LA “COSA” PARLA 4

SALVATORE VALLONE

LA COSA PARLA”

IL LINGUAGGIO DELL’INCONSCIO

dimensionesogno.com

Le ca parle.”

L’Inconscio è strutturato come un Linguaggio.”

Jacques Lacan

LE PAROLE DEL COMPLESSO DI EDIPO

“Vanitas vanitatum”!

Un’amante, una moglie, un marito?

Il tempo lo dirà.

Bisogna attendere che le nespole maturino

e poi tutto, come al solito, finirà sul più`bello.

Tutto finisce”: il classico ritornello delle vicende umane.

Era anche scritto sul frontone di una cappella nel cimitero di Siracusa:

tutto finisce”.

Nella ciclicità culturale del 2 novembre

mia madre istillava al gregge dei suoi figli una sana paura dei defunti,

enigmatiche figure

che di giorno portavano i doni e i frutti,

ma di notte grattavano i piedi ai bambini cattivi.

E se i bambini fossero stati tutti buoni?

Ah, i bambini!

I bambini muoiono sempre di crepacuore

e ogni giorno un po’ di più.

Io non volevo più giocare con gli altri bambini

e la notte dormivo tranquilla da sola nel mio letto rosa.

Ma tu come vivevi quella persona che veniva a letto con te?

In tre nello stesso letto?

Era una sacra perversione.

Questa era una relazione sottobanco

che oggi sottolinea la bontà

e conferma la necessità di vivere da soli

anche se tu vivi con me

e fai sempre quello che vuoi.

Io non t’intrigo,

io non t’intralcio.

Cosa dirà il papà?

E’ stato sempre disponibile

e aveva scelto di stare con te senza di me.

Perché adesso mi tiri dentro la tua sozzura

e mi rendi complice di una separazione?

Ma il papà non pensa

e, se pensa, pensa male ciò che è bene.

Se guardi bene,

tuo padre ha solo la forza di lavorare come un mulo.

E poi,

queste pazzie verbali,

questi ammassi di parole cosa significano?

Tuo padre è tuo padre,

così come io sono io.

Inutili i rimpianti

anche se io insisto e persisto nel nulla.

E penso e ripenso

oh, se tu non mi avessi avuto da bambina!”

Oh, se tu non mi avessi avuto da donna!”

Oggi non avrei da ricordare

e, anche se è più triste non aver nulla da ricordare,

oggi non mi sentirei legata così stretta a te

fino a sentirmi soffocata da una cintura di cuoio.

Come non somigli in nulla a mio padre con i tuoi valori di scansafatiche.

Ben venga, allora, l’ozio,

lo sbafo, l’imbroglio e la truffa.

La malizia non è un gioco,

né una marca di deodoranti.

La malizia è un valore,

il tuo unico valore.

Tutto questo s’intravede nel tuo molare i cristalli con perizia

e nel tuo fatale “vissero tutti felici e contenti”,

per cui con tenerezza lanci sguardi dal tuo piedistallo

e stai bene solo se ti senti tanto amato da te stesso.

Io avrei mille premure e altre mille

e, se vuoi, lavo i piatti,

cucino e ti porto in ospedale per la quotidiana dose di metadone.

Ma sappi che io non sono così.

Ricordati sempre che i miei sono modi di essere

che tu mi hai appioppato

e che s’incastrano bene con i tuoi bisogni di coccole e di zoccole,

di coccole da zoccole,

coccole non da persona onesta e ligia al dovere in ogni caso.

Io non sopporto che tu approfitti di me

per non sprofondare nell’abisso delle tue pastiglie e della tua eroina.

Io non sono la tua ancora di salvezza,

un qualcuno che ti aiuta a ucciderti

e raccoglie il tuo vomito dopo l’ennesimo buco.

Questa vita non è poesia,

ma un cumulo di deliri che assolve te

e condanna soltanto me.

La cosa non è da poco.

Chissà,

chissà chi lo sa.

Ma io ci penso,

ci ripenso,

mi ci butto dentro,

cerco gli altri e dimentico me stessa.

La cosa non è male

se riesci a isolare lo stress

e a non inquinare tante situazioni della tua vita

con piena coscienza di causa.

Ma vai a piangere da un’altra parte, brutto tossico!

Prima però` aiutami a ritrovare mio padre.

Non vedi che sono pudica

e abbasso gli occhi come Lucia Mondella

ogni volta che mi guardi con fare ammiccante.

Oppure procurami l’eroina,

ma solo per amore e non per vizio.

Quale amore?

Tu conosci soltanto l’amore sbagliato,

quello di te stesso.

Il tuo vizio è di scavarti la fossa in qualsiasi momento della tua vita.

Tu sai solo farti del male,

tanto male,

per poi essere amato dalle deficienti come me,

quelle che hanno lasciato in giro per la stanza

la foto di un giovane papà in divisa da bersagliere.

