IL “SOGNO-FANTASTICHERIA” DI MANUEL

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 TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO
“Mi trovo in un giardino pubblico di Udine e faccio un giro tra i viali come se fossi in pausa. Ci sono lampioncini e paletti di metallo incurvati.

D’un tratto sono incuriosito da un viso che non riesco a vedere per intero per via della curva di uno dei paletti. Riesco a vedere solo la bocca e parte delle guance. E’ una ragazza che mi sorride in modo vagamente malizioso.

Non capisco come faccia a guardarmi e a sorridermi se non vede i miei occhi. Ad ogni modo, le sorrido a mia volta e mi pare di riconoscerla. Scosto la testa per vederla per intero: è Sabine, una ragazza incontrata in un pulmino.

Era da tempo che cercavamo di accordarci per vederci da qualche parte dichiaratamente al solo scopo di fare l’amore.

Memore di ciò, la rimprovero con tono civettuolo di essere venuta in città senza avermi avvisato. Lei si giustifica e mi dice di essere lì con il suo gruppo di “hip hop”.

In effetti, nello spiazzo c’è un tendone pieno di ragazzi che provano delle coreografie. Ci avviciniamo per vedere. Non dico a Sabine di aver ballato “hip hop” anch’io tempo prima, perché è stato solo per poco e non vorrei mi fosse chiesta una dimostrazione.

Mi si avvicina, però, un ragazzo, che con aria di giocosa sfida ed esegue i suoi passi vicino a me. Io allora spicco un salto e con mia grande sorpresa resto sospeso in aria più del dovuto. Ne approfitto e improvviso qualche passo. Quando, dopo pochi secondi, torno a terra, i ragazzi mi sorridono e continuano a ballare.

Sabine mi dice che in qualche modo si aspettava di trovarmi e che ha chiuso un’intera ala del palazzo, dov’è alloggiata con il suo gruppo, per poterci andare con me e stare in santa pace. Diversamente da quando l’ho incontrata, era bionda anziché rossa. Penso che è molto bella.

Mi conduce davanti a un portone, tira fuori le chiavi e dice che c’è un androne dove potremo fare l’amore. Mi dice che vuole solo che io sappia che non vuole ferirmi in nessun modo. Immagino intenda ricordarmi che ha un ragazzo e che con me si tratterà soltanto di un’avventura. La cosa non mi preoccupa, anzi mi solleva e le chiedo in che modo potrebbe ferirmi.

Con mia sorpresa lei spalanca la bocca ed esclama “con questi”, mostrando dei denti oblunghi che sul momento mi fanno un po’ di specie. Chiude la bocca, la bacio e concludo che la sua dentatura non la rende meno bella. Mi porta in una stanza molto strana, che sembra la cabina di una nave, sia per l’arredo che per il continuo dondolio. C’è al muro un cartello con su scritto che gli avventori hanno certo letto Melville e quel posto li farà di certo divertire. C’è una lunga poltrona di pelle nera. Io e Sabine ci sediamo e facciamo l’amore felicemente. Quando lei va via penso che vorrei farlo anche con Marisa, una ragazza con cui, a differenza che con Sabine, ero già stato di recente. Decido di chiamarla, ma mi risponde un uomo che dice ridendo che lei non può parlare e sento anche la voce di lei che si scusa e mi saluta. Penso che non è proprio il caso di farne un dramma.”

Questo è il sogno di Manuel.

DECODOFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

 Il sogno di Manuel è prossimo alla “fantasticheria” elaborata da quasi sveglio, un desiderio ricamato tra il sonno e la veglia. I meccanismi del “processo secondario” sono dominanti: i principi logici, i concetti, la consequenzialità logica del racconto. Eppure in tanto lavorio razionale, ogni tanto si profila il paradosso e la condensazione simbolica, l’assurdo e il particolare fuori norma, la creatività e la fantasia. Manuel nel progressivo risveglio ha realizzato la pulsione e il desiderio, l’autogratificazione e la “libido” elaborando una trama fascinosa ed eccitante. Preciso che il risveglio inizia dopo la terza fase R.E.M. e dura circa tre ore. Ho sottolineato le parti  elaborate dal “processo primario”, quelle che costituiscono la trama del sogno di Manuel, il “contenuto latente”, perché sono quelle degne di essere considerate per la decodificazione. Le parti elaborate dal “processo secondario” sono normalmente logiche da non abbisognare di chiarimento.

SIMBOLI ARCHETIPI FANTASMI

Il “giardino pubblico” condensa il rilassamento psicofisico in atto e la speditezza nelle relazioni, un presente psichico gratificante a livello personale e sociale, la giovinezza da vivere e da condividere, la “libido” pronta all’investimento.

“E’ una ragazza che mi sorride in modo vagamente malizioso.” Trattasi dell’oggetto del desiderio che richiama la “libido genitale”, la seduzione e la sessualità. Implica una buona autostima che rasenta il narcisismo.

“Sabine, una ragazza incontrata in un pulmino.” E’ identificata la giovane donna che occupa l’universo desiderante di Manuel. Il pulmino attesta simbolicamente del coinvolgimento squisitamente sessuale.

