LE NOZZE DI FATIMAH

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“Era il giorno delle mie nozze e io non ero contenta.

Avevo visto il mio abito da sposa ed era un po’ grande. Non mi piaceva, non mi sembrava bello.

Per di più, mia madre aveva dimenticato di prenotare un appuntamento al salone di bellezza, così avevo dovuto provvedere al trucco da sola.

Dopo avevo messo l’abito che, all’indossarlo, era diventato nero nella parte superiore e bianco nella parte inferiore.

A quel punto ho detto a mio padre che non era per niente bello e lui mi ha detto di toglierlo.

Così le nozze non si sono celebrate.”

INTRODUZIONE

Colpisce nell’immediata lettura la madre improvvida e il padre consenziente, l’aggressività verso la madre e la complicità con il padre. Si tratta, infatti, di un “sogno edipico”, un sogno che svolge la solita psicodinamica triangolare: padre, madre, figlia.

Colpisce anche l’assenza dello sposo.

Questa è la sintesi.

Passiamo all’analisi puntuale e alle considerazioni cliniche.

Il sogno di Fatimah è complesso nella sua profondità simbolica e richiama anche la teoria della “androginia psichica”: la “parte maschile” e la “parte femminile” inscritte nella Psiche al di là del sesso biologico. La netta differenza sessuale non comporta la netta differenziazione degli attributi psichici culturalmente e simbolicamente ascritti all’universo maschile e all’universo femminile secondo le indicazioni metodologiche della “Psicologia analitica” di Karl Gustav Jung e secondo le teorie mitologiche, antropologiche e filosofiche.

Mi spiego meglio.

Esiste un padre uterino e una madre fallica, un padre fusionale e una madre severa, al di là delle convenzioni culturali e simboliche che vogliono il “principio maschile” forte e severo e il “principio femminile” affettivo e seduttivo. Le stereotipie si superano e magari se ne recuperano altre: l’androginia psichica è una di queste in superamento di quelle convenzionali e in recupero delle teorie dei primordi culturali e delle antiche cosmogonie.

Non esistono caratteristiche psichiche esclusive di un sesso, tutti le assorbiamo dalla madre e dal padre, da una femmina e da un maschio, e, di poi, le elaboriamo, le evolviamo e le combiniamo nella nostra “organizzazione reattiva” o formazione caratteriale. Freud, a suo tempo, aveva detto che “si nasce maschi ma si diventa maschi”, “si nasce femmine ma si diventa femmine” intendendo che l’esito dell’identità sessuale dipendeva dalla psicodinamica con il padre e con la madre: il complesso di Edipo. Platone duemila e trecento anni prima aveva scritto un dialogo titolato il “Banchetto” e aveva elaborato il mito dell’androginia mettendolo in bocca ad Aristofane, un’androginia inserita nel quadro metafisico della filosofia di Platone: l’idea del maschile e l’idea del femminile. Uno schema di androginia è latente ma presente nel “Genesi” biblico nello “AdamEva”, il fango vivificato dal respiro divino, prima che Eva venisse scissa dall’impasto acquistando la sua identità psicofisica femminile e la sua dipendenza culturale da Adamo. Nella cosmogonia di Esiodo il “principio maschile” e il “principio femminile” sono fusi nel “Caos” prima della scissione di “Ouranos”, il cielo stellato e il “principio maschile”. La mitologia e la filosofia hanno ampiamente trattato il tema. La “Psicologia analitica” di Jung ha elaborato il concetto di “anima” intendendo la componente inconscia “femminile” all’interno della personalità maschile e il concetto di “animus” intendendo la componente inconscia “maschile” all’interno della personalità femminile. La “Psicologia del  Profondo”, diffidando di qualsiasi mitica dimensione psichica inconscia, ammette che l’androginia psichica consiste nel coniugare tratti culturalmente e simbolicamente ascritti all’universo maschile con tratti culturalmente e simbolicamente ascritti all’universo femminile.

Questa è la sintesi chiarificatrice sul tema “androginia”.

IL SOGNO

Convergiamo sul sogno di Fatimah, una donna di cultura mediorientale e un “resto notturno” che consente di provare la tesi dell’universalità della “posizione edipica” e delle psicodinamiche collegate.

“Era il giorno delle mie nozze e io non ero contenta.”

