CAREZZA DEL VENTO

07 / 12 / 2.000

Ieri, mentre ero in attesa del vaporetto sopra la zattera ballerina della laguna, ho visto davanti a me due maschi, maturi negli anni, che si tenevano per mano con una tenerezza infinita e senza destare particolare scandalo.

Era decisamente una coppia omosessuale anche per chi non voleva capirlo.

Ho subito pensato che una coppia normalmente eterosessuale non esprime la stessa semplicità negli affetti e la stessa tenerezza negli atteggiamenti.

L’amore trionfava con naturalezza e in maniera disinibita su tutti i cumuli di pregiudizi che riempiono il tempo della storia umana.

Mi sorprendevo nell’avvertire un vago sentimento di gelosia che sentivo affiorare di tanto in tanto dal confine della mia coscienza e quasi ad esprimere il desiderio di un amore felice, un amore di qualsiasi tipo, ma decisamente felice.

Ho pensato a Marcos e mi sono raffreddata; ho capito, allora, che anche questo gelo non era caduto a caso sopra di me e non era riposto a caso dentro di me.

La scena dei due uomini innamorati non era solo mia.

Una vecchietta mi stava a fianco e li guardava scotendo la testa in segno di disapprovazione o quanto meno di dubbio; quando il disgusto è arrivato sopra le orbite dei suoi occhi stanchi ed è scoppiato fuori dalle spesse lenti che incorniciavano il suo viso rattrappito, allora in perfetto dialetto veneziano e in cerca di consenso ha detto a se stessa con noncuranza e sicurezza: “lori i se ciama gay, ma par mi son sempre recia”.

Le sue idee e i suoi valori erano di nuovo in salvo; dopo di lei poteva anche arrivare il diluvio universale.

L’osservazione è stata gustosa per i presenti specialmente perché è uscita da quella bocca e in quel modo.

Niente di morale o tanto meno di moralistico si celava nell’espressione genuina della vecchia, ma dal suo sincero giudizio trapelava la giusta difesa del modo in cui era stata costretta a impostare la sua vita nella persona e nel modo di amare.

In questa circostanza ho avuto ancora una volta la conferma che gli occidentali sono malati nel profondo di quella parte che chiamano anima; a parole, soltanto a parole si dicono e si dichiarano evoluti, tolleranti e civili e ostentano l’orgoglio di questa loro pretesa emancipazione, ma nei fatti sono pieni di pregiudizi e di rancori come una suora in menopausa.

A loro giustificazione ho tirato in ballo il conflitto con cui vivono il corpo e la sessualità, un travaglio e un senso di colpa causati dalla religione che a modo loro praticano.

Di questi tormenti, oltretutto, ho avuto modo di diventare esperta nell’esercizio del mio primo lavoro.

La religione cristiana dichiara peccato mortale qualsiasi atto che rientra nell’erotismo, mentre la sessualità è ammessa soltanto se serve a ingravidare una donna o almeno se c’è l’intenzione precisa, da parte del maschio naturalmente, di essere un fedele servitore del genio della specie.

Il vero valore è la verginità e la scelta sessuale migliore è l’astinenza; se proprio non sei capace e ti si rivoltano gli ormoni dentro le ghiandole, dimostra almeno tutta la tua fertilità.

Maman Immè era atea, ma in questo settore era una perfetta cristiana.

Io, invece, per i miei trascorsi burrascosi sono da spedire direttamente all’inferno passando per la porta principale e senza attenuanti.

Eppure io, una povera negra africana, ho sempre capito la scelta omosessuale e sono felice di essere stata e di essere ancora oggi priva di incrostazioni morali sul corpo e di pregiudizi religiosi sulla sessualità.

Ricordo che nella mia tribù con la solita indifferenza si lasciava agli adolescenti la possibilità di trovare naturalmente la propria identità sessuale e nessuno interveniva di fronte alla scelta da parte di un maschio di solidarizzare con le femmine.

Nel gioco dei ruoli e delle identificazioni i bambini avevano anche il privilegio di scegliere e gestire la propria sessualità, mentre le bambine erano costrette a essere femmine; per loro non c’era spazio alcuno per la ribellione e la diversità.

