SEMPRE IN GIAPPONE

TRAME DEI TRE SOGNI

PRIMO SOGNO

“(Non so come ci sia arrivata) sempre in Giappone, stavamo camminando in una via tipo ferrovia in cui in alto c’era una fila di trenini giocattolo appesi.

Subito dopo stavamo parlando del lavoro del mio fidanzato nell’ambito delle linee elettriche perché da molti pali dell’energia scendevano migliaia di fili lasciati liberi e ogni tanto prendevo delle scosse.”

SECONDO SOGNO

“(Non so come ci sia arrivata) sempre in Giappone, ci siamo trovati con Laura (amica del mio fidanzato).

Lei voleva prendere un caffè shakerato, ma i ragazzi del bar le avevano detto che non potevano darle il caffè finché non fosse andata in hotel a lasciare tutto quello che aveva (zaini e borse) in modo che sapessero che non era una ladra.

Lei si è rifiutata.

Nel frattempo che stavano facendo il caffè, mettevano sopra il bicchiere una carta, tipo scottex, tutta sporca di caffè e non capivo il motivo e continuavo a toglierlo.”

TERZO SOGNO

“(Non so come ci sia arrivata) sempre in Giappone, io e il mio fidanzato. Dovevamo andare a mangiare e siamo entrati in un ristorante e abbiamo trovato la mia famiglia, compreso mio nonno deceduto a marzo, e abbiamo mangiato tutti assieme.

Un mio cugino mi ha messo in guardia sull’acqua giapponese e io l’ho rassicurato che stavamo comprando acqua da 0,5 € oppure da due litri.”

Questi sono i tre sogni “giapponesi” di Giuliana.

INTERPRETAZIONE DEL PRIMO SOGNO

(Non so come ci sia arrivata) sempre in Giappone, stavamo camminando in una via tipo ferrovia in cui in alto c’era una fila di trenini giocattolo appesi.”

Giuliana si sogna sempre in compagnia del suo “moroso” semplicemente perché si pensa preferibilmente in relazione con una persona affettivamente sicura. Non è una donna sola e isolata, non è una donna che vive nella timidezza e nella clausura, tutt’altro!

Giuliana ama la compagnia e l’esotico, gli usi e i costumi dell’Oriente come Erodoto, è aperta alle novità e alle diversità nell’identico, insomma Giuliana è una donna curiosa, disponibile e disposta ad acquisire le ricchezze umane presenti sul mercato psico-socio-culturale.

Giuliana non sa mai “come ci sia arrivata” in questo mitico Giappone. Magari ha fatto nella realtà diversi viaggi nel mitico Oriente e come turista, non certo per caso, ma con cognizione di causa. Magari ha assorbito tutto il materiale originale che i cugini giapponesi propongono al ben capitato ospite. E’ anche vero che in sogno ci portiamo dietro e addosso la nostra storia psicofisica, la nostra umana formazione evolutiva e la nostra “organizzazione psichica reattiva”, la nostra personalità, la nostra struttura, il nostro carattere, per dirla in maniera grossolana e per intenderci. E’ anche vero che da svegli ci portiamo, sempre dietro e addosso, tutto il bagaglio di cui ho detto ampiamente prima, ma nella vigilanza la rivisitazione psichica è meno evidente perché siamo distratti dalla forza della realtà e non ci rendiamo conto che siamo sempre noi gli interpreti di questi mondi apparentemente nuovi e diversi.

Giuliana “non sa mai come ci sia arrivata” è un “lapsus” che la identifica, è un tradimento psichico che la contraddistingue nelle sue incertezze esistenziali. Giuliana è un essere in evoluzione con andamento lento ma progressivo. In questo modo arriva dove vuole e va anche ripetutamente in Giappone, dove abita una sua “parte psichica” originale e personale. Le manca la consapevolezza in questa sua ripetuta verità biblica, indiana e araba: “non so come ci sia arrivata”. Il “non so” sa di inconsapevolezza e di mancato gusto di sé, indica una uno stato psichico crepuscolare e ipnotico, un obnubilamento della coscienza e una riduzione delle funzioni vigilanti dell’Io. “Come ci sia arrivata” annuncia traguardi sempre “in fieri” che non necessitano di un ossessivo e pedante uso della razionalità e dei “processi secondari”. Giuliana è una donna “evanescente” nel senso ottimo della parola, “esce fuori dal vano”, non tollera i vuoti e per questo motivo tende continuamente a riempirli, magari creandosi delle dipendenza psichiche e relazionali: vedi la continua presenza in sogno del suo ragazzo, del suo fidanzato, del suo uomo, della figura maschile a cui si affida e di cui si fida, almeno per l’evenienza vissuta dormendo e sognando.

Procedere diventa allettante.

Giuliana sta “camminando” insieme ad altri “in una via tipo ferrovia”. Traduco subito. Nel cammino della sua vita la nostra eroina si imbatte sulla questione psico-esistenziale della morte, del distacco, della separazione, delle perdite affettive, insomma si imbatte nel suo personale “fantasma di morte”, un prodotto elaborato nel primo anno di vita e che si è trascinata dietro, come tutti del resto, nella vita futura corrente. Giuliana recupera e aggancia in sogno il suo nucleo depressivo primario e lo offre in compagnia degli altri e con quella vena di bonaria superficialità di una donna che si è premurata di concedersi tutte le ciambelle di salvataggio per non soffrire e per non addolorarsi oltremodo nel suo viaggio di vita. Questo è il senso e il significato simbolici di “una via tipo ferrovia”.

Subito dopo stavamo parlando del lavoro del mio fidanzato nell’ambito delle linee elettriche perché da molti pali dell’energia scendevano migliaia di fili lasciati liberi e ogni tanto prendevo delle scosse.”

La “ferrovia” indica il distacco e la perdita, ma le “linee elettriche” del suo “fidanzato” danno veramente la scossa alla nostra Giuliana che associa senza colpo ferire Eros a Thanatos, l’erotismo alla Morte, nella figura notevole e nella persona mirabile del suo “fidanzato”, un vero lavoratore di quell’Eros che con le “scosse” finali fa perdere veramente la testa alla nostra eroina, Thanatos. Giuliana compone l’allegoria della neurofisiologia dell’amplesso sessuale in questo capoverso, attestando della sua buona disposizione erotica e sessuale nei riguardi del suo “fidanzato”, un maschio esperto di migliaia di fili che scendono liberamente dall’alto delle linee elettriche, un uomo che sa ben disimpegnarsi dalla ragione quando si tratta di lasciarsi andare al moto eccitante del sistema neurovegetativo. In effetti è Giuliana che “proietta” nel “fidanzato” la sua disposizione all’orgasmo e la sua psicofisiologia sessuale. In questo dialogo con il suo uomo Giuliana manifesta la predilezione al veicolo della parola per migliorare la “coscienza di sé” e la “coscienza della coppia”. Questa relazione porta a quell’intesa erotica e sessuale che nell’amplesso trova altre parole e altre forme di linguaggio, il linguaggio del corpo in primo luogo.

Il primo sogno si ricompone e trova la sua fine e il suo fine.

INTERPRETAZIONE DEL SECONDO SOGNO

(Non so come ci sia arrivata) sempre in Giappone, ci siamo trovati con Laura (amica del mio fidanzato).”

La solita inconsapevolezza e la solita sub-liminalità di Giuliana aprono il secondo sogno giapponese, il secondo sogno esotico che lascia ben sperare in una rinnovata disposizione erotica e sessuale “proiettata” in “Laura”, “l’amica del suo fidanzato”. Giuliana è una donna aperta alle amicizie anche femminili, per cui si porta a spasso in sogno le amiche senza alcuna gelosia. Meglio: Giuliana si difende in sogno dalle sue pulsioni e dai suoi istinti “proiettandoli” nell’amica del suo fidanzato, “Laura”, la donna dello schermo per l’appunto. Siamo in tre, ma siamo sempre in due, io e il mio fidanzato, io la fidanzata e sempre io nelle vesti di Laura e amica del mio fidanzato. Il gioco delle parti è istruito e Giuliana può procedere nell’elaborazione dei contenuti importanti del sogno dopo essersi tutelata sull’onore e sulla privacy.

Lei voleva prendere un caffè shakerato, ma i ragazzi del bar le avevano detto che non potevano darle il caffè finché non fosse andata in hotel a lasciare tutto quello che aveva (zaini e borse) in modo che sapessero che non era una ladra.”