Il significato simbolico delle “nozze” si attesta nella ratifica morale e legale dell’esercizio della “libido genitale” da parte della società civile, nell’autorizzazione della sessualità da parte dell’istanza psichica del

“Super-Io”. L’istituto giuridico delle nozze comporta il rito in risoluzione di un divieto, la liceità di una serie varia e variopinta di “tabù” in riguardo alla sessualità. Questo significato è di superficie, perché quello profondo verte proprio sull’androginia psichica, sulla fusione ben combinata ed equilibrata dei tratti psichici maschili e femminili all’interno della “organizzazione reattiva”. Tale stato comporta la consapevolezza delle proprie caratteristiche e la messa in atto, senza pregiudizio, della “parte maschile” e della “parte femminile”. Preciso che in questa psicodinamica non è in nulla chiamata in causa l’omosessualità. Stiamo trattando di una persona sessualmente maschio con tratti psichici simbolicamente e culturalmente maschili e femminili e di una persona sessualmente femmina con tratti psichici simbolicamente e culturalmente maschili e femminili.

Fatimah sogna di sposarsi, “il giorno delle mie nozze”, elabora la sua attualità psichica con i conflitti in riguardo all’amalgama dei vissuti e dei fantasmi. E’ il momento della consapevolezza della sua androginia, del suo essere femminile e del suo essere maschile. Lo stimolo è espresso nel suo non essere “contenta”, nel suo non essere consapevole dei suoi contenuti e della sua pienezza psichica. La parola “contenta” si può tradurre “riempita”. Adesso si tratta di mettere ordine sul materiale psichico incamerato e non adeguatamente assimilato.

“Avevo visto il mio abito da sposa ed era un po’ grande.”

L’”abito” è un modo psichico relazionale, una modalità di offerta sociale della propria persona e della propria personalità. Se poi l’abito è “da sposa”, si restringe l’offerta sociale e si accresce, per converso, l’esclusiva, la donazione della “libido” in un ambito di coppia e in un contesto familiare. Fatimah sta compattando la sua psiche effettuando delle prese di coscienza e si accorge che tra la sua interiorità e ciò che di lei mostra e lascia apparire, la sua fenomenologia psico-relazionale, esiste una mancata coincidenza, una mancata adesione, una mancata integrazione. Fatimah non fa trasparire la sua interiorità nella sua esteriorità e si sente falsificata o troppo difesa nelle sue esibizioni sociali. Fatimah avverte una forma d’inautenticità e soffre di questa sua difesa perché non si sente giusta, si sente diversa. Intuisce che deve migliorare la coscienza delle sue “parti maschili” e delle sue “parti femminili”, della sua androginia psichica. Ecco spiegato l’abito da sposa “un po’ grande”, non aderente e ingombrante come il maglione che le adolescenti indossano per occultare agli occhi indiscreti degli altri la crescita del seno.

“Non mi piaceva, non mi sembrava bello.”

Fatimah non si gusta, non prova il giusto “gusto di sé”, non si sente e non si conosce bene, non ha empatia con se stessa, non ha confidenza con la sua interiorità, non è soprattutto soddisfatta delle sue esibizioni e delle sue offerte. E’ soprattutto la sua sensibilità estetica a ricevere frustrazioni. Fatimah percepisce che può migliorare, può apparire più bella. Si evidenzia la ricerca di una nuova dimensione psichica e sociale che coniuga senso e gusto, che combina sentimento e fascino, che ricerca l’armonia tra le parti maschili e femminili. Fatimah si sente scompensata a livello sociale e deve organizzarsi dentro, deve integrare le parti rimosse e non adeguatamente riconosciute.

“Per di più, mia madre aveva dimenticato di prenotare un appuntamento al salone di bellezza, così avevo dovuto provvedere al trucco da sola.”

Ecco la giusta invettiva contro la madre! E’ colpa della mamma che non mi ha voluto trattenere con sé e mi ha costretto a emanciparmi psicologicamente troppo presto. Se Fatimah oggi accusa un disagio interiore e sociale, se le sue “parti psichiche” maschili e femminili sono in disarmonia, la responsabilità è della madre. Fatimah si sente sola nel difendersi dalla società ed è costretta a organizzarsi dentro in maniera congrua per apparire adeguata e autentica. Il “trucco” è simbolicamente il complesso dei “meccanismi psichici di difesa” dalle proprie ansie e delle proprie paure, nonché delle proprie angosce. Il “trucco” evoca la truffa sociale consentita dalle norme della convivenza: apparire al meglio con le proprie doti e occultarsi, sempre al meglio, con i propri difetti.

