IL CUORE MALATO

Un cuore di pietra,

un cuore ferito,

un cuore bucato sulla sabbia della bieca Melilli

con tutto il suo sacro san Sebastianello,

la marina baciata dalle ciminiere infette

al dolce sapore di idrocarburo,

di gpl e nafta,

di benzina al dolce sapore di prugna,

come il confetto storico per la cacca.

Verrà la morte per il cuore offeso

e avrà gli occhi di Billy la Bella.

Due stent,

datemi due stent

per non morire di marlboro e multifilter,

di muratti bianche e nere per l’ambassador,

l’energumeno culatta arrivato con la piuma sul cappello

per annunciare agli idioti e ai beoti la bustina idrolitina,

il toccasana per l’acqua tossica di una città tragica,

Syracusae,

Syracusarum,

Syracusis,

Syracusas,

Syracusae,

Syracusis,

un nome pluralia tantum,

un perfido teatro dalle carni macellate dalla ybris greca,

una accidiosa città dalle strade sanguigne e insanguinate,

la urbs dal tombino killer e dalla popolazione inurbs.

Un cuore di pietra è stato bucato per amore,

per la morte che verrà anche senza i suoi occhi,

per quel caffè sospeso

che ancora attende di essere sorbito presso il bar di Francesco,

in pieno Hàrah Làgin e al civico 62

e con il resto di due.

Intanto baciami Ciccio

che la mamma non c’è,

altrimenti dirò alla mamma

che ieri mi hai toccato.



Salvatore Vallone



Harah Lagin, 24, maggio, 2024

AUTORITRATTO 4

Caru deu ti scrivo,

così mi rilasso un po’,

e ti ritorno a dire

che ci sono anch’io in questo mondo,

“in estu mundu ghe sum eu”,

io ed Erasmo che mi elogia,

io e la mia follia.

E ti dico e sottolineo che,

che non sono per niente contento,

“che ni so cuntentu eu”.

Come vedi,

siamo ancora una volta in due,

nonostante la prima volta e il mito della prima volta,

io e Sigmund stavolta,

mica Vittoriu u babbu o sua sorella Carmelina,

Sigmund in persona,

l’ebreo errante che fuma puzzolenti sigari Thuskanen

del monopolio dell’OsterReich rampante e altezzosa,

ieri governata dall’imperatore Joseph Franciose e da Adolfo,

oggi da un ragazzino licchettato,

impomatato di brillantina Linetti,

quella dell’infallibile ispettore Rock

nel famigerato Carosello dell’Italia povera ma bella.

Sigmund mi parla,

m’ispira,

mi inebria,

mi traduce,

mi incita,

mi vocifera dentro e fuori.

Siamo ancora in due,

io e il me medesimo ebreo della Giudecca

che mi attrae,

mi respinge,

mi gingilla,

mi attizza,

m’incastona,

io e il me stesso poeta italico e vernacolare,

contaminatore e falsario,

che riattraversa,

mischia,

confonde,

rifonde,

io e il me contastorie e contaballe

che vaticina,

rievoca,

fantastica,

desidera,

la spara grossa.

In tanto bordello non c’è una donna di provincia,

ma soltanto una serva Italia di dolore ostello

e in mano alla meglio gioventù del Testaccio e di Forcella,

de Milan e di Firenze.

Manca Platone,

il ragazzotto greco dalle spalle larghe e dalle palle mosce.

Platone non c’è,

è rimasto ad Atene a cazzeggiare con le sue mille Idee iperuraniche

prima di venderle in Amazon.

Soffre il mal di mare e non sa nuotare,

teme un nuovo Dionisio e un vecchio Dione,

è allergico ai giovani di belle speranze e ai mercanti in fiera,

nonché ai nani e ai buffoni di corte,

gli inetti osceni che sputano sul desco

fiorito di occhi larghi di bambini affamati,

di poveri migranti ricchi di uova e di seme,

fecondi e feconde,

è allergico alle gentili servitrici della tivù di Stato

e della tivù ciarlatana e beffarda,

quella dell’eterno e costoso tempo che farà,

quella che gioca con le solite carte a sette e mezzo,

quella che la sera massacra i poveri di spirito del Belpaese

con il ghigno saliente del giornalista camaleonte

e l’amorfa mummia imbellettata del tempo che fu

e che fu, a quanto pare, invano.

