IL  RICONOSCIMENTO  DELLA  MADRE TRA  ANDROGINIA  E  SOPRAVVIVENZA

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“Anna sogna di trovarsi di notte in un luogo illuminato soltanto dal riflesso della luna.

Davanti a lei c’è un canale sommerso dall’acqua che straripa e allaga i campi.

Anna vede soltanto il riflesso dell’acqua, ma sa che ci sono le sponde sotto forma di muretti e che fungono da passerelle.

L’acqua scorre impetuosa e Anna cammina velocemente sopra il

muretto-passerella destro seguendo il flusso forte della corrente.

A un certo punto si rende conto che deve tornare indietro e per risalire il canale deve spostarsi a sinistra e poi saltare a destra: così di continuo. Comincia a saltare a sinistra e a destra e riesce a farlo bene. Per un tratto vede suo figlio che risale il canale insieme a lei, ma dopo non lo vede più.

Risale la corrente con l’angoscia di cadere dentro l’acqua e di annegare.

Ma vede che ce la fa facilmente e che è semplice e divertente saltare a  sinistra e a destra.

Anna è contenta e soddisfatta di se stessa.”

Si prospetta l’interpretazione di un sogno veramente funambolico, non solo a livello dinamico, ma anche a livello simbolico dal momento che le condensazioni sono precise e di vasta portata; alcune hanno una valenza di “archetipi”, sono simboli universali che vanno al di là dell’elaborazione  culturale e individuale, altre sono ad ampio spettro perché includono temi culturali e filosofici. Si tratta nello specifico dei simboli della “acqua”, della “destra”, della “sinistra”, della “luna”. E’, inoltre, sorprendente come il sogno di Anna riesca a camuffare la figura materna e la psicodinamica collegata all’universo femminile con una simbologia assolutamente naturale: “l’acqua” e la “luna”. I simboli sono attinenti per diversi aspetti e per alcuni attributi.

Il sogno di Anna si può definire “come riconoscere la madre” nella fase finale del complesso di Edipo e mostra la dialettica madre-figlia senza trascurare le paure e le angosce che si accompagnano all’emancipazione relazionale e all’autonomia psichica.

Il sogno contiene ancora una caratteristica importante che si può definire “come si risolve il complesso di Edipo in una dimensione di sopravvivenza”: una forma di onnipotenza nell’andare sopra la vita. ”L’acqua scorre impetuosa e Anna cammina velocemente sopra il muretto-passerella destro seguendo il flusso forte della corrente.” Il sogno di Anna è coniugato al femminile e, oltre al funambolismo, presenta i caratteri acrobatici della magia. “Anna vede soltanto il riflesso dell’acqua, ma sa che ci sono le sponde sotto forma di muretti e che fungono da passerelle.” Trattasi dell’illusione ottica di camminare sulle acque da parte di un eventuale ingenuo spettatore e della consapevolezza di Anna del sostegno determinante dei muretti. Inoltre, Anna,  per risalire il canale, “comincia a saltare a sinistra e a destra e riesce a farlo bene.” Questa è la potenza plastica della “figurabilità” del sogno che supera i limiti della fisica gravitazionale e fa gridare al miracolo. Quanto meno Anna in sogno si permette delle gesta ginniche che nella realtà sono molto improbabili.

Il sogno di Anna si può, in ultima istanza, definire nel suo oscillare a destra e a sinistra come la dialettica psichica tra la “parte maschile” e la “parte femminile”, altrimenti detta “androginia psichica”, che per la sua prima formulazione ci riporta al “Convito”, un delizioso dialogo del grande Platone datato quarto secolo “ante Cristum natum”. Vi invito a leggerlo e nel caso specifico si tratta della parte VI, il discorso di Aristofane.

Partiamo con l’analisi del sogno estrapolando i simboli dominanti. Il sogno si svolge “di notte” a testimoniare che la coscienza è obnubilata. Anna è in uno stato crepuscolare, in una dimensione interiore e intima: al tema del sogno, che di per se stesso sviluppa l’interiorità, si associa anche l’atmosfera psichica di abbandono al sonno e al sogno, di disimpegno dalle mille attività della giornata, di riflessione su se stessa. Non basta la notte a connotare la scena onirica, ma si aggiunge come rafforzamento la fievole e bianca luce del “riflesso della luna”. La “luna” è il classico simbolo dell’universo femminile e nello specifico del ciclo mestruale, ma condensa anche il fascino e la seduzione nelle espressioni più crudeli. Si pensi alla “licantropia”, al tema favolistico del “lupo mannaro”, al delirio legato alla visione della luna piena e all’angoscia innescata dalla luna nuova. Quando è luminosa, la luna non contiene la “parte negativa” del fascino e della seduzione femminile, quella che, invece, contiene la “luna nera”, la luna nuova, quella minacciosa e infida che si sa che è in cielo ma non si vede, quella che guarda dall’alto e si nasconde agli occhi atterriti del povero maschio. Questa fase lunare condensa la “parte negativa della donna” in quanto minaccia il maschio nella sua virilità con la sua seduzione subdola, castrante e addirittura mortifera. Si richiamano a tal uopo i miti in riguardo a Lilith, alle sirene, alle maghe, alle streghe, tutte figure femminili improntate a tremendo danno per l’universo maschile soltanto perché portano il maschio alla perdizione con le lusinghe carnali, con le magie psichiche, con la decerebrazione, con la malattia mortale e con l’asportazione traumatica del membro. Ovvio che questa cultura è stata elaborata dai maschi sin dal tempo antico, a testimonianza del terrore che incuteva la femmina, più che la donna, con l’angoscia di castrazione collegata alla recettività sessuale del suo corpo e soprattutto con l‘angoscia collegata alla prorompente sessualità, così diversa da quella maschile e così impegnativa per il maschio. Nel sogno di Anna la luna è luminosa, quindi è femmina e seducente e fa da degno contorno coreografico al teatro femminile in cui si svolge la psicodinamica. La notte e il paesaggio oscuro, inoltre, condensano la femminilità neurovegetativa, l’intimità, la seduzione, la caduta della vigilanza e della razionalità, la creatività, la fantasia, i meccanismi del “processo primario”, proprio quelli che elaborano il sogno.

Procediamo con l’analisi.

Davanti ad Anna c’è “un canale sommerso dall’acqua che straripa e allaga i campi”. Il “canale” nella  sua funzione di regolamentare l’acqua ha una valenza maschile di natura logica e impositiva, mentre l’acqua è un attributo simbolico dell’archetipo “Madre”. Il simbolo femminile dell’acqua è dominante nel sogno di Anna in maniera direttamente proporzionale alla sua forza e alla sua potenza. L’acqua è regolata dal canale in cui impetuosa scorre, ma straripa e allaga il territorio circostante. L’acqua è l’elemento classicamente associato alla vita per la fertilità della madre terra e per il feto che naviga nel liquido amniotico durante la gravidanza. Va considerato che la donna forgia la vita nel suo grembo secondo il registro biologico del sistema neurovegetativo ed endocrino. L’acqua rappresenta, inoltre, l’energia vitale, lo slancio vitale, la forza irresistibile della natura, il sistema neurovegetativo, la “libido” di Freud depurata in parte dalla valenza sessuale e arricchita di una valenza energetica, il principio cosmogonico del primo filosofo greco, Talete.

Simboli maschili sono il canale con gli argini che non si vedono e la “destra”.

Rappresentano la direttività e la razionalità legate all’universo maschile. Ma la femminilità del sogno è anche direttiva e precisa. Anna coniuga la parte fallico-narcisistica introducendo nel sogno la sua parte maschile introiettata quando da bambina si viveva in attesa che si evidenziassero i caratteri sessuali. Anna “vede soltanto il riflesso dell’acqua”, è attratta dalla sua femminilità e dalla figura materna sopra cui cammina nella parte destra e seguendo il flusso della corrente. Anna domina la scena ed è padrona della sua psicodinamica, dal momento che va verso “destra” e procede sicura sopra il muretto dell’argine del canale: ”sa che ci sono le sponde sotto forma di muretti che fungono da passerelle”. Va giù di corsa con impeto e sicurezza nel giostrarsi con la sua femminilità e con la figura materna. L’identificazione ha avuto buon fine ed è arrivata all’identità psichica femminile con quel tratto maschile di impeto e di sicurezza. Fino a questo punto la parte progredente del sogno.

“A un certo punto si rende conto che deve tornare indietro”. Anna ha la consapevolezza di aver osato tanto e deve rivisitare, più che regredire, le sue conquiste saltando a sinistra e a destra, da una sponda all’altra del canale. Anna torna indietro a rafforzare la sua identità per l’insorgere di una normale paura di se stessa e della sua sicurezza. Del resto, il sogno di Anna ha visitato la madre e adesso deve rassodare le sue conquiste. Il figlio l’accompagna, ma Anna non ha un conflitto con la sua maternità, per cui può lasciarlo e non lo vede più. Si è soltanto ricordata che anche lei è mamma come la sua mamma. Il saltare a sinistra e a destra vuole attestare la completezza dell’ essere umano nella “androginia psichica”. Ogni persona, al di là del suo sesso biologico, a livello psichico possiede ed esprime quelle che simbolicamente si definiscono “parte maschile” e “parte femminile”, la parte razionale e la parte emotiva, la parte affermativa e la parte remissiva, la parte fallica e la parte recettiva: attributi del corredo psichico ascritto simbolicamente all’universo maschile e all’universo femminile. Nel rivisitare se stessa Anna mostra in sogno tutta la sua umana consistenza, l’angoscia di cadere nell’acqua. La femminilità ha un peso e un costo per essere portata in giro una volta libera dall’invadenza della figura materna. E’ questa la valenza edipica nell’ultima fase, il riconoscimento della figura materna per affermare se stessa come femmina. Si presenta l’angoscia di essere fagocitata dalla madre, di non riuscire a liberarsi dal possesso della figura materna. Anna ha fatto la sua ribellione alla madre per affermarsi come persona e ci è riuscita perché ha vissuto la madre come l’altro da sé e non necessariamente come una matrigna o una strega, la “parte negativa della madre”.

E’ semplice e divertente risalire e non regredire. E’ come se fosse il rafforzamento di una presa di coscienza. Anna sa di sé e della sua femminilità e si è riscattata dalla madre. Anna è appagata. Magari in sogno si è spaventata, ma dopo ha risolto anche la paura e ha rivisto la sua emancipazione e la sua autonomia psichica. Bisogna vivere la madre nella sua sacralità e nella giusta dimensione psichica e non come un ostacolo all’affermazione. L’identificazione si è risolta nell’identità, per cui ”Anna è contenta e soddisfatta di se stessa.”

La prognosi impone ad Anna di godere delle sue conquiste psichiche e di rafforzare il suo rapporto con la madre con una finalità generosa dopo aver tanto ricevuto. I genitori anziani vanno adottati dai figli e non depositati dolcemente in case di riposo, i nuovi “lager”. Anna deve portare avanti la sua autonomia con un intento donativo.

Il rischio psicopatologico si attesta nella “regressione” al conflitto con la madre per l’insorgere di un bisogno di dipendenza psichica a causa di una crisi affettiva. Consegue la caduta della qualità della vita con sintomi psicosomatici da psiconevrosi edipica.

