EROS E TANATHOS

TRAMA DEL SOGNO

“Sono in una macchina insieme ad altre due persone: una è la mia fidanzata, che siede nel sedile passeggero anteriore e l’altra persona è l’autista: uno sconosciuto, calvo, dallo sguardo di ghiaccio.

Io siedo nel sedile posteriore.

Io e la mia fidanzata iniziamo a discutere e alziamo i toni della voce. L’autista caccia una pistola e le spara tre colpi al corpo.

Lei non muore, ma resta ferita e ci ritroviamo in una casa lussuosa, in una Sicilia gattopardiana e io mi scuso con lei continuamente per aver provocato questa situazione.

Lei è ferita e sanguina molto, ma è capace a stare in piedi e parlare. È un po’ offesa e un po’ arrabbiata, ma in fondo sembra che possa perdonarmi.

Io intanto sono nudo e mi vergogno.

Ad un certo punto in stanza entrano sua sorella (mia cognata) e un’amica di sua sorella ed io mi nascondo dietro il tavolo perché sono completamente nudo.

A questo punto mi sveglio, molto turbato, e non prendo sonno prima di un’oretta.”

Questo sogno è di Oneiro.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Sono in una macchina insieme ad altre due persone: una è la mia fidanzata, che siede nel sedile passeggero anteriore e l’altra persona è l’autista: uno sconosciuto, calvo, dallo sguardo di ghiaccio.”

Oneiro è il nome scelto dal protagonista di questo apparentemente languido psicodramma e si traduce “onirico”, “sognante”, “subliminale”, “crepuscolare”, “fantasioso”, “inconsapevole”, “trasognato”, “felliniano”. L’interpretazione del sogno dirà anche se la scelta del nome è del tutto casuale o è attinente ad alcuni tratti della struttura psichica di Oneiro, alla sua “organizzazione psichica reattiva”, alla sua formazione psichica evolutiva. Dopo questa iniziale scommessa diventa interessante l’immersione nel mondo profondo di Oneiro.

La “macchina”, è ormai risaputo, simboleggia la sessualità con i suoi meccanismi neurovegetativi, spontanei e naturali, quasi meccanici, dal momento che l’azione dell’Io è notevolmente ridotta a causa della pulsionalità istintiva che governa e contraddistingue l’umana funzione sessuale.

Oneiro è in piena tresca erotica e sessuale con “altre due persone”. Meglio: Oneiro sogna di vivere la sua sessualità portandosi dietro due “immagini” elaborate nel tempo e per la precisione si tratta della “immagine della donna” rappresentata nella figura della sua “fidanzata” e la “immagine dell’uomo”, “l’autista” automatico, aggressivo, senza idee, freddo, glaciale, il maschio che guida la macchina e che si accompagna alla sua fidanzata. Insomma, Oneiro sta rivisitando in sogno le “immagini di sé” come parte della coppia e durante l’amplesso erotico e sessuale, nei preliminari del coito, nella dimensione intima e privata, la vita a modo suo “amorosa”. Oneiro sta osservando se stesso e nello specifico i modi di relazionarsi eroticamente e sessualmente con la sua “fidanzata”. In questa naturale e primaria operazione difensiva di “sdoppiamento dell’imago”, meglio “proiezione”, Oneiro scopre quella “parte psichica di sé” caratterizzata dalla calvizie o carenza depressiva di idee e di progetti, dallo “sguardo di ghiaccio” o freddezza affettiva e ridotto coinvolgimento sessuale, nonché poche prospettive progettuali. Insomma Oneiro è “sconosciuto” a se stesso, “uno sconosciuto”, uno strano “sconosciuto” perché teme di essere “l’autista” e sa di essere “l’autista”, un uomo che guida i meccanismi della sua macchina sessuale senza il naturale coinvolgimento e la dovuta partecipazione: “l’homme que regarde”. Oneiro vive male se stesso e la sua donna, “fidanzata”, a causa dello “autista”, quell’uomo “sconosciuto”, “calvo e dallo sguardo di ghiaccio”. Oneiro non si accetta e, allora, in sogno si sdoppia e di “proietta” in questa “immagine negativa di sé” per continuare a dormire e non cadere nel risveglio con l’incubo. Ricordo che quest’ultimo si attesta nella coincidenza del “significato latente” con il “significato manifesto” del sogno.

Per adesso e fin qui la decodificazione può già bastare al fine di operare le giuste riflessioni, ma andare avanti è necessario, oltre che degno di curiosità e interesse.

Io siedo nel sedile posteriore.”

Oneiro è sornione, psichicamente difeso, “siede nel sedile posteriore”, si guarda quando fa sesso o fa l’amore che dir si voglia, si osserva per bisogno di essere formalmente a posto e secondo i suoi bisogni soggettivi e le sue necessità personali, si defila nelle retroguardie per potersela svignare al momento opportuno e dire a se stesso “quello non sei tu”. In effetti, l’uomo seduto “nel sedile posteriore” è “l’immagine positiva di sé”, la “parte positiva del fantasma” della sua persona, la “rappresentazione di sé” vissuta ed elaborata nel corso della sua formazione ed evoluzione psichiche: un uomo che teme di essere come “l’autista” della macchina, sessualmente freddo ed affettivamente gelido, e che si scinde e si osserva al fine di evitare di essere quello che teme. Ricordo che il “fantasma” è la rappresentazione primaria legata alla modalità del pensiero infantile e che la “scissione delle imago” è un “meccanismo primitivo di difesa dall’angoscia”. Oneiro, quindi, in riguardo alla sua vita sessuale, usa queste modalità e questo meccanismo, entrambi risalenti all’infanzia. Niente di negativo, tutto normale e possibile, ma di certo l’evoluzione è stata bloccata in questo settore delicato della vitalità umana come la sessualità e soprattutto è stato compromesso il coinvolgimento erotico e sessuale con una donna. In specie, se è la “fidanzata”, la questione relazionale e umana si complica per entrambi i soggetti in questione, il fidanzato e la fidanzata. Quest’ultima, in particolare, deve stare in questo gioco dinamico difficile da comprendere e far proprio.

Io e la mia fidanzata iniziamo a discutere e alziamo i toni della voce. L’autista caccia una pistola e le spara tre colpi al corpo.”

Come non detto!

Ecco la suddetta questione papale papale, precisa precisa!

Neanche un indovino avrebbe potuto prevedere tutto questo, ma la Psicoanalisi del sogno certamente è di casa in questi intrighi relazionali di cui non si parla con nessuno e spesso neanche con il partner.

Traduco il capoverso così significativo ed esplicativo.

Oneiro discute con se stesso e si pone il suo problema traslandolo per difesa dall’angoscia nella fidanzata al punto che la fa arrabbiare e gridare: “alziamo i toni della voce”, perché il problema personale e, di poi, relazionale non è da poco, è grande, anzi è colossale, dal momento che la “parte psichica negativa” di Oneiro, la rappresentazione fredda e anaffettiva, istruisce un coito violento: “caccia una pistola e le spara tre colpi al corpo”. Insomma, non siamo mica combinati bene, se, quando si fa l’amore o il sesso o si penetra la vagina o si è in intimità con la propria fidanzata, ci si spoglia di qualsiasi calore affettivo e dolcezza relazionale e si diventa un freddo frequentatore del bordello di Malta, un uomo asettico, freddo, glaciale, senza le qualità umane e sessuali che la circostanza e il ruolo richiedono. Non si può andare a letto con la propria ragazza e trattarla come un pezzo di legno su cui intagliare le tacche dei propri trofei. La donna non è il calcio della tua pistola. Tutto questo non si può fare in primo luogo per se stessi, perché è la chiara prova che non ci si rispetta e non si rispetta. Insomma, Oneiro, per dirla con Freud e la sua dottrina, è in piena “fase narcisistica” e fa sesso con se stesso andando a letto non soltanto con la sua fidanzata, ma anche con l’autista. “Queste son situazioni di contrabbando”, canta ancora dal cielo stellato Enzo Iannacci in “Messico e nuvole” a proposito del divorzio. Si va a letto in tre e chissà quanti altri “fantasmi” innominati e non riconosciuti si intrufolano tra le lenzuola di un motel o sui sedili della mitica “cinquecento”. Insomma, non si può trattare di merda la fidanzata facendola sentire nell’intimità sessuale e affettiva una parte poco importante del corredo e dell’arredamento.

