IL SENTIMENTO DELLA RIVALITA’ MATERNA

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Ho sognato di trovarmi con mia figlia in un piazzale dove abbiamo parcheggiato la macchina per andare a una conferenza.
Mia figlia ha preso dalla macchina tanti mazzi di banconote da 50 e 100 euro.
Vedendola in difficoltà e pensando che non era sicuro andare in giro con tutte quelle banconote in vista, mi sono avvicinata e le ho dato una vecchia borsetta bianca in pelle che si trovava in macchina.
Stavamo dirigendoci verso la sala conferenze quando abbiamo sentito il rumore della nostra macchina.
Sorprese ci siamo dirette verso la finestra e abbiamo visto che la macchina senza autista andava via.
Mentre pensavamo sul da farsi, la macchina è ritornata parcheggiandosi.
Contente ci dirigiamo verso la sala conferenze, quando la macchina è ripartita nuovamente senza ritornare.”
Mi sono svegliata chiedendomi il significato di questo sogno.

Anna Maria

DECODIFICAZIONE – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Dal sentimento della rivalità “fraterna” al sentimento della rivalità “materna” il passo è breve e veritiero.
Quante mamme si accompagnano ed esibiscono le figlie procaci nella ricerca narcisistica di un riscontro sociale anche della loro bellezza e giovinezza!
Quante volte abbiamo detto o sentito la famigerata frase “sembrate due sorelle” o altre litanie del genere!
Le relazioni sociali, anche le più innocenti e delicate, sono una mezza truffa e sono immancabilmente insidiate dai sentimenti dell’invidia e della rivalità.
Siamo abituati culturalmente a ritenere l’invidia un brutto sentimento, ma siamo costretti a ricrederci. Bisogna anche dire che in tanto pessimismo ha contribuito l’educazione religiosa di cui siamo stati infarciti sin dalla più tenera età. Il grande Agostino nel quarto secolo p. C. n. attribuiva al diavolo l’orgoglio e l’invidia. Spesso ci si imbatte in tre contrastati sentimenti, l’invidia, la rivalità e l’orgoglio. Ricordo che il sentimento è la “astrazione” e la “sublimazione” del senso e delle sensazioni. Tornando ai magnifici tre, invidia, rivalità e orgoglio, è evidente il fatto che psicologicamente hanno una loro consistenza oggettiva e, di conseguenza, “positiva” proprio perché cadono nella storia psicologica e si recitano quotidianamente nel teatro psichico con alterna fortuna. Colpevolizzare questi sentimenti è inizialmente opera dei genitori improvvidi e di tutti gli adulti imbrattati di cultura ufficiale e in vena repressiva per i loro bisogni psichici. Di poi, il bambino assorbe la lezione e sarà merito del suo “Super-Io” censorio e morale avallare tanta ignoranza e tanta ingiustizia.
Parliamo dei magnifici tre moschettieri.
Il “sentimento dell’invidia” si attesta nel “vedere nell’altro” un dato psichico ben preciso che gradiremmo possedere: latino “in video”, italiano “vedo dentro l’altro”. E’ un desiderio che non cade dalle stelle, “de sideribus”, e s’incarna in noi, perché è già caduto in un’altra persona. E’ una forma frustrazione che si compensa con la consapevolezza che quello che io non ho, appartiene a un altro. E’ una penosa sensazione che immancabilmente matura aggressività verso il prossimo. E’ un’alienazione inconsapevole e difensiva di un nostro tratto psichico che ci crea disagio e che volentieri proiettiamo su un’altra persona. Non vale più il “vedo nell’altro”, ma si afferma il “non voglio vedere in me”. L’invidia nella sua radice psichica è l’angoscia di vedere dentro di sé e di dover gestire tanto bagaglio fuori di sé. Ma attenzione, spesso il sentimento dell’invidia verte su oggetti benefici e di valore, come la bellezza, l’avvenenza, l’erotismo, la sessualità e l’orgasmo nel caso del sogno di Anna Maria.
Il “sentimento della rivalità” ha una natura squisitamente affettiva e nasce nell’infanzia dalla paura di non essere amato dai genitori per ipotetiche colpe e di perdere il loro affetto. La comparsa sulla scena di un fratello aggrava un quadro che di per se stesso è già problematico. La paura di non essere preferito porta a sentirsi soggetto di minor diritto e matura gravi complessi d’inferiorità. Si aggiunge la progressiva convinzione di non poter cambiare e migliorare la propria condizione umana. Nel tempo l’evoluzione porta il “sentimento della rivalità” a sublimarsi e a diventare una sana competizione migliorativa delle proprie qualità e prestazioni. Una bambina che ha sofferto l’angoscia della rivalità fraterna sarà una mamma che porterà il marchio di tanta infamia sociale e di tanto struggimento affettivo. Idem per il bambino. Ricordo sul tema il testo, uno dei pochi, di Louis Corman dal titolo “Psicopatologia della rivalità fraterna” dove si coglie l’incidenza maligna di questo sentimento nei disturbi psichici gravi.
Avanti il terzo, “il sentimento dell’orgoglio”. La parola deriva dalla lingua dei Franchi, “urgoli”, e si traduce “notevole”, mentre la voce tedesca antica “urgol” significa “rigoglio”: un “notevole rigoglio”. A livello psicoanalitico l’orgoglio è collegato alla “posizione fallico-narcisistica” e rappresenta la degenerazione difensiva dell’amor proprio e del potere dell’Io. E’ una difesa dal coinvolgimento e si attesta nell’isolamento. E’ un “complesso di superiorità” che serve a difendersi dagli altri assumendo una corazza altolocata di vero metallo e ponendo uno schermo verso il prossimo, ma resta sempre un complesso di tratti psichici che attende di essere razionalizzato e ridimensionato per adattarsi alla realtà delle persone e delle cose.
Convergendo sul sogno di Anna Maria si può affermare in sintesi che tratta dell’immagine sessuale di sé nel versante temporale del “com’ero” e del “come sono” e lo psicodramma si recita approfittando della figura della giovane e avvenente figlia. Insomma, la nostra Anna Maria si è imbattuta in sogno nei sani sentimenti dell’invidia e della rivalità senza travalicare negli eccessi della competizione e del disprezzo dell’avversario, ma mantenendo gli affetti degni di una madre che è alle prese con il tempo che scorre e con gli insulti dell’evoluzione psicofisica.
Non resta che constatare la bellezza dell’architettura e della “figurabilità” che Anna Maria senza consapevolezza e per via naturale ha immesso nel suo prodotto psichico notturno.
Si può partire.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Ho sognato di trovarmi con mia figlia in un piazzale dove abbiamo parcheggiato la macchina per andare a una conferenza.”

Anna Maria esordisce in sogno con spigliatezza ponendo subito in evidenza il conflitto latente “madre-figlia” in forma di solidarietà e di complicità, in forma sublimata se vi aggrada. Anna Maria ha un buon rapporto con la figlia e con lei frequenta luoghi e persone in maniera disinibita. Anna Maria tiene a precisare che condivide con la figlia la femminilità e la sessualità, che sono donne e che non disdegnano di manifestarlo. Questa è la traduzione di “parcheggiato la macchina”. Meglio di così è possibile soltanto per i mostri, ma qui siamo per il momento nell’assoluta normalità di una relazione madre-figlia costruttiva e benefica.
Vediamo i simboli: “ho sognato di trovarmi” si traduce oggettivamente consisto e mi manifesto con la mia realtà psichica in atto, “figlia” condensa la dipendenza psichica e l’universo psicofisico femminile, “piazzale” rappresenta la piazza e il foro nonché il luogo della socializzazione e della relazione, “parcheggiato” si traduce in esibito e messo in mostra e in una forma di vanità e di civetteria che tende al riconoscimento da parte degli altri, “la macchina” rappresenta il sistema nervoso autonomo o neurovegetativo e nello specifico l’apparato sessuale femminile, “conferenza” dal latino “portare insieme” traduce il possesso e lo scambio, l’avere e la transazione, una modalità di vivere le relazioni in maniera coperta e fascinosa.

“Mia figlia ha preso dalla macchina tanti mazzi di banconote da 50 e 100 euro.”

Anna Maria non ha mezzi termini in sogno e va sempre più al “dunque” e questo “dunque” riguarda il corpo e la sessualità, la femminilità e la femmina nella versione di gran valore e di gran potere: l’orgoglio di esser donne e “dominae” ossia padrone. La madre stima tantissimo la bellezza e la procacità della figlia, il fascino e l’attrazione che suscita nei maschi quando si relaziona e quando è composta nella sua condotta femminile. Questo gratificante rilievo è il prezzo che Anna Maria paga al tempo che passa e la lascia in lotta con lo sfiorire della gioventù e della bellezza. La nostra protagonista vede nella figlia la sua bellezza di un tempo e il suo potere di attrazione e di seduzione. Il sogno ha una vena nostalgica che procura una lieve tristezza e si ferma ai confini di un dolore abilmente sublimato. A proposito di orgoglio, non dimentichiamo che la “macchina” è associata a “tanti mazzi di banconote da cinquanta e cento euro”, un vero valore venale che attesta che l’avvenenza erotica e sessuale è di alto livello.
Vediamo i simboli: “ha preso” traduce la forza e la sicurezza affermative, “tanti mazzi” condensano l’entità del potere e la fallicità della seduzione, “banconote” si interpreta come potere psic-osessuale e relazionale.
La “posizione fallico-narcisistica” di Anna Maria in versione orgogliosa viene proiettata sulla figlia e rispecchia il suo vissuto conflittuale e possibilmente d’inferiorità: rivalità e soggetto di minor diritto.

“Vedendola in difficoltà e pensando che non era sicuro andare in giro con tutte quelle banconote in vista, mi sono avvicinata e le ho dato una vecchia borsetta bianca in pelle che si trovava in macchina.”

“Cuore di mamma non inganna”, recita il proverbio popolare utile al caso di Anna Maria. La madre è preoccupata per l’esibizione da parte della figlia delle bellezze e delle doti estetiche: “le banconote in vista” attestano di un potere legato al senso della vista e all’ambiguo voyeurismo della gente. Anna Maria tiene a precisare che la figlia ha qualcosa di lei, la femminilità e la sessualità. Infatti la “vecchia borsetta che si trovava in macchina” è un raddoppiamento della simbologia femminile, estetica e sessuale, e il concetto ribadito in sogno è che la bellissima figlia è stata “fatta” dalla madre e a lei somiglia, si è identificata nella madre e ne ha anche assimilato la femminilità, “la vecchia borsetta in pelle”. La madre non rassicura la figlia, rassicura se stessa e si consola con la somiglianza e l’identificazione della figlia nella sua figura e persona. Non si manifesta il “sentimento della rivalità” in maniera chiara, ma traspare tra le righe del quadro estetico di una figlia avvenente che ha un buon rapporto formale e sostanziale con la madre.
Vediamo i simboli: “in vista” condensa l’erotismo legato al senso della vista e al piacere voyeuristico, “borsetta” si traduce nella recettività sessuale femminile, “bianca” è anonimato, “in pelle” contiene l’erotismo o “libido” epiteliale.

“Stavamo dirigendoci verso la sala conferenze quando abbiamo sentito il rumore della nostra macchina.”

Anna Maria e la figlia socializzano portandosi dietro gelosamente il loro carico importante di femminilità. Meglio: Anna Maria è orgogliosa di sé e del suo esser donna e si vede nella figlia: “traslazione” da rafforzamento. La presenza della figlia evoca la sua giovinezza e la prestanza di una femminilità ben vissuta e ben accetta. Anna Maria si sente più sicura in compagnia della figlia, alleato psichico, e si relaziona meglio, piuttosto che da sola, perché ha bisogno per le sue contingenze esistenziali di recuperare quell’immagine di sé giovanile e attraente. Il testo del sogno dice chiaramente di questa unione e di questa solidarietà in “stavamo dirigendoci verso la sala conferenze”, ma a questo punto il discorso onirico e psichico si approfondisce nel “rumore della nostra macchina”.
Cosa vorrà mai significare?
Cosa si occulta simbolicamente in queste poche parole?
La risposta è semplice ed è la seguente: significa la funzionalità sessuale e occulta il “fantasma di castrazione” della protagonista del sogno. Anna Maria si è portata dietro l’alleata in questo suo excursus narcisistico verso il recupero del passato e tramite la bellezza della figlia ripara a questa suo senso di perdita adducendo il fatto che la sua “libido genitale” e sessuale è in crisi. Proprio per questo motivo fa questo sogno e lo compone in questo modo. Anna Maria si sente in emergenza e ripensa al tempo passato quando la giovinezza del corpo arrideva ai suoi sensi. La figlia in sogno è l’immagine di sé quand’era giovane e, come si diceva in precedenza, è la “proiezione” di parti psichiche di sé nella figlia. Degno di nota è “il rumore della nostra macchina”, un plurale maiestatis che testimonia il narcisismo e la castrazione che sono in simultanea circolazione psichica.
Vediamo i simboli: “il rumore” attesta chiaramente della funzionalità neurovegetativa sessuale, l’esito di una funzione e l’introduzione all’orgasmo.

“Sorprese ci siamo dirette verso la finestra e abbiamo visto che la macchina senza autista andava via.”

Anna Maria è in crisi d’orgasmo e di invecchiamento ed è sorpresa perché non se l’aspettava, non si era preparata psicologicamente ai drastici processi di perdita che madre Natura impone nell’evoluzione psicofisica, specialmente femminile: la menopausa e la riduzione della “libido”. “La finestra” è una consapevolezza sociale che Anna Maria esibisce quando si accorge che la “castrazione” è avvenuta e che la menopausa incombe inesorabilmente con i suoi vantaggi e si suoi svantaggi. Ha, purtuttavia, sempre in atto l’alleanza con la figlia e la porta come ausilio per prendere coscienza del tempo presente e del tempo passato, quando si era giovani e avvenenti e quando si è costretti a subire e ad accettare gli insulti sempre del famigerato tempo. In questo caso l’amore del proprio destino di donna, “amor fati”, è indispensabile per favorire e rafforzare la “razionalizzazione” del quadro esistenziale. “La macchina senza autista” rappresenta mirabilmente l’automatismo della funzionalità sessuale e il procedere neurovegetativo verso l’orgasmo: meccanismo psichico della “figurabilità”. Anna Maria ha vissuto una crisi in riferimento alla sua capacità di disporsi all’orgasmo e si è imbattuta nel dubbio del tempo che passa e nella nostalgia di quando tutto era spontaneo e naturale, automatico con un termine freddo. E allora il pensiero va al suo alleato in sogno, la figlia giovane e brillante di ormoni, nella ricerca di una magra consolazione e di rafforzamento per andare avanti con il sogno e con questa tematica forte.
Vediamo i simboli: “la macchina senza autista andava via” equivale all’orgasmo che necessita del mancato controllo dell’Io e dell’abbandono ai movimenti neurovegetativi, “l’autista” rappresenta l’istanza psichica vigilante e consapevole “Io”.

“Mentre pensavamo sul da farsi, la macchina è ritornata parcheggiandosi.”

E’ bastata una riflessione cosciente a bloccare l’orgasmo, cosi ben descritto in precedenza. E’ bastato l’autista, l’Io, a far tornare tutto sotto controllo e a ripristinare quella vigilanza che non fa bene alla vitalità sessuale. Anna Maria in sogno sta sempre parlando di sé e di una sua evoluzione psicofisica che la mette in crisi, ha addotto qualcosa di oggettivo che succede alle donne nell’esercizio del vivere. Il “sistema neurovegetativo” e il “sistema nervoso centrale” sono in funzione, anzi il secondo ha preso il sopravvento sul primo. Il “parcheggiandosi” attesta del ritorno alla norma e alla stato di quiescenza sessuale dopo l’eccitazione. Il tutto è in linea con la neurofisiologia e con il “principio di realtà” dell’istanza “Io”, nonché con i valori della formazione psichica e sociale di Anna Maria.
Vediamo i simboli: “pensavamo” rappresenta l’Io e la coscienza e la prima persona plurale è in funzione di rafforzamento, “da farsi” condensa il pragmatismo terapeutico dell’angoscia e la possibile “razionalizzazione” attraverso l’azione, “la macchina è ritornata” contiene il ritorno dallo stato neurovegetativo allo stato di consapevolezza, “parcheggiandosi” esprime il ritorno alla normalità dopo l’ebollizione orgasmica e al composto inquadramento sociale.

“Contente ci dirigiamo verso la sala conferenze, quando la macchina è ripartita nuovamente senza ritornare.”

Anna Maria ha appena espresso e realizzato il desiderio di riavere le sue pulsioni e il suo orgasmo e si sente appagata e piena di sé, “contenta”, per cui può riprendere in maniera disinibita i suoi ruoli sociali, “la sala conferenze”. Ma ecco che si manifesta la realtà dei fatti, “la macchina è ripartita nuovamente senza ritornare”: la sessualità neurovegetativa è presente e senza il controllo dell’Io, senza l’autista. L’allegoria dell’orgasmo è perfetta, ma l’interpretazione di quest’ultimo capoverso è “double face”. Da un lato si può intendere come la presenza di una disinibizione sessuale senza freni e dall’altro lato si può intendere come una perdita depressiva della vitalità sessuale legata a un trauma reale o alla caduta della “libido”. Il sogno di Anna Maria lascia in sospeso l’esito finale perché entrambe le interpretazioni possono essere aggiudicate. Il “senza ritornare” esprime una irreparabile caduta dell’orgasmo, ma la macchina ripartita lascia ben sperare. Il dubbio “amletico” lo può risolvere soltanto Anna Maria.
Vediamo i simboli: “dirigiamo” condensa il principio dell’intenzionalità della coscienza di Brentano in base al quale la psiche investe le sue energie su un oggetto ben preciso, “ripartita” esprime la ripresa degli investimenti di “libido”, “ritornare” rappresenta la reiterazione del rivivere e il sentimento della nostalgia.

“Mi sono svegliata chiedendomi il significato di questo sogno.”

I sogni strani inducono questo desiderio o bisogno di conoscere “il significato”. Ogni sogno racchiude una “parte psichica di sé” che lo qualifica come un incremento al “sapere di sé” e all’accrescimento dell’autocoscienza al punto che si può considerare una psicoterapia bella e buona la consapevolezza dei “fantasmi” e dei simboli che dominano il sogno. Quest’ultimo è “significante”, portatore di “segni”, latino “signa”, le insegne delle legioni romane che si devono interpretare e tradurre. Non basta, perché Anna Maria ha codificato senza esserne consapevole delle figure retoriche come l’allegoria dell’orgasmo in “la macchina senza autista andava via.” Svegliarsi con la curiosità di sapere è anche un legittima difesa psichica perché suppone cosa ci turba in questo preciso momento della nostra vita.
La decodificazione del sogno di Anna Maria si può concludere qui.

PSICODINAMICA

Il sogno di Anna Maria svolge la psicodinamica del “sentimento della rivalità” materna per concludersi con la rappresentazione allegorica della vitalità sessuale. La parte finale possiede una ambivalenza interpretativa che oscilla da una facilità a lasciarsi andare sessualmente a una inibizione della “libido” legata a trauma o a veicoli organici naturali come la menopausa. La relazione con la figlia risente del desiderio di Anna Maria di ringiovanirsi con la regressione alla “posizione psichica fallico-narcisistica”, precedente alla “genitale”, e con la competizione estetica e relazionale.

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

Dei “simboli” si è abbondantemente detto cammin facendo.

“L’archetipo” richiamato riguarda la sessualità.

Il “fantasma” presente è di “castrazione” e di perdita depressiva.

Le istanze presenti nel sogno di Anna Maria sono le seguenti: “Io” o vigilanza razionale in “Vedendola in difficoltà e pensando” e in “Mentre pensavamo” e in “Contente ci dirigiamo” e in “autista” e in altri punti, “Es” rappresentazione delle pulsioni in “parcheggiato la macchina” e in “tanti mazzi di banconote da 50 e 100 euro.” e in “la macchina senza autista andava via.” e in altri punti, “Super-Io” censura e moralità in “Vedendola in difficoltà e pensando che non era sicuro andare in giro con tutte quelle banconote in vista,” .

Il sogno di Anna Maria tira in ballo la “posizione psichica fallico-narcisistica”, autocompiacimento e amor proprio, e la “posizione genitale” e la “libido” corrispondente con i suoi sondaggi sulla vitalità sessuale.

I “meccanismi psichici di difesa” dall’angoscia innescati nel sogno di Anna Maria sono la “condensazione” in “figlia” e in “macchina” e in “borsetta” e in altro, lo “spostamento in “mazzi di banconote” e in “rumore” e in altro, la “proiezione” in “mia figlia” e in “vedendola in difficoltà”, la “figurabilità” in “macchina senza autista”.

Il “processo psichico di difesa” presente nel sogno di Anna Maria è la “regressione” nei termini funzionali onirici ossia nella introversione delle energie e nelle allucinazioni. La “sublimazione della libido” non risulta in azione.

Il sogno di Anna Maria attesta di una “organizzazione psichica reattiva”, carattere o struttura, a prevalenza “narcisistica” e all’interno di una cornice nettamente “genitale”, sessualità e maternità.

Le “figure retoriche” elaborate da Anna Maria nel suo sogno sono la “allegoria” o relazione di somiglianza in “la macchina senza autista andava via” e in “la macchina è ripartita nuovamente senza ritornare”, la “metafora” in “macchina” e in “borsetta”, la “metonimia” o relazione di senso logico in “rumore” e in “parcheggiata”. Il sogno di Anna Maria sorprende per la capacità naturale e inconsapevole della protagonista a coniare allegorie e a usare il “meccanismo della figurabilità”.

La “diagnosi” dice di un sentimento della rivalità materna in un ambito di recupero narcisistico della “libido genitale”. Anna Maria approfitta dell’alleata figlia per svolgere la sua psicodinamica di riduzione e caduta dell’avvenenza e del fascino giovanile. Tecnicamente Anna Maria reagisce al “fantasma di castrazione” con la rappresentazione compensatoria del fenomeno psicofisico dell’orgasmo.

La “prognosi” impone ad Anna Maria di recuperare la consapevolezza delle sue frustrazioni e di reagire in maniera realistica agli scompensi ormonali ed estetici. La competizione con il tempo e con la figlia non porta quei risultati di benessere a cui aspira, mentre l’accettazione amorosa del suo destino di donna può reperire ed esaltare nuove e non immaginate doti. La giusta collocazione sociale completerà l’opera di reinserimento dopo la crisi esistenziale. La vitalità erotica e sessuale è ampiamente compensata da madre natura e dalla psiche nell’età matura e dopo l’inesorabile perdita della fertilità.

Il “rischio psicopatologico” si attesta in una recrudescenza del “fantasma di castrazione” e in una “psiconevrosi istero-fobica- ossessiva”: conflitto e somatizzazione d’angoscia e idee ritornanti.