 Il “fare l’amore” condensa una buona armonia psicofisica, un buon equilibrio tra la “parte maschile” e la “parte femminile” di Manuel, una disposizione all’investimento di “libido genitale” aliena da conflitti personali. Il “fare l’amore” è sempre in primo luogo un fare l’amore con se stesso, un volersi tanto bene e uno stimarsi tanto; di poi, tanto benessere psicofisico personale travalica per essere investito nell’oggetto del desiderio.

 “Lei si giustifica e mi dice di essere lì con il suo gruppo di “hip hop”. Il trionfo della giovinezza è celebrato in questo contesto di ballerini acrobatici e creativi: la simbologia erotica e sessuale è dominante.

“un tendone pieno di ragazzi che provano delle coreografie.” Continua il tripudio di una giovinezza diffusa e condivisa. Manuel sta decisamente attraversando un buon momento esistenziale, sta vivendo una serie di esperienze costruttive e piacevoli. Manuel socializza, può e sa essere del gruppo, ha un’appartenenza.

“Io allora spicco un salto e con mia grande sorpresa resto sospeso in aria più del dovuto.” Si conferma quello che si diceva prima: Manuel c’è e alla grande! Tanto entusiasmo e tanta eccitazione mettono in crisi la forza di gravità. Manuel è al settimo cielo, visto che il corpo pesa poco ma conta tanto.

“Ha chiuso un’intera ala del palazzo, dov’è alloggiata con il suo gruppo.” Epperò! Il desiderio di Manuel è talmente tanto da proiettare su Sabine una vasta porzione della sua casa psichica, anzi del suo palazzo, con tutti gli accessori, compagni di bagordi, meglio di “hip hop”, compresi. La disposizione è direttamente proporzionale all’accoglienza, la recettività sessuale è in linea con il desiderio. E’ opportuno sottolineare l’enfasi onirica. Non bastava un’angusta stanzetta o un sottoscala come cantava Francesco Guccini del suo tempo, ma addirittura l’ala di un palazzo. L’enfasi si coniuga con un buon tratto narcisistico.

“Era bionda anziché rossa.” Ma come mai? Perché questa traslazione? Perché si tratta della donna e non di una donna, Sabine nel caso specifico. Emerge il “fantasma della donna” nella sua “parte buona” e nella sua “parte cattiva”, positiva e negativa. Si spiega tutto nella prossima simbologia.

 “Tira fuori le chiavi.” Ecco servito il fantasma della “donna fallica”, l’universo femminile dotato di potere maschile, il simbolo di Afrodite, la dea nata dalla schiuma del mare Ionio e dallo sperma di Urano amputato dal figlio Krono e gettato tra le onde. Il potere attribuito da Manuel alla donna è squisitamente erotico e seduttivo, quello della “strega” nella versione sessuale. Le “chiavi” sono un simbolo fallico, come la toppa è un simbolo sessuale femminile.

 “Le chiedo in che modo potrebbe ferirmi.” Ecco la “parte negativa” del “fantasma della donna” che entra direttamente in azione dopo che si è profilata! La donna è minacciosa e inaffidabile. Nella sua versione maligna può castrare il membro e vanificare la vita sessuale, oltre che il desiderio. La ferita è narcisistica, ma è intesa a superare la “libido fallica”, perché l’angoscia si può risolvere proprio evolvendo la libido fallica” nella “libido genitale”. Tra poco il sogno dirà come sta la situazione psicofisica in tal senso. La minaccia è lanciata, ma è opportuno fare il tifo per un fausto cammino e per un prospero epilogo. Forza Manuel!

“Con mia sorpresa lei spalanca la bocca ed esclama “con questi”, mostrando dei denti oblunghi.” Il fantasma della “vagina dentata” è servito in un piatto d’argento, anzi d’oro. La “bocca” condensa l’organo sessuale femminile e i denti sono simboli dell’aggressività fallica, specialmente se “oblunghi”. Il simbolo di Afrodite, di Lilith, delle Moire, delle Sirene, della Strega è offerto nello stesso modo sin dal tempo dei tempi: la “parte negativa” del “fantasma della donna”. La nevrotica angoscia maschile di “castrazione” ha elaborato la sua naturale difesa nella criminalizzazione della donna. L’angoscia di “castrazione” in questo caso non è legata alla rabbia del padre, ma alla seduzione della madre, al tabù dell’incesto, alla strega cattiva ma affascinante, alla vampira che fa godere ma succhia il sangue e annienta mortalmente. La “castrazione” è legata alle fantasie sessuali dei bambini e al  senso di colpa per aver tanto osato desiderare, è legata alle giuste paure sessuali di essere potente e all’angoscia di non esserlo. La “vagina dentata” e la “castrazione” sono cardini universali dell’universo psichico maschile, “fantasmi archetipici”. Ma procediamo dopo tanta mancata disgrazia e tanta inutile paura.

“Mi porta in una stanza molto strana, che sembra la cabina di una nave.” L’esercizio della “libido genitale” merita il dondolio di una nave in balia del mare di scirocco e l’intimità di una cabina. Dall’ala del palazzo Manuel si è ritirato in una magica e intima cabina di una “love boat”. La stranezza si attesta nella novità delle emozioni e nella varia gamma dei sensori neurovegetativi. Ogni rapporto sessuale, del resto, non è mai lo stesso anche se avviene con la stessa persona, perché noi non siamo mai gli stessi di prima, siamo in un continuo perenne divenire. Il magico Eraclito con il suo “tutto scorre”, “panta rei”, vale anche per la vita sessuale e per la vita psichica in generale.

