CARTAGO DELENDA EST

L’albicocco è fiorito a chiazze in questo giardino d’inverno

tra gelidi scrosci di acqua radioattiva

e morbidi acquitrini stagnanti da tempo indefinito e indefinibile

per diventare finalmente una palude famosa e fumosa

sotto i flash della Press internazionale

che sfruculia a destra e a manca in cerca dell’ignoto,

del sapere occulto,

della testimonianza segreta,

del cavolo a merenda,

dell’io so quello che tu non sai

e che non potrai sapere mai.

Anche i fiori dorati del tiglio si fanno la guerra

in questa primavera omicida e grigiagnola allo zolfo puzzolente

e tentano la scalata al magico potere di un frutto

che da acerbo diventerà maturo

e pronto per la solita scatola di latta

della Arrigoni di Odessa,

della Valfrutta di Kiev,

della Santarosa di Leopoli.

Cartago delenda est!”

Cartago delenda est!”

Cartago delenda est”

va gridando Cato maior

temendo di degenerare in minor.

Ahi Catone,

vituperio delle genti,

xenofobo incallito,

nazionalista infame

che adeschi le pulzelle di Orleans

per farne sante sugli altari della sacra Patria

insieme all’amico Cirillo!

Censura,

censura, o illiberale, le lettere di Jacopo o di Hanna,

le missive di don Michelino dal fronte russo a quello ceceno,

dalla cazzuta Ucraina alla mite Bielorussia,

condanna al cilicio i padri che disconoscono i figli

per poi adorarli pro domo loro narcisistica,

le madri che ammorbano il latte con atomi di U e Pu

durante le lunghe notti consumate

in un ricovero per gatte in calore

sotto le bombe di puro acciaio

e sotto le lenzuola di liscio raso,

in bottega e in chiesa,

in parlamento e in fabbrica,

nei ricoveri antiaerei e nei manicomi antiangoscia.

Intanto il freddo impazza

e diventa gelo sopra la neve sporca di nafta.

I lupi girano alla ricerca del rancio

e rivendicano il pezzo forte della loro cultura:

chi perde la guerra non perde la vita”.

I lupi insegnano all’università del monte Sasso

e promettono pergamene al latte di capra con pagamento rapido,

ma nessuno li capisce,

devono crepare nella loro stessa bocca

secondo la versione inumana di uomini senza frontiere.

Così non va bene,

non va per niente bene un “in bocca al lupo”

sputato al primo venuto

in questo ennesimo giorno di guerra

tra vecchie signore dai pizzi inverecondi e dai vecchi merletti,

tra anatre starnazzanti e compagni caduti.

Chi perde vince, dice Laing.

I lupi gregari hanno tanto da scopare

dopo la fine delle ostilità maschiloidi.

Cristo segnala il Golgota fittizio di un olocausto alla crucca,

ma Big Gim insiste nel massacro del suo popolo

che unito ammazzerà il tiranno

dopo il tristo connubio con la Morte.

Socrate si insinua furtivo in tanto bordello

e chiede dei buffoni e dei saltimbanchi al potere.

Come mai i matti e i derelitti governano

in tanto progresso delle Scienze fuse e infuse

e delle masturbazioni atomiche e microcellulari.

Povero sofista!

Mal gliene incolse nell’agorà di Serenella

per un salario contrabbandato nella via Salaria

insieme a donne imprudenti e uomini in cerca di guai,

sessuali e non.

Gli italiani sanno di buffoni al potere,

conoscono il buffo e il puffo in pieno vigore,

ridono dell’uomo tutto d’un pezzo e senza qualità,

insegnano la Logica trascendentale di Immanuel

tramite giornaliste e filosofi negli sciok parlati,

negli hitchcock televisivi di periferie pasoliniane inurbane.

La Press internazionale non socialista gode di tanto lutto.

Spettacolo, spettacolo, spettacolo!

Quanto vale un bel culo,

una faccia da culo per non morire,

uno strudel al plutonio per illuminarsi d’immenso.

Ieri mi ha scritto Niccolò,

il macchiavello macchiaiuolo,

quello della Mandragola,

quella della corruzione italiana,

mi ha chiesto

come si fa a farsi massacrare per eroismo.

Si sente inutile come non mai

in quel casino di Treviso

tra un tiramisu e una preghiera.

Anche Francesco il Guicciardo si rivolta sul prato verde

e si ribalta dalle risate insane

per il particulare e l’improvvisa Fortuna,

tutta roba sua senza trucco e senza inganno,

che è servita alle cuoche delle case di morte.

Anche Jean Bodybody è molto agitato

per la sua ragion di stato e ragion di chiesa.

Sigmund se la ride con il sigaro olandese

e grida ad Albert capellone “te l’avevo detto”,

me l’avevi detto”,

l’avevamo detto” nel nostro semplice carteggio

tu con i dollari e io con l’istinto,

mentre Catone il censore,

maior e minor,

nonché double face,

grida dal freddo deserto della Siberia

ai sordi della domenica infame:

Cartago delenda est!”

E ancora:

Cartago delenda est!”

E insiste:

Cartago delenda est!”

 

Salvatore Vallone

 

Carancino di Belvedere 20, 04, 2022

CIAO ciao

Ciao donna!

Ciaociao. belladonna!

Ciaociao mariagiovanna!

Ciao papavero indiano!

Ciao oppio dei popoli!

Ciaociao coca!

Ciaociao barbiturico!

Caiociao ansiolitico!

E’ un povero contadino delle Langhe siciliane

che vi scrive per parlarvi,

un uomo modico

che parla con la luna e con il sole quando ci sono,

un sacerdote modesto di Gea

dalle scarpe grosse e dal cervello sopraffino,

un mentecatto glorioso

appena uscito dalla casa dei matti al numero zero,

quella di Stefano il grande e dell’adorabile Valentina,

un uomo che guarda il vuoto davanti

e nel cor e nella mente si spaura,

ma non si sofferma mai sulla strage di se stesso,

non canta mai che era meglio morire da piccoli.

Io voglio vivere

e voglio amarti come dice la Iva,

non quella delle tasse,

la Ivona,

quella tutta carne e ossa di Ligonchio.

Insomma,

io sono quell’Io di dianzi,

di poco fa,

insomma,

quello che vi scrive in tanta benamata malora

per trovar un conforto malevolo,

per trovare una saracinesca finalmente chiusa,

per trovar malagrazia e tormento,

per trovare il numero giusto in questo Lotto nazionale

che deruba i poveri e gli ultimi degli ultimi,

quelli del reddito civitatis et dignitatis,

non i beati della buona novella di Matteo.

Ditemi,

orsù e di grazia,

o creature francescane e sandalate,

chi amerà le donne,

chi in questo nostro mondo amerà le tante donne

del nostro umile quartiere popolano di via Italia in Siracusa,

quelle con le puppe a pera per le pappe dei pippi,

quelle che hanno la quotidianità marxista-leninista

del servire la gente e il popolo,

quelle che non seguono il culto degli idoli

della tribù,

della spelonca,

del foro,

del teatro,

(grazie, sir Francis Bacon),

quelle che si rassicurano dentro il gregge

e trovano sempre di che pensare,

di che vivere,

di che recitare,

di che parlare,

di che crescere insieme a un uomo,

di che scopare per plaisir e pour le peuple,

pour la maison,

pour la Commune de Paris e pour le casinò di saint Vincent,

nonché di Cefalù,

ditemi,

chi amerà le donne

in questo sguazzo di individualisti narcisisti,

in questo guazzetto di furbacchioni esibizionisti,

in questo balletto di trovatori a buon mercato,

in questo siparietto di barzellette clericali,

in questo crogiolo di occupatori di media,

voi ditemi,

per favore e senza arrabbiarvi,

chi amerà le donne

in così funesto esodo del buon gusto sociale

e del buon ragù di una moglie,

quello che cuoce per ore e ore

dentro la pignatta di coccio fiorentino,

quello fatto di carote,

di cipolla,

di prezzemolo,

di aglio,

di sale e pepe,

di una noce di burro alpino,

di una grattata di noce moscata,

di olio d’oliva extra e vergine di Carancino,

di un trito di speck o mortadella di Bologna,

entrambe aromatiche,

di salsiccia sbucciata e sgrassata,

e soprattutto di tanta carne tritata grossolana,

carne carnale,

tanta carne che non basta mai

al cuoco e alla cuoca che vivono non come bruti in tivvù,

ma per cercare virtute e canoscenza,

per seguire i barbari nella loro invasione.

Ora che siamo in mano ai novelli babbalubba,

vi giunga disperato il mio richiamo del mondo che verrà

e l’auspicio di un paninazzo con la soppressa de casada,

di un piattazzo rosso di macaroni

da consumare a Roma in Trastevere in ricordo di Albertone

o in Campo dei fiori, sempre a Roma, in ricordo di Giordano,

il cagnaccio spellacchiato arrostito dagli osannati papi.

Cave televisionem,

quam minimum credulae ai saltimbanchi

e agli esibizionisti nella città dei crisantemi,

dove un geranio si contrabbanda per una mimosa,

dove si ritrova il popolo ridente post covidum natum.

