UN TRAM CHIAMATO DESIDERIO

Questo è il gradito e prezioso contributo della dottoressa Tullia Cianchelli.

Il bollettino per tutti i naviganti, gente del mestiere e non, impone una serie di immersioni nelle profondità psichiche e culturali che Tullia con puntualità creativa ha visitato e ci propone. Ho letto e riletto la densa e ricca interpretazione del “tram chiamato desiderio” e ogni volta ho trovato qualcosa da capire e da ricordare, una lezione junghiana da ben assimilare e una capacità di condensazione da invidiare. Il tutto comprova l’enorme portata del sogno e attesta che la ricerca nel settore poggia anche su buone teste italiane. Fortunati marinai, di immersione in immersione anche voi troverete un pezzo della vostra storia psichica tra mito e realtà. Buona degustazione!

UN TRAM CHIAMATO DESIDERIO

 

“Sono nella città del mio primo lavoro, situazione che tuttora rimpiango, e devo raggiungere il mio attuale posto di lavoro in un’altra regione, ma le mie due sorelle mi sequestrano la macchina, perché una delle due ha bisogno della mia macchina per tornare a casa. L’altra mia sorella mi dice di non preoccuparmi perché ci sarebbe rimasta lei a casa per aspettare l’idraulico. Mi dicono che sarei dovuta andare al lavoro con l’autobus, ma io mi arrabbio e mi dispero perché non capisco il motivo di questa decisione, così per tutta la notte le tengo sveglie chiedendogli il perché e cercando di spiegargli che non sarei mai arrivata in tempo al lavoro prendendo l’autobus. Nonostante ciò la mattina mi reco alla fermata dell’autobus, che è un deserto e dove trovo una moltitudine di gente, venendo a scoprire che l’autobus passa sì per la città del mio posto di lavoro ma prosegue per Medjugorie, e mi chiedo che cosa abbia a che fare io con tutta quella gente. Salgo sull’autobus e vedo che alla guida c’è una mia ex compagna di liceo, con cui ho sempre avuto un rapporto altalenante a causa del suo carattere molto richiedente e lamentoso al tempo stesso. Con lei al volante, mi rassegno a far tardi e chiamo al lavoro per avvertire. A quel punto mi calmo, e la cosa mi sorprende perché in genere è dopo essermi svegliata che ciò accade, cioè realizzando che si trattasse di un sogno, mentre in questo caso accade già nel durante”.

