AKHTER MABIA 12

Savar, srabon mash, 200…

Allah il Grande ti benedica e ti custodisca sempre e dappertutto.

Tu in queste disgrazie affidati a Lui senza chiedere nulla per te, ma per esprimere all’Onnipotente soltanto tutta la tua fede.

Cara figlia Mabia è il tuo baba che ti scrive con la speranza che almeno quando arriverà questa lettera tu e Pervez stiate bene.

Io non sto tanto bene da quando ho saputo che sei andata via di casa perché Joshim ti ha maltrattata, ti ha fatto perdere la bambina, ti ha picchiato con una sbarra di ferro e sei finita in ospedale con le costole rotte.

Mi dicevi che per tanti anni hai vissuto male con tuo marito Joshim e ti chiedo perché non hai mai detto niente al tuo povero baba.

Sono forse un estraneo o una persona qualsiasi che non ti vuole bene e non si preoccupa per te ?

Mi rendo perfettamente conto che per natura non sono espansivo e preferisco tenere tutto dentro di me, ma tu sei mia figlia e hai sbagliato a fare come me e a non dirmi il tuo dolore di essere lontana dalla tua famiglia e di non essere amata da chi ti ha portato via da me promettendoti una vita migliore e al posto di cure e di premure ti ha dato soltanto lacrime e violenze.

O forse tu hai pensato che io sono uno stupido e che non capisco niente ?

Hai ragione, io sono uno stupido, perché ti ho fatto sposare un debosciato libertino e un ignorante, un uomo senza fede e pronto a rinnegare Allah e le sue leggi in ogni angolo del mondo.

E allora siccome sono stato uno stupido, io mi merito tutto il dolore che provo adesso.

A ma ho preferito non dire niente perché tu sai com’è fatta tua ma.

Se lei viene a sapere che tu stai male e che hai le costole rotte, piange di giorno e di notte perché non riesce a sopportare il fatto che tu soffri e che sei lontana da lei.

Ti ricordi che quando andavamo a Dakka per comprare qualche vestito lei stava in pena finché non tornavamo a casa e si preoccupava per niente e anche le macchine che corrono in città la facevano soffrire.

Era sempre in pensiero per quello che ti poteva succedere e alla fine Allah ha voluto che tu andassi così lontano in un paese differente dal nostro come il giorno dalla notte e con un uomo indegno e violento.

Per lei è tanto duro sapere che tu stai male e se glielo dico sono sicuro che non si riprende più dalle sue strane malattie e per questo motivo non le ho detto ancora niente.

Mabia, se ti senti tanto male, torna al tuo paese e dalla tua famiglia e io vedrò cosa è giusto fare per te e per Pervez.

Mabia, se sei rimasta sola con tuo figlio, torna a casa tua dove sai che c’è e ci sarà sempre chi ti vuole bene e chi ti nutre: tutto quello che abbiamo lo divideremo e vedrai che non ci mancherà niente con l’aiuto di Allah.

Così ritorneremo a essere felici come quando il poco ci bastava e non cercavamo altro e tutto quello che era in più era tutto per chi aveva di meno.

Che bisogno c’era che tu partissi se avevamo le cose più belle della vita, la fede e l’amore.

Tu sai che il denaro si spende e finisce facendo contento Iblis e che solo il Misericordioso e gli affetti restano e non si consumano con il trascorrere del tempo, anzi aumentano.

Non riesco a pensare a quello che ti sta succedendo e per questo mi viene sempre da piangere, ma quello che mi distrugge dentro è l’impossibilità di fare qualcosa per te e per Pervez.

Ma di una cosa sono sicuro: finché io vivrò in questo mondo, non ti lascerò soffrire.

Tu, però, torna al tuo paese e dalla tua famiglia insieme a Pervez.

Non riesco a pensarti sola con il bambino e finché io vivo in questo mondo non ti lascerò soffrire in terra straniera.

Le mie figlie io le amo e Allah non me le ha date per farle morire in terra straniera o per farle picchiare dagli estranei.

Se non vuoi tornare da tuo marito, torna da noi e io farò tutto quello che è meglio fare per te e per Pervez.

Tu sei per me un pezzo di cuore, un pezzo di cuore che mi è stato strappato quando sei partita e mi hai lasciato solo e senza un pezzo di cuore.

Senza di te io non posso vivere e se sento che tu stai male, sto male anch’io.

Tu sei ancora e sarai sempre la mia graziosa principessina, tu sei la mia ragione di vivere e la cosa più bella e più dolce che mi resta al mondo.

Quando Pervez è nato in questo mondo, io sono stato felice e adesso per me tutto è cambiato perché ho lasciato i miei tesori in mano a un selvaggio ignorante e a gente straniera.

Io ho sempre sentito dentro di me che non dovevo fidarmi di quella gente falsa e di quell’uomo dell’esercito che sotto la divisa pulita non aveva un cuore, ma soprattutto non dovevo fidarmi di un uomo senza fede e senza Dio.

Joshim si ubriaca e gioca d’azzardo perché la città e il denaro producono false illusioni negli uomini a metà, quelli che non distinguono il giorno dalla notte, gli uomini senza radici che non hanno rispetto di Allah, dei suoi figli e dei loro fratelli.

Io non lascerò soffrire Mabia e Pervez in terra straniera e lontani dalla loro vera terra e dalla loro vera casa, io non riesco a pensare che voi due siete soli in Italia, io non riesco a pensare a tutto questo e sono un povero baba, ma adesso tu, cara Mabia, devi pensarci bene e devi tornare in Bangladesh.

Domani vado a Dakka a casa della tua shashuri per parlare ancora di queste brutte cose, ma a tua ma non dico ancora niente per non farla piangere e morire di dolore.

Io non avevo mai pensato che la tua fortuna nella vita sarebbe stata questa, ma ho sempre pensato che tu sei parte della mia famiglia anche se sei lontana e specialmente per questo motivo ti devo amare di più e preoccuparmi per la tua salute.

Di notte non riesco più a dormire e mi sento tanto solo e ho tanta voglia di venire in Italia a prendervi e a portarvi via dopo avere spaccato la testa a Joshim per punizione, ma non posso fare questo passo e sono i gin maligni che mi fanno pensare così come se io fossi un piccolo dio.

Ieri tua madre ha saputo da tua sorella che mangi poco e mi ha chiesto cosa ti è successo; io ho risposto che non era niente e che eri solo stanca, ma lei ha capito che qualcosa non va e adesso mi chiede sempre se hai scritto e perché da tanto tempo non scrivi.

Se in questi giorni non riesci a mettere a posto il rapporto con tuo marito, torna in Bangladesh che sistemiamo insieme tutte le cose e per bene e per sempre.

Ascolta il tuo stupido baba, fai così che è meglio per tutti e, se non te la senti di tornare, rimani a casa della moglie del direttore.

Dai tanti saluti al direttore e a sua moglie e digli che io sono grato e riconoscente verso di loro e che recito sempre una preghiera ad Allah per loro perché hanno aiutato e aiutano te e Pervez.

La gente buona si trova dappertutto e non è necessario credere nello stesso Dio per essere umani e per capire le disgrazie degli altri.

Allah vede e provvede e non può essere diversamente perché il Misericordioso e anche Onnipotente.

Mabia, se riesci a telefonare, chiamami e così io sto tranquillo.

Ti mando tanti auguri e spero che Allah, il Grande, vi aiuti.

Oppure scrivimi una lettera e mi spieghi tutto quello che è successo e che sta succedendo.

Ho saputo che hai fatto anche fatica a mandare Pervez a scuola perché tuo marito non voleva e questo conferma che è un uomo ignorante: la violenza e l’ignoranza sono fratello e sorella.

Io sono contentissimo che Pervez studi e diventi un ingegnere, ma non deve dimenticare di studiare la nostra lingua e la nostra religione e di pregare ogni giorno rivolto verso Makka e di essere generoso con gli altri.

Allah non è contento di avere figli ingrati e tanto meno di perderli durante la vita per mancanza di fede.

Tu continua a farlo studiare e, se ci riesci, è bene per tutti, ma soprattutto è bene per lui che capirà anche il sacrificio di sua madre e ti sarà riconoscente per il resto della sua vita.

E poi se diventerà ingegnere potrà sempre venire in Bangladesh per mettere a posto i fiumi e per costruire le case con il cemento.

Quando esci stai attenta alla strada e alle macchine; mi rendo conto che anch’io ti raccomando le stesse cose di ma e vuol dire che, a furia di stare insieme, ci si influenza nel bene e nel male.

Se trovi un lavoro, ti prego di dirmelo e così io starò meglio e ti potrò anche consigliare su quello che devi fare.

Io ti dico un’altra volta che, se torni in Bangladesh, farò tutto quello che è bene per te e per tutti.

Spero che non cominci a lavorare e così torni da noi e fai contenti in un colpo solo la tua ma e il tuo baba.

Adesso ti saluta il tuo povero e infelice baba.

Credimi !

E credimi con tutto il cuore !

AKHTER MABIA 10

San Biagio di Callalta, 30 luglio 200…

Carissimi ba e ma,

ritorno a scrivervi dopo due mesi di silenzio per dirvi che purtroppo la mia situazione è ancora peggiorata e a questo punto è giusto che voi sappiate tutta la verità e tutto quello che effettivamente è successo tra me e Joshim.

Caro ba e cara ma, io prego ogni giorno Allah e ringrazio il Misericordioso e il Provvidente perché ha voluto che nascessi femmina, per tutta la fede e la forza che mi fa sentire ogni giorno dentro il cuore, per avermi dato voi come genitori e Lo invoco per la vostra salute e per le grazie che ancora vorrà concedervi.

La mia fede in Allah è più forte di quella di tanti uomini della mia terra che si sono dimenticati del loro vero Dio e dei Suoi comandamenti per la febbre del denaro e del lusso.

Sono sicura che l’Onnipotente li punirà come meritano e che si ricorderà di me che sono stata sempre a Lui devota da piccola quando potevo entrare nella Moschea e studiare la lingua araba e il Corano e da grande e dopo il primo sangue quando non mi era permesso entrare nella Moschea e sono rimasta casta a pregare nell’angolo riservato alle donne e in attesa di essere scelta e sposata da un uomo che mi volesse almeno un po’ di bene e almeno per il fatto che poteva, quando voleva, montarmi come una capra nella ricerca di avere un figlio maschio da Allah.

Così come dice la nostra Religione mettendo d’accordo la natura delle donne e la cultura degli uomini e tutto va bene così e può andare avanti così fino al Giorno del Giudizio.

Vengo alla mia situazione.

Le vostre lettere sono arrivate e Joshim ha chiesto a una suo amico di leggergliele perché lui in effetti è analfabeta, anche se per giustificarsi dice che ha dimenticato a leggere e a scrivere e che confonde il bengalese con l’italiano.

La verità è che, vivendo in campagna, non ha mai frequentato la scuola e la Moschea, per cui si comporta da ignorante e da infedele perché non prega mai, non digiuna, non fa l’elemosina, beve alcolici, gioca d’azzardo e ha imparato dagli italiani le cose peggiori.

Delle vostre lettere a me non ha detto niente, ma io ho riconosciuto la vostra scrittura e gliele ho consegnate come una moglie rispettosa e devota, ma lui non ha chiesto a me di leggergliele perché è molto diffidente e si sente perseguitato da tutti.

Io dovevo sapere cosa gli avevate scritto per difendermi meglio e allora le ho lette di nascosto e subito dopo ho chiesto perdono ad Allah, ho digiunato per tre giorni e ho raddoppiato le preghiere quotidiane.

E meno male che le ho lette per poter prevedere la sua reazione selvaggia.

Adesso vi parlo con tutto il cuore della brutta situazione in cui mi sono trovata e in cui ancora mi trovo nella speranza di non farvi soffrire molto, ma io non posso più nascondervi tutta la verità.

Ricomincio la lettera.

Cari ma e ba,

da pochi giorni sono tornata dall’ospedale di Treviso dopo che i dottori mi hanno curato le ferite alla schiena e le fratture alle costole che Joshim mi ha procurato picchiandomi con la sbarra di ferro del camino.

Ho trascorso quindici giorni immobile a letto e con tanti dolori, ma adesso sto meglio, la tempesta è passata e spero per sempre.

Come vi avevo detto nella precedente lettera, purtroppo l’uomo che mi ha voluto in moglie non mi ha mai voluto bene come sua moglie e, nonostante il figlio maschio che gli ho dato, ha continuato e continua a picchiami come se fossi un asino.

Da quando siamo arrivati in Italia Joshim ha cominciato a maltrattarmi prima con le parole dicendomi che non ero una buona moglie per lui e poi con le mani perché non dovevo rispondergli e dovevo soltanto stare zitta e ubbidire ai suoi ordini e ai suoi comodi.

Nonostante il fatto che siamo in Italia e si guadagna bene, Joshim ha fatto vivere me e Pervez da poveri perché i soldi li ha mandati e ancora li manda quasi tutti in Bangladesh ai suoi genitori.

Io e Pervez abbiamo fatto una vita di stenti e di sofferenze e spesso Joshim non mi dava neanche i taka per comprare il riso o il pane.

Cara ma e caro ba, sapete quante volte ho pensato che sarebbe stato tanto meglio per tutti rimanere in Bangladesh e così almeno saremmo stati insieme a volerci bene nella nostra comoda casa e nella nostra bella famiglia per il resto della vita.

Joshim, da quando è partito, ha cominciato a non pregare e a non fare la volontà di Allah, ha cominciato a bere i liquori e a mangiare nel mese del digiuno con la scusa che doveva lavorare e che aveva bisogno di essere in forza perché altrimenti i suoi padroni lo avrebbero licenziato e non avrebbe più potuto mantenere i suoi genitori.

Tante notti tornava a casa ubriaco, mi picchiava senza alcun motivo, mi vomitava addosso e mi insultava dicendo che ero una cattiva donna e che dovevo stare sempre zitta e mi minacciava di sfregiarmi il viso con l’acido muriatico se avessi parlato con qualcuno di lui e mi impediva di scrivervi perché temeva che parlassi di lui a voi e che dicessi tutta la verità.

Adesso potete capire in quale tragica situazione mi sono trovata e mi trovo, sola in un paese straniero, senza famiglia e senza il denaro per vivere, ma per fortuna ho la grande gioia di avere il mio Pervez, la consolazione del Grande Benefattore, la mia voglia di essere attiva e la generosità di tanta gente che mi aiuta e mi protegge.

Dovete sapere che in Italia per certi reati si va in carcere e la legge non permette di picchiare o di sfregiare le donne; la legge italiana mi protegge sempre e mi aiuta in ogni modo.

Dopo aver subito le violenze mi sono rivolta all’assistente sociale del comune di San Biagio di Callalta dove abito, una donna forte e comprensiva che mi ha assistito e mi ha difeso con i consigli giusti.

Joshim ha capito che adesso non sono sola e abbandonata e sa che se sbaglia un’altra volta prima va in galera e poi lo sbattono fuori dall’Italia.

Ma lui non è preoccupato per me, ma per i suoi genitori perché, se non lavora, non può spedire loro i taka per vivere; adesso anche suo fratello Massud è venuto in Italia e ha trovato una sistemazione e un lavoro, ma lui è una persona buona e timorata di Allah e ha capito subito che Joshim non è più quello di prima e ha paura di intromettersi.

La legge italiana adesso è più severa, perché al governo ci sono i razzisti, quelli che non vogliono gli stranieri, e allora chi sbaglia fa le valigie e se ne torna subito a casa e senza tanti complimenti.

Purtroppo chi parte dal proprio paese e conosce il benessere e il progresso che ci sono in Italia o in Francia o in Germania, si rende subito conto della povertà in cui viveva e non vuole più tornare indietro; dalla povertà si fugge volentieri come se fosse un male, ma dalla ricchezza si ritorna come se fosse una droga.

E pensate che noi islamici in Italia abbiamo il benessere materiale, ma non abbiamo una Moschea per pregare; io mi rivolgo ogni giorno al Benefattore dalla mia stanza e sopra la mia preghiera e faccio ogni giorno l’elemosina come vuole la nostra religione.