Siamo tutti unici,

mie care,

lo dice Max Stirner nell’Unico e la sua proprietà,

un libro troppo assurdo per essere pericoloso,

lo dice Sigmund Freud nell’Io e l’Es,

un libro troppo avanti per essere magico,

lo dice Salvatore Vallone nel suo blog,

un sito troppo stupido per essere semplice.

Ditemi anche voi,

creature francescane e sandalate,

ditemi orsù e di grazia e ancora senza arrabbiarvi,

chi amerà le donne.

Per sempre vostro,

mi firmo e mi sigillo in ceralacca con il naso,

tocco di punta e di squincio,

Cyrano de Bergerac.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere 06, 02, 2022


LO STRUZZO DI KONCETTA

LA LETTERA

Buongiorno Salvatore, come va?

Se ha tempo, ho voglia di raccontarle un altro sogno e la mia interpretazione, mi corregga se la sbaglio.

Ho sognato che avevo un cucciolo di struzzo completamente nero come animale di compagnia.

Secondo me lo struzzo rappresenta alcune qualità di me.

Tenevo il piccolo in casa e non lo facevo uscire per paura di perderlo, ma la casa era buia. Il piccolo struzzo era molto affettuoso con me, ma quando io non c’ero aveva paura e rimaneva nascosto. Quando io tornavo a casa, dovevo mettermi a cercarlo sotto i mobili e sotto il letto e quando lo trovavo correva da me e lo tenevo in braccio.

Si addormentava con me e faceva versi di affetto.

Penso che il significato è che nella mia vita ho frenato delle qualità che avevo per la paura di affrontare gli altri all’esterno e, di conseguenza, col tempo mi sono sentita incapace ed è stato difficile ritrovare autostima.

Un giorno mi sono decisa a uscire con lo struzzo e appena ho aperto la porta fuori era bellissimo, c’era un fiume colorato con prati e montagne e non c’erano case o persone. Lo struzzo ha subito iniziato a correre a destra e a sinistra e io avevo ancora un po’ paura di perderlo, allora lo richiamavo vicino con le coccole.

Ma dopo un po’ non avevo più paura e correvo con lui sempre più veloce e stavo benissimo.

Ad un certo punto qualcosa nella mia vita è scattato e con il coraggio ho recuperato e ho scoperto che amo essere libera.

Lei cosa pensa?

Questo sogno è di ieri, poi questa mattina il mio ragazzo mi ha detto che ha sognato me che andavo in mezzo a un branco di lupi e dicevo, è bellissimo stare in mezzo a loro, ma ad un tratto venivo sbranata. Mi ha lasciata un po’ così..

QUALCHE NOTA

Accettabilissima la sintesi interpretativa di Koncetta.

Lo “struzzo” è la chiara “proiezione” di Koncetta bambina, la chiara condensazione della sua infanzia e della sua bambina introiettata, del suo essere stata bambina infante e del suo essere donna in atto.

Koncetta si relaziona bene e con giudizio e ama la compagnia, è stata educata e si è educata a stare insieme agli altri, alla gente, al suo prossimo. Per questo semplice motivo si è distinta senza confondersi e tanto meno fondersi per bisogni profondi e ha potuto coltivare la sua persona e la sua individualità. Koncetta in tal modo si è individuata, si è fatta persona con tutte le sue maschere e le sue difese, curando il suo intimo & privato, la sua interiorità e la sua intimità e in attesa di maturare una buona autocoscienza e un’adeguata auto-consapevolezza, al fine di evitare dolori e angosce, brutti incontri e traumi.

La “casa buia” rappresenta proprio questo stato crepuscolare della coscienza e dell’Io, questa necessità psico-evolutiva che è introduttiva e propedeutica alla crescita della Mente e del Corpo. Senza crepuscolo non c’è alba. E Koncetta ha bisogno urgente di crescere e di essere adulta per il mondo che la circonda e che sa essere anche pericoloso, oltre che protettivo e didattico. Koncetta nella sua forma di “struzzo” ha un giusto riguardo dei lupi, dei predatori, dei leoni vestiti da agnelli. Insomma ha un buon rapporto con se stessa, associato a una giusta timidezza e introversione.

Ripeto: Koncetta si difende bene, sa istruire le giuste e adeguate difese nelle relazioni con se stessa e con gli altri, nello specifico sa difendere il suo mondo interiore e la sua intimità dalle ingerenze altrui.

Tenevo il piccolo in casa e non lo facevo uscire per paura di perderlo, ma la casa era buia. Il piccolo struzzo era molto affettuoso con me, ma quando io non c’ero aveva paura e rimaneva nascosto. Quando io tornavo a casa, dovevo mettermi a cercarlo sotto i mobili e sotto il letto e quando lo trovavo correva da me e lo tenevo in braccio.”

Raccontava Freud della nipotina che, quando la madre usciva, nascondeva il rocchetto di legno per il filo da cucito sotto un mobile e diceva “non c’è”, di poi lo tirava fuori e diceva “c’é”, esorcizzando in tal modo l’angoscia dell’abbandono da parte della madre. Mirabile è la stessa psicodinamica e la figurazione o rappresentazione della scena, a conferma dell’universalità dei meccanismi psichici di difesa che poi vengono usati anche nel sognare.

Koncetta si accetta e si ama senza scadere nel fatuo narcisismo. Koncetta si è conciliata con se stessa assolvendo i sensi di colpa eventuali che costellano il cammino della vita.

Ricordo a Koncetta che la libertà deve essere anticipata sempre dall’autonomia, dal “fare legge a se stessa” senza dipendenze varie e variopinte dagli altri e dalle cose.

Koncetta conferma che soltanto accettando e razionalizzando la nostra infanzia si può stare bene con se stessi e con gli altri.

Questo sogno è di ieri, poi questa mattina il mio ragazzo mi ha detto che ha sognato me che andavo in mezzo a un branco di lupi e dicevo, è bellissimo stare in mezzo a loro, ma ad un tratto venivo sbranata. Mi ha lasciata un po’ così..”

Il “ragazzo” di Koncetta sogna e proietta su di lei la sua “invidia”, meglio il suo sentimento di competizione e il suo desiderio di essere come lei, soprattutto invidia, (letteralmente si traduce dal latino “vede in lei”), proietta le sue paure e le sue angosce di relazione.

Sbranata” sembra eccessivo, ma rappresenta figurativamente una aggressività normale e diffusa che ognuno di noi ha dentro. Del resto, ognuno dà quello che ha e quello che non ha non può dare.

La cosa più importante è la coscienza di sé, l’auto-consapevolezza.

Di questo Koncetta ha piene le bisacce.

Complimenti donna dalle mille risorse e dai mille equilibri!

Tieniti pure il moroso, un ragazzo sincero e semplice, soprattutto ben fatto con le sue lineari qualità.


LA MAGIA DELLA POESIA

Il poeta è così.
Già, così!
Il poeta è prodigo di senso.
Il poeta non possiede i significati dei suoi sensi.
Il poeta è libertario perché è libero,
è libero dentro e fuori,
è libero di fare e di brigare,
di combinare,
di evocare,
di tirare fuori,
di contaminare,
di rubare,
di associare il visibile e l’invisibile come Freud,
di realizzare il possibile e l’impossibile come Teresa,
di dare in pasto i suoi fantasmi ai gladiatori nel Colosseo come Nerone,
di piangere come un bambino
che non ha imparato Pianto antico a memoria
perché il piccolo Dante lo faceva piangere,
come Salvatore.
Il poeta s’en fous dell’editore
e della sua preziosa carta straccia
che puzza di inciucio e di fottisterio.
Il poeta è come Jacob nel lager,
compone con Ilse e con Andrea,
inquacchia con i pennelli i colori delle sue parole,
verba quae volant,
verba quae sapiunt,
verba quae nesciunt,
parole che non cercano alcunché
e nulla valgono al cospetto dell’Ente
che in principio le pronunciò creando:
sia il poeta et poeta factus est.
Il poeta è un piccolo dio e un grande fornaio,
vedi Pablo,
un infante che non sa parlare come Jacob o Slomo,
come Tommaso e Mariapia,
come tutti i dislessici e gli autistici dell’universo,
il poeta parla per loro,
diventa un verso
e porta con sé un vocabolario,
il suo,
come dono per i più fortunati,
i muti nelle corde vocali ma non nel cuore.
Questo suono vuol dire poesia,
vuol dire voce e grido e cadenza,
uno stato di quiete che si accovaccia ai piedi della tragedia,
l’eco di un canto di speranza
che accompagna il tormento,
che si tatua sulla pelle sottile dell’infanzia.
Il poeta entra anche nell’orrore
e ne esce pulito.
Oggi anche tu sei Jacob,
anche tu sei Alan a viso in giù sulla sabbia gentile di Lampedusa,
anche tu sei my baby nelle grida della madre disperata,
anche tu sei Rosetta Nascimbeni,
anche tu sei Dante Carducci,
anche tu sei Pirro Viviani,
l’amico di Giovanni Pascoli
su cui disse le orazioni dovute
per un buon esito della gita nella campagna romagnola dell’aldilà.
Il poeta è ricco di fantasmi
e li sparge per i campi fertili in lungo e in largo.
In questo il poeta è un bambino:
usa il fantasma
e va per libere associazioni,
lavora per se stesso e non tende all’universale,
non aspira al premio di Venegazzù nella civile Svezia.
Se ti ritrovi e ti evochi,
il poeta è per te,
altrimenti va bene lo stesso,
tutto va bene,
tutto va ben madama la marchesa
e in bocca al buon lupo,
tutto va ben,
tout va tres bien.
Sarà per la prossima volta,
magari quando anche tu proietterai i tuoi fantasmi
alla ricerca di una eco nella gente,
nel prossimo che ti circonda
e che ha tante storie uguali alle tue da raccontare,
ma non ha il coraggio di dirle.