Anna

INTERPRETAZIONE

Il sogno di Anna esordisce all’interno di una dimensione spazio-temporale precisa: si trova nella città del suo primo lavoro e deve raggiungere il contesto lavorativo attuale. La situazione d’apertura fotografa cioè Anna nel suo approccio alla sfera lavorativa, e più in generale nel suo atteggiamento verso la vita, in bilico tra passato e presente, tra il vecchio e il nuovo (anche culturalmente intesi), tra la scelta regressiva, satura di rimpianti e vissuti di perdita (“situazione che tutt’ora rimpiango”), e quella presente, permeata, potremmo dire, di istanze superegoiche che reclamano obbedienza senza compromessi (“devo raggiungere”).
Tuttavia siamo solo alle prime battute di un sogno lungo e complesso, che prevede sviluppi inaspettati e possibili soluzioni, e come ogni pièce teatrale che si rispetti la scena onirica apre il suo sipario su un tema centrale che è portato all’attenzione dello spettatore, visto dalla prospettiva del suo Sé più profondo, quella sorta di intelligenza superiore che ognuno di noi possiede, in grado di ritrarre la situazione psichica del sognatore in termini di potenzialità, tendenze, o debolezze, che sono però ancora sconosciute all’Io cosciente. Si trova dunque Anna alle prese con un blocco, una fissità ad uno stadio precedente di vita psichica, dove il procedere in avanti pare insostenibile come esito di una massiccia proiezione che fanno del presente e del futuro un precipitato di ordini e giudizi morali, in contrapposizione col piacere regressivo libero da condizionamenti? Anna non è ancora consapevole di ciò che si agita in lei e che cerca riconoscimento, la Anna cosciente vuole realmente tener fede ai suoi impegni e alle sue responsabilità, ma se fosse così semplice vedremmo semplicemente la nostra protagonista raggiungere il suo posto di lavoro senza ostacoli, o forse non la vedremmo affatto, non scomodandosi le nostre profondità su versanti a-conflittuali. Ed ecco allora dispiegarsi il casting dei personaggi, con un’accurata scelta degli antagonisti e degli altri ruoli necessari allo sviluppo della trama onirica: le sorelle di Anna le sequestrano la macchina. Il dramma è servito!
Se, come sosteneva Jung, ogni sogno può contenere potenzialmente motivi mitologici, ovvero modelli archetipici, collettivi, intorno ai quali si articolano i nuclei complessuali del singolo, potremmo vedere in questa ouverture onirica i temi esistenziali di una novella Cenerentola, alle prese con le cattive sorelle, o sorellastre, tutte intente ad impedirle di prendere parte al grande ballo della vita, tramite il sequestro della macchina-carrozza. Il meccanismo onirico cioè si avvale di un classico condensato simbolico, l’automobile come riferimento al corpo e al suo funzionamento, laddove, nell’ottica della psiche inconscia, il corpo è percepito come luogo o veicolo dell’incarnazione, abitabile cioè come contenitore di vita. Anna sente forse, come Cenerentola, l’abbandono materno, la deprivazione affettiva a genesi della condizione di esclusione e mancata realizzazione, laddove le sorelle “rubano” o “sequestrano” le attenzioni e l’amore dei genitori, e con essi la possibilità di separarsi per trovare la propria via. Ma separarsi non vuol dire soltanto realizzarsi esteriormente, ovvero socialmente e professionalmente, a scapito di una piena autonomia e libertà interiore, separarsi significa capacità di vivere il proprio desiderio godendo del proprio corpo in una felice integrazione tra sessualità e affettività. Anna-Cenerentola sente che, per staccarsi dalla madre, per diventare “donna” e onorare così una libido genitale scevra da colpevolizzazioni, deve mettersi alla prova ribellandosi ad una parte di sé tirannica ed invidiosa che la obbliga a restare disperatamente dipendente. Cenerentola è infatti povera, orfana di madre, vestita di stracci , eppure è invidiata dalle sorellastre che sono ricche e potenti. E’ invidiabile, nonostante la sua miseria, per la posizione che occupa all’interno del sistema familiare (come preferita del padre?), o per la sua avvenenza, simbolo di giovinezza e fecondità? Il seguito del sogno è illuminante: una sorella prenderà l’automobile di Anna, mentre l’altra occuperà la sua casa in attesa dell’idraulico! Il messaggio onirico è chiaro nel rappresentare la configurazione esistenziale di Anna come totalmente colonizzata da istanze intrusive che ne padroneggiano ogni possibile direzione, a pieno appannaggio cioè di imago concepite al tempo stesso come “fraterne”, simbolo di unità affettiva e senso d’appartenenza, e alienanti nella loro valenza di espropriazione sadica del sé. Trattasi cioè di tiranniche forze interne che se da un lato attaccano il corpo sessuato adulto, nella capacità di godere di un erotismo libero e consapevole, dall’altro ne impediscono la sublimazione nell’aspirazione alla maternità, nel compimento della coppia procreativa, con l’uomo nella posizione di chi, oltre al piacere, è in grado di occuparsi delle tubature da bravo idraulico!
Pare dispiegarsi in questi fotogrammi un dilemma adolescenziale (confermato poi dalla successiva comparsa sul palcoscenico onirico della compagna di liceo), di rimaneggiamento dell’immagine di sé, fondato sull’esigenza, a volte dolorosa, di sostenere il proprio desiderio mediante l’appropriazione simbolica di un corpo dotato di potenzialità sessuali e generative, acquisizione che si scontra talvolta con fantasie sulla dimensione corporea come contenitore di relazioni oggettuali primitive sentite come terribilmente minacciose nel loro potere usurpante. La soluzione che Anna sognante prospetta come conseguenza di un tale vissuto di disperata impotenza è l’adozione di un’identità mimetica, esito dell’adesione a quegli aspetti stereotipati dei canoni collettivi, come a dire che “lasciarsi trasportare” (accettare di prendere l’autobus anziché la propria macchina) è pur sempre preferibile allo sprofondare in uno stato di angoscia e disperazione senza requie (disperarsi e tener sveglie le sorelle per tutta la notte).
Ma c’è di più in questa immagine onirica, in cui sembrano prender forma due diverse direzioni vitali in conflitto fra loro, quelle della posizione femminile tra ruoli tradizionali ed emancipazione, tra la passiva Cenerentola, angelo del focolare in attesa dell’idraulico-principe, che vede nel matrimonio e nella procreazione il fulcro dell’esistenza, e la bellicosa Pentesilea, regina delle Amazzoni, donne guerriere che non tolleravano uomini nella loro comunità e che si recidevano la mammella destra per maneggiare più agevolmente l’arco (così come nel sogno la disponibilità della propria macchina per andare dove si vuole rimanda all’idea di padroneggiamento di sé e del proprio corpo in totale autonomia rispetto ai canoni prefissati).
Dimensioni stereotipiche dunque, da intendere come opposti polari non dialettizzabili e quindi non riducibili a sintesi. E se il mondo della letteratura e della cultura in genere, è gremita di immagini che condensano splendidamente le polarità del conflitto femminile in gioco, da Atena, la dea pratica, razionale, “maschile”, a Vesta, dea del matrimonio, moglie di Zeus il quale le era infedele, portando la dea a scagliarsi contro le amanti piuttosto che verso il marito, o Giunone, dea delle messi, nutrice e madre, o ancora come non pensare al binomio biblico tra la figura di Maria e quella della Maddalena, e così via, il sogno di Anna si pone come interrogativo irrisolto nell’esistenza di una donna che, alle soglie della mezza età, rivisita la propria vita tra bilanci e tentativi di pacificazione, tra negazione della perdita e accettazione di ciò che è, nella ricerca infine di una soggettivazione profonda alle proprie posizioni esistenziali. Tornando al sogno, infatti, e rimanendo sul filone mitologico, la scelta di Anna (sebbene non sia del tutto appropriato riferirsi a ciò col termine di “scelta”), consiste nell’adozione di una modalità dipendente e compiacente, nell’incarnazione della dea Persefone, l’eterna adolescente, inconsapevole di sé e incapace di agire, ma soltanto di “essere agita” dal desiderio altrui, al riparo da rischi e responsabilità, in una dimensione collettiva rassicurante ma al tempo stesso impersonale e alienante (la moltitudine di gente alla fermata dell’autobus come un deserto). Ma se Persefone è la dea bambina, iperprotetta ed ignara di sé, ella è, in realtà, anche la dea portatrice di due nomi, a simboleggiare i due aspetti contrastanti che la distinguevano, ossia Kore, giovane fanciulla obbediente, e Persefone appunto, regina degli inferi, donna matura che regnava sulle anime dei morti e da cui guidava i viventi ottenendo ciò che desiderava; la dea dunque come capacità di attingere ai piani profondi della psiche, in una mediazione fruttuosa fra la realtà egoica del mondo oggettivo e la realtà inconscia della psiche. È forse questo allora il messaggio profondo che Anna-Persefone, dal mondo onirico degli inferi, sta cercando di inviare all’Anna-Kore, superare cioè la dipendenza dal materno, integrando la propria femminilità adulta nella consapevolezza profonda di sé?
Anna avverte in sé la disperazione di chi ha accettato di lasciarsi trasportare, di “lasciarsi fare” dalle mani dell’Altro. Nella folla di reietti con cui una parte di lei si identifica, l’Anna sognante avverte il pericolo dello scivolare in una dimensione di regressivo vittimismo (“vedo che alla guida c’è una mia ex compagna di liceo, con cui ho sempre avuto un rapporto altalenante a causa del suo carattere molto richiedente e lamentoso al tempo stesso”), dove all’aspetto fragile e bisognoso, che impedisce il confronto paritario, guadagnandone però in affetto, indulgenza, senso di protezione, si accompagna quello rinnegato del vero tiranno che alberga in ogni “Calimero” che si rispetti, quello dell’aggressività che tiene sotto scacco l’Altro mediante la richiesta continua di cure ed attenzioni, esercitando così il proprio controllo indiretto sulla relazione.
Ma, ed è qui che il messaggio onirico si fa più profondo: Anna “sa”, custodisce dentro di sé anche il mistero profondo del femminile, come consapevolezza profonda che per realizzare pienamente ciò che è, deve riuscire ad andare oltre la posizione “amazzonica” dell’emancipazione tout court, del rifugio coatto nel lavoro come simbolo di autosufficienza e di inflazione sul piano psichico, di donna, cioè, completamente identificata con i suoi poteri, recuperando invece un principio femminile in tutta la sua dimensione di sacralità, nell’espressione più alta di ciò che abita il suo universo di donna (Medjugorie). Non senza turbamento (“mi chiedo che cosa abbia a che fare io con tutta quella gente”), e a seguito di un significativo percorso di psicoterapia, Anna avverte il depositarsi in lei di un elemento divino tutto da restaurare, un valore femminile fondato sul principio dell’Eros, come disposizione psichica ad accogliere la vita, il sentimento, l’altro, in altre parole la tensione dell’Amore. Consapevole di ciò, Anna si “rassegna a far tardi”, e la cosa la rassicura profondamente. Non c’è più tensione nell’animo, ora pacificato, di Anna, quasi come dicesse che c’è un tempo per il mondo fuori e un tempo per l’anima, un tempo per correre ed uno per fermarsi. Non c’è bisogno di svegliarsi per “trovar pace”, perché il sogno, parafrasando Freud, è stato un buon “guardiano”; si può continuare a dormire e a sognare nuovi modi di essere e di stare al mondo, perché una sapienza profonda abita ora in Anna, e se il pericolo di un’idealizzazione del materno, nella sua veste divina e onnipotente, fa capolino sulla scena onirica, lasciando qualche perplessità in merito, la risposta della sognatrice, di meraviglia di fronte alla sua stessa reazione, lascia presagire scenari positivi, nella sensazione, cioè, di essere in presenza di una fonte profonda di armonia ed equilibrio, qualcosa che ricompatta da dentro, nell’arrendersi, tutto femminile, all’amore. In un certo senso, quello di Anna, “Un tram chiamato Desiderio”…

