“NO, BELLEZZA, MI DISPIACE…”

 

car-repair-362150__180

“Margarita sogna di trovarsi in un’officina dove c’è una sua collega.

Margarita le chiede se ha un po’ di benzina per la sua macchina.

La collega tocca qualche auto, poi scuote il capo e le dice: “no, bellezza, mi dispiace…”

 

I sogni sono anche racconti semplici con i quali ci esponiamo e fortunatamente non sono sempre poemi prolissi con i quali ci difendiamo. I nostri “resti notturni” possono essere assurdi nella loro linearità o anche logici e consequenziali come il sogno di Margarita, il classico esempio di come un prodotto psichico può vertere su un “fantasma” o su un conflitto psichico e relazionale, senza necessariamente chiamare in causa tutto il dizionario dei simboli o spericolate acrobazie mentali. Il sogno di Margarita si può sintetizzare in questo modo: il tempo passa inesorabilmente e trascina con sé la beltà di un corpo che sfiorisce insieme alla giovinezza. Il sogno di Margarita tratta il “fantasma depressivo della perdita” con pacatezza e disposizione alla presa di coscienza, alla razionalizzazione e alle naturali contromisure. Margarita si rende conto che le energie vitali, nello specifico la “libido” genitale, sono in calo e di questo si addolora senza sconvolgimenti emotivi degni di un teatro di periferia in quel di Napoli. Il sogno di Margarita ha anche una sua profonda “ironia” nell’esclamazione “no, bellezza, mi dispiace”, un’ilare constatazione che attesta di una pacata consapevolezza dello stato psichico in atto. Come se Margarita dicesse a se stessa: “non c’è niente da fare per te, mia cara, la bellezza non c’è più, la bellezza per te è un ricordo”. Si tratta di una brutta verità per una realtà sul viale del tramonto. Ricordo che l’”ironia”, elaborata e usata da Socrate nella sua metodologia di approccio con i Sofisti, è lo strumento principe di “destrutturazione psichica” ossia di perdita benefica delle false verità, “resistenze”, che ci raccontiamo per non modificarci e continuare a vivere. La destrutturazione è, inoltre, uno dei punti fondamentali della psicoterapia psicoanalitica. Ma ritorniamo al sogno di Margarita. Anche l’atto di scuotere il capo condensa una mimica eccezionale per attestare dolcemente l’ineluttabilità del tempo e dei risvolti corporei. Anche per questo sogno si può richiamare la lettura del “de senectute” di Cicerone o qualsiasi altro testo consolatorio in riferimento all’età matura che suggerisca una delle tante vie che portano alla “sublimazione della libido” per organizzare positivamente le istanze depressive del “fantasma di perdita”.

Procediamo con l’analisi dei simboli e delle psicodinamiche che si svolgono all’interno di una struttura psichica compatta e compiuta come quella che si evince dal sogno di Margarita, una donna giustamente sensibile ai processi evolutivi più che involutivi.

L’”officina” tratta di meccanismi neurovegetativi, la “libido” in generale, la “libido genitale” nello specifico: la sessualità di Margarita. L’”officina è il luogo del fare, del “pragma”, della concretezza materiale e meccanica, della competenza legata all’azione. Trattasi di “officina psicosessuale”.

La “collega” è letteralmente “colei che scelgo”, la “proiezione” dell’essere femminile, l’”alter ego” di Margarita e l’alleato, l’interlocutore e lo specchio. La collega è l’oggetto che consente un confronto al femminile sul corpo e in riguardo alla vita sessuale.

La “benzina” condensa l’energia vitale, la “libido”, e trattandosi di meccanismi, “la sua macchina”, si tratta di desiderio e di eccitazione, d’istinto e di pulsione. Margarita ha avvertito un calo del desiderio sessuale e della “libido”, per cui chiede consiglio e soprattutto aiuto alla collega, a se stessa, dimostrando una buona confidenza con se stessa e un’adeguata autoconsapevolezza. Margarita cerca energia per il suo apparato sessuale e per la sua vitalità erotica.