 “Gli avventori hanno certo letto Melville” o meglio hanno, di certo, letto “Moby Dick” e, di conseguenza, hanno il gusto del rischio e dell’avventura,  della sfida e della contesa, della vita e della morte. Anche in questo caso il sogno ricorre alla figura retorica della “enfasi” attestando le virtù dell’intelletto di Samuel.

 “Vorrei farlo anche con Marisa.” E’ proprio vero che l’appetito vien mangiando. La saggezza dei nonni non mente mai, come il buon sangue. Manuel ci ha preso proprio gusto e adesso ci dà dentro alla grande e chi lo ferma più. Manuel si è emancipato dal suo passato edipico e adesso è libero, tanto libero di desiderare le donne, anche quelle impegnate, quelle d’altri. Ahi, ahi, ahi ! Ritorna qualcosa del passato sotto forma di fantasma.

“Mi risponde un uomo che dice ridendo che lei non può parlare.” Ecco il profilarsi del “fantasma edipico del padre”. Giusta e naturale interdizione! Vietato! Tabù! Torna utile anche il nono comandamento dei Cristiani: “non desiderare la donna d’altri”. Ma Freud dice che noi abbiamo da sempre tanto desiderato la donna d’altri e la continuiamo a desiderare ancora oggi. Anzi precisa che dobbiamo desiderarla per evolvere la “libido” nel verso giusto. Ma questo conflitto ormai non appartiene a Manuel.

 “Penso che non è proprio il caso di farne un dramma.” Così sia e buona fortuna, carissimo Manuel! E sempre in bocca al lupo! Ma non rispondere “crepi il lupo”, perché la lupa è una buona mamma e prende i suoi cuccioli in bocca per proteggerli dalle insidie mortali secondo un atto naturale d’amore infinito.

PSICODINAMICA

Manuel dice con “Logica discorsiva” di Aristotele, “processo secondario” quello che dice con “Logica simbolica”, “processo primario”, come si desume dal materiale onirico che ho estrapolato e analizzato.

Il “sogno-fantasticheria” di Manuel si attesta nello sviluppo maturativo della “libido genitale” dalla “libido fallico-narcisistica” e dopo la composizione della “posizione edipica”, tappa che fa capolino nell’ultima donna, Marisa, accoppiata con l’uomo che risponde al telefono in sua vece. Ma la giusta soluzione psichica Manuel la conosce: “non è proprio il caso di farne un dramma”. Mai tanta tolleranza fu salutare. Trotta trotta cavallino! Sei passato dalla “vagina dentata”, “la bocca con i denti oblunghi”, alla seduzione ambulante e all’amplesso itinerante: Marisa dopo Sabine e avanti la prossima e poi un’altra ancora.

ANALISI

L’analisi del sogno di Manuel è stata sviluppata nella trattazione dei simboli e dei fantasmi, ma è stata soprattutto risolta dalla discorsività logica consequenziale di Manuel che ha offerto il suo sogno come un racconto o una “fantasticheria” da mezzo sveglio e da mezzo dormiente.

 ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Nel vasto “resto notturno” di Manuel sono presenti le istanze ”Io”, “Es” e  “Super-Io”. Per addurre esempi giustificativi, l’Io si attesta nell’attore protagonista e nel narratore, l’Es è chiaramente incluso nell’hip hop, il

Super-Io si manifesta nell’uomo di Marisa. La “posizione genitale” con annessa “libido” è dominante. La “posizione fallico-narcisistica” della “libido” si attesta nella “donna dentata” e nella “castrazione”, chiari riferimenti alla “angoscia di castrazione” e altrettanto chiare minacce all’integrità richiesta obbligatoriamente dal “narcisismo fallico”.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

Nel Sogno di Manuel sono presenti i meccanismi psichici di difesa della “condensazione”, dello “spostamento”, della “razionalizzazione”, della “intellettualizzazione”, della “figurabilità”.

ORGANIZZAZIONE REATTIVA

La “organizzazione reattiva” presenta un marcato tratto maniacale: vitalità libidica e gusto di sé, consapevolezza e sicurezza.

FIGURE RETORICHE

Le figure retoriche richiamate nel sogno sono la “metafora”, l’“enfasi”,l’“iperbole”.

DIAGNOSI

Il sogno di Manuel attesta della fausta risoluzione della “posizione edipica” e del libero esercizio della “libido genitale” in evoluzione della “posizione

fallico-narcisistica”.

 PROGNOSI

La prognosi impone a Manuel di rafforzare la sua autonomia psichica e di consolidare l’emancipazione dagli affetti costituiti. La libertà, purtuttavia, non deve coincidere con il “narcisismo” e l’amor proprio, non deve identificarsi con l’egocentrismo. Manuel deve distribuire i suoi investimenti della “libido” in senso “genitale”. Deve, inoltre, acquistare una maggiore sicurezza e una migliore iniziativa nelle arti seduttive, deve conquistare e non lasciarsi conquistare e guidare. A buon intenditor poche parole.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta in un ritorno alle dipendenze edipiche e a un isolamento narcisistico con le conseguenti psiconevrosi d’angoscia a stampo isterico o fobico-ossessivo.