Il “grado di purezza onirico” rientra nell’ordine del “buono” proprio per la naturalezza descrittiva e narrativa che è prossima all’irrealtà.

La causa scatenante del sogno di Anna Maria, “resto diurno” del “resto notturno”, si attesta nella naturale frequentazione della figlia e nella loro splendida e umana relazione. Incide in ogni caso la quotidiana consapevolezza del tempo che che trascorre e lascia qualche ferita narcisistica.

La “qualità onirica” o attributo dominante nel sogno di Anna Maria è proprio l’irrealtà della simbologia dinamica della “macchina”.

Il sogno si è svolto nella seconda fase del sonno REM proprio per le caratteristiche di cui si diceva e alla luce della esigua carica tensiva. L’emozione si accompagna alla sorpresa in un crescendo di desiderio di capire il significato del prodotto psichico che Anna Maria sta confezionando.

Il “fattore allucinatorio” si attesta nel senso della vista e dell’udito: “quando abbiamo sentito il rumore della nostra macchina” e “abbiamo visto che la macchina senza autista andava via.” Degna di nota è l’allucinazione spaziale in “Stavamo dirigendoci” e in “ci siamo dirette”.

Il “grado di attendibilità” della decodificazione del sogno di Anna Maria è “buono” e, di conseguenza, il grado di fallacia è “scarso”. La simbologia è abbastanza scontata e diffusa per cui la psicodinamica si evidenzia in maniera lineare.

DOMANDE & RISPOSTE

La decodificazione del sogno di Anna Maria è stata analizzata da una lettrice anonima che nella vita svolge la professione di ragioniera. Alle fine ha posto le seguenti domande.

Domanda
Faccio un riepilogo di quello che ho capito. La madre e la figlia escono insieme per andare a una conferenza con la macchina e la parcheggiano. Tutto questo è possibile nella realtà. Che la figlia abbia banconote all’aria aperta senza una borsetta, è improbabile ma è possibile. Che la madre le dia una borsa dove metterle, può succedere. Ma che la macchina si muova da sola e che scompaia, mi sembra qualcosa di magico.
Risposta
Giusto, sono pienamente d’accordo. Nel contenuto del sogno ci sono pezzi realistici e pezzi irreali. Ma il sogno è tutto simbolico e deve essere tradotto.
Domanda
Ah! E’ tutto simbolico e allora lei lo ha interpretato. Ma è sicuro? Non può essere mezzo realistico e mezzo simbolico?
Risposta
IL sogno ha una sua realtà complessa e specifica e non può essere un riepilogo da dormiente degli stessi temi e degli stessi processi razionali che usiamo da svegli.
Domanda
E allora mi spieghi come può una mamma entrare in competizione con la figlia ed essere invidiosa?
Risposta
E’ assolutamente normale perché la mamma ha una sua storia psichica e ha elaborato i suoi “fantasmi” e in speciale modo quelli “narcisistici”. Di conseguenza, a un certo punto della sua vita può ricordare e vedere nostalgicamente se stessa nella figlia senza essere diagnosticata fuori di testa. Importante è che il narcisismo sia utile e pratico e non porti alla deleteria sopraffazione e alla sciocca competizione.
Domanda
Ma che tipo di coppia lei vede nella madre e nella figlia?
Risposta
Hai presente una madre che va da dai quaranta anni ai cinquant’anni e che va a spasso con la figlia che va dai venti a i trent’anni?
Domanda
Ne vedo tante di questa coppia in piazza Duomo o in corso Matteotti, specialmente il sabato sera. Sono donne che si sono sposate a vent’anni e che hanno avuto figli subito e che sono ancora giovani quando i figli sono grandi.
Risposta
Perfetto. Ma tu non hai visto quello che hanno dentro, meglio quello che la madre si porta dentro. Ecco questo il sogno ha detto.
Domanda
Il sogno ha detto cosa prova una madre a passeggio con la figlia o che va ad una conferenza in macchina.
Risposta
Benissimo.
Domanda
Lei ci ha tirato fuori tante robe intime. Ma come ha fatto ed è sicuro che è la verità?
Risposta
Ho interpretato i simboli e li ho messi insieme.
Domanda
Ma alla fine non era sicuro e ha dato due possibilità.
Risposta
Questo conferma che il sogno non era completo, che mancava qualche pezzo, che non sempre si capisce e che, quando non si capisce, non si può interpretare.
Domanda
Me lo può spiegare ancora?
Risposta
Volentieri. Siccome la macchina non è più tornata, significa che si è persa e, quindi, c’è un processo organico che non funziona bene. Oppure, al contrario, significa che Anna Maria è sessualmente sistemata meglio di prima dopo una crisi psicofisica che può essere stata la menopausa o un trauma chirurgico.
Domanda
Ma Anna Maria ha una buona relazione con la figlia?
Risposta
Ottima, direi, perché solidarizzano in ogni senso e non soltanto perché vanno alle conferenze. Anna Maria è una madre quasi perfetta perché vive anche queste sensazioni di rivalità. Importante che non abdichi al ruolo di madre anche in tanta apparente amicizia. La figlia ha bisogno della madre e non dell’amica. Fissare con chiarezza il ruolo e rispettare la collocazione sono le doti migliori di una madre. Le confusioni psico-sociali fanno solamente male a entrambe.
Domanda
Però nel suo ultimo libro sull’anoressia mentale la madre ha un’importanza notevole?
Risposta
Più che altro è la figlia che è in gran confusione mentale. Certo la madre non si è messa in discussione. Leggi sul blog il “Bollettino per i naviganti” sul testo “Io e mia madre” per capire meglio. Poi, sai, ognuno nelle lettura di un libro ci mette tanto del suo.
Domanda
Quale canzone ha scelto per questo sogno?
Risposta
Ho scelto una vecchia canzone di Guccini, “Un altro giorno è andato”, per razionalizzare meglio lo scorrere del tempo e per volergli bene perché consente l’evoluzione.
Domanda
Grazie di tutto.
Risposta
Sono io a ringraziarti per la semplicità che mi hai regalato.

 

UN PADRE DA CONFORTARE

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Ero in mezzo a tanta gente a un funerale.
Fra le persone, a un certo punto, vedo mio padre che sta piangendo e si appoggia con il capo sulla spalla di un altro uomo, suo amico, per cercare conforto.
Appena lo scorgo, corro da lui per essergli vicino.”
Poi mi sveglio.

Questo sogno appartiene a Magritte.

DECODIFICAZIONE – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Il “funerale” ricorre spesso nei nostri sogni. E’ un rito primordiale e misura la differenza culturale tra gruppi umani e tra uomini e animali. La modalità in cui si svolge attesta del grado di civiltà di un popolo. La Civiltà è la sintesi qualitativa della Cultura. Quest’ultima si attesta nell’insieme degli schemi interpretativi ed esecutivi della realtà che un popolo storicamente elabora. I pregi di una Cultura sono l’accessibilità mentale e il pragmatismo, la facilità a comprendere gli schemi e a dare la risposta utile ai bisogni della gente. E’ importante che gli schemi siano “cartesianamente” chiari e distinti in maniera di essere capiti e agiti da tutti.
Il “funerale”, come si diceva in precedenza, è uno schema culturale atavico che si è tradotto storicamente in un rito sacro o profano, religioso o laico, ma non ha variato il suo valore simbolico, a conferma dell’universalità nel tempo e nello spazio del suo significato profondo: il “funerale” è un esorcismo e una “catarsi” dell’angoscia di morte, una benefica e salutare “razionalizzazione” del “memento mori” o “ricordati che devi morire”, il tormentone dei frati “trappisti”. Nell’evoluzione storica cambia la Cultura ma resta il significato simbolico dei riti e delle procedure formali. La parola “funerale” deriva dal latino “funus” che si traduce nell’italiano “fune” e si riferisce al rituale di depositare la bara del defunto nella fossa proprio calandola con delle funi.
Il sogno di Magritte sviluppa fondamentalmente l’angoscia legata alla possibilità della morte del padre all’interno di una cornice “edipica”, un sentimento d’amore verso il padre riverberato sulla futura e fatale morte. In tale contesto psicodinamico Magritte non trova di meglio che assumere il ruolo di “confortatrice” del padre nel seguirlo in vita verso il suo funerale.
Ricordo che il “conforto” traduce dal latino il “portare insieme”, quei doni alimentari che concretamente si offrono ai familiari sopravvissuti del defunto in segno di preoccupazione per l’affanno della morte e di sollievo per consentire loro il naturale decorso del dolore. In senso traslato e, di poi, simbolico il “conforto” e un tentativo di assimilazione del dolore altrui che consente la riduzione e il sollievo dell’angoscia globale legata alla morte e alla perdita depressiva. Voglio significare che ogni funerale evoca la nostra morte e la morte in generale o “nostra sora morte”. La figlia si preoccupa per il padre e vorrebbe assumere su di sé parte del suo dolore e parte della sua angoscia.
Ricordo, di passaggio, la differenza psicologica tra “dolore” e “angoscia”. Il dolore ha un oggetto preciso e richiede la consapevolezza, l’angoscia non conosce l’oggetto e non ha consapevolezza per cui si somatizza con la morsa alla gola e le agitazioni neurovegetative. Ho paura di un qualcosa e la “razionalizzazione” mi aiuta a stemperare la tensione e possibilmente a superarla. L’angoscia, invece, la subisco e devo farla diventare dolore per ridurre la sua consistenza neurovegetativa. L’angoscia di morte si compiace di manifestarsi nel simbolo, nel sintomo e nel sogno, in quei fenomeni psicofisici spontanei che non possono essere controllati. Secondo il filosofo danese Kierkegaard l’angoscia era la malattia mortale dell’uomo, la sua essenza da espiare nella sua esistenza superando la materia e ricollegandosi senza alcuna sicurezza e garanzia a quel Dio da cui in origine il capostipite Adamo si era distaccato peccando e guadagnando proprio la morte per tutto il seme umano. Leggete al proposito “Il concetto dell’angoscia e la malattia mortale”. Per la Psicoanalisi l’angoscia è legata al materiale psichico, in specie sessuale, ingestibile dalla coscienza dell’Io e di conseguenza rimosso o trattato dai “meccanismi psichici di difesa” in attesa di essere razionalizzato e che l’Io si riappropri dell’alienato. Sull’angoscia di morte è necessaria la consapevolezza del “memento mori”, non reiterato a ogni incontro come sadicamente operato dai Cistercensi, ma come diceva Epicuro: bisogna liberarsi dall’angoscia con la consapevolezza che l’esperienza della morte è impossibile e che la morte fisica non può essere esperienza vissuta: “quando c’è la morte, non c’è la vita e quando c’è la vita, non c’è la morte”. Pur tuttavia, l’unica morte possibile in vita è la morte psichica, la depressione, la maligna e infausta sindrome legata al distacco e alla perdita affettive, quella legata all’ampliamento del primario “fantasma di abbandono” elaborato mentalmente durante il primo anno di vita. Su queste linee psichiche profonde va anche ricondotta la psicodinamica dell’autismo.
Mi sono dilungato abbastanza, per cui non mi resta che procedere con la decodificazione del sogno di Magritte.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Ero in mezzo a tanta gente a un funerale.”

Magritte è una donna che socializza e riconosce se stessa in mezzo alla gente, “tanta gente”, tanti altri da sé, tanti oggetti possibili d’investimento della sua “libido”. La sua collocazione spaziale è nel “mezzo” a testimonianza di una totale assenza di fobie e di una totale presenza di disinibizioni sociali. Magritte ama essere al centro e si riconosce tra “tanta gente”. Mi piace precisare quanto importante è per l’evoluzione e la formazione psichiche del bambino la socializzazione e le persone che lo circondano, la gente che va e viene, gli altri che permettono un confronto e un riscontro sano e profondo. La gente siamo noi e noi siamo figli della gente semplicemente perché gli altri ci permettono di individuarci come soggetti già soltanto per il fatto di starci attorno. Dopo lo “stadio dello specchio”, dopo aver riconosciuto se stesso e il suo “Io”, il bambino abbisogna di distinguersi dagli altri e nell’individuarsi riconosce l’importanza di relazionarsi. Questo cenno teorico serve ad allargare la visuale del sogno di Magritte verso l’interesse di chi legge. La nostra protagonista ama la gente e il primato sociale, la compartecipazione e la solidarietà, ma si trova in un evento culturale e psichico molto preciso e drammatico, il “funerale” di cui ho già detto abbondantemente nelle “Considerazioni”. La folla e la gente celebra un esorcismo e una “catarsi” dell’angoscia di morte e si riconcilia con la vita e la vitalità per riprendere alla grande le normali attività dell’esistere: “fantasma del sopravvissuto”. Magritte introduce immediatamente il suo “fantasma di morte” e il suo controllo difensivo dell’angoscia di perdita depressiva a esso collegata. Da un esordio ambivalente viene fuori il buono della “tanta gente” e il dramma del rito della morte. Vediamo dove Magritte va a parare con il suo sogno e con la sua psicodinamica.

“Fra le persone, a un certo punto, vedo mio padre che sta piangendo e si appoggia con il capo sulla spalla di un altro uomo, suo amico, per cercare conforto.”

Magritte prende consapevolezza della figura paterna, “vedo mio padre”, della sua carica relazionale, della sua predilezione a stare con la gente, “fra le persone”, della sua umanità solidale, della sua debolezza o forza nel “cercare conforto” in un “suo amico”. Magritte prende anche coscienza della sua gelosia nei riguardi della vita sociale del padre e della rete degli affetti che ha intessuto. Sicuramente si tratta di una “regressione” e di una “fissazione” all’infanzia e alla “posizione edipica” nello specifico, a quando lei bambina era particolarmente attratta da questa figura maestosa e umile, forte e debole, un uomo che doveva condividere non soltanto con amici e conoscenti, ma anche con la madre. Ma di quest’ultima figura non c’è traccia. Degna di nota è la romantica postura del capo sulla spalla di un amico nella ricerca del “conforto”. Quest’ultimo si attesta nel portare un qualcosa di concreto sotto forma di solidarietà e di condivisione. Il padre di Magritte “sta piangendo”, libera emozioni profonde di fronte al funerale operando la “catarsi” dell’angoscia di morte. Dimenticavo: “l’amico” è la “traslazione” difensiva del desiderio affettivo di una Magritte in versione maschile che attesta di una buona identificazione nel padre e di un apprezzamento consistente dell’universo maschile.

“Appena lo scorgo, corro da lui per essergli vicino.”

L’attrazione fatale verso il padre si manifesta in maniera delicata e arriva alla consapevolezza di Magritte, “lo scorgo”, per concludersi in una romantica corsa verso di lui per essere il suo conforto al posto di un anonimo amico. La figlia brama essere il soggetto privilegiato delle relazioni paterne e questo è un “fantasma” dell’infanzia e dell’adolescenza, una pulsione “edipica” molto delicata nelle sue movenze e molto graziosa nei suoi desideri. Nulla di volgare è presente in questo desiderio della figlia di essere l’oggetto privilegiato delle pulsioni e degli investimenti del padre. Questa è la versione adulta della “posizione edipica”, quella che si presenta nel teatro psichico verso i quarant’anni, una relazione d’affetto in vista del fatto che si avvicina il funerale del padre. Magritte è apprensiva di fronte al tempo che passa e che avvicina la perdita del padre. In vita vuole godere del padre, vuole goderselo come se fosse il suo nume tutelare e vuole approfittare di ogni momento per stargli vicino. Alla paura di perderlo si associa il sentimento della gelosia verso l’amico o le persone anonime che sono ammesse alla presenza del padre.
Questo è quanto dovevo al sogno di Magritte.

PSICODINAMICA

Il sogno di Magritte svolge la psicodinamica “edipica”, relazione conflittuale, e compone il “fantasma di morte” con l’amore sublimato nei riguardi del padre. Il sentimento della gelosia non travalica nel bisogno di possesso, ma si purifica nel desiderio di vivere con dolcezza affettiva e di godere la figura paterna vita natural durante.

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

Il sogno di Magritte contiene i seguenti “simboli” che ribadisco per una migliore comprensione della decodificazione e della interazione analitica: “gente” o altro da sé e relazione sociale, “funerale” o fantasma di morte e distacco e perdita depressiva e rito e memoria, “padre” o archetipo e posizione edipica e istanza “Super Io”, “piangendo” o scarica isterica e catarsi del dolore, “capo sulla spalla” o condensazione di ragione e coraggio, “amico” o oggetto transferale e alleato psichico, “conforto” o affettività concreta, “scorgo” o istanza razionale intuitiva dell’Io, “corro da lui” o relazione di soccorso con investimento di libido, “vicino” o prossimità affettiva.

Il sogno di Magritte elabora gli “archetipi” del “Padre” e della “Morte”.

I “fantasmi” chiamati in causa da Magritte nel suo sogno sono del “padre” e di “morte” all’interno di una cornice “edipica”.

Le istanze psichiche presenti nel sogno di Magritte sono le seguenti: “Io” o vigilanza razionale in “vedo” e in “scorgo”, “Es” o rappresentazione dell’istinto in “funerale” e in “piangendo”, “Super-Io” o censura morale e limite in “mio padre”.

La “posizione psichica” richiamata e usata da Magritte nel sogno è chiaramente quella “edipica”: “vedo mio padre che sta piangendo e si appoggia con il capo sulla spalla di un altro uomo, suo amico, per cercare conforto. Appena lo scorgo, corro da lui per essergli vicino.”

I “meccanismi psichici di difesa” dall’angoscia sono i seguenti: la “condensazione” in “funerale” e in “padre” e in “gente” e in altro, lo “spostamento” in “amico” e in “capo sulla spalla” e in “corro da lui”, la “drammatizzazione in “corro da lui per essergli vicino.”, la “traslazione” ancora in “amico”.

I “processi psichici di difesa” dall’angoscia sono la “sublimazione” in “corro da lui per essergli vicino.”, la “regressione” nei termini richiesti dalla funzione onirica ossia “topica” e “formale” e “temporale” con le allucinazioni e l’aspetto immaginifico, nonché con la “posizione edipica”.

Il sogno di Magritte evidenzia un tratto consistente ed essenziale “edipico” all’interno di una “organizzazione psichica reattiva genitale”: amore sublimato nei confronti del padre e capacità di investimento attraverso il “conforto”, il prendersi cura di lui e goderlo mentre è in vita.

Le “figure retoriche” formate dal sogno di Magritte sono la “metafora” o relazione di somiglianza in “funerale”, la “metonimia” o nesso logico in “capo sulla spalla” e in “conforto” e in “corro da lui” e in “vicino”, la “enfasi” o forza espressiva in “Appena lo scorgo, corro da lui per essergli vicino.” Il sogno di Magritte si snoda con una vena narrativa e logica consequenziale secondo una poetica realista.

La “diagnosi” dice di una sindrome edipica all’interno di un “fantasma di morte”. L’angoscia della morte del padre rievoca il forte legame conflittuale, vissuto nell’infanzia e nell’adolescenza, senza le punte critiche dell’angoscia depressiva, ma secondo le coordinate di una “sublimazione della libido” da parte di una figlia che aspira a prendersi gelosamente cura del padre.

La “prognosi” impone a Magritte di assecondare il bisogno di accudire la figura paterna in prospettiva della morte e di goderne la persona con la frequenza adatta ai suoi bisogni di recupero. Più padre, meno colpe: meno colpe, meno sintomi.

Il “rischio psicopatologico” si attesta nei sensi di colpa irreparabili che possono diventare sintomi in attesa di espiazione: “conversione isterica” e “formazione di sintomo” con il “ritorno del rimosso”.

Il “grado di purezza onirica” si attesta nell’ordine del “buono” nonostante la narrazione discorsiva. Il sogno è intriso di simboli che garantiscono la purezza della trama.

Il sogno di Magritte può essere scatenato da una preoccupazione nei riguardi della salute del padre o dalla visione o partecipazione a un funerale.

La “qualità onirica” è nettamente “simbolico discorsiva”.

Il sogno di Magritte si è svolto nella terza fase del sonno REM alla luce della sua chiarezza discorsiva e del suo contenuto simbolico. Le emozioni in atto giustificano la fase suddetta.

Il “fattore allucinatorio” si attesta nel senso della “vista” in “vedo mio padre” e in “lo scorgo”. La sensazione del movimento si attesta in “corro da lui”.

Il “grado di attendibilità” della decodificazione del sogno di Magritte può essere stimato nell’ordine del “buono”: si avvicina all’oggettività. Il grado di fallacia è, di conseguenza “scarso”.

DOMANDE & RISPOSTE

La decodificazione del sogno di Magritte è stata sottoposta alla lettura e all’analisi di una collega anonima che alla fine ha posto le seguenti domande.