Può darsi,

può darsi,

okay!

Almeno ti pensavo più fedele,

almeno fedele a tua figlia

che ha un anno di vita e il succhiotto ancora in bocca.

Vai,

vai pure ad ammazzarti.

La tua vita non ha senso?

E la tua morte ha senso?

La tua morte non interessa nessuno,

neanche le suore che sono abituate a piangere i defunti.

La società ha tolto il significato anche alla tua fine.

Chi resta deve difendersi dai sensi di colpa

seminati da un imbecille come te.

Non sei mai stato felice.

Quando hai cominciato a vivere,

il tuo era già un vivere male.

Prendi pure venti barbiturici al giorno,

ma ricordati che io lavoro in fabbrica con le presse

e devo essere sempre vigile

se voglio bene alle mie mani.

Ricordati anche che i genitori hanno sempre le loro colpe,

così come hanno avuto sperma nei testicoli e uova nelle ovaie.

Ma se tu in qualche modo ci fossi,

io non ti chiederei di aiutarmi,

ti lascerei da solo

perché a me tu in effetti non hai mai chiesto niente.

Tu non sai chiedere,

te ne sbatti delle buone maniere

e non sei motivato a vivere con gli altri

perché sei tutto preso da te stesso.

Adesso non parlarmi della Germania!

Cosa c’entra la Germania?

Sei diventato crucco?

I gelati e le gelaterie,

Berlino e il suo ex muro,

Amburgo e le sue puttane in vetrina,

Monaco e gli alcolizzati che pisciano per strada,

le troie per bene e le mogli degli alcolizzati,

le donne che gradiscono la flebo di libido per vagina,

una pratica sana

ma non adatta a chi ha le palle divorate dall’eroina

e il cervello attratto solo dal suo buco.

Cosa ricordi ancora di un viaggio in Germania

consumato nella ricerca di mezzo chilo di eroina a buon mercato

e da moltiplicare, come un buon Gesu`, in un chilo e mezzo di morte?

Della Germania ricordi le donne che non hai mai avuto.

Il tuo ago ha punto solo le tue vene,

non ha mai punto un’onesta crucca

in cerca di compensazioni sessuali

e pienamente assolta dal senso di colpa.

E non parlare ancora della Germania proprio tu,

tu che pensi che il nazista sia un particolare tipo di tossico.

E non c’entra niente

il fatto che tua madre non ha potuto mandarti a scuola,

perché saresti stato sempre e comunque un povero ignorante.

Tu sei così come sei

per i geni che ti hanno dipinto dentro.

Sei stato sfortunato sin dall’inizio della vita

e non perché tua madre era una vacca da quattro soldi

e tuo padre un ignoto per convenzione sociale.

Noblesse obligèe!

Vedi com`é puttana la vita!

Eri a un passo dalla nobiltà,

dal blasone,

ma sei nato da una zoccola e non da una madama.

Tua madre era bella e popolana,

ma si é fatta fottere nella stalla dal barone-padrone

tra i cavalli che cagavano balle di merda

con tonfo spesso e senza cantilena.

Il barone non aspirava di certo a diventare tuo padre,

lui voleva solo perdersi tra le cosce di tua madre,

tra gli olezzi della stalla, tra gli umori della vagina

e sopra due tette da premio “oscar”.

Più sfortunato di così?

Eri a un passo dalla nobiltà

e ti sei trovato pieno di eroina fino al cervello.

Pur tuttavia sei stato bravo,

perché potevi fare una fine peggiore.

La tua Germania serviva soltanto a comprare certezze con quattro soldi

e non a visitare le colonne dei diritti dell’uomo a Norimberga.

L´ammirazione nei tuoi confronti era quotata al novanta per cento

nei meandri della mia coscienza

e senza calcolare l´imposta sul valore aggiunto.

Mi ero innamorata di un eroe negativo,

di un fiore del male,

di un figlio di puttana.

Cosa vuoi farci.

Io, adesso, ho delle certezze

e posso mettere senza rispetto le mie dita

nelle piaghe della tua sofferenza.

Io posso permettermi un legame privo di scelta,

un legame per inerzia,

mentre tu non sai neanche lasciarti andare sopra di me.

A questo punto tireremo in ballo anche Freud,

ma, ti prego, lasciami finire questo discorso senza filo e senza rete,

consentimi di parlare in questo battibecco aggressivo e profetico,

fatto di auguri e di condanne,

di minacce e di vendette.

Può darsi.

Chi vivrà vedrà e forse lo vedremo entrambi.

Se esiste il cielo, la giustizia e il padre eterno,

vedrò, vedrai, vedremo, vedranno.

La ragione è sempre dei coglioni,

di quelli che non hanno fatto niente nella loro vita.

Chi agisce sbaglia sempre,

caro il mio dongiovanni da sagra paesana.