Questo furto è stato operato da Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere 01, 05, 2021

L’OSPITE

TRAMA DEL SOGNO

“Ho sognato che avevamo un ospite in casa e che dormiva nel letto al secondo piano.

La mia compagna mi informa che sta per uscire con un’amica, ma, uscendo dal bagno, vedo che, invece, sta salendo al piano superiore dove c’è l’ospite, vestita solo di una sottoveste trasparente.

Io la richiamo con sentimento di gelosia chiedendole dove pensa di andare svestita così e lei, tranquillamente, risponde che deve portare gli asciugamani puliti al dott. Tal dei Tali (non ricordo più il cognome).”

Giampi

PREAMBOLO INTRODUTTIVO

Freud racconta che nella sua primissima infanzia era geloso della madre, che, oltretutto, aveva visto nuda: “vidit matrem nudam”. Lo scrive in latino da buon puritano che praticava in parte la cultura, non la religione, ebraica. Il blocco psichico era dentro di lui e la lingua antica nobilitava la traduzione della sua pulsione affettiva ed erotica verso la madre. Prima di addormentarsi il piccolo Sigmund riceveva le carezze e i baci della madre e dopo vedeva che la sua amata si allontanava con il padre. Si origina la teoria del complesso di Edipo, la “posizione psichica edipica”, in cui la conflittualità con i genitori si accentua intorno ai cinque anni per non risolversi mai del tutto. Preciso che Edipo appartiene agli antichi Greci e alla trilogia tragica del grande Sofocle. Diamo sempre a Cesare quel che è di Cesare.

La Psicologia dell’infanzia ci dice, anche ed ancora, che i bambini vivono l’angoscia dell’abbandono, del tradimento, dell’umiliazione, dell’ingiustizia, dell’invalidazione, del rifiuto. Oltre al sentimento di gelosia e al bisogno di possesso, ogni bambino e ogni bambina non vogliono sentirsi dire dai loro genitori le seguenti bestemmie: “non ti voglio più, vattene via”, “sei un cretino”, “lo dico al maestro e al papà o alla mamma”, “me ne vado e ti lascio solo”, “non capisci niente”, “sbagli sempre”, “non sei capace di far niente”, “l’altro è più bravo e più bello di te”.

Volete colpire un bambino?

Ebbene, questi sono i proiettili tremendi che potete mettere nella canna della vostra imbecillità, le armi usate spesso e volentieri come se fossero gli strumenti ineguagliabili della migliore educazione sacra e profana. Io predico e vado predicando l’evangelo dell’infanzia, ma non immaginate quante volte sulla spiaggia o in giro per i borghi assisto a scene orrende e orribili di questo tipo. Il mio intervento è immediato e altrettanto violento, ma non serve a estirpare la pianta maligna dell’ignoranza sui temi portanti della Psicologia evolutiva, anche perché nel nostro Belpaese quest’ultima è di poco spessore e tenuta in misero conto. Ancora in Italia si respira l’aria della benamata e pur cara Psichiatria kraepeliniana e farmacologica, altro che psicologo scolastico o di base e di ospedale. Siamo all’età della pietra e i tanti Ordini professionali, regionali e nazionali, non hanno fatto e non fanno alcunché di costruttivo e incisivo, vivacchiano tra un gettone di presenza e un altro, tra una nobile chiacchiera e una strategia di sopravvivenza a lungo termine, politica professionale. Non mi dilungo sull’Ente di assistenza e previdenza che elargisce pensioni di fame, ma dico soltanto insieme a Paolo che “era meglio morire da piccoli, che vedere sto schifo da grandi” o da vecchi.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Ho sognato che avevamo un ospite in casa e che dormiva nel letto al secondo piano.”

Giampi ha dentro una figura non ben razionalizzata, “ospite”, rimossa nel Profondo, “dormiva”, intima, “nel letto”, sublimata per difesa dall’angoscia, “al secondo piano”. Giampi sta rievocando una personalissima “introiezione” e le sue modalità difensive da tanto ingombro. La “rimozione” è servita a dimenticare o a disinnescare il tormento procurato da questo “ospite” che si porta dentro, “in casa”, così come la “sublimazione” esalta la carica aggressiva destinandola a un uso compatibile con la morale corrente. Questo capoverso può essere stimato l’allegoria della “introiezione edipica” della figura genitoriale e la soluzione difensiva dall’angoscia più diffusa tra i bambini e le bambine. A questo punto del sogno si chiede una migliore precisazione dei termini della questione in ballo. Procedere non costa niente e specialmente di questi tempi in cui si è costretti dall’isolamento a rispolverare gli antichi e primari affetti.

La mia compagna mi informa che sta per uscire con un’amica, ma, uscendo dal bagno, vedo che, invece, sta salendo al piano superiore dove c’è l’ospite, vestita solo di una sottoveste trasparente.”

Cambia apparentemente la scena, perché a tutti gli effetti esiste una consequenzialità molto logica in questo capoverso che maschera la dimensione psichica “edipica” sotto l’egida dei sentimento della rivalità e della gelosia. Giampi è un uomo che si accompagna a una donna, “la mia compagna”, molto seduttiva, “vestita solo di una sottoveste trasparente”, o molto delicata a livello psichico, non dico debole, ma sensibile all’ambiente esterno da cui si difende con azioni seduttive. Almeno così la vive il suo uomo. Il sentimento di gelosia di Giampi si manifesta nel farla “uscire con un’amica”, nel farsi abbandonare in un isolamento compatibile con la normalità del trauma abbandonico: niente di eclatante, ma la scena vista e rivista nella quotidianità e che nel sogno si carica di significati simbolici e di emozioni antiche. La “compagna” sta “uscendo dal bagno”: Giampi la colora di sensualità e la intinge di intimità. Questa donna è vissuta con una forte connotazione femminile, nella sua parte psichica seduttiva e intrigante. Ma l’oggetto dell’azione della conquista non è Giampi, il legittimo compagno, ma “l’ospite del piano superiore”, l’uomo che viene scelto dalla donna come bersaglio di una schermaglia erotica e fortemente sensuale. La scena onirica è costruita da Giampi come dalle migliori scenografie di film colorati di rosa e di modeste luci rosse. Ricordo che la migliore seduzione è quella che non smaschera scadendo nel visibile, ma lascia intravedere e immaginare sostando nell’invisibile. A questo punto ritorna il bambino Sigmund, di cui scrivevo all’inizio dell’interpretazione del sogno di Giampi, che vedeva la madre coccolarlo e poi abbandonarlo andando via abbracciata al marito, meglio al padre di Sigmund. Giampi sta facendo in sogno la stessa cosa, sta svolgendo la medesima psicodinamica “edipica”, sta rivivendo la famigerata triangolazione, “io, mammeta e papeta”, per dirla simpaticamente alla napoletana. Proseguire serve a confermare quanto coraggiosamente affermato.

Io la richiamo con sentimento di gelosia chiedendole dove pensa di andare svestita così e lei, tranquillamente, risponde che deve portare gli asciugamani puliti al dott. Tal dei Tali (non ricordo più il cognome).”

Ecco che il figlio Giampi dà parola al suo vissuto e con forza esprime in maniera traslata anche la sua rabbia verso questa donna non soltanto seduttiva e fedifraga, ma anche vanagloriosa ed eccessiva: “ dove pensa di andare svestita così”. “Svestita” ha una duplice valenza interpretativa. Da un lato si traduce seduttiva e dall’altro si denota come indifesa. Il “tranquillamente” manifesta il duplice registro, il “qui pro quo”, il “lapsus” interpretativo che esige l’innocenza della donna e la malafede di Giampi che ha preso lucciole per lanterne, ha mischiato i suoi fantasmi edipici con la normale mansione della compagna che “deve portare gli asciugamani puliti al dott. Tal dei Tali”, di cui “non ricorda più il cognome”, anonimato, perché altrimenti rischia di svegliarsi trovandosi davanti al nome del padre. Ricordo che “gli asciugamani” rappresentano simbolicamente l’assoluzione dei sensi di colpa con la loro funzione di assorbire e pulire. Giampi provvede a risolvere la “psicodinamica edipica” con la disposizione ad accettare la madre come moglie di suo padre, senza sensi di colpa per la sua gelosia e il suo bisogno di possesso.