Domanda
Lei ritiene che i genitori nella loro vecchiaia vanno adottati dai figli. Perché?
Risposta
La “posizione edipica” non si risolve mai del tutto, si evolve e si ripropone camuffandosi alla ricerca di una sistemazione risolutiva che non può esistere. Siamo costretti dalla nostra formazione psichica a portarci dentro e dietro i genitori con un senso di sacro e di mistero incorporato nei loro corpi e nelle loro menti, come erano fatti e cosa pensavano. Le pulsioni edipiche vanno sempre dirigendosi verso la migliore “sublimazione” possibile e i sensi di colpa si alleviano cammin facendo. Adottare non significa essere fusi e confusi e tanto meno esercitare un potere, significa prendersi cura della loro persona secondo le linee direttive di un “riconoscimento” psichico sempre più completo delle loro figure, del simbolismo delle origini e della nostra identità psichica. Inoltre, la presa in carico psicofisico dei genitori da parte dei figli provvidi impedisce ai sensi di colpa, che inevitabilmente chi muore lascia in eredità, di convertirsi in sintomi psicosomatici e in disturbi nevrotici. In passato, quando non esisteva l’INPS, i figli provvedevano al mantenimento materiale dei genitori e maturavano in maniera veramente solidale e “genitale” le pulsioni edipiche vissute nell’infanzia.
Domanda
E’ una teoria psicologica ed è anche un suo consiglio?
Risposta
Ha perfettamente ragione, cara collega. E’ un vissuto mio che ho esteso alla sensibilità della gente che ho frequentato e spesso con riscontri positivi. Si vede chiaramente nel sogno di Magritte che la sua esigenza profonda è quella di prendersi cura del padre nella vecchiaia, sia per affetto e sia per alleviare i suoi sensi di colpa, un’evoluzione del sentimento d’amore, una “sublimazione” delle pulsioni di un tempo. Le faccio io una domanda: cosa pensa delle case di riposo per anziani?
Domanda
Sono strumenti moderni per i nostri tempi. Quando sono ben gestite sono positive.
Risposta
Sono l’anticamera della morte. Accorciano la vita perché ridestano il “fantasma di morte e di abbandono”. Queste persone, anche quando sembrano senza consapevolezza, hanno sprazzi di lucidità sulla loro fine e si difendono con le varie forme della demenza. Le racconto un episodio che mi è appena successo. Passeggiavo nel lungomare della lucente cittadina di Avola, famosa per le mandorle e il vino “nero” nonché per i cannoli alla ricotta della famosa e famigerata pasticceria Girlando, una strada ampia e fiancheggiata da una miriade di case di riposo per anziani, l’affare dei nostri giorni assieme alle case vacanza. Comunque per farla breve, un vecchietto, chiuso nell’elegante recinto della sua nobile dimora, mi ha gridato “assassino, assassino!” con forte enfasi. Era in fase delirante per chi l’accudiva e in “demenza senile” per lo psichiatra. Niente affatto! Il vecchietto diceva la sua verità, era molto lucido e profondo, dava voce al suo “fantasma di morte” ridestato e rivissuto in quel lussuoso lager e lo traslava su di me. Io ero colui che l’aveva ucciso relegandolo in quell’anticamera della morte al posto dei figli o dei parenti che avevano fatto la scelta. In effetti, usava i “processi primari” e il meccanismo psichico di difesa dall’angoscia della “traslazione”. Sono ripassato dopo alcuni giorni e l’ho rivisto tranquillo, pardon sedato, seduto su una poltrona con lo sguardo rivolto alla luce accecante del mezzogiorno siciliano. Avrei voluto conoscere i suoi parenti, quelli che hanno disposto la sua reclusione dorata e la sua morte accelerata, per spiegare loro la crudeltà di una decisione apparentemente migliorativa e proficua.
Domanda
Quale intervento lei avrebbe voluto fare a questo signore?
Risposta
Semplicemente parlare con lui alla luce del fatto che qualcuno l’aveva ucciso e farlo ragionare su questo tema, farlo riappropriare dell’alienato interpretando gentilmente la sua accusa nei miei confronti. Sono sicuro che mi avrebbe detto: “mi stanu facennu muriri, aiutami”, “mi stanno facendo morire, aiutami”.
Domanda
Lei è ottimista, ma dimentica che la persona anziana ha anche un cervello vecchio e una mente conseguentemente degenerata. Non è solo una questione psicologica, è anche una questione di invecchiamento degli organi e delle funzioni.
Risposta
La “coscienza di sé” cessa nel momento in cui l’elettroencefalogramma è piatto. Anche quando ci troviamo di fronte al delirio di un anziano, bisogna considerare che si tratta di una produzione psichica che lo riguarda direttamente e che parla di lui e della sua storia. Se si decodifica il delirio si capisce che l’attività mentale è basata sui “processi primari”, quelli che formano il sogno”, ed è al servizio di un equilibrio psicofisico migliore possibile. Interpretare comporta il restituire una persona la vita e la vitalità anche nel dolore di una contingenza disgraziata come la malattia.
Domanda
Le sue sono ipotesi e convinzioni personali. Il delirio è una perdita di contatto con la realtà e, anche se si può capire, non apporta alcun vantaggio e sollievo per un anziano. Cambio argomento e le chiedo: la folla e la gente fanno bene alle persone, ma come la mettiamo con l’agorafobia?
Risposta
Non rispondo alla prima parte della sua domanda perché sarei volgare. “Avanti con il santo che la processione si ingruma”, dicono i Veneti sapienti. L’agorafobia si attesta nel timor panico che prende un soggetto di fronte a spazi aperti e a confusione di persone. Lo spazio è diventato il vendicatore delle colpe e il soggetto si sente braccato ed è convinto che deve rendere conto delle sue malefatte con la morte. L’angoscia lo attanaglia, il respiro non è fluido, i sintomi maligni conseguono secondo le proprie propensioni formative. Una forte componente psichica, che riguarda la relazione con i genitori, è contenuta nelle cause profonde degli attacchi di panico agorafobico. Per il resto, come ho detto nelle “Considerazioni”, la gente e la folla sono salutari perché consentono a una persona di dire a se stesso “io sono io e gli altri sono gli oggetti di investimento della mia libido”. Un bambino che cresce tra la gente corre meno rischi di malessere psichico rispetto a un bambino isolato che vive con le poche e le solite presenze fisiche.
Domanda
Lei ha sostenuto che la “posizione edipica” in versione adulta si attesta nella cura dei genitori. E i genitori come si atteggiano dentro?
Risposta
Sono pochissimi gli studi sulla Psicologia senile. I vecchi si maltrattano facilmente con gli psicofarmaci e non meritano di essere conosciuti meglio nelle loro umanissime psicodinamiche. Ai vecchi non si prescrive la psicoterapia, è tempo perso: così si pensa comunemente. Niente di più sbagliato. Alla sua domanda rispondo dicendo che il genitore anziano rispolvera la sua formazione psichica e il patrimonio di esperienze che ha accumulato e continuerà ad usare i suoi prediletti “meccanismi di difesa”. In ogni caso il genitore anziano gradirà qualsiasi attenzione nei suoi riguardi e non rifiuterà, di certo, la premura e la cura degli altri sempre restando nel suo ambiente e tra le sue cose, non in un lucido ospizio a duemila euro al mese.
Domanda
Grazie!
Risposta
Prego!

Per il sogno di Magritte ho trovato giusto ricordare un poeta della canzone, Charles Aznavour, lo chansonnier recentemente scomparso. Il testo scelto è “La mamma”, una lirica neorealista che tratta la prossimità a morire di una madre secondo la cultura armena di cui Charles era figlio. Degni di nota sono i modi affettivi e i riti sociali che accompagnano l’agonia della donna. La morte, secondo la cultura armena, va onorata e rispettata nel riconoscimento del valore della Madre e non di una madre qualunque. Si tratta dell’archetipo Madre, del simbolo universale calato in un rituale di riconoscimento e di comprensione emotiva. Nella mia infanzia siciliana ricordo perfettamente l’agonia e lo spirare di una madre in quel di Siracusa, in via Resalibera, mamma Gesualda. Non mancavano neanche le “maiare”, le vecchie che gridavano e si lamentavano a pagamento. Non c’è bisogno di andare in Armenia, si può restare a casa nostra: stessi miti e stessi riti. Vi propongo il testo della canzone per la sua vena descrittiva, creativa nel linguaggio popolare, un testo che non perde tanto nella traduzione italiana: una perla poetica incastonata in un riconoscimento psicoanalitico della figura materna. Purtuttavia, preferisco la versione francese per la dolcezza e l’autenticità del testo.

“La mamma” di Charles Aznavour

Son tutti lì, accanto a lei,
da quando un grido li avvertì:
Sta per morire la mamma!

Son tutti lì, accanto a lei.
Tutti i suoi figli sono lì,
con quello che lei maledì,
tornato a braccia aperte a lei.

Tutti i bambini sono là,
intorno a lei che se ne va.
Nei loro occhi più non c’è
Il gioco bello dei “perché?”, alla mamma.

E la riscaldano di baci,
di sguardi dolci ed infelici…
Sta per morire la mamma.

Santa Maria, piena di grazia,
la statua è là, giù nella piazza
E voi tendendole le braccia, cantate già:
“Ave Maria, Ave Maria !”

C’è tanto amore, tanto dolore,
intorno a te, la mamma
Amore che non finirà,
intorno a te, la mamma.

E fuori là, dietro la porta,
la gente attende sotto il sole.
Sta per morire la mamma.

Il vino buono viene offerto,
non c’è nessuno che ne vuole
Però è l’omaggio per chi muore,
per chi ha vissuto come lei.
È strano a dirsi, ma è così:
Nessuno piange ma c’è chi
una chitarra prenderà
La ninna nanna suonerà, alla mamma.

E l’aria è piena di canzoni
e di dolcissimi altri suoni
Sta per morire la mamma.

Le donne intanto a bassa voce,
perché si possa addormentare,
come un bambino quando è sera,
cantano già “Ave Maria, Ave Maria !”

C’è tanto amor, tanto dolor,
intorno a te, la mamma
Amore che non finirà,
intorno a te, la mamma
Che giammai, giammai, giammai
ci abbandonerà.

 

IN MEZZO ALL’ERBA … ALTA

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Ero in auto con mia figlia e a una curva siamo precipitate in un burrone.
Siamo volate dall’alto e, appena mi sono ripresa dalla caduta, ho cercato le altre persone che erano con noi.
Fortunatamente anche loro si stavano alzando in mezzo all’erba dove erano cadute e io continuavo a chiedere se erano sicure di stare bene.
Loro mi tranquillizzavano e camminavano per uscire dall’erba alta.”
Questo breve ma intenso sogno porta la firma di Elettra.

INTERPRETAZIONE – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Ancora a proposito di Evoluzione e di “scherzi” sociali che l’andare avanti nel cammino della vita comporta,… ecco il sogno di Elettra!
A un primo esame si evidenzia il prodotto psichico di una donna in crisi che cerca nella società in cui vive un’identificazione rassicurante in un momento difficile della sua vita. Alla sua identità psichica, acquisita con la risoluzione del conflitto con la madre, “posizione edipica”, e portata in evoluzione nel corso della sua giovinezza e maturità di donna, Elettra aggiunge l’identità psico-socio-culturale avendo bisogno di un rafforzamento per l’emergenza in atto. E il sogno dice questo nei suoi termini simbolici e logici-consequenziali. “Così capita a tutte e così fan tutte”: questa è una buona sintesi del sogno di Elettra. Oppure la sapienza popolare ci soccorre con l’antico adagio “mal comune, mezzo gaudio”. Insomma Elettra è in fase di superamento di una crisi esistenziale e psichica che la coinvolge come persona e come donna.
Ma di quale crisi si stratta?
Una crisi depressiva scatenata da un “fantasma di perdita” e una crisi d’identità legata all’immagine femminile: psiconevrosi ansioso depressiva con pulsione ossessiva.
Elettra si è evoluta come donna e come madre e si sta approcciando a un processo di perdita che l’evoluzione presenile comporta, forse la menopausa ma certamente una riduzione degli investimenti di “libido genitale” dal momento che sin dall’inizio del sogno è chiamata in causa la vitalità sessuale: “ero in auto”. Aggiungo che la causa scatenante di questa crisi depressiva può essere un trauma provocato da un agente esterno, un fattore che si riverbera nella “organizzazione psichica reattiva”, la mette in crisi, la scompensa in attesa del ripristino di un nuovo equilibrio evolutivo.
L’interpretazione del sogno preciserà meglio la questione e i suoi contorni.
Qualche accenno teorico sulla “depressione” non fa mai male. Ritenuta da sempre dalla Psichiatria una psicopatologia grave e pericolosa che coinvolge l’unità psicosomatica, la mente e il corpo, la depressione è anche stimata dalla Filosofia esistenzialista l’essenza dell’uomo, il male oscuro che porta al suicidio, il Nulla che contraddistingue l’andare verso la morte. Per tanta disgrazia teorica la malattia mortale dell’uomo è l’angoscia, il male oscuro inteso come distacco e perdita irreparabile che sfocia nell’autodistruzione. La Psicoanalisi rileva in primo luogo la caduta degli “investimenti di libido” e colloca la radice di questa sindrome nella prima formazione dell’infanzia: l’elaborazione del “fantasma” di abbandono e di perdita in riferimento alla persona significativa che nutre il bambino. Melania Klein individuò la “posizione psichica depressiva” nel bambino sin dai sei mesi di vita a seguito di un’intensa vitalità dei fantasmi elaborati in riferimento alla madre e alle angosce di morte per fame. La Psicologia infantile contiene meccanismi psichici di difesa dall’angoscia come la “scissione dell’imago”. Quest’ultima denota l’incapacità del bambino a concepire l’oggetto esterno nella sua interezza e il bisogno di dividerlo in due: “seno buono” o madre che nutre e “seno cattivo” o madre che non nutre in specifico riferimento al “fantasma della madre”. Dopo i sei mesi di vita la Mente del bambino riesce a concepire l’oggetto esterno nella sua interezza, la “madre”, e in questa posizione si sperimenta e si struttura un nucleo depressivo come “fantasma di perdita”. Nel teatro psichico primario esordiscono e recitano la loro degna parte l’affettività, il senso e il sentimento di attaccamento. La vita psichica inizia con la vita organica come rappresentazione delle pulsioni primarie e delle sensazioni collegate. Si è sperimentato e formato, quindi, un nucleo depressivo che nel tempo verrà contenuto dai “meccanismi di difesa” più sofisticati di quelli “primari” e che potrà ritornare ad esibirsi dietro stimoli esterni che lo esaltano e lo scatenano. Questo processo è comune. Tutti abbiamo incamerato un nucleo depressivo e tutti lo viviamo quotidianamente nei distacchi affettivi, “psiconevrosi depressiva”, ma è importante contenerlo e non ingigantirlo avendo una buona presa di coscienza dei propri fantasmi e della propria “organizzazione psichica”. Si può affermare che la “depressione siamo noi”, che si trova nella nostra storia psichica evolutiva e che contraddistingue la vita affettiva e gli investimenti di “libido”. La domanda, che sorge spontanea a questo punto, è la seguente: “cos’è la depressione grave, quella che non fa vivere degnamente e si conclude nel suicidio?” Rispondo sempre in termini più semplici possibili. In questo caso non abbiamo un nucleo depressivo che si esalta nelle esperienze della vita, ma troviamo una struttura evolutiva depressiva, “organizzazione psichica reattiva depressiva”. I “meccanismi di difesa” dall’angoscia di questa persona hanno operato, di fronte alle sensazioni ed esperienze di perdita che la vita comporta e le persone intorno non ti risparmiano di certo, in maniera di rafforzare questi fantasmi e queste modalità di pensiero. Ancora: esiste una depressione che viene scatenata da agenti esterni, esogena, ed esiste una depressione scatenata da agenti interni, endogena: La prima è una psiconevrosi, la seconda è una psicopatologia grave. Mi fermo a queste brevi linee di chiarimento.
L’interpretazione del sogno di Elettra chiarirà la psicodinamica depressiva con la sua fenomenologia onirica, come si è allucinata nel sogno, come è stata tradotta in immagini dal “processo primario”, dalla Fantasia insomma.
Il titolo “In mezzo all’erba” si traduce “in mezzo alle complicazioni della vita” e specialmente se l’erba è “alta”.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Ero in auto con mia figlia e a una curva siamo precipitate in un burrone.”

Elettra esordisce in sogno direttamente con il “fantasma di perdita”, con il conflitto depressivo tra l’avere e il perdere. Traduco: Elettra riflette sulla sua sessualità e si mette in relazione con un’immagine di sé giovanile e avvenente, un’alleata dei migliori tempi, una “parte di sé” ben vissuta e assimilata. La “figlia” ha il doppio significato di una “proiezione” dell’immagine di sé e di un “rafforzamento” per continuare a dormire e a sognare. Inoltre Elettra comunica di essere madre e di avere alle spalle una buona esperienza di “libido genitale”. La carta d’identità psichica dice, infatti, che si è accompagnata a un uomo, ha partorito dopo travaglio, ha accudito una creatura, una vita sessuale e affettiva di tutto rispetto. All’improvviso Elettra si è scoperta senza quel fascino e quell’avvenenza proiettate sulla “figlia”. La “curva” ha proprio il senso di una presa di coscienza improvvisa e dettata da un agente esterno: una delusione affettiva, un mancato apprezzamento, un rifiuto inaspettato, una malattia, una perdita. Elettra giovane ed Elettra matura vanno in una depressione “patocca” e dovuta al ridestarsi di un “fantasma di perdita”. Il “burrone” si somma al “siamo precipitate” a testimoniare l’intensità della caduta e del processo psichico simbolico di classico stampo depressivo: una “depressione reattiva” e indotta da stimoli esterni. Ricordo l’adagio popolare “mi è mancata all’improvviso la terra sotto i piedi” per attestare la caduta rovinosa nel triste e doloroso vissuto della “perdita”. Ricordo ancora che il “fantasma di perdita” è la versione sublimata e civilizzata del “fantasma di morte”. In sintesi: Elettra ha la consapevolezza di aver perso fascino ed eros a causa di un’improvvida e dolorosa esperienza relazionale ed entra in crisi depressiva. Oppure: Elettra vive traumaticamente la perdita della fertilità e si accorge di non essere più giovane e attraente. Fate voi, ma così fa il sogno.

“Siamo volate dall’alto e, appena mi sono ripresa dalla caduta, ho cercato le altre persone che erano con noi.”

Elettra insiste sull’evento traumatico e ne attesta l’entità e la dinamica. Era in una fase di appagamento della realtà in atto e possibilmente di “sublimazione della libido”, simbolo “volate dall’alto”, che la caduta l’ha sorpresa e tanto stupore ha richiesto una “ripresa”, una presa di coscienza di quello che le era appena successo e che le stava succedendo. Dopo aver avvertito la depressione, Elettra si è tirata su confrontandosi con le altre donne che erano nella sua condizione psicofisica, stessa età e stesso malessere. In precedenza il sogno non ha detto di una gita in montagna e di una comitiva, ha parlato di una strada, di una curva, di un’auto e di una figlia. Ma la stessa esperienza è stata fatta da “altre persone” a lei assimilabili e che condividevano tratti psicofisici e realtà esistenziali. Elettra cerca subito di rafforzare la sua consapevolezza attraverso la relazione sociale: “mal comune è mezzo gaudio”. Sembra che Elettra sia preoccupata della salute delle amiche e conoscenti, ma in effetti è tanto interessata a come loro hanno risolto lo stesso problema, il “fantasma depressivo di perdita” in riguardo al femminile e alla femminilità. Ipotizzo: come si sono comportate le altre donne dopo un tradimento del proprio uomo? Ipotizzo: come si sono comportate le altre donne dopo la progressiva riduzione ormonale e caduta dell’appetito sessuale?

“Fortunatamente anche loro si stavano alzando in mezzo all’erba dove erano cadute e io continuavo a chiedere se erano sicure di stare bene.”

Non tutti i mali vengono per nuocere e la fortuna non è cieca e spesso ci vede benissimo: “fortunatamente”. Tutto bene quel che finisce bene e, se poi è anche condiviso, anche i mali depressivi possono essere risolti e superati. “L’erba” è simbolo della realtà in generale e nello specifico della realtà psichica in atto, uno stato psicofisico critico e avaro di prestanza, ma sempre una realtà che si può arginare e superare: “si stavano alzando in mezzo all’erba dove erano cadute”. “Loro” rappresenta simbolicamente l’altro da sé , il termine sociale di confronto che stabilisce la cosiddetta e fortunata “normalità”. Ma Elettra, nonostante la rassicurazione che si offre in sogno a firma delle “altre persone”, non è del tutto convinta della sua condizione psicofisica e cerca di rassicurarsi attraverso le richieste e i confronti. Il “continuavo a chiedere” non è soltanto un indizio d’insicurezza, ma è soprattutto un segnale d’incipiente ossessione: psiconevrosi che si somma al tratto depressivo scatenato dal ridestarsi dell’infantile “fantasma di perdita”. Le risorse dell’Io non sono sufficienti per tagliare la testa al toro e per confermare la nuova realtà psicofisica o il trauma a lei occorso suo malgrado. La sicurezza è di competenza dell’Io, ma se s’infila nella questione la mala erba del “pensiero ritornante”, l’ossessione, allora la ripresa è più sofferta e problematica.

“Loro mi tranquillizzavano e camminavano per uscire dall’erba alta.”

Ecco la funzione terapeutica del sogno!
“L’erba” condensa simbolicamente la realtà psichica in atto, la vitalità e la vita, la situazione psico-esistenziale e relazionale che si sta vivendo. Se quest’erba è “alta” la realtà è sempre attraente nel suo essere complicata e nel suo bisogno di maggiore cura e attenzione. Elettra è insicura e cerca nel sociale e nelle relazioni quella compattezza psichica che da sola non riesce a darsi. Ma in effetti il sogno è suo e quello che elabora le appartiene, per cui merita un apprezzamento per quello che si fa dire dalle “altre persone” che, come lei, si sono imbattute nel cammino della vita e nell’esercizio della vitalità in difficoltà organiche e in crisi causate da intemperanze altrui. L’insegnamento si attesta nel “camminare e uscire per tranquillizzarsi”. La “depressione reattiva” e indotta da trauma, che si ascrive a situazioni e persone e a fatti malamente vissuti, si risolve con il fare, l’ergoterapia, per ripristinare l’equilibrio turbato dalla “perdita” e dalla riedizione del “fantasma” antico, quello del primo anno di vita per intenderci. Anche la realtà più cruda va vissuta e appartiene alla vita anche se annienta la vitalità.
Questo ha sognato una donna chiamata Elettra.

PSICODINAMICA

Il sogno di Elettra svolge la psicodinamica della perdita depressiva indotta da trauma e prospetta la soluzione attraverso l’identificazione nel sociale e la “razionalizzazione” dei vissuti in riguardo ai fatti. Elettra è chiamata a reagire a un episodio e a una contingenza da lei vissuto come dannosa e destabilizzante, per cui il sogno suggerisce che la condivisione aiuta a capire e a risolvere anche il trauma più crudo e vergognoso. La società ha un influsso positivo per gli animali sociali chiamati uomini: Aristotele.

