PASSATA E’ LA FESTA

Bum, bum, bum.

Sparano i botti,

i botti a cannone,

passata è la Santa,

passata è la festa,

sparano i cannoni,

sparano a salve e a notte fonda

per fare paura alle streghe,

la notte è passata,

l’Ucraina è in fiamme,

il tiranno se la ride insieme allo scemo,

Franco è in cimitero dopo il bardo,

il popolo è morto di penuria etica,

il boss è uscito dal carcere,

sparano i botti in viale santa Panagia di Siracusa,

è arrivata la bamba buona e abbondante,

sparano i botti nel quartiere blindato,

viva la bamba e abbasso la pula,

le forze dell’ordine sono malate d’inedia,

non c’è più un caramba,

non c’è più un celerino,

non c’è più un questurino,

non c’è più vigile urbano,

non c’è più un finanziere,

mancano i bobbies di Robert,

neanche un prete a pagarlo d’oro

dentro questa Ortigia

zeppa di chiese chiuse e listate a morte.

Chissà dove sono,

chissà dove,

chissà dove.

Siamo vedovi dell’autorità, dell’ordine e delle premure paterne.

Siamo i figli delle Madri.

Ormai lo Santo è stato ampiamente gabbato.

Povero santo e povero anche il sindaco.

Bum, bum, bum.



Salvatore Vallone



Harah Lagin, 04, 06, 2024



SEMPRE DI SERA

Il giorno fu pieno di lampi,

il dì fu gravido di luci,

la tempesta attendeva la quiete,

nel borgo di lucide case

ora verranno le stelle,

le stelle già morte lontano,

giù giù,

a portata di mano,

cadranno le tacite stelle,

cadranno da un luogo lontano,

cadranno in un tempo vicino:

il nostro.

La luce delle stelle morte è tra noi,

c’illumina,

ci guida,

ci consola.

Può la luce arrivare dal passato?

Può esserci luce nella polvere delle stelle,

come in tutte le cose più belle,

sugli augelli che fan festa,

sulle galline tornate in su la via in attesa del gallo?

O Luce,

luce dei miei occhi,

rischiarami il biondo cammino

che porta alla siepe del tuo gelsomino.

Nei campi c’è un breve gregré di ranelle.

Gregré,

gregré,

gregré ancora.

Una mano tremante si accosta al mio volto.

E’ mia madre incredula davanti al mio corpo.

Le tremule foglie dei vetusti pioppi si muovono in coro,

trascorrono di una gioia leggiera

quando la mano incontra il mio sangue.

Hanno ammazzato mio padre Turiddru,

il compare di Bernardo e di Gaspare!

Che giorno di lampi!

Che giorno di scoppi!

Erano bombe,

non erano tuoni,

era mio nonno in fuga dalla guerra

con il suo bel sacco di bianca farina sulle spalle irsute

per nutrire i suoi rondinini.

Gli hanno sparato sul far della sera.

Che pace, la sera!

Si aprono le stelle nel cielo tenero e vivo.

Là, presso le allegre ranelle singhiozza monotono un rivo.

Di tutto quel cupo tumulto,

di tutta quell’aspra bufera,

non resta che un dolce singulto nell’umida sera.

Tutto è finito in un rivo canoro.

Dei fulmini fragili restano cirri di porpora e d’oro.

O stanco dolore, riposa!

La nube nel giorno più nera

fu quella che vedo più rosa nell’ultima sera.

Che voli di rondini intorno!

Che gridi nell’aria serena!

La fame del povero giorno prolunga la garrula cena.

Poi i canti di culla,

che fanno ch’io torni com’era,

sentivo mia madre,

poi nulla,

sul far della sera,

sul far di quella sera,

sul far di questa sera.

Salvatore Vallone

Harah Lagin, 20, 07, 2023

MARUMARU

Maru,

marulla,

marumarata,

tempestada,

dolce e ingegnata,

umile e alta come creatura,

nuova e novella da favola bella.

Maru,

marella,

marumarella,

canzone di Maruzzella,

scilinguata cummarella di una ex Napoli bella,

tra vicoli e viuzze alla ricerca del cucco,

la Bellezza grande e non piccìola,

quella giusta di una donna libera e non sola.

Maru,

marolla,

marumarina,

eterna signorina,

pulzella fiori d’arancio,

vò ca ti mancio,

vò ca t’arrusicu u rosmarino

vò ca ti criscio ndo me giardino,

adorno di rose e di fiori

mentre tu dormi con i tuoi ossimori.

Maru,

marona,

marumarona,

brutta e arruffona,

donna molesta che fa sempre festa,

in giro per i borghi,

in giro per i canali,

in giro per i viali

alla ricerca dei Carnevali

che mancano alla dispensa

di una femmina senza credenza.

Maru,

marazza,

marumaruzza,

marummarazza ca ioca co iattu,

marumau che non è morto,

porcellana da ortobello,

cicoria la mattina e la sera,

radicchio dalle pieghe agognate,

rosolina papaverina con il cappello rosso,

shiopet da risi senza bisi,

la me Maru,

la me Marumaru.

Marameo!

Salvatore Vallone

nel lontano Karancino, il 10, del 6, nel 2023

IL 7 DI MAGGIO

Il 7 di maggio che dirti io ben so

in questa piazza barocca per aristocratica nomea

e baroccata dai mercanti in fiera,

in tonaca e in divisa,

c’è la santa vestita d’argento,

c’è la vergine senza carne e ossa,

c’è la memoria di una giovane donna,

c’è la banda cittadina

che incolta sbareghea in funesta allegria.

Le campane suonano a festa,

din don dan,

sussurrano prega,

dan don din,

sussurrano affidati,

c’è un cieco tra i turisti osceni

che soffocato grida:

sarausana iè”.

C’è sempre un qualcuno

che recita salmi senza i sarausani

e non è il sindaco tricolore.

Lucia, Lucia,

dolcezza immane dell’anima mia,

vergine e non madre,

sollevami da tanta inumana miscredenza,

liberami dal peccato di non averti amato.”

Salvatore Vallone

Piazza Duomo, 07, 05, 2023, ore 12,02

LA SORELLA UBRIACA

TRAMA DEL SOGNO

In una festa in cui non sapevo la presenza di mia sorella, la incontro.

Mi viene vicino e getta delle scarpe con il tacco nella piscina.

Io le dico: “ma cosa fai?” E mi rendo conto che era ubriaca.

Lei a quel punto mi insegue e io scappo. A un certo punto mi fermo, lei va avanti e cade nella piscina.

Io mi rendo conto che lei non riesce a riemergere e la tiro fuori dall’acqua, affidando le sue cure a mia madre e alla mia compagna, dicendo loro che devo andare a trovare il marito.

Trovo il marito nella parte coperta della “masseria” appoggiato ad un muro e gli chiedo dove fosse mia sorella e da quanto non la vedeva.

Lui mi risponde che non sapeva e che ha sempre saputo di avere la fiducia da parte nostra.

Io gli rispondo che, una volta messa la fede al dito, si stava comportando male.

Finisce qui.

Raffaele

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

In una festa in cui non sapevo la presenza di mia sorella, la incontro.”