LE NOZZE DI FATIMAH

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“Era il giorno delle mie nozze e io non ero contenta.

Avevo visto il mio abito da sposa ed era un po’ grande. Non mi piaceva, non mi sembrava bello.

Per di più, mia madre aveva dimenticato di prenotare un appuntamento al salone di bellezza, così avevo dovuto provvedere al trucco da sola.

Dopo avevo messo l’abito che, all’indossarlo, era diventato nero nella parte superiore e bianco nella parte inferiore.

A quel punto ho detto a mio padre che non era per niente bello e lui mi ha detto di toglierlo.

Così le nozze non si sono celebrate.”

INTRODUZIONE

Colpisce nell’immediata lettura la madre improvvida e il padre consenziente, l’aggressività verso la madre e la complicità con il padre. Si tratta, infatti, di un “sogno edipico”, un sogno che svolge la solita psicodinamica triangolare: padre, madre, figlia.

Colpisce anche l’assenza dello sposo.

Questa è la sintesi.

Passiamo all’analisi puntuale e alle considerazioni cliniche.

Il sogno di Fatimah è complesso nella sua profondità simbolica e richiama anche la teoria della “androginia psichica”: la “parte maschile” e la “parte femminile” inscritte nella Psiche al di là del sesso biologico. La netta differenza sessuale non comporta la netta differenziazione degli attributi psichici culturalmente e simbolicamente ascritti all’universo maschile e all’universo femminile secondo le indicazioni metodologiche della “Psicologia analitica” di Karl Gustav Jung e secondo le teorie mitologiche, antropologiche e filosofiche.

Mi spiego meglio.

Esiste un padre uterino e una madre fallica, un padre fusionale e una madre severa, al di là delle convenzioni culturali e simboliche che vogliono il “principio maschile” forte e severo e il “principio femminile” affettivo e seduttivo. Le stereotipie si superano e magari se ne recuperano altre: l’androginia psichica è una di queste in superamento di quelle convenzionali e in recupero delle teorie dei primordi culturali e delle antiche cosmogonie.

Non esistono caratteristiche psichiche esclusive di un sesso, tutti le assorbiamo dalla madre e dal padre, da una femmina e da un maschio, e, di poi, le elaboriamo, le evolviamo e le combiniamo nella nostra “organizzazione reattiva” o formazione caratteriale. Freud, a suo tempo, aveva detto che “si nasce maschi ma si diventa maschi”, “si nasce femmine ma si diventa femmine” intendendo che l’esito dell’identità sessuale dipendeva dalla psicodinamica con il padre e con la madre: il complesso di Edipo. Platone duemila e trecento anni prima aveva scritto un dialogo titolato il “Banchetto” e aveva elaborato il mito dell’androginia mettendolo in bocca ad Aristofane, un’androginia inserita nel quadro metafisico della filosofia di Platone: l’idea del maschile e l’idea del femminile. Uno schema di androginia è latente ma presente nel “Genesi” biblico nello “AdamEva”, il fango vivificato dal respiro divino, prima che Eva venisse scissa dall’impasto acquistando la sua identità psicofisica femminile e la sua dipendenza culturale da Adamo. Nella cosmogonia di Esiodo il “principio maschile” e il “principio femminile” sono fusi nel “Caos” prima della scissione di “Ouranos”, il cielo stellato e il “principio maschile”. La mitologia e la filosofia hanno ampiamente trattato il tema. La “Psicologia analitica” di Jung ha elaborato il concetto di “anima” intendendo la componente inconscia “femminile” all’interno della personalità maschile e il concetto di “animus” intendendo la componente inconscia “maschile” all’interno della personalità femminile. La “Psicologia del  Profondo”, diffidando di qualsiasi mitica dimensione psichica inconscia, ammette che l’androginia psichica consiste nel coniugare tratti culturalmente e simbolicamente ascritti all’universo maschile con tratti culturalmente e simbolicamente ascritti all’universo femminile.

Questa è la sintesi chiarificatrice sul tema “androginia”.

IL SOGNO

Convergiamo sul sogno di Fatimah, una donna di cultura mediorientale e un “resto notturno” che consente di provare la tesi dell’universalità della “posizione edipica” e delle psicodinamiche collegate.

“Era il giorno delle mie nozze e io non ero contenta.”

Il significato simbolico delle “nozze” si attesta nella ratifica morale e legale dell’esercizio della “libido genitale” da parte della società civile, nell’autorizzazione della sessualità da parte dell’istanza psichica del

“Super-Io”. L’istituto giuridico delle nozze comporta il rito in risoluzione di un divieto, la liceità di una serie varia e variopinta di “tabù” in riguardo alla sessualità. Questo significato è di superficie, perché quello profondo verte proprio sull’androginia psichica, sulla fusione ben combinata ed equilibrata dei tratti psichici maschili e femminili all’interno della “organizzazione reattiva”. Tale stato comporta la consapevolezza delle proprie caratteristiche e la messa in atto, senza pregiudizio, della “parte maschile” e della “parte femminile”. Preciso che in questa psicodinamica non è in nulla chiamata in causa l’omosessualità. Stiamo trattando di una persona sessualmente maschio con tratti psichici simbolicamente e culturalmente maschili e femminili e di una persona sessualmente femmina con tratti psichici simbolicamente e culturalmente maschili e femminili.

