AMICI

A santo Paolo del Solarium ho tanti amici.

Io ho tanti amici a saint Paul.

Non mi mancano gli amici a san Paulu del Solarin.

Non sarò mai solo se resto a san Paolo.

Amici di qua,

amici di là,

amici di qua e di là,

amici su e giù,

amici dappertutto.

Ma tutto questo Maria non lo sa.



Salvatore Vallone



Harah Lagin, Carancino, 26, 04, 2024

CORAGGIOSETTI

Il gattino è arrabbiato

e non vuole il suo gelato,

vuole una gatta da pelare

ma qui siamo in riva al mare

e non ci son gatte da pelare,

(tanto meno che si fanno pelare).

Ci son chiappe da pescare

sempre qui in riva al mare,

(tanto meno che si fanno pescare).

Coraggioso è più arrabbiato

e mi mostra il suo palato,

vuole un topo per giocare,

ma qui siamo in campagna

e il topino ha il cervello fino,

(come il contadino e le sue scarpe grosse),

e non vuole giocare con Coraggiosetti,

tanto meno con i suoi simili e gli affini.

Coraggioso è oltremodo arrabbiato

perché Salvatore non l’ha cagato

e di coccole e coccolezze

non ha avuto le dolcezze

e allora con un balzo gli si appioppa sulla gamba

per la pasta quotidiana

e il ronfare manifesto.

O poeta,

o contadino,

prima fammi un buon grattino,

poi dammi un formaggino

che lo mangio senza panino,

io ti faccio poi la pasta

e tu la inforni per la pizza

nel tuo forno Clementoni.”

Se questa poesia è futurista,

io sono un qualunquista,

un desgrassià de Buenavista,

un veneto fugace

che in Sicilia fugge e non trova pace.

Salvatore Vallone

Karancino di Belvedere, 06, 07, 2023

DALL’INNOCENZA AL TRAUMA

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Al di là di quello che pareva l’orto della casa dei miei genitori, si apre una grande distesa di acqua cristallina dalle sfumature acquamarina.

L’acqua sale e io sono in cima a un sasso che guardo l’acqua limpida arrivare ai mie piedi.

Al di là, giusto al confine di quello che era l’orto dei miei genitori e questa distesa d’acqua, sento un miagolio.

Un animale ha azzannato un gatto. Si tratta forse di un cane… e io mi sveglio urlando con un senso di tenerezza dispiacere e anche un po’ di disperazione per quel mio micio che forse ha perso la vita…”

Ecco il mio sogno!

Agata

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

Al di là di quello che pareva l’orto della casa dei miei genitori, si apre una grande distesa di acqua cristallina dalle sfumature acquamarina.”

Agata esordisce con i suoi forti bisogni di autonomia psichica e di emancipazione dalle dipendenze affettive. Rievoca la vita all’interno della sua famiglia, in particolare l’ambito relazionale e la socializzazione, e offre le figure di genitori aperti che non l’hanno bloccata e rinchiusa in carcere. Non solo, ma questi genitori hanno favorito lo sguardo “al di là” della loro convivenza proprio perché Agata “apre davanti a sé una grande distesa di acqua cristallina con sfumature acquamarina”.

Cosa significherà questo insieme di parole in versione apparentemente estetica e retorica?

Agata in sogno si sta dicendo che fuori dalla famiglia le sembrava, “pareva”, di aver trovato la sua identità di donna e il suo universo femminile, una crescita ben gradita e vissuta senza alcun senso di colpa. Agata non aveva maturato conflitti e contrasti nel suo essere donna e nel suo evolversi al femminile. Tutto questo era stato consentito dall’autonomia che le era stata insegnata e che aveva acquisito in ambito familiare. In sogno Agata rielabora la scoperta della sua femminilità, il tempo in cui si viveva bene ed era contenta della sua prosperità.

La simbologia vuole che “l’orto” rappresenti l’affettività familiare e che “l’acqua” si traduca nell’universo psicofisico femminile, che “al di là” è una tensione a crescere con le gioie e le paure connesse, che “pareva” ha il sapore della nostalgia e dell’illusione, un “phainomen”, un fenomeno, qualcosa che appare e che suppone dietro di sé un’essenza o una sostanza da cui proviene, almeno secondo il pensiero filosofico. Secondo la Psicoanalisi fenomenologica “pareva” è la verità del vissuto e a quella ci si attiene senza la necessità di ricercare e di approfondire almeno per quel momento in cui emerge. Ricordo che questo “pareva” è un punto cardine nell’interpretazione del sogno di Agata perché allude a una illusione, richiama il dolore di un vissuto che da bello traligna in brutto, da buono in cattivo, da positivo in negativo. In effetti si tratta di un vissuto e basta, formativo e da ascrivere all’evoluzione della “organizzazione psichica reattiva” di Agata.