Giuliana mette subito in azione “Laura” e la relaziona con il desiderio di “un caffè shakerato” e con “i ragazzi del bar”. Traduco: Giuliana è in piena eccitazione erotica e sessuale e si relaziona con l’universo giovanile maschile presente in loco. Giuliana è una donna in piena salute psicofisica che vive bene la sua femminilità e la sente pulsare nel corpo specialmente quando si trova in situazioni seduttive. Purtroppo, Giuliana non vive bene questa sua disposizione erotica e sessuale, per cui si costringe a censurarla e la “proietta” sull’amica Laura apparendo intonsa a se stessa e agli occhi del fidanzato. Ed ecco che introduce dei limiti, delle condizioni e dei divieti alla sua eccitazione e al suo desiderio seduttivo proiettando sui ragazzi del bar l’impossibilità di sorbire il “caffè shakerato”, oltretutto e oltremodo agitato, le sue censure e le sue difese psicofisiche al coinvolgimento e alle relazioni pericolose per la sua innocenza e semplicità di donna fidanzata. Giuliana impone alla disinibita e vogliosa “Laura” tramite “i ragazzi del bar” di liberarsi della sua femminilità ingombrante ed eccessiva, “(zaini e borse)”, tutti contenitori e simboli dell’universo psicofisico femminile, prima di poter sorbire il tanto desiderato caffè shakerato. Questa procedura deve avvenire nel contesto anonimo di un hotel: un’ulteriore difesa dal riconoscimento delle proprie pulsioni e dal desiderio di coinvolgimento. Questa operazione è anche funzionale a evidenziare in maniera conclamata l’innocenza di Laura, pardon di Giuliana, in riguardo ai tradimenti e ai furti di ragazzi del bar, quelli che sanno fare e indurre shaker e in specie al caffè, all’apparato neurovegetativo, agli organi sessuali insomma. Giuliana tratta così male se stessa, si censura e si condanna al ruolo di “ladra”. Insomma vive male se stessa, “ladra”, e nello specifico il suo corpo di donna, “(zaini e borse)”. Un bisogno profondo di asessuarsi e di desessualizzarsi per non incorrere nel senso di colpa e nella condanna del “Super-Io”. Il fantasma della “mangia-uomini” e della femmina immorale è legato all’infanzia e all’adolescenza, al periodo in cui gli adulti le hanno instillato giudizi e condanne in riguardo alla vita erotica e sessuale, nonché in riguardo al suo corpo. Questo materiale censorio si è aggiunto a quello che la stessa Giuliana aveva elaborato naturalmente da sola nella ricerca del calibro giusto per pesare e vivere le sue abbondanze e le sue prosperità in crescita. Vediamo come va a finire questo psicodramma molto importante per l’evoluzione psicofisica della nostra protagonista.

Lei si è rifiutata.”

Fortunatamente Giuliana si rifiuta di abdicare al corpo e ai bisogni del corpo, si rifiuta di viversi in angelica e asessuata versione, si rifiuta di esaltare la Mente e di “sublimare la sua libido” nel mille per mille dei suoi redditi eterei, si rifiuta di lasciare il suo zaino e la sua borsa in un hotel anonimo, si rifiuta di non essere femminilmente seduttiva e recettiva. Insomma, fortunatamente Giuliana supera il suo conflitto psichico ed esalta la sua identità psicofisica femminile e si relaziona con l’universo maschile adducendo tutto il suo corredo e tutti i suoi accessori color rosa. Diventa interessante proseguire nella decodificazione del sogno, per vedere dove si condensa questo psicodramma di una donna che oscilla tra la sicurezza della sua identità femminile e questa contrastata offerta relazionale al maschio.

Nel frattempo che stavano facendo il caffè, mettevano sopra il bicchiere una carta, tipo scottex, tutta sporca di caffè e non capivo il motivo e continuavo a toglierlo.”

L’eccitazione sessuale della coppia sale e si profila l’eiaculazione. Il bisogno del salvifico preservativo si fa urgente e arriva il momento in cui si sporca di sperma. Giuliana è contraria all’uso del contraccettivo per svariati motivi e manifesta la sua predilezione al rapporto sessuale a rischio. Questa è la traduzione simbolica del capoverso. Giuliana rievoca tramite la difesa dell’amica, “proiezione”, la sua problematica sessuale e il suo contrasto sull’uso del profilattico. I simboli dicono che “fare il caffè” si traduce in fare sesso con la valenza eccitativa in risalto, il “bicchiere” è il simbolo dell’organo sessuale femminile in quanto recipiente, “una carta, tipo scottex” equivale al preservativo e alla sua artificialità assorbente, “sporca di caffè” rappresenta la versione negativa dell’eiaculazione e dello sperma, “non capivo il motivo” condensa la caduta della vigilanza in nome di una pulsione al contatto epiteliale, “continuavo a toglierlo” attesta di una naturale pulsione alla gravidanza. Si rileva come Giuliana si stacca dal contesto e si limita a descrivere quello che vede attribuendo a Laura e al gruppo la psicodinamica sessuale: meccanismi psichici di difesa della “proiezione” e dello “spostamento”. Questo capoverso è l’allegoria del coito protetto e la pubblicità del profilattico. Con questa scena si conclude il secondo sogno misterico di Giuliana, un prodotto psichico molto coperto e condensato.

INTERPRETAZIONE DEL TERZO SOGNO

(Non so come ci sia arrivata) sempre in Giappone, io e il mio fidanzato. Dovevamo andare a mangiare e siamo entrati in un ristorante e abbiamo trovato la mia famiglia, compreso mio nonno deceduto a marzo, e abbiamo mangiato tutti assieme.

Giuliana è sempre in Giappone e con il “fidanzato”. Continua la sagra psico-drammatica e dal versante prevalentemente sessuale si sposta in quello affettivo e familiare: “dovevamo andare a mangiare”. Gli “investimenti di libido” sono formali e convenzionali, non hanno alcun trasporto privato e intimo: “siamo entrati in un ristorante”. Si evidenziano gli affetti appresi ed esercitati in famiglia, gli investimenti familiari quotidiani e ripetitivi, quelli che che coinvolgevano anche il “nonno deceduto a marzo”, quelli che si desumono nella simbologia “dell’abbiamo mangiato tutti insieme”, di quel rito quotidiano a cui non si dà la giusta importanza nella convivenza moderna. Giuliana rievoca la sua vita affettiva in famiglia e ripesca la figura del nonno per testimoniare la sua sensibilità depressiva alla perdita e per confermare lo spessore modesto delle sue relazioni: tutti insieme, ma senza brillare in sceneggiate napoletane strappalacrime per quanto riguarda il sentimento dell’amore tra parenti.

Un mio cugino mi ha messo in guardia sull’acqua giapponese e io l’ho rassicurato che stavamo comprando acqua da 0,5 € oppure da due litri.”

Ecco che arriva il censore nella figura del “cugino”. Giuliana “proietta” la sua preoccupazione sulla consistenza della linfa vitale e sul valore degli affetti. Si conferma l’educazione e la disposizione di Giuliana a investimenti relativamente modesti in riguardo alla “libido” e alla vitalità affettiva, si conferma la freddezza formale rilevata in precedenza. Un uomo, “un mio cugino”, assume il ruolo di tutore dell’energia di una donna che per se stessa, in effetti, non spende molto e si manifesta modesta nell’autostima e nell’autonomia psicofisica.

In tutti e tre i sogni Giuliana c’è e volentieri si apparta senza approfondire e assumere su se stessa l’alienato psichico, senza operare quel ricompattamento di cui abbisogna per vivere meglio se stessa, per risolvere le dipendenze affettive, per gustare le sue relazioni di vario tipo e di vario genere.

Il trittico di Giuliana può concludersi con questa prognosi.

GLI ALIENI E LA GUERRIERA

TRAMA DEL SOGNO

“E’ estate. Sono vicina a casa mia e sto visitando una grande chiesa su una altura insieme a qualcuno che non vedo. Ne sento solo la voce quando fa commenti sulla bellezza della chiesa.

A tratti è il mio fidanzato n°due, (ho due relazioni), a tratti mia madre e a tratti qualcun altro. Ma non sono tutte e tre le persone presenti. E’ come se si alternassero nel sogno.

Dopo aver percorso all’esterno tutto il perimetro della chiesa (in sogno mi capita sempre di restare solo all’esterno delle chiese) mi soffermo a guardare la vista dall’alto sul lago Maggiore.

Riscendo, (? riscendiamo), a piedi fino all’altezza del lago e io e mia madre questa volta saliamo su una canoa, (secondo sogno con canoa), e prendiamo il lago e poi un fiume che porta alla Svizzera. Io guido la canoa.

Ad un certo punto tiro fuori dal mio zaino un piatto di pasta che ho cucinato per mia mamma, (nel sogno c’è anche una parentesi in cui mi rivedo nella preparazione del piatto di spaghetti allo scoglio) e glielo do da mangiare.