Riflessioni metodologiche: il sogno di Anna induce a parlare sul destino del complesso di Edipo, in particolare sul tema se si risolve del tutto o se si trasforma. La risposta immediata è che il complesso di Edipo, meglio il paradigma edipico, non si risolve mai del tutto così come si prospetta nella teoria psicoanalitica e così come si propone ogni genitore e ogni figlio. La relazione edipica si può proiettare sui figli e capovolgere da parte dei genitori sotto l’incalzare dell’angoscia di morte legata all’evoluzione del tempo e all’involuzione organica della vecchiaia. Come si manifesta? Facilmente un padre e una madre non vogliono fare a meno del possesso del figlio o della figlia. Oltretutto nella senescenza i genitori hanno bisogno di essere serviti e mantenuti. Si generano in tal modo conflitti tra genitori e figli, tra famiglia d’origine e famiglia di nuova formazione. E’ famoso il mito della suocera cattiva. Non sono soltanto i figli che devono risolvere il complesso di Edipo, ma anche i genitori che si ritrovano a vivere quello che hanno già vissuto al loro tempo con i loro genitori. Si ripete la storia della “Nutella”: la nonna la dava alla mamma, la mamma la dà alla figlia, la figlia la darà a sua figlia e così nel tempo che sarà: una “coazione a ripetere” della squisita crema al cacao e alle nocciole da spalmare sugli affetti familiari. Ma, attenzione al diabete!

COMPLESSO  DI  EDIPO  E  ANGOSCIA  DI CASTRAZIONE

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“Giuliana sogna un corridoio che ricorda la vecchia casa dove abitava.

Distesa sul pavimento blocca la porta d’ingresso con i piedi sulla maniglia.

Dietro quella porta c’è qualcuno che vuole entrare per farle del male o per rubare.

Giuliana è terrorizzata.

E’ disperata perché sente che non sarebbe resistita per tanto tempo.

Continua a urlare chiamando il marito, ma la voce non esce e le si strozza  in gola.

Chiama anche la figlia perché a sua volta chiami il papà, ma sa che non può sentirla.

Alla fine urlando si sveglia da una terribile angoscia.”

 

Il sogno di Giuliana è classico e universale, non conosce distinzioni di sesso e di razza, di tempo e di spazio, di cultura e di politica, di economia e di religione perché riguarda il naturale rapporto psichico dei figli con il padre e con la madre, una psicodinamica antichissima e formativa che Freud elaborò psicologicamente come “complesso di Edipo”. La dimensione edipica è il degno tributo che paghiamo per la conquista della nostra identità psicofisica e della nostra autonomia, dopo aver vissuto tanto travaglio e altrettanto struggimento nell’elaborazione dei fantasmi in riguardo ai nostri genitori. All’incontrario di quanto pensava Freud, la valenza sessuale non è esclusiva e dominante in questa fase evolutiva della “libido” e della formazione del carattere, ma è una componente consistente che porta alla “libido genitale” e alla maturazione psichica della vita sessuale. La situazione edipica contiene sensazioni e sentimenti, modi affettivi e modi amorosi, modalità di relazione con persone e oggetti, la fantasia e la ragione, i fantasmi e i concetti: “in nuce” il nostro essere adulti. La fase edipica è il prezzo degnamente onorato e investito nei riguardi del mito delle origini e nei riguardi degli archetipi “Madre” e “Padre”. Di poi, la vita o meglio l’esercizio del vivere ci può riservare idee ed eventi, fantasie e fatti che possono scatenare in qualsiasi momento e in qualsiasi spazio tutto il materiale edipico vissuto e sedimentato, chiaro e oscuro, con i suoi fantasmi e i suoi vissuti, i suoi ricordi e le sue dimenticanze, le sue caratteristiche così personali nel loro essere così universali. Ecco che il sogno custodisce nel suo presente e nel suo “breve eterno” il magma psichico legato ai nostri genitori e lo può in qualsiasi momento recuperare e rimettere in edizione sulla scena onirica con quella precisione apparentemente dimenticata e in quel linguaggio caduto in disuso. L’esempio concreto a portata di mano è Giuliana, una donna già figlia, già moglie, già madre, almeno da quello che ci dice la trama del sogno. La sua condizione psichica non dimentica e non confonde i suoi vissuti, per cui basta ancora uno stimolo di poco spessore o un trauma notevole per rimettere in palcoscenico il suo antico desiderio di tanto padre nella valenza del trauma sessuale e nella figura del ladro. Giuliana si trova in una situazione ambigua di figlia e di madre, da questa parte della barricata con i suoi genitori e dall’altra parte della barricata con i suoi figli e, perché no, anche con il marito che possibilmente cerca ancora la madre nella propria donna. Gli stimoli a ridestare l’edipico sono tanti nel quotidiano vivere e non mancherà un “resto diurno” a fungere da causa scatenante del sogno di Giuliana e di tutti quelli che sono nati da madre e padre o hanno avuto madre e padre. Ricordo che esiste la distinzione tra genitori naturali e genitori psichici: non sempre devono coincidere o possono anche non coincidere. Ma perché tanta angoscia edipica nei sogni? Semplicemente perché la situazione edipica non è stata elaborata in maniera adeguata a suo tempo e il complesso edipico non è stato liquidato in maniera ottimale: semplicemente non si sono riconosciuti i genitori e questi ultimi non ci hanno aiutato a crescere anche in questi ambigui versanti. Un’ultima questione è la seguente: si liquida totalmente il complesso di Edipo? La risposta non solo è negativa, ma addirittura la dimensione edipica riesce a camuffarsi in mille modi e a capovolgersi nei ruoli. Ma di questo parleremo in altra circostanza.

Procediamo con l’analisi del sogno di Giuliana, una trama altamente emotiva che riguarda e coinvolge tutti proprio perché facilmente l’abbiamo vissuta e rappresentata negli stessi termini.

“La vecchia casa dove abitava” si trasla dalla dimensione spaziale in quella  temporale ed equivale a “quand’era piccola”, ai vissuti e ai fantasmi di quando abitava con i suoi genitori. Il corridoio rappresenta il tramite di un vissuto, il collegamento di un fantasma, un nesso emotivo. Giuliana torna indietro nel tempo e si ritrova bambina o adolescente con la struttura psichica e le psicodinamiche di quel periodo tradotte dai meccanismi del sogno.

“Distesa sul pavimento blocca la porta d’ingresso con i piedi sulla maniglia.” La scena del sogno va subito al dunque e propone, più che simboli, la psicodinamica edipica tramite i meccanismi della “figurabilità” e della “drammatizzazione”: Giuliana distesa che si protegge dai suoi fantasmi  immaginando un uomo fuori dalla porta pronto alla violenza, quella sessuale in questo caso dal momento che è “distesa sul pavimento”. I piedi e la maniglia sono simboli fallici, ma non sono importanti perché la scena onirica è chiara nel suo essere drammatica. Giuliana si ritrova addosso l’angoscia edipica collegata alla violenza sessuale di un maschio simile alla figura paterna. Giuliana si trova davanti a quel suo desiderio pulsionale e al conseguente fantasma di “castrazione”. Giuliana s’imbatte nella colpa di aver tanto malignamente fantasticato seguendo la direzione dei suoi ormoni.

“Dietro quella porta c’è qualcuno che vuole entrare per farle del male o per rubare”. Trattasi di violenza e di castrazione, la prima in espiazione del senso di colpa di aver desiderato il padre e la seconda in base alla sua condizione sessuale femminile, la mancata crescita del clitoride nella forma del pene. Non indifferente è la frustrazione del senso e del sentimento collegata al fallimento del suo progetto,del suo desiderio, della sua pulsione. Ma perché è un maschio che viene a punirla e per assurdo un surrogato del padre?Perché non può essere la madre? Semplicemente perché la violenza fisica si ascrive simbolicamente all’universo maschile, al corredo degli attributi psicofisici del  maschio. La punizione compete al padre e a lui, sempre simbolicamente, si ascrive. In effetti Giuliana teme il suo desiderio, quello che a suo tempo fu l’investimento della sua “libido” nel padre. Adesso, sempre in sogno, teme la punizione dall’oggetto del suo desiderio di allora, sempre il padre.

“Disperata” e “terrorizzata” perché Giuliana sa di subire una violenza sessuale. Possibilmente la causa scatenante è stata un altro tipo di violenza, magari molto più sottile, subita nel giorno antecedente e magari “intra moenia”. Ricordiamo che i sogni parlano di noi e in forma specifica ci dicono la nostra verità in atto anche tramite rocambolesche associazioni.

Giuliana cerca aiuto e chiama il marito, anzi urla, ma la voce si strozza in gola: classico sintomo di “castrazione” e d’impotenza, di vanificazione delle energie e di solitudine. Trattasi di scene classicamente edipiche ed emotivamente direttamente proporzionali all’intensità del desiderio e dell’innamoramento vissuti nei riguardi del padre a suo tempo. L’oggetto del desiderio di prima nel sogno di Giuliana viene convertito nell’oggetto del dolore, della condanna e della colpa.

“Chiama anche la figlia”, ma Giuliana sa già che non può sentirla, perché  Giuliana è una donna sola e questa sua solitudine è più angosciante della violenza sessuale temuta e trasfigurata in sogno. A questo punto il sogno traligna e l’angoscia diventa ingestibile. Il risveglio soccorre Giuliana con l’emissione della parola gridata, la gola non è più strozzata, il risveglio è la soluzione salvifica per il suo equilibrio psicofisico.

La castrazione nella vita attuale porta Giuliana a sognare la castrazione edipica del tempo adolescenziale e a sentirsi sola come allora quando doveva districare la matassa del suo magmatico complesso senza poterne parlare con nessuno: la solitudine e l’impotenza, la colpa e l’espiazione, insomma un quadro normale anche se fortemente drammatico.

La prognosi impone a Giuliana di razionalizzare le situazioni di disagio psichico che evocano lo struggimento edipico e di razionalizzare il quadro umano ed esistenziale anche attraverso l’ironia e lo spirito critico. L’angoscia è della realtà in atto e richiama quella edipica che a suo tempo era normale.

Il rischio psicopatologico si attesta nella caduta della qualità della vita a causa dell’esaltazione di tratti depressivi con somatizzazione dell’angoscia collegata al senso d’impotenza. Si possono presentare inspiegabili variazioni dell’umore. Siamo, pur tuttavia, nell’ambito delle psiconevrosi.