Forse la bellezza e la femminilità non fanno difetto in Fatimah visto che ci tiene tanto all’immagine di sé. Ma Fatimah si sente sola e non ha piena coscienza della bontà della sua possibile autonomia. Un apprezzamento va alla mamma perché ha favorito l’emancipazione della figlia. Il “salone di bellezza” rappresenta il senso estetico, il “bello” dentro la sensibilità del “gusto di sé”. Fatimah è su una fascinosa strada: la psiche bella.

“Dopo avevo messo l’abito che, all’indossarlo, era diventato nero nella parte superiore e bianco nella parte inferiore.”

Ecco la magia del sogno!

Ecco il simbolismo necessario per decodificare il “resto notturno” di Fatimah! Il “nero” è “sopra” e il “bianco” è “sotto”.

Cosa significano questi simboli?

Il “sopra”, “nella parte superiore”, dalla cintola in su, racchiude un “principio maschile”, condensa la zona degli affetti e della ragione, l’ambito delle emozioni e della vigilanza nell’ottica del “principio maschile”. La testa è un simbolo fallico, il petto è simbolo della forza e del coraggio, attributi simbolicamente ascritti all’universo maschile anche se l’universo femminile partecipa alla grande.

Il “nero” rappresenta il lutto, la perdita, il distacco. Fatimah evidenzia un “fantasma depressivo” in riguardo al suo “sopra”, alla sua razionalità e alla sua forza sentimentale.

Il “sotto”, “nella parte inferiore”, dalla cintola in giù, condensa un “principio femminile”, condensa la zona del “sistema neurovegetativo” e della materialità, della sessualità e della maternità, dell’emozione oscura e della soccombenza culturale.

Simbolicamente si coniugano attributi ascritti al “principio femminile” tra cui la posizione sessuale durante il coito per favorire la fecondazione, come attesta il dissidio fatale tra Lilith e Adamo.

Il “bianco” rappresenta l’innocenza, la verginità psichica, la purezza. Fatimah evidenzia la sua immaturità psichica, la sua mancata autonomia, la sua bambina indifesa dentro. E’ deficitaria la capacità di giostrarsi nel “sopra” e nel “sotto”, nella sua “parte maschile” e nella sua “parte femminile”, nella vigilanza razionale dell’Io e nella dimensione genitale femminile, nella nobiltà delle funzioni logiche e nella concretezza materiale. Fatimah deve crescere “sopra” e “sotto”, deve conquistare la sua autonomia e accettare la rottura del cordone ombelicale, deve maturare la sua sessualità adulta, deve integrare la “parte maschile” con la “parte femminile”.

“A quel punto ho detto a mio padre che non era per niente bello e lui mi ha detto di toglierlo.”

Ecco l’alleanza giusta!

Ecco il conflitto edipico ancora irrisolto!

Il legame privilegiato e la complicità con il padre sono evidenti per cui, se l’abito non è bello, è giusto toglierlo, è giusto non emanciparsi e persistere nei bisogni di figlia all’interno di una famiglia che protegge ma non libera. L’alleanza con il padre blocca l’evoluzione psichica e la crescita di Fatimah. Tutto questo è nei vissuti psicodinamici della figlia; il padre protettivo e la madre libertaria.

Il padre rappresenta l’universo psichico maschile e la madre l’universo psichico femminile: l’androginia di Fatimah è ancora servita.

“ Così le nozze non si sono celebrate.”

E così Fatimah non si è evoluta a livello psichico e ha mancato l’integrazione della sua androginia, delle parti di sé rimosse e rifiutate.

E così Fatimah non si è emancipata dal padre e dalla madre, non ha riconosciuto il padre e la madre e con il primo ha mantenuto un legame molto forte di quasi moglie.

La prognosi impone la risoluzione della “posizione edipica” e in particolare il riconoscimento psichico del padre. Fatimah deve tendere alla sua autonomia psicofisica e alla piena e salvifica “coscienza di sé”. Deve “sposarsi” in primo luogo con se stessa armonizzando i tratti maschili e i tratti femminili della sua psiche.

Il rischio psicopatologico si attesta in una psiconevrosi edipica: isterica, fobico-ossessiva, d’angoscia.

