LA DEA MADRE I SERPENTELLI DI MAMMA MIKAELA

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“Mikaela sogna di trovarsi a casa della madre. Nota molti piccoli serpenti neri sul pavimento che si muovono. Sono tanto piccoli che sembrano girini.
La madre spaventata si sposta e Mikaela ne prende uno in mano e gli dà da mangiare. Pensa che è piccolo, lo accarezza e lo nutre come un bimbo. Poi lo mette a terra.

D’un tratto Mikaela si trova nella camera della sua casa che continua a nutrire quel serpente che ora è grande e bellissimo. E’ un cobra e sta disteso tra le lenzuola arancioni. Entra suo figlio e lo tratta come se fosse parte della famiglia. Poi, il figlio esce e Mikaela l’accarezza con grande amore. Il cobra dormiva in mezzo a lei e suo figlio.

Poi, si trova di colpo fuori casa del padre di suo figlio e vede un altro serpente in un vaso. E’ in posizione avvolta con la testa e il collo fuori e dietro una pianta di fiori rossa. Suo figlio fa per toccarlo e lei, non conoscendo quel serpente, d’istinto sposta la mano del figlio per prendersi il morso. Il serpente, però, non l’attacca, anzi appoggia la testa nella sua mano in modo docile.
Mikaela accarezza anche quel serpente.

Poi sogna che lei e suo figlio sono in machina e decidono di tornare nel paese e in quella casa dove hanno abitato da soli per due anni. Però Mikaela non ha le chiavi della casa. Pensa che nella casa dove vive hanno staccato luce, gas e riscaldamento e pensa: “che cazzo faccio ora?” Pensa ancora: “ben, ce la farò!”

NOTA CULTURALE

Quello di Mikaela è un sogno dedicato alla maternità, un riconoscimento devoto all’archetipo “Madre” tanto caro a Jung e alla sua scuola. Il culto della Dea Madre risale a trentadue mila anni fa secondo i reperti archeologici e si attesta nel riconoscimento del “Principio femminile” come tutore della “Vita” e della “Conservazione della Vita”, la “Specie”: i futuri fondamenti oggettivi del “Diritto naturale”, il corpo vivente. Tutto nasce da un “principio femminile” in onore alle madri che sono feconde e partoriscono. Gli uomini dei primordi avevano culturalmente esteso a tutto l’universo il “principio femminile” per quanto riguarda l’origine e avevano elaborato delle “cosmogonie” dove si esaltava la “Grande Madre”. La scultura conserva le tracce primordiali del culto e rappresenta la “Madre” con gli attributi sessuali specifici e soprattutto con l’esaltazione del seno, l’organo della vita e della sopravvivenza. La “Dea Madre” rappresenta simbolicamente il corredo del “principio femminile”: la vita, la sopravvivenza, il sistema neurovegetativo, l’emozione, l’affettività. Esistevano anche divinità femminili che rappresentavano la degenerazione della vita e della vitalità: il tormento, la colpa, la punizione, la morte.

IL SOGNO

Mikaela esordisce con l’identificazione nella figura materna:” trovarsi a casa della madre”. La figlia ha acquisito l’identità femminile dopo il conflitto edipico e ha assimilato la possibilità della maternità. Mikaela è femmina in tutti i risvolti psicofisici e in maniera direttamente proporzionale alla sua forte intenzionalità verso la maternità, come appare in questo esordio del sogno.

“Nota molti piccoli serpenti neri sul pavimento che si muovono. Sono tanto piccoli che sembrano girini.”

La simbologia è manifesta: spermatozoi. Mikaela si candida alla maternità visitando la fecondazione. Mikaela ha bisogno del seme per diventare madre e lo rappresenta in due forme, i “piccoli serpenti neri” e i “girini”.
“La madre spaventata si sposta”: adesso tocca a lei, adesso tocca a Mikaela esaltare la sua natura femminile, aspirare alla maternità e diventare madre. La sterilità della madre induce la figlia a raccogliere il testimone di femmina e di madre. Mikaela ha uova da fecondare e “libido genitale” da investire nell’amore di un figlio.

” Mikaela ne prende uno in mano e gli dà da mangiare.”

La simbologia della gravidanza non poteva essere più evidente, così come l’amore materno: “Pensa che è piccolo, lo accarezza e lo nutre come un bimbo.”
Un rigo condensa l’identità psichica femminile, la fecondazione, il travaglio, il parto, lo svezzamento: “Poi lo mette a terra.”