Dal faceto, non tanto faceto, andiamo sul serio, non tanto serio come tutte le umane cose.

Il problema di Oneiro è in primo luogo l’angoscia del coinvolgimento affettivo con una donna, erotico e sessuale di conseguenza. Oneiro non opera investimenti di “libido genitale”, ma è fermo e conosce molto bene gli investimenti di “libido narcisistica”, quella che alla coppia fa solamente danno e arreca detrimento all’equilibrio psicofisico e relazionale. Oneiro deve maturare per poter stare in coppia da uomo, con il suo ruolo maschile, con la sua storia e la sua formazione evolutiva. Proprio quest’ultima abbisogna di essere portata avanti nella “posizione psichica genitale”, la dimensione donativa e generosa verso di sé e verso il partner, la relazione matura e completa che non ha bisogno di altro, se non del piacere reciproco di avere un piacere completo di ordine sessuale e soprattutto affettivo. In sintesi: Oneiro fa sesso con la fidanzata e non è soddisfatto della sua persona e della sua prestazione, nonostante la pistola, chiaro simbolo fallico, e “i tre colpi sparati al corpo” e non all’interezza della persona che risponde formalmente al ruolo di sua “fidanzata”. Oneiro fortunatamente non è contento di sé e del suo virile operato che sa tanto di immaturità affettiva e di angoscia dell’investimento e del coinvolgimento. “En passant”, capita di solito tutto questo “bailamme” ai figli di mamme possessive che hanno impedito e bloccato l’evoluzione dei figli per i loro bisogni e le loro angosce depressive e abbandoniche. Naturalmente devono essere i figli a liberarsi anche se le mamme sono resistenti e restie a lasciarli volare fuori del nido e, tanto meno, ad affidarli ad altre donne. Tutto questo viene detto sempre “en passant”.

Lei non muore, ma resta ferita e ci ritroviamo in una casa lussuosa, in una Sicilia gattopardiana e io mi scuso con lei continuamente per aver provocato questa situazione.”

Oneiro è un uomo sensibile e colto. Oneiro ha fatto delle sue conoscenze e delle sue letture anche materia psicologica di identificazione e di identità psichiche. Oneiro si è parzialmente identificato nel corso della sua tormentata formazione in don Fabrizio Corbera, principe di Salina, duca di Querceta, marchese di Donnafugata, il Gattopardo. Oneiro ha letto o visto a suo tempo il capolavoro di Giuseppe Tomasi, a sua volta duca di Palma e principe di Lampedusa , “Il Gattopardo” per l’appunto, ed ha assimilato la figura burbera e severa, nonché sessualmente a suo modo attiva di don Fabrizio, quello che andava regolarmente dalle “benefattrici” in quel di Palermo e che faceva tirare giù tutti i santi del Paradiso alla moglie Maria Stella quando le toccava sottostare, nel senso concreto della parola, al corpo monumentale del marito principe e in crisi per astinenza sessuale, più che erotica e affettiva. Del resto, don Fabrizio Corbera è la classica espressione del Narcisismo decadente e sornione che si arrende soltanto alla Morte e non al Mondo, è un uomo che non concepisce gli altri come persone su cui investire sensi e affetti, “libido”, gente da amare insomma. Don Fabrizio non ama neanche i suoi figli, è attratto soltanto dalla sua immagine giovanile “proiettata” nel giovane nipote Tancredi. Con i propri figli don Fabrizio è di una freddezza glaciale, con la moglie esercita il diritto sessuale più bieco e atavico, lo scarico animale della “libido narcisistica”. Oneiro si scusa con la sua fidanzata e la illude compensandola con una “casa lussuosa” e con i beni di consumo venale, ma non è contento in primo luogo di se stesso con se stesso, per come tratta se stesso in questa circostanza affettiva e sessuale, non è contento di come vive e gestisce la sua vita e la sua vitalità. Oneiro ha la consapevolezza che “questa situazione”, questa “modalità psichica narcisistica” di porsi con le donne non va per niente bene e che va evoluta e portata a giusta maturazione. Decisamente e volentieri in coscienza mi ripeto e dico che Oneiro non è contento di se stesso. Ergo, si pone l’esigenza ineludibile di muoversi e di cambiare registro e spartito.

Meno male e viva l’Italia tutta intera, dalla Sicilia al Friuli!

Lei è ferita e sanguina molto, ma è capace a stare in piedi e parlare. È un po’ offesa e un po’ arrabbiata, ma in fondo sembra che possa perdonarmi.”

Oneiro si rende conto che la sua fidanzata o la sua “lei”, come la definisce da due capoversi, è offesa nella dignità di persona e soffre molto non soltanto a livello psicologico, ma anche a livello di equilibrio psicofisico, energetico o libidico. Oneiro si rende anche conto o si illude che la sua “lei ce la fa e ce la potrà fare, perché “è capace” di mantenere la schiena dritta e di comunicare la sua insofferenza e sofferenza “in primis”, perché ha una personale e originale vitalità di persona “ferita” e che “sanguina molto”. A tutti gli effetti si tratta di “proiezioni” di Oneiro nella sua “fidanzata lei”, è tutto materiale psichico dell’uomo che se la racconta a suo uso e consumo soltanto per non modificarsi e adeguarsi dignitosamente alla situazione di coppia. E’ proprio Oneiro che è offeso con se stesso da se stesso, è arrabbiato con se stesso, ma soltanto e sempre “un po’ e mai abbastanza per prendere consapevolezza e adire al cambiamento psichico e relazionale. “In fondo” si può sempre perdonare, assolvere in queste insolvenze e incongruenze. Oneiro sente che non va bene la sua “posizione psichica narcisistica” quando si trova con la sua “lei”, sente che ci vuole la “posizione psichica genitale” per amarsi e per amare, sa che la sua situazione psicofisica non è matura al punto di donarsi e donare, al punto di concepire il “dono” come la novità psichica della sua evoluzione: il riconoscimento dell’altro. Questo è il “dono” e non i soliti baci perugina o le caramelle di Annamaria Mazzini in “Parole, parole, parole”. Il “dono” è il riconoscimento dell’altro ed è il segno della maturazione psichica effettuata e assimilata. Adesso puoi essere anche padre, mio caro don Fabrizio Corbera, principe di Salina, duca di Querceta, marchese di Donnafugata, mio caro Gattopardo. Adesso non solo puoi amare Maria Stella, ma la puoi anche onorare della tua bella persona senza vanagloria e prevaricazione, senza raccontarsi la storia dell’uomo fatale e originale che girava per il mondo alla ricerca della sua “metà mela”. Quante stronzate sono state elaborate al fine dell’immobilità e sacrificate sull’altare della demenza televisiva e giornalistica.

Io intanto sono nudo e mi vergogno.”

Hai capito il perché, mio caro Oneiro, uomo del tempo andato e sognatore di un cielo stellato tutto tuo?