Io, una povera negra africana, sono decisamente più aperta nel capire l’omosessualità rispetto ai bianchi, bigotti, retrogradi, incivili e intolleranti.

Nella mia lunga missione di puttana ho maturato una specializzazione “honoris causa” in psicologia clinica e in psicoterapia.

Uomini soli, impauriti e in qualche modo malati si presentavano davanti alla mia persona per avere il mio corpo e inizialmente parlavano tantissimo, di poi si lasciavano fare da me perché non sapevano farmi da sé, pagavano soddisfatti, andavano via tristi, ritornavano sempre e prima o poi immancabilmente si innamoravano di brutto o alla grande soltanto perché questo era il loro bisogno profondo, la loro malattia e la loro cura.

Io avevo cura della loro persona in ogni senso e attraverso il mio corpo disinibito e nudo filtravo la coscienza del loro corpo umiliato, oggetto di dolore, e facevo maturare il riconoscimento di un desiderio senza colpa e senza peccato in un corpo oggetto finalmente di amore e di piacere e non di odio e di disprezzo.

Tutti gli uomini che mi seguivano nel trasporto dei sensi assaporavano questo tragitto, dimenticavano anche quella ricchezza con la quale si illudevano di comprarmi e che in effetti serviva loro soltanto per mettere insieme i pezzi e ricomporre la carcassa.

Io sento di aver sempre dato tanto affetto e non solo quel piacere sessuale che ognuno di loro si era negato per educazione o per stupidità.

A volte era difficile capire dove cominciava il dono dell’affetto e dove finiva la tariffa del sesso, ma insieme si sentiva che la cosa era bella e non si riduceva allo squallore di una nuda e reciproca prostituzione.

Con queste riflessioni dentro la mente mi sono imbarcata sul vaporetto e sono anche approdata nel punto giusto per infilarmi nella calle che sfocia in campo san Polo e in perfetto orario per l’appuntamento con il solito notaio Marino Martini al numero civico duemila settecentosessantaquattro di campo san Polo.

Il pessimo tanfo di tabacco mi ha accolto insieme alle dita ingiallite del legale rappresentante dello stato italiano, il funzionario che viaggia a fior di quattrini senza fare alcuna fatica e soltanto per il fatto che esiste al posto di un altro che c’è, ma non si vede.

So che gli strizzacervelli sono imperturbabili e tremano soltanto di fronte a un film di Paolo Villaggio o di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, per cui passo a leggere la copia della lettera che ho depositato presso il notaio Martini, un atto destinato anche alla sua persona dopo l’eventuale mia morte.

Sono commossa solo per ciò che significa dentro di me quello che vado a comunicarle.

Venezia 01. 12. 2.000

Io sottoscritta Jasmine Ainè in Tirindelli, detta Ascingha, nata a Marsiglia il nove (9) dicembre (12) del millenovecentosessantuno (1961), cittadina italiana e residente in Venezia nel sestriere Canaregio presso il sottoportego Corte Nova al numero civico settecentosessantanove (769), nella piena facoltà di intendere e di volere mi sono presentata presso lo studio del dottore Martini Marino, notaio in Venezia, situato in Campo san Polo al numero civico duemilasettecentosessantaquattro (2.764) e in sua presenza con testimoni la signorina Martignago Marina e Benedetti Carla ho dettato le seguenti volontà limitate temporalmente a nove mesi dalla data apposta in alto a sinistra del presente documento.

Dispongo

che in caso di mio decesso per suicidio lungo la linea ferrata che da Venezia porta a Conegliano, il dottor Vallone Salvatore, psicologo e psicoterapeuta in Pieve di Soligo, via Aldo Moro al numero civico trentotto (38) con codice fiscale VLLSVT47A19I754U, provveda per la cremazione della mia salma, per il trasporto delle ceneri in vaso di terracotta grezza in Sierra Leone e per la loro dispersione presso le foreste dei monti Loma e possibilmente nelle adiacenze di una grotta.