CONSIDERAZIONI METODOLOGICHE

Con la “fantasticheria onirica” di Manuel inizio a inserire il possibile “resto diurno” ossia la causa scatenante del sogno. Freud disse che il sogno era collegato a un’esperienza, a un ricordo, a un vissuto del giorno precedente, uno stimolo fortuito che era sfuggito alla coscienza e all’analisi. Di notte e in sonno la Psiche recuperava e sviluppava in sogno questo dato vagante secondo i meccanismi del “processo primario”. La teoria freudiana non fa una piega ed è ancora valida e validata dalla ricerca: il sogno è scatenato da esperienze prossime nel tempo, a volte molto prossime, quasi conseguenti allo “stato ipnoide” che si realizza e si attraversa durante il torpore del dormiveglia. Tante persone progettano di entrare nel sonno con una “fantasticheria” o con un pensiero piacevole da elaborare possibilmente in sogno e pensando che questa operazione psichica sia possibile. In effetti è possibile addormentarsi seguendo le fila di un ricordo o pilotando un  desiderio di varia natura e qualità e gustandolo nella “fase ipnoide” del sonno, ma è vero che quando subentra il sonno, meglio le fasi “R.E.M.” e “NON R.E.M.” del sonno, il sogno subisce notevoli manipolazioni da parte del “sistema neurovegetativo”, quello che è deputato a farci continuare a vivere, e da parte dei meccanismi psichici del “processo primario”, quello che è deputato a elaborare il sogno. Allora, ci si può addormentare con un pensiero  o una trama o una traccia in testa e seguirla fino all’abbandono psicofisico tra le braccia del mitico Morfeo, semidio greco del sonno, ma dopo il destino del sogno è nelle nostre involontarie capacità ossia nei meccanismi di difesa del sonno e senza la nostra diretta volontà. Noi contribuiamo a dare al sogno nel sonno un’indiretta collaborazione con i nostri vissuti e i nostri fantasmi: i necessari contenuti psichici. Questa parabola predica e significa che si può condizionare il sogno da svegli, ma non da dormienti. Tante persone affermano che riescono a sognare ciò che si prefiggono nel “pre-sonno”. La giusta risposta è la seguente: il materiale psichico in atto è talmente forte e vibrante da essere sognato, per cui travalica facilmente nel sogno. Altra risposta: sognano quello che avevano pensato come “contenuto manifesto”, ma poi come “contenuto latente” significa tutt’altro.

 GRADO DI PUREZZA ONIRICA

Nonostante la definizione di “fantasticheria”, in base a quanto affermato nella decodificazione e al contenuto dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Manuel è “2” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.

RESTO DIURNO

Il “resto diurno” può essere collegato a un ricordo, a un desiderio, a un incontro fortuito associabile all’evento sognato. Non si trascuri la “ormonella”, la pulsione della “libido” che tanto incide nella formazione dei sogni a qualsiasi età, ma in special modo nel trionfo della giovinezza.

LA DEA MADRE I SERPENTELLI DI MAMMA MIKAELA

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“Mikaela sogna di trovarsi a casa della madre. Nota molti piccoli serpenti neri sul pavimento che si muovono. Sono tanto piccoli che sembrano girini.
La madre spaventata si sposta e Mikaela ne prende uno in mano e gli dà da mangiare. Pensa che è piccolo, lo accarezza e lo nutre come un bimbo. Poi lo mette a terra.

D’un tratto Mikaela si trova nella camera della sua casa che continua a nutrire quel serpente che ora è grande e bellissimo. E’ un cobra e sta disteso tra le lenzuola arancioni. Entra suo figlio e lo tratta come se fosse parte della famiglia. Poi, il figlio esce e Mikaela l’accarezza con grande amore. Il cobra dormiva in mezzo a lei e suo figlio.

Poi, si trova di colpo fuori casa del padre di suo figlio e vede un altro serpente in un vaso. E’ in posizione avvolta con la testa e il collo fuori e dietro una pianta di fiori rossa. Suo figlio fa per toccarlo e lei, non conoscendo quel serpente, d’istinto sposta la mano del figlio per prendersi il morso. Il serpente, però, non l’attacca, anzi appoggia la testa nella sua mano in modo docile.
Mikaela accarezza anche quel serpente.

Poi sogna che lei e suo figlio sono in machina e decidono di tornare nel paese e in quella casa dove hanno abitato da soli per due anni. Però Mikaela non ha le chiavi della casa. Pensa che nella casa dove vive hanno staccato luce, gas e riscaldamento e pensa: “che cazzo faccio ora?” Pensa ancora: “ben, ce la farò!”