Cambia apparentemente scena e il sogno propone in termini
simbolico- realistici una mamma che nutre e accudisce in tutto e per tutto il proprio figlio: un bellissimo “cobra”. Quest’ultimo non è il solito simbolo fallico o il simbolo dell’autonomia psichica legata al “sapere di sé”, ma è la traslazione del potere della madre, il figlio. Mikaela realizza la maternità maturando un figlio e completa la sua femminilità con la piena consapevolezza di essere madre e di aver evoluto al meglio la sua “libido genitale”. Degne di nota sono l’assenza della figura maschile, eccezion fatta per l’accessorio del serpentello o girino, e la piena autonomia psicofisica di Mikaela.
Ma il sogno ha le sue sorprese: Mikaela è già madre.

“Entra suo figlio e lo tratta come se fosse parte della famiglia.”

Nel rievocare la sua femminilità e la sua maternità, Mikaela ha proiettato nel “cobra” suo figlio oppure il desiderio di averne un altro. Un altro dato caratteristico è il fatto che il piccolo dorme tra lei e il figlio e che quest’ultimo ha preso il posto del padre. Mikaela è massimamente autonoma, ha bisogno di un maschio soltanto per il seme e per la fecondazione. Non s’intravedono segnali di natura erotica e sessuale, si vede chiaramente l’autonomia e la pulsione alla maternità. Questo è un dato evidente di tutto il sogno, Mikaela fa da sé e fa per tre: lei, il figlio e il cobra. Tutto il quadro del sogno è permeato di grande amore, a testimonianza del forte istinto materno e della profonda affettività di Mikaela.

La terza scena del sogno introduce la casa del padre del figlio di Mikaela e un altro figlio “serpente”, un figlio contrastato in una scena simbolica di gravidanza.

”Vede un altro serpente in un vaso.”

Il “vaso” è simbolo del grembo materno e dell’utero in particolare. La madre istintivamente si distribuisce tra la protezione del figlio reale e la paura del nuovo arrivato.

“E’ in posizione avvolta con la testa e il collo fuori e dietro una pianta di fiori rossa.”

Questa è una scena di parto. Mikaela rievoca esperienze allucinate o realmente vissute di maternità e la “pianta di fiori rossa” attesta nel colore la fuoruscita del sangue misto al liquido amniotico. E’ un’esperienza tutta sua, dove il figlio reale non è coinvolto. La mamma protegge il figlio e subisce eventualmente il trauma. Siamo in presenza di un vissuto o di un trauma ben razionalizzato in riguardo alla natura femminile, alla gravidanza e al parto.

Ma la maternità è il piatto forte della femminilità di Mikaela, per cui” Mikaela accarezza anche quel serpente che “appoggia la testa nella sua mano in modo docile”.

Mikaela concepisce il figlio con un “maschio- seme” e non con un
“uomo-padre”; si è visto, inoltre, che esterna tutta la sua autonomia o la sua poca stima nei confronti dell’uomo vivendolo come strumento procreativo che porta al trionfo della “dea madre” con la maternità.
Alla fine, pur tuttavia, prende coscienza che deve riconciliarsi con l’uomo con cui ha fatto un figlio. L’avversione al maschio può essere maturata per paura, per trauma, per il conflitto con il padre edipico, per autoesaltazione narcisistica e onnipotente.

“Poi sogna che lei e suo figlio sono in machina e decidono di tornare nel paese e in quella casa dove hanno abitato da soli per due anni.”

Il legame con il figlio è molto forte, quasi amoroso. Mikaela ha bisogno di relazioni forti e in cui può esercitare tutto il suo potere. L’essere “in macchina” con il figlio attesta della stretta intimità, come se il figlio fosse ancora una parte di sé, una gravidanza mista a “due cuori e una capanna”.

Ecco la parziale riconciliazione con il maschio!

“Però Mikaela non ha le chiavi della casa.”

Mikaela non ha attributi fisici maschili, il pene nel caso delle “chiavi”, non ha il potere di autofecondarsi, è femmina e madre: questa limitazione è la salutare consapevolezza che non è onnipotente e non può far tutto da sé e da sola. Per fare un figlio ci vuole un uomo anche in versione spermatozoo, un maschio non necessariamente da amare, ma ci vogliono quelle” chiavi” che Mikaela non ha perché è fortunatamente femmina. Adesso non le resta che prendere ulteriore coscienza di cosa le manca e di cosa potrebbe avere per sé e per suo figlio.

