione nell’attualità, come sostenevano a ragione i Filosofi e senza ricorrere a Inconsci e compagnia cantante. Il “fantasma del padre” è stato razionalizzato al tempo dell’analisi e si è scatenato e precisato quando è morto, quando ognuno di noi è chiamato a reagire istruendo i meccanismi e i processi di difesa elettivi, quelli consoni alla nostra struttura psichica o meglio “organizzazione psichica reattiva”. Si spiega in tal modo la diversa reazione dei membri della stessa famiglia di fronte alla perdita di una persona cara. I vissuti del passato si presentano al presente e condizionano le reazioni personali e le scelte esistenziali. Dopo il lutto si può anche sconfiggere la morte con una gravidanza: esorcismo dell’angoscia e affermazione di potenza del Genio della Specie e Filogenesi. La depressione della perdita del padre si può risolvere con il bisogno di avere un figlio. Il passato è forte e si presenta al presente. Un figlio ci infutura.

“P. S. Dimenticavo di dirle che l’anno scorso mio padre è morto.”

Come dicevo nelle “considerazioni”, questo evento luttuoso spiega gran parte del sogno di Fernanda ed è la causa scatenante del trambusto psicofisico in atto. La necessaria “razionalizzazione del lutto” porta a una riformulazione mentale e a una ricomposizione emotiva. La morte del padre è per tutti un momento drammatico da risolvere attraverso la comprensione logica della perdita e di quello che comporta e lascia in eredità. I padri non lasciano soltanto beni materiali da dividere in parti possibilmente uguali, ma lasciano soprattutto strascichi psicologici che aspirano a essere organizzati e reintegrati nella struttura psichica o “organizzazione psichica reattiva” per portare a quella maturazione che è sempre un fatto di coscienza.

PSICODINAMICA

Il sogno di Fernanda sviluppa il tema della “razionalizzazione del lutto” e rievoca l’esperienza conflittuale con la figura paterna. Ricordo che per “razionalizzazione” si intende il naturale esercizio della funzione logica di aristotelica memoria, basato sui principi logici e sulle categorie, e non il meccanismo di difesa della “razionalizzazione” che porta alla formazione di costruzioni mentali paranoiche, neo-realtà in giustificazione difensiva dei propri sensi di colpa. Fernanda rievoca il padre costretta dalla sua morte e dal bisogno di comporre il “fantasma” depressivo della perdita. Inoltre, il sogno di Fernanda mostra la funzione psicoterapeutica del “transfert” e ne evidenzia la proprietà evocativa dei fantasmi dell’infanzia e delle modalità affettive vissute e acquisite.

ULTERIORI RILIEVI TECNICI

Il sogno di Fernanda evidenzia i seguenti tratti caratteristici.
Formula e contiene la simbologia del “chiamare al telefono”, “comunicare via Skype”, della “foto”, “capisco”, “accanto”, “di lato”, “da vicino”.
E’ prevalentemente guidato dall’Io cosciente e la formulazione è narrante e discorsiva. L’istanza pulsionale “Es” è contenuta in “piacevolmente stupita”. Dell’istanza censoria e morale “Super-Io” si avverte presenza in “sensazione di legame platonico”.
Evidenzia una “organizzazione psichica reattiva”, struttura”, “fallico-narcisistica”: autocompiacimento e potere con difficoltà di apertura e di relazione.
Elabora la “posizione edipica”, relazione conflittuale con il padre, e non offre alcunché della madre.
Usa i meccanismi di difesa della “condensazione”, dello “spostamento”, della “traslazione”, della “proiezione”, della “sublimazione” in “legame platonico”. La “regressione” è visibile in “le mie foto risalenti a diciott’anni fa”. Il sogno è ispirato dal meccanismo della “razionalizzazione” di un evento, il lutto nel caso specifico.
Richiama il meccanismo psicoterapeutico del “transfert”.
Elabora le figure retoriche della “metafora” o relazione di somiglianza in “foto” e “telefono”, della “metonimia” o nesso logico in “legame platonico”. Il sogno non è formulato in maniera poetica, ma discorsiva e narrativa.
La “diagnosi” dice di un processo di “razionalizzazione del lutto” in evoluzione.
La “prognosi” impone di portare avanti la “razionalizzazione del lutto” e della “posizione edipica”, al fine di migliorare le relazioni e di liberare le emozioni.
Il “rischio psicopatologico” si attesta in una sindrome nevrotica d’angoscia legata alla mancata razionalizzazione della perdita del padre e del fantasma di morte collegato.
Il “grado di purezza onirico” è basso perché Fernanda ha elaborato e molato il sogno da sveglia.
La causa scatenante del sogno, “resto diurno”, è il ricordo della propria analisi e dell’analista con il bisogno di una seduta.
La “qualità” del sogno è la discorsività narrativa.
Il sogno è stato elaborato nell’ultima fase REM, verso il mattino e durante il risveglio.
I sensi allucinati sono la vista e l’udito. “Si siede accanto a me e mi parla di lato, ma da vicino. Io provo una sensazione di protezione e di benessere” richiede una cospirazione allucinatoria dei sensi.
Il “grado di attendibilità” dell’interpretazione del sogno di Fernanda è elevato e molto prossimo alla verità psichica oggettiva.