Dopo un po’ mi accorgo, guardando dalla canoa, che i paesi sulle sponde del lago sono allagati. Lo percepisco come un problema, quindi prendo in mano l’azione, lascio mia madre a continuare la gita da sola e scendo nelle strade allagate, ma l’atmosfera è tranquilla con la luce del sole sulle case.

In giro non c’è nessuno. Entro in una casa e salgo al secondo piano come se fossi in autoplay di un video gioco e lì dentro, in un ambiente fresco e oscuro, ci sono delle persone che non riconosco ma so essere mie amiche.

C’è anche una camera con un letto mio e oggetti miei. In particolare ci sono moltissime pietre preziose che appartengono tutte a me, molte incise con disegni di scorpioni e di nasi.

Vado al bagno della mia camera in cui non c’è la porta ma solo una tenda di perline e, mentre mi sto sistemando, intravedo la figura di una ragazza che conosco ed è mia amica, l’unica del sogno, a parte mia madre, che vedo bene in faccia, che sta in piedi ferma nella mia stanza a guardarmi attraverso la tenda. Le dico “Samantha che fai?”, poi muovo un passo per uscire dal bagno e lei mi si butta addosso per aggredirmi.

Sopraggiunge un ragazzo dalla cucina per salvarmi e non so bene che fine faccia Samantha. Mi metto a parlare con questo ragazzo che però è un’ombra, non lo distinguo bene e stiamo un po’ in un abbraccio intimo e io percepisco la presenza del mio fidanzato n°uno che però nel sogno non c’è.

A questo punto salta fuori che c’è un’invasione di Alieni in atto (sogno molto speso gli Alieni ma non mi spaventano, nei miei sogni sono sempre una guerriera) e che essi sono in grado di assumere le sembianze di chi vogliono.

Io mi metto a cercare una pietra in particolare che non salta fuori. E’ una pietra nera con dei puntini azzurri che ha la capacità di curarmi e farmi cogliere l’origine dei problemi.

La cerco invano ovunque dentro la casa insieme a questo mio salvatore, finché non appare un alieno nella stanza ed io lo sconfiggo in uno scontro corpo a corpo.”

Questo è quanto ha sognato Giglio.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

E’ estate. Sono vicina a casa mia e sto visitando una grande chiesa su una altura insieme a qualcuno che non vedo. Ne sento solo la voce quando fa commenti sulla bellezza della chiesa.”

Giglio è nei pressi di se stessa, della “parte psichica” adibita alla “sublimazione della libido”. E’ tempo di nobilitare le proprie pulsioni e di dar loro un fine generoso al fine di non avvertire gli eventuali sensi di colpa destati dal pensiero di essere egoisti e bisognosi. La “chiesa su un’altura” è un rafforzamento simbolico di quanto affermato. “L’estate” aiuta a sentire il calore delle pulsioni e la consapevolezza di una donna che si accompagna al padre: “qualcuno che non vedo”. Questa figura è simbolicamente e universalmente sempre il padre “edipico”, quello con cui non sono stati sciolti i legami ambigui e ambivalenti, le pulsioni seduttive ed erotiche di una bambina che cerca la sua dimensione psichica femminile. Giustamente Giglio ha sublimato a suo tempo la “libido edipica” e si porta a spasso per il sogno il padre in versione di abile commentatore della Bellezza. La figlia riconosce al padre una sensibilità estetica, fatta di tanta ammirazione e di consapevole stupore. Giglio sublima l’attrazione verso il padre per non colpevolizzarsi, ma riconosce nello stesso tempo al padre quella propensione alla Bellezza, “della chiesa” nel caso specifico. Sintetizzo e chiarisco: Giglio riesuma e rievoca la figura paterna e assolve i sensi di colpa legati all’attrazione psicofisica e approfitta della circostanza per mettere in luce la sensibilità al Bello e all’Arte dell’augusto genitore.

A tratti è il mio fidanzato n°due, (ho due relazioni), a tratti mia madre e a tratti qualcun altro. Ma non sono tutte e tre le persone presenti. E’ come se si alternassero nel sogno.”

I conti “edipici” tornano tutti: il fidanzato numero due, la madre o una figura anonima e indifferenziata, sempre un “qualcun altro” dentro, una figura “introiettata” e nel sogno tirata fuori, “proiettata”. Il “fidanzato numero uno” è sempre il padre per tutte le bambine, il “fidanzato numero due” è quello che segue e consegue alla complessità dei vissuti in riguardo alla figura paterna. Poi, arrivano anche gli altri fidanzati, i numero enne, nella speranza che siano tanti per depurare i vissuti “edipici” e scegliere il proprio uomo senza i condizionamenti subdoli dell’infanzia e dell’adolescenza, senza sposare la “traslazione” del padre insomma. Giglio non mette in scena la “triade edipica”, si limita a visitare i singoli protagonisti e li alterna sul palco a simboli dei suoi vissuti e della sua evoluzione psicofisica, dall’infanzia all’età adulta. Degna di nota è la poligamia di Giglio, “(ho due relazioni)”, la sua naturalezza a vivere il maschio senza i limiti imposti dalla Morale pubblica, il “Super-Io” collettivo, e dal suo “Super-Io”, la sua istanza psichica censoria. Giglio manifesta una disinibizione nella gestione delle relazioni amorose, affettive e sessuali, a testimonianza della sua capacità di alternare nella vita, non soltanto nel sogno, situazioni di coppia varie e variopinte. La caratteristica si spiega con una riduzione dell’investimento di “libido” nei suoi uomini e del coinvolgimento amoroso. Insomma, Giglio non s’innamora abbastanza o teme di legarsi troppo e per questa paura si difende da quello che lei vive come un coinvolgimento minaccioso della sua autonomia. Il prosieguo del sogno darà le ragioni di questa nota caratteristica della protagonista. Possibilmente c’è ancora un ristagno “edipico”, per cui Giglio non si è evoluta degnamente nella “posizione psichica genitale” e non investe appieno le sue energie e i suoi sentimenti secondo le naturali norme della disposizione donativa e della generosità altruistica, della “comprensione” e dell’abbraccio psichico dell’altro.

Dopo aver percorso all’esterno tutto il perimetro della chiesa (in sogno mi capita sempre di restare solo all’esterno delle chiese) mi soffermo a guardare la vista dall’alto sul lago Maggiore.”

Il processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido” non trova Giglio disponibile al cento per cento dal momento che percorre “tutto il perimetro esterno della chiesa”, non entra nel tempio sacro per depositare le sue cariche istintive e le sue pulsioni in attesa di essere purificate dalla grazia della Psiche. Giglio è una donna che non si coinvolge del tutto nelle operazioni di recupero e di rimessa in atto del vietato e dei tabù. Giglio salta di palo in frasca e travalica dalla “sublimazione” alla contemplazione estetica, anzi predilige tranquillamente quest’ultima e trova nella Bellezza la risoluzione idonea e congrua. Giglio sente il bisogno di “catarsi” dell’illecito e della colpa, ma fa tutto a metà e si ricovera sempre in “alto”, nel culto della madre che ristagna, il “lago Maggiore”. Dal sacro passa con disinvoltura all’umano, dal carisma alla concretezza estetica. Giglio le sta provando tutte le operazioni di ripulitura di eventuali traumi o fantasie, di pulsioni e desideri. Predilige non investire totalmente su azioni che nella Borsa del sacro hanno un valore, mentre nella Borsa dell’umano presentano una vitale consistenza. Vediamo dove procede dopo questo preambolo introduttivo.

Riscendo, (? riscendiamo), a piedi fino all’altezza del lago e io e mia madre questa volta saliamo su una canoa, (secondo sogno con canoa), e prendiamo il lago e poi un fiume che porta alla Svizzera. Io guido la canoa.”