Fatimah sogna di sposarsi, “il giorno delle mie nozze”, elabora la sua attualità psichica con i conflitti in riguardo all’amalgama dei vissuti e dei fantasmi. E’ il momento della consapevolezza della sua androginia, del suo essere femminile e del suo essere maschile. Lo stimolo è espresso nel suo non essere “contenta”, nel suo non essere consapevole dei suoi contenuti e della sua pienezza psichica. La parola “contenta” si può tradurre “riempita”. Adesso si tratta di mettere ordine sul materiale psichico incamerato e non adeguatamente assimilato.

“Avevo visto il mio abito da sposa ed era un po’ grande.”

L’”abito” è un modo psichico relazionale, una modalità di offerta sociale della propria persona e della propria personalità. Se poi l’abito è “da sposa”, si restringe l’offerta sociale e si accresce, per converso, l’esclusiva, la donazione della “libido” in un ambito di coppia e in un contesto familiare. Fatimah sta compattando la sua psiche effettuando delle prese di coscienza e si accorge che tra la sua interiorità e ciò che di lei mostra e lascia apparire, la sua fenomenologia psico-relazionale, esiste una mancata coincidenza, una mancata adesione, una mancata integrazione. Fatimah non fa trasparire la sua interiorità nella sua esteriorità e si sente falsificata o troppo difesa nelle sue esibizioni sociali. Fatimah avverte una forma d’inautenticità e soffre di questa sua difesa perché non si sente giusta, si sente diversa. Intuisce che deve migliorare la coscienza delle sue “parti maschili” e delle sue “parti femminili”, della sua androginia psichica. Ecco spiegato l’abito da sposa “un po’ grande”, non aderente e ingombrante come il maglione che le adolescenti indossano per occultare agli occhi indiscreti degli altri la crescita del seno.

“Non mi piaceva, non mi sembrava bello.”

Fatimah non si gusta, non prova il giusto “gusto di sé”, non si sente e non si conosce bene, non ha empatia con se stessa, non ha confidenza con la sua interiorità, non è soprattutto soddisfatta delle sue esibizioni e delle sue offerte. E’ soprattutto la sua sensibilità estetica a ricevere frustrazioni. Fatimah percepisce che può migliorare, può apparire più bella. Si evidenzia la ricerca di una nuova dimensione psichica e sociale che coniuga senso e gusto, che combina sentimento e fascino, che ricerca l’armonia tra le parti maschili e femminili. Fatimah si sente scompensata a livello sociale e deve organizzarsi dentro, deve integrare le parti rimosse e non adeguatamente riconosciute.

“Per di più, mia madre aveva dimenticato di prenotare un appuntamento al salone di bellezza, così avevo dovuto provvedere al trucco da sola.”

Ecco la giusta invettiva contro la madre! E’ colpa della mamma che non mi ha voluto trattenere con sé e mi ha costretto a emanciparmi psicologicamente troppo presto. Se Fatimah oggi accusa un disagio interiore e sociale, se le sue “parti psichiche” maschili e femminili sono in disarmonia, la responsabilità è della madre. Fatimah si sente sola nel difendersi dalla società ed è costretta a organizzarsi dentro in maniera congrua per apparire adeguata e autentica. Il “trucco” è simbolicamente il complesso dei “meccanismi psichici di difesa” dalle proprie ansie e delle proprie paure, nonché delle proprie angosce. Il “trucco” evoca la truffa sociale consentita dalle norme della convivenza: apparire al meglio con le proprie doti e occultarsi, sempre al meglio, con i propri difetti.

Forse la bellezza e la femminilità non fanno difetto in Fatimah visto che ci tiene tanto all’immagine di sé. Ma Fatimah si sente sola e non ha piena coscienza della bontà della sua possibile autonomia. Un apprezzamento va alla mamma perché ha favorito l’emancipazione della figlia. Il “salone di bellezza” rappresenta il senso estetico, il “bello” dentro la sensibilità del “gusto di sé”. Fatimah è su una fascinosa strada: la psiche bella.

“Dopo avevo messo l’abito che, all’indossarlo, era diventato nero nella parte superiore e bianco nella parte inferiore.”

Ecco la magia del sogno!

Ecco il simbolismo necessario per decodificare il “resto notturno” di Fatimah! Il “nero” è “sopra” e il “bianco” è “sotto”.

Cosa significano questi simboli?

Il “sopra”, “nella parte superiore”, dalla cintola in su, racchiude un “principio maschile”, condensa la zona degli affetti e della ragione, l’ambito delle emozioni e della vigilanza nell’ottica del “principio maschile”. La testa è un simbolo fallico, il petto è simbolo della forza e del coraggio, attributi simbolicamente ascritti all’universo maschile anche se l’universo femminile partecipa alla grande.

Il “nero” rappresenta il lutto, la perdita, il distacco. Fatimah evidenzia un “fantasma depressivo” in riguardo al suo “sopra”, alla sua razionalità e alla sua forza sentimentale.

Il “sotto”, “nella parte inferiore”, dalla cintola in giù, condensa un “principio femminile”, condensa la zona del “sistema neurovegetativo” e della materialità, della sessualità e della maternità, dell’emozione oscura e della soccombenza culturale.

Simbolicamente si coniugano attributi ascritti al “principio femminile” tra cui la posizione sessuale durante il coito per favorire la fecondazione, come attesta il dissidio fatale tra Lilith e Adamo.

Il “bianco” rappresenta l’innocenza, la verginità psichica, la purezza. Fatimah evidenzia la sua immaturità psichica, la sua mancata autonomia, la sua bambina indifesa dentro. E’ deficitaria la capacità di giostrarsi nel “sopra” e nel “sotto”, nella sua “parte maschile” e nella sua “parte femminile”, nella vigilanza razionale dell’Io e nella dimensione genitale femminile, nella nobiltà delle funzioni logiche e nella concretezza materiale. Fatimah deve crescere “sopra” e “sotto”, deve conquistare la sua autonomia e accettare la rottura del cordone ombelicale, deve maturare la sua sessualità adulta, deve integrare la “parte maschile” con la “parte femminile”.

“A quel punto ho detto a mio padre che non era per niente bello e lui mi ha detto di toglierlo.”

Ecco l’alleanza giusta!

Ecco il conflitto edipico ancora irrisolto!

Il legame privilegiato e la complicità con il padre sono evidenti per cui, se l’abito non è bello, è giusto toglierlo, è giusto non emanciparsi e persistere nei bisogni di figlia all’interno di una famiglia che protegge ma non libera. L’alleanza con il padre blocca l’evoluzione psichica e la crescita di Fatimah. Tutto questo è nei vissuti psicodinamici della figlia; il padre protettivo e la madre libertaria.

Il padre rappresenta l’universo psichico maschile e la madre l’universo psichico femminile: l’androginia di Fatimah è ancora servita.

