ALL’AMICA MIA

Vano e vario è il mondo,

esso è un’inutile corsa dietro il vento.

Oggi va così,

ho una lama che si fa spazio dentro il petto,

la mia Flavia è giunta alle porte dell’Ade

e attende di entrare.

Scrivere è il mio modo di andarla a trovare,

devo fermare il tempo per accettare il suo silenzio.

Ora che il tempo è abbondanza,

non posso partire alla volta del tuo tumulto,

amica cara di una vita,

amica mia.

Che beffa,

se ci pensi,

che maschera di scherno ha indossato il destino

sfidando la quaresima.

E così non posso venire a salutarti,

a trattenere la disperazione

che mi assale davanti ai tuoi occhi verdi da fata degli elfi.

Non posso tributarti il comportamento dignitoso

di chi non antepone il suo strazio alla tua morte.

Amica mia,

amica di una vita,

muori in una città che non è tua,

in una stanza ordinata dove l’emergenza,

che non ti ha sfiorata,

obbliga l’amore dei tuoi figli e di tuo marito ai turni.

Non ci sarà nemmeno il funerale,

non è tempo di riti e di asfodeli.

Hai chiesto di ricordarti con un rinfresco,

quando tutto sarà finito e tutto,

ora,

è anche questo tutto,

non solo la tua vita.

Mischiano il grande tutto,

ma io sono piegata dalla differenza

tra il tuo tutto e tutto il resto

e sono diventata brutta a forza di piangere.

Se mi vedessi!

Sembro un rospo.

Tu sei una principessa, come sempre.

Nessuna tempesta abbruttisce una rosa.

Oggi sono da te,

la mia mente è una stanza grande

dove parliamo fumando di nascosto.

Sei venuta a trovarmi nei miei sogni,

questa notte.

Lo so che lo sai.

Resta ancora un po’,

fammi compagnia.

Simona

Varese, sabato 21 del mese di Marzo dell’anno 2020

UN PADRE DA CONFORTARE

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Ero in mezzo a tanta gente a un funerale.
Fra le persone, a un certo punto, vedo mio padre che sta piangendo e si appoggia con il capo sulla spalla di un altro uomo, suo amico, per cercare conforto.
Appena lo scorgo, corro da lui per essergli vicino.”
Poi mi sveglio.

Questo sogno appartiene a Magritte.

DECODIFICAZIONE – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Il “funerale” ricorre spesso nei nostri sogni. E’ un rito primordiale e misura la differenza culturale tra gruppi umani e tra uomini e animali. La modalità in cui si svolge attesta del grado di civiltà di un popolo. La Civiltà è la sintesi qualitativa della Cultura. Quest’ultima si attesta nell’insieme degli schemi interpretativi ed esecutivi della realtà che un popolo storicamente elabora. I pregi di una Cultura sono l’accessibilità mentale e il pragmatismo, la facilità a comprendere gli schemi e a dare la risposta utile ai bisogni della gente. E’ importante che gli schemi siano “cartesianamente” chiari e distinti in maniera di essere capiti e agiti da tutti.
Il “funerale”, come si diceva in precedenza, è uno schema culturale atavico che si è tradotto storicamente in un rito sacro o profano, religioso o laico, ma non ha variato il suo valore simbolico, a conferma dell’universalità nel tempo e nello spazio del suo significato profondo: il “funerale” è un esorcismo e una “catarsi” dell’angoscia di morte, una benefica e salutare “razionalizzazione” del “memento mori” o “ricordati che devi morire”, il tormentone dei frati “trappisti”. Nell’evoluzione storica cambia la Cultura ma resta il significato simbolico dei riti e delle procedure formali. La parola “funerale” deriva dal latino “funus” che si traduce nell’italiano “fune” e si riferisce al rituale di depositare la bara del defunto nella fossa proprio calandola con delle funi.
Il sogno di Magritte sviluppa fondamentalmente l’angoscia legata alla possibilità della morte del padre all’interno di una cornice “edipica”, un sentimento d’amore verso il padre riverberato sulla futura e fatale morte. In tale contesto psicodinamico Magritte non trova di meglio che assumere il ruolo di “confortatrice” del padre nel seguirlo in vita verso il suo funerale.
Ricordo che il “conforto” traduce dal latino il “portare insieme”, quei doni alimentari che concretamente si offrono ai familiari sopravvissuti del defunto in segno di preoccupazione per l’affanno della morte e di sollievo per consentire loro il naturale decorso del dolore. In senso traslato e, di poi, simbolico il “conforto” e un tentativo di assimilazione del dolore altrui che consente la riduzione e il sollievo dell’angoscia globale legata alla morte e alla perdita depressiva. Voglio significare che ogni funerale evoca la nostra morte e la morte in generale o “nostra sora morte”. La figlia si preoccupa per il padre e vorrebbe assumere su di sé parte del suo dolore e parte della sua angoscia.
Ricordo, di passaggio, la differenza psicologica tra “dolore” e “angoscia”. Il dolore ha un oggetto preciso e richiede la consapevolezza, l’angoscia non conosce l’oggetto e non ha consapevolezza per cui si somatizza con la morsa alla gola e le agitazioni neurovegetative. Ho paura di un qualcosa e la “razionalizzazione” mi aiuta a stemperare la tensione e possibilmente a superarla. L’angoscia, invece, la subisco e devo farla diventare dolore per ridurre la sua consistenza neurovegetativa. L’angoscia di morte si compiace di manifestarsi nel simbolo, nel sintomo e nel sogno, in quei fenomeni psicofisici spontanei che non possono essere controllati. Secondo il filosofo danese Kierkegaard l’angoscia era la malattia mortale dell’uomo, la sua essenza da espiare nella sua esistenza superando la materia e ricollegandosi senza alcuna sicurezza e garanzia a quel Dio da cui in origine il capostipite Adamo si era distaccato peccando e guadagnando proprio la morte per tutto il seme umano. Leggete al proposito “Il concetto dell’angoscia e la malattia mortale”. Per la Psicoanalisi l’angoscia è legata al materiale psichico, in specie sessuale, ingestibile dalla coscienza dell’Io e di conseguenza rimosso o trattato dai “meccanismi psichici di difesa” in attesa di essere razionalizzato e che l’Io si riappropri dell’alienato. Sull’angoscia di morte è necessaria la consapevolezza del “memento mori”, non reiterato a ogni incontro come sadicamente operato dai Cistercensi, ma come diceva Epicuro: bisogna liberarsi dall’angoscia con la consapevolezza che l’esperienza della morte è impossibile e che la morte fisica non può essere esperienza vissuta: “quando c’è la morte, non c’è la vita e quando c’è la vita, non c’è la morte”. Pur tuttavia, l’unica morte possibile in vita è la morte psichica, la depressione, la maligna e infausta sindrome legata al distacco e alla perdita affettive, quella legata all’ampliamento del primario “fantasma di abbandono” elaborato mentalmente durante il primo anno di vita. Su queste linee psichiche profonde va anche ricondotta la psicodinamica dell’autismo.
Mi sono dilungato abbastanza, per cui non mi resta che procedere con la decodificazione del sogno di Magritte.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Ero in mezzo a tanta gente a un funerale.”

Magritte è una donna che socializza e riconosce se stessa in mezzo alla gente, “tanta gente”, tanti altri da sé, tanti oggetti possibili d’investimento della sua “libido”. La sua collocazione spaziale è nel “mezzo” a testimonianza di una totale assenza di fobie e di una totale presenza di disinibizioni sociali. Magritte ama essere al centro e si riconosce tra “tanta gente”. Mi piace precisare quanto importante è per l’evoluzione e la formazione psichiche del bambino la socializzazione e le persone che lo circondano, la gente che va e viene, gli altri che permettono un confronto e un riscontro sano e profondo. La gente siamo noi e noi siamo figli della gente semplicemente perché gli altri ci permettono di individuarci come soggetti già soltanto per il fatto di starci attorno. Dopo lo “stadio dello specchio”, dopo aver riconosciuto se stesso e il suo “Io”, il bambino abbisogna di distinguersi dagli altri e nell’individuarsi riconosce l’importanza di relazionarsi. Questo cenno teorico serve ad allargare la visuale del sogno di Magritte verso l’interesse di chi legge. La nostra protagonista ama la gente e il primato sociale, la compartecipazione e la solidarietà, ma si trova in un evento culturale e psichico molto preciso e drammatico, il “funerale” di cui ho già detto abbondantemente nelle “Considerazioni”. La folla e la gente celebra un esorcismo e una “catarsi” dell’angoscia di morte e si riconcilia con la vita e la vitalità per riprendere alla grande le normali attività dell’esistere: “fantasma del sopravvissuto”. Magritte introduce immediatamente il suo “fantasma di morte” e il suo controllo difensivo dell’angoscia di perdita depressiva a esso collegata. Da un esordio ambivalente viene fuori il buono della “tanta gente” e il dramma del rito della morte. Vediamo dove Magritte va a parare con il suo sogno e con la sua psicodinamica.

“Fra le persone, a un certo punto, vedo mio padre che sta piangendo e si appoggia con il capo sulla spalla di un altro uomo, suo amico, per cercare conforto.”

Magritte prende consapevolezza della figura paterna, “vedo mio padre”, della sua carica relazionale, della sua predilezione a stare con la gente, “fra le persone”, della sua umanità solidale, della sua debolezza o forza nel “cercare conforto” in un “suo amico”. Magritte prende anche coscienza della sua gelosia nei riguardi della vita sociale del padre e della rete degli affetti che ha intessuto. Sicuramente si tratta di una “regressione” e di una “fissazione” all’infanzia e alla “posizione edipica” nello specifico, a quando lei bambina era particolarmente attratta da questa figura maestosa e umile, forte e debole, un uomo che doveva condividere non soltanto con amici e conoscenti, ma anche con la madre. Ma di quest’ultima figura non c’è traccia. Degna di nota è la romantica postura del capo sulla spalla di un amico nella ricerca del “conforto”. Quest’ultimo si attesta nel portare un qualcosa di concreto sotto forma di solidarietà e di condivisione. Il padre di Magritte “sta piangendo”, libera emozioni profonde di fronte al funerale operando la “catarsi” dell’angoscia di morte. Dimenticavo: “l’amico” è la “traslazione” difensiva del desiderio affettivo di una Magritte in versione maschile che attesta di una buona identificazione nel padre e di un apprezzamento consistente dell’universo maschile.

“Appena lo scorgo, corro da lui per essergli vicino.”

