AKHTER MABIA 6

Savar, mag mash, 200…

A mia figlia Mabia giungono tanti saluti e tanti baci dal suo baba.

Il nostro Allah è Misericordioso e Provvidente, da Lui tutto ha inizio e in Lui tutto trova la sua giusta fine.

La Sua grazia è infinita e la Sua mente è onnisciente, Lui conosce il corso dei nostri eventi e segue i suoi figli devoti uno per uno e senza dimenticarli mai.

Cara Mabia abbi fede nel Giusto e nell’Onnipotente e affidati a Lui come quando eri piccola e pregavi nella nostra piccola moschea con devozione e con modestia.

Ho ricevuto la tua lettera e sono rimasto sorpreso soltanto in parte per quello che ti sta succedendo con tuo marito Joshim perché io avevo già capito che non era l’uomo giusto per te e che aveva un carattere prepotente come tutti i militari.

Penso che è tutta colpa mia e che sono stato stupido quando mi sono lasciato convincere dalla mia famiglia a dare in sposa la mia preziosa figlia a una persona che non mi convinceva.

Io non avevo una figlia in più da dare a un uomo falso che non è timorato di Allah e che usa le mani al posto del cervello e del cuore.

Questa settimana andrò a trovare la sua famiglia a Dakka e farò presente la situazione in cui ti trovi e le malvagità del loro stupido figlio.

Io sono sicuro che tu non hai mai sbagliato nei confronti di tuo marito e che gli sei stata sempre fedele con il cuore e premurosa con la mente, che ti sei sempre sottoposta al suo desiderio e che non gli hai fatto mai mancare niente, ma se tu hai sbagliato in qualche modo vorrei che me lo dicessi per poter capire meglio come stanno le cose tra te e tuo marito.

Ricordati sempre quali sono i tuoi doveri di moglie e i tuoi compiti di donna musulmana e non lasciarti abbagliare dalle luci del mondo in cui vivi e ricordati che la vera luce è quella del nostro Allah e i veri valori sono quelli del nostro Misericordioso.

Io sin da piccola ti ho insegnato come comportarti e sono sicuro che tu hai rispettato il patto del matrimonio, per cui devi resistere ed essere fedele e devota a tuo marito anche se lui non si comporta bene con te e ricordati che all’ingiustizia non si deve mai rispondere con un’altra ingiustizia.

E ricordati ancora che bisogna sempre fare la volontà di Allah anche quando la strada è in salita e i piedi soffrono tanto nel camminare.

Vedrò subito cosa si può fare per risolvere la questione nel migliore dei modi, ma intanto scriverò anche una lettera a Joshim per metterlo di fronte alle sue responsabilità e per ricordargli di portare fede al patto che ha contratto di fronte ad Allah quando ti ha scelta, ti ha voluta e ti ha sposata.

Tu, intanto, stai calma e non prendere nessuna decisione e sappi che, se ti trovi in questa situazione, è soltanto e solamente per colpa mia perché non sono stato al momento opportuno un padre previdente e un uomo esigente, ma ti prometto che adesso io cercherò di rimediare alla mia stupidità e sistemerò le cose nel migliore dei modi per te e per Pervez.

Mi raccomando di non fare colpi di testa e ti raccomando di pregare tanto in questo brutto momento della tua vita e vedrai che con l’aiuto di Allah tutto si ripara e ogni problema ritorna a prendere la sua giusta dimensione.

Scrivimi e dimmi sempre come vanno le cose perché io sono preoccupato e non mi rassegno a sapere che tu sei in terra straniera senza l’aiuto e il conforto del tuo baba e della tua famiglia.

La tua ma sta tanto male e dopo aver letto la tua lettera è peggiorata e allora io penso che la prossima volta non gliela farò leggere se la tua situazione è ancora brutta, ma se le cose tra te e Joshim si sistemeranno, come io spero, la metterò al corrente della buona notizia.

Perdonami sempre se involontariamente ho mancato in qualcosa nei tuoi confronti e tienimi stretto al tuo cuore con tutto l’affetto di una figlia generosa.

Il tuo arrabbiato e infelice ba.

Credimi !

E credimi sempre !

AKTHER MABIA 5

San Biagio di Callalta, 24 maggio 200…

Carissimi ma e ba,

finalmente trovo il coraggio di scrivervi.

Avevo bisogno di tanto coraggio per dirvi le cose brutte che mi sono successe in questi ultimi otto mesi.

Mi sono chiesta se era giusto dirle ai genitori e dare loro inevitabilmente un forte dolore, ma alla fine, dopo le vostre insistenze e le tante preoccupazioni, mi sono decisa di comunicarvi le mie disgrazie.

Voi volevate una mia lettera per stare bene e io invece vi scrivo una lettera per farvi star male ancora di più di quello che già patite per la mia lontananza.

Caro ba, la fede in Allah è tanta e le mie preghiere non mancano ogni giorno al nostro Dio Misericordioso, ma purtroppo il dolore resta perché questo è il mio destino e questa è la volontà dell’Onnipotente.

Del resto noi non apparteniamo a noi stessi o al nostro sangue, ma soltanto e solamente al nostro Buon Allah, l’Unico e il Giusto, l’Inizio e la Fine.

Sapeste quante volte al giorno, recitando le preghiere, mi ripeto amin e ancora amin e ancora una volta amin per trovare la forza di sopportare le violenze e per continuare a vivere.

Cara ma, sono d’accordo con te quando mi scrivi che purtroppo la vita non è poi tanta bella anche se si vive in Italia con tanti taka in tasca e quando manca l’amore e il rispetto verso la moglie da parte del marito.

Ma anche i taka alla fine non sono tanti e tanto meno quelli giusti, quelli che servono per vivere decorosamente, perché i taka della nostra felicità sono andati in malora o sono finiti dentro le tasche bucate degli altri.

Joshim ormai da tanto tempo non è più quell’uomo gentile e onesto che si era presentato a casa nostra con i suoi genitori per chiedermi in moglie; nel tempo è diventato quell’uomo strano che tu, caro ba, non mi volevi dare perché non ti convinceva.

E adesso non posso riconoscere che avevi ragione, una sacrosanta ragione.

Joshim mi maltratta in ogni modo e sicuramente non sta bene, ma io soffro più di lui perché sono trattata come una bestia e tutto questo nonostante il fatto che gli abbia dato un figlio maschio come era nei suoi desideri e come è nei desideri di ogni uomo della nostra terra, nonostante il fatto che l’abbia seguito all’estero e l’abbia sempre servito con devozione e riconoscenza.

Pervez è un bambino buono e adorabile, ma ha un padre cattivo che si comporta molto male e non si prende minimamente cura di lui.

Con le lamentele e le disgrazie mi fermo qui e spero che voi capirete leggendo tra le righe anche quello che non vi ho scritto.

Voglio dirvi ancora che le legnate sono come il riso che mangiamo ogni giorno, non mi mancano né al mattino e neanche alla sera.

Quanto prima manderò le scarpe per le mie sorelle e tante altre cose che vi fanno comodo in Bangladesh e che in Italia costano poco e sono di buona qualità.

Appena qualcuno ritorna nel nostro paese vi manderò un bel pacco e così sarete tutti contenti e io potrò dire a me stessa di aver fatto qualcosa per voi che meritate tanto bene, ma tanto di quel bene che non mi basterebbe una vita per ricompensarvi.

Per quanto riguarda me e Pervez non ci sono possibilità di tornare in Bangladesh durante le ferie perché il viaggio costa moltissimo e non è colpa mia se il nostro Buon Dio ha voluto che la mia terra fosse così lontana dall’Italia e mio marito tanto stupido.

Come vedete la minestra è ben condita e le sorprese non mancheranno per migliorarne il gusto, ma voi state tranquilli perché io me la so cavare da sola in queste brutte situazioni e di questa capacità devo ringraziare baba che mi ha insegnato a essere forte come un maschio e intelligente più di un maschio, proprio lui che voleva da sempre un figlio maschio e ha infilato la mentalità giusta nel mio corpo di donna.

Grazie ba, anche di questo ti sono grata.

Vi scriverò ancora, di più e al più presto.

La medicina amara è meglio prenderla a piccole dosi.

Per il momento vi bacia con affetto, devozione e riconoscenza la vostra figlia Mabia.

Credetemi !

Credetemi perché non sono bugie e perché io non sono bugiarda.

AKHTER MABIA 4

Savar, mag mash, 200…

Cara figlia Mabia, Allah, il Consolatore, ti benedica sempre e non ti dimentichi mai.

Ricordati che il Perdonatore aiuta sempre chi a Lui si affida e specialmente i figli dispersi nel mondo tra gli infedeli e che corrono ogni giorno il rischio di diventare miscredenti.

Il nostro Dio è come una madre buona che custodisce i propri figli per non perderli e li tiene sotto la Sua protezione.

E’ la tua ma che scrive alla sua cara e preziosa e dolce figlia Mabia.

Cara ma Mabia, a te e a tutti gli altri io mando baci e saluti dalla mia lontananza e dalla mia solitudine.

Spero che tu, Pervez e Joshim stiate bene.

Anche noi stiamo bene, ma io sento molto la vostra mancanza.

Da tanto tempo non ricevo una tua lettera e ogni notte non riesco a dormire pensando a te, figlia mia preziosa e mamma felice di un figlio maschio, quel figlio maschio che la volontà di Allah a me non ha voluto mai tenere in vita.

Ti ho spedito due lettere, ma non ho ricevuto una tua risposta e per questo motivo sono ancora più preoccupata.

Non so perché tu non mi scrivi più, ma io so che senza tue notizie io sto male, tanto male e che mi ammalerò sempre di più.

Non mi resta che attendere ogni giorno quella tua lettera che non arriva mai, ma quando arriverà la leggerò cinque volte al giorno dopo la preghiera per ringraziare il Giusto e per curare questo mio dolore.

Io leggo sempre tante volte quello che tu mi scrivi e così mi sento meno sola e meno lontana.

Ormai sono passati tanti anni da quando sei partita e spero che nel mese di agosto tu ritornerai da me, perché mi hanno detto che in questo mese in Italia non si lavora e finalmente ci si riposa e allora tutti ritornano nella casa del loro paese.

Non posso pensare che tu non verrai perché io non riesco ad attendere un altro anno.

Credimi, io non voglio neanche pensare di dover aspettare ancora un altro anno senza rivederti.

Credi alla tua ma: io non posso più attendere di riabbracciare mia figlia Mabia e mio nipote Pervez e sono sicura che di questo dolore morirei in un batter d’occhio.

La tua nana vai è venuta trovarmi e mi ha detto che ti ha sognato e che tu le dicevi che nel mese di agosto saresti venuta e lei ha anche visto che voi tre arrivavate a casa felici e contenti.

Di questo sogno siamo rimaste soddisfatte e abbiamo pianto di gioia come due stupide bambine che avevano ricevuto in dono tanti shart e tanti pent.

Figlia Mabia, come puoi dimenticare quello che c’è stato tra noi due, il nostro stare sempre insieme come amiche e il nostro bel parlare; anche per questo motivo sento tanto la tua mancanza.

Noi due eravamo madre e figlia e nello stesso tempo eravamo due amiche.

Tu non puoi capire cosa prova una mamma nell’avere una figlia da tanti anni lontana in terra straniera, ma, se lo vuoi capire, manda Pervez per tanti anni da me in Bangladesh e tu resta pure in Italia senza di lui.

Soltanto così capirai e imparerai la lezione.

Allora io già aspetto Pervez e così saremo pari.

Di una cosa sono sicura: io non mi sento bene.

Forse per curare questa mia malattia basterà che tu mi scrivi una lettera al mese.

So che ci tieni alla salute della tua ma e allora mi manderai la medicina che ti ho chiesto; io sono già in attesa di tue notizie e così mi sento già meglio e forse sono anche quasi guarita.

Ieri sono andata a Dakka a casa della tua shashuri e ho saputo che una persona porterà la moglie in Italia e ho pensato di mandare qualcosa per te, per Pervez e per Joshim.

Spero di vivere tanti anni per goderti più che posso, ma se le cose vanno così, per me è meglio morire.

Un bacio forte forte al mio piccolo Pervez e auguri a tuo marito.

A te va tutta la mia gioia di essere la tua povera ma.

AKHTER MABIA 3

Savar, boishac mash, 200…

Allah, l’Unico e il Vero Dio, ti benedica e sia Generoso e Consolatore con te, così come tu sarai fedele e devota a Lui per tutta quella vita che il Suo grande amore ti ha donato.

Alla mia cara figlia Mabia mando tanti auguri e tanti baci.

E’ un baba addolorato nel cuore che scrive questa lettera e spera che voi tutti almeno stiate bene perché la stessa cosa non posso dire di me e di ma.

Il tempo passa e il cibo non manca, ma questa non è la ragione della nostra vita e tanto meno della nostra felicità.

Il mio pensiero è sempre rivolto a coloro che non vedo ormai da tanto tempo e soprattutto al piccolo Pervez, il nipote maschio che il Provvidente ha voluto dare alla mia famiglia attraverso il sangue di mia figlia e che bacio con tutto il calore del mio cuore.

Mia cara Mabia, figlia rara del tuo infelice baba, da mesi ormai purtroppo io non ricevo una tua lettera e sono preoccupato per questo tuo silenzio, perché non avere notizie delle persone che tu vuoi bene é sempre motivo di grande sofferenza.

Il tuo baba è addolorato anche se come capo della famiglia dovrebbe essere forte in ogni momento e non dovrebbe dimostrare i sentimenti fragili delle donne, ma io non ci riesco e non me ne vergogno e comunque non sono come tua ma che piange sempre e per niente.

Non so se ho sbagliato in qualche cosa con te; se é così, allora tu mi devi subito perdonare e mi devi mandare al più presto una lunga lettera perché io non riesco a stare bene senza avere tue notizie.

Ho saputo di voi da altre persone che sono tornate in Bangladesh e da quello che mi hanno detto io sono convinto che voi non state molto bene.

Di notte faccio brutti sogni e questa è la conferma che voi non siete felici.

Cara Mabia sono tanto preoccupato e soltanto una tua lettera farà di nuovo sorridere il mio povero e vecchio cuore.

Immagino che lasciare il proprio paese deve essere tanto duro; io posso solo pensarlo perché non mi sono mai mosso da Savar se non quando ho combattuto sulla Via di Allah e quelle volte che sono andato a Dakka per pregare nella grande Moschea o per comprare qualche inutile cianfrusaglia.

Credo che vivere in un altro paese sia una cosa brutta e così io sto male per voi che siete lontani.

La tua ma sta male e piange sempre perché vi vuole vedere, ma io le dico che non si può perché siete troppo lontani, ma lei non capisce niente perché è testarda e continua a insistere su cose impossibili e dice cose senza senso che non stanno né in cielo e né in terra.

Ti prego di farmi sapere se hai bisogno di qualcosa: profumi, vestiti, dolci e forse un pacco pieno di misti, seloarkamis, shari, holud, goromosla ti farà sentire meno la lontananza e io potrò finalmente essere perdonato del fatto che ti ho lasciato partire senza poter fare niente, anche se questa debolezza non me la perdonerò fino a quando avrò la memoria per ricordarla.

Avrei dovuto impedirtelo e così saremmo rimasti tutti insieme, ma sono stato uno stupido e adesso non posso fare più nulla per farti tornare indietro.

La tua ma vi pensa sempre e ha comprato un paio di orecchini d’oro per te, un anello d’argento per tuo marito, shart e pent per il piccolo Pervez.

Sono sicuro che sarete contenti di ricevere le cose del vostro paese e i doni dei vostri genitori e quanto prima ve li spedirò.

Io ho sempre voglia di mandarvi tante cose e anche quella frutta che da tanto tempo non mangiate come il mango, la papaia, il kadal, quei frutti che io ancora coltivo nel mio campo e che a te piacevano tanto quando da bambina rallegravi la mia casa con la tua presenza e la tua felicità.

Cara Mabia, com’è potuto succedere questa separazione tra me e te e che senso ha questa nostra lontananza ?

Certo che quella volta che ho deciso di farti sposare Joshim ero malato e non ragionavo bene perché altrimenti non lo avrei permesso e soprattutto non ti avrei fatto andare via dalla tua casa.

Anche la tua ma pensa sempre a te e a Pervez e chiede quando ritornate a casa; la poverina non riesce a capire perché siete andati via dal vostro paese dove si mangiava dignitosamente e si viveva con gioia.

Vi mando tanti saluti, vi auguro di stare bene e per questo prego ogni giorno Allah, il Misericordioso, che dappertutto vede e sempre provvede.

Mabia cara, ho saputo che non stai tanto bene, ma ricordati di pregare ogni giorno perché pregare fa soltanto e sempre bene al cuore, per cui nella felicità e nella disgrazia prega e così ti sentirai più tranquilla.

Allah aiuta sempre chi a Lui si affida con il cuore puro.

Ancora tanti saluti e tanti baci per te e per Pervez.

Il tuo inquieto baba.

Credimi !

E credimi sempre !

AKHTER MABIA 1

Dì: “Egli Allah è Unico,

Allah è l’Assoluto.

Non ha generato, non è stato generato

E nessuno è uguale a Lui”.

Sura CXII Al-Ikhlâs – Il Puro Monoteismo

San Biagio di Callalta, 11 settembre 200…

Cara Jasmina e cara Rita,

amate sorelle che Allah ha voluto come gioia della nostra famiglia dopo il grande dolore della morte dei fratellini, sappiate che le mie preghiere sono rivolte ogni giorno all’Onnipotente in vostro favore e ricordate sempre che l’Onnisciente conosce l’inizio e la fine di tutto, possiede il destino delle nostre vite e che soltanto a Lui, il Misericordioso, noi apparteniamo; tutto il resto è sicuramente poco o niente.

Alla piccola Rita e alla bella Jasmina la sorella maggiore Mabia manda baci, tanti baci e auguri, tanti auguri.

Amate sorelle, sangue del mio stesso sangue, vi scrivo questa lettera perché voglio parlarvi di me e della mia vita in Italia e perché penso che possa esservi utile sapere come vanno le cose in un altro paese, un paese occidentale, affinché possiate fare le scelte giuste nella vostra vita, una vita che io auguro piena di gioie e di soddisfazioni.

Purtroppo in questo momento non posso dire la stessa cosa di me e della mia vita a conferma che non è mai tutto oro quello che brilla sotto il sole, anche se il sole è quello splendente dell’Italia.

Magari voi mi pensate felice con Joshim e ricca di tutto quello che voi non avete e che tanto desiderate, ma in effetti l’unica mia felicità e l’unica mia ricchezza è il bellissimo Pervez, un figlio d’oro che dà un senso e un significato alla mia vita terrena e sempre dopo la grande devozione che tutti dobbiamo portare al nostro vero padre Allah, perché noi siamo prima di Allah e soltanto dopo siamo del nostro sangue.

Voi ricordate che io avevo quindici anni quando baba e la sua famiglia prima mi hanno contrattata con la famiglia di Joshim e alla fine mi hanno sposata con Joshim. Voi dovete sapere che io avevo sedici anni quando ho partorito Pervez, un figlio maschio, rischiando di morire prima dissanguata e poi per infezione.

Voi ricorderete che io avevo diciannove anni quando sono salita sull’aereo a Dakka per sbarcare in Italia, portandomi addosso l’angoscia di un paese straniero tutto da scoprire e la speranza di una vita migliore tutta da vivere secondo i meravigliosi discorsi che nel nostro paese facevano i parenti di tutti quelli che erano già partiti per questa strana avventura o per questa stupida disgrazia.

Questi sono i momenti più importanti della mia vita e sono impressi nella mia memoria e nel mio cuore come immagini che non si possono cancellare e che non potranno mai sbiadire.