Procedendo si chiarisce il quadro psicodinamico.

L’acqua sale e io sono in cima a un sasso che guardo l’acqua limpida arrivare ai mie piedi.”

In questa formazione psicofisica del suo essere femminile Agata rimette l’accento sull’autonomia dalla famiglia e sulla personale formazione attraverso i vari vissuti evolutivi: “l’acqua sale”, “divento donna”, “il mio corpo matura in grazie all’ormonella”. Agata inizia mettendo in atto, da brava adolescente che ha tutto da vivere e da imparare, la giusta difesa della “sublimazione della libido” e lo dice simbolicamente con “io sono in cima a un sasso”. Questo processo difensivo dall’erotismo e dalla sessualità non è spropositato o eccessivo. Si tratta di una normale difesa di fronte alle novità psicofisiche dell’adolescenza e delle variazioni ormonali e soprattutto corporee, seno e glutei Agata prende sempre più consapevolezza di essere stata una bambina e di essersi evoluta in una ragazza e il tutto per arrivare alla coscienza di essere una donna: “guardo” la mia femmina e la mia femminilità con il giusto senso del potere e senza sensi di colpa. Agata matura il potere che le viene dall’ambito sociale per la sua dimensione femminile e si piace e si compiace senza cadere nell’isolamento narcisistico. I “piedi” sono simboli fallici a riprova del senso del potere che Agata elabora e assorbe durante la crescita senza incamerare traumi e angosce inutili. Ritorno a dire che in tutto questo prospero processo Agata è stata aiutata e favorita dall’ambiente familiare, ma non dimentichiamo il “pareva” e “l’al di là”. Ripeto: Agata è cresciuta e ha una buona consapevolezza del suo corpo e della sua psicologia femminile, nonché del potere culturalmente donato dall’universo maschile in maniera ambigua e interessata alle donne, uno scettro a metà tra sesso ed estetica. Agata è una bella ragazza che si piace e che piace e questo lei lo sa.

Al di là, giusto al confine di quello che era l’orto dei miei genitori e questa distesa d’acqua, sento un miagolio.”

La scena onirica ripiega su se stessa e ritorna alla scena iniziale precisando che tra l’ambito familiare e l’autonomia psicofisica conquistata si colloca la sua femminilità: “sento un miagolio”. Agata rievoca in sogno il momento in cui ha avuto la prima avvisaglia del suo essere femmina. Il “miagolio” tratta simbolicamente dell’universo femminile. Dopo un’introduzione lineare e proficua dell’evoluzione psicofisica di Agata, il sogno introduce un particolare vissuto che è insito nel “miagolio”. Appena Agata si è staccata senza traumi e senza colpe dall’economia psichica della famiglia, succede un qualcosa che turba l’equilibrio e l’armonia psicofisica; il tutto sempre in riguardo alla sua evoluzione femminile.

Un animale ha azzannato un gatto. Si tratta forse di un cane… e io mi sveglio urlando con un senso di tenerezza dispiacere e anche un po’ di disperazione per quel mio micio che forse ha perso la vita…”

C’è stato un trauma e non di poco conto: “un animale ha azzannato un gatto”. Agata è stata vittima di una violenza sessuale da parte di un individuo che ha scaricato sulla giovane donna la sua perversione arrecandole un danno significativo. L’azzannare simbolicamente equivale a una perdita violenta della verginità, a una deflorazione abusata e a una rottura traumatica dell’imene. Agata ha descritto nella prima parte del sogno la sua evoluzione psicofisica al femminile con il senso del potere annesso, per poi tornare indietro e rievocare il suo trauma di perdita della verginità in maniera violenta. “Quel mio micio che forse ha perso la vita” offre la dimensione dell’evento traumatico e significa “sono stata segnata da questa esperienza per tutta la vita e gli effetti negativi me li porterò dietro nel tempo”.

La dialettica psichica tra i sentimenti della “tenerezza dispiacere” e della “disperazione”, anche se “un po’, esprimono il travaglio che Agata ha dovuto vivere e il dolore che ha dovuto subire, tutto materiale psichico che ha dovuto sistemare nel tempo per continuare a vivere con quel rammarico, quel cruccio e quella rabbia che la “razionalizzazione” del trauma non assolverà in tutto e per tutto. Resta quel fondo naturale d’insoddisfazione che esige la sua ricompensa per tanto torto ingiustamente subito.

Quante donne hanno vissuto la morte del proprio gatto dopo averlo sentito inutilmente miagolare e quante donne volevano risolvere la loro verginità in una maniera degna e senza avere il senso della violenza e della svendita di un bene prezioso non soltanto a livello culturale, ma soprattutto a livello psichico. Tantissime e tutte adducono in primis una mancata educazione sessuale e una maggiore confidenza con i genitori, un affidamento anche didattico alle istituzioni preposte, una cultura misogina e pedofiliaca negli ambiti religiosi.