Per tale necessità consento al suddetto il prelievo della somma di lire trenta milioni, (30.000.000), e degli interessi maturati dal conto corrente numero settantasettemila ottantanove, (77.089) da me acceso e intestato a mio nome presso la banca popolare di Venezia, agenzia numero quattordici, (14), situata in Campo dei santi Pietro e Paolo e munito di parola d’ordine per la riscossione.”

Seguono la mia firma, quella delle testimoni e del notaio in attestazione dell’autenticità e della legalità dell’atto; trascuro i bolli e il costo dell’operazione.

Il suo codice fiscale l’ho prelevato dalle fatture e so che non è un reato.

Adesso non mi resta che comunicarle la parola di accesso al conto: “pinguin”.

Ha capito bene ?

Pinguin” !

Se lo fissi bene nella memoria: ”pinguin”.

Un capitano di lungo corso, un triestino e un mio affezionato amico oltre che puntuale cliente ogni volta che il suo traghetto gettava le ancore nel porto di Venezia, mi raccontò durante una notte d’amore che, quando una nave risponde a un S.O.S. e accorre in aiuto di quella che si trova in pericolo, i marinai ricevono un premio chiamato per l’appunto “pinguin”.

Questo nome mi ha colpito e ho pensato di attribuirlo al conto corrente, ma la scelta non è avvenuta, come al solito, a caso.

In questo studio penso di aver trovato la chiave per la comprensione della mia persona e della mia vita; in questo studio ho conquistato il premio per il salvataggio della nave che mi ha trasportata schiava in Italia.

Sembrava necessario e pronto un bel naufragio per il puzzolente “suregai”, ma anche quel bastimento ha recuperato nel tempo un senso positivo.

Eppure sento ancora molto forte il richiamo della morte e lo vivo come una liberazione dal male oscuro della depressione, quel dolore dentro che mi annienta e non so fronteggiare.

Ma il suicidio non è il giusto premio per i guerrieri più valorosi, non è un “pinguin” per i marinai più coraggiosi: la morte non è un premio, ma una condanna.

La morte vera e giusta è quella che fa rinascere a nuova vita.

Io sono convinta di aver fatto un bel viaggio tra le colline trevigiane e di essere pronta a camminare con le mie fragili gambe di gazzella tra le calli di Venezia e tra le piste della Sierra Leone.

Che queste mie affermazioni siano un delirio, non lo escludo, ma è sicuro che questo è l’ultimo che esterno in questa stanza e in sua presenza.

Chiudo la mia cosiddetta terapia e non verrò più a trovare il suo studio e la sua persona, oltretutto mi sono innamorata dei suoi rispettosi silenzi e rischio di soffrire ancora di più, per cui preferisco ritornare in laguna e porre fine ai miei viaggi nella terraferma e nella memoria.

Il tempo, nove mesi ossia il tempo di una gravidanza, dirà se lei è stato il mio Salvatore di nome e di fatto o se sarà il mio becchino.

Mi creda, solo lei poteva capire questo mio desiderio e ho intuito che dietro il suo silenzio si cela un uomo libero, ricco di spirito e di ironia.

Mi mancheranno le tante parole rimaste dentro le sue labbra carnose e il sorriso sornione di chi ascolta con la sicurezza consapevole che la rotta intrapresa è quella giusta.

Sono pronta a riscuotere il mio “pinguin”.

Quello che voleva dirmi lo lasci anche oggi dentro la sua bocca e possibilmente dentro il suo cuore in ricordo di Ascingha la negra.

So che la dimenticherò facilmente e so anche che mi mancherà moltissimo.

E’ stato bello ricordare in sua compagnia.

La saluto ed esco da questa stanza, un luogo che mi era diventato addirittura familiare, senza aver la pretesa di stringerle finalmente la mano.

Adieu, monsieur le docteur, adieu, adieu !

MARZO 2021

Oh giornate del nostro riscatto

Oh dolente per sempre colui

Che da lunge, dal labbro d’altrui,

Come un uomo straniero, le udrà!”

Quanta retorica,

Alessandro il cattolico,

per una patria che non c’è!

Quale riscatto?

Quello dei mercanti in odore di politica

o quello degli ignoranti nemici di Platone?

Cosa vai blaterando insieme a Giacomo da Recanati

per quell’Italia che non c’era,

per questa Italia che non c’è.