Oggi ho soltanto ventisette anni e mi sento vecchia e senza desideri.

A volte ho la sensazione che siano trascorsi tanti anni da quando sono partita dal Bangla e vi ho lasciato per seguire mio marito Joshim e venire in un paese ricco come l’Italia dove c’è la possibilità di avere un lavoro, di vivere bene in ogni senso, di trovare un antibiotico in farmacia, di avere tante comodità e di mantenere con la stessa paga non solo la tua famiglia, ma anche quella che hai lasciato in miseria nel tuo paese.

Quest’ultima è una cosa giusta perché onora i nostri precetti religiosi e rispetta le nostre tradizioni, ma non è una cosa giusta e non è motivo di orgoglio la necessità di lasciare il nostro paese per il bisogno di sopravvivere e non per la libera scelta di andare da un’altra parte del mondo.

Non è giusto essere costretti a lasciare il proprio paese per avere dagli altri e non per dare agli altri.

Il Corano, infatti, dice chiaramente che saranno i figli, che hanno fede in Allah, a provvedere alla sopravvivenza dei genitori e dei familiari, almeno fino a quando il Giusto li vorrà tenere in vita e non li vorrà riprendere con Sé nel Giardino delle Delizie.

Ma tutto questo vale soltanto per i maschi.

Voi sapete che la nostra Religione non permette alla donna di lavorare e di realizzarsi fuori dalla famiglia.

La nostra fede dice chiaramente che gli uomini sono preposti alle donne per causa della preferenza che Dio ha concesso loro quando ci ha creati e che essi devono onorarle spendendo generosamente i loro beni.

Nel nostro paese questi giusti precetti di Allah si praticano con la fede e senza alcuna difficoltà anche perché la povertà non permette una vita diversa e migliore.

In Italia, invece, le donne lavorano e non sono sottoposte all’uomo e le leggi dello stato sono uguali per tutti e anche per noi stranieri, specialmente se diventiamo con il tempo cittadini italiani.

La religione cristiana non impedisce alla donna di lavorare, ma noi sappiamo che questa religione è imperfetta e che i cristiani sono nel peccato e nell’ingiustizia perché non hanno i comandamenti dell’unico vero Dio, l’Onnipotente e il Misericordioso Allah.

Carissime Jasmina e Rita, voglio dirvi che l’Italia è tutto un altro mondo rispetto al Bangla e che ci sono cose buone e cose meno buone come in tutte le cose che ci sono al mondo e che capitano nella vita di ogni persona.

Non vi nego che tante volte ho pensato che mi piacerebbe lavorare e sentirmi più utile e ho pensato anche che, se io potessi lavorare, potrei avere un’altra paga e potrei mandare a tutti voi quello che basta per vivere meglio così come Joshim fa con i suoi genitori da quando siamo arrivati in Italia e immancabilmente ogni mese va nell’ufficio postale e manda i taka alla sua famiglia.

Del resto io ho tanto tempo durante la giornata e a volte mi annoio a non fare niente perché, dopo che ho portato Pervez a scuola, dopo che ho pregato e ho finito le faccende di casa, mi resta tanto tempo a disposizione, tutto tempo che potrei utilizzare lavorando e guadagnando tanti taka anche perché qui il lavoro non manca.

Ma queste sono tentazioni di Iblis e dei gin maligni, per cui sia sempre fatta la volontà di Allah, l’Onnipotente, l’Unico che tutto vede e che a tutto provvede.

Non vi nego che, nonostante i vantaggi dell’Italia, spesso sento la nostalgia della mia terra, delle persone, delle cose e degli odori che mi hanno circondato fino a quando ho dovuto lasciar tutto e partire per seguire mio marito Joshim lontano dal mio paese.

Sembra incredibile, ma ho tanta nostalgia del calore del nostro clima e dei profumi e degli aromi della nostra terra.

A volte, invece, ogni cosa mi sembra che sia come sempre e niente mi appare nuovo sotto il sole, a volte mi manca tutto e non ho neanche un desiderio da realizzare: la salute va e viene per colpa di qualcuno, il lavoro non mi è permesso dalla religione, la gente mi guarda con occhi freddi, il denaro alla fine è sempre poco e non basta mai per vivere con tranquillità, il riso è amaro e nero come mi diceva baba quando ero piccola, l’amore, che forse non c’è mai stato, non è neanche arrivato con l’Italia, con il tempo e con il figlio maschio.

Il dottore italiano mi ha detto che questa è un po’ di depressione e mi ha dato delle pillole; il fochir di Savar mi avrebbe scacciato i gin maligni e mi avrebbe dato delle erbe ricostituenti; il molovì di Dakka mi avrebbe accusato di non avere abbastanza fede in Allah e di non accettare la Sua volontà.

Come cambia la mentalità da un paese all’altro, ma la cosa più bella è che tu riesci a capire qual’è la verità e puoi scegliere la cosa più giusta.

Una cosa meravigliosa in questa brutta situazione è proprio Pervez, un figlio maschio e bello come il sole, un bambino dagli occhi neri come il carbone e dalla pelle scura.

Eppure tutto questo non mi basta e a volte mi sento male senza avere nessuna malattia.

Come vi dicevo, in Italia non c’è il fochir per curare le malattie del corpo e non c’è il molovì per curare le malattie del cuore; in Italia ci sono i dottori e per ogni malattia c’è un dottore speciale.

Il dottore giusto mi ha detto che soffro di malinconia e mi ha anche consigliato di ritornare nel mio paese e dalla mia famiglia.

Ma come faccio ?

E’ semplicemente impossibile perché non posso lasciare mio marito per ritornare in Bangla, il paese del mio cuore ma pur sempre un paese povero, un paese che mi sembra ancora più povero adesso che ho vissuto e vivo nella bella e ricca Italia.

Devo rassegnarmi a rimanere qui, devo vincere la malinconia e la nostalgia, magari scrivendo a voi tutto quello che mi viene in mente per non dimenticare la mia vita passata, la mia famiglia, la mia gente e la mia terra.

A cosa mi può servire star bene o star male ?

La mia vera e unica malattia si chiama Joshim ed è lui che mi fa star male.

Adesso mi sento sola e ho tanta voglia di piangere, ma non posso farlo perché Pervez è vicino a me e soffre sempre quando mi vede in lacrime.

E’ un bambino sensibile e intelligente e almeno nella mia vita c’è questo figlio maschio che adoro come la cosa più preziosa che il buon Allah mi ha dato dopo la fede.

Per il resto, tutto il mondo è paese; soltanto gli odori sono diversi e gli uomini si differenziano per gli aromi che si portano dentro il naso e dentro il cuore sin dalla nascita e, come vi dicevo prima, a me mancano tantissimo gli odori della mia terra e i sapori della mia casa.

La mia nostalgia è una semplice questione di calore e una stupida questione di clima e la colpa è soltanto di quel sole che è di tutti e che ci guarda stupito da lassù ridendo delle nostre debolezze.

Cara Rita e cara Jasmina, vi prego di non dire niente di quello che vi ho scritto a baba e a ma, perché si preoccuperebbero inutilmente e non potrebbero aiutarmi in nessun modo.

Vi prometto che sistemerò ogni cosa e che nella prossima lettera troverete tanta allegria e magari un bel paio di calze italiane di gran moda.

Dimenticavo di dirvi che Aniria ha avuto una bambina e che il marito Massud per un anno non l’ha proprio considerata, per cui io l’ho aiutata volentieri con il cuore e con le braccia in questo momento bello e difficile della sua vita.

Come vedete, care sorelle, anche all’estero ritorna il solito e triste ritornello del destino delle figlie femmine; dopo il disprezzo dei padri e la vergogna delle madri arriva immancabilmente anche la rabbia del marito.

Per fortuna il nostro baba non è stato cattivo con noi anche se ancora oggi dice che avrebbe tanto desiderato un figlio maschio.

Chiudo questa lunga lettera e a voi due mando gli auguri di una vita felice e senza speranze inutili, una vita dedicata in primo luogo al nostro Allah e rispettosa dei Suoi precetti; tutto il resto arriva da solo direttamente dal cielo e senza che voi apriate la bocca per chiedere.

La vostra sorella Mabia vi bacia con tanta dolcezza e vi saluta con tanta nostalgia.

Rita ricordati di imparare l’arabo per studiare bene il Corano e porta i miei cari saluti al vecchio molovì di Savar che quando ero piccola mi ha insegnato soprattutto la pazienza e l’umiltà, sempre nella speranza che la sua memoria sia ancora buona com’era grande la sua devozione ad Allah quando mi indicava la giusta via della nostra fede.

Credetemi !

IL SENTIMENTO DELLA RIVALITA’ MATERNA

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Ho sognato di trovarmi con mia figlia in un piazzale dove abbiamo parcheggiato la macchina per andare a una conferenza.
Mia figlia ha preso dalla macchina tanti mazzi di banconote da 50 e 100 euro.
Vedendola in difficoltà e pensando che non era sicuro andare in giro con tutte quelle banconote in vista, mi sono avvicinata e le ho dato una vecchia borsetta bianca in pelle che si trovava in macchina.
Stavamo dirigendoci verso la sala conferenze quando abbiamo sentito il rumore della nostra macchina.
Sorprese ci siamo dirette verso la finestra e abbiamo visto che la macchina senza autista andava via.
Mentre pensavamo sul da farsi, la macchina è ritornata parcheggiandosi.
Contente ci dirigiamo verso la sala conferenze, quando la macchina è ripartita nuovamente senza ritornare.”
Mi sono svegliata chiedendomi il significato di questo sogno.

Anna Maria

DECODIFICAZIONE – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Dal sentimento della rivalità “fraterna” al sentimento della rivalità “materna” il passo è breve e veritiero.
Quante mamme si accompagnano ed esibiscono le figlie procaci nella ricerca narcisistica di un riscontro sociale anche della loro bellezza e giovinezza!
Quante volte abbiamo detto o sentito la famigerata frase “sembrate due sorelle” o altre litanie del genere!
Le relazioni sociali, anche le più innocenti e delicate, sono una mezza truffa e sono immancabilmente insidiate dai sentimenti dell’invidia e della rivalità.
Siamo abituati culturalmente a ritenere l’invidia un brutto sentimento, ma siamo costretti a ricrederci. Bisogna anche dire che in tanto pessimismo ha contribuito l’educazione religiosa di cui siamo stati infarciti sin dalla più tenera età. Il grande Agostino nel quarto secolo p. C. n. attribuiva al diavolo l’orgoglio e l’invidia. Spesso ci si imbatte in tre contrastati sentimenti, l’invidia, la rivalità e l’orgoglio. Ricordo che il sentimento è la “astrazione” e la “sublimazione” del senso e delle sensazioni. Tornando ai magnifici tre, invidia, rivalità e orgoglio, è evidente il fatto che psicologicamente hanno una loro consistenza oggettiva e, di conseguenza, “positiva” proprio perché cadono nella storia psicologica e si recitano quotidianamente nel teatro psichico con alterna fortuna. Colpevolizzare questi sentimenti è inizialmente opera dei genitori improvvidi e di tutti gli adulti imbrattati di cultura ufficiale e in vena repressiva per i loro bisogni psichici. Di poi, il bambino assorbe la lezione e sarà merito del suo “Super-Io” censorio e morale avallare tanta ignoranza e tanta ingiustizia.
Parliamo dei magnifici tre moschettieri.
Il “sentimento dell’invidia” si attesta nel “vedere nell’altro” un dato psichico ben preciso che gradiremmo possedere: latino “in video”, italiano “vedo dentro l’altro”. E’ un desiderio che non cade dalle stelle, “de sideribus”, e s’incarna in noi, perché è già caduto in un’altra persona. E’ una forma frustrazione che si compensa con la consapevolezza che quello che io non ho, appartiene a un altro. E’ una penosa sensazione che immancabilmente matura aggressività verso il prossimo. E’ un’alienazione inconsapevole e difensiva di un nostro tratto psichico che ci crea disagio e che volentieri proiettiamo su un’altra persona. Non vale più il “vedo nell’altro”, ma si afferma il “non voglio vedere in me”. L’invidia nella sua radice psichica è l’angoscia di vedere dentro di sé e di dover gestire tanto bagaglio fuori di sé. Ma attenzione, spesso il sentimento dell’invidia verte su oggetti benefici e di valore, come la bellezza, l’avvenenza, l’erotismo, la sessualità e l’orgasmo nel caso del sogno di Anna Maria.
Il “sentimento della rivalità” ha una natura squisitamente affettiva e nasce nell’infanzia dalla paura di non essere amato dai genitori per ipotetiche colpe e di perdere il loro affetto. La comparsa sulla scena di un fratello aggrava un quadro che di per se stesso è già problematico. La paura di non essere preferito porta a sentirsi soggetto di minor diritto e matura gravi complessi d’inferiorità. Si aggiunge la progressiva convinzione di non poter cambiare e migliorare la propria condizione umana. Nel tempo l’evoluzione porta il “sentimento della rivalità” a sublimarsi e a diventare una sana competizione migliorativa delle proprie qualità e prestazioni. Una bambina che ha sofferto l’angoscia della rivalità fraterna sarà una mamma che porterà il marchio di tanta infamia sociale e di tanto struggimento affettivo. Idem per il bambino. Ricordo sul tema il testo, uno dei pochi, di Louis Corman dal titolo “Psicopatologia della rivalità fraterna” dove si coglie l’incidenza maligna di questo sentimento nei disturbi psichici gravi.
Avanti il terzo, “il sentimento dell’orgoglio”. La parola deriva dalla lingua dei Franchi, “urgoli”, e si traduce “notevole”, mentre la voce tedesca antica “urgol” significa “rigoglio”: un “notevole rigoglio”. A livello psicoanalitico l’orgoglio è collegato alla “posizione fallico-narcisistica” e rappresenta la degenerazione difensiva dell’amor proprio e del potere dell’Io. E’ una difesa dal coinvolgimento e si attesta nell’isolamento. E’ un “complesso di superiorità” che serve a difendersi dagli altri assumendo una corazza altolocata di vero metallo e ponendo uno schermo verso il prossimo, ma resta sempre un complesso di tratti psichici che attende di essere razionalizzato e ridimensionato per adattarsi alla realtà delle persone e delle cose.
Convergendo sul sogno di Anna Maria si può affermare in sintesi che tratta dell’immagine sessuale di sé nel versante temporale del “com’ero” e del “come sono” e lo psicodramma si recita approfittando della figura della giovane e avvenente figlia. Insomma, la nostra Anna Maria si è imbattuta in sogno nei sani sentimenti dell’invidia e della rivalità senza travalicare negli eccessi della competizione e del disprezzo dell’avversario, ma mantenendo gli affetti degni di una madre che è alle prese con il tempo che scorre e con gli insulti dell’evoluzione psicofisica.
Non resta che constatare la bellezza dell’architettura e della “figurabilità” che Anna Maria senza consapevolezza e per via naturale ha immesso nel suo prodotto psichico notturno.
Si può partire.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Ho sognato di trovarmi con mia figlia in un piazzale dove abbiamo parcheggiato la macchina per andare a una conferenza.”

Anna Maria esordisce in sogno con spigliatezza ponendo subito in evidenza il conflitto latente “madre-figlia” in forma di solidarietà e di complicità, in forma sublimata se vi aggrada. Anna Maria ha un buon rapporto con la figlia e con lei frequenta luoghi e persone in maniera disinibita. Anna Maria tiene a precisare che condivide con la figlia la femminilità e la sessualità, che sono donne e che non disdegnano di manifestarlo. Questa è la traduzione di “parcheggiato la macchina”. Meglio di così è possibile soltanto per i mostri, ma qui siamo per il momento nell’assoluta normalità di una relazione madre-figlia costruttiva e benefica.
Vediamo i simboli: “ho sognato di trovarmi” si traduce oggettivamente consisto e mi manifesto con la mia realtà psichica in atto, “figlia” condensa la dipendenza psichica e l’universo psicofisico femminile, “piazzale” rappresenta la piazza e il foro nonché il luogo della socializzazione e della relazione, “parcheggiato” si traduce in esibito e messo in mostra e in una forma di vanità e di civetteria che tende al riconoscimento da parte degli altri, “la macchina” rappresenta il sistema nervoso autonomo o neurovegetativo e nello specifico l’apparato sessuale femminile, “conferenza” dal latino “portare insieme” traduce il possesso e lo scambio, l’avere e la transazione, una modalità di vivere le relazioni in maniera coperta e fascinosa.

“Mia figlia ha preso dalla macchina tanti mazzi di banconote da 50 e 100 euro.”

Anna Maria non ha mezzi termini in sogno e va sempre più al “dunque” e questo “dunque” riguarda il corpo e la sessualità, la femminilità e la femmina nella versione di gran valore e di gran potere: l’orgoglio di esser donne e “dominae” ossia padrone. La madre stima tantissimo la bellezza e la procacità della figlia, il fascino e l’attrazione che suscita nei maschi quando si relaziona e quando è composta nella sua condotta femminile. Questo gratificante rilievo è il prezzo che Anna Maria paga al tempo che passa e la lascia in lotta con lo sfiorire della gioventù e della bellezza. La nostra protagonista vede nella figlia la sua bellezza di un tempo e il suo potere di attrazione e di seduzione. Il sogno ha una vena nostalgica che procura una lieve tristezza e si ferma ai confini di un dolore abilmente sublimato. A proposito di orgoglio, non dimentichiamo che la “macchina” è associata a “tanti mazzi di banconote da cinquanta e cento euro”, un vero valore venale che attesta che l’avvenenza erotica e sessuale è di alto livello.
Vediamo i simboli: “ha preso” traduce la forza e la sicurezza affermative, “tanti mazzi” condensano l’entità del potere e la fallicità della seduzione, “banconote” si interpreta come potere psic-osessuale e relazionale.
La “posizione fallico-narcisistica” di Anna Maria in versione orgogliosa viene proiettata sulla figlia e rispecchia il suo vissuto conflittuale e possibilmente d’inferiorità: rivalità e soggetto di minor diritto.

“Vedendola in difficoltà e pensando che non era sicuro andare in giro con tutte quelle banconote in vista, mi sono avvicinata e le ho dato una vecchia borsetta bianca in pelle che si trovava in macchina.”

“Cuore di mamma non inganna”, recita il proverbio popolare utile al caso di Anna Maria. La madre è preoccupata per l’esibizione da parte della figlia delle bellezze e delle doti estetiche: “le banconote in vista” attestano di un potere legato al senso della vista e all’ambiguo voyeurismo della gente. Anna Maria tiene a precisare che la figlia ha qualcosa di lei, la femminilità e la sessualità. Infatti la “vecchia borsetta che si trovava in macchina” è un raddoppiamento della simbologia femminile, estetica e sessuale, e il concetto ribadito in sogno è che la bellissima figlia è stata “fatta” dalla madre e a lei somiglia, si è identificata nella madre e ne ha anche assimilato la femminilità, “la vecchia borsetta in pelle”. La madre non rassicura la figlia, rassicura se stessa e si consola con la somiglianza e l’identificazione della figlia nella sua figura e persona. Non si manifesta il “sentimento della rivalità” in maniera chiara, ma traspare tra le righe del quadro estetico di una figlia avvenente che ha un buon rapporto formale e sostanziale con la madre.
Vediamo i simboli: “in vista” condensa l’erotismo legato al senso della vista e al piacere voyeuristico, “borsetta” si traduce nella recettività sessuale femminile, “bianca” è anonimato, “in pelle” contiene l’erotismo o “libido” epiteliale.

“Stavamo dirigendoci verso la sala conferenze quando abbiamo sentito il rumore della nostra macchina.”

