LA PROCESSIONE DI SANTA LUCIA

TRAMA DEL SOGNO

Ho sognato di essere stata invitata dai miei cugini ad andare alla festa di Santa Lucia. Ho accettato l’invito e sono andata con loro. C’era tanta confusione, ma silenziosa e pacata come sempre.

Mi sono allontanata da loro e ho seguito la processione. Ho visto Santa Lucia, bella come sempre.

Era tutto controllato da tanti militari, sembrava un assetto di guerra, controllavano i tombini e le persone.

Ad un certo punto ad alcuni dei partecipanti, compresa me, ci hanno fatto uscire dalla processione e hanno voluto un attestato.

Io pensavo di averlo e invece no, ho detto che l’avrei portato dopo. Mi sono fermata in fondo a Via Piave e dietro di me c’era una camionetta di militari che controllavano la zona.

Ho continuato a camminare e ho visto che da un balcone, era lo studio di mio marito a Corso Umberto, c’era mio fratello Salvatore e gli ho chiesto di preparare anche per me questo attestato prima che la Santa passasse da quella strada.

Poi mi sono svegliata e non ricordo altro.”

Biby

INTERPRETAZIONE

Ho sognato di essere stata invitata dai miei cugini ad andare alla festa di Santa Lucia. Ho accettato l’invito e sono andata con loro. C’era tanta confusione, ma silenziosa e pacata come sempre.”

Biby è una donna amabile e socievole, religiosa e particolarmente devota alle tradizioni e alle cerimonie sacre. La festa di santa Lucia è l’occasione per mostrare anche la sua tendenza alla “sublimazione della libido”, un processo psichico di difesa che si attesta nel mettere al servizio del prossimo le proprie energie deprivandole della loro qualità sessuale. La disponibilità di Biby è infinita, così come l’apertura verso la gente conosciuta o anonima, quella “confusione silenziosa e pacata come sempre”. Biby descrive se stessa immettendosi tra gli altri e in particolare le aggrada l’attributo della pacatezza e il valore della modestia, alieno dalle esibizioni e dalle esternazioni narcisistiche. Biby è una donna di popolo che “sa di sé” e che trova negli altri la sua definizione e il suo completamento.

Mi sono allontanata da loro e ho seguito la processione. Ho visto Santa Lucia, bella come sempre.”

Si ripete il “come sempre”. La vita di Biby non subisce grandi scosse e non scorre in ambiti tortuosi e in modalità irruente. Biby ha una vita tranquilla che viaggia nella calma rassicurante della tradizione e secondo i ritmi cadenzati di una gradevole monotonia. Biby afferma la sua individualità e autonomia, pur restando in un ambito sociale anonimo e segue la ritualità religiosa e del quotidiano vivere. Biby impregna la sua vita del senso del sacro e non cambia i modi di essere e di esistere in questo contesto cultuale. Si immedesima nella figura della santa e condivide qualcosa di lei, la bellezza, che non è un fattore estetico e formale, ma è una dote sostanziale, un sentirsi dentro, una sensazione e un sentimento, una condivisione nel bene e nel male. Anche Biby, come santa Lucia, ha dentro il dolore e la gioia, il tragico martirio e la coscienza eletta. Questa è la decodificazione di “ho visto santa Lucia, bella come sempre”, una forma di identificazione a metà tra il sacro e il laico, una nobilitazione della vita corrente e della monotonia esistenziale. Biby è una donna pensosa e che pensa. Fin qui i bisogni profondi; vediamo il sogno dove si dirige.

Era tutto controllato da tanti militari, sembrava un assetto di guerra, controllavano i tombini e le persone.”