Ritornando a Joshim, caro baba, tu sai e ricordi che mi hai insegnato a essere una buona figlia e una buona persona e anche se non ero quel figlio maschio che hai sempre desiderato e che non hai mai avuto, mi hai educato a non essere sottomessa a nessuno, tu non mi hai mai picchiato e mi hai sempre trattato come la tua principessina.

Ricordo che, quando mi portavi in giro per il paese, mi mostravi alla gente con orgoglio e a chi ti diceva che ero femmina rispondevi in malo modo e gli dicevi che i figli sono un dono di Allah e lo trattavi da ignorante e da uomo senza fede.

Questo tuo amore io non l’ho mai dimenticato e me lo sono portato dentro il cuore anche in Italia assieme alla grande sofferenza di averti lasciato e mi sono sentita e mi sento ancora una figlia ingrata per non avere ricambiato il tuo grande amore come meritava.

Se poi penso che sono stata costretta a lasciarti per andare con Joshim, l’uomo che anche tu a suo tempo avevi voluto per me come marito, mi sento smarrita e ho la sensazione di avere sbagliato tutto nella mia breve vita.

La ragione di questo mio stato d’animo dipende dal fatto che purtroppo ogni giorno che passa ci allontana sempre più; sento che diventa sempre più difficile ritornare in Bangladesh, riabbracciarvi e vivere insieme a voi nella massima felicità dell’affetto che ci lega e anche perché Pervez si è abituato a vivere in Italia, vuole diventare un ingegnere ed è molto capace ed educato a scuola.

I professori gli vogliono tanto bene, lo elogiano per le sue capacità, per la sua bontà d’animo e per la sua gentilezza; purtroppo gli idioti non mancano anche in Italia e qualche stupido compagno gli fa notare che il colore della sua pelle è un po’ più scuro di quello degli altri.

Quando Pervez torna a casa e mi racconta in lacrime di avere subito queste offese, io lo consolo dicendogli che soltanto le persone ignoranti e i figli degli ignoranti possono ancora pensare in questo modo e dire queste cattiverie e gli suggerisco di rispondere al suo compagno dicendo che lui è soltanto invidioso perché la sua pelle ha un colore sbiadito come se fosse stata lavata con la varechina.

Io ho tanta forza di lottare, caro baba, e sento che questa vitalità cresce dentro il mio cuore ogni giorno di più; alla fine di ogni giornata sono contenta di avere risolto i miei problemi e di aver superato le mie difficoltà, di essere stata una buona madre per Pervez e di aver vissuto le cose belle della vita quotidiana.

Ma non dimentico mai di ringraziare per queste mie capacità l’Onnipotente che mi ha voluto ricompensare in questo modo e indicare la strada giusta per reagire alla disgrazia e non dimentico mai di ringraziare il mio baba che da piccola mi ha portato con sé in mezzo alla gente del paese per conoscere il mondo e mi ha dato sempre i giusti insegnamenti.

A questo punto mi chiedo: cosa me ne faccio di un uomo che non mi ama, che non mi ha mai amata, che mi picchia e che non mi rispetta ?

Anch’io forse non l’ho mai amato e non lo amo, ma, caro ba, ti giuro che non l’ho mai tradito e che sono sempre stata con lui rispettosa, disponibile, giusta e pia.

Perché devo correre ogni giorno il rischio di essere uccisa in un suo momento di follia ?

Joshim, purtroppo, non mi è utile in ogni senso e a me non serve un uomo che è soltanto pericoloso, per cui a volte penso affidarmi alla legge italiana per essere difesa, ma senza dimenticare di essere musulmana e che la mia prima legge è sempre quella del Corano e che si deve adempiere la volontà del Grande Perdonatore.

Spero di non avervi dato un grande dolore e sono sicura che comprenderete le mie difficoltà e che sarete sempre orgogliosi di vostra figlia Mabia.

Adesso mi metto lo shari e vado in posta a spedire questa lettera e così vi arriva qualche giorno prima.

A ma e a ba tanti baci dalla devota e riconoscente figlia Mabia.

Credetemi !

AKHTER MABIA 9

Savar, boischac mash, 200…

A Joshim il suo shoshur manda saluti nel nome di Allah il Perdonatore e viene a spiegarsi con lui come aveva promesso nella precedente e tanto arrabbiata lettera.

Forse ho esagerato, ma non ritiro nulla di quello che ti ho scritto, anche se il molovì mi ha illuminato sulla questione, ha consolato le offese subite dal mio sangue, mi ha riportato sulla giusta fede, mi ha fatto ragionare sui fatti che sono successi e mi ha un po’ tranquillizzato.

Joshim, tu sai che Allah è Perdonatore, ma io sono un povero uomo di fede che ha tutte le debolezze dei suoi figli più devoti, per cui non posso perdonarti di avere offeso e colpito la mia famiglia e la lettera che ti ho scritto era in difesa del mio sangue e del mio onore.

Ma noi uomini apparteniamo soltanto al nostro Dio e questa è la verità più difficile da capire, da accettare e da mettere in pratica soprattutto come genitori che danno la vita ai propri figli, li curano, li proteggono e li vorrebbero vedere sempre felici.

La fede, la devozione e la disposizione a fare la volontà di Allah si misurano soprattutto quando sai staccarti dagli affetti terreni per riservare tutto il tuo amore di creatura al vero e unico Padre, Lui, il Grande, il Misericordioso, il Clemente, il Perdonatore.

Intanto devo dirti che non ho ricevuto una tua risposta alla mia lettera e la cosa mi fa pensare male e aggrava i miei sospetti perché non è sicuramente un buon segno.

Comunque io vado avanti e sono sempre di sentinella.

Ho informato i tuoi genitori del tuo vile comportamento nei confronti di Mabia e del piccolo Pervez e siccome non volevano credere a quello che dicevo, abbiamo litigato furiosamente e sono venuti i vicini a dividerci perché ci eravamo presi per i capelli e quando volevo fargli leggere la lettera di Mabia, mi hanno detto che non credevano a quello che scriveva mia figlia, ma io ho capito che la verità era un’altra e cioè che anche loro, come te, non sanno leggere e non sanno scrivere.

Io tornerò all’assalto al momento opportuno e anche lì sono di sentinella.

Mio fratello è stato informato di quello che è successo ed è rimasto sorpreso del tuo comportamento e ha detto che farà di tutto per sistemare la questione, ma io penso che lui è soltanto un incapace, il fratello più vecchio della famiglia ma un incapace e con l’età che avanza non ragiona più bene e poi Mabia non è sua figlia e questa non è una cosa di poco conto, specialmente perché lui ha avuto soltanto figli maschi e disprezza le donne e pensa che siano più o meno delle capre da vendere al mercato di Dakka.

E anche lui è stato sistemato e speriamo che si tenga lontano da questa storia, visto che ha già combinato abbastanza guai quando ha voluto che Mabia si sposasse con te.

E anche qui io sono di sentinella.

Il fochir mi ha liberato da tutti i gin maligni che avevo addosso e che giravano intorno alla mia casa e ne ha trovati talmente tanti che il poverino per scacciarli ha lavorato per una settimana e mi ha detto che erano dei gin veramente maledetti perché andavano via al mattino e tornavano di notte, per cui lui pensava di averli eliminati tutti, ma poi al mattino li ritrovava sempre al solito posto e ha dovuto cambiare le formule del rito e la forza dell’esorcismo.

Anche questo maleficio è stato sistemato e anche qui è importante che io sia sempre vigilante perché altrimenti rischio di essere preda dei gin di Iblis.

Sono sicuro che anche tu sei pieno di gin maligni ed è bene che tu vada dal fochir o da qualcuno in Italia che ti liberi dalle forze del male.

Questo è un consiglio giusto che un padre può dare a un figlio, ma io non ti vorrei come figlio e perciò ritiro tutto.

Adesso passo al molovì e ti dico quello che io già sapevo e quello che lui mi ha detto, quello che forse tu non hai mai saputo e quindi non potevi neanche ricordare.

Il matrimonio è un patto a cui portare rispetto e fedeltà di fronte ad Allah, perché Lui è informato di tutto e vede tutto e quindi bisogna stare molto attenti a onorare i patti perché non portare fede ai patti è un peccato molto grave.

Le doti di una moglie perfetta sono la fede e la sottomissione ad Allah, la devozione e la penitenza, l’adorazione di Allah e l’osservanza del digiuno, la purificazione e il servizio all’uomo che l’ha scelta e che a lei è stato preposto dalla volontà dell’Onnipotente.

Il molovì ha tirato fuori dal Corano le leggi di Allah e non le sue convinzioni o i miei desideri di padre.

Caro Joshim, è cosa buona che tu rilegga o legga le nostre leggi divine e, se non le hai mai studiate perché vivevi in campagna o non sei andato a scuola o a pregare nella moschea, adesso è giusto che tu conosca i doveri del patto matrimoniale.

Il molovì ha detto che se una donna teme maltrattamenti da parte del marito o teme la sua avversione non ci sarà problema se si accorderanno tra di loro perché l’accordo è la migliore soluzione e bisogna stare attenti a quello che si decide perché Allah è informato di tutto e vede tutto.

Anche se un uomo lo desidera, non può essere giusto con le sue mogli, ma non deve seguire la sua inclinazione e deve sempre alla fine riconciliarsi con loro perché Dio è Perdonatore Clemente e proprio per poter perdonare ha creato i suoi figli imperfetti.

Le spose sono un campo e l’uomo va nel suo campo quando vuole e si dispone in maniera pia verso le sue donne e deve temere sempre il giudizio di Dio perché Lo incontrerà nel Giorno del Giudizio.

I giuramenti non devono essere un ostacolo per la carità e la devozione ed è sempre gradito ad Allah l’uomo che si riconcilia e non quello che mantiene l’odio.

Allah tutto ascolta e tutto sa e non punirà l’uomo soltanto per una leggerezza nei suoi giuramenti, ma per ciò che il suo cuore avrà sentito e avrà inteso fare.

Ha concesso come mogli le donne credenti e caste, le donne oneste a cui è stato dato il dono nuziale e che sono state sposate con il cuore pio e non come libertini debosciati perché sarebbe come rinnegare la propria fede e costoro nell’aldilà saranno tra i perdenti.

E coloro che accusano le donne oneste senza portare quattro testimoni sono turpi e saranno fustigati con ottanta colpi di frusta e non sarà accettata la loro testimonianza, perché Allah li perdona solo se si pentono.

Quanto a quelli che accusano le loro mogli senza avere altri testimoni che se stessi, costoro non sono graditi ad Allah e meritano la punizione.

Coloro, invece, che rispettano i patti e i loro impegni sono graditi ad Allah e il Giardino sarà la ricompensa finale.

Allah ha ordinato agli uomini giustizia e benevolenza, generosità con i parenti e ha proibito la dissolutezza e la ribellione.

Ricordati, Joshim, che dopo avere accettato il patto del matrimonio, non puoi mancare ai giuramenti che hai prestato e che hai chiamato Allah a garanzia delle tue promesse e Allah non si scomoda per niente e soprattutto non dimentica.

Se Mabia non è stata infedele, tu non puoi in nessun modo maltrattarla perché commetteresti un’ingiustizia e un grande peccato e ne risponderesti direttamente a quel Dio che in questo caso non potrà essere Perdonatore e Clemente.

Questo io già sapevo da buon fedele di Allah e questo è quanto mi ha detto il molovì.

Questo era quello che ti avevo promesso e questo ti ho mandato.

Ravvediti e prega, ma soprattutto non fare violenza al mio sangue.

A Joshim manda saluti uno shoshur ancora arrabbiato e molto preoccupato.

Non dimenticare mai che io non dormo e sono sempre di sentinella.

AKHTER MABIA 8

Savar, boischac mash, 200…

A Joshim non mando saluti, ma lo richiamo subito all’obbedienza delle sacre Leggi di Allah e al doveroso rispetto di tutti i Patti che di sua volontà ha contratto nel nome del nostro Signore.

Joshim, chi ti scrive è il tuo shoshur, uno shoshur molto arrabbiato e quasi quasi molto adirato con te.

Io sono molto, ma molto arrabbiato con te, direi moltissimo e tantissimo perché, mentre ti scrivo, sento che il sangue mi ribolle dentro le vene fino al punto che, se ti avessi fra le mani, ti farei tanto male, ma proprio tanto tanto male, tutto quel male che tu hai fatto e stai facendo a mia figlia e a mio nipote, al sangue del mio sangue, e in più ti darei anche qualche bastonata sulla testa per avere gli interessi dei danni che ho subito senza aver fatto niente di male e senza poter fare niente per difendere le persone a me, uomo che ha fede, molto care, a me, uomo che ragiona, molto preziose.

Come avrai ben capito, mio caro furbo campagnolo che si è rifugiato in città ma è rimasto sempre un uomo di campagna ignorante fino alla radice dei capelli, mia figlia Mabia mi ha scritto e mi ha riferito, in maniera breve ma purtroppo molto chiara, dei tuoi maltrattamenti verso di lei e soprattutto verso il piccolo Pervez.

Tu devi essere proprio pazzo, ma un pazzo veramente furioso e pericoloso per la brava gente, un folle criminale da abbandonare nel deserto in balia dei serpenti e della calura in attesa che il Giusto ti condanni alla Fornace eterna per i meriti che non hai acquisito in questa tua vita di violenza e di miscredenza.

Il mio sangue si ribella ancora una volta al pensiero che tu possa essere così selvaggio nei confronti delle persone che ti vogliono bene e in particolare nei confronti di quella povera creatura che è il piccolo Pervez, tuo figlio e non il tuo cane, il sangue del tuo sangue.

Capisco che mia figlia Mabia non ti appartiene come sangue ma soltanto come moglie, ma tuo figlio Pervez è il tuo sangue vivo, il tuo sangue rosso, quello che sgorga dal tuo cuore, il sangue che tu gli hai dato quando Allah ha voluto affidartelo.

Maltrattando tuo figlio, tu non colpisci soltanto il tuo sangue, ma anche la volontà del Provvidente che ti ha voluto dare un suo figlio maschio e ogni volta che lo disprezzi o lo colpisci è come se tu bestemmiassi Allah con la peggiore delle bestemmie.

Per quanto riguarda il male che hai fatto e continui a fare a mia figlia Mabia, io ti prometto che, appena ti avrò tra le mani, ti spaccherò la testa con il martello per vedere che cosa hai al posto del cervello e ti aprirò il petto con il falcetto per vedere che cosa hai al posto del cuore.

Ma questa è la legge del mio sangue e tu, caro farabutto Joshim, forse ti ricorderai che questa non è la nostra vera Legge, perché la nostra vera Legge è la Legge di Allah, Quella del Corano, Quella che il nostro Dio, il Giusto, il Misericordioso e l’Onnipotente ha dato a Muhammad, la Legge di Colui che ci insegna a legarci soltanto a Lui e ci impone di non legarci al cielo, alla terra, alle ricchezze, alle nostre donne e addirittura neanche ai nostri figli.

Eppure, io ti dico e ti confermo che esiste anche la legge del sangue e io la sento dentro il mio cuore, nelle mie vene, una legge umana che chiede vendetta contro chi colpisce i miei figli e umilia le loro persone.

E tu, mio caro Joshim, sei uno di questi e sicuramente il peggiore dei miei nemici perché sei travestito da marito infame e da padre debosciato.

Joshim, mio caro selvaggio venuto in città dalla campagna per ripulirti del fango della tua ignoranza, io ti chiedo con quale diritto divino e umano ti permetti queste violenze contro mia figlia Mabia e contro tuo figlio Pervez.

Io chiedo ancora una volta al selvaggio venuto dalla campagna con quale diritto divino e umano maltratta sua moglie e suo figlio.

Io voglio una risposta da te, ma so anche che la tua ignoranza è grande quanto tutto il Bangladesh e quindi non mi aspetto niente da te.

Ma io devo avere soddisfazione in questa mia disgrazia e intanto mi sfogo con te per lettera e domani andrò a Dakka dai tuoi genitori e mi sfogherò anche con loro e farò sentire ben bene tutto l’acido che ho dentro lo stomaco da quando li ho conosciuti per tutti gli inganni che mi hanno tirato con la complicità dello stupido di mio fratello.