Finalmente “nudo”, finalmente Oneiro è innocente e senza difese, finalmente è privo degli inutili “meccanismi psichici di difesa dall’angoscia”, quelli che non servono e sono pericolosi per l’equilibrio psicofisico individuale e relazionale, dal momento che nessuno al mondo è un’isola bagnata o un asteroide ghiacciato. La nudità attesta della prima atavica consapevolezza dell’uomo chiamato Adamo e della donna chiamata Eva, la primaria “coscienza di sé”, il primo “sensus sui” possibile soltanto nel momento in cui si deroga dalla Legge del Padre e della Madre per diventare “auto-nomi”: “legge a se stessi”. Finché si è in minorità psicofisica, la nudità è possibile e praticabile. Puoi sempre dire a te stesso e agli altri che “non sapevi”, non eri consapevole, non avevi il gusto e l’olfatto di te, non avevi sentito la voce del potere, ma, quando ti accorgi di essere “nudo”, vuol dire che sei cresciuto e il voler stazionare nella posizione ingenua e innocente ti rende ridicolo ai tuoi occhi “in primis” e agli occhi degli altri “in secundis”. La vergogna è la vertigine della libertà. Mai sensazione e sentimento sono stati positivi e fattivi. Pudet, Oneiro pudet. Dopo aver istruito la competizione tra Eros e Tanathos, Oneiro si vergogna per tutto quello che non ha ancora scoperto di sé e non ha messo in atto, si vergogna del “non nato di sé, di tutto quello che poteva far nascere di sé e di cui ha impedito il venire alla luce. La “vergogna” è la latina “verecundia”, la molla che scatta nel momento in cui tu assumi sulle tue spalle il carico della tua natura di esistente e aspiri alla liberazione dalle dipendenze e in primo luogo le tue, quelle che ti sei costruito per difesa dal coinvolgimento con te stesso e con gli altri, quelle sovrastrutture ideologiche che ti bloccano in un ruolo gratificante e in un modo, tutto sommato, accettabile per continuare a vivere da solo insieme agli altri: una vita da Narciso in attesa di arrivare alla ingannevole fonte ed estrarre il pugnale o annegarsi della propria limpida acqua.

Ad un certo punto in stanza entrano sua sorella (mia cognata) e un’amica di sua sorella ed io mi nascondo dietro il tavolo perché sono completamente nudo.”

La tematica antica del “Genesi” ritorna a vivere nella fattispecie di un uomo nudo che cerca la sua identità migliore e di evolversi verso il “dono”, un uomo chiamato Adamo, pardon Oneiro, un uomo strutturato e difeso che prova disagio nel sentirsi nuovo e nella condizione buona per evolversi e migliorarsi: la perdita delle difese inutili da effettuare non soltanto nei riguardi della sua “fidanzata” o della sua “lei” a seconda della vostra bontà, ma nei riguardi dell’universo femminile, di tutte le donne del mondo, quelle che Oneiro ha introiettato sotto forma di sorella o cognata e di amica della sorella o cognata. Oneiro si porta dentro, “entrano in stanza”, un “fantasma della donna” che deve essere riconsiderato nella sua “parte positiva e negativa”, meglio che deve essere evoluto nella rappresentazione della donna e senza le distinzioni oppositive che da bambino, come tutti i bambini umani, ha elaborato sulle ali del suo “pensiero primario”, Fantasia, e sotto le sferzate dei “processi primari” che chiedono a qualsiasi infante di rappresentarsi quello che vive dentro, a dare forma alle sue sensazioni semplicemente per difesa dall’angoscia dell’indefinito e dell’indeterminato, l’angoscia di morte di cui tutti i bambini soffrono insieme all’abbandono. Oneiro è ancora fermo al “fantasma della donna” e si è arenato per difesa dalla donna nel suo “narcisismo”, “posizione psichica narcisistica” classica dei cinque anni di vita. Oneiro non è andato avanti con la rappresentazione concettuale della figura femminile e con la “posizione psichica genitale”, quella “donativa” di cui ho detto abbondantemente in precedenza, quella in cui farsi un “dono” significa far contento anche l’altro, quella che impone felicemente il riconoscimento dell’altro come persona a se stante nonché unica e irripetibile, quella che investe “libido genitale” ossia quella che gode in sintonia del godimento dell’altro, quella che impone empatia e simpatia nell’unisono dell’orgasmo. Insomma Oneiro ha tanta strada da fare nel suo cammino esistenziale. E poi il sogno non dice alcunché delle figure genitoriali.

Che genitori ha avuto e ha vissuto Oneiro?

Come ha elaborato la “posizione psichica edipica”?

Sono domande sostanziali e non peregrine o da programma televisivo di Bonolis o Scotti. Certo lo psicoanalista esperto e smagato ha già capito tutto, ma non si può interpretare quello che non compare nel sogno e che si subodora. Mi limito a dire che se Oneiro è fermo alla “posizione narcisistica” ha risolto la “posizione edipica” conflittuale con i suoi genitori in maniera narcisistica, è andato avanti nei vissuti verso i genitori privilegiando il suo Io e gli investimenti su se stesso anche in questo caso. E’ anche vero che i suoi genitori non l’hanno aiutato a superare lo stallo dello splendido isolamento e a lanciare il cuore oltre l’ostacolo. All’incontrario hanno goduto per i loro fantasmi depressivi di questa permanenza del figlio in ambito di splendido isolamento.

E allora, signori miei, cosa volete e cosa andate cercando?

Non vi resta che una donna capace di accettare la vostra arroganza narcisistica per le sue paure di abbandono e di solitudine e per le sue inferiorità e non certo perché è innamorata di voi.

E allora, caro Oneiro, cosa vai a nasconderti “dietro il tavolo”?

La tua nudità dice che è ora di mostrare il vero cazzo e il vero potere di non aver bisogno di esercitare il potere e in special modo sugli altri. Anche perché la psicodinamica non riguarda soltanto la relazione con la “fidanzata” o la “lei” e chicchessia di femminile, il discorso vale per tutte le relazioni. La modalità psichica è quella della relazione di Narciso mitico: io e me stesso. Speriamo che Oneiro resti completamente nudo come con le altre ragazze, che esca da “dietro il tavolo” e manifesti “urbi et orbi” dalla sua piazza barocca di che pasta è fatto un uomo chiamato Oneiro e che “in primis” lo mostri alla sua donna, una persona tenuta in poca considerazione e relegata agli umori e ai fantasmi del maschio narciso.

A questo punto mi sveglio, molto turbato, e non prendo sonno prima di un’oretta.”

Il sogno ha comunicato materiale importante e lo ha fatto in maniera abbastanza chiara, della serie chi vuol capire si accomodi e capisca pure, a conferma della psicoprofilassi propria della funzione onirica. Oneiro si rende conto che questo sogno non è stato invano come gli altri e che deve fare qualcosa per capire meglio se stesso senza difendersi ulteriormente e inutilmente. Questa presa di coscienza è dettata in primo luogo dalla qualità della sua vita e nello specifico della vita di coppia, sessualità inclusa, per cui nel sogno emergono quelle qualità dei “fantasmi” che Oneiro si porta dentro e che si riverberano su se stesso e sulla sua donna. Non trascuriamo il sacrificio psicofisico di sé, lo dicevo in precedenza, che una donna deve operare per tenere in vita una relazione con un uomo decisamente fermo alla “posizione psichica narcisistica”. Il turbamento di Oneiro è necessario alla luce dell’intensità e della qualità del sogno, ma è positivo soltanto se il protagonista non ci dorme sopra dopo un’oretta: “non prendo sonno prima di un’oretta”. La consapevolezza della psicodinamica è stata intuita, ma la “coazione a ripetere” e a perpetuare il solito rito con la fidanzata è in agguato, meglio, il rischio a perpetuarsi con le sue vecchie obsolete modalità fantasmiche e relazionali. Oneiro doveva svegliarsi del tutto e riflettere adeguatamente sulla comunicazione di servizio della sua psiche e ben valutare un processo psicoterapeutico di ristrutturazione e di ripartenza sulla strada della vita con una migliore qualità esistenziale e con una donna completa al suo fianco, con una relazione sana e non mutilata dalle mille attenzioni che il “narcisismo” costringe a riservare soltanto a se stessi.