Dopo il “qualcuno che non vedo” del primo capoverso, decisamente decodificato come la figura paterna, ecco che si presenta in tutta evidenza e in pompa magna la figura molto importante nella formazione psichica di Giglio, la madre. A quest’ultima la figlia associa il processo psichico di difesa della “materializzazione” e il principio annesso della “realtà”. Giglio ama la concretezza e si è tenuta a fianco della “chiesa”, non è entrata nel luogo del sacro e della censura morale, ha preso atto e ha apprezzato l’aspetto culturale, filosofico ed estetico, La compagnia era la figura del padre. Adesso arriva la madre e la materia vivente, il “lago”, e Giglio si sente alla sua “altezza”, si è ben identificata nella madre durante la sua formazione ed evoluzione psicofisiche, per cui va da sé che ci sia la “canoa”, il grembo, la culla anatomica adibita alla sessualità e alla maternità. “Saliamo sulla canoa” attesta “l’identificazione” nella madre che ha portato Giglio a maturare nel tempo la sua “identità” femminile. Il padre non si è evidenziato abbastanza semplicemente perché è la figura conflittuale della “triade edipica” ed allora Giglio per difendersi non gli ha dato un volto e l’ha lasciato nell’anonimato. Guardate che bel quadretto al femminile: madre e figlia in canoa sul lago. Questa è una buona e originale allegoria con il rafforzamento dei simboli femminili, “lago” e “canoa”, ma Giglio non dimentica il padre e allora se lo porta dietro sotto forma classica del “fiume”. Non dimentica nemmeno di essere lei la protagonista della sua femminilità e si mette alla guida della sua “canoa” in buona e completa compagnia “edipica”. Ritorna la figura paterna in veste simbolica a testimonianza di una delicatezza e paura verso la figura maschile. E allora andiamo in “Svizzera”, il luogo simbolico delle libertà e dell’autonomia.

Che Giglio stia risolvendo la sua “posizione psichica edipica”, la sua relazione conflittuale con i genitori, e stia maturando la sua autonomia psichica riconoscendo il padre e la madre e risolvendo le pendenze maturate nel corso della vita?

Chi vivrà vedrà.

Ad un certo punto tiro fuori dal mio zaino un piatto di pasta che ho cucinato per mia mamma, (nel sogno c’è anche una parentesi in cui mi rivedo nella preparazione del piatto di spaghetti allo scoglio) e glielo do da mangiare.”

La figlia dispensa amore per la madre. Dal suo grembo, lo “zaino”, il luogo della femminilità e della “genitalità”, Giglio partorisce da sola e senza aiuto dell’ostetrica, “tiro fuori”, tutti gli affetti possibili nei riguardi della figura materna, “un piatto di pasta che ho cucinato per mia mamma”, tutto l’amore verso la madre. Questa operazione di riconoscimento e di riconoscenza avviene con una preziosa nota narcisistica, “mi rivedo nella preparazione del piatto di spaghetti allo scoglio”, una pietanza non da morti di fame o da profani, oltretutto condita con tutto il trasporto affettivo di una figlia che si prende cura della madre dopo averla riconosciuta come la sua origine e la sua identità femminile: “glielo do da mangiare” e “io guido la canoa”. Degna di nota è l’assenza della stessa premura nei riguardi del padre, che, pur tuttavia, è presente in forma traslata e anonima. Ricapitolando: Giglio sviluppa in sogno la sua “relazione edipica” e mostra di averla superata, soprattutto in riguardo alla madre. Il padre resta una mina vagante nel mare psichico della formazione evolutiva della protagonista. Con la madre Giglio ha assunto un atteggiamento di cura e premura che si può definire “adozione”, una forma concreta e massiccia di “libido genitale” sublimata. La figura sacra della madre viene investita di affetti e atti che attestano riconoscimento e gratitudine.

Dopo un po’ mi accorgo, guardando dalla canoa, che i paesi sulle sponde del lago sono allagati. Lo percepisco come un problema, quindi prendo in mano l’azione, lascio mia madre a continuare la gita da sola e scendo nelle strade allagate, ma l’atmosfera è tranquilla con la luce del sole sulle case.”

Giglio rievoca il momento della sua evoluzione psicofisica in cui ha operato il distacco dalla madre e ha risolto la sua dipendenza psichica dal momento che aveva ampiamente accettato e razionalizzato la sua identità femminile. Trascorso il periodo dell’identificazione e superato il bisogno di adottarla accudendo i bisogni di lei e prendendosi una cura speciale della sua persona, risolta questa benefica e matura operazione umana, Giglio riacquista la sua autonomia e indipendenza dal momento che “i paesi sulle sponde del lago” erano “allagati”. Giglio percepisce “come un problema questo trasporto e “prende “in mano l’azione”, le redini della sua vita “per continuare la gita” della sua vita “da sola”. In questa presa di coscienza dei vissuti complessi nei riguardi della madre Giglio razionalizza che non ha subito alcun danno e che la “razionalizzazione” di questo rapporto speciale con la madre è stato positivo e costruttivo al massimo, dal momento che ha apportato la tranquillità dell’animo, una forma di “atarassia” individuale da completamento d’opera e da scelta di se stessa dopo il periodo di dipendenza a vario titolo, o perché bambina o perché moralmente portata al sollievo dell’augusta figura materna. Traduco meglio e pari pari: Giglio, del tutto consapevole della sua femminilità e della sua persona, “guardando dalla canoa”, dopo aver temuto di aver corso il rischio di dipendere dalla madre, riacquista la sua autonomia psichica e vive la sua vita di donna e di femmina senza alcun turbamento e con tanta consapevolezza. Meglio di così non poteva andare.

In giro non c’è nessuno. Entro in una casa e salgo al secondo piano come se fossi in autoplay di un video gioco e lì dentro, in un ambiente fresco e oscuro, ci sono delle persone che non riconosco ma so essere mie amiche.”

Giglio è con se stessa, in dolce compagnia di se stessa e della sua autonomia psicofisica. Giglio ha risolto i legami di figlia nei riguardi della madre e ha provveduto al suo accudimento: “in giro non c’è nessuno”. La figlia ha riconosciuto la madre dopo averla onorata e odiata e non è rimasta schiava e sola in questa improba controversia sull’identità e sul possesso dei beni affettivi. Sul padre il discorso è sospeso e la figura del genitore vaga come le mine nei mari durante il tempo di guerra in cerca della nave su cui esplodere. Giglio rientra in se stessa e per la precisione nella “sublimazione narcisistica del suo Io”, nel luogo riservato all’auto-gratificazione e all’auto-compiacimento, per rivivere i momenti di questa sua crescita personale. Giglio si ripensa come persona compiuta, ma non riconosce nella sua dimensione relazionale alcune figure o “parti psichiche di sé” che ancora aspettano una risoluzione congrua. Ritorna questa tendenza di Giglio all’incompiuta con alcune “persone” e con alcune esperienze della sua vita dove avrebbe voluto essere più decisa e incisiva. Si accontenta di un “autoplay” che si riduce a un “autoreplay”, a un rivedersi e a un riconsiderarsi narcisistici che lasciano l’amaro dell’incompiuta in bocca. Purtuttavia, ha il buon senso di ritenere “amiche” queste persone e manifesta quell’ottimismo non esagerato che non guasta, se confrontato con il pessimismo bieco della disperazione e del rancore di chi avrebbe voluto cambiare le carte in tavola. Tra le persone ci mettiamo d’ufficio il padre. Vediamo dove si dirige Giglio nel suo sogno. Adesso è ferma in una Svizzera calvinista e protestante, isolata e libera, ligia al dovere e alle leggi morali, ricca di buona cioccolata e di emmental, di orologiai e di orologi, di cucù e di mucche viola.

C’è anche una camera con un letto mio e oggetti miei. In particolare ci sono moltissime pietre preziose che appartengono tutte a me, molte incise con disegni di scorpioni e di nasi.”

Giglio entra nell’intimità, nel personale, nel privato, nel proprio. La “camera da letto” condensa i vissuti interiori e indicibili, quelle “pietre preziose” che riguardano soltanto Giglio e nessun altro, la sua sfera anatomica e sessuale da non condividere e da stimare con grande perizia, i vissuti intimi e le esperienze erotiche che vertono sul versante sessuale maschile come i “disegni di scorpioni e di nasi”, una vasta gamma di simboli fallici, fecondanti al negativo i primi, penetranti con decisione i secondi. Lo “scorpione” rappresenta simbolicamente il pene che emette lo sperma temuto dalla donna che ha una tosta fobia della fecondazione e della gravidanza, mentre il “naso” condensa l’invadenza del pene e le sue ben note competenze erotiche e sessuali. Tra “pietre preziose” femminili e “scorpioni e nasi” maschili Giglio si compiace narcisisticamente delle sue doti erotiche e delle sue qualità sessuali, nonché delle sue paure e delle sue fobie, estendendo questi “oggetti” ai suoi ricordi sotto la forma di amuleti che esorcizzano l’angoscia di fecondazione e di gravidanza. Si conferma sempre con maggiore evidenza quel sano “narcisismo” che si snoda a metà tra l’amor proprio e il culto di sé. Non è da meno il senso del possesso e i due fidanzati con la loro umana gestione. Giglio è una donna che si compiace del suo potere erotico e sessuale, una femmina che sa gestire il maschio di turno. Il suo “narcisismo” prevale sulla “genitalità” di un sentimento d’amore donativo. L’evoluzione psichica di Giglio oscilla tra la “posizione edipica” e la “posizione narcisistica” e trascura la “posizione genitale”. Decisamente è una donna che non si innamora follemente di un uomo, è una donna che avanza con giudizio e temperanza verso gli investimenti sugli altri, è una donna che si compiace delle sue capacità, è una donna che ha due uomini e oltretutto generici e anonimi, uomini senza qualità.