Riflessione metodologica: la psicodinamica edipica nella bambina si snoda nel modo seguente: una forte attrazione globale verso il padre e una conseguente ostilità verso la madre. L’angoscia di “castrazione” la indurrà a recuperare  quest’ultima e a ’identificarsi al femminile. Mentre il bambino si trova il pene, la bambina si convince che il suo clitoride non crescerà, per cui matura la coscienza della differenza sessuale e indirizza la sua “libido” nel desiderio di avere un figlio dal padre e successivamente nella forza della seduzione verso il maschio per accedere definitivamente nella risoluzione edipica con l’identificazione sessuale nella madre. L’assunto di base è il seguente: si nasce bambini, ma si diventa maschi e si nasce bambine, ma si diventa femmine. Da questo travaglio psichico dipende non solo la scelta dell’oggetto d’amore dopo la pubertà, ma anche l’istanza del limite, della norma e della realtà. I fantasmi della fase edipica sono prevalentemente erotici e struggenti: il desiderio, il possesso, il piacere, la colpa, la castrazione, il conflitto. In particolare i fantasmi della “parte positiva e negativa del padre e della madre”, che il bambino aveva già elaborato nella “fase orale” sia pur in maniera rudimentale ed elementare, si arricchiscono e si complicano dopo la fase edipica. I sogni edipici sono dominanti non solo nell’infanzia e nell’adolescenza, ma anche nella vita adulta come nel caso di Giuliana. Il simbolo del “ladro” è molto ricorrente e traumatico e si traduce nel mio “dizionario psicoanalitico” come “castrazione psicofisica e compensazione traslata, difesa dall’angoscia edipica”: la castrazione mi porta a cercare appagamento fuori dall’ambito familiare e questa figura del ladro mi consente di sognare, condensandola e spostandola, la mia dimensione edipica.

UNA  MADRE CAPSULA E UN PADRE CLOWN

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“La capsula folle.

Sono nell’androne di un palazzo abbastanza ombroso, devo prendere l’ascensore per salire al quinto piano. La gabbia in cui è contenuto l’ascensore è simile a quella del palazzo in cui abitava L.B., una gigante griglia metallica tutta arrugginita.

Entro nel cubicolo ed appare sulla soglia del portone un altro inquilino. Si avvicina. E’ un padre con un bambino. E’ sulla cinquantina. Li aspetto. Anche loro vanno al quinto piano. Partiamo.

L’ascensore è strettissimo, le porte si chiudono e sembra di stare in una capsula spaziale, che al posto di salire verso il quinto piano, utilizzando il normale percorso dentro la gabbia metallica, ne esce fuori e balzella buffamente per il cortile, facendo un percorso alternativo, come se fosse diventato un grosso essere animato che compie il percorso a piedi.

Al che, un po’ preoccupata e un po’ divertita, assisto alla scena: la vedo sia da fuori, seguendo la goffa andatura della capsula,che da dentro, con il corpo completamente aderito alla parete curva della capsula.

A questo punto il tizio, il padre del bambino, inizia a molestarmi. Prova a baciarmi, mi infila le mani nelle mutande, mentre il bambino resta immobile e ignaro. Io mi chiedo come possa fare una cosa del genere di fronte a suo figlio e perché insista se vede che io non sono consenziente. Per di più in cortile davanti a tutti.

Riesco a fuggire dalla capsula, senza andare al quinto piano. Inizio a gridare a tutti che quell’uomo ha cercato di molestarmi; ma credo di scoprire poco dopo che quell’uomo è un clown e che la comunità di clown che viveva lì lo avrebbe difeso e non mi avrebbe creduta. Invece mi credono, scendono dai loro piani e mi ascoltano, mi dicono che ho ragione.

Tra questi, arriva anche G. in pigiama, mi ascolta e mi dà un bacio per calmarmi. Gli sono molto grata per questo.”

Questo è il sogno di Marta; così come l’ha scritto, io l’ho trascritto per una prima riflessione: la retorica, la discorsività, il racconto. Il sogno di Marta ha tutti i requisiti di una sceneggiatura futurista o qualche attributo del teatro dell’assurdo. Marta ha dato il titolo alla sua produzione onirica , “la capsula folle”, e si è compiaciuta nello scriverla con la migliore affidabilità possibile. Ma questo è il vero sogno o ha subito dei rammendi logici durante la trascrizione? Il “processo secondario”, il pensiero logico, si è inserito sul “processo primario”, i meccanismi adibiti all’elaborazione del sogno? La risposta è nettamente positiva: il sogno è stato rielaborato e rammendato con toppe logiche e consequenziali. Si vede in special modo sul sogno di Marta,la quale ha trascritto il “contenuto manifesto” aggiungendo i nessi logici per compilare in maniera credibile la trama della “capsula folle”. Eppure il sogno ha mantenuto il senso dell’assurdo, del paradosso e dell’imprevedibile. Il  sogno nella sua integrità e nella sua integralità al momento ci è escluso.

Procediamo con l’analisi del sogno di Marta e in questo caso estrapolerò i punti salienti, quelli che hanno una consistente essenza simbolica, i “fantasmi” di un certo spessore, per poi inserirli nella giusta psicodinamica.

“Sono nell’androne di un palazzo abbastanza ombroso, devo prendere l’ascensore per salire al quinto piano. La gabbia in cui è contenuto l’ascensore … una gigante griglia metallica tutta arrugginita.”

Il sogno esordisce con simboli della socialità quotidiana e con un umore grigio, un’atmosfera crepuscolare dov’è inserito un simbolo materno, “l’ascensore”, un grande grembo, di poi la “gabbia” che contiene l’ascensore. Sono tutti simboli di madre, condensazioni che riguardano l’universo femminile. Si aggiunge un rafforzamento peggiorativo ”gigante griglia metallica tutta arrugginita”: una madre affettivamente fredda, arida e tanto ingombrante. Marta esordisce offrendo il “fantasma” della madre, il suo vissuto profondo sulla figura materna nel suo versante negativo. Il simbolo del “salire al quinto piano” si traduce nel “processo psichico di difesa dall’angoscia della sublimazione”. Marta ha tutte le buone intenzioni di difendersi dalla possente e fredda figura materna proprio sublimandola, destituendola delle parti negative e rendendole positive. Per libera associazione anche L.B. ha una madre pesante ed enigmatica.

“Entro nel cubicolo e appare sulla soglia del portone un altro inquilino … E’ un padre con un bambino … Anche loro vanno al quinto piano. Partiamo. L’ascensore è strettissimo: le porte si chiudono e sembra di stare in una capsula spaziale,…”

Si presenta la figura paterna, un alleato di Marta che usa la “sublimazione” per sopravvivere e che condivide la stessa oppressione dell’ascensore, della griglia, della gabbia, del cubicolo, della moglie in termini chiari, della madre di Marta in termini ancora più chiari.

“… sembra di stare in una capsula spaziale che al posto di salire … ne esce fuori e balzella buffamente per il cortile, facendo un percorso alternativo … un grosso essere animato che compie il percorso a piedi.”

Il senso di oppressione si coglie tutto e specialmente nella “capsula”, un simbolo di grembo materno in gravidanza con tutto il potere della madre, un potere di vita e di morte. Non funziona più la “sublimazione” della figura materna o meglio della “parte negativa della madre” e allora la psiche nel sogno provvede a ridicolizzare il nemico: “balzella buffamente”,”un grosso essere animato”. La metafora della mamma con annessa satira è servita. Marta si sta difendendo in tutti i modi dalla “parte negativa della figura materna” secondo la teoria di Melanie Klein e secondo un processo di “splitting”, di scissione. Adesso si scinde anche Marta in una che assiste da dentro la capsula e soffre, in una che è fuori dalla capsula e ride. Da mettere in rilievo la capacità di Marta di tradurre in immagine i contenuti che formano la trama del sogno: la “figurabilità” si scatena nell’elaborare la capsula o il cubicolo per rappresentare il senso di costrizione attribuito alla madre.

“… un po’preoccupata e un po’ divertita … seguendo la goffa andatura con il corpo completamente aderito alla parete della capsula.”

Le strategie di Marta  sono due: con la prima riesce a staccarsi dalla figura materna e a razionalizzarla con ironia affermando la sua autonomia, con la seconda si costringe a subirla e a dipendere irrimediabilmente. Pur tuttavia è opportuno precisare che stiamo parlando non della mamma reale di Marta, ma del “fantasma” della mamma di Marta, di come Marta ha introiettato ed elaborato la figura materna nella sua parte negativa.

“A questo punto il tizio, il padre del bambino, inizia a molestarmi.”

Si presenta di botto il complesso di Edipo nella sua valenza erotica e si rompe l’alleanza del padre con la figlia o meglio della figlia con il padre. Il bacio, le mani, il bambino immobile e ignaro, l’incredulità, l’immoralità e altro di turpe e di incestuoso … questi  sono gli elementi atti a rappresentare la seduzione paterna e la “scena primaria”, il coito dei genitori immaginato dalla figlia o a cui ha assistito suo malgrado. Ma il punto più ilare del dramma edipico di Marta è questo:”Per di più in cortile davanti a tutti”. In termini pacati e in sequenze calibrate si consuma la pulsione erotica della  bambina Marta verso il padre, le sue fantasie edipiche, i suoi desideri erotici. Tutto è normale e nulla di nuovo si manifesta sotto il sole, per cui non mi dilungo.

“Riesco a sfuggire dalla capsula, senza andare al quinto piano. Inizio a gridare a tutti che quell’uomo ha cercato di molestarmi … ma quell’uomo è un clown … la comunità dei clown non mi avrebbe creduta e invece mi credono … scendono dai loro piani … e mi danno ragione.”

La liberazione dalle angherie materne è evitata per il momento anche senza il processo di difesa della “sublimazione”: “senza andare al quinto piano”. Marta, allora, aggredisce il padre incestuoso, ma il padre nei suoi vissuti non è soltanto oggetto di desiderio, ma è soprattutto un uomo triste e solo, il re dei pagliacci, quell’uomo che la gente crede che sia di buonumore, ma che nel suo cuore ha un dolore, il dolore dell’anaffettività, di chi non si è sentito mai amato. Il “clown” condensa la mancanza d’affetto e si compensa in maniera traslata facendo divertire gli altri per farsi accettare e per avere un ruolo, ma resta nel suo fondo più profondo un uomo solo. E’ presente nel ”clown” un complesso d’inferiorità che viene riscattato mettendosi al servizio del piacere degli altri. … Sogna Marta:“ma quell’uomo è un clown”, è un uomo che ha sofferto, un uomo frustrato negli affetti e nella dignità. Marta pensa di essere creduta o non creduta. Anche quelli come lui mi danno ragione. Marta oscilla come in precedenza tra l’essere approvata e l’essere disapprovata, tra il fuori la capsula e il dentro la capsula.

“Tra questi arriva anche G. in pigiama, mi ascolta e mi dà anche un bacio per calmarmi. Gli sono molto grata per questo.”

E’ Marta che fa il sogno ed è corretto scientificamente addebitare a lei la maternità del significato di tutto quello che produce, il sogno è tutto materiale di sua proprietà. Marta condanna il padre per le sue pulsioni erotiche, ma in effetti è Marta che condanna e assolve se stessa per le sue pulsioni edipiche verso il padre e per le sue frustrazioni affettive verso la madre. Ecco che nel finale arriva l’uomo giusto, un pagliaccio molto intimo, “in pigiama”, che non è il padre ma che è come il padre. Questo clown giusto e morigerato riesce a calmarla con un bacio e lei gli è grata come a un genitore.

Marta ha risolto il suo complesso di Edipo dopo avere rischiato di essere fagocitata dalla madre, ingombrante come una capsula, inimitabile e astiosa. Si rivolge al padre, di poco carattere perché non si è ribellato alla moglie, ma oggetto del suo ambiguo interesse. Comunque un uomo come il padre l’ha trovato e ha risolto il versante paterno, ma ha paura di identificarsi nella madre ed è alla ricerca della sua identità femminile, almeno di un completamento.