Anna Maria e la figlia socializzano portandosi dietro gelosamente il loro carico importante di femminilità. Meglio: Anna Maria è orgogliosa di sé e del suo esser donna e si vede nella figlia: “traslazione” da rafforzamento. La presenza della figlia evoca la sua giovinezza e la prestanza di una femminilità ben vissuta e ben accetta. Anna Maria si sente più sicura in compagnia della figlia, alleato psichico, e si relaziona meglio, piuttosto che da sola, perché ha bisogno per le sue contingenze esistenziali di recuperare quell’immagine di sé giovanile e attraente. Il testo del sogno dice chiaramente di questa unione e di questa solidarietà in “stavamo dirigendoci verso la sala conferenze”, ma a questo punto il discorso onirico e psichico si approfondisce nel “rumore della nostra macchina”.
Cosa vorrà mai significare?
Cosa si occulta simbolicamente in queste poche parole?
La risposta è semplice ed è la seguente: significa la funzionalità sessuale e occulta il “fantasma di castrazione” della protagonista del sogno. Anna Maria si è portata dietro l’alleata in questo suo excursus narcisistico verso il recupero del passato e tramite la bellezza della figlia ripara a questa suo senso di perdita adducendo il fatto che la sua “libido genitale” e sessuale è in crisi. Proprio per questo motivo fa questo sogno e lo compone in questo modo. Anna Maria si sente in emergenza e ripensa al tempo passato quando la giovinezza del corpo arrideva ai suoi sensi. La figlia in sogno è l’immagine di sé quand’era giovane e, come si diceva in precedenza, è la “proiezione” di parti psichiche di sé nella figlia. Degno di nota è “il rumore della nostra macchina”, un plurale maiestatis che testimonia il narcisismo e la castrazione che sono in simultanea circolazione psichica.
Vediamo i simboli: “il rumore” attesta chiaramente della funzionalità neurovegetativa sessuale, l’esito di una funzione e l’introduzione all’orgasmo.

“Sorprese ci siamo dirette verso la finestra e abbiamo visto che la macchina senza autista andava via.”

Anna Maria è in crisi d’orgasmo e di invecchiamento ed è sorpresa perché non se l’aspettava, non si era preparata psicologicamente ai drastici processi di perdita che madre Natura impone nell’evoluzione psicofisica, specialmente femminile: la menopausa e la riduzione della “libido”. “La finestra” è una consapevolezza sociale che Anna Maria esibisce quando si accorge che la “castrazione” è avvenuta e che la menopausa incombe inesorabilmente con i suoi vantaggi e si suoi svantaggi. Ha, purtuttavia, sempre in atto l’alleanza con la figlia e la porta come ausilio per prendere coscienza del tempo presente e del tempo passato, quando si era giovani e avvenenti e quando si è costretti a subire e ad accettare gli insulti sempre del famigerato tempo. In questo caso l’amore del proprio destino di donna, “amor fati”, è indispensabile per favorire e rafforzare la “razionalizzazione” del quadro esistenziale. “La macchina senza autista” rappresenta mirabilmente l’automatismo della funzionalità sessuale e il procedere neurovegetativo verso l’orgasmo: meccanismo psichico della “figurabilità”. Anna Maria ha vissuto una crisi in riferimento alla sua capacità di disporsi all’orgasmo e si è imbattuta nel dubbio del tempo che passa e nella nostalgia di quando tutto era spontaneo e naturale, automatico con un termine freddo. E allora il pensiero va al suo alleato in sogno, la figlia giovane e brillante di ormoni, nella ricerca di una magra consolazione e di rafforzamento per andare avanti con il sogno e con questa tematica forte.
Vediamo i simboli: “la macchina senza autista andava via” equivale all’orgasmo che necessita del mancato controllo dell’Io e dell’abbandono ai movimenti neurovegetativi, “l’autista” rappresenta l’istanza psichica vigilante e consapevole “Io”.

“Mentre pensavamo sul da farsi, la macchina è ritornata parcheggiandosi.”

E’ bastata una riflessione cosciente a bloccare l’orgasmo, cosi ben descritto in precedenza. E’ bastato l’autista, l’Io, a far tornare tutto sotto controllo e a ripristinare quella vigilanza che non fa bene alla vitalità sessuale. Anna Maria in sogno sta sempre parlando di sé e di una sua evoluzione psicofisica che la mette in crisi, ha addotto qualcosa di oggettivo che succede alle donne nell’esercizio del vivere. Il “sistema neurovegetativo” e il “sistema nervoso centrale” sono in funzione, anzi il secondo ha preso il sopravvento sul primo. Il “parcheggiandosi” attesta del ritorno alla norma e alla stato di quiescenza sessuale dopo l’eccitazione. Il tutto è in linea con la neurofisiologia e con il “principio di realtà” dell’istanza “Io”, nonché con i valori della formazione psichica e sociale di Anna Maria.
Vediamo i simboli: “pensavamo” rappresenta l’Io e la coscienza e la prima persona plurale è in funzione di rafforzamento, “da farsi” condensa il pragmatismo terapeutico dell’angoscia e la possibile “razionalizzazione” attraverso l’azione, “la macchina è ritornata” contiene il ritorno dallo stato neurovegetativo allo stato di consapevolezza, “parcheggiandosi” esprime il ritorno alla normalità dopo l’ebollizione orgasmica e al composto inquadramento sociale.

“Contente ci dirigiamo verso la sala conferenze, quando la macchina è ripartita nuovamente senza ritornare.”

Anna Maria ha appena espresso e realizzato il desiderio di riavere le sue pulsioni e il suo orgasmo e si sente appagata e piena di sé, “contenta”, per cui può riprendere in maniera disinibita i suoi ruoli sociali, “la sala conferenze”. Ma ecco che si manifesta la realtà dei fatti, “la macchina è ripartita nuovamente senza ritornare”: la sessualità neurovegetativa è presente e senza il controllo dell’Io, senza l’autista. L’allegoria dell’orgasmo è perfetta, ma l’interpretazione di quest’ultimo capoverso è “double face”. Da un lato si può intendere come la presenza di una disinibizione sessuale senza freni e dall’altro lato si può intendere come una perdita depressiva della vitalità sessuale legata a un trauma reale o alla caduta della “libido”. Il sogno di Anna Maria lascia in sospeso l’esito finale perché entrambe le interpretazioni possono essere aggiudicate. Il “senza ritornare” esprime una irreparabile caduta dell’orgasmo, ma la macchina ripartita lascia ben sperare. Il dubbio “amletico” lo può risolvere soltanto Anna Maria.
Vediamo i simboli: “dirigiamo” condensa il principio dell’intenzionalità della coscienza di Brentano in base al quale la psiche investe le sue energie su un oggetto ben preciso, “ripartita” esprime la ripresa degli investimenti di “libido”, “ritornare” rappresenta la reiterazione del rivivere e il sentimento della nostalgia.

“Mi sono svegliata chiedendomi il significato di questo sogno.”

I sogni strani inducono questo desiderio o bisogno di conoscere “il significato”. Ogni sogno racchiude una “parte psichica di sé” che lo qualifica come un incremento al “sapere di sé” e all’accrescimento dell’autocoscienza al punto che si può considerare una psicoterapia bella e buona la consapevolezza dei “fantasmi” e dei simboli che dominano il sogno. Quest’ultimo è “significante”, portatore di “segni”, latino “signa”, le insegne delle legioni romane che si devono interpretare e tradurre. Non basta, perché Anna Maria ha codificato senza esserne consapevole delle figure retoriche come l’allegoria dell’orgasmo in “la macchina senza autista andava via.” Svegliarsi con la curiosità di sapere è anche un legittima difesa psichica perché suppone cosa ci turba in questo preciso momento della nostra vita.
La decodificazione del sogno di Anna Maria si può concludere qui.

PSICODINAMICA

Il sogno di Anna Maria svolge la psicodinamica del “sentimento della rivalità” materna per concludersi con la rappresentazione allegorica della vitalità sessuale. La parte finale possiede una ambivalenza interpretativa che oscilla da una facilità a lasciarsi andare sessualmente a una inibizione della “libido” legata a trauma o a veicoli organici naturali come la menopausa. La relazione con la figlia risente del desiderio di Anna Maria di ringiovanirsi con la regressione alla “posizione psichica fallico-narcisistica”, precedente alla “genitale”, e con la competizione estetica e relazionale.

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

Dei “simboli” si è abbondantemente detto cammin facendo.

“L’archetipo” richiamato riguarda la sessualità.

Il “fantasma” presente è di “castrazione” e di perdita depressiva.

Le istanze presenti nel sogno di Anna Maria sono le seguenti: “Io” o vigilanza razionale in “Vedendola in difficoltà e pensando” e in “Mentre pensavamo” e in “Contente ci dirigiamo” e in “autista” e in altri punti, “Es” rappresentazione delle pulsioni in “parcheggiato la macchina” e in “tanti mazzi di banconote da 50 e 100 euro.” e in “la macchina senza autista andava via.” e in altri punti, “Super-Io” censura e moralità in “Vedendola in difficoltà e pensando che non era sicuro andare in giro con tutte quelle banconote in vista,” .

Il sogno di Anna Maria tira in ballo la “posizione psichica fallico-narcisistica”, autocompiacimento e amor proprio, e la “posizione genitale” e la “libido” corrispondente con i suoi sondaggi sulla vitalità sessuale.

I “meccanismi psichici di difesa” dall’angoscia innescati nel sogno di Anna Maria sono la “condensazione” in “figlia” e in “macchina” e in “borsetta” e in altro, lo “spostamento in “mazzi di banconote” e in “rumore” e in altro, la “proiezione” in “mia figlia” e in “vedendola in difficoltà”, la “figurabilità” in “macchina senza autista”.

Il “processo psichico di difesa” presente nel sogno di Anna Maria è la “regressione” nei termini funzionali onirici ossia nella introversione delle energie e nelle allucinazioni. La “sublimazione della libido” non risulta in azione.

Il sogno di Anna Maria attesta di una “organizzazione psichica reattiva”, carattere o struttura, a prevalenza “narcisistica” e all’interno di una cornice nettamente “genitale”, sessualità e maternità.

Le “figure retoriche” elaborate da Anna Maria nel suo sogno sono la “allegoria” o relazione di somiglianza in “la macchina senza autista andava via” e in “la macchina è ripartita nuovamente senza ritornare”, la “metafora” in “macchina” e in “borsetta”, la “metonimia” o relazione di senso logico in “rumore” e in “parcheggiata”. Il sogno di Anna Maria sorprende per la capacità naturale e inconsapevole della protagonista a coniare allegorie e a usare il “meccanismo della figurabilità”.

La “diagnosi” dice di un sentimento della rivalità materna in un ambito di recupero narcisistico della “libido genitale”. Anna Maria approfitta dell’alleata figlia per svolgere la sua psicodinamica di riduzione e caduta dell’avvenenza e del fascino giovanile. Tecnicamente Anna Maria reagisce al “fantasma di castrazione” con la rappresentazione compensatoria del fenomeno psicofisico dell’orgasmo.

La “prognosi” impone ad Anna Maria di recuperare la consapevolezza delle sue frustrazioni e di reagire in maniera realistica agli scompensi ormonali ed estetici. La competizione con il tempo e con la figlia non porta quei risultati di benessere a cui aspira, mentre l’accettazione amorosa del suo destino di donna può reperire ed esaltare nuove e non immaginate doti. La giusta collocazione sociale completerà l’opera di reinserimento dopo la crisi esistenziale. La vitalità erotica e sessuale è ampiamente compensata da madre natura e dalla psiche nell’età matura e dopo l’inesorabile perdita della fertilità.

Il “rischio psicopatologico” si attesta in una recrudescenza del “fantasma di castrazione” e in una “psiconevrosi istero-fobica- ossessiva”: conflitto e somatizzazione d’angoscia e idee ritornanti.

Il “grado di purezza onirico” rientra nell’ordine del “buono” proprio per la naturalezza descrittiva e narrativa che è prossima all’irrealtà.

La causa scatenante del sogno di Anna Maria, “resto diurno” del “resto notturno”, si attesta nella naturale frequentazione della figlia e nella loro splendida e umana relazione. Incide in ogni caso la quotidiana consapevolezza del tempo che che trascorre e lascia qualche ferita narcisistica.

La “qualità onirica” o attributo dominante nel sogno di Anna Maria è proprio l’irrealtà della simbologia dinamica della “macchina”.

Il sogno si è svolto nella seconda fase del sonno REM proprio per le caratteristiche di cui si diceva e alla luce della esigua carica tensiva. L’emozione si accompagna alla sorpresa in un crescendo di desiderio di capire il significato del prodotto psichico che Anna Maria sta confezionando.

Il “fattore allucinatorio” si attesta nel senso della vista e dell’udito: “quando abbiamo sentito il rumore della nostra macchina” e “abbiamo visto che la macchina senza autista andava via.” Degna di nota è l’allucinazione spaziale in “Stavamo dirigendoci” e in “ci siamo dirette”.

Il “grado di attendibilità” della decodificazione del sogno di Anna Maria è “buono” e, di conseguenza, il grado di fallacia è “scarso”. La simbologia è abbastanza scontata e diffusa per cui la psicodinamica si evidenzia in maniera lineare.

DOMANDE & RISPOSTE

La decodificazione del sogno di Anna Maria è stata analizzata da una lettrice anonima che nella vita svolge la professione di ragioniera. Alle fine ha posto le seguenti domande.

Domanda
Faccio un riepilogo di quello che ho capito. La madre e la figlia escono insieme per andare a una conferenza con la macchina e la parcheggiano. Tutto questo è possibile nella realtà. Che la figlia abbia banconote all’aria aperta senza una borsetta, è improbabile ma è possibile. Che la madre le dia una borsa dove metterle, può succedere. Ma che la macchina si muova da sola e che scompaia, mi sembra qualcosa di magico.
Risposta
Giusto, sono pienamente d’accordo. Nel contenuto del sogno ci sono pezzi realistici e pezzi irreali. Ma il sogno è tutto simbolico e deve essere tradotto.
Domanda
Ah! E’ tutto simbolico e allora lei lo ha interpretato. Ma è sicuro? Non può essere mezzo realistico e mezzo simbolico?
Risposta
IL sogno ha una sua realtà complessa e specifica e non può essere un riepilogo da dormiente degli stessi temi e degli stessi processi razionali che usiamo da svegli.
Domanda
E allora mi spieghi come può una mamma entrare in competizione con la figlia ed essere invidiosa?
Risposta
E’ assolutamente normale perché la mamma ha una sua storia psichica e ha elaborato i suoi “fantasmi” e in speciale modo quelli “narcisistici”. Di conseguenza, a un certo punto della sua vita può ricordare e vedere nostalgicamente se stessa nella figlia senza essere diagnosticata fuori di testa. Importante è che il narcisismo sia utile e pratico e non porti alla deleteria sopraffazione e alla sciocca competizione.
Domanda
Ma che tipo di coppia lei vede nella madre e nella figlia?
Risposta
Hai presente una madre che va da dai quaranta anni ai cinquant’anni e che va a spasso con la figlia che va dai venti a i trent’anni?
Domanda
Ne vedo tante di questa coppia in piazza Duomo o in corso Matteotti, specialmente il sabato sera. Sono donne che si sono sposate a vent’anni e che hanno avuto figli subito e che sono ancora giovani quando i figli sono grandi.
Risposta
Perfetto. Ma tu non hai visto quello che hanno dentro, meglio quello che la madre si porta dentro. Ecco questo il sogno ha detto.
Domanda
Il sogno ha detto cosa prova una madre a passeggio con la figlia o che va ad una conferenza in macchina.
Risposta
Benissimo.
Domanda
Lei ci ha tirato fuori tante robe intime. Ma come ha fatto ed è sicuro che è la verità?
Risposta
Ho interpretato i simboli e li ho messi insieme.
Domanda
Ma alla fine non era sicuro e ha dato due possibilità.
Risposta
Questo conferma che il sogno non era completo, che mancava qualche pezzo, che non sempre si capisce e che, quando non si capisce, non si può interpretare.
Domanda
Me lo può spiegare ancora?
Risposta
Volentieri. Siccome la macchina non è più tornata, significa che si è persa e, quindi, c’è un processo organico che non funziona bene. Oppure, al contrario, significa che Anna Maria è sessualmente sistemata meglio di prima dopo una crisi psicofisica che può essere stata la menopausa o un trauma chirurgico.
Domanda
Ma Anna Maria ha una buona relazione con la figlia?
Risposta
Ottima, direi, perché solidarizzano in ogni senso e non soltanto perché vanno alle conferenze. Anna Maria è una madre quasi perfetta perché vive anche queste sensazioni di rivalità. Importante che non abdichi al ruolo di madre anche in tanta apparente amicizia. La figlia ha bisogno della madre e non dell’amica. Fissare con chiarezza il ruolo e rispettare la collocazione sono le doti migliori di una madre. Le confusioni psico-sociali fanno solamente male a entrambe.
Domanda
Però nel suo ultimo libro sull’anoressia mentale la madre ha un’importanza notevole?
Risposta
Più che altro è la figlia che è in gran confusione mentale. Certo la madre non si è messa in discussione. Leggi sul blog il “Bollettino per i naviganti” sul testo “Io e mia madre” per capire meglio. Poi, sai, ognuno nelle lettura di un libro ci mette tanto del suo.
Domanda
Quale canzone ha scelto per questo sogno?
Risposta
Ho scelto una vecchia canzone di Guccini, “Un altro giorno è andato”, per razionalizzare meglio lo scorrere del tempo e per volergli bene perché consente l’evoluzione.
Domanda
Grazie di tutto.
Risposta
Sono io a ringraziarti per la semplicità che mi hai regalato.

 

UN PADRE DA CONFORTARE

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Ero in mezzo a tanta gente a un funerale.
Fra le persone, a un certo punto, vedo mio padre che sta piangendo e si appoggia con il capo sulla spalla di un altro uomo, suo amico, per cercare conforto.
Appena lo scorgo, corro da lui per essergli vicino.”
Poi mi sveglio.

Questo sogno appartiene a Magritte.