L’attrazione fatale verso il padre si manifesta in maniera delicata e arriva alla consapevolezza di Magritte, “lo scorgo”, per concludersi in una romantica corsa verso di lui per essere il suo conforto al posto di un anonimo amico. La figlia brama essere il soggetto privilegiato delle relazioni paterne e questo è un “fantasma” dell’infanzia e dell’adolescenza, una pulsione “edipica” molto delicata nelle sue movenze e molto graziosa nei suoi desideri. Nulla di volgare è presente in questo desiderio della figlia di essere l’oggetto privilegiato delle pulsioni e degli investimenti del padre. Questa è la versione adulta della “posizione edipica”, quella che si presenta nel teatro psichico verso i quarant’anni, una relazione d’affetto in vista del fatto che si avvicina il funerale del padre. Magritte è apprensiva di fronte al tempo che passa e che avvicina la perdita del padre. In vita vuole godere del padre, vuole goderselo come se fosse il suo nume tutelare e vuole approfittare di ogni momento per stargli vicino. Alla paura di perderlo si associa il sentimento della gelosia verso l’amico o le persone anonime che sono ammesse alla presenza del padre.
Questo è quanto dovevo al sogno di Magritte.

PSICODINAMICA

Il sogno di Magritte svolge la psicodinamica “edipica”, relazione conflittuale, e compone il “fantasma di morte” con l’amore sublimato nei riguardi del padre. Il sentimento della gelosia non travalica nel bisogno di possesso, ma si purifica nel desiderio di vivere con dolcezza affettiva e di godere la figura paterna vita natural durante.

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

Il sogno di Magritte contiene i seguenti “simboli” che ribadisco per una migliore comprensione della decodificazione e della interazione analitica: “gente” o altro da sé e relazione sociale, “funerale” o fantasma di morte e distacco e perdita depressiva e rito e memoria, “padre” o archetipo e posizione edipica e istanza “Super Io”, “piangendo” o scarica isterica e catarsi del dolore, “capo sulla spalla” o condensazione di ragione e coraggio, “amico” o oggetto transferale e alleato psichico, “conforto” o affettività concreta, “scorgo” o istanza razionale intuitiva dell’Io, “corro da lui” o relazione di soccorso con investimento di libido, “vicino” o prossimità affettiva.

Il sogno di Magritte elabora gli “archetipi” del “Padre” e della “Morte”.

I “fantasmi” chiamati in causa da Magritte nel suo sogno sono del “padre” e di “morte” all’interno di una cornice “edipica”.

Le istanze psichiche presenti nel sogno di Magritte sono le seguenti: “Io” o vigilanza razionale in “vedo” e in “scorgo”, “Es” o rappresentazione dell’istinto in “funerale” e in “piangendo”, “Super-Io” o censura morale e limite in “mio padre”.

La “posizione psichica” richiamata e usata da Magritte nel sogno è chiaramente quella “edipica”: “vedo mio padre che sta piangendo e si appoggia con il capo sulla spalla di un altro uomo, suo amico, per cercare conforto. Appena lo scorgo, corro da lui per essergli vicino.”

I “meccanismi psichici di difesa” dall’angoscia sono i seguenti: la “condensazione” in “funerale” e in “padre” e in “gente” e in altro, lo “spostamento” in “amico” e in “capo sulla spalla” e in “corro da lui”, la “drammatizzazione in “corro da lui per essergli vicino.”, la “traslazione” ancora in “amico”.

I “processi psichici di difesa” dall’angoscia sono la “sublimazione” in “corro da lui per essergli vicino.”, la “regressione” nei termini richiesti dalla funzione onirica ossia “topica” e “formale” e “temporale” con le allucinazioni e l’aspetto immaginifico, nonché con la “posizione edipica”.

Il sogno di Magritte evidenzia un tratto consistente ed essenziale “edipico” all’interno di una “organizzazione psichica reattiva genitale”: amore sublimato nei confronti del padre e capacità di investimento attraverso il “conforto”, il prendersi cura di lui e goderlo mentre è in vita.

Le “figure retoriche” formate dal sogno di Magritte sono la “metafora” o relazione di somiglianza in “funerale”, la “metonimia” o nesso logico in “capo sulla spalla” e in “conforto” e in “corro da lui” e in “vicino”, la “enfasi” o forza espressiva in “Appena lo scorgo, corro da lui per essergli vicino.” Il sogno di Magritte si snoda con una vena narrativa e logica consequenziale secondo una poetica realista.

La “diagnosi” dice di una sindrome edipica all’interno di un “fantasma di morte”. L’angoscia della morte del padre rievoca il forte legame conflittuale, vissuto nell’infanzia e nell’adolescenza, senza le punte critiche dell’angoscia depressiva, ma secondo le coordinate di una “sublimazione della libido” da parte di una figlia che aspira a prendersi gelosamente cura del padre.

La “prognosi” impone a Magritte di assecondare il bisogno di accudire la figura paterna in prospettiva della morte e di goderne la persona con la frequenza adatta ai suoi bisogni di recupero. Più padre, meno colpe: meno colpe, meno sintomi.

Il “rischio psicopatologico” si attesta nei sensi di colpa irreparabili che possono diventare sintomi in attesa di espiazione: “conversione isterica” e “formazione di sintomo” con il “ritorno del rimosso”.

Il “grado di purezza onirica” si attesta nell’ordine del “buono” nonostante la narrazione discorsiva. Il sogno è intriso di simboli che garantiscono la purezza della trama.

Il sogno di Magritte può essere scatenato da una preoccupazione nei riguardi della salute del padre o dalla visione o partecipazione a un funerale.

La “qualità onirica” è nettamente “simbolico discorsiva”.

Il sogno di Magritte si è svolto nella terza fase del sonno REM alla luce della sua chiarezza discorsiva e del suo contenuto simbolico. Le emozioni in atto giustificano la fase suddetta.

Il “fattore allucinatorio” si attesta nel senso della “vista” in “vedo mio padre” e in “lo scorgo”. La sensazione del movimento si attesta in “corro da lui”.

Il “grado di attendibilità” della decodificazione del sogno di Magritte può essere stimato nell’ordine del “buono”: si avvicina all’oggettività. Il grado di fallacia è, di conseguenza “scarso”.

DOMANDE & RISPOSTE

La decodificazione del sogno di Magritte è stata sottoposta alla lettura e all’analisi di una collega anonima che alla fine ha posto le seguenti domande.

Domanda
Lei ritiene che i genitori nella loro vecchiaia vanno adottati dai figli. Perché?
Risposta
La “posizione edipica” non si risolve mai del tutto, si evolve e si ripropone camuffandosi alla ricerca di una sistemazione risolutiva che non può esistere. Siamo costretti dalla nostra formazione psichica a portarci dentro e dietro i genitori con un senso di sacro e di mistero incorporato nei loro corpi e nelle loro menti, come erano fatti e cosa pensavano. Le pulsioni edipiche vanno sempre dirigendosi verso la migliore “sublimazione” possibile e i sensi di colpa si alleviano cammin facendo. Adottare non significa essere fusi e confusi e tanto meno esercitare un potere, significa prendersi cura della loro persona secondo le linee direttive di un “riconoscimento” psichico sempre più completo delle loro figure, del simbolismo delle origini e della nostra identità psichica. Inoltre, la presa in carico psicofisico dei genitori da parte dei figli provvidi impedisce ai sensi di colpa, che inevitabilmente chi muore lascia in eredità, di convertirsi in sintomi psicosomatici e in disturbi nevrotici. In passato, quando non esisteva l’INPS, i figli provvedevano al mantenimento materiale dei genitori e maturavano in maniera veramente solidale e “genitale” le pulsioni edipiche vissute nell’infanzia.
Domanda
E’ una teoria psicologica ed è anche un suo consiglio?
Risposta
Ha perfettamente ragione, cara collega. E’ un vissuto mio che ho esteso alla sensibilità della gente che ho frequentato e spesso con riscontri positivi. Si vede chiaramente nel sogno di Magritte che la sua esigenza profonda è quella di prendersi cura del padre nella vecchiaia, sia per affetto e sia per alleviare i suoi sensi di colpa, un’evoluzione del sentimento d’amore, una “sublimazione” delle pulsioni di un tempo. Le faccio io una domanda: cosa pensa delle case di riposo per anziani?
Domanda
Sono strumenti moderni per i nostri tempi. Quando sono ben gestite sono positive.
Risposta
Sono l’anticamera della morte. Accorciano la vita perché ridestano il “fantasma di morte e di abbandono”. Queste persone, anche quando sembrano senza consapevolezza, hanno sprazzi di lucidità sulla loro fine e si difendono con le varie forme della demenza. Le racconto un episodio che mi è appena successo. Passeggiavo nel lungomare della lucente cittadina di Avola, famosa per le mandorle e il vino “nero” nonché per i cannoli alla ricotta della famosa e famigerata pasticceria Girlando, una strada ampia e fiancheggiata da una miriade di case di riposo per anziani, l’affare dei nostri giorni assieme alle case vacanza. Comunque per farla breve, un vecchietto, chiuso nell’elegante recinto della sua nobile dimora, mi ha gridato “assassino, assassino!” con forte enfasi. Era in fase delirante per chi l’accudiva e in “demenza senile” per lo psichiatra. Niente affatto! Il vecchietto diceva la sua verità, era molto lucido e profondo, dava voce al suo “fantasma di morte” ridestato e rivissuto in quel lussuoso lager e lo traslava su di me. Io ero colui che l’aveva ucciso relegandolo in quell’anticamera della morte al posto dei figli o dei parenti che avevano fatto la scelta. In effetti, usava i “processi primari” e il meccanismo psichico di difesa dall’angoscia della “traslazione”. Sono ripassato dopo alcuni giorni e l’ho rivisto tranquillo, pardon sedato, seduto su una poltrona con lo sguardo rivolto alla luce accecante del mezzogiorno siciliano. Avrei voluto conoscere i suoi parenti, quelli che hanno disposto la sua reclusione dorata e la sua morte accelerata, per spiegare loro la crudeltà di una decisione apparentemente migliorativa e proficua.
Domanda
Quale intervento lei avrebbe voluto fare a questo signore?
Risposta
Semplicemente parlare con lui alla luce del fatto che qualcuno l’aveva ucciso e farlo ragionare su questo tema, farlo riappropriare dell’alienato interpretando gentilmente la sua accusa nei miei confronti. Sono sicuro che mi avrebbe detto: “mi stanu facennu muriri, aiutami”, “mi stanno facendo morire, aiutami”.
Domanda
Lei è ottimista, ma dimentica che la persona anziana ha anche un cervello vecchio e una mente conseguentemente degenerata. Non è solo una questione psicologica, è anche una questione di invecchiamento degli organi e delle funzioni.
Risposta
La “coscienza di sé” cessa nel momento in cui l’elettroencefalogramma è piatto. Anche quando ci troviamo di fronte al delirio di un anziano, bisogna considerare che si tratta di una produzione psichica che lo riguarda direttamente e che parla di lui e della sua storia. Se si decodifica il delirio si capisce che l’attività mentale è basata sui “processi primari”, quelli che formano il sogno”, ed è al servizio di un equilibrio psicofisico migliore possibile. Interpretare comporta il restituire una persona la vita e la vitalità anche nel dolore di una contingenza disgraziata come la malattia.
Domanda
Le sue sono ipotesi e convinzioni personali. Il delirio è una perdita di contatto con la realtà e, anche se si può capire, non apporta alcun vantaggio e sollievo per un anziano. Cambio argomento e le chiedo: la folla e la gente fanno bene alle persone, ma come la mettiamo con l’agorafobia?
Risposta
Non rispondo alla prima parte della sua domanda perché sarei volgare. “Avanti con il santo che la processione si ingruma”, dicono i Veneti sapienti. L’agorafobia si attesta nel timor panico che prende un soggetto di fronte a spazi aperti e a confusione di persone. Lo spazio è diventato il vendicatore delle colpe e il soggetto si sente braccato ed è convinto che deve rendere conto delle sue malefatte con la morte. L’angoscia lo attanaglia, il respiro non è fluido, i sintomi maligni conseguono secondo le proprie propensioni formative. Una forte componente psichica, che riguarda la relazione con i genitori, è contenuta nelle cause profonde degli attacchi di panico agorafobico. Per il resto, come ho detto nelle “Considerazioni”, la gente e la folla sono salutari perché consentono a una persona di dire a se stesso “io sono io e gli altri sono gli oggetti di investimento della mia libido”. Un bambino che cresce tra la gente corre meno rischi di malessere psichico rispetto a un bambino isolato che vive con le poche e le solite presenze fisiche.
Domanda
Lei ha sostenuto che la “posizione edipica” in versione adulta si attesta nella cura dei genitori. E i genitori come si atteggiano dentro?
Risposta
Sono pochissimi gli studi sulla Psicologia senile. I vecchi si maltrattano facilmente con gli psicofarmaci e non meritano di essere conosciuti meglio nelle loro umanissime psicodinamiche. Ai vecchi non si prescrive la psicoterapia, è tempo perso: così si pensa comunemente. Niente di più sbagliato. Alla sua domanda rispondo dicendo che il genitore anziano rispolvera la sua formazione psichica e il patrimonio di esperienze che ha accumulato e continuerà ad usare i suoi prediletti “meccanismi di difesa”. In ogni caso il genitore anziano gradirà qualsiasi attenzione nei suoi riguardi e non rifiuterà, di certo, la premura e la cura degli altri sempre restando nel suo ambiente e tra le sue cose, non in un lucido ospizio a duemila euro al mese.
Domanda
Grazie!
Risposta
Prego!