Come si fa stare con gli altri, se dentro di te gli altri non esistono e fuori sono delle minacce per l’equilibrio del tuo Io ipertrofico?

Oneiro e tutti quelli che si sono arenati sulla “posizione narcisistica” daranno la giusta risposta al quesito non certo peregrino. Del resto, si tratta di andare avanti e di risolvere la relazione con il padre e la madre e di accorgersi dell’altro, dell’esistenza indispensabile dell’altro per il proprio benessere: “posizione edipica” e “posizione genitale”. Si tratta di imparare a riconoscere il padre e la madre come le proprie origini reali e simboliche, nonché di godere del dono da fare per provare il gusto di sé.

Cosa c’è di meglio di avere qualcosa da fare e da adempiere nella vita?

Non si morirà di noia, si penserà a stare bene e a non stare dietro alle mille vanità del grande fratello e dei glutei da esporre alle infezioni dell’infida sabbia nelle spiagge assolate e più che mai affollate dei nostri giorni.

Saranno gli effetti della clausura imposta e della repressione subita nel tempo del virus dei pipistrelli.

Bonne chance!

Un’ultima nota sul titolo val bene una Messa: Amore e Morte vanno a braccetto nel Mito, nel Rito e anche nel Sogno, a testimonianza della “coincidentia oppositorum” di cui ha detto sin dagli albori della Coscienza collettiva l’oscuro Eraclito.

Quale valenza accomuna qualità così diverse come Eros e Tanathos?

L’intensità psicofisica e null’altro, semplicemente perché tutto il resto è noia.

LA MOVIDA

Ripropongo l’articolo postato in occasione delle prime trasgressioni giovanili.

I giovani sono trasgressivi per natura e hanno anche un conto ancora aperto con l’onnipotenza dell’infanzia e l’ebollizione dell’adolescenza. Hanno un’istanza psichica refrattaria alle imposizioni e ai tabù. Hanno un “Super-Io” incompleto e in formazione. La provocazione sociale è supportata dalla febbre del sabato sera e dalla “libido” in corpo. I giovani hanno un’Etica che risente beneficamente degli ormoni e del benessere psicofisico, per cui mal tollerano i divieti sociali e i blocchi dell’energia vitale. Hanno bisogno di capire bene l’entità clinica e il valore etico della questione, per cui reagiscono andando contro la morale comune e l’imposizione politica. Nel momento in cui introiettano il messaggio e fanno propria la disposizione, filtrano i limiti con i valori nobili di cui sono portatori e con la generosità che contraddistingue la loro prospera natura vivente.

L’aperitivo in compagnia è decisamente una provocazione che sa di onnipotenza e di beffa verso il mondo degli adulti.

E’ anche una reazione all’angoscia prospettata ed evocata da un virus che esiste ed è in circolazione.

E’ un esorcismo alla minaccia di morte, è una difesa psichica da “formazione reattiva” che esige il divertimento al posto del dolore e della contrizione, è una difesa da “conversione nell’opposto” che afferma la vita sulla morte e la vitalità sull’inerzia.

C’è anche una componente ironica, satirica e goliardica nella filosofia di vita della nostra migliore gioventù.

Mi piace pensare all’Etica dei giovani come un sistema di principi e di comportamenti decisamente dinamico rispetto a quello statico del mondo maturo. In tale provocazione sociale incide anche il meccanismo di difesa della “istintualizzazione” che converte la carica nervosa negativa, angoscia, in un investimento di “libido”, il dolore nell’erotismo semplicemente perché i giovani in gruppo non sublimano, ma agiscono per convertire le energie psicofisiche a loro vantaggio.

L’ACQUA “MANGIATORELLA”

TRAMA DEL SOGNO

“Mi trovo all’interno del recinto della villetta del vicino, che abita alla fine della stradina dove abito io.

Sto aspettando che mi portino delle confezioni di acqua ordinate.

Il muro di cinta non c’è più per poter vedere meglio l’inizio della stradina e per controllare quando arriva l’acqua.

Accanto a me ho una bottiglia di acqua Mangiatorella da 2 litri, poggiata a terra, che cerco di vendere senza alcun risultato in quanto le persone, a cui cerco di venderla, trovano caro il prezzo.”

Simone

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Mi trovo all’interno del recinto della villetta del vicino, che abita alla fine della stradina dove abito io.”

Prima di iniziare l’analisi del sogno di Simone, mi corre l’obbligo di esaltare le virtù miracolose e gustative dell’acqua delle sorgenti calabresi di Stilo, un borgo che affonda le sue radici nella Magna Grecia del settimo secolo a.C. E la Storia non si riduce all’acqua fresca minerale e oligominerale, ma è soprattutto Cultura e tradizione, così come la Natura incontaminata è garanzia di qualità e soprattutto di Civiltà. Nella mia permanenza in Siracusa bevo soltanto acqua “Mangiatorella”, dal momento che l’acqua locale è semplicemente imbevibile e non aggiungo altro. Mi addolora soltanto il fatto che con queste buone usanze e costose necessità si riempie il globo terracqueo di orrenda e terribile plastica. Troverò un rimedio per non inquinare, come tutti del resto.

Dopo il personale preambolo vado all’interpretazione del sogno di Simone.

Simone è al chiuso, si è recintato nello spazio altrui, nel “recinto della villetta del vicino”. Ha sentito il bisogno di “spostarsi” psicologicamente nel vicino e nelle sue capacità e abilità relazionali, nelle sue modalità contenute di offerta di sé agli altri. Niente di eccezionale e di massimamente estroverso, si tratta di una giusta difesa dall’invadenza altrui e di una esposizione misurata alle insidie della società. Simone manifesta la sua ritrosia al coinvolgimento smodato e garibaldino e si identifica nei modi di essere verso gli altri del suo vicino di villetta. Cosa condivide Simone con quest’ultimo e cosa apprezza di questo signore? Per il momento il sogno non lo dice, ma degna di nota è la propensione e l’intenzionalità della sua coscienza verso questa figura di uomo, una persona equilibrata tra l’interno e l’esterno della casa, ma con un “recinto” che sa di difesa e di gabbia, di blocco di energie psicofisiche e di paura sociale. Il “recinto” è simbolo di contenimento degli investimenti genuini di “libido” e di chiusura verso il coinvolgimento e la condivisione. Inoltre, il “recinto” sa di formalità e di camuffamento difensivo. L’affinità psichica e l’ammirazione sociale portano Simone a un’identificazione con questo personaggio, significativo e non anonimo, che è l’ultima esperienza relazionale vissuta: “abita nella stradina dove abito io”. Dimenticavo: il sogno si svolge tra le “villette”, quindi ci troviamo in un ambito psichico altolocato, non si tratta di semplici e proletarie case, si tratta di “organizzazioni psichiche” ben stimate e ricche di amor proprio. E’ importante che non sfocino nel narcisismo.

Così può andare.

Sto aspettando che mi portino delle confezioni di acqua ordinate.”