Raffaele si imbatte subito nello struggimento del “sentimento della rivalità fraterna. Si trova in famiglia, un luogo felice, ma arriva una rivale, una contendente, una ladra d’affetti e di attenzioni, “mia sorella”, non solo in carne e ossa, ma soprattutto in “presenza”, quasi un daimon persecutorio e, quanto meno, infido. Raffaele non sapeva perché sapevano i suoi genitori e nello specifico la madre.

Mi viene vicino e getta delle scarpe con il tacco nella piscina.”

Le “scarpe” sono un chiaro simbolo femminile, vaginale per la precisione. Se poi hanno “il tacco”, si tratta di una donna fallica, una femmina di potere, una persona seducente e ricercata, appetitosa e ricca di sé: la solita rappresentazione dell’universo femminile che risale alla figura della dea Afrodite e alle Sirene. La “piscina” è una rappresentazione simbolica della Madre, le ‘viene vicino” condensa l’ambito familiare e la convivenza, “getta” equivale a fondersi con la madre. Insomma, Raffaele ha una sorella ingombrante che ha una relazione privilegiata con la madre, oltretutto viene vissuta come una donna di potere per la sua spiccata femminilità e sessualità. Si prospettano per Raffaele conflitti con l’universo femminile.

Mi piace soffermarmi sulla visione culturale e rappresentazione seduttiva della donna, per affermare l’obsoleto “fantasma” maschile dell’angoscia di castrazione, nella prima infanzia collegata al padre. Sul cambiamento della rappresentazione di questa “fantasma” si fonda il possibile cambiamento di tanti mali che ieri e soprattutto oggi sono una costante e tragica minaccia per le donne: il femminicidio. Un maggiore e migliore presenza del padre nell’educazione familiare è sempre necessaria e non soltanto auspicabile. Il Tempo evolve anche la Cultura, per fortuna, e la Psicologia consegue.

Io le dico: “ma cosa fai?” E mi rendo conto che era ubriaca.”

Raffaele vive la sorella come facile a lasciarsi andare e all’orgasmo, abile ad abbassare i livelli della vigilanza della coscienza, a disporsi a gustare l’estasi e lo sballo. Raffaele vive la donna in maniera diametralmente opposta a se stesso: “mi rendo conto”. La sorella condensa l’universo femminile. Di fronte all’autocontrollo di Raffaele la sorella è il massimo del lasciarsi andare neurovegetativo e morale. Se il fratello è apollineo, la sorella è, di certo, dionisiaca. “Io le dico”: prescrizione, rigore, “Super-Io” esigente e censorio. “Ma cosa fai” cela, per converso e meno male, anche il desiderio di autocritica. Raffaele sogna e rivedendosi si mette in discussione.

Lei a quel punto mi insegue e io scappo. A un certo punto mi fermo, lei va avanti e cade nella piscina.”

Raffaele è pienamente entrato in conflitto con la sorella, l’elemento femminile in generale, si serve della sorella per rievocare la sua formazione psichica e i suoi vissuti verso le donne, i suoi “fantasmi” al riguardo. Viene fuori questo tira e molla, questo desiderio e rifiuto, questa ambivalenza psicofisica con l’aggravante della “caduta nella piscina”: il “sentimento della rivalità fraterna”. Raffaele proietta nella sorella il suo bisogno di madre, di tanta madre, una “piscina” per l’appunto, quella dove la sorella si abbandona e si rilassa, “cade”. Il sogno si serve dei meccanismi della “traslazione” e della “proiezione” per consentire il prosieguo del sonno e per evitare il risveglio traumatico, l’incubo. In sintesi: il bambino Raffaele è stato tanto geloso della sorella e tanto bisognoso di madre, l’adulto Raffaele vive la donna come facile a lasciarsi andare fisicamente e psicologicamente, confermando una rappresentazione dell’universo femminile obsoleta e non certo originale.

Io mi rendo conto che lei non riesce a riemergere e la tiro fuori dall’acqua, affidando le sue cure a mia madre e alla mia compagna, dicendo loro che devo andare a trovare il marito.”

Come volevasi dimostrare. Madre e sorella appaiono in sogno spudoratamente e altrettanto spudorato è Raffaele il censore, l’uomo che vuole sanare le situazioni relazionali. Appare anche la dialettica di coppia in doppia versione: la “mia compagna” e “il marito” della sorella. Riconfermo: nei vissuti di Raffaele la sorella e la donna sono facili a lasciarsi andare, così come la madre la sorella a cui Raffaele si affida, presumendo la loro diversità in base al suo desiderio e al suo bisogno di avere una donna a sua immagine e somiglianza. Il “marito” include anche la figura paterna, un barlume spostato di padre in mancanza di una sostanziosa figura paterna. L’eroe Raffaele blocca l’orgasmo della donna, vive male il lasciarsi andare alle pulsioni del sistema neurovegetativo della sua donna sentendolo come un difetto e un pericolo. Della serie: ragioniamo sempre e comunque, che è meglio.

Trovo il marito nella parte coperta della “masseria” appoggiato ad un muro e gli chiedo dove fosse mia sorella e da quanto non la vedeva.”

La figura maschile nel sogno di Raffaele si scinde nel censore e nel libertario, colui che reprime e colui che se ne fotte. Nella casa psicologica, la “parte coperta della masseria”, albergano due figure: il marito e il fratello-padre che protegge a suo modo la sorella o la donna in generale. Raffaele è combattuto tra il collocarsi come freddo critico e come premuroso attendente nei riguardi della donna, oscilla tra queste due pulsioni di protettore e di inquisitore. Ripeto: c’è poco padre in questo contesto familiare e il figlio ne ha preso il posto e ne ha usurpato il ruolo. Il “muro” attesta simbolicamente di questa difficoltà di Raffaele a liberarsi di sovrastrutture inutili nei riguardi della donna.

Lui mi risponde che non sapeva e che ha sempre saputo di avere la fiducia da parte nostra.”

Non sapeva della donna, ma sapeva della stima formale della famiglia. La fiducia è un elemento freddo e un tramite fragile che non cementano la relazione. Raffaele oscilla nuovamente tra l’uomo ingenuo che non conosce la psicologia delle donne e l’uomo ineccepibile che si comporta bene con le donne. Raffaele non si coinvolge nelle relazioni con l’universo femminile, ma di lui non si può dire alcunché di negativo, anzi tutt’altro. Ha preso il posto del padre e ne fa le veci. Questo cognato ha tanto sapore di padre.

Io gli rispondo che, una volta messa la fede al dito, si stava comportando male.”

La fede al dito” è una chiara simbologia del coito, la prima rappresenta la vagina e il secondo condensa simbolicamente il pene. Come dire in gergo giovanile e simpaticamente: dopo che me l’hai data, sono diventato strafottente, sicuramente non sono più quello di prima. L’attrazione sessuale si spegne dopo la conquista sessuale della donna, dopo il coito si va spegnendo il desiderio e la pulsione. Dopo aver appagato il senso della conquista e il bisogno del possesso, l’investimento affettivo ed emotivo va progressivamente scemando. Raffaele rappresenta nel sogno questa sua difficoltà a stabilire una relazione matura con una donna e a investire di volta in volta sempre nuova “libido”, a portare avanti la relazione affettiva e sessuale in un unico contesto: la cura amorevole della sua donna. Il perché di tutto questo trambusto psichico il sogno lo accenna quando parla della figura materna e della collocazione paterna del figlio. Inoltre, è di rilievo la dimensione razionale in eccesso e la paura della donna dionisiaca o in orgasmo.