“Pensa che nella casa attuale dove vive hanno staccato luce, gas e riscaldamento”.

Ecco quel che manca a Mikaela. La “luce” condensa una maggiore razionalità e una minore emotività, una migliore funzione dell’”Io” e una specifica attenzione verso il “principio di realtà”, una crescita della progettualità e una giusta tolleranza della diversità del ruolo e della funzione. Il “gas” condensa la “libido”, l’energia vitale e la forza volitiva da investire nell’evoluzione esistenziale. Il “riscaldamento” condensa l’affettività e la protezione. Mikaela, quindi, non è un mostro di autonomia come gran parte del sogno ha evidenziato. Mikaela si ravvede e in sogno ripara il trauma della sua autonomia e lo reintegra in un’evoluta “coscienza di sé”. Mikaela ha bisogno di essere amata, di essere protetta, di essere sostenuta. Mikaela riduce la sua onnipotenza, si rende conto che da sola non può farcela in tutto e per tutto, che nella sua casa e nella sua vita c’è un figlio da amare ma che per lei non c’è un uomo d’amare. Ed ecco il ritorno all’onnipotenza, all’esaltazione della sua autonomia.
Pensa: “che cazzo faccio ora?” Pensa ancora: “ben, ce la farò!”

Ritorna la soluzione fallica di una donna che usa il potere femminile al massimo, ma che è non androgina, maschio-femmina, e onnipotente. E’ vero che la sua forza psichica l’ha portata avanti nella vita a superare difficoltà e a conseguire successi, ma il prezzo da pagare affettivamente nel tempo è molto alto.

Il sogno di Mikaela attesta dei tratti psichici caratteristici di un’organizzazione isterica: intensità emotiva della “posizione edipica”, identificazione contrastata e parziale nella figura materna, identità psichica mista tra padre e madre, culto del corpo e delle sue pulsioni. Mikaela non è donna di mezze misure, ma ha esaltato caratteristiche psichiche maturate e mutuate in famiglia durante l’infanzia. In tutto quello che pensa e che fa investe tanta “libido”, carica vitale, magari più di quella necessaria.

La prognosi impone a Mikaela di liberarsi della sua onnipotenza e di modulare equamente gli investimenti della “libido”. Mikaela deve anche fidarsi e affidarsi facendo perno sulla sua sensibilità e sulla sua ragione. Mikaela deve superare il senso del possesso nei confronti dei figli e riconoscerli come l’altro da sé, la loro autonomia di persone. Mikaela deve ridurre la mamma e ben valutare la donna riducendo le esigenze a carico dell’altro.

Il rischio psicopatologico si attesta in una psiconevrosi isterica con somatizzazioni d’ansia. L’onnipotenza è una bestia da domare, al fine di evitare evoluzioni psichiche pesanti.

Riflessioni metodologiche: il sogno di Mikaela merita un rilievo sulla nozione di femminilità, sull’avversione verso il maschio, sull’onnipotenza femminile, sulla relazione con i figli e sulla “libido genitale”. La consapevolezza femminile si acquisisce nel decorso della relazione con i genitori, “posizione edipica”, e s’incentra nell’identificazione nella figura materna e nello specifico nell’assimilazione dei tratti dominanti e graditi. La femminilità è un’astrazione ed esaltazione dell’essere biologicamente femmina e si attesta nel “fantasma” in riguardo al corpo e alle sue funzioni. La femminilità culturalmente è ritenuta un potere e si concentra nell’amor proprio, nell’attrazione e nella seduzione. La “misoandria”, avversione al maschio, si giustifica per trauma subito, per mancata razionalizzazione della figura paterna e nello specifico della “parte negativa del fantasma del padre”, per una difesa narcisistica dal coinvolgimento libidico, per la “formazione reattiva” dell’autoesaltazione onnipotente. A proposito di quest’ultima, bisogna rilevare il rischio d’isolamento a causa di difficoltà relazionali per eccesso di esigenze a carico degli altri, oltre alla degenerazione nel delirio narcisistico. L’onnipotenza femminile in riguardo al corpo e alle mirabili arti seduttive ha un potente nemico, il tempo. Per quanto riguarda la relazione con i figli è auspicabile una madre che sa modularsi tra autonomia e dipendenza, che abbia a cura l’emancipazione psicofisica dei figli, che non usi il senso di colpa per tenerli in pugno, che sia provvida e non improvvida nelle mille sfaccettature della quotidiana relazione: una madre che non sia fagocitatrice, ma nemmeno un “icesberg”. La “libido genitale” è la fase di maturazione della vitalità sessuale in funzione orgasmica e procreativa. Essa comporta l’altro e il suo riconoscimento: investimento d’amore. Nel sogno di Mikaela si evidenzia un ridimensionamento eccessivo della figura maschile e una sua riduzione a strumento procreativo: una “libido genitale” mutilata.