La prognosi impone a Marta di accrescere la consapevolezza sulla sua identità femminile e portare avanti il processo di autonomia psichica dalle figure genitoriali.

Il rischio psicopatologico si attesta nelle difficoltà a gestire il ruolo femminile e a oscillare tra i cambiamenti d’umore e qualche somatizzazione nevrotica dell’ansia.

Riflessione metodologica: ognuno è responsabile dei suoi sogni, anche se non può impedirli, gestirli e condizionarli. Il sogno è una “coazione a ripetere” e ha tratti nevrotici e psicotici. Il sogno è la manifestazione profonda di un mondo interiore e di una dimensione poco conosciuta, ma per questo motivo non bisogna ricorrere alla superstizione per spiegare quello che attualmente è inspiegabile. Si resta in attesa che la scienza incrementi la conoscenza. Passiamo oltre. La “scena primaria” si concretizza nell’immaginazione del coito dei genitori da parte dei figli; questo episodio può essere immaginato o vissuto e condiziona in maniera traumatica l’evoluzione della “libido” nella formazione del carattere. Nel sogno di Marta la descrizione è evidente anche se indiretta: “bimbo che resta immobile e ignaro” “come possa fare una cosa del genere di fronte a suo figlio”. Passiamo oltre. Una definizione della figurabilità: meccanismo deputato a tradurre in rappresentazione o immagine i contenuti che formano la trama dei sogni, effettuando una selezione tra le diverse rappresentazioni che traducono il vissuto psichico, il fantasma, il bisogno, il desiderio, il trauma. La “figurabilità” sceglie la migliore immagine concreta per un concetto astratto.

LA BELLA ADDORMENTATA NEL BOSCO … DI EDIPO

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“Patty sogna di dormire sul divano e di sentire quello che dicono le altre persone nella stanza.

Vuole rispondere , ma non riesce ad articolare le parole.

Vuole alzarsi, ma si sente bloccata e trema.

Sa che per svegliarsi subito una persona deve toccarla; ad esempio sua madre. Oppure deve sentire la sveglia, altrimenti ha bisogno di tanto tempo per svegliarsi.”

 

Il sogno di Patty è il classico prodotto di un momento evolutivo importante durante il complesso di Edipo e per la precisione l’identificazione della figlia nella madre dopo aver abbandonato le ultime mire espansionistiche sul padre. Patty procede a risolvere il senso di colpa verso la madre per aver tanto osato contro di lei e si allea doppiamente con il nemico di ieri assolvendosi e identificandosi al femminile in riparazione del “fantasma di castrazione”. E’ obbligo precisare che questo fantasma si manifesta in maniera diversa nelle bambine rispetto ai maschietti.

Passo per passo analizziamo il sogno.

E’ possibile “sognare di dormire”?  Certamente e sicuramente sì!  Ma cosa significa?  Esprime il bisogno psicofisico di ridurre la vigilanza della coscienza e di disimpegnarsi dalle mille attività e fatiche della vita quotidiana. Patty vuole ridurre le esigenze del “principio di realtà” e le funzioni dell’”Io” in una situazione particolarmente stressante e lasciarsi andare a un benefico rilassamento per la ricostituzione del suo sistema nervoso. Patty ricerca il crepuscolo della coscienza.

Il “divano” è un sostituto del bisogno di affidamento e rievoca l’universo femminile nel suo essere accogliente e intrigante.

“Sentire quello che dicono le altre persone nella stanza” attesta di un conflitto severo tra la funzione di vigilanza dell’Io che ascolta e il bisogno di disimpegnarsi dagli stimoli dell’ambiente che esigono, di cui si diceva in precedenza. I discorsi degli altri rappresentano le “proiezioni” di Patty: gli stimoli a tenersi sveglia per controllare la realtà che contrastano con il bisogno di affrancarsi dai conflitti e di lasciarsi andare.

A questo punto del sogno si presenta un “fantasma di castrazione” nella valenza dell’inanimazione: Patty “vuole rispondere, ma non riesce ad articolare le parole”, come se fosse scattato un segnale dentro di lei che le imponesse un blocco della parola e della comunicazione, un blocco che le ingiunge di non partecipare o meglio di partecipare a metà, ascoltando soltanto. L’incapacità ad articolare le parole è angosciante ed evoca l’immagine di una bambina bloccata nel contesto familiare e sociale, una bambina mortificata nelle sue genuine energie e nei suoi investimenti psichici. La “libido” è in netto stallo e Patty e in crisi. Una bruttissima sensazione quella vissuta da Patty, ma siccome non prevale l’incubo, ancora può dormire: l’angoscia è gestibile dal sistema economico e dinamico della psiche.

La “parola” è simbolo della Vita materiale e psichica, è entità divina e sacra dell’origine del Tutto, è Madre e Padre, è incarnazione dell’energia cosmica, è oggettivazione della “libido”, è comunicazione rassicurante, è un dono dei genitori e dei figli. “In principio era il Verbo, ed il Verbo era presso Dio ed il Verbo era Dio”: inizio del Vangelo di Giovanni. Si pensi al dramma di Patty nel non aver parole o peggio di aver parole e di non riuscire a partorirle, ad articolarle, a dar loro la luce.

Si arriva al punto più tormentato e tormentoso: Patty “vuole alzarsi, ma si sente bloccata e trema”. Ritorna il “fantasma di castrazione” in maniera aggravata. Dopo il blocco della parola, arriva il blocco motorio, un fantasma d’inanimazione  che impedisce il libero fluire delle energie vitali nel corpo e la loro libera espressione. Patty è consapevole che “per svegliarsi una persona deve toccarla”: serve uno stimolo esterno come autorizzazione a riprendere le normali funzioni della veglia. Si sveglia se la tocca la mamma o se suona la sveglia, stimoli che la conciliano con la realtà: due dimensioni diverse ma che hanno un nesso, una affettiva e una fantasmica. La “mamma” è un archetipo, un simbolo universale, rappresenta l’origine e l’amore della Specie, gli affetti, la protezione, le premure, l’emozione, la fantasia, gli stati crepuscolari della coscienza. La “sveglia” è un meccanismo freddo che misura il tempo spazializzandolo nel suo quadrante: un simbolo di evoluzione e di morte, quel tempo ingrato che imperterrito trascorre e ti porta alla fine. Nel sogno di Patty si evince un particolare momento evolutivo del conflitto edipico e nello specifico con la madre: la riconciliazione con la madre dopo il senso di colpa per averla discriminata e aver desiderato di sostituirla con il padre. Patty ha bisogno d’identificarsi nella madre per diventare donna e allora aspetta da lei la mossa di svegliarla a nuova vita e a nuova dimensione psichica, una definitiva crescita con la liquidazione del conflitto con i genitori e la possibilità di socializzare e ascoltare da sveglia, partecipando ai discorsi della gente che le vive attorno. La sveglia è l’altra soluzione, la meno auspicabile nel suo essere implicita: il tempo evolve e Patty matura psicologicamente in maniera innaturale. E’ preferibile la carezza della mamma che sveglia la sua femminilità e introduce la sua autonomia psichica alla coazione del tempo. Adesso Patty è emancipata dalle pendenze edipiche e si può dedicare alle relazioni sociali.

Questo è quanto.

La prognosi impone di accettare il bacio della mamma per l’ultima e definitiva volta, onde razionalizzare il “fantasma di castrazione” nella sua doppia valenza e liquidare la psiconevrosi edipica. Bisogna porre particolare attenzione alle energie bloccate che vanno investite negli affetti e che comunque non devono ristagnare.

Il rischio psicopatologico si attesta nella conversione isterica delle energie bloccate e nei disturbi psicosomatici. In particolare una psiconevrosi legata alla mancata risoluzione del conflitto con il padre e con la madre.

Riflessione metodologica: il sogno di Patty mi è stato trasmesso con il dubbio di essere un vissuto doloroso da sveglia o il ricordo effettivo di un sogno, un vissuto nella dimensione reale o nella dimensione onirica. La questione è stata risolta con le seguenti motivazioni. L’interpretazione del sogno verte sempre su un prodotto rammendato logicamente e comunicato da svegli, quindi, il sogno di Patty, classico sogno o blocco psicofisico più o meno cosciente, è sempre un prodotto psichico e può essere analizzato come tale. Del sogno nella sua integralità, del resto, noi perdiamo gran parte e allora, se consideriamo il sogno anche come una “fantasticheria” dietro lo stimolo del ricordo, è sempre possibile interpretare il “contenuto manifesto”. Il sogno di Patty fa pensare allo stato ipnotico, la normale dimensione del “pre-sonno” che tutti attraversiamo ogni volta che ci rilassiamo e ci accingiamo a dormire. Succede, infatti, nelle situazioni ipnotiche indotte per motivi terapeutici che si dia il comando di non muoversi e questa strategia funziona con i soggetti ipnorecettivi ossia con le persone che hanno una soglia di suggestione molto bassa e quindi sono sensibili alle ipnosuggestioni. Essere ipnorecettivo non significa avere una malattia psichica, ma in ogni caso è sempre meglio verificare l’esistenza di un disturbo della vigilanza e del sonno. Sull’ipnositerapia esistono molti limiti e perplessità e l’uso spettacolare della tecnica, fatto da ciarlatani anche in spettacoli televisivi, è deprecabile, per dirla con un eufemismo. Nel sogno di Patty si rileva, ancora, che gli stimoli reali, se fosse stata sveglia, non l’hanno destata e hanno consentito lo stato ipnotico. Altrettanto si può dire degli stimoli sognati da Patty, la gente che parlava nella stanza; non scatta l’incubo e il risveglio immediato perché il “contenuto latente” non coincide con il “contenuto manifesto”: la situazione onirica è rassicurante e prevale il bisogno di continuare a dormire. Da sognante o da desta l’interpretazione del sogno di Patty non cambia ed è anche bella perché rievoca le fiabe della “bella addormentata nel bosco” e di “Biancaneve”, tranne che in quei casi era il principe a risvegliare la donna alla vita sessuale adulta con un bacio, alla consapevolezza della “libido genitale”, per dirla con termini  freudiani.

IO… E  MIO  PADRE

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“Ero in una strada di campagna … di sassi … molto stretta … in macchina con mio figlio a fianco …

C’erano molti cavalli … liberi … impazziti …

Io correvo … e cercavo di schivarli …

Ne ricordo uno … magro nero … in mezzo all’erba …

Poi sono arrivata in una casa …

Il padrone era li … noncurante …

Io mi sono fermata … l’ho avvisato …

Lui quasi noncurante … ha chiuso il cancello …  e io ho pensato … quei cavalli hanno bisogno di libertà…

Nel sogno io non avevo paura.”

 

Questo è il sogno di Annalisa: una poesia naturale, una lirica veramente bella che mi piace definire “quando il sogno diventa poesia”.

Il “contenuto manifesto” è talmente incalzante che ho voluto trascriverlo così come Annalisa l’ha formulato, scena dopo scena, sequenza dopo sequenza, puntini di reticenza dopo puntini di reticenza. Questi ultimi lasciano tanto spazio al non detto, a ciò che non è possibile dire ma si può soltanto liberamente immaginare.