DOMANDE & RISPOSTE

Il lettore anonimo ha posto le seguenti domande dopo aver letto l’interpretazione del sogno di Fernanda.

Domanda
Come si reagisce al lutto?
Risposta
Come ho detto in precedenza, si reagisce in base alla “organizzazione psichica reattiva” che abbiamo formato ed evoluto e in base ai “meccanismi psichici di difesa” che usiamo in base alla nostra formazione.
Domanda
E’ una reazione condizionata e non libera?
Risposta
E’ una libertà condizionata dalle possibilità di scelta che abbiamo e sempre in base alla nostra formazione psichica.
Domanda
Di veramente libero non c’è niente a livello psicologico secondo lei.
Risposta
Proprio così. Neanche il concetto di Dio è stato elaborato dagli uomini con la libertà assoluta. Anche Dio è stato costruito nei primordi dell’umanità in maniera condizionata. Vedi Spinoza che costruisce Dio come sintesi di libertà e necessità.
Domanda
Condizionato da chi?
Risposta
Il concetto di Dio è stato condizionato dall’uomo che lo ha elaborato e che vi ha proiettato i suoi limiti. Senza uomo Dio non ha motivo di essere e di esistere. Questo è il primo condizionamento: deve creare e comporre AdamEva.
Domanda
Andiamo sul semplice e sul facile. Mi spiega la reazione al lutto secondo le organizzazioni psichiche?
Risposta
In sintesi, fermo restando che di fronte alla perdita si scatena in ognuno di noi la reazione del lutto e il fantasma di morte, la “organizzazione orale” scatta in maniera affettiva scatenando forti emozioni e convertendole in reazioni isteriche come il pianto, esternando il dolore e cercando protezione negli altri.
La “organizzazione anale” trattiene le emozioni e le tensioni per poi possibilmente esplodere in reazioni smodate e inconsulte quando il sistema psichico supera la soglia e l’equilibrio omeostatico si rompe.
La “organizzazione fallico-narcisistica” reagisce in maniera personale ed esibizionistica manifestando un interesse al potere derivato da una situazione di grande dolore.
La “organizzazione genitale” vive il dolore in maniera composta, lo condivide e si relaziona per lenirlo nelle persone care.
In termini semplici queste sono le reazioni e le manifestazioni emotive.
Domanda
Quindi una persona che non manifesta il dolore non è un insensibile ma ha una organizzazione anale.
Risposta
Giusto e con tutte le sfumature del caso. Le mie sono generalizzazioni utili a capire, ma la reazione psichica al lutto e alla nostra angoscia di morte sono composite e miste perché l’organizzazione psichica è in evoluzione e può pescare dalle varie stazioni. Mi riprometto di allargare questi concetti che ho semplificato per motivi di chiarezza.
Domanda
A proposito di chiarezza posso riepilogare quello che ho capito? Alla morte di una persona cara e di fronte alla paura della nostra morte reagiamo in base a come ci siamo formati psicologicamente. Gli “orali” esternano in maniera emotiva, gli “anali” trattengono il dolore e poi possono esplodere, i “fallico-narcisistici” esibiscono le loro emozioni in funzione di un loro tornaconto, i “genitali” esprimono le loro emozioni e consolano gli altri.
Risposta
Una sintesi poderosa e perfetta come tutte le cose semplici.
Domanda
Quali meccanismi di difesa si mettono in atto di fronte al lutto e all’angoscia di morte?
Risposta
Anche questo è un discorso complesso, ma lo semplifico. Si usano i meccanismi che con la nostra organizzazione psichica maturata siamo abituati a usare. Adesso li scorro e li descrivo.
Il meccanismo primario del “ritiro primitivo” consiste nel fuggire dalla realtà per non vivere l’angoscia che non si può gestire. Tale fuga e chiusura in se stessi sono pericolose perché non riconoscono la realtà della morte e del lutto.
Il “diniego” è un meccanismo primario e si attesta nel negare il lutto e la morte. E’ pericoloso perché, per rifiutare l’angoscia, non riconosce la realtà.
La “dissociazione” è sempre un meccanismo primario e pericoloso perché di fronte all’angoscia opera una scissione dell’Io, quello che vive l’angoscia e riconosce il lutto e quello che nega il tutto e si aliena in una realtà tutta sua proteggendosi da quel se stesso angosciato e impotente.