NOTA CULTURALE

Quello di Mikaela è un sogno dedicato alla maternità, un riconoscimento devoto all’archetipo “Madre” tanto caro a Jung e alla sua scuola. Il culto della Dea Madre risale a trentadue mila anni fa secondo i reperti archeologici e si attesta nel riconoscimento del “Principio femminile” come tutore della “Vita” e della “Conservazione della Vita”, la “Specie”: i futuri fondamenti oggettivi del “Diritto naturale”, il corpo vivente. Tutto nasce da un “principio femminile” in onore alle madri che sono feconde e partoriscono. Gli uomini dei primordi avevano culturalmente esteso a tutto l’universo il “principio femminile” per quanto riguarda l’origine e avevano elaborato delle “cosmogonie” dove si esaltava la “Grande Madre”. La scultura conserva le tracce primordiali del culto e rappresenta la “Madre” con gli attributi sessuali specifici e soprattutto con l’esaltazione del seno, l’organo della vita e della sopravvivenza. La “Dea Madre” rappresenta simbolicamente il corredo del “principio femminile”: la vita, la sopravvivenza, il sistema neurovegetativo, l’emozione, l’affettività. Esistevano anche divinità femminili che rappresentavano la degenerazione della vita e della vitalità: il tormento, la colpa, la punizione, la morte.

IL SOGNO

Mikaela esordisce con l’identificazione nella figura materna:” trovarsi a casa della madre”. La figlia ha acquisito l’identità femminile dopo il conflitto edipico e ha assimilato la possibilità della maternità. Mikaela è femmina in tutti i risvolti psicofisici e in maniera direttamente proporzionale alla sua forte intenzionalità verso la maternità, come appare in questo esordio del sogno.

“Nota molti piccoli serpenti neri sul pavimento che si muovono. Sono tanto piccoli che sembrano girini.”

La simbologia è manifesta: spermatozoi. Mikaela si candida alla maternità visitando la fecondazione. Mikaela ha bisogno del seme per diventare madre e lo rappresenta in due forme, i “piccoli serpenti neri” e i “girini”.
“La madre spaventata si sposta”: adesso tocca a lei, adesso tocca a Mikaela esaltare la sua natura femminile, aspirare alla maternità e diventare madre. La sterilità della madre induce la figlia a raccogliere il testimone di femmina e di madre. Mikaela ha uova da fecondare e “libido genitale” da investire nell’amore di un figlio.

” Mikaela ne prende uno in mano e gli dà da mangiare.”

La simbologia della gravidanza non poteva essere più evidente, così come l’amore materno: “Pensa che è piccolo, lo accarezza e lo nutre come un bimbo.”
Un rigo condensa l’identità psichica femminile, la fecondazione, il travaglio, il parto, lo svezzamento: “Poi lo mette a terra.”

Cambia apparentemente scena e il sogno propone in termini
simbolico- realistici una mamma che nutre e accudisce in tutto e per tutto il proprio figlio: un bellissimo “cobra”. Quest’ultimo non è il solito simbolo fallico o il simbolo dell’autonomia psichica legata al “sapere di sé”, ma è la traslazione del potere della madre, il figlio. Mikaela realizza la maternità maturando un figlio e completa la sua femminilità con la piena consapevolezza di essere madre e di aver evoluto al meglio la sua “libido genitale”. Degne di nota sono l’assenza della figura maschile, eccezion fatta per l’accessorio del serpentello o girino, e la piena autonomia psicofisica di Mikaela.
Ma il sogno ha le sue sorprese: Mikaela è già madre.

“Entra suo figlio e lo tratta come se fosse parte della famiglia.”

Nel rievocare la sua femminilità e la sua maternità, Mikaela ha proiettato nel “cobra” suo figlio oppure il desiderio di averne un altro. Un altro dato caratteristico è il fatto che il piccolo dorme tra lei e il figlio e che quest’ultimo ha preso il posto del padre. Mikaela è massimamente autonoma, ha bisogno di un maschio soltanto per il seme e per la fecondazione. Non s’intravedono segnali di natura erotica e sessuale, si vede chiaramente l’autonomia e la pulsione alla maternità. Questo è un dato evidente di tutto il sogno, Mikaela fa da sé e fa per tre: lei, il figlio e il cobra. Tutto il quadro del sogno è permeato di grande amore, a testimonianza del forte istinto materno e della profonda affettività di Mikaela.

La terza scena del sogno introduce la casa del padre del figlio di Mikaela e un altro figlio “serpente”, un figlio contrastato in una scena simbolica di gravidanza.

”Vede un altro serpente in un vaso.”

Il “vaso” è simbolo del grembo materno e dell’utero in particolare. La madre istintivamente si distribuisce tra la protezione del figlio reale e la paura del nuovo arrivato.

“E’ in posizione avvolta con la testa e il collo fuori e dietro una pianta di fiori rossa.”

Questa è una scena di parto. Mikaela rievoca esperienze allucinate o realmente vissute di maternità e la “pianta di fiori rossa” attesta nel colore la fuoruscita del sangue misto al liquido amniotico. E’ un’esperienza tutta sua, dove il figlio reale non è coinvolto. La mamma protegge il figlio e subisce eventualmente il trauma. Siamo in presenza di un vissuto o di un trauma ben razionalizzato in riguardo alla natura femminile, alla gravidanza e al parto.

Ma la maternità è il piatto forte della femminilità di Mikaela, per cui” Mikaela accarezza anche quel serpente che “appoggia la testa nella sua mano in modo docile”.