Dire di più non so, per cui la decodificazione del sogno di Raffaele si ferma a queste succose e interessanti linee.

DECORO

Ecco la Donna,

ecco Colei

che libera le colombe bianche nel cielo azzurro d’Aspromonte,

la Madonna

che non ha da piangere alcun soldato noto e ignoto,

la Compagna dei soviet di Pietroburgo e di Pietrogrado

che combatte l’ingiustizia con il libro rosso di Mao,

la Femina dalle molecole succinte e impertinenti

che intercede davanti all’eternità,

che sta ferma dentro i buchi neri della Storia

a che più oltre il marziano non si metta.

Scendi dal mite colle di Fiesole,

o Madonna fiorentina,

prendi le tue ali di morbida lana

e corteggia questo Tempo moderno

che aspira alla Morte da gran suicidio

come unica igiene del mondo infame di Antonello,

seducilo,

dagli Vita.

Sursum corda,

leviamo in alto i cuori e le palle

quando la misura è colma in questo mercato rionale di Mosca,

in questa Vucciria di Renato in una Panormo

così insanguinata dal sangue rosso

dei capretti e degli agnelli,

dei maiali e delle vacche,

dei vitelloni e delle manze,

dei colori a olio di un pittore che dipinge un altare,

l’altare del milite,

ignoto a se stesso e agli altri.

Madonna,

proteggici in questo giorno di grazia,

riscalda queste nostre mani giunte

che a te si volgono come figli alle mamme,

come fiammelle speranzose di una tiepida primavera

in questo Paradiso ucraino di martiri congiunti,

di tutte le età,

di ogni regione,

di ogni città,

proletari di tutto il mondo che si uniscono

per te invocare,

per te sussurrare furtivamente

di chiedere anche al buon Allah

di intercedere presso Ho Chi Minh,

l’uomo buono del Vietnam,

a favore di tanti beati

che per li suoi preghi oggi stringon le mani.

Chi ama brucia,

brucia anche il compagno,

il fratello,

il camerata.

In questo rogo tutto russo

anche Giordano se la ride beato

da quel Paradiso dei martiri

che oggi festeggia la Donna,

la Madonna.

Eppure è vero.



Salvatore Vallone



Carancino di Belvedere 08, 03, 2022



IL MIO VERO MATRIMONIO

TRAMA DEL SOGNO

“Era il mio matrimonio. Lo sposo non so chi fosse. Mi aspettavo una bella festa, ma constatavo che la gente era sconosciuta ed era lì come se fosse per qualcosa d’altro.

Mi sentivo in un angolo. Dicevo, che matrimonio è senza gli sposi, i parenti dello sposo (parenti del mio ex che chiamerò R) da una parte e i miei dall’altra. I parenti dello sposo erano in gruppo con l’attuale compagna del mio ex R. Loro ridevano e stavano bene.

Camminavo in piazza verso fine “festa” con un abito a fiori (nemmeno l’abito bianco) le persone si congedavano e notavo che non facevano nemmeno i saluti a me che ero la sposa.

Ero arrabbiata e delusa. Era come se non fosse né un matrimonio, né il mio. Nel sogno dicevo a mia madre che non c’era nemmeno la torta nuziale. Per di più ero già stata sposata (matrimonio vero con abito con un altro mio ex che non amavo e non sapevo nemmeno io perché mi fossi sposata, ma era come se ormai avessi avuto la mia chance).

Ero sul pullman vicino al mio ex R in piedi, mi parlava ma con aria distratta e canzonatoria. Rideva e non mi prendeva sul serio e come se non esistessi più. La sua attuale ragazza si intrometteva e rispondeva alle sue battute e ridevano. Mi sentivo a disagio sola, vuota, esclusa, trasparente.”

Sabi

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Era il mio matrimonio. Lo sposo non so chi fosse. Mi aspettavo una bella festa, ma constatavo che la gente era sconosciuta ed era lì come se fosse per qualcosa d’altro.”

Sabi si vuole sposare.

Finalmente Sabi si vuole sposare con quella “parte psichica di sé” che non ha trovato e che ancora non trova, ma che sente, sente che esiste e che si può trovare. Sabi non sa quale sia questa sua “parte”: “lo sposo non so chi fosse”. Sabi è una donna insoddisfatta e inappagata, una donna che è in cerca, ma non certo di un uomo, una donna che sta cercando la sua “parte psichica maschile”, la sua parte affermativa e decisionale, il suo realismo e la sua ragione, la sua autonomia e la sua libertà. Ogni matrimonio in sogno esprime questa simbologia di riformulazione, di novità, di riscatto dal passato, di autenticità. E’ molto importante che Sabi abbia deciso di mettersi sulle tracce di questa “parte” della sua psiche e del suo “Io” globale. Giustamente, essendo la sua una ricerca, non può trovare alcunché nella gente che la circonda. Il lavoro e il lavorio sono estremamente personali e niente viene da fuori e niente viene regalato dagli altri, neanche dalle persone prossime e deputate a volerci bene. La gente è “sconosciuta” ed è sempre “lì, come se fosse “lì” per qualcos’altro”. La gente è anonima, è massa ed è massificante. E’ anche vero che Sabi è un animale sociale, un vivente tra i viventi, ma per il momento è giusto che cerchi se stessa in se stessa per trovare la chiave che apre le sue porte e non quelle del prossimo, una massa di sconosciuti da cui Sabi non può più accettare caramelle e bonbon. Il riconoscimento della sua identità psichica verrà da sé e non dagli altri, così come il bisogno di rafforzamento della sua persona è esclusivamente suo.

Mi sentivo in un angolo. Dicevo, che matrimonio è senza gli sposi, i parenti dello sposo (parenti del mio ex che chiamerò R) da una parte e i miei dall’altra. I parenti dello sposo erano in gruppo con l’attuale compagna del mio ex R. Loro ridevano e stavano bene.”