La “rimozione” consiste nel relegare a livello profondo perdita e angoscia. Ma questa modalità di dimenticare non è possibile se si è coinvolti direttamente nel lutto.
La “regressione” e la “fissazione” si attestano nel tornare indietro a modi primari di vivere l’angoscia e la perdita, modalità meno evolute e sofisticate di quella “genitale” di accettazione e di condivisione. Esemplificando chi si chiude in se stesso e non comunica, usa questi meccanismi di difesa.
“L’isolamento” consiste nel separare l’emozione dal fatto, il dolore dal lutto, l’angoscia dalla morte e nel vivere in maniera fredda, senza sentimenti e senza sensazioni, gli eventi drammatici. Questo è un meccanismo molto usato e non significa essere insensibili o tanto meno cattivi.
La “intellettualizzazione” si attesta nel razionalizzare in maniera sofisticata un carico emotivo. E’ una forma estrema della “razionalizzazione”. Fare filosofia sulla morte e sul lutto è l’esempio giusto.
La “razionalizzazione” paranoica significa sentirsi perseguitati dall’angoscia e dalla perdita, costruire neorealtà e formarsi delle convinzioni in tal senso. La morte ci perseguita perché qualcuno ci odia e ci colpisce in questo modo.
La “moralizzazione” comporta una estremizzazione del senso del dovere, per cui l’angoscia e la morte sono di per se stesse necessarie, bisogna affrontarle in maniera rigida e accettarle in maniera passiva come eventi e vissuti ineludibili. Lo stoicismo e la maniera di intendere la morte e il dolore sono il classico esempio di “moralizzazione”. Anche il Buddismo rientra in questa concezione di naturale necessità.
La “compartimentalizzazione” si attesta nel relegare la morte e il lutto in un settore psichico a parte e non integrato nel complesso della “organizzazione psichica”. Pensare che la morte riguarda sempre gli altri è una forma di “compartimentalizzazione” e porta all’ipocrisia.
“L’annullamento” comporta la soluzione dell’angoscia del lutto e della morte in un rito per operare una purificazione attraverso l’azione ritualistica programmata. Recito una preghiera e partecipo a una messa oppure eseguo un atto personale che mi scarica la tensione emotiva in eccesso. La magia comporta il meccanismo dell’annullamento.
Il “volgersi contro il sé” significa vivere il lutto e l’angoscia di morte come colpe da espiare. Siamo peccatori e moriremo. La cultura e le religioni sono piene di questo meccanismo autolesionistico. L’espiazione spesso comporta la somatizzazione di un sintomo o una malattia psicosomatica.
Lo “spostamento” si attesta nella traslazione dell’angoscia e dell’evento luttuoso in un oggetto investito magicamente o in un’azione altrettanto magica: il feticcio e l’esorcismo.
La “formazione reattiva” comporta il capovolgimento del lutto e dell’angoscia in accettazione positiva del destino di uomini: dall’angoscia di morte al desiderio di morte. Vedi il martire e il martirio.
Il “capovolgimento” è una forma di reazione all’angoscia di morte e si attesta nel convertirla in necessità quasi desiderata. Vado in cerca di quello che temo. La morte diventa una ricerca e una sfida.
“L’acting out” o italianamente “messa in atto” esige che l’angoscia si risolve in una azione o in un agire che impedisce di pensare e di riflettere, quasi un prevaricare se stessi per non vivere l’angoscia e alienarsi in tutt’altro.
La “sessualizzazione” comporta che l’angoscia si traduca in un investimento di “libido”. Il dolore si converte in erotismo ed edonismo: godiamoci la vita e la vitalità, tanto poi si muore.
La “sublimazione” comporta la conversione benefica e socialmente utile dell’angoscia di morte e del lutto. Nobilitare il dolore e rendere l’angoscia una energia da usare per fini positivi.
Ho quasi finito il quanto dovevo dire in sintesi, ma mi riprometto di allargare meglio in futuro questo argomento. Ultima precisazione: questi meccanismi di difesa spesso si richiamano, si combinano e non sono usati in maniera pura ed esclusiva.