ULTERIORI RILIEVI TECNICI

Il sogno di Elettra contiene i seguenti simboli: “auto” o automatismi pulsionali dell’apparato sessuale, “curva” o difficoltà dell’autocontrollo, “figlia” o parte giovanile di sé, “precipitate” o psicodinamica depressiva di perdita che va dall’alto verso il basso, “burrone” o fantasma di morte, “dall’alto” o luogo della sublimazione della libido, “caduta” o psicodinamica depressiva di perdita, “altre persone” o relazione d’aiuto e identificazione sociale, “ripresa” o razionalizzazione dello stato psichico da parte dell’Io, “”alzando” o ritorno alla realtà, “in mezzo all’erba” o tra le difficoltà della vita e della crisi della vitalità, “continuavo a chiedere” o psiconevrosi ossessiva, “tranquillizzavano” o ripristino auto-consapevolezza, “uscire” o risoluzione di un conflitto o di un trauma, “camminavano” o esercizio del vivere e investimenti di libido.
Il sogno di Elettra richiama l’archetipo della “Morte” per abbandono affettivo e per perdita depressiva.
Il fantasma dominante è quello di “perdita”.
Il sogno di Elettra vede agire l’istanza pulsionale “Es”, rappresentazione mentale dell’istinto, in “Ero in auto con mia figlia e a una curva siamo precipitate in un burrone. Siamo volate dall’alto…”. Contempla, inoltre, in maniera più consistente l’azione razionale dell’istanza “Io” in “mi sono ripresa” e in “continuavo a chiedere” e in “ho cercato” e in “se erano sicure” e in “tranquillizzavano” e in “camminavano”. L’azione limitante e repressiva del “Super-Io” non si evidenzia.
Il sogno di Elettra presenta la “posizione psichica genitale” in “con mia figlia”, ma è nettamente dominante la “posizione psichica orale” in quanto verte sulla dimensione affettiva e sulle complicazioni depressive del “fantasma di perdita”.
I meccanismi coinvolti nel sogno di Elettra sono i seguenti: la “condensazione” in “figlia” e in “burrone” e in “precipitate” e in “caduta”,lo “spostamento” in “auto” e in “alto” e in “erba” e in “camminavano”, la “proiezione” e identificazione” in “figlia”.
Il processo della “sublimazione” è richiamato e contenuto in “alto”. La “regressione” è presente nei termini del processo onirico: sognare comporta un regredire.
Il sogno di Elettra mostra un tratto depressivo, “fantasma di perdita”, all’interno di una “organizzazione psichica reattiva”, struttura in divenire, prevalentemente “orale”, affettiva e bisognosa di cura.
Il sogno di Elettra non ha sostanza poetica nonostante la presenza massiccia di simboli. Le figure retoriche presenti sono la “metafora” o relazione di somiglianza in “figlia” e in “precipitate” e in “burrone”, la “metonimia” o relazione logica in “camminano” e “uscire dall’erba alta”.
La “diagnosi” dice di una “sindrome depressiva reattiva”, legata a un trauma e recuperata dall’Io con l’identificazione sociale.
La “prognosi” impone a Elettra di rafforzare l’azione dell’Io per evitare la possibilità di essere destabilizzata da fattori interni ed esterni. Pur continuando a vivere le sue emozioni, Elettra è chiamata a una conversione su se stessa senza ricorrere all’ausilio sociale e all’alleanza con le altre persone. E’ opportuno lavorare per raggiungere una maggiore sicurezza.
Il “rischio psicopatologico” si attesta nella recrudescenza della depressione per l’azione incisiva del “fantasma di perdita”. Inoltre è deleteria l’azione martellante e ritornante della tendenza all’ossessione.
Il “grado di purezza onirico” è “medio” perché la vena narrativa e la vena simbolica coabitano senza stridere: linearità espressiva. Il sogno non è stato accomodato al risveglio con pezze giustificative, ma si è svolto in maniera omogenea nella terza o quarta fase del sonno REM, verso il risveglio.
Il “resto diurno” del “resto notturno”, la causa scatenante del sogno è stata una riflessione sulla condizione affettiva e sul conflitto in atto.
La “qualità onirica” può essere stimata “cenestetica” con il suo proporre sensazioni di movimento: “siamo precipitate in un burrone. Siamo volate dall’alto”.
Il “fattore allucinatorio” esalta il senso della vista e propone il senso del movimento nella caduta e nella ripresa della vita quotidiana: “siamo precipitate in un burrone. Siamo volate dall’alto…” e in “camminavano per uscire dall’erba alta.”
Il “grado di attendibilità e di fallacia” dell’interpretazione del sogno di Elettra è “buono” a causa della semplicità e chiarezza dei simboli, nonché della loro interazione.

DOMANDE & RISPOSTE

La lettrice anonima ha posto le seguenti domande dopo avere attentamente letto la decodificazione del sogno di Elettra.
Domanda
Che tipo di donna è Elettra?
Risposta
Elettra può essere una donna di cinquant’anni che si appresta a vivere un ridimensionamento del proprio fascino femminile e della propria carica erotica, può essere una donna di sessantanni che s’imbatte rovinosamente sulla stupidità del compagno, può essere una donna di cinquantacinque anni che s’innamora maldestramente, può essere una donna di qualsiasi età che si vive inferiore a tutte le altre donne.
Domanda
Elettra è depressa?
Risposta
Il sogno di Elettra dice di una “depressione reattiva”, indotta da un evento traumatico che la psiche fatica a sistemare con i “meccanismi di difesa” giusti o che è ancora in via di essere organizzato e integrato nella “struttura psichica evolutiva”. Elettra soffre di una “psiconevrosi” e non di una “psicosi” e non si trova in uno “stato limite” o borderline.
Domanda
Che vuol dire?
Risposta
Vuol dire che Elettra sta vivendo un duro conflitto, ma non ha perso il contatto con la realtà, non è andata in delirio e non ha costruito neo-realtà personali di stampo paranoico.
Domanda
Dobbiamo preoccuparci della depressione?
Risposta
Tantissimo e ti spiego ancora meglio il perché. La “psiconevrosi depressiva” siamo noi, la elaboriamo noi e si lega al primo anno di vita, come ti ho spiegato, in base alle nostre sensazioni, ai nostri “fantasmi” e in riferimento a chi ci nutre e ci accudisce. Per non farla ingigantire questa naturale psiconevrosi, basta che la madre, o chi per lei, sia solerte con il figlio e non procuri traumi alimentari di difetto e di eccesso e non induca con il suo comportamento l’ulteriore elaborazione di “fantasmi” d’abbandono. Questa depressione la organizziamo, la incameriamo evolutivamente e da adulti la dobbiamo sempre tenere sotto controllo perché si ridesta e viene fuori ogni volta che viviamo sensi e sentimenti di perdita. E la vita, di questi ultimi, ce ne riserva in abbondanza. Un esempio apparentemente banale: la morte del cagnolino. Questa è una “depressione reattiva” che i “meccanismi di difesa” vanno a comporre nel migliore dei modi usando spontaneamente quelli a cui ci siamo educati in famiglia e in società. Ti lascia il fidanzato a vent’anni? Una delusione d’amore scatena il “fantasma di perdita” e succede la stessa cosa. Una partenza e un allontanamento? Idem! Bisogna “sapere di sé”, delle proprie sensibilità e di quali “meccanismi di difesa” mi servo in base alla mia formazione. Questa è la prognosi. Andiamo alla depressione pericolosa, quella che sfocia nel suicidio come risoluzione autoindotta, quella che perde il contatto con il “principio di realtà”, quella che viene curata da soli, quella che sta ai bordi tra la nevrosi conflittuale e la psicosi delirante. L’angoscia è talmente tanta che la persona decide di risolverla uscendo dalla vita. Cosa succede? Il nucleo depressivo del “fantasma di perdita”, incamerato nella prima infanzia, si è ridestato all’interno di una “organizzazione psichica reattiva depressiva”. Ossia, questo bambino ha elaborato il nucleo e, di poi, ha vissuto e subito esperienze e traumi depressivi che lo hanno portato evolutivamente a formarsi con una sensibilità estrema alla perdita. Inoltre, ha controllato l’angoscia attraverso “meccanismi e processi di difesa” particolarmente delicati e pericolosi, quelli che portano a fuggire dalla realtà, a fuorviarla, a negarla, a razionalizzarla in maniera estrema e altro. Questa depressione grave nasce e viene elaborata dentro e si può definire “endogena”. Si scatena anche su stimolo esterno, ma è soprattutto la persona che vive le sue esperienze di vita con vissuti di perdita che elabora e vive costantemente un’angoscia di questa qualità. Questa persona fa di tutto involontariamente per negare questa sua angoscia e spesso la sublima o la converte nell’opposto, tipo un’allegria conviviale. La persona che ha una “organizzazione psichica reattiva depressa” fa di tutto per risolvere la sua angoscia camuffandola e per non riconoscere il suo male oscuro. Quando questa persona istruisce il gesto estremo, ha messo in atto l’ultima drastica e personale psicoterapia dell’angoscia. E’ diventato metallico, affettivamente freddo ed emotivamente gelido e il suo Io ha il solo intento di uscire dall’insopportabile sofferenza. I sopravvissuti diranno al suo funerale “non pensavo che si potesse ammazzare, era una persona così solare e allegra”.
Domanda
E’ stato chiaro. La soluzione migliore qual’è?
Risposta
Bisogna diagnosticare la “organizzazione psichica reattiva depressa” sin dall’adolescenza e tenerla sotto controllo da adulti. Bisogna dare importanza a quei segnali di disagio psichico che si manifestano in certe circostanze e situazioni. Bisogna superare le resistenze e i pregiudizi in riguardo agli interventi psicologici. Ricordati che quelli che detestano gli psicologi sono proprio quelli che ne hanno più bisogno. E’ un sintomo di forte disagio narcisistico e paranoico. Voglio precisare, “dulcis in fundo”, che esiste anche la “psicosi maniaco-depressiva”, un’altra brutta bestia di cui capiterà di parlare cammin facendo.
Domanda
Da chi bisogna andare?
Risposta
Da uno psicoterapeuta possibilmente a orientamento psicoanalitico.
Domanda
Esistono test per diagnosticare la depressione?
Risposta
Certo e anche collaudati e affermati, ma io consiglio alcune sedute viso a viso con lo psicoterapeuta e parlando a ruota libera. E’ necessario che ogni famiglia abbia uno psicologo per consulenza e uno psicoterapeuta per le emergenze della vita. Questa prognosi impedisce tante disgrazie, perché non tutti quelli che si suicidano sono depressi allo stato puro, tanti sono normalmente depressi e vogliono chiedere aiuto. Allora mettono in atto un suicidio dimostrativo, ma spesso muoiono per eccesso d’impeto o per il mancato sperato soccorso.
Domanda
Mi sta dicendo che qualcuno con il tratto depressivo tenta di ammazzarsi per chiedere aiuto all’ambiente e magari gli va male e muore?
Risposta
Hai capito molto bene.
Domanda
Grazie. Stavolta quello che ha detto è stato veramente utile e chiaro.
Risposta
Meno male che stavolta mi è andata bene. Non aspettavo altro che questo apprezzamento da parte tua.
Domanda
Per questo sogno, quale canzone?
Risposta
Io insisto con la satira e l’ironia dei cabarettisti e scelgo un pezzo dell’eccelso autore, nonché dottore in medicina, Enzo Iannacci dal titolo “La vita l’è bela”, a conferma che l’esercizio del vivere comporta creatività, soprattutto per chi vive alla grande, non si risparmia le esperienze e non smarrisce il senso del limite. L’Io aiuta a vivere di gusto e a ridere a crepapelle: quando ci vuole, ci vuole. Inoltre, vi offro un itinerario per rievocare i prodotti lirici e musicali del buon Enzo, anzitempo dipartito: “el purtava i scarp del tennis” sul tema dell’emarginazione, “Mario” sul tema della vita alienante del proletariato, “Ho vistu un re” sul tema delle distinzioni sociali e sullo sfruttamento del lavoro proletario, “Messico e nuvole” sul tema delle unioni civili, “Vengo anch’io,…no, tu no!” sul tema dell’esclusione sociale e dell’isolamento, “Silvano” sul tema dell’unione omosessuale, “Armando” sul tema del sentimento della rivalità fraterna.
Buon ascolto e buona riflessione!

 

LA RAZIONALIZZAZIONE DEL LUTTO

MI SCRIVE FERNANDA

Buongiorno Vallone,
come promesso le invio la sintesi di un sogno che ho fatto proprio questa notte e che, tra l’altro, la vede pure come attore.
Il sogno consiste in questo.
La chiamo al telefono per prendere un appuntamento di analisi, ma lei mi risponde che è in Sicilia per un bel po’ di tempo e che potrei recarmi presso un suo studio dove potremmo comunicare via Skype (video conferenza).
Mi reco presso questo studio (non ha nulla a che vedere con lo studio di Pieve di Soligo), entro, ovviamente non c’è nessuno, mi siedo dietro la scrivania davanti al p. c. ed inizio a guardare tra le sue carte sopra la scrivania trovando delle mie foto risalenti a 18 anni fa, foto che le ho dato io, foto di me giovane anche con Barbara, mia figlia, piccola.
Poco dopo dalla porta entra lei (che doveva essere in Sicilia), le chiedo piacevolmente stupita come mai è arrivato e lei mi risponde che comunque aveva degli impegni qui al Nord.
In realtà io capisco che è arrivato per me.
Quello che a me arriva è un tentativo di nascondere che in realtà è innamorato di me.
Si siede accanto a me e mi parla di lato, ma da vicino. Io provo una sensazione di protezione e di benessere.
Il sogno non ha nessuna sfumatura di carattere sessuale o fisico. Si ferma a questa sensazione di legame platonico.
Cosa mi sta succedendo?
Dopo tutti questi anni sembra più forte il passato del presente, ma vorrei anche avere un altro figlio.
Buona giornata,
Fernanda
P. S. Dimenticavo di dirle che l’anno scorso mio padre è morto.

CONSIDERAZIONI

Proseguo sulla linea della semplificazione massima senza scadere nell’approssimazione.
Fernanda chiede cosa le sta succedendo e la risposta immediata è la seguente: la “razionalizzazione del lutto” legato alla perdita del padre.
La notizia finale è la chiave di comprensione del sogno di Fernanda e la Psiche birichina la comunica nel “post scriptum” a testimoniare di una blanda “rimozione” o ingenua dimenticanza.
Cosa comporta a livello psichico il lutto?
Reazioni psicosomatiche, mentali e fisiche, nonché pratiche e ritualistiche, tutte dettate dalla “organizzazione psichica reattiva” maturata e dall’uso dei meccanismi di difesa dall’angoscia che hanno contraddistinto l’evoluzione psichica. Nell’impatto con l’esperienza della morte ogni persona reagirà alla perdita in maniera diversa, ma fondamentalmente secondo le direttive del suo corredo formativo.
Quanto tempo necessita la “razionalizzazione del lutto”?
Dopo due anni si evidenzia il processo innescato dal dolore e dall’angoscia, nonché il modo e la maniera in cui l’esistenza si è evoluta: il dolore riguarda la perdita, l’angoscia verte sulla morte.
La lettera di Fernanda ha un sogno incorporato e offre la possibilità di iniziare un percorso sul fenomeno inquietante della perdita e sulla conseguente riflessione sulla morte.
Presto le mie parole all’interpretazione del sogno di Fernanda.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Buongiorno Vallone,
come promesso le invio la sintesi di un sogno che ho fatto proprio questa notte e che, tra l’altro, la vede pure come attore.”

Fernanda mi conosce perché è stata in trattamento analitico. Con lo psicoterapeuta si stabilisce sempre una complessa relazione, umana e clinica, che viene definita “transfert”. Si tratta della riproposizione delle modalità psichiche, elaborate e vissute durante l’infanzia nei riguardi dei genitori, sulla poliedrica figura dell’analista, modalità relazionali che contraddistinguono come un marchio di fabbrica ogni persona. Il “transfert” è secondo Freud un potente strumento d’indagine perché verte sull’infanzia e sull’adolescenza e denota soprattutto i movimenti affettivi e le pulsioni sessuali vissuti durante l’evoluzione psichica del soggetto in trattamento. Sognare l’analista, quindi, comporta la “traslazione” difensiva della figura materna o paterna con le modalità psichiche emergenti. Ribadisco, figura materna e paterna secondo le emergenze elaborate nel corso dell’esperienza di destrutturazione e di razionalizzazione psichiche. Ricordo che l’analisi e la presa di coscienza del “transfert” concludono il trattamento psicoterapeutico psicoanalitico. Alla luce di queste considerazioni teoriche il mio “essere attore” nel sogno di Fernanda si spiega con la “traslazione” del padre defunto nella mia figura e con la riedizione della relazione transferale a suo tempo vissuta nel corso dell’esperienza psicoterapeutica.
Procedendo punto per punto, il discorso diventa più semplice e comprensibile.

“Il sogno consiste in questo: la chiamo al telefono per prendere un appuntamento di analisi, ma lei mi risponde che è in Sicilia per un bel po’ di tempo e che potrei recarmi presso un suo studio dove potremmo comunicare via Skype (video conferenza).”

Fernanda si relazione con me secondo le coordinate della psicoterapia e manifesta l’intenzione di una seduta di sostegno, ma non è molto convinta dal momento che mi allontana dal mio studio di Pieve di Soligo e, sapendo delle mie origini sicule e del mio costume nostalgico di ritornare spesso in Sicilia, mi colloca beneficamente nella mia terra. Ha un atteggiamento materno nei miei confronti, non vuole rinunciare alla seduta ma la desidera distaccata ed emotivamente meno intensa: “la chiamo al telefono” e “comunicare via Skype”. La modernità è al servizio della relazione e ben venga anche se pone diversi problemi nel settore delle psicoterapie. Comunque, Fernanda sta cercando un incontro e un impatto a bassa intensità emotiva con una figura maschile e ha spostato nell’analista una gentile connotazione paterna. Fernanda cerca un contatto in un distacco risolvibile, evita l’angoscia della perdita e la ripara con una soluzione mediata. Ma quale psicodinamica sta effettivamente istruendo Fernanda nel suo sogno?

“Mi reco presso questo studio (non ha nulla a che vedere con lo studio di Pieve di Soligo), entro, ovviamente non c’è nessuno, mi siedo dietro la scrivania davanti al p. c. ed inizio a guardare tra le sue carte sopra la scrivania trovando delle mie foto risalenti a 18 anni fa, foto che le ho dato io, foto di me giovane anche con Barbara, mia figlia, piccola.”

Fernanda in sogno sta riesumando la sua storia psicoterapeutica, la sua avventura analitica iniziata e proceduta nel tempo anche con il lieto evento della figlia, esperienze che ha vissuto nel suo “studio” interiore e che la trovano particolarmente in confidenza con la mia persona. Le “carte” sono ovviamente quelle sue, i fatti intercorsi nella vita di una giovane donna, la maternità e l’affidamento a un buon padre, l’analista. Fernanda ha maturato un “transfert” positivo e ha potuto procedere nella rivisitazione delle sue esperienze formative senza gravi travagli: “le mie foto risalenti” e “le ho dato io”. Fernanda aveva in apparenza una “posizione edipica” non eccessivamente conflittuale nei riguardi del padre e una relazione di dipendenza nei riguardi della madre. La figlia di Fernanda conta a tutt’oggi diciotto anni. La sintesi di tanti anni di vita e di lavoro su se stessa è quasi perfetta, per cui il sogno può passare all’elaborazione di materiale psichico più sostanzioso e congruo.

“Poco dopo dalla porta entra lei (che doveva essere in Sicilia), le chiedo piacevolmente stupita come mai è arrivato e lei mi risponde che comunque aveva degli impegni qui al Nord.”

Fernanda rievoca la sua relazione conflittuale con il padre, “posizione edipica”, tramite la mia persona e la mia figura e adatta mirabilmente la parte fisica con la parte psichica: “piacevolmente stupita”. Per i bisogni psichici emersi in sogno si serve della magia dello spazio e rapidamente si colmano le distanze tra il Sud e il Nord. Emerge un tratto “fallico narcisistico” dell’adolescenza, quando la conquista affettiva del padre era importante per il futuro e per l’evoluzione. Il pensiero magico dell’infanzia si ridesta per assolvere i desideri di una figlia che ha bisogno d’importanza e di potere, di valutazione e di prestigio. Il sogno viaggia nel discorsivo, con pochi simboli espliciti e con dinamiche realistiche perché Fernanda lo accomoda e lo acconcia dopo il risveglio e anche perché tanto tempo è passato dalla fine della terapia. Si rilevano i bisogni di potere e la “proiezione” di onnipotenza magicamente condita: “piacevolmente stupita come mai è arrivato” dal Sud al Nord. E’ altamente poetica la fantasia seduttiva della bambina nella ricerca del privilegio e dell’attenzione del padre. Questa è una radice psichica del futuro destar fascino nella conquista dell’altro.

“In realtà io capisco che è arrivato per me.”

Quanti sentimenti sono condensati in questa breve frase! A riprova di quanto detto in precedenza, si evidenziano il bisogno di possesso esclusivo, il sentimento della rivalità fraterna, la sete d’affetto, il desiderio della conquista, il fascino e il potere della seduzione. Fernanda bambina nutriva naturalmente il suo “Io” con una buona dose di fantasie falliche e narcisistiche. Questa breve frase è anche un condensato di psicologia della seduzione edipica. Fernanda riesuma desideri e i bisogni di bambina, nonché le titubanze di adolescente, nei riguardi del padre. “Capisco” equivale a “mi riempio” e “contengo”, a “mi imbevo” e ho la consapevolezza che il maschio dice le bugie per non tradire i suoi affetti e il suo sentimento d’amore. La “proiezione” difensiva è oltremodo evidente. Fernanda ha vissuto tutto questo trambusto in passato, non lo ha detto e non lo ha fatto capire, l’ha tenuto nella sua interiorità per evolversi. L’intimo e il privato sono sempre beni da tutelare e non si offrono al primo venuto: le perle non si danno in pasto ai porci. Non dimentichiamo che il padre di Fernanda è morto da quasi un anno e che lei sta necessariamente razionalizzando il lutto. “Per me”, ribadisco, è tutto un programma d’investimento di “libido fallico-narcisistica”.

“Quello che a me arriva è un tentativo di nascondere che in realtà è innamorato di me.”

Come si diceva in precedenza, i bisogni affettivi e affermativi sono una costante psichica che i figli rivolgono all’attenzione e alla sensibilità dei genitori. Essere valutati e rivalutati è molto importante nell’economia dell’evoluzione psicofisica. “Quello che a me arriva” dall’interno e non dall’esterno è la difesa del “proiettare” nell’altro i moti profondi del mio corpo e della mia mente. La “posizione edipica” è servita in un piatto d’oro e non d’argento. La bambina ha pensato allora e ripensa adesso tramite la donna adulta e la madre che un uomo, il padre, avesse investito “libido” su di lei. Il bisogno difensivo di non vivere l’angoscia di valere poco si sublima nella collocazione narcisistica di superiorità. Da questo spaccato di sogno si capisce la formazione dei complessi d’inferiorità e dei disturbi affettivi. In ogni caso genitori freddi e anaffettivi producono guasti psichici nei figli, che oltretutto producono da soli “fantasmi depressivi” di vasta portata per naturale necessità formativa ed evolutiva. Nascondere la verità è andare contro la realtà. Fernanda ha avuto bisogno che il padre si accorgesse di lei e di fare fantasie su questo rapporto. Lei ha fatto di tutto per occultare a se stessa e agli altri questo sentimento e questa attrazione, ma è costretta alla consapevolezza dopo la morte del padre e in sogno. Il lutto e il fantasma depressivo rimescolano alla grande la struttura psichica maturata e la costringono ad evolversi con la “razionalizzazione” della perdita. Convergiamo sul sogno e sulla simbologia: l’analista padre si è innamorato della figlia paziente. Il “transfert” seduttivo e affettivo è servito a Fernanda per tirare fuori al meglio la sua modalità relazionale. Adesso può risolvere il conflitto con il padre e compensare le frustrazioni necessariamente subite. Adesso si può consapevolmente relazionare con i suoi uomini in maniera autonoma anche se la modalità primaria resta sempre attiva. Fernanda può comandare a casa sua.

“Si siede accanto a me e mi parla di lato, ma da vicino. Io provo una sensazione di protezione e di benessere.”