Andiamo alla ricerca del “contenuto latente” decodificando i simboli, per poi evincere la psicodinamica implicita.

La “strada di campagna” rappresenta la ricerca di una soluzione a un arduo problema o a un delicato conflitto: ”sassi”, “molto stretta”. Annalisa ha una realtà particolare e una funzione importante in atto, è mamma premurosa e protegge suo figlio: “in macchina con mio figlio”, “a fianco”, una relazione speciale, quasi una naturale simbiosi alla luce del significato neurovegetativo della “macchina”, il grembo materno e la funzione genitale.

Il “cavallo” è simbolo classico del padre, vedi “il caso clinico del piccolo Hans” di Freud, sia nelle nevrosi fobiche e sia nei sogni, sia da svegli e sia da dormienti. In ogni caso il cavallo evoca e racchiude l’universo maschile, la forza e l’eleganza della persona e del personaggio specifico, il padre. Annalisa si sta approcciando con cautela e delicatezza alla figura paterna e ne vede “molti” di “cavalli-padri”, li vede “liberi” nella loro espressione, li vede “impazziti” nel loro derogare dalle regole, direi quasi nella loro sacralità e nella loro genialità creativa. Ammirazione e fascino contraddistinguono questo approccio di Annalisa con la figura paterna, un approccio che non deve essere stato sempre lineare e privo di conflitti, ma un rapporto che si è amorevolmente composto come nelle migliori combinazioni affettive.

Annalisa ammira e teme questi “molti cavalli liberi e impazziti”, ha un vissuto ambivalente d’amore e odio nei confronti dei padri così liberi, così folli, così fascinosi; il “cercavo di schivarli” esprime il suo bisogno di un rapporto esclusivo di ammirazione e di contemplazione senza lasciarsi coinvolgere in prigioni ambigue e in catene dorate come nelle migliori sceneggiate napoletane.

Ecco l’uscita dal generico e il profilarsi del padre di Annalisa: “ne ricordo uno”, “magro nero”, “in mezzo l’erba”. Nella realtà in atto,“in mezzo l’erba” esiste il ricordo di un bel padre, fisicamente caratterizzato: suo padre in carne e ossa.

Ecco che, dopo averlo riportato alla memoria, Annalisa lo riporta al presente,  il presente come presenza nella psiche di Annalisa: “sono arrivata in una casa”. Il padre è nella sua interiorità, nella sua storia esistenziale, nella sua evoluzione di donna e di madre: l’immagine, resa con poche parole, ha il senso del “sublime” matematico e astronomico di kantiana memoria.

Il padre interiorizzato è un padrone. Dopo la bellezza e la fierezza emerge il vissuto di un uomo duro e forte, un uomo di potere, un’autorità autoritaria e non autorevole; l’altra caratteristica del padre di Annalisa è la “noncuranza”, un attributo anaffettivo, fatto di distacco e di freddezza. Così si è difesa Annalisa dal fascino paterno, attribuendo al padre i tratti che ha usato lei per non restare coinvolta in un amore impossibile e innaturale, la “noncuranza”. Trattasi del solito, quasi famigerato, complesso di Edipo e nello specifico la relazione con il padre, dal momento che non si affianca nel sogno alcuna figura femminile al di là di quella della protagonista.

Annalisa sa del suo trasporto pericoloso nei confronti del padre e si è “avvisata avvisandolo”, non ha esternato il grande amore, ma lo ha ricambiato con la stessa freddezza di quel padre padrone che occupa un posto importante nella sua formazione psichica e nel suo modo di relazionarsi con i suoi uomini, in questo caso suo figlio e suo padre. Con il primo un attaccamento materno fortissimo e con il secondo un distacco affettivo per paura di essere coinvolta in un malessere senza fine e senza fini. Il “padre-cavallo”, avvisato dalla figlia della presenza di cavalli folli e liberi in mezzo ai prati, è mezzo salvato, recita un proverbio che tanto si addice al caso di Annalisa. E’ soprattutto il padre di Annalisa a incarnare gli attributi della bellezza, della libertà e della creatività.

Annalisa proietta nel padre la sua noncuranza, la sua risoluzione del complesso di Edipo e ha “chiuso il cancello”, ha definito gli ambiti del riconoscimento del padre come un uomo libero, felice e folle: ”quei cavalli hanno bisogno di libertà”. La legge del padre buono e migliore, quello di Annalisa, è quella che lei ha introiettato. Il padre e anche gli uomini hanno bisogno di libertà, visto che manca la mamma. Annalisa si è identificata nel padre più che nella madre: “ubi maior, minor cessat” dicevano i nostri progenitori latini, “dove c’è il maggiore, il minore decade”. Questa identificazione contrastata ha portato Annalisa a incarnare la figura mitologica di Afrodite, la dea dell’erotismo nata dalla fusione dello sperma di Urano con la schiuma dell’onda del mar Egeo dopo che il figlio Crono aveva evirato, per l’appunto, il padre.  Annalisa ha maturato dalla sua relazione con il padre e dalla prevalente identificazione nei suoi tratti una collocazione di potere verso il maschio e verso il maschile. Lo vuole maschio e bello come il padre, autorevole all’incontrario del padre.

Nel sogno non c’era paura, a conferma che Annalisa ha parlato di sé tirando fuori le sequenze ben conosciute del suo film interiore in riguardo al suo rapporto con il padre e al fantasma psichico collegato.

La prognosi impone di mantenere questa buona risoluzione del complesso di Edipo, fatta del riconoscimento del padre e della madre e nel caso specifico d’identificazione nelle parti migliori del padre e della madre. Annalisa, in tal modo, ha usato la libertà consentita dalla situazione di figlia. Non poteva identificarsi totalmente nel padre e negare la madre, pena la negazione del suo essere femminile.

Il rischio psicopatologico si attesta nella conflittualità con i maschi e nelle difficoltà relazionali, affettive e sessuali: la sindrome della “virago” o di Afrodite può degenerare nella solitudine anche se crea fascino e paura nell’universo maschile.

Riflessione metodologica: “quando il sogno diventa poesia”. Non dimentichiamo che la funzione onirica condivide con l’arte, gran parte dell’attività estetica, l’uso dei meccanismi del “processo primario” e l’effetto  catartico: purificazione dall’angoscia. Poeta deriva dal greco e significa “creatore”, una creazione non dal nulla ma da un fare, “poiein”, e da un qualcosa, a testimonianza che l’essere vivente uomo può elaborare vissuto su vissuto, intessendoli in oggetti estetici attraverso un fare prevalentemente a imitazione della Natura come volevano i filosofi greci. Il sogno è la massima democrazia in riguardo alla poesia, perché tutti siamo artefici inconsapevoli o coatti dei nostri sogni. Tutti sogniamo, anche quelle persone che dicono di non sognare soltanto perché non ricordano i loro sogni. Il sogno è l’attività mentale del cervello durante il sonno. Soltanto la morte cerebrale conclude il nostro pensare e il nostro sognare. Ma sarà proprio così? Anche lo stato di coma è una forma di sonno e di sogno. O forse è una nuova dimensione del percepire, una nuova forma del sognare? Certo che il coma comporta un’attività, anche minima, del cervello e si traduce in un percepire a livello subliminare ossia sotto la soglia della coscienza.

NARCISISMO  E  IDENTITA’

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“Wendy sogna di riflettersi allo specchio.

Nello specchio non appare la sua immagine, ma quella di una donna che non è lei, una donna completamente diversa da lei, una donna dal capello lungo color miele che va al capello medio sfilato moro, una donna dalla pelle olivastra che va alla pelle chiara e imperfetta.

Nel vedersi allo specchio così diversa, si spaventa e riprova a guardarsi più volte, ma non appare mai per quello che è.”

Il sogno di Wendy comporta un ampio preambolo teorico: i meccanismi di difesa della “proiezione” e della ”introiezione” tanto per cominciare. Il primo è messo in atto dall’ ”Io” cosciente per affrontare situazioni d’angoscia, vissute come un pericolo per la propria integrità e per il proprio equilibrio. Esso si attesta nell’attribuire ad altri idee, sentimenti, fatti, conflitti, materiale psichico di propria appartenenza. Non funzionando il meccanismo principe di difesa della “rimozione”, che consiste nel dimenticare o nell’eliminare il materiale angosciante dalla scena della coscienza, il materiale “non rimosso”, per l’appunto, ritorna per essere sistemato fuori dall’ “Io” cosciente, all’esterno: il pericolo interno si esterna, il vissuto non accettato si riversa fuori, il trauma si estromette. Qualcuno dice “tu sei crudele”: di chi sta parlando?

La “introiezione” è un meccanismo di difesa che si basa nel “mettere dentro” un vissuto psichico e comporta  la “identificazione” per suggestione o per imitazione: “anch’io come lui” dice il santo o l’eroe. Nella risoluzione del complesso di Edipo, ad esempio, bisogna identificarsi nel genitore con cui si era entrati in conflitto, secondo il concetto di normalità di Freud il genitore dello stesso sesso.

Un richiamo teorico spetta ancora al significato profondo del mito di Narciso per un approccio più completo al sogno di Wendy e a conferma che i sogni non sono semplici operazioni notturne, ma tanto di altro, ma tanto di più di tanto altro. Il greco Narciso è un semidio famoso per sua bellezza e per il suo sprezzante rifiuto dei giovinetti amanti; in altre versioni è celebre per la sua  crudele “misoginia”, avversione alle donne: la povera Eco ancora invoca per valli e per monti il nome di Narciso, perché di lei è rimasta soltanto la voce. La dea della vendetta, la greca Nemesi, condanna il crudele Narciso a innamorarsi perdutamente della sua immagine riflessa nell’acqua e a morire consapevole dell’impossibilità del suo amore. Il “narcisismo” è l’amore smodato per se stesso e l’incapacità ad amare l’altro, l’altro da sé.

Un richiamo, per concludere, va alla fase fallico-narcisistica dell’evoluzione della “libido”, fase che si sviluppa dal quarto anno di vita e si attesta nella concentrazione erotica sull’organo sessuale e nella masturbazione, sempre secondo gli studi di Freud sulla sessualità infantile. Quando si parla d’investimento narcisistico della “libido”, s’intende un amore patologico verso se stessi, ma questa fase è molto importante per la formazione dell’amor proprio e dell’autostima, oltre che per la formazione dell’ “Io ideale”, un sentimento di perfezione e una tensione verso il meglio come compensazione del residuo narcisismo originario.

Veniamo al sogno di Wendy dopo queste necessarie riflessioni metodologiche.

L’atto di “riflettersi allo specchio” è un rafforzamento simbolico dei meccanismi psichici di difesa dall’angoscia della “proiezione” e della  “introiezione”. Wendy è interessata a se stessa e va alla ricerca di conferme su se stessa e sul suo modo di essere più interno che esterno. Wendy, più che dalla sua immagine esteriore, è attratta dalla sua immagine interiore, dalla sua sfera intima e dalla sua produzione psichica profonda.