DECODIFICAZIONE – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Il “funerale” ricorre spesso nei nostri sogni. E’ un rito primordiale e misura la differenza culturale tra gruppi umani e tra uomini e animali. La modalità in cui si svolge attesta del grado di civiltà di un popolo. La Civiltà è la sintesi qualitativa della Cultura. Quest’ultima si attesta nell’insieme degli schemi interpretativi ed esecutivi della realtà che un popolo storicamente elabora. I pregi di una Cultura sono l’accessibilità mentale e il pragmatismo, la facilità a comprendere gli schemi e a dare la risposta utile ai bisogni della gente. E’ importante che gli schemi siano “cartesianamente” chiari e distinti in maniera di essere capiti e agiti da tutti.
Il “funerale”, come si diceva in precedenza, è uno schema culturale atavico che si è tradotto storicamente in un rito sacro o profano, religioso o laico, ma non ha variato il suo valore simbolico, a conferma dell’universalità nel tempo e nello spazio del suo significato profondo: il “funerale” è un esorcismo e una “catarsi” dell’angoscia di morte, una benefica e salutare “razionalizzazione” del “memento mori” o “ricordati che devi morire”, il tormentone dei frati “trappisti”. Nell’evoluzione storica cambia la Cultura ma resta il significato simbolico dei riti e delle procedure formali. La parola “funerale” deriva dal latino “funus” che si traduce nell’italiano “fune” e si riferisce al rituale di depositare la bara del defunto nella fossa proprio calandola con delle funi.
Il sogno di Magritte sviluppa fondamentalmente l’angoscia legata alla possibilità della morte del padre all’interno di una cornice “edipica”, un sentimento d’amore verso il padre riverberato sulla futura e fatale morte. In tale contesto psicodinamico Magritte non trova di meglio che assumere il ruolo di “confortatrice” del padre nel seguirlo in vita verso il suo funerale.
Ricordo che il “conforto” traduce dal latino il “portare insieme”, quei doni alimentari che concretamente si offrono ai familiari sopravvissuti del defunto in segno di preoccupazione per l’affanno della morte e di sollievo per consentire loro il naturale decorso del dolore. In senso traslato e, di poi, simbolico il “conforto” e un tentativo di assimilazione del dolore altrui che consente la riduzione e il sollievo dell’angoscia globale legata alla morte e alla perdita depressiva. Voglio significare che ogni funerale evoca la nostra morte e la morte in generale o “nostra sora morte”. La figlia si preoccupa per il padre e vorrebbe assumere su di sé parte del suo dolore e parte della sua angoscia.
Ricordo, di passaggio, la differenza psicologica tra “dolore” e “angoscia”. Il dolore ha un oggetto preciso e richiede la consapevolezza, l’angoscia non conosce l’oggetto e non ha consapevolezza per cui si somatizza con la morsa alla gola e le agitazioni neurovegetative. Ho paura di un qualcosa e la “razionalizzazione” mi aiuta a stemperare la tensione e possibilmente a superarla. L’angoscia, invece, la subisco e devo farla diventare dolore per ridurre la sua consistenza neurovegetativa. L’angoscia di morte si compiace di manifestarsi nel simbolo, nel sintomo e nel sogno, in quei fenomeni psicofisici spontanei che non possono essere controllati. Secondo il filosofo danese Kierkegaard l’angoscia era la malattia mortale dell’uomo, la sua essenza da espiare nella sua esistenza superando la materia e ricollegandosi senza alcuna sicurezza e garanzia a quel Dio da cui in origine il capostipite Adamo si era distaccato peccando e guadagnando proprio la morte per tutto il seme umano. Leggete al proposito “Il concetto dell’angoscia e la malattia mortale”. Per la Psicoanalisi l’angoscia è legata al materiale psichico, in specie sessuale, ingestibile dalla coscienza dell’Io e di conseguenza rimosso o trattato dai “meccanismi psichici di difesa” in attesa di essere razionalizzato e che l’Io si riappropri dell’alienato. Sull’angoscia di morte è necessaria la consapevolezza del “memento mori”, non reiterato a ogni incontro come sadicamente operato dai Cistercensi, ma come diceva Epicuro: bisogna liberarsi dall’angoscia con la consapevolezza che l’esperienza della morte è impossibile e che la morte fisica non può essere esperienza vissuta: “quando c’è la morte, non c’è la vita e quando c’è la vita, non c’è la morte”. Pur tuttavia, l’unica morte possibile in vita è la morte psichica, la depressione, la maligna e infausta sindrome legata al distacco e alla perdita affettive, quella legata all’ampliamento del primario “fantasma di abbandono” elaborato mentalmente durante il primo anno di vita. Su queste linee psichiche profonde va anche ricondotta la psicodinamica dell’autismo.
Mi sono dilungato abbastanza, per cui non mi resta che procedere con la decodificazione del sogno di Magritte.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Ero in mezzo a tanta gente a un funerale.”

Magritte è una donna che socializza e riconosce se stessa in mezzo alla gente, “tanta gente”, tanti altri da sé, tanti oggetti possibili d’investimento della sua “libido”. La sua collocazione spaziale è nel “mezzo” a testimonianza di una totale assenza di fobie e di una totale presenza di disinibizioni sociali. Magritte ama essere al centro e si riconosce tra “tanta gente”. Mi piace precisare quanto importante è per l’evoluzione e la formazione psichiche del bambino la socializzazione e le persone che lo circondano, la gente che va e viene, gli altri che permettono un confronto e un riscontro sano e profondo. La gente siamo noi e noi siamo figli della gente semplicemente perché gli altri ci permettono di individuarci come soggetti già soltanto per il fatto di starci attorno. Dopo lo “stadio dello specchio”, dopo aver riconosciuto se stesso e il suo “Io”, il bambino abbisogna di distinguersi dagli altri e nell’individuarsi riconosce l’importanza di relazionarsi. Questo cenno teorico serve ad allargare la visuale del sogno di Magritte verso l’interesse di chi legge. La nostra protagonista ama la gente e il primato sociale, la compartecipazione e la solidarietà, ma si trova in un evento culturale e psichico molto preciso e drammatico, il “funerale” di cui ho già detto abbondantemente nelle “Considerazioni”. La folla e la gente celebra un esorcismo e una “catarsi” dell’angoscia di morte e si riconcilia con la vita e la vitalità per riprendere alla grande le normali attività dell’esistere: “fantasma del sopravvissuto”. Magritte introduce immediatamente il suo “fantasma di morte” e il suo controllo difensivo dell’angoscia di perdita depressiva a esso collegata. Da un esordio ambivalente viene fuori il buono della “tanta gente” e il dramma del rito della morte. Vediamo dove Magritte va a parare con il suo sogno e con la sua psicodinamica.

“Fra le persone, a un certo punto, vedo mio padre che sta piangendo e si appoggia con il capo sulla spalla di un altro uomo, suo amico, per cercare conforto.”

Magritte prende consapevolezza della figura paterna, “vedo mio padre”, della sua carica relazionale, della sua predilezione a stare con la gente, “fra le persone”, della sua umanità solidale, della sua debolezza o forza nel “cercare conforto” in un “suo amico”. Magritte prende anche coscienza della sua gelosia nei riguardi della vita sociale del padre e della rete degli affetti che ha intessuto. Sicuramente si tratta di una “regressione” e di una “fissazione” all’infanzia e alla “posizione edipica” nello specifico, a quando lei bambina era particolarmente attratta da questa figura maestosa e umile, forte e debole, un uomo che doveva condividere non soltanto con amici e conoscenti, ma anche con la madre. Ma di quest’ultima figura non c’è traccia. Degna di nota è la romantica postura del capo sulla spalla di un amico nella ricerca del “conforto”. Quest’ultimo si attesta nel portare un qualcosa di concreto sotto forma di solidarietà e di condivisione. Il padre di Magritte “sta piangendo”, libera emozioni profonde di fronte al funerale operando la “catarsi” dell’angoscia di morte. Dimenticavo: “l’amico” è la “traslazione” difensiva del desiderio affettivo di una Magritte in versione maschile che attesta di una buona identificazione nel padre e di un apprezzamento consistente dell’universo maschile.

“Appena lo scorgo, corro da lui per essergli vicino.”

L’attrazione fatale verso il padre si manifesta in maniera delicata e arriva alla consapevolezza di Magritte, “lo scorgo”, per concludersi in una romantica corsa verso di lui per essere il suo conforto al posto di un anonimo amico. La figlia brama essere il soggetto privilegiato delle relazioni paterne e questo è un “fantasma” dell’infanzia e dell’adolescenza, una pulsione “edipica” molto delicata nelle sue movenze e molto graziosa nei suoi desideri. Nulla di volgare è presente in questo desiderio della figlia di essere l’oggetto privilegiato delle pulsioni e degli investimenti del padre. Questa è la versione adulta della “posizione edipica”, quella che si presenta nel teatro psichico verso i quarant’anni, una relazione d’affetto in vista del fatto che si avvicina il funerale del padre. Magritte è apprensiva di fronte al tempo che passa e che avvicina la perdita del padre. In vita vuole godere del padre, vuole goderselo come se fosse il suo nume tutelare e vuole approfittare di ogni momento per stargli vicino. Alla paura di perderlo si associa il sentimento della gelosia verso l’amico o le persone anonime che sono ammesse alla presenza del padre.
Questo è quanto dovevo al sogno di Magritte.

PSICODINAMICA

Il sogno di Magritte svolge la psicodinamica “edipica”, relazione conflittuale, e compone il “fantasma di morte” con l’amore sublimato nei riguardi del padre. Il sentimento della gelosia non travalica nel bisogno di possesso, ma si purifica nel desiderio di vivere con dolcezza affettiva e di godere la figura paterna vita natural durante.

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

Il sogno di Magritte contiene i seguenti “simboli” che ribadisco per una migliore comprensione della decodificazione e della interazione analitica: “gente” o altro da sé e relazione sociale, “funerale” o fantasma di morte e distacco e perdita depressiva e rito e memoria, “padre” o archetipo e posizione edipica e istanza “Super Io”, “piangendo” o scarica isterica e catarsi del dolore, “capo sulla spalla” o condensazione di ragione e coraggio, “amico” o oggetto transferale e alleato psichico, “conforto” o affettività concreta, “scorgo” o istanza razionale intuitiva dell’Io, “corro da lui” o relazione di soccorso con investimento di libido, “vicino” o prossimità affettiva.

Il sogno di Magritte elabora gli “archetipi” del “Padre” e della “Morte”.

I “fantasmi” chiamati in causa da Magritte nel suo sogno sono del “padre” e di “morte” all’interno di una cornice “edipica”.

Le istanze psichiche presenti nel sogno di Magritte sono le seguenti: “Io” o vigilanza razionale in “vedo” e in “scorgo”, “Es” o rappresentazione dell’istinto in “funerale” e in “piangendo”, “Super-Io” o censura morale e limite in “mio padre”.

La “posizione psichica” richiamata e usata da Magritte nel sogno è chiaramente quella “edipica”: “vedo mio padre che sta piangendo e si appoggia con il capo sulla spalla di un altro uomo, suo amico, per cercare conforto. Appena lo scorgo, corro da lui per essergli vicino.”

I “meccanismi psichici di difesa” dall’angoscia sono i seguenti: la “condensazione” in “funerale” e in “padre” e in “gente” e in altro, lo “spostamento” in “amico” e in “capo sulla spalla” e in “corro da lui”, la “drammatizzazione in “corro da lui per essergli vicino.”, la “traslazione” ancora in “amico”.

I “processi psichici di difesa” dall’angoscia sono la “sublimazione” in “corro da lui per essergli vicino.”, la “regressione” nei termini richiesti dalla funzione onirica ossia “topica” e “formale” e “temporale” con le allucinazioni e l’aspetto immaginifico, nonché con la “posizione edipica”.

Il sogno di Magritte evidenzia un tratto consistente ed essenziale “edipico” all’interno di una “organizzazione psichica reattiva genitale”: amore sublimato nei confronti del padre e capacità di investimento attraverso il “conforto”, il prendersi cura di lui e goderlo mentre è in vita.

Le “figure retoriche” formate dal sogno di Magritte sono la “metafora” o relazione di somiglianza in “funerale”, la “metonimia” o nesso logico in “capo sulla spalla” e in “conforto” e in “corro da lui” e in “vicino”, la “enfasi” o forza espressiva in “Appena lo scorgo, corro da lui per essergli vicino.” Il sogno di Magritte si snoda con una vena narrativa e logica consequenziale secondo una poetica realista.

La “diagnosi” dice di una sindrome edipica all’interno di un “fantasma di morte”. L’angoscia della morte del padre rievoca il forte legame conflittuale, vissuto nell’infanzia e nell’adolescenza, senza le punte critiche dell’angoscia depressiva, ma secondo le coordinate di una “sublimazione della libido” da parte di una figlia che aspira a prendersi gelosamente cura del padre.

La “prognosi” impone a Magritte di assecondare il bisogno di accudire la figura paterna in prospettiva della morte e di goderne la persona con la frequenza adatta ai suoi bisogni di recupero. Più padre, meno colpe: meno colpe, meno sintomi.

Il “rischio psicopatologico” si attesta nei sensi di colpa irreparabili che possono diventare sintomi in attesa di espiazione: “conversione isterica” e “formazione di sintomo” con il “ritorno del rimosso”.

Il “grado di purezza onirica” si attesta nell’ordine del “buono” nonostante la narrazione discorsiva. Il sogno è intriso di simboli che garantiscono la purezza della trama.

Il sogno di Magritte può essere scatenato da una preoccupazione nei riguardi della salute del padre o dalla visione o partecipazione a un funerale.

La “qualità onirica” è nettamente “simbolico discorsiva”.

Il sogno di Magritte si è svolto nella terza fase del sonno REM alla luce della sua chiarezza discorsiva e del suo contenuto simbolico. Le emozioni in atto giustificano la fase suddetta.

Il “fattore allucinatorio” si attesta nel senso della “vista” in “vedo mio padre” e in “lo scorgo”. La sensazione del movimento si attesta in “corro da lui”.

Il “grado di attendibilità” della decodificazione del sogno di Magritte può essere stimato nell’ordine del “buono”: si avvicina all’oggettività. Il grado di fallacia è, di conseguenza “scarso”.

DOMANDE & RISPOSTE

La decodificazione del sogno di Magritte è stata sottoposta alla lettura e all’analisi di una collega anonima che alla fine ha posto le seguenti domande.

Domanda
Lei ritiene che i genitori nella loro vecchiaia vanno adottati dai figli. Perché?
Risposta
La “posizione edipica” non si risolve mai del tutto, si evolve e si ripropone camuffandosi alla ricerca di una sistemazione risolutiva che non può esistere. Siamo costretti dalla nostra formazione psichica a portarci dentro e dietro i genitori con un senso di sacro e di mistero incorporato nei loro corpi e nelle loro menti, come erano fatti e cosa pensavano. Le pulsioni edipiche vanno sempre dirigendosi verso la migliore “sublimazione” possibile e i sensi di colpa si alleviano cammin facendo. Adottare non significa essere fusi e confusi e tanto meno esercitare un potere, significa prendersi cura della loro persona secondo le linee direttive di un “riconoscimento” psichico sempre più completo delle loro figure, del simbolismo delle origini e della nostra identità psichica. Inoltre, la presa in carico psicofisico dei genitori da parte dei figli provvidi impedisce ai sensi di colpa, che inevitabilmente chi muore lascia in eredità, di convertirsi in sintomi psicosomatici e in disturbi nevrotici. In passato, quando non esisteva l’INPS, i figli provvedevano al mantenimento materiale dei genitori e maturavano in maniera veramente solidale e “genitale” le pulsioni edipiche vissute nell’infanzia.
Domanda
E’ una teoria psicologica ed è anche un suo consiglio?
Risposta
Ha perfettamente ragione, cara collega. E’ un vissuto mio che ho esteso alla sensibilità della gente che ho frequentato e spesso con riscontri positivi. Si vede chiaramente nel sogno di Magritte che la sua esigenza profonda è quella di prendersi cura del padre nella vecchiaia, sia per affetto e sia per alleviare i suoi sensi di colpa, un’evoluzione del sentimento d’amore, una “sublimazione” delle pulsioni di un tempo. Le faccio io una domanda: cosa pensa delle case di riposo per anziani?
Domanda
Sono strumenti moderni per i nostri tempi. Quando sono ben gestite sono positive.
Risposta
Sono l’anticamera della morte. Accorciano la vita perché ridestano il “fantasma di morte e di abbandono”. Queste persone, anche quando sembrano senza consapevolezza, hanno sprazzi di lucidità sulla loro fine e si difendono con le varie forme della demenza. Le racconto un episodio che mi è appena successo. Passeggiavo nel lungomare della lucente cittadina di Avola, famosa per le mandorle e il vino “nero” nonché per i cannoli alla ricotta della famosa e famigerata pasticceria Girlando, una strada ampia e fiancheggiata da una miriade di case di riposo per anziani, l’affare dei nostri giorni assieme alle case vacanza. Comunque per farla breve, un vecchietto, chiuso nell’elegante recinto della sua nobile dimora, mi ha gridato “assassino, assassino!” con forte enfasi. Era in fase delirante per chi l’accudiva e in “demenza senile” per lo psichiatra. Niente affatto! Il vecchietto diceva la sua verità, era molto lucido e profondo, dava voce al suo “fantasma di morte” ridestato e rivissuto in quel lussuoso lager e lo traslava su di me. Io ero colui che l’aveva ucciso relegandolo in quell’anticamera della morte al posto dei figli o dei parenti che avevano fatto la scelta. In effetti, usava i “processi primari” e il meccanismo psichico di difesa dall’angoscia della “traslazione”. Sono ripassato dopo alcuni giorni e l’ho rivisto tranquillo, pardon sedato, seduto su una poltrona con lo sguardo rivolto alla luce accecante del mezzogiorno siciliano. Avrei voluto conoscere i suoi parenti, quelli che hanno disposto la sua reclusione dorata e la sua morte accelerata, per spiegare loro la crudeltà di una decisione apparentemente migliorativa e proficua.
Domanda
Quale intervento lei avrebbe voluto fare a questo signore?
Risposta
Semplicemente parlare con lui alla luce del fatto che qualcuno l’aveva ucciso e farlo ragionare su questo tema, farlo riappropriare dell’alienato interpretando gentilmente la sua accusa nei miei confronti. Sono sicuro che mi avrebbe detto: “mi stanu facennu muriri, aiutami”, “mi stanno facendo morire, aiutami”.
Domanda
Lei è ottimista, ma dimentica che la persona anziana ha anche un cervello vecchio e una mente conseguentemente degenerata. Non è solo una questione psicologica, è anche una questione di invecchiamento degli organi e delle funzioni.
Risposta
La “coscienza di sé” cessa nel momento in cui l’elettroencefalogramma è piatto. Anche quando ci troviamo di fronte al delirio di un anziano, bisogna considerare che si tratta di una produzione psichica che lo riguarda direttamente e che parla di lui e della sua storia. Se si decodifica il delirio si capisce che l’attività mentale è basata sui “processi primari”, quelli che formano il sogno”, ed è al servizio di un equilibrio psicofisico migliore possibile. Interpretare comporta il restituire una persona la vita e la vitalità anche nel dolore di una contingenza disgraziata come la malattia.
Domanda
Le sue sono ipotesi e convinzioni personali. Il delirio è una perdita di contatto con la realtà e, anche se si può capire, non apporta alcun vantaggio e sollievo per un anziano. Cambio argomento e le chiedo: la folla e la gente fanno bene alle persone, ma come la mettiamo con l’agorafobia?
Risposta
Non rispondo alla prima parte della sua domanda perché sarei volgare. “Avanti con il santo che la processione si ingruma”, dicono i Veneti sapienti. L’agorafobia si attesta nel timor panico che prende un soggetto di fronte a spazi aperti e a confusione di persone. Lo spazio è diventato il vendicatore delle colpe e il soggetto si sente braccato ed è convinto che deve rendere conto delle sue malefatte con la morte. L’angoscia lo attanaglia, il respiro non è fluido, i sintomi maligni conseguono secondo le proprie propensioni formative. Una forte componente psichica, che riguarda la relazione con i genitori, è contenuta nelle cause profonde degli attacchi di panico agorafobico. Per il resto, come ho detto nelle “Considerazioni”, la gente e la folla sono salutari perché consentono a una persona di dire a se stesso “io sono io e gli altri sono gli oggetti di investimento della mia libido”. Un bambino che cresce tra la gente corre meno rischi di malessere psichico rispetto a un bambino isolato che vive con le poche e le solite presenze fisiche.
Domanda
Lei ha sostenuto che la “posizione edipica” in versione adulta si attesta nella cura dei genitori. E i genitori come si atteggiano dentro?
Risposta
Sono pochissimi gli studi sulla Psicologia senile. I vecchi si maltrattano facilmente con gli psicofarmaci e non meritano di essere conosciuti meglio nelle loro umanissime psicodinamiche. Ai vecchi non si prescrive la psicoterapia, è tempo perso: così si pensa comunemente. Niente di più sbagliato. Alla sua domanda rispondo dicendo che il genitore anziano rispolvera la sua formazione psichica e il patrimonio di esperienze che ha accumulato e continuerà ad usare i suoi prediletti “meccanismi di difesa”. In ogni caso il genitore anziano gradirà qualsiasi attenzione nei suoi riguardi e non rifiuterà, di certo, la premura e la cura degli altri sempre restando nel suo ambiente e tra le sue cose, non in un lucido ospizio a duemila euro al mese.
Domanda
Grazie!
Risposta
Prego!