Sabi chiama in causa i suoi complessi di inadeguatezza, le sue paure sociali, i suoi timori reverenziali da figlia di un dio minore e li tira fuori con certosina meticolosità condensandoli nell’ampia simbologia dello “angolo”. Sabi è un pugile bastonato all’angolo, anzi “in un angolo”, uno dei tanti angoli che contraddistinguono il poliedro delle relazioni sociali. Anche l’angolo è mutilato: il “matrimonio è senza gli sposi”, come nella canzone Alice di Francesco De Gregori. Ognuno sta dalla sua parte. Le parti non collimano, non si toccano, non si attraggono, non si desiderano, non si amano. Le parti sono divise, scisse, schizzate. La distinzione è netta tra i parenti della sposa e dello sposo. I primi sono in sofferenza da stress postraumatico, i secondi se la godono insieme a quella donna, “l’attuale compagna”, che in passato era Sabi, quell’immagine femminile a cui si era accostata, quell’identità psicofisica di donna che ha aspirato di realizzare: la sua immagine sociale ideale. Il conflitto psichico non è tra gruppi, i suoi e i miei, è tra “gruppalità” interiori e interiorizzate della stessa Sabi, quei “fantasmi” e quelle “immagini” che la bambina ha consegnato alla ragazzina e che la ragazzina ha consegnato alla donna, “gruppalità” finalizzate alla modalità migliore dell’essere femminile e assorbite dall’ambito familiare, il gruppo dei suoi parenti. Resta assodato che il conflitto è intrapsichico e non relazionale, che verte sul tentativo di acquisire la “parte psichica maschile”, i contro-coglioni, e di coniugarla con la “parte psichica femminile” in atto. Resta assodato che Sabi è chiamata a ricostituire la sua personalità mutilata. Ripeto e mi ripeto consapevolmente: a Sabi manca quella affermatività dell’Io consapevole e quella volitività razionale che sfanculano i complessi d’inferiorità e di inadeguatezza, insieme alle altre difese dal coinvolgimento sociale e dagli investimenti affettivi ed erotici di una donna a metà, una donna tutta donna e niente maschio, una Venere senza Minerva, una Giunone senza Diana. Sabi deve tendere all’incarnazione psicofisica della mitica Afrodite, la dea nata dallo sperma del membro amputato di Urano e dalla schiuma del mare Ionio, dalla coniugazione paritaria di attributi del “principio maschile” e del “principio femminile”. La simbologia mitologica rende l’idea, ma l’operazione di Sabi si attesta nella comunicabilità delle sue “parti psichiche”e non nella comunicabilità degli strani parenti serpenti.

Camminavo in piazza verso fine “festa” con un abito a fiori (nemmeno l’abito bianco) le persone si congedavano e notavo che non facevano nemmeno i saluti a me che ero la sposa.”

La “sindrome dell’indegnità” trionfa in questa versione “Cenerentola” di una Sabi sorniona che attira l’attenzione degli altri “con un abito a fiori”, più che con l’obsoleto abito bianco di tutte le spose del mondo, quell’abito che indica la purezza psichica, più che fisica della donna. L’istituto sociale del matrimonio nasce come regolamentazione della vita sessuale e ha la sua matrice nella volontà del “principio maschile”. Sono i maschi che vogliono l’abito bianco e la verginità, come nei migliori film del neorealismo siciliano. Sono i maschi che non vogliono “l’abito a fiori” delle chantose e delle donne libere di tutte le stagioni, delle ballerine del Moulin rouge e delle venditrici di sigarette nei locali notturni. I maschi e le persone non notano Sabi “in abito a fiori” perché Sabi ancora non ha la consapevolezza dell’abito che porta, che non è un abito da educanda delle suore orsoline, ma un abito di potere femminile, un abito impegnativo da indossare con seduzione e secondo il rito di Afrodite e come la inquisita scarpetta di Cenerentola. La “piazza verso fine festa” vede finalmente una donna libera che cammina senza bisogno di salamelecchi arabeggianti e di ruffianate da cortile. Dentro l’abito bianco Sabi si è sempre difesa dagli altri acconsentendo al loro desiderio, finalmente non è come le altre o come gli altri la vogliono, finalmente non è una delle tante, è se stessa e libera dai condizionamenti psichici e dagli schemi culturali. E poi, diciamo la verità, “l’abito a fiori” le sta da dio.

Ero arrabbiata e delusa. Era come se non fosse né un matrimonio, né il mio. Nel sogno dicevo a mia madre che non c’era nemmeno la torta nuziale. Per di più ero già stata sposata (matrimonio vero con abito con un altro mio ex che non amavo e non sapevo nemmeno io perché mi fossi sposata, ma era come se ormai avessi avuto la mia chance).”

La “rabbia” consegue a frustrazione, la “delusione” è una presa di coscienza da scioglimento delle ultime difese sociali e resistenze psichiche. In tal modo Sabi si libera dalle formalità del matrimonio e dal bisogno di un protagonismo limitato a poche ore di un giorno ipocrita. La “madre” e la “torta nuziale” completano l’opera infame di una tragicomica giornata “già vista” e “già vissuta”. Sabi ama le ripetizioni per difendersi meglio dal nuovo e per non coinvolgersi con quella “parte maschile” che la vita le impone di afferrare al volo e di inforcare come una bicicletta artigianale da corsa a marchio “Stella veneta”. La vita è anche fatta di “chance”, ma è soprattutto fatta di tenacia e di certosino pedaggio nell’autostrada lastricata di buonissimi propositi. La “parte psichica maschile” di Sabi si sposa con la “parte psichica femminile”, che ha già dato e ha già vissuto, proprio nel momento in cui la consapevolezza del fallimento spinge verso nuove vie e ambiziosi traguardi senza la mamma e senza la dea bendata, quella Fortuna che quando vuole ci vede benissimo; e, dimenticavo, senza la “torta”, senza sdolcinati bisogni affettivi. Gli uomini di Sabi sono due in sogno: il primo si coniuga con il fallimento della “parte psichica femminile”, il secondo si marita con la “parte psichica maschile”, quella che Sabi aveva trascurato ma non alienato. I due uomini sono dei simboli dell’universo psichico “maschile” e servono per indurre donna Sabi a concepire quale tipo di potere vuole assumere su di sé: quello effimero e fasullo, il primo e quello che si sposa secondo copione, o quello affermativo e seduttivo, il secondo e quello che si sposa con l’integrità della persona. Sabi si avvia a non essere una donna che dipende dal maschio, ma una donna che dipende da se stessa: autonoma.

Ero sul pullman vicino al mio ex R in piedi, mi parlava ma con aria distratta e canzonatoria. Rideva e non mi prendeva sul serio e come se non esistessi più. La sua attuale ragazza si intrometteva e rispondeva alle sue battute e ridevano. Mi sentivo a disagio sola, vuota, esclusa, trasparente.”

Sabi si “sposta” nel suo “ex” e nella “sua attuale ragazza”, operando due “proiezioni” dei modi di essere e di esistere che è in procinto di abbandonare: l’essere la “donna a metà” di un uomo e l’essere una donna con la chance di essere sposata da un uomo. Sono due concetti potenti che vale la pena spiegare al meglio consentito dal vocabolario italiano. Sabi era una donna mutilata quando si è sposata, le mancava la “parte psichica maschile”, i “coglioni” di Afrodite. Sabi era una donna bisognosa di essere riconosciuta da un uomo per affermarsi come “donna a metà”. Questa poltiglia non interessa più donna Sabi, la sua nuova dimensione è ben altra. Il “pullman” condensa la perdita benefica di una partenza e di una vita sessuale da irridere: l’aria distratta e canzonatoria. Sabi fa ironia su se stessa, sui vecchi modi di essere e di viversi e di vivere, come un ricredersi in vista di un riformularsi. In effetti, Sabi non apparteneva più a quel mondo perché era a disagio, sola, vuota, esclusa, trasparente.

Analizziamo il quadro degli attributi e convertiamoli nel loro significato psichico a coronamento dell’interpretazione del sogno e a giustificazione del titolo: “il mio vero matrimonio”.