Lo vanno dicendo in tivù i furbastri menagrami

per quest’Italia che non c’è.

Siamo stranieri e siamo dolenti,

siamo lontani l’uno dall’altro e senza labbra.

Chi ci ascolterà?

Chi ascolterà le nenie delle madri

e le prediche dei padri,

chi ascolterà un popolo muto

accovacciato come un cane ai piedi del nuovo padrone?

Dopo il puffo arriva il buffo,

dopo il puffo e il buffo emerge dalle fogne il pacioccone,

il pericolo dell’inconcludenza,

la voce del padroncino.

Che a’ suoi figli, narrandole un giorno,

Dovrà dir sospirando: “Io non c’era;

Che la santa vittrice bandiera

Salutata quel dì non avrà.”

Io ho fatto il militare a Lecce, a Palmanova e a Caserta.

Avevo la divisa color sabbia e il fal americano,

ero capo di un carro armato americano,

di quelli abbandonati dagli yankee

dopo le loro scorribande al whisky e al napalm,

dopo i figli, neri e bianchi, abbandonati in giro per il mondo.

E anche dietro la collina c’era la Morte cupa e assassina,

quella dei pazzi terroristi che uccidevano il fratello e i fratelli.

Quanta vergogna, quanta follia!

Un fantasma si aggirava per il Globo,

il fantasma del Comunismo,

il fantasma del Fascismo,

il fantasma del terrorismo.

Cosa vuoi che ti racconti,

o figlio,

di questi tragici momenti

in cui ci si ammazzava per diletto tra di noi,

tra fascisti e comunisti,

tra celerini e studenti,

tra caramba e operai.

Cosa vuoi che ti racconti,

o figlia,

di cosa nostra e cosa vostra,

dei giudici morti ammazzati e dei politici che li abbandonarono,

del pane di casa e delle panelle di stato.

Si è voluto così colà

dove ancora si puote ciò che si vuole.

Abbiamo chiesto,

ma non ci è stata data risposta alcuna.

A noi prescrisse il Fato ignota e illacrimata sepoltura.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 13, 05, 2021

AUTORITRATTO 4

Caru deu ti scrivo,

così mi rilasso un po’,

e ti ritorno a dire

che ci sono anch’io in questo mondo,

“in estu mundu ghe sum eu”,

io ed Erasmo che mi elogia,

io e la mia follia.

E ti dico e sottolineo che,

che non sono per niente contento,

“che ni so cuntentu eu”.

Come vedi,

siamo ancora una volta in due,

nonostante la prima volta e il mito della prima volta,

io e Sigmund stavolta,

mica Vittoriu u babbu o sua sorella Carmelina,

Sigmund in persona,

l’ebreo errante che fuma puzzolenti sigari Thuskanen

del monopolio dell’OsterReich rampante e altezzosa,

ieri governata dall’imperatore Joseph Franciose e da Adolfo,

oggi da un ragazzino licchettato,

impomatato di brillantina Linetti,

quella dell’infallibile ispettore Rock

nel famigerato Carosello dell’Italia povera ma bella.

Sigmund mi parla,

m’ispira,

mi inebria,

mi traduce,

mi incita,

mi vocifera dentro e fuori.

Siamo ancora in due,

io e il me medesimo ebreo della Giudecca

che mi attrae,

mi respinge,

mi gingilla,

mi attizza,

m’incastona,

io e il me stesso poeta italico e vernacolare,

contaminatore e falsario,

che riattraversa,

mischia,

confonde,

rifonde,

io e il me contastorie e contaballe

che vaticina,

rievoca,

fantastica,

desidera,

la spara grossa.

In tanto bordello non c’è una donna di provincia,

ma soltanto una serva Italia di dolore ostello

e in mano alla meglio gioventù del Testaccio e di Forcella,

de Milan e di Firenze.

Manca Platone,

il ragazzotto greco dalle spalle larghe e dalle palle mosce.

Platone non c’è,

è rimasto ad Atene a cazzeggiare con le sue mille Idee iperuraniche

prima di venderle in Amazon.