“ Così le nozze non si sono celebrate.”

E così Fatimah non si è evoluta a livello psichico e ha mancato l’integrazione della sua androginia, delle parti di sé rimosse e rifiutate.

E così Fatimah non si è emancipata dal padre e dalla madre, non ha riconosciuto il padre e la madre e con il primo ha mantenuto un legame molto forte di quasi moglie.

La prognosi impone la risoluzione della “posizione edipica” e in particolare il riconoscimento psichico del padre. Fatimah deve tendere alla sua autonomia psicofisica e alla piena e salvifica “coscienza di sé”. Deve “sposarsi” in primo luogo con se stessa armonizzando i tratti maschili e i tratti femminili della sua psiche.

Il rischio psicopatologico si attesta in una psiconevrosi edipica: isterica, fobico-ossessiva, d’angoscia.

Considerazioni metodologiche: la cultura mediorientale di Fatimah non esime dalla psicodinamica evolutiva edipica. Si nasce da padre e da madre e si vive con il padre e la madre quando si è infanti, “senza parole” e atti all’imprinting. Il forte legame di Fatimah con il padre risente in minima parte della grande considerazione culturale che l’universo maschile riceve nel mondo mediorientale. Il legame di Fatimah si attesta in una “posizione edipica” ben strutturata. Una nota sul concetto di cultura è opportuna. Nel Sud del Mediterraneo da sempre le culture hanno operato una “rimozione” del “principio femminile” e hanno elaborato la prevalenza del “principio maschile”, ma a tutti gli effetti trattasi di culture matriarcali e il potere occulto è esercitato dalle madri che sono inequivocabilmente donne. Il “principio femminile” rimosso ritorna al potere sotto forma ufficiosamente reale e psicologicamente incisiva. Bisogna considerare anche la sacralità di cui viene investito il padre sotto le spinte etiche del “Credo” religioso. Al “sacro psichico” si somma il “sacro culturale”. Se poi si aggiunge il consistente investimento di “libido” della figlia nei riguardi del padre, si spiegano largamente “le nozze di Fatimah”.

LA DEA MADRE I SERPENTELLI DI MAMMA MIKAELA

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“Mikaela sogna di trovarsi a casa della madre. Nota molti piccoli serpenti neri sul pavimento che si muovono. Sono tanto piccoli che sembrano girini.
La madre spaventata si sposta e Mikaela ne prende uno in mano e gli dà da mangiare. Pensa che è piccolo, lo accarezza e lo nutre come un bimbo. Poi lo mette a terra.

D’un tratto Mikaela si trova nella camera della sua casa che continua a nutrire quel serpente che ora è grande e bellissimo. E’ un cobra e sta disteso tra le lenzuola arancioni. Entra suo figlio e lo tratta come se fosse parte della famiglia. Poi, il figlio esce e Mikaela l’accarezza con grande amore. Il cobra dormiva in mezzo a lei e suo figlio.

Poi, si trova di colpo fuori casa del padre di suo figlio e vede un altro serpente in un vaso. E’ in posizione avvolta con la testa e il collo fuori e dietro una pianta di fiori rossa. Suo figlio fa per toccarlo e lei, non conoscendo quel serpente, d’istinto sposta la mano del figlio per prendersi il morso. Il serpente, però, non l’attacca, anzi appoggia la testa nella sua mano in modo docile.
Mikaela accarezza anche quel serpente.

Poi sogna che lei e suo figlio sono in machina e decidono di tornare nel paese e in quella casa dove hanno abitato da soli per due anni. Però Mikaela non ha le chiavi della casa. Pensa che nella casa dove vive hanno staccato luce, gas e riscaldamento e pensa: “che cazzo faccio ora?” Pensa ancora: “ben, ce la farò!”

NOTA CULTURALE

Quello di Mikaela è un sogno dedicato alla maternità, un riconoscimento devoto all’archetipo “Madre” tanto caro a Jung e alla sua scuola. Il culto della Dea Madre risale a trentadue mila anni fa secondo i reperti archeologici e si attesta nel riconoscimento del “Principio femminile” come tutore della “Vita” e della “Conservazione della Vita”, la “Specie”: i futuri fondamenti oggettivi del “Diritto naturale”, il corpo vivente. Tutto nasce da un “principio femminile” in onore alle madri che sono feconde e partoriscono. Gli uomini dei primordi avevano culturalmente esteso a tutto l’universo il “principio femminile” per quanto riguarda l’origine e avevano elaborato delle “cosmogonie” dove si esaltava la “Grande Madre”. La scultura conserva le tracce primordiali del culto e rappresenta la “Madre” con gli attributi sessuali specifici e soprattutto con l’esaltazione del seno, l’organo della vita e della sopravvivenza. La “Dea Madre” rappresenta simbolicamente il corredo del “principio femminile”: la vita, la sopravvivenza, il sistema neurovegetativo, l’emozione, l’affettività. Esistevano anche divinità femminili che rappresentavano la degenerazione della vita e della vitalità: il tormento, la colpa, la punizione, la morte.

IL SOGNO

Mikaela esordisce con l’identificazione nella figura materna:” trovarsi a casa della madre”. La figlia ha acquisito l’identità femminile dopo il conflitto edipico e ha assimilato la possibilità della maternità. Mikaela è femmina in tutti i risvolti psicofisici e in maniera direttamente proporzionale alla sua forte intenzionalità verso la maternità, come appare in questo esordio del sogno.

“Nota molti piccoli serpenti neri sul pavimento che si muovono. Sono tanto piccoli che sembrano girini.”

La simbologia è manifesta: spermatozoi. Mikaela si candida alla maternità visitando la fecondazione. Mikaela ha bisogno del seme per diventare madre e lo rappresenta in due forme, i “piccoli serpenti neri” e i “girini”.
“La madre spaventata si sposta”: adesso tocca a lei, adesso tocca a Mikaela esaltare la sua natura femminile, aspirare alla maternità e diventare madre. La sterilità della madre induce la figlia a raccogliere il testimone di femmina e di madre. Mikaela ha uova da fecondare e “libido genitale” da investire nell’amore di un figlio.

” Mikaela ne prende uno in mano e gli dà da mangiare.”

La simbologia della gravidanza non poteva essere più evidente, così come l’amore materno: “Pensa che è piccolo, lo accarezza e lo nutre come un bimbo.”
Un rigo condensa l’identità psichica femminile, la fecondazione, il travaglio, il parto, lo svezzamento: “Poi lo mette a terra.”