Il “disagio” attesta di un agio andato in fumo, di una novità che si palesa con un certo contrasto, di una crisi che prepara il suo superamento nella creazione di un nuovo agio.

L’attributo “sola” contiene la degenerazione della libertà e il bisogno di dipendenza, condizione psicofisiche che dispongono alla riflessione, al cambiamento e alla scelta. Non è una solitudine da abbandono, ma una solitudine funzionale al convergere in se stessa al fine di assumersi l’onere e l’onore delle deliberazioni e delle decisioni.

Il sentirsi “vuota” condensa la vertigine della libertà legata allo svuotamento delle difese e delle resistenze al cambiamento, la condizione per operare una disposizione al nuovo e un proficuo ordine tra le esperienze vissute.

La sensazione dell’esclusione, “esclusa”, denota un bisogno di porsi al di là del gruppo, ormai vissuto come massa e massificante. Di fatto è un autoescludersi per un bisogno impellente e drastico di originalità e di affermazione della propria individualità. Non è in alcun modo l’abbandono e la perdita depressive di chi non sa che pesci pigliare e a che santo rivolgersi, tutt’altro, è un fare perno su se stessa e cercare la rotta opportuna in questo cambiamento psico-esistenziale.

Sentirsi “trasparente” conferma l’abbandono delle false verità psichiche su cui si basava in precedenza e la perdita di quelle inutili sovrastrutture, un senso di leggerezza e di auto-consapevolezza basato sul minimo possibile e consentito dalla sopravvivenza.

Il tempo sarà utile per ricostruire su nuove basi il matrimonio di Sabi con se stessa. Il resto verrà con speditezza, secondo natura e sempre come Sabi delibera e decide. La Cultura spesso combina grossi guai e nel caso di Sabi la norma sociale di donna bisognosa di un uomo non corrisponde alla sua nuova norma di donna libera, compatta e finalmente intera.

LA PROCESSIONE DI SANTA LUCIA

TRAMA DEL SOGNO

Ho sognato di essere stata invitata dai miei cugini ad andare alla festa di Santa Lucia. Ho accettato l’invito e sono andata con loro. C’era tanta confusione, ma silenziosa e pacata come sempre.

Mi sono allontanata da loro e ho seguito la processione. Ho visto Santa Lucia, bella come sempre.

Era tutto controllato da tanti militari, sembrava un assetto di guerra, controllavano i tombini e le persone.

Ad un certo punto ad alcuni dei partecipanti, compresa me, ci hanno fatto uscire dalla processione e hanno voluto un attestato.

Io pensavo di averlo e invece no, ho detto che l’avrei portato dopo. Mi sono fermata in fondo a Via Piave e dietro di me c’era una camionetta di militari che controllavano la zona.

Ho continuato a camminare e ho visto che da un balcone, era lo studio di mio marito a Corso Umberto, c’era mio fratello Salvatore e gli ho chiesto di preparare anche per me questo attestato prima che la Santa passasse da quella strada.

Poi mi sono svegliata e non ricordo altro.”

Biby

INTERPRETAZIONE

Ho sognato di essere stata invitata dai miei cugini ad andare alla festa di Santa Lucia. Ho accettato l’invito e sono andata con loro. C’era tanta confusione, ma silenziosa e pacata come sempre.”

Biby è una donna amabile e socievole, religiosa e particolarmente devota alle tradizioni e alle cerimonie sacre. La festa di santa Lucia è l’occasione per mostrare anche la sua tendenza alla “sublimazione della libido”, un processo psichico di difesa che si attesta nel mettere al servizio del prossimo le proprie energie deprivandole della loro qualità sessuale. La disponibilità di Biby è infinita, così come l’apertura verso la gente conosciuta o anonima, quella “confusione silenziosa e pacata come sempre”. Biby descrive se stessa immettendosi tra gli altri e in particolare le aggrada l’attributo della pacatezza e il valore della modestia, alieno dalle esibizioni e dalle esternazioni narcisistiche. Biby è una donna di popolo che “sa di sé” e che trova negli altri la sua definizione e il suo completamento.

Mi sono allontanata da loro e ho seguito la processione. Ho visto Santa Lucia, bella come sempre.”

Si ripete il “come sempre”. La vita di Biby non subisce grandi scosse e non scorre in ambiti tortuosi e in modalità irruente. Biby ha una vita tranquilla che viaggia nella calma rassicurante della tradizione e secondo i ritmi cadenzati di una gradevole monotonia. Biby afferma la sua individualità e autonomia, pur restando in un ambito sociale anonimo e segue la ritualità religiosa e del quotidiano vivere. Biby impregna la sua vita del senso del sacro e non cambia i modi di essere e di esistere in questo contesto cultuale. Si immedesima nella figura della santa e condivide qualcosa di lei, la bellezza, che non è un fattore estetico e formale, ma è una dote sostanziale, un sentirsi dentro, una sensazione e un sentimento, una condivisione nel bene e nel male. Anche Biby, come santa Lucia, ha dentro il dolore e la gioia, il tragico martirio e la coscienza eletta. Questa è la decodificazione di “ho visto santa Lucia, bella come sempre”, una forma di identificazione a metà tra il sacro e il laico, una nobilitazione della vita corrente e della monotonia esistenziale. Biby è una donna pensosa e che pensa. Fin qui i bisogni profondi; vediamo il sogno dove si dirige.

Era tutto controllato da tanti militari, sembrava un assetto di guerra, controllavano i tombini e le persone.”

I bisogni profondi, di cui si diceva prima, sono controllati dall’istanza censoria e morale del “Super-Io”, “tanti militari” e in “assetto di guerra”. Le pulsioni e i bisogni sublimati di Biby hanno la tendenza a non sublimarsi del tutto e allora tentano di scappare da tutte le parti. Del resto, Biby appartiene alla Specie “homo sapiens”, per cui le sue deroghe sono comprensibili e pienamente giustificate. Si giustifica la necessità psichica da parte del “Super-Io” di controllare e censurare gli istinti sessuali e le relazioni elettive e significative: “i tombini e le persone”. Proprio per la loro connotazione e qualità, questi due elementi rappresentano simbolicamente i bisogni materiali, le istanze erotiche e sessuali, nonché il bisogno dell’altro. La “sublimazione della libido” non sempre funziona nel modo giusto ed ecco che interviene il “Super-Io” a richiamare al dovere e al senso di responsabilità sacrificando il corpo e i suoi bisogni. In questa repressione Biby a volte esagera, per cui si giustifica “l’assetto di guerra” in una “processione” sacra e con una santa Lucia in cui degnamente si è identificata per la condivisione di un dramma. Il prosieguo dell’interpretazione del sogno lo dirà con chiarezza.

Ad un certo punto ad alcuni dei partecipanti, compresa me, ci hanno fatto uscire dalla processione e hanno voluto un attestato.”