E ancora non è finita, perché dopodomani andrò dal molovì di Savar per avere la Verità su questa situazione in base alle Leggi del Corano, le sole e le giuste e se non sarò soddisfatto andrò dal molovì di Dakka per avere il suo responso e tutto questo per colpa di un ignorante e di un prepotente come te.

E se non mi sarà passata la rabbia, appena ti vedrò, ti spaccherò la testa come un coniglio e ti aprirò il cuore come un vitello.

E se non vieni tu in Bangladesh, vengo io in Italia a darti la giusta lezione che meriti da bastardo e da infedele.

Io ti ricordo soltanto che certamente non sei nel giusto e nel rispetto della nostra Legge religiosa.

Tu, caro mio selvaggio, ti sei dimenticato della Legge del Corano, ammesso che tu la conosca o l’abbia mai letta.

E i Patti che tu e la tua famiglia avete contratto con me e con la mia famiglia li hai dimenticati o li hai gettati nella spazzatura ?

Tu finirai nella Fiamma ardente !

Una cosa è sicura, caro Joshim: tu finirai nel Fuoco eterno per quello che hai fatto e stai facendo !

Ricordi, Joshim, quando i tuoi genitori sono venuti nella mia casa a chiedere mia figlia Mabia in sposa per te ?

Ricordi che io non ero tanto d’accordo e che i tuoi genitori hanno insistito con mio fratello per farmi cedere come uno stupido ?

Io avevo capito che dietro il tuo silenzio c’era rabbia selvaggia e tanta ignoranza di tutti i tipi e che di ignoranza dentro di te ce n’era proprio per tutti e in abbondanza.

Ma io, proprio io che pensavo di essere intelligente, proprio io ho sbagliato perché sono stato stupido a lasciarmi convincere dall’imbecille di mio fratello maggiore, un capofamiglia che è maggiore soltanto d’età, perché di cervello non capisce né un dattero di una palma, né un’unghia di un cammello.

Io non avevo una figlia da regalare al primo venuto perché non avevo niente da darle da mangiare; la mia tavola è stata sempre imbandita con la misericordia di Allah.

Io non avevo una figlia da vendere al primo acquirente come una gallina malata; le mie figlie sono le cose più preziose che possiedo dopo la mia fede e sono piene di uova sane e tutte da fecondare.

Io non avevo una figlia in più da sistemare nel mercato delle donne o da dare in sposa; le mie figlie possono attendere senza alcuna fretta che arrivi la persona giusta e degna della loro devozione e soprattutto della loro intelligenza.

Io avevo una figlia preziosa e cara da rendere felice e da affidare a un uomo gentile e rispettoso e questa mia figlia preziosa e cara io la riprenderò e la riporterò a casa mia togliendola a un uomo infedele e ingiusto anche se dovessi fare il diavolo e l’amico di Iblis.

Spero che Allah non mi ascolti e non legga mai questa mia lettera, ma penso che per il Grande Veggente e per l’Onnisciente non sarà difficile cogliermi in questo grande peccato e darmi la giusta punizione.

Ebbene, io pagherò le mie bestemmie e i miei peccati verso il Magnanime, ma tu pagherai tutte le ingiustizie e le violenze che hai fatto a Mabia e a Pervez prima su questa terra e dopo nella Geenna.

Intanto, dopo avere spedito questa lettera, andrò da mio fratello a spiegargli le cose come stanno, perché anche lui deve spiegarmi come faceva a dire che i tuoi genitori erano delle brave persone quando alla fine si sono dimostrati degli imbroglioni e dei poveri morti di fame senza taka e senza cuore e quello che è ancora più grave senza alcun onore.

Ricordati, caro Joshim, che la verità è soltanto questa: se tu e la tua famiglia non avevate uno zio che lavorava a Dakka nel ministero del governo, sareste rimasti dei campagnoli morti di fame e non avreste potuto imbrogliare la gente facendovi passare per cittadini istruiti e per persone ricche e vissute e tu saresti rimasto un povero campagnolo e non ti saresti mai arruolato nell’esercito e forse sarebbe stato meglio, perché così non avresti sentito ancora di più il gusto della violenza.

E poi è anche vero che chi è abituato ad obbedire ai marescialli, non pensa e, se pensa, pensa quasi niente o pensa quello che pensano i suoi capi.

Ricordati, caro Joshim, che chi è abituato a mangiare gli avanzi del cibo di un altro, anche quando diventa ricco, sente sempre in bocca la puzza della miseria.

Ricordati anche che a mia figlia Mabia la tua nobile e ricca famiglia non ha portato tutti i regali che avevamo stabilito, perché il bracciale e la collana d’oro li hanno presi in prestito dai parenti e alla fine della cerimonia Mabia li ha dovuti restituire con la promessa che poi glieli avreste comprati, mentre da me avete preteso tutto quello che era nei patti, il corredo, i mobili, la collana, il bracciale e tutto il resto che non sto qui ad elencare e che mi è costato un patrimonio per avere in contraccambio tante botte e tanti dolori.

A mia figlia avete soltanto regalato un paio d’orecchini da quattro taka e oltretutto comprati al mercato clandestino di Dakka e non in un negozio di gioielleria.

Domani andrò a Dakka e parlerò con i tuoi genitori del tuo vile comportamento nei confronti di Mabia e di Pervez e chiederò loro di intervenire per farti ragionare, anche se non credo che capiranno la gravità della situazione.

E poi andrò dal molovì per chiedergli cosa dice il Corano in questi casi e ti scriverò tutto quello che mi dirà, anche se io credo che non ne vale la pena perché chi ha osato picchiare il proprio figlio è un infedele e non capisce niente.

Ma stai ancora molto attento a non fare del male al mio sangue, perché io vengo a prenderti in Italia e ti trascino per il collo in Bangladesh davanti al giudice del nostro paese e davanti al molovì della Moschea di Dakka.

Non toccare più il mio sangue, perché io lo sento anche se sono tanto lontano e perché io non resisterei a stare con le mani nelle mani a lungo sapendo che Mabia e Pervez sono in pericolo.

Ricordati che per la nostra famiglia tu sei un estraneo e che io sono sempre di sentinella.

Ravvediti e sii rispettoso verso Allah e verso le Sue Leggi.

Ma io resto convinto che sei soltanto un ignorante anche perché non mi hai mai scritto e quindi non sai né leggere e né scrivere.

Adesso vado anche dal fochir per farmi tirare via tutti questi gin maligni che mi sento addosso e attendi altri aspri rimproveri e malauguri dal tuo shoshur.

AKHTER MABIA 7

Savar, boischac mash, 200…

Al caro Joshim la sua shashuri manda saluti e auguri nel nome di Allah, il Grande e il Misericordioso, ma soprattutto il Perdonatore.

Caro Joshim, io spero che tu stia bene, ma la stessa cosa non posso dire di mia figlia Mabia, di mio nipote Pervez, di me stessa e di tutta la mia famiglia.

Io sto male, sto tanto male, ma il fochir non mi ha trovato addosso nessun gin e il dottore di Dakka ha detto che sono ammalata nel cuore.

Io sono soltanto molto preoccupata per tutti voi e dentro mi sento molto arrabbiata e addolorata e sto male soltanto perché non posso scaricare la rabbia che ho dentro.

Joshim, ho saputo che non ti sei comportato e non ti comporti bene con Mabia, che la maltratti e che le hai fatto tanto male nel corpo e nel cuore.

L’altra cosa peggiore è che ti comporti male anche con tuo figlio Pervez, il sangue del tuo sangue, quel figlio maschio tanto invidiato e concesso dalla grazia di Allah.

Ba Joshim, io ti prego, pensa a quello che hai fatto, chiedi perdono ad Allah e comportati bene con mia figlia Mabia perché lei è tanto giovane e gentile, non ha mai sentito il suo baba e la sua ma gridare in casa e tanto meno è stata abituata nella sua famiglia a essere picchiata.

Tu devi sapere che io ho sempre amato mia figlia Mabia e non le ho mai dato neanche uno schiaffo in tutta la mia vita.

Mi viene da piangere e mi sento tanto male al pensiero che tu, un estraneo e un ignorante, faccia a Mabia quelle cattiverie e quelle crudeltà che i suoi genitori non le hanno mai fatto.

Tu hai i diritti di marito, io quelli di madre e i miei vengono sicuramente prima dei tuoi, caro Joshim l’infedele dalle mani lunghe, uomo senza timore di Allah.

Non hai mai letto nel nostro Libro che se una donna teme maltrattamenti dal marito o la sua avversione, non si sarà alcun male se si accorderanno tra loro poiché l’accordo è la migliore soluzione ?

Dice il Profeta che gli animi tendono all’avidità, ma, se noi agiremo bene, temeremo Allah perché Lui è ben informato su tutto ciò che noi facciamo.

Joshim tu vai contro la legge di Allah, non porti fede ai patti del matrimonio e per punizione non vedrai mai i Giardini che Dio ha preparato per i fedeli e per i giusti.

Che Dio ti illumini quando lo preghi e se ancora tu lo preghi e se lo hai mai pregato.

E chissà se leggi il Corano o se lo hai mai letto.

Sono andata nella moschea di Dakka e mi sono rivolta a un sufi per chiedere il giusto consiglio sul fatto che tu maltratti Mabia e le fai del male, ma tanto male.

L’uomo santo e puro, l’illuminato di Dio, mi ha detto che nel Corano non è scritto che l’uomo può picchiare la moglie, ma si vede che tu lo hai dimenticato o non lo hai mai saputo da malvagio miscredente.

Nel Libro Sacro è scritto che l’uomo goda delle sue spose come se fosse un campo da coltivare e da rendere rigoglioso, che il marito vada nel suo campo quando vuole goderlo e che sia sempre pronto a qualche atto pio.

Joshim, la legge di Allah ti concede di avere altre spose, ma non di maltrattare quella che hai e a cui hai promesso rispetto e devozione.

Devi prima pregare e punire le tue colpe, devi purificarti per essere gradito ancora a quel Dio che ama i suoi figli specialmente lontani e ha loro insegnato l’amore e non la violenza verso i propri fratelli e specialmente verso le proprie mogli.

Joshim ragiona e non trattare mia figlia Mabia come se fosse un’infedele o una donna ingiusta.

Vuoi altre mogli ?

Puoi farlo, ma ricordati che mia figlia Mabia non ha mai tradito la sua fede e non ha mai sporcato il tuo onore.

Joshim, ti prego, ascolta la tua vecchia shashuri.

Non ti chiedo di amarla, ma rispetta e non picchiare mia figlia e tua moglie Mabia, quella donna che ha saputo darti un figlio maschio, il nostro caro e piccolo Pervez.

Io, purtroppo, so sulla mia pelle che nel nostro paese le donne valgono poco per gli uomini e che, se poi non riescono a fare un figlio maschio non servono a niente e che i mariti possono ripudiarle e gettarle in mezzo alla strada a chiedere l’elemosina o a fare di peggio, ma Mabia non merita il tuo odio e questo destino di donna ripudiata perché ti ha dato Pervez, un figlio maschio, e ti ha sempre onorato come l’uomo che Allah ha voluto per lei.

Tu non hai nessun diritto di farla soffrire nel corpo e nel cuore.

Nella mia vita ho imparato ad accettare la mia natura di donna e come madre ho perso diversi figli e tutti maschi e mi sono rimaste solo le femmine e tu, quindi, devi capire quanto io le amo e quanto sono legata a Mabia, la figlia che mi hai rubato, per cui non posso e non potrò mai accettare che un uomo estraneo, venuto a casa nostra a chiedere con gentilezza mia figlia in moglie, la maltratti e tanto meno le faccia violenza.

Il mio sangue di ma si ribella e scoppia dentro le vene; il mio cuore di ma è ormai a pezzi e chiede la sua vendetta e il suo bottino.

Mi sento male al solo pensiero che tu ti comporti male con la mia povera figlia e non so più come vivere sapendo che la mia adorata figlia è oltretutto lontana dalla sua terra e dalla sua famiglia ed è sola in mano a un uomo ignorante e prepotente che non la rispetta e non la tiene calda dentro il suo cuore.

Neanche una volta tu mi hai mandato una lettera dall’Italia e io posso pensare che tu sei orgoglioso o che non sai scrivere.

Poche volte ho pensato che tu eri un uomo saggio e rispettoso con Mabia, ma ormai io ho paura che tu possa essere arrabbiato anche con me.

E allora parliamoci chiaramente e dimmi se io ho mai sbagliato con te; se io ho sbagliato con te, perdonami e dimmi anche tu che mi hai perdonato e che ti comporterai bene con mia figlia Mabia e con tuo figlio Pervez.

Una donna, anche se vecchia, è sempre una buona madre non solo per le sue figlie, ma anche per gli uomini che le hanno volute e sposate e se a volte dice qualche cosa di sbagliato, lo fa solo per affetto o perché in quel momento non ragiona bene.

Ricordati che sei stato tu a scegliere Mabia, a prendertela in moglie e a portarmela via in un paese straniero e lontano.

Io pensavo di aver trovato in te quel figlio maschio che non ho mai avuto e se tu mi vedi come vedi la tua ma e mi rispetti come rispetti la tua ma, risponderai al più presto a questa mia triste lettera e aiuterai il mio cuore a guarire da tanto dolore.

Nella mia vita ho imparato ad attendere e ho la forza di attendere anche tanto tempo perché sono sicura che prima o poi il tuo cuore duro si commuoverà e risponderà al mio cuore debole, il cuore malato di una madre che è in pena per la sua amata figlia che è maltrattata dal padre di suo figlio.

Quanta disgrazia è capitata alla nostra famiglia per colpa tua !

La settimana scorsa sono andata a casa tua per salutare i tuoi genitori e li ho trovati bene in salute, per cui non devi preoccuparti, ma tu scrivi lo stesso una lunga lettera anche a loro.

Per noi genitori che siamo rimasti là dove siamo nati, una lettera dei nostri figli è una grande consolazione e di questo sia sempre ringraziato Allah, il Misericordioso e il Compassionevole.

Caro Joshim, ti raccomando di aiutare Pervez a crescere bene e mandalo a scuola perché domani diventerà una persona importante, ma ricordati di insegnargli la nostra religione e di pregare, perché la preghiera nella vita di un uomo è più importante del lavoro e della ricchezza.

Il lavoro è la miseria della vita terrena, la preghiera è la ricchezza che serve per la vita eterna.

Chiedo a te e a Mabia di tornare a casa in grismo, quando in Italia le fabbriche sono chiuse e ti chiedo di portarmi come regalo il piccolo Pervez.

So che i biglietti del viaggio costano molto e se io avessi i taka per pagarli, li avrei regalati a voi di vero cuore per farvi ritornare in Bangladesh.

Noi qui non abbiamo molti taka, ma solo la volontà di Allah e il riso che ci serve per vivere fino a quando il Misericordioso ci addormenterà per farci risvegliare nel Suo Giardino.

Ti raccomando di stare attento a non lasciare Pervez in mezzo alla strada e di averlo sempre davanti ai tuoi occhi come facevo io quando stava con me.

In quei tre anni ricordati che quando Pervez aveva fame chiamava la sua nana vai e di notte dormiva con la sua nana vai perché Mabia durante il parto aveva perduto molto sangue e aveva bisogno di riposare per rifare il giro.

Joshim, tu sai che Pervez è stato sempre un bambino molto buono e molto gentile, per cui non comportarti male con lui.

Ricordati che se lo picchi, io lo sento nella mia carne e nonostante la distanza che ci separa.

Stai attento, quindi, perché io sono di sentinella.

Stai attento, quindi, perché io faccio la strega e ti faccio punire dai gin maligni.

Io non chiedo niente alla mia vita e non voglio niente dalla mia vita, mi basta soltanto che voi tre stiate in armonia e vi vogliate bene.

Per questo prego sempre Allah, anche se ormai non ho più gli occhi buoni per leggere il Corano e non ho i taka per comprarmi gli occhiali nel negozio di Dakka.

Adesso in Bangladesh non è più come prima e abbiamo tanti dottori per le malattie e tanti negozi che vendono gli occhiali.