La “acqua” è un simbolo talmente arcaico che è mezzo parente dell’archetipo e nello specifico del simbolo universale della Madre, per il fatto che rievoca la Vita della Terra e il liquido amniotico in cui sguazza e si nutre il feto. Nel tempo greco fu l’archè, il principio, del Tutto vivente secondo il pensiero cosmogonico di Talete. Nel sogno di Simone la “acqua” rappresenta l’energia, la “libido”, la vitalità, le cellule, gli ormoni, il corpo. Non siamo lontani dalla verità possibile, se affermiamo che Simone è in crisi di vitalità e attende di ricostituirsi a livello psicofisico e che da questo punto di vista il suo vicino di villetta è un esempio da imitare e da invidiare, un termine quanto meno di confronto e di apprezzamento. Queste energie arrivano dall’esterno, “mi portino” e la situazione è ansiogena, oltre che di dipendenza, “sto aspettando”. Un altro punto di rilievo, “ordinate”, attesta e conferma la capacità decisionale e altolocata di Simone, il suo buon senso dell’Io e le sue idee ben chiare sulle gerarchie e sui ruoli sociali. Ancora bisogna rilevare che l’acqua di Simone non è quella che sgorga da una fredda sorgente della Sila, ma una buona acqua imbrigliata nella bottiglia di plastica e confezionata sempre nella pellicola di plastica. Questo è il senso simbolico delle “confezioni” ed è in linea con i tempi, ma è anche vero che i “processi primari” sono fantasiosi e potevano ricorrere alla “condensazione” e allo “spostamento” magari tirando in ballo una sorgente delle Dolomiti. Simone vive il suo tempo e partecipa volentieri agli usi e ai costumi, nonché alle abitudini della gente con cui vive e quotidianamente si relaziona.

Il muro di cinta non c’è più per poter vedere meglio l’inizio della stradina e per controllare quando arriva l’acqua.”

Dal “recinto” al “muro di cinta”, anche se ex, il passo non è breve, è drammatico, ma per fortuna Simone se ne è sbarazzato, “non c’è più”, nonostante la sua utilità per capire meglio, “vedere” e per difendersi, “controllare”. Allora, ricapitolando, Simone attende che le sue energie vitali si ricostituiscano nel suo “recinto”, nelle sue giuste difese sociali, e dopo aver smantellato le sue difese spasmodiche dagli altri, “il muro di cinta” che consentiva una difesa eccezionale ma patologica dagli altri. Certo che questa dipendenza da chi gli porta a casa le energie vitali è una pessima strategia esistenziale e un pericoloso affidamento che giustamente lo mettono all’erta e accrescono il bisogno di controllare. Importante che non diventi una paranoia. La verità psicologica del sogno è che Simone è molto preoccupato per la sua salute e per le sue energie vitali. L’acqua è l’antidoto alla sua ipocondria, alla sua paura di stare male e di perdere le forze e la vita. Simone deve stare all’erta e deve affidarsi agli altri per tutelare la buona salute del suo corpo. Per tale necessità stressa la mente in operazioni ansiogene di ispezione e di controllo delle situazioni interne ed esterne. “Quando arriva l’acqua” è una questione di vita o di morte. Questa esagerazione è funzionale a una migliore comprensione del messaggio del sogno.

Accanto a me ho una bottiglia di acqua Mangiatorella da 2 litri, poggiata a terra, che cerco di vendere senza alcun risultato in quanto le persone, a cui cerco di venderla, trovano caro il prezzo.”

Confermo il prezzo “caro” della bottiglia da due litri di acqua Mangiatorella, ma aggiungo che il costo è ampiamente giustificato dalla qualità dell’acqua e dalle proprietà diuretiche, un’acqua dolce e benefica: una confezione da sei bottiglie da due litri viaggia in Siracusa da supermercato in bottega sui quattro euro. “Accanto a me” attesta dell’ausilio di un farmaco, la bottiglia con la marca attesta ancora della marca del farmaco, i due litri attestano ulteriormente del bisogno di Simone di rivitalizzarsi e delle sue paure di psicoastenia. La bottiglia è “poggiata a terra” in senso di distacco e di bisogno di alienazione del bene vitale: vuole venderla per ben due volte e per fortuna senza risultato. Simone incontra delle resistenze a curasi, non accetta la sua paura di astenia e di perdita delle energie, le sue debolezze psichiche e rifiuta di avere accanto l’alleato, l’aiuto, il sostegno. Simone orgogliosamente nega la sua sensibilità all’equilibrio psicofisico perché la vive come una debolezza a cui non indulgere. Importante che non rimetta in piedi il “muro di cinta” e che elimini anche il “recinto”, operazione che aveva “traslato” nella vendita dell’acqua Mangiatorella. Nel suo bisogno di liberarsi dalle dipendenze accumula dipendenze peggiori. Meglio conoscersi e sapere i propri punti deboli, piuttosto che disconoscerli e rifiutare i sani rimedi della mamma e della nonna: “toh, bevi un sorso d’acqua che ti passa tutto!”

“NO, BELLEZZA, MI DISPIACE…”

 

car-repair-362150__180

“Margarita sogna di trovarsi in un’officina dove c’è una sua collega.

Margarita le chiede se ha un po’ di benzina per la sua macchina.

La collega tocca qualche auto, poi scuote il capo e le dice: “no, bellezza, mi dispiace…”

 

I sogni sono anche racconti semplici con i quali ci esponiamo e fortunatamente non sono sempre poemi prolissi con i quali ci difendiamo. I nostri “resti notturni” possono essere assurdi nella loro linearità o anche logici e consequenziali come il sogno di Margarita, il classico esempio di come un prodotto psichico può vertere su un “fantasma” o su un conflitto psichico e relazionale, senza necessariamente chiamare in causa tutto il dizionario dei simboli o spericolate acrobazie mentali. Il sogno di Margarita si può sintetizzare in questo modo: il tempo passa inesorabilmente e trascina con sé la beltà di un corpo che sfiorisce insieme alla giovinezza. Il sogno di Margarita tratta il “fantasma depressivo della perdita” con pacatezza e disposizione alla presa di coscienza, alla razionalizzazione e alle naturali contromisure. Margarita si rende conto che le energie vitali, nello specifico la “libido” genitale, sono in calo e di questo si addolora senza sconvolgimenti emotivi degni di un teatro di periferia in quel di Napoli. Il sogno di Margarita ha anche una sua profonda “ironia” nell’esclamazione “no, bellezza, mi dispiace”, un’ilare constatazione che attesta di una pacata consapevolezza dello stato psichico in atto. Come se Margarita dicesse a se stessa: “non c’è niente da fare per te, mia cara, la bellezza non c’è più, la bellezza per te è un ricordo”. Si tratta di una brutta verità per una realtà sul viale del tramonto. Ricordo che l’”ironia”, elaborata e usata da Socrate nella sua metodologia di approccio con i Sofisti, è lo strumento principe di “destrutturazione psichica” ossia di perdita benefica delle false verità, “resistenze”, che ci raccontiamo per non modificarci e continuare a vivere. La destrutturazione è, inoltre, uno dei punti fondamentali della psicoterapia psicoanalitica. Ma ritorniamo al sogno di Margarita. Anche l’atto di scuotere il capo condensa una mimica eccezionale per attestare dolcemente l’ineluttabilità del tempo e dei risvolti corporei. Anche per questo sogno si può richiamare la lettura del “de senectute” di Cicerone o qualsiasi altro testo consolatorio in riferimento all’età matura che suggerisca una delle tante vie che portano alla “sublimazione della libido” per organizzare positivamente le istanze depressive del “fantasma di perdita”.

Procediamo con l’analisi dei simboli e delle psicodinamiche che si svolgono all’interno di una struttura psichica compatta e compiuta come quella che si evince dal sogno di Margarita, una donna giustamente sensibile ai processi evolutivi più che involutivi.