LA SESSUALITA’ FEMMINILE E IL SENSO DI COLPA

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“Nora sogna di trovarsi in auto con il suo uomo.

Sta guidando, ma non vede niente, né il volto, né la strada davanti.

Vede soltanto lo scorrere della strada lateralmente.

A un certo punto Nora vede il bagliore di due autovelox e pensa che pagherà una multa veramente salata.”

Il sogno di Nora tratta di una donna che vive bene la sua sessualità, ma non può fare a meno alla fine di colpevolizzarla. La sfera erotica rientra tra i sogni ricorrenti dell’universo femminile ed esiste una ragione ben precisa. Rispetto all’universo maschile la formazione psichica della donna in riguardo alla sessualità risente di fattori biologici, culturali e sociali più complessi. Esaminiamone alcuni. A livello biologico la donna è ricca di orologi finalizzati alla continuazione della Specie e con il rapporto sessuale è passibile di essere fecondata. La donna matura prima del maschio sempre a livello biologico e psicologico, ma anche a livello umano e culturale. La bambina è più giudiziosa e docile, si usa dire. A livello socioculturale in un recente passato la donna era ritenuta quasi un peso per la famiglia, dal momento che non aveva la forza di un maschio e quindi non era una valida forza lavoro. A livello culturale la donna sin da bambina è oggetto di pressioni educative e di vincoli sociali collegati a tradizionali pregiudizi. A livello psicologico, inoltre, la bambina è chiamata a evolversi con una buona duttilità anche a causa del fatto che il suo corpo si trasforma rapidamente in un corpo di donna. In quest’ultimo, pur tuttavia, abita ancora la psiche e la mente di un’adolescente e il rischio della deflorazione e della gravidanza. Inoltre la donna bambina è oggetto privilegiato delle insidie e delle violenze sessuali da parte degli adulti, dei pedofili, dei bruti. La complessità di questi fattori spiega come la donna  sia sottoposta con naturale superficialità a frustrazioni e a repressioni della “libido” da parte delle istituzioni rispetto al maschio. Ma convergiamo sul sogno alla ricerca di pezze giustificative di quanto affermato.

Il sogno di Nora esordisce con una situazione di fusione erotica: “in auto con il suo uomo”. “L’auto” rappresenta il sistema neurovegetativo e in particolare la sessualità con i suoi meccanismi neurofisiologici autonomi. Nora è in intimità con il suo uomo. Si profila la decodificazione di un sogno erotico molto frequente, gratificante e altamente emotivo al punto che l’eccitazione sessuale nel maschio e nella femmina si può manifestare nelle sue espressioni più alte: l’erezione e la lubrificazione, l’eiaculazione e l’orgasmo. Potenza vitale del sogno!

Nora “sta guidando”. L’iniziativa e la partecipazione nell’appagamento della “libido genitale” non mancano alla protagonista del sogno. Si attesta un facile coinvolgimento e una spedita sicurezza, oltre alla pulsione erotica e sessuale.