Quando tornerete, vedrete voi stessi il cambiamento che c’è stato nel nostro paese e sicuramente non sentirete il bisogno di ritornare in Italia.

Joshim non pensare al lavoro, cura il tuo corpo e il tuo cuore, mangia bene e non dimenticarti delle nostre tradizioni e del nostro Allah; ricordati che Gli sei ancora debitore anche del pellegrinaggio a Makka.

Non so se mi capirai e se mi ascolterai, perché sento che il tuo cuore è molto duro e il tuo cervello è tanto malato.

Comunque ricevi ugualmente alla fine di questa mia lunga lettera tanti saluti dalla tua disperata shashuri.

Ricordati che io non dormo mai e sono sempre di sentinella.

AKHTER MABIA 4

Savar, mag mash, 200…

Cara figlia Mabia, Allah, il Consolatore, ti benedica sempre e non ti dimentichi mai.

Ricordati che il Perdonatore aiuta sempre chi a Lui si affida e specialmente i figli dispersi nel mondo tra gli infedeli e che corrono ogni giorno il rischio di diventare miscredenti.

Il nostro Dio è come una madre buona che custodisce i propri figli per non perderli e li tiene sotto la Sua protezione.

E’ la tua ma che scrive alla sua cara e preziosa e dolce figlia Mabia.

Cara ma Mabia, a te e a tutti gli altri io mando baci e saluti dalla mia lontananza e dalla mia solitudine.

Spero che tu, Pervez e Joshim stiate bene.

Anche noi stiamo bene, ma io sento molto la vostra mancanza.

Da tanto tempo non ricevo una tua lettera e ogni notte non riesco a dormire pensando a te, figlia mia preziosa e mamma felice di un figlio maschio, quel figlio maschio che la volontà di Allah a me non ha voluto mai tenere in vita.

Ti ho spedito due lettere, ma non ho ricevuto una tua risposta e per questo motivo sono ancora più preoccupata.

Non so perché tu non mi scrivi più, ma io so che senza tue notizie io sto male, tanto male e che mi ammalerò sempre di più.

Non mi resta che attendere ogni giorno quella tua lettera che non arriva mai, ma quando arriverà la leggerò cinque volte al giorno dopo la preghiera per ringraziare il Giusto e per curare questo mio dolore.

Io leggo sempre tante volte quello che tu mi scrivi e così mi sento meno sola e meno lontana.

Ormai sono passati tanti anni da quando sei partita e spero che nel mese di agosto tu ritornerai da me, perché mi hanno detto che in questo mese in Italia non si lavora e finalmente ci si riposa e allora tutti ritornano nella casa del loro paese.

Non posso pensare che tu non verrai perché io non riesco ad attendere un altro anno.

Credimi, io non voglio neanche pensare di dover aspettare ancora un altro anno senza rivederti.

Credi alla tua ma: io non posso più attendere di riabbracciare mia figlia Mabia e mio nipote Pervez e sono sicura che di questo dolore morirei in un batter d’occhio.

La tua nana vai è venuta trovarmi e mi ha detto che ti ha sognato e che tu le dicevi che nel mese di agosto saresti venuta e lei ha anche visto che voi tre arrivavate a casa felici e contenti.

Di questo sogno siamo rimaste soddisfatte e abbiamo pianto di gioia come due stupide bambine che avevano ricevuto in dono tanti shart e tanti pent.

Figlia Mabia, come puoi dimenticare quello che c’è stato tra noi due, il nostro stare sempre insieme come amiche e il nostro bel parlare; anche per questo motivo sento tanto la tua mancanza.

Noi due eravamo madre e figlia e nello stesso tempo eravamo due amiche.

Tu non puoi capire cosa prova una mamma nell’avere una figlia da tanti anni lontana in terra straniera, ma, se lo vuoi capire, manda Pervez per tanti anni da me in Bangladesh e tu resta pure in Italia senza di lui.

Soltanto così capirai e imparerai la lezione.

Allora io già aspetto Pervez e così saremo pari.

Di una cosa sono sicura: io non mi sento bene.

Forse per curare questa mia malattia basterà che tu mi scrivi una lettera al mese.

So che ci tieni alla salute della tua ma e allora mi manderai la medicina che ti ho chiesto; io sono già in attesa di tue notizie e così mi sento già meglio e forse sono anche quasi guarita.

Ieri sono andata a Dakka a casa della tua shashuri e ho saputo che una persona porterà la moglie in Italia e ho pensato di mandare qualcosa per te, per Pervez e per Joshim.

Spero di vivere tanti anni per goderti più che posso, ma se le cose vanno così, per me è meglio morire.

Un bacio forte forte al mio piccolo Pervez e auguri a tuo marito.

A te va tutta la mia gioia di essere la tua povera ma.

LE RELAZIONI DIFFICILI

Uomo, Donna, Faccia, Vista, Osservare

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Mi trovavo a casa del mio ex a prendere mio figlio.

A un certo punto il mio ex ha cominciato a dare in escandescenze perché voleva che gli lasciassi le sigarette.

Io non volevo dargliele, ma lui aveva già preparato un pugno da darmi all’altezza del cuore o della bocca dello stomaco.

Non so come sono riuscita ad andare via da quella casa, ma senza mio figlio.

Sono corsa a casa mia che è lontano da casa sua e cercavo la mia macchina che non riuscivo a trovare.

Gli altri mi dicevano “ma è lì, non la vedi?”, ma io talmente ero terrorizzata che non riuscivo a vederla.

Così sono salita a casa e mi sono chiusa in una stanzetta dove ho chiamato una mia amica che non riuscivo a sentire bene.

Vorrei precisare che sto da poco con una persona e che siamo molto presi, (ma io non lo chiamavo forse perché so che sta attraversando un periodo difficile)

Comunque, quando esco dalla stanza, trovo il mio ex e mio figlio seduti nelle scale.

Entro in casa (non ho scale a casa) e sto finendo di parlare al telefono, quando lui si alza e vuole vedere se parlo davvero con la mia amica o con il mio attuale compagno…

C’è una specie di colluttazione perché io non voglio dargli il telefono e lui cerca con la forza di togliermelo.

A quel punto mi sono svegliata.”

Questo è il sogno di Anna.

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Il sogno di Anna apre un’ampia pagina sulla “Psicologia della coppia” e in particolare sulle difficoltà che un uomo e una donna o due persone dello stesso sesso incontrano nel momento in cui sono chiamate a collimare nelle pulsioni e nei bisogni, nelle fantasie e nei desideri, nelle deliberazioni e nelle decisioni. In questo nodo esistenziale e psichico ogni membro della coppia porta le sue esperienze vissute e la sua formazione, la sua “organizzazione psichica reattiva ed evolutiva” fermata in quel momento storico della relazione. A questo punto la coppia è chiamata a evolversi nel binario in cui l’individuale e il comune non devono scindersi, ma devono marciare di pari passo.

Mi spiego: l’uomo e la donna portano avanti la loro psicologia individuale e maturano le possibilità di amalgama e di coinvolgimento senza alcun sacrificio della loro singolarità. Voglio significare che la coppia è fondamentalmente esercizio d’investimento di “libido” secondo le direttive della qualità “genitale”, donativa e godereccia verso sé e verso l’altro per l’appunto. La coppia comporta nel suo esercizio l’evoluzione completa della “organizzazione psichica reattiva” e la giusta consapevolezza dello “status” psichico e relazionale dei suoi membri. Questo quadro e quanto affermato rappresentano l’optimum teorico, ma si sa che la realtà è beffarda e imperfetta.

E meno male!

E allora?

Ricompattiamo e convergiamo verso la compatibilità di coppia. Tutte le coppie sono compatibili nel momento in cui ogni membro ha portato avanti la sua evoluzione fino alla “posizione psichica genitale”, ha completato il percorso formativo che viaggia dalla “oralità” alla “analità”, dalla “fallicità narcisistica” allo “edipico”, dall’affettività all’aggressività, dal protagonismo alla conflittualità, magari accentuando in questo cammino i tratti caratteristici di una “posizione”, ma la formazione deve essere completata e non deve avere sospesi o addirittura vuoti, iati o salti acrobatici. L’uniformità del processo evolutivo consente l’individualizzazione e la comunione, ma non equivale a una massificazione perché il privato si coniuga con il sociale e la ricchezza dei contributi è tanta. Ribadisco che i contenuti da immettere nelle varie “posizioni” sono personali e irripetibili: universalità di funzione e diversità di vissuti. Una coppia può avere delle prevalenze e delle affinità, delle identità e delle diversità formative, ma deve essere approdata beneficamente alla “posizione genitale”. In questo caso l’esercizio dell’investimento di “libido genitale” è proficuo e offre alla coppia maggiori garanzie di durata e di qualità esistenziale.

Ripeto: la coppia è investimento ed esercizio di “libido genitale” ed esige che le altre “posizioni psichiche evolutive” siano state portate a buon fine. La coppia, allora, acquisterà la caratteristica in base al prevalere contingente delle caratteristiche insite e connesse nelle diverse “posizioni psichiche evolutive”. Saprà essere “orale” o affettiva, “anale” o aggressiva, “fallico-narcisistica” o compiaciuta, “edipica” o conflittuale, ma il teatro in cui si recitano e agiscono di volta in volta dinamicamente questi attributi deve essere quello “genitale”. La disposizione a investire l’altro della propria “libido” è il basamento della coppia e ne garantisce una buona inossidabilità. Di certo, la coppia comincia a morire nel momento in cui cessa l’esercizio e si estingue quando subentra la più spietata indifferenza.

Mi ripeto e chiarisco.

La “coppia genitale” può essere a prevalenza “orale” quando l’affettività è il comune denominatore e ispira l’investimento, a prevalenza “anale” quando l’aggressività si manifesta nei pensieri e nei modi, a prevalenza “fallico-narcisistica” quando l’orgoglio sostiene l’esibizione sociale, a prevalenza “edipica” quando la conflittualità caratterizza la dialettica. Ogni coppia ha una sua epifania, la sua manifestazione sociale e gli altri possono cogliere quello che il sodalizio umano esprime come tratto caratteristico di volta in volta, di stagione in stagione, di tempo in tempo. La coppia non è mai rigida e monotona nelle sue manifestazioni semplicemente perché i contributi psichici reciproci si combinano e si alternano nel corso dell’esercizio umano e del sodalizio amoroso. La coppia non vive dell’eredità di un grande Amore e del vero Amore, non è oggetto d’insidia del folle dio bendato, il mitico Cupido. La coppia non ha un’etica capitalistica per cui deve consumare e investire le ricchezze ereditate. La coppia ha un’etica proletaria, lavora per vivere di giorno in giorno, di ora in ora, d’istante in istante. La coppia si alza al mattino e si sceglie e si conferma che ancora per oggi sarà oggetto d’investimento di “libido”. Questa coppia arriva alle nozze di diamante e oltre, semplicemente perché è un insieme psicofisico evolutivo che continuamente si origina e rinasce come l’araba fenice. Nel concreto, ogni donna e ogni uomo o ogni uomo e ogni uomo o ogni donna e ogni donna al mattino, svegliandosi e trovandosi in un contesto amoroso, sceglie la sua altra o il suo altro, il suo lui o la sua lei, e sceglie di prendersi cura per la giornata che si appropinqua del suo lui o del suo lei, sente l’umano bisogno di investire e di condividere, di esprimersi e di significare, di essere portatore di un segnale e di un’insegna, di essere “significante” per sé e “significato” per l’altro. In sostanza la “genitalità” condensa la necessità bio-psichica umana di trovare un senso e di dare un significato al proprio quotidiano vivere. A questo punto i filosofi e gli psicoanalisti del “Pessimismo” obietteranno che si tratta di una difesa dall’angoscia di morte, ma questo discorso si può rimandare al mittente almeno per oggi.

Il sermone può bastare, per cui passo senza alcun indugio all’analisi puntuale del sogno di Anna, ma ricordo che la lettura della “Arte di amare” di Fromm è da preferire ai tanti “capolavori” in circolazione sul mercato attuale.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

Mi trovavo a casa del mio ex a prendere mio figlio.”

Anna esordisce con la situazione psicologica in atto: il “mio ex” e “mio figlio”, offre immediatamente la condivisione di una famiglia che ancora esiste nonostante l’ex. Anna ha dentro di sé lo schema familiare come proprio fondamento psichico e come personale punto critico. La coppia e la famiglia non sono andate a buon fine nella sua vita, ma sono ancora in atto. Nessuno e niente potranno sconfessare o eludere che Anna è stata moglie ed è madre.

I simboli dicono che la “casa” rappresenta la struttura psichica evolutiva di Anna in riferimento privilegiato alle relazioni significative e importanti, il “mio ex” condensa il “già vissuto” affettivo, “mio figlio” racchiude la “libido genitale” o la “posizione psichica genitale”.

Un rilievo merita il bisogno di possesso affettivo di Anna che si mostra nei due “mio”, “mio ex” e “mio figlio”. Si evince un buon segno e un giusto tratto di amor proprio.

A un certo punto il mio ex ha cominciato a dare in escandescenze perché voleva che gli lasciassi le sigarette.”

Emergono immediatamente problematiche affettive nella “libido orale” che si scarica e si consuma nelle famigerate “sigarette”. Anna mostra la sua “posizione psichica orale”, la sua dimensione affettiva, ma anche le modalità di relazione e di scambio degli affetti all’interno della coppia. Qualche conflitto è presente, se si dà credito alle reazioni dell’ex, le “escandescenze” che si traducono in un venir fuori del fuoco interiore fatto di rabbia e ira, di un moto d’impeto che sa di frustrazioni vissute e di compensazione aggressiva. Anna e il suo ex non si sono più amati e hanno smesso d’investire sane energie nella loro relazione, non hanno operato i giusti “investimenti di libido orale e genitale”. La prima consente all’affettività di defluire in base ai vissuti legati all’infanzia e la seconda permette di investire sull’altro secondo le modalità di una generosa dispensa. La crisi della coppia è avvenuta per una distonia affettiva che ha portato a una caduta degli investimenti.

I simboli dicono che le “escandescenze” condensano la psicodinamica frustrazione e aggressività, le “sigarette” condensano “libido orale” ossia bisogni affettivi da carenze pregresse.

Le “sigarette” sono la “traslazione” degli affetti e compensano le carenze subite sin dal primo anno di vita. Di poi, assumono significati sempre attinenti alle frustrazioni infantili e aggiungono una pulsione autodistruttiva, sadomasochismo della “posizione anale”.

Io non volevo dargliele, ma lui aveva già preparato un pugno da darmi all’altezza del cuore o della bocca dello stomaco.”

Il sogno prosegue imperterrito sul tema affettivo e Anna precisa di aver tentato un rifiuto dello scambio affettivo al prezzo della minaccia di violenza agli organi, guarda caso, che rappresentano simbolicamente la vita affettiva, la “bocca dello stomaco”, e la vita amorosa, la zona “all’altezza del cuore”. Anna sta ripercorrendo in sogno e chiarendo a se stessa i motivi che hanno portato la coppia alla rottura: caduta degli investimenti affettivi e conseguente cumulo di minacce. Anna si è trovata in coppia con un uomo che presentava carenze affettive pregresse di notevole spessore e ha dovuto colmare lacune, di cui non era responsabile, fino all’esaurimento delle sue scorte.

Ma chi amava Anna?

Come faceva questa donna a ricaricare le batterie per poi generosamente dispensarsi al suo uomo?

La crisi di coppia è oltremodo evidente ed è dovuta alle esigenze affettive in eccesso che l’uomo ha traslato nella persona sbagliata, la donna, per l’appagamento.

I simboli dicono che “dargliele” è una caduta della libido genitale, “aveva preparato” dispone per i bisogni congeniti e per gli schemi ripetitivi, “pugno” è la scarica aggressiva in reazione alla frustrazione, “altezza del cuore” è la zona del sentimento vitale dell’amore e del prendersi cura dell’altro, la “bocca dello stomaco” è la vita e la vitalità affettiva.

Non so come sono riuscita ad andare via da quella casa, ma senza mio figlio.”