Nonostante i genitori siano “maieutici” nel far crescere i figli al meglio, poi subentra quel “mostro” che è dentro di noi e che circola in mezzo a noi a rovinare la festa con grave danno per l’avvenire psichico ed esistenziale. Attenti genitori che favorite giustamente l’emancipazione dei vostri figli a non destare un vissuto di freddezza affettiva e di assenza. Calibrate bene il vostro progetto educativo dispensando equamente il dovere e il piacere, il senso e il sentimento, la ragione e la riflessione.

Forse Agata aveva bisogno di un supporto psichico e affettivo che gli è stato tolto troppo presto. Forse Agata si è trovata nel posto sbagliato al momento giusto. Forse e forse, ma il succo del sogno dice che Agata non è una donna femminilmente felice.

Il sogno di Agata merita di essere ben ponderato da ognuno di noi trattando un tema attualissimo e antico come la violenza sulle donne, per cui si può chiudere degnamente con questo invito.

Grazie.

IL BACIO DI SATURNO E DELLA LUNA

Baciami o Luna,

baciami o dolce Luna delle rimembranze e dei desideri

e dimmi in ciel che fai,

dimmi che fai giorno e notte sospesa nel vuoto

su un etereo appendiabiti firmato d & g?

Baciami come il mitico Arsenio Lupin

con intrallazzo e delinquenza,

con fascino e scioglilingua,

baciami con i pizzilli e le pizzocchere,

come se fossi un re della ristorazione di alto prezzo,

come se fossi un re di cuori di alto loco,

come se fossi un putinot di odoroso pollaio.

Io,

Saturno,

ho ragione da vendere e anelli da regalare,

da sempre girovago tra le miste Perseidi,

le rocce maligne della famiglia di Perseo

che si piantano nel tuo piatto di calamari osceni e fritti

quando meno te l’aspetti,

mentre giri gli occhi in libera uscita,

strabici che è meglio,

per guardare le gambe affusolate e succulente

della nuova cameriera valdostana,

la solita Charlene tutta bionda e tutta crucca,

quando orbito di gusto nelle notti d’agosto

dentro lo sciame di alghe profumate al kerosene

e intinte di plastica merlettata all’arsenico

insieme a quella graziosa gabbianella

e a quel gatto Coraggioso ferito nell’onore

perché tradito con un’altra gabbianella,

una questione femminile,

una vicenda materna,

una pulsione maternale,

robe da sante femministe:

io coverò le tue uova in tua assenza,

tu coverai le mie uova in mia assenza,

noi vinceremo la morte con l’istinto di vita,

noi useremo il gabbiano.

Sopravviveremo per altre cinquanta primavere

e noi due femmine per sempre amandoci,

feconde faremo le uova e le coveremo,

accudiremo i nostri pulcini senza papà

nell’irto costone delle montagne scozzesi

che precipitano su un mare

che sta morendo per il termosifone sempre acceso

nella tua camera da letto a marca doimo

e nel tuo azzurro bagno firmato richard ginori.

Cosa importa,

o adorata Luna,

se io sono razional glacial,

se in ogni stella non vedo nient’altro che il mal.

Tu,

solo tu sei quell’amore satellite

che mi sconvolse la vita sul cuscino

sin da quando ero un bel bambino.

Cosa importa

se adesso senza losanghe e ramingo per il cosmo io vo

e mi sbatto le palle polverose dell’oraziano

quem mihi, quem tibi finem di dederint.

Io razionale e tu battona,

io zoccoletto e tu magistra,

dammi solo tre parole per dirti

omnia munda mundis”.

Così lontani, così vicini.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere 14, 08, 2022

IL GATTO ROSSO E IL TE’

LA LETTERA E IL SOGNO

“Ho sognato di salvare da annegamento un feto di un gatto che poco dopo vedo già adulto, bello, col pelo di color rosso ed era, con mia sorpresa, il mio gatto! (nella realtà, mai avuto gatti in vita mia).

In compagnia non ricordo di chi, prepariamo il tè, ma così tanto da riempire una piscina dove nuotiamo; mentre nuotiamo però la piscina si svuota per almeno tre quarti.

Lamento questo fatto dicendo agli altri che il tappo della piscina non è stato messo bene (come se fosse una vasca da bagno) e così quasi tutto il tè è andato perduto.”

Silvia

L’INTERPRETAZIONE

Ho sognato di salvare da annegamento un feto di un gatto che poco dopo vedo già adulto, bello, col pelo di color rosso ed era, con mia sorpresa, il mio gatto! (nella realtà, mai avuto gatti in vita mia).”