Per il sogno di Magritte ho trovato giusto ricordare un poeta della canzone, Charles Aznavour, lo chansonnier recentemente scomparso. Il testo scelto è “La mamma”, una lirica neorealista che tratta la prossimità a morire di una madre secondo la cultura armena di cui Charles era figlio. Degni di nota sono i modi affettivi e i riti sociali che accompagnano l’agonia della donna. La morte, secondo la cultura armena, va onorata e rispettata nel riconoscimento del valore della Madre e non di una madre qualunque. Si tratta dell’archetipo Madre, del simbolo universale calato in un rituale di riconoscimento e di comprensione emotiva. Nella mia infanzia siciliana ricordo perfettamente l’agonia e lo spirare di una madre in quel di Siracusa, in via Resalibera, mamma Gesualda. Non mancavano neanche le “maiare”, le vecchie che gridavano e si lamentavano a pagamento. Non c’è bisogno di andare in Armenia, si può restare a casa nostra: stessi miti e stessi riti. Vi propongo il testo della canzone per la sua vena descrittiva, creativa nel linguaggio popolare, un testo che non perde tanto nella traduzione italiana: una perla poetica incastonata in un riconoscimento psicoanalitico della figura materna. Purtuttavia, preferisco la versione francese per la dolcezza e l’autenticità del testo.

“La mamma” di Charles Aznavour

Son tutti lì, accanto a lei,
da quando un grido li avvertì:
Sta per morire la mamma!

Son tutti lì, accanto a lei.
Tutti i suoi figli sono lì,
con quello che lei maledì,
tornato a braccia aperte a lei.

Tutti i bambini sono là,
intorno a lei che se ne va.
Nei loro occhi più non c’è
Il gioco bello dei “perché?”, alla mamma.

E la riscaldano di baci,
di sguardi dolci ed infelici…
Sta per morire la mamma.

Santa Maria, piena di grazia,
la statua è là, giù nella piazza
E voi tendendole le braccia, cantate già:
“Ave Maria, Ave Maria !”

C’è tanto amore, tanto dolore,
intorno a te, la mamma
Amore che non finirà,
intorno a te, la mamma.

E fuori là, dietro la porta,
la gente attende sotto il sole.
Sta per morire la mamma.

Il vino buono viene offerto,
non c’è nessuno che ne vuole
Però è l’omaggio per chi muore,
per chi ha vissuto come lei.
È strano a dirsi, ma è così:
Nessuno piange ma c’è chi
una chitarra prenderà
La ninna nanna suonerà, alla mamma.

E l’aria è piena di canzoni
e di dolcissimi altri suoni
Sta per morire la mamma.

Le donne intanto a bassa voce,
perché si possa addormentare,
come un bambino quando è sera,
cantano già “Ave Maria, Ave Maria !”

C’è tanto amor, tanto dolor,
intorno a te, la mamma
Amore che non finirà,
intorno a te, la mamma
Che giammai, giammai, giammai
ci abbandonerà.

 

ROGER ! CHI E’ COSTUI ?

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Si sta per celebrare il funerale di mio padre.
Nonostante sia primo pomeriggio, c’è il crepuscolo.
Il luogo è il paese in cui sono vissuta da bambina e da ragazzina e, come spesso accade nei sogni, è un insieme di spazi (casa della nonna, cortile di casa mia).
Ci siamo io e mia sorella, forse anche mio fratello. Mi sembra ci sia anche mio marito, ma la sua figura si confonde nel sogno con quella di mio padre.
Mentre portano la bara in chiesa, mio marito avvolge un pene in erezione con la pellicola trasparente. E’ staccato dal corpo a cui appartiene ed è piccolo, ma perfetto nelle proporzioni (nel sogno penso che possa sembrare lo stick di un lucidalabbra alla coca cola!).
Mio marito mi dice che appartiene a Roger, personaggio sconosciuto nella mia vita reale.
Capisco nel sogno che la morte di mio padre ha a che fare con quel simulacro che mio marito ha incartato affinché venga sepolto con lui.
La messa non viene celebrata subito, perché prima ci sono altre due funzioni funebri.
Non entro in chiesa, aspetto che la bara venga portata fuori.
Quando accade, vedo che la prima persona del corteo funebre è mio padre stesso.
La scena è in bianco e nero, piove. Dietro di lui non c’è nessuno, è solo e piange. E’ giovane, sui 40 anni, ed ha un completo nero.
A questo punto del sogno si inserisce, spostando la mia attenzione in un altro luogo fisico rappresentato da un dedalo di vicoli cittadini stile casba mediorientale, la figura di una giovane donna ammalata.
E’ una madre in fin di vita e attaccata a un respiratore.
In realtà è in una bara, che però ha una sorta di respiratore a soffietto attaccato al coperchio, per cui si capisce che la persona all’interno è viva, sta respirando anche se aiutata.
Io guardo la scena e vedo una bambina che soffre per questa situazione.
Quando i medici decidono di staccare il respiratore alla donna, la bambina si sdraia su un tavolo di metallo e accanto le si sdraia la madre.
La bambina si mette in posizione fetale, gira le spalle alla madre, in un incastro perfetto dove la testa poggia sul seno materno e il fondo-schiena si adagia nel ventre.
Attende con inquietudine, ma non priva di un senso tranquillizzante di ineluttabilità, l’esalazione dell’ultimo respiro della madre.
Mi sono risvegliata senza angoscia, ma con una memoria molto lucida delle immagini oniriche che ancora adesso permane.”

Così e questo ha sognato Sabina.

INTERPRETAZIONE – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Il sogno di Sabina spicca per l’uso “poetico”, creativo, dei meccanismi del “processo primario”, fantasia, della “figurabilità” e del “simbolismo”. C’è tanto di personale in questo sogno a livello di “condensazione”. Sabina introduce i suoi contenuti psichici e i suoi vissuti filtrandoli con la sensibilità estetica che la contraddistingue e che domina alcuni capoversi del suo sogno. Il risultato è un prodotto onirico altamente nobile e fortemente emotivo nella sua armonica compostezza. Il testo rimanda, inoltre, a contesti familiari vissuti e ricreati con gli strumenti espressivi in possesso della protagonista. Il “già visto” e il “già vissuto” sono oggetto di riformulazione, quasi un “ricrearli” nel senso di riattraversarli e di riviverli con desiderio da parte di una figlia sensibile e inappagata. Si può dire senza stridore che queste doti vengono a Sabina proprio dalla sua formazione in quel contesto familiare e da quelle esperienze psichiche, affettive nello specifico, che l’hanno indotta naturalmente a compensare le sue frustrazioni con l’uso della Fantasia in associazione spontanea con la riflessione razionale.
Ricordo che il meccanismo della “figurabilità” si attesta nell’abilità a dare un’immagine adeguata al “fantasma” in emersione e al vissuto in questione, si accosta, inoltre, alla figura retorica della “metafora”, relazione di somiglianza, della “metonimia”, relazione di senso, della “allegoria” o relazione tra il significato latente e quello letterale.
Insomma, il sogno di Sabina è estremamente interessante per lei che esprime catarticamente i suoi contenuti psichici e li integra nella sua “organizzazione psichica reattiva ed evolutiva”, ma soprattutto per la ricerca sul sogno e proprio per tutto quello che contiene e di cui estrarrò sicuramente una minima parte.
Ancora, il prodotto psichico di Sabina conferma la tesi che quando sogniamo siamo tutti indistintamente “poeti” perché usiamo naturalmente i meccanismi creativi della fantasia e i relativi strumenti espressivi. Da svegli spesso non ci stimiamo abili a creare emozioni con immagini o parole, per cui trascuriamo questa nostra capacità recondita che vede la luce proprio quando chiudiamo gli occhi per dormire.
Un accenno al mio travaglio interpretativo è opportuno, perché il sogno di Sabina interseca piani della realtà vissuta e della realtà onirica. Mi spiego meglio. Ci può essere qualche ricordo personale, ad esempio una malattia reale della madre seguita dalle fantasie di Sabina bambina e dalle paure e angosce collegate al triste evento, ma questo dato lo dovrà dedurre Sabina quando leggendosi sarà anche chiamata a districare i ricordi e i simboli personali dal contesto del sogno.
Dico subito che il “grado di attendibilità e di fallacia” dell’interpretazione si attesta nell’ordine della “sufficienza”, perché il sogno di Sabina è molto denso e, ripeto, trasvola con dolcezza e per via associativa su piani diversi e simbolicamente compatibili: storia delle diadi “padre-figlia” e “madre-figlia” secondo il vangelo degli affetti della protagonista.
Il sogno usa con disinvoltura il “processo psichico di difesa” dall’angoscia della “regressione” e della “fissazione”. Particolarmente efficace è il ritorno al grembo materno nell’immagine finale.
A questo punto non resta che procedere con l’interpretazione, più che con la meccanica decodificazione, perché questo sogno di Sabina ha una sua universalità, è fatto per tutti e vale per tutti.
E allora, grazie a Sabina anche da parte di tutti gli sconosciuti che frequentano il blog dei sogni.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Si sta per celebrare il funerale di mio padre.”