I bisogni profondi, di cui si diceva prima, sono controllati dall’istanza censoria e morale del “Super-Io”, “tanti militari” e in “assetto di guerra”. Le pulsioni e i bisogni sublimati di Biby hanno la tendenza a non sublimarsi del tutto e allora tentano di scappare da tutte le parti. Del resto, Biby appartiene alla Specie “homo sapiens”, per cui le sue deroghe sono comprensibili e pienamente giustificate. Si giustifica la necessità psichica da parte del “Super-Io” di controllare e censurare gli istinti sessuali e le relazioni elettive e significative: “i tombini e le persone”. Proprio per la loro connotazione e qualità, questi due elementi rappresentano simbolicamente i bisogni materiali, le istanze erotiche e sessuali, nonché il bisogno dell’altro. La “sublimazione della libido” non sempre funziona nel modo giusto ed ecco che interviene il “Super-Io” a richiamare al dovere e al senso di responsabilità sacrificando il corpo e i suoi bisogni. In questa repressione Biby a volte esagera, per cui si giustifica “l’assetto di guerra” in una “processione” sacra e con una santa Lucia in cui degnamente si è identificata per la condivisione di un dramma. Il prosieguo dell’interpretazione del sogno lo dirà con chiarezza.

Ad un certo punto ad alcuni dei partecipanti, compresa me, ci hanno fatto uscire dalla processione e hanno voluto un attestato.”

Biby ha già tirato fuori dalla tasca il suo “Super-Io”, “i militari in assetto di guerra”, adesso sente il bisogno di tirare fuori dalla tasca il suo “Io”, la coscienza di sé, l’auto-consapevolezza, “un attestato”. Quest’ultimo si riduce alla dignità di poter partecipare alla processione e di condividere con santa Lucia qualche tratto umano e psichico. Biby non è sola e in questa operazione di polizia si fa accompagnare, per lenire la tensione e continuare il sogno, da “alcuni dei partecipanti della processione” della serie popolare del “mal comune, mezzo gaudio”. Biby si sta chiedendo se la sua assimilazione e identificazione a santa Lucia ha una sua verità e correttezza o se invece è un abuso blasfemo di stampo mito-maniacale. Per questo motivo chiede al suo “Io”, “hanno voluto l’attestato”, di attestare la congruenza o il delirio di questa operazione psichica di condivisione e di identificazione. Biby chiede al suo “Io” di autenticare quello che il suo “Super-Io” ha censurato, ha messo in discussione. E’ una lotta e un braccio di ferro tra le due istanze psichiche “Io” e “Super-Io” sul tema seguente: “Biby è degna di santa Lucia o è una millantatrice di credito e va punita per eccesso di supponenza?”

E come la mettiamo con i suoi bisogni sessuali, i “tombini” e le relazioni sociali, le “persone”?

Chi vivrà vedrà e saprà di tanta combutta tra sé e sé da parte della nostra protagonista del sogno.

Io pensavo di averlo e invece no, ho detto che l’avrei portato dopo. Mi sono fermata in fondo a Via Piave e dietro di me c’era una camionetta di militari che controllavano la zona.”

Biby è più creativa di quanto pensa, ha più vissuti di quanto se ne accrediti, ha un “Io” che non sta dietro a tutte le sue produzioni psichiche, ne pensa una più del diavolo, elabora più di quanto riesce a immagazzinare, insomma Biby è ricca e prospera mentalmente e sa tirarsi fuori dagli impacci e dagli impicci. Adesso le tocca di mettere a posto la sua identità psichica e aggiornarla con i tratti della santità e del carisma per essere in linea con i tempi. La processione di santa Lucia le ha tirato fuori un vissuto partecipativo particolarmente devoto e sta controllando se l’equiparazione non è sacrilega. A tale necessità si fa tallonare dal suo “Super-Io” particolarmente attrezzato alla censura e, se è il caso, anche alla repressione. Biby è sull’orlo di una crisi di nervi e sta controllando la legittimità delle sue prerogative di accreditamento alla figura umana della santa protettrice della città di Siracusa, il cui corpo è ancora venerabile in Venezia presso la chiesa omonima nel sestriere di Cannaregio. Del resto, i santi sono elaborati dalla pietà umana proprio perché danno la possibilità ai fedeli di ritrovarsi nei tratti caratteristici e di migliorarsi. I caramba, i militari”, stanno controllando “la zona” e il Super-Io” è all’erta su questa operazione di possibile contrabbando dei dati tra Biby e la santa protettrice della vista e degli occhi, Lucia dal latino “lux”.

Ho continuato a camminare e ho visto che da un balcone, era lo studio di mio marito a Corso Umberto, c’era mio fratello Salvatore e gli ho chiesto di preparare anche per me questo attestato prima che la Santa passasse da quella strada.”