Wendy vede una “donna che non è lei”: solite birichinate del sogno! Quella donna è il complesso esteriore e interiore, la dimensione esterna e interna della stessa Wendy, quella donna è il desiderio allucinato di se stessa in immagine globale, una visione complessa e non soltanto estetica, una “fantasia” di se stessa. Il termine “fantasia” deriva dal greco antico e significa grossolanamente “prendere luce”, un’ allucinazione legata all’eccitazione del desiderio. Non dimentichiamo che il sogno è appagamento di un desiderio profondo e rimosso, sempre secondo Freud, ed è basato su allucinazioni sensoriali, normali in sogno, ma psicopatologiche nella veglia.

Si prospetta a questo punto l’ideale globale e apparentemente estetico di Wendy, il suo desiderio d’interiorità e la sua allucinazione erotica: “una donna che non è lei…, completamente diversa da lei…, una donna dal capello lungo color miele…, una donna dalla pelle olivastra. Wendy non gradisce i seguenti suoi attributi in atto e in esercizio: “la donna”, “il capello”, “la pelle”. Decodifichiamo: “donna” equivale al latino “domina” e si traduce “padrona”. Wendy non è padrona a casa sua, non è consapevole del suo personale e unico patrimonio psicofisico, non riconosce i suoi attributi, non rende oggettivo il suo “universo femminile”. Wendy non è “padrona” degli altri, non esercita il suo potere sugli altri, non riconosce l’oggetto esterno, non si oggettiva. Come Narciso è tutta presa dalla ricerca del suo ideale al punto che non lo riconosce come suo e come possibile da raggiungere: l’altra allo specchio. Eppure questa immagine di sé è prodotta dalla stessa Wendy in sogno e da sveglia; in essa proietta le sue fantasie, i suoi desideri, i suoi ideali.

Il “capello” è simbolo dei pensieri , delle idee, del patrimonio intellettivo, del pensiero filosofico, dell’ideale estetico, dell’originalità speculativa, del fascino del sapere. Wendy non è una donna di poco spessore, non è tanto meno superficiale e tende ad approfondire, ma non è soddisfatta delle sue idee e soprattutto non esterna il suo bagaglio intellettivo.

La ”pelle” è l’organo erogeno per eccellenza e ricopre tutto il corpo: Wendy deve acquistare coscienza del suo erotismo e vivere meglio la sua “libido epiteliale”, amandosi e lasciandosi amare dall’altro senza conflittualità inutili o anestesie inopportune e improvvide. Wendy deve far pace con “Eros”, un altro dio greco innamorato di Narciso e da lui regolarmente rifiutato.

Quella che Wendy vede è la sua “immagine ideale” in riferimento all’esser donna interessante, fascinosa ed erotica, vede il suo desiderio allucinato  dell’”Io ideale”. Wendy deve sbloccare se stessa, ma non si vede allo specchio perché non si accetta così com’è e perché così com’è non é quella che vorrebbe essere. Il desiderio allucinato di sé è a portata di mano, ma Wendy non sa afferrarlo. Wendy teme quello che desidera. Si rifiuta per quello che non appare, ma quella fantasia è sua, quella allucinazione deve farla propria e realizzare. L’autocoscienza è a portata di mano, è di fronte a Wendy, è allo specchio e basta afferrarla.

La prognosi si attesta nel recupero del materiale alienato nello specchio e nella ricerca di una migliore autocoscienza che combaci l’“Io reale” e l’immagine dello specchio, l’ideale del desiderio, l’allucinazione che si può incarnare.

Il rischio psicopatologico è rappresentato dal “narcisismo”, la sindrome che si attesta nel rinchiudersi nell’immagine compiaciuta del proprio “Io” con grave compromissione del sistema relazionale e con una pesante caduta della qualità della vita.

Riflessione metodologica: anche questa volta il sogno di Wendy è in “bianco e nero” e ormai le sembra difficile sognare “a colori”. Il sognare in “bianco e nero” è una difesa psicofisica ed è prevalente nelle persone che hanno un livello di tensione alto nella veglia, un regime che turberebbe l’“omeostasi” anche nel sonno qualora il sogno si manifestasse particolarmente acuto a livello affettivo ed emotivo, qualora il quoziente d’angoscia superasse una certa soglia di tolleranza personale. Il “sogno a colori” comporta un’eccitazione del sistema nervoso compatibile con il sonno, per cui il sogno e la censura sono i “guardiani del sonno”. Oltretutto, sognare in “bianco e nero” ha qualcosa di poetico, di crepuscolare, di romantico che si addice a Wendy, la quale parla del suo “Io ideale” con questi termini estremamente belli e significativi : “una donna dal capello lungo color miele che va al capello medio sfilato moro” e ancora “una donna dalla pelle olivastra che va alla pelle chiara imperfetta”. La precisione espressiva è tutta personale e la visione suggestiva attizza la fantasia. Wendy sognerà “a colori”  appena avrà fatto combaciare le due immagini di sé, quella reale e quella allo specchio.

IO … E  ANCORA  MIA  MADRE

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“Mabrukka sogna di trovarsi davanti al bagno dell’ università di Granada e sta aspettando il suo turno per entrare.

Da uno di questi bagni esce una sua collega, molto più magra rispetto all’ultima volta che l’aveva vista. E’ diversa anche nel modo di vestire, ha un abito corto che scopre un nuovo corpo. Mabrukka le dice che è magrissima e lei, compiaciuta, risponde che deve dimagrire ancora di più. Allora taglia il discorso, pensa che l’amica stia psicologicamente male e sente che la sua persona l’inquieta.

Mabrukka entra nel bagno da cui era uscita l’amica e constata che non è granché pulito.

Quando sta per uscire, scopre che la porta è bloccata. Vede una levetta vicino alla maniglia, la solleva e questo bagno si trasforma in un ascensore che la porta al piano superiore. Apre la porta del bagno/ascensore e davanti a lei c’è un’altra porta sulla quale è appeso un cartello che invita a fare attenzione alla presenza di animali. Vi è disegnata un’aquila.

Apre la porta pensando soltanto di uscire da quel posto chiuso. Quando la apre, vede, invece, che ci sono delle persone sedute a un lungo tavolo d’ufficio. Una donna le chiede che cosa ci facesse in quel luogo e Mabrukka le spiega l’accaduto ed esprime il desiderio di uscire.

La donna risponde che nessuno è a conoscenza dell’esistenza di questo posto. Infatti, lì tengono segretamente tante specie di animali esotici. Aggiunge che l’unico modo per lei di uscire è quello di passare attraverso un tunnel che l’avrebbe fatta sbucare in Inghilterra e, da lì, avrebbe potuto fare rientro in Spagna.

A questo punto Mabrukka telefona alla sua migliore amica e dice che per l’ennesima volta le era accaduto qualcosa di strano dopo essere stata in bagno. Parla della sua situazione con ironia. L’amica ride e le dice che è sempre la solita.

L’amica e altre persone stavano andando al matrimonio del fratello di Mabrukka, mentre lei, per via di quel contrattempo, non avrebbe potuto partecipare.”

Il sogno di Mabrukka è stato accomodato in maniera logico-discorsiva dopo il risveglio, “contenuto manifesto”,ma nonostante tutto ha mantenuto il fascino di una situazione assurda, oltre che complicata per le situazioni e per le persone coinvolte.

Così come viene raccontato il sogno, si svolgerà la decodificazione, passo dopo passo in maniera logica e discorsiva. Fondamentalmente si parlerà  della colpevolizzazione della “libido”, del processo di difesa dall’angoscia della “sublimazione” e del conflitto con la figura materna, il complesso di Edipo, il conflitto con la madre nello specifico. Alla fine del sogno appare un processo d’identificazione al femminile in corso d’opera che lascia ben sperare per il futuro psichico della protagonista.

Mabrukka si trova subito a che fare con la sua sfera intima e sessuale, il “bagno”, e s’imbatte in un’immagine di sé, la collega magra e con “un abito corto che scopre un nuovo corpo”, un’immagine seduttiva, un modello desiderato e un ruolo femminile temuto nello stesso tempo. Mabrukka proietta nell’amica una figura di donna che è ancora contrastata in lei, ma è in via di assimilazione. Questa donna la inquieta e le sembra fuori di testa, oltretutto deve ancora dimagrire, deve ulteriormente fare a meno dell’amore materno, il cibo. Mabrukka sta viaggiando verso l’autonomia, almeno nel suo intento programmatico.

Il bagno non è granché pulito: i vissuti e le  fantasie sessuali sono avvolte ancora dal senso di colpa. Ecco che arriva la claustrofobia come punizione, ma per fortuna subentra un simbolo fallico da assolvere e da sublimare: la “levetta vicino alla maniglia”, un doppio fallo. Arriva anche in soccorso di Mabbrukka il processo di difesa dall’angoscia della “sublimazione”: l’ascensore o meglio il “bagno-ascensore”. Il cartello “attenzione alla presenza di animali” si evolve di poi nel disegno dell’aquila, la “sublimazione” del pene, un investimento psicofisico distaccato e intriso di acutezza logica e di nobiltà estetica, doti compensate dagli ”animali” che rappresentano e condensano le pulsioni sessuali meno sublimate. Mabrukka elabora la sessualità maschile secondo i suoi bisogni profondi e i suoi desideri relazionali. Il cartello rappresenta l’ “Io” di Mabrukka, la coscienza logica e vigilante, ma subentra il ricatto del “Super-Io” che censura i suoi desideri sessuali e, non potendo eliminarli, è costretto a nobilitarli. Gli ormoni spingono in assoluzione del senso di colpa: i diritti del corpo. Ormai Mabrukka sta “pensando soltanto di uscire da quel posto chiuso”, è decisa a risolvere il conflitto all’aria aperta prendendone consapevolezza, vola verso la libertà dalla dipendenza, l’emancipazione dalla figura edipica e l’autonomia psicofisica.

Ed ecco che arriva immancabilmente la madre,”lupus in fabula”: “una donna che le chiede cosa ci facesse in quel luogo”. Tale censura super-egoica si addice maggiormente alla figura paterna, ma il discorso edipico di Mabrukka verte al femminile e il conflitto con la madre è acuto e ricorrente, oltre che frustrante. Ne va di mezzo la “libido”, l’energia vitale e nello specifico la vita sessuale. La madre di Mabrukka è inimitabile, oltretutto è severa ed esige rispetto delle regole e non competizione. Mabrukka “esprime il suo desiderio di uscire” da questo conflitto. La madre le dice che l’arte della seduzione è segreta e ci sono animali esotici, istinti adulti e originali, pulsioni creative, il  mondo erotico degli adulti  da cui Mabrukka si è sentita esclusa e si è esclusa. Il sogno recita: “segretamente tante specie di animali esotici”. Perbacco e perdinci!  Trattasi di fatti intimi che nessuno conosce. Mabrukka è intrusa e deve pagare il fio della sua intromissione nell’intimità genitoriale o  deve risolvere la questione, il suo conflitto, anche per il grande disagio che comporta la situazione in cui Mabrukka si è messa sempre tra bagni e ascensori, figure femminili con cui competere e da cui essere censurata, aquile superbe e animali esotici.