Sabina è in fase di liquidazione psichica della figura paterna e giustamente ne celebra il “funerale”. Evidenzia una carica aggressiva verso l’augusto genitore, ma niente di speciale e di grave, tutto secondo Natura. Sabina è cresciuta e da adulta ha razionalizzato e composto la conflittualità edipica in riguardo al “padre”. Questa è una naturale risoluzione della “posizione edipica”. Sabina “sa di sé” anche grazie a questa evoluzione psichica e a questa autonomia acquisita: “autonomia” significa “far legge a se stesso”.
Il simbolo del “funerale” si traduce nell’uso del “meccanismo psichico di difesa” dall’angoscia, nonché pilastro del “processo secondario”, della “razionalizzazione” in versione aggressiva perché scarica parte della rabbia maturata nell’esperienza vissuta con il padre.

“Nonostante sia primo pomeriggio, c’è il crepuscolo.”

E’ come dire in questa poetica sintesi che “nonostante ci sia luce, c’è una luce attenuata in attesa del buio.” Sembra logicamente assurdo, ma simbolicamente non fa una piega e soprattutto in riferimento alla relazione con il padre che Sabina sta elaborando. La giusta traduzione è la seguente: “nonostante io sia pienamente consapevole del rapporto che ho avuto con mio padre, permane una serie di vissuti che non riesco a portare alla luce della coscienza e non riesco a razionalizzare.”
Il simbolo del “crepuscolo” condensa la caduta della funzione razionale per dare spazio all’emergere delle emozioni, così come il “pomeriggio” dice della presenza della lucidità mentale in una realtà comprensibile.

“Il luogo è il paese in cui sono vissuta da bambina e da ragazzina e, come spesso accade nei sogni, è un insieme di spazi (casa della nonna, cortile di casa mia).”

Sabina è accorta e ci informa che sta operando una “regressione”, non soltanto quella legata alla funzione onirica, ma una “regressione” anche difensiva dall’angoscia con la “fissazione” all’infanzia e all’adolescenza: “vissuta da bambina e da ragazzina” La “casa” è la sua struttura psichica, “organizzazione psichica reattiva ed evolutiva”, il “cortile” rappresenta l’abilità di relazionarsi e la rete delle amicizie e anche la ciarla e il faceto, la “nonna” è un sostituto della figura materna. La psiche di Sabina è “un insieme di spazi” dove si svolgono le psicodinamiche, la vita intima e privata ma anche sociale e visibile, la fenomenologia o le modalità con cui la protagonista traspare e appare. “Come spesso accade nei sogni”: sensibilità e competenza nel commento di Sabina, degne di grande apprezzamento e in special modo per il processo della “regressione” e della “fissazione” a cui allude. Preciso che si tratta di “processi psichici difensivi” dall’angoscia.

“Ci siamo io e mia sorella, forse anche mio fratello. Mi sembra ci sia anche mio marito, ma la sua figura si confonde nel sogno con quella di mio padre.”

La famiglia storica è quasi al completo. Manca la madre, una figura con cui Sabina sembra non avere questioni psichiche sospese dal momento che la esclude dal contesto familiare. La psicodinamica certa ed esibita è quella della “rivalità fraterna”, mentre quella “edipica” si profila in maniera traslata proprio nel “marito” che “si confonde” con il “padre”. Sabina riconosce in sogno una similarità elettiva tra le due figure che quasi si sovrappongono e comunica che il suo compagno rievoca il padre o “in toto” o in parte o nell’opposto. Siamo sempre sotto l’influenza magnetica della “posizione edipica”: la scelta dell’uomo su cui investire “libido genitale” e a cui accompagnarsi è legata al modello paterno introiettato nell’infanzia. Per il resto, Sabina si trova nella morsa del fratello e della sorella e se li porta a spasso nel sogno per attestarne l’importanza del vissuto nella sua formazione psicologica. Altamente poetico è il gioco delle ombre che Sabina istruisce in “la sua figura si confonde”, come nelle discese agli inferi di omerica, virgiliana e dantesca memoria. A livello psicoanalitico è presente una “traslazione” con biglietto di andata e ritorno tra padre e marito. Ricordo ancora che, se non si è ben razionalizzata e risolta la “posizione edipica”, si è destinati a innamorarsi di un “fac simile” del padre o della madre anche nelle versioni opposte.
Riepilogo: Sabina è regredita all’infanzia e la figura paterna e le figure dei fratelli sono dominanti per motivi diversi: il conflitto edipico e il sentimento della “rivalità fraterna”. La scena onirica oscilla tra il passato e il barlume di un presente in cui figura il marito con la sua vaga similarità al padre.

“Mentre portano la bara in chiesa, mio marito avvolge un pene in erezione con la pellicola trasparente. E’ staccato dal corpo a cui appartiene ed è piccolo, ma perfetto nelle proporzioni (nel sogno penso che possa sembrare lo stick di un lucidalabbra alla coca cola!).”

Il padre e il marito ritornano ancora in questa “dialettica edipica”: il padre dentro “la bara” e il marito con l’avvolgere un piccolo “pene in erezione con la pellicola trasparente”.
Quali simbologie si muovono in questa equiparazione?
Il padre nella “bara in chiesa” condensa la “razionalizzazione” della sua figura e la carismatizzazione della sua influenza nella formazione di Sabina, il “pene” piccolo rappresenta la forza e il potere di poco spessore. Sabina ha ben razionalizzato l’esigua figura e la marginale funzione del padre in famiglia. Questa operazione l’attribuisce al marito o per difesa dall’angoscia di riconoscere l’effimera presenza del padre o perché il marito somiglia al padre e ha poco potere nella psicodinamica di coppia. La precisazione dello “stick di un lucidalabbra alla coca cola” attesta della capacità di Sabina di usare in sogno il meccanismo della “figurabilità” e non senza l’ironia del sapore americano dell’oggetto ambiguo. Non dimentichiamo che questo piccolo pene “è staccato dal corpo a cui appartiene”. Trattasi di una castrazione psichica legata alla “posizione psichica anale” e all’esercizio dell’annessa “libido sadomasochistica”. Sabina si prende le sue rivincite e riduce l’autorità paterna ai minimi termini con l’aiuto interessato del marito. Il sogno diventa complesso oltre che intrigante. Procedere è d’obbligo.
Dimenticavo di precisare la simbologia della “chiesa”: il luogo del sacro, del sacrificio, della “sublimazione della libido”, dell’archetipo Padre, del “Super-Io”. Evoca un “fantasma di morte” legato a un portentoso senso di colpa che esige l’espiazione per ripristinare l’equilibrio psichico turbato.

“Mio marito mi dice che appartiene a Roger, personaggio sconosciuto nella mia vita reale.”

Eppure Roger ha del padre e del marito, ma è soprattutto una creazione fantasiosa di Sabina, un oggetto transferale, un alleato, un sostegno, un amuleto, un esorcismo dell’angoscia, un suo “fantasma” in riguardo al maschio e all’uomo in generale. Sabina ha “rimosso” Roger, Sabina sa certamente di Roger, questo “personaggio sconosciuto nella vita reale”, ma ben vivo e vegeto nella sua fantasia e nei suoi fantasmi. Roger è un uomo senza le qualità di potere e di forza, non è virile nel suo essere “perfetto nelle proporzioni”, un piccolo uomo. La concezione pessimistica sull’universo maschile è oltremodo evidente e attesta di una collocazione critica di Sabina nei riguardi del padre e all’interno della famiglia: “posizione edipica” e “sentimento della rivalità fraterna”.

“Capisco nel sogno che la morte di mio padre ha a che fare con quel simulacro che mio marito ha incartato affinché venga sepolto con lui.”

Tanto è vero e sacrosanto quello che si è appena affermato su Roger, che il suo “simulacro”, incartato asetticamente dal marito, viene a essere “sepolto” con il padre. Quest’ultimo è stato vissuto “fantasmicamente” dalla figlia bambina ed è stato scisso, “splitting”, nella “parte positiva del padre”, quello che mi ama, e nella “parte negativa”, quello che non mi ama. Di poi, Sabina adulta ha ben razionalizzato la figura paterna, ha capito che non si è sentita amata e lo ha giudicato un uomo non eccelso, di poco spessore e di poco potere, Roger per l’appunto.
Resta aperta la questione del marito. Sabina si è “traslata” in lui per evitare l’angoscia del vissuto-giudizio negativo sul padre o ha sposato un uomo in qualche modo simile al padre?
Al prosieguo del sogno l’ardua verità e sentenza.

“La messa non viene celebrata subito, perché prima ci sono altre due funzioni funebri.”

Traduco: la “razionalizzazione” del “fantasma” della figura paterna, nel bene e nel male, non è stata subito seguita dal sentimento della “pietas” da parte di Sabina, dal riconoscimento del padre e del suo carisma, semplicemente perché si rendono necessarie altre due “razionalizzazioni” o “funzioni funebri”.
Quali?
La composizione della madre e dei “fratelli coltelli”. Sabina è chiamata dagli eventi della vita e dalle emergenze psichiche a rendersi precocemente autonoma senza restare sola e senza ridestare il nucleo depressivo della perdita che ha maturato nel primo anno di vita. Sabina deve liquidare con calma e piena consapevolezza le “parti negative dei fantasmi” della madre e dei fratelli, per arrivare a una composizione utile e realistica di queste importanti figure familiari.
Quali sono le “parti negative”?
La pendenza “edipica” con la madre e il sentimento della “rivalità fraterna”. La prima è necessaria per la sua identità femminile. Sabina deve vivere sacralmente la madre come colei che l’ha generata e accudita e non come un’alleata contro il padre o tanto meno come una nemica. Per quanto riguarda i fratelli, Sabina è chiamata a convergere su se stessa e a non far loro e ai genitori carico dei suoi diversi modi di sentire e di agire, oltre che dei suoi vissuti al riguardo. Non dimentichiamo che in prima linea ci sono sempre i “fantasmi” e i vissuti della protagonista. Aggiungo che lo psicodramma di Sabina si è svolto con il rischio dell’orgoglioso rifiuto e della conseguente solitudine e ha fatto bene a razionalizzare al tempo giusto e di volta in volta le sue emergenze psichiche.
Il simbolo della “messa” esige la ritualità macabra della rievocazione di un parricidio e di un’espiazione del senso di colpa, il tutto in funzione catartica o di purificazione.
Procedere, oltre che necessario, è fascinoso in tanto lineare simbolismo.