Ecco svelati i bisogni della bambina nel sogno della donna adulta a conferma che il tempo non è passato, che il vissuto è ancora presente e si compensa altrove. La Psiche viaggia in una dimensione temporale assolutamente presente, un “breve eterno”. La vita psichica si riconduce all’attualità della coscienza. La “regressione” onirica offre l’immagine di una Fernanda bisognosa di vicinanza, di parole, di presenza, di protezione e di viversi bene. La “posizione edipica” è umanizzata senza colpe e senza eccessi. Fernanda edulcora in sogno le turbolenze emotive e le pulsioni e sublima il desiderio del padre vissuto a suo tempo e ripresentato nel trattamento analitico verso la figura dell’analista. “Accanto”, “di lato”, “da vicino” sono simboli spaziali pregni di affettività nelle loro diverse angolature: una sottile precisazione sul tema sentimentale. La “protezione” si lega mirabilmente al “benessere”: un degno connubio e un prezioso insegnamento per i futuri genitori.

“Il sogno non ha nessuna sfumatura di carattere sessuale o fisico. Si ferma a questa sensazione di legame platonico.”

Niente di aristotelico in questo sogno, tutto è platonico e l’atmosfera è rarefatta e pulita. Fernanda insiste anche da sveglia a ripulire il sogno da sfumature erotiche e dal complotto dei sensi. Tutto “si ferma a questa sensazione di legame platonico”. Lapsus freudiano: platonico e ideale razionale coincidono e non contemplano alcun tipo di sensazione. Fernanda sublima per difesa i vissuti dei sensi e li colloca nel mondo, sempre di Platone, che sta al di là del cielo, l’iperuranio per l’appunto. Nulla è materiale e tutto è spirituale. Questa è la profonda menzogna difensiva che sin da bambini i vecchi bacucchi propinano ai bambini che sono interessati soltanto alla pelle e alle coccole, allo stomaco e alle leccornie, al ventre e alla “libido”. I bambini vivono il corpo come la propria essenza e dal corpo traggono gli auspici per l’evoluzione psichica corretta, propria e non alienata. L’autocoscienza psicofisica è ancora una volta la soluzione vincente di tutti i conflitti nevrotici e non. Prendersi cura amorevole del proprio corpo e osservare attentamente i suoi diritti sono gli assunti di base per ogni persona che rifiuta l’imbroglio e il pregiudizio, nonché la sofferenza mentale. Un ultimo rilievo su “di carattere sessuale o fisico”: Fernanda distingue nella vita reale il corpo dalla psiche, nonché le attività vitali connesse. E’ questa un’ulteriore e manichea difesa mentale e culturale presente nella lettera, perché nella realtà Fernanda si è dimostrata aperta e moderna.

“Cosa mi sta succedendo?”

Il sogno e il commento lasciano il posto alla domanda. Fernanda si interroga e la risposta è semplice: stai razionalizzando il lutto legato alla perdita del tuo papà. L’operazione di purificazione e di presa di coscienza sta maturando anche attraverso il sogno e con il recupero della “posizione edipica”, la conflittualità dei vissuti in riguardo all’augusto genitore. Inoltre e sempre in sogno Fernanda ha sintetizzato le difese che ha usato nei confronti del padre e, di poi, degli uomini. Semplicemente: l’evento luttuoso ha scoperchiato la pentola ed venuta fuori la modalità psichica relazionale di Fernanda. La morte del padre ha reso possibile un ultimo regalo: la presa di coscienza evolutiva che consente di maturare e di progredire nella normalità e senza grandi sconvolgimenti.

“Dopo tutti questi anni sembra più forte il passato del presente, ma vorrei avere anche un altro figlio.”

La psiche non ha tempo, la coscienza è un “breve eterno”. Freud al proposito si dichiarava ignorante e riteneva la dimensione temporale un settore di studio aperto e foriero di importanti implicazioni. Era sorpreso dell’effetto psicofisico del meccanismo principe di difesa della “rimozione” e della presenza di materiale rimosso e carico di tensioni congelate che esplodeva in ipnosi nel momento in cui l’evento emergeva alla coscienza e riacquistava tutta quella carica nervosa che a suo tempo non si era espressa perché relegata a livello profondo. Era nato l’Inconscio. Convergendo sul sogno di Fernanda, si evidenzia la convinzione che tutto si gioca nell’ambito della coscienza e sotto forma di elaborazione nell’attualità, come sostenevano a ragione i Filosofi e senza ricorrere a Inconsci e compagnia cantante. Il “fantasma del padre” è stato razionalizzato al tempo dell’analisi e si è scatenato e precisato quando è morto, quando ognuno di noi è chiamato a reagire istruendo i meccanismi e i processi di difesa elettivi, quelli consoni alla nostra struttura psichica o meglio “organizzazione psichica reattiva”. Si spiega in tal modo la diversa reazione dei membri della stessa famiglia di fronte alla perdita di una persona cara. I vissuti del passato si presentano al presente e condizionano le reazioni personali e le scelte esistenziali. Dopo il lutto si può anche sconfiggere la morte con una gravidanza: esorcismo dell’angoscia e affermazione di potenza del Genio della Specie e Filogenesi. La depressione della perdita del padre si può risolvere con il bisogno di avere un figlio. Il passato è forte e si presenta al presente. Un figlio ci infutura.

“P. S. Dimenticavo di dirle che l’anno scorso mio padre è morto.”

Come dicevo nelle “considerazioni”, questo evento luttuoso spiega gran parte del sogno di Fernanda ed è la causa scatenante del trambusto psicofisico in atto. La necessaria “razionalizzazione del lutto” porta a una riformulazione mentale e a una ricomposizione emotiva. La morte del padre è per tutti un momento drammatico da risolvere attraverso la comprensione logica della perdita e di quello che comporta e lascia in eredità. I padri non lasciano soltanto beni materiali da dividere in parti possibilmente uguali, ma lasciano soprattutto strascichi psicologici che aspirano a essere organizzati e reintegrati nella struttura psichica o “organizzazione psichica reattiva” per portare a quella maturazione che è sempre un fatto di coscienza.

PSICODINAMICA

Il sogno di Fernanda sviluppa il tema della “razionalizzazione del lutto” e rievoca l’esperienza conflittuale con la figura paterna. Ricordo che per “razionalizzazione” si intende il naturale esercizio della funzione logica di aristotelica memoria, basato sui principi logici e sulle categorie, e non il meccanismo di difesa della “razionalizzazione” che porta alla formazione di costruzioni mentali paranoiche, neo-realtà in giustificazione difensiva dei propri sensi di colpa. Fernanda rievoca il padre costretta dalla sua morte e dal bisogno di comporre il “fantasma” depressivo della perdita. Inoltre, il sogno di Fernanda mostra la funzione psicoterapeutica del “transfert” e ne evidenzia la proprietà evocativa dei fantasmi dell’infanzia e delle modalità affettive vissute e acquisite.

ULTERIORI RILIEVI TECNICI

Il sogno di Fernanda evidenzia i seguenti tratti caratteristici.
Formula e contiene la simbologia del “chiamare al telefono”, “comunicare via Skype”, della “foto”, “capisco”, “accanto”, “di lato”, “da vicino”.
E’ prevalentemente guidato dall’Io cosciente e la formulazione è narrante e discorsiva. L’istanza pulsionale “Es” è contenuta in “piacevolmente stupita”. Dell’istanza censoria e morale “Super-Io” si avverte presenza in “sensazione di legame platonico”.
Evidenzia una “organizzazione psichica reattiva”, struttura”, “fallico-narcisistica”: autocompiacimento e potere con difficoltà di apertura e di relazione.
Elabora la “posizione edipica”, relazione conflittuale con il padre, e non offre alcunché della madre.
Usa i meccanismi di difesa della “condensazione”, dello “spostamento”, della “traslazione”, della “proiezione”, della “sublimazione” in “legame platonico”. La “regressione” è visibile in “le mie foto risalenti a diciott’anni fa”. Il sogno è ispirato dal meccanismo della “razionalizzazione” di un evento, il lutto nel caso specifico.
Richiama il meccanismo psicoterapeutico del “transfert”.
Elabora le figure retoriche della “metafora” o relazione di somiglianza in “foto” e “telefono”, della “metonimia” o nesso logico in “legame platonico”. Il sogno non è formulato in maniera poetica, ma discorsiva e narrativa.
La “diagnosi” dice di un processo di “razionalizzazione del lutto” in evoluzione.
La “prognosi” impone di portare avanti la “razionalizzazione del lutto” e della “posizione edipica”, al fine di migliorare le relazioni e di liberare le emozioni.
Il “rischio psicopatologico” si attesta in una sindrome nevrotica d’angoscia legata alla mancata razionalizzazione della perdita del padre e del fantasma di morte collegato.
Il “grado di purezza onirico” è basso perché Fernanda ha elaborato e molato il sogno da sveglia.
La causa scatenante del sogno, “resto diurno”, è il ricordo della propria analisi e dell’analista con il bisogno di una seduta.
La “qualità” del sogno è la discorsività narrativa.
Il sogno è stato elaborato nell’ultima fase REM, verso il mattino e durante il risveglio.
I sensi allucinati sono la vista e l’udito. “Si siede accanto a me e mi parla di lato, ma da vicino. Io provo una sensazione di protezione e di benessere” richiede una cospirazione allucinatoria dei sensi.
Il “grado di attendibilità” dell’interpretazione del sogno di Fernanda è elevato e molto prossimo alla verità psichica oggettiva.

DOMANDE & RISPOSTE

Il lettore anonimo ha posto le seguenti domande dopo aver letto l’interpretazione del sogno di Fernanda.

Domanda
Come si reagisce al lutto?
Risposta
Come ho detto in precedenza, si reagisce in base alla “organizzazione psichica reattiva” che abbiamo formato ed evoluto e in base ai “meccanismi psichici di difesa” che usiamo in base alla nostra formazione.
Domanda
E’ una reazione condizionata e non libera?
Risposta
E’ una libertà condizionata dalle possibilità di scelta che abbiamo e sempre in base alla nostra formazione psichica.
Domanda
Di veramente libero non c’è niente a livello psicologico secondo lei.
Risposta
Proprio così. Neanche il concetto di Dio è stato elaborato dagli uomini con la libertà assoluta. Anche Dio è stato costruito nei primordi dell’umanità in maniera condizionata. Vedi Spinoza che costruisce Dio come sintesi di libertà e necessità.
Domanda
Condizionato da chi?
Risposta
Il concetto di Dio è stato condizionato dall’uomo che lo ha elaborato e che vi ha proiettato i suoi limiti. Senza uomo Dio non ha motivo di essere e di esistere. Questo è il primo condizionamento: deve creare e comporre AdamEva.
Domanda
Andiamo sul semplice e sul facile. Mi spiega la reazione al lutto secondo le organizzazioni psichiche?
Risposta
In sintesi, fermo restando che di fronte alla perdita si scatena in ognuno di noi la reazione del lutto e il fantasma di morte, la “organizzazione orale” scatta in maniera affettiva scatenando forti emozioni e convertendole in reazioni isteriche come il pianto, esternando il dolore e cercando protezione negli altri.
La “organizzazione anale” trattiene le emozioni e le tensioni per poi possibilmente esplodere in reazioni smodate e inconsulte quando il sistema psichico supera la soglia e l’equilibrio omeostatico si rompe.
La “organizzazione fallico-narcisistica” reagisce in maniera personale ed esibizionistica manifestando un interesse al potere derivato da una situazione di grande dolore.
La “organizzazione genitale” vive il dolore in maniera composta, lo condivide e si relaziona per lenirlo nelle persone care.
In termini semplici queste sono le reazioni e le manifestazioni emotive.
Domanda
Quindi una persona che non manifesta il dolore non è un insensibile ma ha una organizzazione anale.
Risposta
Giusto e con tutte le sfumature del caso. Le mie sono generalizzazioni utili a capire, ma la reazione psichica al lutto e alla nostra angoscia di morte sono composite e miste perché l’organizzazione psichica è in evoluzione e può pescare dalle varie stazioni. Mi riprometto di allargare questi concetti che ho semplificato per motivi di chiarezza.
Domanda
A proposito di chiarezza posso riepilogare quello che ho capito? Alla morte di una persona cara e di fronte alla paura della nostra morte reagiamo in base a come ci siamo formati psicologicamente. Gli “orali” esternano in maniera emotiva, gli “anali” trattengono il dolore e poi possono esplodere, i “fallico-narcisistici” esibiscono le loro emozioni in funzione di un loro tornaconto, i “genitali” esprimono le loro emozioni e consolano gli altri.
Risposta
Una sintesi poderosa e perfetta come tutte le cose semplici.
Domanda
Quali meccanismi di difesa si mettono in atto di fronte al lutto e all’angoscia di morte?
Risposta
Anche questo è un discorso complesso, ma lo semplifico. Si usano i meccanismi che con la nostra organizzazione psichica maturata siamo abituati a usare. Adesso li scorro e li descrivo.
Il meccanismo primario del “ritiro primitivo” consiste nel fuggire dalla realtà per non vivere l’angoscia che non si può gestire. Tale fuga e chiusura in se stessi sono pericolose perché non riconoscono la realtà della morte e del lutto.
Il “diniego” è un meccanismo primario e si attesta nel negare il lutto e la morte. E’ pericoloso perché, per rifiutare l’angoscia, non riconosce la realtà.
La “dissociazione” è sempre un meccanismo primario e pericoloso perché di fronte all’angoscia opera una scissione dell’Io, quello che vive l’angoscia e riconosce il lutto e quello che nega il tutto e si aliena in una realtà tutta sua proteggendosi da quel se stesso angosciato e impotente.
La “rimozione” consiste nel relegare a livello profondo perdita e angoscia. Ma questa modalità di dimenticare non è possibile se si è coinvolti direttamente nel lutto.
La “regressione” e la “fissazione” si attestano nel tornare indietro a modi primari di vivere l’angoscia e la perdita, modalità meno evolute e sofisticate di quella “genitale” di accettazione e di condivisione. Esemplificando chi si chiude in se stesso e non comunica, usa questi meccanismi di difesa.
“L’isolamento” consiste nel separare l’emozione dal fatto, il dolore dal lutto, l’angoscia dalla morte e nel vivere in maniera fredda, senza sentimenti e senza sensazioni, gli eventi drammatici. Questo è un meccanismo molto usato e non significa essere insensibili o tanto meno cattivi.
La “intellettualizzazione” si attesta nel razionalizzare in maniera sofisticata un carico emotivo. E’ una forma estrema della “razionalizzazione”. Fare filosofia sulla morte e sul lutto è l’esempio giusto.
La “razionalizzazione” paranoica significa sentirsi perseguitati dall’angoscia e dalla perdita, costruire neorealtà e formarsi delle convinzioni in tal senso. La morte ci perseguita perché qualcuno ci odia e ci colpisce in questo modo.
La “moralizzazione” comporta una estremizzazione del senso del dovere, per cui l’angoscia e la morte sono di per se stesse necessarie, bisogna affrontarle in maniera rigida e accettarle in maniera passiva come eventi e vissuti ineludibili. Lo stoicismo e la maniera di intendere la morte e il dolore sono il classico esempio di “moralizzazione”. Anche il Buddismo rientra in questa concezione di naturale necessità.
La “compartimentalizzazione” si attesta nel relegare la morte e il lutto in un settore psichico a parte e non integrato nel complesso della “organizzazione psichica”. Pensare che la morte riguarda sempre gli altri è una forma di “compartimentalizzazione” e porta all’ipocrisia.
“L’annullamento” comporta la soluzione dell’angoscia del lutto e della morte in un rito per operare una purificazione attraverso l’azione ritualistica programmata. Recito una preghiera e partecipo a una messa oppure eseguo un atto personale che mi scarica la tensione emotiva in eccesso. La magia comporta il meccanismo dell’annullamento.
Il “volgersi contro il sé” significa vivere il lutto e l’angoscia di morte come colpe da espiare. Siamo peccatori e moriremo. La cultura e le religioni sono piene di questo meccanismo autolesionistico. L’espiazione spesso comporta la somatizzazione di un sintomo o una malattia psicosomatica.
Lo “spostamento” si attesta nella traslazione dell’angoscia e dell’evento luttuoso in un oggetto investito magicamente o in un’azione altrettanto magica: il feticcio e l’esorcismo.
La “formazione reattiva” comporta il capovolgimento del lutto e dell’angoscia in accettazione positiva del destino di uomini: dall’angoscia di morte al desiderio di morte. Vedi il martire e il martirio.
Il “capovolgimento” è una forma di reazione all’angoscia di morte e si attesta nel convertirla in necessità quasi desiderata. Vado in cerca di quello che temo. La morte diventa una ricerca e una sfida.
“L’acting out” o italianamente “messa in atto” esige che l’angoscia si risolve in una azione o in un agire che impedisce di pensare e di riflettere, quasi un prevaricare se stessi per non vivere l’angoscia e alienarsi in tutt’altro.
La “sessualizzazione” comporta che l’angoscia si traduca in un investimento di “libido”. Il dolore si converte in erotismo ed edonismo: godiamoci la vita e la vitalità, tanto poi si muore.
La “sublimazione” comporta la conversione benefica e socialmente utile dell’angoscia di morte e del lutto. Nobilitare il dolore e rendere l’angoscia una energia da usare per fini positivi.
Ho quasi finito il quanto dovevo dire in sintesi, ma mi riprometto di allargare meglio in futuro questo argomento. Ultima precisazione: questi meccanismi di difesa spesso si richiamano, si combinano e non sono usati in maniera pura ed esclusiva.

BOLLETTINO PER I NAVIGANTI

PSICODRAMMA DELL’ANORESSIA MENTALE

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SINTESI ESPLICATIVA DI “IO E MIA MADRE”

Ho onorato il Padre e la Madre e sono rimasta schiava.
Ho ucciso il Padre e la Madre e sono rimasta sola.
Ho riconosciuto il Padre e la Madre e sono rimasta libera.

“Io e mia madre” condensa lo psicodramma dell’anoressia mentale. Tra saggio e riflessioni di un travaglio il libro snoda le figure dei genitori, il conflitto tra il corpo e la mente, la ricerca dell’identità psicofisica migliore possibile. Protagonisti sono il famigerato e benemerito “fantasma di morte”, la degenerazione della “posizione edipica”, il duro sentimento della rivalità fraterna: la solitudine affettiva, il conflitto acerbo con i genitori, l’odio verso la sorella. Il tutto in un quadro contrassegnato dall’angoscia di avere un corpo visibile che patisce e una mente invisibile che gestisce, chiare trasposizioni dei fantasmi dei genitori. “Io e mia madre” non è un semplice caso clinico tradotto in letteratura chissà per quali fini, “Io e mia madre” è una ricerca sull’origine dell’anoressia mentale e sul dramma esistenziale di chi s’imbatte in questo maligno conflitto con se stesso. Particolare importanza è stata data alla valenza affettiva legata alla degenerazione della “posizione edipica”. Vediamo qualche passo.

IL FANTASMA DI MORTE

“Non puoi sfuggire alla vita e alla morte sin dal momento in cui sei sputato su questa terra dal grembo di tua madre con tanto dolore.
Non puoi andare in Africa per evitarle e non puoi ingannarle camuffandoti da ippopotamo o da lucertola; la vita e la morte ti riconoscerebbero anche travestito da animale bulimico o anoressico.
Samarcanda è una pia illusione.”

L’anoressia è una sfida continua all’autodistruzione e arriva a picchi notevoli di onnipotenza. L’angoscia è nevrotica, ma spesso trasborda in somatizzazioni acute e dolorosissime. L’organizzazione psichica è complessa e oscilla tra l’ossessione e l’isteria non disdegnando la scissione dell’Io.

LA POSIZIONE EDIPICA

“Anch’io ho un padre e una madre.
Quando i miei genitori sono sereni e scherzano tra di loro, io, io tra di loro, mi sento soddisfatta e felice.
Poche volte i miei genitori sono stati sereni e poche volte io mi sono sentita soddisfatta e felice tra di loro.
Se litigano, so anticipatamente che vince mia madre; proprio l’opposto del mio desiderio.
Questa è un’altra grande ingiustizia che irrimediabilmente ho subito nel corso della mia strana vita: il modo infame con cui mia madre maltratta e disprezza suo marito.
Non mi resta che essere arrabbiata con lui e da delusa vado alla deriva in un mare di solitudine.”

Si pensava l’anoressia mentale come una psicodinamica privilegiata con la figura materna e legata a una frustrazione traumatica della “posizione orale” nel primo anno di vita con annessa “regressione”. In effetti, si riscontra questa collaudata tesi nella pratica clinica, ma si vede chiaramente come la “posizione edipica” sia dominante e determinante al punto di evolversi da “psiconevrosi” in “stato limite”.

“ODI ET AMO”

“Catullo dedicava questi versi allo struggimento d’amore nei confronti di Lesbia; io li affitto per la mia relazione con il cibo.
“Ti odio e ti amo. Forse tu ricerchi perché io faccio ciò. Non lo so, ma sento che accade e mi tormento.”
Mi odio perché ti mangio e ti amo perché ti fai mangiare.
Mi amo perché ti mangio e ti odio perché ti fai mangiare.
Io non conosco l’origine di questo psicodramma, ma lo vivo dentro e mi distruggo.

Le persone affette da anoressia mentale hanno una notevole intelligenza e perspicacia. Personalizzano le conoscenze e le adattano a loro uso e consumo in base al ruolo e all’identità che di volta in volta hanno bisogno di assumere. Inoltre hanno una notevole confidenza con i “processi primari” e la “fantasia”, pur non disdegnando l’esercizio spietato della razionalità.

IO SONO IL MIO CIBO, IO SONO IL MIO CORPO, IO SONO LA MIA MENTE

“La voce rivendica giustamente e con cortesia i diritti acquisiti dal corpo in tanti anni di vita, nonché gli accordi a suo tempo inscritti nella mia carne e intercorsi al momento del parto.
“Ricordi che tu eri il tuo corpo e non il tuo cibo ?
I am my body, i am not my food !
Ricordi l’angoscia dell’alienazione e l’idolatria del corpo ?
In preda all’angoscia e in maniera ossessiva tu ripetevi: I am my body, i am not my food ! I am my body, i am not my food ! I am my body, i am not my food !
E la cadenza era quella di una nenia araba, la paura era quella di una bambina smarrita, l’isteria era quella di una femmina invasata, l’estasi era quella di una santa disperata.
Adesso tu dici che sei innamorata della tua mente, sostieni che non la cambieresti con nessuna cosa al mondo e insisti sul desiderio di barattare per lei alcune parti ingombranti del tuo corpo, le due natiche da tanga e i due seni da spagnola.
Eh, cara mia, risucchiata da questo pericoloso vortice, arriverai un giorno a dire: I am my mind !
E poi, ancora: I am my mind, i am not my body !
E così sia !”