E’ un sogno di gravidanza, riguarda la femminilità di Silvia e verte sull’istinto materno che non sempre trova nella realtà il suo appagamento. Il feto di un gatto e l’annegamento condensano molto bene la dimensione materna di Silvia nel loro rappresentare un grembo gravido e il liquido amniotico, così come il gatto adulto, “il mio gatto”, “bello” e con il “pelo di color rosso, è la rappresentazione concreta di un bambino appena nato, meglio di una bambina in quanto il gatto condensa simbolicamente la femminilità.

Peccato che Silvia non ha mai avuto un gatto in vita sua e non sa quello che si è persa finora. Approfitto della circostanza per salutare il miei sei gatti siracusani: Coraggiosetti, Pietro, Fagottino, Paola, Gattorosso, Orbettino. Il gesto è doveroso dal momento che mi ospitano in primavera e in estate.

Silvia, ricorda che non è mai troppo tardi e che nel gattile della tua città trovi gattini d’autore e firmati da “madrenatura” in cerca di essere curati in cambio di un benessere psicologico senza eguali.

In compagnia non ricordo di chi, prepariamo il tè, ma così tanto da riempire una piscina dove nuotiamo;”

La simbologia del capoverso innesca l’allegoria della gravidanza: il partner anonimo a conferma che la gravidanza è esclusiva esperienza della madre, il liquido vitale, il grembo, l’empatia e la comune origine della vita. Il tè abbraccia anche una valenza dinamica e vitale con il suo essere un eccitante, un nervino. Silvia persiste nel suo bisogno di maternità e approfondisce le personali coordinate psichiche sul tema.

mentre nuotiamo però la piscina si svuota per almeno tre quarti.”

La compagnia di un anonimo è di supporto alla rappresentazione del parto. Le acque fuoriescono e il grembo si svuota. La gravidanza ha lasciato il posto alla nascita. Il sogno rappresenta in maniera semplice e inequivocabile l’esperienza naturale della gravidanza e del parto, a testimonianza che a livello psichico esiste nella donna un istinto filogenetico, l’amore della Specie.

Lamento questo fatto dicendo agli altri che il tappo della piscina non è stato messo bene (come se fosse una vasca da bagno) e così quasi tutto il tè è andato perduto.”

La bonaria pacatezza di Silvia continua a manifestarsi anche nella rappresentazione di un fatto traumatico: un aborto. Il senso della perdita viene espressamente dichiarato nel liquido vitale che non supporta più il feto. La vasca da bagno conferma la simbologia del grembo e il tappo attesta della placenta. La lacerazione e la rottura di quest’ultima è mirabilmente descritta nel tappo che non è stato messo bene.

Silvia in sogno rappresenta la sua esperienza di maternità non andata a buon fine e rimasta in un ambito traumatico, ma senza le connotazioni drammatiche che di solito accompagnano questi sogni. Tutto questo è stato reso possibile da una buona “razionalizzazione” da parte di Silvia della sua maternalità e della sua pulsione ad avere un figlio. La simbologia e l’allegoria stemperano eventualmente l’emersione delle angosce profonde e consentono al sogno di procedere senza cadere nell’incubo e senza incorrere nel risveglio.

Il sogno ha fatto in pieno il suo dovere di elaborare un tema psichico e di rappresentarlo in maniera garbata e in una veste eccentrica.

A MILANO

A Milano non crescono i cardi,

i cardi mariani in onore della Madonna nera,

tanto meno i cardi silvestri in odore di rose rosse,

drupacee vespertine e asteracee maioline,

rampicanti e rampanti come i lumbard sui grattacieli di vetro

della benemerita ditta Pamela & Lisa di Conegliano veneto,

i cardoni non abitano in qualche attico sopraffino di vip e controvip

pagato da altri come se niente fudesse al culo,

tutta gente di merda o gente di classe

che ostenta augelli maldestri alle tose in calore

e scassa le balle oneste dei poveri pescatori di frodo nell’Adda,

quelli che nell’esodo festoso di luglio

gustano già gli effetti malefici del controesodo infausto di giugno.

Dammi una crianza, o benemerita pulzella di Orleans!

Dammi e dimmi balle sgarrupate, o statuetta di gesso che piangi!

Dammi quel beneplacito assurdo di pentobarbital,

una fialetta al giorno per essere un Mitridate,

un re bafè, biscotto e minè,

che aveva una figlia bafiglia, biscotta e miniglia,

innamorata di un bavoso, fetoso, biscotto e minoso.

Oppure favoriscimi le tre fialette che ho firmato per Red,

il gatto rosso,

per Pietro primo,

il piccolo selvatico

che non ho capito che stava male

e non l’ho afferrato di forza

per portarlo dalle care e dai cari dottori.

La dottoressa mi disse candidamente:

la prima rilassa,

la seconda ottunde,

la terza ammazza.

Cazzo e stracazzo!

Tutti e tutto in culo, porca paletta!

Red, adesso, abita da me,

in un monumento barocco di pietra bianca di Noto

che ho edificato per la vittima ignota del coronavirus,

la persona felina più bella del mondo,

Red,

Pietro primo il piccolo.