“Non entro in chiesa, aspetto che la bara venga portata fuori.”

Traduco: “dopo la razionalizzazione non procedo alla carismatizzazione della figura paterna, ma è opportuno che ragioni realisticamente sui vissuti e sui fatti intercorsi in me e in riguardo a lui.” Sabina prende tempo e non si inventa le soluzioni seguendo l’istinto e le pulsione, ma ha bisogno di ben capire e di assumersi tutto il materiale psichico alienato o spostato nella figura paterna e che a tutti gli effetti la riguarda come attrice e pubblico pagante.
I simboli: la “chiesa” è il luogo del sacro e della “sublimazione della libido”, della colpa e dell’espiazione, del sacrificio e della vittoria sul Male, mentre “la bara” condensa la drastica risoluzione e composizione del conflitto. “Portata fuori” attesta dell’esibizione sociale di una presa di coscienza.

“Quando accade, vedo che la prima persona del corteo funebre è mio padre stesso.”

Traduco: “sono sicura che tutti i miei vissuti riguardano mio padre e di non avere operato alcuna contaminazione con mia madre e con i miei fratelli.” Sabina ha spartito il pane con giudizio e ha dato a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio.
In nome del padre e così sia!
Simboli: “corteo funebre” condensa la risoluzione e la perdita. Attenzione a che quest’ultima non sia fortemente depressiva. Bisogna sempre vigilare sull’intensità della perdita prima di deliberare e di decidere.

“La scena è in bianco e nero, piove. Dietro di lui non c’è nessuno, è solo e piange. E’ giovane, sui 40 anni, e ha un completo nero.”

Quando il sogno diventa poesia. Questo è proprio il caso e il momento di affermarlo. Sabina usa i “processi primari” naturalmente e costruisce una scena altamente poetica, una breve lirica di scuola neorealistica. Quattro semplici pennellate con il “bianco e nero” del tempo andato servono a dire tutto in una “condensazione” di emozioni, di sentimenti e di riflessioni.
Eccezionale!
Il sentimento della “pietas” nei riguardi del padre è naturale a conclusione del travaglio della figlia. Sabina riconosce la solitudine e il dolore di un uomo che sin da giovane non ha saputo evolversi nei sentimenti e nei modi di essere e di manifestarsi. Nei vissuti della figlia il padre è morto a quarant’anni e non ha saputo godere le cose preziose che aveva costruito. Il “completo nero” è simbolo di un modo di vedere la vita e la realtà immodificabile e ineluttabile come la morte. Sabina ha fissato la monoliticità del padre quando i suoi tentativi di conquistarlo e di avere da lui un riscontro affettivo sono andati delusi. In sostanza Sabina sta elaborando in sogno il “quando” e il “come” ha iniziato a operare la sua autonomia psichica dalla figura paterna, il “quando” e il “come” ha stornato le energie dei suoi investimenti dal padre.
Un cenno chiarificatore sul concetto di “pietas” è opportuno per giustificare il quadro evidenziato. Il mitico Enea era “pius” perché aveva portato con sé da Troia in fiamme i Penati e il padre Anchise. “Pio” è quell’uomo che “riconosce” e tutela le radici sacre e umane: i numi tutelari della patria e della casa e le origini nella figura dell’augusto vecchio genitore.
Il pianto di “piange” simboleggia il “dolore per il non nato di sé”, tutto quello che poteva essere vissuto e non ha visto la luce. Il padre, sempre nei vissuti di Sabina, si è perso tantissimo nel non vivere la figlia con un adeguato trasporto affettivo, nel ridurre all’essenziale emozioni e sentimenti. Il padre era Roger, un uomo da poco in tutto.
Il “piove” aggiunge tristezza al quadro e simbolicamente si risolve nella “catarsi” o purificazione dei sensi di colpa legati con il senno di poi all’indolenza e all’ignoranza di un uomo solo in pianto.
Un ultimo commento estetico su questo capoverso: la scena di un film di Rossellini con Anna Magnani o Sabina come protagonista non in primo piano, defilata ma determinante.
Questo è quanto dovuto al padre da una figlia “pietosa” e ricca di nostalgie e rimpianti.

“A questo punto del sogno si inserisce, spostando la mia attenzione in un altro luogo fisico rappresentato da un dedalo di vicoli cittadini stile casba mediorientale, la figura di una giovane donna ammalata.”

Adesso si può cambiare registro e Sabina in sogno riesuma “la figura di una giovane donna ammalata”.
Capperi, chi è costei?
Dopo Roger Sabina tira fuori dal suo “dedalo di vicoli” o dalla sua “casba mediorientale la figura di una giovane donna ammalata”. Sabina predilige gli spazi, i “topoi”, ma non quelli senza significati, preferisce i “logoi”, i ragionamenti. “Topos” e “Logos” sono associati nella “Mente” della protagonista a testimoniare che la sua sensibilità a “sapere di sé” è maturata sin dalla giovane età. Inizia la dialettica “madre-figlia” all’interno dello psicodramma “edipico” di Sabina e dopo l’analisi acuta della relazione con la figura paterna. Vorrei sempre sottolineare la “figurabilità” e la plasticità della funzione onirica di Sabina, le capacità della sua Fantasia di essere “poetica”, creativa. E’ questo un segno di tanta sofferenza nell’infanzia e di tanta ricerca di compensazione psichica. Del resto, l’arte combinatoria delle parole e delle emozioni passa attraverso il dolore, “il non nato di sé” che aspira sempre a nascere e che pulsa fino a quando non ha visto la luce. Non dimentichiamo ancora che la protagonista del sogno è Sabina e che tutte le dinamiche evocate e abilmente descritte sono da ascrivere a lei, al di là dell’effettivo comportamento dei suoi genitori: il sogno siamo noi, siamo noi questo poema occulto e questo linguaggio dimenticato.
Tornando al sogno dopo questa necessaria digressione, Sabina si è “spostata” nei vissuti e nei fantasmi elaborati durante la relazione intensa e intrigata con la madre: “un dedalo di vicoli cittadini stile casba mediorientale”. “La figura di una giovane donna ammalata” è Sabina che ha operato in sogno uno “spostamento” difensivo nella madre. Due piccioni con una fava: Sabina analizza se stessa e la relazione con la madre.

“E’ una madre in fin di vita e attaccata a un respiratore.”

Ecco lo “spostamento” o la “traslazione” di cui si diceva prima: la “madre e Sabina” e il “fantasma depressivo di morte” per abbandono e per incuria, per anaffettività e indifferenza, per solitudine interiore. Non è la “morte” fisica, ma la “morte psicologica”, quella più sottile che ci si trasporta in vita con un micidiale tratto depressivo che tende a venire fuori a ogni esperienza e vissuto di perdita. Ricordo che l’aria è simbolo di energia e che il “respiratore” è un surrogato materno. Resta anche la possibilità che Sabina stia riesumando qualche malattia reale della madre, ma in ogni caso ne approfitta per parlare di sé e dei suoi vissuti. La “madre” è un archetipo, un simbolo universale, e condensa la “ontogenesi” e la “filogenesi”, l’origine e la conservazione amorosa della Specie, oltre agli attributi affettivi e protettivi, fusionali ed emotivi, sentimentali e poetici. La simbologia la vuole anche signora della morte.

“In realtà è in una bara, che però ha una sorta di respiratore a soffietto attaccato al coperchio, per cui si capisce che la persona all’interno è viva, sta respirando anche se aiutata.”

Anche la madre è “in una bara”, è suggellata dalla razionalità, è “compresa”, è messa dentro, come in precedenza il padre e il pene piccolo del tipo stick lucidalabbra alla coca cola. Sabina ha mantenuto in vita il padre e la madre, una vita condizionata da un respiro meccanico e non spontaneo. La madre resta una presenza importante nell’economia e nell’evoluzione psichiche di Sabina. Anche la madre è stata vittima di difficoltà affettive e non è stata di grande sollievo per la figlia. Così sembra probabile.
Ribalto il quadro: Sabina è perfettamente consapevole del poco affetto che le ha dato e potuto dare la madre, ma a quest’ultima ascrive minor danno rispetto al padre. Il sogno di Sabina è tanto bello quanto ricco, una ricchezza articolata e complicata. Il prosieguo del sogno spiegherà meglio qualche inghippo attuale.
Ancora: questo capoverso condensa una gravidanza con cordone ombelicale incorporato in “bara”, “coperchio”, “respiratore a soffietto”, “persona viva che sta respirando”. La capacità della “figurabilità” di Sabina è notevole nella sua naturale spontaneità: immagini giuste al “fantasma” in atto.
Anche questo simbolo ha bisogno di ulteriore conferma e spiegazione.
Non resta che procedere in tanta bellezza.

“Io guardo la scena e vedo una bambina che soffre per questa situazione.”

Sabina è spettatrice di se stessa, si guarda bambina che soffre per la situazione di una madre “in fin di vita e attaccata a un respiratore”, di una madre vittima dell’anaffettività del marito. Nel capoverso sono presenti i meccanismi psichici di difesa dall’angoscia della “traslazione” e “proiezione” e anche il “processo psichico di difesa della regressione” in “vedo una bambina”. Sabina si è identificata nella madre e ha sofferto gli stessi mali, quelli che contraddistinguevano le dinamiche familiari: oppressione delle energie e mancanza d’affetto. Si conferma l’identità di un padre apparentemente forte, ma nella sostanza di un uomo debole e di poca sostanza.
Il simbolo della “scena” si attesta nella realtà psichica in atto.

“Quando i medici decidono di staccare il respiratore alla donna, la bambina si sdraia su un tavolo di metallo e accanto le si sdraia la madre.”