“Ma non vede niente, né il volto, né la strada davanti”. Il “vedere” rappresenta simbolicamente il “principio di realtà” e la “funzione razionale dell’Io”; di conseguenza, il non vedere “niente” comporta l’abbandono completo alle emozioni e alle pulsioni, nonché la caduta della vigilanza e dello spirito critico. Nora è in piena “trance” erotica, com’è giusto che sia in una corretta collocazione psicofisica introduttiva all’amplesso sessuale. Non vedere il volto del partner in sogno è particolarmente inquietante sia per chi sogna e sia per chi interpreta. Infatti si tratta di una censura onirica: viene impedita la visione perché non è stato possibile lo “spostamento” in un altro soggetto similare e per continuare a dormire. E allora di chi si tratta? Teoria psicoanalitica impone che si tratti delle figure genitoriali e in questo caso del padre. Ma bisogna essere anche elastici con i sogni e non ricorrere sempre al famigerato complesso di Edipo. Pur tuttavia, bisogna riconoscere che l’imprinting dei genitori nella vita sessuale dei figli è notevole, se non determinante. Del resto sono le figure che abbiamo frequentato quando eravamo innocenti, solo sensazioni e senza conoscenze. Progressivamente abbiamo sperimentato fisicamente e psicologicamente noi stessi attraverso le loro persone e abbiamo imparato a conoscere, a discernere, a rielaborare  e ad archiviare. La teoria impone che la matrice della nostra vita sessuale si colleghi al desiderio di loro, ma in questo sogno è preferibile riconoscere a Nora gli “occhi chiusi” durante l’abbandono alla vita dei sensi. Non è finita, perché Nora non vede “la strada davanti”. La strada è simbolo del percorso della vita e del cammino esistenziale, una soluzione attraverso il fare e un progetto da realizzare, l’avventura e la creatività sempre finalizzate alla realizzazione di un programma. Il guidare la macchina senza vedere la strada è pericolosissimo nella realtà, ma tanto diffuso e significativo nel sogno. Quando siamo particolarmente stressati dalla quotidianità banale e dagli impegni inautentici, quando non ascoltiamo i nostri bisogni cosiddetti materiali, quando sacrifichiamo la nostra vita sessuale in nome del lavoro e della conseguente stanchezza, ebbene, allora siamo pronti a sognare di guidare la macchina senza vedere la strada. Questa è la funzione importantissima del sogno di diagnosticare lo stato psicofisico e di indicare il ripristino dell’equilibrio nervoso e dell’armonia corpo-mente: la prognosi.

Nora “vede soltanto lo scorrere della strada lateralmente”. Nora è dentro la macchina con il suo uomo, Nora è in intimità e la visione laterale si spiega con la postura dell’amplesso, così come il non vedere nulla si spiega con gli occhi chiusi durante il suddetto amplesso. Il sogno non mente e addirittura ci suggerisce le posizioni assunte dagli attori protagonisti nel teatro dei sensi. Lo “scorrere” condensa l’evoluzione vitale, lo slancio pulsionale dell’istinto.

Fin qui tutto è ok! Gli amanti sono in pieno trasporto erotico ed esaltano misticamente il dio Eros, ma ecco che arriva l’inghippo. Nora “vede il bagliore di due autovelox  e pensa che pagherà una multa veramente salata” ai vigili che a suo tempo ha messo dentro di lei. Subentra l’istanza psichica del “Super-Io” a ridimensionare, se non a bloccare, il trasporto dei sensi e l’abbandono al piacere. Il senso di colpa é legato alla censura morale, al rispetto della norma, all’adempimento del dovere, all’infrazione dei dettami vigenti nella società, alla paura del peccato legato all’insegnamento religioso che esige castità e verginità, alla sessuofobia imperante nella società mediterranea in riguardo alla figura femminile e al ruolo della donna, figura e ruolo che oscillano tra la soccombenza al maschio e la perversa provocazione. Una bambina che diventa adolescente spesso riceve questi messaggi malevoli e infami dai genitori in primo luogo e guarda caso nel sogno di Nora gli autovelox sono due. Del resto, il “Super-Io” si sviluppa dai cinque anni in poi ed è collegato alla figura paterna, per cui Nora rievoca gli insegnamenti del padre e i divieti da lui imposti nell’economia psichica familiare e da lei naturalmente introiettati in maniera più o meno rigida. Nora pensa con la sua dimensione bambina che “pagherà una multa veramente salata” perché ha fatto gli atti impuri, quegli atti moralmente vietati perché permeati di fornicazione. La “multa” è simbolo dell’espiazione della colpa e sarà veramente pesante. Povera Nora! Era partita bene con la sua libera iniziativa e il suo abbandono all’istinto e al desiderio, ma ha rischiato di concludere male o quanto meno è stata disturbata dai retaggi moralistici familiari, dai pregiudizi sociali e dalle remore religiose. Questo è il prezzo che si paga all’evoluzione della “libido” nella cultura mediterranea aliena ai diritti del corpo, propensa ai diritti dello spirito, interessata ai privilegi culturali. Ma ci sono prezzi più tragici nella società contemporanea che la donna è costretta a pagare. In questi settori siamo ancora nella preistoria della civiltà e neanche agli albori. E’ opportuno ascoltare come consolazione “Imagine” di John Lennon.