Soffre il mal di mare e non sa nuotare,

teme un nuovo Dionisio e un vecchio Dione,

è allergico ai giovani di belle speranze e ai mercanti in fiera,

nonché ai nani e ai buffoni di corte,

gli inetti osceni che sputano sul desco

fiorito di occhi larghi di bambini affamati,

di poveri migranti ricchi di uova e di seme,

fecondi e feconde,

è allergico alle gentili servitrici della tivù di Stato

e della tivù ciarlatana e beffarda,

quella dell’eterno e costoso tempo che farà,

quella che gioca con le solite carte a sette e mezzo,

quella che la sera massacra i poveri di spirito del Belpaese

con il ghigno saliente del giornalista camaleonte

e l’amorfa mummia imbellettata del tempo che fu

e che fu, a quanto pare, invano.

Questo è una parte di quel quanto,

mio caro dio,

“caru lu me deu”,

che vorrei depositare sulle tue auguste ginocchia

per la grazia ricevuta di aver vissuto questi tempi

di grande ingordigia e di vasta ignoranza,

di tanta scienza e di cacasotto pandemia,

di stupidi marioli e di incongruenti scassapagliai,

di bastardi onnipresenti e di emerite teste di cazzo.

E allora, cosa resta agli sconsolati ed eterni esclusi?

Signori in carrozza,

per fortuna finalmente si parte.

Il grande vate e il gran balon sono serviti

nel vagone ristorante di questo treno,

mezzo vuoto e mezzo pieno,

targato anni trenta e ferrovie dello Stato di Benito

e dei suoi imperituri immarcescibili accoliti.

O Ciccia,

Francesca all’anagrafe di Arcore,

ricordi che allora i treni arrivavano sempre in anticipo,

forse non partivano,

forse non partivano mai,

come i migranti dall’Africa di Maryl Streep,

come gli emigranti da Corleone di Vito e da Forcella di Raffaele,

come gli alberi degli zoccoli prima della Lega socialista,

come i poveri di spirito e lo spirito dei poveri,

la chiesa luterana e la grappa trentina.

O Bepa,

Giuseppina all’anagrafe di Pieve di Soligo e del quartier del Piave,

come farò a non vendermi l’anima,

se sei tu a volerla comprare

e mi seduci

mentre questo vagone letto di marca francese,

“compagnie internationale des wagons lits”,

viaggia spedito come l’Italo del Prezzemolo?

E intanto il tempo se ne va,

come il treno inquisito e osceno,

tra una canzone di Totuccio e un articolo di Marchetto,

tra un saggio puttaniere e un emerito imbecille,

tra un politico ovunque e un giornalista dappertutto,

giorno e notte,

notte e giorno,

sempre a lacerare i coglioni della povera gente,

organi intirizziti da un virus virulento e virile

che circola tra i colori dell’arcobaleno

saltellando di palo in frasca come la vispa Teresa

che aveva trovato tra l’erbetta una gentil farfalletta

e tutta giuliva gridava l’ho presa,

l’ho presa,

stringendola, oltretutto, al petto.

Vedi,

vedi, “caru deu”,

cosa ci tocca sentire e vedere in questa valle di lacrime,

dove non ci soccorre neanche la statuetta di una madonnina di gesso

con le sue stille argentate e le sue litanie monotone,

mentre attendiamo il greco deus ex machina

che alla fine trionferà

e risolverà la fame e la sete,

il morbillo e la tubercolosi,

la sifilide e lo scolo,

il Mes e il Recovery Fund,

Dante e Boccaccio tramite Petrarca.

Vedi,

“caru deu”,

cosa ci tocca fare per ridere e sognare un po’?

E ancora Ulisse non si mostra all’orizzonte

di questo mare che sta in mezzo alle terre,

di questo pelago mezzo scuro e mezzo chiaro,

di queste acque salate e inquiete

che spruzzano contenuti immorali

contro le mura ammuffite del convento delle suore di Orsola,

mentre un bambino bianco e nero è seduto sullo scanno

davanti un pianoforte nero con la coda bianca,

un organo che non suona da solo,

ma che può volare.