Per il sogno di Magritte ho trovato giusto ricordare un poeta della canzone, Charles Aznavour, lo chansonnier recentemente scomparso. Il testo scelto è “La mamma”, una lirica neorealista che tratta la prossimità a morire di una madre secondo la cultura armena di cui Charles era figlio. Degni di nota sono i modi affettivi e i riti sociali che accompagnano l’agonia della donna. La morte, secondo la cultura armena, va onorata e rispettata nel riconoscimento del valore della Madre e non di una madre qualunque. Si tratta dell’archetipo Madre, del simbolo universale calato in un rituale di riconoscimento e di comprensione emotiva. Nella mia infanzia siciliana ricordo perfettamente l’agonia e lo spirare di una madre in quel di Siracusa, in via Resalibera, mamma Gesualda. Non mancavano neanche le “maiare”, le vecchie che gridavano e si lamentavano a pagamento. Non c’è bisogno di andare in Armenia, si può restare a casa nostra: stessi miti e stessi riti. Vi propongo il testo della canzone per la sua vena descrittiva, creativa nel linguaggio popolare, un testo che non perde tanto nella traduzione italiana: una perla poetica incastonata in un riconoscimento psicoanalitico della figura materna. Purtuttavia, preferisco la versione francese per la dolcezza e l’autenticità del testo.

“La mamma” di Charles Aznavour

Son tutti lì, accanto a lei,
da quando un grido li avvertì:
Sta per morire la mamma!

Son tutti lì, accanto a lei.
Tutti i suoi figli sono lì,
con quello che lei maledì,
tornato a braccia aperte a lei.

Tutti i bambini sono là,
intorno a lei che se ne va.
Nei loro occhi più non c’è
Il gioco bello dei “perché?”, alla mamma.

E la riscaldano di baci,
di sguardi dolci ed infelici…
Sta per morire la mamma.

Santa Maria, piena di grazia,
la statua è là, giù nella piazza
E voi tendendole le braccia, cantate già:
“Ave Maria, Ave Maria !”

C’è tanto amore, tanto dolore,
intorno a te, la mamma
Amore che non finirà,
intorno a te, la mamma.

E fuori là, dietro la porta,
la gente attende sotto il sole.
Sta per morire la mamma.

Il vino buono viene offerto,
non c’è nessuno che ne vuole
Però è l’omaggio per chi muore,
per chi ha vissuto come lei.
È strano a dirsi, ma è così:
Nessuno piange ma c’è chi
una chitarra prenderà
La ninna nanna suonerà, alla mamma.

E l’aria è piena di canzoni
e di dolcissimi altri suoni
Sta per morire la mamma.

Le donne intanto a bassa voce,
perché si possa addormentare,
come un bambino quando è sera,
cantano già “Ave Maria, Ave Maria !”

C’è tanto amor, tanto dolor,
intorno a te, la mamma
Amore che non finirà,
intorno a te, la mamma
Che giammai, giammai, giammai
ci abbandonerà.

 

IN MEZZO ALL’ERBA … ALTA

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Ero in auto con mia figlia e a una curva siamo precipitate in un burrone.
Siamo volate dall’alto e, appena mi sono ripresa dalla caduta, ho cercato le altre persone che erano con noi.
Fortunatamente anche loro si stavano alzando in mezzo all’erba dove erano cadute e io continuavo a chiedere se erano sicure di stare bene.
Loro mi tranquillizzavano e camminavano per uscire dall’erba alta.”
Questo breve ma intenso sogno porta la firma di Elettra.

INTERPRETAZIONE – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Ancora a proposito di Evoluzione e di “scherzi” sociali che l’andare avanti nel cammino della vita comporta,… ecco il sogno di Elettra!
A un primo esame si evidenzia il prodotto psichico di una donna in crisi che cerca nella società in cui vive un’identificazione rassicurante in un momento difficile della sua vita. Alla sua identità psichica, acquisita con la risoluzione del conflitto con la madre, “posizione edipica”, e portata in evoluzione nel corso della sua giovinezza e maturità di donna, Elettra aggiunge l’identità psico-socio-culturale avendo bisogno di un rafforzamento per l’emergenza in atto. E il sogno dice questo nei suoi termini simbolici e logici-consequenziali. “Così capita a tutte e così fan tutte”: questa è una buona sintesi del sogno di Elettra. Oppure la sapienza popolare ci soccorre con l’antico adagio “mal comune, mezzo gaudio”. Insomma Elettra è in fase di superamento di una crisi esistenziale e psichica che la coinvolge come persona e come donna.
Ma di quale crisi si stratta?
Una crisi depressiva scatenata da un “fantasma di perdita” e una crisi d’identità legata all’immagine femminile: psiconevrosi ansioso depressiva con pulsione ossessiva.
Elettra si è evoluta come donna e come madre e si sta approcciando a un processo di perdita che l’evoluzione presenile comporta, forse la menopausa ma certamente una riduzione degli investimenti di “libido genitale” dal momento che sin dall’inizio del sogno è chiamata in causa la vitalità sessuale: “ero in auto”. Aggiungo che la causa scatenante di questa crisi depressiva può essere un trauma provocato da un agente esterno, un fattore che si riverbera nella “organizzazione psichica reattiva”, la mette in crisi, la scompensa in attesa del ripristino di un nuovo equilibrio evolutivo.
L’interpretazione del sogno preciserà meglio la questione e i suoi contorni.
Qualche accenno teorico sulla “depressione” non fa mai male. Ritenuta da sempre dalla Psichiatria una psicopatologia grave e pericolosa che coinvolge l’unità psicosomatica, la mente e il corpo, la depressione è anche stimata dalla Filosofia esistenzialista l’essenza dell’uomo, il male oscuro che porta al suicidio, il Nulla che contraddistingue l’andare verso la morte. Per tanta disgrazia teorica la malattia mortale dell’uomo è l’angoscia, il male oscuro inteso come distacco e perdita irreparabile che sfocia nell’autodistruzione. La Psicoanalisi rileva in primo luogo la caduta degli “investimenti di libido” e colloca la radice di questa sindrome nella prima formazione dell’infanzia: l’elaborazione del “fantasma” di abbandono e di perdita in riferimento alla persona significativa che nutre il bambino. Melania Klein individuò la “posizione psichica depressiva” nel bambino sin dai sei mesi di vita a seguito di un’intensa vitalità dei fantasmi elaborati in riferimento alla madre e alle angosce di morte per fame. La Psicologia infantile contiene meccanismi psichici di difesa dall’angoscia come la “scissione dell’imago”. Quest’ultima denota l’incapacità del bambino a concepire l’oggetto esterno nella sua interezza e il bisogno di dividerlo in due: “seno buono” o madre che nutre e “seno cattivo” o madre che non nutre in specifico riferimento al “fantasma della madre”. Dopo i sei mesi di vita la Mente del bambino riesce a concepire l’oggetto esterno nella sua interezza, la “madre”, e in questa posizione si sperimenta e si struttura un nucleo depressivo come “fantasma di perdita”. Nel teatro psichico primario esordiscono e recitano la loro degna parte l’affettività, il senso e il sentimento di attaccamento. La vita psichica inizia con la vita organica come rappresentazione delle pulsioni primarie e delle sensazioni collegate. Si è sperimentato e formato, quindi, un nucleo depressivo che nel tempo verrà contenuto dai “meccanismi di difesa” più sofisticati di quelli “primari” e che potrà ritornare ad esibirsi dietro stimoli esterni che lo esaltano e lo scatenano. Questo processo è comune. Tutti abbiamo incamerato un nucleo depressivo e tutti lo viviamo quotidianamente nei distacchi affettivi, “psiconevrosi depressiva”, ma è importante contenerlo e non ingigantirlo avendo una buona presa di coscienza dei propri fantasmi e della propria “organizzazione psichica”. Si può affermare che la “depressione siamo noi”, che si trova nella nostra storia psichica evolutiva e che contraddistingue la vita affettiva e gli investimenti di “libido”. La domanda, che sorge spontanea a questo punto, è la seguente: “cos’è la depressione grave, quella che non fa vivere degnamente e si conclude nel suicidio?” Rispondo sempre in termini più semplici possibili. In questo caso non abbiamo un nucleo depressivo che si esalta nelle esperienze della vita, ma troviamo una struttura evolutiva depressiva, “organizzazione psichica reattiva depressiva”. I “meccanismi di difesa” dall’angoscia di questa persona hanno operato, di fronte alle sensazioni ed esperienze di perdita che la vita comporta e le persone intorno non ti risparmiano di certo, in maniera di rafforzare questi fantasmi e queste modalità di pensiero. Ancora: esiste una depressione che viene scatenata da agenti esterni, esogena, ed esiste una depressione scatenata da agenti interni, endogena: La prima è una psiconevrosi, la seconda è una psicopatologia grave. Mi fermo a queste brevi linee di chiarimento.
L’interpretazione del sogno di Elettra chiarirà la psicodinamica depressiva con la sua fenomenologia onirica, come si è allucinata nel sogno, come è stata tradotta in immagini dal “processo primario”, dalla Fantasia insomma.
Il titolo “In mezzo all’erba” si traduce “in mezzo alle complicazioni della vita” e specialmente se l’erba è “alta”.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Ero in auto con mia figlia e a una curva siamo precipitate in un burrone.”

Elettra esordisce in sogno direttamente con il “fantasma di perdita”, con il conflitto depressivo tra l’avere e il perdere. Traduco: Elettra riflette sulla sua sessualità e si mette in relazione con un’immagine di sé giovanile e avvenente, un’alleata dei migliori tempi, una “parte di sé” ben vissuta e assimilata. La “figlia” ha il doppio significato di una “proiezione” dell’immagine di sé e di un “rafforzamento” per continuare a dormire e a sognare. Inoltre Elettra comunica di essere madre e di avere alle spalle una buona esperienza di “libido genitale”. La carta d’identità psichica dice, infatti, che si è accompagnata a un uomo, ha partorito dopo travaglio, ha accudito una creatura, una vita sessuale e affettiva di tutto rispetto. All’improvviso Elettra si è scoperta senza quel fascino e quell’avvenenza proiettate sulla “figlia”. La “curva” ha proprio il senso di una presa di coscienza improvvisa e dettata da un agente esterno: una delusione affettiva, un mancato apprezzamento, un rifiuto inaspettato, una malattia, una perdita. Elettra giovane ed Elettra matura vanno in una depressione “patocca” e dovuta al ridestarsi di un “fantasma di perdita”. Il “burrone” si somma al “siamo precipitate” a testimoniare l’intensità della caduta e del processo psichico simbolico di classico stampo depressivo: una “depressione reattiva” e indotta da stimoli esterni. Ricordo l’adagio popolare “mi è mancata all’improvviso la terra sotto i piedi” per attestare la caduta rovinosa nel triste e doloroso vissuto della “perdita”. Ricordo ancora che il “fantasma di perdita” è la versione sublimata e civilizzata del “fantasma di morte”. In sintesi: Elettra ha la consapevolezza di aver perso fascino ed eros a causa di un’improvvida e dolorosa esperienza relazionale ed entra in crisi depressiva. Oppure: Elettra vive traumaticamente la perdita della fertilità e si accorge di non essere più giovane e attraente. Fate voi, ma così fa il sogno.

“Siamo volate dall’alto e, appena mi sono ripresa dalla caduta, ho cercato le altre persone che erano con noi.”

Elettra insiste sull’evento traumatico e ne attesta l’entità e la dinamica. Era in una fase di appagamento della realtà in atto e possibilmente di “sublimazione della libido”, simbolo “volate dall’alto”, che la caduta l’ha sorpresa e tanto stupore ha richiesto una “ripresa”, una presa di coscienza di quello che le era appena successo e che le stava succedendo. Dopo aver avvertito la depressione, Elettra si è tirata su confrontandosi con le altre donne che erano nella sua condizione psicofisica, stessa età e stesso malessere. In precedenza il sogno non ha detto di una gita in montagna e di una comitiva, ha parlato di una strada, di una curva, di un’auto e di una figlia. Ma la stessa esperienza è stata fatta da “altre persone” a lei assimilabili e che condividevano tratti psicofisici e realtà esistenziali. Elettra cerca subito di rafforzare la sua consapevolezza attraverso la relazione sociale: “mal comune è mezzo gaudio”. Sembra che Elettra sia preoccupata della salute delle amiche e conoscenti, ma in effetti è tanto interessata a come loro hanno risolto lo stesso problema, il “fantasma depressivo di perdita” in riguardo al femminile e alla femminilità. Ipotizzo: come si sono comportate le altre donne dopo un tradimento del proprio uomo? Ipotizzo: come si sono comportate le altre donne dopo la progressiva riduzione ormonale e caduta dell’appetito sessuale?

“Fortunatamente anche loro si stavano alzando in mezzo all’erba dove erano cadute e io continuavo a chiedere se erano sicure di stare bene.”

Non tutti i mali vengono per nuocere e la fortuna non è cieca e spesso ci vede benissimo: “fortunatamente”. Tutto bene quel che finisce bene e, se poi è anche condiviso, anche i mali depressivi possono essere risolti e superati. “L’erba” è simbolo della realtà in generale e nello specifico della realtà psichica in atto, uno stato psicofisico critico e avaro di prestanza, ma sempre una realtà che si può arginare e superare: “si stavano alzando in mezzo all’erba dove erano cadute”. “Loro” rappresenta simbolicamente l’altro da sé , il termine sociale di confronto che stabilisce la cosiddetta e fortunata “normalità”. Ma Elettra, nonostante la rassicurazione che si offre in sogno a firma delle “altre persone”, non è del tutto convinta della sua condizione psicofisica e cerca di rassicurarsi attraverso le richieste e i confronti. Il “continuavo a chiedere” non è soltanto un indizio d’insicurezza, ma è soprattutto un segnale d’incipiente ossessione: psiconevrosi che si somma al tratto depressivo scatenato dal ridestarsi dell’infantile “fantasma di perdita”. Le risorse dell’Io non sono sufficienti per tagliare la testa al toro e per confermare la nuova realtà psicofisica o il trauma a lei occorso suo malgrado. La sicurezza è di competenza dell’Io, ma se s’infila nella questione la mala erba del “pensiero ritornante”, l’ossessione, allora la ripresa è più sofferta e problematica.

“Loro mi tranquillizzavano e camminavano per uscire dall’erba alta.”

Ecco la funzione terapeutica del sogno!
“L’erba” condensa simbolicamente la realtà psichica in atto, la vitalità e la vita, la situazione psico-esistenziale e relazionale che si sta vivendo. Se quest’erba è “alta” la realtà è sempre attraente nel suo essere complicata e nel suo bisogno di maggiore cura e attenzione. Elettra è insicura e cerca nel sociale e nelle relazioni quella compattezza psichica che da sola non riesce a darsi. Ma in effetti il sogno è suo e quello che elabora le appartiene, per cui merita un apprezzamento per quello che si fa dire dalle “altre persone” che, come lei, si sono imbattute nel cammino della vita e nell’esercizio della vitalità in difficoltà organiche e in crisi causate da intemperanze altrui. L’insegnamento si attesta nel “camminare e uscire per tranquillizzarsi”. La “depressione reattiva” e indotta da trauma, che si ascrive a situazioni e persone e a fatti malamente vissuti, si risolve con il fare, l’ergoterapia, per ripristinare l’equilibrio turbato dalla “perdita” e dalla riedizione del “fantasma” antico, quello del primo anno di vita per intenderci. Anche la realtà più cruda va vissuta e appartiene alla vita anche se annienta la vitalità.
Questo ha sognato una donna chiamata Elettra.

PSICODINAMICA

Il sogno di Elettra svolge la psicodinamica della perdita depressiva indotta da trauma e prospetta la soluzione attraverso l’identificazione nel sociale e la “razionalizzazione” dei vissuti in riguardo ai fatti. Elettra è chiamata a reagire a un episodio e a una contingenza da lei vissuto come dannosa e destabilizzante, per cui il sogno suggerisce che la condivisione aiuta a capire e a risolvere anche il trauma più crudo e vergognoso. La società ha un influsso positivo per gli animali sociali chiamati uomini: Aristotele.

ULTERIORI RILIEVI TECNICI

Il sogno di Elettra contiene i seguenti simboli: “auto” o automatismi pulsionali dell’apparato sessuale, “curva” o difficoltà dell’autocontrollo, “figlia” o parte giovanile di sé, “precipitate” o psicodinamica depressiva di perdita che va dall’alto verso il basso, “burrone” o fantasma di morte, “dall’alto” o luogo della sublimazione della libido, “caduta” o psicodinamica depressiva di perdita, “altre persone” o relazione d’aiuto e identificazione sociale, “ripresa” o razionalizzazione dello stato psichico da parte dell’Io, “”alzando” o ritorno alla realtà, “in mezzo all’erba” o tra le difficoltà della vita e della crisi della vitalità, “continuavo a chiedere” o psiconevrosi ossessiva, “tranquillizzavano” o ripristino auto-consapevolezza, “uscire” o risoluzione di un conflitto o di un trauma, “camminavano” o esercizio del vivere e investimenti di libido.
Il sogno di Elettra richiama l’archetipo della “Morte” per abbandono affettivo e per perdita depressiva.
Il fantasma dominante è quello di “perdita”.
Il sogno di Elettra vede agire l’istanza pulsionale “Es”, rappresentazione mentale dell’istinto, in “Ero in auto con mia figlia e a una curva siamo precipitate in un burrone. Siamo volate dall’alto…”. Contempla, inoltre, in maniera più consistente l’azione razionale dell’istanza “Io” in “mi sono ripresa” e in “continuavo a chiedere” e in “ho cercato” e in “se erano sicure” e in “tranquillizzavano” e in “camminavano”. L’azione limitante e repressiva del “Super-Io” non si evidenzia.
Il sogno di Elettra presenta la “posizione psichica genitale” in “con mia figlia”, ma è nettamente dominante la “posizione psichica orale” in quanto verte sulla dimensione affettiva e sulle complicazioni depressive del “fantasma di perdita”.
I meccanismi coinvolti nel sogno di Elettra sono i seguenti: la “condensazione” in “figlia” e in “burrone” e in “precipitate” e in “caduta”,lo “spostamento” in “auto” e in “alto” e in “erba” e in “camminavano”, la “proiezione” e identificazione” in “figlia”.
Il processo della “sublimazione” è richiamato e contenuto in “alto”. La “regressione” è presente nei termini del processo onirico: sognare comporta un regredire.
Il sogno di Elettra mostra un tratto depressivo, “fantasma di perdita”, all’interno di una “organizzazione psichica reattiva”, struttura in divenire, prevalentemente “orale”, affettiva e bisognosa di cura.
Il sogno di Elettra non ha sostanza poetica nonostante la presenza massiccia di simboli. Le figure retoriche presenti sono la “metafora” o relazione di somiglianza in “figlia” e in “precipitate” e in “burrone”, la “metonimia” o relazione logica in “camminano” e “uscire dall’erba alta”.
La “diagnosi” dice di una “sindrome depressiva reattiva”, legata a un trauma e recuperata dall’Io con l’identificazione sociale.
La “prognosi” impone a Elettra di rafforzare l’azione dell’Io per evitare la possibilità di essere destabilizzata da fattori interni ed esterni. Pur continuando a vivere le sue emozioni, Elettra è chiamata a una conversione su se stessa senza ricorrere all’ausilio sociale e all’alleanza con le altre persone. E’ opportuno lavorare per raggiungere una maggiore sicurezza.
Il “rischio psicopatologico” si attesta nella recrudescenza della depressione per l’azione incisiva del “fantasma di perdita”. Inoltre è deleteria l’azione martellante e ritornante della tendenza all’ossessione.
Il “grado di purezza onirico” è “medio” perché la vena narrativa e la vena simbolica coabitano senza stridere: linearità espressiva. Il sogno non è stato accomodato al risveglio con pezze giustificative, ma si è svolto in maniera omogenea nella terza o quarta fase del sonno REM, verso il risveglio.
Il “resto diurno” del “resto notturno”, la causa scatenante del sogno è stata una riflessione sulla condizione affettiva e sul conflitto in atto.
La “qualità onirica” può essere stimata “cenestetica” con il suo proporre sensazioni di movimento: “siamo precipitate in un burrone. Siamo volate dall’alto”.
Il “fattore allucinatorio” esalta il senso della vista e propone il senso del movimento nella caduta e nella ripresa della vita quotidiana: “siamo precipitate in un burrone. Siamo volate dall’alto…” e in “camminavano per uscire dall’erba alta.”
Il “grado di attendibilità e di fallacia” dell’interpretazione del sogno di Elettra è “buono” a causa della semplicità e chiarezza dei simboli, nonché della loro interazione.