Subentra l’alleanza tra madre e figlia per similarità di condizione. Quando la figlia prende coscienza di essere nelle stesse condizioni psico-affettive della madre, scatta l’identificazione e l’alleanza: “anch’io come te, vittima di un uomo anaffettivo, di poco potere e di poche qualità. Il sodalizio si mostra chiaramente in “le si sdraia accanto”. Ma la questione si complica.
Chi sono questi “medici”?
Di solito rappresentano simbolicamente l’istanza censoria del “Super-Io”, il senso del dovere e del limite, l’autorità che punisce i colpevoli e fa espiare i reati. Questi medici sono “il senso del dovere” della madre e della figlia, il “Super-Io” di Sabina in sogno esteso e attribuito anche alla madre e sempre per similarità di condizione: i membri emarginati della famiglia. Trionfa il “senso dell’esclusa” e la “sindrome di Cenerentola” in questo contesto del sogno. Il “tavolo di metallo” contiene simbolicamente la freddezza affettiva prossima alla morte, un “fantasma di solitudine” con angoscia incorporata. Ma Sabina è riuscita a sopravvivere grazie al “Super-Io” e al senso del dovere che l’ha contraddistinta nella sua formazione psichica. Il tutto in sogno viene esteso alla madre per un’alleanza atta a stemperare l’angoscia di abbandono e di solitudine o peggio ancora del rifiuto da parte del padre. Il sogno di Sabina tocca punti drammatici in una cornice di poetico dolore.
Ritornando alla possibile interpretazione di un grembo gravido e di una maternità mancata, il quadro disegnato è accuratamente idoneo a giustificare il trauma di un aborto: i medici, il tavolo metallico, staccare il respiratore, e la madre pietosa accanto alla figlia morta.
Misteri creativi del sogno!
Non mi resta che procedere tra queste possibilità.

“La bambina si mette in posizione fetale, gira le spalle alla madre, in un incastro perfetto dove la testa poggia sul seno materno e il fondo-schiena si adagia nel ventre.”

Si ricostituisce la “diade madre-figlia” in un ambito fusionale di dipendenza reciproca: uno stato gravidico extrauterino. Questa interpretazione vale sia che si tratti di un trauma d’aborto e sia che si tratti dell’alleanza affettiva con la madre in reazione a un padre-marito anaffettivo e di poco potere. Il “processo psichico della “regressione” e della “fissazione” al grembo materno è oltremodo evidente e merita un apprezzamento ulteriore la capacità di “figurabilità” di Sabina nel descrivere “l’incastro perfetto” della madre e della figlia. Il “seno” è simbolo della madre e degli affetti, il “fondo-schiena” e il “ventre” sono descrittivi della ricostituita unione.
Domanda: Sabina vuole riparare un trauma d’aborto o sta sviluppando lo psicodramma profondo dell’anaffettività paterna con il concorso della madre per identificazione con lei non soltanto nella femminilità, soluzione edipica, ma anche nella condizione affettiva?
In “tanto” sogno vado a concludere.

“Attende con inquietudine, ma non priva di un senso tranquillizzante di ineluttabilità, l’esalazione dell’ultimo respiro della madre.”

Traduco: il senso del dovere è servito a Sabina per concepire e giustificare la situazione affettiva sua e della madre. La convinzione dell’impossibilità a cambiare le cose in famiglia, dell’immodificabilità del padre e dell’economia psichica in atto ha dato tranquillità, per cui Sabina può attendere che le ultime speranze cessino e che la morte risolva la questione: la “razionalizzazione” è servita in un piatto d’argento. Far morire la madre significa per Sabina rendersi indipendente a livello psichico anche da lei e diventare donna adulta e autonoma. L’inquietudine si sposa con l’ataraxia e con l’amore del proprio destino, “amor fati”.
Questo è quanto dovevo.
Concludo dicendo che nel sogno si possono essere intersecate esperienze traumatiche diverse da quella affettiva, ma quest’ultima è la chiave interpretativa dominante.

“Mi sono risvegliata senza angoscia, ma con una memoria molto lucida delle immagini oniriche che ancora adesso permane.”

Perché Sabina si è “risvegliata senza angoscia”?
Perché la consapevolezza domina e quindi l’angoscia, questo stato psichico altamente doloroso e prodotto da ciò che non so, non ha motivo di essere perché Sabina sa di sé e della sua “organizzazione psichica”. L’angoscia lascia il posto soltanto al dolore, al sentimento nostalgico di ciò che poteva esserci e non ci è stato, una figlia amata dal padre e una famiglia armonica. La “memoria molto lucida” significa che Sabina ha lavorato sopra i suoi fantasmi e i suoi vissuti, li ha visti e rivisti, filtrati e amorosamente accolti nel crogiolo migliore della sua esistenza. E’ cosa giusta e sana che questo materiale permanga lucido e sempre da lucidare razionalmente in caso di opacità.
Ringrazio Sabina per avermi dato questa opportunità di approfondire le mie ricerche sull’inquietante e poliedrico fenomeno del sogno.
Alla prossima!

PSICODINAMICA

Il sogno di Sabina svolge la psicodinamica “edipica”, la relazione con i genitori e la risoluzione delle conflittualità. Evidenzia l’uso progressivo della “razionalizzazione” dei fantasmi e dei vissuti traumatici in riguardo al padre e alla madre. Accenna al sentimento della rivalità fraterna. Nello sviluppo del sogno inserisce simboli personali ed eventi possibilmente occorsi che nulla tolgono allo psicodramma progressivo e alle forti emozioni connesse. Si serve del processo psichico della “regressione” e “fissazione” fino a rappresentare simbolicamente il grembo materno e la ricostituzione della “diade madre-figlia”. Esibisce le due modalità del vissuto nei riguardi del padre e della madre e la loro comprensione è sempre finalizzata al “sapere di sé” tramite presa di coscienza. Integra i traumi eventuali e rafforza la “struttura psichica evolutiva”. Fa uso di un linguaggio altamente poetico nella sua naturalezza e spontaneità in grazie al veicolo dei “processi primari” e della fantasia.

ULTERIORI RILIEVI TECNICI

Il sogno di Sabina è ricco di “simboli collettivi” e metto in rilievo i più interessanti: “funerale” e “crepuscolo” e “cortile” e “chiesa” e “pene” e “messa” e “chiesa” e “bara” e “corteo funebre” e “dedalo di vicoli” e “casba” e “respiratore”. Ricordo il simbolo individuale e personale “Roger”.
L’archetipo richiamato ed esibito è quello della Madre in “E’ una madre”.
I “fantasmi” contenuti nel sogno di Sabina sono quelli del “padre”, della “madre”, della “morte”.
Il sogno di Sabina esibisce l’istanza psichica pulsionale “Es” in ““Si sta per celebrare il funerale di mio padre.” e in altro che segue, l’istanza censoria e morale “Super-Io” in “medici”, l’istanza razionale e vigilante “Io” in “capisco” e in “spostando la mia attenzione” e in “si capisce” e in “io guardo la scena e vedo”. Il sogno di Sabina è ricco di “Es” e di “Io” in quanto oscilla continuamente tra il ricordo e l’attualità, le “regressioni” e le prese di coscienza, l’emozione e la ragione. L’intervento del “Super-Io” è, purtuttavia, determinante per la comprensione del nesso basilare del sogno: il senso del dovere di riconoscere il padre anaffettivo e la similarità di condizione psichica ed esistenziale tra madre e figlia.

Le “posizioni psichiche” manifestate sono la “edipica” in “la sua figura si confonde” e in “la figura di una giovane donna ammalata”, la “anale” in “staccato dal corpo”, la “genitale” in “mio marito”, la “fallico-narcisistica” in “un pene in erezione”, la “orale” in “attaccata a un respiratore”. Il sogno di Sabina è basato sulla relazione con il padre e la madre: “edipico”.

I “meccanismi psichici di difesa” dall’angoscia presenti nel sogno di Sabina sono i seguenti: la “condensazione” in “funerale” e in “crepuscolo” e in “casa” e in “cortile” e in altro, lo “spostamento” in “nonna” e in “completo nero” e in altro, la “traslazione” in “la figura di una giovane donna” e in “vedo una bambina” e in “la sua figura si confonde”, la “rimozione” in “personaggio sconosciuto nella vita reale”, la “razionalizzazione” in “bara in chiesa” e in “attende con inquietudine”. Il “processo di difesa della regressione e fissazione” domina il sogno ed è ben visibile in “Il luogo è il paese” e in “vedo una bambina”. La “figurabilità”, capacità di dare immagine all’emozione e al fantasma, è possente ed è mirabilmente presente in “stick di un lucidalabbra alla coca cola” e in “dedalo di vicoli cittadini stile casba mediorientale” e in “respiratore a soffietto” e in “tavolo metallico”.

Il sogno di Sabina attesta di una valido tratto psichico “edipico” all’interno di una “organizzazione psichica reattiva ed evolutiva”, impropriamente struttura, “genitale”. Sabina nella sua traversia psichica ha maturato grazie alla “razionalizzazione” il superamento del “fantasma di perdita depressiva” e si è evoluta con investimenti di “libido” donativa, “genitale” per l’appunto. Da genitori egoisti ed egocentrici o narcisisti si evolvono figli di nobile generosità anche secondo il meccanismo della “conversione nell’opposto”.

Il sogno di Sabina è ricco di simboli e, di conseguenza, di figure retoriche: la “metafora” o relazione di somiglianza in “crepuscolo” e in “chiesa” e in “simulacro” e in “chiesa” e in “bara”, la “metonimia” o relazione logica in “messa” e in “bara” e in “corteo funebre” e in piove” e in “dedalo di vicoli” e in “stile casba”. Alcuni passi sono altamente poetici per la concentrazione simbolica intessuta di una estrema semplicità espressiva: “La scena è in bianco e nero, piove. Dietro di lui non c’è nessuno, è solo e piange. E’ giovane, sui 40 anni, e ha un completo nero.” e ancora in “un altro luogo fisico rappresentato da un dedalo di vicoli cittadini stile casba mediorientale, la figura di una giovane donna ammalata. E’ una madre in fin di vita e attaccata a un respiratore. In realtà è in una bara, che però ha una sorta di respiratore a soffietto attaccato al coperchio, per cui si capisce che la persona all’interno è viva, sta respirando anche se aiutata. Io guardo la scena e vedo una bambina che soffre per questa situazione.” Mi fermerei, ma voglio continuare. “… la bambina si sdraia su un tavolo di metallo e accanto le si sdraia la madre. La bambina si mette in posizione fetale, gira le spalle alla madre, in un incastro perfetto dove la testa poggia sul seno materno e il fondo-schiena si adagia nel ventre. Attende con inquietudine, ma non priva di un senso tranquillizzante di ineluttabilità, l’esalazione dell’ultimo respiro della madre.”
Mi fermo, ma sarebbe il caso di riprendere queste immagini, così naturali alla vista e così semplici nel linguaggio, e di contaminarle.