Considerazioni metodologiche: la cultura mediorientale di Fatimah non esime dalla psicodinamica evolutiva edipica. Si nasce da padre e da madre e si vive con il padre e la madre quando si è infanti, “senza parole” e atti all’imprinting. Il forte legame di Fatimah con il padre risente in minima parte della grande considerazione culturale che l’universo maschile riceve nel mondo mediorientale. Il legame di Fatimah si attesta in una “posizione edipica” ben strutturata. Una nota sul concetto di cultura è opportuna. Nel Sud del Mediterraneo da sempre le culture hanno operato una “rimozione” del “principio femminile” e hanno elaborato la prevalenza del “principio maschile”, ma a tutti gli effetti trattasi di culture matriarcali e il potere occulto è esercitato dalle madri che sono inequivocabilmente donne. Il “principio femminile” rimosso ritorna al potere sotto forma ufficiosamente reale e psicologicamente incisiva. Bisogna considerare anche la sacralità di cui viene investito il padre sotto le spinte etiche del “Credo” religioso. Al “sacro psichico” si somma il “sacro culturale”. Se poi si aggiunge il consistente investimento di “libido” della figlia nei riguardi del padre, si spiegano largamente “le nozze di Fatimah”.

ANCORA A PROPOSITO DI FABIO… E DEI DIRITTI DEL CORPO

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“Fabio sogna di trovarsi al lato del guidatore della macchina in mezzo al buio, in una strada buia e a fari spenti.
Fabio è solo nell’oscurità e due figure animali attraversano la strada di corsa.
Fabio inchioda istintivamente la macchina nel mezzo della strada, apre la portiera dal lato del passeggero e fa di tutto per far salire quegli animali in macchina.
Mette le quattro frecce e cerca di farli salire perché teme per lo loro incolumità.”