Lugete Veneres Cupidinesque,

come ho pianto io

in quel giorno di tanta malora,

di stravento e di naufragio.

A barca rotta ogni vento è ostile.

A Milano non crescono le lattughine e i fiori di zucca,

non crescono i lampascioni e la valerianella,

crescono soltanto candele di sego e di formentone

per ricordare il Natale degli umili e dei giusti,

la nascita dei vespri siciliani

e dei cardoni amari della betulla,

per onorare il lutto di Natale e di Pasqua,

la piccola vita svanita nel nulla

di un arrivo previsto e mai pervenuto,

i mai nati ma nati,

i vissuti mai adeguatamente.

Onde di luce,

candele accese nei borghi della metropoli

e nelle contrade dello spazzacamino,

il povero lavoratore del fumo che non feconda,

non scopa la fuligine,

non pulisce la ragnatela,

non fuligina e non fulighia,

come Tonino il carpentiere

che non ha più i ferri del mestiere

ed è costretto alla sua cassintegrazione,

a farsi una sega, insomma.

E così le donne felici ristagnano a braccia vuote

con una perdita difficile da elaborare,

neanche con una nuova formidabile gravidanza,

neanche dal più costoso degli psicoanalisti freudiani e non.

Ma queste son tutte cazzate,

sono solo canzonette smunte da minchie e da tette.

A Milano ci sono le ville del popolo,

le case sospese sull’arcobaleno a equo canone,

le case di Giufà e di Barbazucon,

le case dei casini e dei tiramisù,

le dimore che echeggiano di odori osceni,

quelli della povera gente berluscata

che veniva dal Sud con il treno del Sud.

Oh, brutta razza di minchioni!

Oh, emerite teste di cazzumst!

A Milano crescono soltanto i trunzi re brocculi.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 10, 06, 2022

DORMIVEGLIA

Zia!

Dimmi, bambina.

Mi fai un gatto?

Non posso.

Pecché?

Perché sono una donna.

Le donne fanno i bambini

e le gatte fanno i gatti.

Zia!

Dimmi bambina.

Mi fai una gatta?

Zia,

Quand’ero pica dicevo Camon gande gande.

È vero, bambina.

Adesso come dici?

Camon gande gande.

Ricordi prima di andare a dormire.

Infanzia azzurra,

meravigliose parole sospese nella memoria.

Grandi camion pieni di puro istinto poetico,

natura.

Tu sei il mio camon gande gande

e, forse, anche un gatto.

Mi fai una gatta?

 

Sabina

 

Trento, 01, 07, 2022

 

A CICIOCIACIO

Che non si dica mai un giorno

e in giro per le contrade sgarrupate dell’ameno Carancino

che io non ho parole per te,

mentre gli altri parlano di te

e hanno parole per te,

dicono parole a te,

dicono e parlano di te.

O parola,

o parola,

parola su parola,

parola contro la parola,

parola abusata,

parola vituperata,

parola ingiuriata,

parola di quel Verbo che fu in principio

e poi sparì dalla circolazione

perché diventò Fatto,

perché si fece carne

per abitare con noi in tanto bordello

con una donna di provincia,

la Maria Maddalena

che aveva un gatto

che non eri tu.

E tu che fai?

E tu che dici?

O Ciciociacio,

questuante

petulante,

richiedente,

postulante,

impertinente,

insolente,

esigente,

cigolante,

rinculante,

rimpallante,

richiamante,

rimbalzante.

Ciciociacio vivente

incallito,

tracotante,

replicante,

sacripante,

mestierante,

criticante,

un gatto maldestro della Destra felina,

uno che si fa un baffo della Sinistra

e dei tortelli in brodo di Crapa Pelata,

che sarei io,

io che sono il tuo peggiore amico,

un illusionista,

un narcisista,

un commediante,

un parolaio,

un ladro di polli verbali,

un quaraquaquà delle migliori risme,

il tuo sponsor per l’oggetto della scena del crimine:

l’amore di un gatto per un povero uomo.

 

Salvatore Vallone

 

Carancino di Belvedere, 20, 04, 2022

 