Vado al bagno della mia camera in cui non c’è la porta ma solo una tenda di perline e, mentre mi sto sistemando, intravedo la figura di una ragazza che conosco ed è mia amica, l’unica del sogno, a parte mia madre, che vedo bene in faccia, che sta in piedi ferma nella mia stanza a guardarmi attraverso la tenda. Le dico “Samantha che fai?”, poi muovo un passo per uscire dal bagno e lei mi si butta addosso per aggredirmi.”

Il passaggio dalla zona intima degli affetti speciali e dei segreti pensieri alla zona erotica e sessuale è breve, del resto come sempre e come giusto. Giglio si era imbattuta in precedenza nei suoi gioielli femminili e nei suoi trofei maschili, le “pietre preziose” e gli “scorpioni” e i “nasi”, adesso va proprio in “bagno” dove, oltretutto, “non c’è la porta, ma solo una tenda di perline”, si coinvolge direttamente con il suo corpo e i suoi bisogni, “mentre mi sto sistemando”. La disinibizione narcisistica della donna ritorna venata di esibizionismo e di competizione al femminile, “intravedo la figura di una ragazza che conosco ed è mia amica”, una figura equiparabile alla madre in quanto oggetto di presa di coscienza. Giglio “sa di sé” attraverso la madre e l’amica, “sa di sé” come donna e come corpo perché si è identificata nella prima e ha assunto identità psicofisica tramite la seconda, l’altra da sé, una persona che esiste nella realtà esterna, ma che, a tutti gli effetti, è l’immagine di sé, il fantasma del suo corpo, la rappresentazione primaria dei suoi desideri e bisogni di bambina che si accinge a evolversi in donna. Questa “amica” la spia nella sua intimità, questa “parte psichica di sé” è in conflitto con l’immagine globale che Giglio ha maturato nel corso della sua evoluzione psicofisica. Samantha è la controfigura di Giglio, quella che si assume la parte aggressiva e che aggredisce, meglio si auto-aggredisce, quella che non si piace e che non si è mai piaciuta, quella “parte psichica di sé” che si schiera per il sacro e odia il profano o viceversa, la “parte psichica oppositiva” di Giglio rivolta contro se stessa, la parte “sadomasochistica”, quella che fa male e subisce il male. Giglio conosce molto bene se stessa “Samantha” e la madre. E’ proprio vero, perché sono i personaggi e le figure che la riguardano in prima persona, sono “l’introiezione” e la “proiezione” della madre e di se stessa nella versione non gradita e rifiutata, quella parte che non piace e che non si accetta. Qualcosa della sfera intima e privata del corpo e della mente non va proprio giù a Giglio e in questo modo ricorre a Samantha per evidenziare questa suo conflitto intrapsichico.

Ma cosa scarica Giglio su Samantha?

Quale materiale psichico traumatico Giglio addossa alla povera Samantha?

Importante continuare a vivere per sapere anche questo.

Sopraggiunge un ragazzo dalla cucina per salvarmi e non so bene che fine faccia Samantha. Mi metto a parlare con questo ragazzo che però è un’ombra, non lo distinguo bene e stiamo un po’ in un abbraccio intimo e io percepisco la presenza del mio fidanzato n°uno che però nel sogno non c’è.”

Giglio scarica su Samantha tutta l’aggressività incamerata nell’evoluzione della sua “posizione psichica edipica”, della sua conflittualità ambivalente nei riguardi del padre e della madre, della sua psicodinamica evolutiva in riferimento ai genitori. Samantha condensa gli affetti legati alla “parte negativa” del “fantasma della madre”, quella che censura e impedisce i vissuti affettivi nei riguardi del padre, la figura in cui si è in qualche modo costretta a identificarsi per acquisire la sua identità femminile, quella che limita e vieta, la madre che impone i tabù e istilla il “Super-Io” sostituendosi al padre. Ricapitolando, Giglio sta sviluppando in sogno l’iter e la risoluzione della sua “posizione psichica edipica”, sta riesumando una tappa altamente formativa della sua evoluzione e mostra chiaramente la conflittualità ambivalente nei confronti della madre e dispone in discrezione il padre come figura importante e in parte rimossa nel suo “fidanzato n°uno”, come si diceva ampiamente nei precedenti iniziali capoversi. Mostra, inoltre, il suo distacco risolutivo nei riguardi della madre lasciando che prosegua la gita in Svizzera e riaggancia il padre nella figura del fidanzato n°uno di cui percepisce la presenza mentre sta in intimità con il nuovo ragazzo che la salva dalle grinfie di una invadente e aggressiva Samantha di cui non sa bene la fine che fa. Ricapitolando ancora e meglio di prima: Giglio si stacca dalla madre attraverso l’affidamento a un uomo, “il ragazzo che sopraggiunge dalla cucina” ossia dalla zona degli affetti condivisi e da condividere. Purtroppo, questo “ragazzo” seduttivo è evanescente, è “un’ombra”, viene dal suo Profondo psichico, dall’aldilà subcosciente, emerge dai suoi desideri di bambina e di adolescente e si porta sempre dietro la figura del padre, la prima ombra del fidanzato n°uno, quello che ancora non sa riconoscere come figura formativa della sua femminilità e delle sue arti erotiche e seduttive. Giglio “percepisce una presenza” come nei migliori film gialli, un fidanzato che in qualche modo tradisce e di cui dispone le fila. Proprio vero che il primo amore non si scorda mai e non si sposa. Giglio sta in intimità con un ragazzo “ombra” che la salva dalle grinfie della madre: questo ragazzo è l’erede della prima ombra, il padre. Quest’ultimo ha contribuito nell’economia psichica di Giglio alla formazione della strategia di approccio all’universo psicofisico maschile.

A questo punto salta fuori che c’è un’invasione di Alieni in atto (sogno molto speso gli Alieni ma non mi spaventano, nei miei sogni sono sempre una guerriera) e che essi sono in grado di assumere le sembianze di chi vogliono.”

Ah, gli Alieni!

Ah, l’alienato, tutto quello che volevamo vivere di noi e non abbiamo fatto nascere in noi!

Ah, i mille personaggi in cerca d’autore che non siamo e che sappiamo ben interpretare per difesa dal coinvolgimento con gli altri!

Spuntano le difese sociali di Giglio. Scendono dall’astronave alla moda gli Alieni, arrivano i modi di essere e di esistere che la protagonista voleva incarnare e che per l’angoscia dell’indeterminato ha lasciato andare nell’evanescenza del Nulla e del “non se ne fa niente”. Gli Alieni “sono in grado di assumere le sembianze di chi vogliono”, hanno capacità mimetiche e mistificatorie, sono dei grandissimi bugiardi e non dicono mai la verità del “chi sono” e del “cosa vogliono”, sono degli impostori e degli imbroglioni di vasta portata che inquinano la società. Questa è la versione negativa dell’umana capacità psichica di empatia e di simpatia, di partecipazione e condivisione. Questa è la “parte psichica negativa” del “fantasma dell’altro”, quella che mi inganna e mi porta via sempre qualcosa e a cui non bisogna rivolgere la parola e addirittura affidarsi, questo è lo Straniero di Camus, la parte straniera di noi stessi che abbiamo definitivamente debellato criminalizzandola per paura e su suggestione dei nostri incauti e superficiali genitori. E così Giglio è cresciuta “guerriera” per difendersi da se stessa, dalle sue giuste paure e dalle altrui ingiuste angosce. La mamma istilla, suggerisce, mette dentro il cuoricino della bambina a mo’ di insegnamento i suoi traumi di donna adulta e le sue esperienze andate a male come il latte fresco di giornata il giorno dopo. Il padre c’è e non c’è, il padre ha fatto meno danno, il padre è rimasto nel limbo delle figure da salvare per amore indicibile, mai detto, mai profferito. Una Giglio censurante e oltremodo “superegoica” mostra in questo siparietto finale i suoi tabù, i suoi divieti, i suoi “verboten”, le sue difese inutili verso il resto del mondo e proprio quando le aperture all’esterno sono costruttive e necessarie per una giusta evoluzione psicofisica. E’ come se Giglio andasse contro corrente e si rinchiudesse nel mondo di Narciso per non coinvolgersi con i fidanzati n°tre, n°quattro, n°cinque, n°enne. “Giglio nei sogni è sempre una guerriera”, ma sicuramente è arrivato il tempo di far riposare questa “guerriera” dopo tanto inutile stress. Ben vengano gli Alieni a portare la loro buona novella se serve a “sapere di sé”, a una migliore autocoscienza. Giglio non deve combattere contro se stessa e le sue produzioni psichiche innovative ed evolutive, contro i suoi “Alieni”, non deve alienare il suo prodotto psichico interno lordo per paura di coinvolgersi nelle stranezze di una vita alla grande e spericolata. Gli insegnamenti della mamma e i silenzi del padre devono lasciare il posto alla normalità dell’anormale, alla convivenza con gli Alieni dentro e fuori, alla condivisione delle esperienze e delle avventure.