Lo “stato limite” è evidente in questa scissione dell’Io, ma il delirio non compare in quanto l’analisi dello psicodramma è molto lucido. La capacità di analizzarsi e di cogliere la propria verità psichica è notevole, ma non aiuta a risolvere il conflitto “corpo-mente” e a riportare integrità dove c’è scissione. Questa dote analitica diventa una resistenza al cambiamento, in quanto viene esercitata in maniera solipsistica, senza un esperto interlocutore, per cui la presa di coscienza non si obbiettiva e non si rafforza.

LA RIVALITA’ FRATERNA

“Io la odiavo al punto che, guardando in cucina l’affilato coltello con cui mio padre affettava la soppressa, mi abbandonavo di gusto all’idea e all’emozione di ucciderla.
Immaginavo il suo sangue scorrere dalla gola e disegnare sul vestito celeste una preziosa trama a cubi e avevo la precisa impressione di una tela di Picasso o di una morte estetica.”

Il sentimento della rivalità fraterna è presente nell’anoressia mentale e in assenza di un fratello o di una sorella viene spostato su figure similari e scelte di volta in volta in base alle emergenze psicologiche. Questa importantissima psicodinamica affettiva è stata poco curata e studiata, ma possiede una tremenda forza e si scatena in maniera pesante.

IL DOLORE DEL RITORNO AL PASSATO E LA GIOIA DEL RITORNO ALLA VITA

“Per non morire mai più nella mia vita e per cominciare finalmente a vivere mi sono distesa con cadenza periodica sull’abbozzo di un divano simile a un catafalco.
Il pendolo del tempo ha oscillato con armonia e il rituale profano si è ripetuto per anni secondo i pallidi cicli della bianca luna e in onore al mio nuovo essere femminile.
Il mio navigatore era uno strano cuculo e si chiamava Salvatore come il vecchio siracusano che a suo tempo mi aveva restituito alla vita chiamando una linda e solerte ambulanza.
Mi ha invitato ad andare a ruota libera con i miei pensieri e a tradurli da aborti di emozioni in rozzi suoni, da rozzi suoni in rudimenti di parole.
Sono andata a ruota libera con i miei pensieri e ho cercato la lingua giusta per il linguaggio del mio corpo e della mia mente.
Ho rivissuto il bisogno di potere e l’angoscia di morte, ho vissuto il progressivo “sapere di me” e il dolore per quei tanti qualcosa di mio che non avevo gustato semplicemente perché non ero riuscita a dar loro la vita, ho imparato il fare simbolico e ho assistito al morire della morte.
In questi esotici viaggi sono stata sempre protetta da una stanza bianca e sono stata seguita dai poster della necropoli di Pantalica, del teatro greco di Siracusa, di un balcone barocco con inferriata araba, della fonte Aretusa con il papiro egiziano, del tempio greco di Athena adattato in cattedrale cristiana e di un bambino voglioso che si tocca il pisello.
Sono riuscita a liberare la mia mente, a sentire il mio corpo, a ritrovare la lingua dimenticata e a inventare le parole giuste per il linguaggio di Mara.
Il mio “altro” era nato a Siracusa, non era vecchio e non era giovane, vestiva sempre in doppiopetto grigio senza essere mai elegante.
Del suo viso oggi ricordo soltanto i tratti marcati di uno strano Ulisse.”

“Senza l’altro” la risoluzione dell’anoressia mentale è difficile. “Con l’altro” si conserva l’organizzazione psichica acquisita, ma si diventa padroni a casa propria.

A PROPOSITO DI “IO E MIA MADRE”
di Salvatore Vallone

INCONTRO CON L’AUTORE

Come definirebbe “Io e mia madre” un romanzo, un saggio…?

“Io e mia madre” contiene lo psicodramma dell’anoressia mentale. Tra saggio e narrazione il libro svolge il conflitto della protagonista tra il Corpo e la Mente e con le figure dei genitori nella ricerca dell’identità e dell’equilibrio psicofisico migliore e possibile in quel momento storico della sua esistenza.
Quali sono gli argomenti trattati nel libro?
Protagonisti sono il famigerato “fantasma di morte”, il duro sentimento della rivalità fraterna, la solitudine affettiva, il conflitto acerbo con i genitori, l’odio verso la sorella. Il tutto si sviluppa dentro un quadro contrassegnato dall’angoscia di avere un Corpo visibile che patisce e una Mente invisibile che gestisce, chiare trasposizioni dei “fantasmi” dei genitori. “Io e mia madre” non è un semplice caso clinico tradotto in letteratura chissà per quali fini, “Io e mia madre” è una ricerca sull’origine dell’anoressia mentale e sul dramma esistenziale di chi s’imbatte in questo maligno conflitto con se stesso attraverso il cibo. Particolare importanza è data alla valenza affettiva ed emotiva legata alla degenerazione del conflitto con i genitori.

Come è strutturato il libro?

“Io e mia madre” è strutturato per quadri, una serie di paragrafi dal titolo specifico che sviluppa la psicodinamica dell’anoressia mentale nel corso dell’esistenza della protagonista. Il libro parte dalla crisi conclamata del Corpo e della Mente e arriva alla maturazione della scelta della psicoterapia. La protagonista si lascia cogliere attraverso le fantasie e le riflessioni, le idee e le emozioni, le pulsioni e i desideri che la contraddistinguono come persona unica e irripetibile. Il quadro clinico si evidenzia nella progressiva manifestazione dei sintomi e della cause, nonché nella delucidazione che la stessa protagonista offre a se stessa. Ogni paragrafo ha una sua autonomia, per cui “Io e mia madre” può essere letto anche in maniera libera per paragrafi.

Da cosa trae spunto?

Il libro è la trasposizione scritta di grammatica e di pratica, dello studio teorico e della pratica clinica. “Io e mia madre” conferma le tesi conosciute e amplia la psicodinamica dell’anoressia mentale. Soprattutto la funzione psicologica della figura paterna e la novità del “sentimento della rivalità fraterna” allargano il quadro clinico rispetto alle teorie del passato che inquisivano, più che il vissuto della figlia in riguardo alla madre, direttamente la figura materna come responsabile dell’anoressia mentale.

A chi si rivolge?

Nella sua forma saggistica e narrativa il libro può essere letto da chiunque ama conoscere i fenomeni e le dinamiche che coinvolgono l’inscindibile unione del Corpo e della Mente di un uomo. La lettura di “Io e mia madre” include lo specialista e l’appassionato e procede in maniera spedita e attraente anche grazie ai tanti riferimenti culturali ed eruditi che la protagonista esibisce insieme a un buon narcisismo.

Che cosa è l’anoressia mentale?

L’anoressia mentale è un grave e complesso disturbo psichico alimentare che si attesta in una sfida continua all’autodistruzione e arriva a picchi notevoli di onnipotenza. L’angoscia è “borderline” e trasborda in somatizzazioni acute e dolorosissime. La “organizzazione psichica reattiva” delle persone anoressiche è complessa e oscilla tra l’ossessione e l’isteria, non disdegnando la “scissione dell’Io”. L’anoressia mentale non è clinicamente soltanto un disturbo ossessivo compulsivo, “d.o.c.”, ma si attesta con facilità nello “stato limite” e spesso travalica nel delirio psicotico. In compenso ha ampi margini di rientro dalle crisi acute, per cui la persona anoressica si riconosce dalla magrezza ma non dalle cadute del “principio di realtà”. Il delirio è soprattutto agito in un ambito personale, tra sé e sé.

Chi sviluppa l’anoressia?

Si pensava che l’anoressia mentale fosse riservata all’universo femminile e che sviluppasse soltanto una psicodinamica privilegiata con la figura materna. Ma è una tesi parziale, perché il disturbo scatta a determinate condizioni e in specifiche “organizzazioni psichiche reattive” e anche nei maschi. L’anoressia mentale è legata in origine a una frustrazione traumatica della “posizione orale” durante il primo anno di vita e alla sfera affettiva connessa solitamente alla figura materna. In effetti, si riscontra questa collaudata tesi nella pratica clinica, ma si vede chiaramente come la “posizione edipica”, la conflittualità con i genitori, sia dominante e determinante nel prosieguo psichico evolutivo della persona e del pesante disturbo.

Come e cosa si cura?

La psicoterapia a orientamento psicoanalitico è elettiva per capire le cause dello “stato limite”, il meccanismo della “scissione dell’Io”, il significato profondo del delirio. Altre scuole psicoterapeutiche hanno sempre un buon esito nel lucido psicodramma dell’anoressia mentale. Quest’ultima non si cura da sé o per grazia ricevuta. Le persone affette dal disturbo manifestano una buona capacità di analizzarsi e di cogliere la propria verità psichica, ma queste abilità intuitive non aiutano a risolvere il conflitto “Corpo- Mente” e a riportare integrità dove c’è scissione. Addirittura queste doti analitiche diventano una “resistenza” al necessario cambiamento evolutivo, in quanto sono esercitate in maniera solipsistica, senza un esperto interlocutore, per cui la presa di coscienza non si obbiettiva e non si rafforza. Senza “l’altro”, lo psicoterapeuta, la risoluzione dell’anoressia mentale è letteralmente impossibile. “Con l’altro” si prende coscienza dell’organizzazione psichica acquisita e si diventa padroni a casa propria. Una guarigione dell’anoressia mentale senza psicoterapia può comportare una “traslazione dei fantasmi” interessati in un disturbo compatibile e magari meno drammatico in un primo momento. Quando il meccanismo di difesa non funzionerà in maniera adeguata, l’anoressia mentale ritornerà più acuta di prima.

Quali caratteristiche umane hanno le persone anoressiche?

Le persone affette da anoressia mentale hanno una notevole intelligenza e perspicacia. Personalizzano le conoscenze e le adattano a loro uso e consumo in base al ruolo e all’identità che di volta in volta hanno bisogno di assumere. Inoltre, hanno una notevole confidenza con i “processi primari” e la “fantasia”, pur non disdegnando l’esercizio spietato della razionalità. A livello affettivo ed emotivo contraggono le energie invece di investirle, provocando le somatizzazioni più dolorose e originali. Hanno tanto bisogno di essere amate, ma non sanno in primo luogo accudire amorevolmente se stesse.

Dopo la psicoterapia è possibile una ricaduta?

La psicoterapia lavora sulla “coscienza di sé”, migliora la consapevolezza della propria storia psichica evolutiva, rende padroni in casa propria, raggiunge la consapevolezza della propria formazione psichica, accresce la funzione equilibratrice dell’Io sulle pulsioni più istintive e sulle repressioni più spietate. La psicoterapia è essenziale e, se ha avuto un esito fausto, consente alla persona di essere sensibile alle proprie debolezze per farne una forza. Una ricaduta è impossibile nel divenire psichico, ma momenti di crisi, con o senza ritorno del sintomo, sono umani e non avvengono all’insaputa del protagonista. In ogni caso gli strumenti conoscitivi acquisiti rendono il malessere di rapida risoluzione.

Come comportarsi se si teme la presenza di un disturbo del
comportamento alimentare?

I disturbi del comportamento alimentare sono ben radicati nella storia psichica della persona, per cui non vengono fuori all’improvviso. Prima inizia il trattamento psicoterapeutico e minori saranno i danni psicofisici. Se lo trascuri o non lo curi, questo disturbo traligna e porta alla dolorosissima e lenta morte per inedia e consunzione.

Nel dramma dell’anoressia mentale che ruolo ha la famiglia?

Le figure del padre e della madre sono importanti per la formazione psichica dei figli e, di conseguenza, del disturbo, ma tutto il quadro clinico dipende esclusivamente dai vissuti della persona, figlio o figlia, e non dal comportamento dei genitori. Mi spiego meglio. Con gli stessi genitori non tutti i figli maturano lo stesso disturbo psicosomatico o la stessa “organizzazione psichica reattiva” o struttura caratteriale. Di poi, il sentimento della rivalità fraterna è presente nell’anoressia mentale e in assenza di un fratello o di una sorella viene spostato su figure similari e scelte di volta in volta in base alle emergenze psicologiche. Questa importantissima psicodinamica affettiva, che si attesta nel vivere il fratello o la sorella come tremendi rivali da eliminare perché portano via l’affetto dei genitori e i privilegi del figlio unico, è stata poco curata e studiata, ma possiede una tremenda forza e si scatena in maniera pesante nell’anoressia mentale. Anche nella cosiddetta “normalità” il sentimento della rivalità fraterna incide nella formazione psichica.

Nel libro si afferma: “Non puoi sfuggire alla vita e alla morte sin
dal momento in cui sei spuntato su questa terra dal grembo di tua madre
con tanto dolore. Non puoi andare in Africa per evitarle e non puoi ingannarle
camuffandoti da ippopotamo o da lucertola; la vita e la morte ti
riconoscerebbero anche travestito da animale bulimico o anoressico.
Samarcanda è una pia illusione.”

Perché nell’anoressia ricorre questa sfida continua all’autodistruzione?

Semplicemente perché l’anoressia mentale ha come basamento psichico il famigerato “fantasma di morte”, un vissuto traumatico di perdita e di qualità depressiva che si forma nel primo anno di vita durante la prevalenza determinante della “libido orale” e della funzione alimentare come appagamento. I bambini interpretano il sollievo dai morsi della fame come una forma di cura e premura di chi lo nutre ed elabora un sentimento interessato di gratitudine: un “imprinting” sublimato in sentimento d’amore, l’equivalenza del “chi mi ama mi nutre e chi mi nutre mi ama”. Ma non basta, perché l’anoressia mentale non sa fare a meno della “libido anale” e, quindi, dell’esercizio del sadomasochismo con manifestazioni aberranti dell’aggressività. Della relazione con i genitori e i fratelli, ho già detto. In questa psicodinamica si inserisce il “fare la corte alla morte”, nonché la sindrome del padreterno con il delirio dell’onnipotenza. L’anoressia mentale svolge una costante tenzone con la possibilità della morte: non mangio e vediamo fino a quanto tempo riesco a fare a meno del cibo per dimostrare agli idioti che io ce la faccio e non muoio. Su questi temi dinamici e conflittuali “Io e mia madre” è particolarmente ricco di significativi particolari e di apparenti curiosità.

La consapevolezza di sé e della propria sofferenza come vengono gestite da chi è affetto da anoressia? E le emozioni?

E’ molto diffusa la convinzione che il “sapere di sé” di socratica memoria sia affettivamente arido ed emotivamente freddo. L’autocoscienza si basa sulla funzione razionale dell’uomo, “processo secondario”, ed è stata sempre invocata dai filosofi della psiche e della conoscenza come la condizione di base o la categoria delle categorie. Il “conosci te stesso” non toglie nulla alla sfera affettiva ed emotiva, tutt’altro! Il “sapere di sé” esalta la dimensione neurovegetativa proprio perché la libera dalle inutili resistenze a lasciarsi andare che prima l’affliggevano con le censure e le difese. La consapevolezza di sé, della propria storia e della funzionalità psichica è per l’anoressia mentale la giusta ed efficace cura da portare avanti vita natural durante. Degno di nota al proposito è il quadro finale del libro dal titolo significativo “Il dolore del ritorno al passato e la gioia del ritorno alla vita”.
Queste sono soltanto risposte a domande. La lettura ordinata o disordinata di “Io e mia madre” completerà l’opera di comprensione.
La ringrazio.
Grazie a lei e a Segmenti per questa opportunità di comunicare con la gente.

 

LA MATERNITA’ ? “MAI PIU’ !”

PREAMBOLO

Grazie ai miei ineffabili “marinai” inizio un nuovo anno di ricerca sul “sogno”, il terzo. “Dimensionesogno.com” è per me un potente stimolo antidepressivo e un doveroso rendiconto a tutte le persone che con il loro prezioso contributo mi hanno insegnato tanto e mi indicano ancora una nuova meta.
Due anni fa pensavo che lo schema interpretativo elaborato per il sogno fosse esauriente, ma, cammin facendo, mi sono reso conto da buon contadino che il tempo matura non soltanto le nespole, ma anche chi ama mangiarle direttamente dall’albero, per cui inizio il nuovo anno di lavoro con uno schema allargato e ricco di nuove e importanti voci: il “fattore allucinatorio”, “REM-NONREM”, “grado di attendibilità e di fallacia”, le tanto gradite “domande e risposte”.
Quando pensavo di aver quasi finito, mi si è aperta una prateria.
Nel corso di quest’anno pubblicherò nella sezione dei lavori anche qualche testo teorico o narrativo inedito e i testi “Benetton dieci e lode” e “La stanza rosa”, difficili da reperire sul mercato per il fallimento e la fuga del distributore.
Ma questa è tutta un’altra storia.
Adesso per voi è pronta l’interpretazione di un sogno meraviglioso da tutti i punti di vista, da quello umano a quello tecnico, quasi che servisse un’ulteriore prova della poliedrica ricchezza della funzione onirica.
La bellezza del sogno di Madalina è direttamente proporzionale alla complessità, ai richiami, alle trasposizioni e alle integrazioni dei piani psichici.
Chi leggerà, capirà.

TRAMA DEL SOGNO E CONTENUTO MANIFESTO

“Mi è stato affidato un compito da qualcuno: ogni settimana devo affrontare un viaggio in treno per riconsegnare un neonato ai suoi genitori.
Mia figlia mi accompagna.
Ma il viaggio è faticoso: intanto sono in ritardo e rischio di perdere il treno, poi questo è uno di quei treni vecchi con le maniglie come quelle di una volta, e fa anche tante fermate.
E io avrei tante cose da fare.
Finalmente arriviamo a Orte, ma i genitori di questo bambino non sono lì.
Sento sempre di più la responsabilità e la fatica di dovermi occupare di questo neonato che tengo tra le braccia.
Decidiamo di incamminarci con mia figlia e camminiamo, camminiamo… Alla fine vedo in lontananza i genitori, li raggiungo e finalmente gli riconsegno il bambino.
Poi girandomi verso mia figlia le dico”Mai più!”.”

Questo sogno porta la firma di Madalina.

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

A questo punto è opportuno dare spazio a Madalina e al suo sogno.
Dopo aver ricordato che il protagonista di ogni sogno è l’Io sognante del sognatore e che le psicodinamiche sono quelle in atto e che vanno a lui ascritte, spiego il titolo “La maternità? Mai più!”.
Madalina esprime in sogno i suoi conflitti psichici in riguardo a questa tappa formativa che concretamente corona la “libido genitale” e rievoca immancabilmente i traumi e le angosce legati alla invidiabile e sublime esperienza della maternità.
Non dimentichiamo che quest’ultima è un attributo dell’archetipo Madre, che oscilla tra “Eros” e “Thanatos”, che viaggia in compagnia dei “fantasmi” della vita e della morte.
Fatto salvo il dolore del parto, non a caso definito “travaglio”, l’esperienza della maternità scatena nella donna l’ambiguo conflitto psicodinamico tra la propria sopravvivenza e la vita da donare al figlio, tra la “libido fallico-narcisistica” e la “libido genitale”. La donna scatena l’angoscia di morte, rudimentalmente elaborata nel primo anno di vita come “fantasma d’abbandono” e nel tempo accresciuta dal “fantasma di perdita”, di fronte all’evenienza dolorosa del travaglio e del parto, per cui reagisce in maniera aggressiva nei confronti del feto, vissuto come una minaccia letale.
Questo è un tema culturale atavico e primordiale. Vedi nel biblico Genesi la condanna di Eva dopo il simbolico consumo della mela, peccato dei progenitori altrimenti detto “originale” o delle origini, dopo la disobbedienza al Padre e la trasgressione all’ordine naturale da lui costituito nell’atto della mistica creazione dal nulla.
La condanna della donna suona direttamente dalla voce di Dio come sottomissione psicofisica al maschio e come moltiplicazione dei dolori nel parto.
Riporto direttamente dal testo.
“Alla donna disse: “Aumenterò grandemente la pena della tua gravidanza; con doglie partorirai figli e la tua brama si volgerà verso tuo marito ed egli ti dominerà”.”
Il sogno di Madalina non deroga da questi temi atavici e simbolici in universale e, nel suo essere un sogno breve e individuale, espone la ripetizione del sottile lavorio psicofisico dell’esperienza della maternità secondo le medesime direttive psicodinamiche.
Aggiungo che l’esperienza psicofisica della maternità ritira in ballo la formazione e l’evoluzione di tutta la sfera affettiva della futura madre, la “posizione psichica orale” vissuta sin dai primi giorni di vita e ulteriormente complicata con sensazioni e fantasmi.
Nel momento in cui la madre investe “libido orale” e si dispone ad amare il figlio, rievoca quanto amore ha ricevuto nella sua vita e il come lo ha vissuto.
Procedere nell’interpretazione del sogno renderà queste affermazioni più comprensibili e giustificate.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Mi è stato affidato un compito da qualcuno: ogni settimana devo affrontare un viaggio in treno per riconsegnare un neonato ai suoi genitori.”

Madalina entra subito nel pezzo e si presenta come la sostituta della madre e del padre di “un neonato” e come la commessa viaggiatrice di questo strano “compito” filogenetico o di amore della Specie umana.
Un generico “qualcuno” è la “proiezione” difensiva della suo “fantasma di madre” e serve all’economia delle tensioni per stemperare con questo anonimato l’entità emotiva del simbolo dominante “ogni settimana devo affrontare un viaggio in treno”, un micidiale “fantasma di morte”, un condensato depressivo di distacco e di perdita affettiva.
La ripetizione settimanale del rituale depressivo di riconsegnare un neonato ai genitori attesta di un pesante e consistente trauma che Madalina ha subito e vissuto in riguardo alla maternità. Il “neonato” rappresenta a tutti gli effetti l’oggetto della sua maternità.
Ma perché questo viaggio e questa riconsegna?
Il primo avviene dentro se stessa con “coazione a ripetere” e la seconda esprime il desiderio di un recupero della perdita subita: il senso di colpa di un aborto?
Non passa giorno che Madalina non pensi e non ricordi questa esperienza traumatica. Il sogno aliena per difesa la maternità mancata “spostandola” in anonimi genitori.

“Mia figlia mi accompagna.”

Lupus in fabula!
Madalina presenta la sua maternità reale, ha una “figlia” che “l’accompagna” in questo compito che un “qualcuno” ha voluto per lei.
Si rafforza la possibilità di una maternità indesiderata e sospesa dopo quella degnamente realizzata nella “figlia che l’accompagna”.
La nobile missione di riconsegnare il neonato ai genitori si colora sempre più di tristi tinte personali.
Una domanda in corso d’opera è lecita.
Ma questi genitori avevano abbandonato questo figlio o l’avevano soltanto affidato?
Si intravede un “fantasma d’abbandono”, quello che segue e logora chi lo opera e chi lo subisce.
In tanto delicato trambusto psichico conviene procedere con giudizio.