Il sogno di Fabio propone un tema di delicata rilevanza e un dilemma del tutto inutile: il rapporto tra la mente e il corpo e il pericoloso, quanto diffuso in Occidente, schema culturale e religioso che privilegia i diritti della mente e dell’anima sul povero soggetto di vita e di vitalità, “libido”, che è il corpo.
Procediamo con cautela, soprattutto vista la portata degli argomenti e dei coinvolgimenti.
Ritorna nel sogno di Fabio la solita diffusissima “macchina”: il “sistema neurovegetativo” nella valenza sessuale, piuttosto che cardiorespiratoria. Ritorna la vita sessuale nei fantasmi di un maschio più che adolescente, ma la causa di questo tema non risiede soltanto nei contenuti immessi nel processo psichico di formulazione dei “fantasmi”, ma anche nella mancata educazione sessuale e nella sessuofobia culturale e religiosa, schemi e concetti che esigono di essere corretti ed evoluti in maniera fausta e “in primis” dai genitori.
Fabio si trova a lato del guidatore. Fabio, quindi, non è il pilota, ma è traportato in macchina da una figura maschile, almeno si suppone, che non vede, ma di cui sente la presenza e nella quale si è identificato, il “padre”, ma un padre che non vede e, proprio perché non vede, è il padre. Ricordo che il sogno ha bisogno di censurare per favorire il sonno e affinché il “contenuto latente” non coincida con il “contenuto manifesto”, pena l’incubo e il risveglio immediato. “Il sogno è il guardiano del sonno”, sosteneva a spada tratta il capostipite Sigmund Freud.
Ritorna il “buio”, il solito “buio”, ad attestare del crepuscolo della coscienza, della disposizione psicofisica alla pulsione e all’emozione, del bisogno di distrarsi dalla vigilanza razionale dell’”Io”, del desiderio di abbandonarsi alla “libido” e all’appagamento dei sensi.
Anche la “strada è buia e i fari sono spenti”, quasi a confermare, se ce ne fosse bisogno, che Fabio è proprio deciso a lasciarsi andare tra le braccia del suo “Eros” nel migliore dei modi. I “fari spenti” attestano di una sessualità che non ha bisogno di un ragioniere che calcoli l’ammontare delle tasse per la dichiarazione di redditi. Il rafforzamento del “buio” si attesta nelle reiterazioni della “strada buia” e dei “fari spenti”. Fabio si sta dicendo che, se vuole vivere bene la sua sessualità e il suo corpo, deve sospendere le attività dell’”Io”, almeno nei momenti pulsionali tanto naturali, quanto desiderati. Fabio è proprio convinto e deciso nell’assecondare questo naturale progetto.
“Fabio è solo nell’oscurità e due figure animali attraversano la strada di corsa.”
Ecco che gli vengono in aiuto “due figure animali”. Ma cosa rappresentano? E perché due e non quarantaquattro come i gatti di una famosa canzoncina? Le figure animali condensano gli istinti, le pulsioni, la vitalità ormonale, la forza della “libido”. Fabio incontra fuori dalla sua “macchina”, anche se guidata dal padre, la carica libidica rappresentata da “due figure animali” non meglio identificate. Il primo problema è il perché gli istinti sono fuori dalla macchina? Fabio deve riappropriarsene e farle sue. Freud sosteneva che si nasce maschi, ma si diventa maschi. Voleva significare che il processo evolutivo verso l’identità maschile deve passare attraverso l’identificazione nel padre a conclusione del travaglio edipico e nel pieno rispetto dell’acquisita autonomia. Fabio deve appropriarsi della sua macchina e incorporare gli istinti nel suo apparato sessuale, “la macchina”. Fabio deve avere meno scrupoli e meno censure nel vivere la sua carica di “libido”. Si nota una presenza invadente e censoria del “Super-Io” che ridimensiona l’”Es”, la sede delle pulsioni, per cui l’”Io” va in affanno, ma non in quello amoroso, in quello morale della colpa o del disagio in ogni senso. Siccome il “Super-Io” è definibile come l’“introiezione del padre”, Fabio ha qualche pendenza psichica con il padre. Ritornando al “due” in riguardo agli “animali-istinti”, bisogna ricordare che il numero condensa la coppia, la linea, il femminile, ma in questo caso riguarda il corpo che possiede in coppia le braccia, le gambe, i piedi, le orecchie, le mani, gli occhi, i reni, i testicoli, i seni e altro su cui non mi soffermo. Il numero “due” ha qualche riferimento simbolico personale, per cui si lascia a Fabio la giusta riflessione e non ci resta che procedere con la decodificazione del suo interessante e intrigante prodotto psichico.
“Fabio inchioda istintivamente la macchina nel mezzo della strada, apre la portiera dal lato del passeggero e fa di tutto per fare salire quegli animali in macchina.”
Fabio si è rassicurato e adesso guida la sua macchina visto che la può inchiodare nel mezzo del cammino che porta all’emancipazione dal padre e alla sua autonomia psicofisica. E meno male! Bisogna incorporare gli istinti estromessi, perché avevano subito l’improvvida “castrazione” come punizione del desiderio estremo di aver desiderato la donna d’altri, la madre e la moglie del padre, e come giusta espiazione alla colpa di non aver riconosciuto il padre. Fabio fa di tutto per appropriarsi senza inibizioni e nella sua naturalità biologica la sua vitalità sessuale, la “libido”, la “libido genitale”, quella donativa che esige la presenza del partner, nel passato freudiano si trattava della donna.
“Mette le quattro frecce e cerca di farli salire perché teme per lo loro incolumità.”