Ricordalo!

Chi agisce ha sempre fatto qualcosa

anche se porta a casa un figlio indesiderato.

Cosa tiri fuori adesso per queste quattro beghe da puttane,

beghe per un lampione illuminato,

beghe per un lampione fulminato.

E’ tutta colpa dell’ENEL!

Da qui a vent’anni,

da qui all’eternità,

Greta Garbo e Clark Gable,

noi non siamo divi di Hollywood

e la celluloide non ci appartiene.

Noi facciamo soltanto puzza di disgraziati!

Da qui a vent’anni, chissà!

Intanto mi offendi con i tuoi trenta all’ora

a cavallo della mia macchina lucida e oleata.

Impara a non dirmi frigida

proprio tu che sei impotente da eroina,

tu che legittimi il mio filo edipico senza alcuna obiettività.

Ognuno ha il diritto di difendere la sua mamma e il suo papà,

cattivi quanto e come sappiamo solo noi due,

ma pur sempre la nostra origine,

la nostra radice,

il nostro primo significato,

il nostro inizio del discorso,

il nostro prima di te,

il nostro prima di me,

il nostro prima di noi,

i nostri genitori,

la nostra mammina e il nostro papino.

Non arrabbiarti tanto.

Pensa,

se non ci fossero stati spettatori nel nostro film,

tu oggi non avresti il tifo dell’assistente sociale,

dell’infermiera prosperosa,

di un’esperienza mancata,

di una maternità delusa,

di un’ostetrica renitente alla leva.

Con tutte le cose che vanno e che vengono,

tu mi vuoi insegnare con autorità e sicurezza

i problemi che non sono problemi

camuffandoli con gli hamburger di pollo e maiale,

oltretutto farciti di puzzolenti crauti.

Salutiamoci per favore.

Buonanotte!

Non abbiamo risolto un bel niente anche stasera.

Abbiamo solo parlato, parlato a vanvera.

Abbiamo soltanto e solamente parlato a “tinchitè”,

come disse il maresciallo di Lampedusa ai poveri clandestini.

Così va bene!

Scusami, chi ha detto che il parlare risolve tutti i conflitti?

Non lo so.

Il tuo psicoanalista?

Non importa,

domani avremo ancora di che parlare fortunatamente.

Purché parola sia, il resto non conta.

Amen.

E dammi un po’ di coperta.

Buonanotte.

Spegni presto la luce dell’abatjour

e non consumare inutilmente la corrente

perché costa cara,

cara quasi quanto un etto di polvere bianca.

Non avere paura del nulla dei tuoi sogni,

pensa alle tue disgrazie

e sulle tue palpebre si riverserà, prima o poi, anche il sonno dei giusti.

Ricordati che per noi non è facile neanche morire.

Siamo stati fatti per le tragedie senza pubblico,

per quelle farse che non interessano nessuno

e che non fanno più ridere neanche i pazzi nei nuovi manicomi.

LE NOZZE DI FATIMAH

wedding-1594957__340

“Era il giorno delle mie nozze e io non ero contenta.

Avevo visto il mio abito da sposa ed era un po’ grande. Non mi piaceva, non mi sembrava bello.

Per di più, mia madre aveva dimenticato di prenotare un appuntamento al salone di bellezza, così avevo dovuto provvedere al trucco da sola.

Dopo avevo messo l’abito che, all’indossarlo, era diventato nero nella parte superiore e bianco nella parte inferiore.

A quel punto ho detto a mio padre che non era per niente bello e lui mi ha detto di toglierlo.

Così le nozze non si sono celebrate.”

INTRODUZIONE

Colpisce nell’immediata lettura la madre improvvida e il padre consenziente, l’aggressività verso la madre e la complicità con il padre. Si tratta, infatti, di un “sogno edipico”, un sogno che svolge la solita psicodinamica triangolare: padre, madre, figlia.

Colpisce anche l’assenza dello sposo.

Questa è la sintesi.

Passiamo all’analisi puntuale e alle considerazioni cliniche.

Il sogno di Fatimah è complesso nella sua profondità simbolica e richiama anche la teoria della “androginia psichica”: la “parte maschile” e la “parte femminile” inscritte nella Psiche al di là del sesso biologico. La netta differenza sessuale non comporta la netta differenziazione degli attributi psichici culturalmente e simbolicamente ascritti all’universo maschile e all’universo femminile secondo le indicazioni metodologiche della “Psicologia analitica” di Karl Gustav Jung e secondo le teorie mitologiche, antropologiche e filosofiche.

Mi spiego meglio.

Esiste un padre uterino e una madre fallica, un padre fusionale e una madre severa, al di là delle convenzioni culturali e simboliche che vogliono il “principio maschile” forte e severo e il “principio femminile” affettivo e seduttivo. Le stereotipie si superano e magari se ne recuperano altre: l’androginia psichica è una di queste in superamento di quelle convenzionali e in recupero delle teorie dei primordi culturali e delle antiche cosmogonie.