Io mi metto a cercare una pietra in particolare che non salta fuori. E’ una pietra nera con dei puntini azzurri che ha la capacità di curarmi e farmi cogliere l’origine dei problemi.”

Giglio sa di non stare bene e di avere bisogno di una cura che verta sulla consapevolezza delle cause dei suoi mali, “l’origine dei problemi”, una psicoterapia psicoanalitica che, risalendo per libere associazioni alle esperienze significative della sua vita, le dia quell’equilibrio e quella sicurezza insieme a quella tranquillità dell’animo che non guasta mai come lo zucchero nel caffellatte dei bambini. E allora Giglio tira in ballo la sua bambina dentro e il suo pensiero magico, i “processi primari” che che usava nell’infanzia e che si chiamavano con una sola parola la “Fantasia”, il pensare per allucinazioni e per fantasmi, l’andare contro il “principio di realtà” a favore del “principio del piacere”, l’esaltare le pulsioni e abolire i divieti, tira fuori il suo Harry Potter e la sua “pietra” filosofale “nera con dei puntini azzurri”, quella che ha la capacità taumaturgica della presa di coscienza, della riflessione su se stessa e sugli eventi della propria formazione ed evoluzione: il possesso mentale delle cause. Giglio estrae dal suo cilindro di prestigiatrice la magia, per arrivare alla “interpretazione” e alla “razionalizzazione” delle cause insieme al suo analista, al suo “salvatore”, che, come Ermes, comunica la volontà degli dei ai mortali. La magia è una pratica antichissima che ha il sapore dell’eternità semplicemente perché è la prima forma mentale di tutti gli infanti, di tutti coloro che sono ancora senza parola ma pensano e pensano tanto e di tutto. La Magia si basa sul meccanismo di difesa dall’angoscia dello “annullamento”, che si attesta nella conversione accettabile e gestibile dell’angoscia attraverso il rito, attraverso l’esorcismo di un divieto. La Magia si basa sul meccanismo di difesa dall’angoscia dello “spostamento” attraverso la costruzione del “feticcio”, la “pietra nera con dei puntini azzurri”, quella “che non salta mai fuori” e che esiste da qualche parte del culo del mondo, quella che, semplicemente usando la Ragione” deterministica, arriva alla “atarassia” per la via preferita dalla Cultura occidentale, la “razionalizzazione”, il meccanismo principe di difesa dall’angoscia che non è mai abbastanza, a conferma dell’umana debolezza che connota la creatura privilegiata di Dio o di Madre Natura, l’uomo, il solo animale vivente che soffre della malattia mortale, che è malato della consapevolezza della fine, della coscienza della morte e dell’assurdità della vita che si conclude nel niente. Eppure Giglio ritorna bambina e rispolvera il suo pensiero magico per risolvere le sue angosce. Vediamo la conclusione di questa lunga cavalcata nelle praterie psichiche durante il sonno, nel pensiero del sonno, il sogno.

La cerco invano ovunque dentro la casa insieme a questo mio salvatore, finché non appare un alieno nella stanza ed io lo sconfiggo in uno scontro corpo a corpo.”

Giglio cerca “invano” la sua “kaba”, la pietra nera della sua religione psichica “dentro la sua casa” psichica insieme al suo “salvatore”, ed ecco che appare un “alieno”, un trauma, un non vissuto, un fantasma, un conflitto, una semplice fantasia o un semplice fatto, su cui Giglio insieme al suo salvatore analista può esercitare e far pesare la forza della Ragione e della “razionalizzazione”. Inizia lo scontro corpo a corpo con se stessa e in particolare con quelle “parti di sé” che si sono opposte alla sua integrità e armonia psichiche, gli Alieni per l’appunto, che aspirano a essere capite e riassorbite nel tessuto connettivo di un Corpo fatto di carne e ossa e di una Mente fatta di fantasmi e di ragionamenti. Alla fine del tragitto e dei tanti conflitti a Giglio resterà l’ultimo combattimento, la risoluzione del “transfert” esperito verso il suo analista, la liquidazione del vissuto emotivo e affettivo maturato nel corso del viaggio insieme al suo navigatore al fine di acquistare definitivamente la sua autonomia psicofisica.

E’ possibile tutto questo?

Decisamente “non potest” e “non possumus”, ma tentar non nuoce. Non è possibile liquidare relazioni e vivere da soli, a meno che non ci si trovi nel carcere della follia. E allora ben vengano le dipendenze e tutti i tentativi di liberazione che nel corso dell’esistenza intentiamo contro e a favore di noi stessi.

Il sogno di Giglio merita ulteriori riflessioni, ma si può concludere qui.

Buon viaggio!

LE TRE COSE CADUTE

TRAMA DEL SOGNO

“Mi trovavo in Giappone presso un campo sperduto in compagnia del mio fidanzato.

Stavamo camminando dentro un fosso stretto e fangoso che serviva per irrigare i campi.

Continuavano a cadermi sempre le stesse tre cose (non ricordo in particolare).

Ad un certo punto è arrivato il contadino, un giapponese che non ho mai visto, ha aperto una valvola e il campo si è inondato mentre stavo cercando una cosa che mi era caduta.

Mi sono messa ad urlare.”

Julienne

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Mi trovavo in Giappone presso un campo sperduto in compagnia del mio fidanzato.”

Julienne è una donna originale, almeno tende a esserlo, e in ogni caso ha una connotazione psichica fortemente intenzionata a differenziarsi dagli altri, pur essendo consapevole del bisogno di stare con la gente, del confronto e della solidarietà. Julienne avverte l’esigenza di una forma d’intimità per cui si isola “in compagnia del suo fidanzato” “presso un campo sperduto”. Una donna eccentrica e originale, un’oasi di pace e d’intimità, il proprio uomo sono i tre elementi con cui Julienne apre il quadro onirico e inizia il suo sogno.

Questa, però, è un’interpretazione di superficie.

Il “campo sperduto” rappresenta una sensazione di solitudine e un sentimento di abbandono, un “tratto psichico depressivo” di Julienne, acquisito ed elaborato nella prima infanzia. Per compensazione ricorre in sogno al suo “fidanzato” per alleviare le sensazioni di disagio e il dolore annesso. Questa è l’interpretazione profonda che tiene anche in considerazione la prima e non la esclude. Si tratta di livelli psichici e di autenticità elaborativa. Julienne sta parlando di sé e della sua formazione e in sogno offre nell’immediato la sua tendenza a sentirsi sola e il suo bisogno degli altri, nonché la sensazione di una diversità che rasenta l’originalità. Nel complesso siamo nella sfera affettiva, nella “posizione psichica orale”, nella dimensione protettiva della protagonista. Il sogno è suo e non glielo toglie nessuno, neanche il suo “fidanzato”.

Stavamo camminando dentro un fosso stretto e fangoso che serviva per irrigare i campi.”

E infatti e a conferma di cosa si diceva in precedenza, Julienne presenta immediatamente il simbolo di una madre angusta e colpevolizzante, meglio, la “parte negativa” del “fantasma della madre”, la conoscenza elaborata nel primo anno di vita e che è rimasta vitale dentro di lei al punto di formarne l’evoluzione psichica e in particolare l’affettività e il sentimento della perdita, la vena depressiva di cui si è detto nel precedente capoverso. Riepilogando: Vivienne si fa accompagnare in sogno dal suo “fidanzato”, alleato psichico, per elaborare la sua vita affettiva e i tratti caratteristici della sua formazione anche in riguardo alle angosce di solitudine. “Camminando” si traduce in riattraversando o in ricordando o in riflettendo o vivendo. “Dentro” attesta, sempre simbolicamente, della “introiezione” della figura materna in quanto Vivienne in qualche tratto psichico si è identificata al femminile nella madre. “Dentro” si traduce anche nella mia interiorità, nella mia sfera intima e privata, nelle mie introspezioni. Il “fosso” rappresenta la “parte negativa” del “fantasma della madre”, il vissuto della costrizione e del ristagno delle energie d’investimento, una madre avara di cure e di premure, una madre che dispensa affettività e protezione per quello che è strettamente necessario. “Stretto” si traduce in costrizione psichica, in coartazione della coscienza, in angustia affettiva, in autoritarismo acritico, in blocco delle iniziative e degli investimenti: una madre avara e severa. “Fangoso” riguarda i sensi di colpa che la madre induceva nella figlia e che quest’ultima si faceva nel momento in cui elaborava dei vissuti aggressivi nei riguardi della madre che poi immancabilmente tralignavano nel senso di colpa. “Serviva per irrigare i campi” condensa l’immagine giusta di una madre affettuosa e amorevole nei riguardi dei figli, una madre che investe energie, conforta e rassicura. Traduco: una madre che poteva amare i suoi figli e che non è riuscita a farlo per il blocco di queste energie d’investimento. Questo è il vissuto di Vivienne nei riguardi della madre, il suo “fantasma” nella “parte negativa”, al di là di come effettivamente la madre sia stata nella realtà. Questa è la realtà psichica dominante di Vivienne. Ricordo anche che la simbologia “dell’irrigare i campi” ha una valenza fecondativa e gravidica. Il “campo” è un simbolo femminile e l’acqua acquista una caratteristica, sempre femminile, di dare la vita.