Biby procede nel cammino della sua vita e ha la consapevolezza che può avere questo benedetto attestato di buona condotta e lo chiede al fratello per non chiederlo al marito, il diretto interessato di questa drammatica ma pacata psicodinamica. In sostanza Biby ha perso il marito, ma non è rimasta sola perché è circondata dai parenti e dalla gente che le vuol bene. Lei stessa è una donna ricca di emozioni e di sensazioni vitali, socievole, gradevole e affabile, per cui speso si chiede quanto degna è la sua sopravvivenza al marito e quanto degna è del marito, questa figura che entra in punta di piedi alla fine nella scena onirica a chiarire tutto il quadro. L’identificazione con santa Lucia è possibile qualora il Super-Io opera le giuste censure rispetto all’Io e più che mai all’Es che presenta bisogni e pulsioni, slanci amorosi e slanci di investimento di “libido”. Del resto, chi sopravvive al coniuge tanto amato deve pur vivere con le proprie sofferenze e con la colpa del sopravvissuto, ma anche con l’appagamento dei bisogni del corpo e della mente, gli affetti e il piacere. Questa è la lotta tra le esigenze psicofisiche in una donna che continua a vivere portando onore alla memoria del marito defunto. Passerà la processione di santa Lucia da corso Umberto e troverà Biby sul marciapiede a onorare con devozione la santa che di sofferenze ne ha subite nella sua vita e che ancora rappresenta simbolicamente la fedeltà al suo Dio, come Biby al suo uomo.

Poi mi sono svegliata e non ricordo altro.”

In effetti il sogno si era concluso con questo accomodamento diplomatico tramite il fratello Salvatore per un giudizio benevolo e rispettoso della sorella, nonostante sia stata chiamata a una sofferenza anticipata nella sua vita di coppia e nella sua famiglia.

Non c’era altro da ricordare, perché quello che ha sognato Biby, scatenato dai festeggiamenti della santa protettrice della sua città, è completo ed esauriente. Bisognava soltanto decodificarlo per capirlo.

Nulla da aggiungere anche da parte mia, se non l’auspicio per Biby di giorni sereni e vissuti alla grande con un bell’Io e con un Super-Io da tenere sotto controllo e da ridimensionare quando esagera.

La sopravvivenza non è una colpa e tanto meno un peccato mortale.

NEL GIORNO ONOMASTICO DEI MIEI GENITORI

Siracusa, 8 dicembre 1954

Tema

I miei genitori

Svolgimento

Mio padre si chiama Concetto.

Mio padre è detto Nnittulu.

Mio padre è sentito Nzuliddru.

Mia madre si chiama Concetta.

Mia madre è detta Tita.

Mia madre è sentita Titina.

Oggi è l’Immacolata.

Oggi i miei genitori fanno l’onomastico.

Oggi a casa mia si mangia brodo di carne con i pizzulati e le polpettine.

Oggi a casa mia si mangia la carne bollita con le patate fritte una per una e tagliate a forma di cerchio da mia mamma che ha tanta pazienza e anche se è la sua festa si siede davanti al focolare e frigge le patate con amore per tutti noi.

Come frutta ci sono i mandarini e le bucce non si buttano perché servono la sera per giocare a tombola. Io spero di fare almeno un terno e una cinquina, così poi mi compro la palla di gomma bianca puzzolente e gioco per strada con i miei cugini.

Come dolce ci sono i cannoli di ricotta che ha mandato lo zio Pippo Giudice e la zia Lucia Giarratana come regalo. I miei zii sono molto buoni e con le loro ricchezze tolgono tanti pensieri a mia madre quando fa la spesa perché sono macellai come mio nonno e puzzano di sangue.

Noi siamo sei figli e riempiamo tutta la tavola assieme alla nonna Lucia e alla zia Assuntina che viene da Tripoli e porta le sigarette, il tè e la cioccolata quando i finanzieri la fanno passare senza guardare nelle sue valige. Ma ci guardano sempre e rubano le leccornie a causa della divisa e le portano a casa ai loro bambini. Almeno lo spero.

La zia Assuntina è magica perché ha tanti soldi e fa tanti regali che tira fuori dalla sua valigia piano piano e quando meno te lo aspetti.