Mikaela concepisce il figlio con un “maschio- seme” e non con un
“uomo-padre”; si è visto, inoltre, che esterna tutta la sua autonomia o la sua poca stima nei confronti dell’uomo vivendolo come strumento procreativo che porta al trionfo della “dea madre” con la maternità.
Alla fine, pur tuttavia, prende coscienza che deve riconciliarsi con l’uomo con cui ha fatto un figlio. L’avversione al maschio può essere maturata per paura, per trauma, per il conflitto con il padre edipico, per autoesaltazione narcisistica e onnipotente.

“Poi sogna che lei e suo figlio sono in machina e decidono di tornare nel paese e in quella casa dove hanno abitato da soli per due anni.”

Il legame con il figlio è molto forte, quasi amoroso. Mikaela ha bisogno di relazioni forti e in cui può esercitare tutto il suo potere. L’essere “in macchina” con il figlio attesta della stretta intimità, come se il figlio fosse ancora una parte di sé, una gravidanza mista a “due cuori e una capanna”.

Ecco la parziale riconciliazione con il maschio!

“Però Mikaela non ha le chiavi della casa.”

Mikaela non ha attributi fisici maschili, il pene nel caso delle “chiavi”, non ha il potere di autofecondarsi, è femmina e madre: questa limitazione è la salutare consapevolezza che non è onnipotente e non può far tutto da sé e da sola. Per fare un figlio ci vuole un uomo anche in versione spermatozoo, un maschio non necessariamente da amare, ma ci vogliono quelle” chiavi” che Mikaela non ha perché è fortunatamente femmina. Adesso non le resta che prendere ulteriore coscienza di cosa le manca e di cosa potrebbe avere per sé e per suo figlio.

“Pensa che nella casa attuale dove vive hanno staccato luce, gas e riscaldamento”.

Ecco quel che manca a Mikaela. La “luce” condensa una maggiore razionalità e una minore emotività, una migliore funzione dell’”Io” e una specifica attenzione verso il “principio di realtà”, una crescita della progettualità e una giusta tolleranza della diversità del ruolo e della funzione. Il “gas” condensa la “libido”, l’energia vitale e la forza volitiva da investire nell’evoluzione esistenziale. Il “riscaldamento” condensa l’affettività e la protezione. Mikaela, quindi, non è un mostro di autonomia come gran parte del sogno ha evidenziato. Mikaela si ravvede e in sogno ripara il trauma della sua autonomia e lo reintegra in un’evoluta “coscienza di sé”. Mikaela ha bisogno di essere amata, di essere protetta, di essere sostenuta. Mikaela riduce la sua onnipotenza, si rende conto che da sola non può farcela in tutto e per tutto, che nella sua casa e nella sua vita c’è un figlio da amare ma che per lei non c’è un uomo d’amare. Ed ecco il ritorno all’onnipotenza, all’esaltazione della sua autonomia.
Pensa: “che cazzo faccio ora?” Pensa ancora: “ben, ce la farò!”

Ritorna la soluzione fallica di una donna che usa il potere femminile al massimo, ma che è non androgina, maschio-femmina, e onnipotente. E’ vero che la sua forza psichica l’ha portata avanti nella vita a superare difficoltà e a conseguire successi, ma il prezzo da pagare affettivamente nel tempo è molto alto.

Il sogno di Mikaela attesta dei tratti psichici caratteristici di un’organizzazione isterica: intensità emotiva della “posizione edipica”, identificazione contrastata e parziale nella figura materna, identità psichica mista tra padre e madre, culto del corpo e delle sue pulsioni. Mikaela non è donna di mezze misure, ma ha esaltato caratteristiche psichiche maturate e mutuate in famiglia durante l’infanzia. In tutto quello che pensa e che fa investe tanta “libido”, carica vitale, magari più di quella necessaria.

La prognosi impone a Mikaela di liberarsi della sua onnipotenza e di modulare equamente gli investimenti della “libido”. Mikaela deve anche fidarsi e affidarsi facendo perno sulla sua sensibilità e sulla sua ragione. Mikaela deve superare il senso del possesso nei confronti dei figli e riconoscerli come l’altro da sé, la loro autonomia di persone. Mikaela deve ridurre la mamma e ben valutare la donna riducendo le esigenze a carico dell’altro.

Il rischio psicopatologico si attesta in una psiconevrosi isterica con somatizzazioni d’ansia. L’onnipotenza è una bestia da domare, al fine di evitare evoluzioni psichiche pesanti.