Non esistono caratteristiche psichiche esclusive di un sesso, tutti le assorbiamo dalla madre e dal padre, da una femmina e da un maschio, e, di poi, le elaboriamo, le evolviamo e le combiniamo nella nostra “organizzazione reattiva” o formazione caratteriale. Freud, a suo tempo, aveva detto che “si nasce maschi ma si diventa maschi”, “si nasce femmine ma si diventa femmine” intendendo che l’esito dell’identità sessuale dipendeva dalla psicodinamica con il padre e con la madre: il complesso di Edipo. Platone duemila e trecento anni prima aveva scritto un dialogo titolato il “Banchetto” e aveva elaborato il mito dell’androginia mettendolo in bocca ad Aristofane, un’androginia inserita nel quadro metafisico della filosofia di Platone: l’idea del maschile e l’idea del femminile. Uno schema di androginia è latente ma presente nel “Genesi” biblico nello “AdamEva”, il fango vivificato dal respiro divino, prima che Eva venisse scissa dall’impasto acquistando la sua identità psicofisica femminile e la sua dipendenza culturale da Adamo. Nella cosmogonia di Esiodo il “principio maschile” e il “principio femminile” sono fusi nel “Caos” prima della scissione di “Ouranos”, il cielo stellato e il “principio maschile”. La mitologia e la filosofia hanno ampiamente trattato il tema. La “Psicologia analitica” di Jung ha elaborato il concetto di “anima” intendendo la componente inconscia “femminile” all’interno della personalità maschile e il concetto di “animus” intendendo la componente inconscia “maschile” all’interno della personalità femminile. La “Psicologia del  Profondo”, diffidando di qualsiasi mitica dimensione psichica inconscia, ammette che l’androginia psichica consiste nel coniugare tratti culturalmente e simbolicamente ascritti all’universo maschile con tratti culturalmente e simbolicamente ascritti all’universo femminile.

Questa è la sintesi chiarificatrice sul tema “androginia”.

IL SOGNO

Convergiamo sul sogno di Fatimah, una donna di cultura mediorientale e un “resto notturno” che consente di provare la tesi dell’universalità della “posizione edipica” e delle psicodinamiche collegate.

“Era il giorno delle mie nozze e io non ero contenta.”

Il significato simbolico delle “nozze” si attesta nella ratifica morale e legale dell’esercizio della “libido genitale” da parte della società civile, nell’autorizzazione della sessualità da parte dell’istanza psichica del

“Super-Io”. L’istituto giuridico delle nozze comporta il rito in risoluzione di un divieto, la liceità di una serie varia e variopinta di “tabù” in riguardo alla sessualità. Questo significato è di superficie, perché quello profondo verte proprio sull’androginia psichica, sulla fusione ben combinata ed equilibrata dei tratti psichici maschili e femminili all’interno della “organizzazione reattiva”. Tale stato comporta la consapevolezza delle proprie caratteristiche e la messa in atto, senza pregiudizio, della “parte maschile” e della “parte femminile”. Preciso che in questa psicodinamica non è in nulla chiamata in causa l’omosessualità. Stiamo trattando di una persona sessualmente maschio con tratti psichici simbolicamente e culturalmente maschili e femminili e di una persona sessualmente femmina con tratti psichici simbolicamente e culturalmente maschili e femminili.

Fatimah sogna di sposarsi, “il giorno delle mie nozze”, elabora la sua attualità psichica con i conflitti in riguardo all’amalgama dei vissuti e dei fantasmi. E’ il momento della consapevolezza della sua androginia, del suo essere femminile e del suo essere maschile. Lo stimolo è espresso nel suo non essere “contenta”, nel suo non essere consapevole dei suoi contenuti e della sua pienezza psichica. La parola “contenta” si può tradurre “riempita”. Adesso si tratta di mettere ordine sul materiale psichico incamerato e non adeguatamente assimilato.

“Avevo visto il mio abito da sposa ed era un po’ grande.”

L’”abito” è un modo psichico relazionale, una modalità di offerta sociale della propria persona e della propria personalità. Se poi l’abito è “da sposa”, si restringe l’offerta sociale e si accresce, per converso, l’esclusiva, la donazione della “libido” in un ambito di coppia e in un contesto familiare. Fatimah sta compattando la sua psiche effettuando delle prese di coscienza e si accorge che tra la sua interiorità e ciò che di lei mostra e lascia apparire, la sua fenomenologia psico-relazionale, esiste una mancata coincidenza, una mancata adesione, una mancata integrazione. Fatimah non fa trasparire la sua interiorità nella sua esteriorità e si sente falsificata o troppo difesa nelle sue esibizioni sociali. Fatimah avverte una forma d’inautenticità e soffre di questa sua difesa perché non si sente giusta, si sente diversa. Intuisce che deve migliorare la coscienza delle sue “parti maschili” e delle sue “parti femminili”, della sua androginia psichica. Ecco spiegato l’abito da sposa “un po’ grande”, non aderente e ingombrante come il maglione che le adolescenti indossano per occultare agli occhi indiscreti degli altri la crescita del seno.