Mia nonna dicono che è cattiva, ma a me regala sempre le caramelle di carrubba per la tosse perché io soffro di bronchite e non respiro bene la notte quando mi vengono i gattini nel petto mentre dormo. Per questo mia madre mi spalma il petto di Vicks Vaporub alla menta.

Mia madre mi regala sempre le sue polpettine perché sono il più piccolo, il cacaniro, il figlio che fa la cacca sul nido.

Questa non l’ho mai capita, come la festa dell’Immacolata.

Padre Raffaele Cannarella ha detto che Immacolata concezione significa che la Madonna è nata senza peccato originale e non che era sposa di Giuseppe come poteva essere mia madre per mio padre.

Questa non l’ho capita.

Perché dobbiamo nascere con il peccato, non l’ho capito.

Perché si chiama originale se ce lo abbiamo tutti, non l’ho capito.

Il maestro ha detto che siamo tutti originali perché siamo tutti diversi, ma io non penso di essere diverso dagli altri. Però il maestro ha sempre ragione e dice tante cose difficili da capire. Il mio maestro si chiama Salvatore Grillo e fa anche il poeta, il musicista e il pittore. Ha scritto una canzone sulla Sicilia e a Messina gli hanno dato un premio di mille lire. Il mio maestro ha i capelli lunghi e ricci e sembra un pazzo. Però è sempre pulito e i capelli se li lava con lo sciampo Palmolive, quello che non usa mia madre perché costa caro.

Mia madre si lava e mi lava con il sapone Palmolive all’olio d’oliva dentro la bagnarola e anche i capelli li lava con questo sapone che fa bruciare gli occhi.

Io chiamo mia madre mamma e basta.

Mio padre lo chiamo papà.

Dopo la festa dell’Immacolata tutto torna come prima a casa mia e devo dire che non è male. Se continua così fino alla fine della scuola elementare, mi sta bene anche se non capisco tante cose, ma sono sicuro che mi rifarò perché sono curioso come una scimmia dell’Africa dove abita la zia Assuntina.

Questi sono i miei genitori e questo sono io che sono loro figlio.

scolaro Vallone Salvatore

classe terza C del primo Circolo

scuola Elementare di via dei Mergulensi n° 23

Siracusa

AMACA

Dondolo.

Luce nel cielo,

profumo dalla terra.

Uno scricchiolio

desta le mie paure.

Nella tempesta

non si può temere una goccia.

Lucia

IL “MAR EDIPICO” IN PERSONA

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Protagonista indiscusso dei miei sogni è il mare.

Il mare da sempre inonda le mie notti e, in base ai periodi e ai miei stati d’animo, lo vedo tranquillo o agitato, scuro o limpido.

In linea di massima ho notato che, mentre in un passato recente era spesso scuro e minaccioso, ora è quasi sempre limpido e tranquillo.

Inoltre, mentre prima sognavo di esserci dentro (pur sentendo fisicamente la sensazione di essere in acqua ) o al massimo di guardarlo in barca o in nave (sempre ricorrenti nei miei sogni), ora sogno di guardarlo dall’alto come se io fossi un uccello, un gabbiano che vola sopra ed il mare è quasi sempre di un azzurro e di un verde bellissimi.

Sottolineo che ho un rapporto molto profondo con il mare. Non potrei vivere lontano dal mare. Sin da ragazzina è stato il mio rifugio, il complice dei miei momenti di sconforto, il confidente delle mie più amare delusioni, l’ascoltatore inconsapevole delle mie preghiere più sincere e profonde, dei miei segreti e delle mie disperazioni, l’amico fidato da cui correre e da cui farsi abbracciare con il suo profumo di sale e iodio e con le sue onde incessanti e rassicuranti.

Quando scrivevo, è stato l’ispiratore dei miei primi versi. Il mare m’incute calma ma anche passione, rispetto e ammirazione, oltre che un sacro timore. Mi fa paura tutta questa immensità e quello che si può nascondere nelle sue profondità. Lo amo e lo temo.”