La prognosi è fausta e suggerisce a Nora di ridurre le esigenze morali in contesti di per se stessi naturali e gratificanti, di liberarsi dagli insegnamenti familiari che riportano al passato e che non servono al presente, di prepararsi un futuro affermativo.

Il rischio psicopatologico si attesta nel fomentare il Super-Io con una serie di doveri morali e nel ridurre la libera espressione delle pulsioni sessuali con grave danno per l’equilibrio psicofisico e con la conseguente conversione della “libido” repressa in sintomi psicosomatici.

Riflessioni metodologiche: il sogno di Nora induce a rispolverare la mitica  colpevolizzazione culturale della donna e all’uopo riesumo Lilith. Nella cultura mesopotamica Lilith era il demone della tempesta, nella cultura ebraica era la prima donna e la prima compagna di Adamo. E’ presente nella prima formulazione del Genesi, di poi definito Antigenesi. Quindi, la prima donna di Adamo non è stata Eva, ma Lilith. Quest’ultima fu espulsa dal giardino di Eden e relegata a principio del male per il semplice motivo che aveva preteso durante il coito di stare sopra Adamo. Lilith non voleva stare sotto. La simbologia del “sopra” e del “sotto” impone la decodificazione del rifiuto di Lilith di soccombere al maschio e alla sua cultura. Lilith contesta il potere sessuale di Adamo e il primato culturale maschile che impone alla donna di stare sotto e non sopra: discuterne non è dato. Quant’è viva ancora oggi Lilith e quant’è moderno il suo insegnamento! Dio ascoltò Adamo e lo liberò dalla sofferenza preparando per lui e per le sue necessità psicofisiche Eva, una donna docile e fatta “ad hoc”:”questa è finalmente osso delle mie ossa, carne della mia carne, questa sarà chiamata donna perché dall’uomo questa è stata tratta.”  Lilith restò l’ambiguo malanno dell’uomo, un oggetto di amore e di odio, di desiderio e di ribrezzo, di attrazione e di repulsione. Lilith fu criminalizzata e destinata a rappresentare il leader delle divinità femminili maligne e infernali; di poi vennero le Erinni, le Furie, le sirene, le streghe, la “parte negativa della donna”, l’oggetto parziale persecutorio, la sessualità perversa che distrugge il maschio. Il resto va da sé.             

ELOGIO  DELLA  FEMMINILITA’

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“Elsa sogna di correre con una macchina di grossa cilindrata, bianca e di tipo familiare, una macchina ammortizzata e con cerchi in lega e gomme larghe.

Non è in regola però.

Alla sua sinistra una pattuglia di carabinieri la ferma.

Elsa pensa che la fregheranno, ma subito cambia pensiero e si dice “sono donna e me la cavo invece”.

In quel posto c’è ferma una macchina quasi identica alla sua. C’è un ragazzo dentro e un carabiniere lo tartassa.

Elsa parla con i carabinieri e questi la lasciano andare senza chiedere nulla di lei e senza fare nulla alla sua macchina.  

Al ragazzo, invece, gli hanno sequestrato la macchina.

Elsa si sente superiore nel suo essere donna.”

Elsa sogna la sua femminilità filtrandola con le sue censure e con le sue inibizioni per concludere con l’affermazione di se stessa nella sua completezza di donna. Oppure: Elsa valuta criticamente la sua femminilità e conclude con l’autocoscienza sulle sue arti seduttive legate alla bellezza e alla bontà erotica degli attributi del suo corpo.

Procediamo con la simbologia: la “macchina di grossa cilindrata” rappresenta il suo corpo espressamente nella valenza sessuale.  Elsa ha un corpo ammortizzato “con cerchi in lega e gomme larghe”: chiari attributi sessuali ed  erotici da esibire esteticamente per la seduzione. Il “correre” condensa il vivere la sua vita con il suo corpo. Il sogno di Elsa dice: “io sono il mio corpo e lo esibisco in maniera seduttiva perché sono veramente bella e ben fatta. Elsa ha un culto della bellezza nell’esibirsi e tanto amor proprio nel curarsi. Si può apprezzare la consapevolezza estetica di offrire un belvedere al suo prossimo e l’orgoglio della sua femminilità.