La risoluzione dell’equivoco psichico mette fine al sogno così universale e così scontato di un figlio così normale. E questi sono tutti complimenti in ambito psichico.

A Giampi non resta che portare avanti la “razionalizzazione” delle figure genitoriali e dei suoi vissuti in loro riguardo, abbandonando la “sublimazione” e la “rimozione” e riconoscendoli come le precipue e originali radici della sua persona: “riconosci il padre e la madre” prescrive il comandamento psicoanalitico. Io aggiungo “adotta anche il padre e la madre”, dopo aver preso consapevolezza del tormento edipico che ti ha formato a livello psichico.

Buona fortuna a chi cammina e arriva sempre a destinazione.

FREUD E I SUOI CANI

Il padre della Psicoanalisi nella sua maturità esistenziale godeva quotidianamente della presenza di due cani.

Jo-fi era uno di questi, una cagnetta a cui mancava la parola dal momento che la sensibilità non le mancava per niente. Era soprattutto reattiva di fronte all’arroganza dei pazienti e ai momenti d’imbarazzo durante le sedute.

Ebbene sì!

Jo-fi si accucciava accanto alla poltrona del suo augusto compagno, non padrone, e seguiva le sedute segnandone la fine.

Cinquanta minuti canonici misurati, di volta in volta, con una precisione canina: Jo-fi si drizzava sulle zampe, si stirava e rompeva il silenzio sbadigliando. Era il segnale giusto per il grande Capo.

Freud estraeva l’orologio dal taschino del panciotto e costatava che il messaggio era oculato e non certo inopportuno.

Al fortunato paziente non restava che sollevare la testa dalla salvietta di lino bianco del cuscino del divano e congedarsi fino alla prossima seduta.

Jo-fì era molto brava a cogliere il carattere delle persone che frequentavano lo studio. Il suo giudizio era importante e Freud sapeva che, se i pazienti non piacevano alla cagnetta, molto probabilmente avevano grossi problemi da risolvere e tanti nodi psichici da sciogliere.

Era un cane “chow chow”, come si diceva in precedenza, sensibile alle tensioni nervose in eccesso e aveva trovato il posto giusto nello studio e nel cuore del suo amico. Freud l’aveva chiamata Jo-fì in omaggio alla sua bellezza: per l’appunto, in ebraico Jo-fì si traduce bellezza. La cagnetta gli era stata regalata da Marie Bonaparte per consolarlo della perdita di Lun, il primo dei suoi “chow chow” che era morto tragicamente sotto un treno nella stazione di Salisburgo. Lun gli era stato regalato dalla ricchissima paziente americana Dorothy Burlingham che curava il trauma della separazione dal figlio del gioielliere Louis Comfort Tiffany, quello del film Colazione da Tiffany.

Dorothy era diventata grande amica di Anna, la figlia prediletta di Freud, e le due donne condividevano la fobia del maschio e l’amore per i cani. Anna non conosceva uomo in ogni senso ed era il cruccio del padre che si lamentava spesso con le amiche della frustrazione sessuale della figlia. Ma poi si consolava rilevando che Anna sublimava brillantemente la “libido” negli studi sulla psiche infantile, per cui non era necessario maritarsi e farlo diventare nonno. Anna si compensava anche e soprattutto con il pastore alsaziano Wolf che l’accompagnava nelle sue passeggiate solitarie. Wolf aveva conquistato anche la simpatia e l’affetto del professor Freud e faceva pienamente parte della famiglia. Ne parlava come un animale tenero, geloso, selvatico e civile, un essere vivente molto amato in casa.

Se Wolf non era vicino, Freud non si concentrava nella lettura. Accendeva la luce se Wolf era al buio ed entrava in apprensione se lo lasciva solo. Lo nutriva durante i pasti prelevando il cibo dal suo piatto e facendo imbestialire la moglie Marta. Per elogiare l’intelligenza pragmatica di Wolf, Freud soleva raccontare che un pomeriggio al Prater era sfuggito al controllo di Anna, ma non si era perso d’animo e si era recato da un taxi dondolando il collo per far notare la medaglietta dove si recitava “professor Freud,19 Berggasse”. In tal modo Wolf si era fatto portare a casa in taxi e l’autista era stato ampiamente gratificato con una lauta mancia per la gioia di tutti.

Wolf consolava il professore malato con la sua presenza e il suo affetto. Consapevole di questo e non senza una vena leggera di gelosia, Anna al compleanno del sessantanovesimo anno aveva donato al padre un ritratto di Wolf che portava al collo una poesia nella quale faceva gli auguri al suo amico. Freud diceva che sul cane trasferiva parte dell’affetto che aveva per la figlia e che trattava i suoi cani come le persone senza esitare di entrare nella loro testa.

Passeggiando con un collega per le piazze di Vienna, alla vista di un cane della Polizia addestrato alla sicurezza ma legato alla catena, consapevole che poteva essere aggressivo, lo slegò e il cane per riconoscenza cominciò a leccargli le mani. Poi rivolgendosi al collega rilevava che, se fosse stato incatenato tutta la vita, sarebbe diventato cattivo anche lui.

Tornando a Jo-fi, ricordiamo che gli sarà accanto nella vecchiaia. Nonostante i dolori causati dal tumore, Freud si occupava della sua cagnolina, la osservava teneramente, vegliava sul suo pasto e giocava con lei come prima era solito giocare con il suo anello.

E così si prospettò la necessità di lasciare il civico 19 di Berggasse perché Vienna non era più sicura. Il mondo civile stava crollando e Freud scrisse nel diario in latino “finis Austriae” proprio il giorno in cui i nazisti imbrattavano di svastiche i muri dell’antica capitale asburgica. In un primo momento cercò di resistere alle pressioni di quelli che lo volevano incolume e in salvo all’estero, ma poi si arrese alla sofferenza fisica e non alla paura.

Marie Bonaparte fu, come al solito, generosa e preparò la partenza logistica, diplomatica ed economica del grande “Vecchio”.

Nel primo pomeriggio del 4 giugno del 1938 Freud prese posto nell’ Orient-Express proveniente da Istambul e diretto a Parigi, tappa intermedia dell’esilio londinese. Con lui salirono sul treno la moglie Marta, la figlia Anna, la domestica Paula e altre tredici persone. Tra queste non figuravano le quattro sorelle che moriranno qualche anno dopo in un campo di concentramento.

Su quel treno c’era, invece, Jo-fi, il suo piccolo amato “chow chow”.

Nell’agosto del 1939 e in quel di Londra le condizioni di salute di Freud peggiorarono e i dolori si erano fatti insopportabili. Le ferite erano infette e anche Jo-fi ne avvertiva il fetore senza allontanarsi dal suo grande amico. In un momento di lucidità e dopo lunghi stati di sopore Freud ricordò al dottor Schur il patto stipulato e l’impegno contratto a suo tempo e ne chiese il rispetto e l’esecuzione. Il dottor Schur aumento progressivamente le dosi di morfina per attenuare i dolori e Freud si assopì senza più svegliarsi.

Fu onnipotenza e fu eutanasia.

Accucciata ai piedi del letto c’era Jo-fi, il suo piccolo amato “chow chow”.

Hanno raccontato che Jo-fi si sia lasciata morire di fame. Vittima della sua sensibilità, le mancavano i saporiti bocconi e le succose premure del suo amico.

Almeno così è, se vi pare.

A me piace pensarla così.

LA “COSA” PARLA 4

SALVATORE VALLONE

LA COSA PARLA”

IL LINGUAGGIO DELL’INCONSCIO

dimensionesogno.com

Le ca parle.”

L’Inconscio è strutturato come un Linguaggio.”

Jacques Lacan

LE PAROLE DEL COMPLESSO DI EDIPO

“Vanitas vanitatum”!

Un’amante, una moglie, un marito?

Il tempo lo dirà.

Bisogna attendere che le nespole maturino

e poi tutto, come al solito, finirà sul più`bello.

Tutto finisce”: il classico ritornello delle vicende umane.

Era anche scritto sul frontone di una cappella nel cimitero di Siracusa:

tutto finisce”.

Nella ciclicità culturale del 2 novembre

mia madre istillava al gregge dei suoi figli una sana paura dei defunti,

enigmatiche figure

che di giorno portavano i doni e i frutti,

ma di notte grattavano i piedi ai bambini cattivi.

E se i bambini fossero stati tutti buoni?

Ah, i bambini!

I bambini muoiono sempre di crepacuore

e ogni giorno un po’ di più.

Io non volevo più giocare con gli altri bambini

e la notte dormivo tranquilla da sola nel mio letto rosa.

Ma tu come vivevi quella persona che veniva a letto con te?

In tre nello stesso letto?

Era una sacra perversione.

Questa era una relazione sottobanco

che oggi sottolinea la bontà

e conferma la necessità di vivere da soli

anche se tu vivi con me

e fai sempre quello che vuoi.

Io non t’intrigo,

io non t’intralcio.

Cosa dirà il papà?

E’ stato sempre disponibile

e aveva scelto di stare con te senza di me.

Perché adesso mi tiri dentro la tua sozzura

e mi rendi complice di una separazione?