Ma la mamma è fondamentalmente buona nei vissuti profondi di Mabrukka e suggerisce alla figlia la soluzione: deve rinascere passando “attraverso un tunnel che l’avrebbe fatta sbucare in Inghilterra” per poi rientrare in Spagna, luoghi personali di libertà e di autonomia. Il “tunnel” è un chiaro simbolo del percorso intrauterino che porta alla nascita, una traslazione della figura materna.  Mabrukka non è in fuga dalla madre, non è in distacco dalla madre, sta ricercando la sua vera autonomia e la liberazione dalle dipendenze edipiche, anche quelle legate all’immagine e al ruolo femminile.

Questa soluzione viene comunicata all’amica e nello stesso tempo rafforzata;   “parla della sua situazione con ironia”. L’amica la può capire perché anche lei è affetta da complesso edipico: “ simile simili cognoscitur”. La parte finale del  sogno risolve il conflitto proprio con “ironia”, il giusto distacco emotivo dalle figure genitoriali e l’adeguata destrutturazione del triangolo edipico.

L’amica che ride è la stessa Mabrukka che rafforza la presa di coscienza.  Il sogno riserva un finale degno di un film giallo: “stavano andando al matrimonio del fratello di Mabrukka”, quel fratello che ha risolto e sciolto le pendenze con i genitori e che si accinge a sposarsi. Mabrukka non può andare al matrimonio perché ancora non è pronta ad amare in maniera corretta e naturale un uomo e per giacere con un maschio:” per via di quel contrattempo, non avrebbe potuto partecipare”.

Questo è quanto ci dice Mabrukka e quanto si deve dire a Mabrukka.

La prognosi vuole la risoluzione del complesso di Edipo e l’uscita dalla situazione psichica di stallo.

Il rischio psicopatologico è la psiconevrosi o d’angoscia o isterofobica o depressiva o ossessiva, come diceva Freud per gli inadempienti al riconoscimento del padre e della madre.

Riflessione metodologica: nel sogno di Mabrukka è la madre a fungere da “Super-Io”, a conferma che il padre rappresenta il divieto e la censura soltanto simbolicamente. Ogni persona elabora limiti e divieti, doveri e rigori, li introietta e li proietta sulle figure genitoriali.

 

SEDUZIONE  E  COLPA “NON SEMPRE IL TEMPO LA BELTA’ CANCELLA”

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“Joly sogna una gabbietta con dentro un uccellino moribondo e con un’ala rossa che si muove appena.

Gli dà un po’ di cibo e si sente in colpa, ma non sa se il deperimento dell’uccellino è colpa sua.

Forse no. E allora si chiede perché deve sentirsi così.

Sembra che l’uccellino reagisca, ma Joly teme che non ce la farà e si sveglia.”

 

Un sogno apparentemente innocuo e insignificante, un sogno strano si manifesta intrigante nel suo vertere sulla sfera intima e sessuale in grazie ai meccanismi del “processo primario”, quello che governa l’elaborazione del sogno attraverso l’uso di una simbologia specifica. Il “contenuto manifesto” è ben lungi da simbologie intime, tanto meno sessuali; eppure, da un pietoso soccorso a un gradevole uccellino in gabbia, viene fuori un tratto depressivo in riferimento allo sfiorire delle pulsioni erotiche e alla caduta pessimistica della capacità di sedurre.

Il punto nodale della trama del sogno è il senso di colpa di Joly collegato al deperimento dell’uccellino, nonostante l’aiuto materiale del cibo che immancabilmente gli offre.

Il sogno tratta della “libido genitale”, della sessualità matura e donativa, classica della sfera adulta, quella sessualità condivisa tra maschio e femmina alla ricerca dell’appagamento orgasmico. La protagonista non esprime autostima erotica e valore sessuale: Joly è una donna non a pieno della sua consapevolezza e tende a disistimarsi, ma non rinuncia alla vendetta sul maschio svirilizzandolo, per poi assumersene le responsabilità erotiche della mancata erezione.

Andiamo avanti con la decodificazione dei simboli.

La “gabbietta” condensa la recettività sessuale femminile con una ambivalenza sentimentale di amore e di rabbia: una “proiezione” assolutoria e aggressiva verso il maschio, da un lato lo accoglie e dall’altro lo detesta.

“L’uccellino” è la traslazione simbolica del pene in quiescenza, ma il “moribondo” condensa una pulsione aggressiva di natura depressiva collegata alla perdita della virilità.

“L’ala rossa che si muove appena” è un connotato simbolico del pene e può significare il glande nel suo essere rosso, a conferma che si tratta di un simbolo fallico.

Il “dentro” rappresenta il coito e la recettività sessuale femminile, la vagina.

Joly nutre l’uccellino con un po’ di cibo, simbolo del sentimento d’amore e quanto meno indice d’affetto, una simbologia universale che apprendiamo  appena nati. Joly tenta di eccitare il pene, ma si sente in colpa perché subentra il fantasma dell’incapacità a sedurre e di dar vita, meglio vitalità, all’uccellino. Joly non sa se è colpa sua o se è un problema dell’altro. Scatta, allora, la disistima erotica, un nocivo e inopportuno protagonismo negativo da eroina tragica. Spesso capita che le donne pensano di non essere eccitanti e di non piacere al proprio partner, per cui si assumono anche la responsabilità  di una formazione psichica distorta del loro maschio, la colpa di un conflitto edipico irrisolto, un complesso molto diffuso nei figli delle mamme italiane. Il deperimento dell’uccellino è attribuibile alla mamma e al papa del maschio in questione, a quei genitori che non hanno saputo favorire l’autonomia del figlio, fissandolo al narcisismo fallico o castrandolo nella conquista della donna attraverso una continua seduzione affettiva.

Joly ha un sussulto di autocoscienza e di lucidità mentale e si assolve dalla colpa, ma si chiede perché succede a lei di sentirsi in colpa: “perché deve sentirsi così”. La risposta è che Joly è troppo comprensiva e assolve l’altro per condannare se stessa.

La parte finale del sogno celebra il timore di Joly sull’infausta sorte dell’uccellino: la convinzione negativa sulla caduta depressiva della sua sessualità e dell’erotismo, pur mantenendo la proiezione aggressiva verso il maschio.

E’ frequente il sogno del “tempo che passa e la beltà cancella”, specialmente nell’universo femminile. La paura di non piacere condensa un tratto depressivo all’interno della sfera sessuale, la caduta della vitalità e delle pulsioni erotiche: il meccanismo dello “spostamento” condensa sul maschio la crisi della “libido”, alienando in tal modo la perdita per difesa. Si tratta anche di una modalità ambigua di risolvere i conflitti di coppia: si aggredisce il partner e poi ci si punisce con la disistima, quando non ci si assoggetta per riparare il senso di colpa e ci si atteggia come mamma buona e comprensiva.

La prognosi esige l’accettazione della dimensione temporale nel suo “breve eterno” del presente in riferimento a un corpo-mente, “psicosoma”, che si evolve e si compensa: il corpo che sfiorisce ha sempre una compensazione psicofisica. E’ opportuno non aggredire il partner e non disporsi in maniera protettiva di stampo maternale e in negazione del proprio essere femminile.

Il rischio psicopatologico si attesta nel risveglio e nell’esaltazione di un tratto depressivo quiescente e foriero di una caduta della qualità della vita.

Riflessione metodologica: la sfera sessuale, erotica e genitale, contrariamente a quel che si pensa, ha una collocazione ridotta nella dimensione onirica. Nonostante il fatto che viviamo in una cultura sessuofobica e nonostante la grave carenza di un’educazione sessuale nella formazione familiare e scolastica delle giovani generazioni, i conflitti affettivi superano di gran lunga quelli sessuali nei nostri sogni, a conferma che la psiche è molto più complessa e variegata, nobile e sacra nel suo incarnarsi. Una valutazione concreta della realtà materiale, il corpo, include un’adeguata simultanea valutazione dei sentimenti e dei valori, la psiche: “materialismo” e “spiritualismo” convivono nella dimensione umana sotto le sferzate della “malattia mortale”, l’angoscia di morte, la madre dell’evoluzione culturale della Specie, la madre di tutte le guerre benefiche e malefiche. Vedi Kierkegaard e Darwin, di poi Freud.

 

SUBLIMAZIONE E REALTA’ – VIVA LA MAMMA

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Una conoscente chiede a Iris di usare il bagno.

Lei la invita a salire al piano superiore della sua casa, che però risulta diversa dalla casa reale.

Al secondo piano, peraltro lussuoso e grande, si arriva salendo una scala di legno massiccio, una scala senza parapetti.

La signora non vuole andare in bagno e si ritrovano alla base della scala ad osservare un bimbo che sta scendendo e gli raccomandano di non cadere.”

Il sogno di Iris viaggia spazialmente dal basso verso l’alto, “salire al piano superiore”, per poi procedere dall’alto verso il basso, “si ritrovano alla base della scala” senza averla mai usata. L’ “alto” rappresenta il processo di “sublimazione della libido”, il “basso” simboleggia la realtà concreta esistenziale, “le cose come stanno” per dirla con un modo popolano.

La “conoscente” è l’altro da sé, rappresenta la relazione con se stessa non adeguatamente approfondita per certi aspetti e compensata socialmente dalle amicizie importanti, le vere amiche. Iris proietta sull’amica la condivisione e la soluzione del suo conflitto psichico: la maternità e la maternalità, “osservare un bimbo che sta scendendo e gli raccomandano di non cadere”: un pensare e un fare materno e maternale. Il prezzo è la “sublimazione” della sfera sessuale e delle pulsioni collegate.

Il “bagno” rappresenta l’intimità nel suo versante più ampio, dall’espletamento dei bisogni vitali alla ricerca dell’erotismo, una sfera molto privata e proibita a occhi estranei, una dimensione naturale osteggiata dal moralismo e dalla cultura religiosa. Il “bagno” rientra nell’esercizio della libido generale, “orale”, “anale”, “fallico- narcisistica” e “genitale” con tutte le varanti erotiche dei vari casi.

Il “piano superiore” attesta dell’uso blando, assolutamente normale, del “processo di sublimazione della libido”, un processo difensivo dall’angoscia che dimostra la buona confidenza di Iris con la sua intimità o la sua sfera privata in larga scala, “il piano superiore della sua casa”. La diversità della casa rispetto alla realtà conferma che il sogno si è diretto verso il registro simbolico per trattare la sfera personale in maniera opportunamente camuffata.

La “sua casa” è il simbolo della sua struttura psichica e delle sue funzioni, un tutto psicodinamico evidenziato all’esterno da quel modo di apparire che convenzionalmente si definisce “personalità”.

Il “secondo piano, peraltro lussuoso e grande” è ricco di fantasie e di vissuti, contiene elaborazioni pregiate e materiale esteticamente interessante, quello di Iris.

La “scala” è “di legno massiccio” e “senza parapetti”, a conferma della sostanza delle fantasie e dei desideri sublimati. L’importanza che Iris dà al meccanismo della sublimazione” si può evincere dal fatto che la scala è “senza parapetti”, ha una sua pericolosità, si può cadere. Iris si conosce bene e conosce bene anche le sue limitazioni e le sue sovrastrutture in riguardo alla sessualità, oltre che le sue ardite fantasie e i suoi intimi desideri.