Consegue nel sogno la rassegnazione pessimistica sul suo stato psicofisico e sessuale nello specifico: “…scuote il capo e le dice: “no, bellezza, mi dispiace…”. Della benefica valenza ironica si è detto in precedenza, ma si deve aggiungere che l’”ironia” si può esercitare soltanto con una buona consapevolezza del vissuto in atto, del problema, del trauma, del conflitto. In caso contrario, l’”ironia” viene proiettata per difesa e degenera nel sarcasmo: “proiezione” di un senso di disprezzo in riguardo a parti di sé. Margarita ha tanta nostalgia della trascorsa bellezza, ma sa che tanti sono i gradi di questa fascinosa dimensione e i tempi di questa inquietante esperienza.

Cosa fa Margarita per esorcizzare l’angoscia della perdita? ”Tocca qualche auto”: un rito magico per sentire, diagnosticare e assimilare. Nell’atto magico il toccamento assorbe l’oggetto fino ad assimilarlo, farlo suo e diventare  simile: se prenderai di lui, diventerai come lui. Ma neanche la magia funziona per la nostra Margarita perché lei sa di sé e, quindi, non s’illude e non si consola. Non le resta che prendere atto della situazione psicofisica in atto e trovare le contromisure in linea evolutiva con la sua storia e la sua formazione.

Il “resto notturno” di Margarita è legato, come si diceva all’inizio, a un “fantasma depressivo di perdita” e può essere scatenato da un evento fortuito o da una situazione realmente vissuta e portata avanti. La disistima può essere legata a fattori effettivi d’invecchiamento o a frustrazioni relazionali. In ogni caso Margarita procede verso l’accettazione del suo stato psicofisico: beltà in declino e sensibilità alla perdita.

La prognosi  impone a Margarita di portare avanti il processo di razionalizzazione del “fantasma” e di riformularsi in termini adeguati alla sua realtà esistenziale e relazionale. Margarita deve ridurre al minimo le provocazioni ambientali e non deve lasciarsi suggestionare da messaggi infausti. Un rafforzamento dell’”Io” e del “principio di realtà” è necessario.

Il rischio psicopatologico si attesta nel ridestarsi del tratto depressivo e nella caduta dell’umore e della vitalità.

Considerazioni metodologiche: una semplice domanda. Che cos’è la bellezza? Offro una risposta filosofica e accessibile con un po’ di buona volontà. La bellezza è la “proiezione” e la “sublimazione” delle sensazioni in atto, una cospirazione dei sensi, una serie di vissuti sensoriali beneficamente percepita: una “percezione trascendentale” ossia dell’Io, secondo la “Filosofia del Giudizio” di Emmanuel Kant, una percezione istruita secondo un criterio finalistico e non deterministico, una conoscenza individuale e non scientifica. La “bellezza” esiste sempre e soltanto in presenza di un “Io” che sente al di là del conoscere, per cui  esistono diversi modi e vari gradi, tutti soggettivi, di percepirla e, più che mai, nell’età matura si manifesta anche secondo le evoluzioni sensoriali. Nell’età matura si sperimentano altre vie e altre modalità per l’umana esigenza di “bello” e di “sublime”. Si superano i vissuti strettamente sensibili e si esalta maggiormente la bellezza interiore, quella che alberga dentro. Si riduce la convinzione che la bellezza sia un dato esteriore che ha un riverbero interiore. Diventiamo seguaci di Kant. “Estetica” deriva dal greco “aistesis” e significa “sensibilità” e si traduce concretamente nell’astrazione dei dati sensoriali. La “bellezza” è “senza concetto”, non serve a conoscere scientificamente un oggetto. La “bellezza” è “senza scopo”, non serve all’azione morale anche se a essa è assimilabile per la proprietà di  rendere l’uomo autonomo, “far legge su se stesso”. La “bellezza” è una funzione universale ma soggettiva nel suo esito, nel suo vissuto individuale. Grazie a Emmanuel Kant! Si evince che qualsiasi operazione di critica della bellezza o della figlia maggiore, l’arte, è un fatto teorico, una conoscenza e non un’esperienza estetica. E’ auspicabile fare sempre perno sul nostro gusto del “bello” e sul giudizio collegato. Non affidiamoci ai critici d’arte e tanto meno ai mercanti della “bellezza”, ma viviamola come “proiezione” del nostro “bello” interiore e come “sublimazione” del nostro piacere sensoriale, “libido”. Avremo in tal modo una percezione dell’armonia del nostro ”Io” attraverso la benefica cospirazione indistinta dei nostri sensi: un vissuto, un’operazione psichica che ben dispone all’equilibrio tra le nostre pulsioni, i nostri doveri, i nostri dati di fatto immediati.