L’”officina” tratta di meccanismi neurovegetativi, la “libido” in generale, la “libido genitale” nello specifico: la sessualità di Margarita. L’”officina è il luogo del fare, del “pragma”, della concretezza materiale e meccanica, della competenza legata all’azione. Trattasi di “officina psicosessuale”.

La “collega” è letteralmente “colei che scelgo”, la “proiezione” dell’essere femminile, l’”alter ego” di Margarita e l’alleato, l’interlocutore e lo specchio. La collega è l’oggetto che consente un confronto al femminile sul corpo e in riguardo alla vita sessuale.

La “benzina” condensa l’energia vitale, la “libido”, e trattandosi di meccanismi, “la sua macchina”, si tratta di desiderio e di eccitazione, d’istinto e di pulsione. Margarita ha avvertito un calo del desiderio sessuale e della “libido”, per cui chiede consiglio e soprattutto aiuto alla collega, a se stessa, dimostrando una buona confidenza con se stessa e un’adeguata autoconsapevolezza. Margarita cerca energia per il suo apparato sessuale e per la sua vitalità erotica.

Consegue nel sogno la rassegnazione pessimistica sul suo stato psicofisico e sessuale nello specifico: “…scuote il capo e le dice: “no, bellezza, mi dispiace…”. Della benefica valenza ironica si è detto in precedenza, ma si deve aggiungere che l’”ironia” si può esercitare soltanto con una buona consapevolezza del vissuto in atto, del problema, del trauma, del conflitto. In caso contrario, l’”ironia” viene proiettata per difesa e degenera nel sarcasmo: “proiezione” di un senso di disprezzo in riguardo a parti di sé. Margarita ha tanta nostalgia della trascorsa bellezza, ma sa che tanti sono i gradi di questa fascinosa dimensione e i tempi di questa inquietante esperienza.

Cosa fa Margarita per esorcizzare l’angoscia della perdita? ”Tocca qualche auto”: un rito magico per sentire, diagnosticare e assimilare. Nell’atto magico il toccamento assorbe l’oggetto fino ad assimilarlo, farlo suo e diventare  simile: se prenderai di lui, diventerai come lui. Ma neanche la magia funziona per la nostra Margarita perché lei sa di sé e, quindi, non s’illude e non si consola. Non le resta che prendere atto della situazione psicofisica in atto e trovare le contromisure in linea evolutiva con la sua storia e la sua formazione.

Il “resto notturno” di Margarita è legato, come si diceva all’inizio, a un “fantasma depressivo di perdita” e può essere scatenato da un evento fortuito o da una situazione realmente vissuta e portata avanti. La disistima può essere legata a fattori effettivi d’invecchiamento o a frustrazioni relazionali. In ogni caso Margarita procede verso l’accettazione del suo stato psicofisico: beltà in declino e sensibilità alla perdita.

La prognosi  impone a Margarita di portare avanti il processo di razionalizzazione del “fantasma” e di riformularsi in termini adeguati alla sua realtà esistenziale e relazionale. Margarita deve ridurre al minimo le provocazioni ambientali e non deve lasciarsi suggestionare da messaggi infausti. Un rafforzamento dell’”Io” e del “principio di realtà” è necessario.

Il rischio psicopatologico si attesta nel ridestarsi del tratto depressivo e nella caduta dell’umore e della vitalità.

Considerazioni metodologiche: una semplice domanda. Che cos’è la bellezza? Offro una risposta filosofica e accessibile con un po’ di buona volontà. La bellezza è la “proiezione” e la “sublimazione” delle sensazioni in atto, una cospirazione dei sensi, una serie di vissuti sensoriali beneficamente percepita: una “percezione trascendentale” ossia dell’Io, secondo la “Filosofia del Giudizio” di Emmanuel Kant, una percezione istruita secondo un criterio finalistico e non deterministico, una conoscenza individuale e non scientifica. La “bellezza” esiste sempre e soltanto in presenza di un “Io” che sente al di là del conoscere, per cui  esistono diversi modi e vari gradi, tutti soggettivi, di percepirla e, più che mai, nell’età matura si manifesta anche secondo le evoluzioni sensoriali. Nell’età matura si sperimentano altre vie e altre modalità per l’umana esigenza di “bello” e di “sublime”. Si superano i vissuti strettamente sensibili e si esalta maggiormente la bellezza interiore, quella che alberga dentro. Si riduce la convinzione che la bellezza sia un dato esteriore che ha un riverbero interiore. Diventiamo seguaci di Kant. “Estetica” deriva dal greco “aistesis” e significa “sensibilità” e si traduce concretamente nell’astrazione dei dati sensoriali. La “bellezza” è “senza concetto”, non serve a conoscere scientificamente un oggetto. La “bellezza” è “senza scopo”, non serve all’azione morale anche se a essa è assimilabile per la proprietà di  rendere l’uomo autonomo, “far legge su se stesso”. La “bellezza” è una funzione universale ma soggettiva nel suo esito, nel suo vissuto individuale. Grazie a Emmanuel Kant! Si evince che qualsiasi operazione di critica della bellezza o della figlia maggiore, l’arte, è un fatto teorico, una conoscenza e non un’esperienza estetica. E’ auspicabile fare sempre perno sul nostro gusto del “bello” e sul giudizio collegato. Non affidiamoci ai critici d’arte e tanto meno ai mercanti della “bellezza”, ma viviamola come “proiezione” del nostro “bello” interiore e come “sublimazione” del nostro piacere sensoriale, “libido”. Avremo in tal modo una percezione dell’armonia del nostro ”Io” attraverso la benefica cospirazione indistinta dei nostri sensi: un vissuto, un’operazione psichica che ben dispone all’equilibrio tra le nostre pulsioni, i nostri doveri, i nostri dati di fatto immediati.

IN OFFICINA TRA OLIO… OLIO E FILTRI PSICHICI

car-970353__180

“Ela sogna di trovarsi in una sorta di officina. Il meccanico le consegna dell’olio motore da portare nelle cisterne di raccolta della scuola.

Vedendola perplessa, dal momento che quelle cisterne devono raccogliere soltanto olio vegetale, le dice che quello che le dà è misto, olio motore e olio vegetale, e che, quindi, può stare tranquilla.”

Il sogno di Ela è strano nella sua semplicità, è lineare nella sua brevità, è accettabile a livello logico perché ha un senso: il divieto di mischiare gli oli meccanici e gli oli vegetali si coniuga con la tolleranza e la possibilità offerta dal tecnico di mettere insieme le due sostanze similari. E allora il sogno di Ela si può ritenere spiegato perché il “contenuto latente” equivale al “contenuto manifesto”: in questo caso non sarebbe un sogno, ma una fantasticheria a occhi chiusi. Trattiamolo come un sogno o meglio come un “resto notturno” e procediamo con il reperire i significati simbolici e la psicodinamica camuffata e traslata in questo breve ma intrigante prodotto psichico.

“L’officina” rappresenta simbolicamente il luogo di cura del sistema neurovegetativo, in quanto si tratta di meccanismi automatici che funzionano al di là della volontà del soggetto: il cuore, il respiro, le ghiandole endocrine, il sonno e gli apparati che competono alla libera gestione vitale del sistema nervoso neurovegetativo. L’officina condensa qualsiasi concezione filosofica  meccanicistica in riguardo alla Natura e all’Uomo. L’officina si coniuga con l’intelligenza operativa e il fare trasformativo ed è il regno dell’”Io” pragmatico.