Anna si libera del marito, ma non può fare altrettanto del figlio. Quest’ultimo viene distolto alla coppia e resta il figlio della madre. La famiglia è infranta, ma il bambino è il testimone vivente, dentro e fuori di Anna, che la famiglia c’è stata e che la “libido genitale” è stata investita e concretamente realizzata al di là dell’esito finale di rottura. Non si celebra un “fantasma di perdita”, ma si rievoca una difficile e tormentata modalità di separazione collegata all’immaturità affettiva dell’ex. Paradossalmente Anna afferma di essere andata via da quella casa senza il figlio per significare che il figlio se l’è portato via da quella famiglia, l’ha distolto da quel contesto.

I simboli dicono che “quella casa” è la famiglia, “andare via” è una rottura d’armonia, “senza mio figlio” è tutela da amore materno.

Sono corsa a casa mia che è lontano da casa sua e cercavo la mia macchina che non riuscivo a trovare.”

Le psicologie si dividono e riacquistano la loro identità originaria. Anna e il suo ex si sono separati dopo un pesante periodo di crisi relazionale: le “case” psichiche individuali non erano compatibili per la formazione di una coppia e per una vita insieme. La separazione è un trauma che esige un prezzo per pagare il fallimento e lascia immancabilmente un senso di colpa che esige un’espiazione.

Ma cosa ha lasciato questa impossibilità a convivere, a comunicare,

a condividere e a scambiare “libido orale e genitale”?

Lo stress accumulato da Anna si è somatizzato nell’apparato sessuale e adesso fa fatica a ritrovarsi a livello di vita intima e di vitalità sessuale. Il danno psichico subito da Anna verte sulla funzione neurovegetativa della sessualità. Anna non riesce a ritrovarsi come donna e come femmina.

I simboli dicono che “sono corsa” è un meccanismo psichico di difesa dall’angoscia, “a casa mia” tratta della sua organizzazione psichica, “lontano da casa sua” equivale alla salutare necessità del distacco, “cercavo la mia macchina” si traduce riprendevo la mia vita sessuale, “che non riuscivo a trovare” ossia accusavo delle difficoltà nella mia vita intima.

Gli altri mi dicevano “ma è lì, non la vedi?”, ma io talmente ero terrorizzata che non riuscivo a vederla.”

Eppure l’esibizione sociale di Anna era impeccabile dopo la crisi di coppia e dopo la separazione. La gente apprezzava ancora le bellezze femminili che immancabilmente esibiva. Anna era combattuta tra il riprendere una vita sociale senza accusare colpi e l’angoscia di qualcosa che si è rotto e che non funziona come prima: la perdita di una parte importante come la “libido genitale” e i suoi benefici investimenti. Anna ha paura di restare sola e di non incontrare un uomo degno di lei che la possa capire e accudire. Magari teme che tutti gli uomini siano infantili come il suo ex e che hanno bisogno di una mamma più che di una donna. Le problematiche e i timori insorgono senza fine e senza tregua in una persona che ha vissuto il trauma e la delusione di un fallimento matrimoniale e di uno smantellamento della propria famiglia. Anna non ha più la consapevolezza delle sue virtù e delle sue abilità anche se alla gente esibisce il meglio di sé falsificandosi in maniera egregia.

I simboli indicano in “gli altri” il riscontro sociale di Anna, “dicevano” si traduce in mi rinforzavo, “è lì” ossia occupo spazio e ho possesso, “non la vedi” si traduce in non ne ho consapevolezza, “terrorizzata” ossia dell’angoscia finalizzata al non coinvolgimento affettivo e sessuale, “non riuscivo a vederla” ossia non avevo consapevolezza.

Anna si difende dall’angoscia di ripiombare in futuro in una relazione priva di affetti e con un uomo immaturo.

Così sono salita a casa e mi sono chiusa in una stanzetta dove ho chiamato una mia amica che non riuscivo a sentire bene.”

Anna ripiega su se stessa e riflette sulla situazione psichica in atto senza riuscire ad avere una buona consapevolezza di quello che a livello affettivo e sessuale si è messo in moto in lei come segno e memoria di tanto strazio vissuto con il marito e con il padre di suo figlio. Nella sua introspezione Anna tenta di “sublimare la sua libido”, ma non ritrova la completezza di donna e di madre, perché la prima ha dovuto cedere qualcosa d’importante come la funzionalità della sua vita sessuale. Il trauma vissuto con il suo ex è ancora in circolazione e in azione.

I simboli ingiungono che la “mia amica” è la parte confidente di sé a cui affidarsi, “non riuscivo a sentire bene” equivale a una difficoltà di consapevolezza, “sono salita a casa” ossia tento la “sublimazione della mia libido”, “mi sono chiusa in una stanzetta” si traduce introspezione o mi guardo dentro.

Comunque, quando esco dalla stanza, trovo il mio ex e mio figlio seduti nelle scale.”

Quando Anna è costretta dalla vita a vivere insieme agli altri la sua realtà di ex moglie e di madre, dopo l’introspezione e l’avvolgimento in sé, quando Anna deve socializzare trova la sua realtà psichica ed esistenziale. Il processo psichico di “sublimazione” delle figure dell’ex e del figlio non è servito granché, visto che Anna è una giovane donna che ha da fare i conti con la sua carica erotica e sessuale, la vitalità della sua “libido” e l’impellenza degli investimenti nel cammin della sua vita. Girala come vuoi, Anna si riscopre madre e moglie.

I simboli dicono che “esco dalla stanza” significa socializzo e mi relaziono, “mio ex” ossia il fallimento e la vanificazione dell’investimento genitale, “mio figlio” ossia la realizzazione della mia libido genitale, “seduti nelle scale” ossia che sono stati fatti oggetto di sublimazione e di purificazione.

Entro in casa (non ho scale a casa) e sto finendo di parlare al telefono, quando lui si alza e vuole vedere se parlo davvero con la mia amica o con il mio attuale compagno…”

Anna non ha le scale nella logistica della sua casa reale, ma ha le scale nella logistica dei suoi “processi psichici di difesa” dall’angoscia, altrettanto reali. Nel relazionarsi con la gente ritorna il motivo per cui la relazione di coppia è andata in malora. Il suo ex era geloso e possessivo, oltre che bisognoso di tanta madre e di tanto affetto. La deficienza “orale” dell’uomo di Anna si associa in un mix tremendo e pericoloso con il sentimento della gelosia, con lo struggimento legato alla conflittualità edipica con il padre, sempre dell’uomo di Anna. La coppia si è rotta per l’immaturità affettiva e per la gelosia dell’uomo di Anna, per il bisogno di possesso di un uomo che non è riuscito a emanciparsi dalle grinfie della madre. L’ex la voleva tutta per lui. Questo è il significato del capoverso e la causa determinante della rottura della coppia. Questo uomo debole “si alza” e vuole vedere”, fa il forte e il despota senza avere una minima consapevolezza dei suoi bisogni primari di affidamento e di affetto.

C’è una specie di colluttazione perché io non voglio dargli il telefono e lui cerca con la forza di togliermelo.”

Chissà quante volte un uomo geloso ha provocato la lite per le relazioni della moglie o della madre di suo figlio!

Chissà quante volte una donna è stata picchiata dal suo ex in piena crisi di identità psichica e in carenza d’affetto!

La “colluttazione” è la degenerazione della fusione affettiva. Invece di ben collimare, i corpi derogano dal giusto e naturale incastro. La crisi di coppia si formula e si configura nelle difficoltà critiche della relazione e delle relazioni. Del resto, un uomo geloso non consente grandi aperture e notevoli disposizioni agli altri e al mondo esterno. La forza e la violenza psicofisiche completano l’opera di una storia che è iniziata con l’amore e si è conclusa con la rottura di un’armonia imperfetta. Per fortuna resta un figlio a ricordare ad Anna e al suo ex chi erano, chi sono e chi saranno nonostante tutto.

Questa è la storia umana e psicologica del sogno di Anna.

PSICODINAMICA

Il sogno di Anna sviluppa la psicodinamica delle cause che hanno portato alla separazione della coppia e alla rottura dell’unità familiare. La protagonista adduce in prima istanza le difficoltà affettive e relazionali dell’uomo a cui si è accompagnata e mostra di non aver saputo e potuto dare appagamento e soluzione alle suddette carenze. Il sentimento della gelosia e il bisogno di possesso sono i protagonisti di uno psicodramma diffuso e fortunatamente andato a buon fine. Resta per Anna la somatizzazione dell’angoscia, accumulata nel corso della relazione di coppia e della vita in famiglia, che si è riverberata sulla funzione neurovegetativa della sessualità.

PUNTI CARDINE

L’interpretazione del sogno di Anna si basa su “A un certo punto il mio ex ha cominciato a dare in escandescenze perché voleva che gli lasciassi le sigarette.” e su “Sono corsa a casa mia che è lontano da casa sua e cercavo la mia macchina che non riuscivo a trovare.”

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

Dei “simboli” si è ampiamente detto cammin facendo.

Non si evidenziano “archetipi” in maniera diretta.

I “fantasmi” sono composti e non si manifestano con eclatanza.

Sono presenti le istanze psichiche dell’Io vigilante e razionale e dell’Es pulsionale e rappresentazione mentale dell’istinto.

Il sogno di Anna manifesta la “posizione orale” e la “posizione genitale”: “mio figlio” e “le sigarette”.

Sono usati da Anna nel sogno i seguenti “meccanismi e processi psichici di difesa”: la “condensazione”, lo “spostamento”, la “figurabilità”, la “simbolizzazione” e la “sublimazione”.

Il sogno di Anna presenta un tratto “orale” all’interno di una “organizzazione psichica reattiva genitale”: affettività e relazione.

Le “figure retoriche” elaborate da Anna nel sogno sono la “metafora” e la “metonimia”: “casa” e in altro, “non riuscivo a vederla” e “non riuscivo a trovare” e in altro. L’allegoria della violenza è formata in “lui aveva già preparato un pugno da darmi all’altezza del cuore o della bocca dello stomaco.”

La “diagnosi” dice di una crisi della dialettica di coppia a causa dell’immaturità affettiva e della caduta degli investimenti di “libido” con la somatizzazione del conflitto nella funzione sessuale.

La “prognosi” impone ad Anna di ben valutare i suoi bisogni e i suoi investimenti affettivi, nonché di razionalizzare la sua formazione affettiva e di ben integrarla nella dimensione “genitale” di donna e di madre.

Il “rischio psicopatologico” si attesta nel persistere della psiconevrosi isterica con lesione della funzione sessuale: conversione.

Il “grado di purezza onirica” è discreto in quanto il sogno è molto vicino alla realtà di un racconto.

La causa scatenante del sogno di Anna può essere stata un incontro o una discussione con l’ex.

La “qualità onirica” è narrativa.

Il sogno può essere stato fatto nella terza fase del sonno REM.

Il “grado di attendibilità” dell’interpretazione del sogno di Anna è decisamente buono alla luce della linearità simbolica. Il “grado di fallacia” è basso.

Il “fattore allucinatorio” si attesta nell’esaltazione del movimento, dei sensi della vista e dell’udito.

DOMANDE & RISPOSTE

L’interpretazione del sogno di Anna è stato letto da Maria Concetta, una donna che di mestiere fa l’avvocato, una professionista ricercata dalle donne che hanno bisogno di tutela legale e di amicizia, oltre che di comprensione psicologica. Il colloquio si è sciorinato in maniera varia e pacata.

Maria Concetta

Mi puoi spiegare ancora il rapporto di coppia?

Salvatore

Ogni persona ha una dialettica interna ed esterna, una modalità di relazionare i propri vissuti e di relazionarsi con gli altri. Ogni uomo e ogni donna, prima di vivere in coppia, hanno un patrimonio psichico formativo e in evoluzione. Lo stato di coppia e l’esercizio di coppia esaltano le caratteristiche individuali. Queste ultime si combinano e colorano la coppia. Tu vedi una coppia e la definisci simpatica o affermativa, sentimentale o ambigua o in mille altri modi, proiettando su questa coppia un tuo vissuto nella forma di un giudizio. In effetti tu hai visto un fenomeno della coppia, una modalità di essere e di manifestarsi, di combinarsi e di interagire, una forma dialettica e dinamica che è il frutto della prevalenza di un tratto psichico dell’uno sull’altro o di una armonica distribuzione. E’ importantissimo l’interscambio in questo prevalere del tratto psichico di un membro della coppia, l’alternarsi dei ruoli e dei modi, il riconoscimento dei compiti e delle abilità, la conoscenza individuale che travalica nella consapevolezza dell’agire in coppia. E’ come se nell’esercizio di coppia ora l’uno e ora l’altro assumessero il comando delle operazioni senza alcuna lesione dell’altro ma addirittura con un’adesione alla psicodinamica in atto, con una consapevolezza delle regole del gioco che stanno giocando. Questa interazione si chiama anche complicità di coppia e sintonia psicofisica. A ognuno il suo spazio e il suo copione e si recita a soggetto in maniera naturale e spontanea senza alcun sacrificio dell’uno o dell’altro. Paradossalmente la coppia migliore possibile è paritaria nei diritti e nei doveri, simmetria, ma non è sempre paritaria nelle sue manifestazioni perché ammette la complementarità: teoria del “sotto” e del “sopra”. Mi spiego. Il potere si esercita in base alla competenza e al ruolo. Ci sono situazioni in cui la donna ha una sua specifica collocazione e abilità. Ci sono situazioni in cui il maschio ha un suo ruolo definito e un compito elettivo. Tutto questo al di là della solita teoria che ci sono “cose da uomini e cose da donna”. Rimbalzandosi il potere nelle varie psicodinamiche della giornata e della vita in comune, la relazione di coppia è ricca e democratica, assente di prevaricazioni e di violenze, veramente interattiva. Lo “star sotto” e lo “star sopra” sono simboli che denotano una realtà varia e variegata in cui la coppia si viene a trovare e alla quale deve reagire al meglio e nel pieno rispetto dell’altro.

Maria Concetta

Quello che dici vale anche quando si deve decidere in quale trattoria andare a mangiare il pesce?

Salvatore

La tua provocatoria domanda è attinente e opportuna. Soprattutto quando si deve scegliere quale pesce mangiare e come farlo cucinare. Dalle piccole alle grandi scelte, tipo il rispetto e l’accudimento, la coppia deve sapere prendere e lasciare, affidarsi e abbandonarsi, reagire e inalberarsi, assorbire ed espellere, insomma deve agire al massimo della consapevolezza possibile.

Maria Concetta

Per quanto riguarda la scelta dell’osteria io preferisco che sia il mio “lui” a muoversi e a mettermi di fronte al fatto compiuto. E’ successo spesso con il fidanzato precedente di passare la serata a discutere dove andare e cosa fare. Uno strazio!

Salvatore

Confermi che la coppia è “simmetrica” nella base dei diritti e dei doveri, ma è anche “complementare” senza scandalo e senza inganno. Se poi la coppia si evolve nella famiglia, le relazioni diventano più complesse e delicate. Nella dialettica di coppia è ovvio che la condivisione solidale è sempre da preferire all’opposizione netta e cruda. Potere e dipendenza non equivalgono nella buona coppia a violenza e sottomissione. La coppia che sa distribuirsi nei ruoli e nei compiti è un buon sodalizio. Lo star sotto lo star sopra è realizzato democraticamente. Questa è la metafora sessuale che portò Lilith a “sfanculare” Adamo. Lei voleva star sopra nel coito e Adamo non gradiva, per cui chiese al responsabile creatore di cambiargli donna e moglie, di fargli una creatura dipendente che si lasciasse fare e lo lasciasse fare e che soprattutto riconoscesse il suo potere. E secondo il vangelo culturale maschile fu naturalmente accontentato. Eva era pronta a essere partorita dalle sue costole, a essere carne della sua carne.

Maria Concetta

Adesso ho pienamente capito. Non si può star sopra in due, ma si può star di fianco, sessualmente e culturalmente intendo.

Salvatore

Potenza delle metafore e dei miti! Quante difficoltà di comprensione risolvono alla razionalità dell’umano consorzio!

Maria Concetta

E del disturbo sessuale di Anna cosa mi dici? Può dipendere anche dal trauma del travaglio e del parto?