“Non mi piaceva, non mi sembrava bello.”

Fatimah non si gusta, non prova il giusto “gusto di sé”, non si sente e non si conosce bene, non ha empatia con se stessa, non ha confidenza con la sua interiorità, non è soprattutto soddisfatta delle sue esibizioni e delle sue offerte. E’ soprattutto la sua sensibilità estetica a ricevere frustrazioni. Fatimah percepisce che può migliorare, può apparire più bella. Si evidenzia la ricerca di una nuova dimensione psichica e sociale che coniuga senso e gusto, che combina sentimento e fascino, che ricerca l’armonia tra le parti maschili e femminili. Fatimah si sente scompensata a livello sociale e deve organizzarsi dentro, deve integrare le parti rimosse e non adeguatamente riconosciute.

“Per di più, mia madre aveva dimenticato di prenotare un appuntamento al salone di bellezza, così avevo dovuto provvedere al trucco da sola.”

Ecco la giusta invettiva contro la madre! E’ colpa della mamma che non mi ha voluto trattenere con sé e mi ha costretto a emanciparmi psicologicamente troppo presto. Se Fatimah oggi accusa un disagio interiore e sociale, se le sue “parti psichiche” maschili e femminili sono in disarmonia, la responsabilità è della madre. Fatimah si sente sola nel difendersi dalla società ed è costretta a organizzarsi dentro in maniera congrua per apparire adeguata e autentica. Il “trucco” è simbolicamente il complesso dei “meccanismi psichici di difesa” dalle proprie ansie e delle proprie paure, nonché delle proprie angosce. Il “trucco” evoca la truffa sociale consentita dalle norme della convivenza: apparire al meglio con le proprie doti e occultarsi, sempre al meglio, con i propri difetti.

Forse la bellezza e la femminilità non fanno difetto in Fatimah visto che ci tiene tanto all’immagine di sé. Ma Fatimah si sente sola e non ha piena coscienza della bontà della sua possibile autonomia. Un apprezzamento va alla mamma perché ha favorito l’emancipazione della figlia. Il “salone di bellezza” rappresenta il senso estetico, il “bello” dentro la sensibilità del “gusto di sé”. Fatimah è su una fascinosa strada: la psiche bella.

“Dopo avevo messo l’abito che, all’indossarlo, era diventato nero nella parte superiore e bianco nella parte inferiore.”

Ecco la magia del sogno!

Ecco il simbolismo necessario per decodificare il “resto notturno” di Fatimah! Il “nero” è “sopra” e il “bianco” è “sotto”.

Cosa significano questi simboli?

Il “sopra”, “nella parte superiore”, dalla cintola in su, racchiude un “principio maschile”, condensa la zona degli affetti e della ragione, l’ambito delle emozioni e della vigilanza nell’ottica del “principio maschile”. La testa è un simbolo fallico, il petto è simbolo della forza e del coraggio, attributi simbolicamente ascritti all’universo maschile anche se l’universo femminile partecipa alla grande.

Il “nero” rappresenta il lutto, la perdita, il distacco. Fatimah evidenzia un “fantasma depressivo” in riguardo al suo “sopra”, alla sua razionalità e alla sua forza sentimentale.

Il “sotto”, “nella parte inferiore”, dalla cintola in giù, condensa un “principio femminile”, condensa la zona del “sistema neurovegetativo” e della materialità, della sessualità e della maternità, dell’emozione oscura e della soccombenza culturale.

Simbolicamente si coniugano attributi ascritti al “principio femminile” tra cui la posizione sessuale durante il coito per favorire la fecondazione, come attesta il dissidio fatale tra Lilith e Adamo.

Il “bianco” rappresenta l’innocenza, la verginità psichica, la purezza. Fatimah evidenzia la sua immaturità psichica, la sua mancata autonomia, la sua bambina indifesa dentro. E’ deficitaria la capacità di giostrarsi nel “sopra” e nel “sotto”, nella sua “parte maschile” e nella sua “parte femminile”, nella vigilanza razionale dell’Io e nella dimensione genitale femminile, nella nobiltà delle funzioni logiche e nella concretezza materiale. Fatimah deve crescere “sopra” e “sotto”, deve conquistare la sua autonomia e accettare la rottura del cordone ombelicale, deve maturare la sua sessualità adulta, deve integrare la “parte maschile” con la “parte femminile”.

“A quel punto ho detto a mio padre che non era per niente bello e lui mi ha detto di toglierlo.”

Ecco l’alleanza giusta!