“Ma il viaggio è faticoso:”

Il “viaggio” è il classico simbolo del cammino della vita, del procedere nell’esistenza con pensieri e azioni, con ragionamenti e fatti, con idee e vissuti, con desideri e realtà. Madalina accusa fatica non nel generico vivere la vita, ma nello specifico vivere questa esperienza traumatica che le è occorsa in sogno.
La “fatica” deriva dal latino “fatigare” che traduce l’italiano “affaticare” e “affannare” e sempre dal latino “fatisci” che traduce l’italiano “fendersi”, “spezzarsi” e “lacerarsi”.
Questa esperienza di Madalina è stata incisiva e l’ha segnata in maniera angosciante. La “fatica” è un’aggravante della “angoscia”, che di per se tessa è pesante con il suo blocco del respiro. In questo caso la “fatica” e la “angoscia” si tirano dietro la “scissione del fantasma” della maternità, quella “buona” che dà la vita e quella “cattiva” che dà la morte.
Speriamo che, procedendo con la decodificazione, non sia coinvolto in questa scissione, “splitting”, anche l’Io, perché in questo caso la situazione psichica diventerebbe pericolosa perché andrebbe in crisi il “principio di realtà” e subentrerebbe il delirio.

“intanto sono in ritardo e rischio di perdere il treno, poi questo è uno di quei treni vecchi con le maniglie come quelle di una volta, e fa anche tante fermate.”

Madalina rievoca in sogno tra simbolo e realtà il suo trauma: una gravidanza è condensata in “sono in ritardo” chiaramente mestruale, “rischio di perdere il treno” ossia di non poter abortire o per legge o per senso di colpa, “con le maniglie” in evocazione del lettino ostetrico adeguatamente attrezzato alla bisogna, le “tante fermate” equivalgono ai tanti ripensamenti e ai tanti sensi di colpa.
Riepilogo: Madalina sogna il suo aborto in termini reali e simbolici.
Il “treno” resta sempre un simbolo di morte e condensa il “fantasma”, il “treno vecchio” esprime il tempo passato quando l’esperienza traumatica è stata incamerata.

“E io avrei tante cose da fare.”

La vita si realizza nei fatti e temporalmente diventa vita corrente nelle mille esperienze vissute e da vivere, “cose” fatte e “da fare”. Questa è la “sindrome del coniglio” in “Alice nel paese delle meraviglie”, l’animaletto che aveva sempre qualcosa da fare e non poteva fermarsi a pensare.
Guai a chi si ferma!
Chi si ferma è perduto perché viene assalito dai sensi di colpa.
Ben venga, allora, la psiconevrosi del fare e la ergoterapia!
Frastornati pure con le cose “fuori di te” per non pensare al “te stesso dentro” e per non cadere nella vertigine e nelle insidie dell’interiorità latente.
I sociologi parlano di “sindrome del nord-est”, gli psicoanalisti parlano del meccanismo di difesa dall’angoscia della “messa in atto”, inglese “acting out”, della manipolazione propria e altrui attraverso una serie di azioni funzionali a sciogliere l’angoscia nell’azione, la vulnerabilità nella forza, l’impotenza nel potere.
Ci frastorniamo per impedire al materiale psichico rimosso di affiorare e di disturbarci, per evitarne il “ritorno”.

“Finalmente arriviamo a Orte, ma i genitori di questo bambino non sono lì.”

Orte non è nel sogno di Madalina la graziosa cittadina della provincia di Viterbo. Orte è un punto di arrivo ambiguo che rientra nella simbologia dell’autrice del sogno, un simbolo individuale come i tanti che elaboriamo specialmente nella nostra infanzia. I genitori sono latitanti, deficitari, assenti. La genitorialità è mutilata: “ma i genitori di questo bambino non sono lì.”. Orte è il luogo reale e simbolico della colpa e della perdita. Questi “genitori” sono la solita difensiva “proiezione” della mamma Madalina e del papà “di questo bambino” girovago.

“Sento sempre di più la responsabilità e la fatica di dovermi occupare di questo neonato che tengo tra le braccia.”

Le “braccia” e il “neonato” rappresentano il grembo gravido, quel complesso di cose che comporta “sempre di più la responsabilità e la fatica.” Madalina dice chiaramente nel sogno la sua perplessità nel gestire una gravidanza a causa del logorio psicofisico del parto e del dovere di accudire un figlio nel cammino della vita.
“Responsabilità” deriva da “respondere” e include la sacralità del responso oracolare e la qualità giuridica della norma: tutta roba del “Super-Io”.
La “fatica” condensa l’affanno della lacerazione psicofisica legata al senso di colpa.
“Dovermi occupare” esprime ancora l’istanza morale del “Super-Io” che impone il dovere dell’accudimento e dell’educazione. “Occupare” si attesta proprio nel riempire uno spazio psichico che altri hanno lasciato vacante. Madalina esibisce la sua solitudine e il suo isolamento.

“Decidiamo di incamminarci con mia figlia e camminiamo, camminiamo…”

La vita scorre con la figlia: “camminiamo, camminiamo…” è una metafora indicatissima e azzeccata per indicare il “principio della realtà” e il procedere esistenziale nella condivisione e nella solidarietà. Madalina è una buona mamma con la sua figliola, esibisce la “parte positiva” del “fantasma della madre”, il cosiddetto “seno buono” di kleiniana memoria.
La “figlia” conferma che il sogno tratta della maternità di Madalina e il dovere del “decidiamo” include il senso materno del “Super-Io”, la freddezza di una norma che è esente per difesa da coinvolgimenti intensi e pulsionali.
I puntini di reticenza “…” danno la sensazione di una psico-favola che procede verso il miglior esito.

“Alla fine vedo in lontananza i genitori, li raggiungo e finalmente gli riconsegno il bambino.”

La perdita è consumata.
Il “neonato” o “bambino” è stato “finalmente” riconsegnato ai genitori. Questa scena rappresenta simbolicamente l’alienazione della maternità. Madalina ha rinunciato all’esercizio del frutto della sua “libido genitale”, il “neonato”, il “bambino”.
La “lontananza” e il “raggiungo” e il “riconsegno” attestano rispettivamente di un obnubilamento mentale, di una presa di coscienza e di un’alienazione: stordimento, consapevolezza e scelta di recedere dall’impegno di un figlio, dalla “responsabilità” e dalla “fatica”.
Il trauma si è consumato e non si può andare in pace perché il senso di colpa incede e occupa lo spazio psichico. Manca la riparazione, la risoluzione e la prognosi, sempre in relazione alla famigerata colpa.

“Poi girandomi verso mia figlia le dico”Mai più!”.”

Ecco servite la soluzione e la verità del quadro psichico enucleato dal sogno di Madalina!
La realtà psichica in atto è la presenza di una figlia, “girandomi verso”, e la disposizione a non incorrere “mai più” nel rischio di una gravidanza.
“Mai più” alienare la maternità tramite un trauma abortivo o qualcosa di similare!
Da un lato Madalina ha realizzato la sua “libido genitale” e la sua pulsione materna con una figlia che l’accompagna nel sogno, dall’altro lato afferma la decisa chiusura a una riedizione della gravidanza e del parto.
Il finale del sogno di Madalina, “maternità mai più”, è un imperativo categorico di kantiana memoria che declina l’ambivalenza del prendere e del lasciare, dell’acquisizione e della perdita.

PSICODINAMICA

Il sogno di Madalina svolge la psicodinamica dell’interruzione della gravidanza, della vanificazione traumatica della genitalità e della maternità. All’interno di questa struttura portante si nasconde la tormentata e precaria sfera affettiva della protagonista: una bambina, una donna e una madre che non si sono sentite abbastanza amata nel corso della vita e delle relazioni importanti. Nel sognare un trauma immaginario o reale, Madalina collega e traspone i piani affettivi della sua infanzia e maturità quasi per integrarli e in qualche modo risolverli.
Mi spiego meglio.
Il sogno di Madalina sottende la sua affettività e rivela che è cresciuta con grosse carenze affettive: frustrazione continua e continuata della “libido orale”, nonché un consistente danno della “posizione orale” con conseguenti problematiche conflittuali nel ricevere e nel dare amore.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Il sogno di Madalina esibisce le istanze psichiche “Io”, “Es” e “Super-Io”.
L’Io razionale e consapevole è manifesto in “E io avrei tante cose da fare” e in “sono in ritardo” e in “rischio” e in “vedo” e in “Poi girandomi verso mia figlia le dico”Mai più!”.”
L’Es pulsionale è presente in “ogni settimana devo affrontare un viaggio in treno per riconsegnare un neonato ai suoi genitori.” e in “sono in ritardo e rischio di perdere il treno, poi questo è uno di quei treni vecchi con le maniglie come quelle di una volta, e fa anche tante fermate.”
Il Super-Io morale e censurante è implicito in “devo affrontare” e in “dovermi occupare” e in “decidiamo”.
La “posizione psichica” richiamata è quella “genitale” e si manifesta in “riconsegnare un neonato ai suoi genitori. Mia figlia mi accompagna.” e in “la fatica di dovermi occupare di questo neonato che tengo tra le braccia.”
La “posizione psichica orale” è supposta come condizione formativa pregressa per la fenomenologia onirica esposta.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

I meccanismi psichici di difesa dall’angoscia usati da Madalina nel suo sogno sono la “condensazione” in viaggio in treno” e in “neonato” e in “fatica” e in “perdere il treno” e in “questo neonato che tengo tra le braccia.”,
lo “spostamento” in “ai suoi genitori” e in “figlia” e in “fermate”, la “drammatizzazione” in “vedo in lontananza i genitori, li raggiungo e finalmente gli riconsegno il bambino.”, la “proiezione” in “qualcuno” e in “ma i genitori di questo bambino non sono lì.”, la “messa in atto” o “acting out” in “E io avrei tante cose da fare.” Il “processo psichico della “regressione” si individua in “Mi è stato affidato un compito da qualcuno: ogni settimana devo affrontare un viaggio in treno per riconsegnare un neonato ai suoi genitori.” Il “processo psichico della “sublimazione della libido” è assente.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Madalina esibisce un tratto “genitale”, sia pur contrastato e sofferto, all’interno di una cornice psichica “istero-fobica” legata alla frustrazione della sfera affettiva. La “organizzazione psichica reattiva” si è formata in maniera critica nelle sue varie ed evolutive “posizioni”, (orale, anale, edipica, fallico-narcisistica, genitale), ed è stata costretta a compensarsi a causa di traumi con meccanismi psichici di difesa particolarmente delicati come “l’acting out” e la “proiezione”.
Del resto, l’Io organizzato o la psiche è il risultato o il precipitato dei “meccanismi psichici di difesa” dall’angoscia istruiti e in atto nel corso dell’evoluzione vitale ed esistenziale.

FIGURE RETORICHE

Il sogno di Madalina è particolarmente discorsivo, ma usa la “metafora” o rapporto di somiglianza in “camminiamo” e in “viaggio in treno” e in perdere il treno” e in “braccia”,
la “metonimia” o nesso logico o relazione concettuale in “fatica” e in “responsabilità” e in “mai più” e in “maniglie”,
la “enfasi” in “vedo in lontananza i genitori, li raggiungo e finalmente gli riconsegno il bambino.”.

DIAGNOSI

La diagnosi dice di un trauma da parto o da aborto e di una collegata “istero-fobia” con conversione in sintomi, timor panico compreso. La diagnosi pregressa dice di una frustrazione della “libido orale” e della capacità di dare e ricevere investimenti affettivi: una crisi della “posizione orale”.
Pur tuttavia, la “posizione genitale”, realizzata nella figlia, appare ampiamente appagata.

PROGNOSI

La prognosi impone a Madalina di razionalizzare il trauma e di comporre il “fantasma di morte” riconciliandosi con la sua “genitalità”, la parte psichica di sé alienata e rifiutata. Madalina deve lavorare sul naturale connubio tra la vita e la morte, sulla psicodinamica del travaglio e del parto e deve reintegrare l’estromesso e l’alienato nell’interezza e nell’armonia della sua “organizzazione psichica reattiva”, ex carattere o personalità o struttura. Inoltre, Madalina deve rivedere e riformulare la sua vita affettiva e la sua capacità di investimenti a forte intensità emotiva, “orali” per l’appunto.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta nell’insorgenza di pulsioni nervose tendenti all’abreazione ossia a somatizzarsi in fastidiosi sintomi e in una caduta della qualità della vita e del gusto della stessa. Infausta evoluzione può essere l’assommarsi all’istero-fobia di un “fantasma” depressivo.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Madalina è “3” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.
Il simbolismo si distribuisce con il realismo narrativo e discorsivo anche alla luce dell’intensità emotiva del trauma rappresentato nel sogno.

RESTO DIURNO

La causa scatenante del sogno di Madalina, “resto diurno” del “resto notturno”, si attesta in un malessere psicosomatico o in una solitudine interiore. Può anche incidere una riflessione ad alta voce con persone familiari sulle proprie difficoltà in atto.

QUALITA’ ONIRICA

La qualità del sogno di Madalina è decisamente ansioso-depressiva con il suo incalzare sul tema al punto da rasentare l’esibizione della sofferenza al fine di essere capita ed aiutata.

REM – NONREM

Il sogno di Madalina si è svolto nella fase seconda del sonno REM alla luce del simbolismo e della incalzante formulazione.
La consequenzialità logica e simbolica dispone per una fase REM mediana, dalle due alle quattro.
Ricordo che nelle fasi REM il sonno è turbolento, mentre nelle fasi NONREM il sonno è profondo e catatonico ossia presenta una caduta del tono muscolare, senza movimenti e spasmi, senza agitazione psicomotoria. La memoria è presente nelle fasi agitate rispetto alle fasi di caduta muscolare e di sonno profondo dove è quasi assente.

FATTORE ALLUCINATORIO

I sensi coinvolti con le corrispondenti allucinazioni nel sogno di Madalina sono i seguenti: la “vista” in tutto il sogno e nello specifico in “vedo in lontananza i genitori”, il “tatto” in “questo neonato che tengo tra le braccia.”, “l’udito” in “le dico”Mai più!”.”
La sintesi di sensi o “sesto senso” si ritrova in “Ma il viaggio è faticoso” e in “camminiamo, camminiamo”.

GRADO DI ATTENDIBILITA’ E DI FALLACIA

Per sondare la soggettività o l’oggettività, l’approssimazione o la verosimiglianza della decodificazione del sogno di Madalina, per valutare se l’interpretazione risente di forzature, stabilisco la prossimità all’oggettività scientifica o alla soggettività mistificatoria in una scala che va da “uno” a “cinque” in cui 1 equivale all’oggettività scientifica auspicata e 5 denuncia una forzatura interpretativa verosimile. Tale valutazione è resa possibile dalla presenza di simboli chiari e forti e di psicodinamiche affermate ed esaurienti.
La decodificazione del sogno di Madalina, alla luce di quanto suddetto, ha un grado di attendibilità e di fallacia “3” a causa della chiara simbologia e della complessa psicodinamica in atto e sottesa. Proprio quest’ultima attesta l’esito mediano.

DOMANDE & RISPOSTE

La lettrice anonima ha posto le seguenti domande dopo aver letto la decodificazione.

Domanda
Il sogno di Madalina sembrava semplice e invece si è rivelato complesso.

Risposta
Pienamente d’accordo!
La psicodinamica del trauma dell’aborto è simbolicamente chiara, ma sottende un’interpretazione occulta e profonda che riguarda la sfera affettiva di Madalina, un riattraversamento del suo sentirsi amata da bambina, da donna, da madre.

Domanda
Può essere più chiaro?

Risposta
Madalina non si è sentita abbastanza amata e ha delle carenze affettive, legate a una madre vissuta fredda e a un padre vissuto assente che l’hanno indotta a essere conflittuale nel dare e nel ricevere sentimenti d’amore. Da donna e da madre ha mantenuto un contrasto proprio nel vivere questa sfera sentimentale.

Domanda
Qual’è lo psicodramma del travaglio e del parto?

Risposta
Il “fantasma di morte”, la possibilità di morire durante il parto produce un’angoscia che supera la realtà del travaglio doloroso. Ma questo marasma psicofisico non avviene soltanto alla fine, ma si svolge durante la gravidanza e si accentua man mano che si avvicina il parto. Durante la gestazione il fantasma si presenta come rifiuto dell’invasività del feto e come desiderio di liberarsene e di ritornare allo stato normale. Lo “stato limite” è implicito in queste “sindromi” di rifiuto della gravidanza, perché la donna perde in parte il contatto con la realtà.

Domanda
C’è ancora altro?

Risposta
Certo. Bisogna considerare che la donna madre è chiamata a rievocare tutta la sua sfera affettiva e tende istintivamente a ripetere le modalità vissute o a fare l’esatto contrario. Questo modo è tutto da scoprire anche in base a quanto ha sofferto durante il parto e a come il “fantasma di morte” ha lavorato l’economia delle tensioni.

Domanda
Sta parlando della “psicosi post partum”?

Risposta
Sì! Il rifiuto del figlio e l’aggressività nei suoi confronti sono il risultato di un conflitto psicodinamico tra la pulsione di vita e la pulsione di morte, Eros e Thanatos. Dopo il parto il quadro psicopatologico rientra, ma resta nella donna una sensibilità paranoica perché la gravidanza, il travaglio e il parto ridestano il nucleo psichico incamerato nel primo anno di vita.

Domanda
Come si risolve l’angoscia di morte durante la gravidanza?

Risposta
Una seria psicoprofilassi al parto consente di elaborare l’angoscia di morte e di razionalizzarla magari in sedute di gruppo.

Domanda
Quali disturbi psicosomatici può avere Madalina?

Risposta
In riguardo all’affettività è naturale la bulimia, in riguardo al trauma e al senso di colpa è altrettanto naturale la crisi di panico.

Domanda
Può spiegare meglio la “scissione dell’imago” e la “scissione dell’Io”?

Risposta
Sono entrambi meccanismi di difesa dall’angoscia gestiti dall’Io. La “scissione dell’imago” consiste nell’attribuire allo stesso oggetto un’immagine positiva e rassicurante e un’immagine negativa e terrificante senza possibilità di conciliazione: seno buono e seno cattivo della madre che equivale alla madre vissuta come protettiva e alla madre vissuta come non accudente. La “scissione dell’Io” si attesta in una divisione tra un Io che resta in contatto operativo con la realtà non disturbante e in un’altra parte dell’Io che perde ogni contatto con la realtà per ciò che essa rappresenta di angosciante. La “scissione dell’imago è ai limiti tra nevrosi e psicosi, la “scissione dell’Io” è l’ultimo baluardo contro l’esplosione psicotica.

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

La “regressione” è un processo psichico di difesa che sviluppa un movimento libidico oggettuale invertito rispetto alla direzione normale ed evolutiva a causa di una frustrazione o di una angoscia ingestibili dalla coscienza e non passibili di “rimozione”, per cui si ripristinano forme mentali e comportamenti del passato non compatibili con la realtà psico-esistenziale in atto.
Esistono tre tipi di dinamica regressiva, la “topica”, la “temporale”, la “formale”.
La “regressione topica” consiste in un percorso retrogrado dell’eccitazione nervosa come nel sogno. Essendo negato all’energia l’accesso alla motilità, essa ritorna indietro ed attiva il sistema percettivo in una creazione di immagini sensoriali e allucinatorie (fantasmi ed aspetto immaginifico del sogno). Il cammino libidico invertito è sincronico e spaziale ossia avviene simultaneamente all’interno dell’apparato psichico.
La “regressione temporale” comporta la ripresa delle tappe superate del modo di organizzazione della “libido”. Questa tesi poggia sul postulato di uno sviluppo psichico diacronico ossia per tempi e fasi dell’individuo e di una relazione con i meccanismi di difesa predominanti in ciascuno stadio evolutivo. Implica anche diversi livelli di funzionamento dell’Io i quali si manifestano negli aspetti della relazione oggettuale.
La “regressione formale” presenta modi di espressione arcaici che sostituiscono modalità espressive più evolute come l’agire al posto di pensare, l’allucinazione al posto della rappresentazione del desiderio.
Queste sono le tre forme classiche della “regressione”. Esse comportano la presenza di un apparato psichico e di un processo maturativo evolutivo e di determinate modalità funzionali dell’attività psichica.
Il fenomeno del sogno comporta la regressione topica e la formale, la prima con le allucinazione, l’altra con i modi di espressione primari.

In conclusione…quale consolazione musicale e culturale per Madalina?
Quanto mai attiguo alla sua psicodinamica si rivela il testo musicato “L’amore mi perseguita” di Federico Zampaglione, cantato insieme a Giusy Ferreri e particolarmente significativo nel descrivere la paranoia benevola e ossessiva del sentimento d’amore.
Un’adeguata riflessione tra il testo del sogno e il testo della canzone è utile e sorprendente.

L’AMORE MI PERSEGUITA

La ragione cade giù
davanti ad un amore
che non sa capire più
dove vuole andare.
Sei per me,
sei per me
l’impossibile pensiero che mi porta via con sé
e non è, non è retorica
quando dico che il tuo amore mi perseguita,
mi perseguita.
L’amore mi perseguita
e mi perseguita,
l’amore mi perseguita.

Come è fredda la realtà
quando hai un chiodo dentro al cuore.
Io potevo averti qua,
ma il destino è andato altrove.
Sei per me,
sei per me
il costante desiderio che mi porta via con sé
e non c’è più una logica
quando dico che il tuo amore mi perseguita,
mi perseguita.
L’amore mi perseguita,
l’amore mi perseguita,
l’amore mi perseguita.

E nel traffico del cuore
cerco invano un po’ di pace,
ma l’amore è più tenace, più di me.
E dovrei lasciarmi andare
e così ricominciare,
ma è l’amore che mi tiene qui con sé
e mi riporta a te,
e mi riporta a te.

La ragione cade giù
davanti ad un amore.
L’amore mi perseguita,
l’amore mi perseguita
mi perseguita,
l’amore mi perseguita
e mi riporta a te.

 

 

ANGOSCIA DI PERDITA

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Alice sogna di trovarsi in seduta con la psicoterapeuta, ma era come se fosse all’aperto.
A un tratto un’automobile travolge la bambina di 5 anni della psicoterapeuta. Quest’ultima si getta disperata su di lei, mentre Alice prende il cellulare e tenta di chiamare i soccorsi, ma invano, perché o non c’è linea o non le risponde nessuno.”