DIALOGO DI UN CONTASTORIE E DI UN TERZO PASSEGGERE

Anankè,
mio caro Democrito?
Dimmi orsù,
o brutto cagnaccio materialista di Abdera,
di questa eterna naturale Necessità
che tende i rigogliosi atomi verso la vita del nostro Tutto
e li combina in colossali e variate fusioni
come uno chef vanaglorioso e volgare
che insulta dagli schermi televisivi
la memoria delle nostre gloriose madri
con l’inciuciare il superfluo e il banale
in un piatto di oscure tendenze e di incerte disposizioni.
Dimmi orsù,
o rude composto di morbida carne,
di quest’anima materiale coesa,
di questa materia animata intrippata
e sempre in odore di universale santità.
Dimmi, orsù e suvvia,
di questo umano travagliato peregrinare
che ottunde e disgrega il composto degli atomi
con il peso degli anni e la malasorte dei borghesi politicanti
e lo destina a quella Morte da cambiamento d’insieme
come in un nuovo arredamento d’ambiente
nel migliore showroom di Nervesa della Battaglia,
quello propinquo al cimitero monumentale della vittoriosa guerra 15-18,
la Guerra Granda,
dove Pasquale Squillaci da Siracusa riposa
con le sue ossa rotte e il baricentro sfondato da una crucca granata.
Dimmi orsù,
caro il mio filosofo materialista del cazzo,
dell’angoscia del tempo che verrà
in questa breve stagione di vita mortale
che tarda a veder l’oblio del risveglio,
che s’inarca nel cielo stellato delle tre sorelle,
Cloto, Lachesi e Atropo,
colei che fila,
colei che intreccia,
colei che taglia,
le ineffabili Moire che abitano quel Cielo
dove Orione pose li suoi riguardi
e i suoi intrighi erotici luminosi:
tre stelle in fila e sempre disposte.
Dimmi orsù,
o generoso benefattore della tua angoscia,
dimmi dell’attesa del Nulla eterno
e della malattia mortale di Epicuro e di Soeren,
di Martin e di Jean Paul,
della follia da fantasma di morte di Friedrich
quando abbraccia in piazza Savoia
il cavallo frustato dal nerboruto infame cocchiere,
dimmi di coloro che hanno fatto senza viltà il gran rifiuto,
come Cesare e Cesarina,
come Michele e Michelina,
come Luigi e Gabriella,
come tutti quelli che l’animo schiudono alla buona novella
al pensiero che gli atomi sono ciambelle con il buco.
Dimmi soltanto
se si tratta di nobili unità senza parti,
uniche ed eccezionali,
diverse per forma, posizione e ordine,
come spiegò l’insigne Stagirita
prima di essere eletto nell’agorà di Roma
nella lista dei fancazzisti e dei crumiri,
nella lista degli sposi e dei firmati,
nella lista dei chirurgi estetici
e degli esteti castrati dalle madri.
Dimmi,
o gran figlio di una mignotta,
se il tuo Tutto inizia da una spruzzata
di sangue mestruale e di merda infantile
nell’ampio lenzuolo bianco
che la Carmela da Calascibbetta ha steso sul suo letto verginale
per dimostrare domani al mondo la sua verginità
e la sua capacità di concepire bambini felici.
Ma tu insisti e persisti
nel dire che è tutta una questione di atomi
e io non reggo più le prediche dei preti
in quest’Italia garibaldina e a misura di talent scout.
Io,
intanto e per gradire,
ascolto Quinto Orazio Flacco,
l’epicureo romano de Venosa,
il basilisco de Roma
che fa il tifo per la società sportiva Lazio,
il football club della via Prenestina,
là dove i bambini e le bambine giocano
con palle di ruvida pezza,
con palle di gomma bianca e puzzolente.
All’uopo e alla bisogna dice il suddetto:
“aequa lege Necessitas
sortitur insignis et imos,
omne capax movet urna nomen.
La Necessità con giusta Legge
trae a sorte i grandi uomini e gli umili;
l’urna capace agita ogni nome.”
La Necessità è l’Anankè
e l’Anankè non è il Fato,
non è la Parola che è stata detta,
profferita,
sigillata,
l’inequivocabile Verbo incarnato e imposto
semplicemente perché è la sola e l’unica Verità.
La Necessità è nei corpi
che anelano quel divenire
che conduce alla Morte:
punto e basta!
Dimmi allora dell’Uomo,
del suo Verbo.
Dimmi anche del gatto Coraggiosetti
e del suo Verbo miagolato in moduli ironici
o in caselle contrassegnate degnamente da Arcaplanet.
Quali Parole e quale Anankè
in noi miserabili umani che uccidiamo un povero rapinatore,
anche due alla bisogna e all’americana,
senza colpo ferire
e inneggiando alla sacralità della proprietà privata?
Quali Parole e quale Anankè
nel gatto Pietro sempre in cerca di potta
negli anfratti del suo podere di tre tummini
e negli scaffali di Amazon & compagnia cantante?
Ma tu non parli
e sei sordo alla mia gioia,
tu non parli
e sei muto al mio cantare
di uomo che sogna
e sognando trascolora
in attesa del sogno ultimo e dell’ultimo sogno,
il Bardo.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 30, aprile, 2021

ODE IN LODE DI PIETRO

ODE IN LODE DI PIETRO,

IL GENTILGATTO DETTO PIERO

“Piero Pierin,

Piero Pierin,

Piero Pierot,

nel caffellatte io c’intingo i tuoi cingot.