DOMANDE & RISPOSTE

La lettrice anonima ha posto le seguenti domande dopo avere attentamente letto la decodificazione del sogno di Elettra.
Domanda
Che tipo di donna è Elettra?
Risposta
Elettra può essere una donna di cinquant’anni che si appresta a vivere un ridimensionamento del proprio fascino femminile e della propria carica erotica, può essere una donna di sessantanni che s’imbatte rovinosamente sulla stupidità del compagno, può essere una donna di cinquantacinque anni che s’innamora maldestramente, può essere una donna di qualsiasi età che si vive inferiore a tutte le altre donne.
Domanda
Elettra è depressa?
Risposta
Il sogno di Elettra dice di una “depressione reattiva”, indotta da un evento traumatico che la psiche fatica a sistemare con i “meccanismi di difesa” giusti o che è ancora in via di essere organizzato e integrato nella “struttura psichica evolutiva”. Elettra soffre di una “psiconevrosi” e non di una “psicosi” e non si trova in uno “stato limite” o borderline.
Domanda
Che vuol dire?
Risposta
Vuol dire che Elettra sta vivendo un duro conflitto, ma non ha perso il contatto con la realtà, non è andata in delirio e non ha costruito neo-realtà personali di stampo paranoico.
Domanda
Dobbiamo preoccuparci della depressione?
Risposta
Tantissimo e ti spiego ancora meglio il perché. La “psiconevrosi depressiva” siamo noi, la elaboriamo noi e si lega al primo anno di vita, come ti ho spiegato, in base alle nostre sensazioni, ai nostri “fantasmi” e in riferimento a chi ci nutre e ci accudisce. Per non farla ingigantire questa naturale psiconevrosi, basta che la madre, o chi per lei, sia solerte con il figlio e non procuri traumi alimentari di difetto e di eccesso e non induca con il suo comportamento l’ulteriore elaborazione di “fantasmi” d’abbandono. Questa depressione la organizziamo, la incameriamo evolutivamente e da adulti la dobbiamo sempre tenere sotto controllo perché si ridesta e viene fuori ogni volta che viviamo sensi e sentimenti di perdita. E la vita, di questi ultimi, ce ne riserva in abbondanza. Un esempio apparentemente banale: la morte del cagnolino. Questa è una “depressione reattiva” che i “meccanismi di difesa” vanno a comporre nel migliore dei modi usando spontaneamente quelli a cui ci siamo educati in famiglia e in società. Ti lascia il fidanzato a vent’anni? Una delusione d’amore scatena il “fantasma di perdita” e succede la stessa cosa. Una partenza e un allontanamento? Idem! Bisogna “sapere di sé”, delle proprie sensibilità e di quali “meccanismi di difesa” mi servo in base alla mia formazione. Questa è la prognosi. Andiamo alla depressione pericolosa, quella che sfocia nel suicidio come risoluzione autoindotta, quella che perde il contatto con il “principio di realtà”, quella che viene curata da soli, quella che sta ai bordi tra la nevrosi conflittuale e la psicosi delirante. L’angoscia è talmente tanta che la persona decide di risolverla uscendo dalla vita. Cosa succede? Il nucleo depressivo del “fantasma di perdita”, incamerato nella prima infanzia, si è ridestato all’interno di una “organizzazione psichica reattiva depressiva”. Ossia, questo bambino ha elaborato il nucleo e, di poi, ha vissuto e subito esperienze e traumi depressivi che lo hanno portato evolutivamente a formarsi con una sensibilità estrema alla perdita. Inoltre, ha controllato l’angoscia attraverso “meccanismi e processi di difesa” particolarmente delicati e pericolosi, quelli che portano a fuggire dalla realtà, a fuorviarla, a negarla, a razionalizzarla in maniera estrema e altro. Questa depressione grave nasce e viene elaborata dentro e si può definire “endogena”. Si scatena anche su stimolo esterno, ma è soprattutto la persona che vive le sue esperienze di vita con vissuti di perdita che elabora e vive costantemente un’angoscia di questa qualità. Questa persona fa di tutto involontariamente per negare questa sua angoscia e spesso la sublima o la converte nell’opposto, tipo un’allegria conviviale. La persona che ha una “organizzazione psichica reattiva depressa” fa di tutto per risolvere la sua angoscia camuffandola e per non riconoscere il suo male oscuro. Quando questa persona istruisce il gesto estremo, ha messo in atto l’ultima drastica e personale psicoterapia dell’angoscia. E’ diventato metallico, affettivamente freddo ed emotivamente gelido e il suo Io ha il solo intento di uscire dall’insopportabile sofferenza. I sopravvissuti diranno al suo funerale “non pensavo che si potesse ammazzare, era una persona così solare e allegra”.
Domanda
E’ stato chiaro. La soluzione migliore qual’è?
Risposta
Bisogna diagnosticare la “organizzazione psichica reattiva depressa” sin dall’adolescenza e tenerla sotto controllo da adulti. Bisogna dare importanza a quei segnali di disagio psichico che si manifestano in certe circostanze e situazioni. Bisogna superare le resistenze e i pregiudizi in riguardo agli interventi psicologici. Ricordati che quelli che detestano gli psicologi sono proprio quelli che ne hanno più bisogno. E’ un sintomo di forte disagio narcisistico e paranoico. Voglio precisare, “dulcis in fundo”, che esiste anche la “psicosi maniaco-depressiva”, un’altra brutta bestia di cui capiterà di parlare cammin facendo.
Domanda
Da chi bisogna andare?
Risposta
Da uno psicoterapeuta possibilmente a orientamento psicoanalitico.
Domanda
Esistono test per diagnosticare la depressione?
Risposta
Certo e anche collaudati e affermati, ma io consiglio alcune sedute viso a viso con lo psicoterapeuta e parlando a ruota libera. E’ necessario che ogni famiglia abbia uno psicologo per consulenza e uno psicoterapeuta per le emergenze della vita. Questa prognosi impedisce tante disgrazie, perché non tutti quelli che si suicidano sono depressi allo stato puro, tanti sono normalmente depressi e vogliono chiedere aiuto. Allora mettono in atto un suicidio dimostrativo, ma spesso muoiono per eccesso d’impeto o per il mancato sperato soccorso.
Domanda
Mi sta dicendo che qualcuno con il tratto depressivo tenta di ammazzarsi per chiedere aiuto all’ambiente e magari gli va male e muore?
Risposta
Hai capito molto bene.
Domanda
Grazie. Stavolta quello che ha detto è stato veramente utile e chiaro.
Risposta
Meno male che stavolta mi è andata bene. Non aspettavo altro che questo apprezzamento da parte tua.
Domanda
Per questo sogno, quale canzone?
Risposta
Io insisto con la satira e l’ironia dei cabarettisti e scelgo un pezzo dell’eccelso autore, nonché dottore in medicina, Enzo Iannacci dal titolo “La vita l’è bela”, a conferma che l’esercizio del vivere comporta creatività, soprattutto per chi vive alla grande, non si risparmia le esperienze e non smarrisce il senso del limite. L’Io aiuta a vivere di gusto e a ridere a crepapelle: quando ci vuole, ci vuole. Inoltre, vi offro un itinerario per rievocare i prodotti lirici e musicali del buon Enzo, anzitempo dipartito: “el purtava i scarp del tennis” sul tema dell’emarginazione, “Mario” sul tema della vita alienante del proletariato, “Ho vistu un re” sul tema delle distinzioni sociali e sullo sfruttamento del lavoro proletario, “Messico e nuvole” sul tema delle unioni civili, “Vengo anch’io,…no, tu no!” sul tema dell’esclusione sociale e dell’isolamento, “Silvano” sul tema dell’unione omosessuale, “Armando” sul tema del sentimento della rivalità fraterna.
Buon ascolto e buona riflessione!

 

LA RAZIONALIZZAZIONE DEL LUTTO

MI SCRIVE FERNANDA

Buongiorno Vallone,
come promesso le invio la sintesi di un sogno che ho fatto proprio questa notte e che, tra l’altro, la vede pure come attore.
Il sogno consiste in questo.
La chiamo al telefono per prendere un appuntamento di analisi, ma lei mi risponde che è in Sicilia per un bel po’ di tempo e che potrei recarmi presso un suo studio dove potremmo comunicare via Skype (video conferenza).
Mi reco presso questo studio (non ha nulla a che vedere con lo studio di Pieve di Soligo), entro, ovviamente non c’è nessuno, mi siedo dietro la scrivania davanti al p. c. ed inizio a guardare tra le sue carte sopra la scrivania trovando delle mie foto risalenti a 18 anni fa, foto che le ho dato io, foto di me giovane anche con Barbara, mia figlia, piccola.
Poco dopo dalla porta entra lei (che doveva essere in Sicilia), le chiedo piacevolmente stupita come mai è arrivato e lei mi risponde che comunque aveva degli impegni qui al Nord.
In realtà io capisco che è arrivato per me.
Quello che a me arriva è un tentativo di nascondere che in realtà è innamorato di me.
Si siede accanto a me e mi parla di lato, ma da vicino. Io provo una sensazione di protezione e di benessere.
Il sogno non ha nessuna sfumatura di carattere sessuale o fisico. Si ferma a questa sensazione di legame platonico.
Cosa mi sta succedendo?
Dopo tutti questi anni sembra più forte il passato del presente, ma vorrei anche avere un altro figlio.
Buona giornata,
Fernanda
P. S. Dimenticavo di dirle che l’anno scorso mio padre è morto.

CONSIDERAZIONI

Proseguo sulla linea della semplificazione massima senza scadere nell’approssimazione.
Fernanda chiede cosa le sta succedendo e la risposta immediata è la seguente: la “razionalizzazione del lutto” legato alla perdita del padre.
La notizia finale è la chiave di comprensione del sogno di Fernanda e la Psiche birichina la comunica nel “post scriptum” a testimoniare di una blanda “rimozione” o ingenua dimenticanza.
Cosa comporta a livello psichico il lutto?
Reazioni psicosomatiche, mentali e fisiche, nonché pratiche e ritualistiche, tutte dettate dalla “organizzazione psichica reattiva” maturata e dall’uso dei meccanismi di difesa dall’angoscia che hanno contraddistinto l’evoluzione psichica. Nell’impatto con l’esperienza della morte ogni persona reagirà alla perdita in maniera diversa, ma fondamentalmente secondo le direttive del suo corredo formativo.
Quanto tempo necessita la “razionalizzazione del lutto”?
Dopo due anni si evidenzia il processo innescato dal dolore e dall’angoscia, nonché il modo e la maniera in cui l’esistenza si è evoluta: il dolore riguarda la perdita, l’angoscia verte sulla morte.
La lettera di Fernanda ha un sogno incorporato e offre la possibilità di iniziare un percorso sul fenomeno inquietante della perdita e sulla conseguente riflessione sulla morte.
Presto le mie parole all’interpretazione del sogno di Fernanda.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Buongiorno Vallone,
come promesso le invio la sintesi di un sogno che ho fatto proprio questa notte e che, tra l’altro, la vede pure come attore.”

Fernanda mi conosce perché è stata in trattamento analitico. Con lo psicoterapeuta si stabilisce sempre una complessa relazione, umana e clinica, che viene definita “transfert”. Si tratta della riproposizione delle modalità psichiche, elaborate e vissute durante l’infanzia nei riguardi dei genitori, sulla poliedrica figura dell’analista, modalità relazionali che contraddistinguono come un marchio di fabbrica ogni persona. Il “transfert” è secondo Freud un potente strumento d’indagine perché verte sull’infanzia e sull’adolescenza e denota soprattutto i movimenti affettivi e le pulsioni sessuali vissuti durante l’evoluzione psichica del soggetto in trattamento. Sognare l’analista, quindi, comporta la “traslazione” difensiva della figura materna o paterna con le modalità psichiche emergenti. Ribadisco, figura materna e paterna secondo le emergenze elaborate nel corso dell’esperienza di destrutturazione e di razionalizzazione psichiche. Ricordo che l’analisi e la presa di coscienza del “transfert” concludono il trattamento psicoterapeutico psicoanalitico. Alla luce di queste considerazioni teoriche il mio “essere attore” nel sogno di Fernanda si spiega con la “traslazione” del padre defunto nella mia figura e con la riedizione della relazione transferale a suo tempo vissuta nel corso dell’esperienza psicoterapeutica.
Procedendo punto per punto, il discorso diventa più semplice e comprensibile.

“Il sogno consiste in questo: la chiamo al telefono per prendere un appuntamento di analisi, ma lei mi risponde che è in Sicilia per un bel po’ di tempo e che potrei recarmi presso un suo studio dove potremmo comunicare via Skype (video conferenza).”

Fernanda si relazione con me secondo le coordinate della psicoterapia e manifesta l’intenzione di una seduta di sostegno, ma non è molto convinta dal momento che mi allontana dal mio studio di Pieve di Soligo e, sapendo delle mie origini sicule e del mio costume nostalgico di ritornare spesso in Sicilia, mi colloca beneficamente nella mia terra. Ha un atteggiamento materno nei miei confronti, non vuole rinunciare alla seduta ma la desidera distaccata ed emotivamente meno intensa: “la chiamo al telefono” e “comunicare via Skype”. La modernità è al servizio della relazione e ben venga anche se pone diversi problemi nel settore delle psicoterapie. Comunque, Fernanda sta cercando un incontro e un impatto a bassa intensità emotiva con una figura maschile e ha spostato nell’analista una gentile connotazione paterna. Fernanda cerca un contatto in un distacco risolvibile, evita l’angoscia della perdita e la ripara con una soluzione mediata. Ma quale psicodinamica sta effettivamente istruendo Fernanda nel suo sogno?

“Mi reco presso questo studio (non ha nulla a che vedere con lo studio di Pieve di Soligo), entro, ovviamente non c’è nessuno, mi siedo dietro la scrivania davanti al p. c. ed inizio a guardare tra le sue carte sopra la scrivania trovando delle mie foto risalenti a 18 anni fa, foto che le ho dato io, foto di me giovane anche con Barbara, mia figlia, piccola.”

Fernanda in sogno sta riesumando la sua storia psicoterapeutica, la sua avventura analitica iniziata e proceduta nel tempo anche con il lieto evento della figlia, esperienze che ha vissuto nel suo “studio” interiore e che la trovano particolarmente in confidenza con la mia persona. Le “carte” sono ovviamente quelle sue, i fatti intercorsi nella vita di una giovane donna, la maternità e l’affidamento a un buon padre, l’analista. Fernanda ha maturato un “transfert” positivo e ha potuto procedere nella rivisitazione delle sue esperienze formative senza gravi travagli: “le mie foto risalenti” e “le ho dato io”. Fernanda aveva in apparenza una “posizione edipica” non eccessivamente conflittuale nei riguardi del padre e una relazione di dipendenza nei riguardi della madre. La figlia di Fernanda conta a tutt’oggi diciotto anni. La sintesi di tanti anni di vita e di lavoro su se stessa è quasi perfetta, per cui il sogno può passare all’elaborazione di materiale psichico più sostanzioso e congruo.

“Poco dopo dalla porta entra lei (che doveva essere in Sicilia), le chiedo piacevolmente stupita come mai è arrivato e lei mi risponde che comunque aveva degli impegni qui al Nord.”

Fernanda rievoca la sua relazione conflittuale con il padre, “posizione edipica”, tramite la mia persona e la mia figura e adatta mirabilmente la parte fisica con la parte psichica: “piacevolmente stupita”. Per i bisogni psichici emersi in sogno si serve della magia dello spazio e rapidamente si colmano le distanze tra il Sud e il Nord. Emerge un tratto “fallico narcisistico” dell’adolescenza, quando la conquista affettiva del padre era importante per il futuro e per l’evoluzione. Il pensiero magico dell’infanzia si ridesta per assolvere i desideri di una figlia che ha bisogno d’importanza e di potere, di valutazione e di prestigio. Il sogno viaggia nel discorsivo, con pochi simboli espliciti e con dinamiche realistiche perché Fernanda lo accomoda e lo acconcia dopo il risveglio e anche perché tanto tempo è passato dalla fine della terapia. Si rilevano i bisogni di potere e la “proiezione” di onnipotenza magicamente condita: “piacevolmente stupita come mai è arrivato” dal Sud al Nord. E’ altamente poetica la fantasia seduttiva della bambina nella ricerca del privilegio e dell’attenzione del padre. Questa è una radice psichica del futuro destar fascino nella conquista dell’altro.

“In realtà io capisco che è arrivato per me.”

Quanti sentimenti sono condensati in questa breve frase! A riprova di quanto detto in precedenza, si evidenziano il bisogno di possesso esclusivo, il sentimento della rivalità fraterna, la sete d’affetto, il desiderio della conquista, il fascino e il potere della seduzione. Fernanda bambina nutriva naturalmente il suo “Io” con una buona dose di fantasie falliche e narcisistiche. Questa breve frase è anche un condensato di psicologia della seduzione edipica. Fernanda riesuma desideri e i bisogni di bambina, nonché le titubanze di adolescente, nei riguardi del padre. “Capisco” equivale a “mi riempio” e “contengo”, a “mi imbevo” e ho la consapevolezza che il maschio dice le bugie per non tradire i suoi affetti e il suo sentimento d’amore. La “proiezione” difensiva è oltremodo evidente. Fernanda ha vissuto tutto questo trambusto in passato, non lo ha detto e non lo ha fatto capire, l’ha tenuto nella sua interiorità per evolversi. L’intimo e il privato sono sempre beni da tutelare e non si offrono al primo venuto: le perle non si danno in pasto ai porci. Non dimentichiamo che il padre di Fernanda è morto da quasi un anno e che lei sta necessariamente razionalizzando il lutto. “Per me”, ribadisco, è tutto un programma d’investimento di “libido fallico-narcisistica”.

“Quello che a me arriva è un tentativo di nascondere che in realtà è innamorato di me.”