Salvatore

Hai detto bene, trauma è la parola giusta, un’angoscia che logora la funzione sessuale e riduce la “libido”. Nel rapporto di coppia il segnale di assenza d’investimento è la caduta provvisoria o definitiva della vita e dell’attività sessuali. Queste ultime sono le prime a essere colpite e sono segnali di profonda crisi personale e relazionale, ma sono anche le prime a risolversi e a ripristinarsi dopo aver razionalizzato il trauma e la eventuale separazione. Il corpo non mente sui disagi e li manifesta senza alcun pudore. Tecnicamente succede che la tesione nervosa in eccesso non può essere gestita dal sistema psicofisico e necessariamente e salvificamente si somatizza e lede la funzione interessata. Bisogna riconoscere che l’essere umano è fatto bene ed è fatto per continuare a vivere al meglio nelle condizioni psicofisiche date. Il travaglio e il parto hanno una forte componente traumatica, ma nel sogno di Anna questo dato non si evince.

Maria Concetta

E delle sigarette cosa mi dici? Non soltanto quelle metaforiche, ma soprattutto quelle reali, quelle del monopolio di stato, quelle che si comprano nelle tabaccherie insieme ai “gratta e vinci”, quelle che portano alla rovina e alla morte. Mi fai anche la distinzione tra tabagismo e vizio del fumo?

Salvatore

Il tabagismo è la dipendenza psicofisica dal fumo del tabacco. Il vizio del fumo è una forma ovattata del tabagismo. Si pensa che il “tabagista” fumi continuamente per malattia e il “vizioso” scandisca nel tempo il suo gusto nell’assunzione di nicotina. Non è così. Entrambi accusano una dipendenza psicofisica dal tabacco. Ripeto, dipendenza ossia il bisogno coatto di incorporare per bocca una sostanza tossica che funziona per rito e per funzione, per pulsione e per bisogno. Il tabagista ha sicuramente una “posizione psichica orale” ben marcata e possibilmente ha maturato una “organizzazione psichica a prevalenza orale”. Nell’assunzione di nicotina il tabagista risolve la sua angoscia di morte proprio sfidando la Morte o facendo alleanza con il nemico. Da un lato si cura da solo propinandosi una auto-terapia dell’angoscia depressiva di perdita e di abbandono, da un altro lato si ammazza a piccole dosi quotidiane sfidando se stesso o meglio la sua angoscia di morte e la sua pulsione di morte. Una “tanatofobia”, angoscia depressiva di perdita e di di morte, si risolve drammaticamente in una “tanatocrazia”, la pulsione di morte al potere o il Thanatos freudiano, non si risolve con una doverosa “tanatologia”, presa di coscienza e “razionalizzazione” dell’angoscia depressiva di perdita e di di morte. Mi spiego ancora e meglio. Il tabagista porta la morte al potere e la sfida continuamente per affermare se stesso di fronte alla sua fobia della morte, all’angoscia profonda di solitudine. Il tabagista è ai ferri corti con la vita perché non sa gestire quest’ultima con la “tanatologia”, il discorso sulla morte ossia la consapevolezza della necessita di morire e, ripeto, la “razionalizzazione” della sua angoscia di morte. Il tabagista usa il meccanismo psichico di difesa dell’alleanza con il nemico, quello che usa il lupo maschio con il capo branco dopo la dura lotta per il primato, e si allea con il tabacco per lenire la sua angoscia sfidando con la sua onnipotenza infantile se stesso come uomo e come malato. Ricordo che il “controllo onnipotente” è un meccanismo primario di difesa dall’angoscia usato dal bambino attraverso la sua capacità magica di elaborare la realtà più nefasta. L’altro meccanismo psichico di difesa è lo “spostamento” con la formazione del feticcio nell’oggetto sigaro, sigaretta, nicotina, tutte le sostanze che producono variazione dello stato coscienza e riducono senza risolverla l’angoscia di morte che la persona sente pulsare da dentro e non sa riconoscere nella causa.

Maria Concetta

In coppia cosa ci deve essere?

Salvatore

Gli ingredienti giusti sono l’empatia e la simpatia, ma non deve mancare la ragione e la dialettica, la retorica e l’eristica, la discussione e la convinzione, l’ironia e la complicità.

Maria Concetta

Anna ha carenze affettive?

Salvatore

Anna ha portato in coppia la sua formazione e la sua “organizzazione psichica reattiva” che ha maturato un figlio e, di conseguenza, è approdata alla “genitalità”. Anna è più evoluta del suo ex a livello affettivo, ma è stata coinvolta da lui nella fascia “orale” e ha rispolverato la sua posizione psichica omonima, i suoi bisogni affettivi per l’appunto, perdendo in parte il bandolo della matassa.

Maria Concetta

Quale canzone scegli per Anna?

Salvatore

Siamo in Sicilia e non poteva mancare la “Sintonia imperfetta” dell’originale Carmen Consoli, una canzone che mescola un vecchio testo al nuovo, la modalità d’amare e di stare in coppia della prima generazione del Novecento e l’attuale: “l’amore al tempo dei miei nonni era sognante”. Ma ti assicuro che è da preferire l’amore di oggi con tutti i suoi aspri conflitti rispetto all’amore di ieri con tutte le nobili prevaricazioni del marito sulla moglie.

Alla prossima e sempre attenti ai “selfie” con gli psicopatici!

L’AEREO TUTTO MATTO

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Una settimana fa ho fatto questo sogno che mi è rimasto impresso e ho deciso di raccontarlo sperando di averne un’interpretazione che mi possa alleggerire l’inquietudine che mi ha lasciato.

Ero in una città straniera, forse sud America, con mia moglie e mio figlio, che nel sogno ha l’età della realtà, 24 anni.

Dobbiamo prendere l’aereo per il ritorno.

Questo sogno è pieno di tunnel e gallerie. Il primo tunnel è trasparente, mio figlio lo attraversa ballando, ma quando esce è visibilmente drogato (qui la droga sembra libera, a disposizione).

Saliamo sull’aereo, io solo a fianco del pilota, ma non c’è una cabina di pilotaggio, né il secondo pilota.

Mia moglie e mio figlio sono seduti dietro qualche posto, come in corriera.

L’aereo inizia un percorso pazzesco, infila una galleria dove passa a stento, poi uno scivolo con acqua ma non decolla, continua fino ad un hangar dove io, non so per quale motivo, scendo e quando faccio per risalire l’aereo è decollato.

Un uomo che mi sembra un ufficiale mi dice di aspettare l’aereo alla tabaccheria che si trova a 10 minuti in fondo al corridoio.

Una rivenditrice di giornali mi dice che in realtà sono 20 minuti.

Mi sveglio.”

Peter

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Il sogno è da sempre, più che inquieto, inquietante perché non si comanda e non si può giostrare a piacimento in riguardo ai contenuti. Lo subiamo e temiamo che sia foriero di chissà quali ambigui messaggi. Nel tempo matura una larvata idea che si possa trattare di materiale psichico personale e allora aumentano le “resistenze” a voler conoscerne il vero significato.

Tutti vogliono “sapere di sé” o tutti non vogliono “sapere di sé”?

In questi dubbi amletici ci sostiene la simbologia che ci consente di non capire il vero significato del sogno, per cui spesso lo liquidiamo con la famigerata frase “chissà cosa voleva dire”. E chiaro che ci siamo imbattuti nelle nostre “resistenze”.

Cos’è la “resistenza”?

Trattasi di una difesa dell’Io intenzionata a impedire la consapevolezza del materiale psichico rimosso. Così disse Freud dopo la cosiddetta scoperta dell’Inconscio, dopo il ritrovamento di questa dimensione psichica dove andavano a finire e si sedimentavano tutti i vissuti ingestibili dalla Coscienza a causa del loro carico di angoscia. Freud era partito dalla pratica occasionale e fortuita dello stato ipnotico e con la paziente di Breuer, Anna O. e al secolo Bertha Papphenaim. Si era accorto che Anna o Bertha andava in uno stato di “trance” e ricordava esperienze dell’infanzia che la vedevano al fianco e in accudimento del padre malato. E dopo queste “abreazioni”, scariche nervose associate alla verbalizzazione del ricordo, Bertha stava bene. Questa fenomenologia e questa psicodinamica si esplicano anche nella veglia, ma sono contenute da un meccanismo di difesa dell’Io vigilante e cosciente che Freud chiamò “rimozione”. Per continuare a vivere ogni uomo non può sostenere il materiale psichico con tutto il suo carico emotivo, per cui naturalmente accantona e dimentica formando la dimensione psichica “Inconscio” che tanto inconscia non è semplicemente perché può essere ricordata dietro a stimoli e a pressioni. Siamo alla fine dell’Ottocento.

Insisto: che cos’è la “resistenza”?

Sir Fancis Bacon, agli inizi del Seicento e nell’intento di fornire all’Occidente una metodologia alla ricerca scientifica, professò in primo luogo l’assoluto bisogno di sgombrare la “Mente” umana dagli errori, dalle abitudini, dai condizionamenti, dalle illusioni, da quelle che definì “eidola”. Nel “Novum organon” ingiunse all’uomo occidentale di liberarsi dagli “idola tribus”, dagli “idola specus”, dagli “idola fori” e dagli “idola teatri” al fine di procedere, dopo la pulizia psichica e mentale, al procedimento scientifico basato sul processo logico dell’aristotelica “induzione”, “passaggio dal particolare all’universale”, l’opposto della “deduzione”, “passaggio dall’universale al particolare” per l’appunto. Cominciamo dagli errori della “tribù umana”, gli idoli psicologici e metodologici, passiamo agli errori legati alla “spelonca” di Platone, gli idoli delle sensazioni e delle percezioni, procediamo con gli errori del “foro”, gli idoli prodotti dalle relazioni e dalle comunicazioni umane, concludiamo con gli errori del “teatro”, gli idoli insiti nei sistemi filosofici. Questo è il sistema delle “resistenze” che impedisce l’avvento della verità secondo Francesco Bacone, una vera “piazza pulita” dei condizionamenti psico-culturali e delle metodologie religiose e filosofiche sedimentate nel corso dei millenni. Bisogna far “tabula rasa” per cominciare a costruire le verità scientifiche, quelle veramente oggettive e sperimentabili. Non è poco, se ci pensate, quello che che propone un uomo del Seicento per cominciare a costruire un “Uomo Nuovo” come il suo “Organon”, lo strumento antropologico. L’esigenza alla “catarsi” dagli errori e dalle false immagini sull’Uomo e sulla Realtà è stata sempre viva e regolarmente uccisa dalle strutture imperanti, il famigerato Potere.

E cosa si può dire in conclusione di quell’uomo che non scrisse nulla e che tutto lasciò dire ai suoi discepoli?

Sul problema delle “resistenze” Socrate ebbe da dire e da proporre in contrapposizione ai suoi colleghi Sofisti. La teoria orale coincide con la metodologia praticata: la “ironia”, la perdita progressiva delle false verità e convinzioni su se stessi e sulle proprie conoscenze. L’obiettivo del “conosci te stesso” è possibile soltanto con la destrutturazione progressiva dell’uomo, con la messa in discussione degli schemi culturali e la critica dei valori imperanti per procedere alla costruzione di una base umana su cui impiantare l’uomo nuovo, quello che “sa di sé” dopo aver saputo di “non sapere di sé e dell’altro”. La metodologia antropologica socratica è un esempio antico sulla necessità evolutiva di procedere da parte dell’uomo verso la ricerca e la scoperta degli autentici valori etici e sociali nella vera “agorà” e nell’autentica “polis”, città stato. Le “resistenze” sono sempre in agguato per fissare e consolidare le conquiste fatte negando l’essenza evolutiva dei processi psico-bio-culturali.

In tanta compagnia sta bene anche Epicuro con il suo lapidario tetra-farmaco per raggiungere l’ataraxia: bisogna liberarsi dell’angoscia che nasce dal pensiero degli dei, dal pensiero della morte, dai desideri eccessivi, dagli ideali politici. La Religione, la Psicologia, l’Etica e la Politica di vecchio stampo lasciavano il posto alla costruzione dell’uomo a-tarattico, privo di inutili angosce semplicemente perché aveva razionalizzato il suo quadro esistenziale e la sua collocazione nella Realtà.

Adesso tutto quello che ho detto adattatelo ai tempi attuali e “occhio ai dissennatori e ai dissennati”, mediatici e non.

E dopo Carosello tutti a nanna, come una volta!

Arriviamo e serviamo il sogno di Peter: un uomo separato rievoca la moglie possessiva e il figlio in piena crisi nascondendo tra le pieghe della moglie la propria madre, la figura da cui non ha saputo emanciparsi, una madre fagocitante o assente, in ogni caso una madre critica nell’abbondanza e nella penuria. Quest’uomo, divorato dal problema con la madre e con la moglie, non ha saputo collocarsi in maniera adeguata ed efficace nei riguardi del figlio e lo ha abbandonato all’alleanza conflittuale con la madre. Resta nel quadro un uomo solo che non riesce a realizzare ciò che desidera e di cui ha bisogno, un legame affettivo corretto e utile. Il prosieguo sarà di aiuto e supporto a quanto drasticamente affermato. Si sa che i sogni non te le mandano a dire le loro verità e, allora, non resta che far tesoro di questi salvifici e diretti messaggi.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

Ero in una città straniera, forse sud America, con mia moglie e mio figlio, che nel sogno ha l’età della realtà, 24 anni.”

Peter esordisce alla Camus, da “straniero” in casa sua e in special modo da estraneo nelle relazioni importanti e significative con la moglie e con il figlio ormai adulto. Peter ha qualche conto sospeso con queste due figure che, a giusto titolo, possiamo definire inquiete e inquietanti nei suoi vissuti. Il prosieguo del sogno darà il giusto conforto a questo disagio psichico ed esistenziale di Peter. Del resto, chissà quante volte un marito e un padre si è trovato in conflitto con la moglie e con il figlio. Importante è venirne fuori al meglio possibile nelle condizioni date e, come sempre, la “coscienza di sé”, non dico che aiuta, è indispensabile.

I simboli dicono che la “città straniera” rappresenta la parte psico-relazionale non condivisa e poco assimilata, il “sud America” nasconde la vitalità esotica e trasgressiva, “mia moglie” e “mio figlio” sono gli oggetti conflittuali d’investimento, “l’età della realtà” dimostra che il contrasto è ancora in atto.

Dobbiamo prendere l’aereo per il ritorno.”

La figura privilegiata e protagonista del conflitto di Peter è la figura femminile nella duplice versione di madre e di moglie. “L’aereo” è una chiara simbologia della figura materna nella valenza “fagocitatrice”, una donna oltremodo affermativa nel suo essere protettiva e nel destare sensi di colpa proprio per il fatto che, a modo suo, è di essenziale aiuto ai familiari. Questa è una madre di cui i figli hanno bisogno da piccoli perché risolve tanti problemi ed è anche una donna che spesso prende il posto del marito assente. Insomma, questo “aereo” è da prendere soltanto se necessario semplicemente perché condensa la “parte negativa” del “fantasma della madre”, quella possessiva e colpevolizzante, quella che crea dipendenze psicofisiche senza fine e al solo fine di appagare il suo esasperato narcisismo. Eppure l’importanza della madre in questo contesto è fuori discussione, sia nel viaggio di andata e sia nel viaggio di “ritorno”, sia nel fare e sia nel riflettere sul fatto compiuto e anche con una vena di nostalgia. La madre possessiva fa sempre le cose a puntino e al completo, non lascia mai niente al caso e tutto prevede anche per controllare i suoi “fantasmi” persecutori. E’ come il Principe del Machiavelli che nel buon governo e nella tirannia deve sempre prevedere l’imprevedibile.

Questo sogno è pieno di tunnel e gallerie. Il primo tunnel è trasparente, mio figlio lo attraversa ballando, ma quando esce è visibilmente drogato (qui la droga sembra libera, a disposizione).”