“Il meccanico” condensa tutta la competenza di uno specialista del sistema nervoso centrale e neurovegetativo, un endocrinologo, un neurologo, un urologo, un sessuologo, uno psicoanalista determinista, insomma un tecnico competente soprattutto di umori vegetali e di liquidi meccanici nel nostro caso. Il “meccanico” condensa le funzioni  attive e fattive dell’”Io”, al di là di qualsiasi finalismo metafisico. Il “meccanico” è colui che sa e sa, soprattutto, dove mettere le mani.

“L’olio” in se stesso condensa i liquidi e gli umori del corpo, l’erotismo e l’eccitazione, l’eiaculazione e lo sperma, la lubrificazione e la disposizione femminile al coito: “l’olio” riguarda la “libido genitale”.

“L’olio motore” contiene una valenza sessuale meccanica e non finalistica,  un coinvolgimento di stampo anaffettivo e deprivato di partecipazione  emotiva: qualcosa di freddo e di necessariamente fisico-biologico.

“Le cisterne” della scuola condensano, in quanto contenitori, i tratti psicofisici  dell’universo femminile, il grembo e la vagina, parti del corpo ricche di liquidi e di umori. La “scuola” rappresenta il luogo della socializzazione e rievoca il teatro del desiderio, del marasma e del conflitto.

Il “vedendola perplessa”, da parte del meccanico, induce a reperire il simbolo della “perplessità”. Trattasi di dubbio strumentale e metodico, quasi alla Cartesio, e di riflessione innovatrice, un’apertura mentale dell’”Io”, nonché un conflitto psichico e un ridimensionamento operato dal “Super-Io”. La “perplessità” è legata alla sorpresa imprevista e all’eccitazione improvvida, oltre che a una caduta temporanea della logica consequenziale. Ela proietta nel “meccanico” la sua piacevole confusione per un evento strano e apparentemente semplice, una confusione e fusione di oli, di liquidi diversi nel servizio e nel consumo.

“L’olio vegetale” è diverso da quello meccanico: l’olio d’oliva, usato per friggere le patatine dei bambini, non è lo stesso olio che si usa per lubrificare il motore della nostra “benedetta” macchina. Almeno si spera. La differenza dell’olio nel sogno di Ela dipende dal coinvolgimento affettivo e meccanico, dal finalismo delle funzioni sessuali che è quello che produce liquidi e umori. Gli “oli” condensano sensi e significati diversi, una diversa maniera di coinvolgimento: “vegetale” significa neurovegetativo ma affettivo, “meccanico” equivale sempre a neurovegetativo ma anaffettivo. Il primo condensa una forma di vitalità finalistica, un innamoramento, il secondo condensa una forma di vitalità deterministica, un approccio.

L’olio “misto” sarà la sintesi di metà vegetale e metà meccanico, metà affettivo e metà anaffettivo, metà caldo e metà freddo, metà casereccio e metà industriale.

Pur tuttavia, fino a questo momento, l’interpretazione del sogno di Ela resta aleatoria, perché manca un elemento che funge da “nesso”, un collegamento simbolico che rende la decodificazione plausibile e convincente, sempre restando nella labilità delle umane cose.

La “cisterna” risolve il sogno e lo fa propendere verso quella sfera sessuale che si era profilata e che avvolge e comprende tutto il quadro onirico: la femmina, la sessualità, gli umori. La “cisterna” invita Ela a vivere bene la sua sessualità e lo specialista “meccanico” le augura che viva bene il coinvolgimento sessuale sentimentale e quello meccanico. “Parabola significat”: cara Ela, capisci e assolvi sensi e sentimenti vissuti nella loro  doppiezza.

Questi sono i simboli del sogno di Ela.

La psicodinamica verte su una storia sessuale intrisa di senso e sentimento, una sessualità vissuta neurofisiologicamente in maniera diversa, una vita psicofisica filtrata dall’’Io” e resa accettabile a un “Super-Io” reso elastico e tollerante proprio dalle arti ruffiane dell’”Io”. L’olio vegetale richiama le funzioni pulsionali dell’”Es”, la realtà degli istinti che non si può rifiutare o stravolgere. Il merito è dell’”Io”, questo benefico e benemerito “filtro di oli” che sa giostrarsi tra trasgressione e compensazione, tra realtà e criterio del meglio possibile.

La prognosi impone a Ela di ben usare e ponderare le funzioni mediatrici del suo “Io” nelle deliberazioni e nelle decisioni.

Il rischio psicopatologico si attesta nelle frustrazione della “libido genitale”, nel malaugurato conflitto tra le tre istanze psichiche, “Io, Es e Super-Io”, in uno scompenso delle loro funzioni con possibilità, nel caso di prevalenza dell’”Es”, gli istinti e le pulsioni, di una crisi del “principio di realtà” a tutto vantaggio del “principio del piacere”, e nel caso di prevalenza del “Super-Io”, il dovere e la morale, di una frustrazione della “libido” con conseguenti somatizzazioni di panico in un quadro clinico paranoico.

Riflessioni metodologiche: è opportuno e mai abbastanza riflettere sulla funzione di “filtro” psichico operata dall’”Io”. E’ determinante per la salute psicologica e per tutta la vita adulta mantenere integre le funzioni dell’”Io”, quelle deliberative e quelle decisionali nel caso specifico. L’ago della nostra bilancia psichica è proprio l’”Io”, l’istanza evolutiva che ci qualifica animali razionali, secondo il nostro modo culturale o “filtro” occidentale, superiori alle scimmie e al resto del “Vivente”. Privilegiare l’”Io” non equivale all’abbandono  o tanto meno al disconoscimento del “nostro bambino dentro” con le sue modalità di pensiero e d’azione. Privilegiare l’”Io” non significa eliminare i limiti e i divieti che consentono la vita sociale e politica. Privilegiare l’”Io” non comporta la repressione delle pulsioni a favore delle utili convenzioni. Con il trascorrere del tempo il “Super-Io” si ammorbidisce o s’irrigidisce in base a come abbiamo vissuto e abbiamo usato il filtro “Io” e i meccanismi di difesa dall’angoscia. Con il trascorrere del tempo la “libido” e le pulsioni dell’”Es” si evolvono nelle forme compatibili con la struttura elaborata dall’”Io”. Si può affermare che la formazione del carattere, “formazione reattiva”, non conosce soste anche se la preponderanza formativa avviene nei primi dodici anni di vita. Esemplifico: maturando o invecchiando aumenta la paranoia se il “Super-Io” s’irrigidisce, si regredisce alla vita infantile se l’”Es” prende il sopravvento. Quelle che si definiscono “demenze senili”, tanto più quelle “presenili”, s’inquadrano in una disfunzione della funzione di filtro e di mediazione dell’”Io”. Ok? Una buona vecchiaia comporta una buona saggezza tutta merito dell’”Io” e dei “meccanismi di difesa” dall’angoscia nella prossimità della partenza e del distacco. A questo punto proviamo a riflettere sul sogno. Nel sonno si usa dire che l’”Io” va a dormire insieme alle sue funzioni e che la vita psichica si esprime nel sogno: la realtà psichica in atto. Va bene. Ma quando l’”Io” si sveglia, interpreta il sogno e riflette su se stesso. L’”Io” è padrone del nostro “processo primario”, la nostra benefica “fantasia” a “Lui” si sottomette: un punto fisso della cultura greca, di poi occidentale, è stato ed è proprio questo, il “primato dell’Io” e delle sue funzioni, il “processo secondario”.

LA  “LIBIDO”  SULLA  PELLE

nails-865121__180

“Eli si trova in una stanza che pare un retrobottega.

Una collega le chiede consigli sulla depilazione definitiva.

Eli le indica una lozione da massaggiare.

Passando dal retrobottega al negozio, Eli incontra un’altra collega che sembra debba riprendere la cura delle sue mani.

