KRISCRI

E’ polvere di stella antica,

frammento intergalattico dell’universo infame,

venuta a cresimare la materia magna e picciola.

Kriscri è caduta da un cielo antico e ancora bruto

a portare virtute e canoscenza,

a donare i mille volti dei suoi tanti occhi,

le mille smorfie dei suoi atomi unici e asociali.

E’ Gorgone e Afrodite,

è Athena e Ares.

Ora traluce in Grecia

e ora straspare in Europa,

di tanto in tanto ammicca e cincischia tra i cafoni

e allora vedi che è francese come la spingola napoletana,

come la Juliette e come la Edith,

in specie quando gorgoglia il nasino all’insù,

un estro tracotante di quel Bello

che sovrabbonda nella boccuccia di rosa canina,

che contempli tra le aiuole armoniose delle città di mare.



Salvatore Vallone



Hàrah Làgin, 02, 07, 2024

MA L’AMORE NO

ATTO PRIMO

Guardando le rose fiorite stamani,

io penso che domani saranno appassite.

E tutte le cose son come le rose

che vivono un giorno, un’ora e non più.

Quanto pessimismo individuale e cosmico!

Quanta sfiga personale e collettiva!

Quale disgrazia incombe su questi uomini di ieri,

su queste donne appassionate e devote,

sempre di ieri cinquanta,

baffute e naturali,

senza trucco e senza inganno,

che si facevano sognare loro malgrado,

che ci facevano desiderare nostro malgrado.

Povere donne e poveri uomini di ieri!

Il Pessimismo è alla Jacopo e alla Giacomo,

alla Arthur e alla Arturo inculato da Zoe la sciancata,

alla Soeren il matto dopo il rifiuto di Regina,

alla Francoise ben parodiata da Catherine,

la sensual garbata partita dianzi per le Langhe infernali.

Tous le garcons e les filles de mon age

hanno tutti qualcuno da amare,

tutti i ragazzi e le ragazze della mia età

fanno insieme progetti d’amore

e la mano nella mano

se ne van piano piano,

se ne van per le strade a parlare dell’amore.

Solo io devo andare sola sola

senza uno straccio di uomo che mi ami.

Allora era così.

Guai a dire uno straccio di donna.

E la Juliette dove la mettiamo?

Tutta vestita di nero la Greco

avec Jean Paul e Simone al Bec de Graz de Paris,

i due menagrami dell’Esistenza filosofica

con le Gauloises eternamente

tra le labbra smunte e ossidate dalla nicotina,

con le dita gialle di impudicizia carnale,

trasgressivi e maledetti in attesa del Rien,

du Rien de rien,

toujours sans regretter rien,

ostinati nel rifiuto dei santi e delle statuette di gesso,

della pittura sacra nelle gallery del boulevard de la Seine.

L’Esistenzialismo è un Umanismo?

L’Essere è veramente il Niente?

Mancava lo Straniero di Albert

per completare l’opera dei Pupi francesi.

Carissimi stramaledetti,

Orlando e Rinaldo e Angelica,

vengo a voi e vi dico che

la Vita non è dolore,

non è angoscia sacra o profana,

la Vita non è una colpa da espiare,

non è un peccato mortale,

non è ubris e tantomeno condanna.

La Vita è alla Orazio,

al carpe diem e alla va in mona.

Tutto è nulla,

ma l’Amore è Tutto e sempre,

l’Amore vincerà sull’Odio,

checchè ne dica Empedocle di Akragas

e le sue quattro radici,

l’acqua, l’aria, la terra e il fuoco,

le sostanze famose di Silvanetta da Barcellona

in quell’alberghetto bordello di Onè di Fonte.

Eppure si desiderava,

ma eravamo i tabù a quadretti di liquirizia pura,

gli eredi di quei fascisti e di quella cultura

che non era morta nel 1943.

Albergava nei nostri cuoricini ignudi

e nelle nostre menti infanti.

Eccome albergava!