Ma il papà non pensa

e, se pensa, pensa male ciò che è bene.

Se guardi bene,

tuo padre ha solo la forza di lavorare come un mulo.

E poi,

queste pazzie verbali,

questi ammassi di parole cosa significano?

Tuo padre è tuo padre,

così come io sono io.

Inutili i rimpianti

anche se io insisto e persisto nel nulla.

E penso e ripenso

oh, se tu non mi avessi avuto da bambina!”

Oh, se tu non mi avessi avuto da donna!”

Oggi non avrei da ricordare

e, anche se è più triste non aver nulla da ricordare,

oggi non mi sentirei legata così stretta a te

fino a sentirmi soffocata da una cintura di cuoio.

Come non somigli in nulla a mio padre con i tuoi valori di scansafatiche.

Ben venga, allora, l’ozio,

lo sbafo, l’imbroglio e la truffa.

La malizia non è un gioco,

né una marca di deodoranti.

La malizia è un valore,

il tuo unico valore.

Tutto questo s’intravede nel tuo molare i cristalli con perizia

e nel tuo fatale “vissero tutti felici e contenti”,

per cui con tenerezza lanci sguardi dal tuo piedistallo

e stai bene solo se ti senti tanto amato da te stesso.

Io avrei mille premure e altre mille

e, se vuoi, lavo i piatti,

cucino e ti porto in ospedale per la quotidiana dose di metadone.

Ma sappi che io non sono così.

Ricordati sempre che i miei sono modi di essere

che tu mi hai appioppato

e che s’incastrano bene con i tuoi bisogni di coccole e di zoccole,

di coccole da zoccole,

coccole non da persona onesta e ligia al dovere in ogni caso.

Io non sopporto che tu approfitti di me

per non sprofondare nell’abisso delle tue pastiglie e della tua eroina.

Io non sono la tua ancora di salvezza,

un qualcuno che ti aiuta a ucciderti

e raccoglie il tuo vomito dopo l’ennesimo buco.

Questa vita non è poesia,

ma un cumulo di deliri che assolve te

e condanna soltanto me.

La cosa non è da poco.

Chissà,

chissà chi lo sa.

Ma io ci penso,

ci ripenso,

mi ci butto dentro,

cerco gli altri e dimentico me stessa.

La cosa non è male

se riesci a isolare lo stress

e a non inquinare tante situazioni della tua vita

con piena coscienza di causa.

Ma vai a piangere da un’altra parte, brutto tossico!

Prima però` aiutami a ritrovare mio padre.

Non vedi che sono pudica

e abbasso gli occhi come Lucia Mondella

ogni volta che mi guardi con fare ammiccante.

Oppure procurami l’eroina,

ma solo per amore e non per vizio.

Quale amore?

Tu conosci soltanto l’amore sbagliato,

quello di te stesso.

Il tuo vizio è di scavarti la fossa in qualsiasi momento della tua vita.

Tu sai solo farti del male,

tanto male,

per poi essere amato dalle deficienti come me,

quelle che hanno lasciato in giro per la stanza

la foto di un giovane papà in divisa da bersagliere.

Può darsi,

può darsi,

okay!

Almeno ti pensavo più fedele,

almeno fedele a tua figlia

che ha un anno di vita e il succhiotto ancora in bocca.

Vai,

vai pure ad ammazzarti.

La tua vita non ha senso?

E la tua morte ha senso?

La tua morte non interessa nessuno,

neanche le suore che sono abituate a piangere i defunti.

La società ha tolto il significato anche alla tua fine.

Chi resta deve difendersi dai sensi di colpa

seminati da un imbecille come te.

Non sei mai stato felice.

Quando hai cominciato a vivere,

il tuo era già un vivere male.

Prendi pure venti barbiturici al giorno,

ma ricordati che io lavoro in fabbrica con le presse

e devo essere sempre vigile

se voglio bene alle mie mani.

Ricordati anche che i genitori hanno sempre le loro colpe,

così come hanno avuto sperma nei testicoli e uova nelle ovaie.

Ma se tu in qualche modo ci fossi,

io non ti chiederei di aiutarmi,

ti lascerei da solo

perché a me tu in effetti non hai mai chiesto niente.

Tu non sai chiedere,

te ne sbatti delle buone maniere

e non sei motivato a vivere con gli altri

perché sei tutto preso da te stesso.

Adesso non parlarmi della Germania!

Cosa c’entra la Germania?

Sei diventato crucco?

I gelati e le gelaterie,

Berlino e il suo ex muro,

Amburgo e le sue puttane in vetrina,

Monaco e gli alcolizzati che pisciano per strada,

le troie per bene e le mogli degli alcolizzati,

le donne che gradiscono la flebo di libido per vagina,

una pratica sana

ma non adatta a chi ha le palle divorate dall’eroina

e il cervello attratto solo dal suo buco.

Cosa ricordi ancora di un viaggio in Germania

consumato nella ricerca di mezzo chilo di eroina a buon mercato

e da moltiplicare, come un buon Gesu`, in un chilo e mezzo di morte?

Della Germania ricordi le donne che non hai mai avuto.

Il tuo ago ha punto solo le tue vene,

non ha mai punto un’onesta crucca

in cerca di compensazioni sessuali

e pienamente assolta dal senso di colpa.

E non parlare ancora della Germania proprio tu,

tu che pensi che il nazista sia un particolare tipo di tossico.

E non c’entra niente

il fatto che tua madre non ha potuto mandarti a scuola,

perché saresti stato sempre e comunque un povero ignorante.

Tu sei così come sei

per i geni che ti hanno dipinto dentro.

Sei stato sfortunato sin dall’inizio della vita

e non perché tua madre era una vacca da quattro soldi

e tuo padre un ignoto per convenzione sociale.

Noblesse obligèe!

Vedi com`é puttana la vita!

Eri a un passo dalla nobiltà,

dal blasone,

ma sei nato da una zoccola e non da una madama.

Tua madre era bella e popolana,

ma si é fatta fottere nella stalla dal barone-padrone

tra i cavalli che cagavano balle di merda

con tonfo spesso e senza cantilena.

Il barone non aspirava di certo a diventare tuo padre,

lui voleva solo perdersi tra le cosce di tua madre,

tra gli olezzi della stalla, tra gli umori della vagina

e sopra due tette da premio “oscar”.

Più sfortunato di così?

Eri a un passo dalla nobiltà

e ti sei trovato pieno di eroina fino al cervello.

Pur tuttavia sei stato bravo,

perché potevi fare una fine peggiore.

La tua Germania serviva soltanto a comprare certezze con quattro soldi

e non a visitare le colonne dei diritti dell’uomo a Norimberga.

L´ammirazione nei tuoi confronti era quotata al novanta per cento

nei meandri della mia coscienza

e senza calcolare l´imposta sul valore aggiunto.

Mi ero innamorata di un eroe negativo,

di un fiore del male,

di un figlio di puttana.

Cosa vuoi farci.

Io, adesso, ho delle certezze

e posso mettere senza rispetto le mie dita

nelle piaghe della tua sofferenza.

Io posso permettermi un legame privo di scelta,

un legame per inerzia,

mentre tu non sai neanche lasciarti andare sopra di me.

A questo punto tireremo in ballo anche Freud,

ma, ti prego, lasciami finire questo discorso senza filo e senza rete,

consentimi di parlare in questo battibecco aggressivo e profetico,

fatto di auguri e di condanne,

di minacce e di vendette.

Può darsi.

Chi vivrà vedrà e forse lo vedremo entrambi.

Se esiste il cielo, la giustizia e il padre eterno,

vedrò, vedrai, vedremo, vedranno.

La ragione è sempre dei coglioni,

di quelli che non hanno fatto niente nella loro vita.

Chi agisce sbaglia sempre,

caro il mio dongiovanni da sagra paesana.

Ricordalo!

Chi agisce ha sempre fatto qualcosa

anche se porta a casa un figlio indesiderato.

Cosa tiri fuori adesso per queste quattro beghe da puttane,

beghe per un lampione illuminato,

beghe per un lampione fulminato.

E’ tutta colpa dell’ENEL!

Da qui a vent’anni,

da qui all’eternità,

Greta Garbo e Clark Gable,

noi non siamo divi di Hollywood

e la celluloide non ci appartiene.

Noi facciamo soltanto puzza di disgraziati!

Da qui a vent’anni, chissà!

Intanto mi offendi con i tuoi trenta all’ora

a cavallo della mia macchina lucida e oleata.

Impara a non dirmi frigida

proprio tu che sei impotente da eroina,

tu che legittimi il mio filo edipico senza alcuna obiettività.

Ognuno ha il diritto di difendere la sua mamma e il suo papà,

cattivi quanto e come sappiamo solo noi due,

ma pur sempre la nostra origine,

la nostra radice,

il nostro primo significato,

il nostro inizio del discorso,

il nostro prima di te,

il nostro prima di me,

il nostro prima di noi,

i nostri genitori,

la nostra mammina e il nostro papino.

Non arrabbiarti tanto.