Cambia apparentemente scena e il sogno propone in termini
simbolico- realistici una mamma che nutre e accudisce in tutto e per tutto il proprio figlio: un bellissimo “cobra”. Quest’ultimo non è il solito simbolo fallico o il simbolo dell’autonomia psichica legata al “sapere di sé”, ma è la traslazione del potere della madre, il figlio. Mikaela realizza la maternità maturando un figlio e completa la sua femminilità con la piena consapevolezza di essere madre e di aver evoluto al meglio la sua “libido genitale”. Degne di nota sono l’assenza della figura maschile, eccezion fatta per l’accessorio del serpentello o girino, e la piena autonomia psicofisica di Mikaela.
Ma il sogno ha le sue sorprese: Mikaela è già madre.

“Entra suo figlio e lo tratta come se fosse parte della famiglia.”

Nel rievocare la sua femminilità e la sua maternità, Mikaela ha proiettato nel “cobra” suo figlio oppure il desiderio di averne un altro. Un altro dato caratteristico è il fatto che il piccolo dorme tra lei e il figlio e che quest’ultimo ha preso il posto del padre. Mikaela è massimamente autonoma, ha bisogno di un maschio soltanto per il seme e per la fecondazione. Non s’intravedono segnali di natura erotica e sessuale, si vede chiaramente l’autonomia e la pulsione alla maternità. Questo è un dato evidente di tutto il sogno, Mikaela fa da sé e fa per tre: lei, il figlio e il cobra. Tutto il quadro del sogno è permeato di grande amore, a testimonianza del forte istinto materno e della profonda affettività di Mikaela.

La terza scena del sogno introduce la casa del padre del figlio di Mikaela e un altro figlio “serpente”, un figlio contrastato in una scena simbolica di gravidanza.

”Vede un altro serpente in un vaso.”

Il “vaso” è simbolo del grembo materno e dell’utero in particolare. La madre istintivamente si distribuisce tra la protezione del figlio reale e la paura del nuovo arrivato.

“E’ in posizione avvolta con la testa e il collo fuori e dietro una pianta di fiori rossa.”

Questa è una scena di parto. Mikaela rievoca esperienze allucinate o realmente vissute di maternità e la “pianta di fiori rossa” attesta nel colore la fuoruscita del sangue misto al liquido amniotico. E’ un’esperienza tutta sua, dove il figlio reale non è coinvolto. La mamma protegge il figlio e subisce eventualmente il trauma. Siamo in presenza di un vissuto o di un trauma ben razionalizzato in riguardo alla natura femminile, alla gravidanza e al parto.

Ma la maternità è il piatto forte della femminilità di Mikaela, per cui” Mikaela accarezza anche quel serpente che “appoggia la testa nella sua mano in modo docile”.

Mikaela concepisce il figlio con un “maschio- seme” e non con un
“uomo-padre”; si è visto, inoltre, che esterna tutta la sua autonomia o la sua poca stima nei confronti dell’uomo vivendolo come strumento procreativo che porta al trionfo della “dea madre” con la maternità.
Alla fine, pur tuttavia, prende coscienza che deve riconciliarsi con l’uomo con cui ha fatto un figlio. L’avversione al maschio può essere maturata per paura, per trauma, per il conflitto con il padre edipico, per autoesaltazione narcisistica e onnipotente.

“Poi sogna che lei e suo figlio sono in machina e decidono di tornare nel paese e in quella casa dove hanno abitato da soli per due anni.”

Il legame con il figlio è molto forte, quasi amoroso. Mikaela ha bisogno di relazioni forti e in cui può esercitare tutto il suo potere. L’essere “in macchina” con il figlio attesta della stretta intimità, come se il figlio fosse ancora una parte di sé, una gravidanza mista a “due cuori e una capanna”.

Ecco la parziale riconciliazione con il maschio!

“Però Mikaela non ha le chiavi della casa.”

Mikaela non ha attributi fisici maschili, il pene nel caso delle “chiavi”, non ha il potere di autofecondarsi, è femmina e madre: questa limitazione è la salutare consapevolezza che non è onnipotente e non può far tutto da sé e da sola. Per fare un figlio ci vuole un uomo anche in versione spermatozoo, un maschio non necessariamente da amare, ma ci vogliono quelle” chiavi” che Mikaela non ha perché è fortunatamente femmina. Adesso non le resta che prendere ulteriore coscienza di cosa le manca e di cosa potrebbe avere per sé e per suo figlio.

“Pensa che nella casa attuale dove vive hanno staccato luce, gas e riscaldamento”.

Ecco quel che manca a Mikaela. La “luce” condensa una maggiore razionalità e una minore emotività, una migliore funzione dell’”Io” e una specifica attenzione verso il “principio di realtà”, una crescita della progettualità e una giusta tolleranza della diversità del ruolo e della funzione. Il “gas” condensa la “libido”, l’energia vitale e la forza volitiva da investire nell’evoluzione esistenziale. Il “riscaldamento” condensa l’affettività e la protezione. Mikaela, quindi, non è un mostro di autonomia come gran parte del sogno ha evidenziato. Mikaela si ravvede e in sogno ripara il trauma della sua autonomia e lo reintegra in un’evoluta “coscienza di sé”. Mikaela ha bisogno di essere amata, di essere protetta, di essere sostenuta. Mikaela riduce la sua onnipotenza, si rende conto che da sola non può farcela in tutto e per tutto, che nella sua casa e nella sua vita c’è un figlio da amare ma che per lei non c’è un uomo d’amare. Ed ecco il ritorno all’onnipotenza, all’esaltazione della sua autonomia.
Pensa: “che cazzo faccio ora?” Pensa ancora: “ben, ce la farò!”

Ritorna la soluzione fallica di una donna che usa il potere femminile al massimo, ma che è non androgina, maschio-femmina, e onnipotente. E’ vero che la sua forza psichica l’ha portata avanti nella vita a superare difficoltà e a conseguire successi, ma il prezzo da pagare affettivamente nel tempo è molto alto.

Il sogno di Mikaela attesta dei tratti psichici caratteristici di un’organizzazione isterica: intensità emotiva della “posizione edipica”, identificazione contrastata e parziale nella figura materna, identità psichica mista tra padre e madre, culto del corpo e delle sue pulsioni. Mikaela non è donna di mezze misure, ma ha esaltato caratteristiche psichiche maturate e mutuate in famiglia durante l’infanzia. In tutto quello che pensa e che fa investe tanta “libido”, carica vitale, magari più di quella necessaria.

La prognosi impone a Mikaela di liberarsi della sua onnipotenza e di modulare equamente gli investimenti della “libido”. Mikaela deve anche fidarsi e affidarsi facendo perno sulla sua sensibilità e sulla sua ragione. Mikaela deve superare il senso del possesso nei confronti dei figli e riconoscerli come l’altro da sé, la loro autonomia di persone. Mikaela deve ridurre la mamma e ben valutare la donna riducendo le esigenze a carico dell’altro.