Ecco il conflitto edipico ancora irrisolto!

Il legame privilegiato e la complicità con il padre sono evidenti per cui, se l’abito non è bello, è giusto toglierlo, è giusto non emanciparsi e persistere nei bisogni di figlia all’interno di una famiglia che protegge ma non libera. L’alleanza con il padre blocca l’evoluzione psichica e la crescita di Fatimah. Tutto questo è nei vissuti psicodinamici della figlia; il padre protettivo e la madre libertaria.

Il padre rappresenta l’universo psichico maschile e la madre l’universo psichico femminile: l’androginia di Fatimah è ancora servita.

“ Così le nozze non si sono celebrate.”

E così Fatimah non si è evoluta a livello psichico e ha mancato l’integrazione della sua androginia, delle parti di sé rimosse e rifiutate.

E così Fatimah non si è emancipata dal padre e dalla madre, non ha riconosciuto il padre e la madre e con il primo ha mantenuto un legame molto forte di quasi moglie.

La prognosi impone la risoluzione della “posizione edipica” e in particolare il riconoscimento psichico del padre. Fatimah deve tendere alla sua autonomia psicofisica e alla piena e salvifica “coscienza di sé”. Deve “sposarsi” in primo luogo con se stessa armonizzando i tratti maschili e i tratti femminili della sua psiche.

Il rischio psicopatologico si attesta in una psiconevrosi edipica: isterica, fobico-ossessiva, d’angoscia.

Considerazioni metodologiche: la cultura mediorientale di Fatimah non esime dalla psicodinamica evolutiva edipica. Si nasce da padre e da madre e si vive con il padre e la madre quando si è infanti, “senza parole” e atti all’imprinting. Il forte legame di Fatimah con il padre risente in minima parte della grande considerazione culturale che l’universo maschile riceve nel mondo mediorientale. Il legame di Fatimah si attesta in una “posizione edipica” ben strutturata. Una nota sul concetto di cultura è opportuna. Nel Sud del Mediterraneo da sempre le culture hanno operato una “rimozione” del “principio femminile” e hanno elaborato la prevalenza del “principio maschile”, ma a tutti gli effetti trattasi di culture matriarcali e il potere occulto è esercitato dalle madri che sono inequivocabilmente donne. Il “principio femminile” rimosso ritorna al potere sotto forma ufficiosamente reale e psicologicamente incisiva. Bisogna considerare anche la sacralità di cui viene investito il padre sotto le spinte etiche del “Credo” religioso. Al “sacro psichico” si somma il “sacro culturale”. Se poi si aggiunge il consistente investimento di “libido” della figlia nei riguardi del padre, si spiegano largamente “le nozze di Fatimah”.

ANCORA A PROPOSITO DI FABIO… E DEI DIRITTI DEL CORPO

cat-83326__180

“Fabio sogna di trovarsi al lato del guidatore della macchina in mezzo al buio, in una strada buia e a fari spenti.
Fabio è solo nell’oscurità e due figure animali attraversano la strada di corsa.
Fabio inchioda istintivamente la macchina nel mezzo della strada, apre la portiera dal lato del passeggero e fa di tutto per far salire quegli animali in macchina.
Mette le quattro frecce e cerca di farli salire perché teme per lo loro incolumità.”