Le “quattro frecce” attestano di una richiesta d’aiuto, indicano un’emergenza psicofisica che esige la ricostituzione dell’unità psicosomatica di Fabio. Le “quattro frecce” richiedono la consapevolezza dello “status” critico, per procedere alla definitiva soluzione attraverso l’ottemperamento al comandamento psicoanalitico “riconosci il padre e la madre”.
Il sogno di Fabio si svolge secondo le seguenti coordinate dinamiche: dal rapporto di dipendenza dal padre e dall’alienazione degli istinti dall’apparato sessuale alla progressiva e decisa ripresa in carico della sua sessualità e del suo corpo. Le quattro frecce significano S.O.S. e non soltanto in sogno. Fabio ha esaltato il “processo secondario” e la razionalità, ha favorito la presa di coscienza dei suoi “fantasmi”, ma ha corso il rischio di usare malignamente il meccanismo di difesa, non certo fausto, della “razionalizzazione”. Quest’ultimo si attesta nel “nondum matura est”, “non è ancora matura”, della favola del greco Esopo titolata “la volpe e l’uva”: una giustificazione razionale dell’incapacità di raggiungere un grappolo d’uva per mangiarlo da parte di un animale furbo come la rinomata volpe. Se è doveroso aver coscienza di sé, è pericoloso costruire un castello di idee in fuga dal corpo per giustificare ciò che non si accetta e che si vive male, sempre in riguardo al proprio corpo. Il meccanismo di difesa della “razionalizzazione” consiste nella giustificazione e nell’organizzazione logica di idee aggressive e di atti illegittimi e il delirio paranoico ne è il classico esempio.
La prognosi impone a Fabio di concludere il tempo delle dipendenze e di rafforzare la consapevolezza della sua autonomia psichica attraverso il riconoscimento del padre e il ridimensionamento della funzione inibitrice del “Super-Io”. Questo obiettivo passa attraverso la risoluzione del complesso di Edipo. Inoltre e soprattutto Fabio non deve alienare i diritti del suo corpo a favore delle pretese della sua mente, come si diceva in precedenza.
Il rischio psicopatologico si attesta nella mancata risoluzione della posizione edipica con il conseguente irrigidimento del “Super-Io” nella sua tirannia inibitrice. A tale improvvida situazione conseguirebbe un mancato gusto della propria vita sessuale con frustrazioni della “libido”. Trascuro il rischio paranoico di un eccesso di “razionalizzazione”, qualora Fabio istruisse una fuga dal suo corpo.
Riflessioni metodologiche: il sogno di Fabio induce il tema del rapporto tra “mente e corpo”, tra “psiche e soma”, dal momento che gli istinti sessuali erano stati in un primo tempo estromessi dal corpo e alla fine fortunatamente recuperati. La domanda è semplice ed è la seguente: “noi siamo il nostro corpo e possibilmente la nostra mente”, “noi siamo la nostra unità psicosomatica”? Al di là di ogni legittima e rispettabile aspettativa per il “post vitam”, come dobbiamo vivere il nostro corpo e gli annessi e connessi istinti e pulsioni? Il grande Epicuro aveva ragione nel dire che la morte non è un’esperienza vissuta, per cui la vita e il corpo sono da amare in maniera sacra. A tal uopo riporto un brano del mio testo in attesa di pubblicazione (probabilmente da “Psiconline”) e titolato “Io e mia madre”, psicodramma dell’anoressia mentale, proprio sul tema del corpo e dei suoi diritti. Chi riflette è una ragazza di vent’anni affetta da anoressia, per l’appunto. Seguiamola in questo breve estratto.
“Alla monotonia della vita e alla gabbia del corpo si è pesantemente aggiunta la prigione del lavoro: io non riesco a immaginare per me una buona armonia dei tre elementi.
L’inerzia del vivere mi trascina e Luca, il traditore, non spinge più il mio sgangherato carro ed è anche sceso dal mio corpo.
La sessualità si è spenta e l’erotismo è un’arte antica trasmessa dai Romani in versione letteraria a volte nobile e a volte volgare.
Il mio orologio mestruale si è rotto e dell’esser femmina non vedo traccia da molto tempo.
Ogni mattina, appena sveglia, mi assale la paura di me stessa e della realtà che mi circonda: il soffitto sopra di me, le pareti bianche della stanza, il manifesto del “Che”, l’armadio laccato di rosa, i jeans di velluto, la sedia in vimini, il reggiseno nero, la foto di lui, i numeri luminosi della radiosveglia, le opprimenti coperte, il mio corpo in un sudario di cotone, le braccia conserte, le gambe rannicchiate, il mio odore, il mio sudore, il dolore allo stomaco, il respiro pesante, il cuore in corto circuito.
Per magia cerco e trovo la forza di staccarmi da tutto e di collocarmi al di là di una spessa vetrata.
Provo a sondare me stessa e la mia situazione, ma inevitabilmente la paura traligna nell’angoscia di non essere capace di rientrare nella realtà da cui sono appena fuggita, per cui tutti i miei sforzi si concentrano nell’attaccarmi nuovamente alle cose, quasi un arrampicarmi su di esse.
In tale trambusto di sensi e di ragione ho il coraggio di pormi il dilemma: il soffitto, le pareti, il manifesto, l’armadio, i jeans, la sedia, il reggiseno, la foto, i numeri, le coperte, il corpo, le braccia, le gambe, l’odore, il sudore, il dolore, il respiro, il cuore mi accetteranno di nuovo o mi rifiuteranno per sempre ?
Riprenderò possesso di me stessa e riavrò potere sulle mie cose o sarò punita per la mia prepotenza narcisistica ?”