Lucia offre un’ampia sintesi dei suoi sogni in riguardo al mare, un “sogno a occhi aperti”, una serie di riflessioni sul mare, una “fantasticheria”, una benefica combinazione di “fantasmi” personalissimi in riguardo al mare e in sostituzione di qualcos’altro. Meglio: Lucia trasla creativamente sul mare “parti di sé” sedimentate a livello profondo durante la formazione psichica e di qualità prevalentemente affettiva, “parti di sé” mai dome e mai fortunatamente domate. Ma quali personaggi e quale psicodinamica rappresentano simbolicamente il mare nel teatro psichico di Lucia? La decodificazione puntuale ci sarà di grande aiuto.

Il “mare” è un simbolo universale, non proprio un “archetipo”, ma comunque ha una valenza collettiva di notevole portata e un’influenza robusta nell’umano “Immaginario”. Rappresenta simbolicamente il “principio femminile”, un attributo psichico del corredo della “Grande Madre”, condensa la “dimensione psichica inconscia” e la ricerca dell’autocoscienza, associa l’esistere e il vivere, contiene “Eros” e “Thanatos”, la pulsione vitale e la pulsione distruttiva. Questi sono i recipienti universali che poi si riempiono di contenuti interiori e si colorano di tinte personali. Il “mare di Lucia” interessa proprio per la valenza individuale e intima: quel mare che si riempie dei bisogni e dei desideri della protagonista, dei suoi fantasmi. In ogni caso si rispetta sempre la regola: anche se si tratta di un simbolo universale e condiviso, di poi ci mettiamo del nostro, ma tanto del nostro come in questo caso.

Il “mare” occupa tanto spazio nei vissuti di Lucia, è “protagonista”, il primo motore all’azione e alla contesa, il primo attore della sua compagnia teatrale, il primo oggetto d’investimento della sua “libido”.

Il “mare” è il signore del suo umore, la “proiezione” benefica delle sue emozioni, il padrone privilegiato del crepuscolo della sua coscienza, l’alleato ambiguo e ambivalente del suo quadro psichico in atto. Al mare Lucia si affida e si abbandona come una bambina alla propria madre.

Il “mare” è la cartina di tornasole dell’evoluzione psichica di Lucia: evidenzia l’acido. Dopo il tormento e lo struggimento adolescenziali, Lucia approda alla serenità e alla pacatezza, alla migliore autoconsapevolezza e alla tranquillità dell’animo. E il mare attesta e conferma che siamo in presenza di una verità.

Ecco che il mare prende forma. Da indistinto si determina in un’entità precipua: la madre. Lucia è in uno stato fusionale e, di poi, nasce al mondo per diventare autonoma e adulta quando il mare è oggetto di contemplazione e di “sublimazione”. Vediamo quanto può essere plausibile questa affermazione.

Prima sognavo di esserci dentro (pur sentendo fisicamente la sensazione di essere in acqua) o al massimo di guardarlo in barca o in nave (sempre ricorrenti nei miei sogni), ora sogno di guardarlo dall’alto come se io fossi un uccello, un gabbiano che vola sopra e il mare è quasi sempre di un azzurro e di un verde bellissimi.”

La figura materna è servita dal sogno in maniera completa e fascinosa ad attestare la fusione, la nascita, l’autonomia, la libertà, il riconoscimento, la “sublimazione”. Ecco la prima persona incarnata dal mare in una cornice estetica e cromatica che si snoda tra il verde e l’azzurro, i colori della vita e della vitalità: Afrodite sorge dalla schiuma delle acque del mare, fecondate dallo sperma del membro castrato di Urano nel mito cosmogonico di Esiodo. L’identificazione nel “gabbiano” concilia la natura e la cultura, lo spirito libero e la necessaria socializzazione, ma consente soprattutto il distacco maturo della “sublimazione della libido”, come se fosse mancato a Lucia l’oggetto del suo investimento concreto e materiale, per cui è stata costretta a nobilitarlo e a renderlo non aggredibile, sacro di conseguenza.

Ecco che il mare di Lucia acquista nei suoi ricordi la valenza maschile di un amico, di una “madre-padre”, di un uomo a cui affidarsi nella propria evoluzione psichica, di un “androgino” al di sopra di ogni sospetto edipico.

Sottolineo che ho un rapporto molto profondo con il mare. Non potrei vivere lontano dal mare.”

Il mare è un oggetto d’amare con la consapevolezza dell’unicità e della costante presenza. Un amore inimitabile e ineliminabile: un padre nobile e austero. Ecco la dichiarazione d’amore!