La “diagnosi” dice di un esito prospero nella liquidazione della “posizione edipica” attraverso il meccanismo di difesa della “razionalizzazione”, quello non psicopatologico ma quello del “processo secondario”, la ragione e la logica. Il sentimento della “rivalità fraterna” risulta composto nelle sue punte di frustrazione e di aggressività. Ricordo che la “razionalizzazione” pericolosa è quella che costruisce neo-realtà persecutorie all’interno di una “organizzazione psichica reattiva paranoica”, quella che esula dal “principio di realtà”.

La “prognosi” impone a Sabina di non smarrire il filo logico della sua storia psicologica con i genitori e di portarla avanti con la naturalezza dei semplici e dei gioiosi. Sabina, inoltre, deve farsi forte di questa esperienza di anaffettività paterna e deve muoversi da adulta verso gli “investimenti di libido” su persone e oggetti a cui tiene e che l’attraggono. Sabina bambina non poteva procedere in questo modo con il padre.

Il “rischio psicopatologico” si attesta in una semplice “psiconevrosi edipica” di tipo istero-fobico con somatizzazioni e crisi di panico qualora si riducesse la presa di coscienza e affluissero emozioni rimosse e congelate dietro uno stimolo vago ma significativo per Sabina. Nessun rischio borderline e tanto meno psicotico è presente nella psicodinamica del sogno.

Il “grado di purezza onirico” è buono. Il sogno nella sua formulazione non è stato intaccato dai “processi secondari” in maniera significativa perché la ricchezza simbolica era trasmissibile, comprensibile e compatibile con la logica della narrazione.

Il “resto diurno” del “resto notturno”, la causa scatenante del sogno di Sabina si attesta in una riflessione sulle figure dei genitori o in una associazione libera e spontanea durante il pomeriggio e magari discutendo del più e del meno con i familiari.

La “qualità onirica” è “poetica”. Il testo del sogno è fortemente creativo in maniera direttamente proporzionale alla semplicità del linguaggio e alla complessità dei contenuti.

Sabina ha elaborato questo sogno durante la seconda fase REM alla luce della compostezza e della lunghezza: linearità narrativa e ridotta tensione nervosa nonostante i temi particolarmente scottanti e delicati.

Il “grado di attendibilità e di fallacia” dell’interpretazione del sogno di Sabina è “sufficiente” a causa della ricca simbologia, anche individuale, e dell’improvviso cambiamento di scena: dal padre alla madre.

Il “fattore allucinatorio” si attesta nel senso della “vista” e nello specifico in “vedo che la prima persona…” e in “La scena è in bianco e nero…” e in “Io guardo la scena e vedo una bambina…”. Gli altri sensi e le cospirazioni interattive sono subordinate alla “vista”.

DOMANDE & RISPOSTE

La lettrice anonima ha posto le seguenti domande dopo avere attentamente letto l’interpretazione del sogno di Sabina.

Domanda
Un sogno tosto e impegnativo?
Risposta
Decisamente! Non sono del tutto soddisfatto della decodificazione, perché il sogno è molto ricco di echi, di richiami e di possibilità interpretative. Io ho preferito le interpretazioni più supportate dai simboli chiari e ricorrenti. Ma la possibilità che ci siamo ricordi ed eventi personali nel sogno spiega in parte la mia insoddisfazione. La sola persona che può sciogliere questi dubbi è Sabina. Del resto, il sogno era complesso e io mi sono imbattuto nel mettere insieme i nessi simbolici nel registro logico.
Domanda
In sostanza Sabina come la vede?
Risposta
Sabina è una donna che, a causa dell’indifferenza affettiva paterna e dell’alleanza benefica con la madre, ha fatto le cose giuste al momento giusto e meglio degli altri. Le resta soltanto il rimpianto di una relazione migliore con il padre. Se così fosse stato, la sua evoluzione psichica sarebbe stata diversa. I fratelli hanno inciso relativamente nell’economia psichica della nostra protagonista.
Domanda
Ma cosa avrebbe potuto fare Sabina bambina?
Risposta
Ben poco. Poteva amare il padre senza aspettative per quello che era e che dava, ma era una bambina e giustamente bisognosa. Questa cosa l’ha fatta da grande. Sabina è genitale e donativa, una donna che dà piuttosto che attendere di ricevere ciò che possibilmente non verrà: una donna generosa e molto matura. Deve smettere di sentirsi “figlia di un dio minore” e “soggetto di minor diritto” e deve pretendere di più da tutti quelli che la circondano e si onorano di conoscerla e di frequentarla.
Domanda
La immagina una bella persona?
Risposta
E’ una bella persona perché ha sofferto e ha saputo trarre un buon insegnamento dal dolore, ma soprattutto perché ha usato la testa e ha privilegiato il “sapere di sé” senza abbandonarsi alle tragedie greche.
Domanda
Ma lei la conosce?
Risposta
Assolutamente no.
Domanda
Mi pare di aver capito che non sempre il male viene per nuocere e che un genitore imperfetto può dare i suoi frutti positivi. Sai che consolazione!
Risposta
Noi reagiamo in base agli stimoli che provengono dal nostro interno e dal nostro esterno, endogeno ed esogeno, e così ci formiamo organizzando i fantasmi in vissuti e questi ultimi in modalità psichiche di interpretare noi stessi e il mondo che ci circonda. Tra il meglio e il peggio, l’utile e il dannoso, la gioia e il dolore, Sabina si è saputa ben organizzare ed è stata brava a evolversi al meglio nelle condizioni date.
Domanda
Quale canzone sceglie per questo sogno?
Risposta
Associo la canzone “Mama”, scritta nel 1966 da Sonny Bono per la moglie Cher, un testo che sviluppa semplicemente la nostalgia della relazione tra la madre e la figlia senza grandi drammi. Tradotta da Dossena per Iolanda Gigliotti, in arte Dalida, il testo si arricchisce di un pathos e di un pessimismo esistenziale perfettamente incarnati dalla cantante italo francese che in quel periodo viveva il dramma della morte per suicidio del compagno Luigi Tenco. Il testo si è imbevuto del ricordo sferzante della madre da parte di una figlia tormentata, una figlia che di poi ha preferito uscire dalla vita sotto i possenti stimoli della depressione. Ma a noi piace pensare che le canzoni siano solo canzonette, come sostiene il benamato e pur caro Bennato Edoardo.
Domanda
Perché questa canzone?
Risposta
E’ ricca di simboli e tratta l’identificazione della figlia nella madre tramite la bambola, “traslazione”.
Domanda
Ha detto che il testo del sogno di Sabina è poetico, lo riattraverserà per contaminarlo?
Risposta
La tentazione è fortissima. Sì! Eccolo!

PIAN PIANIN

Piove in bianco e nero su un uomo solo che piange
e trascina la sua gioventù in un completo nero.

E’ un padre in fin di vita
che camminando respira a fatica.

In un dedalo di vicoli a casba
si nasconde una giovane donna ammalata.

E’ una madre in fin di vita
che dentro una bara respira a fatica.

Una bambina che soffre,
inquieta attende l’ineluttabile
e confabulando sparge il suo dolore.

“Pian pianin,
pin pedin,
sangue rosso e birichin,
racconta, o mamma, al mio papà
la storia bella
della donzella
che oggi è donna
e ieri era damigella.
Pian pianin,
domenichin
e uni e dui e trini,
onze dunzi trinzi,
cala calinzi,
meli milinzi
e uni e dui e trini,
o mare dì tu ti a me pare
de la donnetta
la favola bea
di quando g’era putea.”

Libero riattraversamento del sogno di Sabina.
Traduzione dal dialetto veneto antico e contaminato degli ultimi quattro versi: “o madre, dì tu a mio padre della piccola donna la favola bella di quand’era bambina”.

 

“MORTA DI PARTO”

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Qualcuno mi avverte che la mia amica è morta di parto.
Sono dispiaciuta di non essere andata al funerale, ma non so perché non ho partecipato.
Mio marito estrae da una busta una foto scattata dal compagno della mia amica che ritrae lei e la bambina appena nata con degli occhioni molto grandi e belli.
Anche la mia amica ha gli occhi aperti, ma il sorriso è un po’ spento.
La foto è stata scattata quando entrambe erano morte.
Mi sveglio angosciata.”

Questo sogno porta il nome di Gilda.

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO MANIFESTO

CONSIDERAZIONI

La “Vita” e la “Morte” sono archetipi, simboli universali elaborati sin dai primordi dall’uomo e depositati nello junghiano “Immaginario collettivo” a ricordare di un altro archetipo determinante, la “Madre”, l’origine del “Tutto”, la “ontogenesi” e la “filogenesi”, l’origine di ciò che è e l’amore di ciò che ha avuto origine. Il primo culto e il primo rito hanno riguardato la morte, l’ineffabilità e l’ineludibilità della fine della vita e del distacco dalla realtà.
Inevitabilmente la “Madre” è stata deputata al nascere e al morire. La vita e la morte, archetipi, appartengono alla “Madre” e si estendono all’universo psicofisico femminile.
Il parto è il passaggio obbligato per la continuazione della vita e della morte. La condanna del Dio ebraico, dopo il peccato primario, riguardò proprio le gravidanze e il parto con l’accresciuto dolore del travaglio e la dipendenza al desiderio del maschio da parte della donna.
Sono temi importanti e determinanti che hanno come base l’angoscia di morte, la sindrome depressiva. Di poi, arrivano le varie e variopinte “sublimazioni”: le filosofie, le letterature e l’arte, ma soprattutto le religioni monoteistiche e panteistiche.
Senza la “malattia mortale” l’uomo non sentirebbe l’angoscia, non avrebbe consapevolezza di quella disperazione basata sul morire e soprattutto sul futuro della vita nella morte.
Temi alti e aulici!
E’ già tanto cercare la verità di un sogno in riguardo a questi affascinanti temi.
Sognare il parto e la morte da parte di Gilda significa, quindi, riprendere un tema antico e diffuso, significa parlare di sé attraverso il simbolo della “rinascita” e della “mancata rinascita”, il “nato di sé” e il “non nato di sé”.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Qualcuno mi avverte che la mia amica è morta di parto.”

Il “qualcuno” attesta di un significativo anonimato. Gilda si difende in sogno traslando il suo trauma nella persona senza precisa identità, un qualcuno che sa, pur tuttavia, del suo dramma: Gilda non è riuscita a far nascere da se stessa ciò che voleva realizzare ed evolvere, il “non nato di sé”, le aspirazioni, i desideri, i progetti, le emozioni, i sentimenti, dati e fatti psichici che sono rimasti dentro di lei senza poter uscire alla luce della realtà. “La mia amica” è una nuova “traslazione” della sua persona per continuare a dormire e non cadere nell’incubo vedendo se stessa. Gilda non vuole prendere coscienza del trauma di una sua mancata rinascita.
Ricapitolando: il parto è simbolo di “nascita-rinascita”, il “morire di parto” significa non essersi saputa rinnovare e che qualcosa d’importante, su cui tanto aveva investito la sua energia vitale, (“libido”), non è nato in lei.
Il sogno ci spiegherà meglio il contenuto di questo trauma, per il momento ci accontentiamo della psicodinamica.