Riflessioni metodologiche: il sogno di Mikaela merita un rilievo sulla nozione di femminilità, sull’avversione verso il maschio, sull’onnipotenza femminile, sulla relazione con i figli e sulla “libido genitale”. La consapevolezza femminile si acquisisce nel decorso della relazione con i genitori, “posizione edipica”, e s’incentra nell’identificazione nella figura materna e nello specifico nell’assimilazione dei tratti dominanti e graditi. La femminilità è un’astrazione ed esaltazione dell’essere biologicamente femmina e si attesta nel “fantasma” in riguardo al corpo e alle sue funzioni. La femminilità culturalmente è ritenuta un potere e si concentra nell’amor proprio, nell’attrazione e nella seduzione. La “misoandria”, avversione al maschio, si giustifica per trauma subito, per mancata razionalizzazione della figura paterna e nello specifico della “parte negativa del fantasma del padre”, per una difesa narcisistica dal coinvolgimento libidico, per la “formazione reattiva” dell’autoesaltazione onnipotente. A proposito di quest’ultima, bisogna rilevare il rischio d’isolamento a causa di difficoltà relazionali per eccesso di esigenze a carico degli altri, oltre alla degenerazione nel delirio narcisistico. L’onnipotenza femminile in riguardo al corpo e alle mirabili arti seduttive ha un potente nemico, il tempo. Per quanto riguarda la relazione con i figli è auspicabile una madre che sa modularsi tra autonomia e dipendenza, che abbia a cura l’emancipazione psicofisica dei figli, che non usi il senso di colpa per tenerli in pugno, che sia provvida e non improvvida nelle mille sfaccettature della quotidiana relazione: una madre che non sia fagocitatrice, ma nemmeno un “icesberg”. La “libido genitale” è la fase di maturazione della vitalità sessuale in funzione orgasmica e procreativa. Essa comporta l’altro e il suo riconoscimento: investimento d’amore. Nel sogno di Mikaela si evidenzia un ridimensionamento eccessivo della figura maschile e una sua riduzione a strumento procreativo: una “libido genitale” mutilata.

IN OFFICINA TRA OLIO… OLIO E FILTRI PSICHICI

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“Ela sogna di trovarsi in una sorta di officina. Il meccanico le consegna dell’olio motore da portare nelle cisterne di raccolta della scuola.

Vedendola perplessa, dal momento che quelle cisterne devono raccogliere soltanto olio vegetale, le dice che quello che le dà è misto, olio motore e olio vegetale, e che, quindi, può stare tranquilla.”

Il sogno di Ela è strano nella sua semplicità, è lineare nella sua brevità, è accettabile a livello logico perché ha un senso: il divieto di mischiare gli oli meccanici e gli oli vegetali si coniuga con la tolleranza e la possibilità offerta dal tecnico di mettere insieme le due sostanze similari. E allora il sogno di Ela si può ritenere spiegato perché il “contenuto latente” equivale al “contenuto manifesto”: in questo caso non sarebbe un sogno, ma una fantasticheria a occhi chiusi. Trattiamolo come un sogno o meglio come un “resto notturno” e procediamo con il reperire i significati simbolici e la psicodinamica camuffata e traslata in questo breve ma intrigante prodotto psichico.

“L’officina” rappresenta simbolicamente il luogo di cura del sistema neurovegetativo, in quanto si tratta di meccanismi automatici che funzionano al di là della volontà del soggetto: il cuore, il respiro, le ghiandole endocrine, il sonno e gli apparati che competono alla libera gestione vitale del sistema nervoso neurovegetativo. L’officina condensa qualsiasi concezione filosofica  meccanicistica in riguardo alla Natura e all’Uomo. L’officina si coniuga con l’intelligenza operativa e il fare trasformativo ed è il regno dell’”Io” pragmatico.

“Il meccanico” condensa tutta la competenza di uno specialista del sistema nervoso centrale e neurovegetativo, un endocrinologo, un neurologo, un urologo, un sessuologo, uno psicoanalista determinista, insomma un tecnico competente soprattutto di umori vegetali e di liquidi meccanici nel nostro caso. Il “meccanico” condensa le funzioni  attive e fattive dell’”Io”, al di là di qualsiasi finalismo metafisico. Il “meccanico” è colui che sa e sa, soprattutto, dove mettere le mani.

“L’olio” in se stesso condensa i liquidi e gli umori del corpo, l’erotismo e l’eccitazione, l’eiaculazione e lo sperma, la lubrificazione e la disposizione femminile al coito: “l’olio” riguarda la “libido genitale”.

“L’olio motore” contiene una valenza sessuale meccanica e non finalistica,  un coinvolgimento di stampo anaffettivo e deprivato di partecipazione  emotiva: qualcosa di freddo e di necessariamente fisico-biologico.

“Le cisterne” della scuola condensano, in quanto contenitori, i tratti psicofisici  dell’universo femminile, il grembo e la vagina, parti del corpo ricche di liquidi e di umori. La “scuola” rappresenta il luogo della socializzazione e rievoca il teatro del desiderio, del marasma e del conflitto.

Il “vedendola perplessa”, da parte del meccanico, induce a reperire il simbolo della “perplessità”. Trattasi di dubbio strumentale e metodico, quasi alla Cartesio, e di riflessione innovatrice, un’apertura mentale dell’”Io”, nonché un conflitto psichico e un ridimensionamento operato dal “Super-Io”. La “perplessità” è legata alla sorpresa imprevista e all’eccitazione improvvida, oltre che a una caduta temporanea della logica consequenziale. Ela proietta nel “meccanico” la sua piacevole confusione per un evento strano e apparentemente semplice, una confusione e fusione di oli, di liquidi diversi nel servizio e nel consumo.