Sin da ragazzina è stato il mio rifugio, il complice dei miei momenti di sconforto, il confidente delle mie più amare delusioni, l’ascoltatore inconsapevole delle mie preghiere più sincere e profonde, dei miei segreti e delle mie disperazioni, l’amico fidato da cui correre e da cui farsi abbracciare con il suo profumo di sale e iodio e con le sue onde incessanti e rassicuranti.”

La “traslazione” o lo “spostamento” operato da Lucia nel sogno riguarda chiaramente e inequivocabilmente la figura paterna, un “padre ideale” sia a livello affettivo e sia a livello protettivo. Lucia sogna il mare al posto del padre e descrive il suo “complesso di Edipo” nei termini di un coinvolgimento empatico: rifugio, complice, confidente, ascoltatore, amico, nonché il profumo di colonia o il dopobarba, anzi “il suo profumo di sale e iodio”. Quanta nostalgia e quanta pacatezza il sogno di Lucia contiene in riguardo al mare, gli stessi sentimenti che Lucia ha investito e composto sulla figura paterna secondo il suo evangelo.

La domanda lecita riguarda il perché di questa “traslazione” “padre-mare”, ma su questo tema il sogno di Lucia non offre elementi plausibili, se non quello di un padre ideale e desiderato, quasi perfetto e per questo non presente all’appello: un padre tutto suo!

Quando scrivevo, è stato l’ispiratore dei miei primi versi. Il mare m’incute calma ma anche passione, rispetto e ammirazione, oltre che un sacro timore. Mi fa paura tutta questa immensità e quello che si può nascondere nelle sue profondità. Lo amo e lo temo.”

L’ultima parte del sogno mostra l’investimento di Lucia sul mare come su una persona, un padre nello specifico, quella figura su cui ha usato il processo di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido”. Un padre ispiratore di versi, un uomo che scuote l’emotività e la libera nella parola adatta e ricercata, nella parola creata con un suo “significante” e con un suo “significato”. Chi non ha scritto una poesia da adolescente per la mamma o per il primo amore? Certo la figura paterna è la meno gettonata in ambito lirico e quest’originalità traslata nel mare di Lucia attesta la “pietas” verso il padre, il culto del padre. Ricordo che la poesia è la via primaria di sblocco dell’emozione nella comunicazione. Secondo Aristotele era catartica, liberava emozioni e angosce profonde individuali e collettive, teoria estetica che il grande filosofo aveva argutamente individuato nelle tragedie greche di Eschilo, di Sofocle e di Euripide. Il “padre edipico” include nelle giovani figlie protezione e soprattutto fascino, attizza i sensi e i sentimenti: una figura intrigante che fa “patire” nel senso latino di “passione” e che rende possibile il vissuto sentimentale orgasmico dello “struggimento”, un’esperienza psichica che si conserverà e che ritornerà nella vita amorosa successiva e lecita con tutte le movenze sensoriali e sentimentali già sperimentate sul corpo e nella mente. Il “padre edipico”, inoltre, tende a strutturare l’istanza psichica del “Super-Io”, il rispetto verso l’autorità, il senso del limite, l’ammirazione verso l’autorevolezza, il senso del sacro e del mistico, il “timore e il tremore” di cui parlava Kierkegaard a proposito del rapporto uomo- Dio nell’opera omonima. Il “padre edipico” è una tappa fondamentale nella formazione del cosiddetto carattere, meglio “formazione reattiva”. In concorso con l’Io e l’”Es forma le caratteristiche e le sfumature della struttura psichica. Il “padre edipico” incide in maniera meno traumatica sulla figlia rispetto al figlio, dal momento che la femmina si è già identificata nella madre e ha superato la ferita narcisistica della mancata maschilità ed è stata costretta ad accettare la sua femminilità e ad esaltarla con le arti seduttive, mentre il maschio deve identificarsi nel nemico dello stesso sesso e deve subire un forte ridimensionamento traumatico del proprio narcisismo. La bambina, in sintesi, vive meno dolorosamente la “castrazione”. Questa sintesi teorica riporta l’esperienza clinica di Freud agli inizi del secolo scorso. Ritornando a Lucia e ai suoi fantasmi sul “mare edipico”, bisogna rilevare la paura, la sacralità, il mistero, l’immensità mistica, il timor panico, il fascino dell’ignoto di lui, il desiderio di sapere. Lucia ama e teme se stessa, quelle parti edipiche in riferimento al padre e alla madre anche se maggiore spessore è stato riservato alla figura maschile. “Lo amo e lo temo.” Non c’era modo estetico migliore per concludere questo sogno.