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere 01, 05, 2022

CARA JULIETTE

Juliette,

ma chère,

ma chère Juliette,

me le cali le tue scalette

perché io voglio salire,

voglio esaudire i tuoi desideri di maitresse e di putain,

voglio appagare i miei bisogni di leccaculo e di ruffiano,

voglio soddisfare le tue voglie insane di aspirante strega

e di strega in carriera,

il tuo trasporto sconsiderato verso il Diavolo,

le Diable,

il prof. Woland,

il mago teatrante,

l’ipnotista dinamico che flagella i vizi sociali con il telecomando.

Cala la tua scaletta,

o novella Lilith,

io vengo

e ti porto il mio cuore

che pulsa d’amore,

d’amore per te.

Tu mi dai un bacetto,

io do un bacillo a te

e così di Juliette e Pompeo resterà per sempre l’idea,

la spensierata e pazza idea della Patty,

quella di desiderare la donna e l’uomo d’altri,

quella che va contro il nono emendamento del nostro mandamento,

mentre tutti stanno a guardare sul Bosforo

la luna rossa vicina vicina alle tue labbra,

il perigeo,

il perineo,

il periperi,

il tutti in giro e poi giù per terra

come nel girotondo di una volta nei cortili dei preti.

Ma perché questo avvenga,

senza rumors et senza tremors,

devi strofinare il manico della lampada del cretino di turno,

del puffo e del buffo e del pacioccone,

nonché le tettine della vispa Teresa,

devi immaginare che verrà la vita e non la morte

in questa nottata di vacche nere e smunte dopo munte,

come voleva Georg Wilhelm Friedrich Hegel,

quello che pensava nel mitico Ottocento

secondo il suo genio in quel di Stuttgard,

devi pensare che non avrai gli occhi

per guardare e per piangere,

per guardare il sole nascente dei socialisti democratici,

per piangere la luna calante dei fasci di combattimento.

C’è una fessura tra i rami del cespuglio di mirto

in fondo al vallone di Carancino

dove i carrettieri lasciano quintali di merda,

la loro exlinfa sopravvissuta al colera e ai suoi tempi.

Aprila con discrezione e con ardore

ed entra nella Wunderkammer del kaiser Franciose,

nella camera delle meraviglie e del consenso,

dans la chambre de Juliette la madame,

quella dell’agenzia dei viaggi di sogno per l’Aldiqua,

l’Aldisu e l’Aldigiù.

Dell’Aldilà ce ne fottiamo,

tanto con i razzi lo bombardiamo,

X-22 per la precisione e direttamente dal mar Nero.

E gira e gira l’elica,

romba il motor,

questa è la bella vita del poeta contadino,

dello scrittore dell’assurdo e del pur vero,

del piccolo scrivano di testi senza contesti,

la bella vita di Michail Bulgakov,

il compagno russo,

il Maestro senza nome,

il Maestro come il Nazareno o il Nepalese.

Evviva,

goditi il viaggio caldo,

o vecchio puttaniere di Notre Dame e della Graziella,

su e giù per le montagne tra boschi e valli,

su e giù per ritrovare la montanara

mentre canta canzoni stonate d’amore

che parlano di un tempo vicino nel tempo,

quando Gabriele a suo plaisir scriveva il suo Piacere.

Era il 1889,

milleottocentoottantanove,

era proprio ieri

e tutto era al caldo nella cucina di madame,

nel suo forno a legna della regina Clementi,

nella sua stube a calore radiante e democratico

di via della Concordia e dell’Armonia,

proprio ieri defunte entrambi sulle coste isolane del Giglio.

Sì,

è stata una donna moderna la nostra Juliette,

ma Margherita non è, non è stata e non sarà da meno,

tanto più se insieme al suo Maestro,

il povero Michail che scrive e riscrive per vent’anni

la sua storia di vita indegna per l’editore,

finisce in manicomio ante temporibus del grande Franco,

tesse e disfa la tela di Penelope

che non era lieta di suo marito Ulisse,

dell’amor di cui doveva godere,

per cui con la penna in bocca

giorno e notte stuzzicava l’inchiostro appiccicoso

fino a sentire la sua lingua parlare una lingua universale,

la speranza di un Esperanto

da mandare giù con facilità fonetica e lessicale

giù,

sempre più giù,

come un sorso d’acido lisergico in flacone aspergico,

come un sorso di sornione assenzio.