Come si diceva in precedenza, i bisogni affettivi e affermativi sono una costante psichica che i figli rivolgono all’attenzione e alla sensibilità dei genitori. Essere valutati e rivalutati è molto importante nell’economia dell’evoluzione psicofisica. “Quello che a me arriva” dall’interno e non dall’esterno è la difesa del “proiettare” nell’altro i moti profondi del mio corpo e della mia mente. La “posizione edipica” è servita in un piatto d’oro e non d’argento. La bambina ha pensato allora e ripensa adesso tramite la donna adulta e la madre che un uomo, il padre, avesse investito “libido” su di lei. Il bisogno difensivo di non vivere l’angoscia di valere poco si sublima nella collocazione narcisistica di superiorità. Da questo spaccato di sogno si capisce la formazione dei complessi d’inferiorità e dei disturbi affettivi. In ogni caso genitori freddi e anaffettivi producono guasti psichici nei figli, che oltretutto producono da soli “fantasmi depressivi” di vasta portata per naturale necessità formativa ed evolutiva. Nascondere la verità è andare contro la realtà. Fernanda ha avuto bisogno che il padre si accorgesse di lei e di fare fantasie su questo rapporto. Lei ha fatto di tutto per occultare a se stessa e agli altri questo sentimento e questa attrazione, ma è costretta alla consapevolezza dopo la morte del padre e in sogno. Il lutto e il fantasma depressivo rimescolano alla grande la struttura psichica maturata e la costringono ad evolversi con la “razionalizzazione” della perdita. Convergiamo sul sogno e sulla simbologia: l’analista padre si è innamorato della figlia paziente. Il “transfert” seduttivo e affettivo è servito a Fernanda per tirare fuori al meglio la sua modalità relazionale. Adesso può risolvere il conflitto con il padre e compensare le frustrazioni necessariamente subite. Adesso si può consapevolmente relazionare con i suoi uomini in maniera autonoma anche se la modalità primaria resta sempre attiva. Fernanda può comandare a casa sua.

“Si siede accanto a me e mi parla di lato, ma da vicino. Io provo una sensazione di protezione e di benessere.”

Ecco svelati i bisogni della bambina nel sogno della donna adulta a conferma che il tempo non è passato, che il vissuto è ancora presente e si compensa altrove. La Psiche viaggia in una dimensione temporale assolutamente presente, un “breve eterno”. La vita psichica si riconduce all’attualità della coscienza. La “regressione” onirica offre l’immagine di una Fernanda bisognosa di vicinanza, di parole, di presenza, di protezione e di viversi bene. La “posizione edipica” è umanizzata senza colpe e senza eccessi. Fernanda edulcora in sogno le turbolenze emotive e le pulsioni e sublima il desiderio del padre vissuto a suo tempo e ripresentato nel trattamento analitico verso la figura dell’analista. “Accanto”, “di lato”, “da vicino” sono simboli spaziali pregni di affettività nelle loro diverse angolature: una sottile precisazione sul tema sentimentale. La “protezione” si lega mirabilmente al “benessere”: un degno connubio e un prezioso insegnamento per i futuri genitori.

“Il sogno non ha nessuna sfumatura di carattere sessuale o fisico. Si ferma a questa sensazione di legame platonico.”

Niente di aristotelico in questo sogno, tutto è platonico e l’atmosfera è rarefatta e pulita. Fernanda insiste anche da sveglia a ripulire il sogno da sfumature erotiche e dal complotto dei sensi. Tutto “si ferma a questa sensazione di legame platonico”. Lapsus freudiano: platonico e ideale razionale coincidono e non contemplano alcun tipo di sensazione. Fernanda sublima per difesa i vissuti dei sensi e li colloca nel mondo, sempre di Platone, che sta al di là del cielo, l’iperuranio per l’appunto. Nulla è materiale e tutto è spirituale. Questa è la profonda menzogna difensiva che sin da bambini i vecchi bacucchi propinano ai bambini che sono interessati soltanto alla pelle e alle coccole, allo stomaco e alle leccornie, al ventre e alla “libido”. I bambini vivono il corpo come la propria essenza e dal corpo traggono gli auspici per l’evoluzione psichica corretta, propria e non alienata. L’autocoscienza psicofisica è ancora una volta la soluzione vincente di tutti i conflitti nevrotici e non. Prendersi cura amorevole del proprio corpo e osservare attentamente i suoi diritti sono gli assunti di base per ogni persona che rifiuta l’imbroglio e il pregiudizio, nonché la sofferenza mentale. Un ultimo rilievo su “di carattere sessuale o fisico”: Fernanda distingue nella vita reale il corpo dalla psiche, nonché le attività vitali connesse. E’ questa un’ulteriore e manichea difesa mentale e culturale presente nella lettera, perché nella realtà Fernanda si è dimostrata aperta e moderna.

“Cosa mi sta succedendo?”

Il sogno e il commento lasciano il posto alla domanda. Fernanda si interroga e la risposta è semplice: stai razionalizzando il lutto legato alla perdita del tuo papà. L’operazione di purificazione e di presa di coscienza sta maturando anche attraverso il sogno e con il recupero della “posizione edipica”, la conflittualità dei vissuti in riguardo all’augusto genitore. Inoltre e sempre in sogno Fernanda ha sintetizzato le difese che ha usato nei confronti del padre e, di poi, degli uomini. Semplicemente: l’evento luttuoso ha scoperchiato la pentola ed venuta fuori la modalità psichica relazionale di Fernanda. La morte del padre ha reso possibile un ultimo regalo: la presa di coscienza evolutiva che consente di maturare e di progredire nella normalità e senza grandi sconvolgimenti.

“Dopo tutti questi anni sembra più forte il passato del presente, ma vorrei avere anche un altro figlio.”

La psiche non ha tempo, la coscienza è un “breve eterno”. Freud al proposito si dichiarava ignorante e riteneva la dimensione temporale un settore di studio aperto e foriero di importanti implicazioni. Era sorpreso dell’effetto psicofisico del meccanismo principe di difesa della “rimozione” e della presenza di materiale rimosso e carico di tensioni congelate che esplodeva in ipnosi nel momento in cui l’evento emergeva alla coscienza e riacquistava tutta quella carica nervosa che a suo tempo non si era espressa perché relegata a livello profondo. Era nato l’Inconscio. Convergendo sul sogno di Fernanda, si evidenzia la convinzione che tutto si gioca nell’ambito della coscienza e sotto forma di elaborazione nell’attualità, come sostenevano a ragione i Filosofi e senza ricorrere a Inconsci e compagnia cantante. Il “fantasma del padre” è stato razionalizzato al tempo dell’analisi e si è scatenato e precisato quando è morto, quando ognuno di noi è chiamato a reagire istruendo i meccanismi e i processi di difesa elettivi, quelli consoni alla nostra struttura psichica o meglio “organizzazione psichica reattiva”. Si spiega in tal modo la diversa reazione dei membri della stessa famiglia di fronte alla perdita di una persona cara. I vissuti del passato si presentano al presente e condizionano le reazioni personali e le scelte esistenziali. Dopo il lutto si può anche sconfiggere la morte con una gravidanza: esorcismo dell’angoscia e affermazione di potenza del Genio della Specie e Filogenesi. La depressione della perdita del padre si può risolvere con il bisogno di avere un figlio. Il passato è forte e si presenta al presente. Un figlio ci infutura.

“P. S. Dimenticavo di dirle che l’anno scorso mio padre è morto.”

Come dicevo nelle “considerazioni”, questo evento luttuoso spiega gran parte del sogno di Fernanda ed è la causa scatenante del trambusto psicofisico in atto. La necessaria “razionalizzazione del lutto” porta a una riformulazione mentale e a una ricomposizione emotiva. La morte del padre è per tutti un momento drammatico da risolvere attraverso la comprensione logica della perdita e di quello che comporta e lascia in eredità. I padri non lasciano soltanto beni materiali da dividere in parti possibilmente uguali, ma lasciano soprattutto strascichi psicologici che aspirano a essere organizzati e reintegrati nella struttura psichica o “organizzazione psichica reattiva” per portare a quella maturazione che è sempre un fatto di coscienza.

PSICODINAMICA

Il sogno di Fernanda sviluppa il tema della “razionalizzazione del lutto” e rievoca l’esperienza conflittuale con la figura paterna. Ricordo che per “razionalizzazione” si intende il naturale esercizio della funzione logica di aristotelica memoria, basato sui principi logici e sulle categorie, e non il meccanismo di difesa della “razionalizzazione” che porta alla formazione di costruzioni mentali paranoiche, neo-realtà in giustificazione difensiva dei propri sensi di colpa. Fernanda rievoca il padre costretta dalla sua morte e dal bisogno di comporre il “fantasma” depressivo della perdita. Inoltre, il sogno di Fernanda mostra la funzione psicoterapeutica del “transfert” e ne evidenzia la proprietà evocativa dei fantasmi dell’infanzia e delle modalità affettive vissute e acquisite.

ULTERIORI RILIEVI TECNICI

Il sogno di Fernanda evidenzia i seguenti tratti caratteristici.
Formula e contiene la simbologia del “chiamare al telefono”, “comunicare via Skype”, della “foto”, “capisco”, “accanto”, “di lato”, “da vicino”.
E’ prevalentemente guidato dall’Io cosciente e la formulazione è narrante e discorsiva. L’istanza pulsionale “Es” è contenuta in “piacevolmente stupita”. Dell’istanza censoria e morale “Super-Io” si avverte presenza in “sensazione di legame platonico”.
Evidenzia una “organizzazione psichica reattiva”, struttura”, “fallico-narcisistica”: autocompiacimento e potere con difficoltà di apertura e di relazione.
Elabora la “posizione edipica”, relazione conflittuale con il padre, e non offre alcunché della madre.
Usa i meccanismi di difesa della “condensazione”, dello “spostamento”, della “traslazione”, della “proiezione”, della “sublimazione” in “legame platonico”. La “regressione” è visibile in “le mie foto risalenti a diciott’anni fa”. Il sogno è ispirato dal meccanismo della “razionalizzazione” di un evento, il lutto nel caso specifico.
Richiama il meccanismo psicoterapeutico del “transfert”.
Elabora le figure retoriche della “metafora” o relazione di somiglianza in “foto” e “telefono”, della “metonimia” o nesso logico in “legame platonico”. Il sogno non è formulato in maniera poetica, ma discorsiva e narrativa.
La “diagnosi” dice di un processo di “razionalizzazione del lutto” in evoluzione.
La “prognosi” impone di portare avanti la “razionalizzazione del lutto” e della “posizione edipica”, al fine di migliorare le relazioni e di liberare le emozioni.
Il “rischio psicopatologico” si attesta in una sindrome nevrotica d’angoscia legata alla mancata razionalizzazione della perdita del padre e del fantasma di morte collegato.
Il “grado di purezza onirico” è basso perché Fernanda ha elaborato e molato il sogno da sveglia.
La causa scatenante del sogno, “resto diurno”, è il ricordo della propria analisi e dell’analista con il bisogno di una seduta.
La “qualità” del sogno è la discorsività narrativa.
Il sogno è stato elaborato nell’ultima fase REM, verso il mattino e durante il risveglio.
I sensi allucinati sono la vista e l’udito. “Si siede accanto a me e mi parla di lato, ma da vicino. Io provo una sensazione di protezione e di benessere” richiede una cospirazione allucinatoria dei sensi.
Il “grado di attendibilità” dell’interpretazione del sogno di Fernanda è elevato e molto prossimo alla verità psichica oggettiva.

DOMANDE & RISPOSTE

Il lettore anonimo ha posto le seguenti domande dopo aver letto l’interpretazione del sogno di Fernanda.

Domanda
Come si reagisce al lutto?
Risposta
Come ho detto in precedenza, si reagisce in base alla “organizzazione psichica reattiva” che abbiamo formato ed evoluto e in base ai “meccanismi psichici di difesa” che usiamo in base alla nostra formazione.
Domanda
E’ una reazione condizionata e non libera?
Risposta
E’ una libertà condizionata dalle possibilità di scelta che abbiamo e sempre in base alla nostra formazione psichica.
Domanda
Di veramente libero non c’è niente a livello psicologico secondo lei.
Risposta
Proprio così. Neanche il concetto di Dio è stato elaborato dagli uomini con la libertà assoluta. Anche Dio è stato costruito nei primordi dell’umanità in maniera condizionata. Vedi Spinoza che costruisce Dio come sintesi di libertà e necessità.
Domanda
Condizionato da chi?
Risposta
Il concetto di Dio è stato condizionato dall’uomo che lo ha elaborato e che vi ha proiettato i suoi limiti. Senza uomo Dio non ha motivo di essere e di esistere. Questo è il primo condizionamento: deve creare e comporre AdamEva.
Domanda
Andiamo sul semplice e sul facile. Mi spiega la reazione al lutto secondo le organizzazioni psichiche?
Risposta
In sintesi, fermo restando che di fronte alla perdita si scatena in ognuno di noi la reazione del lutto e il fantasma di morte, la “organizzazione orale” scatta in maniera affettiva scatenando forti emozioni e convertendole in reazioni isteriche come il pianto, esternando il dolore e cercando protezione negli altri.
La “organizzazione anale” trattiene le emozioni e le tensioni per poi possibilmente esplodere in reazioni smodate e inconsulte quando il sistema psichico supera la soglia e l’equilibrio omeostatico si rompe.
La “organizzazione fallico-narcisistica” reagisce in maniera personale ed esibizionistica manifestando un interesse al potere derivato da una situazione di grande dolore.
La “organizzazione genitale” vive il dolore in maniera composta, lo condivide e si relaziona per lenirlo nelle persone care.
In termini semplici queste sono le reazioni e le manifestazioni emotive.
Domanda
Quindi una persona che non manifesta il dolore non è un insensibile ma ha una organizzazione anale.
Risposta
Giusto e con tutte le sfumature del caso. Le mie sono generalizzazioni utili a capire, ma la reazione psichica al lutto e alla nostra angoscia di morte sono composite e miste perché l’organizzazione psichica è in evoluzione e può pescare dalle varie stazioni. Mi riprometto di allargare questi concetti che ho semplificato per motivi di chiarezza.
Domanda
A proposito di chiarezza posso riepilogare quello che ho capito? Alla morte di una persona cara e di fronte alla paura della nostra morte reagiamo in base a come ci siamo formati psicologicamente. Gli “orali” esternano in maniera emotiva, gli “anali” trattengono il dolore e poi possono esplodere, i “fallico-narcisistici” esibiscono le loro emozioni in funzione di un loro tornaconto, i “genitali” esprimono le loro emozioni e consolano gli altri.
Risposta
Una sintesi poderosa e perfetta come tutte le cose semplici.
Domanda
Quali meccanismi di difesa si mettono in atto di fronte al lutto e all’angoscia di morte?
Risposta
Anche questo è un discorso complesso, ma lo semplifico. Si usano i meccanismi che con la nostra organizzazione psichica maturata siamo abituati a usare. Adesso li scorro e li descrivo.
Il meccanismo primario del “ritiro primitivo” consiste nel fuggire dalla realtà per non vivere l’angoscia che non si può gestire. Tale fuga e chiusura in se stessi sono pericolose perché non riconoscono la realtà della morte e del lutto.
Il “diniego” è un meccanismo primario e si attesta nel negare il lutto e la morte. E’ pericoloso perché, per rifiutare l’angoscia, non riconosce la realtà.
La “dissociazione” è sempre un meccanismo primario e pericoloso perché di fronte all’angoscia opera una scissione dell’Io, quello che vive l’angoscia e riconosce il lutto e quello che nega il tutto e si aliena in una realtà tutta sua proteggendosi da quel se stesso angosciato e impotente.
La “rimozione” consiste nel relegare a livello profondo perdita e angoscia. Ma questa modalità di dimenticare non è possibile se si è coinvolti direttamente nel lutto.
La “regressione” e la “fissazione” si attestano nel tornare indietro a modi primari di vivere l’angoscia e la perdita, modalità meno evolute e sofisticate di quella “genitale” di accettazione e di condivisione. Esemplificando chi si chiude in se stesso e non comunica, usa questi meccanismi di difesa.
“L’isolamento” consiste nel separare l’emozione dal fatto, il dolore dal lutto, l’angoscia dalla morte e nel vivere in maniera fredda, senza sentimenti e senza sensazioni, gli eventi drammatici. Questo è un meccanismo molto usato e non significa essere insensibili o tanto meno cattivi.
La “intellettualizzazione” si attesta nel razionalizzare in maniera sofisticata un carico emotivo. E’ una forma estrema della “razionalizzazione”. Fare filosofia sulla morte e sul lutto è l’esempio giusto.
La “razionalizzazione” paranoica significa sentirsi perseguitati dall’angoscia e dalla perdita, costruire neorealtà e formarsi delle convinzioni in tal senso. La morte ci perseguita perché qualcuno ci odia e ci colpisce in questo modo.
La “moralizzazione” comporta una estremizzazione del senso del dovere, per cui l’angoscia e la morte sono di per se stesse necessarie, bisogna affrontarle in maniera rigida e accettarle in maniera passiva come eventi e vissuti ineludibili. Lo stoicismo e la maniera di intendere la morte e il dolore sono il classico esempio di “moralizzazione”. Anche il Buddismo rientra in questa concezione di naturale necessità.
La “compartimentalizzazione” si attesta nel relegare la morte e il lutto in un settore psichico a parte e non integrato nel complesso della “organizzazione psichica”. Pensare che la morte riguarda sempre gli altri è una forma di “compartimentalizzazione” e porta all’ipocrisia.
“L’annullamento” comporta la soluzione dell’angoscia del lutto e della morte in un rito per operare una purificazione attraverso l’azione ritualistica programmata. Recito una preghiera e partecipo a una messa oppure eseguo un atto personale che mi scarica la tensione emotiva in eccesso. La magia comporta il meccanismo dell’annullamento.
Il “volgersi contro il sé” significa vivere il lutto e l’angoscia di morte come colpe da espiare. Siamo peccatori e moriremo. La cultura e le religioni sono piene di questo meccanismo autolesionistico. L’espiazione spesso comporta la somatizzazione di un sintomo o una malattia psicosomatica.
Lo “spostamento” si attesta nella traslazione dell’angoscia e dell’evento luttuoso in un oggetto investito magicamente o in un’azione altrettanto magica: il feticcio e l’esorcismo.
La “formazione reattiva” comporta il capovolgimento del lutto e dell’angoscia in accettazione positiva del destino di uomini: dall’angoscia di morte al desiderio di morte. Vedi il martire e il martirio.
Il “capovolgimento” è una forma di reazione all’angoscia di morte e si attesta nel convertirla in necessità quasi desiderata. Vado in cerca di quello che temo. La morte diventa una ricerca e una sfida.
“L’acting out” o italianamente “messa in atto” esige che l’angoscia si risolve in una azione o in un agire che impedisce di pensare e di riflettere, quasi un prevaricare se stessi per non vivere l’angoscia e alienarsi in tutt’altro.
La “sessualizzazione” comporta che l’angoscia si traduca in un investimento di “libido”. Il dolore si converte in erotismo ed edonismo: godiamoci la vita e la vitalità, tanto poi si muore.
La “sublimazione” comporta la conversione benefica e socialmente utile dell’angoscia di morte e del lutto. Nobilitare il dolore e rendere l’angoscia una energia da usare per fini positivi.
Ho quasi finito il quanto dovevo dire in sintesi, ma mi riprometto di allargare meglio in futuro questo argomento. Ultima precisazione: questi meccanismi di difesa spesso si richiamano, si combinano e non sono usati in maniera pura ed esclusiva.

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PSICODRAMMA DELL’ANORESSIA MENTALE

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SINTESI ESPLICATIVA DI “IO E MIA MADRE”

Ho onorato il Padre e la Madre e sono rimasta schiava.
Ho ucciso il Padre e la Madre e sono rimasta sola.
Ho riconosciuto il Padre e la Madre e sono rimasta libera.

“Io e mia madre” condensa lo psicodramma dell’anoressia mentale. Tra saggio e riflessioni di un travaglio il libro snoda le figure dei genitori, il conflitto tra il corpo e la mente, la ricerca dell’identità psicofisica migliore possibile. Protagonisti sono il famigerato e benemerito “fantasma di morte”, la degenerazione della “posizione edipica”, il duro sentimento della rivalità fraterna: la solitudine affettiva, il conflitto acerbo con i genitori, l’odio verso la sorella. Il tutto in un quadro contrassegnato dall’angoscia di avere un corpo visibile che patisce e una mente invisibile che gestisce, chiare trasposizioni dei fantasmi dei genitori. “Io e mia madre” non è un semplice caso clinico tradotto in letteratura chissà per quali fini, “Io e mia madre” è una ricerca sull’origine dell’anoressia mentale e sul dramma esistenziale di chi s’imbatte in questo maligno conflitto con se stesso. Particolare importanza è stata data alla valenza affettiva legata alla degenerazione della “posizione edipica”. Vediamo qualche passo.