Continuavano a cadermi sempre le stesse tre cose (non ricordo in particolare).”

Il sogno è birichino sempre e non quando vuole. La domanda lecita è la seguente: cosa sono “le stesse tre cose” che cadono, si suppone dalle mani, a Vivienne e perché non ricorda?

L’enigma “trinitario” si pone nel modesto e laico mondo dei sogni. Tre cose che cadono rappresentano simbolicamente il padre, la madre e la figlia, la triade familiare che Vivienne “proietta” in sogno per difesa dall’angoscia fuori di lei e dal suo mondo interiore anche per allentare le tensioni e continuare a dormire. Vedere in sogno il padre, la madre e se stessa sarebbe stato intollerabile per l’economia nervosa e allora Vivienne tira fuori il condensato simbolico della “famiglia”, la triade per eccellenza, la prima triade dopo la diade, la famiglia dopo la coppia. La chiave interpretativa del capoverso è “continuavano a cadermi” che mostra chiaramente il meccanismo psichico di difesa dall’angoscia della “coazione a ripetere” e la pulsione depressiva alla perdita. “Cadermi” non è niente di catastrofico anche se è sempre un distacco e un allontanamento, così come “continuavano” non è patologico proprio perché attesta della presenza del conflitto dialettico tra “le stesse tre cose”, immutabili e presenti dentro Vivienne come la sua “posizione psichica edipica”. Ricordo che si tratta di una dialettica universale di crescita evolutiva funzionale all’acquisto dell’autonomia psichica e propedeutica al “riconoscimento” del padre e della madre dopo la conflittualità più o meno lunga. Riepilogando in sintesi metodologica: Vivienne sta rievocando in sogno la sua “posizione edipica” chiaramente non risolta e ancora turbolenta, la sua relazione e i suoi vissuti verso la madre nella prima parte e ha presentato il padre includendolo nella triade familiare: “le stesse tre cose” continuamente presenti e in assillo emotivo. Proseguire nella decodificazione del sogno confermerà la bontà di questa intuizione interpretativa.

Ad un certo punto è arrivato il contadino, un giapponese che non ho mai visto, ha aperto una valvola e il campo si è inondato mentre stavo cercando una cosa che mi era caduta.”

Il “contadino giapponese” è la “traslazione” della figura paterna, lo “spostamento” del padre secondo i meccanismi del “processo primario” che forma e governa il sogno. E allora è entrato in scena il padre di Vivienne a completare la triade familiare e le tre cose cadute o perdute. Dopo la “parte negativa” del “fantasma della madre” Vivienne recupera la “parte positiva” del “fantasma del padre”, il padre affettivamente provvido e punto di equilibrio dell’economia psichica familiare o delle “tre cose cadute”. Vivienne ha vissuto il padre sin dall’infanzia come l’elemento coadiuvante e positivo, colui che apre “una valvola” e favorisce l’armonia affettiva della famiglia, della triade padre-madre-figlia. Non dimentichiamo che si tratta anche della triade “edipica”. Vivienne sta elaborando non soltanto il padre e la madre in riguardo all’affettività, alla protezione e all’armonia familiare, sta soprattutto rivivendo la sua disposizione verso il padre e la sua avversione verso la madre. Vivienne sta scoprendo le sue carte nel gioco familiare delle predilezioni e dei contrasti. Ecco il padre viene fuori in sogno come l’ago della bilancia dell’economia psichica familiare, la figura che sa mediare e disporre in maniera equilibrata soprattutto gli investimenti disordinati della madre e sempre per quanto riguarda la sfera affettiva, quella dove Vivienne accusa qualche deficit a causa di un tratto depressivo legato all’angoscia di perdere l’amore e la tutela della madre. Quest’ultimo è legato alla tendenza di quest’ultima a costringere e a colpevolizzare la figlia, da un eccesso di “Super-Io” da parte della madre nel relazionarsi con la figlia: una madre severa e poco espansiva. Eppure anche in questa situazione di piena affettiva, grazie al padre “contadino giapponese” che sa regolare i flussi psichici in famiglia, nel campo e nella realtà, Vivienne non trova la cosa che gli era caduta e si ritrova con il problema di sempre.

Vale la pena l’autonomia psichica e l’emancipazione dai genitori?

Vale la pena affidarsi a un “fidanzato” che compare e non è una figura importante che occupa la scena del sogno?

Può un “fidanzato” supplire alle carenze pregresse e maturate nell’infanzia e in ambito familiare?

Può un “fidanzato” essere come il padre che dispensa equilibri psichici e relazionali?

Vivienne è fidanzata, ma non è matura per dare al suo uomo il ruolo giusto dal momento che è tutta presa dal padre e dalla madre. Vivienne ristagna in ambito “edipico” e non passa in ambito “genitale”. Eppure la sua struttura psichica è sensibile al primo anno di vita e alla “posizione orale”, là dove gli affetti e le depressioni si originano.

Mi sono messa ad urlare.”

L’urlo è sempre “catartico”, neuro-fisiologicamente libera energie represse che altrimenti farebbero danno all’equilibrio psicofisico somatizzandosi e ledendo qualche funzione per eccesso di carica nervosa.

Perché Vivienne ha bisogno di urlare?

Oltre alle tensioni l’urlo è dovuto alla rabbia che la donna prova nel suo conflitto tra la dipendenza dai genitori e l’acquisizione di una sua autonomia psichica. In questa operazione di recupero di se stessa ha rievocato la sua “posizione edipica” e ha reagito con una “conversione isterica”, “mi sono messa a urlare”.

La rabbia a cosa è legata?

Questo “senso-sentimento” si lega alla mancata emancipazione dai genitori, madre avara e padre provvido, e alle difficoltà che incontra nell’evoluzione congrua alla “posizione psichica genitale”. Manca la capacità d’investimento della “libido” in maniera donativa e altruistica, il saper dare e la consapevolezza del gusto di dare. Vivienne rischia di ripetere la lezione imparata dalla madre, per cui quello che l’ha fatto tanto soffrire viene messo in circolo e dato a chi si presenta alla ribalta della sua vita affettiva. Se ben analizziamo, il “fidanzato” compare all’inizio e poi basta, si è perso nello svolgimento del sogno e non è stato oggetto di investimenti particolari, una figura “a latere” e non certo dominante. E’ pur vero che il sogno è “edipico” ed è giustamente basato sulla dialettica della triade familiare e sull’angoscia depressiva di perdita e di solitudine, ma per superare questo stallo è necessario procedere verso l’evoluzione “genitale”, verso un investimento dominante di “libido” sul suo uomo e non soltanto fidanzato.

In conclusione aggiungo che la simbologia “dell’aprire la valvola per inondare il campo” ha una chiara valenza fecondativa, come in precedenza per “irrigare i campi”,

L’interpretazione del sogno di Vivienne può trovare in questa prognosi la sua fine, ma aggiungo per correttezza interpretativa che la simbologia “dell’aprire la valvola per inondare il campo” ha una chiara valenza fecondativa, come in precedenza per “irrigare i campi”: l’eiaculazione in vagina. Il sogno di una donna “edipicamente” contrastata mescola l’infanzia con la maturità e, di conseguenza, le istanze psicofisiche classiche dell’età in atto e del tempo vissuto. In ogni caso il sogno di Vivienne presenta l’esigenza affettiva e la perdita depressiva in maniera più conclamata rispetto alla pulsione di maternità.

MEZZO METRO DI PIEDE

TRAMA DEL SOGNO

“Questo sogno è frammentato.