Su, su, su,

giù, giù, giù,

glu, glu, glu

e rien ne va plus.

 

Sava

 

Crancino di Belvedere, 21, 06, 2022

 

TANTI AUGURI

Oggi nel cielo c’è qualcosa di nuovo,

anzi d’antico,

piena è la luce in questo austero rimasuglio siracusano di Aretusa,

dentro la sua fonte invasa dai morbidi ratti di Persefone,

in questo soggiorno coatto e di color amaranto

come la topolino di Paolo nel quarantasei.

Stanotte nel cielo spicca qualcosa di latteo,

splende il biancore tra le onde spumose di una Afrodite smaniosa,

brilla la costellazione di Orione con la sua clessidra di traverso,

illumina i desideri di Alfeo infranti come specchi ustori,

mostra le sue tre stelle lungo la linea retta

che da casa mia porta a casa tua,

di notte,

come la befana con le scarpe tutte rotte,

per ricordarti che il tempo è sabbia

che scivola e poi torna,

che tempus fugit

e non si arresta mai,

neanche per fare la pipì

come le donne di Ginettaggio,

il Bartali,

come le donne ancora di Paolo,

il Conte delle canzoni ardite e apparentemente jazz,

quelle che vanno liberamente a farsi fottere

tra grammatiche evanescenti e vocabolari inesistenti,

in mezzo al mar,

dove ci sono camin che fumano

o in Sud America

dove il divorzio si compra fuori dal motel

tra l’azzurro di un cielo sopra i piedi di un seminarista

in attesa di diventare papa,

non papà,

senza cadere nelle tentazioni della carne,

pascolo delle carni sublimate di maschi e femmine

nei corpi spirituali e androgini di gente votata all’inumano,

a varcare il confine che dall’Ucraina porta in Russia

in questo rimando guerresco di barbariche invasioni.

Ah, questi preti non sposati!

Vade retro Satana,

non tentare e non tentarmi!

Ah Martin Lutero,

monaco fratacchione di Agostino,

tu prete e lei preta,

insieme una splendida costellazione dentro la clessidra del solito Orione.

Volevo dirti

che confido nella suggestione delle stelle,

lontane come la casa avita lasciata in giovinezza

dietro la valigia in pelle della premiata ditta “bridge”

e a cui si torna per sentirsi quieti dopo la tempesta della Lega,

dopo aver portato il vocabolario e la grammatica

ai servi della gleba del conte di Collalto e di Brandolini.

Sei quieto?

Sei felice?

Lo spero ed è il mio augurio.

Non sono quieto,

non sono felice.

Da un mese ormai il vecchio Pietro non sculetta i suoi cingotti

agli occhi attenti delle signore e delle signorine.

Aveva un milione di globuli rossi,

gli altri cinque li aveva regalati alla sfiga

con la sua esistenza felice consumata nel vallone ameno

dove Anapo si intrattiene con Aretusa

lasciando i fazzolettini bagnati di sperma

nella stradina del signor Vallone

che tanto s’incazza di fronte a tanta vanagloria,

a tanta cornucopia del Genio della Specie.

C’est la vie,

mi dice al cellulare Juliette

con il suo canzonare nel solfeggio di un cazzeggio.

E poi la terra è fertile,

il pane è quotidiano,

qualche buon libro prima di dormire non serve,

gli amici non sono fidati,

le allegre compagnie si svendono con una bottiglia di Nero d’Avola,

la famiglia riscalda il cuore di chi non c’è.

La mia esistenza mi è cara e,

sebbene non conosco dei miei giorni futuri,

so che dove vivo il vento profuma,

sconvolge i capelli acuminati di idee della mia donna.

Occupo pienamente lo spazio dell’eterno presente,

mi chiamo Salvatore,

faccio sentire la mia voce in mezzo alla grassa folla,

scarna di progetti in questi anni nuovi

piegati dall’arbitrarietà della Natura.

Io sono un grillo parlante,

non importa se qualcuno lancerà il suo martello,

racconto sempre per il mio conforto,

scrivo per virtù,

riscrivo per metodo.

In questo mondo rurale niente sembra vero,

tranne me.