Biby ha già tirato fuori dalla tasca il suo “Super-Io”, “i militari in assetto di guerra”, adesso sente il bisogno di tirare fuori dalla tasca il suo “Io”, la coscienza di sé, l’auto-consapevolezza, “un attestato”. Quest’ultimo si riduce alla dignità di poter partecipare alla processione e di condividere con santa Lucia qualche tratto umano e psichico. Biby non è sola e in questa operazione di polizia si fa accompagnare, per lenire la tensione e continuare il sogno, da “alcuni dei partecipanti della processione” della serie popolare del “mal comune, mezzo gaudio”. Biby si sta chiedendo se la sua assimilazione e identificazione a santa Lucia ha una sua verità e correttezza o se invece è un abuso blasfemo di stampo mito-maniacale. Per questo motivo chiede al suo “Io”, “hanno voluto l’attestato”, di attestare la congruenza o il delirio di questa operazione psichica di condivisione e di identificazione. Biby chiede al suo “Io” di autenticare quello che il suo “Super-Io” ha censurato, ha messo in discussione. E’ una lotta e un braccio di ferro tra le due istanze psichiche “Io” e “Super-Io” sul tema seguente: “Biby è degna di santa Lucia o è una millantatrice di credito e va punita per eccesso di supponenza?”

E come la mettiamo con i suoi bisogni sessuali, i “tombini” e le relazioni sociali, le “persone”?

Chi vivrà vedrà e saprà di tanta combutta tra sé e sé da parte della nostra protagonista del sogno.

Io pensavo di averlo e invece no, ho detto che l’avrei portato dopo. Mi sono fermata in fondo a Via Piave e dietro di me c’era una camionetta di militari che controllavano la zona.”

Biby è più creativa di quanto pensa, ha più vissuti di quanto se ne accrediti, ha un “Io” che non sta dietro a tutte le sue produzioni psichiche, ne pensa una più del diavolo, elabora più di quanto riesce a immagazzinare, insomma Biby è ricca e prospera mentalmente e sa tirarsi fuori dagli impacci e dagli impicci. Adesso le tocca di mettere a posto la sua identità psichica e aggiornarla con i tratti della santità e del carisma per essere in linea con i tempi. La processione di santa Lucia le ha tirato fuori un vissuto partecipativo particolarmente devoto e sta controllando se l’equiparazione non è sacrilega. A tale necessità si fa tallonare dal suo “Super-Io” particolarmente attrezzato alla censura e, se è il caso, anche alla repressione. Biby è sull’orlo di una crisi di nervi e sta controllando la legittimità delle sue prerogative di accreditamento alla figura umana della santa protettrice della città di Siracusa, il cui corpo è ancora venerabile in Venezia presso la chiesa omonima nel sestriere di Cannaregio. Del resto, i santi sono elaborati dalla pietà umana proprio perché danno la possibilità ai fedeli di ritrovarsi nei tratti caratteristici e di migliorarsi. I caramba, i militari”, stanno controllando “la zona” e il Super-Io” è all’erta su questa operazione di possibile contrabbando dei dati tra Biby e la santa protettrice della vista e degli occhi, Lucia dal latino “lux”.

Ho continuato a camminare e ho visto che da un balcone, era lo studio di mio marito a Corso Umberto, c’era mio fratello Salvatore e gli ho chiesto di preparare anche per me questo attestato prima che la Santa passasse da quella strada.”

Biby procede nel cammino della sua vita e ha la consapevolezza che può avere questo benedetto attestato di buona condotta e lo chiede al fratello per non chiederlo al marito, il diretto interessato di questa drammatica ma pacata psicodinamica. In sostanza Biby ha perso il marito, ma non è rimasta sola perché è circondata dai parenti e dalla gente che le vuol bene. Lei stessa è una donna ricca di emozioni e di sensazioni vitali, socievole, gradevole e affabile, per cui speso si chiede quanto degna è la sua sopravvivenza al marito e quanto degna è del marito, questa figura che entra in punta di piedi alla fine nella scena onirica a chiarire tutto il quadro. L’identificazione con santa Lucia è possibile qualora il Super-Io opera le giuste censure rispetto all’Io e più che mai all’Es che presenta bisogni e pulsioni, slanci amorosi e slanci di investimento di “libido”. Del resto, chi sopravvive al coniuge tanto amato deve pur vivere con le proprie sofferenze e con la colpa del sopravvissuto, ma anche con l’appagamento dei bisogni del corpo e della mente, gli affetti e il piacere. Questa è la lotta tra le esigenze psicofisiche in una donna che continua a vivere portando onore alla memoria del marito defunto. Passerà la processione di santa Lucia da corso Umberto e troverà Biby sul marciapiede a onorare con devozione la santa che di sofferenze ne ha subite nella sua vita e che ancora rappresenta simbolicamente la fedeltà al suo Dio, come Biby al suo uomo.

Poi mi sono svegliata e non ricordo altro.”

In effetti il sogno si era concluso con questo accomodamento diplomatico tramite il fratello Salvatore per un giudizio benevolo e rispettoso della sorella, nonostante sia stata chiamata a una sofferenza anticipata nella sua vita di coppia e nella sua famiglia.

Non c’era altro da ricordare, perché quello che ha sognato Biby, scatenato dai festeggiamenti della santa protettrice della sua città, è completo ed esauriente. Bisognava soltanto decodificarlo per capirlo.

Nulla da aggiungere anche da parte mia, se non l’auspicio per Biby di giorni sereni e vissuti alla grande con un bell’Io e con un Super-Io da tenere sotto controllo e da ridimensionare quando esagera.

La sopravvivenza non è una colpa e tanto meno un peccato mortale.

NEL GIORNO ONOMASTICO DEI MIEI GENITORI

Siracusa, 8 dicembre 1954

Tema

I miei genitori

Svolgimento

Mio padre si chiama Concetto.

Mio padre è detto Nnittulu.

Mio padre è sentito Nzuliddru.

Mia madre si chiama Concetta.

Mia madre è detta Tita.

Mia madre è sentita Titina.

Oggi è l’Immacolata.

Oggi i miei genitori fanno l’onomastico.

Oggi a casa mia si mangia brodo di carne con i pizzulati e le polpettine.

Oggi a casa mia si mangia la carne bollita con le patate fritte una per una e tagliate a forma di cerchio da mia mamma che ha tanta pazienza e anche se è la sua festa si siede davanti al focolare e frigge le patate con amore per tutti noi.

Come frutta ci sono i mandarini e le bucce non si buttano perché servono la sera per giocare a tombola. Io spero di fare almeno un terno e una cinquina, così poi mi compro la palla di gomma bianca puzzolente e gioco per strada con i miei cugini.

Come dolce ci sono i cannoli di ricotta che ha mandato lo zio Pippo Giudice e la zia Lucia Giarratana come regalo. I miei zii sono molto buoni e con le loro ricchezze tolgono tanti pensieri a mia madre quando fa la spesa perché sono macellai come mio nonno e puzzano di sangue.

Noi siamo sei figli e riempiamo tutta la tavola assieme alla nonna Lucia e alla zia Assuntina che viene da Tripoli e porta le sigarette, il tè e la cioccolata quando i finanzieri la fanno passare senza guardare nelle sue valige. Ma ci guardano sempre e rubano le leccornie a causa della divisa e le portano a casa ai loro bambini. Almeno lo spero.

La zia Assuntina è magica perché ha tanti soldi e fa tanti regali che tira fuori dalla sua valigia piano piano e quando meno te lo aspetti.