Il sogno di Fabio propone un tema di delicata rilevanza e un dilemma del tutto inutile: il rapporto tra la mente e il corpo e il pericoloso, quanto diffuso in Occidente, schema culturale e religioso che privilegia i diritti della mente e dell’anima sul povero soggetto di vita e di vitalità, “libido”, che è il corpo.
Procediamo con cautela, soprattutto vista la portata degli argomenti e dei coinvolgimenti.
Ritorna nel sogno di Fabio la solita diffusissima “macchina”: il “sistema neurovegetativo” nella valenza sessuale, piuttosto che cardiorespiratoria. Ritorna la vita sessuale nei fantasmi di un maschio più che adolescente, ma la causa di questo tema non risiede soltanto nei contenuti immessi nel processo psichico di formulazione dei “fantasmi”, ma anche nella mancata educazione sessuale e nella sessuofobia culturale e religiosa, schemi e concetti che esigono di essere corretti ed evoluti in maniera fausta e “in primis” dai genitori.
Fabio si trova a lato del guidatore. Fabio, quindi, non è il pilota, ma è traportato in macchina da una figura maschile, almeno si suppone, che non vede, ma di cui sente la presenza e nella quale si è identificato, il “padre”, ma un padre che non vede e, proprio perché non vede, è il padre. Ricordo che il sogno ha bisogno di censurare per favorire il sonno e affinché il “contenuto latente” non coincida con il “contenuto manifesto”, pena l’incubo e il risveglio immediato. “Il sogno è il guardiano del sonno”, sosteneva a spada tratta il capostipite Sigmund Freud.
Ritorna il “buio”, il solito “buio”, ad attestare del crepuscolo della coscienza, della disposizione psicofisica alla pulsione e all’emozione, del bisogno di distrarsi dalla vigilanza razionale dell’”Io”, del desiderio di abbandonarsi alla “libido” e all’appagamento dei sensi.
Anche la “strada è buia e i fari sono spenti”, quasi a confermare, se ce ne fosse bisogno, che Fabio è proprio deciso a lasciarsi andare tra le braccia del suo “Eros” nel migliore dei modi. I “fari spenti” attestano di una sessualità che non ha bisogno di un ragioniere che calcoli l’ammontare delle tasse per la dichiarazione di redditi. Il rafforzamento del “buio” si attesta nelle reiterazioni della “strada buia” e dei “fari spenti”. Fabio si sta dicendo che, se vuole vivere bene la sua sessualità e il suo corpo, deve sospendere le attività dell’”Io”, almeno nei momenti pulsionali tanto naturali, quanto desiderati. Fabio è proprio convinto e deciso nell’assecondare questo naturale progetto.
“Fabio è solo nell’oscurità e due figure animali attraversano la strada di corsa.”
Ecco che gli vengono in aiuto “due figure animali”. Ma cosa rappresentano? E perché due e non quarantaquattro come i gatti di una famosa canzoncina? Le figure animali condensano gli istinti, le pulsioni, la vitalità ormonale, la forza della “libido”. Fabio incontra fuori dalla sua “macchina”, anche se guidata dal padre, la carica libidica rappresentata da “due figure animali” non meglio identificate. Il primo problema è il perché gli istinti sono fuori dalla macchina? Fabio deve riappropriarsene e farle sue. Freud sosteneva che si nasce maschi, ma si diventa maschi. Voleva significare che il processo evolutivo verso l’identità maschile deve passare attraverso l’identificazione nel padre a conclusione del travaglio edipico e nel pieno rispetto dell’acquisita autonomia. Fabio deve appropriarsi della sua macchina e incorporare gli istinti nel suo apparato sessuale, “la macchina”. Fabio deve avere meno scrupoli e meno censure nel vivere la sua carica di “libido”. Si nota una presenza invadente e censoria del “Super-Io” che ridimensiona l’”Es”, la sede delle pulsioni, per cui l’”Io” va in affanno, ma non in quello amoroso, in quello morale della colpa o del disagio in ogni senso. Siccome il “Super-Io” è definibile come l’“introiezione del padre”, Fabio ha qualche pendenza psichica con il padre. Ritornando al “due” in riguardo agli “animali-istinti”, bisogna ricordare che il numero condensa la coppia, la linea, il femminile, ma in questo caso riguarda il corpo che possiede in coppia le braccia, le gambe, i piedi, le orecchie, le mani, gli occhi, i reni, i testicoli, i seni e altro su cui non mi soffermo. Il numero “due” ha qualche riferimento simbolico personale, per cui si lascia a Fabio la giusta riflessione e non ci resta che procedere con la decodificazione del suo interessante e intrigante prodotto psichico.
“Fabio inchioda istintivamente la macchina nel mezzo della strada, apre la portiera dal lato del passeggero e fa di tutto per fare salire quegli animali in macchina.”
Fabio si è rassicurato e adesso guida la sua macchina visto che la può inchiodare nel mezzo del cammino che porta all’emancipazione dal padre e alla sua autonomia psicofisica. E meno male! Bisogna incorporare gli istinti estromessi, perché avevano subito l’improvvida “castrazione” come punizione del desiderio estremo di aver desiderato la donna d’altri, la madre e la moglie del padre, e come giusta espiazione alla colpa di non aver riconosciuto il padre. Fabio fa di tutto per appropriarsi senza inibizioni e nella sua naturalità biologica la sua vitalità sessuale, la “libido”, la “libido genitale”, quella donativa che esige la presenza del partner, nel passato freudiano si trattava della donna.
“Mette le quattro frecce e cerca di farli salire perché teme per lo loro incolumità.”