Reagisce dicendo che lei deve sempre credersi la migliore.

Poi però si guarda le unghie e vede che in realtà hanno lo smalto da risistemare e le dice che questa volta ha ragione.”

Un sogno apparentemente banale e insignificante, ma che in effetti tratta un tema psicosensoriale importante: la “libido epiteliale”, l’erotismo della pelle. Se si riflette sul fatto che il corpo è rivestito di pelle, si evince l’importanza dell’erotismo scatenato dalle carezze e dal massaggio, dai pugni e dal dolore. Se poi si pensa al nostro essere stati bambini al calduccio del corpo della mamma o all’importanza della pelle nella vita erotica e sessuale del nostro esser e adulti, si capisce in pieno quanto importante sia la “libido epiteliale” per un’eccitazione e per un rilassamento, per un amplesso e per un incontro. La pelle ha una valenza  mista, affettiva ed erotica allo stesso tempo. La pelle è molto sensibile alle suggestioni e ai fantasmi, la pelle si può esaltare e deprimere, colpevolizzare e anestetizzare, la pelle può diventare rossa e tradire emozioni profonde, la pelle si può facilmente ammalare. La “libido epiteliale” ha una familiarità con i disturbi psichici e le inibizioni psicosomatiche. La pelle non è un semplice contenitore del corpo o una carta d’imballaggio del sistema muscolare. Per questa sua complessità e variopinta fenomenologia la pelle induce notevoli difficoltà alla scienza medica dermatologica nella cura di disturbi apparentemente semplici e stranamente incomprensibili, ma resistenti anche ai trattamenti chimici più drastici. La pelle, oltre ad essere esposta a virus e batteri, parla e dice anche dei nostri conflitti psichici.

Dopo questa ampia delucidazione reperiamo i simboli, gli spostamenti e le condensazioni nel sogno di Eli.

La “stanza” rappresenta la dimensione psichica sociale e la formalità relazionale, mentre il “retrobottega” esprime una vaga intimità professionale o un’altrettanto vaga presenza familiare. Eli esordisce nel sogno esibendo la sua sfera relazionale e sociale.

La “collega” conferma il poco spessore della relazione e la formalità della condivisione.

La “depilazione definitiva” condensa chiaramente nella sua drasticità la “castrazione” della “libido epiteliale” all’interno di una cornice psichica sadomasochistica. Trattasi di perdita definitiva dell’erotismo implicito nella pelle e di una volontaria procurata anestesia: le cellule epiteliali vengono private del loro progetto biologico, rappresentato simbolicamente dal pelo.

Paradosso vuole che Eli consigli una lozione da massaggiare: una carezza inutile per un corpo che aspira all’insensibilità. La “lozione” è simbolo della dimensione magica e della manipolazione forzata della natura: il mago domina la natura o almeno tenta di adeguarla con violenza ai propri fini. Il “massaggiare” include un’intimità erotica, nonostante la possibile formalità professionale dell’atto o della tecnica. Il massaggio resta uno stimolo erotico sensorialmente complesso ed emotivamente contrastato. Rievoca le carezze della solita nostra cara mamma, quelle avute e quelle desiderate, su cui poi si è evoluta la “libido epiteliale” per associarsi ad altri stimoli in appagamento globale della “libido genitale” ossia della vita sessuale. Ricordiamo che il corpo è ricoperto nella sua totalità dalla pelle e che la pelle è il primo organo erotico: il bambino appena nato comunica con la pelle e di poi con la bocca.

Il “negozio” è l’ambito sociale dove si esercita l’arte del fare, l’ergoterapia, la relazione del lavoro. Il “negozio” è molto diverso dall’ ”ozio” che è la relazione interiore con se stesso, l’introspezione, il retrobottega dell’autocoscienza.

Il sogno di Eli procede verso la “cura delle mani”, verso un ambito sempre relazionale, ma contraddistinto da una “libido del fare”: le mani hanno la pelle ossia sono simboli classici della relazione e del tatto, oltretutto sono depositarie di seduzione e di erotismo. Una donna è incaricata a “riprendere la cura delle sue mani”. Eli attesta una buona disposizione verso l’universo femminile, si lascia curare le mani, ma questo trasporto non è esente da rivalità e da competizione. Eli “reagisce dicendo che lei deve sempre credersi la migliore”: ma quanto ha sofferto Eli nella sua infanzia per un fratello o per una sorella che le hanno tolto lo scettro di reginetta della casa e il privilegio apparente di essere figlia unica? Il sogno contiene la competizione e la rivalità fraterna, anche se Eli ha razionalizzato il suo piccolo dramma familiare e ne possiede non solo le coordinate, ma anche le soluzioni.

Le “unghie” rappresentano aggressività sociale e seduzione colorata.

Lo “smalto” rappresenta sempre una seduzione estetica, una “sublimazione” dell’aggressività in maniera che sia socialmente gradevole e gradita.

Il sogno di Eli, così vario ed eccentrico, si conclude con il riconoscimento dell’altro: “dice che questa volta ha ragione”. Il “dare ragione” contiene la consapevolezza sia della necessità del buon vivere sociale e sia dei buoni rapporti da mantenere con il prossimo. Eli è talmente scaltra nelle relazioni sociali che sa dare e sa prendere: amor proprio e riconoscimento dell’altro.

La prognosi pone l’accento sulla tutela della “libido epiteliale” e sul giusto equilibrio tra Eli e l’altro da Eli, la sua persona e il suo ambiente sociale: diplomazia e suadenza non fanno difetto per la verità.

Il rischio psicopatologico si concentra sulle conversioni psicosomatiche di una pelle maltrattata, psicologicamente parlando: la frustrazione dell’erotismo epiteliale riduce l’eccitazione sessuale in buona percentuale. Attenzione alla cornice sadomasochistica che inquadra la trama del sogno di Eli.

Riflessione metodologica: il “sadomasochismo” è una questione clinica attualissima che merita un breve richiamo alla luce del fenomeno tragico dei kamikaze e dei martiri di varia estrazione religiosa. Questi “eroi” di tutti i tempi coniugano la propria volontaria autodistruzione con il mietere il maggior numero di vittime ignare e innocenti, per poi contrabbandarle al cospetto del loro dio come segno di merito e passaporto per un paradiso molto umano e poco divino, molto arcaico e suggestivo, quanto utopico e maligno. Il fenomeno “sadomasochismo” si attesta, secondo le prime formulazioni di  Sigmund Freud nei “Saggi sulla sessualità infantile”, nella “fase anale” dell’evoluzione della “libido” dopo il primo anno di vita e dopo la “fase orale”: l’organo erogeno è lo sfintere anale nella sua funzione di trattenere ed espellere le feci, come in precedenza era stata la bocca. Il bambino entra in contatto con il suo corpo e con l’ambiente attraverso la gestione della defecazione, una funzione più o meno gradevole e tormentata. Il bambino sperimenta il piacere dell’espulsione e il dolore della ritenzione. Le feci possono essere anche strumento di manipolazione e di aggressione verso le figure genitoriali, ma è importante il fatto che il bambino si avvia a controllare una sua funzione vitale e delicata. L’erotismo legato a questa fase dello sviluppo psicosessuale e dell’evoluzione della “libido si conserva in maniera sempre benefica nella successiva vita sessuale adulta. Esiste una relazione importante tra la pulsione sadomasochistica e il processo psichico della “sublimazione della libido”, processo con il quale, tra l’altro, si sono formate le religioni basate sulla trascendenza di dio. La questione è degna di migliore comprensione, per cui rimando il lettore a prendere visione della mia analisi del testo freudiano “Totem e tabù”, presente in questo blog.