“Sono dispiaciuta di non essere andata al funerale, ma non so perché non ho partecipato.”

Il “funerale” è il rito della mancata rinascita psichica e della mancata riformulazione esistenziale di Gilda, è il rito della morte del “non nato” che esorcizza l’angoscia depressiva della perdita.
Nella realtà non si può partecipare al proprio funerale, ma in sogno sì. Gilda si è celebrato il rito depressivo della mancata rinascita, ma si è traslata ancora una volta nel rito. Non ha “partecipato” semplicemente perché era troppo sensibile al tema e la sua coscienza si ribellava, non voleva e non poteva ancora capire. Il “non ho partecipato” è una difesa che consente a Gilda di continuare a dormire e a sognare.

“Mio marito estrae da una busta una foto scattata dal compagno della mia amica che ritrae lei e la bambina appena nata con degli occhioni molto grandi e belli.”

Fino a questo punto si evidenziava il “non nato” generico di Gilda e non c’era traccia del suo “nato” e tragicamente defunto, “la bambina”. Riformuliamo la trama del sogno: Gilda ha perso “parti psichiche di sé” che aveva elaborato e che aveva posto in essere, un’idea, un progetto, un desiderio. Appare il “marito” e si manifesta una figura ambigua e un figuro losco perché consegna in “una busta” l’immagine del lutto depressivo, la perdita irrimediabile e truculenta della maternità o del suo essere stata una bella e tenera bambina.
Qual’era l’idea o il progetto di Gilda?
Una maternità o l’inutilità della maternità?
Il “compagno della mia amica” è la piena “traslazione” difensiva del “marito” di Gilda, operazione richiesta dal sogno per continuare il sonno e per non incorrere nell’incubo interrompendo il sonno e il sogno. Ma il “marito” è direttamente coinvolto nell’estrarre “da una busta una foto” sul tragico evento, un complice e un autore che Gilda rappresenta in sogno sempre per ridurre i livelli di angoscia.
A questo punto si può desumere che il marito è il personaggio incriminato, la causa del dramma di Gilda.
Ma quale dramma?
Gilda ha perso una bambina?
Gilda non può aver figli?
Il marito non vuole figli da Gilda?
Il marito non riconosce i figli che ha avuto da Gilda?
Non è ascritto a merito di Gilda da parte del marito l’avergli dato dei figli?
Il sogno si complica e giustamente non è chiaro e semplice oppure mancano dei pezzi che avrebbero aiutato la giusta decodificazione.
Ma imperterriti procediamo!
La “busta” è un simbolo femminile e rappresenta la recettività affettiva e sessuale.
La “foto” comporta una leggera presa di coscienza e condensa la rappresentazione del trauma in maniera emotivamente blanda, sempre a fini di tutela del sonno e del sogno e per non incorrere nell’incubo: una gentilezza del sogno per continuare a dormire.
Questa “foto”, “che ritrae lei e la bambina appena nata con degli occhioni molto grandi e belli” è il trauma della frustrazione, della vanificazione, della perdita della funzione genitale materna.
Il grido “a nulla valse essere madre” è rivolto in privilegiato riferimento al marito.
Il dramma di Gilda verte sulla carta d’identità: io madre e io moglie, noi famiglia.

“Anche la mia amica ha gli occhi aperti, ma il sorriso è un po’ spento.”

Adesso Gilda analizza se stessa nella “mia amica” e si scopre una donna viva e mentalmente lucida, “ha gli occhi aperti”. Gilda non è morta, ma è triste, neanche angosciata, vede la realtà in atto senza “sorriso”, senza partecipazione e coinvolgimento, non investe “libido”, ha un consistente “fantasma di perdita” in circolazione psicofisica. La gioia di vivere è soltanto un ricordo: “spento”.

“La foto è stata scattata quando entrambe erano morte.”

Gilda precisa l’origine temporale della sua reazione psichica all’evento traumatico e la blanda presa di coscienza. I “fantasmi” della perdita depressiva e d’inanimazione” sono intercorsi nel momento in cui Gilda non ha saputo rinascere e riformularsi, ristagnando nella dipendenza e nell’attesa che giunga il “deus ex machina” delle tragedie greche a risolvere il suo caso.

“Mi sveglio angosciata.”

Il sogno di Gilda non si conclude nell’incubo, ma si conclude nella realtà psichica in cui è approdata la nostra eroina. L’intensità emotiva progressiva ha portato al risveglio e alla ratifica che Gilda non ha saputo rinascere e riformularsi e aspetta inerte e passiva da dipendente che qualcuno investa su di lei e non il contrario, che lei si dia da fare per risolvere la frustrazione riprendendo il normale equilibrio psicofisico ed esistenziale.

PSICODINAMICA

Inizialmente il sogno di Gilda sviluppa il tema psichico del dolore collegato al “non nato di sé”, di poi si evolve nel trauma della perdita e dell’inanimazione. Particolare risalto viene dato alla figura dell’altro, il marito, in quanto causa dello scatenarsi dei fantasmi depressivi deputati a esprimere il quadro psichico profondo in atto. Il sogno di Gilda si lascia decodificare con difficoltà a causa della mancanza dei qualche pezza simbolica giustificativa.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Agisce l’istanza “Es”, rappresentativa delle pulsioni, in “morta di parto” e in “la bambina appena nata con degli occhioni molto grandi e belli”.
L’istanza psichica deputata alla vigilanza razionale, “Io”, si manifesta in “Qualcuno mi avverte” e in “Sono dispiaciuta” e in “ma non so”.
L’istanza morale e censoria del “Super-Io” risulta assente.
Le posizioni psichiche richiamate dal sogno di Gilda sono quelle “orale” e “genitale” in quanto sono presenti intensi bisogni affettivi e dipendenze psichiche che impediscono la rinascita e la riformulazione.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

Il meccanismo psichico di difesa dall’angoscia dominante è la “traslazione” in “qualcuno” e in “mia amica” e in “compagno mia amica” e in “funerale”.
Il meccanismo della “condensazione” funziona in “morte” e in “parto” e in “bambina” e in “occhi aperti” e in “sorriso spento”.
Il meccanismo psichico di difesa dello “spostamento” è presente in “mia amica” e in “funerale”.
Il meccanismo psichico di difesa della “drammatizzazione” si vede chiaramente in “lei e la bambina appena nata con degli occhioni molto grandi e belli.”
I processi psichici di difesa della “sublimazione della libido” e della “regressione” non contribuiscono alla formazione del sogno di Gilda.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

La “organizzazione psichica reattiva”, ex carattere o personalità o struttura psichica, evidenziata nel sogno di Gilda è “orale” con marcati tratti depressivi, sensibilità alla perdita degli affetti di cui è fortemente bisognosa.

FIGURE RETORICHE

Il sogno di Gilda evidenzia le seguenti figure retoriche: la “metafora” o relazione di somiglianza in “morte” e in “parto”, la “metonimia” o relazione logica e concettuale in “funerale” e in “bambina” e in “busta” e in “foto”, la “enfasi” o forza espressiva in “morta di parto” e in “che ritrae lei e la bambina appena nata con degli occhioni molto grandi e belli”.

DIAGNOSI

La diagnosi del sogno di Gilda dice che è in atto l’azione improvvida di un “fantasma depressivo di morte”, che la protagonista ristagna in una condizione di mortifera attesa di qualcosa di nuovo o di evolutivo senza concorrere nella rinascita di “parti psichiche” significative di sé.

PROGNOSI

La prognosi esige che Gilda prenda in mano amorosamente il suo destino di donna e si renda autonoma da qualsiasi figura che le abbia procurato frustrazioni del suo essere femminile di donna e di madre.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta in una degenerazione della sindrome depressiva e in uno stato di prostrazione psicofisica molto vicino a una confusione mentale con apatia e disinvestimenti di “libido”.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “simboli” e dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Gilda è “4” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.

RESTO DIURNO

Il sogno di Gilda è stato provocato dalla diretta provocazione di un episodio o di un fatto attinente alla tematica della depressione e dell’abbandono all’interno della sfera coniugale.

QUALITA’ ONIRICA

La qualità onirica è depressiva in quanto insiste sul tema della perdita e del distacco affettivo in specifico riguardo alla realizzazione personale.

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

Il sogno di Gilda pone la questione della “rinascita” in vita e in contrapposizione alla “resurrezione” dalla morte a nuova vita materiale o spirituale.
E’ possibile la rinascita in vita?
E’ possibile la rinascita dopo la morte?
La risposta è affermativa per quanto riguarda il sapersi riformulare in vita a livello psicologico, specialmente dopo una crisi di qualsiasi natura e qualità.
Cosa succede e come si ottiene?
Portando a risoluzione razionale e alla coscienza tutti i “fantasmi” più turbolenti come quelli depressivi e di morte, quelli legati alla perdita e alla “morte in vita” o alla caduta degli investimenti di “libido”.
Il Buddismo è una fede ecologica dell’immanente che parla di un eterno ritorno dell’anima in una serie di reincarnazioni, di qualsiasi tipo e di qualsiasi natura, fino alla raggiunta “catarsi” della colpa impura.
Le religioni trascendenti e monoteistiche attestano la fede principalmente nella resurrezione e nella sconfitta della morte con la vita eterna tramite obbedienza alla Legge di Dio.
La teoria teologica cristiana della resurrezione è collegata alla resurrezione di Cristo dopo la crocifissione.
Trattasi a livello psicologico di strategie fideistiche per risolvere il famigerato “fantasma di morte” e l’angoscia collegata che perseguita l’essere umano fino alle malattie psicosomatiche più resistenti e difficili da guarire. Nella degenerazione delle cellule nervose, neuroni, è implicito un “fantasma di morte” con la relativa spasmodica carica d’angoscia che annienta la memoria e l’identità.
A tal uopo vedi le demenze presenili e senili e “morbi” di varia qualità.
A conclusione del sogno di Gilda propongo l’attento ascolto e la posata riflessione su una popolare canzone di Riccardo Cocciante che, come al solito, non è una semplice canzone, ma un messaggio mistico di ordine panteistico, più vicino al Buddismo che ad altra fede ed esplicitamente elaborato in esorcismo dell’angoscia di morte.
Con questa canzone voglio significare che i sogni dicono quello che è già stato detto in altro modo: “nulla di nuovo sotto il sole”.
Gustatevi musica e testo di “Cervo a primavera” in completamento positivo ed ottimistico del sogno di Gilda.