A questo punto del sogno Iris ribalta il quadro, ma ne conferma il significato: “la signora non vuole andare in bagno”. La “proiezione” di Iris conosce bene la sua dimensione intima e, quindi, non sente il bisogno di andare a rivisitare le sue sfere erotiche e sessuali.

E allora va da sé che le due amiche “si ritrovano alla base della scala”: la realtà in atto dove si evidenzia la “libido genitale”, il frutto reale dell’esercizio della “libido”, un figlio concreto che rappresenta l’incarnazione del desiderio, “un bimbo che sta scendendo”, un bimbo non più sublimato nel desiderio, ma concreto al punto che può farsi male, un figlio in carne e ossa che realizza la femminilità coniugandola con la maternità. L’amore materno è possessivo: “gli raccomandano di non cadere”, chiedono al figlio di non essere lasciate dopo tanta gratificazione: classica palpitazione del cuore di mamma.

La prognosi impone di usare in maniera moderata il “processo di sublimazione della libido” e di riservarlo alle emergenze che possono incorrere nell’esercizio della vita. Il motto esistenziale antidepressivo si condensa nel “fare di più e sublimare di meno”.

Il rischio psicopatologico si attesta, qualora il meccanismo della “sublimazione” si inceppa per sovraccarico, nella frustrazione della pulsione sessuale e nella conseguente psiconevrosi isterica con una serie di somatizzazioni elaborate “creativamente” in maniera personale.

Riflessione metodologica: il sogno di Iris induce un approfondimento sul “meccanismo psichico della sublimazione della libido” e in particolare sul suo mancato funzionamento o sul suo uso infausto. Assodato che la “libido” è da intendere come “energia vitale” e non esclusivamente “energia sessuale” (secondo quel “pansessualismo” freudiano su cui tante polemiche e scissioni si sono verificate, Adler e Jung in primis), si deve porre l’accento in primo luogo sulla necessità naturale e positiva della “sublimazione” per il vivere individuale e sociale, oltre che per l’evoluzione della civiltà; di poi la riflessione verte anche sull’uso infausto e maligno della “sublimazione sessuale”. Si pensi a coloro che contraggono voti di castità all’interno di un contesto sessuofobico a valenza più o meno religiosa. A queste persone si richiedono particolari di “sublimazione”, ma la frustrazione dell’istinto sessuale o della “libido” induce disturbi individualmente pesanti e socialmente pericolosi, quali la pedofilia e le perversioni. Anche il senso del peccato o di colpa non serve a contenere le pulsioni impedite, per cui in aggiunta al fallimento della “sublimazione” non resta che il danno di una malattia psicosomatica e il danno sociale. La repressione della “libido” mette a dura prova il meccanismo della ”sublimazione”. Ad esempio, la “xenofobia” non sublimata nella “xenofilia” porta non solo all’odio razziale, ma anche alla guerra, più o meno santa, anche a un “olocausto” quando il delirio paranoico diventa collettivo: “historia docet”, la storia insegna ed è maestra di vita.

COMPLESSO  DI  EDIPO  E  COSCIENZA  DI  SE’

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“Vivienne sogna di dover sistemare i capelli, giusto una spuntatina.

 Vivienne ama molto portare i capelli lunghi.

Si rivolge al parrucchiere di sua madre e questi la rapa a zero.

Infuriata Vivienne accusa la madre di averla mandata da un incompetente.

Per fortuna nota che i capelli le ricrescono quasi subito.”

Un discorso parzialmente sospeso con la “madre”, un maldestro parrucchiere come condensato del “padre”, l’abilità dell’autonomia psichica acquisita: queste sono le fila di una classica evoluzione della situazione edipica. L’autonomia  si può conquistare a qualsiasi età, dal momento che la psiche vive soltanto la dimensione del presente, il “breve eterno”: un’attualità psichica da vivere possibilmente inventandola da protagonisti, piuttosto che subendola da vittime. Ma fate attenzione, perché l’autonomia inizialmente si può presentare come la sorella minore della solitudine. “Riconosci il padre e la madre” grida dal deserto il comandamento psicoanalitico, ma soltanto per essere un po’ di più te stesso e un po’ di più padrone a casa tua. Alla fine chi vince in questa improba lotta tra genitori e figli? Il Genio della Specie!  E allora? Allora riserviamo la competizione con i genitori alle fasi giuste e ai tempi idonei e poi accettiamo furbescamente la mezza sconfitta per volare fuori dal nido. In tal modo avremo evitato a noi stessi i conflitti nevrotici che durano a vita e la caduta della qualità della nostra vita.

La benefica autocoscienza nel bene e nel male e sempre al servizio di un equilibrio psicofisico, l’importanza dei genitori,: questi sono i temi del sogno di Vivienne.

Vivienne deve sistemarsi le idee che ha in testa, ma non deve cambiarle. Vivienne deve soltanto aggiornarle, tenerle sotto controllo, lucidarle per migliorare la consapevolezza della sua storia psichica e delle sue relazioni.

I capelli rappresentano le idee, i pensieri, il parto della testa e nello specifico  del cervello; i capelli sono simboli della razionalità, della vigilanza e della realtà.

“Giusto una spuntatina”: una riformulazione, non un lavoro drastico di base!

Vivienne ama molto la sua sfera intellettiva, il suo patrimonio conoscitivo, la sua storia razionalizzata, anzi ci fila tanto e la esibisce narcisisticamente, se ne compiace e ne fa un fiore all’occhiello: “ama molto portare i capelli lunghi”.

Il “parrucchiere” va da sé; trattasi di un analista filosofo, un maestro buddista, uno che sistema le idee, un educatore, uno strizzacervelli, una persona significativa insomma, ma essendo il parrucchiere di sua madre attesta della figura paterna o di un surrogato del padre. Vivienne si rivolge al parrucchiere di sua madre, non al suo parrucchiere. La riedizione del complesso di Edipo è servita sul piatto del parrucchiere, chiara “traslazione” del padre.

Ecco che immancabilmente arriva la “castrazione” paterna come nelle migliori riedizioni della trilogia tragica di Sofocle: il parrucchiere “la rapa a zero”, non condivide i suoi pensieri, rende insignificanti le sue idee, vanifica le sue ideologie, frustra il suo patrimonio mentale faticosamente acquisito. La psicodinamica edipica resta nella sfera dei pensieri, più che delle emozioni e degli affetti. Vivienne corre il rischio di essere tanto affezionata alle sue idee al punto di ossessionarsi con i suoi prodotti mentali fino a farli diventare cerebrali. A tal uopo vedi la psiconevrosi ossessiva, quando l’idea si presenta nella panoramica mentale e ritorna a ricordare non quello che logicamente significa, ma qualcosa d’altro, quello che sottende a livello emotivo.

Dopo il padre, ecco la madre: Vivienne“accusa la madre”. Il complesso di Edipo ritorna e attacca le radici, coinvolge nel bene e nel male entrambi i genitori, presenti o assenti, reali o ideali.

Il padre è “incompetente”. L’incompetenza significa che il padre non attiene alla sua conoscenza, che ignora e non è nel suo ambito ideale, non avvolge la sua mente e non opprime la sua testa. La “traslazione” del padre avviene nell’ambito delle conoscenze e non degli affetti per difesa dall’angoscia di non essersi sentita a suo tempo abbastanza amata. Del resto, il conflitto edipico può essere ridimensionato, non dico risolto, anche con una poderosa presa di coscienza o con un altrettanto poderoso scatto d’orgoglio.

Al conflitto edipico appena profilato e relegato a livello ideale e mentale, subentra la soluzione immediata: “i capelli ricrescono quasi subito”. L’autocoscienza ritorna e l’equilibrio di ciò che era stato riesumato, il rapporto con il padre e la madre, ritorna sotto controllo.

L’importanza della situazione edipica nella formazione psichica in universale e la rilevanza dei fantasmi psichici dei genitori, le nostre origini e le radici indispensabili alla nostra evoluzione psicofisica, sono oggettive  e sperimentabili al punto che se siamo orfani inventiamo i genitori o li spostiamo su figure similari che si sono presi cura del nostro corpo alleviandone le sofferenze, secondo la formula di base del vivente “chi mi nutre, mi ama”. E se non li abbiamo conosciuti, li andremo a cercare dagli Appennini alla Ande. E se non ci sono perché sono partiti per un viaggio senza ritorno, li teniamo in vita con il ricordo benefico e l’elogio assolutorio. E se abbiamo bisogno di verità trascendenti, ci facciamo regalare anche la soluzione dell’angoscia di morte, pensando che ci aspettano da qualche parte nell’altra parte.

Questo è il sogno di Vivienne, ma è anche il sogno di tutti, di tutti quelli nati da maschio e femmina, di poi chiamati padre e madre.

La prognosi impone di tenere sempre sotto controllo il complesso edipico, una dimensione psichica che normalmente ritorna a conferma che siamo umani e non divinità onnipotenti. E’ importante capire che il conflitto edipico è sempre irrimediabilmente in perdita a causa della sacralità che i figli stessi investono e sperimentano nei genitori per fini di sopravvivenza e per bisogno d’identificazione d’identità psichiche.

Il rischio psicopatologico si attesta in una psiconevrosi isterica o fobico ossessiva o depressiva o d’angoscia, una psiconevrosi in ogni caso e sempre secondo la ricerca clinica di Sigmund Freud.

Riflessione metodologica: la dimensione psichica, definita da Sigmund Freud nel secolo scorso “edipica”, era presente nella mitologia greca ed era stata ampiamente elaborata in termini tragici dal greco Sofocle nel quinto secolo avanti Cristo. Freud aveva sperimentato su se stesso il vissuto struggente verso la madre e il padre, esperienza che poi rielaborò in una teoria psicologica di fondamentale importanza. Il complesso di Edipo è una tappa universale della formazione psichica che si vive dal quarto anno di vita e si snoda nel tempo fino alla liquidazione del travaglio, tappa che porta all’emancipazione dalle figure genitoriali, alla soluzione delle pendenze emotive e all’acquisto dell’autonomia psichica. La dialettica edipica si svolge secondo le linee metodologiche seguenti: “ho onorato il padre e la madre e sono rimasto schiavo”,” ho ucciso il padre e la madre e sono rimasto solo”, “ho riconosciuto il padre e la madre e sono rimasto libero”. In ogni caso “sono rimasto”, a conferma che l’esistenza di ogni uomo è affetta dalla malattia della morte e dall’angoscia legata all’essere gettato nel mondo senza essere stato a suo tempo consultato; questi concetti sono stati elaborati da Soren Kierkegaard nell’opera “Il concetto dell’angoscia e la malattia mortale”. In effetti, il complesso di Edipo non si risolve mai del tutto, perché i genitori sono per i figli, come si diceva in precedenza, figure sacre che incarnano le origini e le radici. I genitori sono figure carismatiche nel bene e nel male e il conflitto dei figli è destinato alla sconfitta proprio per questa qualità sacrale vissuta e riconosciuta dai figli stessi. Da bambini abbiamo elaborato queste figure care ed enigmatiche con travaglio e fantasia e non soltanto in termini sessuali, come si divulga in maniera psicoanalitica ortodossa secondo le linee tradizionali di un superato ”pansessualismo” freudiano: i genitori sono un tutto armonico e tanto di più di un maschio e di una femmina: i genitori sono archetipi.