IN OFFICINA TRA OLIO… OLIO E FILTRI PSICHICI

car-970353__180

“Ela sogna di trovarsi in una sorta di officina. Il meccanico le consegna dell’olio motore da portare nelle cisterne di raccolta della scuola.

Vedendola perplessa, dal momento che quelle cisterne devono raccogliere soltanto olio vegetale, le dice che quello che le dà è misto, olio motore e olio vegetale, e che, quindi, può stare tranquilla.”

Il sogno di Ela è strano nella sua semplicità, è lineare nella sua brevità, è accettabile a livello logico perché ha un senso: il divieto di mischiare gli oli meccanici e gli oli vegetali si coniuga con la tolleranza e la possibilità offerta dal tecnico di mettere insieme le due sostanze similari. E allora il sogno di Ela si può ritenere spiegato perché il “contenuto latente” equivale al “contenuto manifesto”: in questo caso non sarebbe un sogno, ma una fantasticheria a occhi chiusi. Trattiamolo come un sogno o meglio come un “resto notturno” e procediamo con il reperire i significati simbolici e la psicodinamica camuffata e traslata in questo breve ma intrigante prodotto psichico.

“L’officina” rappresenta simbolicamente il luogo di cura del sistema neurovegetativo, in quanto si tratta di meccanismi automatici che funzionano al di là della volontà del soggetto: il cuore, il respiro, le ghiandole endocrine, il sonno e gli apparati che competono alla libera gestione vitale del sistema nervoso neurovegetativo. L’officina condensa qualsiasi concezione filosofica  meccanicistica in riguardo alla Natura e all’Uomo. L’officina si coniuga con l’intelligenza operativa e il fare trasformativo ed è il regno dell’”Io” pragmatico.

“Il meccanico” condensa tutta la competenza di uno specialista del sistema nervoso centrale e neurovegetativo, un endocrinologo, un neurologo, un urologo, un sessuologo, uno psicoanalista determinista, insomma un tecnico competente soprattutto di umori vegetali e di liquidi meccanici nel nostro caso. Il “meccanico” condensa le funzioni  attive e fattive dell’”Io”, al di là di qualsiasi finalismo metafisico. Il “meccanico” è colui che sa e sa, soprattutto, dove mettere le mani.

“L’olio” in se stesso condensa i liquidi e gli umori del corpo, l’erotismo e l’eccitazione, l’eiaculazione e lo sperma, la lubrificazione e la disposizione femminile al coito: “l’olio” riguarda la “libido genitale”.

“L’olio motore” contiene una valenza sessuale meccanica e non finalistica,  un coinvolgimento di stampo anaffettivo e deprivato di partecipazione  emotiva: qualcosa di freddo e di necessariamente fisico-biologico.

“Le cisterne” della scuola condensano, in quanto contenitori, i tratti psicofisici  dell’universo femminile, il grembo e la vagina, parti del corpo ricche di liquidi e di umori. La “scuola” rappresenta il luogo della socializzazione e rievoca il teatro del desiderio, del marasma e del conflitto.

Il “vedendola perplessa”, da parte del meccanico, induce a reperire il simbolo della “perplessità”. Trattasi di dubbio strumentale e metodico, quasi alla Cartesio, e di riflessione innovatrice, un’apertura mentale dell’”Io”, nonché un conflitto psichico e un ridimensionamento operato dal “Super-Io”. La “perplessità” è legata alla sorpresa imprevista e all’eccitazione improvvida, oltre che a una caduta temporanea della logica consequenziale. Ela proietta nel “meccanico” la sua piacevole confusione per un evento strano e apparentemente semplice, una confusione e fusione di oli, di liquidi diversi nel servizio e nel consumo.

“L’olio vegetale” è diverso da quello meccanico: l’olio d’oliva, usato per friggere le patatine dei bambini, non è lo stesso olio che si usa per lubrificare il motore della nostra “benedetta” macchina. Almeno si spera. La differenza dell’olio nel sogno di Ela dipende dal coinvolgimento affettivo e meccanico, dal finalismo delle funzioni sessuali che è quello che produce liquidi e umori. Gli “oli” condensano sensi e significati diversi, una diversa maniera di coinvolgimento: “vegetale” significa neurovegetativo ma affettivo, “meccanico” equivale sempre a neurovegetativo ma anaffettivo. Il primo condensa una forma di vitalità finalistica, un innamoramento, il secondo condensa una forma di vitalità deterministica, un approccio.