Il gattone me lo mangio con la panna e col giambon,

Piero Pierin,

Piero Pierin,

Piero Pieron.”

Se tu sei un felino,

io sono Raul Siddharta Encumeni:

un nessuno muschiato con un niente,

un chissachì oltremodo anonimo e ignoto,

un quaracquacquà inetto e indolente

di cui a suo tempo parlò Leonardo Zarathustra

insieme alla sua civetta e nel giorno a lei dedicato.

Eppure io sono io e tu sei tu,

io sono Salvuccio Sinagra,

detto padre Carnazza,

tu sei Pietro,

detto Piero,

un soriano orientale alla Sandokan

che salta e s’avventa sui sorcini di campagna,

un molle pagliaccio francese

che ama i massaggi shiatsu sul collo pendulo

in ricordo della mamma gatta.

Eppure tu non sei un gatto,

perché si vede e si sente da lontano

che sei un gran pezzo di pane casereccio

condito con olio extra-illibato e origano dei monti Iblei,

perché si vede e si sente da vicino

che sei un favo ripieno di miele dolciastro e appiccicoso,

sempre degli stessi monti annoiati e distesi presso Sortino,

perché si vede e si sente da lontano

che sei un vivente dai miti consigli e dai pessimi intrighi,

un incallito e irresponsabile seduttore

che non ha scritto nessun diario

perché vive la sua vita alla menomale,

alla menopeggio,

alla menesbatto,

alla menopiù, più che alla menomeno,

ma soprattutto sei un vivente libero

che non si lega a nisciuno

semplicemente perché non sei un fesso

e accà tutti lo sanno.

E tutto questo si vede e si sente da lontano e da vicino.

“Piero Pierin,

Piero Pierin,

Piero Pierot,

nel caffellatte io c’intingo i tuoi cingot.

Il gattone me lo mangio con la panna e col giambon,

Piero Pierin,

Piero Pierin,

Piero Pieron.”

E allora?

Allora,

dimmi orsù,

o signor Pietro,

cosa nascondi di buffo sotto i baffi a sventola,

mentre rumini le salsiccette texane di un siculo Mc Donald?

Non gradisci la paprika perché ti irrita il retto?

Sai quante slinguate occorrono

per richiamare all’ordine la mucosa e le sue degne comari?

Lo sai, lo so.

Lo so che lo sai.

Tu sai tante cose

perché hai il gusto e l’olfatto delle cose:

poche, ma buone e al momento giusto.

Tu non parli il greco e il latino,

non conosci l’inglese e l’arabo,

il russo e il cinese,

ma hai mille e mille altre virtù,

come diceva Giosuè ai cipressetti di Bolgheri

e alla sua Tittì che piangente l’aspettava.

Tu sai sculettare di sbieco e di squincio

sulla strada che porta da Detroit a Santafè

passando per una mitica Cefalù,

sai balzare da una sponda all’altra di oceani maldestri

per accalappiare al volo un cefalo sciocco

da arrostire dentro un cartoccio argentato.

Tu sei per me una presenza inquietante,

un ectoplasma girovago e clandestino dentro un castello medioevale,

un inciucio etologico tra professori illustri e gattofile massaie,

un insulto all’homo sapiens e ai facsimili cosiddetti,

un nobile puttaniere da bordello di Malta

che aspetta nella Marina di Ortigia il panfilo delle belle ragazze

per attraversare il siculo canale

tra acide tempeste ormonali

e schizzi volanti di piscio maleodorante

incisi sui bianchi muri della mia modesta e modica magione.

O gatto infame e in odore di mafia,

lasciati sognare con la libido genitale in corpo

e con gli investimenti psicofisici giusti e naturali,

lasciati adorare la vecchia pellaccia rossa e bianca,

linda e tersa come le trippe del megastore dei nuovi dettaglianti,

lasciati onorare sul tuo altare di solitudine

con le penne al vento degli sciocchi bersaglieri

che sempre corrono e mai si fermano,

come i pompieri di Viggiù che quando passano i cuori infiammano,

lasciati afferrare con le cariche di bellezza dei tuoi irruenti atomi

destinati a un obbrobrioso spezzatino di manzo e maiale,

lasciati blandire con le solite litanie di nonna Lucia

e delle vecchiette intrepide e sempre in lutto

che nella chiesa di san Paolo celebrano i loro nobili trofei.

Lasciati fare e lasciati servire, o gatto delle mie brame!

Sai che non sono buddista e tanto meno cristiano.

Mi porto dietro qualcosa di arabo

da sotto le sottane di mia madre

per la solita paura di essere lasciato da solo

a ballare il paso doble

in un convento di frati o in un collegio di suore,

come gli orfanelli politici del Fascismo e delle sue guerre intelligenti.