Se vuole,

un pianoforte di notte può volare nel cielo più scuro

e sotto le mani di un intenditore come Paolo Grillo,

ti porta chissà dove,

chissà dove,

sulle tamerici salmastre e arse,

sui rosmarini di viola guarniti,

sui freschi pensieri che l’anima schiude novella,

sulla favola bella di un P.C.I.

che ieri c’illuse e che oggi ci sgamma,

o Francesco.

Intanto sono gradite una preghiera e una mancetta

per ricevere una grazia mafiosa nella chiesa del buon Gesù.

Padre mio,

dammi oggi il pane quotidiano,

dammi domani il pane di ieri,

possibilmente condito con sgombro e olive,

e liberami dalla tentazione del gran rifiuto e della gran viltà.

La tragedia si sta velocemente consumando.

Andiamo in America

a salvare la statua della Libertà.

All’Italia ci penseranno i travicelli,

neri di storia e di vergogna,

che ancora oggi onorano gli uomini di ghiaccio della Siberia.

Fu vera gloria?

Tutto questo Alice non lo sa.

E Ulisse?

Ancora non si vede a Cefalù

e neanche nella quinta strada di Nuova York.

Amin!

Così è se vi pare e se vi garba,

come disse Matteo ai coglioni di Machiavelli.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 28, 02, 2021

E’ VERO !

Dalle Alpi alle Piramidi,

dal Manzanarre al Reno

il popolo unito si libererà del tiranno,

canterà canzoni di libertà,

perché il popolo va,

il popolo, alla fine, va sempre a trionfare.

Questa è la nostra verità,

quella del popolo che si alza e si adira,

con voce squillante grida:

adelante, adelante e senza iudicio!”

Sarà poi vero?

Dai!

Ti racconto questa.

Bologna è una vecchia signora dagli occhi vivaci

che dorme di notte distesa sul fianco sinistro,

scoperta nel petto e guardando il deserto,

le nobili vestigia di sabbia del divino Cheope.

Bologna è una vecchia signora dal viso composto

che veglia di giorno distesa sul fianco destro

guardando l’orologio della stazione

fermo all’ora dell’orgoglio politico della viltà di stato.

Bologna è una donna sborona,

Bologna ferita è una donna giammai guarita.

Bologna non dimentica,

ricorda,

condanna,

rifiuta.

Un’altra storia, un’altra brutta storia!

Patrick studia a Bologna,

passeggia sotto i suoi portici dipinti,

compra il pane e il companatico dai fratelli Roversi in via Cairoli.

Patrick è libertario,

Patrick è appassionato.

Bologna gradisce,

lo vuole,

lo cerca,

lo abbraccia.

Ma qualcosa si spezza.

Ahimè,

Patrick è partito da tempo e non è ancora tornato.

Patrick è stato incarcerato nel suo lontano Egitto.

Qualcuno ha detto ancora una volta e a quelle latitudini

che la sua testa non doveva pensare.

Bologna che lavora e che studia,

che si irrita e s’incazza,

che teme e trema,

grida i suoi cori contro il tiranno:

O libertà,

o libertà,

tu che sei tanto cara

anche a colui che per te vita rifiuta,

dona a Lui la forza di resistere,

concedi a noi la gioia di rivederlo

attento ai suoi amori,

intento alle sue passioni,

libero dagli infingardi.

Bologna ti aspetta.

l’Italia ti vuole cittadino delle sue brame,

ti ha eletto suo figlio in Parlamento,

nostro fratello nel cuore e nelle carte.

Sarà poi vero?

Continuano a vendere le armi all’Egitto,

a intrallazzare con le pistole e i pistolotti.

Che strana cosa sono gli uomini!

Può bastare un impasto di carne

con un paio d’occhi strabici che non vogliono vedere,

con un cervello a salvadanaio e pingue come il maiale dei Nebrodi,

con un cuore atrofico e atrofizzato.

A cosa serve un ministro del rione Sanità

dal viso aperto e dal riso dominante?

Può bastare cotanta ipocrita intelligenza

o è soltanto roba buona per fare mortadella.

Bologna che sa e conosce,

che sa tutto e conosce il mondo,

Bologna tace e si addolora.



Salvatore Vallone



Carancino di Belvedere, 10, 04, 2021