Pensa,

se non ci fossero stati spettatori nel nostro film,

tu oggi non avresti il tifo dell’assistente sociale,

dell’infermiera prosperosa,

di un’esperienza mancata,

di una maternità delusa,

di un’ostetrica renitente alla leva.

Con tutte le cose che vanno e che vengono,

tu mi vuoi insegnare con autorità e sicurezza

i problemi che non sono problemi

camuffandoli con gli hamburger di pollo e maiale,

oltretutto farciti di puzzolenti crauti.

Salutiamoci per favore.

Buonanotte!

Non abbiamo risolto un bel niente anche stasera.

Abbiamo solo parlato, parlato a vanvera.

Abbiamo soltanto e solamente parlato a “tinchitè”,

come disse il maresciallo di Lampedusa ai poveri clandestini.

Così va bene!

Scusami, chi ha detto che il parlare risolve tutti i conflitti?

Non lo so.

Il tuo psicoanalista?

Non importa,

domani avremo ancora di che parlare fortunatamente.

Purché parola sia, il resto non conta.

Amen.

E dammi un po’ di coperta.

Buonanotte.

Spegni presto la luce dell’abatjour

e non consumare inutilmente la corrente

perché costa cara,

cara quasi quanto un etto di polvere bianca.

Non avere paura del nulla dei tuoi sogni,

pensa alle tue disgrazie

e sulle tue palpebre si riverserà, prima o poi, anche il sonno dei giusti.

Ricordati che per noi non è facile neanche morire.

Siamo stati fatti per le tragedie senza pubblico,

per quelle farse che non interessano nessuno

e che non fanno più ridere neanche i pazzi nei nuovi manicomi.

LE NOZZE DI FATIMAH

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“Era il giorno delle mie nozze e io non ero contenta.

Avevo visto il mio abito da sposa ed era un po’ grande. Non mi piaceva, non mi sembrava bello.

Per di più, mia madre aveva dimenticato di prenotare un appuntamento al salone di bellezza, così avevo dovuto provvedere al trucco da sola.

Dopo avevo messo l’abito che, all’indossarlo, era diventato nero nella parte superiore e bianco nella parte inferiore.

A quel punto ho detto a mio padre che non era per niente bello e lui mi ha detto di toglierlo.

Così le nozze non si sono celebrate.”

INTRODUZIONE

Colpisce nell’immediata lettura la madre improvvida e il padre consenziente, l’aggressività verso la madre e la complicità con il padre. Si tratta, infatti, di un “sogno edipico”, un sogno che svolge la solita psicodinamica triangolare: padre, madre, figlia.

Colpisce anche l’assenza dello sposo.

Questa è la sintesi.

Passiamo all’analisi puntuale e alle considerazioni cliniche.

Il sogno di Fatimah è complesso nella sua profondità simbolica e richiama anche la teoria della “androginia psichica”: la “parte maschile” e la “parte femminile” inscritte nella Psiche al di là del sesso biologico. La netta differenza sessuale non comporta la netta differenziazione degli attributi psichici culturalmente e simbolicamente ascritti all’universo maschile e all’universo femminile secondo le indicazioni metodologiche della “Psicologia analitica” di Karl Gustav Jung e secondo le teorie mitologiche, antropologiche e filosofiche.

Mi spiego meglio.

Esiste un padre uterino e una madre fallica, un padre fusionale e una madre severa, al di là delle convenzioni culturali e simboliche che vogliono il “principio maschile” forte e severo e il “principio femminile” affettivo e seduttivo. Le stereotipie si superano e magari se ne recuperano altre: l’androginia psichica è una di queste in superamento di quelle convenzionali e in recupero delle teorie dei primordi culturali e delle antiche cosmogonie.

Non esistono caratteristiche psichiche esclusive di un sesso, tutti le assorbiamo dalla madre e dal padre, da una femmina e da un maschio, e, di poi, le elaboriamo, le evolviamo e le combiniamo nella nostra “organizzazione reattiva” o formazione caratteriale. Freud, a suo tempo, aveva detto che “si nasce maschi ma si diventa maschi”, “si nasce femmine ma si diventa femmine” intendendo che l’esito dell’identità sessuale dipendeva dalla psicodinamica con il padre e con la madre: il complesso di Edipo. Platone duemila e trecento anni prima aveva scritto un dialogo titolato il “Banchetto” e aveva elaborato il mito dell’androginia mettendolo in bocca ad Aristofane, un’androginia inserita nel quadro metafisico della filosofia di Platone: l’idea del maschile e l’idea del femminile. Uno schema di androginia è latente ma presente nel “Genesi” biblico nello “AdamEva”, il fango vivificato dal respiro divino, prima che Eva venisse scissa dall’impasto acquistando la sua identità psicofisica femminile e la sua dipendenza culturale da Adamo. Nella cosmogonia di Esiodo il “principio maschile” e il “principio femminile” sono fusi nel “Caos” prima della scissione di “Ouranos”, il cielo stellato e il “principio maschile”. La mitologia e la filosofia hanno ampiamente trattato il tema. La “Psicologia analitica” di Jung ha elaborato il concetto di “anima” intendendo la componente inconscia “femminile” all’interno della personalità maschile e il concetto di “animus” intendendo la componente inconscia “maschile” all’interno della personalità femminile. La “Psicologia del  Profondo”, diffidando di qualsiasi mitica dimensione psichica inconscia, ammette che l’androginia psichica consiste nel coniugare tratti culturalmente e simbolicamente ascritti all’universo maschile con tratti culturalmente e simbolicamente ascritti all’universo femminile.

Questa è la sintesi chiarificatrice sul tema “androginia”.

IL SOGNO

Convergiamo sul sogno di Fatimah, una donna di cultura mediorientale e un “resto notturno” che consente di provare la tesi dell’universalità della “posizione edipica” e delle psicodinamiche collegate.

“Era il giorno delle mie nozze e io non ero contenta.”

Il significato simbolico delle “nozze” si attesta nella ratifica morale e legale dell’esercizio della “libido genitale” da parte della società civile, nell’autorizzazione della sessualità da parte dell’istanza psichica del

“Super-Io”. L’istituto giuridico delle nozze comporta il rito in risoluzione di un divieto, la liceità di una serie varia e variopinta di “tabù” in riguardo alla sessualità. Questo significato è di superficie, perché quello profondo verte proprio sull’androginia psichica, sulla fusione ben combinata ed equilibrata dei tratti psichici maschili e femminili all’interno della “organizzazione reattiva”. Tale stato comporta la consapevolezza delle proprie caratteristiche e la messa in atto, senza pregiudizio, della “parte maschile” e della “parte femminile”. Preciso che in questa psicodinamica non è in nulla chiamata in causa l’omosessualità. Stiamo trattando di una persona sessualmente maschio con tratti psichici simbolicamente e culturalmente maschili e femminili e di una persona sessualmente femmina con tratti psichici simbolicamente e culturalmente maschili e femminili.

Fatimah sogna di sposarsi, “il giorno delle mie nozze”, elabora la sua attualità psichica con i conflitti in riguardo all’amalgama dei vissuti e dei fantasmi. E’ il momento della consapevolezza della sua androginia, del suo essere femminile e del suo essere maschile. Lo stimolo è espresso nel suo non essere “contenta”, nel suo non essere consapevole dei suoi contenuti e della sua pienezza psichica. La parola “contenta” si può tradurre “riempita”. Adesso si tratta di mettere ordine sul materiale psichico incamerato e non adeguatamente assimilato.

“Avevo visto il mio abito da sposa ed era un po’ grande.”

L’”abito” è un modo psichico relazionale, una modalità di offerta sociale della propria persona e della propria personalità. Se poi l’abito è “da sposa”, si restringe l’offerta sociale e si accresce, per converso, l’esclusiva, la donazione della “libido” in un ambito di coppia e in un contesto familiare. Fatimah sta compattando la sua psiche effettuando delle prese di coscienza e si accorge che tra la sua interiorità e ciò che di lei mostra e lascia apparire, la sua fenomenologia psico-relazionale, esiste una mancata coincidenza, una mancata adesione, una mancata integrazione. Fatimah non fa trasparire la sua interiorità nella sua esteriorità e si sente falsificata o troppo difesa nelle sue esibizioni sociali. Fatimah avverte una forma d’inautenticità e soffre di questa sua difesa perché non si sente giusta, si sente diversa. Intuisce che deve migliorare la coscienza delle sue “parti maschili” e delle sue “parti femminili”, della sua androginia psichica. Ecco spiegato l’abito da sposa “un po’ grande”, non aderente e ingombrante come il maglione che le adolescenti indossano per occultare agli occhi indiscreti degli altri la crescita del seno.

“Non mi piaceva, non mi sembrava bello.”

Fatimah non si gusta, non prova il giusto “gusto di sé”, non si sente e non si conosce bene, non ha empatia con se stessa, non ha confidenza con la sua interiorità, non è soprattutto soddisfatta delle sue esibizioni e delle sue offerte. E’ soprattutto la sua sensibilità estetica a ricevere frustrazioni. Fatimah percepisce che può migliorare, può apparire più bella. Si evidenzia la ricerca di una nuova dimensione psichica e sociale che coniuga senso e gusto, che combina sentimento e fascino, che ricerca l’armonia tra le parti maschili e femminili. Fatimah si sente scompensata a livello sociale e deve organizzarsi dentro, deve integrare le parti rimosse e non adeguatamente riconosciute.