Non ricordo né come ci siamo arrivati, né dove fossimo. In ogni caso c’era il mio fidanzato che parlava con un mio collega di lavoro e suo conoscente.

Parlavano con sopra il bancone una scatola di plastica con una strana forma e il mio fidanzato nel frattempo gli dice che lui ha una taglia 48 di scarpe.

L’amico gli ha detto: “cavolo, hai un piede lungo mezzo metro?

Bisogna essere esperti per camminare con un piede così lungo.”

Così e questo ha sognato Juliana.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Questo sogno è frammentato.”

La constatazione iniziale di Juliana è azzeccata. Al di là della sua pacata meraviglia bisogna rilevare che la funzione onirica salta apparentemente di palo in frasca perché procede secondo la Logica dei “processi primari”, la Logica simbolica, quella che abbiamo imparato da bambini e abbiamo usato sin dalla primissima infanzia, la modalità di pensiero che non abbiamo smarrito e non smarriamo nel corso della vita mantenendo la nostra creatività e difendendoci dalla malattia mortale, l’angoscia depressiva di perdita, l’insensatezza della morte o l’assurdità della vita. Vediamo quale Logica personale sviluppa il sogno di Juliana, vediamo quale psicodinamica installa, vediamo quali meccanismi psichici di difesa dall’angoscia usa, vediamo quali simboli e quali figure retoriche tira in ballo per esibire in maniera coperta le sue parti più delicate e intime o impensabili e assurde.

Vediamo!

Non ricordo né come ci siamo arrivati, né dove fossimo. In ogni caso c’era il mio fidanzato che parlava con un mio collega di lavoro e suo conoscente.”

Il luogo è misterioso e anonimo, un posto caduto dal cielo per essere calpestato e agito in maniera del tutto surreale e fantasiosa: “utopia”.

Il “topos” greco dov’è, quale è o quale non è?

E’ una fantasia, un desiderio, una ricerca, una chimera?

Tutto il sogno appartiene a Juliana e ogni parte evoca lei e sa di lei, per cui trasferirsi per difesa nel suo “fidanzato”, nel suo “collega di lavoro”, nel rimbalzo delle conoscenze fortuite, lascia il tempo che trova, meglio il luogo che trova e si precisa meglio in attesa di capire l’entità della questione e del dibattito in corso. Juliana sta sviluppando il suo materiale psichico e lo proietta a destra e a manca sempre per difendere il pudore dei suoi vissuti, al di là del loro essere fantasie, desideri, ricerche, chimere. La questione si prospetta molto reale e concreta, di quelle realtà e concretezze che governano la vita quotidiana. Juliana sa che si trova con due uomini, il fidanzato e l’amico-conoscente di entrambi. La compagnia sembra buona e non consente ammiccamenti triangolari e supposizioni adulterine. Ogni cosa è al suo posto semplicemente perché Juliana ha dato il suo posto a ogni cosa.

Parlavano con sopra il bancone una scatola di plastica con una strana forma e il mio fidanzato nel frattempo gli dice che lui ha una taglia 48 di scarpe.”

Loro “parlavano”, meglio, Juliana dava parola e contenuto ai due uomini, parole e contenuti proprio da maschi, discorsi consoni ai saloni dei barbieri di una volta, persone e luoghi dove si parla di donne e della bontà delle loro forme intime, meglio della predilezione della vagina, meglio ancora della dimensione recettiva della vagina: “una taglia 48 di scarpe”. Il fidanzato di Juliana dice al conoscente e collega di lavoro che gradisce donne di buona stazza sessuale ed esibisce sul bancone “una scatola di plastica con una strana forma”, una coreografia anatomica in riguardo al grembo e all’utero, gli organi sessuali femminili insomma. In questa strana lezione di Anatomia generale una donna, Juliana, fa dire ai due uomini i suoi conflitti e le sue propensioni, i suoi desideri e i suoi dubbi in riguardo al suo organo sessuale, un apparato che nella sua globalità naviga nell’abbondanza e rasenta l’esagerazione. Il “fidanzato” di Juliana tesse le lodi delle dimensioni della vagina della sua fidanzata, Juliana per l’appunto. Di solito e di necessità naturale sono i maschi che accusano questi tormenti a causa degli organi sessuali fuorusciti e nello specifico per l’asta del pene. In questo caso è la donna che offre al suo “fidanzato” una abbondanza di spazio nella propria “scarpa”, pardon vagina.

Perché una donna esibisce questo particolare anatomico?

Di certo, Juliana esprime simbolicamente il suo bisogno di possesso più che di attrazione sessuale del maschio, di inglobamento psichico e di fagocitazione fisica, sempre del maschio, nonché una sicurezza da sicumera sull’accalappiamento erotico e sessuale del suo uomo. E di uomini Juliana mostra di conoscere bene la psicologia in riguardo al bisogno di sostare in ampi spazi vaginali, in hotel più che in prigioni. E di donne Juliana mostra di conoscere altrettanto bene l’orgoglio di poter offrire una comoda “scarpa” da calzare con comodità e senza dolorose ristrettezze. In ogni caso Juliana in sogno evoca il suo conflitto sull’anatomia della sua vagina con annessi e connessi sessuali e relazionali. Vediamo se le basta o se ha la tentazione di allargare il discorso anche sul versante maschile, sulle sue predilezioni o sulle sue paure in ambito di virilità.

L’amico gli ha detto: “cavolo, hai un piede lungo mezzo metro?”

“Cavolo”, il sogno di Juliana procede spedito verso l’universo sessuale maschile e mette in scena il simbolo fallico per eccellenza, il “piede”, ma non un piede normale, “un piede lungo mezzo metro”. In questa esaltazione del fallo, come nelle migliori falloforie o nell’affresco della villa dei Vetzi in Pompei, Juliana mostra la sua meraviglia attribuendola all’amico coinvolto in questa mezza competizione al maschile sulle dimensioni XXL del suo fidanzato. La diretta interessata, Juliana per l’appunto, si sposta e si condensa nella figura anonima dell’amico per esternare la sua sorpresa nel constatare l’eccezionalità anatomica del suo fidanzato. Per il resto la donna non mostra altra preoccupazione. Ricapitolo i simboli: il “piede” rappresenta l’organo sessuale maschile per la sua funzione penetrativa, così come in precedenza la “scarpa” condensava l’organo sessuale femminile per la sua funzione recettiva. Il “cavolo” in questo caso non rafforza la simbologia sessuale maschile, ma rafforza la meraviglia. Per quanto riguarda la vita sessuale della protagonista, non trapela alcunché, ma una domanda sorge spontanea, come nelle migliori espressioni del valente giornalista Lubrano.

Questo “piede lungo mezzo metro” si ferma a essere soltanto un grande membro e non contiene altra simbologia attinente?

Si può “sublimare” il piede nel potere accordato e riconosciuto da Juliana al suo fidanzato, un potere fisico che si esalta nel potere carismatico, una potenza virile che si nobilita nella potenza intellettiva e morale. Anche questa decodificazione è da tenere in grande considerazione insieme alla tendenza e al bisogno di Juliana di avere accanto a sé un uomo dalle grandi capacità protettive. Procedere nell’interpretazione del sogno è degno di interesse per trarre le ultime conclusioni.

Bisogna essere esperti per camminare con un piede così lungo.”

“Camminare” traduce l’esercizio del vivere e dell’agire, del fare e del brigare. La perizia, “esperti”, indica l’affidamento all’altro e la rassicurazione sull’altro, in ogni caso oscilla tra la materia fallica e la materia sublimata. Il fidanzato esperto sarà bravo nel far sesso e nel proteggere la sua donna. Ritorna l’ambivalenza interpretativa tra fallo e potere sessuale e la possibilità della “sublimazione” tra potere protettivo e carismatico. La perizia sessuale è più un sacrificio alla luce della disparità delle dimensioni della vagina e del membro. La perizia protettiva è decisamente molto più utile e spendibile sul mercato psichico e relazionale. “Un piede così lungo” resta sin dall’antichità l’esaltazione della potenza e della ricchezza, “falloforie”, nonché l’affermazione culturale del potere maschile sull’universo psicofisico femminile. Il “piede” è l’attestazione primaria non soltanto del contatto con la terra, ma soprattutto della prevaricazione sulla donna che riduce il suo potere recettivo di fronte al potere penetrativo del maschio. Tra sesso e politica, tra cultura e mitologia il sogno di Juliana resta un condensato ambiguo che soltanto la protagonista può calibrare ben bene nelle sue variegate componenti: il membro nudo e crudo del fidanzato o il potere protettivo ambiguo sempre del suo uomo.

Il sogno di Juliana trova in questo amletico dilemma la sua degna conclusione.