Mia nonna dicono che è cattiva, ma a me regala sempre le caramelle di carrubba per la tosse perché io soffro di bronchite e non respiro bene la notte quando mi vengono i gattini nel petto mentre dormo. Per questo mia madre mi spalma il petto di Vicks Vaporub alla menta.

Mia madre mi regala sempre le sue polpettine perché sono il più piccolo, il cacaniro, il figlio che fa la cacca sul nido.

Questa non l’ho mai capita, come la festa dell’Immacolata.

Padre Raffaele Cannarella ha detto che Immacolata concezione significa che la Madonna è nata senza peccato originale e non che era sposa di Giuseppe come poteva essere mia madre per mio padre.

Questa non l’ho capita.

Perché dobbiamo nascere con il peccato, non l’ho capito.

Perché si chiama originale se ce lo abbiamo tutti, non l’ho capito.

Il maestro ha detto che siamo tutti originali perché siamo tutti diversi, ma io non penso di essere diverso dagli altri. Però il maestro ha sempre ragione e dice tante cose difficili da capire. Il mio maestro si chiama Salvatore Grillo e fa anche il poeta, il musicista e il pittore. Ha scritto una canzone sulla Sicilia e a Messina gli hanno dato un premio di mille lire. Il mio maestro ha i capelli lunghi e ricci e sembra un pazzo. Però è sempre pulito e i capelli se li lava con lo sciampo Palmolive, quello che non usa mia madre perché costa caro.

Mia madre si lava e mi lava con il sapone Palmolive all’olio d’oliva dentro la bagnarola e anche i capelli li lava con questo sapone che fa bruciare gli occhi.

Io chiamo mia madre mamma e basta.

Mio padre lo chiamo papà.

Dopo la festa dell’Immacolata tutto torna come prima a casa mia e devo dire che non è male. Se continua così fino alla fine della scuola elementare, mi sta bene anche se non capisco tante cose, ma sono sicuro che mi rifarò perché sono curioso come una scimmia dell’Africa dove abita la zia Assuntina.

Questi sono i miei genitori e questo sono io che sono loro figlio.

scolaro Vallone Salvatore

classe terza C del primo Circolo

scuola Elementare di via dei Mergulensi n° 23

Siracusa

L’ESCLUSO

TRAMA DEL SOGNO

“Ero in una stanza e vivevo le cose in prima persona.

C’erano i miei vecchi compagni di classe e tutti erano vestiti eleganti per andare in una festa in discoteca alla quale io non ero stato invitato.

Mi sentivo escluso.

A un certo punto al centro della stanza compare un cavallo a dondolo e mi siedo sopra e vengo sbalzato avanti e indietro.

All’inizio mi diverto, poi vedo che tra Matteo e Maura c’era qualcosa e questa tresca mi faceva star male e mi faceva sentire diverso.

Matteo entrava in stanza con una camicia e dei jeans e vedendolo mi sono sentito inadeguato.”

L’autore del sogno è Darius.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Ero in una stanza e vivevo le cose in prima persona.”

Darius è con se stesso e tra sé e sé. Darius è “in una stanza”, è in fase introspettiva, sta pensando e sta riflettendo sul ruolo che ha nella sua vita, nella vita che sta vivendo, sulla persona che è e sulla maschera che indossa. Darius è nella condizione psichica di operare una buona e proficua auto-coscienza, quanto meno di rendersi consapevole di qualche problematica che l’assilla e dell’importanza di esserci, l’importanza di essere sempre sul pezzo e di socializzare alla grande. Pur tuttavia, il protagonismo è il suo cavallo di battaglia e il suo tallone di Achille: “vivevo le cose in prima persona”. La “stanza” è una parte non meglio precisata della sua “organizzazione psichica reattiva” o “struttura psichica evolutiva”, del suo carattere o della sua personalità. “Vivere le cose in prima persona” significa essere coinvolto a tutti i livelli, emotivo e razionale in primis, e al cento per cento, ma è anche vero che, se Darius sente il bisogno di precisare questa modalità di esserci, vuol dire che sa anche non esserci o si sente di vivere le esperienze in seconda e terza e quarta persona, in maniera distaccata e senza coinvolgimento diretto. E’ sempre Darius che agisce, ma è un Darius che non vive al massimo consentito dalle leggi naturali le esperienze in corso e in atto. Si tratta di un meccanismo psichico di difesa dall’angoscia che si chiama “isolamento” e che consiste nel separare l’emozione dalla rappresentazione e quindi nel vivere freddamente e non appieno, nel non vivere per l’angoscia del vissuto. “L’isolamento” è una forma di “splitting”, una scissione che consiste nel separare il sentimento dalla conoscenza, una sorta di micidiale freddezza che ad esempio viene messa in atto durante i funerali da persone che assumono un contegno non adeguato al luogo, al rito e al ruolo. Ma andare avanti nell’interpretazione del sogno di Darius diventa interessante e aizza la curiosità.

C’erano i miei vecchi compagni di classe e tutti erano vestiti eleganti per andare in una festa in discoteca alla quale io non ero stato invitato.”

In questa “stanza” della socializzazione, nella panoramica psichica dei ricordi significativi da visionare, Darius trova i suoi “vecchi compagni di classe”, trova la sua dimensione sociale e le modalità relazionali della sua adolescenza, trova i suoi crucci e i suoi conflitti, le sue recriminazioni e le sue difese. La socializzazione è stata per Darius la delizia e la croce della sua età giovanile, la sua spada di Damocle e il suo tallone d’Achille, l’oggetto ambiguo del suo bisogno e del suo desiderio. L’identità sociale deve possibilmente collimare con l’identità psichica individuale, quanto meno avvicinarsi e non divergere. Questa ricerca occupa lo spazio del sogno con picchi drammatici e punti veramente critici. Darius vuole essere del gruppo e della partita, ma non è “vestito elegante” come gli amici e “non è stato invitato alla festa in discoteca”. Darius è stato escluso dagli amici e non è stato invitato a simile consesso di disinibizione e di disimpegno psicofisico. Darius si vive male nel corpo e non trova le modalità di relazione idonee a stare tra la gente e con gli amici, oltretutto questi ultimi sono fatti oggetto del brutto sentimento dell’invidia. Darius non è escluso dagli altri, ma si esclude dagli altri per motivi ben precisi che il sogno enucleerà nel suo svolgimento. Intanto lo lasciamo con questo doloroso senso di esclusione e con l’amarezza di non essere stato invitato alla festa in discoteca, meglio di essersi escluso dalla compagnia e dalla gioia della comitiva.

Mi sentivo escluso.”