“Per di più, mia madre aveva dimenticato di prenotare un appuntamento al salone di bellezza, così avevo dovuto provvedere al trucco da sola.”

Ecco la giusta invettiva contro la madre! E’ colpa della mamma che non mi ha voluto trattenere con sé e mi ha costretto a emanciparmi psicologicamente troppo presto. Se Fatimah oggi accusa un disagio interiore e sociale, se le sue “parti psichiche” maschili e femminili sono in disarmonia, la responsabilità è della madre. Fatimah si sente sola nel difendersi dalla società ed è costretta a organizzarsi dentro in maniera congrua per apparire adeguata e autentica. Il “trucco” è simbolicamente il complesso dei “meccanismi psichici di difesa” dalle proprie ansie e delle proprie paure, nonché delle proprie angosce. Il “trucco” evoca la truffa sociale consentita dalle norme della convivenza: apparire al meglio con le proprie doti e occultarsi, sempre al meglio, con i propri difetti.

Forse la bellezza e la femminilità non fanno difetto in Fatimah visto che ci tiene tanto all’immagine di sé. Ma Fatimah si sente sola e non ha piena coscienza della bontà della sua possibile autonomia. Un apprezzamento va alla mamma perché ha favorito l’emancipazione della figlia. Il “salone di bellezza” rappresenta il senso estetico, il “bello” dentro la sensibilità del “gusto di sé”. Fatimah è su una fascinosa strada: la psiche bella.

“Dopo avevo messo l’abito che, all’indossarlo, era diventato nero nella parte superiore e bianco nella parte inferiore.”

Ecco la magia del sogno!

Ecco il simbolismo necessario per decodificare il “resto notturno” di Fatimah! Il “nero” è “sopra” e il “bianco” è “sotto”.

Cosa significano questi simboli?

Il “sopra”, “nella parte superiore”, dalla cintola in su, racchiude un “principio maschile”, condensa la zona degli affetti e della ragione, l’ambito delle emozioni e della vigilanza nell’ottica del “principio maschile”. La testa è un simbolo fallico, il petto è simbolo della forza e del coraggio, attributi simbolicamente ascritti all’universo maschile anche se l’universo femminile partecipa alla grande.

Il “nero” rappresenta il lutto, la perdita, il distacco. Fatimah evidenzia un “fantasma depressivo” in riguardo al suo “sopra”, alla sua razionalità e alla sua forza sentimentale.

Il “sotto”, “nella parte inferiore”, dalla cintola in giù, condensa un “principio femminile”, condensa la zona del “sistema neurovegetativo” e della materialità, della sessualità e della maternità, dell’emozione oscura e della soccombenza culturale.

Simbolicamente si coniugano attributi ascritti al “principio femminile” tra cui la posizione sessuale durante il coito per favorire la fecondazione, come attesta il dissidio fatale tra Lilith e Adamo.

Il “bianco” rappresenta l’innocenza, la verginità psichica, la purezza. Fatimah evidenzia la sua immaturità psichica, la sua mancata autonomia, la sua bambina indifesa dentro. E’ deficitaria la capacità di giostrarsi nel “sopra” e nel “sotto”, nella sua “parte maschile” e nella sua “parte femminile”, nella vigilanza razionale dell’Io e nella dimensione genitale femminile, nella nobiltà delle funzioni logiche e nella concretezza materiale. Fatimah deve crescere “sopra” e “sotto”, deve conquistare la sua autonomia e accettare la rottura del cordone ombelicale, deve maturare la sua sessualità adulta, deve integrare la “parte maschile” con la “parte femminile”.

“A quel punto ho detto a mio padre che non era per niente bello e lui mi ha detto di toglierlo.”

Ecco l’alleanza giusta!

Ecco il conflitto edipico ancora irrisolto!

Il legame privilegiato e la complicità con il padre sono evidenti per cui, se l’abito non è bello, è giusto toglierlo, è giusto non emanciparsi e persistere nei bisogni di figlia all’interno di una famiglia che protegge ma non libera. L’alleanza con il padre blocca l’evoluzione psichica e la crescita di Fatimah. Tutto questo è nei vissuti psicodinamici della figlia; il padre protettivo e la madre libertaria.

Il padre rappresenta l’universo psichico maschile e la madre l’universo psichico femminile: l’androginia di Fatimah è ancora servita.

“ Così le nozze non si sono celebrate.”

E così Fatimah non si è evoluta a livello psichico e ha mancato l’integrazione della sua androginia, delle parti di sé rimosse e rifiutate.

E così Fatimah non si è emancipata dal padre e dalla madre, non ha riconosciuto il padre e la madre e con il primo ha mantenuto un legame molto forte di quasi moglie.

La prognosi impone la risoluzione della “posizione edipica” e in particolare il riconoscimento psichico del padre. Fatimah deve tendere alla sua autonomia psicofisica e alla piena e salvifica “coscienza di sé”. Deve “sposarsi” in primo luogo con se stessa armonizzando i tratti maschili e i tratti femminili della sua psiche.

Il rischio psicopatologico si attesta in una psiconevrosi edipica: isterica, fobico-ossessiva, d’angoscia.

Considerazioni metodologiche: la cultura mediorientale di Fatimah non esime dalla psicodinamica evolutiva edipica. Si nasce da padre e da madre e si vive con il padre e la madre quando si è infanti, “senza parole” e atti all’imprinting. Il forte legame di Fatimah con il padre risente in minima parte della grande considerazione culturale che l’universo maschile riceve nel mondo mediorientale. Il legame di Fatimah si attesta in una “posizione edipica” ben strutturata. Una nota sul concetto di cultura è opportuna. Nel Sud del Mediterraneo da sempre le culture hanno operato una “rimozione” del “principio femminile” e hanno elaborato la prevalenza del “principio maschile”, ma a tutti gli effetti trattasi di culture matriarcali e il potere occulto è esercitato dalle madri che sono inequivocabilmente donne. Il “principio femminile” rimosso ritorna al potere sotto forma ufficiosamente reale e psicologicamente incisiva. Bisogna considerare anche la sacralità di cui viene investito il padre sotto le spinte etiche del “Credo” religioso. Al “sacro psichico” si somma il “sacro culturale”. Se poi si aggiunge il consistente investimento di “libido” della figlia nei riguardi del padre, si spiegano largamente “le nozze di Fatimah”.

ANCORA A PROPOSITO DI FABIO… E DEI DIRITTI DEL CORPO

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“Fabio sogna di trovarsi al lato del guidatore della macchina in mezzo al buio, in una strada buia e a fari spenti.
Fabio è solo nell’oscurità e due figure animali attraversano la strada di corsa.
Fabio inchioda istintivamente la macchina nel mezzo della strada, apre la portiera dal lato del passeggero e fa di tutto per far salire quegli animali in macchina.
Mette le quattro frecce e cerca di farli salire perché teme per lo loro incolumità.”