Questo è una parte di quel quanto,

mio caro dio,

“caru lu me deu”,

che vorrei depositare sulle tue auguste ginocchia

per la grazia ricevuta di aver vissuto questi tempi

di grande ingordigia e di vasta ignoranza,

di tanta scienza e di cacasotto pandemia,

di stupidi marioli e di incongruenti scassapagliai,

di bastardi onnipresenti e di emerite teste di cazzo.

E allora, cosa resta agli sconsolati ed eterni esclusi?

Signori in carrozza,

per fortuna finalmente si parte.

Il grande vate e il gran balon sono serviti

nel vagone ristorante di questo treno,

mezzo vuoto e mezzo pieno,

targato anni trenta e ferrovie dello Stato di Benito

e dei suoi imperituri immarcescibili accoliti.

O Ciccia,

Francesca all’anagrafe di Arcore,

ricordi che allora i treni arrivavano sempre in anticipo,

forse non partivano,

forse non partivano mai,

come i migranti dall’Africa di Maryl Streep,

come gli emigranti da Corleone di Vito e da Forcella di Raffaele,

come gli alberi degli zoccoli prima della Lega socialista,

come i poveri di spirito e lo spirito dei poveri,

la chiesa luterana e la grappa trentina.

O Bepa,

Giuseppina all’anagrafe di Pieve di Soligo e del quartier del Piave,

come farò a non vendermi l’anima,

se sei tu a volerla comprare

e mi seduci

mentre questo vagone letto di marca francese,

“compagnie internationale des wagons lits”,

viaggia spedito come l’Italo del Prezzemolo?

E intanto il tempo se ne va,

come il treno inquisito e osceno,

tra una canzone di Totuccio e un articolo di Marchetto,

tra un saggio puttaniere e un emerito imbecille,

tra un politico ovunque e un giornalista dappertutto,

giorno e notte,

notte e giorno,

sempre a lacerare i coglioni della povera gente,

organi intirizziti da un virus virulento e virile

che circola tra i colori dell’arcobaleno

saltellando di palo in frasca come la vispa Teresa

che aveva trovato tra l’erbetta una gentil farfalletta

e tutta giuliva gridava l’ho presa,

l’ho presa,

stringendola, oltretutto, al petto.

Vedi,

vedi, “caru deu”,

cosa ci tocca sentire e vedere in questa valle di lacrime,

dove non ci soccorre neanche la statuetta di una madonnina di gesso

con le sue stille argentate e le sue litanie monotone,

mentre attendiamo il greco deus ex machina

che alla fine trionferà

e risolverà la fame e la sete,

il morbillo e la tubercolosi,

la sifilide e lo scolo,

il Mes e il Recovery Fund,

Dante e Boccaccio tramite Petrarca.

Vedi,

“caru deu”,

cosa ci tocca fare per ridere e sognare un po’?

E ancora Ulisse non si mostra all’orizzonte

di questo mare che sta in mezzo alle terre,

di questo pelago mezzo scuro e mezzo chiaro,

di queste acque salate e inquiete

che spruzzano contenuti immorali

contro le mura ammuffite del convento delle suore di Orsola,

mentre un bambino bianco e nero è seduto sullo scanno

davanti un pianoforte nero con la coda bianca,

un organo che non suona da solo,

ma che può volare.

Se vuole,

un pianoforte di notte può volare nel cielo più scuro

e sotto le mani di un intenditore come Paolo Grillo,

ti porta chissà dove,

chissà dove,

sulle tamerici salmastre e arse,

sui rosmarini di viola guarniti,

sui freschi pensieri che l’anima schiude novella,

sulla favola bella di un P.C.I.

che ieri c’illuse e che oggi ci sgamma,

o Francesco.