Nella sua psicodinamica con la moglie e con il figlio Peter riflette e rievoca i suoi “tunnel” e le sue “gallerie”, le sue costrizioni profonde e i suoi obblighi sociali, i suoi vissuti intimi e le sue emozioni non adeguatamente riconosciute, il suo mondo interiore ricco di contrasti e di conflitti a cui non ha saputo dare piena consapevolezza. Eppure Peter sa dell’esperienza profonda e coatta del figlio, il bisogno impellente a variare lo stato di coscienza e a far uso di sostanze stupefacenti. In ogni caso, questo figlio, che padre e madre non a caso accompagnano in tanta malora sudamericana, accusa qualche trauma psichico e non sta per niente bene, almeno nel vissuto paterno. Nello specifico Peter ritiene che il figlio sia vittima consapevole della madre, “trasparente”, e che abbia riconosciuto la sua dipendenza da cotanta figura senza riuscire a venir fuori dal “tunnel” della droga: esce ballando dal tunnel, un chiaro simbolo del cordone ombelicale materno. La droga è la chiara “traslazione” della figura materna, uno “spostamento” della dipendenza dalla madre alla sostanza. Tutto questo trambusto psicofisico avviene sempre secondo la buona novella onirica di Peter.

La simbologia esige che “ballando” si traduca in una disinibizione psicomotoria e in una espressione linguistica del corpo, “trasparente” in lucida consapevolezza e sindrome di convenienza, il “tunnel” in legame materno, la “droga” in variazione dello stato di coscienza inteso alle sfere subliminali.

Saliamo sull’aereo, io solo a fianco del pilota, ma non c’è una cabina di pilotaggio, néil secondo pilota.”

Anche Peter ha bisogno di salire nell’aereo, anche Peter non ha risolto del tutto la dipendenza da sua madre, dalla figura materna oltremodo protettiva e colpevolizzante, il suo “aereo” di origine. Anche Peter non ha scelto a caso questo tipo di donna come moglie. Peter ha ripetuto lo schema familiare e da una “madre” possessiva è passato a una “donna” possessiva da prendere in “moglie” e da farci famiglia. La questione psicofisica del figlio nella sua criticità viene totalmente presa in carico dalla madre. Trattasi di un costume familiare molto diffuso: il marito e il padre godono di un potere effimero, nonostante le apparenze ufficiali e sociali. Il quadro dice che in questa famiglia, perché di questo si tratta quando è presente la triade “madre-padre-figlio”, vige un profondo matriarcato, vige la “legge del sangue”: la “donna-madre” è al potere al di là della sua invisibilità e della sua visibilità. Tutti sono sull’aereo e dipendono dalla “moglie-madre”. Peter, nonostante il tentativo di raddoppiarsi nel pilota, non ha la cabina di regia e, quindi, non può occuparla, e non ha neanche l’ausilio del secondo pilota. Peter è proprio in netta minoranza in questa gestione totale della “moglie-madre”. Si arguisce anche che l’Io di Peter esercita un potere effimero nelle deliberazioni e tanto meno nelle decisioni da prendere nell’ambito della politica familiare. Insomma il potere maschile del padre e del marito è stato completamente assorbito in questa psicodinamica familiare dalla “moglie-madre” e in riguardo a una questione clinica del figlio.

I simboli si traducono in questo modo: “pilota” o gestione razionale dell’istanza psichica Io, “cabina di pilotaggio” o rafforzamento della funzione Io, “secondo pilota” o idem.

Mia moglie e mio figlio sono seduti dietro qualche posto, come in corriera.”

Il meccanismo di difesa della “conversione nell’opposto” si evidenzia immediatamente, a conferma di quanto si diceva in precedenza. Moglie e figlio formano una diade all’interno della Madre e appaiono docili e remissivi: “sono seduti dietro”. Tutto il contrario, ma Peter non può in sogno dirsi la verità e, per continuare a dormire, la camuffa a suo apparente vantaggio: io sono il capo e loro dipendono da me. La corriera è una ulteriore simbologia del potere materno nel suo essere un grande grembo con annesso un apparato sessuale. La divisione e la sperequazione della “madre-figlio” e del “padre-marito” sono oltremodo segnate. Questa determinazione psichica è spesso la causa della rottura dell’unità familiare, così come queste alleanze psichiche, apparentemente naturali, sono motivo di conflitto tra i vari membri della famiglia. La suscettibilità della “legge del sangue” impone il dettame mafioso “o con me o contro di me” senza alcuna possibilità di mediazione come in tutte le dittature sociopolitiche.

L’aereo inizia un percorso pazzesco, infila una galleria dove passa a stento, poi uno scivolo con acqua ma non decolla,”

Ed ecco a voi, signore e signori, lo psicodramma tanto atteso!

Peter vive malissimo la figura della moglie. Questa santa donna ne combina di tutti i colori e ne sa una più del diavolo. A livello di logica concettuale e consequenziale è oltremodo fuori di testa. Si mette in situazioni anguste di sofferenza e si procura emozioni a dir poco negative. Quando si lascia andare non arriva mai al dunque. In ogni caso questa madre è sempre estremamente realista e oggettiva, concreta e pragmatica e non si lascia mai prendere da idee e da ideali, da sublimazioni e da spiritualismi. Questa donna è massiccia e materialista, coatta e azzardata, pratica e pragmatica. Peter non è per niente contento di sua moglie e del suo carattere così affermativo. Non sa che fare con una una donna “fallico-narcisistica”, una donna che concepisce ed esercita il potere nella versione prevaricatrice.

I simboli traducono “percorso” in schema logico, “pazzesco” in ardito e non condivisibile, “galleria” in profondità e oscurità psichiche femminili, “a stento” in costrizione, “scivolo con acqua” in abbandono e lubrificazione sessuale, “non decolla” in non sublima e non si abbandona.

continua fino ad un hangar dove io, non so per quale motivo, scendo e, quando faccio per risalire, l’aereo è decollato.

Peter è colpito dalle stranezze della moglie e sta tessendo l’elogio dei difetti e delle eccentricità di questa donna. Comunica anche che è stato scaricato dalla signora. Peter conclude in gloria, suo malgrado o suo bengrado, la storia matrimoniale e familiare lasciando che la moglie vada per le sue tangenti e rimanendo a piedi dentro un hangar che sembra essere il polo di discordia della coppia e della rottura della famiglia. L’aereo decollato senza il pilota, il copilota e l’assistente rappresentano proprio la simbolica libertà conquistata da Peter nei riguardi della moglie e della madre del figlio ventiquattrenne e con problemi di dipendenza da sostanze.

I simboli dicono che “l’hangar” è la casa dell’aereo, “scendo” è una dissociazione ideologica e un volontario e benefico processo di perdita, “risalire” è un ravvedimento e un ripristino di equilibri turbati, “l’aereo” è la parte negativa del fantasma della madre-donna, “decollato” è la fuga risolutiva più che una “sublimazione di libido”.

I due coniugi hanno attraversato un periodo critico e si sono separati inciampando, come sempre, anche su questioni di divisione di beni materiali. Resta un figlio con il problema psicofisico dell’assunzione di sostanze che non è da poco nella rottura della famiglia.

Un uomo che mi sembra un ufficiale mi dice di aspettare l’aereo alla tabaccheria che si trova a 10 minuti in fondo al corridoio.”

Ecco che interviene il “Super-Io”, l’istanza psichica censoria e limitante, nonché guardiana del “principio del dovere”, nella figura dell’ufficiale, un militare oltremodo preciso e che suggerisce un collegamento con la moglie in un luogo per loro significativo, la “tabaccheria”, là dove simbolicamente si acquista la possibilità di variare lo stato di coscienza, là dove si smercia la sostanza che sbalordisce. Il tempo fissato nei “10 minuti” è generico o è un riscontro personale di cui sa Peter, mentre “in fondo al corridoio” dispone per un’ultima istanza di ritrovamento e di conciliazione.

Il senso del dovere di Peter ha fatto qualcosa per appianare il conflitto delle diversità caratteriali con la moglie e delle strategie nella gestione del figlio e del suo problema. Peter tenta di stabilire degli accordi da cui non derogare. Questo capoverso ricorda quello che solitamente succede nei conflitti di coppia e nelle separazioni a opera del giudice.

Una rivenditrice di giornali mi dice che in realtà sono 20 minuti.”

Il senso del dovere, degnamente rappresentato dalla figura militare dell’ufficiale, ha i suoi tempi. L’Io mediatore e realistico, nonché sociale, ha bisogno di un tempo di attesa più lungo, a conferma che con il dovere ci si impone una soluzione e non si discute, mentre, parlando e deliberando in ambito sociale, i tempi di una possibile riconciliazione si allungano.

I simboli dicono che la “rivenditrice di giornali” è la pubblica opinione, “in realtà” attesta che si tratta del principio omonimo a cui ubbidisce l’istanza psichica razionale “Io”.

A questo punto Peter ha sviluppato in sogno la sua bella psicodinamica di divergenza e di separazione dalla moglie, per cui svegliarsi è anche opportuno.

Questo è quanto si è potuto desumere dal sogno di Peter.

PSICODINAMICA

Il sogno di Peter sviluppa in maniera oltremodo simbolica ed emotivamente pacata la psicodinamica del dissidio di coppia e della rottura dell’unità familiare. Introduce un figlio in crisi di dipendenza e comunque in forte disarmonia psichica come concausa del dissidio che porta alla separazione. Evidenzia nella moglie e nella madre una caratteristica fortemente negativa: la parte possessiva e manipolatrice del “fantasma della madre”, nonché un forte pragmatismo utilitaristico che è in conflitto con l’apparente bonarietà del protagonista.

PUNTI CARDINE

Il sogno di Peter si lascia ben capire e decodificare in “Mia moglie e mio figlio sono seduti dietro qualche posto, come in corriera. L’aereo inizia un percorso pazzesco, infila una galleria dove passa a stento, poi uno scivolo con acqua ma non decolla, continua fino ad un hangar dove io, non so per quale motivo, scendo e quando faccio per risalire l’aereo è decollato.”

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

Dei “simboli” si è già ampiamente detto e soprattutto dello “aereo” come “parte negativa” del “fantasma della madre”. Mi tocca rilevare che questo “fantasma” appartiene a Peter e ha le sue radici nel modo in cui ha vissuto sua madre. Di poi, lo stesso “fantasma” è stato ridestato dal modo di apparire e di comportarsi della moglie con lui e con i figli.

“L’archetipo della Madre” è presente.

Il “fantasma” presente riguarda la “madre” nella “parte negativa”.

Nel sogno di Peter sono presenti le istanze psichiche “Io”, “Es” e “Super-Io”. L’istanza vigilante e razionale “Io” si individua in “pilota” e in “cabina di pilotaggio” e in “secondo pilota”. L’istanza pulsionale “Es”, rappresentazione dell’istinto” si manifesta in “Dobbiamo prendere l’aereo per il ritorno.” e in “tunnel” e in “gallerie” e in “hangar” e in “mai decolla”. L’istanza limitate e censoria “Super-Io” si vede nella figura di “un ufficiale”.

La “posizione psichica genitale” è dominante nel sogno di Peter: “Ero in una città straniera, forse sud America, con mia moglie e mio figlio,” e in “Mia moglie e mio figlio sono seduti dietro qualche posto, come in corriera.”

Il sogno di Peter usa i seguenti “meccanismi psichici di difesa”: la “condensazione” in “aereo” e in “tunnel” e in “galleria” e in “hangar” e in “ufficiale”, lo “spostamento” in “città straniera” e in “ballando” e in “droga” e in “seduti dietro” e in “decollato”, la “conversione nell’opposto” in “sono seduti dietro”, la “figurabilità” in “aereo”, la “drammatizzazione” in “L’aereo inizia un percorso pazzesco, infila una galleria dove passa a stento, poi uno scivolo con acqua ma non decolla, continua fino ad un hangar dove io, non so per quale motivo, scendo e quando faccio per risalire l’aereo è decollato.”

Il “processo psichico di difesa della “sublimazione della libido” non si evidenzia, mentre la “regressione” appare nei termini richiesti dalla funzione onirica. La “compensazione” non figura.

Il sogno mostra un tratto “orale” all’interno di una “organizzazione psichica reattiva genitale”: Peter manifesta problematiche affettive pregresse che ostacolano la sua collocazione in famiglia e i suoi “investimenti di libido”.

Il sogno di Peter forma del seguenti figure retoriche: la “metonimia” o relazione di somiglianza in “aereo” e in “tunnel” e in “galleria” e in “hangar”, la “metonimia” o relazione logica in “ufficiale” e in “decolla” e in “tabaccheria” e in “città straniera” e in “droga” e in “seduti dietro”.

La “diagnosi” dice che Peter presenta lacune conflittuali pregresse nella sua formazione affettiva e che ha ben maturato nella sua “organizzazione psichica reattiva”. Tale corredo e specifiche esigenze “orali” Peter ha portato in carico nella sua vita di coppia e familiare, candidandosi a una figura femminile similare alla figura materna o al suo contrario. La conflittualità affettiva con la madre si è riverberata nella moglie e nella madre di suo figlio, nonché in quest’ultimo in quanto figura in cui ha rivisto parti di sé.

La “prognosi” impone a Peter una proficua psicoterapia al fine di ben razionalizzare la sua formazione affettiva e i tratti caratteristici della sua “organizzazione psichica reattiva”. Nello specifico Peter deve capire quanti “fantasmi” ha proiettato nella donna, nella moglie, nella madre e nel figlio. Di poi, potrà cominciare a riappropriarsi dell’alienato e riprendere le fila della sua vita e delle sue relazioni significative e importanti, “in primis” il figlio e la moglie, “in secundis” le relazioni affettive e sociali. La madre di tutte le guerre psichiche si profila ancora una volta essere la relazione conflittuale con i genitori: “posizione psichica edipica”. Partire da lontano per arrivare vicino è più che mai fondamentale in questo caso.

Il “rischio psicopatologico” si attesta nella “sindrome depressiva” e nell’acuirsi dei “fantasmi di perdita affettiva”. E anche in questo caso sarà importante capire e diagnosticare il tipo di depressione. Il sogno lo individua in uno “stato limite”.

Il “grado di purezza onirica” è “buono” perché il sogno non ha subito contaminazioni logiche e si è mantenuto su piani narrativi comprensibili e altamente simbolici.

La causa scatenante del sogno di Peter, “resto diurno” del “resto notturno”, si attesta nell’esacerbarsi di una questione familiare o di coppia.

La “qualità onirica” può essere stimata nell’ordine del “surreale”.

Il sogno di Peter può appartenere alla seconda fase del sonno REM alla luce della sua carica emotiva e della sua acrobatica descrizione simbolica.

Il “fattore allucinatorio” si attesta nell’esaltazione della globale “cenestesi”, stasi e movimento: “esce” e “saliamo” e “c’è” e “sono seduti” e “infila” e “scivolo dietro” e “non decolla” e “decollato”.

Il “grado di attendibilità” del sogno di Peter è “buono” alla luce della chiarezza dei simboli e della loro lineare interazione. Il “grado di fallacia” è “minimo”.

DOMANDE & RISPOSTE

La decodificazione del sogno di Peter è stata letta da un collega, nonché grande amico, di Siracusa. Sono conseguite le seguenti riflessioni.

Collega

Un sogno decisamente importante e delicato. Si presta a una lettura profonda che riguarda l’infanzia, il primo anno di vita direi, di Peter e si presta a una lettura relazionale successiva che riguarda la coppia e la famiglia. Sto sintetizzando a modo mio quello che tu hai scritto. Il bambino Peter ha trasportato i suoi vissuti affettivi e le sue modalità d’amare e d’investire “libido genitale” nella moglie e nel figlio. Dalla madre si è sentito poco o troppo amato, ignorato o divorato. In ogni caso la donna, la moglie e la madre le ha vissute allo stesso modo. Nel sogno la madre si mangia il figlio e il marito, sempre secondo i vissuti di Peter. Due piani e due letture si riconfermano, una antica e l’altra successiva nel tempo. I due piani sono presenti nella psiche di Peter e lo condizionano ancora oggi nella maniera di voler bene e di amare. Ha bisogno di essere affettivamente divorato o ignorato e di collocarsi come figlio, ma cerca anche di essere autonomo e adulto e non sempre ci riesce. Insomma è un sogno ricco di implicazioni e di riferimenti, ma il piano di lettura resta quello iniziale: un bambino e un adulto ai ferri corti con l’affettività. Lo definirei un sogno “orale” più che “genitale” e semplicemente perché riguarda l’infanzia di Peter.