L’olio “misto” sarà la sintesi di metà vegetale e metà meccanico, metà affettivo e metà anaffettivo, metà caldo e metà freddo, metà casereccio e metà industriale.

Pur tuttavia, fino a questo momento, l’interpretazione del sogno di Ela resta aleatoria, perché manca un elemento che funge da “nesso”, un collegamento simbolico che rende la decodificazione plausibile e convincente, sempre restando nella labilità delle umane cose.

La “cisterna” risolve il sogno e lo fa propendere verso quella sfera sessuale che si era profilata e che avvolge e comprende tutto il quadro onirico: la femmina, la sessualità, gli umori. La “cisterna” invita Ela a vivere bene la sua sessualità e lo specialista “meccanico” le augura che viva bene il coinvolgimento sessuale sentimentale e quello meccanico. “Parabola significat”: cara Ela, capisci e assolvi sensi e sentimenti vissuti nella loro  doppiezza.

Questi sono i simboli del sogno di Ela.

La psicodinamica verte su una storia sessuale intrisa di senso e sentimento, una sessualità vissuta neurofisiologicamente in maniera diversa, una vita psicofisica filtrata dall’’Io” e resa accettabile a un “Super-Io” reso elastico e tollerante proprio dalle arti ruffiane dell’”Io”. L’olio vegetale richiama le funzioni pulsionali dell’”Es”, la realtà degli istinti che non si può rifiutare o stravolgere. Il merito è dell’”Io”, questo benefico e benemerito “filtro di oli” che sa giostrarsi tra trasgressione e compensazione, tra realtà e criterio del meglio possibile.

La prognosi impone a Ela di ben usare e ponderare le funzioni mediatrici del suo “Io” nelle deliberazioni e nelle decisioni.

Il rischio psicopatologico si attesta nelle frustrazione della “libido genitale”, nel malaugurato conflitto tra le tre istanze psichiche, “Io, Es e Super-Io”, in uno scompenso delle loro funzioni con possibilità, nel caso di prevalenza dell’”Es”, gli istinti e le pulsioni, di una crisi del “principio di realtà” a tutto vantaggio del “principio del piacere”, e nel caso di prevalenza del “Super-Io”, il dovere e la morale, di una frustrazione della “libido” con conseguenti somatizzazioni di panico in un quadro clinico paranoico.

Riflessioni metodologiche: è opportuno e mai abbastanza riflettere sulla funzione di “filtro” psichico operata dall’”Io”. E’ determinante per la salute psicologica e per tutta la vita adulta mantenere integre le funzioni dell’”Io”, quelle deliberative e quelle decisionali nel caso specifico. L’ago della nostra bilancia psichica è proprio l’”Io”, l’istanza evolutiva che ci qualifica animali razionali, secondo il nostro modo culturale o “filtro” occidentale, superiori alle scimmie e al resto del “Vivente”. Privilegiare l’”Io” non equivale all’abbandono  o tanto meno al disconoscimento del “nostro bambino dentro” con le sue modalità di pensiero e d’azione. Privilegiare l’”Io” non significa eliminare i limiti e i divieti che consentono la vita sociale e politica. Privilegiare l’”Io” non comporta la repressione delle pulsioni a favore delle utili convenzioni. Con il trascorrere del tempo il “Super-Io” si ammorbidisce o s’irrigidisce in base a come abbiamo vissuto e abbiamo usato il filtro “Io” e i meccanismi di difesa dall’angoscia. Con il trascorrere del tempo la “libido” e le pulsioni dell’”Es” si evolvono nelle forme compatibili con la struttura elaborata dall’”Io”. Si può affermare che la formazione del carattere, “formazione reattiva”, non conosce soste anche se la preponderanza formativa avviene nei primi dodici anni di vita. Esemplifico: maturando o invecchiando aumenta la paranoia se il “Super-Io” s’irrigidisce, si regredisce alla vita infantile se l’”Es” prende il sopravvento. Quelle che si definiscono “demenze senili”, tanto più quelle “presenili”, s’inquadrano in una disfunzione della funzione di filtro e di mediazione dell’”Io”. Ok? Una buona vecchiaia comporta una buona saggezza tutta merito dell’”Io” e dei “meccanismi di difesa” dall’angoscia nella prossimità della partenza e del distacco. A questo punto proviamo a riflettere sul sogno. Nel sonno si usa dire che l’”Io” va a dormire insieme alle sue funzioni e che la vita psichica si esprime nel sogno: la realtà psichica in atto. Va bene. Ma quando l’”Io” si sveglia, interpreta il sogno e riflette su se stesso. L’”Io” è padrone del nostro “processo primario”, la nostra benefica “fantasia” a “Lui” si sottomette: un punto fisso della cultura greca, di poi occidentale, è stato ed è proprio questo, il “primato dell’Io” e delle sue funzioni, il “processo secondario”.