Sai che preferisco camuffarmi da ebreo errante

solo perché mi piace andare in giro su evanescenti vascelli

e non perché sono convinto della bontà

di questa logorata e logorante giostra religiosa

dei cavallucci penduli e impennacchiati

e delle macchinette appositamente gommate per lo scontro.

Io,

di mio e d’altrui,

non credo a quello che vedo.

Figurati se mi abbandono a quello che tocco!

Non sono mica Masino,

il direttore della nuova novella 2000,

non voglio mica la luna,

come la cantante dal fiore liso.

Io sono soltanto un assaggio del linguaggio del Verbo,

un misero cumulo di parole a tinchitè

che oggi ti sparo con la mia scacciacani nuova di zecca,

io sono un bossolo verbale

che ti arriva prepotente addosso

soltanto per amore e per rispetto,

che a te chiede e da te vuole sapere la verità,

l’aletheia,

quella che non si nasconde dietro quello che si vede,

il noumeno nel culo del fenomeno.

Io voglio sapere chi sei in persona,

o brutta bestiaccia

dalla lingua ruspata tra rosee labbra

che penzola da due occhi serrati

e dondola tra le meraviglie dei soliti due occhi di verdastro incantati

e conditi con scaglie di pistacchio speciale di Bronte.

Io voglio ancora sapere perché,

quando arrivo,

tu mi senti,

mi vedi,

fai la tua pipì sul mio davanzale

e fuggi nell’eden dell’ameno Carancino

mostrandoti ai miei occhi increduli e incerti

nella forgia del severo padrone di un lindo b&b

deluso dal suo ospite ingrato

che gli ha fregato la trombetta a sonagli

e gli asciugamani colorati da bidet,

arrabbiato con il governo ladro di polli

e fornitore indiscusso di pampers televisivi agli incontinenti.

Perché questa insolenza d’amore e odio, o mio gatto preferito?

Merita tutto questo Salvuccio Sinagra, detto padre Carnazza?

Non pensi che meriti di peggio?

E poi, perché fuggi?

Non vuoi mostrarmi i tuoi occhi appiccicati dall’umore delle lacrime

e arrossati dal siero di un pesante raffreddore da fieno?

Tu sei un signore sensibile,

ancor prima di essere gentile

e allora giri,

rigiri

e non ti lasci corrompere dalle nuove fattezze

che i tristi tempi impongono dall’alto di un Comitato scientifico:

la mascherina di gran moda e la distanza di sicurezza,

l’assembramento fuori moda e fuori stagione,

il cu futti futti e dio pirdona a tutti,

i dindi,

i tanti dindi che non piovono mai e abbastanza

sul desco fiorito di occhi di bambini,

i skei,

i tanti skei che cadono sempre sul bagnato

per la voracità dei soliti ignoti

che mangiano e cagano continuamente le polpette di zio lupo,

per l’accidia degli stenterelli

che non conoscono la lingua patria

e parlano alla Jacques,

senza capirci un cazzo e tanto per dire.

E dove mettiamo

i soliti narcisi che hanno ingoiato una superba caretta caretta

che è rimasta proprio sullo stomaco

e le varie e vaste mele al sole in attesa di disidratarsi

con lo spaghetto tra le labbra grandi e piccole

sulla sabbia dorata della spiaggia di una pazzoide Avola

tra cosce cadenti e lune pensanti,

tra mandarini tardivi da sbucciare e mandorle amare da gustare,

tra carati di carrube e intingoli di creme alla marinara.

Vedi cosa mi tocca vedere,

o gatto delle mie brame,

o gatto delle mie speranze perdute in un cesso pubblico

del lindo autogrill dell’autostrada

che da Firenze Scandicci porta ad Arezzo nord,

da Matteo l’evangelista ad Amintore il chierico!

Ormai si sa anche nel quartier del Piave

che tu sei un gatto codardo e infingardo,

una bestia rara senza stivali

che salta su un olivo antico

per nascondersi agli occhi delle gentili donzelle

che al tempo giusto bramano i cingotti,

quelli che hai ben sistemato ed esibisci prima della coda,

quella coda che non mordi e non rincorri più

da quando hai capito il bello e il ballo della vita.

Altro dirti non so,

credimi

e credi sempre al tuo persistente Salvuccio Sinagra,

detto padre Carnazza,

e alle sue parole sparse noiosamente allo Scirocco

e riprese al volo da quel severo Libeccio

che di certo non benedice quello che tocca

con le sue sonore frustate di bianco vestite

tra i massi di languido calcare

e pronti per un anonimo e tisico scalpellino

che rifonderà il Barocco

attendendo la silicosi per sé e per i suoi dodici figli.

“Piero Pierin,

Piero Pierin,

Piero Pierot,

nel caffellatte io ci intingo i tuoi cingot.

Il gattone me lo mangio con la panna e col giambon,

Piero Pierin,

Piero Pierin,

Piero Pieron.”

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 16 settembre 2020