“Non è in regola però.” Ahi, ahi, ahi! Qualcosa non funziona. Per arrivare a questo traguardo psicofisico Elsa ha dovuto superare un conflitto con se stessa dal momento che è consapevolmente fuori dalla norma. La macchina di Elsa è truccata e artefatta, non è autentica e naturale. Elsa ha dovuto superare certi limiti da lei vissuti come tali e da se stessa imposti a se stessa. E’ convinta di essere, a volte, volutamente eccessiva. La regola personale è superata, ma Elsa si ritiene anche compatibile con la regola sociale?

“Alla sua sinistra una pattuglia di carabinieri la ferma.” La traduzione simbolica è la seguente: dal suo passato e dalla sua parte oscura emerge la censura dell’istanza psichica del Super-Io. Quest’ultima si attesta nel senso  del dovere e del limite. Elsa si è chiesta il senso logico e il limite morale dell’offerta del suo corpo e della sua seduzione. Elsa ha avuto a che fare con la sua timidezza e il suo pudore, ha dovuto superare barriere personali e sociali per arrivare a essere consapevole della sua libertà di agire con le sue bellezze. La disinibizione in atto ha fatto i conti con le inibizioni accumulate e collegate all’evoluzione della sua formazione psichica e della sua “libido”.

Una giusta titubanza si presenta: “Elsa pensa che la fregheranno” i suoi carabinieri dentro. Elsa pensa di non riuscire a superare le sue inibizioni, ma subito si ricrede e inizia la sfida con se stessa e con il suo pubblico. “Sono donna e me la cavo invece”: la consapevolezza del suo “Io” è decisa quanto perentoria in riguardo alla sua dimensione estetica ed erotica.

Ecco la differenza tra maschio e femmina, ecco la competizione tra maschio e femmina, ecco la rivincita di Elsa sul maschio, sull’oggetto del suo desiderio ambiguo fatto di seduzione e di vendetta, di approvazione e di contestazione.

“Una macchina quasi identica alla sua” con “un ragazzo dentro e un carabiniere che lo tartassa”. Elsa è convinta che un uomo non è libero al pari di una donna in questo settore estetico e sessuale e che il Super-Io maschile è più crudele e rigido di quello femminile. E’ come dire che gli uomini sono più bacchettoni e meno elastici delle donne.

“Elsa parla con i carabinieri e questi la lasciano andare senza chiedere nulla di lei e senza fare nulla alla sua macchina”. Elsa ha superato e risolto il suo conflitto con il Super-Io, all’incontrario di quel ragazzo tormentato dai suoi assurdi tabù in riguardo al corpo e alla sessualità: “gli hanno sequestrato la macchina”.

La conclusione è “viva le donne” decisamente superiori all’universo maschile per la migliore composizione psicofisica che la buona madre natura ha voluto elargire nel pensare e nel fabbricare Eva. Due precisazioni, in conclusione, sono opportune: Elsa intende la femminilità al servizio della maternità per la conformazione della sua “macchina” e la predilezione ad avere un corpo originale e non massificato dal canone ufficiale della bellezza degli accessori.

La prognosi impone di mantenere il Super-Io nelle giuste dimensioni senza inutili sacrifici della propria immagine erotica e della sessualità.

Il rischio psicopatologico si attesta nell’eccesso e nel difetto ossia nell’esibizionismo e nell’inibizione.

 Considerazioni metodologiche: una questione si pone sulla misura etica dell’esibizionismo erotico e sessuale e sulla seduzione nella società contemporanea così ricca di stimoli e di provocazioni. La cultura evolve i suoi schemi interpretativi ed esecutivi in riguardo alla realtà e la gamma dei valori in riguardo alla società, per cui fortunatamente le remore bieche e i pregiudizi assurdi del passato sono stati in parte superati in riguardo alla sessualità e all’universo femminile. La misura etica è il buon gusto e il buon senso. Ognuno ha il diritto di esprimersi secondo le sue coordinate psichiche ed estetiche nei modi consoni ed elettivi. La seduzione è una norma naturale che non contrasta con la norma culturale. Qualsiasi deroga rientra nella volgarità e nella prevaricazione e va adeguatamente considerata. Una società culturalmente e umanamente avanzata è basata sulla tolleranza. All’uopo invito alla lettura del “Saggio sulla tolleranza” di John Locke.