“L’olio vegetale” è diverso da quello meccanico: l’olio d’oliva, usato per friggere le patatine dei bambini, non è lo stesso olio che si usa per lubrificare il motore della nostra “benedetta” macchina. Almeno si spera. La differenza dell’olio nel sogno di Ela dipende dal coinvolgimento affettivo e meccanico, dal finalismo delle funzioni sessuali che è quello che produce liquidi e umori. Gli “oli” condensano sensi e significati diversi, una diversa maniera di coinvolgimento: “vegetale” significa neurovegetativo ma affettivo, “meccanico” equivale sempre a neurovegetativo ma anaffettivo. Il primo condensa una forma di vitalità finalistica, un innamoramento, il secondo condensa una forma di vitalità deterministica, un approccio.

L’olio “misto” sarà la sintesi di metà vegetale e metà meccanico, metà affettivo e metà anaffettivo, metà caldo e metà freddo, metà casereccio e metà industriale.

Pur tuttavia, fino a questo momento, l’interpretazione del sogno di Ela resta aleatoria, perché manca un elemento che funge da “nesso”, un collegamento simbolico che rende la decodificazione plausibile e convincente, sempre restando nella labilità delle umane cose.

La “cisterna” risolve il sogno e lo fa propendere verso quella sfera sessuale che si era profilata e che avvolge e comprende tutto il quadro onirico: la femmina, la sessualità, gli umori. La “cisterna” invita Ela a vivere bene la sua sessualità e lo specialista “meccanico” le augura che viva bene il coinvolgimento sessuale sentimentale e quello meccanico. “Parabola significat”: cara Ela, capisci e assolvi sensi e sentimenti vissuti nella loro  doppiezza.

Questi sono i simboli del sogno di Ela.

La psicodinamica verte su una storia sessuale intrisa di senso e sentimento, una sessualità vissuta neurofisiologicamente in maniera diversa, una vita psicofisica filtrata dall’’Io” e resa accettabile a un “Super-Io” reso elastico e tollerante proprio dalle arti ruffiane dell’”Io”. L’olio vegetale richiama le funzioni pulsionali dell’”Es”, la realtà degli istinti che non si può rifiutare o stravolgere. Il merito è dell’”Io”, questo benefico e benemerito “filtro di oli” che sa giostrarsi tra trasgressione e compensazione, tra realtà e criterio del meglio possibile.

La prognosi impone a Ela di ben usare e ponderare le funzioni mediatrici del suo “Io” nelle deliberazioni e nelle decisioni.

Il rischio psicopatologico si attesta nelle frustrazione della “libido genitale”, nel malaugurato conflitto tra le tre istanze psichiche, “Io, Es e Super-Io”, in uno scompenso delle loro funzioni con possibilità, nel caso di prevalenza dell’”Es”, gli istinti e le pulsioni, di una crisi del “principio di realtà” a tutto vantaggio del “principio del piacere”, e nel caso di prevalenza del “Super-Io”, il dovere e la morale, di una frustrazione della “libido” con conseguenti somatizzazioni di panico in un quadro clinico paranoico.

Riflessioni metodologiche: è opportuno e mai abbastanza riflettere sulla funzione di “filtro” psichico operata dall’”Io”. E’ determinante per la salute psicologica e per tutta la vita adulta mantenere integre le funzioni dell’”Io”, quelle deliberative e quelle decisionali nel caso specifico. L’ago della nostra bilancia psichica è proprio l’”Io”, l’istanza evolutiva che ci qualifica animali razionali, secondo il nostro modo culturale o “filtro” occidentale, superiori alle scimmie e al resto del “Vivente”. Privilegiare l’”Io” non equivale all’abbandono  o tanto meno al disconoscimento del “nostro bambino dentro” con le sue modalità di pensiero e d’azione. Privilegiare l’”Io” non significa eliminare i limiti e i divieti che consentono la vita sociale e politica. Privilegiare l’”Io” non comporta la repressione delle pulsioni a favore delle utili convenzioni. Con il trascorrere del tempo il “Super-Io” si ammorbidisce o s’irrigidisce in base a come abbiamo vissuto e abbiamo usato il filtro “Io” e i meccanismi di difesa dall’angoscia. Con il trascorrere del tempo la “libido” e le pulsioni dell’”Es” si evolvono nelle forme compatibili con la struttura elaborata dall’”Io”. Si può affermare che la formazione del carattere, “formazione reattiva”, non conosce soste anche se la preponderanza formativa avviene nei primi dodici anni di vita. Esemplifico: maturando o invecchiando aumenta la paranoia se il “Super-Io” s’irrigidisce, si regredisce alla vita infantile se l’”Es” prende il sopravvento. Quelle che si definiscono “demenze senili”, tanto più quelle “presenili”, s’inquadrano in una disfunzione della funzione di filtro e di mediazione dell’”Io”. Ok? Una buona vecchiaia comporta una buona saggezza tutta merito dell’”Io” e dei “meccanismi di difesa” dall’angoscia nella prossimità della partenza e del distacco. A questo punto proviamo a riflettere sul sogno. Nel sonno si usa dire che l’”Io” va a dormire insieme alle sue funzioni e che la vita psichica si esprime nel sogno: la realtà psichica in atto. Va bene. Ma quando l’”Io” si sveglia, interpreta il sogno e riflette su se stesso. L’”Io” è padrone del nostro “processo primario”, la nostra benefica “fantasia” a “Lui” si sottomette: un punto fisso della cultura greca, di poi occidentale, è stato ed è proprio questo, il “primato dell’Io” e delle sue funzioni, il “processo secondario”.