LA  “LIBIDO”  SULLA  PELLE

nails-865121__180

“Eli si trova in una stanza che pare un retrobottega.

Una collega le chiede consigli sulla depilazione definitiva.

Eli le indica una lozione da massaggiare.

Passando dal retrobottega al negozio, Eli incontra un’altra collega che sembra debba riprendere la cura delle sue mani.

Reagisce dicendo che lei deve sempre credersi la migliore.

Poi però si guarda le unghie e vede che in realtà hanno lo smalto da risistemare e le dice che questa volta ha ragione.”

Un sogno apparentemente banale e insignificante, ma che in effetti tratta un tema psicosensoriale importante: la “libido epiteliale”, l’erotismo della pelle. Se si riflette sul fatto che il corpo è rivestito di pelle, si evince l’importanza dell’erotismo scatenato dalle carezze e dal massaggio, dai pugni e dal dolore. Se poi si pensa al nostro essere stati bambini al calduccio del corpo della mamma o all’importanza della pelle nella vita erotica e sessuale del nostro esser e adulti, si capisce in pieno quanto importante sia la “libido epiteliale” per un’eccitazione e per un rilassamento, per un amplesso e per un incontro. La pelle ha una valenza  mista, affettiva ed erotica allo stesso tempo. La pelle è molto sensibile alle suggestioni e ai fantasmi, la pelle si può esaltare e deprimere, colpevolizzare e anestetizzare, la pelle può diventare rossa e tradire emozioni profonde, la pelle si può facilmente ammalare. La “libido epiteliale” ha una familiarità con i disturbi psichici e le inibizioni psicosomatiche. La pelle non è un semplice contenitore del corpo o una carta d’imballaggio del sistema muscolare. Per questa sua complessità e variopinta fenomenologia la pelle induce notevoli difficoltà alla scienza medica dermatologica nella cura di disturbi apparentemente semplici e stranamente incomprensibili, ma resistenti anche ai trattamenti chimici più drastici. La pelle, oltre ad essere esposta a virus e batteri, parla e dice anche dei nostri conflitti psichici.

Dopo questa ampia delucidazione reperiamo i simboli, gli spostamenti e le condensazioni nel sogno di Eli.

La “stanza” rappresenta la dimensione psichica sociale e la formalità relazionale, mentre il “retrobottega” esprime una vaga intimità professionale o un’altrettanto vaga presenza familiare. Eli esordisce nel sogno esibendo la sua sfera relazionale e sociale.

La “collega” conferma il poco spessore della relazione e la formalità della condivisione.

La “depilazione definitiva” condensa chiaramente nella sua drasticità la “castrazione” della “libido epiteliale” all’interno di una cornice psichica sadomasochistica. Trattasi di perdita definitiva dell’erotismo implicito nella pelle e di una volontaria procurata anestesia: le cellule epiteliali vengono private del loro progetto biologico, rappresentato simbolicamente dal pelo.

Paradosso vuole che Eli consigli una lozione da massaggiare: una carezza inutile per un corpo che aspira all’insensibilità. La “lozione” è simbolo della dimensione magica e della manipolazione forzata della natura: il mago domina la natura o almeno tenta di adeguarla con violenza ai propri fini. Il “massaggiare” include un’intimità erotica, nonostante la possibile formalità professionale dell’atto o della tecnica. Il massaggio resta uno stimolo erotico sensorialmente complesso ed emotivamente contrastato. Rievoca le carezze della solita nostra cara mamma, quelle avute e quelle desiderate, su cui poi si è evoluta la “libido epiteliale” per associarsi ad altri stimoli in appagamento globale della “libido genitale” ossia della vita sessuale. Ricordiamo che il corpo è ricoperto nella sua totalità dalla pelle e che la pelle è il primo organo erotico: il bambino appena nato comunica con la pelle e di poi con la bocca.