Intanto sono gradite una preghiera e una mancetta

per ricevere una grazia mafiosa nella chiesa del buon Gesù.

Padre mio,

dammi oggi il pane quotidiano,

dammi domani il pane di ieri,

possibilmente condito con sgombro e olive,

e liberami dalla tentazione del gran rifiuto e della gran viltà.

La tragedia si sta velocemente consumando.

Andiamo in America

a salvare la statua della Libertà.

All’Italia ci penseranno i travicelli,

neri di storia e di vergogna,

che ancora oggi onorano gli uomini di ghiaccio della Siberia.

Fu vera gloria?

Tutto questo Alice non lo sa.

E Ulisse?

Ancora non si vede a Cefalù

e neanche nella quinta strada di Nuova York.

Amin!

Così è se vi pare e se vi garba,

come disse Matteo ai coglioni di Machiavelli.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 28, 02, 2021

IL MORBO DI ALZHEIMER

Se non reggo l’angoscia di morte,

dimmi tu che male ti fò.

Se la morte la sento alle porte,

dimmi tu che male ti fò.

Se la fine mi bussa più forte,

dimmi tu che male ti fò.

Se la fine è per me senza un fine,

dimmi tu che male ti fò.

Se di giorno cincischio e m’inciampo,

dimmi tu che male ti fò.

Se al computer fraseggio e cazzeggio,

dimmi tu che male ti fò.

Se m’intrippo di trippa e m’intruppo,

dimmi tu che male ti fò.

Ho vissuto una vita beata,

ho sorriso alla gioia sfrenata,

ho abbracciato la truffa impensata,

ho viaggiato con i masnadieri,

ma se non reggo l’angoscia di morte,

dimmi tu che male ti fò.

Chiamami Alzheimer,

sarò il tuo morbo.

Chiamami anche Arturo o Zoe,

sarò sempre il tuo morbo.

Nella mia vita allegra e sconclusionata

tutto sbambazza e nulla sorride più,

ho ancora una speranza nella morbata

e la malattia mia sei proprio tu.

A te io ricorro,

o Alois,

esule figlio di Eva,

a te io ricorro,

o Emil,

io che sono l’erede indegno di Adamo,

l’uomo che guadagnò la Morte anche per il suo Seme

desiderando la donna propria e la donna altrui,

desiderando,

desiderando la Roba di mastro don Gesualdo,

mangiando la mela tossica delle verdi vallate tirolesi

dove vivi tu,

mea magistra et domina,

mea nouvelle vague anzichenò e anzichesì.

Nulla mi mancherà,

se tu sei con me,

o sorella Morte corporale

che,

come il poeta,

fai un uso improprio delle parole e degli attributi,

della punteggiatura e dei segnali stradali,

del cannolo e dell’assenzio,

delle nobili figurine Miralanza,

quelle dei signori Lanza di Mira di Venessia,

del Bacco e del Tobacco,

Johnnie Walker e Muratti ambassador,

del Plutonio e del monte di Venere,

Pu 94 e pube impubato.

O Morte creativa

e accattivante come un cesto d’insalata iceberg

nella fredda stagione invernale,

quando l’angoscia bussa più forte alle porte

perché anche Lei ha freddo

e vuole entrare in un corpo caldo caldo

come il cappuccino del tuo bar preferito,

il bar da Ciccio,

ex Francesco,

in odore di santità per rinnovato voto di povertà,

nonostante la Multinazionale dei conventi a cinque stelle,

gli eredi di Francisco l’umbro.

E tu, adesso, mi ricoveri in hotel,

mi lusinghi e mi seduci,

mi adeschi in un motel

dicendomi che è un bordello di tipo maltese

per camionisti crapuloni in cerca di sballo

ogni sabato e ogni domenica

quando non cavalcano il proletario Iveco

o il nobile Mercedes

o il potente Mann

o il pragmatico Scania.