Il rischio psicopatologico si attesta in una psiconevrosi isterica con somatizzazioni d’ansia. L’onnipotenza è una bestia da domare, al fine di evitare evoluzioni psichiche pesanti.

Riflessioni metodologiche: il sogno di Mikaela merita un rilievo sulla nozione di femminilità, sull’avversione verso il maschio, sull’onnipotenza femminile, sulla relazione con i figli e sulla “libido genitale”. La consapevolezza femminile si acquisisce nel decorso della relazione con i genitori, “posizione edipica”, e s’incentra nell’identificazione nella figura materna e nello specifico nell’assimilazione dei tratti dominanti e graditi. La femminilità è un’astrazione ed esaltazione dell’essere biologicamente femmina e si attesta nel “fantasma” in riguardo al corpo e alle sue funzioni. La femminilità culturalmente è ritenuta un potere e si concentra nell’amor proprio, nell’attrazione e nella seduzione. La “misoandria”, avversione al maschio, si giustifica per trauma subito, per mancata razionalizzazione della figura paterna e nello specifico della “parte negativa del fantasma del padre”, per una difesa narcisistica dal coinvolgimento libidico, per la “formazione reattiva” dell’autoesaltazione onnipotente. A proposito di quest’ultima, bisogna rilevare il rischio d’isolamento a causa di difficoltà relazionali per eccesso di esigenze a carico degli altri, oltre alla degenerazione nel delirio narcisistico. L’onnipotenza femminile in riguardo al corpo e alle mirabili arti seduttive ha un potente nemico, il tempo. Per quanto riguarda la relazione con i figli è auspicabile una madre che sa modularsi tra autonomia e dipendenza, che abbia a cura l’emancipazione psicofisica dei figli, che non usi il senso di colpa per tenerli in pugno, che sia provvida e non improvvida nelle mille sfaccettature della quotidiana relazione: una madre che non sia fagocitatrice, ma nemmeno un “icesberg”. La “libido genitale” è la fase di maturazione della vitalità sessuale in funzione orgasmica e procreativa. Essa comporta l’altro e il suo riconoscimento: investimento d’amore. Nel sogno di Mikaela si evidenzia un ridimensionamento eccessivo della figura maschile e una sua riduzione a strumento procreativo: una “libido genitale” mutilata.

AH …SE CI FOSSE ANCORA IL PAPA’!

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Maggy sta camminando per strada con un uomo non più giovane.

Lui tiene il braccio sulla spalla di Maggy e la tiene vicina.

Maggy sta bene. Questo gesto le dà sicurezza e protezione e ascolta volentieri lui che parla dei suoi problemi, del suo mal di stomaco, della sua incipiente calvizie, dei limiti che vuole che lei conosca.

Porta gli occhiali da vista. A Maggy dispiace svegliarsi perché sta davvero molto bene con lui.”

Il sogno di Maggy potevo titolarlo semplicemente “tanta nostalgia del padre”, ma ho preferito il sospirato “ah,…se ci fosse ancora il papà!” perché questo titolo consente di sviluppare elementi utili per la tutela psichica di ogni figlio nei confronti di una figura formativa e dominante come quella del padre. Tutti abbiamo un padre nel “Profondo” anche se non lo abbiamo mai avuto o non lo abbiamo nella realtà, tutti abbiamo introiettato un’autorità autorevole e il senso del limite, tutti abbiamo messo nel cuore o nella bile un uomo maestoso o mingherlino, acuto o sempliciotto. Questo padre lo troviamo nel ricordo o nell’immaginazione, nella porta accanto o lontano mille miglia, ma soprattutto lo ritroviamo ogni giorno dentro di noi nelle mille traversie della vita. Il “Padre” è un “archetipo”, il simbolo universale dell’”origine”, vedi Karl Gustav Jung, una figura determinante a livello di formazione del nostro “psicosoma”, della nostra “formazione reattiva”, del nostro cosiddetto “carattere” e della nostra istanza psichica del “Super-Io”. Questo “Padre” lo abbiamo messo in cielo e lo abbiamo chiamato eterno, l’abbiamo santificato nel nome e lo attendiamo nel suo regno dopo il soggiorno terrestre, lo abbiamo ossequiato e onorato come il nostro papà. Questo nostro atteggiamento psicologico è contenuto nella prima parte del “Padre nostro”, la preghiera per eccellenza, riconosciuta e condivisa dalle tre religioni monoteiste, l’Ebraismo, il Cristianesimo e l’Islamismo. Questo è il “Padre” maiuscolo, quello sublimato, quello idealizzato, quello immaginato, quello perfetto, quello onnipotente, quello spirituale. Ed è tanto per noi, ma veramente tanto, per cui possiamo anche trascurarlo, perché il padre veramente “nostro”, quello in carne e ossa, quello che si vede e che si tocca, quello che rompe e che rompe tanto quando ci si mette, quello che ha un nome e un cognome, quello che abbiamo desiderato e abbiamo sedotto, quello che abbiamo odiato e abbiamo escluso, quello che abbiamo adorato e abbiamo deriso, quello che abbiamo temuto e riconosciuto, ebbene, questo nostro vero padre tutti abbiamo, bene o male e nel bene o nel male, sistemato nel “Profondo Psichico” e il sogno spesso ce lo ripresenta e ce lo fa ritrovare sotto multiformi aspetti. La cosa più triste è che noi non siamo consapevoli che stanotte quel cavallo o quel re, che si erano presentati in sogno, rappresentavano il nostro papà, l’adorato e augusto genitore. Il tutto capita a tutti, a tutti quelli che sono nati da maschio e da femmina sotto questa volta celeste. E’ capitato anche a Maggy. Il suo sogno m’induce a formulare una prognosi benefica e valida per tutti: adottiamo i nostri genitori e non abbandoniamoli in una lussuosa casa di cura o in un fatiscente ospizio per vecchi, non lasciamoli morire da soli e nell’anonimato tra le cure mercantili di sedicenti infermieri per anziani, peggio conosciuti come “badanti”. Ecco, io vi propongo di “badare” ai vostri genitori, di essere coloro che si prendono cura di queste figure sacre nel pensiero e nell’atto, nel cuore e nella mente, ma che sono in primo luogo figure in carne e ossa. Questa cura straordinaria dei figli è un’evoluzione matura della “posizione edipica”, che di per se stessa non si risolve mai in senso definitivo come tutte le umane cose, un’evoluzione che fa tanto bene all’economia psichica dei figli perché consente loro di assolvere i sensi di colpa residui e di risolvere le ultime pendenze relazionali nei confronti dei genitori. Del resto, non bisogna pensare la nostra struttura psichica in termini di perfezione. Questa idea è una pietosa utopia, ma bisogna pensarla in equilibrio tra spinte e controspinte nella sua unicità irripetibile. Questo deve essere l’obiettivo costante e possibile. Ecco, la relazione psichica con i genitori è il punto di appoggio per la leva che Archimede cercava per sollevare il mondo, una costante psichica fondamentale nel cammino della vita, sia in loro presenza e sia in loro assenza. Ripeto e mi ripeto volentieri e consapevolmente: “adottare i genitori” significa semplicemente prendersi cura di loro quando hanno particolarmente bisogno dei figli, significa goderli nel senso pieno del termine per vaccinarsi al massimo dai futuri sensi di colpa che inevitabilmente si profileranno nel nostro cuoricino bambino al momento della loro dipartita. Ricordate che Enea durante la distruzione di Troia si caricò sulle spalle il vecchio padre Anchise per portarlo in salvo: un atto concreto di riconoscimento psichico e simbolico, un atto di sacra “pietas”. E perché non richiamare Sem e Jafet che protessero la sacra nudità del padre Noè, che giaceva ubriaco nella tenda, procedendo all’indietro con il mantello per coprirlo? Sono atti di “pietas”! E perché non ricordare i nostri gesti d’amore e di solidarietà verso i genitori? E allora, ben vengano queste degne figure a popolare i nostri sogni. Sentivo di fare questa lunga tiritera “in primis” per assolvere i miei sensi di colpa e “in secundis” per condividere una buona legge psicoanalitica che recita “riconosci il padre e la madre per essere autonomo a livello psichico, non uccidere il padre e la madre perché resti solo, non onorare soltanto il padre e la madre per non restare suddito”. Adesso si può procedere in maniera spedita verso la decodificazione del sogno di Maggy.