Il sogno di Fabio propone un tema di delicata rilevanza e un dilemma del tutto inutile: il rapporto tra la mente e il corpo e il pericoloso, quanto diffuso in Occidente, schema culturale e religioso che privilegia i diritti della mente e dell’anima sul povero soggetto di vita e di vitalità, “libido”, che è il corpo.
Procediamo con cautela, soprattutto vista la portata degli argomenti e dei coinvolgimenti.
Ritorna nel sogno di Fabio la solita diffusissima “macchina”: il “sistema neurovegetativo” nella valenza sessuale, piuttosto che cardiorespiratoria. Ritorna la vita sessuale nei fantasmi di un maschio più che adolescente, ma la causa di questo tema non risiede soltanto nei contenuti immessi nel processo psichico di formulazione dei “fantasmi”, ma anche nella mancata educazione sessuale e nella sessuofobia culturale e religiosa, schemi e concetti che esigono di essere corretti ed evoluti in maniera fausta e “in primis” dai genitori.
Fabio si trova a lato del guidatore. Fabio, quindi, non è il pilota, ma è traportato in macchina da una figura maschile, almeno si suppone, che non vede, ma di cui sente la presenza e nella quale si è identificato, il “padre”, ma un padre che non vede e, proprio perché non vede, è il padre. Ricordo che il sogno ha bisogno di censurare per favorire il sonno e affinché il “contenuto latente” non coincida con il “contenuto manifesto”, pena l’incubo e il risveglio immediato. “Il sogno è il guardiano del sonno”, sosteneva a spada tratta il capostipite Sigmund Freud.
Ritorna il “buio”, il solito “buio”, ad attestare del crepuscolo della coscienza, della disposizione psicofisica alla pulsione e all’emozione, del bisogno di distrarsi dalla vigilanza razionale dell’”Io”, del desiderio di abbandonarsi alla “libido” e all’appagamento dei sensi.
Anche la “strada è buia e i fari sono spenti”, quasi a confermare, se ce ne fosse bisogno, che Fabio è proprio deciso a lasciarsi andare tra le braccia del suo “Eros” nel migliore dei modi. I “fari spenti” attestano di una sessualità che non ha bisogno di un ragioniere che calcoli l’ammontare delle tasse per la dichiarazione di redditi. Il rafforzamento del “buio” si attesta nelle reiterazioni della “strada buia” e dei “fari spenti”. Fabio si sta dicendo che, se vuole vivere bene la sua sessualità e il suo corpo, deve sospendere le attività dell’”Io”, almeno nei momenti pulsionali tanto naturali, quanto desiderati. Fabio è proprio convinto e deciso nell’assecondare questo naturale progetto.
“Fabio è solo nell’oscurità e due figure animali attraversano la strada di corsa.”
Ecco che gli vengono in aiuto “due figure animali”. Ma cosa rappresentano? E perché due e non quarantaquattro come i gatti di una famosa canzoncina? Le figure animali condensano gli istinti, le pulsioni, la vitalità ormonale, la forza della “libido”. Fabio incontra fuori dalla sua “macchina”, anche se guidata dal padre, la carica libidica rappresentata da “due figure animali” non meglio identificate. Il primo problema è il perché gli istinti sono fuori dalla macchina? Fabio deve riappropriarsene e farle sue. Freud sosteneva che si nasce maschi, ma si diventa maschi. Voleva significare che il processo evolutivo verso l’identità maschile deve passare attraverso l’identificazione nel padre a conclusione del travaglio edipico e nel pieno rispetto dell’acquisita autonomia. Fabio deve appropriarsi della sua macchina e incorporare gli istinti nel suo apparato sessuale, “la macchina”. Fabio deve avere meno scrupoli e meno censure nel vivere la sua carica di “libido”. Si nota una presenza invadente e censoria del “Super-Io” che ridimensiona l’”Es”, la sede delle pulsioni, per cui l’”Io” va in affanno, ma non in quello amoroso, in quello morale della colpa o del disagio in ogni senso. Siccome il “Super-Io” è definibile come l’“introiezione del padre”, Fabio ha qualche pendenza psichica con il padre. Ritornando al “due” in riguardo agli “animali-istinti”, bisogna ricordare che il numero condensa la coppia, la linea, il femminile, ma in questo caso riguarda il corpo che possiede in coppia le braccia, le gambe, i piedi, le orecchie, le mani, gli occhi, i reni, i testicoli, i seni e altro su cui non mi soffermo. Il numero “due” ha qualche riferimento simbolico personale, per cui si lascia a Fabio la giusta riflessione e non ci resta che procedere con la decodificazione del suo interessante e intrigante prodotto psichico.
“Fabio inchioda istintivamente la macchina nel mezzo della strada, apre la portiera dal lato del passeggero e fa di tutto per fare salire quegli animali in macchina.”
Fabio si è rassicurato e adesso guida la sua macchina visto che la può inchiodare nel mezzo del cammino che porta all’emancipazione dal padre e alla sua autonomia psicofisica. E meno male! Bisogna incorporare gli istinti estromessi, perché avevano subito l’improvvida “castrazione” come punizione del desiderio estremo di aver desiderato la donna d’altri, la madre e la moglie del padre, e come giusta espiazione alla colpa di non aver riconosciuto il padre. Fabio fa di tutto per appropriarsi senza inibizioni e nella sua naturalità biologica la sua vitalità sessuale, la “libido”, la “libido genitale”, quella donativa che esige la presenza del partner, nel passato freudiano si trattava della donna.
“Mette le quattro frecce e cerca di farli salire perché teme per lo loro incolumità.”
Le “quattro frecce” attestano di una richiesta d’aiuto, indicano un’emergenza psicofisica che esige la ricostituzione dell’unità psicosomatica di Fabio. Le “quattro frecce” richiedono la consapevolezza dello “status” critico, per procedere alla definitiva soluzione attraverso l’ottemperamento al comandamento psicoanalitico “riconosci il padre e la madre”.
Il sogno di Fabio si svolge secondo le seguenti coordinate dinamiche: dal rapporto di dipendenza dal padre e dall’alienazione degli istinti dall’apparato sessuale alla progressiva e decisa ripresa in carico della sua sessualità e del suo corpo. Le quattro frecce significano S.O.S. e non soltanto in sogno. Fabio ha esaltato il “processo secondario” e la razionalità, ha favorito la presa di coscienza dei suoi “fantasmi”, ma ha corso il rischio di usare malignamente il meccanismo di difesa, non certo fausto, della “razionalizzazione”. Quest’ultimo si attesta nel “nondum matura est”, “non è ancora matura”, della favola del greco Esopo titolata “la volpe e l’uva”: una giustificazione razionale dell’incapacità di raggiungere un grappolo d’uva per mangiarlo da parte di un animale furbo come la rinomata volpe. Se è doveroso aver coscienza di sé, è pericoloso costruire un castello di idee in fuga dal corpo per giustificare ciò che non si accetta e che si vive male, sempre in riguardo al proprio corpo. Il meccanismo di difesa della “razionalizzazione” consiste nella giustificazione e nell’organizzazione logica di idee aggressive e di atti illegittimi e il delirio paranoico ne è il classico esempio.
La prognosi impone a Fabio di concludere il tempo delle dipendenze e di rafforzare la consapevolezza della sua autonomia psichica attraverso il riconoscimento del padre e il ridimensionamento della funzione inibitrice del “Super-Io”. Questo obiettivo passa attraverso la risoluzione del complesso di Edipo. Inoltre e soprattutto Fabio non deve alienare i diritti del suo corpo a favore delle pretese della sua mente, come si diceva in precedenza.
Il rischio psicopatologico si attesta nella mancata risoluzione della posizione edipica con il conseguente irrigidimento del “Super-Io” nella sua tirannia inibitrice. A tale improvvida situazione conseguirebbe un mancato gusto della propria vita sessuale con frustrazioni della “libido”. Trascuro il rischio paranoico di un eccesso di “razionalizzazione”, qualora Fabio istruisse una fuga dal suo corpo.
Riflessioni metodologiche: il sogno di Fabio induce il tema del rapporto tra “mente e corpo”, tra “psiche e soma”, dal momento che gli istinti sessuali erano stati in un primo tempo estromessi dal corpo e alla fine fortunatamente recuperati. La domanda è semplice ed è la seguente: “noi siamo il nostro corpo e possibilmente la nostra mente”, “noi siamo la nostra unità psicosomatica”? Al di là di ogni legittima e rispettabile aspettativa per il “post vitam”, come dobbiamo vivere il nostro corpo e gli annessi e connessi istinti e pulsioni? Il grande Epicuro aveva ragione nel dire che la morte non è un’esperienza vissuta, per cui la vita e il corpo sono da amare in maniera sacra. A tal uopo riporto un brano del mio testo in attesa di pubblicazione (probabilmente da “Psiconline”) e titolato “Io e mia madre”, psicodramma dell’anoressia mentale, proprio sul tema del corpo e dei suoi diritti. Chi riflette è una ragazza di vent’anni affetta da anoressia, per l’appunto. Seguiamola in questo breve estratto.
“Alla monotonia della vita e alla gabbia del corpo si è pesantemente aggiunta la prigione del lavoro: io non riesco a immaginare per me una buona armonia dei tre elementi.
L’inerzia del vivere mi trascina e Luca, il traditore, non spinge più il mio sgangherato carro ed è anche sceso dal mio corpo.
La sessualità si è spenta e l’erotismo è un’arte antica trasmessa dai Romani in versione letteraria a volte nobile e a volte volgare.
Il mio orologio mestruale si è rotto e dell’esser femmina non vedo traccia da molto tempo.
Ogni mattina, appena sveglia, mi assale la paura di me stessa e della realtà che mi circonda: il soffitto sopra di me, le pareti bianche della stanza, il manifesto del “Che”, l’armadio laccato di rosa, i jeans di velluto, la sedia in vimini, il reggiseno nero, la foto di lui, i numeri luminosi della radiosveglia, le opprimenti coperte, il mio corpo in un sudario di cotone, le braccia conserte, le gambe rannicchiate, il mio odore, il mio sudore, il dolore allo stomaco, il respiro pesante, il cuore in corto circuito.
Per magia cerco e trovo la forza di staccarmi da tutto e di collocarmi al di là di una spessa vetrata.
Provo a sondare me stessa e la mia situazione, ma inevitabilmente la paura traligna nell’angoscia di non essere capace di rientrare nella realtà da cui sono appena fuggita, per cui tutti i miei sforzi si concentrano nell’attaccarmi nuovamente alle cose, quasi un arrampicarmi su di esse.
In tale trambusto di sensi e di ragione ho il coraggio di pormi il dilemma: il soffitto, le pareti, il manifesto, l’armadio, i jeans, la sedia, il reggiseno, la foto, i numeri, le coperte, il corpo, le braccia, le gambe, l’odore, il sudore, il dolore, il respiro, il cuore mi accetteranno di nuovo o mi rifiuteranno per sempre ?
Riprenderò possesso di me stessa e riavrò potere sulle mie cose o sarò punita per la mia prepotenza narcisistica ?”