E tu, adesso, mi paghi la retta e la curva,

il quadrato e il triangolo,

mi segni le strisce bianche per terra

in ricordo della bionda zebra

che amai da ragazzo in un safari moldavo,

mi dici

che sono malato del morbo del dottor Alzheimer,

il degno compare di Kraepelin,

un signore illustre che ha scoperto la demenza senile

senza essere stato mai vecchio,

senza più figli e senza più voglie,

mai stato folle,

mai stato matto,

mai affiliato a Dioniso,

un pioniere del West malandrino di Germania targato 1933

a cavallo dell’asino di Sancho Panza

in questa vasta e incolta prateria

chiamata “casa serena” in via del Piscio

al numero civico 33

in questa Siracusa dalla mancata cultura,

un luogo pieno di umane cianfrusaglie disordinate.

Sappi,

mio caro imbroglione e mio caro somaro,

che io mangio ancora pane e panelle

per fare figlie belle

con tutto questo seme che mi pullula dentro le palle

e non sa dove andare a parare,

in quale ricettacolo anfrattuoso cercare la sua degna fortuna.

Io ti chiedo la tregua per senescenza acuta

e tu mi dai la guerra per codardia incallita,

o fratello,

io ti chiedo la pace

di fronte al cadavere del figlio e della figlia,

del fratello e della sorella,

della madre e del padre,

in questa guerra tra monaci e monache per l’Inferno,

in questa guerra dei bottoni tra bambini e bambine

nel boulevard du Montparnasse

in una Parigi piena di bonbon allicchittati e di filosofi travestiti,

io ti chiedo la semplice pace

e tu mi dai la guerra più bieca del candeggio per lavatrice.

Una vita sola vale più di una vittoria sonante

sul Bosforo a cavallo del mio cannone di latta

che ormai spara soltanto fiori di ghirlanda da morto.

Vanitas vanitatum,

caro erede di Quinto Orazio Flacco,

omnia turpia turpibus.

Memento vivere, non mori!

Se non reggo l’angoscia di morte,

dimmi tu che male ti fò.

Se la morte la sento alle porte,

dimmi tu che male ti fò.

Se la fine mi bussa più forte,

dimmi tu che male ti fò.

Se la fine è per me senza un fine,

dimmi tu che male ti fò.

Se di giorno cincischio e m’inciampo,

dimmi tu che male ti fò.

Se al computer fraseggio e cazzeggio,

dimmi tu che male ti fò.

Se m’intrippo di trippa e m’intruppo,

dimmi tu che male ti fò.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere 25, 03, 2022

AUTORITRATTO 3

Sono un frate povero

e vivo in un convento ricco,

presso la valle del fiume assente,

l’Anapo,

protetto dall’Unesco e offeso dagli incivili indigeni.

Vivo tra l’origano odoroso e la salvia fulgente,

tra il timo discreto e la rosamarina ardente,

tra lu basiricò piccante e l’alloro magnifico dei poeti.

Sono povero e sono ricco,

sono frate e sono convento,

sono poeta e sono infante,

sono maestro e sono ciarlatano.

Ho accumulato sesterzi in questa terra

vendendo beni per il Paradiso,

quello umano e quello carnale.

All’Aldilà,

promesso dai preti neri e dalle suore con i cappellacci bianchi,

ho preferito un Aldiqua

vissuto in pieno e mai mancato neanche in parte.

Se lo sa Martin,

fa una nuova Riforma,

quella giusta e a misura di bestia:

“pecca fortiter et vive fortius”.

Ma come si fa a godere,

se la pandemia impazza a destra

e colora il tricolore del sangue dei patrioti

che rosicano l’ossobuco dell’autocastrazione,

mentre i senatori a vita godono ottima salute

in barba all’imbelle scansafatiche,

il cuculo crumiro che li vuole come lui,

inerti, passivi e inanimati.

A sinistra si ricorda il buon Antonio,

il piccolo sardo che non doveva pensare

secondo le direttive oscene di colui che fu

e gli auspici ridicoli dei ricottari che ancora sono.