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Il sogno di Alice si svolge durante un trattamento psicoterapeutico, in un momento della vita in cui si mette particolarmente in discussione la propria storia e i vissuti della propria esistenza al fine di maturare un equilibrio psicofisico migliore, di essere meno preda dei “fantasmi” del passato e della propria formazione, di essere padrone in casa propria.
Riassumendo in termini tecnici, una psicoterapia funge alla ristrutturazione del fondo psichico e alla risoluzione dei disturbi psicosomatici ed è indicata, di conseguenza, a tutti quelli che hanno una mente e un cuore, un sistema nervoso centrale e neurovegetativo, a tutti gli uomini di buona volontà e dal forte amor proprio.
Durante un trattamento psicoterapeutico è chiaro che si scatenano per via naturale e associativa, di seduta in seduta e per ordinarsi al meglio pezzo dopo pezzo come in un puzzle, i vissuti e i fantasmi, i sintomi e le costellazioni psichiche che riguardano il cielo e la terra, il padre e la madre, la vita e la morte, il corpo e la mente, la sessualità “in primis et in secundis”.
Nello specifico, le psicoterapie che si basano sulla metodologia psicoanalitica, privilegiano essenzialmente la “presa di coscienza del rimosso” ossia la memoria e la “razionalizzazione” del materiale psichico traumatico relegato a livello profondo e dimenticato, la “destrutturazione” ossia l’abbandono delle resistenze inutili che impediscono l’emergere dell’identità più vera favorendo le false immagini di sé, il “transfert” ossia la relazione con l’analista e inteso come la riproduzione della modalità del rapporto con i genitori.
Questo breve e sommario preambolo serve a meglio comprendere il sogno di Alice e a sintetizzarlo nel modo seguente: la protagonista sta approfondendo in terapia i suoi fantasmi in riguardo alla madre ed esibisce un “transfert” sull’analista proiettando i suoi vissuti e i suoi fantasmi. Il tutto indica il buon andamento della psicoterapia dal momento che si stanno smantellando le resistenze alla presa di coscienza grazie alla proficua e oculata “interpretazione” dell’analista.
Ancora: il sogno Alice pone il problema del rapporto con i genitori e in particolare con la madre durante una fase specifica della sua vita.
Il sogno di Alice è provvido per attestare l’importanza del prodotto onirico durante i trattamenti psicoterapeutici al fine di capire la situazione psichica in atto, cosa si sta muovendo ed emergendo nella persona in trattamento, per accelerare le prese di coscienza del rimosso e del patrimonio incamerato.
Il dar movimento alla quiescenza psichica e l’impedire lo stallo dei fantasmi avverranno sempre con cautela da parte della paziente e con il garbato e competente ausilio dell’analista.
Le psicoterapie a vita o interminabili e quelle terminabili le lasciamo al breve testo di Freud scritto negli ultimi anni di vita e intitolato “Analisi terminabili e analisi interminabili”.
Il sogno di Alice merita un giusto approfondimento.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Alice sogna di trovarsi in seduta con la psicoterapeuta,”

Alice si porta in sogno l’esperienza importante in atto, la sua psicoterapia. E anche qualcosa d’importante si è mosso dentro di lei: la “seduta” rappresenta simbolicamente l’unione e la solidarietà, mentre la “psicoterapeuta” condensa la figura relazionale di riferimento, l’oggetto o la persona su cui Alice può trasferire e appagare, di volta in volta e di seduta in seduta, i suoi bisogni di amicizia e di alleanza, le sue pulsioni d’amore e d’odio, i sentimenti di fusione e di avversione. Questa dinamica può avvenire anche nel versante maschile e sempre secondo i bisogni di “proiezione” di Alice, nonostante la psicoterapeuta sia una donna. La psicoterapeuta condensa una “filia” e una “fobia”, un’unione e una separazione, una fusione e un distacco, una simbiosi e una solitudine. Il sogno tra poco dirà quale “fantasma” Alice ha proiettato sulla figura della psicoterapeuta.

“ma era come se fosse all’aperto.”

Qualcosa non funziona rispetto alla normalità della pratica psicoterapeutica più obsoleta dello studio, della poltrona o del lettino. Alice sente il bisogno di uscire dalla formalità dello studio, di liberarsi del suo ambiguo ruolo di paziente, di andare all’aria aperta verso la libertà: “ma era come se fosse all’aperto”. La “claustrofobia” dello studio e dei suoi “fantasmi” aspirano alla libertà e alla liberazione, all’autonomia e all’autenticità di una relazione diversa, non più professionale ma intima e familiare. Alice manifesta in sogno il bisogno di affidarsi a se stessa tramite la figura della psicoterapeuta e di liberarsi nel “senza confine” superando la “fobia del chiuso”. Decisamente si tratta di un buono e prospero segnale, anche se si corre il rischio di cadere nell’indeterminato e nell’indistinto psichici.
Ottimalmente Alice commuterà la “claustrofobia”, paura dei suoi contenuti psichici o fantasmi, con la “claustrofilia”, amore del proprio mondo psicologico e filosofia del “comunque andare” secondo “amor fati”.
Fin adesso il sogno di Alice ha seminato dubbi e ipotesi in attesa di verità.

“A un tratto un’automobile travolge la bambina di 5 anni della psicoterapeuta.”

Ecco il fantasma, anzi i fantasmi!
Il sogno profila in maniera decisa i “fantasmi” della madre e della bambina traumatizzata dalla “angoscia di perdita dell’oggetto”, sempre la madre nello specifico.
Alice proietta se stessa e la sua storia nella ipotetica bambina della psicoterapeuta, il suo essere stata bambina travolta dal “fantasma di morte” per assenza di madre. La psicoterapeuta condensa la madre di Alice bambina.
Miracolo della psicoterapia è l’aver consentito ad Alice di riattualizzare le sue angosce per liberarsene con la giusta presa di coscienza e razionalizzandole al nobile e proficuo fine di rendersi autonoma.
Ma perché “un’automobile” e non una caduta rovinosa in un burrone?
L’automobile rappresenta simbolicamente i meccanismi neurovegetativi della sessualità, per cui si evidenzia il “conflitto edipico” con i genitori e, nello specifico, il sentimento struggente della gelosia, quello che fa perdere il controllo delle emozioni più profonde. Alice ha esternato nel sogno il “fantasma della parte negativa della madre”, la madre fredda e anaffettiva, una figura vissuta come foriera di solitudine e d’angoscia.
Questo è chiaramente il vissuto della figlia, al di là di come la madre nella realtà di tutti i giorni sia stata.
E’ lecito e opportuno chiedersi il perché di questo drammatico “fantasma” in riguardo alla figura materna.
E’ causato da un edipico attaccamento morboso al padre?
La figura paterna si desume dal quadro onirico, ma non si manifesta nel sogno di Alice, per cui si tratta sicuramente dei vissuti legati alla “posizione edipica” irrisolta, amore verso il padre e odio verso la madre, ma questo conflitto ha rievocato il “fantasma della parte negativa della madre”, quello incamerato nel primo anno di vita secondo le modalità psichiche di quel tempo, lo “splitting”, la “scissione” della figura materna in “buona”, quella che nutre, e “cattiva”, quella che abbandona e uccide.
Una vera iattura è questa associazione e questo arcaico richiamo di un tempo e di un vissuto antico.
Il sogno dice che Alice soffre di “angoscia di perdita dell’oggetto” e rischia uno stato limite, borderline” nei momenti di acuta crisi affettiva e di drammatica solitudine.

“Quest’ultima si getta disperata su di lei,”

Ecco il desiderio e l’invocazione gridata della bambina!
“Mamma, mamma renditi conto che io sto morendo d’abbandono e di solitudine, dedicati a me e non lasciarmi sola!”
Il sogno in una semplice sintesi, “si getta disperata su di lei”, dice di un mare di sensi e sentimenti, del bisogno della bambina disperata di avere la madre tutta per lei, una figura dedita e non assente o distratta.
“Disperata” condensa l’assenza e l’aldilà della speranza, il dolore legato al rifiuto della rassegnazione e della tragedia in atto, una figlia travolta e morta per mancanza d’affetto e di accudimento.
Come si esprime bene in sogno Alice!
Come condensa bene i suoi vissuti in un semplice sogno!

“mentre Alice prende il cellulare e tenta di chiamare i soccorsi,”

Alice, in precedenza, ha proiettato il suo conflitto e i suoi fantasmi sulla psicoterapeuta, adesso si coinvolge in prima persona senza operare alcuna “traslazione” difensiva e viene fuori con semplice evidenza la sua incapacità di relazionarsi e, nello specifico, di avere un contatto sin da bambina con la madre. Inoltre, Alice non sa chiedere e questo importante difetto dispone per una “angoscia di perdita d’oggetto” legata a un trauma primario “pre-edipico”. La bambina era infante, “senza parola”, e nel primo anno di vita ha operato naturalmente il processo difensivo di “splitting”, di scissione del “fantasma della madre” e su questo processo e fantasma è ritornata da adulta quando sapeva parlare ma non sapeva riconoscersi e chiedere.
Ancora oggi Alice “tenta di chiamare i soccorsi” con il suo “cellulare”.

“ma invano perché o non c’è linea o non le risponde nessuno.”

L’esordio del capoverso del sogno è tragico, “ma invano”: tutto è inutile e vuoto per Alice. Le sue paure affettive e le sue difficoltà relazionali di allora si ripropongono, pari pari, nel non sentirsi amata di oggi: “non c’è linea o non le risponde nessuno”. La “angoscia di perdita” si presenta con tutto il supporto del “fantasma” dell’infanzia e ancora pienamente in servizio e in atto. L’angoscia di Alice non è soltanto “angoscia di castrazione” legata alla “posizione edipica” irrisolta, ma è, “in primis”, incapacità d’investire la sua energia vitale, “libido”, nell’oggetto d’attrazione, la madre o l’altro da sé. L’angoscia di Alice non è “angoscia di frammentazione”, perdita di una parte di sé, e la cosa dispone in maniera fausta per il superamento di uno “stato limite” in un un conflitto psiconevrotico e non psicotico.

PSICODINAMICA

Il sogno di Alice sviluppa la psicodinamica con la figura materna del primo anno di vita ed esibisce la modalità di pensiero della scissione, “splitting”, nell’elaborazione del “fantasma materno”, “seno buono” e “seno cattivo”. Di poi, si ridesta la conflittualità legata alla “posizione edipica”, conflitto con i genitori, causando un riverbero peggiorativo della precedente “posizione orale”, affettiva. La psicodinamica si conclude con la manifesta incapacità della protagonista di risolvere in maniera proficua l’acuto conflitto con la sua genitrice al fine di raggiungere l’autonomia psicofisica.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

L’istanza psichica richiamata in maniera eclatante è l’”Es” in “automobile travolge la bambina” e “quest’ultima si getta disperata su di lei” e “ma invano perché o non c’è linea o non le risponde nessuno.” L’istanza psichica “Io” si profila in “trovarsi in seduta” e timidamente in “prende il cellulare”. L’istanza psichica “Super-Io” non è evidenziata.
Le “posizioni psichiche” richiamate dal sogno di Alice sono la “orale” e la “edipica”, affettività e relazione con i genitori, in “con la psicoterapeuta” e “un’automobile travolge la bambina”.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

Il sogno di Alice usa il meccanismo psichico di difesa della “proiezione” in maniera costante e abbondante: “la psicoterapeuta”, “la bambina”. E’ presente la “condensazione” in “automobile” e “cellulare”, lo “spostamento” in “bambina” e “psicoterapeuta”, la “drammatizzazione” in “ma invano” e “un’automobile travolge la bambina”. Si evidenzia il processo psichico di difesa della “regressione” in “la bambina di cinque anni”. Non è presente il processo psichico di difesa della “sublimazione della libido”.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Alice mostra un consistente tratto “orale”, affettivo, all’interno di una cornice “edipica”. La “organizzazione psichica reattiva”, vecchio carattere o personalità, è decisamente “orale”.

FIGURE RETORICHE

Sono presenti nel sogno di Alice le seguenti figure retoriche: la “metafora” in “automobile” e “psicoterapeuta”, la “metonimia” in “cellulare”, la “enfasi” in “non risponde nessuno”.

DIAGNOSI

La diagnosi dispone di uno “stato limite” in riguardo alla conflittualità con la figura materna e alla conseguente dipendenza. L’oggetto del contendere è la sfera affettiva con “regressione” alla “posizione psichica orale” sia come modalità di pensiero e sia come richiesta di affettività.

PROGNOSI

La prognosi impone ad Alice di riappropriarsi dell’alienato, di maturare la sua autonomia psichica e la sua indipendenza dalla figura materna e similar sostituti. Alice deve rafforzare fondamentalmente l’amor proprio e l’autostima per adire nelle relazioni in maniera costruttiva e senza particolari dipendenze.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta nei disturbi della sfera affettiva e nelle relative conversioni psicosomatiche.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “simboli” e dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Alice è “4” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.

RESTO DIURNO

Il “resto diurno del “resto notturno”, la causa scatenante del sogno di Alice può essere una riflessione sul suo stato psicofisico o un incontro significativo.

QUALITA’ ONIRICA

La qualità del sogno di Alice è “cenestetica” ossia produce sensazioni e tensioni.

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

Il tema del “seno cattivo” del “fantasma della madre” è diffusissimo nel tempo antico e nel tempo moderno.
Ringraziamo ancora Melanie Klein per le sue scoperte cliniche sul campo. Voglio proporvi, a conferma e a completamento di quanto affermato, un brano legato alle mie personali elaborazioni sul tema del cibo e dei conflitti collegati e titolato simbolicamente “uccidi la madre”.
A seguito ascoltate con attenzione una famosa canzone degli anni ‘30, 1929 per l’esattezza a firma del popolar poeta E. A. Mario, un prodotto
psico-culturale molto significativo nella retorica del suo tempo, “Balocchi e profumi”.

UCCIDI LA MADRE

Sul lavoro sono nervosa, mi sento provvisoria e costretta a vivere con persone insignificanti; tu cerchi le affinità elettive e trovi sempre incastri incompatibili.
La convivenza mi è impossibile.
Detesto mia madre e le operaie del maglificio, donne stupide di tanto e felici di poco.
Io ho altri scopi nella vita ed è frustrante perdere il mio tempo in questa fabbrica di maglioni colorati, che, ricattata delle multinazionali, stenta da sempre a decollare.
Le crisi di panico bloccano ogni mia iniziativa e ogni mio progetto, vanificano le energie residue.
Da bambina ho sognato di dilatare all’infinito le mie conoscenze e di trasmetterle agli altri bambini, da adulta mi ritrovo rinchiusa per otto ore al giorno in un ambiente angusto e braccata da tanta mediocrità; ho paura di assorbirla e di rassegnarmi a vivere con la mentalità della donna in carriera, una massa di carne più o meno organizzata e piena di frigidità.
Il mio corpo è appena uscito dall’indistinto e la mia mente è appena rinata dal caos.
Mi atterrisce il pensiero che fra dieci anni posso ancora trovarmi in questi uffici, con questi telefoni, in mezzo a queste poltrone da manager, tra bolle di accompagnamento e relative fatture, circondata da rozzi camionisti che ti chiedono dov’è andato a finire il tuo seno o a chi affitti la vagina ogni notte per una pipa di tabacco.
L’odore acre dei tessuti mi dà la nausea e il rumore continuo dei telai mi irrita la pelle.
Non sono stanca, ma semplicemente insoddisfatta perché alla fine della giornata non raccolgo niente di costruttivo per me e per il mio futuro prossimo.
Il sistema economico brucia risorse e aspirazioni umane per produrre beni di consumo e frustrazioni; i processi evolutivi sono sempre in perdita e la civiltà resta ancora l’opinione occulta di pochi eletti.
Se fossi almeno libera dalle crisi fobiche e dalle limitazioni dei miei genitori, fuggirei lontano, tanto lontano, in un mondo ancora primitivo dove il pallino imprenditoriale di mia madre e l’inettitudine di mio padre non avrebbero alcuna possibilità di esistere.
Andrei via soprattutto da lei perché mi fa sentire dipendente e mantenuta.
Studiare e istruirsi sono ritenuti dalla filosofia familiare capricci infantili; l’unico motivo che rende la vita degna di essere vissuta è il lavoro, soltanto e sempre il lavoro.
Altro che bighellonare goliardicamente all’università tra le calli e i campielli di Venezia !
In questa fanatica concezione della dignità del lavoro i miei genitori sono in perfetto accordo con lo spirito religioso dei calvinisti e senza alcuna sacra coscienza adorano il dio quattrino, un culto così diffuso nella cultura occidentale e così prospero nel nostro orgoglioso nord-est; dell’ozio e delle attività sorelle non esiste alcuna traccia nelle loro aride menti e nei loro insensibili cuori.
Poveri genitori, mi fanno tanta tenerezza e a volte anche tanta pena.
Del resto, attualmente non mi sentirei tranquilla in un salone con trecento persone per assistere a una lezione sul Canzoniere del Petrarca e non saprei gustare, come merita, la nona satira di Orazio.
Se cerco l’appoggio dei miei genitori, mi ritrovo inevitabilmente sola; delle loro attenzioni e delle loro premure non avverto neppure l’eco.
Per converso i loro squallidi pregiudizi mi inducono feroci sensi di colpa, che poi naturalmente pago con le crisi di panico e con le scariche isteriche.
Nell’assumere nuovamente il ruolo di studentessa pesano la dipendenza economica e la paura di quelle ulteriori delusioni che confermerebbero le stolte convinzioni dei miei genitori.
Mia madre si lamenta sempre di lavorare tanto, di non trovare un adeguato sostegno in me e si dimostra molto subdola nel cavalcare il tema della figlia ingrata.
Forse io non sono da meno, ma lei è madre e io sono figlia.
Come potrei concentrarmi nello studio se si lamenta in ogni occasione di essere molto stanca e mi chiede continuamente di aiutarla nel suo lavoro ?
Io non resisto alla tirannia dei miei sensi di colpa, per cui come una puttana sono sempre disponibile sul marciapiede.
Ho pensato di andare a vivere da sola, ma il progetto è stato immediatamente archiviato dal momento che, se studio, non posso lavorare e di conseguenza non posso mantenere la mia sopravvivenza e la mia libertà.
A tale fugace pensiero e sotto le sferzate logiche dell’inevitabile dipendenza da mia madre durante la notte si è ripresentata una crisi d’asma con panico incorporato e con tutti quegli accessori che non si possono definire salutari optional.
Sono ben sistemata con annessi e connessi; in effetti non mi manca quasi niente per avere il passaporto della felicità, ma il guaio peggiore è che non vedo una misera via di uscita da tanta disgrazia.
Mi dico con tono sicuro che questo è soltanto un periodo terribile della mia vita e mi ridico con tono deciso che questo è soltanto un periodo terribile della mia vita.
Alla fine riesco a convincermi e a trovare pace sul fatto che questo è soltanto un periodo terribile della mia vita e mi solleva la riflessione che con i miei fallimenti non posso chiedere alcuna prova d’appello ai miei genitori, per cui mi conviene essere dipendente al massimo e non creare alcun conflitto con le loro poche idee e con i miei tanti bisogni.
Io sono un fallimento e mi trascino una serie di sconfitte come il lungo e bianco strascico di una sposa illibata.
Non mi resta che lavorare senza salario per restituire ai miei genitori il denaro che hanno investito su di me e posso di tanto in tanto anche ammalarmi secondo le varie ed eventuali emergenze psicologiche.
Pur tuttavia mi sento in debito all’infinito nei loro confronti e mi sento colpevole di un qualcosa di indefinito nei confronti di tutti.
Mia madre, oltretutto, ha modificato il suo atteggiamento e, incredibile a dirsi, in questo periodo é tanto premurosa e gentile verso di me.
Capisco che questa è la sottile trappola che la perfida matrigna di Biancaneve tendeva alla figliastra debole e insicura.
In compenso la dolce signora riversa tutta la sua aggressività sul marito e le liti giornaliere sono cresciute di numero e di intensità.
Immancabilmente scarica merda su quel pover’uomo come le fogne di Venezia nella putrida laguna.
Anche di questo misfatto mi sento in colpa e non so se essere solidale con lei o preoccupata per lui, quel padre così anonimo e così mio.
Rasserenandomi da sola e senza il micidiale “Serenase”, spero e nello stesso tempo temo di riprendere il filo della mia vita dopo una brutale intossicazione di farmaci e dopo tanti anni di parcheggio esistenziale.
Vorrei fare qualcosa, ma ho paura di fallire ancora.
Non ho alcuna fiducia in me stessa e nelle mie costanti incompiute.
Ho vissuto per cinque anni soltanto esperienze tutte da rimuovere nel buco nero di un ipotetico inconscio.
Vorrei tentare qualcosa di creativo, un investimento tutto mio nel settore della pubblicità, della moda, della pittura, della fotografia, del giornalismo, della letteratura.
Vorrei essere me stessa.
Vorrei, vorrei, ma chi sono io ?
Niente da fare.
E’ peggio che andar di notte, come la befana, con le scarpe tutte rotte.
Nel lavoro attuale non c’è niente di poetico; io so di essere artistoide e di usare malamente e contro me stessa la mia sensibilità e le mie risorse estetiche.
Del resto, vivendo nella campagna trevigiana, sono lontana dai grandi circuiti della creatività e sono costretta a sognare in grande perché mi sento braccata in uno spazio angusto.
Il destino infame mi ha fatto nascere e crescere in una certa famiglia e in un certo posto; io non posso cambiare alcunché del mio passato e non riesco a cambiare alcunché del mio presente.
Questa visione araba della vita non mi appartiene, ma per il momento mi serve e me la tengo cara tra le cosce.
In famiglia e in paese la mentalità è ristretta: lavoro, denaro, villa, volvo, mercedes, merlot, poenta e osei, cabernet, poenta e brasoe, raboso, poenta e costesine, risi e bisi, cicchetti e spriz.
E di tutto il resto ?
Nient’altro o quasi niente.
In questa situazione mi sento una scolaretta delle scuole elementari, una figlia dipendente dalla madre, una bambina diversa dalle sue coetanee.
Se riuscissi almeno a staccarmi da questo esasperato individualismo, a demolire i muri di questo spietato narcisismo, se mi sentissi almeno una minima parte del gruppo, sono sicura che darei il cento per cento di me stessa, ma purtroppo l’impresa è impossibile perché in famiglia non mi sono mai sentita così.
Io sono un’esclusa, continuo dal posto sbagliato a guardare inebetita il mondo e tutti quelli che lo abitano attraverso un vetro, il vetro del mio salotto, e non riesco a far parte di un qualcosa di intero, di un qualcosa di organico.
Come una bambina ingenua e capricciosa resto sempre una scheggia impazzita e non concepisco altra forza e altra rottura al di là della malattia e del suicidio.
Mi convinco sempre più della necessità di distruggere dentro di me la figura materna per non restare bambina.
E il padre ?
Il padre si è sistemato da solo o almeno così mi sembra.
Che in tutto questo ci sia ancora lo zampino di mia madre ?
Non importa.
Il padre per il momento é sistemato.
E’ meglio procedere.

Salvatore Vallone

In Pieve di Soligo (TV), nel mese di aprile dell’anno 1988.