Salvatore

I riferimenti al presente possono essere i problemi del figlio. Ma chi è il figlio di Peter? Peter stesso o suo figlio? Entrambi. Magari il figlio ha avuto problemi di dipendenza, oltretutto legati nella radice alla sfera affettiva e a disturbi della stessa, e da lì Peter è partito per rispolverare i suoi mobili antichi con la formula fenomenale del sogno. Dalla dipendenza affettiva alla dipendenza da sostanze o dal gioco la distanza è breve, molto breve, quasi collima. Non dimentichiamo anche che i problemi seri dei figli, tipo la tossicodipendenza o la disabilità, spesso separano i coniugi, piuttosto che avvicinarli e rafforzarli nel comune impegno di affrontare situazioni delicate e a volte angoscianti.

Collega

La tossicodipendenza è la traslazione di un forte disturbo della sfera affettiva, è un tentativo fai da te di cura, un’auto-terapia, come le soluzioni alcoliche delle depressioni, quando un uomo o una donna ricorrono all’alcool o al vino o ai farmaci per non sentire l’angoscia di morte bussare alla porta. La depressione è la malattia non soltanto filosoficamente mortale, ma è soprattutto il fantasma primario che somatizziamo come prima conoscenza associandolo alla funzione materna del nutrirci. Stiamo parlando di esordio nella vita e non di riflessioni senili o di speculazioni mature. Abbasso i filosofi e viva gli psicologi, anzi e meglio, spazio alle Psicologie filosofiche.

Salvatore

Quando il problema della tossicodipendenza da eroina si presentò negli anni settanta in maniera acerba nel Veneto, le neonate famiglie borghesi si trovarono impreparate a tanta disgrazia sociale e a tanto disagio psichico. Le strutture sociosanitarie erano impreparate all’evento traumatico e i vari preti d’assalto e di cosiddetta “sinistra” più o meno operaia si arruffarono per carpire i milioni messi a disposizione dai ricorrenti governi democristiani & “company”. La vecchia e protettiva famiglia patriarcale si era scrollata di dosso il parassita feudatario di turno e si era smembrata in piccoli gruppi neocapitalisti con tanto di campi da coltivare e di fabbrichette da accudire. I figli non erano più protetti dai nonni e dalla vecchie, dagli zii e dai compari, dal gruppo familiare allargato. Specialmente i disabili in ogni senso furono emarginati e non trovarono una collocazione e un ruolo. Ecco che la famiglia borghese, anteponendo il profitto all’economia psichica, di fronte alla tossicodipendenza dei figli si smembrava e non riusciva a trovare il bandolo della matassa per ricostituirsi in maniera efficace. In quel periodo tanti erano i casi di giovani abbandonati a se stessi e agli effetti letali delle droghe pesantissime perché tagliate in maniera rocambolesca e con tanta fantasia. Quanti morti non riconosciuti dai familiari e quanti funerali evasi anche dalle suore per vergogna! Il sogno di Peter mi ha ricordato quel periodo eroico per tanti aspetti del Veneto, il miracolo del nord-est, e tanto doloroso per le giovani vite perdute nel tunnel della coazione a variare lo stato di coscienza per non cadere nelle spire della depressione. Infatti i giovani coinvolti nella tossicodipendenza erano i più deboli, psicologicamente parlando, ed era facile individuare la famigerata sindrome depressiva nelle loro trame psichiche. Cadevano nell’assunzione di droga i giovani che avevano un tratto o una organizzazione psichica a risonanza depressiva. Se era nevrotica ne uscivano dopo la prima batosta se non incorrevano in una “overdose” per ignoranza. Se erano fondamentalmente depressi non ne venivano fuori perché usavano l’eroina come farmaco antidepressivo che li faceva star bene e così non avvertivano l’angoscia di base. E le famiglie non sapendo che pesci pigliare li lasciavano al loro destino o a qualche comunità di varia natura e di varia cultura. Il novanta per cento sono in cimitero.

Collega

Certamente le varie comunità erano benemerite nell’aiutare alla meglio i giovani dipendenti da sostanze stupefacenti, ma tante erano approssimative. Mancavano la Psicoterapia e la Psicologia. La Psichiatria aveva soltanto strumenti chimici e costrittivi. La Cultura condannava e non capiva. La Religione condannava e si divideva in due. Tornando al sogno di Peter si può affermare senza ombra di dubbio e di smentite che non era semplice e non era indolore. In ogni caso è servito quanto meno a responsabilizzare Peter e indurlo a una sana razionalizzazione per vedere meglio nella sua vita passata e presente per costruirsi un futuro degno di un sano benessere e di un prospero equilibrio.

Salvatore

Aggiungo che, se poi riesce anche a ricucire le relazioni troncate o distorte, avrà fatto, per se stesso in primo luogo, un bel lavoro e un buon cammino.

In conclusione della travagliata interpretazione del sogno di Peter e in sollievo alla delicata psicodinamica propongo l’ironia sorniona sul tema delle difficoltà relazionali e soprattutto delle dinamiche familiari. All’uopo ho scelto la canzone di Stefano Rosso “Una storia disonesta”. Correvano gli anni settanta.

“IN NOME DEL PADRE E DEL FIGLIO” IL RICONOSCIMENTO DEL PADRE

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Gobolino sogna a colori, ma riesce a guardare soltanto il centro della scena, perché lateralmente vede sfocato.

Sta camminando con due persone accanto, una per ogni lato, e stanno chiacchierando dentro una scuola. Sono nell’androne e vicino ci sono due scale.

Da un lato della scala compaiono due bambini, di un anno e mezzo o due, che parlottano tra di loro fino al momento in cui Gobolino incrocia lo sguardo di uno di questi due bimbi e si rende conto che quel bambino è suo figlio e il bambino stesso si rende conto di essere il figlio di Gobolino e si riconoscono come padre e figlio.

Il bambino allora comincia a correre verso Gobolino in maniera un po’ goffa a causa dell’età e Gobolino si abbassa aprendo le braccia per accoglierlo e abbracciarlo. Appena si abbracciano Gobolino si sente inondato da un senso di felicità estrema e comincia a piangere di gioia.

Mentre lo abbraccia comincia a sentire la necessità di attivarsi per sostenere questo suo figlio, poi lo allontana e guardandolo vede che è identico a come lui era da bambino.”

Gobolino esordisce collocando la scena onirica al centro e con un ridimensionamento delle parti laterali per attestare un distacco emotivo dal non essenziale e una concentrazione esclusiva sul tema, intenso e denso, del rapporto padre- figlio all’interno della psicodinamica edipica. Gobolino arriva al “riconoscimento del padre” con annessa la conquista dell’autonomia psichica. Il sogno è a colori e le emozioni sono adeguatamente stemperate, senza irruenza e con tanta dolcezza da libro “Cuore” di Edmondo de Amicis. Il colore serve anche per compensare l’indeterminazione delle scene laterali, “perché lateralmente vede offuscato”.

Il “centro della scena” condensa il presente psichico e l’attualità esistenziale di Gobolino con la psicodinamica in atto. Globolino va direttamente al dunque ed espone il suo conflitto psichico con soluzione finale a sorpresa da film giallo: “il riconoscimento del padre”. Gobolino è concentrato sul presente psichico in atto, il conflitto dominante, il fantasma in emersione dal profondo.

Percorre il cammino della vita con “due persone a fianco”, il padre e la madre. Gobolino si trova al centro, come in precedenza aveva individuato il centro della scena: “riesce a guardare soltanto il centro della scena”,”due persone accanto, una per ogni lato”. La centralità è ricorrente come il numero due.

L’androne della scuola rievoca la vita quotidiana e la relazione con i suoi genitori e con la gente. Ci sono “due scale”: è presente il “processo di sublimazione della libido”. Il sogno permette anche una dolce regressione all’infanzia e alla scuola: “stanno chiacchierando”. In questo contesto domina il numero due, il simbolo della coppia: i laterali della scena, le persone e le scale, quasi ad attestare che il sogno sviluppa il rapporto padre-figlio.

Ancora il numero due: due bambini di anni due al lato della scala, simbolo di “sublimazione”. Tutto tranquillo e senza angoscia, tutto il quadro onirico è ben compensato. Gobolino si trova con i suoi genitori a scuola, una scena vissuta o immaginata o desiderata chissà quante volte. Il sogno procede in lieta regressione, come si diceva in precedenza, verso la prima infanzia di Gobolino e si sviluppa come un dialogo bonario tra sé e se stesso. C’è poco spazio per gli altri e questo dipende dalla forza dell’amor proprio e dall’avvenuta risoluzione del conflitto con il padre. Questo sogno è il film romantico del rapporto “padre-figlio”, sequenza dopo sequenza con pathos e sorpresa finale, come nella migliore tradizione del neorealismo italiano.

A questo punto scatta l’empatia, il sentimento dentro e il sentire interiore: “incrocia lo sguardo … si rende conto … si riconoscono come padre e figlio”. Senza parole è avvenuto il miracolo. Gobolino proietta il suo bisogno di conciliarsi con il padre e la sua possibile paternità: “si riconoscono come padre e figlio”. Gobolino sta chiaramente proiettando il suo bisogno di empatia con il padre e attribuisce anche al figlio questo riconoscimento. Il bimbo trova il padre il padre trova il figlio, un rapporto unico ed esclusivo di cui Gobolino ha bisogno anche per identificarsi in lui. Empatia può esserci stata o può essere stata desiderata. Trattasi del comandamento psicoanalitico: “riconosci il padre e la madre per essere autonomo” e dell’abbandono degli altri due: “onora il padre e la madre per restare schiavo” e uccidi il padre e la madre per restare solo”. Trattasi di una parte del complesso di Edipo, la fase finale: l’identificazione nel padre, dopo aver subito il “complesso di castrazione” per aver tanto osato e per essere pronto ad andare verso il mondo delle altre donne da desiderare senza conflitti e senza colpe inutili, esulando da casa. Questo è il tributo universale imposto a chi nasce da padre e madre, i due sacri archetipi delle nostre origini.

Goffa è la corsa del bambino verso il padre ritrovato e riconosciuto, versione al maschile del racconto ”Dagli Appennini alle Ande” sempre del mitico Edmondo de Amicis, un grande scrittore di cose umane. Appare il simbolo del bisogno di protezione e di sicurezza:il bambino “comincia a correre verso Gobolino”, una scena molto bella, quasi magnifica nel suo essere obsoleta, l’incontro con il padre. Prima si sono guardati e di poi riconosciuti. Globolino si abbassa aprendo le braccia e lo abbraccia per accoglierlo: quel rapporto fisico con i figli che di solito con i padri non c’è. E’ il trionfo della felicità! Gobolino è inondato di gioia al punto di piangere: due emozioni apparentemente contrastanti. Quanto ha desiderato questo momento e il sogno appaga il desiderio di Gobolino e ripara la competizione funesta tra padre e figlio in risoluzione del complesso di Edipo. La catarsi è stata completa con il pianto liberatorio. Il sogno può essere gestito emotivamente, perché non crea angoscia e può andare avanti verso il disoccultamento dell’ultima verità. Gobolino ha introiettato il padre e si è identificato in lui e piange per la gioia, sconosciuta prima, di avere raggiunto una nuova dimensione psichica con la sensazione di compattezza e di autonomia. Gobolino ha risolto le pendenze con le figure sacre dei genitori, figure con cui non bisogna competere per tanto tempo, pena la sconfitta a vita e la persistente dipendenza psichica dalle loro figure e dai nostri fantasmi. Soltanto il tempo necessario per formare il carattere e di poi, via con il folle volo della propria esistenza. Anche i genitori devono capire questa legge psichica elementare e non ubbidire ai loro bisogni di avere i figli alla loro mercé, devono favorire il distacco senza traumi, un distacco quasi consenziente, quasi psicopedagogico.

Ecco che arriva la scena finale, come nei migliori trattati di psicoanalisi sul tema. Adesso che Gobolino ha ritrovato il figlio, deve accudirlo e necessariamente adesso che è autonomo deve accudirsi, adesso che è padre deve darsi da fare, necessità psichica, e deve fare il padre del suo bambino, il padre di se stesso: “comincia a sentire la necessità di attivarsi per sostenere questo suo figlio”. Degno di nota il lapsus ”questo suo figlio”; Gobolino si è benevolmente tradito e ha confermato che il figlio è “suo” nel senso che è di se stesso, non questo mio figlio o questo figlio. A questo punto Gobolino deve rendersi conto che il figlio è lui e che deve volersi bene e amarsi come Narciso alla fonte, ma non certo per innamorarsi follemente di se stesso. Gobolino riconosce se stesso nel figlio: “guardandolo vede che è identico a come lui era da bambino”: identificazione e consapevolezza. Missione compiuta! Il sogno ha parlato di lui, si è visto in quel bimbo e si è riconosciuto a conclusione di un complesso edipico che lo ha portato a conflittualità con il padre e con se stesso.

Il sogno di Gobolino si snoda come “appagamento del desiderio” a lieto fine e con sorpresa finale: una psicodinamica di figlio-padre compensata ed equilibrata senza uso di grandi simboli, descrittiva e non ermetica o tanto meno contorta, lineare ed equilibrata, a conferma che non c’è angoscia ma gioia in appagamento del desiderio di autonomia, conseguente alla risoluzione del complesso di Edipo e all’avvenuta identificazione nel padre. La figura materna resta evanescente in questo sogno a livello di profondità, ma è presente a fianco del figlio nell’androne della scuola, alla sinistra di Gobolino. L’età giusta per vivere il complesso di Edipo è proprio il periodo della scuola elementare, anche se i bambini del sogno al massimo avevano due anni; questo, invece, è il momento in cui si cominciano a “conoscere” i genitori dopo averli “sentiti”. Certo che questo bambino, il figlio di Gobolino, prima di riconoscere il padre ha sofferto la solitudine, ma era in compagnia di un altro bimbo, anche lui in cerca del padre e della sua autonomia.

La prognosi impone a Gobolino di rafforzare la risoluzione del conflitto edipico e di passare alla vera paternità dopo aver partorito il suo bambino dentro. Gobolino ha acquisito la consapevolezza di poter essere un padre solerte e premuroso a tutti gli effetti.

Il rischio psicopatologico si attesta in un’eventuale regressione difensiva con la caduta della qualità della vita e la frustrazione della “libido genitale”, la sessualità matura e “donativa” che ti porta a scegliere una donna e a formare una famiglia. Il rischio, come si diceva, è una psiconevrosi fobico-ossessiva, isterica, d’angoscia, come suggerito da Sigmund Freud.

Considerazioni metodologiche: da quando ho aperto il blog, ho analizzato soltanto sogni di donne di varia età. Gobolino è il primo maschio che mi ha chiesto d’interpretare il suo sogno. Mi sono dilungato di buon grado per chiarire, magari in maniera ripetitiva, i fantasmi di fondo e la psicodinamica implicita nel sogno di Gobolino, ma ho voluto anche evidenziare come la psiche sa sognare in maniera romantica e retorica, a conferma ulteriore di come ognuno di noi nel sogno, suo malgrado o suo bengrado, sa essere un artista creativo, un comico burlone, un personaggio satirico, un sensibile poeta, un solerte scrittore. Spesso in sogno si sperimentano e si vivono delle virtù e delle capacità che nella veglia non si manifestano e che non pensiamo minimamente di avere. Intuizioni matematiche o scientifiche, intuizioni liriche e artistiche, soluzioni di problemi e altro di varia natura possono presentarsi in sogno per poi essere elaborati nella veglia, a conferma che il sogno è una chiave del nostro mondo psichico profondo e ha risorse insperate che non conosciamo abbastanza. Tornando al dato che Gobolino è il primo maschio che ha chiesto l’interpretazione del sogno, risulta nelle statistiche che gli studi di psicoterapia sono frequentati al settanta per cento da donne e soltanto al trenta per cento da uomini. Le donne sono sempre state più sensibili alle questioni psicologiche e al migliore benessere possibile, mentre i maschi si sono rivelati più superficiali e con un termine analitico “resistenti” all’autocoscienza, a meno che non incorrono in problematiche della sessualità.