Si era già capito senza bisogno di alcuna interpretazione, ma è apprezzabile la consapevolezza di Darius di questa pulsione a sentirsi diverso e inferiore, soggetto di minor diritto e figlio di un dio minore. L’insistenza su questo tema e la riedizione di questo “fantasma” dispone per una disabilità reale di Darius. Evidentemente non ha ancora accettato e ben assimilato la sua diversità fisica. Quest’ultima l’ha vissuta nel senso letterale del termine come un qualcosa che non lo rende uguale agli altri e non come un attributo personale di cui prendersi amorosa cura. Aggiungo che la realtà di una disabilità fisica facilita la presa di coscienza e l’assimilazione psichica, mentre le disabilità psichiche supposte e oggetto di ossessione sono notevolmente più difficili da risolvere a causa del conflitto nevrotico che si portano dentro e dietro. Un giovane che si sente escluso perché ha una zoppia, ha un cammino psicologico più spedito perché deve razionalizzare una realtà di fatto, rispetto a un giovane affetto da una nevrosi ossessiva o da un disturbo compulsivo. La realtà fisica induce la presa di coscienza e l’accettazione psichica della disabilità, il superamento del complesso d’inferiorità e del senso d’inadeguatezza.

A un certo punto al centro della stanza compare un cavallo a dondolo e mi siedo sopra e vengo sbalzato avanti e indietro.”

Eccolo la disabilità e il trauma collegato!

Darius regredisce all’infanzia nella ricerca in sogno della causa del suo disagio giovanile, torna indietro dal presente in cui si trova a relazionarsi con i suoi compagni e a sentirsi escluso dalle loro dinamiche, al tempo in cui ha preso coscienza della sua disabilità e diversità, l’infanzia per l’appunto. Il “cavallo a dondolo” magicamente “compare al centro della stanza”, nella sua panoramica psichica. Darius ritorna bambino e “viene sbalzato avanti e indietro” senza riuscire a governare il movimento e il dondolio del classico giocattolo che si regala ai bambini sin dalla tenera età. Darius rievoca le difficoltà deambulatorie della sua prima infanzia, quando non riusciva a camminare bene e si vedeva diverso dagli altri bambini. Darius non governa il suo corpo e le sue gambe nello specifico e non si vede simile agli altri. Il senso della diversità resta anche quando la disabilità viene razionalizzata e il “principio di realtà” induce all’accettazione del proprio destino di vivente con quel corpo che è il tuo corpo. Il “cavallo a dondolo” viene evocato da Darius per attestare il tempo in cui il trauma viene assimilato, la prima infanzia. Inoltre la simbologia vuole che il bambino si equiparasse al “cavallo a dondolo” nel suo camminare ondeggiante.

All’inizio mi diverto, poi vedo che tra Matteo e Maura c’era qualcosa e questa tresca mi faceva star male e mi faceva sentire diverso.”

L’ambiguità del “cavallo a dondolo” giustifica il divertimento iniziale e il repentino cambio d’umore, “mi faceva star male” subito associato al “mi faceva sentire diverso”. Questo è il motivo per cui Darius si sente escluso dal contesto affettivo e seduttivo che vede protagonisti i suoi amici “abili” e “non disabili” Matteo e Maura. Darius non si sente adeguato e si preclude la possibilità di essere amato più che di amare. Quel “qualcosa” è dentro di Darius ed è la “tresca” che desidererebbe per sé e che nello stesso tempo si preclude perché si sente inadeguato. Ecco il conflitto tra il bisogno di amare e il complesso d’inferiorità, tra il bisogno di essere amato e il fatto di non accettarsi. Si può decisamente affermare che Darius è affetto dalla sindrome maligna dell’indegnità, del “non sum dignus” di religiosa memoria, dell’essere figlio di un dio minore, del senso d’inadeguatezza di fronte a una realtà affettiva che lo vede perdente sin dalla partenza. In effetti Darius è angosciato dall’amare, più che dall’essere amato e di quello che comporta l’amore dal punto di vista fisico, l’esercizio della “libido”, il far sesso e far sesso in due, un maschio e una femmina, Matteo e Maura.

Matteo entrava in stanza con una camicia e dei jeans e vedendolo mi sono sentito inadeguato.”

L’amico è il suo modello perché ha una ragazza e veste bene perché ha un corpo adeguato. Una semplice camicia e un paio di jeans per l’amico sono da fine del mondo, mentre per Darius, meglio per il corpo di Darius sono capi improponibili. L’inadeguatezza della persona disabile è fondamentalmente attanagliata nel corpo e soltanto di poi nelle facoltà superiori della cosiddetta anima o personalità. “Io sono il mio corpo” recita il primo comandamento di chi ha avuto l’ingiustizia naturale della diversità. Soltanto la “razionalizzazione” arreca sollievo là dove drastica regna la convinzione di aver subito un torto e di essere vittima di una scelta altrui senza essere stato consultato. Il sentirsi “inadeguato” è già un buon punto di partenza per ulteriori razionalizzazioni dello stato della disabilità. Per Darius si prospettano giorni migliori e prese di coscienza più mature. Darius adolescente è ancora tanto incazzato con se stesso, con gli altri e con il destino infame che lo ha voluto mettere alla prova proprio in quel corpo che per lui non può essere oggetto d’amore e che non può essere oggetto di odio.

Rilievi degni di nota sono i seguenti.

“Mi sentivo escluso”, “mi faceva sentire diverso”, “mi sono sentito inadeguato”; in queste tre frasi è presente il sentimento dell’esclusione, della diversità e dell’inadeguatezza e di tutto questo si è detto in abbondanza. Il “sentirsi” è ripetutamente chiamato in causa, la sensazione del disagio posturale e di poi psichico. Il sogno di Darius si può definire “cenestetico”, basato sul sistema dei sensi, un effetto a metà tra il sistema nervoso centrale e neurovegetativo: sento in primo luogo la mia disabilità, di poi ne sono cosciente.

Un altro punto rilevante è il “narcisismo” che vive e accompagna Darius, un “narcisismo” specifico che lo porta a concentrarsi su se stesso e sul suo corpo, a essere al centro dell’attenzione per farsi vedere e a esibirsi in vario modo per farsi accettare: non sono bello e fotomodello come Matteo, ma sono simpatico e faccio tanto ridere con le mie battute e, quindi, voi mi dovete accettare per questo motivo. In questa psicodinamica agisce il “fantasma del corpo” nella sua “parte positiva” e nella sua “parte negativa”. La prima non è considerata, mentre la seconda assorbe tutto il “fantasma del corpo”. Darius non razionalizza che la “parte positiva” del suo corpo si attesta nella vita e nella vitalità, perché domina nella sua psiche la disabilità associata al senso-sentimento del rifiuto. Darius è costretto a vivere con un corpo che non vuole e allora lo offre in pasto agli altri e lo critica prima che lo facciano gli altri. Con questa dinamica gioca d’anticipo e si toglie d’impaccio e agli altri toglie l’impiccio. La “parte negativa” del “fantasma del corpo” è dominante e assillante. Darius non si è evoluto dalla “posizione psichica narcisista” alla “posizione psichica genitale” e come tutti i narcisisti si fa del male da solo e si preclude la possibilità di amare e di essere amato, di far sesso con l’altra e non di continuare a masturbarsi la testa e il pene.

Darius deve recuperare la “parte positiva” del “fantasma del corpo” e deve razionalizzare il corpo vitale con una buona dose di “amor fati” e di amor proprio al posto del narcisismo bieco e che alla fine stufa e allontana coloro che sono sottoposti a spettacoli imbarazzanti e a volte indecenti.

Questa è l’interpretazione ampiamente commentata del drammatico sogno di Darius.