Il mare di Lucia non è un sogno, ma la sintesi “a occhi aperti” di una serie di sogni, a testimonianza che si possono interpretare prodotti psichici pienamente coscienti e che l’uomo è “animale creativamente simbolico”, definizione tanto gradita a Umberto Eco. Il mare di Lucia tratta del complesso di Edipo, meglio definita “posizione edipica” perché non si supera del tutto, ma si conserva in parte, ed è stato titolato all’uopo “il mar edipico in persona”. La sintesi onirica passa dalla fusione con la madre al riconoscimento del sacro paterno, dopo aver attraversato le fasi erotiche e passionali della conquista, della confidenza, della reverenza. L’itinerario preciso delle sequenze e la pacata turbolenza si giustificano con il fatto che si tratta di una riflessione molto consapevole sui sogni in riguardo al mare. Scrivendo, Lucia non ha immaginato che stava parlando del padre e della madre. I suoi conflitti pregressi e in atto si sono stemperati e placati nel mare meraviglioso, mai adeguatamente onorato, della sua inquietante Siracusa.

La prognosi impone a Lucia di mantenere questa immagine ideale del padre e di ben custodirla tra i suoi crucci più amari e i suoi desideri più puri. Del resto, si tratta clinicamente di un’ottimale risoluzione del “complesso di Edipo”, fatta di consapevolezza e riconoscimento.

Il rischio psicopatologico si attesta nell’intensificarsi dell’immagine intorno al “padre ideale” e non adeguatamente vissuto, nell’esigenza di dare vita concreta al fantasma e di agirlo: una psiconevrosi ansioso-depressiva che può essere di pregiudizio alle relazioni affettive.

Riflessioni metodologiche: il sogno ha sempre una forma “poetica” perché si traduce in realtà tramite i meccanismi poetici del “processo primario”. Il sogno è un insieme armonico di “forma e contenuto” sulla scia della “Estetica” di Benedetto Croce, una fusione di parole-immagini e sentimenti-emozioni, una combinazione adatta a esprimere le psicodinamiche di questa e di quella struttura sognante. Il sognare è la “forma” che giustifica con i suoi meccanismi le figure retoriche del “contenuto” psichico. Perché tutti abbiamo scritto una poesia nella nostra vita o abbiamo sentito l’esigenza di cimentarci in quest’impresa? Perché tutti sogniamo e di notte siamo poeti per natura e non per professione. Le scuole poetiche sono tante e si snodano nella storia delle varie letterature. La scuola poetica onirica è una, unica e universale. Tutti sognano allo stesso modo e tutti sognano gli stessi contenuti psichici, fatte salve le differenze personali e culturali. La “creatività” è sperimentata ogni notte in sogno da qualsiasi persona. Non essendo consapevoli di queste nostre capacità creative, lasciamo all’orgoglioso vate, all’aedo più o meno cieco, al poeta più o meno suggestivo, al cantastorie popolare e ad altri, a tanti altri che abusivamente si definiscono “artisti”, la professione intellettuale dell’esteta, del cultore della bellezza. Esemplificazione della “ars poetica” onirica: nella sintesi di Lucia c’è un richiamo preciso al poeta latino Gaio Valerio Catullo e al seguente squisito carme: “Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris. Nescio, sed sentio et excrucior.” Un solo distico elegiaco è bastato a tradurre il tormento d’amore tra senso e sentimento, più senso, se gradiamo. “Odio e amo. Perché faccio ciò, forse tu vuoi sapere. Non lo so, ma lo sento e mi struggo.” Correva il primo secolo ante Cristum natun. Anche Lucia parla del mare secondo la figura retorica “Lo amo e lo temo”, anche Lucia, se non avesse smesso di scrivere versi, oggi potrebbe scrivere esteticamente tanto sui suoi poetici sogni in riguardo al “mare”. Ah, queste incompiute!