IL FANTASMA DI MORTE

“Non puoi sfuggire alla vita e alla morte sin dal momento in cui sei sputato su questa terra dal grembo di tua madre con tanto dolore.
Non puoi andare in Africa per evitarle e non puoi ingannarle camuffandoti da ippopotamo o da lucertola; la vita e la morte ti riconoscerebbero anche travestito da animale bulimico o anoressico.
Samarcanda è una pia illusione.”

L’anoressia è una sfida continua all’autodistruzione e arriva a picchi notevoli di onnipotenza. L’angoscia è nevrotica, ma spesso trasborda in somatizzazioni acute e dolorosissime. L’organizzazione psichica è complessa e oscilla tra l’ossessione e l’isteria non disdegnando la scissione dell’Io.

LA POSIZIONE EDIPICA

“Anch’io ho un padre e una madre.
Quando i miei genitori sono sereni e scherzano tra di loro, io, io tra di loro, mi sento soddisfatta e felice.
Poche volte i miei genitori sono stati sereni e poche volte io mi sono sentita soddisfatta e felice tra di loro.
Se litigano, so anticipatamente che vince mia madre; proprio l’opposto del mio desiderio.
Questa è un’altra grande ingiustizia che irrimediabilmente ho subito nel corso della mia strana vita: il modo infame con cui mia madre maltratta e disprezza suo marito.
Non mi resta che essere arrabbiata con lui e da delusa vado alla deriva in un mare di solitudine.”

Si pensava l’anoressia mentale come una psicodinamica privilegiata con la figura materna e legata a una frustrazione traumatica della “posizione orale” nel primo anno di vita con annessa “regressione”. In effetti, si riscontra questa collaudata tesi nella pratica clinica, ma si vede chiaramente come la “posizione edipica” sia dominante e determinante al punto di evolversi da “psiconevrosi” in “stato limite”.

“ODI ET AMO”

“Catullo dedicava questi versi allo struggimento d’amore nei confronti di Lesbia; io li affitto per la mia relazione con il cibo.
“Ti odio e ti amo. Forse tu ricerchi perché io faccio ciò. Non lo so, ma sento che accade e mi tormento.”
Mi odio perché ti mangio e ti amo perché ti fai mangiare.
Mi amo perché ti mangio e ti odio perché ti fai mangiare.
Io non conosco l’origine di questo psicodramma, ma lo vivo dentro e mi distruggo.

Le persone affette da anoressia mentale hanno una notevole intelligenza e perspicacia. Personalizzano le conoscenze e le adattano a loro uso e consumo in base al ruolo e all’identità che di volta in volta hanno bisogno di assumere. Inoltre hanno una notevole confidenza con i “processi primari” e la “fantasia”, pur non disdegnando l’esercizio spietato della razionalità.

IO SONO IL MIO CIBO, IO SONO IL MIO CORPO, IO SONO LA MIA MENTE

“La voce rivendica giustamente e con cortesia i diritti acquisiti dal corpo in tanti anni di vita, nonché gli accordi a suo tempo inscritti nella mia carne e intercorsi al momento del parto.
“Ricordi che tu eri il tuo corpo e non il tuo cibo ?
I am my body, i am not my food !
Ricordi l’angoscia dell’alienazione e l’idolatria del corpo ?
In preda all’angoscia e in maniera ossessiva tu ripetevi: I am my body, i am not my food ! I am my body, i am not my food ! I am my body, i am not my food !
E la cadenza era quella di una nenia araba, la paura era quella di una bambina smarrita, l’isteria era quella di una femmina invasata, l’estasi era quella di una santa disperata.
Adesso tu dici che sei innamorata della tua mente, sostieni che non la cambieresti con nessuna cosa al mondo e insisti sul desiderio di barattare per lei alcune parti ingombranti del tuo corpo, le due natiche da tanga e i due seni da spagnola.
Eh, cara mia, risucchiata da questo pericoloso vortice, arriverai un giorno a dire: I am my mind !
E poi, ancora: I am my mind, i am not my body !
E così sia !”

Lo “stato limite” è evidente in questa scissione dell’Io, ma il delirio non compare in quanto l’analisi dello psicodramma è molto lucido. La capacità di analizzarsi e di cogliere la propria verità psichica è notevole, ma non aiuta a risolvere il conflitto “corpo-mente” e a riportare integrità dove c’è scissione. Questa dote analitica diventa una resistenza al cambiamento, in quanto viene esercitata in maniera solipsistica, senza un esperto interlocutore, per cui la presa di coscienza non si obbiettiva e non si rafforza.

LA RIVALITA’ FRATERNA

“Io la odiavo al punto che, guardando in cucina l’affilato coltello con cui mio padre affettava la soppressa, mi abbandonavo di gusto all’idea e all’emozione di ucciderla.
Immaginavo il suo sangue scorrere dalla gola e disegnare sul vestito celeste una preziosa trama a cubi e avevo la precisa impressione di una tela di Picasso o di una morte estetica.”

Il sentimento della rivalità fraterna è presente nell’anoressia mentale e in assenza di un fratello o di una sorella viene spostato su figure similari e scelte di volta in volta in base alle emergenze psicologiche. Questa importantissima psicodinamica affettiva è stata poco curata e studiata, ma possiede una tremenda forza e si scatena in maniera pesante.

IL DOLORE DEL RITORNO AL PASSATO E LA GIOIA DEL RITORNO ALLA VITA

“Per non morire mai più nella mia vita e per cominciare finalmente a vivere mi sono distesa con cadenza periodica sull’abbozzo di un divano simile a un catafalco.
Il pendolo del tempo ha oscillato con armonia e il rituale profano si è ripetuto per anni secondo i pallidi cicli della bianca luna e in onore al mio nuovo essere femminile.
Il mio navigatore era uno strano cuculo e si chiamava Salvatore come il vecchio siracusano che a suo tempo mi aveva restituito alla vita chiamando una linda e solerte ambulanza.
Mi ha invitato ad andare a ruota libera con i miei pensieri e a tradurli da aborti di emozioni in rozzi suoni, da rozzi suoni in rudimenti di parole.
Sono andata a ruota libera con i miei pensieri e ho cercato la lingua giusta per il linguaggio del mio corpo e della mia mente.
Ho rivissuto il bisogno di potere e l’angoscia di morte, ho vissuto il progressivo “sapere di me” e il dolore per quei tanti qualcosa di mio che non avevo gustato semplicemente perché non ero riuscita a dar loro la vita, ho imparato il fare simbolico e ho assistito al morire della morte.
In questi esotici viaggi sono stata sempre protetta da una stanza bianca e sono stata seguita dai poster della necropoli di Pantalica, del teatro greco di Siracusa, di un balcone barocco con inferriata araba, della fonte Aretusa con il papiro egiziano, del tempio greco di Athena adattato in cattedrale cristiana e di un bambino voglioso che si tocca il pisello.
Sono riuscita a liberare la mia mente, a sentire il mio corpo, a ritrovare la lingua dimenticata e a inventare le parole giuste per il linguaggio di Mara.
Il mio “altro” era nato a Siracusa, non era vecchio e non era giovane, vestiva sempre in doppiopetto grigio senza essere mai elegante.
Del suo viso oggi ricordo soltanto i tratti marcati di uno strano Ulisse.”

“Senza l’altro” la risoluzione dell’anoressia mentale è difficile. “Con l’altro” si conserva l’organizzazione psichica acquisita, ma si diventa padroni a casa propria.

A PROPOSITO DI “IO E MIA MADRE”
di Salvatore Vallone

INCONTRO CON L’AUTORE

Come definirebbe “Io e mia madre” un romanzo, un saggio…?

“Io e mia madre” contiene lo psicodramma dell’anoressia mentale. Tra saggio e narrazione il libro svolge il conflitto della protagonista tra il Corpo e la Mente e con le figure dei genitori nella ricerca dell’identità e dell’equilibrio psicofisico migliore e possibile in quel momento storico della sua esistenza.
Quali sono gli argomenti trattati nel libro?
Protagonisti sono il famigerato “fantasma di morte”, il duro sentimento della rivalità fraterna, la solitudine affettiva, il conflitto acerbo con i genitori, l’odio verso la sorella. Il tutto si sviluppa dentro un quadro contrassegnato dall’angoscia di avere un Corpo visibile che patisce e una Mente invisibile che gestisce, chiare trasposizioni dei “fantasmi” dei genitori. “Io e mia madre” non è un semplice caso clinico tradotto in letteratura chissà per quali fini, “Io e mia madre” è una ricerca sull’origine dell’anoressia mentale e sul dramma esistenziale di chi s’imbatte in questo maligno conflitto con se stesso attraverso il cibo. Particolare importanza è data alla valenza affettiva ed emotiva legata alla degenerazione del conflitto con i genitori.

Come è strutturato il libro?

“Io e mia madre” è strutturato per quadri, una serie di paragrafi dal titolo specifico che sviluppa la psicodinamica dell’anoressia mentale nel corso dell’esistenza della protagonista. Il libro parte dalla crisi conclamata del Corpo e della Mente e arriva alla maturazione della scelta della psicoterapia. La protagonista si lascia cogliere attraverso le fantasie e le riflessioni, le idee e le emozioni, le pulsioni e i desideri che la contraddistinguono come persona unica e irripetibile. Il quadro clinico si evidenzia nella progressiva manifestazione dei sintomi e della cause, nonché nella delucidazione che la stessa protagonista offre a se stessa. Ogni paragrafo ha una sua autonomia, per cui “Io e mia madre” può essere letto anche in maniera libera per paragrafi.

Da cosa trae spunto?

Il libro è la trasposizione scritta di grammatica e di pratica, dello studio teorico e della pratica clinica. “Io e mia madre” conferma le tesi conosciute e amplia la psicodinamica dell’anoressia mentale. Soprattutto la funzione psicologica della figura paterna e la novità del “sentimento della rivalità fraterna” allargano il quadro clinico rispetto alle teorie del passato che inquisivano, più che il vissuto della figlia in riguardo alla madre, direttamente la figura materna come responsabile dell’anoressia mentale.

A chi si rivolge?

Nella sua forma saggistica e narrativa il libro può essere letto da chiunque ama conoscere i fenomeni e le dinamiche che coinvolgono l’inscindibile unione del Corpo e della Mente di un uomo. La lettura di “Io e mia madre” include lo specialista e l’appassionato e procede in maniera spedita e attraente anche grazie ai tanti riferimenti culturali ed eruditi che la protagonista esibisce insieme a un buon narcisismo.

Che cosa è l’anoressia mentale?

L’anoressia mentale è un grave e complesso disturbo psichico alimentare che si attesta in una sfida continua all’autodistruzione e arriva a picchi notevoli di onnipotenza. L’angoscia è “borderline” e trasborda in somatizzazioni acute e dolorosissime. La “organizzazione psichica reattiva” delle persone anoressiche è complessa e oscilla tra l’ossessione e l’isteria, non disdegnando la “scissione dell’Io”. L’anoressia mentale non è clinicamente soltanto un disturbo ossessivo compulsivo, “d.o.c.”, ma si attesta con facilità nello “stato limite” e spesso travalica nel delirio psicotico. In compenso ha ampi margini di rientro dalle crisi acute, per cui la persona anoressica si riconosce dalla magrezza ma non dalle cadute del “principio di realtà”. Il delirio è soprattutto agito in un ambito personale, tra sé e sé.

Chi sviluppa l’anoressia?

Si pensava che l’anoressia mentale fosse riservata all’universo femminile e che sviluppasse soltanto una psicodinamica privilegiata con la figura materna. Ma è una tesi parziale, perché il disturbo scatta a determinate condizioni e in specifiche “organizzazioni psichiche reattive” e anche nei maschi. L’anoressia mentale è legata in origine a una frustrazione traumatica della “posizione orale” durante il primo anno di vita e alla sfera affettiva connessa solitamente alla figura materna. In effetti, si riscontra questa collaudata tesi nella pratica clinica, ma si vede chiaramente come la “posizione edipica”, la conflittualità con i genitori, sia dominante e determinante nel prosieguo psichico evolutivo della persona e del pesante disturbo.

Come e cosa si cura?

La psicoterapia a orientamento psicoanalitico è elettiva per capire le cause dello “stato limite”, il meccanismo della “scissione dell’Io”, il significato profondo del delirio. Altre scuole psicoterapeutiche hanno sempre un buon esito nel lucido psicodramma dell’anoressia mentale. Quest’ultima non si cura da sé o per grazia ricevuta. Le persone affette dal disturbo manifestano una buona capacità di analizzarsi e di cogliere la propria verità psichica, ma queste abilità intuitive non aiutano a risolvere il conflitto “Corpo- Mente” e a riportare integrità dove c’è scissione. Addirittura queste doti analitiche diventano una “resistenza” al necessario cambiamento evolutivo, in quanto sono esercitate in maniera solipsistica, senza un esperto interlocutore, per cui la presa di coscienza non si obbiettiva e non si rafforza. Senza “l’altro”, lo psicoterapeuta, la risoluzione dell’anoressia mentale è letteralmente impossibile. “Con l’altro” si prende coscienza dell’organizzazione psichica acquisita e si diventa padroni a casa propria. Una guarigione dell’anoressia mentale senza psicoterapia può comportare una “traslazione dei fantasmi” interessati in un disturbo compatibile e magari meno drammatico in un primo momento. Quando il meccanismo di difesa non funzionerà in maniera adeguata, l’anoressia mentale ritornerà più acuta di prima.

Quali caratteristiche umane hanno le persone anoressiche?

Le persone affette da anoressia mentale hanno una notevole intelligenza e perspicacia. Personalizzano le conoscenze e le adattano a loro uso e consumo in base al ruolo e all’identità che di volta in volta hanno bisogno di assumere. Inoltre, hanno una notevole confidenza con i “processi primari” e la “fantasia”, pur non disdegnando l’esercizio spietato della razionalità. A livello affettivo ed emotivo contraggono le energie invece di investirle, provocando le somatizzazioni più dolorose e originali. Hanno tanto bisogno di essere amate, ma non sanno in primo luogo accudire amorevolmente se stesse.

Dopo la psicoterapia è possibile una ricaduta?

La psicoterapia lavora sulla “coscienza di sé”, migliora la consapevolezza della propria storia psichica evolutiva, rende padroni in casa propria, raggiunge la consapevolezza della propria formazione psichica, accresce la funzione equilibratrice dell’Io sulle pulsioni più istintive e sulle repressioni più spietate. La psicoterapia è essenziale e, se ha avuto un esito fausto, consente alla persona di essere sensibile alle proprie debolezze per farne una forza. Una ricaduta è impossibile nel divenire psichico, ma momenti di crisi, con o senza ritorno del sintomo, sono umani e non avvengono all’insaputa del protagonista. In ogni caso gli strumenti conoscitivi acquisiti rendono il malessere di rapida risoluzione.

Come comportarsi se si teme la presenza di un disturbo del
comportamento alimentare?

I disturbi del comportamento alimentare sono ben radicati nella storia psichica della persona, per cui non vengono fuori all’improvviso. Prima inizia il trattamento psicoterapeutico e minori saranno i danni psicofisici. Se lo trascuri o non lo curi, questo disturbo traligna e porta alla dolorosissima e lenta morte per inedia e consunzione.

Nel dramma dell’anoressia mentale che ruolo ha la famiglia?

Le figure del padre e della madre sono importanti per la formazione psichica dei figli e, di conseguenza, del disturbo, ma tutto il quadro clinico dipende esclusivamente dai vissuti della persona, figlio o figlia, e non dal comportamento dei genitori. Mi spiego meglio. Con gli stessi genitori non tutti i figli maturano lo stesso disturbo psicosomatico o la stessa “organizzazione psichica reattiva” o struttura caratteriale. Di poi, il sentimento della rivalità fraterna è presente nell’anoressia mentale e in assenza di un fratello o di una sorella viene spostato su figure similari e scelte di volta in volta in base alle emergenze psicologiche. Questa importantissima psicodinamica affettiva, che si attesta nel vivere il fratello o la sorella come tremendi rivali da eliminare perché portano via l’affetto dei genitori e i privilegi del figlio unico, è stata poco curata e studiata, ma possiede una tremenda forza e si scatena in maniera pesante nell’anoressia mentale. Anche nella cosiddetta “normalità” il sentimento della rivalità fraterna incide nella formazione psichica.

Nel libro si afferma: “Non puoi sfuggire alla vita e alla morte sin
dal momento in cui sei spuntato su questa terra dal grembo di tua madre
con tanto dolore. Non puoi andare in Africa per evitarle e non puoi ingannarle
camuffandoti da ippopotamo o da lucertola; la vita e la morte ti
riconoscerebbero anche travestito da animale bulimico o anoressico.
Samarcanda è una pia illusione.”

Perché nell’anoressia ricorre questa sfida continua all’autodistruzione?

Semplicemente perché l’anoressia mentale ha come basamento psichico il famigerato “fantasma di morte”, un vissuto traumatico di perdita e di qualità depressiva che si forma nel primo anno di vita durante la prevalenza determinante della “libido orale” e della funzione alimentare come appagamento. I bambini interpretano il sollievo dai morsi della fame come una forma di cura e premura di chi lo nutre ed elabora un sentimento interessato di gratitudine: un “imprinting” sublimato in sentimento d’amore, l’equivalenza del “chi mi ama mi nutre e chi mi nutre mi ama”. Ma non basta, perché l’anoressia mentale non sa fare a meno della “libido anale” e, quindi, dell’esercizio del sadomasochismo con manifestazioni aberranti dell’aggressività. Della relazione con i genitori e i fratelli, ho già detto. In questa psicodinamica si inserisce il “fare la corte alla morte”, nonché la sindrome del padreterno con il delirio dell’onnipotenza. L’anoressia mentale svolge una costante tenzone con la possibilità della morte: non mangio e vediamo fino a quanto tempo riesco a fare a meno del cibo per dimostrare agli idioti che io ce la faccio e non muoio. Su questi temi dinamici e conflittuali “Io e mia madre” è particolarmente ricco di significativi particolari e di apparenti curiosità.

La consapevolezza di sé e della propria sofferenza come vengono gestite da chi è affetto da anoressia? E le emozioni?

E’ molto diffusa la convinzione che il “sapere di sé” di socratica memoria sia affettivamente arido ed emotivamente freddo. L’autocoscienza si basa sulla funzione razionale dell’uomo, “processo secondario”, ed è stata sempre invocata dai filosofi della psiche e della conoscenza come la condizione di base o la categoria delle categorie. Il “conosci te stesso” non toglie nulla alla sfera affettiva ed emotiva, tutt’altro! Il “sapere di sé” esalta la dimensione neurovegetativa proprio perché la libera dalle inutili resistenze a lasciarsi andare che prima l’affliggevano con le censure e le difese. La consapevolezza di sé, della propria storia e della funzionalità psichica è per l’anoressia mentale la giusta ed efficace cura da portare avanti vita natural durante. Degno di nota al proposito è il quadro finale del libro dal titolo significativo “Il dolore del ritorno al passato e la gioia del ritorno alla vita”.
Queste sono soltanto risposte a domande. La lettura ordinata o disordinata di “Io e mia madre” completerà l’opera di comprensione.
La ringrazio.
Grazie a lei e a Segmenti per questa opportunità di comunicare con la gente.