Le “quattro frecce” attestano di una richiesta d’aiuto, indicano un’emergenza psicofisica che esige la ricostituzione dell’unità psicosomatica di Fabio. Le “quattro frecce” richiedono la consapevolezza dello “status” critico, per procedere alla definitiva soluzione attraverso l’ottemperamento al comandamento psicoanalitico “riconosci il padre e la madre”.
Il sogno di Fabio si svolge secondo le seguenti coordinate dinamiche: dal rapporto di dipendenza dal padre e dall’alienazione degli istinti dall’apparato sessuale alla progressiva e decisa ripresa in carico della sua sessualità e del suo corpo. Le quattro frecce significano S.O.S. e non soltanto in sogno. Fabio ha esaltato il “processo secondario” e la razionalità, ha favorito la presa di coscienza dei suoi “fantasmi”, ma ha corso il rischio di usare malignamente il meccanismo di difesa, non certo fausto, della “razionalizzazione”. Quest’ultimo si attesta nel “nondum matura est”, “non è ancora matura”, della favola del greco Esopo titolata “la volpe e l’uva”: una giustificazione razionale dell’incapacità di raggiungere un grappolo d’uva per mangiarlo da parte di un animale furbo come la rinomata volpe. Se è doveroso aver coscienza di sé, è pericoloso costruire un castello di idee in fuga dal corpo per giustificare ciò che non si accetta e che si vive male, sempre in riguardo al proprio corpo. Il meccanismo di difesa della “razionalizzazione” consiste nella giustificazione e nell’organizzazione logica di idee aggressive e di atti illegittimi e il delirio paranoico ne è il classico esempio.
La prognosi impone a Fabio di concludere il tempo delle dipendenze e di rafforzare la consapevolezza della sua autonomia psichica attraverso il riconoscimento del padre e il ridimensionamento della funzione inibitrice del “Super-Io”. Questo obiettivo passa attraverso la risoluzione del complesso di Edipo. Inoltre e soprattutto Fabio non deve alienare i diritti del suo corpo a favore delle pretese della sua mente, come si diceva in precedenza.
Il rischio psicopatologico si attesta nella mancata risoluzione della posizione edipica con il conseguente irrigidimento del “Super-Io” nella sua tirannia inibitrice. A tale improvvida situazione conseguirebbe un mancato gusto della propria vita sessuale con frustrazioni della “libido”. Trascuro il rischio paranoico di un eccesso di “razionalizzazione”, qualora Fabio istruisse una fuga dal suo corpo.
Riflessioni metodologiche: il sogno di Fabio induce il tema del rapporto tra “mente e corpo”, tra “psiche e soma”, dal momento che gli istinti sessuali erano stati in un primo tempo estromessi dal corpo e alla fine fortunatamente recuperati. La domanda è semplice ed è la seguente: “noi siamo il nostro corpo e possibilmente la nostra mente”, “noi siamo la nostra unità psicosomatica”? Al di là di ogni legittima e rispettabile aspettativa per il “post vitam”, come dobbiamo vivere il nostro corpo e gli annessi e connessi istinti e pulsioni? Il grande Epicuro aveva ragione nel dire che la morte non è un’esperienza vissuta, per cui la vita e il corpo sono da amare in maniera sacra. A tal uopo riporto un brano del mio testo in attesa di pubblicazione (probabilmente da “Psiconline”) e titolato “Io e mia madre”, psicodramma dell’anoressia mentale, proprio sul tema del corpo e dei suoi diritti. Chi riflette è una ragazza di vent’anni affetta da anoressia, per l’appunto. Seguiamola in questo breve estratto.
“Alla monotonia della vita e alla gabbia del corpo si è pesantemente aggiunta la prigione del lavoro: io non riesco a immaginare per me una buona armonia dei tre elementi.
L’inerzia del vivere mi trascina e Luca, il traditore, non spinge più il mio sgangherato carro ed è anche sceso dal mio corpo.
La sessualità si è spenta e l’erotismo è un’arte antica trasmessa dai Romani in versione letteraria a volte nobile e a volte volgare.
Il mio orologio mestruale si è rotto e dell’esser femmina non vedo traccia da molto tempo.
Ogni mattina, appena sveglia, mi assale la paura di me stessa e della realtà che mi circonda: il soffitto sopra di me, le pareti bianche della stanza, il manifesto del “Che”, l’armadio laccato di rosa, i jeans di velluto, la sedia in vimini, il reggiseno nero, la foto di lui, i numeri luminosi della radiosveglia, le opprimenti coperte, il mio corpo in un sudario di cotone, le braccia conserte, le gambe rannicchiate, il mio odore, il mio sudore, il dolore allo stomaco, il respiro pesante, il cuore in corto circuito.
Per magia cerco e trovo la forza di staccarmi da tutto e di collocarmi al di là di una spessa vetrata.
Provo a sondare me stessa e la mia situazione, ma inevitabilmente la paura traligna nell’angoscia di non essere capace di rientrare nella realtà da cui sono appena fuggita, per cui tutti i miei sforzi si concentrano nell’attaccarmi nuovamente alle cose, quasi un arrampicarmi su di esse.
In tale trambusto di sensi e di ragione ho il coraggio di pormi il dilemma: il soffitto, le pareti, il manifesto, l’armadio, i jeans, la sedia, il reggiseno, la foto, i numeri, le coperte, il corpo, le braccia, le gambe, l’odore, il sudore, il dolore, il respiro, il cuore mi accetteranno di nuovo o mi rifiuteranno per sempre ?
Riprenderò possesso di me stessa e riavrò potere sulle mie cose o sarò punita per la mia prepotenza narcisistica ?”