Il “resto notturno” in questione contiene tutto quello che Maggy avrebbe voluto vivere da adulta con il padre o con una figura similare. Il sogno è scatenato da un’urgenza esistenziale, da un momento difficile della vita in cui Maggy richiede la presenza del padre perché si sente sola e bisognosa di consiglio e di protezione.

Maggy sta camminando per strada con un uomo non più giovane.”

Il desiderio o il bisogno di Maggy è di vivere e di condividere un tratto di vita con il padre, una figura matura esente ormai da investimenti edipici di “libido genitale”, una persona saggia, che sa di sé, ed è libera da pregiudizi: “un uomo”.

Lui tiene il braccio sulla spalla di Maggy e la tiene vicina.”

L’affettività e la protezione non mancano. La vicinanza non è soltanto d’intenti o di pensieri o di sentimenti. Il “braccio sulla spalla” condensa un contatto corporeo “padre-figlia” così difficile nell’adolescenza perché avvolto da pudore, ma così naturale e ambito nella giovinezza. Il tenerla vicina non è soltanto un fatto logistico, ma è proprio il senso di accoglienza e di cura. Come dire: “ci sono io, con te c’è il tuo papà”. Quante volte nostro padre ce l’ha detto o l’avremmo voluto sentire? Un buon padre è come un buon sangue: non mente.

Maggy sta bene e questo gesto le dà sicurezza e protezione”.

Maggy conferma quello che si è detto: è se stessa, è in armonia con le sue istanze psichiche, è appagata. Il sogno è riflessivo e discorsivo perché Maggy è abbastanza sveglia nel formularlo e nel viverlo. La trama è riferita a un bisogno oggettivo. Il “gesto” condensa un percorso psichico nella sua realtà, uno schema affettivo tradotto in un fatto affettivo. Del resto, il padre rappresenta per il figlio colui che agisce, chi fa le cose e le insegna, l’esempio da seguire, il maestro nel senso tecnico del termine: il previdente e il provvedente.

Lo ascolta volentieri mentre le parla dei suoi problemi, del suo mal di stomaco, della sua incipiente calvizie, dei limiti che vuole che lei conosca.“

Ecco il bisogno di adozione di Maggy, ecco la nostalgia di ciò che voleva fare e che non ha potuto fare con il padre: la confidenza nella parola e nel gesto, l’affidamento alla pari, il riconoscimento della persona e del problema dell’invecchiamento. La figlia è cresciuta e il padre a lei si affida comunicando i suoi limiti. Si è capovolto il quadro: la figlia ascolta l’apertura del padre verso di lei, questo padre che vuole che la figlia sappia che è un essere umano e non un padreterno. Il sogno ha pochi simboli ed è prevalentemente discorsivo.

Porta gli occhiali da vista e a Maggy dispiace svegliarsi perché stava davvero molto bene con lui.”

Maggy ha espresso nel sogno iI suo desiderio di padre, un’apertura del rapporto che si può sintetizzare in un nostalgico “ah, se ci fossi ancora”, “ah, se ti avessi conosciuto meglio.” Il padre “porta gli occhiali da vista”, è anziano e ha esperienza, conosce il mondo e chi lo popola, è oltremodo razionale nella sua visione e nel suo giudizio in riguardo alla realtà effettiva.

Il desiderio di “sapere del padre” e sempre un desiderio di “sapere di sé” in riferimento a lui, un bisogno di autoconsapevolezza. La posizione matura della figlia verso il padre si risolve con l’adozione psicofisica del padre, pur mantenendo la sacralità del “corpo mistico”.

Va da sé che tutto il quadro si trasferisce pari pari anche alla madre.

La prognosi impone a Maggy di gustare la bellezza dei suoi sentimenti senza lo struggimento della nostalgia e di vivere il padre, se è ancora vivo, in maniera intensa o, se è partito per qualche viaggio senza ritorno, di tenerlo caldo e in vita nei suoi pensieri d’amore.

Il rischio psicopatologico si attesta in un eccesso di nostalgia, in una fuga dalla realtà e nella mancata risoluzione del conflitto: una psiconevrosi d’angoscia con conversione di sintomi.

Riflessioni metodologiche: il “pater noster” è condivisibile anche dal “sapere psicoanalitico”. Infatti riconosce il padre come degno di mistico carisma e di concreta passione, ne esalta il nome, riconosce il potere e la volontà nelle cose materiali e nelle cose spirituali, nonché la richiesta di amore e di affetto, contempla l’assoluzione della colpa e l’evitamento delle tentazioni. Questo “iter” porta al riconoscimento del “Padre” e di “nostro “padre” in particolare. Un giusto e benefico “amen” può suggellare il continuo divenire di un archetipo e di un valore culturale, ma soprattutto di un fantasma psichico di notevole e determinante portata.