A sinistra chi lavora non fa l’amore

e paga la pensione a chi non lavora più.

Sono spuntati i radical chic

come le mammoline nei celesti prati dei giornalisti,

come le margherite dei verdi declivi dei politicanti,

come le pansè macchiettate in Forcella da Aurelio Fierro.

Evviva,

evviva,

c’è anche la vispa Teresa

che avea tra l’erbetta al volo sorpreso

gentil caporale e gentil clandestino

e insieme a Renzo il tonto & Lucia la biondona

gridavano “l’abbiam presa,

l’abbian presa,

l’abbiam presa nel cul”.

E va bene così,

me ne vado da te,

non fa niente,

ma quando la sera ti sentirai sola,

ricordati di me che son la Elena di Troia,

maritata Menelao,

amante di Paride,

Arezzo mi fè,

disfecemi l’agro romano.

Nui chiniam la fronte al magico fattor

che volle in lei sì nobile fattura.

E io?

Io metto firma come caporale di giornata

e mi raffermo come il pane di Floridia

in questa campagna lucida di tutto punto

e brillante di calcare aggiunto.

Mille e mille di questi giorni,

mio caro,

mille anni di galera a chi fornica in canonica

senza che lo sappia Alice, la sagrestana.

Io?

Io insisto e persisto,

mi attesto e resisto,

pecco fortiter et vivo fortius.

L’inerzia crea martiri,

il narcisismo crea mostri

che per grazia ricevuta si annientano da soli,

ma solo a una certa età.

E se non sono narcisi,

sono cuculi,

sono vacui,

sono fatui,

sono campanule di bosco e orchidee selvatiche

nei campi di questo inverno indecoroso

che odora di primavera antica e di sterco perlettato,

buono per la cicoria selvatica e la zucchina domestica.

I narcisi odorano di quel letame da cui nascono,

sanno di sfasciato romanesco su visi di bambola,

hanno la calata lumbarda in un corpo bamboccio,

contrabbandono il Nulla del capo carnale o del comico sciocco.

Questa è la Legge.

Lex,

dura lex,

sed lex.

Quanta ignoranza in questa casa di bambole!

Dammi un economista e tre provetti ragionieri

e ti solleverò l’INPS e le consorelle

dalla boria insana degli inetti e degli infetti,

dal debito contratto in nome del padre,

dalle pensioni non più pagate

per decesso da covid del concorrente

o da noncovid, sempre del concorrente,

dalla dialettica filosofica dell’Essere e del Non Essere,

da Parmenide di Elea,

da William di Stratford-upon-Avon,

da Georg Wilhem Friedrich di Stuttgart,

da Martin di Mebkirch,

da Jean Paul di Paris.

Quanti morti in questa pandemia illustrata

come la vetusta “Domenica del corriere”!

Quanti ebeti in questa sagra serale degli eterni presenti

nel riquadro fosforescente a botta di mille e mille sesterzi!

Vero è,

caro compagno Francesco,

che non ci sono più gli uomini di una volta.

E noi chi siamo

e cosa facciamo in questo frangente ingrato di gioia e di sarcasmo?

Noi siamo l’elite fredda,

viviamo di politica,

non di professione,

pulluliamo nei giornali

leccando il lisoformio

per pulire la scrivania del capo.

Non c’è più lo Stato con i suoi professionisti.

Ma il siculo Leonardo da Regalbuto sbagliò

quando parlò così dei confratelli Giovanni e Paolo.

I servitori morirono da servi di uno Stato

che non li serviva

e a cui non servivano più.

Salsi la gobba defunta di colui

che disposando il buffone e il pagliaccio

parlava in romanaccio

e recitava ogni mattina litanie pesanti nelle chiese romane

e tra i fasci di combattimento.

E tu?

Io non sono in errore

se dico tutto questo dei piccoli Lords.

E allora,

viva noi,

evviva i ragazzi della via Pal!

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 21, 01, 2021