Il “negozio” è l’ambito sociale dove si esercita l’arte del fare, l’ergoterapia, la relazione del lavoro. Il “negozio” è molto diverso dall’ ”ozio” che è la relazione interiore con se stesso, l’introspezione, il retrobottega dell’autocoscienza.

Il sogno di Eli procede verso la “cura delle mani”, verso un ambito sempre relazionale, ma contraddistinto da una “libido del fare”: le mani hanno la pelle ossia sono simboli classici della relazione e del tatto, oltretutto sono depositarie di seduzione e di erotismo. Una donna è incaricata a “riprendere la cura delle sue mani”. Eli attesta una buona disposizione verso l’universo femminile, si lascia curare le mani, ma questo trasporto non è esente da rivalità e da competizione. Eli “reagisce dicendo che lei deve sempre credersi la migliore”: ma quanto ha sofferto Eli nella sua infanzia per un fratello o per una sorella che le hanno tolto lo scettro di reginetta della casa e il privilegio apparente di essere figlia unica? Il sogno contiene la competizione e la rivalità fraterna, anche se Eli ha razionalizzato il suo piccolo dramma familiare e ne possiede non solo le coordinate, ma anche le soluzioni.

Le “unghie” rappresentano aggressività sociale e seduzione colorata.

Lo “smalto” rappresenta sempre una seduzione estetica, una “sublimazione” dell’aggressività in maniera che sia socialmente gradevole e gradita.

Il sogno di Eli, così vario ed eccentrico, si conclude con il riconoscimento dell’altro: “dice che questa volta ha ragione”. Il “dare ragione” contiene la consapevolezza sia della necessità del buon vivere sociale e sia dei buoni rapporti da mantenere con il prossimo. Eli è talmente scaltra nelle relazioni sociali che sa dare e sa prendere: amor proprio e riconoscimento dell’altro.

La prognosi pone l’accento sulla tutela della “libido epiteliale” e sul giusto equilibrio tra Eli e l’altro da Eli, la sua persona e il suo ambiente sociale: diplomazia e suadenza non fanno difetto per la verità.

Il rischio psicopatologico si concentra sulle conversioni psicosomatiche di una pelle maltrattata, psicologicamente parlando: la frustrazione dell’erotismo epiteliale riduce l’eccitazione sessuale in buona percentuale. Attenzione alla cornice sadomasochistica che inquadra la trama del sogno di Eli.

Riflessione metodologica: il “sadomasochismo” è una questione clinica attualissima che merita un breve richiamo alla luce del fenomeno tragico dei kamikaze e dei martiri di varia estrazione religiosa. Questi “eroi” di tutti i tempi coniugano la propria volontaria autodistruzione con il mietere il maggior numero di vittime ignare e innocenti, per poi contrabbandarle al cospetto del loro dio come segno di merito e passaporto per un paradiso molto umano e poco divino, molto arcaico e suggestivo, quanto utopico e maligno. Il fenomeno “sadomasochismo” si attesta, secondo le prime formulazioni di  Sigmund Freud nei “Saggi sulla sessualità infantile”, nella “fase anale” dell’evoluzione della “libido” dopo il primo anno di vita e dopo la “fase orale”: l’organo erogeno è lo sfintere anale nella sua funzione di trattenere ed espellere le feci, come in precedenza era stata la bocca. Il bambino entra in contatto con il suo corpo e con l’ambiente attraverso la gestione della defecazione, una funzione più o meno gradevole e tormentata. Il bambino sperimenta il piacere dell’espulsione e il dolore della ritenzione. Le feci possono essere anche strumento di manipolazione e di aggressione verso le figure genitoriali, ma è importante il fatto che il bambino si avvia a controllare una sua funzione vitale e delicata. L’erotismo legato a questa fase dello sviluppo psicosessuale e dell’evoluzione della “libido si conserva in maniera sempre benefica nella successiva vita sessuale adulta. Esiste una relazione importante tra la pulsione sadomasochistica e il processo psichico della “sublimazione della libido”, processo con il quale, tra l’altro, si sono formate le religioni basate sulla trascendenza di dio. La questione è degna di migliore comprensione, per cui rimando il lettore a prendere visione della mia analisi del testo freudiano “Totem e tabù”, presente in questo blog.