Alzo il calice,

bevo con me,

ai miei 75 anni.

Sava

Carancino di Belvedere, 19, 01, 2022

PRUDERIE

Tra il Tigri e l’Eufrate,

tra il Manzanarre e il Reno,

colui che sapeva e sapeva parlare,

il Verbo,

disse “Eden”

ed Eden fu.

Con nobile noncuranza,

degna di un dio,

vi pose Adamo e Lilith

a che spargessero il loro seme

nelle pianure di via col vento,

a che domani fosse un altro giorno

e sempre con una serva nera migrante al servizio.

E fu subito sera

e fu che ognuno si sentì solo nel cuore della terra

e fu subito guerra,

con e senza il Corso,

con e senza i matti dei Mattei,

con e senza i senatori a vita

che non muoiono mai.

Dammi la contezza della contentezza della vecchiezza,

gridava Orlando a Rinaldo,

mentre Gano di Magonza ammazzava Guerin,

detto il meschino,

un pezzo di carne intonsa con due occhi di bambolotto

sopra le ciglia finte

e messe su dalla Chiara in quel di Cessalto

sotto l’albero fiorito di giallo della mimosa

che Salvatore le ha regalato in una notte di piena estate

tra batuffoli morbidi e preghiere al vento.

Ma Gano di Magonza era tenuto in piedi dalla lega d’acciaio

e dal patto dei due imperatori,

lui e le rose,

per cui a Firenze e a Milano

di quel securo il fulmine tenea dietro al baleno.

E fu così che la guerra scoppiò da Scilla al Tanai,

nella camera da letto di coniugale virtù,

dall’uno all’altro mar

sulla rotta di Magellano e del virus a corona.

Fu vera gloria?

Ai Mattei va l’ardua sentenza.

Tutti li vogliono,

tutti li cercano,

come i barbieri di qualità,

di qualità,

di qualità.

Ma la miscellanea ancora non basta,

tanta fu l’offesa

che la minestra non fu servita a puntino

dai camerieri degli alberghi a cinque stelle

con il pagliaccio in prima fila e il buffone in curva.

La contaminazione continua

e persiste nelle zone rosse e verdi

di questa terra malfamata

e divorata dagli scandali edilizi

e massonici della borghesia mafiosa.

O Licio, o Licio,

lama sabactani!

Una donna matura a Firenze canta a una donna giovane.

“C’è la luna in mezzo al mare,

figlia mia chi ti devo dare?”

E la medesima incalza alla madama.

“Mamma mia pensaci tu.”

E la suddetta ribatte imperterrita e in vernacolo lombardo.

“Se ti do il barbiere,

lui va e lui viene

e il rasoio in mano tiene,

se c’iacchiappa a fantasia

mi fiddria a figghia mia.”

E il coro dei popolani entra

e battezza con la merda

la schiera degli eletti in Parlamento,

proprio sotto il Campidoglio.

“O mamma,

zumme zumme e baccalà,

o mamma,

zumme zumme e baccalà,

ohi mammà,

ohi mammà,

zumme zumme e baccalà.”

Eppure l’Eden esiste

ed esiste ancora

con le sue immagini imbalsamate dentro il sussidiario colorato

della benemerita scuola elementare.

Un bambino e una bambina hanno conservato nel giardino

il ricordo di un legame fatto per loro,

una figurina di Biancaneve fatta per lei,

una figurina del principe azzurro fatta per lui.

E se a Natale desideri un regalo

per un corpo che cerca ancora guai,

la perfida fatina manderà a iosa le figurine

della premiata ditta Panini,

i fotoromanzi del settimanale Grand Hotel.

In questo mondo imbelle la poesia abita dove vuole,

il tempo delle mele è lontano

e asciutto è il pantano della pruderie.

Se rinasco in altra patria,

ti vengo a cercare con la lanterna di Diogene,

ti riconoscerò dal profumo di rosmarino del tuo pollo arrosto,

ti bacerò con i pizzilli le labbra e i capelli,

ti sussurrerò bonjour avec le charme de Juliette,

ti porterò dove son tornato ad abitare dopo lunga agonia.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 31, 01, 2021